Thursday 17 April 2014

Giovedì Santo. Autoritratto di padre Jorge

Nell'omelia della messa del Crisma, ampia e tutta di suo pugno, papa Francesco disegna un modello di sacerdote che ha molti tratti autobiografici, compresi "quei momenti apatici e noiosi attraverso i quali anch’io sono passato"

Wednesday 16 April 2014

Voti e mafia, oltre la nuova norma

Da ieri promettere e accettare voti elettorali con metodi mafiosi è un reato, anche se in cambio di "utilità" differenti dal denaro. Bene, penseranno tutti i cittadini onesti, che siano candidati o elettori. Bene, pensiamo noi, anche se ogni nuova norma penale non è di per sé una buona notizia. È invece la spia di un allarme. Significa che la legislazione di base (dove sono già previsti il voto di scambio ordinario, la corruzione, la concussione, l’associazione per delinquere eccetera) non è in grado di garantire integralmente la legalità. In questo caso significa che il circuito della democrazia è ad alto rischio inquinamento. Lo raccontano le cronache e purtroppo, non di rado, lo confermano le sentenze.

Diciamolo con amara franchezza: in altri Paesi il reato di "scambio elettorale politico-mafioso" non sarebbe stato nemmeno pensato. Ma poiché, oltre ad aver dato i natali a Giovanni XXIII, Michelangelo, Enzo Ferrari e altri illustri italiani, siamo pure la patria di Michele Greco, di Totò Riina e di tanti politicanti disposti a pagare per una poltrona anche i prezzi più terribili e maleodoranti, qui da noi è stato necessario perfino aggiornare la fattispecie in questione. Le condanne previste per i colpevoli – è stato obiettato da diverse voci autorevoli – sono state abbassate rispetto alla precedente versione dell’articolo 416-ter, ma ci permettiamo di rilevare che il problema centrale resta quello della certezza del diritto e della pena. Da 4 a 10 anni, se effettivamente scontati in carcere o in altro regime detentivo, non sono pochi. Il discorso, piuttosto, si complica quando si è costretti a constatare che la realtà è sempre più articolata di qualsivoglia codice penale e non può essere recintata a colpi di commi, di "bis", di "ter", di "quater" e così via. Sappiamo infatti che le mafie non sono più quelle di una volta, coppola e lupara: fanno studiare i loro figli in università prestigiose, perfino all’estero, in modo da poterli inserire nei piani alti della società, in posti chiave.

Gente così, se si candida alle elezioni, non ha bisogno di promettere o minacciare alcunché per raccogliere voti. Spetta ai partiti vigilare e lasciarla fuori.

Wednesday 16 April 2014 22:00

Senza scarti la società di don Benzi

Da oggi don Oreste Benzi è «servo di Dio», il primo titolo attribuito quando si intraprende una causa di beatificazione, com’è avvenuto per il prete di Rimini rinato al cielo sette anni fa. Lo ha annunciato ieri il vescovo Lambiasi, dando il via al «processo su vita, virtù e fama di santità» del sacerdote. E lui? Che cosa avrebbe detto oggi don Benzi? Avrebbe spalancato il sorriso romagnolo e avrebbe chiesto di lasciarlo lì, in quel «servo» che tanto bene descrive la sua gioiosa vita al servizio degli altri. Sempre con gli ultimi sulle strade del mondo, ha concepito e messo in atto una società dove lo scarto non esiste e in cui nessuno è perduto: «L’uomo non è il suo errore», spiegava a ladri e assassini, cui rivelava «tu non sei un ladro, sei un uomo che ha rubato, non un assassino, ma un uomo che ha ucciso», e così li convertiva. «Nessuna donna nasce prostituta», ripeteva ogni notte tra i falò, prima di regalare un Rosario e il suo numero di cellulare... A migliaia lo hanno seguito. «Mettiti in dialogo col tuo bambino», consigliava alle donne in procinto di abortire, lasciando una carezza sul loro ventre ancora pulsante di vita. E quando da mamme tornavano a trovarlo con il bambino al collo, ridendo lo apostrofava in dialetto, «la t’è ’nde bin», ti è andata bene... Con questa leggerezza cambiava il mondo, dimostrando quanto sarebbe facile rovesciarlo del tutto: nella sua società capovolta gli ultimi erano al vertice, non per elemosina ma perché «una volta accolti, modificano la nostra vita. Non dare per carità ciò che è dovuto per giustizia». Lo sanno bene le folle di credenti e non credenti rimasti attaccati alla rete di questo santo pescatore di uomini, che oggi in quaranta Paesi del pianeta danno ogni giorno un pasto a sessantamila poveri e ancor più una famiglia a migliaia di reietti. Da don Oreste hanno imparato a mettere la spalla sotto la croce altrui, ma anche a non andare a braccetto con chi quelle croci le costruisce, gli affamatori, i signori della guerra, gli ingiusti, i potenti. «Infaticabile apostolo della carità», lo definì Benedetto XVI. Con altro stile, Francesco a marzo durante un Angelus ha improvvisato, «guardate che questi sono bravi, eh?». Nel silenzio i suoi ragazzi continuano a rovesciare il mondo.

Wednesday 16 April 2014 22:00

Gesù chiama tutti (anche per Pasolini)

Nell’aprile di cinquant’anni fa Pier Paolo Pasolini iniziava le riprese del Vangelo secondo Matteo, un capolavoro del cinema italiano e mondiale, una testimonianza di come la figura di Cristo, il messaggio evangelico, tocchino i cuori al di là di ogni previsione. È noto come Pasolini si sentisse interrogato dalla fede, colpito dalla radicalità e dalla semplicità delle pagine evangeliche che si era trovato a leggere, tutte d’un fiato, in una piccola stanza della "Pro Civitate Christiana" ad Assisi, mentre papa Giovanni si apprestava a visitare la città di San Francesco e ad aprire il Concilio. Quella radicalità e semplicità il regista si sarebbe sforzato di far rivivere sul grande schermo, in un miracolo di fedeltà al testo e di reinterpretazione artistica, dedicato alla «cara, lieta e familiare memoria di Giovanni XXIII». Questa dedica alla vigilia della canonizzazione suona ancora più forte.

Il Vangelo secondo Matteo è senz’altro figlio del suo tempo. Il Cristo impersonato da Enrique Irazoqui è un contestatore, un rivoluzionario, che parlava nel profondo a un tempo percorso dal fermento conciliare, pronto a vivere il Sessantotto. E del resto, come avrebbe affermato lo stesso Pasolini, «dire alla gente "porgi al nemico l’altra guancia" era una cosa di un anticonformismo da far rabbrividire, uno scandalo insostenibile: e infatti l’hanno crocifisso. Non vedo come in questo senso Cristo non debba essere concepito come rivoluzionario».

A cinquant’anni di distanza il film parla ancora. Il suo bianco e nero fuori tempo ha un messaggio anche per la nostra generazione, proprio mentre si avvera quella "profezia" che era il cuore della riflessione del poeta-regista, ovvero l’idea del consumismo e del materialismo come destino del mondo, l’idea di un «mondo, dove al centro è il potere, il denaro», ma queste ultime sono parole di papa Bergoglio. Il Vangelo secondo Matteo parla oggi di una nuova sete di verità e di radicalità. È una sete che coinvolge credenti e non credenti, protagonisti di una ricerca che non ha paura di essere anche spirituale. Quella sete a cui il Papa ha risposto chiedendo di leggere almeno una pagina del Vangelo ogni giorno. Al di là dello spessore di Pasolini, della particolarità della sua figura, il suo porsi da lontano – «da non cattolico», diceva – in maniera rispettosa e ammirata di fronte al protagonista dei Vangeli, non è più tanto raro. È il porsi di un intero mondo, anche europeo, è l’atteggiamento di tutto un tempo, non più ideologico. Dice papa Francesco: «Credenti, non credenti, di questa confessione religiosa o dell’altra tutti siamo fratelli. Quando l’uomo va su una strada di onestà, cercando la verità, per una strada di bontà e di bellezza, è su una buona strada, e troverà Dio di sicuro! Prima o poi lo troverà!».

Il film ci ricorda anche come un’oscura, arretrata periferia dell’impero possa farsi centro. Quelle immagini, i volti di uomini e donne marginali, segnati dalla vita, la povertà dei paesaggi urbani e rurali presenti nell’opera, ai "Sassi" di Matera non ancora restaurati e recuperati sono ben comprensibili durante la Settimana Santa. Pasolini ricostruisce "per analogia", il mondo periferico e senza splendore in cui Gesù ha vissuto, il mondo povero e marginale in cui vive la maggioranza dell’umanità. Quel mondo, nella sua miseria, si è fatto centro scalzando il potere imperiale del tempo. Quegli stessi scenari, ridisegnati da una Parola che trasforma i cuori, possono farsi centro ancora una volta, contestando al potere e al denaro, al materialismo dei nostri giorni, la loro presa sulla vita degli uomini. «L’uomo è al centro della storia», ha ripetuto spesso il Papa. «Ecce homo», ecco il centro di una nuova storia. Non il potere, non il denaro, bensì l’uomo.

L’uomo può ridiventare protagonista della storia, di quella nuova storia che è anticipata dall’ultima scena del "Vangelo", il sepolcro che si apre e Cristo non è più avvolto nel sudario: è risorto! E il "Gloria" che si ascolta è quello di una messa cantata congolese, testo latino e musica del continente più giovane di tutti, allora estrema periferia del mondo.

Wednesday 16 April 2014 22:00

Frana rovinosa

Donetsk, Lugansk, Kharkiv, Sloviansk, Kramatorsk, la regione del Donbass, l’impero economico dell’oligarca Rinav Akhmetov. Questi nomi, questi luoghi ci avrebbero detto poco o nulla fino a poche settimane fa, ma ora – in una delle proverbiali giravolte della storia – rischiano di marchiare come pietre miliari l’avvio di una guerra non ancora dichiarata ma ogni giorno più verosimile fra la Russia di Vladimir Putin e il disorientato agglomerato di nazioni che un tempo avremmo chiamato "blocco atlantico". Paesi e governi che ora navigano nel vasto mare dell’incertezza separati e divisi da interessi economici contrapposti, dall’epidermica paura di una guerra guerreggiata (che non scongiura alcun conflitto) e soprattutto da una perniciosa eclissi della memoria, la stessa che ieri – a cento anni esatti dallo scoppio della Prima guerra mondiale – faceva dire al presidente della Commissione europea Barroso: «Alcuni dei nostri vecchi demoni si stanno risvegliando. Nella primavera del 1914 un’Europa prospera, colta, potente, con legami economici stretti, viveva un periodo di pace eccezionale. Una guerra sembrava inimmaginabile. Eppure, un attentato terroristico ha provocato l’autodistruzione dell’Europa, dividendo popoli che tanto avevano in comune».

Il nazionalismo, spiegava Barroso, è stato all’origine di quella guerra spaventosa. Ed è proprio del nazionalismo di Putin che dobbiamo imparare ad avere timore. Dobbiamo diffidare della strisciante riesumazione in chiave favolistica dell’identità russa – rappresentazione di una koiné panslava non poi così dissimile da quel Blut und Boden (sangue e suolo) che forgiò il pangermanesimo ottocentesco, ma neppure, siamo onesti, dall’assolutamente simmetrico nazionalismo ucraino, incardinato su lingua e tradizione dal grande poeta nazionale Taras Ševcenko.

Dobbiamo temere tutto ciò, e nel contempo dobbiamo rabbrividire di fronte alla scelleratezza dei nuovi dirigenti di Kiev, che giusto un mese fa meditavano – con le conseguenze che facilmente si possono immaginare – di revocare al russo lo status di seconda lingua nelle regioni orientali del Paese dove l’etnia russofona è predominante. Le stesse regioni che ora s’infiammano di rivolta, applaudono alle milizie fantasma mandate da Mosca che s’impadroniscono di caserme, arsenali, posti di polizia, palazzi del governo, che proclamano in un tripudio di bandiere bianche rosse e blu la nascita di improbabili ma ben sempre inquietanti "repubbliche popolari autonome", a Odessa, a Kharkiv, a Donetsk.

Settant’anni di pace ininterrotta in Europa – non quella perpetua teorizzata da Kant, ma sette decadi senza conflitti fratricidi abbracciano quasi tre generazioni – ci hanno probabilmente fornito l’ingannevole convinzione che l’idea di guerra nelle democrazie mature appartenesse esclusivamente al passato, che i conflitti armati fossero di pertinenza di società e nazioni rimaste indietro nella scala evolutiva della civiltà e che l’uso della forza fosse riservato agli interventi umanitari o alle operazioni di regime change sotto l’egida delle Nazioni Unite. Niente di più falso: la guerra, quella vera, è potenzialmente alle porte d’Europa. Guerra civile, per cominciare, fra due Ucraine divise e inconciliabili. E, appena defilata, la minaccia di un’altra guerra, quella sul cui precario punto di equilibrio abbiamo convissuto per quasi cinquant’anni.

Duole dirlo, ma c’è una palpabile e sconsolante verità dietro le accuse reciproche che Mosca e l’Occidente si scambiano: la verità è che nessuno sa come fermare Putin, nessuno sa dire fino a dove può arrivare, nessun presidente americano – non Bill Clinton, non George W.Bush, non certo Barack Obama – è mai riuscito a penetrare il cuore gelido dell’ex agente del Kgb, ossessionato da quella che egli stesso ha definito «la più grande catastrofe geopolitica del ventesimo secolo». La caduta, cioè, dell’impero sovietico. Del quale, un passo dietro l’altro, sta ostentatamente cercando di ricomporre i pezzi. E i pezzi del quale ora rischiano di franare addosso a lui, ai capi del (non)fronte opposto e, soprattutto, a un’Europa irresoluta e come immemore.

Tuesday 15 April 2014

Davvero un privilegio

Il primo pensiero è quello di una nemesi: «Ecco, lui che organizzava "cene eleganti" nella sua villa-reggia ora dovrà imboccare anziani non autosufficienti in una casa di riposo». Per molti un’umiliazione, della quale gli uni si lamenteranno come nuova prova di una lunga persecuzione, mentre gli altri penseranno che si tratti dell’ennesimo privilegio: scontare la pena dovendo "fare volontariato" appena un giorno a settimana.
 
Ed è un privilegio, in effetti, quello di cui potrà godere Silvio Berlusconi, affidato dai giudici ai servizi sociali presso l’Istituto Sacra Famiglia di Cesano Boscone. E un privilegio "personale", per giunta. Non perché sia un trattamento speciale riservato solo a condannati speciali per mezzi e potere. Ma perché mettersi davvero "al servizio" di un anziano, di un disabile, di un malato rappresenta un’esperienza umana così profonda da cambiare la persona. In questo senso sì, Berlusconi è davvero un privilegiato, perché ha un’opportunità speciale da poter cogliere.

Dalla conferma in Cassazione della condanna per evasione fiscale, la scorsa estate, sono passati oltre sette mesi costellati di fibrillazioni politiche, crisi di governo minacciate, la spaccatura di Forza Italia e infine la decadenza da senatore dell’(ex) Cavaliere. Fino alle udienze di questi giorni con la scelta di affidamento ai servizi sociali, anziché gli arresti domiciliari, e la contemporanea richiesta di una qualche "agibilità politica" per colui che resta uno dei due principali leader di opposizione. Una agibilità di cui ancora ieri i compagni di partito di Silvio Berlusconi misuravano le possibilità: potrà andare a Roma, chiedendo il permesso ai giudici; potrà telefonare alle manifestazioni elettorali... «E comunque Berlusconi sarà il protagonista della campagna per le elezioni europee», assicurano i suoi sodali. È possibile, forse anche probabile che ciò avvenga. Ma potrebbe anche accadere che frequentare una realtà diversa da quella dei Palazzi romani, ritrovare rapporti diretti, ravvicinati, continuativi con l’esperienza della vecchiaia non patinata e del dolore non dissimulato lo tocchi a tal punto da mettere un certo tipo di politica in secondo piano. O almeno viverla in uno spirito diverso.

Silvio Berlusconi, dopo la sentenza in Cassazione, è colpevole secondo la legge. E secondo la Costituzione, la pena comminata deve tendere al recupero umano e civile. Non saremo noi a giudicare dell’uomo – che è sempre altro dal reato commesso – e tantomeno del suo bisogno di essere "rieducato", della sua coscienza. Ma quel che sappiamo, e possiamo dire, è quale forza immensa stia nel servire. Come scavi dentro, piano ma inesorabilmente, occuparsi di un bambino solo, di un malato che si sta spegnendo, di un anziano magari dimentico di sé. Anche solo rimboccando una coperta, asciugando una bocca, stringendo una mano. E di quale e quanta ricchezza questo farsi vicino ripaghi sul piano personale. Davvero «il centuplo quaggiù»: più piccoli ci si fa accanto agli altri, nel silenzio, più grande è il dono che si finisce per riceverne.

Non sappiamo quali saranno i compiti di Silvio Berlusconi nella struttura di Cesano Boscone: se dovrà, come afferma qualcuno, "tener su il morale dei vecchietti" o avere qualche compito più specifico, svolgere un’opera di volontariato più coinvolgente ancora e persino umile. E in realtà, Silvio Berlusconi non andrà propriamente come volontario in quella struttura, giacché sconta pur sempre una condanna. Non è una libera scelta, la sua. Come spesso, però, nella vita di tutti noi non è una "libera scelta" affrontare la malattia di un familiare, una tragedia improvvisa, curare la ferita di un amico. Ma è proprio quando il dolore ci si para innanzi improvviso come una condanna che la nostra vita si fa più scoperta e vera, senza infingimenti e sovrastrutture, chiedendo quel di più d’amore che ci fa davvero uomini.

«Scopo di questa casa sia la carità. Abbiate gran cuore e viva carità per queste persone, servitele con prontezza e oculatezza in tutte le loro necessità»: è il motto che don Domenico Pogliani, fondatore della Sacra Famiglia rivolse un secolo fa ai parrocchiani di Cesano Boscone, i suoi primi aiutanti, e che riecheggia ancora oggi per i volontari dell’istituto. Fare profondamente sue queste parole è il migliore augurio che si possa rivolgere oggi a Silvio Berlusconi.

