Sunday 21 December 2014

ABBATTERE TUTTI I MURI ? VA BENE, PAPA BERGOGLIO, COMINCIAMO A SPAZZAR VIA IL “MURO DI SILENZIO” DELLA SISTINA, FACENDO EMERGERE LA VERITA’ SUL CONCLAVE…

Fu il cardinale Giuseppe Siri, trent’anni fa, a proporre l’abolizione del segreto del Conclave, quello che sono tenuti a mantenere sotto giuramento tutti i porporati sull’elezione di un papa nella Cappella Sistina.
Lo propose perché – lungi ormai dal tutelare le cose sacre – quella norma rischiava (e rischia) di diventare la copertura di cose profane (il prelato aggiunse allora – anni Ottanta – che si sarebbe dovuto pregare molto per i conclavi del futuro perché non arrivasse fin lì l’influenza esterna di qualche setta).
E’ paradossale che una proposta così innovativa e democratica sia stata avanzata dal prelato che era considerato il leader dei “conservatori”. E che in questi trent’anni nessun prelato ritenuto “progressista” l’abbia ripresa e fatta sua.

TRASPARENZA

Oggi, se papa Bergoglio la recuperasse, se cioè abolisse il segreto, avrebbe la possibilità di dimostrare con i fatti quanto è davvero desideroso di trasparenza e di apertura nella vita della Chiesa, liberandola da obsolete proibizioni.
Il papa che viene osannato come “rivoluzionario” sarà meno innovatore di un cardinale “conservatore” come Siri? Vorrà continuare a tenere in piedi il “muro della Sistina”, dopo che ha chiesto al mondo l’abbattimento di tutti i muri (Cuba e non solo)?
Oltretutto papa Bergoglio ogni giorno tuona contro quei moderni “scribi e farisei” che vogliono mummificare tutte le vecchie regole e le vecchie leggi e proibizioni, opponendosi al cambiamento, alla trasparenza e all’apertura al mondo.
Vediamo se alle parole farà seguire i fatti, almeno in queste norme che sono del tutto modificabili, perché leggi ecclesiastiche (mentre non sono modificabili nemmeno dal Papa – perché sono Parola di Dio – le materie che all’ultimo Sinodo si è cercato di mettere in discussione da parte modernista).
Si sente particolarmente la necessità di abbattere il “muro della Sistina” – e con urgenza – soprattutto in riferimento al Conclave del 2013, su cui le voci e le domande aumentano anziché dissolversi.

IL GIALLO DEL 2013

Come dimostra il caso scoppiato in Inghilterra – e da lì rimbalzato in America e in Italia – relativo alle rivelazioni di Austen Ivereigh nel libro “The Great Reformer”.
Il volume, una biografia di Bergoglio, peraltro positiva verso il papa argentino, contiene alcune righe che hanno fatto scalpore. Bisogna tener presente che Ivereigh non è affatto l’ultimo arrivato essendo stato l’uomo stampa del cardinale Murphy O’Connor e avendo ricoperto ruoli di responsabilità nei media cattolici inglesi.
Dunque egli ha parlato dell’esistenza di un “Team Bergoglio”, costituito appunto dai cardinali O’Connor, Kasper, Daneels e Lehmann per portare il prelato argentino al papato. L’operazione, che sarebbe partita dopo la rinuncia di Benedetto XVI, avrebbe avuto il consenso dello stesso Bergoglio.
E’ scoppiato un caso, anche perché c’è stato chi ha sostenuto che tutto questo metterebbe in dubbio la validità dell’elezione del 13 marzo. Ne sono seguite polemiche, precisazioni e smentite che hanno coinvolto pure padre Lombardi, portavoce del papa.
A mio avviso i fatti riferiti dal libro dell’inglese non mettono in discussione di per sé la legittimità dell’elezione.
Casomai fanno emergere qualcosa della lotta che si è svolta dietro le quinte nel 2013 (dalla rinuncia di Benedetto all’elezione di Francesco) e dei suoi protagonisti.
Ma fa riflettere che per una vicenda simile siano divampate tante polemiche. Forse è solo la punta di un iceberg? Ci sono altri misteri? Fra varie voci e boatos, per esempio, resta tuttora non spiegato l’inedito ritardo del saluto di papa Bergoglio alla loggia di San Pietro.

MISTERIOSO RITARDO

Dalla fumata bianca alla sua comparsa è passato infatti un lasso di tempo doppio rispetto a Benedetto XVI. Perché? Cosa è accaduto? E quello strano episodio confidato da Bergoglio a Scalfari e da questi riportato nella sua intervista del 1° ottobre 2013 ?
Bergoglio dichiarò: “quando il Conclave mi elesse Papa, prima dell’accettazione chiesi di potermi ritirare per qualche minuto nella stanza accanto a quella con il balcone sulla piazza. La mia testa era completamente vuota e una grande ansia mi aveva invaso. Per farla passare e rilassarmi chiusi gli occhi e scomparve ogni pensiero, anche quello di rifiutarmi ad accettare la carica come del resto la procedura liturgica consente. Chiusi gli occhi e non ebbi più alcuna ansia o emotività”.
Finché, proseguì Bergoglio, “io m’alzai di scatto e mi diressi nella stanza dove mi attendevano i cardinali e il tavolo su cui era l’atto di accettazione. Lo firmai, il cardinal Camerlengo lo controfirmò e poi sul balcone ci fu l’‘Habemus Papam’ ”.
Sarebbe interessante capire perché la fumata bianca fu data alle 19.06, circa un’ora prima dell’Habemus papam che avvenne alle 20.12: di certo tale fumata non poteva e non doveva precedere l’accettazione, in quanto il papa c’è solo dopo l’avvenuta accettazione ed essa deve essere libera, dunque non condizionata da una fumata anticipata.
Sarebbe interessante anche capire il perché e il come di quell’accettazione dal momento che, in quanto gesuita, Bergoglio aveva fatto il voto di non accettare.
L’intervista a Scalfari sopra citata è stata di fatto confermata dallo stesso Bergoglio che l’ha ripubblicata in volume un mese fa. Perché dunque tali circostanze non si possono chiarire serenamente, lasciando parlare i testimoni e risolvendo così tante domande? Non c’è nulla da temere dalla trasparenza.

LA VERITA’ VI FARA’ LIBERI

Abolendo – con un semplice tratto di penna – il segreto per i cardinali, papa Bergoglio darebbe un magnifico esempio di apertura, spazzando via tutti i dubbi sulla regolarità delle procedure seguite quel 13 marzo 2013.
Sarebbe la prova che non c’è nulla da passare sotto silenzio (quantomeno se tutto si è svolto secondo le norme).
Per quanto mi riguarda sarei lietissimo di dirmi soddisfatto dei chiarimenti, se ci fossero dati. Ma purtroppo sono quasi tre mesi che è uscito il mio libro “Non è Francesco” e in questi tre mesi non c’è stato un solo cardinale (fra quelli presenti al Conclave) che abbia dichiarato in pubblico o mi abbia fatto sapere in privato che i fatti del Conclave non si sono svolti nel modo descritto dal mio libro. Anzi…
Del resto mi sono basato sul libro di Elisabetta Piqué, biografa e amica di Bergoglio.
La stessa Piqué (che nei giorni scorsi ha firmato una lunga intervista al papa) ha confermato la sua versione su “La Nacion” recensendo il mio libro, dopo che già tale versione era stata confermata da “alcuni cardinali” sentiti dal “Corriere della sera”. E nemmeno è stata smentita la tesi che proprio il papa, che non è vincolato al segreto, sia stato la fonte della giornalista argentina.
Infine non c’è stato nemmeno un autorevole canonista che abbia dimostrato che le procedure seguite sono state corrette e quindi che l’elezione di papa Francesco è canonicamente ineccepibile.
Se non lo fosse non avremmo un papa, ma un “vescovo vestito di bianco” e non sarebbero validi neanche i suoi atti di governo.

RIBALTONE ?

Il problema si ripropone adesso che papa Bergoglio ha annunciato la creazione di 10 nuovi cardinali il 15 febbraio prossimo. Che si aggiungono ai 19 creati nel febbraio 2013.
Perché così tante nomine ravvicinate? Per ribaltare la tendenza “ratzingeriana” maggioritaria nel collegio cardinalizio?
C’è una certa inquietudine nel mondo ecclesiastico perché si sospetta che gli ambienti progressisti della Curia, oggi al potere, premano per avere un futuro Conclave spostato verso la sinistra modernista.
Al di là dei 78 anni del papa ci sono anche le frequenti voci di un suo ritiro. Prima che ciò avvenga forse qualcuno vuole il ribaltone progressista nel collegio cardinalizio.
Esso infatti nel 2013 non era affatto “progressista” ed elesse Bergoglio solo perché si fece credere che fosse in continuità con Benedetto XVI e Giovanni Paolo II. Non a caso poi, al recente Sinodo, Bergoglio è andato clamorosamente in minoranza.
Dunque sta arrivando il ribaltone per il futuro Conclave?

Antonio Socci

Da “Libero”, 21 dicembre 2014
Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

Saturday 20 December 2014

Quel "no" di donne

Centocinquanta donne irachene, alcune delle quali incinte, sono state uccise dall’Isis per essersi rifiutate di sposare i miliziani cui erano destinate. La notizia, data dal Ministero iracheno per i diritti umani e riportata due giorni fa anche su questo giornale, non ha avuto grande eco mediatico - l’eccesso di orrore finisce col generare una assuefatta indifferenza.

La strage è avvenuta nella regione di Falluja, e le vittime sono state sepolte in fosse comuni nei pressi di quella città. «Di cosa vi stupite? Questa gente è capace di ogni atrocità», ha commentato il vescovo ausiliare per i caldei di Baghdad, monsignor Warduni, interpellato da "Avvenire". Dunque non c’è da meravigliarsi della atroce sorte di queste centocinquanta giovani donne, molte delle quali yazide, che, rapite alle loro famiglie e messe sull’ignobile mercato che commercia le persone come bestie, hanno preferito farsi ammazzare piuttosto che consegnarsi a una vita da schiave. Perfino, fra loro, ce ne erano di incinte: ma tanto intollerabile doveva apparire l’inevitabile destino che anche queste hanno giudicato preferibile l’ultima libertà che è data all’uomo, quella di morire piuttosto che cedere all’ingiustizia.

E la storia di questo massacro passato nel silenzio potrebbe lasciare i pochi che ne leggeranno semplicemente nel più cupo sconforto. E tuttavia, nel grido muto che sale da quelle fosse, nello strazio di una esecuzione barbarica che forse non passerà - neanche come eco indignata - sulle nostre tv, viene da osservare un particolare non irrilevante: la violenza cieca dei jihadisti questa volta ha avuto una risposta, impotente certo, anzi come da martiri, da parte di centocinquanta donne e ragazze, e future madri con un figlio in grembo. Dopo mesi vissuti nel regno della ferocia, tra omicidi e decapitazioni, queste sconosciute irachene non hanno potuto sopportare di essere arruolate nell’esercito del male: come "spose" coatte, come produttrici di figli da consegnare a loro volta alla macchina di crudeltà cieca che è lo Stato islamico del nuovo "califfo". Hanno detto di no, preferendo la morte.

Può apparire la vittoria del male questa ecatombe, questo nulla che si alza dalle periferie polverose di Falluja. Tuttavia, se quelle donne e i loro figli in grembo sono morti, proprio dal silenzio dalle fosse in cui giacciono si leva un segno che dovremmo riconoscere: il germe di una rivolta, impotente certo, disperata, e però anche un fiero "no" a tanto male.

Perché va contro la umana natura che una donna che aspetta un bambino scelga di lasciarsi ammazzare, piuttosto che assoggettarsi e però vivere, e dare alla luce il figlio; ma evidentemente la bestialità vista, subita, appresa da quelle irachene supera perfino l’istinto di sopravvivenza.

Ha una intensità da tragedia greca questa misconosciuta carneficina; ma reca in sé forse, come un povero, indifeso seme, il germe di un principio di rivolta. La ribellione delle donne agli uomini del loro stesso popolo, accecati nelle fila di un fanatismo sanguinario. La ribellione delle madri, che non tollerano di mettere alla luce figli, perché siano divorati da un mondo spietato.

La ecatombe delle donne e delle madri di Falluja somiglia a un martirio, che si erge contro il non-umano: morire, ma non lasciarsi ridurre a cose, oggetto di piacere, produttrici di nuove donne da usare, di nuovi uomini da arruolare in una tenebrosa guerra. Giacciono senza un nome, eppure le vittime di Falluja testimoniano una petrosa resistenza alla violenza. Meglio la morte, che vivere nel regno del male. (Dove poi "morte", per quelle donne, significa probabilmente il tornare da un Dio che non è quello, terribile, della "guerra santa"; sta per l’affidarsi all’abbraccio di un Dio amante della vita, e non della morte).

Saturday 20 December 2014 08:25

Non profit e scandali, una riforma anti-giungla

Le recenti indagini su Mafia Capitale ripropongono una tematica già vista. Gli scandali toccano soggetti non profit (cooperative sociali, fondazioni e associazioni) che abusano della veste giuridica, che fa presumere finalità non lucrative, per compiere atti ed operazioni illecite portando vantaggi diretti agli amministratori e ai soci occulti. Se guardiamo nell’"archivio reati" del Paese possiamo ricordare centinaia di scaldali fiscali, di abuso nella raccolta fondi (ricordiamo la missione Arcobaleno, o gli interventi umanitari per vari eventi sismici, ad esempio) e di distrazioni di risorse. A questo punto c’è da chiedersi se tutto ciò rientra nella statistica che riguarda una minoranza di soggetti delinquenti, come avviene anche nel settore delle imprese e della Pubblica Amministrazione, o se invece il fenomeno è indotto anche da una carenza di attenzione da parte del legislatore e dei regolatori all’attività del mondo cooperativo e del Terzo Settore.

Controlli meno efficaci

Non possiamo non partire dalla considerazione che gli enti non profit sono aziende, cioè organizzazioni di beni e persone che svolgono un’attività istituzionale con contenuti anche economici, svolta senza finalità lucrative. Come le altre aziende (imprese ed enti pubblici) per garantire il perseguimento delle proprie finalità devono gestire le risorse, sempre scarse, in modo efficace ed efficiente e dotarsi di adeguati sistemi di governance che garantiscano il perseguimento e il rispetto del fine dell’ente. A differenza delle imprese – dove prevalgono gli interessi "proprietari" che si fanno carico della gestione e ne indirizzano gli atti e le finalità – negli enti non profit manca questa figura definita di "titolarità della gestione": la gestione è demandata a una governance affidata agli amministratori che non hanno il controllo diretto dei portatori del capitale di rischio, come invece avviene nelle imprese. Negli enti non profit si ha quindi per natura un sistema di controllo meno efficace rispetto alle imprese. Ciò avviene anche rispetto alla Pubblica Amministrazione, ove non esistono interessi proprietari ma c’è comunque una normativa di settore molto pregnante e definita che garantisce il perseguimento del fine dell’ente, senza dimenticare la presenza di controlli da parte della Corte dei Conti che ha poteri di intervento con sanzioni sia civili che penali. Questa situazione di fatto e di diritto consente più facilmente a soggetti spregiudicati di "impossessarsi" della gestione dell’ente anche a vantaggio di interessi propri o di terzi e comunque non leciti.

Il rischio di una «giungla»

La natura peculiare del soggetto non profit evidenzia una debolezza strutturale che non è stata nel tempo colmata con adeguate misure normative, volte a garantire la correttezza dei comportamenti degli enti pur in presenza di una crescita continua e tumultuosa delle dimensioni del Terzo Settore. Ci si è limitati cioè a ritenere che la natura ideale, umanitaria, sociale del settore inducesse di per sé comportamenti etici, senza necessità di introdurre misure cautelari specifiche. Al riguardo basti pensare che le norme civilistiche fondamentali fissate dal libro primo del codice civile agli art.14/47 sono estremamente scarse e ad esempio non prevedono nemmeno l’obbligo della redazione del bilancio né l’adeguatezza minima di patrimonio degli enti; anche le regole di governance sono estremamente limitate e non è previsto l’obbligo di controlli esterni sulla gestione.

Lo sviluppo del settore a dire il vero è stato accompagnato anche da normative speciali che hanno supplito alla carenza civilistica introducendo norme settoriali per le organizzazioni di volontariato, le cooperative sociali, le Ong, le onlus, le imprese sociali ecc. che hanno via via introdotto anche norme attinenti il controllo e la rendicontazione degli enti. La norma fiscale poi, in ragione dell’abuso che nel tempo si è fatto dello strumento giuridico non profit, ha anch’essa supplito stabilendo regole di governance e di rendicontazione a garanzia dell’effettiva attività non lucrativa svolta dagli enti. Ad oggi possiamo però comunque affermare che il settore è una "giungla" o una "galassia" che dir si voglia di norme non coordinate e organiche che lasciano spazio comunque a comportamenti anche non corretti senza specifiche previsioni di cautele regolamentari.

I «tasselli» necessari per una riforma

Da anni si parla della necessità di trasparenza degli enti e si richiede la redazione di bilanci e relazioni degli amministratori chiari e leggibili, ma è ancora radicata nel settore la tendenza alla riservatezza, spesso giustificata da esigenze di tutelare il perseguimento delle finalità dell’ente, ma che anche lascia spazio ad abusi non controllabili. Non esistono poi registri ufficiali, come per le imprese con il Registro delle Imprese tenuto dalle Camere di Commercio, ove attingere informazioni essenziali sull’ente, sugli organi sociali e sui rendiconti; coesistono invece vari registri regionali, provinciali e nazionali scoordinati e con informazioni parziali. È ormai una "litania" recitata da tempo e da tutti quella di richiedere la revisione del libro primo del codice civile e di uniformare e semplificare le norme fiscali del Terzo Settore. Ora la riforma del Terzo Settore proposta da Renzi sembra aprire la strada ad una riforma organica, che si augura possa arrivare in porto entro il 2016. Gli obiettivi che si propone il disegno di legge delega sono validi e coerenti con le esigenze del Terzo Settore e dovranno tenere conto della natura peculiare degli enti sopra brevemente indicata e quindi sopperire ai limiti genetici dei soggetti del Terzo Settore. C’è da augurarsi che sia portata avanti una riforma a tutto campo e che includa tutti i soggetti non profit, partiti politici e sindacati inclusi. Facendo riferimento alla vicenda romana cerchiamo di evidenziare alcuni "tasselli" che dovrebbero essere ordinati per rendere incisiva la normativa per il Terzo Settore.

Bilanci chiari, trasparenti e pubblici

L’obbligo della rendicontazione economica finanziaria e patrimoniale andrebbe esteso a tutti i soggetti non profit. Le regole essenziali di rendicontazione sono già state emanate dall’Agenzia per il Terzo Settore e si possono trovare sul sito della stessa agenzia presso il ministero del Welfare. Si tratta non di una norma obbligatoria, bensì di un atto di indirizzo che sta gradualmente avendo applicazione nella maggior parte degli enti. Occorrerà renderlo obbligatorio e richiederne la pubblicazione su un unico registro nazionale come avviene per le imprese. L’informativa di bilancio è differenziata in relazione alla dimensione degli enti anche per non gravare di costi gli enti minori. Nella redazione dei bilanci gli enti non profit non possono fare riferimento, come taluni fanno, alle norme delle imprese (art.2423 e seguenti cod. civ.), in quanto nelle imprese il perseguimento della finalità di reddito orienta tutta la struttura del bilancio; la finalità non lucrativa dell’ente richiede invece l’adozione di schemi appositamente costruiti, che diano anche informazioni sulla missione svolta e sui risultati sociali che non possono essere espressi solo dai numeri di bilancio. Gli enti dovranno, ciascuno in relazione alla propria attività, dare informative di missione specifiche con adeguati indicatori di risultato che diano conto dell’attività sociale effettivamente svolta. Dovrà anche essere prevista una norma a tutela e garanzia del patrimonio dell’ente che stabilisca l’entità minima del patrimonio aziendale nei vari casi operativi e siano previste norme di intervento degli amministratori e dei revisori in caso che venga meno l’entità minima del patrimonio aziendale cosi come avviene per le imprese allorquando conseguano perdite che intacchino il patrimonio netto (art.2446 e seguenti cod.civ.). Tale norma eviterebbe situazioni di dissesto aziendale consentendo interventi tempestivi in caso di crisi.

L’informativa sulla governance

La presenza di interessi proprietari portatori di capitale di rischio è fondamentale per chi entra in rapporto con le imprese ai fini della valutazione del rischio di intrattenere relazioni con tali soggetti imprenditoriali. Non è così negli enti non profit caratterizzati, come si è detto sopra, da varie tipologie poco regolamentate che hanno come riferimento normativo principalmente le norme statutarie interne e generalmente poco note ai terzi. Da qui la necessità che in modo sintetico possa apparire in un registro nazionale accessibile a tutti una breve descrizione della governance e dei soggetti responsabili della gestione; sarà così possibile risalire alle persone rappresentative dell’ente, rendendo possibile la valutazione del loro profilo e della loro affidabilità.

Gli strumenti di controllo esterni

Nel tentativo di individuare i tasselli per rendere più efficaci le norme sul Terzo settore, sarà anche necessario che si prevedano forme di controllo esterno (revisore unico o collegio di revisori) con la presenza di professionisti indipendenti che garantiscano la regolarità della gestione sia sul piano della governance che della rendicontazione. Si può in sostanza mutuare il sistema di controllo adottato nelle società di capitali con il collegio sindacale. A questo proposito, proprio con riferimento alla vicenda romana, che ha coinvolto soprattutto società cooperative, occorrerebbe anche mettere mano al sistema di controllo in essere nel mondo cooperativo, ove le verifiche di regolarità sono affidate o al ministero del Welfare o alle Centrali Cooperative che garantiscono la regolarità dei soggetti iscritti nelle loro liste. È questo un controllo molto a distanza, spesso delegato e comunque quasi sempre tardivo rispetto ad eventi gravi quali irregolarità o crisi aziendale. Non è forse giunto il momento di soprassedere a questo sistema di controllo centralizzato e dare credito alla capacità professionale di revisori esterni che, responsabilizzati e formati con specifico riferimento al settore cooperativo, rispondano della legalità e del corretto comportamento degli enti cooperativi stessi? Non c’è dubbio che questo sia un passaggio difficile che troverebbe ostacoli vari di natura politica e organizzativa, ma che forse graduato e programmato con altri interventi potrebbe meglio garantire la regolarità dei soggetti stessi. Naturalmente nel collegio dei revisori o nei collegi sindacali degli enti dovranno essere nominati soggetti indipendenti senza conflitto di interessi con l’ente da loro controllato, ed anche adeguatamente remunerati. Negli enti di maggiori dimensioni sarebbe anche utile affidare il controllo contabile a società di revisione lasciando al collegio dei revisori i compiti di controllo sulla gestione e sulla governance. Proprio ai fini di prevenire i reati penali che sono stati oggetto di Mafia Capitale può essere utile estendere anche agli enti riconosciuti e non, le previsione del Dlgs 231/2001 che si pone l’obiettivo di prevenire il compimento di reati di vario tipo (relativi alla legislazione sul lavoro, alla tutela dell’ambiente, alla corruzione rispetto alla Pubblica Amministrazione e alla corruzione fra privati) con la costituzione di apposito Organismo di Vigilanza che, effettuata una mappatura specifica dei rischi aziendali di compimento di reati, vigili e intervenga sull’organizzazione dell’ente al fine di prevenire i rischi relativi. Per semplificare comunque gli adempimenti e comunque ridurre i costi aziendali, tali compiti potrebbero essere assegnati al collegio dei revisori. Tutto ciò implica comunque un grande sforzo di formazione da parte degli ordini professionali (Dottori Commercialisti e Avvocati) e occorrerà altresì che sia diffuso e condiviso da tutti la necessità di aprire le porte degli enti a soggetti esterni, indipendenti che pongano l’etica professionale alla base della loro attività.

Un regolatore del settore

Con riferimento alla vicenda romana, molti commentatori hanno ricordato che, forse, la presenza di un ente regolatore del sistema del mondo non profit potrebbe servire a prevenire queste forme di reati. Il legislatore già si è espresso nella logica della spending review abolendo l’Agenzia per il Terzo Settore, soggetto indipendente, e attribuendo le funzioni al ministero del Welfare, soggetto pubblico. Si ritiene che tale abolizione sia stata affrettata in quanto l’Agenzia costituita nel 2001 cominciava ad emanare atti di indirizzo importanti per regolamentare il settore: si pensi alle norme sui bilanci di esercizio e di missione, alle regole sulla raccolta fondi e sulle adozioni a distanza; aveva cominciato a studiare l’unificazione dei registri ed ha svolto nel tempo una funzione di controllo avvalendosi anche della collaborazione della Guardia di Finanza. Non c’è dubbio che data la peculiarità del settore e la scarsità di norme regolamentari l’organo di indirizzo e di controllo potrebbe svolgere una funzione utile anche a prevenire il compimento di reati. Naturalmente tale Autority dovrebbe avere la possibilità di avvalersi in modo autonomo dell’azione della Guardia di Finanza e dovrebbero esserle attribuite potestà sanzionatorie. La riforma Renzi in discussione alla Camera prevede una sorta di organismo che agisca sotto la diretta competenza della Presidenza del Consiglio. Occorrerà trovare una formula organizzativa idonea, non costosa ma efficace, per interventi mirati a potenziare il settore e anche a prevenire gli abusi e i reati.

Pubblica amministrazione forte e professionale

Nelle vicende romane è emersa la fragilità della capacità di indirizzo e di controllo da parte della Pubblica Amministrazione che stipula convenzioni e paga i servizi degli enti del Terzo Settore. Non è possibile che l’organizzazione e il sistema del controllo interno della Pubblica Amministrazione consenta a pochi soggetti dipendenti pubblici potestà di decisioni e di pagamento non coerenti con le convenzioni necessarie per attivare soggetti di Terzo settore. Anche qui occorre fare uno sforzo organizzativo per sviluppare forme forti di controllo interno, ed anche uno sforzo formativo per far sì che i pubblici dipendenti siano in grado di valutare l’attività degli enti con cui stipulano convenzioni giudicando specifici indicatori di risultato che non si leggono nei numeri di bilancio, ma che vanno descritti caso per caso evidenziando e misurando in modo oggettivo i vantaggi sociali ottenuti con la convenzione.

L’etica a ogni livello

I reati dei "colletti bianchi" non riguardano solo le imprese, ma ormai si sono trasferiti in modo diffuso sia alla Pubblica Amministrazione che al Terzo Settore. Non c’è dubbio che innanzitutto la prevenzione dei reati debba partire da una diffusione a tutti i livelli dell’etica dei comportamenti ma, vista la situazione contingente, occorrerà anche introdurre forme di regolamentazione per il Terzo Settore che accompagnino le norme etiche. I tasselli sopra individuati possono risultare in parte teorici e possono palesare il rischio di rendere "barocche" le organizzazioni di settore. In realtà ormai proprio la dimensione raggiunta dal Terzo Settore e le prospettive del suo sviluppo esigono di uscire da un sistema artigianale e riservato quale è quello attuale: occorre che il sistema si apra a nuove formule, mutuando anche ciò che di buono si ritrova nelle imprese. In sostanza si tratta di sviluppare anche per gli enti le regole del "buon padre di famiglia" che richiedono un’attenzione alla buona amministrazione aziendale, alla regolarità della gestione e all’efficacia ed efficienza della stessa, per garantire la continuità aziendale ed allontanare il rischio di compimento di reati.

Saturday 20 December 2014 08:25

Ma a otto anni il genere è gioco

​Una bambina di otto anni ha il diritto di giocare a tutto quello che vuole. Può vestirsi da maschio e da femmina. Può mettersi il rossetto e le scarpe col tacco. O anche la giacca e la cravatta di papà. Ma è fondamentale che tutto questo sia fatto con lo stile del gioco, del "facciamo finta che". La figlia di Brad Pitt e Angelina Jolie di cui ieri hanno parlato tutti i media del mondo, sembra invece che voglia fare le cose non per gioco, ma sul serio.

Si veste da uomo e afferma che lei vuole diventare grande vivendo da maschio e non da femmina. Sembra anche che i genitori siano d’accordo e non utilizzino nemmeno un po’ di pensiero critico, oltre che di sano buon senso genitoriale, per proporre alla propria bambina di poter essere, almeno in questa fase della propria vita, "una, nessuna e centomila" giusto per citare Pirandello. Insomma le hanno dato il permesso totale di poter vivere, alla sua giovane età, da maschio pur essendo dotata di un corpo da femmina.

Forse siamo al limite del paradosso. Forse dovremmo riflettere sul fatto che non si può usare un bambino per trasformarlo in una bandiera a sostegno di questa o quella ideologia. I bambini sono bambini: come tali vanno cresciuti, protetti e sostenuti. C’è un periodo della vita in cui si deve giocare: è l’infanzia. Stabilizzare l’identità è un compito dell’adultità e può avvenire solo dopo aver attraversato l’adolescenza, la fase del ciclo di vita in cui le grandi questioni della vita, compresa quella dell’orientamento sessuale, devono essere affrontate non in modo ideologico, ma all’interno di un percorso di ricerca e di lavoro su se stessi. Vale per gli eterosessuali così come per gli omosessuali

In questo momento si fa un grande parlare di teoria del gender. Ma credo che si sia generato più di un equivoco intorno a questo tema. I nostri figli hanno davvero bisogno di crescere con una buona educazione che li aiuti a vincere gli stereotipi di genere. Ma questo significa prima di tutto aiutare i nostri figli maschi a non crescere con il falso mito dell’uomo macho che non deve chiedere mai e che non può piangere per non essere considerato "debole come una femmina".

Anche le nostre figlie hanno bisogno di un’educazione all’identità di genere, perché altrimenti, in questo mondo dominato dal mercato, rischiano di giocarsi la costruzione della loro identità solo sul bisogno di apparire sexy e seducenti di essere considerate un corpo e non un essere umano. Così ha affermato anche l’associazione degli psicologi Americani nel proprio report contro la sessualizzazione precoce delle bambine e delle ragazze.

Sono queste le educazioni di genere di cui i nostri figli non possono proprio fare a meno. E di cui sempre più, noi adulti, ci dimentichiamo, confusi da celebrità "glamour e globali" che forse nemmeno hanno considerato che la vera libertà per una bambina di otto anni non è quella di seguire quello che forse è il semplice bisogno narcisistico di apparire differente da tutti gli altri. Qualcosa che i nostri nonni avrebbero chiamato capriccio. E avrebbero trattato come tale.  Ben lontani dall’affermare che si trattasse di un diritto inalienabile. Perché – figli di star oppure figli di gente normale come tutti noi – i nostri bambini a otto anni hanno solo il diritto di essere bambini. E hanno anche il diritto di avere al proprio fianco adulti intelligenti e competenti che ben sanno che a otto anni è meglio non "cristallizzare" per sempre l’identità di un bambino. Tanto meno un’identità di genere differente da quella che si è ricevuta in dono al momento della nascita.

Saturday 20 December 2014 08:16

Auguri di Natale con Asia Bibi

Cari amici, cari “naviganti”, insieme agli auguri di Buon Natale vi invito a leggere questa bella intervista che Paolo Affatato è riuscito a fare ad Asia Bibi e che potete trovare su Vatican Insider.

Colpisce la fede semplice di questa madre di famiglia pakistana ingiustamente accusata sulla base della legge antiblasfemia, che da cinque anni è in carcere ed è stata condannata a morte.

Al Papa chiede preghiere (non appelli pubblici) e a Dio – oltre alla libertà e al poter essere restituita alla sua famiglia – chiede anche di perdonare coloro che strumentalizzano il suo nome.

Le sue parole mi hanno fatto venire in mente quelle, altrettanto autentiche, semplici e profonde, del sacerdote albanese che ha passato 27 anni nelle carceri del regime comunista, e che lo scorso settembre ha offerto la sua commovente testimonianza a Papa Francesco, facendolo piangere. Non un accento di odio né di risentimento. Ascoltando il suo racconto e leggendo ora quello di Asia Bibi, si percepisce come Gesù sia vicino ai martiri e li conforti.