 

Tuesday 15 April 2014 22:00

Quei progressisti di Francia contrari all'utero in affitto

​«L’inalienabilità della persona umana deve essere consacrata nel XXI secolo. Speriamo che il nostro Paese saprà restare fermo nel suo rifiuto della regressione catastrofica che rappresenterebbe la legalizzazione della maternità surrogata, trovando anzi il cammino di una battaglia realmente progressista, quello che vedrebbe la Francia impegnarsi in un’azione internazionale per l’abolizione di questa pratica retrograda». Nel novembre 2010, i firmatari francesi di questo testo, intitolato «Maternità surrogata: estensione del dominio dell’alienazione», paventano il ritorno della barbarie e lanciano una sorta di appello alla resistenza. In sostanza, sul cosiddetto "utero in affitto", l’argomentario del documento è lo stesso della Manif pour tous, la cordata associativa che l’anno scorso ha guidato i cortei chilometrici contro gli strappi sulla famiglia e la bioetica del governo socialista uscente di Jean-Marc Ayrault.
La lista dei 36 firmatari dell’analisi, tutti membri di un «gruppo di riflessione sulla maternità surrogata», appare oggi molto sorprendente. Si tratta infatti di una trentina fra i più importanti esponenti della sinistra francese, a cominciare da due ex premier socialisti, Michel Rocard e Lionel Jospin, quest’ultimo anche ex candidato all’Eliseo. E fra i trenta, nel quadro di un dibattito interno alla sinistra orchestrato dal pensatoio progressista Terra Nova, figura persino lo stesso Jean-Marc Ayrault, all’epoca capogruppo dei deputati socialisti all’Assemblea Nazionale, oltre all’attuale ministro dell’Istruzione, Benoit Hamon. Solo tre anni e mezzo fa, dunque, il gotha della sinistra francese sembrava tendenzialmente inorridito dalla maternità surrogata. Cos’è allora successo in seguito? In effetti, l’anno scorso, è stato il governo Ayrault a diramare una circolare per chiedere la trascrizione in Francia dei bambini nati all’estero sulla base di accordi di maternità surrogata. Un’iniziativa rivelatasi poi ben più che semplicemente azzardata. La Corte di Cassazione ha infatti dichiarato illegittime le stesse trascrizioni nei registri di stato civile.
Secondo diversi osservatori, il confronto fra le posizioni sulla maternità surrogata sventolate nel 2010 dalla gauche e l’apparente cambio di rotta dell’ultimo biennio illustra un autentico paradosso. In termini ideologici, la gauche non potrà mai sostenere fino in fondo una pratica che rischia sempre di tradursi in un asservimento del corpo della donna e nella mercificazione della vita. Ma sul piano politico, la scelta di aver posto l’anno scorso le nozze e le adozioni gay sotto gli auspici dell’"uguaglianza" pone oggi dilemmi non da poco. Riferendosi proprio a questa controversa applicazione del solenne principio d’uguaglianza, le coppie lesbiche reclamano già il «diritto alla fecondazione assistita», in modo da non risultare "discriminate" rispetto alle coppie eterosessuali. Ma i responsabili del Ps sanno bene che l’eventuale concessione di questo "diritto" attiverebbe subito nuove rivendicazioni da parte delle coppie maschili, sempre in nome dell’"uguaglianza". E solo il ricorso alla maternità surrogata, a questo punto del processo, potrebbe colmare il presunto "diritto" universale, per qualsiasi coppia, alla trasmissione del patrimonio genetico alla discendenza. In proposito, l’anno scorso, anche i cortei della Manif avevano sempre denunciato con forza questo "vicolo cieco".
Senza scendere nel merito della questione, l’Eliseo ha chiarito che non aprirà il cantiere di un’eventuale legalizzazione della maternità surrogata nel corso della legislatura. E la mossa, evidentemente, non è destinata solo a stemperare le critiche nell’opposizione di centrodestra. Il problema della maternità surrogata, in realtà, appare sempre più spesso come una bomba ad orologeria all’interno della gauche francese, dove si osservano già tutte le premesse di una diatriba fratricida. In Parlamento, le frange più radicali della sinistra sembrano ancora pronte all’azione. Non si escludono affatto proposte di legge o emendamenti a sorpresa d’iniziativa parlamentare. Nel frattempo, diversi intellettuali legati ai principi storici del progressismo socialista continuano a sbracciarsi per ribadire che la maternità surrogata sarebbe un orrore indegno della Francia.
Per il biologo Jacques Testart, "ateo e di sinistra", noto come padre scientifico del primo bambino francese in provetta e autore di numerosi saggi sulle questioni etiche, sarebbe un ritorno diretto alla «schiavitù». E sulla maternità surrogata come barbarie moderna dal volto umano ha scritto un libro e continua a dar battaglia pure la pensatrice Sylviane Agacinski, laica di sinistra doc, nota pure come moglie dell’ex premier Lionel Jospin: «Insisto sul carattere indecente di questa pratica che non dipende solo da chi la chiede, dato che non è questo il punto. Il punto è l’alienazione intrinseca che rappresenta per una donna di disfarsi della propria vita in carne ed ossa. Si dovrebbero dunque considerare le donne come mezzi di produzione di bambini?». Axel Kahn, celebre genetista ed ex rettore d’università, già candidato per il Ps, si esprime così in merito: «Sono totalmente, definitivamente, assolutamente, completamente, radicalmente opposto».
I sostenitori più accesi della maternità surrogata si sono invece raccolti attorno all’associazione Clara, che ha pubblicato su Internet i nomi dei "primi 2mila firmatari" di una petizione per la depenalizzazione. Fra questi, figurano personalità e intellettuali di orientamento libertario, come Aurelie Filippetti, ministro socialista della Cultura, il mediatico deputato verde Noel Mamère, la scrittrice Elisabeth Badinter, moglie dell’emblematico ex ministro della Giustizia dell’era Mitterrand che soppresse la pena di morte, la psicanalista Elisabeth Roudinesco. La petizione promuove il valore positivo di una gravidanza surrogata «praticata in condizioni chiare e sicure, altruiste, nel quadro della procreazione medica assistita, escludendo ogni mercificazione del corpo». Un’utopia? Peggio ancora: «cinismo», rispondono tanti intellettuali socialisti di pasta più tradizionale.
 
Dopo il naufragio elettorale socialista alle ultime amministrative e la conseguente caduta del governo Ayrault, non è ancora chiaro se la "fase due" dell’era Hollande e il nuovo esecutivo guidato da Manuel Valls potranno e vorranno porre solidi argini contro l’«estensione del dominio dell’alienazione», per riprendere l’espressione dei 36 firmatari del 2010. Ma in ogni caso, in termini di coerenza sulle questioni etiche, la gauche potrà difficilmente presentarsi come un modello credibile per le altre sinistre europee, senza aver prima chiarito davanti a uno specchio i propri dilemmi.

Tuesday 15 April 2014 22:00

Nigeria, il salto di qualità del qaedismo

Quindici giorni fa i qaedisti di Boko Haram avevano promesso di «colpire al cuore» il sistema economico nigeriano, paralizzando gli oleodotti. L’altro ieri hanno dimostrato con 75 morti, se mai ce ne fosse stato bisogno, di aver raffinato la loro “logistica” di morte e di essere in grado di agire in grande stile nella superprotetta capitale Abuja. Questo perché ora il loro obiettivo è chiaro: dimostrare, ad alto livello, l’inefficienza dal punto di vista della sicurezza del governo federale. E mettere il mondo – soprattutto quello dell’economia – davanti alla realtà di un “gigante” che sarà sì la prima economia del continente, ma che è anche un’economia che si regge su piedi d’argilla.

La risposta del governo di Goodluck Jonathan è sempre la stessa: rafforzare la sicurezza. Oltre seimila uomini saranno dispiegati ad Abuja per la “Davos d’Africa”, il vertice economico che si terrà nella città tra il 7 e il 9 maggio per dimostrare le potenzialità del più grande produttore africano di greggio e della prima economia del Continente; posizione guadagnata qualche giorno fa con il ricalcolo del Pil che ha superato anche il Sudafrica. Un’occasione però “strategica” per le menti del terrore africano per riaffermare che il fenomeno Boko Haram non è «residuale» come il presidente ripete. Un terrificante gioco al massacro che rischia di acuirsi da qui a tre settimane quando avrà inizio il summit, emanazione africana del forum svizzero.

Ma, rispetto solo a un anno fa, la setta di Boko Haram non è più la stessa. I legami, in particolare con al-Qaeda per il Maghreb islamico, hanno conferito al gruppo terroristico caratteristiche militari sviluppate. Così come l’armamento di cui dispone è ormai devastante. Il tutto grazie ad aiuti che arrivano dall’esterno e da coperture “politiche” di cui il gruppo gode ancor oggi in molti degli Stati settentrionali nigeriani a prevalenza islamica. Boko Haram non ha più solo basi operative nella zona di Maiduguri nel Borno. Ora ha “santuari” in Camerun (dove sarebbe responsabile del sequestro anche dei due sacerdoti vicentini e della suora canadese) e nelle regioni centrali: zone franche nelle quali addestrare le giovani leve del jihadismo africano.

Aree dalle quali sferrare attacchi sempre più elaborati dal punto di vista logistico-strategico. E tutti con bersagli studiati: il sequestro di studenti, per punite «l’educazione occidentale» impartita dallo Stato, le comunità cristiane, le strutture di potere. L’attacco alla stazione dei bus di Abuja di lunedì segna così un passaggio ulteriore, un punto di non ritorno: ora lo Stato è vulnerabile anche nel suo cuore. E nel portafoglio.

Tuesday 15 April 2014 13:03

Un progetto culturale nel nome del Crocifisso

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Una bella testimonianza del fecondo rapporto tra arte e fede è quella offerta dai crocifissi lignei presenti nelle chiese della Diocesi di Ischia. Recentemente restaurati, essi affermano il valore della memoria, si offrono alla contemplazione dello spirito e nutrono la preghiera del credente anche molti secoli dopo la loro realizzazione.<o:o:p></o:o:p>

A sottolinearlo è un bel volume sulle pregevoli opere di scultura lignea presenti nell’isola ischitana, curato da Serena Pilato, docente dell’Istituto Europeo del Restauro - Isola d’Ischia e direttore dell’Ufficio diocesano del Progetto Culturale. Le opere presentate, corredate di schede di restauro e suggestive immagini, sono il “Cristo Nero” della Cattedrale di Santa Maria Assunta, il crocifisso della chiesa di Santa Maria del Soccorso a Forio, entrambi di autore ignoto, e il crocifisso della chiesa della SS. Trinità del Cretaio, opera di Gaetano Palatano.<o:o:p></o:o:p>

“Un progetto culturale che parte nel nome del Crocifisso”. Così esordisce il prof. Agostino Di Lustro, direttore dell’Archivio Storico Diocesano, nella presentazione del volume, realizzato in collaborazione con l’Istituto Europeo del Restauro. “Può sembrare un fatto devozionale – prosegue Di Lustro – frutto della spiritualità di certi ambienti pietistici di movimenti di base di sapore ancora medievale e di ispirazione francescana. Si tratta, invece, dell’avvio di un itinerario culturale nel senso pieno della parola che parte dalla teologia per finire alla pietà popolare attraverso la sublime espressione dell’arte, questa volta della scultura in modo particolare”.<o:o:p></o:o:p>

Queste sono le linee ispiratrici dell’impegno condotto dalla dottoressa Pilato, “attraverso la proposta di un filone di ricerca nuovo per la nostra isola considerato che quanto è stato scritto sui Crocifissi presenti sul nostro territorio non supera lo spazio di una paginetta”. Gli studi che sono stati condotti sui tre crocifissi più famosi e venerati dell’isola d’Ischia “hanno dato un contributo notevole per una più approfondita conoscenza del nostro patrimonio artistico e religioso. Attraverso lo studio del Crocefisso del Cretaio abbiamo assistito al risveglio anche ad Ischia dell’interesse per i fratelli Gaetano e Pietro Patalano per cui possiamo ben dire che la loro patria non li ha dimenticati, anzi è fortemente interessata ad approfondire, eventualmente, qualche altra loro opera esistente e dimenticata in qualche chiesa della nostra Isola”. <o:o:p></o:o:p>

“Lo studio attento ed entusiasmante della dott.ssa Pilato sul Crocifisso del Cretaio – conclude lo studioso –  posto accanto a  quello di Cadice di Gaetano Patalano, è certamente di grande portata scientifica perché ci permette di approfondire l’opera dei due scultori lacchesi ed eventualmente riconoscere altre opere da loro realizzate e ancora conservate nelle nostre chiese”.<o:o:p></o:o:p>

Tuesday 15 April 2014 06:31

Contro la crisi ci vuole resilienza

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Pubblichiamo alcuni passi del volume di Simone Morandini “Custodire futuro: etica del cambiamento”. Il libro, in uscita per Albeggi (pagine 148, euro 15,00) è stato presentato lunedì scorso a Roma presso Shenker Culture Club. L’autore, teologo e fisico docente nelle Facoltà Teologiche di Venezia e Padova, riflette sul fatto che siamo le persone che siamo anche grazie a quanto riceviamo dalle generazioni precedenti e che il nostro agire è determinante per coloro che verranno dopo di noi. È, questa, la sua visione di “sostenibilità”, l’intreccio tra due dimensioni di giustizia: un’attenzione per le generazioni future e un’istanza di tutela dei beni comuni, fondamentale per il nostro essere “assieme di umani su un pianeta delicato”.<o:o:p></o:o:p>

Custodire è un verbo da articolare al fu­turo (nel segno del progetto e del sogno) e al plurale (nel segno della relazionalità e dell’attenzione per la complessità) […]: tante sono le realtà da custodire, tute­landole contro un vento fatto di merci­ficazione disgregante, contro una cul­tura che non sa accogliere l’alterità.<o:o:p></o:o:p>

È allora tempo di chiederci cosa significhi disegnare politiche della custodia in questa nostra Italia, in que­sti giorni feriti dall’incertezza. Di domandarci quali fronti impegnino le parole che abbiamo evocato, pa­role pesanti, parole generatrici di pratiche. Rispon­dere a tali interrogativi significa individuare alcune urgenze primarie del bene comune in questo tempo […]; esso viene incontro quasi naturalmente a chi sa ascoltare il grido di un Paese diviso che ha visto anzi crescere in questo tempo di crisi la distanza tra grup­pi diversi, con l’impoverimento di vaste fasce della popolazione. È una distanza fatta certo di reddito – si pensi alla crescita continua del rapporto tra i com­pensi dei manager delle grandi aziende e i salari dei dipendenti – ma anche di ga­ranzie, di accessibilità a beni e servizi, di opportunità lavora­tive. C’è, insomma, una dise­guaglianza crescente che si e­stende fino al livello di quelle che Amartya Sen e Martha Nussbaum chiamano capabi-­lities: sono ormai profonda­mente diversi gli insiemi del­le scelte di vita accessibili ad esempio a una giovane precaria del Sud o a un pensionato al minimo rispet­to a quelli di un lavoratore stabile di una regione del Nord o, a maggior ragione, di uno dei succitati mana­ger. Non si tratta qui di fare l’apologia di forme di e­gualitarismo distratte nei confronti del talento indi­viduale, ma di richiamare – con una prospettiva ana­loga a quella indicata da un altro premio Nobel, Joseph Stiglitz – i drammatici costi che un simile eccesso di diseguaglianza impone alle vite delle persone. Non è certo casuale che a esso corrisponda anche un trend demografico discendente, che pone pesanti interro­gativi al sistema-Paese […]. <o:o:p></o:o:p>

Quando sembra che le fondamenta stesse del­la civitas siano erose, appare difficile persino custodire se stessi: difficile mantenere quell’affidabilità su cui altri possono contare; dif­ficile mantenersi responsabili in quelle scelte nelle quali ogni giorno diamo forma alla nostra identità, ma anche alle comunità in cui viviamo, alla città che abitiamo, alla complessa rete delle relazionalità. In tempi così critici, in effetti, persino le scelte quotidia­ne possono diventare logoranti, specie quelle più de­licate ci mettono in gioco profondamente, ci fanno pressione, ci costringono a bruciare energie che tal­volta è faticoso ricostituire, mettendo a rischio il no­stro stesso coraggio di essere. Eppure proprio esse so­no il luogo in cui possiamo superare – sia pur local­mente, in tempi e spazi limitati – quell’ambivalenza che abbiamo segnalato. È in esse che possiamo rea­lizzare quella ripresa a un livello più alto che abbia­mo visto così rilevante per le relazioni interpersona­li,  così come per la vita della comunità e quella della civitas. È in esse – e negli stili di vita che esse genera­no – che diamo corpo a un’identità capace di soste­nere buone pratiche, operando efficacemente per la custodia e per il rinnovamento, mantenendosi sal­da anche nel mutamento e attraverso di esso.<o:o:p></o:o:p>

Continua a leggere qui<o:o:p></o:o:p>

Tuesday 15 April 2014 04:00

Gaudio e dolori del magistero di Francesco

La novità di metodo della "Evangelii gaudium" spiegata da un teologo australiano. Ma non sempre il papa è interpretato correttamente. Nemmeno dal direttore de "La Civiltà Cattolica". Il caso emblematico del battesimo di Córdoba

Tuesday 15 April 2014 02:58

I 50 anni del “Gruppo Bangladesh” a Varallo 15 apr 2014

I missionari del Pime sono in Bengala (e in India) dal 1855, una delle missioni più difficili che la Santa Sede ci ha affidato e ancor oggi il Bangladesh, nato nel 1971 dal Pakistan, è una delle nazioni più povere dell’Asia e senza risorse naturali: 160 milioni di abitanti quasi tutti musulmani in un territorio meno di metà di quello italiano, con una minoranza indù, cristiana e buddista del 5%; il reddito medio pro-capite annuale è di 678 dollari (quello italiano 36.000). Il primo annunzio di Cristo è rivolto soprattutto alle minoranze tribali di religione animista (santal, oraon) e alle basse caste indù, con un discreto numero d conversioni a Cristo.

Mezzo secolo fa, quando si celebrava il Concilio Vaticano II (1962-1965), il popolo e la Chiesa italiani si erano appassionati alla “fame nel mondo”, i missionari erano spesso sulle prime pagine dei giornali e i “gemellaggi” all’ordine del giorno. Nel marzo 1964 nasceva al Pime “Mani Tese” e pochi mesi dopo don Ercole Scolari, assistente diocesano dei giovani di Azione cattolica di Novara, veniva a Milano proponendo un “gemellaggio” fra le diocesi di Novara e Dinajpur, che iniziava con la costruzione della “Novara Technical School” di Suihari, alla periferia di Dinajpur, oggi diretta da fratel Massimo Cattaneo del Pime, che è una delle opere più apprezzate della Chiesa cattolica per il popolo bengalese, non solo per le migliaia di giovani e ragazze che ha formato, ma per l’esempio concreto che ha proposto (era la prima scuola di questo genere) di come avviare i contadini alle professioni produttive industriali, con il seguito di opere che ha suscitato; fra le quali la Scuola tecnico-professionale di Rajshahi, gemella di quella di Dinajpur.

La domenica 6 aprile 2014 sono stato a Varallo Sesia (provincia di Vercelli e diocesi di Novara) per celebrare il 50° anniversario del “Novara Centre” e del “Gruppo Bangladesh”. Alla Messa solenne del mattino, con la chiesa strapiena e alla presenza delle autorità cittadine, il presidente dell’associazione Giorgio Brunetti ha presentato il volumetto sui “50 anni di solidarietà 1964-2014 Novara-Dinajpur” e il rapporto fraterno che si è creato tra il Bangladesh e Varallo, dove don Scolari è stato parroco per 32 anni (1966-1998) e dove è nato il “Gruppo Bangladesh”, che coinvolge con diverse iniziative i cittadini di Varallo e la diocesi di Novara.

Nell’omelia ho detto che oggi, nella crisi di fede e di vita cristiana che stiamo vivendo, le missioni ci vengono in aiuto e il primo dono è Francesco, il Papa missionario che viene “dall’altra parte del mondo” e sta riformando la Chiesa universale con spirito, metodi e contenuti in uso dove il primo annunzio di Cristo è ancora attuale. Il rapporto col Bangladesh è ottimo, ma deve mobilitarci tutti non solo per continuare ad aiutare le opere sociali-educative in Bangladesh, ma soprattutto per seguire con fede e amore Papa Francesco, che vuole riportare a Cristo ciascuno di noi, le nostre famiglia, la nostra società italiana. Il Papa propone a tutti la conversione del cuore a Dio e al prossimo, specie quello più povero e abbandonato. Solo così la crisi della nostra Italia di cui tutti soffriamo, che non è solo economica e politica, ma prima di tutto religiosa e morale, potrà essere superata. Allora, anche i rapporti e gli scambi con il mondo missionario saranno benefici per tutti.

Alla Messa è seguito il pranzo comunitario dalle Suore di Gesù eterno Sacerdote e al pomeriggio la tavola rotonda nel salone dell’oratorio, con vari interventi. Il parroco don Roberto Collarini e il sindaco Eraldo Botta hanno illustralo i valori educativi che il “Gruppo Bangladesh” ha avuto e ancora ha per la popolazione di Varallo, che si ritrova unita nelle varie iniziative e incontri e manda ogni anni una delegazione a visitare la missione del Pime in Bangladesh; però quest’anno, a gennaio, questa visita programmata è stata bloccata dallo stato di disordini e scontri anche a fuoco che ha dilaniato il paese, in occasione delle elezioni politiche. Si è poi ricordato don Ercole Scolari, fondatore del gemellaggio Novara Bangladesh e grande parroco di Varallo ancora ricordato, che ha fatto numerose visite al Bangladesh portandovi i suoi parrocchiani perché, diceva, che nulla è più educativo per la nostra vita umana e cristiana che il passare 10-15 giorni a contatto con tanti uomini e donne, bambini e giovani di una povertà e miseria commovente, che ci fanno riflettere sul nostro benessere; e una Chiesa nascente in cui tutti sono missionari perché apprezzano il dono della fede gratuitamente ricevuto da Dio.