Saturday 20 December 2014 07:51

Fare in fretta perché chi inquina paghi

Chi inquina non paga. Bussi come Casale Monferrato. Ancora
assoluzioni, ancora, soprattutto, prescrizioni. Troppi anni per giungere a una sentenza, troppo difficile dimostrare le responsabilità, troppo basse le pene previste, troppo brevi i tempi di prescrizione. Il risultato è, appunto, che chi inquina non paga. Per l’amianto e per la più grande discarica illegale d’Europa, più di 25 ettari, mezzo milione di tonnellate di veleni. Ancora prima per tanti processi nella 'terra dei fuochi' o per le interminabili emergenze rifiuti in Campania. E, sempre ieri, per la Marlane, la 'fabbrica della morte' di Praia a Mare in Calabria. E questo avviene mentre da dieci mesi è bloccato al Senato un provvedimento che impedirebbe questi incredibili e ingiusti risultati processuali.

Una vera vergogna per la Giustizia, quella con la G maiuscola, quella che deve non solo scoprire e colpire i responsabili, ma soprattutto dire con chiarezza che non può esistere un’impunità, in particolare quando quello che è in gioco è la vita delle persone. Lo era per la vicenda Eternit col suo fiume di morti. Lo è per la vicenda Bussi che ha visto un fiume, il Pescara, riempirsi di mortiferi veleni. E invece nessun colpevole, anche se i responsabili sono chiarissimi. Anche se gli effetti sono davanti agli occhi di tutti: quell’enorme discarica piena di sostanze pericolose, riempita illegalmente e gestita illegalmente, come scoprirono nel 2007 i bravi investigatori del Corpo forestale dello Stato. Inchiesta difficile e processo ancor più complesso, come tanti in materia ambientale fatti a colpi di consulenze. E intanto il tempo scorre, lentamente ma inesorabilmente, come il pestilenziale percolato della discarica. Il tutto favorito da norme vecchie, non adatte all’evoluzione dei comportamenti illeciti. 

Spesso imprecise, di difficile dimostrazione. Perché non esistono ancora veri reati ambientali, i cosiddetti 'ecoreati'. Chi inquina oggi corre il rischio al massimo di incappare in una contravvenzione, poco più che per un divieto di sosta. E così i magistrati provano ad applicare altre norme come l’avvelenamento delle acque, reato più legato al settore alimentare che a quello ambientale. Ma, come nel caso di Bussi, l’obiettivo è difficilissimo da raggiungere. Non meno difficile è dimostrare il disastro ambientale. In particolare quello doloso, cioè volontario. Un reato che è frutto più dell’interpretazione dei magistrati che di una precisa norma. «È come il concorso esterno in associazione mafiosa», ci spiegava ieri Aldo De Chiara, a lungo a capo del pool reati ambientali della Procura di Napoli. E allora succede spesso che, come nel caso abruzzese, la Corte derubrica il reato da doloso a colposo. E qui cade la mannaia della prescrizione che scatta per questo tipo di reato dopo 7 anni e mezzo. Bussi ci cade in pieno e i giudici non hanno potuto fare altro che applicarla. Insomma, reati inefficaci e prescrizione breve, un terribile connubio. 

Al punto che il 70-80% dei processi di questi tipo finiscono prescritti. Proprio su questo vuole intervenire il disegno di legge approvato quasi all’unanimità a febbraio alla Camera e fermo ancora oggi in un 'balletto' tra commissione Ambiente e Giustizia del Senato, bloccato soprattutto dalle pressioni delle lobby industriali che lo considerano eccessivo. Ma anche evidentemente dalla sottovalutazione dei senatori dell’urgenza della sua approvazione. Col risultato che nessuno paga. Mentre il provvedimento fermo a Palazzo Madama, introducendo finalmente i reati ambientali nel Codice penale, aumentando le pene e raddoppiando di fatto i termini di prescrizione, permetterebbe finalmente di far pagare chi inquina. Pochi giorni fa 25 associazioni ambientaliste, del mondo agricolo e del volontariato, hanno presentato un appello al Senato per un rapida approvazione. Il ministro della Giustizia, Andrea Orlando conferma ad Avvenire «l’impegno del governo a sollecitare le commissioni». E allora lo si approvi davvero e in fretta. Senza ulteriori rinvii, senza scuse e nuovi distinguo, senza inscusabili dilazioni. Che ora più che mai non avrebbero alcun motivo di proseguire. Perché finalmente chi inquina paghi. Per evitare che ancora una volta la giustizia finisca in discarica.

Friday 19 December 2014

Di chi è Internet? Di pochi con molto potere

​Chi comanda su Internet? Fateci caso, pur usando il web quasi ogni giorno – e molti di noi, più volte al giorno – non ci facciamo quasi mai questa domanda. Uno dei motivi del nostro disinteresse è legato al fatto che, abituati come siamo a trovare sul web molte cose gratis, pensiamo che la Rete sia di tutti. Una specie di "servizio pubblico".
In realtà il web è dominato da una serie di colossi che hanno nelle prime posizioni Google, Amazon, Facebook e tutte le aziende da loro controllate (Instagram, WhatsApp eccetera). In prima fila ci sono anche quattro colossi cinesi come Alibaba, Tencent, Baidu e JD.com.
Ciò che ci interessa qui, però, non è la guerra commerciale in atto tra l’America e l’Asia per dominare il web, ma quali ricadute possa avere tutto questo sulle nostre vite.

Anche tenendo buona la tesi del sociologo Frédéric Martel, secondo la quale non esiste più un solo Internet ma più Internet "locali" (in Cina, per esempio, non usano Twitter ma Weibo e così accade in Russia e nei Paesi Arabi con altri social) resta forte e urgente un problema di libertà. E con esso la nostra domanda iniziale: chi comanda su Internet? Aspettate a spaventarvi. Non vi faremo una lunga lista di nomi e numeri. Benché possa esservi d’aiuto sapere che Google controlla il 55% della pubblicità web e quest’anno, nella sola Italia, fatturerà un miliardo e 100 milioni di euro.

Ciò che ci interessa è capire come si stanno comportando i colossi del web.

Qualche giorno fa, Google ha deciso di chiudere in Spagna il servizio Google News. Un atto di protesta contro una nuova legge spagnola sul copyright che impone, dal 1° gennaio 2015, a tutti gli editori di chiedere un contributo a chi usa i loro contenuti sul web. Il primo pensiero di molti italiani è stato: vabbè, non è certo una tragedia.

Errore. Partiamo dai dati. In poche ore dallo stop del servizio, i siti web dei media spagnoli hanno registrato un crollo a due cifre del traffico web. I più fortunati hanno perso il 10% dei lettori, i meno fortunati oltre il 15%.

È bastato un "clic" di Google e sono spariti dalla vista di molti lettori. Così come recentemente con un "clic" Amazon ha chiuso i rapporti con San Marino e Facebook ha penalizzato molti concorrenti.

Cresciuti nell’era dell’anarchia di Internet, dove il web era un’enorme prateria libera, queste aziende si ritrovano ora nelle mani un potere enorme che impatta direttamente con la vita di tutti, spagnoli e non.
Potete pensare che sia fantascienza, ma fra pochi mesi – visto che è in lite con gli editori europei – Google potrebbe spegnere tutti i servizi Google News, togliendo ai media il 10-15% di traffico. Cioè di visibilità. E in potenza, potrebbe perfino decidere di penalizzare (e persino far sparire) i contenuti dei media nelle ricerche del suo potentissimo motore. Basterebbe un "clic" e questo e milioni di altri articoli sparirebbero.

Perché Internet, da tempo, non è più il regno di tutti. Ma un territorio estremamente proficuo controllato da pochi. Pensiamoci la prossima volta che ci verrà da pensare che sia tutto gratis. E cominciamo a ragionarci su.

Friday 19 December 2014 07:45

Un «dono» al mercato

Un embrione umano non può mai essere utilizzato a fini industriali o commerciali. Questo è stato ribadito ieri dalla Corte di giustizia europea, che ha chiarito il criterio in base al quale stabilire quando un organismo si può definire "embrione umano": deve avere «capacità intrinseca di svilupparsi in un essere umano».

In sé la questione è chiara: in base alle normative Ue, non è possibile brevettare l’uso di embrioni a fini commerciali o industriali. La sentenza Brüstle del 2011, emessa sempre dalla Corte di giustizia Ue, includeva nella definizione di embrione anche ovociti sviluppati per partenogenesi, cioè non fecondati ma capaci di svilupparsi a seguito di manipolazioni chimiche ed elettriche. Appellandosi a questa sentenza, l’ufficio brevetti inglese aveva respinto due richieste dell’azienda americana International Stem Cell Corporation (Isco), che riguardavano metodi di produzione di materiale biologico da ovociti sviluppatisi per partenogenesi (i cosiddetti "partenòti"): poiché gli ovociti così trattati erano esplicitamente considerati embrioni umani dalla sentenza Brüstle, non si poteva brevettare una procedura che ne prevedesse l’uso.

La Isco ha avviato un contenzioso sostenendo che, alla luce delle più recenti conoscenze scientifiche, questi ovociti non potrebbero mai diventare un essere umano, perché contengono solamente il Dna materno, e mancano totalmente di quello paterno. La stessa Isco ha anche modificato la sua domanda di brevetto, per escludere qualsiasi manipolazione aggiuntiva di tipo genetico che potesse anche solo in linea di principio portare allo sviluppo di un essere umano.
La Corte Ue non risolve contenziosi nazionali, ma con la sentenza ha chiarito l’interpretazione della norma per tutti gli Stati membri, esplicitando la definizione di "embrione umano". E con una nota a margine ha precisato la conseguenza dell’applicazione di quel criterio: «Pertanto – si legge – le utilizzazioni di un organismo del genere a fini industriali o commerciali possono essere, in linea di principio, oggetto di brevetto». Cioè, se si esclude che un ovocita attivato per partenogenesi sia un embrione – e questo lo stabilirà il giudice inglese –, allora la Isco potrà fare domanda di brevetto.

Ma qui la storia non finisce: piuttosto, comincia. Innanzitutto la normativa distingue fra "scoperta", che non può essere brevettata, e "invenzione", che invece può esserlo, perché implica l’intervento dell’ingegno umano. Quindi, per esempio, organi, cellule e parti del corpo così come si presentano naturalmente non possono essere brevettati – e quindi un ovocita umano in quanto tale non può essere brevettato.

Ma possono esserlo le procedure di isolamento, manipolazione o ricostruzione, e quindi, per esempio, potrebbero esserlo i trattamenti degli ovociti che la Isco vuole registrare, e i prodotti che ne seguono. Ed ecco le domande. La prima: fino a che punto è lecita la manipolazione di parti del corpo umano, specie – ma non solo – se a fini commerciali? La seconda: in che modo procurarsi le parti del corpo umano da trattare? Alla prima risponde la normativa quando vieta la brevettabilità nei casi contrari all’ordine pubblico o al buon costume: si riconosce cioè il fatto che trarre profitto da un’attività non è sempre lecito, e si dà spazio a valutazioni di tipo etico, che però non sempre hanno risposte chiare, specie quando sono coinvolte cellule particolari, quali i gameti.

Come valutare, ad esempio, una procedura per sintetizzare gameti artificiali, cioè per generare in laboratorio spermatozoi e ovociti a partire da altre cellule? E un futuro "utero artificiale" potrà essere brevettato come un modello particolare di incubatrice? La seconda domanda si pone da decenni, in particolare per gli ovociti, ma può essere estesa ad altro: è lecito commerciare parti del corpo umano, anche se è il proprio?

L’esperienza – ma innanzitutto il buon senso – ci dice che le donne non si sottopongono gratis a trattamenti ormonali e a interventi chirurgici per produrre tanti ovociti da regalare alla ricerca. Lo fanno solo se ben pagate. Ma brevettare una tecnica come quella della Isco significa proporre un’attività commerciale basata sulla produzione e la cessione di ovociti da parte delle donne. Si vorrà mascherare ipocritamente tutto questo con la parola "donazione"? E poi, di che parleremo: della "donazione" del corpo umano al mercato?

Friday 19 December 2014 04:00

Il pendolo di Bergoglio, tra capitalismo e rivoluzione

Marxista, liberista, peronista. Gli hanno applicato le etichette più disparate. I contrastanti giudizi dell'Acton Institute e degli "Amici di papa Francesco"

Thursday 18 December 2014

Lo sviluppo della dottrina

In un articolo su Vatican Insider dedicato agli sviluppi della dottrina sulla famiglia, ho citato uno scritto di Gianni Gennari, il quale faceva notare per l’appunto come vi si stato uno sviluppo, ad esempio in materia di quelli che vengono chiamati i «metodi naturali» che prevedono la continenza periodica nei periodi fecondi della donna al fine di evitare la gravidanza. Viste le molte reazioni – talune scandalizzate – da parte di alcuni difensori della «sacra dottrina», secondo i quali tutto è sempre stato immutabile e immutato ab origine, mi permetto di citare qualche ulteriore riferimento, come contributo al dibattito.

Il 16 marzo 1936, dopo aver discusso a lungo, il Sant’Uffizio – e il Prefetto allora era il Papa – aveva confermato il giudizio contrario alla divulgazione del metodo Ogino-Knaus, per evitare «che anche negli ambienti cattolici si faccia strada la concezione materialistica della vita, visto che anche la Chiesa ammette un controllo delle nascite». Anche se l’enciclica Casti connubi accennava alla al fatto che nulla ostava ai rapporti sessuali nei periodi infecondi, Pio XI non aveva affrontato il tema della possibile metodica e intenzionale regolazione delle nascite. Se invece avesse inteso farlo, non si capisce per quale motivo il Sant’Uffizio in sua presenza ribadì che il metodo della continenza periodica e lo studio dei periodi fertili della donna non dovesse essere divulgato tra i fedeli, come invece accadeva negli Stati Uniti in quel periodo. L’assemblea della Feria IV e V, cui prese parte lo stesso Pio XI, confermò il giudizio della Feria II di condanna della circolazione pubblica di informazioni sull’astinenza periodica. Rifacendosi a una sentenza della Penitenzieria del 1880, senza che venissero introdotti cambiamenti, si ricordava che il metodo poteva essere suggerito solo in confessionale ma come «rimedio al peccato mortale di Onan», ricorda Lucia Pozzi, che ha ricostruito in un documentato saggio l’intera vicenda («Vaticano e controllo delle nascite: l’evoluzione della famiglia negli Stati Uniti degli anni Trenta», in «Storia e futuro», n. 27, novembre 2011).

Il significativo cambiamento venne sancito il 29 ottobre 1951, in un discorso rivolto all’Unione cattolica italiana delle ostetriche, nel quale Pio XII approvò pubblicamente l’astinenza periodica a fini contraccettivi, dicendo che «l’osservanza dei tempi infecondi può essere lecita sotto l’aspetto morale». Cosa che non era mai stata affermata prima. «Quindici anni dopo la discussione nel Sant’Uffizio sul caso statunitense – scrive Lucia Pozzi – con il discorso di Pio XII, la Chiesa cattolica introduceva un sostanziale cambiamento nella dottrina sul matrimonio: l’accettazione dell’idea del controllo delle nascite».

A conferma di quanto riferito nel suo scritto da Gianni Gennari, riporto un passaggio della deposizione di padre Virginio Rotondi agli atti della causa di beatificazione di Pio XII (Summarium dei testi, p. 245), rimasto inedito fino al 2007 e pubblicato nella mia biografia di Papa Pacelli (Pio XII. Un uomo sul trono di Pietro, Mondadori).

Racconta padre Rotondi: «Quanto alla “capacità di mutar parere”, io posso farne testimonianza per esperienza diretta. Ricordo, per esempio, quello che accadde quando io insistetti con lui perché rivedesse un certo decreto del S. Uffizio a proposito della liceità della “continenza periodica”. Nel primo colloquio finì male, ma dopo 15 giorni mi richiamò, mi disse di averci pensato su e mi autorizzò a scrivere un articolo su di un settimanale “mondano” (Settimana Incom). Ricordo bene il titolo: “Senza peccato gli sposi infecondi?”. Questo avveniva nel ’51. Il “ripensamento” di Pio XII diede origine al suo famoso discorso alle ostetriche, col quale si aprì la porta a quella che oggi, auspice il Concilio, si chiama “paternità responsabile”».

Questa è la testimonianza giurata agli atti della causa. Un cambiamento – e significativo – ci fu. Uno sviluppo dottrinale c’è stato in questa come in altre materie, con buona pace di coloro che affermano che tutto è sempre rimasto uguale.

Thursday 18 December 2014 09:48

Roberto Benigni e il dono ritrovato

Due ore la prima sera, due ore la seconda, senza interruzioni: quattro ore di immersione totale nel testo biblico – lunedì e martedì – dense e intense, fitte di commenti e rimandi ad altri testi perché, si sa, la Bibbia è il 'grande codice' della letteratura occidentale. Su Benigni qualcuno ha storto il naso, tic italiano automatico, così come quando il comico toscano fu accusato di aver volgarizzato la Divina Commedia (buffa accusa, visto che lo stesso Dante l’aveva voluta comporre in volgare). E ora qualcuno dirà che ha volgarizzato anche la Bibbia, che però già un santo dottore della Chiesa, aveva reso 'Vulgata'. 

Comunque sia, lo show di Benigni è stato, soprattutto nel ritmo, rutilante e vulcanico come gli altri suoi precedenti, e analizzare tutte le battute che a raffica ha offerto all’intelligenza del pubblico non è impresa facile. Tra le tante citazioni, da san Giovanni della Croce a Chesterton, da Whitman a Jan Twardowski (con onestà, ha ripetuto due volte che non tutta la farina era del suo sacco) ce n’è una, di Lacan, sulla quale è il caso di soffermarsi perché forse racchiude il senso complessivo dell’evento: «Amare è donare quello che non si ha».

Frase davvero rivelatrice: sottolinea che Benigni ha fatto della sua meditazione sull’Esodo un inno all’amore, e così ci ha voluto condurre per mano verso il mistero, che è la vera dimensione dell’amore.
In un mondo improntato al funzionalismo questa frase suona quantomai controcorrente. Rispetto alla sempre presente tentazione di controllare l’amore, irrigidirlo e schematizzarlo, Benigni prendendo in prestito qualcosa che non ha (la frase non è sua, così come la Scrittura, dono di Dio) ce la regala allegramente ricordandoci che la dimensione vertiginosa del dono è l’unica che appaga il cuore dell’uomo. Lo si è capito nel finale, quando ha ricordato la sintesi che Gesù fa del Decalogo nei due amori, verso Dio e il prossimo: è lui il modello più alto, Gesù, che non ci ha dato 'cose', ma tutto se stesso, andando oltre ogni immaginazione, forse anche oltre l’immaginazione di Dio stesso. Dio in suo Figlio ci ha dato qualcuno, cioè 'qualcosa' che non aveva, ma che era. 

Il dono è sempre esigente e pretende di essere ri-donato: questo è quello che è avvenuto, in televisione, lunedì e martedì.

Wednesday 17 December 2014

Con Gesù, anche la vecchiaia è bella

Anzitutto auguro Buon Natale agli amici lettori dei miei Blog, per informarli che sono tornato al Pime di Milano e spero di poter presto riprendere il lavoro che faccio da una vita. Vorrei raccontare in breve la mia esperienza e soprattutto comunicarvi alcune riflessioni che la malattia e la preghiera mi hanno ispirato. Com’è noto (vedi il Blog precedente), a metà ottobre sono caduto sulla scala che porta al mio ufficio, inciampando in un gradino e ho trascorso due mesi alla Clinica Columbus a Milano e nella casa di riposo dell’Istituto a Lecco. Due mesi di malattia mi hanno cambiato. A 85 anni ho iniziato la parabola discendente della vita e voglio assicurare soprattutto gli anziani che mi leggono, che anche il tramonto è bello, se si vive col Signore Gesù che in questi giorni sta rinascendo nei Presepi e nei nostri cuori. Mi spiego.

La prima verità che ho sperimentato è che la sofferenza fisica, fa rientrare l’uomo in se stesso. Noi credenti preghiamo, ma spesso (anche noi preti) facciamo una vita superficiale. Specialmente nel mondo d’oggi, così frenetico e ricco di informazioni e distrazioni, rientrare in se stessi e interrogarsi davvero sulla propria vita è difficile. Ma quando la malattia, il male fisico ti costringe quasi a isolarti dal mondo esterno, ti ritrovi con te stesso e sperimenti la tua miseria, la tua pochezza, la tua impotenza; pregando, ripensi alla tua vita e alle grandi grazie che Dio ti ha fatto, ai tuoi sbagli e peccati; allora, se preghi, capisci in modo profondo che solo Dio conta. Tutto il resto, certo va vissuto con dedizione e amore, ma passa presto.

Quando sono entrato nella “casa di riposo” del Pime a Lecco, con più di trenta missionari anziani e ammalati, il rettore padre Daniele mi ha detto: “Benvenuto in questa casa dalla quale riparte la rinascita del Pime, perché qui si prega e si soffre molto”. Le nostre sofferenze, se sono sopportate in unione alla Passione di Cristo, hanno un valore salvifico per la salvezza del mondo e la rinascita del nostro Pime, che oggi soffre per la scarsezza di vocazioni e per le crescenti difficoltà e persecuzioni in vari paesi di missione alle genti. Nell’ultima S. Messa a Lecco, ho detto ai miei confratelli: “Noi, anziani e ammalati, siamo ancora missionari in azione, con le nostre preghiere e sofferenze”. E ho raccontato di aver visitato più volte tutte le missioni che la Chiesa ha affidato al Pime e ovunque i confratelli mi hanno chiesto di dire ai missionari di Lecco di pregare e di offrire le loro sofferenze per loro.

Ecco quindi il nostro compito, il senso della nostra vita in questa benedetta casa di Lecco. Noi siamo i missionari di prima linea, perché tutto viene da Dio e la sofferenza, la debolezza fisica, l’impotenza, ci mettono in stretto contatto con Gesù che ha salvato l’umanità con la morte in Croce e la Risurrezione. Non è facile, cari amici e lettori, accettare la Croce , “con gioia – ha aggiunto domenica Papa Francesco – perché con Gesù c’è sempre la gioia”. Però questa è la “via stretta” di cui parla Gesù nel Vangelo, che ci aprirà, il più tardi possibile, le porte del Paradiso.

Piero Gheddo

 

Wednesday 17 December 2014 14:01

Le mosche, Hawkings e il sasso. Per un nuovo umanesimo.

La prolificità del pensiero occidentale è stata enorme in termini di produzione e azioni, pagando anche un prezzo incalcolabile a questo moto costante nei suoi conflitti. Questa prolificità al momento sembra non sia piu possibile gestirla. Mancano gli strumenti per una sintesi della proteiforme differenziazione e frammentazione del pensiero, che risente delle enormi acquisizioni in termini di conoscenza e comunicazione che sono avvenute negli ultimi anni. Baumann ha definito a suo tempo la società liquida, prima intuizione che qualcosa stava cambiando nello scambio delle informazioni-gesti-relazioni.

In realtà la sua metafora è efficace ma estremamente romantica e generosa, poichè liquido porta in sè la categoria della fluidità, di una continuità che a mio parere è persa da tempo. Io definirei la società odierna liofilizzata, polverosa più che liquida, perchè la congruenza delle varie parti si è completamente disgregata. Lo spezzettamento infinitesimale delle cognizioni, delle teorie, delle derive, ha fatto completamente dimenticare la necessità di una qualche visione di insieme, della osmosi che giocoforza esiste tra le branche del sapere e della conoscenza. In questo gioca un fatto che è a mio parere devastante. Il senso frainteso del “nuovo”. Questa ossessione della necessità del nuovo come categoria, non ha nulla a che vedere con la fondamentale caratteristica dell’ ulisse umano, la curiosità che spinge oltre. E’ il senso che giorno dopo giorno si distrugge quello che c’è prima a favore di qualcosa di escatologicamente nuovo, come nato ex nihilo che dovrebbe rimpiazzare il vecchio.

Questa solenne idiozia della conoscenza è uno dei mali piu profondi della società occidentale di oggi. Poichè il nuovo tout-court non esiste per definizione. Qui si è incorsi nell’errore: la confusione tra quello che è un effetto dell’indagine dell’esistente (il nuovo, la novità) e la ipotetica nascita dal niente di una creazione, quasi la rinata mitologia di una generazione spontanea della conoscenza.

Il posthuman, le prefiche della AI, le recenti dichiarazioni apocalittiche di Hawkings, hanno la stessa funzione di quelle mosche che si pensava nascessero dal nulla in un recipiente chiuso. Per mostrare come la tematica sia trasversale passo per un momento ad un altro campo che ha forti attinenze con arte, sociale, politica, ecc: l’architettura. In un intervento nell’ambito di un convegno del Politecnico di Milano dal titolo “Le arti per l’architettura, la città, i paesaggi” ho fatto il punto su una tendenza metodologica molto diffusa: il fatto che si trova a tavolino una soluzione, si va in un posto, e la si “applica”.

La formula di intervento non si basa quasi mai sul riconoscimento, ma sulla imposizione del modello che trova punti di forza e giustificazione più o meno validi nella complessità, nella tecnologia, nella “novità” e cosi via. Voglio fare un esempio: se si va in nelle favelas, negli slums, nelle township a seconda delle aree geografiche, la mentalita è che bisogna ri-urbanizzare quindi fare tabula rasa e ricostruire. In questo processo ormai totalmente automatico si dimentica intanto di conoscere, di incontrare. Ognuno di questi luoghi ha in sè un microcosmo, una micro e macro urbanistica autogenerata, vera, essenziale. Tutti i luoghi del sociale esistono anche in ognuno di questi luoghi marginali ed emarginati. Non è solo una idea : esiste una città con tutte le sue istanze. Poi sicuramente queste si possono migliorare, rendere vivibili. Ma senza dimenticare e senza stravolgere i fulcri che già ci sono. Ecco io credo che sia il momento in cui al principio di applicazione va sostituito quello di individuazione. La novità sta proprio nel ricollegare gli elementi, i linguaggi le istanze e non nel bypassarle fino a brutalizzarle.

La utopia del nuovo è falsa in sé. Non c’è nulla di nuovo, di nuovo c’è la lettura dell’esistente che non cambia la sostanza. La evoluzione della conoscenza non è chimera del nuovo, ma scoperta dei legami non ancora visti tra ciò che è esistente. Se una retta è curva, questo era vero anche un miliardo di anni fa. Solo che come nel labirinto del conoscere, la curiosità dell’ ulisse ci ha messo del tempo per arrivare a intravedere altre relazioni come le matematiche non euclidee.

Ciò che si modifica è solo la nostra capacità di individuare altre relazioni tra i sistemi. Ma quelle già esistono nella incredibile perfezione inquieta e dinamica dell’universo. Anche la complessità tecnologica, che per molti svolge la funzione delle perline colorate, un attrattivo epidermico che solletica la noia intellettuale e la ricerca di risposta, è una falsa mitologia. La complessità non è una novità, la complessità è insita nell’esistenza stessa dell’universo. Il fatto che noi possiamo produrre tecnologie estremamente articolate e complesse non significa che stiamo aggiungendo qualcosa. significa che stiamo tracciando mappe di sistemi che tentano di avvicinarsi alla complessità di un protozoo o di un sasso di un miliardo di anni fa ad esempio. Senza per questo scalfirla. Quel sasso e quel protozoo hanno già tutta la complessità possibile. La identificazione della possibilità di creazione di una nuova complessità con il progresso umano è fuorviante senza appello. La vera sfida dell’uomo è comprendere quale relazione ha con quella complessità che lo ha generato e che lo circonda.

Questo riporta ad una idea del tutto, e ad una fondamentale ricomposizione del sapere, una visione organica prodroma al rinnovato umanesimo di cui tanto si parla a sproposito.

Raul Gabriel

Monday 15 December 2014

«Investire nella comunicazione per non rischiare l’irrilevanza»

galantino mediaPer la Chiesa in Italia la comunicazione è determinante. Parola di monsignor Nunzio Galantino. “Se non investiamo seriamente sulla comunicazione – ha detto il segretario generale della Cei -, rischiamo l’irrilevanza e la marginalità”. Il vescovo di Cassano allo Jonio ha aperto con il suo intervento il Convegno su “Nuovi media e nuovo umanesimo”, organizzato da Anicec e promosso dall‘Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali e dall‘Università Cattolica del Sacro Cuore in occasione dei dieci anni del Direttorio Cei sulle comunicazioni sociali.

Galantino ha sottolineato lo “stile” che la Chiesa deve avere in fatto di comunicazione: quello della “Chiesa in uscita, che sappia e che voglia osare e che all’occorrenza non abbia paura di dire ‘qui ho un po’ esagerato, qui mi sono sbagliato’”. Gli atteggiamenti da evitare, dunque, sono soprattutto due. Da un lato quella che il segretario generale della Cei ha chiamato “la sindrome della moglie di Lot”, propria di chi, invece di guardare avanti, “cammina con la testa all’indietro”. Dall’altro la sfiducia e lo scoramento dei “professionisti del lamento”.

La comunicazione della Chiesa deve essere di tutt’altro genere. “Non troppo prevedibile, non una informazione da replicanti”, ha sottolineato. Spazio perciò a media cattolici che abbiano la capacità di “provocare domande, di educare alla domanda e offrire strumenti critici perché le domande possano essere sensate e portino a risposte concrete”. Galantino ha incoraggiato anche a fare sinergia tra i media ecclesiali. “Naturalmente il quotidiano deve fare il quotidiano, la radio deve fare la radio, la televisione e l’agenzia idem. Ma la nostra missione – ha detto – è prima di tutto una missione di comunione, ognuno con i mezzi che ha a disposizione”.

Da questo punto di vista, ha aggiunto il direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali della Cei, monsignor Domenico Pompili sarà importante “il portale che come Ufficio abbiamo avviato a realizzazione per il prossimo mese di gennaio”. “Il portale – ha aggiunto – sarà una piattaforma tecnologicamente avanzata, ma di facile accesso, per consentire in uno sguardo sinottico di rilasciare i contributi di ciascun medium, potenziando così la voce e l’immagine della comunicazione ecclesiale”.

Lo sguardo sul presente e sul futuro non ha fatto comunque perdere di vista il cammino compiuto negli ultimi dieci anni. Che cosa è rimasto del Direttorio Cei sulle comunicazioni sociali? A rispondere alla domanda è stato il vescovo Claudio Giuliodori, oggi presidente della Commissione episcopale per la Cultura e le Comunicazioni sociali, e all’epoca della pubblicazione direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali della Cei. “Sicuramente la prospettiva dell’umanesimo e dell’antropologia che sarà al centro anche del prossimo Convegno decennale di Firenze (novembre 2015) – ha ricordato -. E poi l’interazione con la cultura contemporanea, la formazione degli operatori pastorali e le sinergie tra media locali e nazionali”. La prospettiva nata esattamente vent’anni fa con la “svolta del Convegno di Palermo del 1995”, dove “nacque” anche il progetto culturale, attende di ricevere proprio da Firenze 2015 “nuova forza e valore per il nostro rinnovato impegno nel mondo dei media”.

Al dibattito hanno preso parte anche monsignor Paul Tighe, segretario del Pontificio Consiglio per le comunicazioni sociali, e di Chiara Giaccardi, ordinario di sociologia e antropologia dei media all’Università Cattolica.

La giornata ha visto anche un interessante confronto tra i direttori dei vari medi cattolici sul tema “La comunicazione della Chiesa nell’era della convergenza mediale”, moderato da don Ivan Maffeis, vice direttore dell’Ufficio nazionale Comunicazioni sociali e presidente della Fondazione Ente dello Spettacolo. L’immagine è quella della polifonia. O se si vuole dell’orchestra. Voci e strumenti che non rinnegano certo la loro identità e fanno udire ognuno il proprio suono, ma in accordo con gli altri. Così deve essere anche tra i media cattolici, nella nuova stagione delle sinergie che ci si appresta a vivere. “Fare rete per fare comunione”, ha detto il direttore del Sir, Domenico Delle Foglie. “Non pensarsi come una televisione a circuito chiuso, ma come una finestra aperta sul mondo”, ha aggiunto di direttore di rete di Tv2000, Paolo Ruffini. “Dire parole di speranza all’uomo disperato di oggi”, ha sottolineato il presidente della Fisc, la Federazione dei Settimanali cattolici, Francesco Zanotti. E Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, ha fatto notare: “I nostri media sono un giacimento di energie, un grande tesoro per il Paese. Non dobbiamo avere dunque complessi di inferiorità, perché possediamo le parole per dialogare proficuamente anche con chi non è credente”. Secondo il direttore di Avvenire, in un’epoca di “informazione selfie” che spesso si riduce a “mero elenco di notizie”, la “grande sfida” è costruire giornali e media alternativi, cioè “che prescindano il più possibile da certe fonti avvelenate dell’informazione”. Il cambiamento e la necessità della rete, ha poi ricordato Zanotti, riguardano anche “i giornali diocesani”, la cui vocazione specifica è quella di “raccontare storie che restano confinate nei territori, magari in quelle che Papa Francesco chiama periferie geografiche ed esistenziali”. “Le nostre testate – ha sottolineato il presidente della Fisc – in tal modo si fanno compagne di viaggio delle persone e ne ascoltano le vicende gioiose o dolorose, con i piedi ben piantati per terra, ma con lo sguardo rivolto all’infinito”. Anche questo è un modo di fare orchestra. Suonando con strumenti diversi la stessa musica.

Mimmo Muolo – Avvenire, 13 dicembre 2014

Friday 12 December 2014

ÉRIC ZEMMOUR E IL “SUICIDIO CATTOLICO”

Vicino a Mosul gli islamisti dell’Is, nei giorni scorsi, hanno catturato quattro ragazzi cristiani e hanno comandato loro di pronunciare la “Shahada”, la formula di conversione all’Islam.

Avrebbero salvato la pelle. Ma i quattro ragazzi hanno risposto: “noi vogliamo bene a Gesù e seguiamo solo Lui”. Così li hanno presi e li hanno decapitati.

Questo macello, denunciato con le lacrime agli occhi al Christian Broadcasting Network dal canonico anglicano Andrew White, non ha avuto quasi nessuna eco sui media (non sono mica l’orso del Trentino). Ma anche nella Chiesa.

In altri tempi tutti i cristiani commossi li avrebbero subito venerati come martiri e santi. Oggi, in tempi di ecumenismo selvaggio, ci sarà perfino chi li considererà dei fanatici.

 

Il caso Bergoglio

 

Del resto in quegli stessi giorni papa Bergoglio andava in Moschea a Istanbul e lì pregava con l’imam e addirittura “adorava” rivolto alla Mecca. Chissà cosa avrebbero pensato quei quattro ragazzi se avessero visto quelle immagini.

L’atteggiamento del papa argentino nei confronti dell’Islam lascia perplessi. Per esempio, il 26 novembre alla domanda sul dialogo con il sedicente Stato Islamico ha risposto: “Io mai do per persa una cosa: mai. Forse non si può avere un dialogo, ma mai chiudere una porta”.

Quando tale dialogo fu prospettato dal grillino Di Battista tutti insorsero criticandolo. Nel caso di Bergoglio nessuno ha fiatato.

Poi il papa ha aggiunto: “c’è la minaccia di questi terroristi, ma c’è anche un’altra minaccia, il terrorismo di Stato: quando le cose salgono salgono e ogni Stato per suo conto si sente di avere il diritto di massacrare i terroristi, e con i terroristi cadono tanti che sono innocenti. E questa è una anarchia di alto livello che è molto pericolosa. Con il terrorismo si deve lottare, ma quando si deve fermare l’aggressore ingiusto, si deve fare con il consenso internazionale”.

Quell’espressione “terrorismo di Stato” è pesantissima. Tanto che Sandro Magister ha osservato:  “A che cosa allude qui il papa? Oltre che agli Stati Uniti il pensiero va inesorabilmente a Israele. Ma va anche all’esito distruttivo che colpirebbe lo Stato ebraico se effettivamente obbedisse alle condizioni fissate dal papa: se cioè invece di reagire unilateralmente alle aggressioni arabe aspettasse un’impossibile autorizzazione dell’Onu”.

A queste condizioni nessuno mai potrebbe difendersi. Invece, aggiungeva Magister, “con Giovanni Paolo II e con Benedetto XVI la ‘responsabilità di proteggere’ la propria popolazione da un’ingiusta aggressione era riconosciuta a ogni Stato come suo ‘dovere primario’. Mentre la ‘comunità internazionale’ era tenuta a intervenire nel caso in cui gli Stati non fossero in grado di assicurare da soli tale protezione”.

Verso il mondo islamico Bergoglio è assai compiacente e non grida certo “vergogna!” come fece a Lampedusa (a quanto pare rivolto agli italiani che pure non avevano colpe).

 

Fondamentalisti?

 

Il 30 novembre scorso ha dichiarato: “credo sinceramente che non si possa dire che tutti gli islamici sono terroristi, come non si può dire che tutti i cristiani sono fondamentalisti, perché anche noi abbiamo fondamentalisti, in tutte le religioni ci sono questi gruppetti”.

Anzitutto papa Bergoglio sembra ignorare che – pure nell’Islam – fondamentalismo e terrorismo sono due cose diverse.

Terroristi per esempio sono quelli di Al Qaeda o dell’Is, mentre fondamentalisti (che è una qualifica di tipo teologico) sono gran parte dei regimi che perseguitano abitualmente i cristiani, dal Pakistan, per capirci, fino all’Arabia Saudita (dove neanche si può camminare per strada con un crocifisso al collo, né si può costruire una chiesa).

Ma la cosa più sorprendente è l’equiparazione pratica di presunti “fondamentalisti cristiani” ai terroristi islamici. Chi sono tali “fondamentalisti cristiani”? Non risulta che vi siano persone che in nome di Cristo si comportano come Al Qaeda o come l’Is. Ma nemmeno come il regime pakistano o saudita.

Allora chi sono tali “fondamentalisti cristiani”? Forse quei quattro ragazzi che si sono fatti massacrare per non rinnegare Gesù Cristo? O persone come Asia Bibi e gli altri perseguitati che per la fede subiscono di tutto?

Non credo proprio che Bergoglio si riferisse a loro. Allora chi saranno? Coloro che – all’ultimo Sinodo – non hanno approvato le assurde idee del cardinal Kasper?

Non si possono certo equiparare ai terroristi o ai “fondamentalisti islamici” coloro che dissentono da quelle trovate.

E’ vero che quasi ogni giorno costoro vengono bersagliati da Bergoglio con epiteti come “farisei” e “dottrinali”. Ma di sicuro il papa non intende criminalizzare i dissidenti come faceva il regime argentino dei colonnelli con gli oppositori.

I fondamentalisti cristiani sono allora quelli che prendono il Vangelo “alla lettera” e che Bergoglio ha attaccato nel discorso conclusivo del Sinodo? In questo caso il campione dei “letteralisti” è san Francesco d’Assisi che predicava proprio il Vangelo “sine glossa”.

In pratica non si sa a chi Bergoglio si sia voluto riferire con quell’infelice paragone. Anche offensivo. Ma in Italia nessuno avanza critiche o pone domande.

 

Il re è nudo

 

Tuttavia i dubbi crescono, anche fra la gente, e le piazze si svuotano a Roma (lo si vede il mercoledì). Del resto erano deserte pure a Strasburgo.

A questo proposito l’influente intellettuale francese Éric Zemmour, autore di un libro che è il caso editoriale del momento, “Le suicide français”, che mette sotto accusa i danni della generazione sessantottarda, ha commentato duramente il recente viaggio del papa a Strasburgo.

Parlando al notiziario radiofonico più seguito in Francia, RTL, ha giudicato inaudito che egli abbia ignorato la celebre cattedrale di Strasburgo che  celebra i suoi mille anni (tenete presente che Zemmour non è cattolico, ma ebreo francese).

Poi ha aggiunto che nel discorso all’europarlamento il papa “parla delle radici dell’Europa, ma non chiarisce che sono cristiane. Egli esalta la spiritualità, ma menziona a malapena il nome di Dio, e mai quello di ‘Cristo’. Egli cita ‘i diritti umani’, ‘la solidarietà’, ‘lo sfruttamento’, ‘la diversità’, ‘l’ambiente’, ‘la globalizzazione’ e ‘l’immigrazione’, ma non parla di ‘aborto’, ‘eutanasia’ o ‘matrimonio omosessuale’. Egli pronuncia le parole che sono approvate, non quelle che infastidiscono (…). Egli sostiene la generosa accoglienza dei migranti, ignorando che queste onde incessanti nel Mar Mediterraneo trasformano l’Europa, a poco a poco, in una terra dell’Islam”.

Insomma “questo papa è ossessionato dal dialogo tra Cristianesimo e Islam”, ma che dialogo vero e profondo può esserci con “un Islam che considera che tutti i cristiani siano musulmani che non lo sappiano ancora o che neghino la loro identità?”.

Per Zemmour “Francesco è l’Anti-Benedetto XVI, che aveva causato scandalo esaltando il cristianesimo, impregnato di ragione greca, l’opposto dell’Islam. Benedetto XVI ha ricordato i principi della Chiesa, che hanno minato il pauperismo compassionevole diffuso dai media. Francesco agisce sul pauperismo compassionevole per migliorare la sua popolarità con i media. Benedetto XVI ha ricordato il dogma in un’epoca che lo respinge. Francesco respinge il dogma per compiacere l’epoca”.

Ha aggiunto: “il recente Sinodo sulla famiglia e la sua acquiescenza al matrimonio omosessuale aveva già turbato i cristiani. In Francia, coloro che avevano protestato contro il ‘matrimonio per tutti’ in nome della loro fede si sono sentiti traditi”.

Concludendo: “Francesco sembra destinato a dar via i fondamenti culturali e religiosi… è l’idolo dei media, dei membri del Parlamento europeo, e della sinistra in Occidente. Non è concepibile che i critici più vendicativi e sarcastici della Chiesa lo applaudano. Il Papa sembra essere piuttosto l’erede di Jacques Delors che di Giovanni Paolo II… Papa Francesco ha intenzione di trasformare la Chiesa in una semplice Ong”.

Parole dure. Ma che dovrebbero far riflettere.

 

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 12 settembre 2014

Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

Friday 12 December 2014 09:02

Lumsa, «un anno di scelte»

bonini lumsaUn «anno di scelte». Ma anche di «prosecuzione del cammino finora percorso » nella consapevolezza che solo «investendo in cultura e nell’università si può rendere un grande servizio al Paese». Francesco Bonini, rettore della Lumsa, sintetizza così il programma che attende l’ateneo cattolico di Roma. Una anticipazione di ciò che dirà questo pomeriggio aprendo nell’Aula Magna della Libera Università degli Studi Maria SS. Assunta (Lumsa) il nuovo anno accademico, il primo sotto la sua guida, avendo assunto l’incarico nell’agosto scorso, subentrando a Giuseppe Dalla Torre.

Che anno si prospetta per la Lumsa, quello che si apre ufficialmente oggi?

Un anno di scelte guardando al futuro, come nel caso del percorso legato all’accreditamento dei nostri corsi di laurea. Ma anche nella scelta di eccellenza per quanto ri- guarda il reclutamento dei nostri docenti nei vari settori in cui stiamo operando e formando i nostri studenti. E poi anche il consolidamento della nostra presenza in altre parti del Paese, come, ad esempio, Palermo, che è un luogo importante per la Lumsa e per l’Italia, in cui vogliamo offrire un’offerta formativa di qualità, e soprattutto di prospettiva futura per le giovani generazioni.

Investire in questo momento dimostra coraggio. Soprattutto per un ateneo non statale che vede pochi fondi statali e molti obblighi di legge.

È un problema. Lo abbiamo detto come atenei non statali in tutte le sedi istituzionali: non si può continuare a tagliare i fondi statali già esigui e nello stesso tempo imporre a tutti i medesimi obblighi normativi, non riconoscendo la specificità degli ateneo non statali. E poi c’è anche l’incertezza normativa, come nel caso dei requisiti per accreditare i corsi di laurea 2015/2016. Incertezza che coinvolge anche tutto il capitolo della valutazione. Comunque noi vogliamo continuare a investire, soprattutto per fornire alle famiglie e agli studenti un’offerta formativa di qualità.

Gli investimenti, dunque, come priorità del suo mandato?

Investire per consolidare e sviluppare. Ecco a cosa puntiamo in questa fase della nostra storia. Intendiamo fare della Lumsa una università sempre più capace di essere attrattiva, anche per i colleghi che intendano confrontarsi con la nostra modalità di ricerca.

Il titolo della prolusione affidata al professor Gennaro Iasevoli, ordinario di Economia e gestione delle imprese, è «Creatività, innovazione e imprenditorialità al servizio del benessere collettivo». Sembra uno slogan programmatico per la Lumsa.

La creatività è una parola chiave, è il valore aggiunto che si può portare come risorsa al nostro Paese. Ma anche la solidità della struttura e la curiosità sono elementi importanti. Certo la prolusione parla del mondo economico e dell’impresa, ma davvero potrebbe diventare uno slogan per l’ateneo. E non solo per la Lumsa, ma per qualsiasi università che deve assicurare ai propri studenti la capacità di aprire la mente ai diversiambiti.

Come potrebbe illustrare il contributo che attualmente la Lumsa dà al nostro Paese?

L’università deve fare bene il proprio dovere, cioè porre attenzione alla docenza rivolta alla formazione degli studenti, alla ricerca in campo scientifico e alla collaborazione con le imprese e le istituzioni. E «fare il proprio dovere» significa far si che in Italia crescano la produttività e anche la capacità critica delle giovani generazioni. Questo lo considero il miglior contributo che la nostra, come le altre università, possono offrire al nostro Paese in questo congiuntura storica. Oggi abbiamo un’Italia smarrita e adirata. Investire in cultura e nell’università significa dare il proprio contributo al Paese, anche in prospettiva futura. Uno sguardo che questo Paese sembra non avere più.

Enrico Lenzi – Avvenire, 2 dicembre 2014

Wednesday 10 December 2014

Giovani persi tra crisi e scarsa valorizzazione

giovani tonioloLa condizione delle nuove generazioni è da tempo all’attenzione pubblica e continua a suscitare ampio interesse, spesso misto a preoccupazione, a ogni livello sociale. Si tratta di un tema che tocca i giovani stessi e le loro famiglie, coinvolge i tanti che, a vario titolo, interagiscono con loro nel percorso formativo, nell’impegno sociale e lavorativo, ma si estende anche a tutti coloro che sono interessati a capire come sta cambiando la società italiana.

In risposta a questa diffusa domanda conoscitiva l’Istituto Giuseppe Toniolo, con il sostegno di Fondazione Cariplo e Intesa Sanpaolo, ha avviato da qualche anno una ricerca estesa e dettagliata che ambisce a diventare il principale punto di riferimento informativo sulla realtà complessa e in continua evoluzione dei giovani italiani. Ogni anno questa ricerca produce un volume, che contiene i principali e più aggiornati risultati con taglio facilmente accessibile all’ampio pubblico. Proprio in questi giorni è disponibile in libreria “La condizione giovanile in Italia – Rapporto giovani 2014″ (ed. Il Mulino).

L’universo delle nuove generazioni è certamente molto più articolato e ricco rispetto al loro tormentato rapporto con il lavoro e al benessere economico. Il ritratto multidimensionale e pieno di sfaccettature fornito nei diversi capitoli del volume lo conferma. È, però, anche vero che in questo frangente storico le preoccupazioni maggiori, con ripercussioni anche negli altri ambiti di vita, derivano dal non trovarsi con solide basi su cui costruire le fondamenta del proprio futuro. Le società moderne avanzate sono caratterizzate da un notevole aumento della rapidità del cambiamento e da un elevato grado di complessità e specializzazione. Per le nuove generazioni è quindi sempre più importante partire da una solida formazione e poter contare su strumenti adeguati per fare le scelte giuste nel passaggio dalla scuola al mondo del lavoro.

L’Italia risulta essere, purtroppo, uno dei Paesi avanzati in cui i giovani si trovano meno attrezzati a vincere le sfide e a cogliere le opportunità di questo secolo. Negli ultimi anni il quadro è ulteriormente peggiorato a causa della prolungata congiuntura economica negativa, in combinazione con la cronica carenza di misure a sostegno dell’autonomia e di promozione dell’intraprendenza nella società e nel mercato del lavoro. La particolare situazione di difficoltà emerge in modo netto sia nel raffronto con le opportunità delle generazioni precedenti sia con i coetanei degli altri Paesi avanzati. Dagli indicatori ufficiali non emerge un quadro generale rassicurante: il tasso di disoccupazione giovanile ha superato abbondantemente il 40%; la quota di Neet (18-29enni che non studiano e non lavorano) è tra le più elevate in Europa, la percentuale di chi a tre anni dal diploma o dalla laurea ha un lavoro è di oltre 20 punti percentuali inferiore rispetto alla media Ue27.

Ma già prima della crisi eravamo uno dei Paesi meno in grado di immettere i membri delle nuove generazioni in un percorso virtuoso di arricchimento delle proprie vite e di produzione di benessere per il Paese. Anziché protagonisti attivi di un’Italia che cresce si sono sempre più trovati ad essere spettatori passivi di una nazione che arranca. La recessione ha agito ulteriormente da freno diventando moltiplicatore di fragilità: varie ricerche sulla povertà dell’Ocse e di Bankitalia concordano nel mostrare come negli ultimi anni l’impatto maggiore sia stato subito dai giovani e dalle giovani coppie. Le conseguenze delle difficoltà a costruire solidi progetti di vita si vedono anche sulla demografia, tanto che il 2013 è stato l’anno in cui si è toccato il punto più basso delle nascite nella storia della Repubblica italiana.

I dati del Rapporto Giovani aiutano ad andare oltre gli indicatori ufficiali e rivelano come nelle nuove generazioni rimanga complessivamente alta la volontà di non rassegnarsi, ma come crescente sia anche la frustrazione per il sottoutilizzo delle proprie potenzialità. Sempre più complicato è trovare la propria strada. Una condizione che, complessivamente, rende il percorso di transizione alla vita adulta simile ad un labirinto nel quale è facile trovarsi disorientati, dove alto il rischio di girare a vuoto nonostante gli sforzi e, se non ci si perde, fa diventare più contorto e più lungo il perseguimento di qualsiasi obiettivo importante. I dati evidenziano come oltre la metà degli intervistati sia convinta che oggi in Italia le opportunità lavorative per un giovane con la propria formazione siano scarse.

Per un rispondente su tre sono limitate. Molto bassa è la percentuale di chi invece le considera adeguate. Se l’impressione di scarsa valorizzazione è trasversale, purtuttavia le differenze sociali risultano marcate. La percezione di trovarsi in un contesto di opportunità scarse è di venti punti percentuali più bassa tra chi ha almeno un genitore laureato rispetto a chi ha sia madre che padre che hanno completato solo la scuola dell’obbligo.

Una delle attenzioni particolari del “Rapporto giovani 2014″ è quella di far emergere l’eterogeneità di esperienze e situazioni. Se infatti è vero che si è giovani oggi, in modo diverso dal passato, esistono però anche spiccate differenze interne alle nuove generazioni. Anzi, più aumentano rischi e problematicità generazionali, più le diseguaglianze tra coetanei tendono a crescere. Come conseguenza è un universo giovanile che si va sempre più polarizzando. Da una parte ci sono coloro che di fronte a un mercato del lavoro bloccato, a meccanismi di ricambio generazionale inceppati, a una società immobile, reagiscono formandosi ancor meglio, sfruttando le opportunità della rete, producendo innovazione tecnologica e sociale. Al lato opposto ci sono quelli che si sono arresi e scivolano progressivamente verso i margini. Quelli che oltre alla fiducia nelle istituzioni e nella società stanno perdendo la fiducia in se stessi e nel proprio futuro. La linea di demarcazione tra chi sta dentro o fuori a questo gruppo è data soprattutto dal grado di sostegno, prima di tutto umano ed emotivo, fornito dal cerchio magico dei rapporti familiari e amicali più stretti. Quando anche questo viene a mancare la caduta rischia di essere senza rete e produrre enormi e duraturi costi sociali.

Le analisi proposte nei vari capitoli confermano, nel complesso, come siano parziali e semplicistiche le interpretazioni che cercano di spiegare solo attraverso i fattori economici o, in contrapposizione, solo tramite motivi culturali, le difficoltà delle nuove generazioni nel realizzare i propri obiettivi di vita e nel diventare attori nella produzione di nuovo benessere economico e sociale. Confermano, inoltre, quanto sia importante assumere lo sguardo dei giovani stessi e cercare di vedere la realtà in trasformazione con i loro occhi per capire le sfide che si trovano davanti e per dotarli di strumenti efficaci per vincerle offrendo il meglio di sé. Tutto questo nella convinzione che nessun altro può vincerle per loro e nessun giovane può farcela se abbandonato a se stesso.

Alessandro Rosina – Avvenire, 9 dicembre 2014

Wednesday 10 December 2014 11:11

COSA ACCADE NELLA CHIESA DEL NOSTRO TEMPO…

I MARTIRI DI QUESTE ORE

“NOI AMIAMO GESU’ “. PER QUESTO RIFIUTO DI CONVERTIRSI ALL’ISLAM QUATTRO RAGAZZINI SONO STATI DECAPITATI IN IRAQ. MENTRE IL PAPA ANDAVA ALLA MOSCHEA E PREGAVA RIVOLTO ALLA MECCA…

http://www.lastampa.it/2014/12/10/blogs/san-pietro-e-dintorni/orrore-islamico-in-iraq-k16lR0M3wZgRnHLvOYrLrN/pagina.html

 

 

L’IMMACOLATA E I (DIVERSI) PAPI….

Un lettore mi ha scritto:
Le regalo questo impietoso confronto:

“Maria, quel giorno in cui ricevette l’annuncio dell’Angelo, era tutta raccolta e al tempo stesso aperta all’ascolto di Dio. In lei non c’è ostacolo, non c’è schermo, non c’è nulla che la separi da Dio. Questo è il significato del suo essere senza peccato originale: la sua relazione con Dio è libera da qualsiasi pur minima incrinatura; non c’è separazione, non c’è ombra di egoismo, ma una perfetta sintonia: il suo piccolo cuore umano è perfettamente «centrato» nel grande cuore di Dio”.
BENEDETTO XVI, 8/12/12

“Il Vangelo non ci dice nulla: se ha detto una parola o no… Era silenziosa, ma dentro il suo cuore, quante cose diceva al Signore! ‘Tu, quel giorno – questo è quello che abbiamo letto – mi hai detto che sarà grande; tu mi ha detto che gli avresti dato il Trono di Davide, suo padre, che avrebbe regnato per sempre e adesso lo vedo lì!’. La Madonna era umana! E forse aveva la voglia di dire: ‘Bugie! Sono stata ingannata!’: Giovanni Paolo II diceva questo, parlando della Madonna in quel momento. Ma Lei, col silenzio, ha coperto il mistero che non capiva e con questo silenzio ha lasciato che questo mistero potesse crescere e fiorire nella speranza”.
FRANCESCO, 20/12/13

Osservo due cose:
Anzitutto papa Bergoglio contraddice quanto afferma il Catechismo a proposito della Madonna sotto la Croce:
“La sua fede non ha mai vacillato, Maria non ha cessato di credere ‘nell’adempimento’ della parola di Dio. Ecco perché la Chiesa venera in Maria la più pura realizzazione della fede”.
In secondo luogo Bergoglio contraddice il Concilio Vaticano II e attribuisce a Giovanni Paolo II l’esatto contrario di quanto scrisse nella “Redemptoris Mater”.
.
Valutate voi stessi:
.
“Tale benedizione raggiunge la pienezza del suo significato, quando Maria sta sotto la Croce di suo Figlio (Gv 19,25). Il Concilio afferma che ciò avvenne «non senza un disegno divino»: «Soffrendo profondamente col suo Unigenito e associandosi con animo materno al sacrificio di lui, amorosamente consenziente all’immolazione della vittima da lei generata», in questo modo Maria «serbò fedelmente la sua unione col Figlio sino alla Croce» (Lumen Gentium 58): l’unione mediante la fede, la stessa fede con la quale aveva accolto la rivelazione dell’angelo al momento dell’annunciazione. Allora si era anche sentita dire: «Sarà grande…, il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre…, regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine» (Lc 1,32). Ed ecco, stando ai piedi della Croce, Maria è testimone, umanamente parlando, della completa smentita di queste parole. Il suo Figlio agonizza su quel legno come un condannato. «Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori…; era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima»: quasi distrutto (Is 53,3). Quanto grande, quanto eroica è allora l’obbedienza della fede dimostrata da Maria di fronte agli «imperscrutabili giudizi» di Dio! Come «si abbandona a Dio» senza riserve, «prestando il pieno ossequio dell’intelletto e della volontà» (Dei Verbum, 5) a colui, le cui «vie sono inaccessibili» (Rm 11,33). Ed insieme quanto potente è l’azione della grazia nella sua anima, come penetrante è l’influsso dello Spirito Santo, della sua luce e della sua virtù! Mediante questa fede Maria è perfettamente unita a Cristo nella sua spoliazione. (…) Ai piedi della Croce Maria partecipa mediante la fede allo sconvolgente mistero di questa spoliazione. È questa forse la più profonda «kenosi» della fede nella storia dell’umanità. Mediante la fede la madre partecipa alla morte del Figlio, alla sua morte redentrice; ma, a differenza di quella dei discepoli che fuggivano, era una fede ben più illuminata.
(GIOVANNI PAOLO II, Redemptoris Mater 18-19)

Foto: L’IMMACOLATA E I (DIVERSI) PAPI….</p> <p>Un lettore mi ha scritto:<br /> Le regalo questo impietoso confronto:</p> <p>“Maria, quel giorno in cui ricevette l’annuncio dell’Angelo, era tutta raccolta e al tempo stesso aperta all’ascolto di Dio. In lei non c’è ostacolo, non c’è schermo, non c’è nulla che la separi da Dio. Questo è il significato del suo essere senza peccato originale: la sua relazione con Dio è libera da qualsiasi pur minima incrinatura; non c’è separazione, non c’è ombra di egoismo, ma una perfetta sintonia: il suo piccolo cuore umano è perfettamente «centrato» nel grande cuore di Dio”.<br /> BENEDETTO XVI, 8/12/12</p> <p>“Il Vangelo non ci dice nulla: se ha detto una parola o no… Era silenziosa, ma dentro il suo cuore, quante cose diceva al Signore! ‘Tu, quel giorno - questo è quello che abbiamo letto - mi hai detto che sarà grande; tu mi ha detto che gli avresti dato il Trono di Davide, suo padre, che avrebbe regnato per sempre e adesso lo vedo lì!’. La Madonna era umana! E forse aveva la voglia di dire: ‘Bugie! Sono stata ingannata!’: Giovanni Paolo II diceva questo, parlando della Madonna in quel momento.  Ma Lei, col silenzio, ha coperto il mistero che non capiva e con questo silenzio ha lasciato che questo mistero potesse crescere e fiorire nella speranza”.<br /> FRANCESCO, 20/12/13 </p> <p>Osservo due cose:<br /> Anzitutto papa Bergoglio contraddice quanto afferma il Catechismo a proposito della Madonna sotto la Croce:<br /> “La sua fede non ha mai vacillato, Maria non ha cessato di credere ‘nell’adempimento’ della parola di Dio. Ecco perché la Chiesa venera in Maria la più pura realizzazione della fede”.<br /> In secondo luogo Bergoglio contraddice il Concilio Vaticano II e attribuisce a Giovanni Paolo II l’esatto contrario di quanto scrisse nella “Redemptoris Mater”.<br /> .<br /> Valutate voi stessi:<br /> .<br /> “Tale benedizione raggiunge la pienezza del suo significato, quando Maria sta sotto la Croce di suo Figlio (Gv 19,25). Il Concilio afferma che ciò avvenne «non senza un disegno divino»: «Soffrendo profondamente col suo Unigenito e associandosi con animo materno al sacrificio di lui, amorosamente consenziente all'immolazione della vittima da lei generata», in questo modo Maria «serbò fedelmente la sua unione col Figlio sino alla Croce» (Lumen Gentium 58): l'unione mediante la fede, la stessa fede con la quale aveva accolto la rivelazione dell'angelo al momento dell'annunciazione. Allora si era anche sentita dire: «Sarà grande..., il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre..., regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine» (Lc 1,32). Ed ecco, stando ai piedi della Croce, Maria è testimone, umanamente parlando, della completa smentita di queste parole. Il suo Figlio agonizza su quel legno come un condannato. «Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori...; era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima»: quasi distrutto (Is 53,3). Quanto grande, quanto eroica è allora l'obbedienza della fede dimostrata da Maria di fronte agli «imperscrutabili giudizi» di Dio! Come «si abbandona a Dio» senza riserve, «prestando il pieno ossequio dell'intelletto e della volontà» (Dei Verbum, 5) a colui, le cui «vie sono inaccessibili» (Rm 11,33). Ed insieme quanto potente è l'azione della grazia nella sua anima, come penetrante è l'influsso dello Spirito Santo, della sua luce e della sua virtù! Mediante questa fede Maria è perfettamente unita a Cristo nella sua spoliazione. (…) Ai piedi della Croce Maria partecipa mediante la fede allo sconvolgente mistero di questa spoliazione. È questa forse la più profonda «kenosi» della fede nella storia dell'umanità. Mediante la fede la madre partecipa alla morte del Figlio, alla sua morte redentrice; ma, a differenza di quella dei discepoli che fuggivano, era una fede ben più illuminata.<br /> (GIOVANNI PAOLO II, Redemptoris Mater 18-19)

 

Wednesday 10 December 2014 06:47

Sciocchezze teologiche (e logiche)

Leggo nell’intervista a monsignor Georg Gänswein pubblicata su “Il mio Papa” a firma di Ignazio Ingrao un’interessante risposta a quanti elucubrano sull’argomento dei due Papi, basandosi sulle arzigogolate interpretazioni di mezze frasi, sulle inconsistenti ipotesi di qualche canonista in cerca di notorietà o dando fede a pseudo profezie: una vera perla nella conchiglia.

Che cosa pensa di quanti oggi affermano che in realtà il Papa legittimo sia ancora Benedetto, che non avrebbe rinunciato al papato, ma solo all’esercizio attivo di esso?

«Ritengo che sia una sciocchezza teologica e anche logica. Il testo della rinuncia di Benedetto XVI, pronunciato l’11 febbraio 2013 nella Sala del Concistoro, è inequivocabilmente chiaro. Non c’è niente da “interpretare”. Alla rinuncia seguiva la Sede vacante, poi il Conclave e alla fine l’elezione del nuovo Papa. Il Papa legittimo si chiama Francesco».