La tavola rotonda è continuata sul tema “Non c’è pace senza giustizia”, con il mio intervento sul Bangladesh e l’India, suor Chiara Piana, missionaria varallese della Consolata che ha illustrato la situazione in vari paesi africani (Centro Africa, Sud Sudan, Somalia, Ruanda) e don Walter Fiocchi, diocesano di Alessandria, che ha parlato della Terrasanta e dei cristiani presenti nel Medio Oriente, con una puntuale descrizione delle ingiustizie di cui sono vittime.

Piero Gheddo

 

Monday 14 April 2014

Riabilitare Gioacchino da Fiore: poco profeta, ma ortodosso

abate-calabrese.jpg

Un asceta, uomo di penitenze durissime, versato nelle Scrit­ture e la cui vita emanava una luce di santità. Questo è il ri­tratto che fece di Gioacchino da Fio­re l’arcivescovo Luca di Cosenza, già suo «scriba», poco dopo la morte del­l’abate calabrese avvenuta nel 1202. E otto secoli dopo è sempre l’arci­diocesi di Cosenza-Bisignano a te­nere viva la fama di santità di Gioac­chino, con il processo di beatifica­zione che ha avviato. Tra questi due attestati di grande tempra cristiana si distendono però 800 anni di presenza gioachimita nel­la Chiesa (e non solo) che costitui­scono uno dei capitoli più contro­versi della spiritualità occidentale.<o:o:p></o:o:p>

Forse nessuno avrebbe mai immagi­nato, infatti, che dai ritiri di Gioac­chino a Casamari e in altri luoghi di contemplazione, mentre si immer­geva nello studio e nella dettatura delle sue esegesi bibliche, sarebbe ve­nuta una scossa alla cristianità di ta­le portata. La sua profezia dell’av­vento di un’età dello Spirito, dopo quella del Padre e del Figlio, avrebbe infiammato il francescanesimo ma anche alimentato una miriade di gruppi ereticali, avrebbe incontrato il favore di Dante così come la cen­sura netta di san Tommaso, e avreb­be influenzato teologi, filosofi e rifor­matori fino al ‘900 inoltrato. In mez­zo anche una condanna della dottri­na trinitaria di Gioacchino al Conci­lio Lateranense IV. Chi fu dunque l’abate di Fiore real­mente: uno spirito incandescente scivolato nell’eresia o un mistico pie­namente cattolico, solo incompreso o tradito dai suoi seguaci? Una nuo­va fase di studi gioachimiti negli ul­timi 40 anni ha in gran parte riabili­tato la sua figura, grazie anche agli apporti della filologia e delle medie­vistica, a partire dalla sua rocciosa fe­deltà e docilità alla sede apostolica, testimoniata da papi e vescovi. Ora u­no dei più profondi conoscitori di Gioacchino in Italia, il teologo e ve­scovo di Noto Antonio Staglianò, in­terviene con un saggio prefato dal cardinale Gianfranco Ravasi e con u­na postfazione di monsignor Piero Coda, per incardinare meglio due a­spetti chiave del problema.<o:o:p></o:o:p>

Il primo è la fede trinitaria dell’aba­te, di cui Staglianò mostra con eru­dizione e acribia la piena ortodossia, nel suo ribadire senza confusione l’u­nità della natura divina e la triplicità delle persone divine. Per cui quella del Concilio Lateranense sarebbe da leggersi come una condanna delle metafore e delle analogie “di gruppo” che Gioacchino usò per descrive l’u­nità delle persone divine, immagini tali da poter far pensare a una unità “collettiva e similitudinaria” ma non reale. Il secondo aspetto è appunto la fede trinitaria come matrice della sua teologia della storia e non viceversa. Con due conseguenze: l’inscindibi­lità dello Spirito e del Figlio, che ren­derebbe impossibile pensare a un’età dello Spirito contrapposta a quella precedente, con una Chiesa pneu­matica non più «dogmatica» o priva della sua struttura gerarchica voluta dal Signore. Per Gioacchino due e so­lo due restano i Vangeli, mentre tre sono i tempi della storia, riflesso del­la pericoresi trinitaria. In secondo luogo, per Staglianò l’età dello Spiri­to, letta nella sua luce autentica, sa­rebbe congruente con l’escatologia cristiana, come espansione dell’a­zione della terza persona della Tri­nità nel dischiudere i tesori della sal­vezza realizzata dal Figlio. Gioacchi­no fallì nel calcolare date e nel voler “storicizzare” eccessivamente la sua profezia, ma questa, nel suo cuore, resterebbe ancora valida e feconda. <o:o:p></o:o:p>

Andrea Galli - Avvenire, 11 aprile 2014<o:o:p></o:o:p>

Monday 14 April 2014 09:30

Altro che ”oscurantisti”, i cattolici italiani dalla parte delle famiglie

settimana-sociale-finale.jpg“La famiglia costituita da un padre, una madre e dei figli non è omologabile a nessun altro tipo di unione”: con queste parole monsignor Arrigo Miglio, arcivescovo di Cagliari e presidente del Comitato scientifico-organizzatore delle Settimane Sociali dei cattolici italiani, ha presentato oggi (11 aprile) a Roma il documento conclusivo dell’ultima edizione, quella di Torino del settembre 2013. Titolo del testo: “La famiglia fa la differenza. Per il futuro, per la città, per la politica”. Sono passati solo pochi mesi da quando, nell’autunno scorso, si è tenuto il raduno di 1.300 delegati da ogni parte d’Italia per pensare alle sfide odierne poste alla famiglia. Ma da allora sono emerse molte novità e richieste in nome di presunti nuovi “diritti” da ottenere ad ogni costo. Basti pensare alle richieste per il riconoscimento delle unioni civili tra persone dello stesso sesso, oppure ai matrimoni “gay”. E anche alla recente decisione della Corte Costituzionale (mercoledì 9 aprile) in materia di fecondazione medicalmente assistita, che di fatto ha aperto le porte alla sua forma eterologa, precedentemente vietata.

Ma chi sono davvero gli “oscurantisti” oggi? Proprio da questo pronunciamento ha mosso, nell’introduzione alla conferenza stampa presso Radio Vaticana, il sottosegretario monsignor Domenico Pompili, ricordando come “all’indomani della doppia dichiarazione della presidenza della Cei, l’una sulla trascrizione a Grosseto di un matrimonio tra persone dello stesso sesso e l’altra sulla decisione della Corte Costituzionale”, venga presentato il documento conclusivo delle Settimane Sociali. “La Chiesa italiana non manca di offrire un’interpretazione globale del momento sociale - ha proseguito - a partire dalla famiglia che resta la ‘differenza fondamentale’ tra una società aperta alla relazione plurale e una società chiusa in un individualismo autosufficiente”. Mons. Pompili ha voluto reagire a un editoriale del “Corriere della Sera” dove si parla di “scontro fra cosiddetti amanti del progresso e cosiddetti oscurantisti”, sottolineando che la Chiesa ha “due persuasioni programmatiche”, la prima è che “l’etica sociale non è mai separata da quella individuale” ed esiste “un nesso decisivo tra scelte personali e ricadute pubbliche”. La seconda è che “laici, uomini e donne, con le loro scelte di vita quotidiane e con i loro progetti di famiglia, sono i protagonisti di un cambiamento che può andare ben al di là di certe rituali polemiche ideologiche”. Su tutto - ha ricordato - domina “la drammatica crisi demografica che è la più grande sfida per un Paese che fatica a rialzarsi”, dovuta anche a “logiche ripiegate sull’individuo che non portano da nessuna parte”.

Anno dell’Onu, incontro a Madrid, Sinodo. La famiglia “disprezzata e maltrattata”, parole usate dal cardinale Angelo Bagnasco, è “nel cuore della Chiesa, che vuole essere vicina a tutte le sue sofferenze”: così monsignor Miglio è entrato nel vivo della presentazione del documento. Ne ha delineato i contenuti e quindi ha richiamato gli appuntamenti dell’anno in corso attorno alla famiglia che sono rilevanti: il 2014 è stato proclamato dall’Onu “Anno internazionale della famiglia”; a Madrid, nel prossimo settembre, si terrà la “Settimana sociale europea” sempre sulla famiglia e a cura delle Chiese di Europa; in ottobre si terrà il primo dei due Sinodi indetti dal Papa, ancora sulla famiglia e sulle istanze che si levano dalla società. Da ultimo, mons. Miglio ha voluto richiamare anche l’imminente appuntamento del 10 maggio, quando una moltitudine di genitori e figli raggiungerà piazza San Pietro per ritrovarsi assieme al Papa nella giornata per la scuola. “Sarà una manifestazione per la scuola, statale e paritaria insieme, per il suo grande significato formativo - ha detto -. Ma dentro la problematica della scuola si trova la libertà di scelta educativa, che è anch’essa un tema centrale”. “Vorrei ricordare a tutti che la famiglia non è un ‘problema’ che riguarda l’ambito religioso, ma coinvolge tutta la società e se la famiglia non viene sostenuta, in quanto pilastro del bene comune, ne soffre la società intera”.

Prossima “Settimana” nel 2017. Ridare dignità all’istituto familiare, chiedere meno tasse per le famiglie, specie le più numerose, organizzare un welfare più favorevole verso le famiglie che farebbe innalzare anche la natalità: sono queste le “ricette” pro-famiglia individuate dal sociologo Luca Diotallevi, vice-presidente delle Settimane Sociali. Sono concetti presenti nel documento che chiede tra l’altro di ridurre il debito pubblico, riformare la spesa pubblica e offrire una fiscalità “equa”, eliminando “i costi e i privilegi ingiustificabili del ceto politico e quelli per una dirigenza pubblica nell’uno e nell’altro caso minimamente giustificati dai risultati”. Le Settimane Sociali non guardano solo dentro la comunità cristiana ma parlano a tutti e toccano tasti “dolenti”, come quelli che al momento preoccupano per la tenuta economica e sociale del nostro Paese. L’annuncio finale è che la prossima Settimana Sociale sarà nell’anno 2017. Il tema non è ancora stato individuato.

Luigi Crimella - Sir, 11 aprile 2014

Monday 14 April 2014 06:41

Quali di questi siamo noi?

Vi invito a guardare e ad ascoltare l’omelia che durante la messa della Domenica delle Palme, Papa Francesco ha tenuto in piazza San Pietro lasciando da parte il testo preparato.

Colpisce la drammaticità di quelle domande poste a ciascuno di noi, così come colpisce il silenzio con cui i fedeli sulla piazza hanno seguito e accolto le parole del Papa.

Sunday 13 April 2014

CHI NON VOLEVA WOJTYLA SANTO… GRANDEZZA DI GIOVANNI PAOLO II. IL DOVERE DEI PAPI: DIFENDERE IL GREGGE DALLA DITTATURA DEL MONDO.

Andrea Riccardi ha rivelato, in un suo libro, il contenuto della “deposizione” che il cardinale Carlo Maria Martini rese al processo per la canonizzazione di Karol Wojtyla.

Le sue parole hanno fatto una triste impressione, non solo perché egli giudica inopportuna l’elevazione agli altari di Giovanni Paolo II (desideratissima invece dal popolo cristiano: avverrà in piazza San Pietro il 27 aprile prossimo). Ma soprattutto per il modo e per gli argomenti usati.

 

CRITICHE

 

C’è chi ha scritto che è stata “la vendetta del cardinal Martini”, che “opponendosi alla canonizzazione di Papa Wojtyla si è voluto prendere una rivincita”.

Ma non voglio credere che il cardinale coltivasse (ri)sentimenti del genere, anche perché proprio Giovanni Paolo II lo aveva nominato arcivescovo di Milano, lo aveva creato cardinale e – come Ratzinger – aveva sempre avuto parole di stima personale nei suoi confronti.

Qualche caduta di stile si nota, però, nella deposizione di Martini. Il quale critica Wojtyla, fra l’altro, per le sue nomine, precisando: “soprattutto negli ultimi tempi” (la sua fu una nomina dei primi tempi).

Inoltre il prelato attacca Giovanni Paolo II per il suo appoggio ai movimenti ecclesiali. Questo livore martiniano contro le nuove realtà suscitate dallo Spirito Santo gli impedì di vedere quanto papa Wojtyla avesse rinnovato la Chiesa, valorizzando i carismi e gli impetuosi movimenti di rinascita della fede, che sono i veri frutti positivi del Concilio.

Ci sono anche altre critiche di Martini, in quella deposizione, che sconcertano. Per esempio afferma che Giovanni Paolo II si pose “al centro dell’attenzione, specie nei viaggi, con il risultato che la gente lo percepiva un po’ come il vescovo del mondo e ne usciva oscurato il ruolo della Chiesa locale e del vescovo”.

Questa desolante considerazione dimentica che papa Wojtyla dovette confortare nella fede e ridare coraggio a milioni di cristiani che negli anni Settanta erano perseguitati e incarcerati in Oriente e umiliati e silenziati in Occidente.

Inoltre i pellegrinaggi di Giovanni Paolo II dettero un formidabile slancio missionario proprio alle chiese locali (basti pensare ai sedici viaggi in Africa e alla rinascita della fede che ne è seguita in quel continente).

Martini riconosce pure qualche lato positivo a papa Wojtyla, per esempio “la virtù della perseveranza”, ma subito aggiunge che fu eccessiva perché decise di restare papa fino alla fine: “personalmente riterrei che aveva motivi per ritirarsi un po’ prima”.

A dire il vero lo stesso Martini, concluso il suo episcopato milanese, per raggiungimento dell’età canonica, invece di ritirarsi a vita di preghiera, come aveva annunciato, intensificò il suo presenzialismo mediatico. E indurì le sue critiche alla Chiesa. Un comportamento che sconcertò molti fedeli.

D’altra parte il cardinale di Milano, per tutto il pontificato di Wojtyla (e pure di Ratzinger), è stato esaltato dai media laicisti come il loro (anti)papa.

E non si può dire che egli abbia fatto degli sforzi visibili per sottrarsi alle insidiose lusinghe di anticattolici, mangiapreti e miscredenti. I quali facevano a gara per osannarlo, intervistarlo e amplificare le sue critiche alla Chiesa.

 

O CESARE O DIO

 

Papa Wojtyla – col suo carisma personale e la sua fede accorata – ha affascinato i popoli, milioni di persone andavano a cercarlo per ascoltarlo. Però non è mai stato amato dai poteri di questo mondo. Anzi, è stato letteralmente detestato.

Fin dall’inizio fu bollato come reazionario, anticomunista, bigotto, “troppo polacco” e via dicendo. Poi – vista la forza del suo carisma e l’amore che suscitava nelle folle – ritennero che non conveniva loro opporvisi frontalmente e cercarono di logorarlo in altri modi.

Ma il grande Giovanni Paolo non ha mai annacquato la verità. Nel suo amore per Cristo e per gli uomini, ha sempre chiamato bene il bene e male il male.

Joseph Ratzinger, con la sua recente testimonianza raccolta da Wlodzimierz Redzioch nel libro “Accanto a Giovanni Paolo II”, ha insistito proprio su questo:

“Giovanni Paolo II non chiedeva applausi, né si è mai guardato intorno preoccupato di come le sue decisioni sarebbero state accolte. Egli ha agito a partire dalla sua fede e dalle sue convinzioni, ed era pronto anche a subire colpi. Il coraggio della verità è ai miei occhi un criterio di primo ordine della santità. Solo a partire dal suo rapporto con Dio è possibile capire anche il suo indefesso impegno pastorale. Si è dato con una radicalità che non può essere spiegata altrimenti”.

Ratzinger già alla morte di Paolo VI, il 10 agosto 1978, disse:

un Papa che oggi non subisse critiche fallirebbe il suo compito dinanzi a questo tempo. Paolo VI ha resistito alla telecrazia e alla demoscopia, le due potenze dittatoriali del presente. Ha potuto farlo perché non prendeva come parametro il successo e l’approvazione, bensì la coscienza, che si misura sulla verità, sulla fede”.

Infatti, diventato lui stesso papa, Benedetto XVI, indifesa dei piccoli e dei poveri denunciò “la dittatura del relativismo”. E sempre affermò che il ministero di Pietro era legato al martirio.

Un martirio fisico per i papi dei primi tre secoli. Un martirio morale per i papi di oggi (ma Wojtyla sparse anche il suo sangue).

Non che i cristiani debbano cercare l’odio del mondo, ovviamente. Ma le “potenze dittatoriali” delle ideologie o del nichilismo sono realtà e minacciano o condizionano pesantemente la Chiesa.

Gesù stesso nel discorso della montagna aveva ammonito i suoi a restare liberi e sottrarsi ai condizionamenti:

Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi” (Lc 6, 24-26). 

I veri discepoli di Gesù infatti sono segno di contraddizione per i poteri mondani:

“Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo (…) il mondo vi odia. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Gv 16, 18-20).

Gesù arrivò a indicare ai suoi questa beatitudine:

“Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v’insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli” (Lc 6, 20-23).

Non significa che si debba cercare la persecuzione, ma che non si deve essere succubi dei poteri e delle ideologie di questo mondo. Pietro deve sempre insegnare che fra obbedire a Cesare e obbedire Dio, bisogna scegliere Dio.

 

FRANCESCO E I MEDIA

 

E non basta nemmeno dichiarare apertamente la scelta giusta, perché la “dittatura” del “politically correct” è insidiosa. Esemplare e inquietante è il modo in cui si piegano certe frasi di papa Francesco verso questo “pensiero unico”.

Mentre vengono ignorati certi suoi interventi molto decisi, come quelli di venerdì scorso, contro l’aborto, l’eutanasia e per la famiglia naturale uomo-donna (“occorre ribadire il diritto del bambino a crescere in una famiglia, con un papà e una mamma capaci di creare un ambiente idoneo al suo sviluppo e alla sua maturazione affettiva. Continuando a maturare in relazione alla mascolinità e alla femminilità di un padre e di una madre”).

Il Papa – in chiaro riferimento all’attualità – ha anche invitato a “sostenere il diritto dei genitori all’educazione morale e religiosa dei propri figli. A questo proposito” ha aggiunto “vorrei manifestare il mio rifiuto per ogni tipo di sperimentazione educativa con i bambini. Con i bambini e i giovani non si può sperimentare. Non sono cavie da laboratorio! Gli orrori della manipolazione educativa che abbiamo vissuto nelle grandi dittature genocide del secolo XX non sono spariti; conservano la loro attualità sotto vesti diverse e proposte che, con pretesa di modernità, spingono i bambini e i giovani a camminare sulla strada dittatoriale del “pensiero unico’ ”.

Nella notte del “pensiero unico” queste parole sono luce e libertà per tutti come lo sono state quelle di Wojtyla e Ratzinger.

 

 

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 13 aprile 2014

Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

Friday 11 April 2014

Il Papa e il narcisismo dei teologi

Il Papa ha tenuto un discorso alla comunità della Pontificia Università Gregoriana. Ve ne propongo un piccolo stralcio:

«Questa è una delle sfide del nostro tempo: trasmettere il sapere e offrirne una chiave di comprensione vitale, non un cumulo di nozioni non collegate tra loro. C’è bisogno di una vera ermeneutica evangelica per capire meglio la vita, il mondo, gli uomini, non di una sintesi ma di una atmosfera spirituale di ricerca e certezza basata sulle verità di ragione e di fede. La filosofia e la teologia permettono di acquisire le convinzioni che strutturano e fortificano l’intelligenza e illuminano la volontà… ma tutto questo è fecondo solo se lo si fa con la mente aperta e in ginocchio. Il teologo che si compiace del suo pensiero completo e concluso è un mediocre. Il buon teologo e filosofo ha un pensiero aperto, cioè incompleto, sempre aperto al maius di Dio e della verità, sempre in sviluppo, secondo quella legge che san Vincenzo di Lerins descrive così: “annis consolidetur, dilatetur tempore, sublimetur aetate” (Commonitorium primum, 23: PL 50, 668): si consolida con gli anni, si dilata col tempo, si approfondisce con l’età. Questo è il teologo che ha la mente aperta. E il teologo che non prega e che non adora Dio finisce affondato nel più disgustoso narcisismo. E questa è una malattia ecclesiastica. Fa tanto male il narcisismo dei teologi, dei pensatori, è disgustoso».