Tuesday 09 December 2014

Infallibile

A parte le questioni che ho sollevato col mio libro “Non è Francesco” e al di là delle domande che lì ho posto, anche relative al Conclave (a cui non ho ancora avuto risposta), vorrei ricordare una questione di principio valida sempre e per tutti i papi.
Molti continuano a evocare a sproposito il dogma dell’infallibilità papale per qualunque cosa dica o faccia il papa. Dovrebbero studiare meglio e di più per evitare di prendere abbagli.
La dottrina cattolica, mentre col Concilio Vaticano I proclama il dogma dell’infallibilità papale (nelle dovute forme e in certe ristrette circostanze, sottolineando che il papa deve custodire il depositum fidei a lui consegnato e non inventare nuove dottrine), non afferma affatto che un papa è sempre e comunque infallibile (tanto meno che è impeccabile).
Anzi, arriva perfino a riconoscere la possibilità di un papa eretico.
Fattispecie grazie al cielo teorica, per ora, ma non del tutto se si considera la storia della Chiesa.
Per esempio, è istruttivo il controverso caso di papa Onorio che fu condannato per eresia nel Concilio Costantinopolitano III (680-681), riconosciuto sesto concilio ecumenico da tutte le chiese cristiane, poi dal successore, papa Leone II (682-683) e nel settimo (787) e ottavo (869-870) Concilio Ecumenico, da papa Adriano II (867-872).
C’è una bussola certa e infallibile per non perdere la retta fede, anche nel caso in cui un papa sbagliasse, ed è quella di aderire alla fede cattolica che la Chiesa ha sempre e dovunque insegnato e tramandato.
Alla Tradizione e alla Legge di Dio infatti sono sottoposti anche i papi. Come si legge in un libro di Joseph Ratzinger: “Il papa non può dire: La Chiesa sono io, oppure: La tradizione sono io, ma al contrario ha precisi vincoli, incarna l’obbligo della Chiesa a conformarsi alla parola di Dio”.
Foto: INFALLIBILITA' </p><br /> <p>A parte le questioni che ho sollevato col mio libro "Non è Francesco" e al di là delle domande che lì ho posto, anche relative al Conclave (a cui non ho ancora avuto risposta), vorrei ricordare una questione di principio valida sempre e per tutti i papi.<br /><br /> Molti continuano a evocare a sproposito il dogma dell'infallibilità papale per qualunque cosa dica o faccia il papa. Dovrebbero studiare meglio e di più per evitare di parlare a sproposito e di prendere abbagli.<br /><br /> La dottrina cattolica, mentre col Concilio Vaticano I proclama il dogma dell'infallibilità papale (nelle dovute forme e in certe ristrette circostanze, sottolineando che il papa deve custodire il depositum fidei a lui consegnato e non inventare nuove dottrine), non afferma affatto che un papa è sempre e comunque infallibile (tanto meno che è impeccabile).<br /><br /> Anzi, arriva perfino a riconoscere la possibilità di un papa eretico.<br /><br /> Fattispecie grazie al cielo teorica, per ora, ma non del tutto se si considera la storia della Chiesa.<br /><br /> Per esempio, è istruttivo il controverso caso di papa Onorio che fu condannato per eresia nel Concilio Costantinopolitano III (680-681), riconosciuto sesto concilio ecumenico da tutte le chiese cristiane, poi dal successore, papa Leone II (682-683) e nel settimo (787) e ottavo (869-870) Concilio Ecumenico, da papa Adriano II (867-872).<br /><br /> C'è una bussola certa e infallibile per non perdere la retta fede, anche nel caso in cui un papa sbagliasse, ed è quella di aderire alla fede cattolica che la Chiesa ha sempre e dovunque insegnato e tramandato.<br /><br /> Alla Tradizione e alla Legge di Dio infatti sono sottoposti anche i papi. Come si legge in un libro di Joseph Ratzinger: “Il papa non può dire: La Chiesa sono io, oppure: La tradizione sono io, ma al contrario ha precisi vincoli, incarna l’obbligo della Chiesa a conformarsi alla parola di Dio”.

 

Tuesday 09 December 2014 04:00

Sinodo, verso il secondo round. La requisitoria del canonista

Il cardinale Velasio De Paolis riapre il fuoco contro la comunione ai divorziati risposati: "Se approvata, le conseguenze sarebbero di una gravità inaudita". Il rebus di papa Francesco

Sunday 07 December 2014

IL NOSTRO “MIRACOLO ECONOMICO” DEL DOPOGUERRA CHE STUPI’ IL MONDO ? HA LE SUE CAUSE NEL CONCILIO DI TRENTO E IN SAN CARLO….

Un venerdì nero? L’altroieri nelle stesse ore sono arrivate due mazzate. Il declassamento dei titoli di Stato dell’Italia da parte di Standard&Poor’s (ormai spaventosamente vicino al livello “spazzatura”) e la pubblicazione dell’annuale Rapporto Censis che sembra quasi la pietra tombale su questo povero Paese.

 

DIAGNOSI CUPE

 

In quelle pagine infatti si rappresenta una nazione che brancola nel buio di una “sconcertante rassegnazione collettiva”.

Siamo un popolo desolato che dopo aver trepidamente atteso la ripresa economica non l’ha vista arrivare e sa che non è affatto prossima.

All’orizzonte c’è addirittura lo spettro di un declino che diventa irrevocabile e irredimibile.

Perciò gli italiani sono rappresentati dal Censis come soli, impauriti, vulnerabili e alla fine cinici.

Dario Di Vico ha ricordato l’antipatia che Giuseppe De Rita, mente del Censis, ha per il “renzismo” e il suo “decisionismo inconcludente”, ma ha anche osservato – giustamente – che una tale sentenza di disfatta non può essere attribuita a un solo governo che è nato da pochi mesi.

Il declassamento di S&P e il cupo quadro disegnato dal Rapporto Censis 2014 obiettivamente sono un verdetto di fallimento, di totale e solenne bocciatura, per tutti gli ultimi governi, soprattutto quelli del “rigore tedesco”: siamo nel baratro a causa della loro incapacità di guida, di visione e delle loro scelte dissennate che hanno dissanguato il Paese oltretutto ingigantendo il debito pubblico che ci schiaccia invece di risolverlo.

Tutto questo ha conseguenze devastanti, materiali e morali, sulla vita quotidiana delle persone e delle famiglie.

E’ interessante che sia De Rita che Renzi – oggi in conflitto – appartengano alla stessa area culturale e politica, quella sinistra democristiana che, nei nostri anni, ha avuto in Romano Prodi la sua incarnazione suprema (anche come protagonista dell’Europa dell’euro).

 

NUOVO UMANESIMO ?

 

Sempre venerdì, nelle stesse ore, c’è stato un altro evento, passato quasi inosservato, ed è il tradizionale discorso di S. Ambrogio dell’arcivescovo di Milano, Angelo Scola, che quest’anno ha messo a tema “Un nuovo umanesimo per Milano e le terre ambrosiane”.

Ha iniziato richiamando il dovere dei cristiani di contribuire “all’edificazione della vita buona”. Ed è già una bella partenza in un tempo di fuga dei cristiani nella comoda scelta intimistica delle sacrestie e della psicologia.

Ha indicato ai cristiani la strada del “nuovo umanesimo” perché si è parte della famiglia umana e perché si è “seguaci di un Dio incarnato che ha assunto la condizione umana” anche “per accompagnarci nel nostro quotidiano cammino su questa terra”.

Scola ha precisato che “non si deve però parlare in astratto di un umanesimo buono per tutte le stagioni. Solo se sorge dal di dentro dei ritmi e dei processi dell’attuale travaglio storico si può parlare di nuovo umanesimo”.

Quindi – “non perdendo l’origine” – occorre aiutare una fioritura degli uomini concreti di oggi e della loro vita. E’ quella che si suole chiamare: scommessa sul “capitale umano”.

E già qui si tocca un tasto dolentissimo perché, secondo il Rapporto Censis, l’Italia è un Paese dal capitale umano “inagito e dissipato”, con 8 milioni di persone ferme, non utilizzate, fuori dalla vita economica e sociale (gran parte dei quali sono giovani, “umiliati” come mai prima).

Uno spreco di risorse umane paragonabile solo allo spreco delle nostre bellezze naturali e artistiche.

Tuttavia abbiamo bisogno di persone che indichino una strada percorribile, una speranza. Che magari si possa imparare dalla nostra storia, da quello che hanno vissuto i nostri padri.

C’è dunque un passaggio significativo nel discorso di Scola che

dice: “Guardando la nostra storia possiamo parlare di un autentico umanesimo della responsabilità: piedi per terra e sguardo volto al cielo. Questa tradizione ha continuato ad alimentare, anche se in variegati modi e con diversa intensità, le terre ambrosiane nel corso degli ultimi sessant’anni. Sono ancora presenti i benefici frutti di una stagione storica caratterizzata da uno sviluppo accelerato reso possibile nel dopoguerra dalle energie costruttive delle nostre genti e degli immigrati italiani”.

 

LA FEDE DEI PADRI

 

E’ un implicito richiamo al secondo dopoguerra quando il Paese era uscito devastato dal conflitto mondiale, sia materialmente che civilmente.

In quel contesto l’Italia, con un’economia quasi sottosviluppata e senza risorse energetiche, compì quel “miracolo economico” che lasciò di stucco il mondo intero, schizzando, in pochissimi anni, ai vertici dei paesi industrializzati, tanto che ancora attorno all’anno 2000 su 18 milioni di imprese presenti in Europa (sia grandi che piccole), ben 5 milioni erano in Italia.

Tutto questo prima dell’arrivo dell’euro.

Scriveva Sandro Fontana nel 1998: “ultima arrivata fra le nazioni industrializzate del nostro continente, (l’Italia) è oggi al primo posto per imprenditorialità diffusa…e al primo posto anche come ‘valore aggiunto’, cioè come capacità di trasformare materie prime e, quindi, di esportare prodotti finiti”. Infine – aggiungeva – “l’Italia si trova ai vertici della graduatoria europea anche per quanto riguarda la capacità di risparmio delle famiglie”.

Ancora oggi, notava Scola, viviamo dell’eredità benefica di quel “miracolo economico” sbocciato proprio dal “capitale umano”. Che fu fatto fiorire precisamente dalla fortissima connotazione cristiana del popolo italiano.

Tutto partì infatti da quella Lombardia che, come ha spiegato il cardinale Giacomo Biffi, grazie a San Carlo Borromeo aveva assimilato più di tutti il Concilio tridentino (la sottolineatura del “merito”, contro il luteranesimo) come etica del lavoro e del dovere, ma dentro una gioiosa e creativa speranza (e non nel cupo orizzonte calvinista).

Lo dimostra il libro che ho citato poco sopra, scritto da Sandro Fontana e uscito nel 1998 col titolo “La riscossa dei lombardi”. Sottotitolo: “Le origini del miracolo economico nella regione più laboriosa d’Europa 1929-1959”.

 

COME ERAVAMO

 

La situazione 1946-1948, spiegava Fontana, era analoga a quella del 1870 quando, a causa della violenta “conquista piemontese”, 20 milioni di italiani (metà del Paese) furono “costretti a vendere le loro braccia in ogni luogo del pianeta”. Da quel disastro postrisorgimentale sono venuti tutti i problemi dell’Italia di oggi, soprattutto il sottosviluppo del Meridione.

Ma qualcosa di grande è accaduto già nel primo dopoguerra: nel territorio brianzolo “si erano manifestati con prepotenza e intensità” scrive Fontana “i sintomi d’una industrializzazione rapida e diffusa, basata sul lavoro a domicilio e sulle piccole attività imprenditoriali, sulla figura del mezzadro-operaio e sull’incremento accelerato della proprietà contadina”.

Quel vivaio di prosperità fu gelato dalla politica del fascismo che privilegiava la grande industria bellica e monopolistica, in un quadro protezionista e autarchico.

Poi però, nel secondo dopoguerra, “con l’avvento della democrazia e con la liberalizzazione degli scambi… il ‘modello brianzolo’, si estende, quasi per gemmazione spontanea a tutta la fascia pedemontana della regione caratterizzata dalla presenza capillare della Chiesa Cattolica e dalla diffusione della piccola proprietà contadina”.

Il segreto dunque del miracolo italiano fu una classe dirigente intelligente e lungimirante (i governi centristi per tutti gli anni Cinquanta tennero fra l’altro in perfetto ordine i conti pubblici) e un’educazione popolare cattolica che faceva perno sulla famiglia, sul valore del lavoro e del sacrificio per la ricerca del bene comune.

Una lezione ancora attualissima visto che – nello sfascio dello stato sociale – sono ancora la famiglia e la Chiesa a permettere la tenuta dei legami sociali e una vita almeno degna. Ma c’è qualcuno oggi che si batte contro questa de-moralizzazione del popolo, che punta sul “capitale uomo”, sulla sua creatività, sulla famiglia e su una forte etica del lavoro?

 

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 7 dicembre 2014

Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

 

 

 

 

 

 

 

Saturday 06 December 2014

DOVE SI PUO’ VEDERE IL SIGNORE…

ECCO PERCHE’ SE VUOI VEDERE LA CHIESA DI CRISTO DEVI GUARDARE AI PERSEGUITATI (COME ASIA BIBI O I FRANCESCANI DELL’IMMACOLATA) E NON A QUEGLI ECCLESIASTICI CHE SI INGINOCCHIANO ALLE IDEE MONDANE ANZICHE’ DAVANTI AL TABERNACOLO PER ESSERE ESALTATI DA TUTTI I MEDIA, APPLAUDITI E CIRCONDATI DI SERVILI ADULATORI

“Se io non fossi cattolico e volessi trovare quale sia oggi, nel mondo, la vera Chiesa, andrei in cerca dell’unica Chiesa che non va d’accordo con il mondo. Andrei in cerca della Chiesa che è odiata dal mondo. Infatti, se oggi nel mondo Cristo è in qualche Chiesa, Egli dev’essere tuttora odiato come quando viveva sulla terra. Se dunque oggi vuoi trovare Cristo, trova la Chiesa che non va d’accordo con il mondo… Cerca quella Chiesa che i mondani vogliono distruggere in nome di Dio come crocifissero Cristo. Cerca quella Chiesa che il mondo rifiuta, come gli uomini rifiutarono di accogliere Cristo”.

Mons. Fulton Sheen (1895-1979), arcivescovo cattolico

Il 28 giugno 2012 papa Benedetto XVI ha dichiarato le virtù eroiche di questo Servo di Dio attribuendogli così il titolo di Venerabile

Friday 05 December 2014

LEGGETE QUESTA INTERVISTA DA BRIVIDO !!! QUESTO E’ L’ORRORE DELL’ “ISLAM MODERATO” CHE STA STRAZIANDO ASIA BIBI E TANTI ALTRI CRISTIANI… PER LEI NESSUNA PAROLA DI CONFORTO DA PARTE DI PAPA BERGOGLIO CHE INVECE NON LESINA ESPRESSIONI AFFETTUOSE AGLI AMICI MUSULMANI CON I QUALI HA PREGATO NELLA MOSCHEA DI ISTANBUL

Questa agghiacciante intervista su Asia Bibi (vedi il link in fondo) va letta tenendo ben presente alcune perle di papa Bergoglio:

«Condividere la nostra esperienza nel portare questa croce per strappare dai nostri cuori la malattia che avvelena la nostra vita: è importante che facciate questo nelle vostre riunioni. Coloro che sono cristiani lo facciano con la Bibbia e coloro che sono musulmani lo facciano con il Corano. La fede che i vostri genitori vi hanno inculcata vi aiuterà sempre ad andare avanti»
(agli immigrati nella parrocchia del Sacro Cuore di Gesù a Roma, 19 gennaio 2014)

«Vi porgo, infine, i miei migliori auguri e preghiere affinché le vostre vite possano glorificare l’Altissimo e arrecare gioia a coloro che vi circondano. Buona festa a tutti voi!»
(Messaggio ai musulmani per la fine del Ramadan, 10 luglio 2013)

«Un pensiero lo rivolgo ai cari immigrati musulmani che oggi, alla sera, stanno iniziando il digiuno di Ramadan, con l’augurio di abbondanti frutti spirituali. La Chiesa vi è vicina nella ricerca di una vita più dignitosa per voi e le vostre famiglie. A voi: o’scià!» (Omelia a Lampedusa, 8 luglio 2013)

«ed è ammirevole vedere come giovani e anziani, donne e uomini dell’Islam sono capaci di dedicare quotidianamente tempo alla preghiera e di partecipare fedelmente ai loro riti religiosi. Al tempo stesso, molti di loro sono profondamente convinti che la loro vita, nella sua totalità, è di Dio e per Lui. Riconoscono anche la necessità di rispondere a Dio con un impegno etico e con la misericordia verso i più poveri..»
(Evangelii Gaudium, § 252 )

http://www.tempi.it/asia-bibi-gli-sposi-arsi-nel-forno-e-la-storia-del-bicchiere-dacqua-la-legge-sulla-blasfemia-serve-a-perseguitarci#.VIGWFTGG-XU

 

 

 

 

Wednesday 03 December 2014

Nel sinodo sulla famiglia anche il papa emerito prende la parola

Ha riscritto le conclusioni di un suo articolo del 1972 che il cardinale Kasper aveva citato a proprio sostegno. Ecco il testo integrale della sua "retractatio", in cui ribadisce e spiega il divieto della comunione ai divorziati risposati

Tuesday 02 December 2014

Preghiere silenziose in moschea

Cari amici, sono tornato da Ankara e Istanbul, dove ho seguito il viaggio del Papa. Sabato mattina, poco dopo essere atterrato a Istanbul proveniente dalla capitale turca, Francesco ha visitato la Moschea Blu. Con queste parole, il giorno dopo, sull’aereo che ci riportava a Roma, lo stesso Bergoglio ne ha parlato:

Io sono andato lì, in Turchia, sono venuto come pellegrino, non come turista. E sono venuto precisamente, il motivo principale era la festa di oggi: sono venuto proprio per condividerla con il Patriarca Bartolomeo, un motivo religioso. Ma poi, quando sono andato in Moschea, io non potevo dire: “No, adesso sono turista”. No, era tutto religioso. E ho visto quella meraviglia! Il muftì mi spiegava bene le cose, con tanta mitezza, e anche con il Corano, dove si parlava di Maria e di Giovanni il Battista, mi spiegava tutto… In quel momento ho sentito il bisogno di pregare. E ho detto: “Preghiamo un po’?” – “Sì, sì”, ha detto lui. E io ho pregato: per la Turchia, per la pace, per il muftì… per tutti… per me, che ho bisogno… Ho pregato, davvero… E ho pregato per la pace, soprattutto. Ho detto: “Signore, finiamola con la guerra…”. Così, è stato un momento di preghiera sincera.

Un cristiano può pregare dovunque: sul tram, in salotto, in camera da letto prima di addormentarsi, per strada magari vedendo passare un’autoambulanza con le sirene spiegate per affidare alla Madonna con un “Memorare” la persona ferita che è a bordo o che sta per essere caricata… Il Papa ha pregato in silenzio, mentre il Muftì ha pregato a modo suo, più brevemente. Otto anni fa – e ho avuto la grazia di esserci anche allora – Benedetto XVI sostò ugualmente in silenzio. Fu il Muftì a suggerirglielo. Papa Ratzinger stette con le mani raccolte, anche lui più a lungo del dignitario islamico. Poi lo ringraziò dicendo: “Grazie per questo momento di preghiera!”. E padre Lombardi disse che “certamente” Benedetto XVI ha rivolto “il pensiero a Dio”.

Quel gesto di Benedetto XVI nel 2006, a due mesi dal discorso di Ratisbona, fece scalpore, molto più di quanto non ne abbia fatto la preghiera di Francesco. Allora, per questo, si indignarono molti sedicenti ratzingeriani abituati a insegnare a Ratzinger come si fa il Papa (seppur con toni complessivamente meno feroci di quelli usati oggi verso il suo successore).

Vale la pena di ricordare che il primo Papa a entrare in una moschea fu san Giovanni Paolo II, in quella degli Omayyadi di Damasco, nel 2001. Anche lui stette in silenziosa preghiera.

Wednesday 26 November 2014

Le lenti del cardinale, del sociologo, dei giornalisti

Tutte puntate su Francesco. Per capire chi è e dove vuole andare. Nella Chiesa, a tutti i livelli, le critiche al papa non si tacciono più. Si dicono apertamente. Tra i porporati, il più esplicito è Francis George

Monday 24 November 2014

Firenze 2015. Il contenuto e il modo

traccia firenzeViviamo oggi tempi difficili. La crisi, come da tempo dice Papa Francesco, non è però solo economica ma anzitutto culturale. Non sappiamo bene chi siamo. E, se non sappiamo chi siamo, è difficile anche trovare un’uscita, una speranza, un senso per affrontare i problemi della vita. Ma, appunto, chi siamo noi? Tante sono le risposte che ci vengono presentate. Spesso, però, lasciano l’amaro in bocca. Per essere chi siamo dovremmo rinunciare a una parte di noi stessi: uniformarci agli animali o alle macchine. Mentre invece vogliamo realizzare pienamente le nostre possibilità.

Per il cristiano una risposta alla domanda su chi siamo noi non è data però da una definizione astratta di “umanità” quanto piuttosto dal riferimento a una persona concreta, a ciò che questa persona ha compiuto, a ciò che chiede a noi di fare. Per il cristiano solo nel rapporto con Gesù Cristo può attuarsi la sua umanità. Per il cristiano quello che uno è lo si deve vedere proprio in ciò che fa.

«In Gesù Cristo il nuovo umanesimo» è il titolo del Convegno nazionale che la Chiesa italiana celebrerà a Firenze nel novembre 2015, a quasi dieci anni da quello svoltosi a Verona. Il Convegno, come i precedenti quattro che dopo il Concilio Vaticano II hanno riunito con cadenza decennale i cattolici italiani, vuol essere un’occasione per ripensare il significato dell’essere cristiani in un mondo in costante cambiamento. Per usare le parole che proprio a Verona aveva pronunciato Papa Benedetto XVI, si tratta di «una nuova tappa del cammino [...] che la Chiesa italiana ha intrapreso: [...] un cammino volto all’evangelizzazione, per mantenere viva e salda la fede nel popolo italiano; una tenace testimonianza, dunque, di amore per l’Italia e di sollecitudine per i suoi figli».

Ma in che modo tutto ciò può effettivamente realizzarsi? Come, anzi, si sta realizzando proprio in questi mesi? La metodologia finora seguita ha reso possibile un’assai ampia partecipazione della Chiesa italiana. Il primo passo è stato quello di far circolare nelle diocesi un testo di “Invito”, nel quale si annunciava il Convegno e si chiedeva una partecipazione che desse davvero voce alle esperienze di umanità quotidianamente vissute in sede locale. Ciò è stato compiuto mettendo in comune esperienze, intuizioni, storie. Come veniva detto, «luci che possono rischiarare la strada e rendere vivo il presente grazie alla memoria e alla speranza, nell’attesa di un futuro a cui già da ora tendiamo». A questo “Invito” moltissimi hanno risposto. Le loro esperienze potranno essere conosciute e condivise grazie al sito del Convegno.

Il riferimento a esse ha poi guidato l’elaborazione di un ulteriore testo, quella Traccia che sarà ufficialmente presentata fra pochi giorni e che già da oggi è disponibile online. La Traccia ha il compito di orientare i lavori comuni e di mettere a fuoco i vari modi in cui il cristiano è in grado di vivere un umanesimo sempre nuovo: un umanesimo in ascolto, concreto, plurale, relazionale. È quell’umanesimo sul quale Papa Francesco, che interverrà a Firenze, non cessa di richiamare l’attenzione.

Due cose vanno sottolineate. Anzitutto il fatto che, come ha già mostrato il modo in cui si è venuto finora strutturando, il Convegno di Firenze vuole offrire l’occasione di un approfondimento comune di ciò che significa essere cattolici oggi, come possibilità di realizzazione piena dell’essere umano. Lo consentiranno i modi in cui i partecipanti interagiranno fra loro nel corso del Convegno. Lo permetterà l’uso massiccio del sito Internet e dei social network. Ma se la forma è importante, il contenuto del Convegno è essenziale. Si parla di “nuovo umanesimo”: per la verità l’umanesimo cristiano è ben radicato nella tradizione, ma “nuovo” è il modo in cui è necessario rilanciare il suo messaggio in dialogo con ogni uomo e ogni donna di buona volontà, fronteggiando i rischi di idolatria e disumanizzazione che la «cultura dominante » accelera e ingigantisce. Oggi: in un tempo in cui – appunto – non sappiamo bene chi siamo. E in cui tanto più deve essere adeguato il modo con il quale del cristianesimo viene resa testimonianza: forme concrete, incisive, tali da acquisire credibilità nel quotidiano. Questa, insomma, è la sfida è decisiva, questa la “novità” da assumere e rilanciare.

Adriano Fabris – Avvenire, 23 novembre 2014

Scarica qui laTraccia.

Monday 24 November 2014 04:00

Diario Vaticano / Che cosa pensa davvero Francesco dell'Europa

L'ha spiegato il 3 ottobre ai vescovi del consiglio delle conferenze episcopali europee. Il discorso è stato tenuto segreto. Eccolo. Alla vigilia del suo viaggio a Strasburgo

Friday 21 November 2014

È guerra di religione, ma il papa tace o balbetta

Di fronte all'offensiva dell'islamismo radicale la tesi di Francesco è che "dobbiamo accarezzare i conflitti". E dimenticare Ratisbona. Con grave danno anche per le correnti riformiste dell'islam

Thursday 20 November 2014

Scrittori cristiani a Perugia

parronchiVincenzo Arnone parlerà di Alessandro Parronchi (nella foto) sabato al Convegno scrittori di ispirazione cristiana di Perugia, dedicato a “La teologia della poesia”. Gli incontri inizieranno domani presso la Sala del Dottorato della curia con Salvatore Ritrovato, Giorgio Tabanelli, Gianni Mussini, Gianfranco Lauretano, Paolo Iacuzzi e Floriana Calippi. Sabato, nella Sala de’ Notari del Comune, dopo il saluto del cardinale Gualtiero Bassetti, parleranno Daniele Piccini, Silvia Chessa, Donatella Bisutti, Vincenzo Arnone e Carlo De Biase; nel pomeriggio, nuovamente presso la curia, si confronteranno Vincenzo Arnone, Melo Freni, Paola Severini Melograni, Francesco Diego Tosto, Luca Nannipieri, , Maurizio Tarantino, Giorgio Tabanelli, Donatella Bisutti, Daniele Piccini e Salvatore Ritrovato. Domenica la chiusura, con la Santa Messa celebrata dal vescovo ausiliare ela presentazione del nuovo periodicoSulle tracce del frontespizio.

Parronchi, lettere di viaggio

Per capire la personalità e la poesia di un autore, non di rado gli epistolari privati e familiari racchiudono una importanza non indifferente; tra le loro righe si nascondono le premesse culturali e poetiche di ciò che in futuro si svilupperà in maniera aperta e forte. Quel che oggi sembra scomparso con l’avvento di internet e degli sms – nella loro immediatezza e, quindi, poca riflessione –, in passato costituiva un ricco repertorio critico-letterario nei rapporti tra gli scrittori e i loro amici e familiari. Il poeta e critico d’arte Alessandro Parronchi – di cui si ricorda il prossimo 26 dicembre il centenario della nascita –, autore di raccolte poetiche come Prime e ultime, Diadema, Climax, Carmi novecenteschi,già nella sua giovinezza nutriva idealità e sogni che si orientavano all’arte e alla letteratura. In tal senso fece alcuni viaggi durante i quali scrisse lettere alla madre: ventidue lettere inedite che abbiamo avuto per gentile concessione della moglie Nara. Lettere familiari, così come un giovane tra i venti e i venticinque anni poteva scrivere alla madre. Lettere scritte da Berlino nel 1936 – l’anno delle Olimpiadi –, da Dresda, da Mantova e Vicenza, dalla Sicilia nel 1938, da Cortina d’Ampezzo nel 1940 e nel 1941 da Camaldoli. Un arco di tempo di cinque anni in cui il giovane poeta si andava formando alla scuola del Frontespizio e nell’iniziale amicizia con Giovanni Papini, Piero Bargellini, Carlo Betocchi, Nicola Lisi.

In tali lettere non ci sono accenni evidenti e chiari sulla situazione politica della Germania o dell’Italia, sul nazismo o fascismo; come interessi forti non rientravano nella personalità di Parronchi, anche se durante la guerra prese posizione contro «un giro di vite della campagna razziale» e invitò e ospitò per vario tempo, nella sua casa di campagna vicino a Greve Eugenio Montale, Carlo Emilio Gadda e Luigi Russo.

Il giovane Parronchi era molto legato alla madre, le scriveva quasi ogni giorno e le confidava sentimenti, impressioni e pensieri che andavano prendendo forma nella sua giovinezza a cominciare dall’amore per l’arte e la pittura. Da Dresda il 21 agosto 1936 scrive tra l’altro: «Stamani era bel tempo e anche alla Galleria la penombra era diradata. Ma per vedere tutto bene mi ci vorrà qualche giorno. Oh santi primitivi! qui sono tutti pittori dal ’500 in giù e lo studiarli non è così semplice e bisogna essere buon naviganti per avventurarsi in quelle tempeste. Comunque Dresda si fa sempre meglio (più bella) e comincia a sorridere… ieri sentii Don Giovanni. In Germania le pause non sono lunghe e iersera erano brevissime, casomai certe scene erano un po’ trasandate. I cantanti erano buoni, le donne non erano grasse, l’interprete non raggiungeva Pinza, pur avendo un’ottima voce. Il teatro è assai bello, soprattutto giustissimo di dimensioni e negli intervalli si esce nella piazza che è buona davvero… se si pensa a una città come Firenze si capisce bene che non ci sono soltanto gli Uffizi. Ma qui a Dresda sai c’è la Galleria, e poi c’è la Galleria e poi la Galleria, ma poi c’è poco più».

Da Camaldoli, dove è stato dieci giorni nell’agosto 1941, il giovane poeta scrive alla madre con i sentimenti di un giovane di venticinque anni che si trova tutto a un colpo in un luogo bello, ma troppo isolato. «E così eccomi qui – scrive il 10 agosto – costretto a un silenzio che non posso interrompere. La vita fiorentina, che per tutto l’anno è la stessa, vedo che mi logora e ora questa solitudine è tanta che me ne sento la testa assolutamente spenta e incapace di pensare e di ricordarmi. Solo camminando… mi ritrovo a pensare come d’abitudine ». E due giorni dopo aggiunge: «Ho visto tutto il visibile, e me ne è rimasto tempo per leggere. Con domani sarà una settimana precisa che sono a Camaldoli, e non dovrai lamentarti se giovedì mi troverai in casa… naturalmente non verrò a Terreno [una casa di campagna nei pressi di Greve, ndr],vuoi che uscendo di qui abbia ancora voglia di star solo? Ma questo è uno di quei soggiorni di cui si comincia a godere non appena si abbandonano».

E il 24 agosto 1940 da Cortina d’Ampezzo scrive tra l’altro: «Nel mentre ti scrivevo è sopraggiunto Mario – che m’aveva scritto ieri l’altro, vedi dunque che la posta tra me e te oltre che la distanza Greve-Terreno deve valicare anche l’altra Cortina-Campo». E Mario Luzi aggiunge un p.s.: «Cara signora, aggiungo i miei saluti. Ho trovato Sandro molto contento d’essere qui. Spero di trovarmi bene anch’io». Avevano ambedue ventisei anni e si apriva per loro una luminosa carriera letteraria, oltre le cime di Cortina.

Vincenzo Arnone – Avvenire, 20 novembre 2014

Wednesday 19 November 2014

Come Francesco si fa amici i pentecostali

In America latina strappano alla Chiesa cattolica milioni di fedeli. Ma il papa ha per loro soltanto parole di amicizia. È il suo modo di fare ecumenismo, qui svelato in due suoi videomessaggi

Friday 14 November 2014

Caro don Piero, come stai?

In data 11 novembre ricevo da Genova questa lettera di un caro amico, padre di quattro figli, che segue con interesse questi Blog, come molti altri amici e lettori che hanno scritto e telefonato per avere notizie.

Caro don Piero, come stai?

ho notato che da un mese non compaiono più i tuoi post nel blog Armagheddo, di cui sono un assiduo lettore ed un occasionale commentatore.

Spero che la cosa sia dovuta semplicemente ai tuoi molti impegni, magari a qualche viaggio, oppure all’aggiornamento in corso del suo sito, e non a problemi di salute, o di stanchezza per la sua età non più giovanissima.

Di sicuro, gli argomenti su cui parlare non mancano, in particolare, avevi promesso un tuo commento al Sinodo sulla Famiglia, dopo la conclusione della prima sessione.

Quali che siano i motivi, ti assicuro il mio ricordo nella preghiera, perché tu possa continuare ancora per qualche anno a offrire il tuo ministero di prete, missionario e giornalista, a favore della diffusione del Vangelo.

Ti ringrazio anche per tutto ciò che hai fatto finora, in particolare per i tuoi commenti alle vicende del mondo e della Chiesa, sempre puntuali e illuminati dalla luce della Scrittura. Ti saluto con tanta stima ed amicizia,

tuo Mario Molinari

Caro Molinari, sono in ospedale a Milano dal 16 ottobre e dal 23 ottobre nella casa di riposo dei missionari del Pime a Lecco, un quasi ospedale. Sono inciampato in un gradino salendo la scala al mio ufficio al Pime di Milano e ho battuto il torace sulla ringhiera. Nessun osso rotto, ma un mal di schiena molto forte. Alla mia età, 85 anni compiuti a marzo, mi dicono che ogni caduta è grave! E’ una brutta botta che sopporterò a lungo.

E’ stata una caduta provvidenziale, il buon Dio voleva fermarmi. Lavoravo troppo e trascuravo la salute. Sono nella casa di riposo dei missionari del Pime a Lecco, e mi devono rifare la prostata (fatta nel 2000 e poi ricresciuta) e guarire per i bruciori alle gambe e ai piedi; e adesso questo dolore alla schiena che avverto come il peggior male. Spero di tornare a Milano a dicembre, ma temo dover proseguire riducendo le varie attività e impegni. Prega e pregate per me. Grazie, vostro padre Piero Gheddo.

Pregate anche per i miei genitori i Servi di Dio Rosetta Franzi (1902-1934) morta di parto con due gemelli e tre bambini, e Giovanni (1900-1942) morto in Russia con un atto di eroismo che ricorda San Massimiliano Kolbe. La loro Causa di beatificazione iniziata dall’Arcidiocesi di Vercelli nel febbraio 2006, è rimasta bloccata a Roma (in stand-by) dalla scarsezza di documenti sulla loro santità scritti nel tempo della loro vita o subito dopo. L’ostacolo pare possa essere superato e si possa riaprire la loro Causa di beatificazione, Bisogna solo pregare e segnalare le grazie ricevute per loro intercessione. Grazie, Dio vi benedica,vostro padre Piero.

Caro don Piero,

grazie per la tua mail! Sono molto rammaricato per il tuo incidente e per il tuo problema con la prostata (cui avevi già accennato in passato), e ti auguro una pronta ripresa. Al tempo stesso, sono confortato di vedere, dalla tua mail, che il tuo spirito è sempre forte, e che l’ottimismo e la speranza non ti hanno lasciato.

Che devo dire? Certamente tu hai ben presente che, per grandi santi come San Francesco e Sant’Ignazio di Loyola, il momento della fragilità è stato anche il momento della conversione e dell’incontro con il Signore. E, di conversione, abbiamo sempre un gran bisogno tutti, io per primo!

Ancora di più, come scrive San Paolo, “Quando sono debole, è allora che sono forte”…

Quindi, sono sicuro che non ti lascerai sfuggire l’occasione di stabilire, in questo tempo di convalescenza (ed anche, immagino, di preghiera più frequente e prolungata), un rapporto ancora più stretto con il Signore a cui hai affidato la tua vita.

Se ti trovassi, nei prossimi mesi, a trascorrere qualche tempo a Genova, dove risiedo, fammelo sapere: sarebbe per me una gioia incontrarti di persona! Ti assicduro la mia preghiera per un tuo pronto recupero, così che tu possa presto tornare alle tue occupazioni, e ti abbraccio nel Signore che dà la vita!

Pace e Bene! Tuo Mario Molinari.

Caro Molinari,

ho avuto tanti accidenti gravi nella mia vita, fra i quali una quindicina di operazioni chirurgiche (nel 2003 e 2009 cancro ai muscoli addominali, quando ho rischiato davvero la vita perché l’intestino si rimetteva in movimento dopo 14 giorni dall’operazione!), ma solo oggi mi pare di capire a fondo il valore redentivo della sofferenza, cioè la via della Croce che Gesù ha percorso e che ogni vivente è chiamato a percorrere. Non tutti allo stesso modo e nello stesso tempo, ma tutti gli u0omini e tutte le donne conoscono il dolore, la sofferenza fisica, morale, ecc.

La sofferenza ci sembra solo negativa, e indubbiamente lo è, per cui dobbiamo fare tutto quel che possiamo per alleviare o eliminare le sofferenze nostre e del nostro prossimo; ma nella visione cristiana il dolore, la sofferenza sono anche positivi, se accolti e sopportati come partecipazione alla Passione e Morte di Cristo, che ha redento l’umanità offrendo se stesso come vittima pura e immacolata sull’Altare della Croce. Ha meritato il perdono dei peccati (cioè dell’egoismo umano che offende Dio Creatore e Padre) e con la sua Risurrezione ci ha spalancato le porte del Paradiso. Non solo, ma ha indicato all’umanità, col suo esempio,le sue parole, il suo Vangelo e la sua Chiesa, che ne continua l’opera nei secoli, il modo migliore di vivere la vita: lodando Dio e amandoci come fratelli e sorelle, a partire dai più piccoli, umili, abbandonati, sfortunati, poveri; quelli che Papa Francesco chiama “il materiale di scarto della società umana”.

Nei miei 61 anni di sacerdozio e di missione (specie nei 32 anni a Milano, come aiutante cappellano alla Clinica Columbus e negli 8 anni di aiutante del cappellano delle carceri di San Vittore, il grande mons. Cesare Curioni poi cappellano di tutte le carceri italiane), ho spiegato tante volte queste verità a chi soffriva. Adesso però, quando il dolore fisico morde la mia carne e l’incertezza del mio futuro mi fa capire la mia miseria e nullità e mi mette del tutto “nelle mani di Dio” (come diceva sempre papà Giovanni: “Siamo sempre nelle mani di Dio!”); ecco, proprio adesso ringrazio il Signore di farmi sperimentare queste sofferenze, anche se lo prego di darmi ancora un po’ di anni di lavoro pieno, per testimoniare e annunziare Gesù Cristo come unico Salvatore dell’umanità.

Grazie a tutti coloro che mi aiutano con la preghiera, Dio vi benedica,

vostro padre Piero Gheddo, missionario del Pime.

 

Friday 07 November 2014

Adorazione e carismi… distillati

Vi propongo un passaggio significativo del discorso che oggi Francesco ha rivolto ai superiori degli ordini religiosi italiani.

Vi ringrazio per il lavoro che avete fatto in questi giorni, come diceva il Padre Presidente: un lavoro che aiuta ad andare avanti nella strada tracciata da Evangelii Gaudium. Lui ha usato una bella espressione, ha detto: “non vogliamo combattere battaglie di retroguardia, di difesa, ma spenderci tra la gente”, nella certezza di fede che Dio sempre fa germogliare e maturare il suo Regno. Questo non è facile, non è scontato; richiede conversione; richiede anzitutto preghiera e adorazione. Mi raccomando, adorazione. E richiede condivisione con il popolo santo di Dio che vive nelle periferie della storia. Decentrarsi.

Ogni carisma per vivere ed essere fecondo è chiamato a decentrarsi, perché al centro ci sia solo Gesù Cristo. Il carisma non va conservato come una bottiglia di acqua distillata, va fatto fruttificare con coraggio, mettendolo a confronto con la realtà presente, con le culture, con la storia, come ci insegnano i grandi missionari dei nostri istituti.

Colpisce quell’accenno insistente all’adorazione e nel decentramento perché tutto sia relativo rispetto a Gesù Cristo. Come pure colpiscono le parole sul carisma che non va conservato come acqua distillata.

Friday 07 November 2014 09:55

Allargare lo spazio familiare: adozione e affido

volume adozione affidoÈ appena giunto in libreria dall’editore “Vita e Pensiero” il volume “Allargare lo spazio familiare: adozione e affido”, curato da Eugenia Scabini e Giovanna Rossi e promosso dal Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla famiglia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Adozione e affido non sono forme nuove di fare famiglia. Da sempre hanno rappresentato una risposta spontanea del sociale al bisogno di ‘cura’ dei bambini privi di un contesto familiare adeguato e al tempo stesso una espressione del desiderio ‘generativo’ e prosociale delle famiglie. Si tratta di due istituti giuridici che meritano di essere rilanciati, sottolineandone le potenzialità e riscoprendone la più autentica natura. Infatti sono forme che consentono di mettere in luce alcuni elementi costitutivi del famigliare, essenziali oggi, forse più che in passato, per riflettere sul significato dell’essere genitori e dell’essere figli.

Adozione e affido si collocano nel punto di intersezione tra familiare e sociale e ne rivelano la profonda interconnessione: anche il sociale, perciò, è chiamato ad assumere una specifica responsabilità nel sostenere le famiglie attraverso le diverse tappe del percorso dell’adozione e dell’affido.

La trattazione congiunta delle tematiche relative all’adozione e di quelle relative all’affido, nei risvolti di somiglianza e di distinzione, e il respiro interdisciplinare e internazionale che attraversa i contributi presentati qualificano in modo peculiare questo volume, che si rivolge a studenti, a professionisti e a operatori del settore impegnati nell’accompagnamento delle famiglie adottive e affidatarie.

Il volume esce all’interno della collana “Studi interdisciplinari sulla famiglia” del Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Il Centro, che opera dal 1976, si occupa di ricerca scientifica sulla famiglia e di formazione di alto livello rivolta a professionisti che lavorano con e per le famiglie. Il 13 e 14 febbraio 2015, il Centro promuoverà su queste tematiche un importante convegno internazionale, in collaborazione con il Servizio nazionale per il progetto culturale della CEI. Saranno presenti relatori di fama internazionale, fra cui J. Palacios (Università di Siviglia, Spagna) e W. Tieman (Università di Rotterdam, Paesi Bassi). Per informazioni sull’evento si veda qui.

Friday 31 October 2014

La verità è una “stella fredda”?

Sulla Stampa ho pubblicato le prime due puntate di un viaggio nel post-Sinodo. Potete leggere la prima qui, e la seconda qui.

Oggi sul Foglio diretto da Giuliano Ferrara un editoriale riprende i miei articoli affermando che l’inchiesta “è tutta rivolta a polemiche retrospettive, aggressive e inutili contro i ratzingeriani, cioè gli intellettuali o voci laiche che scommisero sull’alleanza di ragione e fede contro il correttismo ideologico”. Ringrazio per la lezione, ho molto da imparare dal Foglio per evitare polemiche inutili e aggressive.

Mi interessa però fissare l’attenzione sull’ultima riga dell’editoriale di Ferrara, dove si legge: “La pastorale può essere calda e misericordiosa, ma la verità è una stella fredda“. Sono parole che meglio di qualsiasi inchiesta o articolo o commento descrivono quali siano realmente le posizioni in gioco. Il direttore del Foglio non ha – per sua stessa ammissione – il dono della fede: s’interessa delle cose di Chiesa da esterno, per così dire. E dunque comprendo benissimo come possa definire la verità “una stella fredda”.

Faccio molta più fatica, invece, a capire come possano seguire questa impostazione i cattolici per i quali la verità è una persona, Gesù Cristo. Non una “stella fredda”.

Saturday 25 October 2014

Sinodo, un colpo di mano che non è riuscito

"Il sismografo" (http://ilsismografo.blogspot.it/) in questi giorni si sta rivolgendo a diversi colleghi vaticanisti per chiedere un loro ulteriore contributo di analisi e commento in merito all'importante Assemblea straordinaria sinodale dedicata alla famiglia.

Angela Ambrogetti, Responsabile di Korazym, vaticanista e scrittrice, ci ha offerto la sua riflessione in risposta a questa domanda:

Senza entrare in complessi approfondimenti, quale la caratteristica o riflessione che più ti ha colpito o che ritiene di notevole rilevanza di questo Sinodo?

"Un colpo di mano che non è riuscito. Lo definirei così il Sinodo straordinario sulla famiglia che si è appena concluso. Ma anche l’occasione per alcuni episcopati di mostrare la loro fedeltà al Vangelo e la voglia di emancipazione da un “centro” che non è Roma, ma qualcuno che vorrebbe colonizzarla.

Tuesday 21 October 2014

Un sinodo ancora da capire

Strano questo Sinodo straordinario appena concluso. Una formula che era stata abbandonata nel 1985. Due settimane sono poche per ragionare, e i presidenti delle Conferenze episcopali non sempre sono i più adatti a discutere. Sono abituati a mediare più che a portare idee. Molti dei sinodali è chiaro che un sinodo non lo avevano mai seguito. Ed è stato evidente che un gruppetto lo voleva guidare senza lasciare spazio alle alternative. Cominciamo dalla poca trasparenza. Scegliere di non pubblicare i singoli interventi ha messo in difficoltà parecchi vescovi. Perché i loro fedeli volevano sapere e seguire lo sviluppo del dibattito e soprattutto chi aveva detto cosa. Cosa che del resto si era saputa per decenni. Il Bollettino del Sinodo è base e fonte per la storia della Chiesa. Di questo sinodo invece avremo solo testimonianze di coppie ( ne sentiamo già molte nelle Giornata per la Famiglia) e omelie. Sulla Relatio dopo la discussione c’è poi ancora molto da capire. Lo stesso relatore del Sinodo il cardinale ungherese Erdő ne ha preso le distanze. Il Papa gli ha messo al fianco degli altri collaboratori. Una Relazione che è stata di fatto disconosciuta dai Circoli Minori. In molti all’uscita dei lavori dicevano: “ ma noi non abbiamo detto quelle cose!”

Wednesday 15 October 2014

Con Francesco la missione rinnova la Chiesa

Perché portare Cristo in Asia, Africa, Oceania e America Latina, quando lo perdiamo qui in Italia? E’ la domanda che molti si fanno, alla quale non basta rispondere che ogni uomo ha diritto di conoscere il Figlio di Dio fatto uomo, Gesù Cristo, unico Salvatore dell’umanità; e che ancor oggi noi cristiani siamo 2 miliardi sui sette di tutto il genere umano. L’irrompere di Papa Francesco a capo della Chiesa cattolica, con le sconcertanti novità del suo Pontificato, rivela un’altra risposta: la missione rinnova la Chiesa. E questo non solo oggi con la “missione alle genti” specialmente in Asia e Africa, ma fin dall’inizio della Chiesa. Gli Apostoli non sono rimasti a Gerusalemme e nel mondo ebraico, ma proprio annunziando Cristo e fondando la Chiesa negli altri popoli (Gesù salendo al Cielo diceva: “Andate in tutto il mondo, annunziate il Vangelo ad ogni creatura”), hanno rinnovato la Chiesa dandole quel respiro e quella consistenza universale che ancor oggi sono lo stimolo del suo rinnovamento e l’immagine della sua giovinezza.

Nell’intervista a padre Antonio Spadaro,

Papa Francesco ha detto: la Chiesa respira con i due polmoni delle Chiese giovani e antiche. Le prime, “sviluppano una sintesi di fede, cultura e vita in divenire e quindi diversa da quella sviluppata dalle Chiese più antiche”. Però ambedue “costruiscono il futuro, le prime con la loro forza e le altre con la loro saggezza. Ci sono dei rischi, ma il futuro si costruisce insieme”. Francesco è il primo Papa che viene dalle giovani Chiese, dalle missioni dove nasce la Chiesa. Non si capisce e non si è in sintonia con il suo pontificato, se non si entra in quest’ottica. Finora le giovani Chiese avevano avuto scarsa voce nella gestione della Chiesa e della pastorale, oggi diventano, per così dire, protagoniste. Il pontificato di Francesco va proprio in questa direzione, infatti parla e scrive spesso (nella “Evangelii Gaudium” ad esempio) di una Chiesa tutta missionaria, di pastorale missionaria, di andare verso le periferie, verso gli ultimi, che la Chiesa è la casa di tutti, ecc.

Le giovani Chiese cosa possono insegnare a noi, ricchi di spiritualità, teologia, diritto, riti liturgici, esperienze pastorali? Il discorso è complesso, ma in estrema sintesi, secondo la mia piccola esperienza e seguendo giorno per giorno cosa dice e fa Papa Francesco, si possono indicare tre punti:

1) Nelle missioni si annunzia Cristo e il cristianesimo è in sostanza la salvezza in Cristo Gesù, che ha rivelato la grande verità: Dio è Amore e ha salvato gli uomini morendo in Croce. La predicazione, la catechesi, la formazione cristiana sono fondate su questa visione dinamica della vita cristiana: rispondere all’amore di Cristo, che è morto per me in Croce. Francesco ha detto a Spadaro: “L’annunzio missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona di più, che fa ardere il cuore come ai discepoli di Emmaus… Una bella omelia, una vera omelia deve cominciare con il primo annunzio, con l’annunzio della salvezza. Non c’è niente di più solido, profondo e sicuro di questo annunzio”. E’ un ritorno agli Atti degli Apostoli e alla “pastorale missionaria”. Nella nostra vita, predicazione e istruzione religiosa, trasmettiamo l’amore a Cristo? Siamo entusiasti della nostra vocazione sacerdotale, cristiana e missionaria? Se non siamo innamorati ed entusiasti di vivere con Cristo, come facciamo a trasmettere tutto questo ad altri?

2) Una Chiesa aperta a tutti e i pastori “con l’odore delle pecore”, che vivono e condividono con la gente comune, specie i più poveri e gli ultimi. Una Chiesa non ferma e chiusa nelle certezze di aver già le risposte a tutti i problemi dell’uomo, ma disposta a camminare con il popolo, per comprendere sempre meglio, con l’assistenza dello Spirito Santo, cosa Gesù ci ha insegnato e cosa vuole da noi oggi (Giov 14, 26; 16, 12-13). Francesco dice (G.S. n. 25): “Spero che tutte le comunità facciano in modo di porre in atto i mezzi necessari per avanzare nel cammino di una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno. Ora non ci serve una semplice amministrazione. In tutte le regioni della terra mettiamoci in “stato permanente di missione” (n.25).

3) Tutti i battezzati sono missionari. Nella Gaudium et Spes si legge: “In tutti i battezzati, dal primo all’ultimo, opera la forza santificatrice dello Spirito che spinge ad evangelizzare (n. 119). In virtù del Battesimo, ogni membro del Popolo di Dio è diventato discepolo missionario (cfr Mt 28,19). Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione e sarebbe inadeguato pensare ad uno schema di evangelizzazione portato avanti da attori qualificati in cui il resto del popolo fedele fosse solamente recettivo delle loro azioni… Ogni cristiano è missionario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in Cristo Gesù” (n. 120). E’ un altro grande insegnamento delle giovani Chiese. In Corea mi dicevano: “Nella nostra Chiesa non si concepisce un laico passivo. Fin dal catecumenato, chi entra nella Chiesa deve impegnarsi in opere di Vangelo, di carità, di missione, in gruppi e movimenti che fanno capo alla parrocchia”.

Dopo il Concilio di Trento c’era stato un terremoto per il rinnovamento durato più d’un secolo. Papa Francesco viene 50 anni dopo il Vaticano II (1962-1965), che già i Pontefici prima di lui stavano applicando, sempre partendo dalle Chiese antiche. Oggi c’è il Papa che parte dalle missioni e dalle giovani Chiese. Merita ascolto, amore, preghiera, attenzione e soprattutto che camminiamo tutti con lui, sotto la guida dello Spirito Santo.

Piero Gheddo

 

Sunday 12 October 2014

Lo sguardo di Gesù e le nostre ferite

Cari amici, a metà del percorso di questo primo Sinodo dedicato alla famiglia, mi sembrano belle queste parole pronunciate ieri pomeriggio dal cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, in occasione della presa di possesso della chiesa parrocchiale dei santi Simone e Giuda Taddeo a Torre Angela, nella periferia romana.

«Lo pensavo in questi giorni al Sinodo sulla famiglia», ha detto il porporato, «a cui prendo parte anch’io: ogni volta che nella Chiesa o a nome della Chiesa si parla delle vicende e realtà che toccano la carne viva degli uomini senza guardare a Cristo, senza chiedersi “Cosa farebbe Cristo, che sguardo avrebbe Cristo su questo problema”, è come fare i conti senza l’oste. O un po’ peggio che fare i conti senza l’oste».

Secondo Parolin «è difficile immaginare una Chiesa che dice a Cristo: “Tu sei il nostro capo, tu sei il centro di tutto”, ma poi a risolvere i problemi ci pensiamo noi, con le nostre idee giuste, le idee vere che abbiamo preso da te. Facciamo noi le cose a tuo nome. Senza la tua grazia. Senza dover seguire sempre il tuo sguardo… Senza commuoverci davanti ai tuoi miracoli».

Friday 10 October 2014

La gioia di portare Cristo al mondo

Il Messaggio di Papa Francesco per la Giornata Missionaria Mondiale che si celebra domenica 19 ottobre 2014 incomincia così: “Cari fratelli e sorelle, oggi c’è ancora moltissima gente che non conosce Gesù Cristo. Rimane perciò di grande urgenza la missione ad gentes, a cui tutti i membri della Chiesa sono chiamati a partecipare, in quanto la Chiesa è per sua natura missionaria: la Chiesa è nata “in uscita”. E termina così: “La Giornata Missionaria Mondiale è anche un momento per ravvivare il desiderio e il dovere morale della partecipazione gioiosa alla missione ad gentes. Il personale contributo economico è il segno di un’oblazione di se stessi, prima al Signore e poi ai fratelli, perché la propria offerta materiale diventi strumento di evangelizzazione di un’umanità che si costruisce sull’amore”.

Parole chiare: la G.M.M. si celebra per evangelizzare “i moltissimi che non conoscono Gesù Cristo”. Eppure nell’opuscolo ufficiale edito a Roma sulla G.M.M. 2014 leggo: “Periferie cuore della Missione. Con questo slogan vogliamo vivere quest’anno l’Ottobre Missionario e la Giornata M. M.”; ma cosa si intende per periferie? Nell’opuscolo si legge che il Papa parla spesso delle periferie e “Lui stesso non poteva che richiamare tutta la Chiesa a raggiungere le “periferie esistenziali”, i dimenticati, esclusi, stranieri, umanità insomma ai margini della nostra vita (ma possiamo considerarci “noi” centro?)… Andare/uscire verso gli ultimi (poveri e peccatori) per i cristiani non vuol dire solo andare verso i fratelli e le sorelle, ma scoprire che Dio è già qui… Se le periferie sono il luogo dove si converte la Chiesa, andare verso le periferie (e abitarvi da poveri in mezzo ai poveri) significa far risuonare l’annunzio del Regno che libera dall’attaccamento disordinato nei confronti delle ricchezze”.

Certo non sono queste poche righe che scandalizzano, ma la mentalità del redattore, che riflette il modo comune di intendere oggi la missione alle genti: non una missione verticale che porta gli uomini a Cristo e a Dio, ma una missione orizzontale orientata ai poveri (nei quali “Dio è già presente”), per liberare gli uomini non da ogni peccato (anzitutto personale e poi sociale), ma dalla cupidigia di denaro e delle ricchezze materiali! In altre parole, si passa da una missione di natura religiosa ad una missione di natura sociale-economica-politica.

I più poveri del mondo, secondo Papa Francesco e la tradizione cristiana sono quelli che non conoscono Cristo. Madre Teresa diceva: “La più grande disgrazia dell’India è di non conoscere Gesù”. La grande Santa è l’unica persona straniera alla quale il governo indiano ha voluto fare il funerale di Stato. Non si può dire che non vivesse povera tra i poveri, aiutandoli in ogni modo possibile, ma il suo punto di riferimento e la meta da raggiungere in tutto quelche era e faceva era sempre Cristo e il suo Vangelo, era “l’ansia di evangelizzare” che la portava fra gli ultimi.

Nel discorso alle Pontificie opere missionarie (9 maggio 2014) Francesco afferma: “Anche nella nostra epoca la missio ad gentes è la forza trainante di questo dinamismo fondamentale della Chiesa. L’ansia di evangelizzare ai “confini”, testimoniata da missionari santi e generosi, aiuta tutte le comunità a realizzare una pastorale estroversa ed efficace, un rinnovamento delle strutture e delle opere. L’azione missionaria è paradigma di ogni opera della Chiesa (cfr Evangelii gaudium, 15)”.

Questo però non è un problema organizzativo, tecnico o economico, ma di fede. Per credere nella “missione alle genti” è necessario conoscere e sperimentare “la gioia di portare Cristo al mondo”, come scrive Papa Francesco nella Lettera apostolica “Evangelii Gaudium” (del 24 novembre 2013), che inizia così: “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui, sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia. In questa Esortazione desidero indirizzarmi ai fedeli cristiani, per invitarli a una nuova tappa evangelizzatrice marcata da questa gioia e indicare vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni” E poi continua: Una gioia che si rinnova e si comunica…”.

L’Ottobre missionario e la G.M.M. offrono a tutte gli enti che operano per le “missione alle genti” (Pontificie opere missionarie, Centri missionari diocesani, Istituti, stampa e animazione missionaria, associazioni e gruppi missionari), l’occasione per monitorare se quanto fanno e scrivono è su questa linea oppure (vedi il Blog del 5 ottobre) non stiamo seguendo l’onda culturale che porta la missione ad essere (e sembrare) una Ong umanitaria mentre lo scopo fondamentale è annunziare e testimoniare la salvezza in Cristo; e nel nostro mondo secolarizzato va sempre dichiarato.

Il Venerabile dott. Marcello Candia, quando in Brasile ricevette il Premio de “L’uomo più buono del Brasile” (lui diceva: “Vorrei tanto che fosse vero!”), lo accompagnai alla sede della Rai-TV in Corso Sempione a Milano dov’era stato invitato. Dopo un breve documentario in cui si vedeva Marcello con i lebbrosi di Marituba e due Missionarie dell’Immacolata che aveva portato nel lebbrosario, l’intervistatore dice: “Ecco a voi Marcello Candia, l’uomo più buono del Brasile perché è innamorato dei lebbrosi e vive con loro….”. Marcello dice: “Grazie, ma vorrei precisare che sono andato tra i lebbrosi perché sono innamorato di Gesù Cristo e perché ho visto Gesù in ciascuno di essi. Allora mi sono innamorato anche dei lebbrosi, che a prima vista rifiutavo e mi mettevano angoscia e paura”.

Piero Gheddo

Tuesday 07 October 2014

Sinodo: non giudizio ma verità

La notizia di oggi è che il 20 ottobre il Papa ha deciso che al concistoro si parli di Medio Oriente. Sarà un modo per comunicare ai cardinali i risultati dell’incontro con i nunzi che si è svolto la settimana scorsa. Martedi mattina, secondo quello che riporta l’ Osservatore Romano, si è parlato anche della violenza. “Così è stato messo in risalto come i terroristi di Boko Haram non hanno nulla a che vedere con la visione che in Nigeria, anche da parte dei musulmani stessi, si ha del valore della famiglia. Mentre a Baghdad, è stato reso noto, nonostante tutti i problemi, oltre 1.500 bambini sono accompagnati dai genitori, ogni venerdì, al corso di catechismo: è stata così anche rimarcata la testimonianza di fede e di unità delle famiglie cristiane rimaste in Iraq. Accompagnata pure dall’auspicio che venga sempre rispettato il loro credo come un diritto fondamentale della persona e così non ci debba essere timore nel testimoniarlo. Un discorso simile è stato proposto, poi, a proposito dell’Iran, dove ci sono appena cinquemila cristiani a fronte di settantacinque milioni di musulmani che, è stato affermato, non appartengono al fondamentalismo dell’Is.”

Sunday 05 October 2014

Chiude “Popoli”, la rivista missionaria dei Gesuiti

All’inizio del mese missionario di ottobre, un comunicato stampa del Centro San Fedele di Milano informa che la rivista missionaria mensile dei Gesuiti “Popoli” chiude nel dicembre prossimo. La rivista è nata nel 1915 col titolo “Le missioni della Compagnia di Gesù”, nel 1970 ha assunto il titolo di “Popoli e Missione”, negli anni ottanta “Popoli”, che chiude alla soglia dei cento anni. Ma allora, i gesuiti non hanno più missionari? Per carità, sono forse l’ordine religioso con il maggior numero di missionari “ad gentes”. Ma in Italia questo è un tema che interessa sempre meno e questo è il gravissimo problema dell’ottobre missionario, per noi missionari ma anche per tutta la Chiesa italiana.

Dopo la chiusura della rivista “Ad Gentes” degli Istituti missionari (Vedi il Blog del 15 giugno 2014) anche questa è una triste notizia per l’animazione missionaria ad gentes nella Chiesa italiana, come tante altre simili, ad esempio il crollo vertiginoso delle vocazioni ad gentes (e ad vitam) degli istituti missionari italiani. In questo anno scolastico, nel seminario teologico del Pime di Monza abbiamo una cinquantina di teologi e filosofi, dei quali solo quattro italiani! E dobbiamo ringraziare la Provvidenza di Dio perchè il Pime, fondato da mons. Angelo Ramazzotti nel 1850 come “Seminario lombardo per le missioni estere” e da Pio XI nel 1926 come Pime (unendolo ad un altro simile Seminario fondato a Roma nel 1872), è diventato internazionale, altrimenti dovremmo chiudere la nostra teologia missionaria, affiliata con l’Università Urbaniana di Roma per il corso accademico di teologia che si chiude con il diploma di Baccalaureato, riconosciuto anche dallo stato italiano.

La “missione alle genti” significa annunziare e testimoniare Cristo ai popoli non cristiani (5 miliardi sui 7 dell’umanità) e il danno peggiore di questa decadenza dello spirito e della missione ad gentes sta nel dato di fatto che la Chiesa italiana, presa nel suo assieme, sta percorrendo il cammino opposto a quello che dichiarano i testi del Concilio Vaticano II, dei Papi e della stessa CEI (Conferenza episcopale italiana): si proclama una cosa e se ne fa un’altra. E questo avviene nella Chiesa di Cristo, che vuol essere autentica, trasparente, efficace immagine di Cristo Salvatore.

Ma nel Vangelo di San Marco (16, 14-15) si legge: “Gesù apparve agli undici discepoli mentre erano a tavola. Li rimproverò perché avevano avuto poca fede e si ostinavano a non credere a quelli che l’avevano visto risuscitato. E disse loro: “Andate in tutto il mondo e portate il Vangelo a tutti gli uomini. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, chi non crederà sarà condannato”. E noi potremmo dire: “Ma Gesù, tu rimproveri i tuoi Apostoli di non credere alla tua Risurrezione e poi subito dopo li mandi a predicare la Buona Notizia in tutto il modo! Ma com’è possibile? Se non credono che tu sei risorto, che razza di messaggio portano al mondo?”.

Ha risposto Giovanni Paolo II nella “Redemptoris Missio” (N. 2): “La fede si rafforza donandola!”, e spiega perché; e poi richiama la grande verità di fede: “Lo Spirito Santo protagonista della Missione” (Capitolo III). E fa venire in mente la famosa scenetta de “La Croix” che pubblicai in “Mondo e Missione” negli anni settanta, dove si vede Gesù che sale al Cielo mentre detta il suo testamento agli Apostoli, in cerchio davanti a Lui: “Andate in tutto il mondo,,,,”. Ma uno sussurra all’altro: “Ma noi, non siamo incardinati nella diocesi di Gerusalemme?”.

Quando Papa Francesco, e tutti i Papi e tutti i vescovi prima di lui, continuano a martellare lo slogan: “Per salvare l’uomo e l’umanità dobbiamo ritornare a Cristo!”, penso che nessuno aggiunga nella sua mente e nel suo cuore: “Eccetto quando ci dice di andare in tutto il mondo a portare il Vangelo a tutti gli uomini”.

Chi segue il mio Blog “Armagheddo”, sa che a volte è volutamente provocatorio, come anche questa volta. Non voglio assolutamente accusare nessuno, ma solo riproporre con forza il problema: qual è lo scopo dell’animazione e della stampa missionaria ad gentes dei Centri missionari diocesani, degli Istituti missionari, delle Pontificie opere missionarie e della stampa e animazione missionaria? Presentare le testimonianze dei missionari che nelle periferie dell’umanità annunziano Cristo, battezzano i popoli convertendoli a Cristo e formando le prime comunità cristiane; oppure abbiamo cominciato noi a politicizzare la missione alle genti, riducendo la Chiesa in missione ad una Ong mondiale che si interessa dei poveri e dei marginali, delle ingiustizie e violenze contro gli ultimi di ogni società, spesso senza alcun aggancio esplicito a Gesù Cristo? Non invento nulla, potrei raccontare decine e decine di esempi, perché l’onda culturale è questa e non è facile fare e proporre e realizzare qualcosa di diverso, si rischia di passare per conservatori, tradizionalisti, reperti archeologi da rottamare.