Friday 11 April 2014 04:00

Capolavori di canto gregoriano / Il graduale della Passione

Si canta nella Domenica delle Palme e nel Venerdì Santo. Qui in una nuovissima esecuzione offerta al nostro ascolto dai "Cantori Gregoriani" e dal loro Maestro

Thursday 10 April 2014

“Custodire l’umanità”. Percorsi per un nuovo umanesimo

logo-convegno-assisi.jpgNei giorni 29-30 novembre 2013 si è svolto ad Assisi un convegno internazionale sul tema “Custodire l’umanità. Verso le periferie esistenziali”, promosso dalla Conferenza episcopale umbra e dal Servizio nazionale per il progetto culturale della Cei, in collaborazione anche con l’Università degli Studi e l’Università per Stranieri di Perugia. L’iniziativa è stata accolta con straordinario interesse e ha visto la presenza, in ciascuno dei due giorni, di oltre mille partecipanti. Gli argomenti affrontati sono stati molteplici, dall’economia alla politica, dalla sociologia alla storia, ma hanno trovato un punto di raccordo intorno al tema delle periferie esistenziali, particolarmente acro a papa Francesco, e del nuovo umanesimo, su cui la Chiesa italiana terrà il Convegno nazionale di metà decennio nel 2015.

Sul n. 1/2014 della rivista culturale “Dialoghi”, il prof. Antonio Pieretti ne fa una ricca e articolata lettura. l’autore è professore emerito di Filosofia teoretica all’Università di Perugia, dopo esser stato anche preside della facoltà di Filosofia e prorettore della medesima università. Le sue riflessioni aprono una prospettiva sui possibili sviluppi dei risultati raggiunti dal convegno.

“L’esigenza di un nuovo umanesimo ormai interpella tutti, sia i credenti che i non credenti - esordisce Pieretti - Ha infatti motivazioni profonde che attingono la loro origine nella condizione in cui si dibatte l’uomo contemporaneo indipendentemente da ogni distinzione di cultura, di religione e di classe sociale. Per molto tempo il processo di secolarizzazione è stato considerato come l’effetto inevitabile dell’espansione del capitalismo, del progresso scientifico e tecnologico. È stato inoltre presentato come l’espressione più compiuta del diritto all’emancipazione che l’uomo, fin dall’Illuminismo, rivendica contro tutti i dogmi e le oppressioni, oltre che nei confronti di qualsiasi condizionamento fisico o spirituale”.

Alla fine del Novecento, però, il fallimento delle ideologie materialiste e il ridimensionamento della presunta autosufficienza della ragione scientifica e tecnologica, hanno portato alla luce un fenomeno del tutto imprevisto: la diffusione di un vasto processo di de-secolarizzazione. Si è così palesato, accanto al desiderio di sapere, un bisogno di credere, associato all’imprescindibilità del sacro, oltre che la rivendicazione della legittimità di forme di vita capaci di intercettarne il significato.

“Il nuovo umanesimo - conclude Pieretti - si declina come una forma di discernimento a proposito della profonda crisi di identità in cui l’uomo si dibatte, come una sorta di disincanto nei confronti del mondo e, al tempo stesso, come uno sforzo rivolto a inventare una diversa condizione umana. Non va peraltro dimenticato che il mondo in cui viviamo, per quanto difficile, non ci è stato imposto, ma noi stessi abbiamo contribuito a generarlo. Non possiamo pertanto abbandonarci all’indifferenza o alla disperazione, ma dobbiamo reagire con un sussulto di coscienza verso noi stessi e verso gli altri, se vogliamo tornare a guardare al futuro con fiducia”.

Leggi l’articolo del prof. Pieretti: pierettidialoghi01-14.pdf

Thursday 10 April 2014 04:11

Matrimonio e famiglia nelle Trobriand 10 apr 2014

 

     In preparazione al Sinodo sulla famiglia (ottobre 2014 e 2015) è bene conoscere i costumi tradizionali dei popoli ai quali la Chiesa annunzia Gesù Cristo. Dopo Giappone, Africa nera e India, ecco la Papua Nuova Guinea, indipendente dall’Australia nel 1975, dove i missionari del Pime sono tornati nel 1981, nei luoghi del martirio del Beato Giovanni Mazzucconi nel 1855, invitati dal Nunzio apostolico, oggi cardinale Andrea di Montezemolo. Il Blog è ripreso da tre articoli pubblicati su “Venga il Tuo Regno” (Napoli, febbraio e maggio 1991 e febbraio 1994) da padre Giuseppe Filandia, missionario in PNG dal 1986 al 1997 e poi in Amazzonia brasiliana. Piero Gheddo

 

    L’arcipelago delle Trobriand è all’estremo sud-ovest della Papua Nuova Guinea, una trentina di isole con circa 30.000 abitanti, 28.000 dei quali nell’isola di Kiriwina, lunga 60 km. e larga 20. Gli etnologi (fra i quali i famosi Bronislaw Malinowsky e Margaret Mead) le hanno definite “le isole dell’amore”, perché l’assenza di ogni regola morale nel rapporto uomo-donna si è quasi istituzionalizzata. Gli stessi genitori e parenti si preoccupano perché ragazzi e ragazze possano avere rapporti normali secondo la tradizione. Nella loro cultura non esiste un’educazione che li prepari al vero significato della vita a due. Le pratiche sessuali sono un gioco che devono praticare fin dall’età di sette-otto anni. Spetta agli zii materni trovare la ragazzina (scherzando la chiamano “la futura sposa”) con cui il nipotino possa passare la notte insieme. I bambini di 5-6 anni vedono a cominciano ad imitare i fratelli e le sorelle maggiori. Così le storielle, i racconti del passato, i giochi, i canti, le danze, le feste (a cui partecipano piccoli e grandi) hanno questa dimensione. Ci sono ragazze che volte sentono la naturale ripugnanza ad essere oggetto di piacere per i loro fratelli o per il loro padre e si suicidano gettandosi giù dall’alto di una palma da cocco.

     Si può capire com’è difficile per il missionario fare discorsi sulla purezza, la castità, sulla preparazione ad un matrimonio cristiano. Ciò diventa ancor più difficile quando le nostre isole sono meta di turisti da paesi che si dicono cristiani, generando nel nostro popolo la convinzione che in tutto il mondo si fa così. Eppure qualcosa sta cambiando nella cultura locale, quando il missionario, fiducioso nella grazia di Dio  nella potenza del Vangelo, dona la sua vita perché a cominciare dalla famiglia il Regno di Dio arrivi anche in queste isole alla fine del mondo.

     Il matrimonio non avviene per attrazione sessuale, ma per interesse materiale: sposare una donna per l’uomo significa garantirsi una sicurezza economica…. Per la donna i motivi per contrarre matrimonio si riducono al bisogno concreto di avere accanto qualcuno, per sentirsi protetta, avere una casetta propria e un focolare da custodire…. L’educazione dei figli non esiste. Il padre ne lascia l’incarico ai cognati, secondo la tradizione, e questi, regolarmente, non se ne interessano. Per cui i bambini crescono senza principi morali, senza freni, si permettono di fare tutto quel che vogliono e non sono rimproverati né corretti, perché la loro tradizione è molto permissiva in ciò che noi consideriamo il male: come la vendetta, la prepotenza, il furto, l’inganno, la pigrizia e qualsiasi altra immoralità… L’uomo non coopera affatto alla nascita dei figli, sono degli spiriti speciali che danno i bambini alle donne, attraverso la loro testa! Quindi l’uomo non ha nessuna responsabilità e partecipazione nella procreazione. I mariti che stanno lontani dalle mogli per anni (in genere per lavoro) non si meravigliano se al loro ritorno trovano uno o due figli in più. Tanto, non è l’uomo ma sono gli spiriti che danno i bambini alle donne.   

     Accenno a queste miserie per ricordare ai lettori, se ce ne fosse bisogno, quanto meravigliosa è la nostra morale cattolica, che è sicura difesa della vita, della persona e salva amore e unità delle famiglie…. Fa pena vedere i nostri ragazzi e le nostre ragazze delle Trobriand, che seguono ciecamente certe tradizioni senza mai capire cosa sia il vero amore, il senso della vita, del “diventare due in una sola carne”. Qui la famiglia è per tradizione monogamica, avere più moglie è privilegio solo del re, dei capi e dei parenti stretti del re. I capi villaggio debbono accontentarsi di due mogli. Quando il re poligamo vuole una ragazza come moglie, nessuno vi si può opporre, pena la morte. La vendetta non avviene in pubblico, ma per vie segrete, avvelenamento, magie,ecc. Quando i giovani decidono di sposarsi, dovrebbero smettere ogni altro gioco sessuale con diversi partner e giurare fedeltà. In teoria è così, ma in pratica l’adulterio è molto comune, sembra accettato, a meno che ci sia una pubblica accusa, allora si deve fare un po’ di scena per salvare la faccia. Il colpevole paga le sue ventimila lire di multa e tutto finisce lì.

    In questo ambiente, noi portiamo avanti l’evangelizzazione, sono pochissimi coloro che possono ricevere il sacramento del matrimonio. Riteniamo che concederlo potrebbe essere un’imprudenza, data la mancanza di valori spirituali e morali ai riguardo. Quindi, dobbiamo accontentarci di un primo annunzio, anche questo difficile. Tentiamo di organizzare corsi di formazione familiare per tutti, ma pochissimi rispondono al nostro appello. Cinquant’anni di cattolicesimo sono ancora pochi per cambiare la cultura tradizionale. Noi seminiamo senza la soddisfazione di vederne il risultato. Voi che avete la gioia di vivere in una famiglia cristiana, abbiate un pensiero e una preghiera per questo nostro popolo della Papua Nuova Guinea. Cari amici lettori, questa è una cultura non cristiana, non nelle cartoline turistiche, nei romanzi e documentari televisivi, ma nella concretezza della vita quotidiana di un popolo che ancora non conosce il Vangelo. E il nostro popolo italiano, che ha ricevuto il Vangelo da duemila anni, quanto è lontano da queste miserie “pagane”?

                                                                          Giuseppe Filandia

 



Thursday 10 April 2014 02:29

Matrimonio e famiglia nelle Trobriand

In preparazione al Sinodo sulla famiglia (ottobre 2014 e 2015) è bene conoscere i costumi tradizionali dei popoli ai quali la Chiesa annunzia Gesù Cristo. Dopo Giappone, Africa nera e India, ecco la Papua Nuova Guinea, indipendente dall’Australia nel 1975, dove i missionari del Pime sono tornati nel 1981, nei luoghi del martirio del Beato Giovanni Mazzucconi nel 1855, invitati dal Nunzio apostolico, oggi cardinale Andrea di Montezemolo. L’articolo è ripreso da tre articoli pubblicati su “Venga il Tuo Regno” (Napoli, febbraio e maggio 1991 e febbraio 1994) da padre Giuseppe Filandia, missionario in PNG dal 1986 al 1997 e poi in Amazzonia brasiliana. Piero Gheddo

L’arcipelago delle Trobriand è all’estremo sud-ovest della Papua Nuova Guinea, una trentina di isole con circa 30.000 abitanti, 28.000 dei quali nell’isola di Kiriwina, lunga 60 km. e larga 20. Gli etnologi (fra i quali i famosi Bronislaw Malinowsky e Margaret Mead) le hanno definite “le isole dell’amore”, perché l’assenza di ogni regola morale nel rapporto uomo-donna si è quasi istituzionalizzata. Gli stessi genitori e parenti si preoccupano perché ragazzi e ragazze possano avere rapporti normali secondo la tradizione. Nella loro cultura non esiste un’educazione che li prepari al vero significato della vita a due. Le pratiche sessuali sono un gioco che devono praticare fin dall’età di sette-otto anni. Spetta agli zii materni trovare la ragazzina (scherzando la chiamano “la futura sposa”) con cui il nipotino possa passare la notte insieme. I bambini di 5-6 anni vedono a cominciano ad imitare i fratelli e le sorelle maggiori. Così le storielle, i racconti del passato, i giochi, i canti, le danze, le feste (a cui partecipano piccoli e grandi) hanno questa dimensione. Ci sono ragazze che volte sentono la naturale ripugnanza ad essere oggetto di piacere per i loro fratelli o per il loro padre e si suicidano gettandosi giù dall’alto di una palma da cocco.

Si può capire com’è difficile per il missionario fare discorsi sulla purezza, la castità, sulla preparazione ad un matrimonio cristiano. Ciò diventa ancor più difficile quando le nostre isole sono meta di turisti da paesi che si dicono cristiani, generando nel nostro popolo la convinzione che in tutto il mondo si fa così. Eppure qualcosa sta cambiando nella cultura locale, quando il missionario, fiducioso nella grazia di Dio nella potenza del Vangelo, dona la sua vita perché a cominciare dalla famiglia il Regno di Dio arrivi anche in queste isole alla fine del mondo.

Il matrimonio non avviene per attrazione sessuale, ma per interesse materiale: sposare una donna per l’uomo significa garantirsi una sicurezza economica…. Per la donna i motivi per contrarre matrimonio si riducono al bisogno concreto di avere accanto qualcuno, per sentirsi protetta, avere una casetta propria e un focolare da custodire…. L’educazione dei figli non esiste. Il padre ne lascia l’incarico ai cognati, secondo la tradizione, e questi, regolarmente, non se ne interessano. Per cui i bambini crescono senza principi morali, senza freni, si permettono di fare tutto quel che vogliono e non sono rimproverati né corretti, perché la loro tradizione è molto permissiva in ciò che noi consideriamo il male: come la vendetta, la prepotenza, il furto, l’inganno, la pigrizia e qualsiasi altra immoralità… L’uomo non coopera affatto alla nascita dei figli, sono degli spiriti speciali che danno i bambini alle donne, attraverso la loro testa! Quindi l’uomo non ha nessuna responsabilità e partecipazione nella procreazione. I mariti che stanno lontani dalle mogli per anni (in genere per lavoro) non si meravigliano se al loro ritorno trovano uno o due figli in più. Tanto, non è l’uomo ma sono gli spiriti che danno i bambini alle donne.

Accenno a queste miserie per ricordare ai lettori, se ce ne fosse bisogno, quanto meravigliosa è la nostra morale cattolica, che è sicura difesa della vita, della persona e salva amore e unità delle famiglie…. Fa pena vedere i nostri ragazzi e le nostre ragazze delle Trobriand, che seguono ciecamente certe tradizioni senza mai capire cosa sia il vero amore, il senso della vita, del “diventare due in una sola carne”. Qui la famiglia è per tradizione monogamica, avere più moglie è privilegio solo del re, dei capi e dei parenti stretti del re. I capi villaggio debbono accontentarsi di due mogli. Quando il re poligamo vuole una ragazza come moglie, nessuno vi si può opporre, pena la morte. La vendetta non avviene in pubblico, ma per vie segrete, avvelenamento, magie, ecc. Quando i giovani decidono di sposarsi, dovrebbero smettere ogni altro gioco sessuale con diversi partner e giurare fedeltà. In teoria è così, ma in pratica l’adulterio è molto comune, sembra accettato, a meno che ci sia una pubblica accusa, allora si deve fare un po’ di scena per salvare la faccia. Il colpevole paga le sue ventimila lire di multa e tutto finisce lì.

In questo ambiente, noi portiamo avanti l’evangelizzazione, sono pochissimi coloro che possono ricevere il sacramento del matrimonio. Riteniamo che concederlo potrebbe essere un’imprudenza, data la mancanza di valori spirituali e morali ai riguardo. Quindi, dobbiamo accontentarci di un primo annunzio, anche questo difficile. Tentiamo di organizzare corsi di formazione familiare per tutti, ma pochissimi rispondono al nostro appello. Cinquant’anni di cattolicesimo sono ancora pochi per cambiare la cultura tradizionale. Noi seminiamo senza la soddisfazione di vederne il risultato. Voi che avete la gioia di vivere in una famiglia cristiana, abbiate un pensiero e una preghiera per questo nostro popolo della Papua Nuova Guinea. Cari amici lettori, questa è una cultura non cristiana, non nelle cartoline turistiche, nei romanzi e documentari televisivi, ma nella concretezza della vita quotidiana di un popolo che ancora non conosce il Vangelo. E il nostro popolo italiano, che ha ricevuto il Vangelo da duemila anni, quanto è lontano da queste miserie “pagane”?

Giuseppe Filandia

Wednesday 09 April 2014

Vangeli verso la “terza via”

ruini-feb-09.jpg​Sono sempre stato interessato alla questione del Gesù storico perché la ritengo una dimensione ineludibile del tema centrale della teologia e della stessa fede cristiana, che è Dio e la sua autorivelazione che trova la sua pienezza e il suo compimento in Gesù Cristo. È questo il punto di vista a partire dal quale esaminerò gli atti del Simposio sui Vangeli, storia e cristologia, in rapporto al Gesù di Nazaret di Benedetto XVI. In concreto mi limiterò a considerare due contributi: principalmente quello di John Meier sulla figura storica di Gesù e sulla valutazione storica delle sue parabole (vol. I, pp. 237-260). Secondariamente il contributo di Tobias Nicklas sulla storia di Gesù nel Vangelo di Marco (vol. II, pp. 37-61).

La trattazione di Meier sulle parabole e specialmente su quella del buon Samaritano è senza dubbio molto interessante, ma a me interessa ancor più il grande riconoscimento che Meier dà al Gesù di Nazaret di Benedetto XVI, affermando che ha aiutato a produrre uno sviluppo non solo nella teologia ma anche nella dottrina, nel senso che queste parole hanno in John Henry Newman. Infatti da quando, con Ed Parish Sanders e la «terza questione», l’indagine su Gesù è diventata veramente storica e non cripto-teologica, si è creato un concreto terreno di lavoro a cui gli studiosi cattolici possono prendere parte senza riserve o timori. In questo nuovo contesto accademico Benedetto XVI ha spiegato, all’inizio del primo volume del Gesù di Nazaret, come comprendere l’interrelazione tra l’«indispensabile» metodo storico-critico e l’ermeneutica cristologica che permette al credente di entrare in un rapporto vivente, personale e comunitario, con il Gesù Cristo reale.

Poi, all’inizio del secondo volume, Benedetto XVI ha fatto un’osservazione assai significativa: egli non ha inteso scrivere una Vita di Gesù, cioè un’opera esplicitamente dedicata alla questione del Gesù storico con i suoi intricati problemi di cronologia e topografia (per questo rimanda ai lavori di Joachim Gnilka e dello stesso Meier), bensì quella che, con un po’ di esagerazione, si potrebbe chiamare una «cristologia dal basso», impegnata in un’ermeneutica della fede. Meier colloca proprio in questa osservazione il grande contributo di Benedetto XVI, che fa una chiara distinzione tra una legittima indagine storico-critica su Gesù di Nazaret, che rimane dentro i suoi limiti, e un’indagine che va al di là di ciò, riprendendo i risultati dell’indagine storico-critica all’interno di una più ampia visione di fede e specificamente in una cristologia contemporanea ma in vivente continuità con la tradizione.

Nonostante questa penetrante e ben articolata valutazione positiva, personalmente ritengo che tra Meier e Ratzinger permanga una diversità, limitata e tuttavia profonda. Per Ratzinger, a proposito della conoscenza storica di Gesù ci troviamo in una situazione drammatica per la fede, nella quale il suo autentico punto di riferimento, l’amicizia con Gesù, minaccia di annaspare nel vuoto. Da una parte, infatti, il metodo storico è irrinunciabile, perché per la fede biblica è fondamentale il riferimento a eventi storici reali: se esso viene meno «la fede cristiana come tale viene eliminata e trasformata in un’altra religione». Dall’altra parte vanno riconosciuti i limiti dello stesso metodo storico-critico, tra i quali il fatto che esso non può oltrepassare l’ambito delle ipotesi, sia pure con un alto grado di probabilità: nell’insieme dobbiamo cioè essere consapevoli del limite delle nostre certezze, come è confermato dalla storia dell’esegesi moderna. Perciò questo metodo, per la sua stessa natura, «rimanda a qualcosa che lo supera e porta in sé un’intrinseca apertura verso metodi complementari». (…)

Come afferma Ratzinger in Fede Verità Tolleranza. Il cristianesimo e le religioni del mondo, non sono quindi praticabili né la via percorsa dalla neoscolastica di ricostruire i praeambula fidei con una ragione rigorosamente indipendente dalla fede, né la via di Karl Barth di qualificare la fede come un puro paradosso, che può sussistere solo in totale indipendenza dalla ragione. Si tratta piuttosto di superare la presunta estraneità tra la ragione e la fede: quest’ultima può contribuire a risanare la ragione, non snaturandola ma aiutandola a ritrovare pienamente se stessa (oggi, in concreto, aiutandola a liberarsi dai suoi condizionamenti positivistici); a sua volta la ragione è un’esigenza interna della fede stessa, che rende autenticamente umano questo gratuito dono di Dio.