Ma la Chiesa, lo dice spesso Papa Francesco, non è una Ong di carattere sociale-politico-economico-sindacale, ma la comunità dei seguaci di Cristo, che deve andare in tutto il mondo annunziando la Buona Notizia del Vangelo. E quando, noi missionari diamo un’immagine diversa di noi stessi al mondo, perdiamo la nostra unica identità e diventiamo inefficienti, inefficaci, non leggono più le nostre riviste, i giovani non ci seguono più, non donano più la vita e hanno ragione. Donare la vita per che cosa? Per promuovere l’acqua pubblica o protestare contro il debito estero dei paesi africani o contro la produzione di armi? I giovani danno la vita solo se noi siamo innamorati di Cristo e capaci di innamorarli di Gesù Cristo, nient’altro. Nell’ottobre missionario e della Giornata Missionaria Mondiale è permesso riproporre con forza questo problema, perchè se ne discuta e si giunga, con l’aiuto di Dio, ad una decisiva correzione di rotta.

Piero Gheddo

Tuesday 30 September 2014

L’Anticristo è già tra noi

L’Anticristo è il Demonio e tutte le forze del male che si oppongono alla venuta del Regno di Dio e di Cristo negli ultimi giorni, ma anche nella storia dell’uomo (Apocalisse, I e II Lettera di Giovanni, II Lettera di Paolo ai Tessalonicesi). Ma è anche il titolo del libro di Friedrich Nietzsche (1844-1900), che un laico cattolico, Agostino Nobile, ha commentato nel volumetto pubblicato nel luglio 2014: “Anticristo superstar” (Edizioni Segno, Udine – pagg. 120). Agostino Nobile, sposato e padre di due figli, professore di storia della musica, 25 anni fa decise di lasciare l’insegnamento per studiare le culture non cristiane ed è vissuto per dieci anni nel mondo musulmano, indù e buddista, esperienza che ha rafforzato la sua fede cattolica. Nobile vive oggi in Portogallo con la sua famiglia, si dedica agli studi per approfondire la sua fede e ha lavorato fino ad un anno fa come pianista e cantante.

Ecco le battute di partenza di “Anticristo superstar”: “Quando anni fa mi capitò di leggere L’Anticristo di Friedrich Nietzsche, pensai di trovarmi di trovarmi di fronte ad un insano di mente. Oggi l’Anticristo è diventato il Referente imprescindibile di tutti i governi occidentali. Se a Friedrich Nietzsche avessero detto che in poco più di cent’anni il suo “Anticristo” sarebbe stato una superstar, l’avrebbe considerata una ridicola provocazione” (il libro di Nietzsche è del 1888) .

E continua: “L’Anticristo ha persuaso l’uomo che potrà essere felice solo quando soddisferà liberamente i propri istinti, eliminando il concetto del bene e del male, il concetto del bene e del peccato. Il peccato, si sa, pesa, e l’idea di liberarsene una volta per tutte, oggi più che mai è diventata una vera smania. Nel secolo scorso l’Anticristo ci convinse che “Dio è morto”, per poi eliminare milioni di esseri umani (attraverso le ideologie ispirate a questa convinzione). Oggi ci ha intruppati in una nuova ideologia, per annullare la natura stessa dell’uomo. Nel suo piano muta i metodi, ma il fine è sempre lo stesso: dimostrare a Dio che la sua creatura prediletta è l’essere più idiota del creato”.

Il pamphlet di Nobile, di poche pagine ma denso di fatti e di idee e facile da leggere, è tutto un esame storico e attuale di come l’idea centrale di Nietzsche e le altre espressioni seguenti si stanno realizzando. La convinzione basilare di Nietzsche è questa: “Io definisco il cristianesimo l’unica grande maledizione, unica grande intima perversione, unico grande istinto di vendetta, per il quale nessun mezzo è abbastanza velenoso, occulto, sotterraneo, piccino. Io lo definisco: l’unico imperituro marchio di abominio dell’umanità”.

Agostino Nobile affronta L’Anticristo a mo’ di botta e risposta. Ha estratto dal volume del filosofo tedesco le molte proposte e previsioni che riguardano la “Guerra mortale contro il vizio e il vizio è il cristianesimo” e con una carrellata storica di duemila anni dimostra con riferimenti storici e attuali, come questi sogni di Nietzsche si sono gradualmente realizzati e ancor oggi si stanno realizzando, con l’educazione dei minori, la cultura dominante, i costumi e le leggi che riportano i popoli cristiani a ridiventare pagani. Il capitolo più provocatorio per noi, uomini d’oggi, è quello finale col titolo Anticristo Superstar (che è quello del libro divulgativo), dove Agostino Nobile dimostra che nel nostro tempo la “guerra mortale contro il cristianesimo” è giunta quasi al termine, poiché i sogni di Nietzsche stanno influenzando e orientando i governi dei paesi cristiani (cioè occidentali) e l’Onu con i suoi organismi.

Ecco un solo esempio di questa corrente della cultura e della legislazione che si sta imponendo nel nostro tempo. Noi anziani o persone di mezza età non ce ne accorgiamo, ma la massima autorità mondiale della sanità vuol imporre ai bambini delle scuole aberrazioni di questo. L’Oms dell’Onu (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha diffuso a tutti i governi europei un vademecum per promuovere nelle scuole corsi di sessuologia: “Standard dell’Educazione Sessuale in Europa” (consultabile su Internet), dove tra l’altro si legge: “ai bimbi da 0 a 4 anni gli educatori dovranno trasmettere informazioni sulla masturbazione infantile precoce e scoperta del corpo e dei genitali, mettendoli in grado di esprimere i propri bisogni e desideri, ad esempio nel gioco del “dottore”… Dai 4 ai 6 anni i bambini dovranno essere istruiti sull’amore e le relazioni con persone dello stesso sesso… Con i bambini dai 6 ai 12 anni i maestri terranno lezioni sui cambiamenti del corpo, mestruazione ed eiaculazione, facendo conoscere i diversi metodi contraccettivi. Nella fascia puberale tra i 12 e i 15 anni gli adolescenti dovranno acquisire familiarità col concetto di “pianificazione familiare” e conoscere il difficile impatto della maternità in giovane età, con la consapevolezza di un’assistenza in caso di gravidanze indesiderate e la relativa presa di decisione”.

Leggendo questo documento dell’Onu, che suscita sgomento e paura, mi vengono in mente i molti testi di Giovanni Paolo II e di Papa Benedetto su questo tema: “La questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica” (Caritas in Veritate, 75), in questo senso: nel secolo scorso il “problema sociale” più grave era l’equa distribuzione della ricchezza e del benessere fra ricchi e poveri; oggi il maggior “problema sociale” è la distruzione della famiglia naturale e il pansessualismo che riducono rapidamente la popolazione mondiale promuovendo l’aborto, il matrimonio fra persone dello stesso sesso, l’eutanasia e l’eugenetica e tante altre aberrazioni, fino alla clonazione di esseri umani, oggi tecnicamente possibile e già sperimentata. Benedetto XVI scrive (Caritas in Veritate, 75): “Non si possono minimizzare gli scenari inquietanti per il futuro dell’uomo e i nuovi potenti strumenti che la “cultura della morte” ha messo nelle mani dell’uomo. Alla diffusa, tragica piaga dell’aborto si potrebbe aggiungere in futuro, che è già abusivamente in atto, una sistematica pianificazione eugenetica delle nascite”.

Si giungerebbe così alla meta finale di quanto Nietzsche sognava: “Un mondo abitato e dominato da Superuomini che hanno imposto la loro volontà di potenza agli uomini inferiori, mediocri e comuni”, per cui era necessario “stabilire i valori della società e dello Stato in favore dell’individuo più forte, del Superuomo (l’uomo eletto, geniale, l’artista creatore che vince l’uomo medio) e della superiorità di razza e di cultura” (“Enciclopedia cattolica”, Città del Vaticano 1952). Non meraviglia che Nietzsche, messosi al servizio del nazionalismo tedesco, abbia profondamente influenzato il nazismo e la sua nefasta ideologia!

Ma è ancora più scandaloso che il nostro Occidente, con profonde radici cristiane, che si ritiene libero, democratico, istruito, laico, evoluto, popolare, sia incamminato, senza forse averne coscienza, sulla stessa via che conduce al nichilismo, alla distruzione della natura umana e alla morte. Come popolo, abbiamo tolto il Sole di Dio dal nostro orizzonte umano, vogliamo fare a meno di Dio e di Gesù Cristo e non abbiamo più nessuna luce di speranza nel nostro futuro.

 

Piero Gheddo

 

Thursday 25 September 2014

La Chiesa chiede dialogo e fraternità coi musulmani

In Italia siamo (quasi) tutti convinti che “il vero nemico dell’umanità è il terrorismo islamico”, ha scritto mons. Bruno Forte il 31 agosto scorso (su “Il Sole 24 Ore”), lanciando un forte grido d’allarme sul diffondersi dell’estremismo islamico, oggi “Il Califfato”. Prima c’erano i Fratelli musulmani, i Talebani, Al Quaida, Boko Haram e altri locali, che continuano a soffiare sul fuoco. La sostanza è sempre la stessa: c’è un nemico mortale dell’uomo (anzi, “il vero nemico”) che si aggira per il mondo. Non è solo anti-cristiano e anti-occidentale, ma contro l’umanità intera, contro gli stessi musulmani, pur ispirandosi all’islam “puro e duro” e alla storia islamica: è l’estremismo radicale, il terrorismo, la “guerra santa”. E Forte spiega che questo giudizio viene anche dal fatto che Il Califfato dice di agire “in nome di Dio”, la peggior bestemmia che si possa immaginare. Ma aggiunge che tutto questo “non va assolutamente confuso con le forme dell’Islam autentico e con le aspirazioni alla pace e alla giustizia che pervadono il cuore e l’impegno di tanti musulmani” (vedi il mio Blog del 5 settembre 2014).

Parlo di questo con un missionario cattolico che vive in un paese islamico del Medio Oriente. Si dice d’accordo con quanto ha scritto mons. Forte, però teme che il tragico e travolgente prevalere di queste violenze disumane, facciano dimenticare ai cristiani d’Italia e d’Europa che la Chiesa ha scelto, come rapporto con i popoli islamici il dialogo, l’accoglienza, la solidarietà verso i bisognosi. La Chiesa denunzia e condanna fortemente l’estremismo e il terrorismo di radice islamica, ma vede anche queste situazioni con gli occhi di Dio, non con i nostri occhi pieni di passioni.

E mi parla dei frequenti e fraterni incontri che ha con tre rappresentanti dell’islam nella sua città, che condannano tutti decisamente il terrorismo islamico, in privato con lui, ma non in pubblico. A questi amici ha posto questa domanda: “L’umanità potrà essere una sola famiglia?”e nell’incontro del mese seguente hanno risposto.

Il primo che risponde è molto fedele al Corano, ma come lo interpreta lui. Mi dice per esempio: “Ormai siamo amici, ma non potrei darti la mano, perché sei un cristiano, un miscredente. E poi, poveretto, non potrai salvarti! Dio vuole solo credenti nell’Islam. Gli altri sono esclusi dalla convivenza umana. L’umanità non potrà mai essere una sola famiglia, lo proibisce il Corano!”.

Il secondo, o meglio la seconda, è una donna e un po’ più aperta ad accettare il dialogo con appartenenti ad altre culture e religioni. Spesso racconta le difficoltà della convivenza anche all’interno del suo ambiente musulmano e della sua stessa famiglia. In realtà lei nota un moltiplicarsi di posizioni sempre più differenziate all’interno degli stessi musulmani, uno spirito e uno sguardo di giudizio, quasi di controllo sulla fedeltà degli altri alle tradizioni e pratiche di preghiera, ramadan, elemosina e doni cultuali, portamento del velo, ecc. Questo è dovuto a un certo indottrinamento da parte di persone venute da altri paesi. Il missionario aggiunge: “Infatti io vedo crescere il razzismo nei confronti di persone di colore diverso e di religione diversa, un crescendo di secolarismo e di comportamenti di ipocrisia anche in persone semplici, che non sono mai state così.

La signora risponde decisamente: “Oggi è impossibile che l’umanità diventi una sola famiglia, non siamo uniti nemmeno noi musulmani e temo che ci divideremo sempre più, vedendo dove porta un certo modo radicale ed estremista di vivere l’islam!”.

Il terzo è un professore che negli incontri mantiene il ruolo di ascolto rispettoso e spesso concilia e avvicina le posizioni divergenti. Legge molto e ama informarsi ed estendere le sue conoscenze. La sua risposta è questa: “La cosa va studiata. Anche all’interno dell’Islam, ci sono persone che si impegnano alla convivenza rispettosa con i non musulmani, atteggiamento che suscita divisioni fra noi. Non mi, sento di prevedere il futuro, che comunque è sempre nelle mani di Allah”.

“Le tre risposte – conclude il missionario – mostrano che all’interno del mondo musulmano le divergenze possono aiutare a una riflessione più profonda sull’islam, alla rilettura dello stesso Corano e all’ascolto rispettoso delle altre esperienze religiose. E capisco meglio il mio servizio di accompagnamento nell’ascolto reciproco, nella riflessione e nello scambio di esperienze e di valori”.

Il missionario, vivendo in paese islamico, leggendo anche la stampa locale e frequentando molti musulmani, anche persone autorevoli in campo religioso-culturale, è convinto che il terrorismo islamico è certamente contro l’Occidente cristiano (“ma voi siete sempre meno cristiani!” mi dice), ma è ancora più convinto che la battaglia finale sarà tra musulmani violenti e intolleranti, e musulmani veramente amanti della pace e della convivenza tra popoli di diversa religione e cultura. La soluzione del terrorismo islamico non verrà quindi, secondo lui, dalla guerra dell’Occidente contro l’islam e dal rifiuto dei musulmani come tali, ma dal dialogo e dall’appoggio e sostegno delle iniziative che nascono nell’islam, contrarie alla “guerra per Dio”. Un conto è “fermare l’ingiusto aggressore”, un altro è dimenticare che l’islam è una grande e nobile religione (è un discorso che va approfondito) e condannare tutti i musulmani come nemici dell’Occidente. Questa mentalità, se si diffonde anche fra noi cristiani, porta inevitabilmente alla guerra totale, mondiale, che non avrà né vinti né vincitori.

Piero Gheddo

Thursday 20 February 2014

Il progetto di Francesco. Dove vuole portare la Chiesa

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È in libreria “Il progetto di Francesco. Dove vuole portare la Chiesa”. Una conversazione di Víctor Manuel Fernández con Paolo Rodari, Collana «Vita di missione – Nuova serie», Editrice Missionaria Italiana, pp. 144, euro 10,90.

Fernández è rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina; è stato uno dei primi vescovi nominati da papa Francesco, elevato nel maggio 2013 alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, uno dei saggisti più letti in America latina in fatto di teologia e spiritualità, ha un rapporto di assoluta fiducia con il papa che vede in lui un valido consulente e collaboratore. Non a caso fu lui, nel 2007, alla V Conferenza dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida, ad aiutare l’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro papa.

Poche persone come Fernández, dunque, possono aiutare a capire chi sia Francesco e verso dove egli vuole che la Chiesa vada. Anzitutto, secondo il teologo argentino, Francesco chiede alla Chiesa un movimento: l’uscita. «Uscire da sé stessi», spiega Fernández, «una categoria-chiave per comprendere a fondo il pensiero e la proposta del papa, perché il Vangelo ha sempre la dinamica dell’esodo e del dono, dell’uscire da sé. È il contrario dell’autorefenzialità che egli tanto deplora». E ancora, su questa idea che è centrale nel magistero dell’attuale pontefice: «Tale uscita richiede di osare, fare il primo passo, non restare seduti sperando che la gente venga ai nostri incontri o ai nostri corsi, avere il coraggio di parlare di Gesù e della propria esperienza di fede a tutti e in ogni luogo. Il papa ci ricorda sempre che la comunità evangelizzatrice non si chiude, ma anzi accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione se necessario, e si fa carico della vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo».

È il programma rivoluzionario del Papa venuto da un Paese «quasi ai confini del mondo» che il teologo argentino declama in queste intense pagine: prima dei princìpi, viene l’annuncio del Vangelo, da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Non ci si può limitare ad annunciare i princìpi morali da seguire. Occorre parlare anzitutto della gioia del Vangelo e del fatto che il Suo annuncio è un annuncio di misericordia. Secondo Fernández l’intento del Papa è di scuotere la Chiesa, di farla uscire dal recinto dei suoi privilegi, oltre le logiche del carrierismo e delle divisioni per arrivare a tutti, specialmente agli ultimi, agli emarginati, a chi non ha nulla. È una Chiesa povera e per i poveri che vuole il Papa, la stessa Chiesa che voleva quando era cardinale a Buenos Aires.

Ecco di seguito la prefazione al libro, firmata da Paolo Rodari:

13 marzo 2013. Verso dove Francesco vuole portare la Chiesa? È la domanda che mi sono fatto nei primi giorni di pontificato di Jorge Mario Bergoglio. E dovendo, da cronista, raccontare il pontificato in corso, è la domanda che ho posto fin dalla chiusura del conclave a tutte le persone che per lavoro ho incontrato o sentito. «Voi sapete che il dovere del conclave era di dare un vescovo a Roma e sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo… ma siamo qui», ha detto papa Francesco, affacciandosi la sera dell’elezione alla loggia centrale della basilica vaticana. Mi sono chiesto: cosa significa avere un papa che viene dalla fine del mondo? Cosa porterà alla Chiesa? E, soprattutto, dove la porterà?

Giorni dopo l’elezione, ho chiamato un amico vescovo. Avevo intenzione di svolgere un’inchiesta fra i gesuiti e gli ho chiesto il suo parere sulle domande da porre e, in particolare, sul nuovo papa. Mi ha risposto: «Hai letto Il cielo e la terra, il libro che Bergoglio ha scritto con il rabbino Abraham Skorka? Per me sono stati illuminanti i capitoli in cui i due affrontano i temi cosiddetti eticamente sensibili, il matrimonio fra uomo e donna, l’aborto, l’eutanasia ecc. Leggendoli, mi sembra di aver capito che per Bergoglio prima dei princìpi e della loro difesa viene il kerygma, ovvero l’annuncio della buona notizia che è il Vangelo. Mi sembra che questo sia il tratto principale del nuovo papa: i princìpi esistono e non si negano, ma prima occorre annunciare che il Vangelo è amore, misericordia, abbraccio. Insistere troppo sui princìpi non serve e può essere controproducente».

19 settembre 2013. È mattina. Mi trovo a Firenze e squilla il telefono. Mi avvisano che sta per uscire una lunga intervista concessa dal papa a padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica. Mi faccio mandare il testo. Gli spunti sono innumerevoli, ma resto colpito più che altro da un passaggio. Il papa dice: «Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione». E ancora: «Gli insegnamenti, tanto dogmatici quanto morali, non sono tutti equivalenti. Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L’annuncio di tipo missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus. Dobbiamo quindi trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l’edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte, di perdere la freschezza e il profumo del Vangelo. La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. È da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali».

Sono parole per me illuminanti. Perché confermano che la prima intuizione suggeritami dall’amico vescovo sembra giusta: Francesco mostra di volere una Chiesa che abbraccia e che non esclude. E ritiene che insistere troppo, quasi ossessivamente, sui princìpi, sia una tattica non consonante con il messaggio evangelico. Beninteso, anche i suoi predecessori volevano una Chiesa siffatta. Ma in Francesco questa sottolineatura pare più accentuata.

21 ottobre 2013. Su Repubblica pubblico una pagina d’intervista a Víctor Manuel Fernández, rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina, una delle prime nomine episcopali di Francesco, elevato nel maggio 2013 alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, ha un rapporto di fiducia con il papa che vede in lui un valido consulente. Non a caso fu lui, nel 2007, alla V Conferenza dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida (San Paolo), ad aiutare Bergoglio a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro papa. Pochi come Fernández, dunque, possono aiutare a capire chi sia Francesco e verso dove egli vuole che la Chiesa vada. Così, a inizio ottobre, lo chiamo a Buenos Aires. Mi risponde una voce cordiale. Gli spiego il mio interesse per il papa, il desiderio di conoscere la sua figura in profondità, le caratteristiche della «sua» Chiesa. Acconsente a che gli invii alcune domande, senza però garantirmi che mi risponderà. Invece, dopo qualche giorno, mi risponde. Non elude nessuna domanda e a quella per me più importante, ovvero se a suo avviso si può dire che Francesco sia il papa che privilegia la misericordia ai princìpi, risponde così: «L’annuncio del cuore del Vangelo prima d’ogni altra cosa è una caratteristica importante di Francesco, ma è da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Il papa pensa che una Chiesa che vuole uscire da sé stessa e raggiungere tutti debba necessariamente adattare il suo modo di predicare. Soprattutto, egli applica un criterio proposto dal Concilio Vaticano II ma spesso dimenticato e trascurato: la “gerarchia delle verità”. Francesco ci invita a riconoscere che spesso i precetti della dottrina morale della Chiesa vengono proposti fuori dal contesto che dà loro significato. Il problema maggiore si ha quando il messaggio che la Chiesa annuncia si identifica soltanto con questi aspetti che tuttavia non manifestano per intero il cuore del messaggio di Gesù Cristo…». E ancora: «Ci deve essere una proporzione adeguata soprattutto nella frequenza con la quale alcuni argomenti o accenti vengono inseriti nella predicazione. Per esempio, se un parroco lungo l’anno liturgico parla dieci volte di morale sessuale e soltanto due o tre volte dell’amore fraterno o della giustizia, vi è una sproporzione. Ugualmente se parla spesso contro il matrimonio fra omosessuali e poco della bellezza del matrimonio. Oppure se parla più della legge che della grazia, più della Chiesa che di Gesù Cristo, più del papa che della parola di Dio».

L’intervista esce su Repubblica il 21 ottobre. L’occasione ci fa conoscere meglio e mi porta a fargli una seconda richiesta: perché non pubblichiamo insieme un libro-conversazione tutto dedicato a Francesco, o meglio al suo «programma»? Con mia grande gioia padre Fernández acconsente una seconda volta. Insieme decidiamo di usare l’esortazione apostolica Evangelii gaudium (EG) come base sulla quale lavorare, avendo ben presente che è stato lo stesso papa a dire che il documento ha un «senso programmatico». E il risultato, dopo il tempo trascorso assieme a Buenos Aires e un’intensa corrispondenza epistolare, sono le pagine di questo libro, un testo che spero risulti utile per chi vuole comprendere fino in fondo la sfida che il papa venuto «dalla fine del mondo» vuole porre alla Chiesa e, insieme, anche a chi è lontano da una vita di fede.

Evangelii gaudium è un programma di pontificato ampio e accurato. L’esortazione apostolica, infatti, firmata dal papa il 24 novembre 2013, festa di Cristo Re dell’universo, formalmente sarebbe dovuta essere «post-sinodale», ovvero semplicemente un approfondimento delle proposizioni che il Sinodo dei vescovi, svoltosi in Vaticano nel 2012 e dedicato alla nuova evangelizzazione, aveva prodotto. In realtà il documento volutamente non riporta la dizione «post-sinodale», proprio perché è, e vuol essere, molto di più, un testo appunto programmatico. E così, partendo da Evangelii gaudium, è stato per noi semplice ampliare l’orizzonte su un papa così sorprendente.

Evangelii gaudium, ovvero la gioia del Vangelo. Sembra essere questa, anzitutto, la direzione. Portare la Chiesa a prendere consapevolezza che il cristianesimo è gioia perché annuncia che Dio è con noi. Una delle azioni maggiormente richieste dal papa è la necessità di «uscire fuori». Uscire dalle proprie convinzioni, comodità, privilegi, idee, per portare il Vangelo di Cristo a tutti senza pregiudizi né preclusioni. Uscire, cambiare, dunque, ripensando daccapo l’intera vita di fede. Il papa non manca di indicare nello specifico alcune riforme e alcuni cambiamenti, esortando «tutti ad applicare con generosità e coraggio gli orientamenti di questo documento, senza divieti né paure». Non è più il tempo della ritrosia. Francesco vuole che tutti, a cominciare dai semplici fedeli, abbandonino «il comodo criterio del “si è fatto sempre così”». Dice: «Invito tutti ad essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità».

Questo libro, dunque, nasce anche dallo stupore per questo testo papale, una vera e propria enciclica, secondo quanto hanno scritto diversi osservatori. Stupore per un papa che decide di mettere per iscritto un programma esigente anche verso sé stesso e la propria persona: «Dal momento che sono chiamato a vivere quanto chiedo agli altri, devo anche pensare a una conversione del papato». Il cantiere che papa Francesco ha aperto con Evangelii gaudium è ampio e può far venire le vertigini. «Tuttavia – scrive Francesco – non c’è maggiore libertà che quella di lasciarci portare dallo Spirito, rinunciando a calcolare tutto, e permettere che Egli ci illumini, ci guidi, ci orienti, ci spinga dove Lui desidera».

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Saturday 15 February 2014

Padre Konrad, le braccia caritatevoli di Papa Francesco

“Tu sai cosa devi fare, hai bisogno di soldi?” E’ la frase che Konrad Krajewski, arcivescovo ed Elemosiniere di sua Santità, si sente ripetere spesso da papa Francesco. Si perché è lui che aiuta il Papa ad essere vicino a chi ha bisogno, con gesti che sembrano piccoli, ma che diventano immensi per chi li riceve. Padre Konrad come lo chiamano tutti, non vive in Vaticano, ma a Borgo Pio, in una casa “con la bandiera polacca”, dice. “Perché così posso essere più vicino alla gente”. Vuole essere chiamato così e il papa gli ha detto: a chi ti chiama eccellenza chiedi 5 euro di tassa per i poveri. Konrad che viene dalla diocesi di Łódź, lui che dal 1998 è stato a fianco di tre papi durante le liturgie, lui che da anni gira la notte per le vie di Roma per dare aiuto a chi ne ha bisogno. “Le mie braccia sono corte adesso, se le prolunghiamo con le tue braccia riesco a toccare i poveri di Roma e d’ Italia, io non posso uscire, tu sì” gli ha detto il papa alla sua nomina.

Wednesday 12 February 2014

Due Papi per una sola Chiesa

Diciamoci la verità, non avremmo mai pensato che la coabitazione funzionasse così bene. Anzi che potesse diventare un modello per il futuro. Quando in un giorno di brutto tempo a febbraio i media di tutto il mondo hanno iniziato a far girare la notizia del secolo, la rinuncia del Papa, l’idea stessa di avere due Papi in Vaticano sembrava roba da Apocalisse. Quel fulmine che colpiva la cupola di San Pietro immortalato da un fotografo fortunato, sembrava davvero l’inizio della fine del mondo secondo i canoni di certi B movies degli anni ’70. Fulmini e saette, l’attacco del Maligno e cose del genere. Qualcuno ha anche cavalcato quest’onda per sferrare l’ultimo colpo a Papa Benedetto XVI colpevole di non aver mai ceduto ai facili popolarismi e di aver sempre predicato la verità del Vangelo con gioiosa e ferma chiarezza. Ma il Vento dello Spirito soffia dove vuole e non segue le regole del meteo.

Wednesday 12 February 2014 09:08

La Quaresima della Chiesa

Quando pensiamo alla Quaresima i laici pensano ad una cosa lunga e triste, i cattolici ad un tempo forte della liturgica che si prepara alla luce della Pasqua. E in effetti quei poco più di quaranta giorni che lo scorso anno abbiamo vissuto tra l’ 11 febbraio, e il 13 marzo e poi fino a Pasqua, sono stati davvero una Quaresima. E in entrambi i sensi. Perché sono stati giorni lunghi, di ansia e di stupore, di attesa di incredulità. E in questo senso giorni di penitenza. Per la prima volta nella storia moderna, un pontefice decideva di rinunciare al governo della Chiesa Universale. Si certo, tutti gli addetti ai lavori sapevano che fin dai tempi di Paolo VI si parlava di come permettere al Papa di essere davvero libero da qualunque condizionamento, di poter esercitare il ministero petrino in pienezza e completezza e quindi di poter “lasciare” qualora non potesse essere in piena coscienza libero

Wednesday 27 November 2013

L'eutanasia ai minori: per la Chiesa un gesto di estrema inciviltà. Occorre riflettere.

Le parole sono forti e sono quelle di un prelato molto autorevole all'interno della Chiesa cattolica.

Mons. Sgreccia è presidente della fondazione Ut Vitam habeant nonchè presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita.

Il tema è uno di quelli che in questoi periodo sta suscitando acceso dibattito in ambito cattolico ed etico: quello dell'eutanasia...anzi, quello dell'eutanasia aperta alle persone minori di età.

«È un salto. Un salto abissale, sotto il livello di civiltà, di umanità». Queste le parole del prelato che commenta il primo sì del parlamento belga all'estensione dell'eutanasia ai minori. 

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Tuesday 05 November 2013

Così pregava Karol Wojtyla. Una lista di nomi (con allegati dossier), l’elenco dei collaboratori in vista, un Atlante sottomano per la “preghiera geografica”

Giovanni Paolo II aveva un segreto, la preghiera. Ore trascorse nel silenzio, in un dialogo nascosto con Dio dal quale traeva la forza per andare, con efficacia, incontro al mondo.

Della preghiera di Karol Wojtyla hanno scritto in tanti. Una testimonianza significativa in merito l’ha data il 4 novembre 2013 un sacerdote riservato e preparato, che ha avuto la possibilità di frequentare molto il Papa polacco durante i suoi ultimi anni di vita.

Si chiama Pawel Ptasznik. Oggi è il responsabile della sezione polacca della segreteria di stato vaticana. Ai tempi di Giovanni Paolo II era colui che saliva nell’Appartamento papale per aiutare lo stesso Wojtyla nella stesura dei suoi testi. È stata l’assidua frequentazione dell’Appartamento a premettergli di conoscere quel segreto, la preghiera appunto, che ha caratterizzato tutta la vita del Papa che la prossima primavera diviene santo.

Monsignor Ptasznik ha dato la sua testimonianza a Roma, durante la presentazione dell’ultimo libro dell’ex segretario di Wojtyla Stanislaw Dziwisz, una conversazione con Gian Franco Svidercoschi intitolata “Ho vissuto con un santo”.

Questa la trascrizione di quanto ha detto:

«Quella di Wojtyla era una preghiera costante e vera. Anche durante i viaggi normalmente voleva rispettare “l’ora santa” dedicata all’adorazione eucaristica, e così la via crucis del venerdì sera e la Messa. Chi organizzava i viaggi doveva tenere presente queste sue esigenze».

«La segreteria di stato consegnava al Papa la lista con le richieste di preghiere arrivate da tutto il mondo. Pregava consultando quella lista, che spesso aveva degli allegati, delle cartelle che spiegavano meglio la situazione di coloro che chiedevano preghiere».

«Una volta l’ho visto pregare in cappella. Aveva aperto davanti a sé l’Osservatore Romano su una pagina in cui c’erano tutti i nomi dei capi dicastero della Curia Romana con anche gli “officiali” di lingua polacca. Pregava per tutti i suoi collaboratori».

«Sulla sua scrivania aveva un Atlante. Ogni giorno posava lo sguardo su una parte concreta del mondo, per poi pregare per tutta la giornata per le popolazioni di quella stessa porzione. Era la sua preghiera geografica».

«Si confessava ogni due settimane. Una macchina arriva in centro a Roma per “prelevare” monsingor Stanislaw Michalski, il suo confessore, che veniva accompagnato appositamente in Vaticano».

«Quando doveva scrivere un testo faceva tutti i giorni un’ora di meditazione sul camminamento situato sul tetto del palazzo apostolico. Poi scendeva in Appartamento e mi dettava il testo. Citava a memoria passi della Scrittura e dei padri della Chiesa. Dopo un’ora, un’ora e mezza, il testo era pronto».

Friday 01 November 2013

«Ho l’impressione che Gesù è stato rinchiuso all’interno della Chiesa e che bussa perché vuole uscire». Ecco cosa disse Jorge Mario Bergoglio prima del Conclave secondo il cardinale Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione

«Durante il suo intervento alle congregazioni generali che hanno preceduto il conclave, il cardinale Jorge Mario Bergoglio ha parlato con insistenza della necessità che la Chiesa “esca fuori” da se stessa. Egli ha detto che la Chiesa è malata, che deve prendersi cura di se stessa. Il suo breve discorso ha colpito tutti. Ha detto testualmente: “Ho l’impressione che Gesù è stato rinchiuso all’interno della Chiesa e che bussa perché vuole uscire, vuole andare via”».