Card. Camillo Ruini

Leggi su Avvenire.it il testo integrale

Tuesday 08 April 2014

Wrestling fra atei e credenti

wrestling-atei-credenti.jpgA come ateismo. B come Blake (William, il poeta inglese) o Bergman (Ingmar, il regista svedese). C come credenti o Cioran (Emil, il filosofo romeno). D naturalmente come Dio. E via così fino alla Z di Zarathustra, passando magari per la L di Ligabue (il rocker emiliano) o di Leopardi, fino ad arrivare alla doppia W di Wrestling. Il “Cortile dei gentili”, l’iniziativa che fa capo al Pontificio Consiglio della Cultura e che mette in dialogo atei e credenti, svela un volto enciclopedico e originale. Enciclopedico perché l’elenco di voci di cui abbiamo dato un piccolo assaggio è contenuta in una specie di biblioteca virtuale su internet. Sorprendente perché, per conoscerne gli autori, bisogna vedere alla voce “giovani”.

Sono loro infatti gli animatori e gli estensori delle singole schede che fanno parte del blog “Studenti nel cortile” (ospitato su

www.cortiledeigentili.com). E sono i loro occhi, le loro sensibilità, la loro cultura che intercettano la materia prima del “Cortile” con un approccio per molti versi sorprendente. Questo blog, infatti, è come un scanner che passa in rassegna film, canzoni, musica, libri, poesie, persino fumetti e cartoni animati, sul tema posto dall’eterna domanda: «Ma Dio esiste o no?». «L’abbiamo strutturato in maniera diversa – spiega Sergio Ventura, docente di religione e coordinatore dell’iniziativa –, e infatti al posto del classico botta e risposta, il blog offre ai navigatori del web e a tutti coloro che si interessano del dialogo tra credenti non credenti una serie di schede “pensate” per animare incontri, confronti, dibattiti. Insomma una sorta di biblioteca online in cui attingere materiali difficilmente reperibili altrove». L’idea è piaciuta al cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura che ne ha affidato la supervisione a padre Laurent Mazas, suo collaboratore nel dicastero, e la realizzazione pratica a Ventura. E così il “Cortile dei gentili” è entrato nelle scuole anche attraverso un’altra iniziativa: un concorso nazionale sul tema “Scienze umane, naturali e religiose in dialogo: la via della Bellezza” indetto d’intesa con il ministero dell’Istruzione. Quasi 350 gli elaborati pervenuti alla giuria che premierà i vincitori a giugno. Erano ammessi non solo temi, saggi brevi o articoli di giornale, ma anche composizioni musicali (pop o addirittura rap), pitture e fumetti.

In sostanza un approccio poliedrico che è comune del resto anche al blog. Ventura ha messo al lavoro gli studenti del liceo classico “Torquato Tasso” di Roma, avvalendosi anche dell’aiuto di Maria Grazia Giordano, una collega del liceo “Orazio”, sempre nella capitale. E così, scheda dopo scheda, il sito si è arricchito di contenuti e di sezioni dai nome evocativi. “Una canzone per te”, “L’Inassente”, “Caro amico ti ho scritto” oppure “Nickname Illumi-mystic”. Quella più originale è forse la sezione che si intitola “Wrestling tra l’ateo e il credente”. Il dialogo visto come una lotta senza esclusione di colpi? «Beh, nulla di nuovo sotto il sole – dicono i promotori –. Nella Bibbia non si racconta di un certo Giacobbe che lotta con Dio o di Giona che si rifiuta di andare a Ninive e ingaggia in un certo senso un duello con il Signore? ». Il wrestling di cui parlano i ragazzi è più intellettuale e può prendere spunto per esempio da una poesia di Blake («Sono andato nel giardino dell’amore / e ho visto ciò che non avevo mai visto»), che come scrive Costanza Filippi, «nonostante la sua vena anticlericale, non rinuncia al rapporto con l’infinito e l’indefinito» e lascia intravedere persino «un lato mistico». Oppure da un dramma come Sunset limited , in cui Cormac Mc-Carthy mette in scena un dialogo serrato tra un intellettuale bianco che ha appena tentato il suicidio e il suo salvatore, un ex carcerato nero che ha ritrovato la fede. Salvo poi a invertire i ruoli, ricorda Livia Danese, per cui «il nero non è più l’angelo salvatore, ma anzi il bianco diventa l’angelo tentatore che mette alla prova la fede del credente».

A volte il wrestling diventa anche fisico. Ginevra Buratti compila la scheda sul film di Bergman, Il posto delle fragole, e si sofferma sulla scazzottata tra il giovane teologo «che incarna la figura del credente immaturo» e il medico che «indossa la maschera dell’ateo razionalista, il quale cade però in una nuova forma di idolatria». La domanda dell’amica che alla fine della zuffa li provoca con un beffardo: «Allora, Dio esiste o no?» è l’immagine di tanti dibattiti che non approdano a nulla. Il blog invece suggerisce l’idea della ricerca, del confronto, della riflessione, andando ad esplorare territori apparentemente aridi e invece fertilissimi. È il caso delle canzoni dei Good Charlotte, un gruppo pop punk statunitense che nel cd The Chronicles of life and death , riscopre la fede e la canta. Rachele Pecori ne parla nella scheda dedicata a due loro pezzi The river e We Believe. Colpiscono per esempio alcuni versi di quest’ultimo brano: «C’è un amore che potrebbe cadere come fosse pioggia, lascia che il perdono lavi via il dolore». E l’autrice della scheda, rimandando al link di TouTube (cosa che avviene sempre quando si tratta di film o canzoni) annota: «Significative sono le scene del video: uragani, guerra, scontri guerriglie, ma anche persone di ogni età (la nonna con la nipotina in braccio), di ogni razza, lingua e colore insieme; e soprattutto la sbocciare dei fiori». Insomma una dispensa dove attingere ingredienti classici (c’è una scheda sulla religiosità di Leopardi, ad esempio) o nouvelle cuisine (prendete questi versi di una canzone del rapper Dj Mike, Lo spazzacamino, «più dico che all’immagine di Dio non ci credo / più trasparente e fragile mi sento solo e prego ») per comporre quella torta profumata che è in fondo il senso della vita. Ingredienti offerti, suggerisce Ventura, nell’introduzione, a tutti quelli che ripetono con Fabrizio De André (la cui foto campeggia sul blog) «senza di te non so più dove andare / come una mosca cieca che non sa più volare» (Spiritual). O che con Giorgio Caproni (altro autore citato dai ragazzi) ingaggiano il più lirico e laico dei wrestling con l’Assoluto: «Dio di volontà, Dio onnipotente, cerca, / (Sforzati!), a furia d’insistere, – almeno – d’esistere».

Mimmo Muolo - Avvenire, 5 aprile 2014

Monday 07 April 2014

Il terzo corpo del papa

È lo stato di vita di Benedetto XVI dopo la rinuncia. Non è più il vicario di Cristo, ma nemmeno è tornato alla vita privata. È "papa emerito" e agisce come tale: una novità senza precedenti nella storia della Chiesa

Sunday 06 April 2014

Il Papa e la povertà del peccato

Dal bellissimo dialogo-intervista con alcuni giovani belgi (che qui potete leggere in versione integrale) vi propongo una domanda e una risposta riguardanti la centralità dei poveri nel Vangelo.

In molti modi Lei ci manifesta il suo grande amore per i poveri e per le persone ferite. Perché questo è così importante per Lei?

“Perché questo è il cuore del Vangelo. Io sono credente, credo in Dio, credo in Gesù Cristo e nel suo Vangelo, e il cuore del Vangelo è l’annuncio ai poveri. Quando tu leggi le Beatitudini, per esempio, o tu leggi Matteo 25, tu vedi lì come Gesù è chiaro, in questo. Il cuore del Vangelo è questo. E Gesù dice di se stesso: “Sono venuto ad annunciare ai poveri la liberazione, la salute, la grazia di Dio…”. Ai poveri. Quelli che hanno bisogno di salvezza, che hanno bisogno di essere accolti nella società. Poi, se tu leggi il Vangelo, vedi che Gesù aveva una certa preferenza per gli emarginati: i lebbrosi, le vedove, i bambini orfani, i ciechi… le persone emarginate. E anche i grandi peccatori… e questa è la mia consolazione! Sì, perché Lui non si spaventa neppure del peccato! Quando trovò una persona come Zaccheo, che era un ladro, o come Matteo, che era un traditore della patria per i soldi, Lui non si è spaventato! Li ha guardati e li ha scelti. Anche questa è una povertà: la povertà del peccato. Per me, il cuore del Vangelo è dei poveri. Ho sentito, due mesi fa, che una persona ha detto, per questo parlare dei poveri, per questa preferenza: “Questo Papa è comunista”. No! Questa è una bandiera del Vangelo, non del comunismo: del Vangelo! Ma la povertà senza ideologia, la povertà… E per questo io credo che i poveri sono al centro dell’annuncio di Gesù. Basta leggerlo. Il problema è che poi questo atteggiamento verso i poveri alcune volte, nella storia, è stato ideologizzato. No, non è così: l’ideologia è un’altra cosa. E’ così nel Vangelo, è semplice, molto semplice. Anche nell’Antico Testamento si vede questo. E per questo io li metto al centro, sempre“.

Sunday 06 April 2014 08:52

GLI OCCHI DI GESU’ (di fronte alla nostra morte…)

Certo, i poeti e i profeti lo dicono con ben altra potenza. Ma anche quei protagonisti della cultura pop di oggi che sono i cantautori – menestrelli del duemila – a volta azzeccano un verso (o una canzone) che, sia pure in un mare di nichilismo, è come un lampo di luce sulla condizione umana.

Penso all’ultimo successo di Vasco Rossi, “Dannate nuvole”, che parla della vita come “valle di lacrime” dove “tutto si deve abbandonare” perché “niente dura” e “questo lo sai, però non ti ci abitui mai. Chissà perché?”.

Questa fragilità dell’esistenza, che davvero dura un soffio di vento e – dice la Bibbia – è come l’erba del campo (“al mattino fiorisce e alla sera è falciata e dissecca”), è la vera grande domanda che grava su di noi. Più incombente di qualsiasi problema quotidiano. Perché è la domanda sul senso della vita.

 

STRUZZI

 

Ma noi solitamente facciamo spallucce e mettiamo la testa sotto la sabbia. C’è una scambio di battute, nel film “La grande bellezza”, che è un simbolo perfetto del nostro tempo vacuo e superficiale.

“Come stai , caro?”, chiede Jep Gambardella ad Andrea. E lui: “Male. Proust scrive che la morte potrebbe coglierci questo pomeriggio. Mette paura Proust. Non domani, non tra un anno, ma questo stesso pomeriggio, scrive”. La replica di Jep è questa: “Vabbè, intanto adesso è sera, dunque il pomeriggio sarebbe comunque domani”.

E’ un cinismo compiaciuto che oggi è molto diffuso (ci si sente furbi e spiritosi a buttarla in battuta), ma che nasconde una disperata inermità.

Del resto già Pascal diceva che gli uomini, non sapendo trovar rimedio alla morte, decisero, per rendersi felici, di non pensarci. Ma quale felicità? Quella del ballo sul Titanic? Più che una grande bellezza, una grande tristezza.

Dev’esserci anche un qualche meccanismo psicologico che si è interiorizzato per evitare di guardare l’abisso. Freud sosteneva che “in fondo nessuno di noi crede alla propria morte”.

Così quando arriva è troppo tardi per pensarci. Ma la si sconta vivendo, avvertiva il poeta. E specialmente vivendo la morte delle persone che amiamo.

In quel caso – e capita a tutti – per un attimo, un’ora o un giorno il teatro delle chiacchiere e dei burattini che è la quotidianità scompare e ci si trova ammutoliti davanti alla realtà.

 

I NOSTRI NANNI

 

Pare che sia un evento privato di questo tipo, la morte della madre, avvenuta l’anno passato, ad aver ispirato il film che Nanni Moretti sta girando in questi giorni a Roma e che s’intitolerà appunto “Mia madre”.

E’ già cominciata la solita solfa del set blindatissimo e però anche delle indiscrezioni da cui puntualmente filtra la trama. E’ stato Michele Anselmi sul “Secolo XIX” a parlarne.

Protagonisti saranno i due figli di una madre anziana e malata: due fratelli interpretati da Moretti stesso (che arriva a licenziarsi per accudire la madre) e da Margherita Buy che nel film interpreta una regista “engagée” in via di separazione dal compagno e con una figlia adolescente.

Margherita, la regista, è alle prese con un film di denuncia sociale sulla ristrutturazione e i licenziamenti in una fabbrica mentre la vita privata incombe e gli ultimi giorni della madre impongono le solite, drammatiche domande sul tenerla in ospedale o portarla a morire a casa.

Si può immaginare la tipica fibrillazione nervosa del personaggio della Buy che non riesce a tenere insieme “l’impegno” del suo film sociale, dove la fabbrica in crisi è la metafora dell’Italia, i problemi scolastici della figlia, la separazione e il dramma di una madre morente.

Del resto Anselmi scrive che “l’idea di Moretti, al di là del tirante drammaturgico della malattia, è interrogarsi su quella che ha definito ‘una crisi culturale e sociale che ci coinvolge tutti’ ”.

Vedremo se e come il regista romano saprà farci stare di fronte alle domande immense suscitate dalla malattia e dalla morte. Vedremo se saranno solo dei pretesti narrativi, delle metafore per parlare del momento storico e sociale, o se lui avrà il coraggio di prendere di petto la questione di fondo: il senso del vivere e del morire.

Ovviamente Moretti non è Bergman, né Tarkovskij. Però potrebbe sorprendere con un accento nuovo.

Ha già affrontato il tema del dolore e della morte con “La stanza del figlio” (che vinse la Palma d’oro a Cannes nel 2001). Mostrò un certo talento, ma più che fare i conti col tema della morte mise in scena il problema dell’elaborazione del lutto. Più Freud che Leopardi.

 

SCOPERTA

 

Moretti dà spesso la sensazione di un “vorrei, ma non posso”. Regista di talento, sembra non riuscire mai a scappare dalle gabbie del conformismo, dai tic e dai pregiudizi della sua generazione. Conosce e pratica (molto bene) il registro dell’ironia, ma gli è sconosciuto lo sguardo profondo e lieve della poesia.

E’ l’icona di una generazione che sembra incapace di essere libera, di mettersi veramente in discussione e di cercare la verità dovunque essa sia, anche fuori dal proprio frigorifero esistenziale.

Azzardo una previsione. Specialmente se il film andrà alla mostra del cinema di Venezia, fra qualche mese la cultura dominante – cioè il salottismo borghese-sinistrese – scoprirà che esiste la morte (perché le cose esistono solo quando le scopre lei).

Ne ciancerà con qualche serioso pistolotto per una decina di giorni e poi ordinerà un aperitivo passando ad altro. Che sia Renzi o Berlusconi, che sia l’ultima articolessa di Scalfari o papa Francesco.

Infatti nel “banal grande” politically correct in cui tramonta stancamente questa generazione di vecchi vincenti, si riesce perfino a mitizzare Francesco snobbando tutto quello che lui accoratamente dona.

Con i loro assordanti applausi evitano di ascoltare ciò che dice e perdono la grande occasione della loro vita: conoscere un’ignota Misericordia.

 

LA SOLA SPERANZA

 

Parafrasando Pessoa si può dire che la generazione pre e post Sessantottina ha perduto la fede cristiana per la stessa ragione per cui i suoi padri l’avevano avuta: senza sapere perché.

C’è perfino chi – come Scalfari – ogni settimana sulla “Repubblica” riesce nella spericolata operazione di osannare Francesco e proclamarsi suo amico e seguace, ma senza considerare minimamente ciò che al Papa sta più a cuore: quella Misericordia che tanto commuove il suo cuore.

Eppure proprio quella Misericordia è la grande bellezza (quella vera). Ed è la risposta alle domande più profonde.

Perché può dar senso alla vita solo qualcosa – o meglio Qualcuno – che sa vincere la morte. Altrimenti è un imbroglio.

Quella Misericordia – ha ripetuto papa Francesco – è un Uomo. L’unico che ha vinto la morte e la disperazione. La potenza e la bontà del suo sguardo hanno ridato la vita al figlio della vedova di Naim, alla figlia di Giairo, al suo amico Lazzaro.

Incontrare (e seguire) quello sguardo è la più grande fortuna della vita.

Ieri don Julian Carron, parlando davanti ad alcune migliaia di persone della Fraternità di CL, ha indicato proprio quello sguardo – Ojos de cielo, occhi di cielo – come la sola speranza: quegli occhi che ci tolgono dall’inferno dei nostri affanni e ci illuminano perché sono cammino e guida.

Quegli occhi che fanno vivere tutto. E non fanno morire mai più coloro che si amano. Con Lui, caro Vasco, ogni bellezza dura. E per sempre.

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 6 aprile 2014

Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

Friday 04 April 2014

Capolavori di canto gregoriano / L'antifona della risurrezione di Lazzaro

È il communio della quinta domenica di Quaresima. Qui in una nuovissima esecuzione offerta al nostro ascolto dai "Cantori Gregoriani" e dal loro Maestro

Friday 04 April 2014 03:00

Il matrimonio tra i paria in India

 

Due padri del Pime raccontano il matrimonio in India, secondo la loro esperienza, uno scriveva nel 2001, l’altro nel 1975. L’India è un continente con un miliardo e 100 milioni di abitanti, una federazione di 28 stati con loro parlamenti e leggi, ad esempio le “Personal Laws” sul matrimonio e le eredità nelle diverse comunità religiose. I due testi di questo Blog riguardano i paria dell’Andhra Pradesh, però danno un’idea di cos’è il matrimonio in un popolo non cristiano o da poco convertito al cristianesimo. Piero Gheddo

Padre Luigi Pezzoni (1931-2013) in una lettera da Nalgonda del 18-X-2001 (registrata n. 95) al gruppo missionario di Mornico (Bergamo):

Sono felice di scrivervi per ringraziarvi del grande aiuto che ci avete dato per il Progetto: “Figlie di Abramo”. Avete già salvato la vita a 10 ragazze che abbiamo “sostenuto” per pagare la dote del matrimonio. Secondo la Costituzione Indiana la dote è stata abolita … sulla carta ma non in pratica! Per cui questa crudele Tradizione del maschio che domanda una grossa cifra per sposare la ragazza propostagli dai genitori, continua ad infliggere alle ragazze una Tremenda CROCE. Ogni giorno, sui giornali appare la notizia che una giovane sposa si butta addosso il kerosene e si brucia viva, perchè il marito la perseguita e la maltratta perchè non ha pagato la dote promessa al matrimonio. Col vostro aiuto avete già salvato una decina di ragazze da questa tragica fine. Siate felici! Grande sarà la vostra ricompensa in Cielo. Un fraterno abbraccio e CONTINUATE ad aiutarci! Vostro padre Luigi

Luigi Pezzoni

Nel 1975 padre Augusto Colombo (1927-2009) scriveva da Warangal questo articolo per le riviste del Pime (registrato al n. 38):

È un fatto che il diavolo sa usare la sua coda avvelenata non solo in un modo, diciamo così, violento, ma anche in un modo altamente scientifico. E tutti sanno che il mezzo più scientifico per rompere i piatti quando si tratta di cristianesimo è il matrimonio. Per rendere l’idea ricorrerò all’esempio classico che capita qui dalle mie parti e che è abbastanza frequente. Due genitori hanno una bambina quindicenne. Arriva la stagione dei matrimoni e viene loro offerto un ottimo partito: un suo cugino secondo, di diciotto anni, con un po’ di terra al sole ed un paio di bufale legate davanti alla casa. Rifiutare sarebbe pazzesco.