«Bergoglio ha chiesto ai vescovi di essere veramente pastori e non degli amministratori. Del resto, è ciò che egli ha fatto a Buenos Aires rifiutando, ad esempio, di andare ad abitare nella residenza vescovile. Così ora che è Papa con la decisione di abitare nel convitto di Santa Marta. Egli ha bisogno di vedere gente e incontrare semplicemente la gente per parlare con loro nei corridoi, durante i pasti … La parola “fuori”, si sa, è importante. Possiamo dire che questa è la parola che meglio definisce la missione di Gesù, egli è uscito fuori in qualche modo da se stesso per andare in periferia, dove l’uomo vive perso e in difficoltà”».

Così l’arcivescovo di Lione, il cardinale Philippe Xavier Ignace Barbarin – in tempo di sede vacante arrivava in Vaticano in bicicletta –, rivela come già nelle riunioni pre-conclave Bergoglio abbia usato parole dure per descrivere la situazione della Chiesa. «Cristo è rinchiuso in prigione», ha detto il futuro Papa durante le Congregazioni generali. Parole che hanno convinto i cardinali a sceglierlo perché, dice Barbarin, «quel discorso ha colpito tutti».

È stato il discorso durante le congregazioni a convincere i cardinali a votare Bergoglio oppure il suo nome era nella mente dei cardinali già da prima?
«Il nome del cardinale Bergoglio circolava molto fra i cardinali. Tutti però siamo rimasti colpiti durante le congregazione generali dal suo discorso. Parlava della necessità di guardare altrove. Ha raccontato dell’America Latina, dove il 40 per cento della popolazione è cattolica. Egli è stato in grado di governare la provincia gesuita affidatagli durante il difficile periodo della dittatura militare. Ben presto si è trovato a capo dell’arcidiocesi di Buenos Aires, dove ha mostrato un grande zelo missionario, in un vero spirito di povertà e di vicinanza verso tutte le persone che gli erano state affidate. Ci è apparso come un uomo di grande autorità che sa come impostare il proprio cammino e prendere le decisioni giuste. Già in questi mesi vediamo come tutte queste qualità siano state messe in campo. Soprattutto colpisce la semplicità e la chiarezza delle sue omelie, e insieme il grande programma lanciato per la riforma della curia romana. Questa è la riforma che la Chiesa si aspetta e di cui essa ha grande bisogno».

È urgente questa riforma secondo lei?
«La riforma deve certamente avvenire. Il Consiglio dei cardinali saprà come fare. Ha l’obiettivo di riorganizzare la Chiesa, servendo le chiese locali e collaborando collegialmente con i vescovi del mondo. Possiamo dire della curia ciò che il Papa ha detto della Chiesa: “È buono e sano se essa si occupa prima di se stessa che degli altri”».

Cosa pensa delle riforma dello Ior? È giusto che il Vaticano abbia una banca?
«La questione non è se ci deve essere una banca in Vaticano o meno. È ovvio che il Vaticano ha bisogno di soldi, come ogni diocesi o istituzione della Chiesa. Ma piuttosto la questione è se e come il denaro entra in Vaticano, se tutto è trasparente o meno, verificabile, come le spese sono organizzate».

In questi giorni un sito web cileno ha riportato le parole che il Papa avrebbe detto a dei religiosi sudamericani circa l’esistenza di una “lobby gay” in Vaticano. Esiste davvero secondo lei questa lobby? Perché il Papa ne ha parlato?
«Ovviamente, su questo argomento non so nulla. Quel che è certo è che tutti gli uomini sono peccatori, e quindi anche in Vaticano ci sono uomini che sbagliano. Sarebbe sciocco dire: “Non credete, in Vaticano è impossibile!”. Ma io non voglio amplificare voci e dicerie. Se il Papa ha qualcosa di chiaro da dire in proposito, lo sapremo. E se si decide di agire, lo farà senz’altro».

Ratzinger nella Via Crucis del 2005 al Colosseo parlò della “sporcizia” presente nella Chiesa. Ancora Francesco parla spesso dei “mali” interni alla Chiesa. A cosa si riferiscono?
«Sì, è una triste realtà. La Chiesa, da semplice fedele al vertice della gerarchia è danneggiata e talvolta screditata dai peccati e dagli scandali di coloro che la compongono. Questa è una grande ferita interiore. Naturalmente, siamo tutti peccatori, ma se uno non lascia Cristo fuori di questo peccato, se lui non si assoggetterà alla misericordia di Dio, il danno potrà essere grande, e soprattutto se la persona che pecca si trova in una posizione di notevole responsabilità. Certo, nella storia, abbiamo visto molti Papi non essere di esempio ma crediamo che, nonostante i tanti peccati, la Chiesa goda del sostegno costante dello Spirito Santo. Egli ha parole di vita eterna».

Spesso la Chiesa è chiamata a rapportarsi con i problemi anche più scomodi della gente. Sempre più fedeli vicino situazioni difficili. Le famiglie spesso si sfasciano. Sono tanti i divorziati risposati che non possono accedere alla comunione. Come si comporta con questi problemi a Lione? Quali soluzioni?
«Sì, la sofferenza è sempre più pesante, in generale, sia nella Chiesa di Lione che altrove. Si ha l’impressione che non solo le famiglie, ma l’intera società stia arrivando ad annullarsi, e ci si chiede con una certa ansia dove si andrà in futuro. È in atto una decostruzione quasi desiderata, programmata per staccare le radici ai giovani e qualche volta anche alle famiglie.Ma ognuno ha un suo posto nella Chiesa. Benedetto XVI lo ha ripetuto spesso. Il Signore ha scelto come uno dei pilastri della sua Chiesa un rinnegato, Pietro, che aveva vilmente abbandonato al momento della passione, e un “parassita!” della Chiesa, come Paolo, ed entrambi sono diventati pilastri della costruzione. Così egli saprà utilizzare tutti noi, qualunque siano le nostre debolezze e peccati. Dobbiamo spostare gradualmente (questa è la legge della gradualità, in modo spesso spiegato da Giovanni Paolo II) su un percorso dove la misericordia e l’attenzione per ogni persona sono illimitate. E dove la Parola di Dio è accolta come una verità la luce e in assoluto, anche se ci porta attraverso momenti di sofferenza e angoscia, certamente porta ad un cammino di felicità».

Tuesday 22 October 2013

Prima il Vangelo e poi la dottrina. Il segreto di Jorge Mario Bergoglio secondo Victor Manuel Fernández, uno dei teologi più vicini al Papa

Victor Manuel Fernández, rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina, è una delle prime nomine di Jorge Mario Bergoglio, elevato lo scorso maggio alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, ha un filo diretto col Papa che vede in lui un valido “consulente”. Nel 2007 alla conferenza dei vescovi latino americani ad Aparecida, fu Fernández ad aiutarlo a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro Papa.

Monsignore, vorrei entrare subito “in medias res”. Nel libro con Abraham Skorka, Jorge Mario Beroglio svolge una breve introduzione nella quale parla dell’importanza della “cultura dell’incontro”. E dice che a volte l’uomo arriva a identificarsi di più con “i costruttori di mura che con quelli di ponti”. I media di tutto il mondo lodano le “aperture” di Francesco, stupìti più che altro del fatto che egli non insiste anzitutto sui princìpi ma – come ha detto lui stesso nell’intervista concessa il 19 settembre a Civiltà Cattolica – su “ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus”, insomma sull’essenziale, sul Vangelo. È a suo avviso questo il tratto fondamentale del nuovo pontificato? L’annuncio del Vangelo prima della morale? Oppure qual è il suo tratto caratteristico?
L’annuncio del cuore del Vangelo prima d’ogni altra cosa è una caratteristica importante di Francesco, ma è da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Il Papa pensa che una Chiesa che vuole uscire da se stessa e raggiungere tutti debba necessariamente adattare il suo modo di predicare. Soprattutto, egli applica un criterio proposto dal Concilio Vaticano II spesso dimenticato e trascurato: la “gerarchia delle verità”. Francesco ci invita a riconoscere che molte volte, i precetti della dottrina morale della Chiesa vengono proposti fuori dal contesto che dà loro significato. Il problema maggiore si ha quando il messaggio che la Chiesa annuncia si identifica soltanto con questi aspetti che tuttavia non manifestano per intero il cuore del messaggio di Gesù Cristo. Mentre una pastorale missionaria non può essere ossessionata dalla trasmissione disorganizzata di un insieme di dottrine da imporre con la forza dell’insistenza. Quando la Chiesa assume uno stile missionario diretto a tutti, senza eccezioni o esclusioni, l’annuncio si concentra sull’essenziale, su ciò che c’è di più bello, di più grande, di più attraente e nello stesso tempo di più necessario. Certo, tutte le verità rivelate sono credute con la medesima fede, ma alcune di loro sono più importanti perché esprimono più direttamente il nucleo fondamentale che è la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo. Ci deve essere una proporzione adeguata soprattutto nella frequenza con la quale alcuni argomenti o accenti vengono inseriti nella predicazione. Per esempio, se un parroco lungo l’anno liturgico parla dieci volte di morale sessuale e soltanto due o tre volte dell’amore fraterno o della giustizia, vi è una sproporzione. Ugualmente se parla spesso contro il matrimonio fra omosessuali e poco della bellezza del matrimonio. Oppure se parla più della legge che della grazia, più della Chiesa che di Gesù Cristo, più del Papa che della parola di Dio. Insomma, ogni verità si comprende meglio se posta in relazione armoniosa con tutto il messaggio cristiano, perché in tale contesto tutte le verità si illuminano a vicenda. Il Vangelo invita soprattutto a rispondere all’amore salvifico di Dio, riconoscendolo negli altri e in se stessi, al fine di cercare il bene di tutti. Questo invito non dovrebbe essere posto per nessun motivo in secondo piano! Se questo invito non brilla con forza e appeal, la morale della Chiesa rischia di diventare come un castello di carta: è qui che risiede il nostro più grande pericolo. Il messaggio perde la sua freschezza e cessa di avere il cosidetto “odore del Vangelo”. Certo, c’è poi anche lo stile del Papa, che non solo mira all’essenziale, ma lo esprime in modo chiaro e con segni. E a giudicare dagli effetti di questo fenomeno, non possiamo che guardarlo con occhi positivi, seppure esso dia fastidio in alcuni luoghi minoritari e poco rappresentativi dell’intera Chiesa.

In Italia è recentemente uscito un retroscena secondo il quale nel 2005, se Bergoglio fosse stato eletto Papa, si sarebbe chiamato Giovanni XXIV. Così, infatti, lo stesso Bergoglio avrebbe risposto al cardinale Francesco Marchisano, dalle radici piemontesi come il futuro Francesco, all’atto dell’elezione di Ratzinger. Marchisano era allora arciprete della Basilica di San Pietro. Al di là della veridicità o meno del retroscena, è papa Roncalli il Papa al quale Bergoglio ispira il suo pontificato? E in particolare, a suo avviso cosa pensa egli del Concilio Vaticano II? Si dice che dopo anni di tentativi di interpretare in senso conservatore o progressista il Concilio (le grandi “battaglie” sull’ermeneutica) egli ritenga che sia arrivato il momento di “farlo” il Concilio. È così?
Francesco è diverso da tutti i Papi che l’hanno preceduto. Certo, può avere caratteristiche di uno o dell’altro, ma sempre nella strada aperta dal Concilio. Senza dubbio egli rimane al di fuori delle discussioni teoriche sul Concilio perché semplicemente interessato a continuare lo spirito di rinnovamento e riforma che viene dal Concilio. In questo senso si pone fuori da ogni ossessione ideologica, senza pause o giravolte, con l’intenzione di portare la Chiesa fuori da se stessa così da raggiungere tutti. Ciò che ho detto sul criterio della “gerarchia delle verità” vale anche per molti altri percorsi di riforma che ha aperto il Concilio e che sono rimasti a metà strada.

Per quel che si sa la giornata di papa Francesco ha tre momenti fissi: la meditazione della Scrittura il mattino presto prima della Santa Messa; la recita del Rosario il pomeriggio; un’ora di adorazione eucaristica la sera. Nell’intervista a Civiltà Cattolica ha detto che la sua preghiera è “memoriosa”. Cosa intende? Cosa significa pregare per Francesco? Lo ha mai visto pregare? Come pregava in Argentina?
Il tema della memoria è una cosa su cui egli insiste molto ed è una chiave per conoscerlo. Non dobbiamo guardare le novità che egli porta come uno sradicamento, come un oblìo della storia viva della Chiesa. Egli spiega spesso che la memoria è una dimensione della nostra fede, in analogia alla memoria di Israele. Cita spesso gli Apostoli che non dimenticarono mai il momento in cui Gesù toccò il loro cuore: “Erano circa le quattro del pomeriggio”, dice Giovanni. E spesso ricorda le persone che sono state toccate in modo speciale, così da mostrare a tutti la gioia del credere. A volte si tratta di persone semplici e a noi vicine nella vita di fede. Bergoglio ama ricordare la seconda lettera a Timoteo: “Ho in mente la sincerità della vostra fede, una fede che fu prima in tua nonna Loide e in tua madre Eunice”. Perciò egli crede che la Chiesa non possa rinunciare alla propria ricca tradizione e che sarebbe sciocco pretendere di ripartire da zero. Egli non è un progressista senza radici, come qualcuno vorrebbe presentarlo. La sua preghiera è “memoriosa”, perché quando prega ricorda le persone che ha incontrato nel corso della giornata e cerca di raccogliere il messaggio che gli ha lasciato ciò che ha vissuto. La sua preghiera è piena di volti e nomi. Quando incontra la gente egli si mostra vicino, attento, affettuoso, e porta nella preghiera tutte quelle persone. In questo senso la sua è una preghiera “memoriosa”.

Non è un mistero per nessuno che negli anni passati i rapporti fra il cardinale Bergoglio con la presidente Kirchner sono stati difficili. Di Bergoglio il quotidiano argentino “Il Clarin” ha ricordato la vicinanza al gruppo peronista di destra “Guardia di Hierro”, con cui, negli anni – scrive il quotidiano -, avrebbe continuato a mantenere un legame spirituale. Quanto c’è di vero in questo? E soprattutto: è verosimile che il Papa auspichi in futuro un ritorno in argentina di un peronismo moderato che sappia legare con la Chiesa e i suoi convincimenti?
Penso che il suo rapporto con la presidente Kirchner non sia stato correttamente interpretato. Alcuni hanno creduto che alcune affermazioni delle sue omelie fossero attacchi personali contro di lei. Ma non è così. Del resto nessun politico può dire di avere o di avere avuto Bergoglio come proprio alleato politico, sia di sinistra sia di destra. Perché le sue parole possono soddisfare oggi, ma domani possono essere lette al contrario come pericolosi attacchi. Penso infatti che chiunque ha una qualche forma di potere, anche di potere ecclesiastico, non può non sentire su di sé lo “sperone” di Bergoglio, come una spina nel fianco, perché egli è e sarà sempre l’interprete di coloro che non hanno potere. Nel 2000 Bergoglio ha espresso un suo grande auspicio: “Che il potere non sia un privilegio inespugnabile”. E ciò vale per un presidente, un governatore, un uomo d’affari, un cardinale, e anche per i membri della Curia Romana. Il suo messaggio è il seguente: se hai accettato il potere senza privilegi, è necessario che usi il potere per servire e devi esporti ai reclami di tutti con umiltà, soprattutto i reclami dei deboli sono ascoltati. Se hai accettato una qualche forma di potere, allora devi sottometterti al controllo degli altri. Comunque, una certa affinità di Bergoglio al peronismo c’è e ha a che fare con due fatti: il peronismo assunse con forza la dottrina sociale della Chiesa e i suoi valori e comprese la cultura dei settori più poveri della società. Ma ciò non significa che Bergoglio abbia mai sostenuto un qualche potere politico. Fra l’altro egli ha sempre avuto un dialogo cordiale con tutti i politici.

Nell’intervista a Civiltà Cattolica, Bergoglio cita il beato Pietro Favre come suo modello. Chi fu Favre? Perché è un modello per Bergoglio?
Il beato Favre ha portato alla compagnia di Gesù un particolare modo di accompagnare le persone in un percorso di crescita. Accompagnare è una questione chiave per i gesuiti. Favre ha insistito sulla necessità di dare tempo alla gente, di rispettare i tempi di ognuno. Era un maestro di dolcezza, di pazienza e di dialogo con tutti. Bergoglio ricorda una frase di Favre che dice che “il tempo è il messaggero di Dio”, e la interpreta dicendo che “il tempo è superiore allo spazio”. Favre preferiva non perdere tempo in discussioni teoriche con i protestanti e sottolineava la necessità per la Chiesa di maturare e crescere nella testimonianza del Vangelo. Credo che tutto questo abbia molto a che fare con lo stile di Francesco, lontano da polemiche teoriche e in grado di esprimere le proprie convinzioni in una testimonianza attraente. Le riforme non vengono fatte per forza o in fretta, perché devono essere sempre accompagnate da una riforma interna. Tutto ciò è ben presente in Favre.

Colpisce molto in Francesco la sua ricerca dell’essenziale e anche di una certa austerità. Gira con macchine utilitarie, non ama sfarzi e lussi, visita i profughi e parla ai poveri. A Civiltà Cattolica dice di essere vicino alla corrente mistica di Louis Lallemant e Jean-Joseph Surin. Entrambi predicano la necessità di “spogliarsi” per arrivare a Dio. È questa la strada che Bergoglio vuole compiere?
Il suo non è amore del sacrificio fine a se stesso né un’ossessione per l’austerità. Si tratta di una “spoliazione” interiore, una rinuncia a indugiare troppo su se stessi, così da mettere Dio e gli altri al centro della propria vita e non se stessi. Ciò ha anche un significato pastorale, perché implica stare più vicini ai poveri, ai loro limiti, alla loro condizione sociale, alle loro umiliazioni. Per questo a Bergoglio non piacciono i sacerdoti princìpi o i vescovi “da aeroporto”, o gli ecclesiastici che amano le vacanze troppo costose, le cene nei migliori ristoranti, i preziosi d’oro e d’argento ostentati sui capi di abbigliamento, le continue visite a persone potenti, o coloro che amano parlare molto di se stessi o che si sentono diversi dagli altri. Tutto ciò che è mondanità spirituale che avvelena la Chiesa.

Si parla molto a Roma delle riforma della struttura della Chiesa: una nuova curia romana, una nuovo collegialità nell’esercizio del governo. Di Joseph Ratzinger è famosa la lezione nella quale disse che la vera riforma della Chiesa non è nelle strutture ma nel cuore di ognuno. Qual è a suo avviso l’idea di riforma propria di Bergoglio?
Le due cose insieme, perché la sua idea di riforma non è ideale, ma incarnata. Senza dubbio egli pensa che una riforma esteriore delle strutture non si sostiene senza uno spirito e uno stile di vita adeguato. Ma mi sembra che che la cosa più importante non sia la semplificazione della struttura della Curia romana, ma lo sviluppo di altre forme di partecipazione (sinodi, conferenze episcopali, consultazione dei laici, etc) che negli ultimi anni sono state più formali che reali. Senza dubbio questo sviluppo richiede che alcuni settori della Curia Romana cessino di essere eccessivamente giuridici, inquisitori e insieme maestosi, correndo fra l’altro il rischio di diventare autoreferenziali. Alcune volte ho sentito personalità della in Curia dire “noi” senza includere tutta la Chiesa, e nemmeno il Papa ma soltanto se stessi. Francesco ci ricorda che Gesù in realtà ha dato a Pietro e agli Apostoli una missione speciale, non una struttura centrale che comunque può avere soltanto una funzione ausiliaria.

Più volte papa Francesco ha parlato del Demonio. Nel libro con Skorka vi dedica un capitolo dove afferma: “Credo nell’esistenza del Demonio. Forse il maggior successo in questi tempi è stato farci credere che non esiste, che tutto possa essere risolto su un piano meramente umano. Come dice Giobbe, la vita dell’uomo sulla terra è una lotta…”. Che significato assume nella spiritualità ignaziana la figura del Demonio? Ha mai fatto esorcismi?
Non lo ho mai sentito parlare di esorcismi, ma del Diavolo sì. Penso che il parlare del Diavolo sia un invito a stare attenti, perché se non curiamo la nostra sanità interiore e le nostre reali intenzioni diventiamo facilmente marionette guidate da altre forze di dissoluzione e di menzogna. Significa che la sua visione della vita e della realtà non è ingenua, ma molto realistica. È necessaria una vigilanza serena, fiduciosa nell’amore del Signore, ma costante.

Nelle scorse settimane uno dei pensatori più influenti della cosiddetta teologia della liberazione è stato ricevuto da Francesco. Alcuni commentatori hanno addirittura scritto che con questo gesto “la Chiesa sdogana la teologia della liberazione”. È così? Cosa pensa Bergoglio della teologia della liberazione e in che rapporto sta con essa?
Non è possibile pensare che questo Papa possa sostenere una teologia della liberazione fondata su un’analisi marxista. Tuttavia, egli farà propria ogni difesa della dignità dei poveri e tutte le critiche dei sistemi economici ideologici, di ogni speculazione finanziaria, di ogni assolutizzazione della libertà di mercato, cose che finiscono per creare nuove ingiustizie. D’altra parte i poveri non dovrebbero essere soltanto oggetto di una liberazione operata da altri più illuminati, ma essere rispettati come persone attive, con la propria cultura, un modo proprio di vedere la vita, una religiosità caratteristica.

Come è diventato amico di Bergoglio? Ci sono dei momenti che ricorda in modo particolare della vostra amicizia?
Io non la chiamerei amicizia, ma filiazione. Anche se c’è una grande affinità di idee, per me egli è stato ed è soprattutto un grande padre che è riuscito a riconoscere e promuovere il meglio di me. Così teneramente ha tollerato i miei errori, le vanità e le impazienze, e sempre mi ha spinto, in particolare con la sua testimonianza, a continuare, a maturare e a crescere. Posso citare tre momenti speciali: uno era nel 2007, quando siamo tornati dalla V Conferenza dei vescovi ad Aparecida, dove ho rappresentato i sacerdoti argentini. Viaggiavo con lui sul volo di ritorno verso Buenos Aires e per tre ore abbiamo discusso alcune questioni che mi hanno aiutato a capire il suo pensiero. Un altro momento importante fu nel suo ufficio, quando alcune persone anonime avevano inviato in Vaticano alcune critiche su tre miei articoli. Ma dopo un anno e mezzo le risposte che io inviavo per chiarire sembravano non convincere. In quell’occasione abbiamo avuto un grande colloquio spirituale nel quale egli ha insistito perché io alzassi la testa e non lasciassi che mi togliessero la dignità. Infine, il mio incontro con lui a Santa Marta nel mese di agosto quando gli ho dato un abbraccio già da vescovo.

Wednesday 25 September 2013

Una rosa bianca per papa Francesco

Una rosa bianca. È il dono che papa Francesco ha ricevuto domenica 8 settembre mentre passeggiava nei giardini vaticani. Un giardiniere l’ha colta e gliel’ha donata. Chi era con lui dice che grande è stato il suo stupore, perché per Jorge Mario Bergoglio ricevere una rosa bianca è un segno del cielo. Un «segnale» — è la parola esatta che egli stesso ha usato nel libro intervista “El Jesuita” con Sergio Rubin e Francesca Ambrogetti — proveniente direttamente dalla santa della quale egli è devoto: Teresina di Lisieux, la monaca carmelitana morta a soli 24 anni e che il 19 ottobre 1997 Giovanni Paolo II dichiarò dottore della Chiesa (la terza donna a ricevere tale titolo dopo Caterina da Siena e Teresa d’Avila).

Domenica 8 settembre non era un giorno qualunque per Francesco. La sera prima egli aveva convocato una veglia di preghiera per la pace. Era preoccupato. Ma la rosa ricevuta inaspettatamente gli ha fatto comprendere che la sua preoccupazione era stata accolta in cielo, direttamente da Teresina. Lo Spirito parla spesso così, usando segni che ai più dicono nulla. È il suo linguaggio, un parlare che chiede la fede per essere compreso.

L’episodio è stato raccontato nei giorni scorsi da un vescovo italiano che nelle ore successive alla veglia era stato ricevuto in udienza. Il Papa gli ha permesso di raccontarlo durante la presentazione di un libro dedicato proprio alla giovane santa francese svoltasi a Pedaso in provincia di Fermo: “Teresa di Lisieux. Il fascino della santità. I segreti di una dottrina ritrovata”, di Gianni Gennari (Lindau).

È alle pagine 125 e 126 di “El Jesuita” che Rubin e Ambrogetti, descrivendo la biblioteca di Bergoglio a Buenos Aires, raccontano del «segnale» delle rose bianche. Scrivono: «Ci soffermiamo su un vaso pieno di rose bianche in uno scaffale della biblioteca, davanti a una foto di santa Teresa. “Quando ho un problema”, spiega Bergoglio ai due giornalisti, “chiedo alla santa — Teresina, ndr —, non di risolverlo, ma di prenderlo in mano e aiutarmi ad accettarlo, e come segnale ricevo quasi sempre una rosa bianca”».

Bergoglio, nella veglia del 7 settembre, ha chiesto aiuto a Teresina. Il Papa, infatti, ha recitato i misteri gaudiosi del Rosario e, al termine di ogni mistero, dopo un brano del Vangelo, ha letto cinque brani di una poesia scritta dalla santa: “Perché ti amo o Maria”. È la poesia dove dice fra le altre cose che Gesù «sarà fratello di tanti peccatori tanto da chiamarsi tuo — si riferisce a Maria, ndr — primogenito».

È nel rapporto intimo e personale di Bergoglio con Teresina che si evidenzia uno dei tratti della sua personalità e del suo pontificato. Un filo diretto con il cielo per il Papa, come era per Karol Wojtyla il rapporto con santa Faustina Kowalska.

Mentre era ancora in vita, santa Teresina promise che dopo la sua morte avrebbe fatto piovere dal cielo dei “petali di rose”, ossia delle grazie concesse da Dio per sua intercessione. Diceva: «Un’anima infiammata di amore non può restare inattiva. […] Se voi sapeste quanti progetti faccio su tutte le cose che farò quando sarò in cielo. […] Sì, voglio passare il mio cielo a fare del bene sulla terra».

Il 3 dicembre 1925, un gesuita, padre Putigan, cominciò una novena a santa Teresa chiedendo una grazia importante. Il gesuita domandò anche di ricevere da qualcuno una rosa come segno che ciò che egli chiedeva corrispondeva alla volontà di Dio e che, quindi, la sua preghiera sarebbe stata esaudita. Non fece parola con nessuno della novena che stava facendo. Al terzo giorno ricevette una rosa da una persona sconosciuta e ottenne la grazia. Cominciò un’altra novena. Il quarto giorno di questa seconda novena una suora-infermiera gli portò una rosa bianca dicendogli: «Santa Teresa vi manda questa rosa». Padre Putignan, ricevuta la grazia che aveva chiesto, prese la decisione di diffondere questa novena, detta “Novena delle rose”. Oggi questa novena si pratica in tutto il mondo.

Papa Francesco ha più volte parlato nei primi mesi di pontificato di Teresina. Una volta è stato durante la conferenza stampa (28 luglio 2013) tenuta sull’aereo che lo riportava a Roma dal Brasile, meta del suo primo viaggio apostolico fuori dall’Italia. Quando gli è stato chiesto cosa contenesse una valigia nera che il Papa ha trasportato da solo sull’aereo ha detto: «Non c’era la chiave della bomba atomica! Mah! La portavo perché sempre ho fatto così: io, quando viaggio, la porto. E dentro, cosa c’è? C’è il rasoio, c’è il breviario, c’è l’agenda, c’è un libro da leggere – ne ho portato uno su santa Teresina di cui io sono devoto».

Si è saputo poi che il libro in questione era il libro sopra citato “Teresa di Lisieux. Il fascino della santità. I segreti di una dottrina ritrovata”, di Gianni Gennari.

Tuesday 03 September 2013

Anche S. Francesco pregherà per la Pace in Siria

Papa Francesco ha chiamato...e moltissimi stanno rispondendo.

La mobilitazione chiesta dal Papa per la pace in Siria si sta estendendo a vista d'occhio, coinvolgendo ambienti laici, religiosi, cattolici e non.

Anche i frati francescani di Assisi si uniscono alla preghiera, attraverso il segno grandell'apertura della tomba di S. Francesco.

Come riferisce infatti l'ANSA, la  Basilica Inferiore di San Francesco d'Assisi resterà aperta, in via del tutto eccezionale, da oggi a venerdì fino alle 22 per pregare sulla Tomba del Santo per la pace in Siria e per coloro che sono chiamati a garantire le vie della giustizia nel mondo.

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Saturday 31 August 2013

Un grazie al cardinal Bertone

Forse sarò l’unica ma vorrei dire grazie al cardinale Bertone. Lo posso fare con serenità perchè sono stata la prima forse a criticare il suo modo di fare il Segretario di Stato. Ma oggi a fronte di tante critiche corali nate spesso da una cattiva lettura della vicenda vatileaks credo che il grazie a questo cardinale, che mai ha tradito la fiducia del Papa e della Chiesa, sia doveroso.

Monday 15 July 2013

Se vi piacciono i thriller, ne ho scritto uno

«L’empio fugge anche se nessuno lo insegue, mentre il giusto è sicuro come un giovane leone». (Proverbi 28, 1)

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Saturday 18 May 2013

I cristiani parlano troppo...degli altri: parola di Papa Francesco.

Per il papa, che ha pronunciato nuovamente parole forti durante la Messa mattutina a Santa Marta, i cristiani hanno proprio il vizio di parlare troppo degli altri. Pettogolezzi e farsi troppo gli affari degli altri, detto in parole povere, sono una mina vagante costante nella vita della Chiesa.

«Quanto si chiacchiera nella Chiesa! Quanto chiacchieriamo noi cristiani!». Lo ha detto papa Francesco - riferisce Vatican Insider - nella messa di stamane a Santa Marta. Per Bergoglio, «la chiacchiera è proprio spellarsi, farsi male l'uno all'altro». «Le chiacchiere sono distruttive nella Chiesa», ha aggiunto  il Pontefice.  Secondo Bergoglio, il cristiano deve vincere la tentazione di «mischiarsi nella vita degli altri». Il Papa, secondo quanto riferisce la Radio Vaticana, ha inoltre sottolineato che chiacchiere e invidie fanno tanto male alla comunità cristiana e che non si può «dire soltanto la metà che ci conviene».

Ma non ha solo parlato di questo il santo Padre.

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Friday 12 April 2013

Unioni gay: la Consulta chiede di intervenire, ma non con l'equiparazione del matrimonio.

Oggi è arrivata una ammonizione della Consulta su alcuni noti ritenuti irrisolti, nel panorama politico e istituzionale italiano.

La Consulta ha chiesto un intervento sulla legge elettorale, ma - soprattutto - ha chiesto che venga fatto qualche cosa per tutelare i diritti ed i doveri delle persona omosessuali, che intendano costituire una unione stabile.

"Il legislatore deve affrontare il nodo delle unioni gay", ha riferito Gallo parlando di fronte alle più alte cariche dello Stato. Queste le parole: "La Corte ha escluso l'illegittimità costituzionale delle norme che limitano l'applicazione dell'istituto matrimoniale alle unioni tra uomo e donna, ma nel contempo  ha affermato che due persone dello stesso sesso hanno comunque il diritto fondamentale di ottenere riconoscimento giuridico, con i connessi diritti e doveri, della loro stabile unione". La Consulta, ha ricordato Gallo, "ha perciò affidato al Parlamento la regolamentazione della materia nei modi e nei limiti più opportuni".

Cosa significa questa frase?

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Thursday 14 March 2013

Papa Francesco: sarà il Papa dell'ecumenismo e del dialogo.

Le parole che Papa Francesco ha pronunciato ieri sera subito dopo l'elezione, sono state poche. Significative, grandemente, insieme ai gesti compiuti.

Una parentesi: dovremo di nuovo abituarci a gesti di questo tipo, ed anche il servizio di sicurezza....che avrà un bel lavoro da fare, con questo Papa che si prefigura già come molto, molto libero...dai protocollo.

Paolo_VI_Atenagora.jpg

Ma le parole di ieri hanno avuto una grande rilevanza dal punto di vista del dialogo e del'ecumenismo.

Mi riferisco alle parole con le quali il Papa ha parlato di sè: come tutti hanno notato non ha mai citato la parola "papa", ma ha sempre utilizzato la parola "vescovo di Roma".

 

Tra l'altro, anche nel ringraziamento nei confronti di Benedetto XVI chiamato, anch'egli "vescovo emerito di Roma".

 

Dal sito Aleteia.org riporto le parole del Papa:

Fratelli e sorelle, buona sera!

Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un vescovo a Roma, sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo. Ma siamo qui. Vi ringrazio dell'accoglienza. La comunità diocesana di Roma ha il vescovo. Grazie! E prima di tutto vorrei fare una preghiera per il nostro vescovo emerito Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca...

[Preghiera Padre Nostro, Ave Maria, Gloria al Padre]

E adesso incominciamo questo cammino, vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma che è quella che presiede nella carità tutte le chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia fra noi. Preghiamo sempre per noi, l'uno per l'altro. Preghiamo per tutto il mondo perché ci sia una grande fratellanza. Mi auguro che questo cammino di Chiesa che oggi incominciamo e in cui mi aiuterà il mio cardinale vicario qui presente sia fruttuoso per l'evangelizzazione di questa tanto bella città. E adesso vorrei dare la benedizione. Ma prima vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica. La preghiera del popolo perché chieda la benedizione per il suo vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me.

 

Ma perchè il Papa ha parlato così, perchè si è rivolto a Roma, alla sua città...quasi, dimenticando...il mondo che gli stava praticamente tutto davanti?

Non certamente per provincialismo: alcuni forse l'hanno colto così..ma nolla è più distante dalla realtà.

C'è a mio avviso un motivo, cosicnetemente voluto, per il quale il papa ha utilizzato queste parole, e questo motivo non è stato neppure l'umiltà...francescana.

Il motivo è stato l'ecumenismo.

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Wednesday 13 March 2013

Il gabbiano ed il Conclave: quando i media non sanno cosa dire!

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In queste ore è tanta l'apprensione e l'attesa da parte del mondo cattolico (e non solo) per l'esito del Conclave.

Si stanno ascoltando fiumi di parole: trasmissioni televisive e radiofoniche, dirette web, twitter, facebook...e chi più ne ha più ne metta.

Non c'è dubbio che questo sia davvero il Conclave più mediatico degli utlimi anni.

Chiaramente tutti sono con gli occhi all'insù, per seguire, anche in televisione, l'andamento delle votazioni vaticane. Inoltre moltissimi media stanno coprendo con grande intensità gli eventi in diretta oltre che avere realizato molteplici servizi ed interviste.

Oggi poi un nuovo personaggio si è affacciato sul Conclave, con una dirompenza mediatica...quasi sopra le nuvole: un gabbiano.

Un gabbiano che, non credo di sbagliarmi, sta davvero diventando una star della riflessione mediatica di questo evento sul quale, con buona pace di tutti, non si può che dire una parola che abbia senso: ASPETTARE. Punto.

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Monday 11 February 2013

Benedetto XVI si dimette dal pontificato. Notizia shock e approfondimenti.

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La notizia delle dimissioni, o meglio della rinuncia al Pontificato, di Benedetto XVI, sta facendo il giro del mondo e sta creando molto turbamento nella Chiesa.

Così è stata data, e così ce la riporta il sito Aleteia.org.

Carissimi Fratelli,

vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l'età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell'animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l'elezione del nuovo Sommo Pontefice. Carissimi Fratelli, vi ringrazio di vero cuore per tutto l'amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero, e chiedo perdono per tutti i miei difetti. Ora, affidiamo la Santa Chiesa alla cura del suo Sommo Pastore, Nostro Signore Gesù Cristo, e imploriamo la sua santa Madre Maria, affinché assista con la sua bontà materna i Padri Cardinali nell'eleggere il nuovo Sommo Pontefice. Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio.

 

Non c'è dubbio che la notizia è davvero...la notizia del secolo, anzi, forse, del millennio. Per la novità totale di questo gesto, e per la lucidità con cui questa grandissimo Papa ce l'ha proposta. 

Anche diversi siti ci aiutano a entrare in questo evento, ponendoci domande ed aiutandoci a dare delle risposte.

 

Non un gesto di codardia, non un gesto di affaticamento: ma un gesto responsabile, lucidissimo...che probabilmente solo Papa Ratzinger...poteva fare.

Continua a leggere Benedetto XVI si dimette dal pontificato. Notizia shock e approfondimenti....

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Thursday 14 April 2011

L’esperimento di Riace

Una risposta positiva al problema dell’immigrazione

di Lucetta Scaraffia

L’arrivo di questa ondata di migranti ha di nuovo messo in moto nell’opinione pubblica italiana il dibattito fra chi li vuole accogliere e chi li vuole respingere. Questo, mentre davanti ai nostri occhi sfilano immagini drammatiche e coinvolgenti, tra speranza e disperazione: da una parte, la madre che ha partorito nel barcone, riuscendo a salvare sé e la piccola, dall’altra i corpi dei molti che muoiono fra le onde, vittime dei trafficanti di esseri umani, oltre che del maltempo e di imbarcazioni fatiscenti.

La Chiesa predica il dovere, che è umano e cristiano, dell’accoglienza nei confronti di chi è più sventurato di noi — che, oltretutto, di lavoratori immigrati abbiamo assolutamente bisogno — ma non sempre è facile tradurre in fatti queste esortazioni. Ci vuole anche un po’ di inventiva, di coraggio e di fantasia. Come quella che hanno avuto gli abitanti di Riace, paese sulla riva ionica della Calabria, composto, come tutti quelli della zona, di un nucleo antico sul cocuzzolo di una collina, lontano dal mare, e di un nuovo abitato in via di espansione lungo la costa (proprio quella dove sono stati trovati i celeberrimi bronzi).

Oggi, il centro antico, che per decenni era stato abbandonato e si stava deteriorando irrimediabilmente, è tornato alla vita. Lo abitano immigrati di varie provenienze, tutti profughi politici, che i cittadini di Riace hanno accolto, a cominciare dai trecento curdi arrivati una decina di anni fa.

Gli immigrati hanno avuto un tetto, qualcosa da mangiare ma anche, cosa ben più importante, un lavoro: all’interno delle antiche mura, infatti, sono nate tante piccole aziende artigianali — ceramica, tessitura, preparazione di prodotti alimentari — dove lavorano, fianco a fianco, italiani e immigrati.

Così chi attraversa questo centro sereno e laborioso vede bimbi di diverse provenienze giocare tra loro, calabresi e africani lavorare insieme; ma anche una rinascita economica che porta benefici a tutti, indistintamente: i bambini nella scuola sono aumentati, rendendo così necessario un numero maggiore di insegnanti e impiegati; gli operatori culturali, che si occupano dell’integrazione e insegnano l’italiano, sono in maggioranza originari del luogo; sono rinate industrie artigianali locali come la tessitura della ginestra e gli abitanti delle case abbandonate del borgo ricevono un affitto, basso, ma comunque guadagnano qualcosa e hanno chi restaura le loro case altrimenti destinate alla rovina. E il finanziamento che il ministero italiano dell’Interno ha stanziato per questo esperimento — 24 euro per immigrato — è servito a dare nuovo impulso anche all’economia locale.

È insomma una situazione nella quale i benefici reciproci sono chiari a entrambe le comunità e la convivenza non risulta difficile, tanto che il paese proprio per questo è diventato un’attrazione turistica. Per valorizzarla, alcune case sono state destinate a ospitalità diffusa nel tessuto urbano ed è stato aperto un ristorante. Sulla sua porta si vede ancora il segno di due proiettili: non tutti a Riace hanno gradito questa rinascita. Ma molte persone e intere scuole vengono a vedere questo miracolo quotidiano, e cercano di capire il segreto di un’accoglienza riuscita.

Il segreto sta certo nella tenacia di Mimmo Lucano, attuale sindaco e animatore del progetto, che interviene continuamente a migliorarlo. Ma sta anche in una iniziativa, nella diocesi dove è stato vescovo amatissimo monsignor Bregantini, nata dal basso grazie a una associazione — Città futura don Puglisi — fondata nel 1999 da ragazzi del luogo intorno alla chiesa parrocchiale e che oggi ha sede in un palazzo del centro antico, vero cuore della vita di Riace.

Certo, il successo dell’esperimento è dovuto anche al numero abbastanza ridotto degli immigrati, al loro essere profughi politici e quindi desiderosi di integrarsi nel nuovo paese, non potendo tornare in patria. Non è facilmente riproponibile in tutte le situazioni: anzi, in qualche modo, proprio le condizioni della sua riuscita mettono in luce le difficoltà che si incontrano in altre situazioni.

Ma il solo fatto che esista una simile realtà, che qualcuno sia riuscito a creare e mantenere questo difficile equilibrio — che dura da più di dieci anni — costituisce un esempio a cui guardare, un caso che fa pensare. Allora, la soluzione del problema immigrati sta forse proprio nell’inventare qualcosa di positivo. Invece di scrollare le spalle con indifferenza.

Saturday 02 April 2011

Nostro contemporaneo

La seconda parte del «Gesù di Nazaret»

Il nuovo libro di Ratzinger-Benedetto XVI rende Gesù di Nazaret nostro contemporaneo. Nel gran disordine che regna sotto il cielo l’irrompere di un libro tanto appassionante accende interrogativi che toccano in profondità le nostre inquietudini. Ciascuno può trovarvi qualche luce per uscirne. Vi si raccontano i tre giorni cruciali dell’esistenza di Gesù, le sue ultime ore di vita scandite dalla passione e morte; l’inizio del tempo nuovo, la risurrezione, vero spartiacque della storia che origina un pensiero alternativo sul futuro del mondo e delle speranze umane.

L’autore è convinto che il confronto positivo con Gesù di Nazaret possa essere una soluzione anziché un problema per l’umanità. La sua indagine è convincente, ragionevole e rispettosa di culture e punti di vista differenti. Interessarsi a Gesù ha senso — si percepisce tra le righe — perché è l’unico risorto della storia, il Vivente immerso in ogni epoca e perciò nel nostro presente; compagno di viaggio affidabile che ci introduce negli orizzonti sconosciuti della vita oltre la morte.

Chiunque volesse capire questo misterioso Signore può calarsi nei giorni finali della sua vita terrena.

Pagina dopo pagina, dalle parole e dai comportamenti di Gesù, il teologo diventato Papa trae i tasselli di una carta d’identità dell’essere cristiano. Da un lato salda l’esperienza del patire, dell’angoscia e della tenerezza del Nazareno con l’insieme del pianto e del dolore smisurati delle vittime di ogni tempo e, dall’altro, ci aiuta a leggere frammenti del mistero del male e della sofferenza non più invincibili dopo la sua agonia nell’orto degli ulivi e l’abbandono sulla croce. La risurrezione di Gesù non è un tardivo volo pindarico dei suoi discepoli delusi che, non potendolo dimenticare, lo trasformarono in mito.

È una realtà veramente accaduta, alla pari della crocifissione e della morte. Mentre però del dolore e della morte che impastano la storia abbiamo una conoscenza sperimentale, della risurrezione abbiamo una conoscenza per fede. Si tratta di una fede ragionevole, ma sempre fede. Anzi, ci ricorda Papa Ratzinger, la fede cristiana è fondata sulla risurrezione. Poiché è strettamente collegata alla croce, la memoria della risurrezione è altrettanto pericolosa per la sapienza umana. Per i discepoli che attendevano un messia regale e vittorioso, la morte di Gesù è stata sconvolgente; la risurrezione, una volta verificata, ne ha cambiato la prospettiva, decidendoli a seguire il Maestro finalmente compreso.

Nel mistero della passione, morte e risurrezione — ci ricorda l’autore — sono racchiuse alcune delle questioni profonde dell’esistenza. E nel processo a Gesù è presente la critica radicale alle politiche basate sull’inganno e la violenza anziché sulla verità. Il destino del mondo si gioca sulla verità, non sulla forza che rimane una soluzione illusoria. Occuparsi di Gesù è occuparsi di tale destino poiché egli è venuto per rendere la più autorevole testimonianza alla verità che la prospettiva cristiana identifica con Dio.

Nello stile dei Padri della Chiesa, Papa Ratzinger non scrive per puro godimento intellettuale, ma offre un libro per la vita. La lettura ci immerge nella profondità del mistero cristiano, svelandoci quanto poco sia conosciuto e gustato. Con la scelta di una interpretazione dei racconti della passione basata sulla storia e sulla fede non contrapposte ma complementari, l’autore conferma la teologia conciliare e pone fine al pregiudizio nei confronti del popolo ebraico accusato nei secoli di deicidio. Nei vari momenti esaminati, dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Benedetto XVI sceglie un linguaggio nuovo e accessibile senza perdere profondità.

Chiama la Chiesa «la comunità dei discepoli» di Gesù; definisce la caritas «premura per l’altro», non un secondo settore del cristianesimo accanto al culto, «ma radicato proprio in esso e ne fa parte». C’è emozione per la lotta tra bene e male nella notte del Getsemani dove Gesù «trascina la natura recalcitrante in alto verso la sua vera essenza» e porta «il travaglio dell’essere uomini in alto verso Dio». L’ascensione è tradotta in una «vicinanza permanente» di Gesù con noi, un «entrare nel mistero di Dio» e un’altra dimensione dell’essere.

Si descrive, infine, la risurrezione, come fenomeno totalmente nuovo, una nuova dimensione dell’essere uomini, una mutazione decisiva, un salto di qualità; un nuovo genere di futuro per gli uomini, una nuova dimensione dell’esistenza umana, inclusa nell’atto di donare la vita. L’amore e la risurrezione — insiste l’autore — sono i due motivi distintivi dell’essere cristiani. La risurrezione come «mutazione» genetica compiuta da Dio in Gesù e promessa a tutti; l’amore come metodo di vita che distingue i figli di Dio e per il cosmo dischiude già ora un futuro di speranza.

c. d. c.

Tuesday 29 March 2011

Dall’abisso del male

Il pellegrinaggio di Benedetto XVI alle Fosse ardeatine — così l’ha voluto definire lo stesso Papa — per rendere omaggio alle vittime dello spaventoso eccidio, che resta indelebile tra i numerosissimi orrori della seconda guerra mondiale, non ha trovato molto spazio nei media. Forse anche per il succedersi incalzante e drammatico di notizie nel panorama internazionale.

Eppure la visita di Benedetto XVI a questo sacrario «caro a tutti gli italiani» — in continuità con quelle di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, e con la volontà di pregare e «rinnovare la memoria» — ha un significato particolare, che rimane. Il loro successore ha infatti compiuto un altro passo nella ricomposizione della memoria di quel conflitto che contribuì a sprofondare il Novecento nell’abisso del male. Come aveva affermato lo stesso Benedetto XVI un mese esatto dopo la sua elezione riflettendo sulle ultime successioni papali.

In questo modo non bisogna forse considerare, aveva detto il nuovo Papa, «il fatto che sulla cattedra di Pietro, ad un Pontefice polacco sia succeduto un cittadino di quella terra, la Germania, dove il regime nazista poté affermarsi con grande virulenza, attaccando poi le nazioni vicine, tra le quali in particolare la Polonia? Entrambi questi Papi in gioventù — seppure su fronti avversi e in situazioni differenti — hanno dovuto conoscere la barbarie della seconda guerra mondiale e dell’insensata violenza di uomini contro altri uomini, di popoli contro altri popoli».

Alla presenza del rabbino capo della più antica comunità della diaspora occidentale, ferocemente colpita dalla persecuzione razziale anche alle Fosse ardeatine, il vescovo di Roma, «città consacrata dal sangue dei martiri», ha voluto incontrare a lungo i familiari delle vittime — cattolici ed ebrei insieme — e ha reso omaggio alla loro memoria, in un luogo vicino alle catacombe e dal quale ancora una volta si è levata la preghiera dei Salmi, con le parole che da molti secoli ebrei e cristiani innalzano all’unico Dio.

Quel Dio al quale, nell’ora delle tenebre, si rivolsero due caduti, come altri in quei giorni, per affermare la fede «in Dio e nell’Italia» e invocare la protezione degli ebrei «dalle barbare persecuzioni». Benedetto XVI ha citato le loro parole, ricordando il centocinquantesimo anniversario dell’unità del Paese e ripetendo che nel Padre di tutti è possibile un futuro diverso. Che non offenda il Nome santo di Dio e l’essere umano, creato a sua immagine.

g. m. v.

Monday 28 March 2011

Da Gerusalemme a Parigi

L’intuizione di Benedetto XVI di un nuovo spazio dove laici e non credenti possano essere accolti con amicizia per condividere con chi crede la ricerca dell’unico Dio sta prendendo forma. Nella visione papale questa proposta è rappresentata dall’immagine del «cortile dei gentili» nel Tempio di Gerusalemme — dove appunto erano ammessi i pagani attratti dalla religiosità ebraica — ed è stata assunta dall’organismo curiale che si occupa del mondo della cultura con originale creatività.

Carica di simboli è stata così la scelta di Parigi — la «città dei Lumi» emblema di quella modernità contraddittoria e drammatica nata dagli ideali e dagli errori della rivoluzione francese — per l’esordio di questa iniziativa. Che senza dubbio è tra le più importanti decise da un Papa tanto mite quanto coraggioso, uomo di fede e teologo profondo, abituato sin da giovane al confronto, soprattutto nel mondo universitario, con chi è al di fuori dei confini visibili della Chiesa.

Uso dunque a esprimersi con parole comprensibili a tutti, Benedetto XVI ha voluto essere presente a Parigi con un messaggio ai giovani riuniti davanti a Notre-Dame, in uno spazio aperto oggi come venti secoli fa era accessibile ai pagani il cortile esterno del Tempio gerosolimitano. Dal grande santuario di un ebraismo sempre più caratterizzato da aspirazioni universalistiche rimanevano però esclusi i non giudei.

A cambiare tutto è stata la venuta di Cristo, quella luce vista da Giovanni che illumina ogni essere umano e ha abbattuto «il muro di separazione» tra ebrei e gentili, e dunque ogni divisione: anche quella tra credenti e non credenti. E perché non fosse reso difficile l’accesso dei pagani allo spazio loro riservato nel santuario di Gerusalemme Gesù aveva cacciato chi di questo luogo si approfittava per lucro. Per questo Benedetto XVI in molti modi si fa capire. Come hanno dimostrato, diversamente ma con straordinaria efficacia, i suoi ultimi due libri.

Ed efficaci per credenti e non credenti sono risuonate a Parigi le sue parole, rivolte ai giovani, ma più in generale alle donne e agli uomini di oggi. Il Papa ha così rinnovato l’invito che nel succedersi dei secoli e sino alla fine dei tempi la Chiesa di Cristo non si è stancata e non si stancherà di rivolgere: di non aver paura di aprire a Dio i cuori e le società. Senza timore di assumere le parole — libertà, uguaglianza, fraternità — che hanno riassunto gli ideali rivoluzionari, tante volte poi brandite con asprezza contro la Chiesa e il cristianesimo, e che pure dal cristianesimo sono nate.

Comuni sono moltissime aspirazioni di credenti e non credenti, per costruire «un mondo nuovo e più libero, più giusto e più solidale, più pacifico e più felice». Allora — dice Benedetto XVI — tra chi crede e chi non crede deve cadere, nel riconoscimento reciproco, ogni diffidenza: Dio non è un pericolo per la società e la vita umana e non lo è naturalmente la ragione, purché non si pieghi agli interessi e all’utilità, come spesso avviene. Per questo il Papa ha invitato i giovani parigini, riuniti davanti a Notre-Dame, senza distinguere tra credenti e non credenti, a non fermarsi nel cortile dei gentili. E a entrare invece nella cattedrale, dove come incenso si alzava la preghiera della sera.

g.m.v.

Friday 25 March 2011

Una rivoluzione femminile

A tre anni dalla morte la prima biografia di Chiara Lubich

di Lucetta Scaraffia

A tre anni dalla scomparsa, è uscita la prima biografia di Chiara Lubich, scritta da Armando Torno per Città Nuova: un libro che sceglie volutamente un tono non agiografico per descrivere quella che è sicuramente una delle più straordinarie esistenze del Novecento. Una narrazione piana, costruita attraverso le testimonianze delle focolarine e dei focolarini che sono stati più vicini alla loro fondatrice. Un racconto che volutamente mette sullo stesso piano le vicende umane e le esperienze mistiche di Chiara; rispettando, in questo modo, il suo carattere riservato, la sua capacità di stare al centro di tutto ma al tempo stesso di scomparire come persona.

Mi è capitato di incontrarla personalmente una sola volta, l’8 marzo di qualche anno fa, al Quirinale, dove era arrivata per ricevere un’importante onorificenza dal presidente della Repubblica italiana. Era entrata sorridendo, come sempre, senza preoccuparsi se nessuno dei presenti dava segno di riconoscerla e di darle onore. A me, che le ero andata incontro emozionata, ha riservato un sorriso timido e dolce, e ha declinato con semplicità ogni mio tentativo di far sapere ai responsabili del cerimoniale che era arrivata.

La biografia rispetta questo suo atteggiamento umile e ritroso, profondamente disponibile al contatto umano ma del tutto indifferente alla notorietà, e alla ribalta che pure le spettava. A tal punto che si coglie l’importanza di Chiara nella storia del Novecento quasi più dalla cronologia comparata, molto ben fatta, che si trova in appendice al volume e che dà conto della ricchezza delle forme di aggregazione da lei create all’interno del mondo cattolico, della sua straordinaria capacità di costruire momenti di incontro e di vero dialogo con esponenti e fedeli di altre religioni, della fecondità spirituale che ha segnato la sua vita interiore.

Una fecondità che ha sempre condiviso con le sorelle e i fratelli più vicini, e poi con tutti coloro che rivelavano disponibilità all’ascolto, consapevole che i tempi in cui si trovava a vivere richiedevano un’immediata condivisione di quanto lei, strumento di Gesù, arrivava a comprendere illuminata dallo Spirito Santo. Illuminazioni che nascevano dalla lettura continua della Sacra Scrittura: «Ogni volta che Chiara apriva il Vangelo vi scopriva la profondità di quelle parole di vita eterna che mai prima aveva trovato».

In questo modo, Chiara ha anticipato quello che la cultura cattolica avrebbe poi scoperto: l’ingresso nel linguaggio spirituale della parola amore, fino a quel momento riservata più che altro ai discorsi mondani; l’idea della spiritualità dell’unità, che si trasforma in una appassionata forma di dialogo tra le religioni e in una risposta alla «notte culturale» dell’umanità. Senza mai preoccuparsi che fosse ricordato il suo ruolo precorritore.

La proposta di una nuova evangelizzazione, secondo le sue parole, «non significa soltanto che il mondo secolarizzato» ne ha bisogno, ma anche che «l’evangelizzazione va fatta in maniera nuova». E alla ricerca di questa maniera nuova dedica tutte le sue energie: gli incontri, anche quelli apparentemente secondari, si trasformano grazie a lei in nuove vie e nuovi progetti, allargando sempre più la rete dei coinvolgimenti nel suo ideale: la santità a portata di tutti. Il suo movimento si apre a tutti gli ambiti, in un’ottica universale, con particolare attenzione alla cultura e ai media, mentre la sua vita interiore dà un nuovo impulso agli studi teologici.

Ma certamente l’aspetto di novità più forte che ha segnato la sua vicenda è proprio il suo essere donna, una donna che dà un accento fortemente femminile a ogni sua opera: basti pensare al nome più conosciuto del movimento da lei fondato (ufficialmente Opera di Maria) che evoca il focolare, spazio tradizionalmente femminile. Comincia circondandosi di donne, che sanno poi aprirsi alla necessaria presenza maschile, e dà disposizioni che a presiedere il movimento sia sempre una donna.

Anche la spiritualità dell’Opera prende una forma femminile, rappresentando la presenza mistica di Maria nella Chiesa. In questo modo, con la sua straordinaria esperienza, Chiara — che parla alle assemblee dei vescovi, è ascoltata dai Papi, viene accolta con gli onori di un capo di Stato nei Paesi che visita — realizza quello che i tempi richiedono anche alla Chiesa: riconoscere l’importanza del ruolo delle donne.

Ma lo ottiene senza rivendicare diritti, senza nessuna asprezza. Lo ottiene dimostrando di sapersi meritare quell’autorità che le viene riconosciuta, come è stato per le grandi sante nella storia della Chiesa. La sua importanza nel cattolicesimo del Novecento è anche la prova di una rivoluzione femminile compiuta nel silenzio e nella modestia. Rimane il compito di prenderne atto.

Wednesday 23 March 2011

Questione di radicalità evangelica

Il celibato sacerdotale

di Mauro Piacenza

Residuo preconciliare e mera legge ecclesiastica. Sono queste, in definitiva, le principali e più dannose obiezioni che riaffiorano nel periodico riaccendersi del dibattito sul celibato sacerdotale. Eppure, niente di questo ha reale fondamento, sia che si guardi ai documenti del concilio Vaticano II, sia che ci si soffermi sul magistero pontificio. Il celibato è un dono del Signore che il sacerdote è chiamato liberamente ad accogliere e a vivere in pienezza.

Se infatti si esaminano i testi, si nota innanzitutto la radicale continuità tra il magistero che ha preceduto il concilio e quello successivo. Pur con accenti talora sensibilmente differenti, l’insegnamento papale degli ultimi decenni, da Pio XI a Benedetto XVI, è concorde nel fondare il celibato sulla realtà teologica del sacerdozio ministeriale, sulla configurazione ontologica e sacramentale al Signore, sulla partecipazione al suo unico sacerdozio e sulla imitatio Christi che esso implica. Solo, dunque, una scorretta ermeneutica dei testi del Vaticano II – a cominciare dalla Presbyterorum ordinis – potrebbe condurre a vedere nel celibato un residuo del passato di cui liberarsi. E una tale posizione, oltre che errata storicamente, teologicamente e dottrinalmente, è anche dannosa sotto il profilo spirituale, pastorale, missionario e vocazionale.

Alla luce del magistero pontificio bisogna anche superare la riduzione, in taluni ambienti molto diffusa, del celibato a mera legge ecclesiastica. Esso, infatti, è una legge solo perché è un’esigenza intrinseca del sacerdozio e della configurazione a Cristo che il sacramento dell’Ordine determina. In tale senso la formazione al celibato, oltre ogni altro aspetto umano e spirituale, deve includere una solida dimensione dottrinale, poiché non si può vivere ciò di cui non si comprende la ragione.

In ogni caso, il dibattito sul celibato, che periodicamente nei secoli si è riacceso, certamente non favorisce la serenità delle giovani generazioni nel comprendere un dato così determinante della vita sacerdotale.

Giovanni Paolo II nella Pastores dabo vobis (n. 29), riportando il voto dell’assemblea sinodale, afferma: “Il Sinodo non vuole lasciare nessun dubbio nella mente di tutti sulla ferma volontà della Chiesa di mantenere la legge che esige il celibato liberamente scelto e perpetuo per i candidati all’Ordinazione sacerdotale nel Rito latino. Il Sinodo sollecita che il celibato sia presentato e spiegato nella sua piena ricchezza biblica, teologica e spirituale, come dono prezioso dato da Dio alla sua Chiesa e come segno del Regno che non è di questo mondo, segno dell’amore di Dio verso questo mondo nonché dell’amore indiviso del sacerdote verso Dio e il Popolo di Dio”.

Il celibato è questione di radicalismo evangelico. Povertà, castità e obbedienza non sono consigli riservati in modo esclusivo ai religiosi. Sono virtù da vivere con intensa passione missionaria. Non possiamo abbassare il livello della formazione e, di fatto, della proposta di fede. Non possiamo deludere il popolo santo di Dio, che attende pastori santi come il curato d’Ars. Dobbiamo essere radicali nella sequela Christi senza temere il calo del numero dei chierici. Infatti, tale numero decresce quando si abbassa la temperatura della fede, perché le vocazioni sono “affare” divino e non umano. Esse seguono la logica divina che è stoltezza agli occhi umani.

Mi rendo conto, ovviamente, che in un mondo secolarizzato è sempre più difficile comprendere le ragioni del celibato. Ma dobbiamo avere il coraggio, come Chiesa, di domandarci se intendiamo rassegnarci a una tale situazione, accettando come ineluttabile la progressiva secolarizzazione delle società e delle culture, o se siamo pronti a un’opera di profonda e reale nuova evangelizzazione, al servizio del Vangelo e, perciò, della verità sull’uomo. Ritengo, in tal senso, che il motivato sostegno al celibato e la sua adeguata valorizzazione nella Chiesa e nel mondo possano rappresentare alcune tra le vie più efficaci per superare la secolarizzazione.

La radice teologica del celibato, dunque, è da rintracciare nella nuova identità che viene donata a colui che è insignito del sacramento dell’Ordine. La centralità della dimensione ontologica e sacramentale e la conseguente strutturale dimensione eucaristica del sacerdozio rappresentano gli ambiti di comprensione, sviluppo e fedeltà esistenziale al celibato. La questione, allora, riguarda la qualità della fede. Una comunità che non avesse in grande stima il celibato, quale attesa del Regno o quale tensione eucaristica potrebbe vivere?

Non dobbiamo allora lasciarci condizionare o intimidire da chi non comprende il celibato e vorrebbe modificare la disciplina ecclesiastica, almeno aprendo delle fessure. Al contrario, dobbiamo recuperare la motivata consapevolezza che il nostro celibato sfida la mentalità del mondo, mettendo in crisi il suo secolarismo e il suo agnosticismo e gridando, nei secoli, che Dio c’è ed è presente.

Tuesday 22 March 2011

L’orso del Papa

Alla dedicazione della parrocchia romana di San Corbiniano — una liturgia esemplare per la cura e la partecipazione dei fedeli, tra i quali tantissimi bambini — erano presenti ben tre successori del fondatore della diocesi di Frisinga: oltre a Joseph Ratzinger, oggi Papa con il nome di Benedetto XVI, i cardinali Friedrich Wetter e Reinhard Marx. Un fatto eccezionale, che il parroco ha sottolineato nel suo caloroso saluto iniziale.

Nell’omelia il vescovo di Roma, successore del primo degli apostoli, ha improvvisato una breve riflessione su questo monaco francese attratto dalla vita contemplativa che scese a Roma per fondarvi un monastero. Ma qui la sua vita cambiò in modo inatteso: il Papa lo ordinò vescovo per la Baviera, dove la popolazione «voleva farsi cristiana, ma mancava gente colta, mancavano sacerdoti per annunciare il Vangelo».

Una scelta, quella di Gregorio ii, che si rivelò di universalità — il santo infatti «collega la Francia, la Germania, Roma», ha sottolineato il Papa — e nello stesso tempo di unità: Corbiniano ci dice che «la Chiesa è fondata su Pietro» e che era la stessa «come oggi». Per una ragione molto semplice: Cristo è lo stesso, «la Verità, sempre antica e sempre nuova, attualissima, presente, e apre la chiave per il futuro».

Parlando ai fedeli Benedetto XVI ha accennato all’orso che ha scelto di collocare nel suo stemma, episcopale e poi papale. Joseph Ratzinger ne aveva scritto per la prima volta nel libro autobiografico, tanto piccolo quanto prezioso, che pubblicò nel suo settantesimo anno e dove raccolse i suoi ricordi sino alla consacrazione episcopale. Raccontando come all’animale che aveva sbranato il cavallo di Corbiniano, in viaggio per Roma, fu imposto dal monaco di portare il suo fardello.

Ratzinger, sulla traccia del prediletto Agostino, spiegava che quel peso — il carico episcopale di chi «tira il carro di Dio in questo mondo» — venne imposto a Corbiniano e al vescovo africano, attratti entrambi dalla contemplazione e dallo studio. «Ma proprio in questo modo io ti sono vicino, ti servo, tu mi hai nella mano», concludeva il cardinale ormai a Roma. Affidandosi all’unico Signore, come ogni giorno fa Benedetto XVI. Che resta sempre affezionatissimo al suo orso.

g. m. v.