Il matrimonio viene combinato dai capi dei due villaggi e quando tutto è preparato: dote della sposa, riso per il pranzo da darsi a tutti i membri della casta, vestiti nuovi, ecc. ecc. le parti interessate si presentano al Padre chiedendo di andare a benedire il matrimonio. Davanti agli impedimenti di età e consanguineità il Padre dapprima si rifiuta, poi consiglia una dilazione, ma dopo una mezz’ora di discussione, capisce che non c’é nulla da fare e che il matrimonio avverrà lo stesso, benedice validamente e lecitamente il matrimonio, sperando poi nella divina Provvidenza. La bambina, sposa felice, viene portata nella casa dello sposo. Qui però c’è la suocera che aspettava la nuora per avere un po’ di aiuto nei pesanti lavori di casa. Ma la nuora, come tutte le bambine, è abituata ancora a giocare da mattina a sera e quando vede che nella nuova casa deve lavorare, e lavorare sul serio, un bel mattino si alza, se ne va dalla propria mamma e comincia a raccontare una lunga storia di sevizie, battiture, digiuni, ecc. ecc.

La storia viene creduta fino all’ultima virgola e così quando lo sposo si presenta alla casa della sposa a reclamare la propria moglie, viene investito da una tale fiumana di improperi e di minacce che, per non rischiare di peggio fa immediatamente dietro front, e tornato al proprio villaggio comincia a raccontare come è sfuggito per miracolo da sicura morte, dopo avere rischiato il linciaggio per salvaguardare la sua fedeltà coniugale. La storia viene creduta fino all’ultima parola e così nasce un odio cordiale fra le due famiglie. Dopo un conveniente periodo di tempo, la sposa viene riportata dallo sposo, ma siccome la suocera non vuole rinunciare al privilegio di farsi aiutare nei lavori, dopo quindici giorni ecco una nuova fuga ecc.ecc. Lo sposo non osa presentarsi di nuovo alla casa della sposa, ed allora va dal Padre missionario e gli dice: “Quella sposa l’hai benedetta tu, ma essa non vuole venire, va’ tu e portamela”. Cosa fare?

Pro bono pacis il Padre va e con le buone o con le cattive fa riportare la ragazza dallo sposo; ma oramai le pentole sono in ebollizione e dopo quindici giorni o anche meno, la ragazza è di nuovo dalla propria mamma, lacrimante come una vitellina e decisa a non più ritornare nella casa dei suoi tormenti. Ed anche i genitori sono del suo parere, dal momento che hanno ricevuto l’offerta di un partito molto migliore, ed essi sono ancora pagani, avendo fatto battezzare la figlia a causa del matrimonio con il ragazzo che era cattolico. Di nuovo il Padre interviene con minacce, scongiuri, ecc.ecc. ma quando c’è di mezzo l’interesse, le parole trovano il tempo che trovano. Conclusione, la ragazza viene risposata ed il ragazzo, a diciotto anni resta vedovo, con una moglie vivente. Cosa fare?

Il ragazzo dice che egli non si era mai sognato di sposare quella ragazza ma che gli era sta data forzatamente dai genitori. E probabilmente è la verità. Quando è il ragazzo che si sposa e la ragazza a rimanere vedova, allora la ragazza afferma che non ha mai voluto sposarsi, e che solo la minaccia e le botte dei genitori l’hanno indotta a pronunciare il sì che però equivaleva ad un no: ed anche questo in molti casi è vero. Ma ormai quello che è stato è stato ed ora una vedova di quindici anni e un vedovo di diciannove vogliono risposarsi, e di fatto si risposano, perché nella loro mentalità è inconcepibile che un uomo possa vivere e morire senza lasciare in questo mondo una continuazione della propria esistenza; senza poi tenere conto anche di altri fattori non meno importanti.

Per la Chiesa il nuovo matrimonio è un concubinaggio ed i peccatori devono essere esclusi dai sacramenti, assieme ai genitori, complici volenti e necessari. Cosa ci può fare il missionario?….Piangere ed aspettare che la Provvidenza mandi la circostanza favorevole affinché la situazione possa essere regolarizzata. Ma anche questa gente è proprio del tutto condannabile? Quando io ho da fare con questi casi, immancabilmente mi viene in mente quella pagina del Vecchio Testamento, ove il Signore, dopo avere quasi distrutto l’umanità con il diluvio, si rattrista perché gli uomini e specialmente il suo popolo eletto non vuole fare giudizio e gli uomini corrono dietro alle donne proibite, ed allora, “propter duritiam cordis eorum” allarga un po’ le maglie, e concede qualche moglie extra.

Ora però siamo nel nuovo Testamento, e le cose devono essere fatte sul serio. Ed il missionario non può fare altro che pregare, gridare, minacciare, ricorrere, quando è consigliabile, anche a qualche altro mezzo più persuasivo per far entrare nella testa dura di tanta gente anche questa necessità di santificare il matrimonio cristiano. Ma non sempre egli riesce. E la ragione è evidente. Il matrimonio è la benedizione e la consacrazione dell’istinto di procreazione che Dio ha messo in ogni uomo. Un istinto che nella sua forza ed importanza viene subito dopo l’istinto della conservazione.

Il paganesimo spesso non è altro che il culto degli istinti naturali, ed in questo caso, specialmente in mezzo ai popoli primitivi, il culto della procreazione è quello tenuto più in auge, perché oltre che a perpetuare la vita di un individuo, serve anche a dare forza ed importanza alla tribù.

Di conseguenza il matrimonio, presso i popoli pagani, ha sempre un posto eminente, e le leggi e tradizioni che lo governano sono considerate tra le più essenziali nell’ordinamento della comunità. Quando una tribù od una casta si converte a Cristo ed entra nella Chiesa, tutto quanto vi è di superstizioso nelle tradizioni matrimoniali viene abolito e sostituito con qualcosa di cattolico; ma ciò che può essere lasciato viene lasciato, per non imporre inutili fardelli a povera gente che di fardelli ne deve già portare, vivendo nella estrema miseria. Solo si spera che il tempo ed una vita più civile possa far loro capire l’utilità di abolire certe tradizioni e seguirne altre; ma come si fa ad imporre con la forza ciò che noi non abbiamo il diritto di imporre?….

E così il missionario deve correre ad accalappiare mogli fuggite od a minacciar la collera divina a mariti impenitenti; e siccome quando si tratta: di una donna o di un uomo, anche questi argomenti perdono molto della loro forza persuasiva, il missionario deve rassegnarsi spesso a vedere anime, guadagnate alla religione con tanta fatica, ritornare sulla via sbagliata e vivere male, anche se non proprio ritornare al paganesimo. E questa è una croce pesante del missionario.

Augusto Colombo

 

 

Wednesday 02 April 2014

ANTICIPAZIONE DI “TORNATI DALL’ALDILA’ ” PUBBLICATA DA “LIBERO”

C’è uno scetticismo triste e superficiale che si esprime
nella vulgata popolare con la frase: «Dall’Aldilà non è
mai tornato nessuno».
S’intende dire che, in fin dei conti, quelle sull’oltretomba
sono tutte congetture, ipotesi, magari anche vere, ma chi lo sa davvero se c’è qualcosa? E cosa poi?
Nessuno può dirlo, si pensa.
Gran parte delle persone afferma di credere che c’è
una vita dopo la morte, ma la prospettiva è comunque
avvolta dal mistero, dalle nebbie e dal timore. Ed
è spesso vissuta come una «credenza», come una convinzione
soggettiva, un sentimento irrazionale, anche
quando si professa una fede cristiana che di «prove»
di ragionevolezza ne fornisce a bizzeffe.
La morte resta un abisso oscuro e nessuno sa veramente se c’è un
Aldilà e com’è precisamente, perché – ci si dice – nessuno
c’è stato e nessuno è tornato per raccontarcelo.
Ebbene, questo libro vuol mostrare che non è così: di persone che sono tornate dall’Aldilà ce ne sono, e tantissime. Anche viventi, testimoni che si possono interpellare, se superano la diffusa riservatezza di chi ha vissuto un’avventura così grande e indicibile come l’esperienza di pre-morte.
Ripeto: tantissime persone.
E non si tratta certo di pazzoidi allucinati, ma di
persone normalissime. Non si tratta nemmeno solo di
famosi mistici o di coloro che hanno avuto doni speciali
come i veggenti di certe apparizioni soprannaturali.
Ma di uomini e donne che noi, ignari del loro segreto,
incontriamo ogni giorno.
Se fino a pochissimo tempo fa queste esperienze,
quando raramente emergevano, potevano essere relegate
nello scaffale delle cose strane, misteriose, bizzarre
e irrazionali (o addirittura esoteriche), e così sostanzialmente
rimosse, da pochi anni non è più così perché
la stessa scienza medica si è interessata, ha studiato e
approfondito queste testimonianze e ha dovuto constatare
la loro veridicità.
Cosicché paradossalmente si può dire che oggi abbiamo
addirittura le prove scientifiche dell’esistenza
dell’anima e della sua vita fuori dal corpo, una volta
che le nostre funzioni vitali sono cessate e noi siamo
biologicamente morti.
Quello che tali testimonianze ci dicono, a dire il vero,
è molto di più dell’esistenza e della sopravvivenza
dell’anima, perché tutte concordano nel riferire e
nel descrivere – dopo l’evento della morte fisica – una
realtà di felicità straripante e di amore inimmaginabile,
da una parte, o un luogo di terrore e strazio indicibili
dall’altra.
Ma quello che qui anzitutto mi interessa sottolineare,
almeno inizialmente, è ciò che ho chiamato dimostrazione
scientifica dell’esistenza dell’anima: un’anima
immortale in ciascuno di noi. Che vede e sperimenta una vita più vera e intensa di questa terrena dopo la morte.
Sono evidenze che oggi pure la scienza deve constatare,
così come la scienza si trova anche a studiare e
riconoscere i casi di guarigioni miracolose e di fatto è
diventata la migliore alleata della Chiesa: addirittura la
Chiesa – sia nelle cause di beatificazione e canonizzazione
sia per i miracoli che avvengono in santuari come
Lourdes – esige che sia prima la scienza a vagliare i
casi e a pronunciarsi, se siamo di fronte a qualcosa che
vince le leggi naturali in modo inspiegabile.
Quindi il soprannaturale, che si pensava dovesse
appartenere al passato, a un tempo di creduloni, paradossalmente
è molto più evidente e indiscutibile oggi che disponiamo di strumenti scientifici per indagare la realtà.
E questo smantella vecchi pregiudizi e ammuffite ideologie positiviste imponendo una riflessione profonda a tutti.
All’inizio del Novecento un grande filosofo, Henri
Bergson, concludeva la sua opera “Le due fonti della
morale e della religione”, pubblicata nel 1932, sostenendo
che sappiamo abbastanza «per intuire l’immensità
della “terra incognita” di cui inizia soltanto l’esplorazione».
Poi faceva un’ipotesi e formulava una speranza:
“Supponiamo che un barlume di questo mondo sconosciuto
si faccia visibile agli occhi del nostro corpo.
Quale trasformazione in una umanità generalmente
abituata, per quanto si dica, ad accettare come esistente
solo ciò che le è dato di vedere e di toccare! (…). Non ci sarebbe bisogno d’altro per trasformare in realtà vivente e operante
una credenza nell’Aldilà che sembra ritrovarsi nella
maggior parte degli uomini, ma che il più delle volte
resta verbale, astratta, inefficace. Per sapere in quale
misura essa conti basta guardare come ci si getta sul
piacere; non ci si terrebbe fino a questo punto se non
vi si vedesse tanto di guadagnato sul nulla, un mezzo
per non curarsi della morte. In realtà se fossimo sicuri,
assolutamente sicuri, di sopravvivere, non potremmo
più pensare ad altro. I piaceri sussisterebbero, ma
offuscati e sbiaditi, perché la loro intensità non sarebbe
che l’attenzione da noi fissata su di essi. Impallidirebbero,
come la luce delle nostre lampade al sole
del mattino. Il piacere sarebbe eclissato dalla gioia”. 
In effetti così dovrebbe essere. Già la saggezza induce,
di fronte all’effimera fragilità della vita e alla prospettiva
certa della morte, a non attaccarsi avidamente ai
beni terreni e a «cercare le cose di lassù», dove la felicità
o la sofferenza sono per sempre.
Tanto più – scriveva Bergson – di fronte all’evidenza
della vita ultraterrena: se essa si mostrasse con certezza
l’umanità intera dovrebbe cambiare e puntare a essa,
scommettere tutto su ciò che veramente dura e vale. Secondo
il filosofo tutto dovrebbe cambiare sulla Terra.
Tuttavia l’uomo tende a comportarsi in maniera irrazionale
sulle cose veramente importanti dell’esistenza.
Specialmente nella modernità. È vero infatti ciò che
Gesù dice nella parabola del ricco Epulone. Ricordate?
Quando il gaudente nababbo, per la vita senza pietà
che ha condotto, si trova poi sprofondato nell’Inferno,
dopo aver provato inutilmente a ottenere un sollievo,
così implora Abramo: «Ti prego di mandare Lazzaro
a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca,
perché non vengano anch’essi in questo luogo
di tormento».
Però Abramo risponde: «Hanno Mosè e i Profe-
ti; ascoltino loro». E lui: «No, padre Abramo, ma se
qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno».
Ma a questo punto Abramo conclude: «Se non ascoltano
Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai
morti saranno persuasi» (Lc 16,30-31).
L’apologo di Gesù era rivolto anzitutto agli uomini
del suo tempo perché gli avevano visto operare proprio
miracoli di resurrezione e tuttavia in buona parte
negavano l’evidenza e gli erano ostili. Cosicché la misericordia
di Dio inutilmente aveva dato questi segni
grandiosi.
Quelle parole di Gesù sono anche profetiche di ciò
che sarebbe accaduto di lì a poco, perché lui stesso sarebbe
resuscitato dai morti, come prova suprema data
al mondo della sua identità divina e della sua missione
salvifica, ma nemmeno questo – prevedeva Gesù – sarebbe
stato sufficiente a persuadere tutti.
Peraltro la sua resurrezione non fu un semplice ritorno
alla vita terrena, come per quelli che lui beneficò,
ma segnò la vittoria definitiva sulla morte (…).
La resurrezione di Gesù, attraverso la quale entrò
nella gloria, manifestò la sua signoria sul tempo e sull’universo,
cosicché Lui, restando misteriosamente vivo e
presente sulla Terra in mezzo ai suoi, cioè nella Chiesa,
in questi duemila anni ha continuato a operare miracoli
e anche resurrezioni – a centinaia! – come quelle riferite
nei Vangeli. Per mostrare la sua potente presenza
nella Chiesa, prova clamorosa che il Nazareno è vivo.
In effetti le resurrezioni di morti sono i segni più eclatanti
che parlano all’intelligenza degli uomini. Specie degli
uomini del nostro tempo, così fiduciosi nella scienza
e nelle sue certezze. Eppure per molti vale ancora oggi
l’amara profezia di Gesù secondo la quale «neanche
se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi».
Fino a tal punto si continueranno a sprecare le grazie
che il Cielo ci dà per la nostra salvezza. (…).
Tuttavia non si può e non si deve dire più, con triste
disincanto, che «da là nessuno è tornato». Perché non
è così. Sono tornati. Ed è davvero il caso di ascoltarli.

Antonio Socci

la pagina facebook dedicata al libro è qui:

https://www.facebook.com/tornatidallaldila?skip_nax_wizard=true

 

 

 

Tuesday 01 April 2014

Una precisazione….

La newsletter ha inopinatamente inviato l’articolo sul libro di Felica Vinci, insieme all’annuncio dell’uscita del mio libro, “Tornati dall’Aldilà”.

Molti sono stati tratti in errore. In realtà il mio libro, che esce mercoledì 2 aprile, non parla di Omero, di Ulisse ec… Ma parla della Vita oltre la vita.

 

antonio socci

Tuesday 01 April 2014 03:00

Matrimonio e famiglia nelle Trobriand 10 apr 2014

 

In preparazione al Sinodo sulla famiglia (ottobre 2014 e 2015) è bene conoscere i costumi tradizionali dei popoli ai quali la Chiesa annunzia Gesù Cristo. Dopo Giappone, Africa nera e India, ecco la Papua Nuova Guinea, indipendente dall’Australia nel 1975, dove i missionari del Pime sono tornati nel 1981 (dopo il martirio del Beato Giovanni Mazzucconi nel 1855, invitati dal Nunzio apostolico, oggi cardinale Andrea di Montezemolo. Il Blog è ripreso da due articoli pubblicati su “Venga il Tuo Regno” (Napoli, maggio 1991 e febbraio 1994) da padre Giuseppe Filandia, missionario in PNG dal 1986 al 1997 e poi in Amazzonia brasiliana. Piero Gheddo

 

L’arcipelago delle Trobriand è all’estremo sud-ovest della Papua Nuova Guinea, una trentina di isole con circa 30.000 abitanti, 28.000 dei quali nell’isola di Kiriwina, lunga 60 km. e larga 20. Gli etnologi (fra i quali i famosi Bronislaw Malinowsky e Margaret Mead) le hanno definite “le isole dell’amore”, perché l’assenza di ogni regola morale nel rapporto uomo-donna si è quasi istituzionalizzata. Gli stessi genitori e parenti si preoccupano perché ragazzi e ragazze possano avere rapporti normali secondo la tradizione. Nella loro cultura non esiste un’educazione che li prepari al vero significato della vita a due. Le pratiche sessuali sono un gioco che devono praticare fin dall’età di sette-otto anni. Spetta agli zii materni trovare la ragazzina (scherzando la chiamano “la futura sposa”) con cui il nipotino possa passare la notte insieme. I bambini di 5-6 anni vedono a cominciano ad imitare i fratelli e le sorelle maggiori. Così le storielle, i racconti del passato, i giochi, i canti, le danze, le feste (a cui partecipano piccoli e grandi) hanno questa dimensione. Ci sono ragazze che volte sentono la naturale ripugnanza ad essere oggetto di piacere per i loro fratelli o per il loro padre e si suicidano gettandosi giù dall’alto di una palma da cocco.

Si può capire com’è difficile per il missionario fare discorsi sulla purezza, la castità, sulla preparazione ad un matrimonio cristiano. Ciò diventa ancor più difficile quando le nostre isole sono meta di turisti da paesi che si dicono cristiani, generando nel nostro popolo la convinzione che in tutto il mondo si fa così. Eòpure qualcosa sta cambiando nella cultura locale, quando il missionario, fiducioso nella grazia di Dio nella potenza del Vangelo, dona la sua vita perché a cominciare dalla famiglia il Regno di Dio arrivi anche in queste isole alla fine del mondo.

Il matrimonio non avviane per attrazione sessuale, ma per interesse materiale: sposare una donna per l’uomo significa garantirsi una sicurezza economica…. Per la donna i motivi per contrarre matrimonio si riducono al bisogno concreto di avere accanto qualcuno, per sentirsi protetta, avere una casetta propria e un focolare da custodire…. L’educazione dei figli non esiste. Il padre ne lascia l’incarico ai cognati, secondo la tradizione, e questi, regolarmente, non se ne interessano. Per cui i bambini crescono senza principi morali, senza freni, si permettono di fare tutto quel che vogliono e non sono rimproverati né corretti, perché la loro tradizione è molto permissiva in ciò che noi consideriamo il male: come la vendetta, la prepotenza, il furto, l’inganno, la pigrizia e qualsiasi altra immoralità… L’uomo non coopera affatto alla nascita dei figli, sono degli spiriti speciali che danno i bambini alle donne, attraverso la loro testa! Quindi l’uomo non ha nessuna responsabilità e partecipazione nella procreazione. I mariti che stanno lontani dalle mogli per anni (in genere per lavoro) non si meravigliano se al loro ritorno trovano uno o due figli in più. Tanto, non è l’uomo ma sono gli spiriti che danno i bambini alle donne.

Accenno a queste miserie per ricordare ai lettori, se ce ne fosse bisogno, quanto meravigliosa è la nostra morale cattolica, che è sicura difesa della vita, della persona e salva amore e unità delle famiglie…. Fa pena vedere i nostri ragazzi e le nostre ragazze delle Trobriand, che seguono ciecamente certe tradizioni senza mai capire cosa sia il vero amore, il senso della vita, del “diventare due in una sola carne”. Qui la famiglia è per tradizione monogamica, avere più moglie è privilegio solo del re, dei capi e dei parenti stretti del re. I capi villaggio debbono accontentarsi di due mogli. Quando il re poligamo vuole una ragazza come moglie, nessuno vi si può opporre, pena la morte. La vendetta non avviene in pubblico, ma per vie segrete, avvelenamento, magie,ecc. Quando i giovani decidono di sposarsi, dovrebbero smettere ogni altro gioco con diversi partner e giurare fedeltà. In teoria è così, ma in pratica l’adulterio è molto comune, sembra accettato, a meno che ci sia una pubblica accusa, allora si deve fare un po’ di scena per salvare la faccia. Il colpevole paga le sue ventimila lire di multa e tutto finisce lì.

Voi che avete la gioia di vivere in una famiglia cristiana, abbiate un pensiero e una preghiera per questo nostro popolo della Papua Nuova Guinea. Cari amici lettori, questa è una cultura non cristiana, non nelle cartoline turistiche, nei romanzi e documentari televisivi, ma nella concretezza della vita quotidiana di un popolo che ancora non conosce il Vangelo. E il nostro popolo italiano, che ha ricevuto il Vangelo da duemila anni, quanto è lontano da queste miserie “pagane”?

Giuseppe Filandia

 

Monday 31 March 2014

MERCOLEDI 2 APRILE ESCE IL MIO NUOVO LIBRO

 

 

 

copertina

Monday 31 March 2014 07:27

SE ULISSE NAVIGO’ I MARI DEL NORD… UNA TESI CHE RIVOLUZIONA LA STORIA DELLA CIVILTA’

Adesso che perfino Umberto Eco nel suo libro “Storia delle terre e dei luoghi leggendari” ha “consacrato” la tesi di Felice Vinci, che colloca nel Baltico, in Scandinavia e nel Mare del Nord le vicende dell’Iliade e dell’Odissea, possiamo davvero dire che sta per essere rivoluzionata la storia della civiltà europea.

Non credevo che sarebbe accaduto così velocemente, tredici anni fa, quando lessi (e commentai) il libro di Vinci “Omero nel Baltico” (Palombi), un volume di quasi 500 pagine, pieno di sorprese, che lanciava quella tesi nuova e affascinante.

In sostanza Vinci sostiene che quelle saghe nordiche, fiorite con l’età del bronzo nel II millennio a.C., poi fissate in potente poesia da Omero, a causa di un grande cambiamento climatico furono portate a Sud dall’emigrazione di “biondi navigatori” che si stabilirono sull’Egeo e lì – dando vita alla civiltà micenea – ricostruirono il loro mondo con i relativi toponimi.

La tesi sembrava a prima vista pazzesca, ma Vinci accumulava, nel suo libro, una tale quantità di prove che era impossibile non prenderlo sul serio. Anche perché risolveva una serie di storiche incongruenze contenute nella versione tradizionale.

Del resto il libro si presentava con una prefazione di Rosa Calzecchi Onesti che era un’autorità indiscussa, trattandosi della traduttrice ufficiale dei poemi omerici in Italia.

Il mio lungo articolo (uno dei primi in Italia sulla tesi di Vinci) uscì il 31 marzo 2001 sul “Giornale” con questo titolo: “L’Odissea trasloca in Scandinavia”.

Ricordo che riscosse grande interesse da parte dei lettori, ma qualche addetto ai lavori mi scrisse, indignato, ritenendo una bestemmia la tesi di Vinci.

Il quale ha pure la “colpa” di essere un outsider, esercitando il mestiere di ingegnere nucleare. In realtà la sua formazione classica e la sua passione per i poemi omerici gli hanno permesso di scoprire quello che, per secoli, legioni di addetti ai lavori non hanno saputo cogliere.

E’ uno dei classici casi di genio italiano. Da allora la tesi di Vinci ne ha fatta di strada. L’ho seguito, anno dopo anno, in questa sua continua ricerca che ha accumulato conferme sempre più solide e ha guadagnato consensi sempre più vasti e autorevoli.

Il libro ha cominciato ad essere tradotto all’estero (Russia, Stati Uniti, Estonia, Svezia, Danimarca). L’autore è stato invitato a parlare nelle università straniere (da Vancouver a Riga) e italiane (Pavia, Padova, Roma).

Ha esposto le sue tesi in diversi Istituti di cultura e nel 2004 fu invitato all’Accademia delle scienze di San Pietroburgo a presentare l’edizione russa del volume. Nel 2007 il libro è diventato materia di studio al Department of Classics del Bard College di New York. Nello stesso periodo veniva recensito su “ARION. A Journal of Humanities and the Classics” dell’Università di Boston.

Naturalmente la Scandinavia e la Grecia si sono dimostrate molto interessate alla nuova tesi. Infatti nel 2007 nella finlandese Toija (avete capito bene: il paese che sorge dove anticamente – per Vinci – sorgeva Troia) si è tenuto un importante simposio scientifico sulle tesi di Vinci. E un altro è stato realizzato nella stessa località il 23 e 24 luglio 2011.

Nel marzo 2008 Vinci fu invitato anche ad Atene a esporre le sue tesi alla International  Conference on Mediterranean Studies, promossa dall’Athens Institute for  Education and Research.

Pure l’Università di Roma gli ha dedicato un convegno nel 2012. Perché nel frattempo diversi studiosi italiani si erano “allertati” su quella che potrebbe rivelarsi una delle più straordinarie scoperte archeologico-letterarie di tutti i tempi.

Non c’è solo la Calzecchi Onesti che giudica “convincenti” le ipotesi di Vinci e lealmente invita ad approfondirle ed eventualmente ad accettare “cambiamenti che sconvolgono le nostre idee”.

Ma si è mostrato interessato – per esempio – un grande critico letterario del calibro di Pietro Boitani, che partecipò al simposio Toija del 2007.

E un autorevole geografo come Claudio Cerreti sul “Bollettino della Società Geografica Italiana”, a proposito del libro di Vinci, scriveva: “L’autore propone una  serie di ipotesi molto ragionevoli e molto razionalmente esposte,  inanellando una serie impressionante di indizi (…). Libro stupefacente  e spesso molto godibile”.

Addirittura entusiastico appare poi il consenso di un altro importante critico letterario come Edoardo Sanguineti che, in un articolo di qualche anno fa, dopo aver passato in rassegna le ragioni di Vinci, concludeva:

“Non Omero, ma tutta la civiltà greca delle origini, e tutti i miti classici, ci sono arrivati di là, tra Circolo Polare Artico e Mare del Nord, da Helsinki e dintorni. L’archeologia avrà l’ultima parola, ma, per intanto, non intendo taciteggiare, astenendomi dal ‘confirmare’ come dal ‘refellere’. Non refello niente, e scommetto che il Vinci può vincere”.

Ora poi è uscito anche un volumone, la prestigiosa rivista di filologia classica fondata da Ettore Paratore – “Rivista di cultura classica e medievale” – la quale ha dedicato un numero monografico al tema “La Scandinavia e i poemi omerici”. Ovvero alla tesi di Vinci.

Che ne esce potentemente arricchita di ragioni. Infatti ci si rende conto, ormai in diverse discipline, che è da buttare il vecchio paradigma per cui la culla della civiltà sarebbe stata l’area che va dalla Mesopotamia, all’Egitto e all’Egeo.

Sir Colin Renfrew, professore a Cambridge, ha scritto:

“Molti di noi erano convinti che le piramidi d’Egitto fossero i più antichi monumenti del mondo costruiti in pietra, e che i primi templi fossero stati innalzati dall’uomo nel Vicino Oriente, nella fertile regione mesopotamica. Si riteneva anche che là, nella culla delle più antiche civiltà, fosse stata inventata la metallurgia e che, successivamente, le tecnologie per la lavorazione del rame e del bronzo, dell’architettura monumentale e di altre ancora, fossero state acquisite dalle popolazioni più arretrate (…) per diffondersi poi a gran parte dell’Europa e al resto del mondo antico. Fu quindi un’enorme sorpresa” sottolinea Sir Renfrew “quando ci si rese conto che tutta questa costruzione era errata. Le tombe a camera megalitiche dell’Europa occidentale sono ora considerate più antiche delle piramidi (…). Sembra inoltre che in Inghilterra Stonehenge fosse completato e la ricca età del Bronzo locale fosse ben attestata, prima che in Grecia avesse inizio la civiltà micenea. In effetti Stonehenge, struttura straordinaria ed enigmatica, può a ben diritto essere considerato il più antico osservatorio astronomico del mondo. E così ogni assunto della visione tradizionale della preistoria viene contraddetto”.

Lo studioso inglese conclude:

“Le nuove datazioni ci rivelano quanto abbiamo sottovalutato quei creativi ‘barbari’ dell’Europa preistorica, i quali, in realtà, innalzavano monumenti in pietra, fondevano il rame, creavano osservatori solari e facevano altre cose ingegnose, senza alcun aiuto dal Mediterraneo orientale”.

Che i greci e la loro antica civiltà, come afferma Vinci, discendano dalle genti del Baltico e della Scandinavia oggi è scoperta doppiamente clamorosa.

Perché svela pure quanto il Nord e il Sud dell’Europa siano legati e frammisti e quanto sia forte e plurimillenaria l’identità culturale unitaria di questo continente, sebbene le varie tecnocrazie europee attuali si diano da fare per demolirla.

Torniamo dunque a rileggere le vicende di Troia per dimenticare la Troika, ossia quel triunvirato senza memoria e senza identità che ha imposto il suo diktat alla Grecia e a tutta l’Europa, riuscendo a far montare nel vecchio continente l’onda dell’antieuropeismo.

La grande storia dell’Europa prevarrà sulla meschina cronaca. In modo singolare è così confermata l’intuizione di Charles Péguy secondo cui “Omero è nuovo stamattina e niente è così vecchio come il giornale di oggi”.

 

 

Antonio Socci

 

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Monday 31 March 2014 04:00

Il papa e il filosofo

Il suo nome è Alberto Methol Ferré. È a lui che Bergoglio si ispira nel giudicare il mondo e nel contrastare la nuova cultura dominante: "l'ateismo libertino". La faccia severa del papa con Obama

Sunday 30 March 2014

“Svegliate il mondo con la gioia del Vangelo”

 

La “Evangelii Gaudium” (la gioia del Vangelo), pubblicata il 24 novembre 2013 da Papa Francesco, è una “esortazione apostolica”, perché non è dedicata ad un tema unico (come in genere le encicliche), ma spazia su tutto il vastissimo panorama delle attività ecclesiali. Però è stata giustamente definita “il manifesto programmatico del papato”, un proclama d’intenti all’inizio di un pontificato che speriamo abbastanza lungo in rapporto a quanto Papa Francesco si propone di realizzare. Per tentare di capire a fondo questo Papa argentino-italiano, che viene “dalla fine del mondo”, bisogna sempre aver presente l’obiettivo prioritario che Giorgio Mario Bergoglio si propone di raggiungere nei suoi anni di Vescovo di Roma. Cosa che non tutti i commentatori fanno; molti si fermano sui dettagli e non capiscono perché non sono sulla sua stessa lunghezza d’onda.

Un volume che può aiutare a capire è “Svegliate il mondo con la gioia del Vangelo”, che padre Giuseppe Buono, pubblica con la LER (Libreria Editrice Redenzione di Marigliano (Napoli), pagg. 150, 10 Euro). Uscito a metà marzo il libro si è esaurito in pochi giorni ed esce ora in seconda edizione aggiornata e con la prefazione di mons. Antonio Staglianò, vescovo di Noto (Siracusa).

Padre Buono, sacerdote e missionario del Pime dal 1959, docente di missiologia e di bioetica e religioni, ha visitato molte missioni nei quattro continenti e, come fondatore del Movimento Giovanile delle Pontificie Opere Missionarie e segretario della Pontificia Unione Missionaria, ha maturato una conoscenza e una passione per la missione alle genti che lo rende lettore e testimone credibile della Evangelii Gaudium. Nell’Introduzione egli spiega che ha scritto il libro come sussidio agli studenti di ecclesiologia della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia meridionale, sez. San Tommaso, Napoli, per aiutarli ad una “lettura organica dei temi della missione, così come Papa Francesco li espone e che necessitano di ulteriori premesse teologiche e storiche e di approfondimenti che segnino profondamente la vita del cristiano”.

Ma il volume è utile a tutti coloro che desiderano approfondire meglio la natura missionaria della Chiesa e il conseguente dovere missionario di ogni battezzato perché rilegge l’Esortazione apostolica da un’ottica non comune e oggi troppo spesso dimenticata e sottovalutata. Infatti, data la crisi di fede e di vita cristiana che ha colpito l’Occidente europeo, le nostre Chiese locali sentono la forte tentazione di chiudersi in difesa dell’ovile e del gregge di Cristo, minacciati da tanti nemici. Non è facile capire Papa Francesco se non si parte dall’ottica di “Svegliate il mondo con la gioia del Vangelo”, che non è solo il titolo del libro ma l’impegno prioritario che la Evangelii Gaudium propone a tutti i battezzati e credenti in Cristo: “Voglio una Chiesa tutta missionaria”.

Il libro di Padre Buono dimostra che la rivoluzione evangelica, di cui Papa Francesco è profeta e testimone, in pratica si traduce in questo movimento: uscire dall’ovile per andare verso le periferie dell’umanità, verso i più piccoli e poveri, verso gli estremi confini della terra. “Svegliate il mondo con la gioia del Vangelo” aiuta a leggere ed a capire a fondo la Evangelii Gaudium, cioè il pontificato di Papa Francesco. Il cammino della conversione a Cristo, alla quale l’Esortazione apostolica chiama la Chiesa e tutti i battezzati, è come il cammino del missionario che va fra i non cristiani per annunziare Cristo e lo annunzia soprattutto con la carità e diventando non “come loro”, ma “uno di loro”, sempre amico di tutti con molta umiltà e sacrifici, fin che la gente dice: “Sei uno di noi”. Così nasce la Chiesa fra i popoli che non conoscono Cristo e così può rinascere fra un popolo come il nostro, cristiano da duemila anni, ma nel quale molti ormai non conoscono più Gesù Cristo. In quest’ottica, anche le novità di Papa Francesco acquistano significato e chiedono adesione e preghiere allo Spirito Santo, protagonista della missione.

Piero Gheddo

 

Saturday 29 March 2014

Il Papa in confessionale

Non si era mai vista l’immagine di un Papa inginocchiato davanti a un confessore. Ieri pomeriggio Francesco, durante la celebrazione penitenziale in San Pietro, prima di entrare nel confessionale predisposto per lui e amministrare il sacramento della riconciliazione ad alcuni fedeli, ha voluto dirigersi verso il confessionale vicino. E prima di confessare, si è confessato.

E’ un’immagine forte, potente. Il Papa aveva già detto, nell’intervista con il direttore di Civiltà Cattolica padre Spadaro, di ritenersi “un peccatore al quale Dio ha guardato“. Vedere per la prima volta il Papa che si inginocchia come qualsiasi fedele in confessionale aiuta a comprendere il suo messaggio sulla misericordia di Dio e sul perdono. Misericordia e perdono che passano attraverso il mettersi in ginocchio e l’accusare i propri peccati davanti al sacerdote.

Questa foto vale più di tante prediche sulla necessità di riscoprire il sacramento della confessione. E’ un invito a tutti a riscoprire il dono di un Dio che “non si stanca mai di perdonare”. Ed è anche un invito ai sacerdoti, perché siano più disponibili a passare del tempo in confessionale.

Saturday 29 March 2014 04:00

Capolavori di canto gregoriano / L'antifona del cieco nato

È il communio della domenica "Laetare", la quarta di Quaresima. Qui in una nuovissima esecuzione offerta al nostro ascolto dai "Cantori Gregoriani" e dal loro Maestro

Tuesday 25 March 2014

Nostalgie per i Papi “distanti”

«Dei precedenti pontefici percepivo che erano diversi da me. In Francesco non colgo il senso del sacro». Sono parole usate da Alessandro Gnocchi, scrittore e giornalista, in una lunga intervista con Stefano Lorenzetto pubblicata su «Il Giornale». Il giornalista, insieme a Mario Palmaro (scomparso dopo una lunga malattia alla vigilia dell’uscita del libro) e a Giuliano Ferrara, ha appena firmato il saggio «Questo Papa piace troppo» (Piemme). Un volume dove vengono raccolti, tra l’altro, gli articoli critici verso Francesco che Gnocchi e Palmaro hanno pubblicato sul «Foglio» nell’ultimo anno.

Mi vorrei soffermare su quelle parole, peraltro non nuove come critica: se non ricordo male, proprio su «Il Foglio» – il quotidiano che si è ritagliato in questi mesi il ruolo di principale oppositore del pontefice argentino – a parlare di «mancanza di distanza» tra il Papa e la gente era stato già Mario Sechi in un lungo e argomentato articolo.

Mancanza del senso del sacro, mancanza di diversità da noi. In altre parole, troppa vicinanza. Francesco è un Papa che annulla le distanze. Ho pensato e ripensato a queste osservazioni critiche. Trovo debolissima l’argomentazione secondo la quale certe piccole innovazioni di stile o certe decisioni porterebbero con sé una sorta di giudizio negativo sui predecessori. La continuità di una tradizione vivente qual è quella della fede cattolica (mai sclerotizzabile, pena la sua riduzione ideologica) riguarda per l’appunto il contenuto della fede, non gli stili di vita o gli atteggiamenti. In nome della perfetta continuità il Papa non avrebbe mai dovuto abbandonare la sedia gestatoria e i flabelli, o meglio, in realtà non avrebbe mai dovuto usarli (non mi sembra di ricordare che se ne parli, a proposito di Pietro nei Vangeli).

Dunque non sono d’accordo con Gnocchi quando afferma – ad esempio – che l’essere rimasto a vivere a Santa Marta di Francesco rappresenta implicitamente un giudizio negativo su tutti i predecessori residenti nell’appartamento pontificio del palazzo apostolico. Non ho nulla contro l’appartamento pontificio, non mi disturbava che i papi lo abitassero, così come non mi disturba che oggi Francesco viva in un luogo che avverte più consono a sé.

Ma la riflessione che volevo proporvi riguarda un po’ più a fondo il tema della mancanza di «distanza». I cristiani professano la fede in un Dio che facendosi uomo ha annullato ogni distanza. Un Dio che si è incarnato, è stato un neonato venuto al mondo in circostanze alquanto precarie, con buona pace di quanti – talvolta per giustificare l’alleanza tra capitalismo e cristianesimo così cara a certi ambienti neocon d’Oltreoceano – contrastano continuamente l’idea di Gesù «povero», temendo di dover mettere in discussione gli unici veri dogmi considerati rivelati e indiscutibili oggi, quelli relativi all’attuale sistema economico finanziario.

Ebbene, se Dio ha annullato ogni distanza, se si è fatto uomo nascendo nella precarietà, se è stato un neonato totalmente dipendente dalle cure di un padre (putativo) e di una madre, se si è fatto abbracciare… se tutto questo ha fatto Dio, perché l’ideale per l’autorità umana nella Chiesa dovrebbe essere quello della «distanza»? È vero, come ricorda Gnocchi, il Papa «è un re». Ma è un re la cui regalità è modellata su quella del Nazareno, non su quella di Cesare Augusto, di Costantino, di Carlo Magno, di Francesco Giuseppe. E quale fosse la regalità di Gesù, lo leggiamo nei Vangeli (che non sono testi post-conciliari inficiati di teologia della liberazione marxisteggiante) cioè in quelle pagine dove si parla di umiltà, di servizio, di vicinanza, di amore. Di un Gesù che si commuove, che ha pietà della vedova di Nain e le dice «donna, non piangere!» prima di risuscitarle l’unico figlio appena morto.

Se Dio fattosi uomo ha detto esplicitamente che colui che vuole essere grande deve farsi piccolo, e ha mostrato questo ai suoi apostoli nell’ultima cena lavando loro i piedi, cioè facendosi servo, perché mai l’ideale per l’autorità del prete, del vescovo e pure del Papa – pastore universale perché vescovo di Roma, la Chiesa che presiede nella carità – dovrebbe essere quello della «distanza»? Perché il Papa non dovrebbe chinarsi, abbracciare, consolare, essere tenero con i più piccoli e i sofferenti (come Gesù nel Vangelo)? Perché non dovrebbe essere accessibile? Perché il modello immutabile dovrebbe essere quello del principe e non quello del servo?

«Chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve». Questo è il programma dettato con l’esempio prima ancora che con la parola da Gesù di Nazaret. Forse sarebbe utile non confondere le pur legittime preferenze per certe forme e stili che via via lungo la sua storia travagliata il papato ha assunto con la centralità del messaggio evangelico. Che in quanto a «distanza» (o meglio, ad assenza di «distanza») a me pare inequivocabile.

Infine, quanto alla diversità, personalmente percepisco ogni giorno che Francesco è «diverso da me» (per usare l’espressione di Gnocchi): vorrei avere un centesimo della sua fede, della sua misericordia, della sua capacità di annunciare il Vangelo in modo semplice e profondo, della sua pace, della sua gioia e della sua capacità di perdonare e di abbracciare chi soffre.

Tuesday 25 March 2014 04:00

Matrimonio e famiglia nell’Africa nera

 

Padre Dionisio Ferraro è in Guinea Bissau dal luglio 1973, dopo un anno di studio del portoghese a Lisbona. Ha vissuto sempre immerso nella società africana, come parroco in villaggi e per 26 anni nella più importante parrocchia della capitale, promotore e insegnante nelle scuole, costruttore del liceo cattolico di Bissau. Negli ultimi sei anni è parroco a Bambadinca, una parrocchia rurale vastissima nell’interno del paese (diocesi di Bafatà). Gli ho chiesto com’è la famiglia africana nella religione tradizionale, l’animismo o culto degli spiriti. Ecco la sua esperienza nei villaggi animisti della Guinea Bissau, che è un tipico paese africano ancor poco toccato dalla modernità.

“Nei villaggi pagani c’è ancora il matrimonio tradizionale, con piccole poligamie, un marito con due-tre mogli. Dicono che nell’agricoltura ci vogliono molti figli e una sola moglie non basta, ce ne vogliono almeno due o tre, però c’è qualche caso di poligamia grande, poligami con otto-dieci mogli. E come le mantiene? Non è il marito che mantiene le mogli, ma le mogli che mantengono il marito. L’uomo lavora meno delle donne, si interessa dei rapporti esterni, costruisce e ripara la capanna e fa alcuni lavori in casa, ma la moglie alleva ed educa i figli e produce reddito, con l’agricoltura e piccoli lavoretti di artigianato e poi le galline, le anitre, le uova, i frutti che vende, ecc. Il marito quando è senza soldi e deve partecipare ad una festa, chiede i soldi alle mogli, questa la tradizione nei villaggi non cristiani.

“Il matrimonio è un contratto tra famiglie. Il marito deve avere delle risaie, dimostrare di essere un uomo capace, che ha conoscenze, che sa fare parecchie cose. La ragazza che si sposa sa che va a servire l’uomo, che in casa c’è e non c’è, può andare a trovare parenti o amici o i figli più adulti che sono altrove. Chi segue l’economia della famiglia, chi produce è la moglie. La prima moglie è quella che poi comanda la casa. Quando esco da Bambadinca, a me capita di dare passaggi in auto a qualche giovane moglie che ha due-tre figli e va a cercare un’altra moglie per il marito, perché lei non ce la fa più con i figli e nel lavoro. La poligamia non è perché il marito è viziato, ma perché in casa tutto è centrato sulla prima moglie e lei deve procurare un’altra donna al marito, che la aiuti e produca nuovi figli. E’ lei che organizza la vita di famiglia.

“La vera moglie è la prima. Il dott. padre Alberto Zamberletti, mio confratello del Pime, che ha lavorato molto anche come medico, dice che oggi la malattia che si diffonde in Guinea è l’Aids, ma si trovano più malati di Aids nelle famiglie monogame che nelle poligame, perché le varie mogli controllano di più il marito. L’aids si diffonde soprattutto per contatto sessuale con diverse donne fuori della famiglia. I vizi più diffusi fra gli uomini sono ubriacarsi e andare a donne.

“Quando sono invitato a pranzare in una casa – continua padre Dionisio – mangio col marito e i figli maschi, si mangia con le mani, con un catino in mezzo, nel quale c’è riso e altro; poi c’è il gruppo donne in altra parre della casa in altro cortile e là vanno le mogli e le figlie e i bambini piccoli che sono tanti. Fino a poco tempo fa ogni donna aveva in media sette-otto figli, oggi un po’ meno, ne hanno cinque-sei, perché la vita moderna entra ovunque e si imparano altri costumi. Nelle città è diverso,in genere hanno due o tre figli, ma io parlo delle famiglie tradizionali”.

 

Chiedo a padre Ferraro se tra quelli che si convertono al cristianesimo, cambia la famiglia. Si vede la differenza con la famiglia pagana tradizionale? Gli uomini hanno maggior rispetto della donna? Dionisio risponde:

“Dove c’è il cristianesimo, in genere ci sono cinque anni di catecumenato, preparazione al battesimo. In quegli anni di catechesi, di preghiera e lettra del Vangelo, di contatti quotidiani con famiglie cristiane, i costumi cambiano molto. Il marito rispetta la moglie, lavora con la moglie e la aiuta, mangia con la moglie e i figli. Però anche qui bisogna distinguere. Dove c’è un prete-prete che fa una catechesi autentica e che mira alla conversione a Cristo, le cose cambiano; dove c’è un prete formalista, che fa imparare a memoria le risposte al catechismo, ma si accontenta della frequenza alla chiesa, oppure vuol far vedere al vescovo che lui fa molte conversioni, le cose cambiano poco. Il cambiamento è caratterizzato dalla parola “responsabilità”, perché la catechesi richiama alla responsabilità dell’uomo: nei rapporti con la moglie, con i bambini, col lavoro, col denaro.

“Quindi, dove entra il cristianesimo in un villaggio pagano, porta un miglioramento della vita, però anche qui bisogna distinguere. Dove c’è una “revisione di vita” metodica, a scadenza fissa, i cambiamenti ci sono; ma se il prete e i catechisti trascurano questi impegni, tutto va avanti come prima. A volte il missionario ha la consolazione di vedere autentici miracoli di conversioni. A Bissau sono stato 26 anni in parrocchia, nelle “revisioni di vita” mensili con le famiglie sono stato testimone di conversioni straordinarie, di persone che poi hanno cambiato vita davvero. Lo Spirito Santo c’è davvero, perchè noi preti e missionari facciamo pochissimo, a volte ti sembra di parlare al vento, e poi invece tocchi con mano che la tua parola, quando parli a nome di Gesù Cristo, produce frutti. Se Gesù Cristo non cambia la vita delle persone, delle famiglie e della società, la fede e la vita cristiana sono parole vuote. Ecco perché la revisione di vita, che si può chiamare esame di coscienza. Ti ubriachi ancora? Rispetti tua moglie e le tue figlie? Sai perdonare una offesa? Sei generoso con i poveri?Anche quando parlo ai preti arrivo sempre alla revisione di vita. La conversione di un popolo dipende in buona parte dal prete, se è zelante, se dà buon esempio, ecc. Anche la società africana sta cambiando in meglio”.

Dopo intervista vado avanti a chiacchierare e padre Ferraro dice che su 100 matrimoni che celebra n chiesa cinque o sei sono veramente a posto. Quelli che diventano cristiani hanno tutti buona volontà, con tanta fede, preghiera, carità . Ma la cultura cambia con lentezza. Pretendere in Africa un matrimonio come ce ne sono molti in Italia è utopico. “Però, dice padre Dionisio, col passare delle generazioni, anche qui la Chiesa fiorirà. Pochi giorni fa, a Bambadinca, un professionista africano che ha studiato in Italia mi diceva: “Mezzo secolo fa noi siamo venuti non dall’Antico Testamento, ma dalla preistoria e viviamo già nel Nuovo Testamento e nel mondo moderno. Un balzo di millenni in pochi anni non può cambiare costumi millenari, ma il Vangelo in Africa sarà vincente perché è la risposta giusta alle nostre aspirazioni!”. Piero Gheddo

 

 

 

 

 

 

Saturday 22 March 2014

Preghiera in ginocchio ai mafiosi

Non è un appello, non è un’invettiva. È innanzitutto una preghiera fatta «in ginocchio» quella che Francesco ha pronunciato ieri incontrando i familiari delle vittime della mafia alla veglia organizzata da don Luigi Ciotti e dall’associazione «Libera» nella chiesa parrocchiale di Gregorio VII a due passi dal Vaticano. Una preghiera in ginocchio rivolta ai mafiosi, con un avvertimento sull’inferno.

«Convertitevi, c’è tempo per non finire nell’inferno, che è quello che vi aspetta se non cambiate strada», ha detto il Papa. «Per favore cambiate vita! Convertitevi, fermate di fare il male! Noi preghiamo per voi: convertitevi ve lo chiedo in ginocchio, è per il vostro bene… Questa vita che vivete non vi darà felicità, gioia. Potere e denaro che avete adesso da tanti affari sporchi, dai crimini mafiosi sono denaro insanguinato, potere insanguinato non potrai portarlo all’altra vita».

«Avete avuto un papà e una mamma pensate a loro e convertitevi», ha detto ancora Francesco. Che al termine ha ringraziato i familiari delle vittime della mafia: «Grazie della vostra testimonianza perché non vi siete chiusi ma aperti usciti, a raccontare la vostra esperienza. Questo è importante per i giovani… Il desiderio che sento è di condividere con voi una speranza: che il senso di responsabilità piano piano vinca sulla corruzione in ogni parte del mondo. Ma questo deve partire da dentro, dalle coscienze. E risanare i comportamenti e il tessuto sociale. Così la giustizia si allarghi e radichi, e prenda il posto dell’iniquità». Ancora una volta, dunque, il Papa parla della «conversione del cuore», di un cambiamento che parte dalla persona. Un cambiamento che ha chiesto pregando «in ginocchio».

Monday 17 March 2014

Elogio dell’illuminismo

Cari amici, vi sottopongo un passaggio interessante di uno scritto sul rapporto tra cristianesimo e illuminismo, che mostra l’assoluta modernità del suo autore (scritto a ridosso dell’elezione pontificia)

«Il cristianesimo, in quanto religione dei perseguitati, in quanto religione universale, al di là dei diversi Stati e popoli, ha negato allo Stato il diritto di considerare la religione come una parte dell’ordinamento statale. Ha sempre definito gli uomini, tutti gli uomini senza distinzione, creature di Dio e immagine di Dio, proclamandone in termine di principio, seppure nei limiti imprescindibili degli ordinamenti sociali, la stessa dignità».

«In questo senso l’illuminismo è di origine cristiana ed è nato non a caso proprio ed esclusivamente nell’ambito della fede cristiana. Laddove il cristianesimo, contro la sua natura, era purtroppo diventato tradizione e religione di Stato (…) È stato merito dell’illuminismo aver riproposto questi valori originali del cristianesimo e aver ridato alla ragione la sua propria voce. Il Concilio Vaticano II, nella costituzione della Chiesa nel mondo contemporaneo, ha nuovamente evidenziato la corrispondenza tra cristianesimo e illuminismo, cercando di arrivare ad una vera riconciliazione tra Chiesa e modernità».

Colpisce questo passaggio sul cristianesimo che “contro la sua natura, era purtroppo diventato tradizione e religione di Stato”.

PS L’autore è Joseph Ratzinger alla vigilia di diventare Benedetto XVI. Una chiave di lettura interessante e intelligente del suo pontificato la potete trovare nel libro di Massimo Borghesi «Senza legami. Fede e politica nel mondo liquido: gli anni di Benedetto XVI» (edizioni Studium)

Thursday 13 March 2014

IL DRAMMATICO BIVIO DI BERGOGLIO. VOGLIONO SPINGERLO ALLA DEMOLIZIONE DELLA CHIESA, MA IO PENSO…

A un anno dall’elezione di Bergoglio a “vescovo di Roma” si resta perplessi nel vedere il giornale delle banche e della finanza – il “Corriere della sera” – che acclama il “papa dei poveri” il quale tuona contro “il Nord ricco” a cui “più volte in quest’anno ha gridato ‘vergogna’ mettendolo sotto accusa”.

Ci si sente presi per il naso. Che gioco stanno facendo? E che dire della “Stampa-Vatican Insider”? Il giornale torinese è il più affetto da quella “francescomania” che  Bergoglio deplora.

Il quotidiano della Fiat è arrivato addirittura a suonare le fanfare per Gustavo Gutierrez che è stato “riabilitato” in Vaticano: Gutierrez è il padre di quella “Teologia della Liberazione” che mescolava cristianesimo e marxismo e che fu seppellita da Giovanni Paolo II e da Ratzinger.

Si sente puzza di bruciato se i giornali delle multinazionali osannano la Teologia della liberazione. Ma ancor più se il Vaticano la riabilita. E proprio nei giorni in cui Ratzinger – in un libro intervista su Giovanni Paolo II – spiega:

“La prima grande sfida che affrontammo (con Giovanni Paolo II) fu la Teologia della liberazione che si stava diffondendo in America latina. Sia in Europa che in America del Nord era opinione comune che si trattasse di un sostegno ai poveri e dunque di una causa che si doveva approvare senz’altro. Ma era un errore. La fede cristiana veniva usata come motore per questo movimento rivoluzionario, trasformandola così in una forza di tipo politico(…). A una simile falsificazione della fede cristiana bisognava opporsi anche proprio per  amore dei poveri e a pro del servizio che va reso loro”.  

Di recente un importante esponente della Tdl, Clodoveo Boff, ha dato ragione a Ratzinger per quello che (a nome di Wojtyla) fece trent’anni fa:

“egli ha difeso il progetto essenziale della teologia della liberazione: l’impegno per i poveri a causa della fede. Allo stesso tempo, ha criticato l’influenza marxista. La Chiesa non può avviare negoziati per quanto riguarda l’essenza della fede… Siamo legati ad una fede e se qualcuno professa una fede diversa si autoesclude dalla Chiesa”.

Invece “nel discorso egemonico della teologia della liberazione”, riconosce Clodoveo Boff, “ho avvertito che la fede in Cristo appariva solo in background. Il ‘cristianesimo anonimo’ di Karl Rahner era una grande scusa per trascurare Cristo, la preghiera, i sacramenti e la missione, concentrandosi sulla trasformazione delle strutture sociali”.

Oggi però il Vaticano riabilita quella Teologia della liberazione. E lo strappo rispetto a Wojtyla e Ratzinger riguarda anche altro.

 

ABOLIZIONE DEL PECCATO ?

 

Il 29 dicembre scorso il titolo dell’editoriale di Eugenio Scalfari, sulla Repubblica, diceva: “La rivoluzione di Francesco: ha abolito il peccato”.

In effetti questa, vagheggiata da Scalfari (e anche dai poteri mondani, da logge e lobby anticattoliche) sarebbe la più grande delle rivoluzioni perché significherebbe l’abolizione della Chiesa stessa: Gesù ha predicato e praticato il perdono dei peccatori, mentre l’abolizione del peccato è l’esatto opposto, è qualcosa che renderebbe inutile e perfino ridicolo il sacrificio della Croce.

Perciò quella del fondatore di “Repubblica” sembrò a tutti una boutade dovuta al suo proverbiale dilettantismo teologico. I media cattolici lo liquidarono sarcasticamente.

Invece oggi bisogna riconoscere che aveva in parte ragione. Non riguardo al Papa (che ancora non si è espresso), ma riguardo al cardinale Kasper, autore dell’esplosiva relazione al Concistoro (richiestagli dal Papa) su divorziati risposati e sacramenti.

Kasper rappresenta quella sinistra martiniana che vorrebbe fare come le chiese protestanti del Nord Europa: calare totalmente le brache davanti al mondo (infatti quelle chiese si sono suicidate e oggi sono pressoché inesistenti).

Per questo la relazione di Kasper sovverte completamente nella pratica ciò che Gesù (Mt 5, 32 e Mt 19, 9) e la Chiesa hanno sempre insegnato.

Con l’accesso ai sacramenti per i divorziati risposati (che ribalta tutto il Magistero, specie quello di Giovanni Paolo II) di fatto si prospetta l’abolizione del peccato.

Che “ospedale da campo” è questo? Così noi poveri peccatori crepiamo. Come se il ministero della Salute decretasse che – invece di curare gli ammalati –  tutti fossero dichiarati sani per legge.

Infatti la prospettiva sulla quale Kasper e compagni vogliono spingere la Chiesa implica l’inutilità del sacramento della confessione e la sua abolizione.

Perché mai ci si dovrebbe limitare ai divorziati risposati? Sarebbe una “legge ad personam”. I conviventi o i fidanzati che hanno rapporti sessuali, perché dovrebbero confessarsi per accedere all’eucarestia? E l’uomo o la donna sposati che hanno una relazione extramatrimoniale?

 

O KASPER O GESU’

 

Il “tana liberi tutti” riguarderebbe di fatto tutti i peccati. Tutti perdonati d’ufficio. Kasper infatti dice: “ogni peccato può essere assolto”. Ma omette di dire che occorrono pentimento e ravvedimento.

Al contrario di Kasper, Gesù affermò che “il peccato contro lo Spirito Santo non avrà perdono in eterno: sarà reo di colpa eterna” (Mt 12, 31-32). Questo peccato imperdonabile riguarda proprio “la presunzione di salvarsi senza merito”, “l’ostinazione nel peccato” e “l’impenitenza finale”.

A ben vedere poi Kasper non si limita ad abolire il peccato (e la confessione): abolisce l’inferno stesso. Lo ha detto con una frase passata inosservata, ma che contraddice totalmente quanto Gesù e la Chiesa hanno sempre insegnato.

Il prelato dice: “non è immaginabile che un uomo possa cadere in un buco nero da cui Dio non possa più tirarlo fuori”. Falso. Questo “buco nero” c’è: è l’inferno in cui noi possiamo scegliere di andare. Dio – per rispetto della nostra libertà – non può salvarci contro la nostra volontà.

E’ molto pericoloso non credere all’inferno. Santa Faustina Kowalska – che di misericordia era molto più competente di Kasper – riferisce nel suo Diario che quando fu portata misticamente a vedere il regno di Satana scoprì che “la maggior parte delle anime che ci sono, sono anime che non credevano che ci fosse l’inferno”.

 

I GESUITI

 

Storicamente furono i padri gesuiti ad essere accusati dal grande Pascal di aver  abolito il peccato con la scusa di perdonare il peccatore. E nel nostro tempo sono tornate in auge quelle loro idee.

Lo ricordò l’allora cardinale Ratzinger in un celebre discorso del 1990:

si può dire che l’odierna discussione morale tende a liberare gli uomini dalla colpa, facendo sì che non subentrino mai le condizioni della sua possibilità. Viene in mente la mordace frase di Pascal: ‘Ecce patres, qui tollunt peccata mundi’! Ecco i padri che tolgono i peccati del mondo. Secondo questi ‘moralisti’, non c’è semplicemente più alcuna colpa. Naturalmente, tuttavia, questa maniera di liberare il mondo dalla colpa è troppo a buon mercato. Dentro di loro, gli uomini così liberati sanno assai bene che tutto questo non è vero, che il peccato c’è, che essi stessi sono peccatori e che deve pur esserci una maniera effettiva di superare il peccato”.  

In un libro precedente Ratzinger criticò quel “pensiero pelagiano secondo il quale basterebbe in fondo la buona volontà dell’uomo per salvarlo”.

Poi aggiunse:

“In questa luce non era in ogni senso in torto il rimprovero mosso dai Giansenisti ai Gesuiti di portare con le loro teorie il secolo all’incredulità”.

Ma ci sono anche le correnti sane della Compagnia di Gesù. Se infatti da una parte c’era il gesuita Rahner, dalla parte opposta c’era il grande gesuita De  Lubac.

Francesco è davanti a un bivio: da una parte la demolizione della Chiesa a cui vogliono spingerlo poteri, logge e lobby mondane. Ma io penso (e spero) che lui sceglierà l’altra, quella del vero Concilio, di De Lubac, di Paolo VI, di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, una via gloriosamente ortodossa ed evangelica, che porta all’odio del mondo e a volte al martirio.  

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 13 marzo 2014

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Thursday 20 February 2014

Il progetto di Francesco. Dove vuole portare la Chiesa

Progetto-di-Francesco1

È in libreria “Il progetto di Francesco. Dove vuole portare la Chiesa”. Una conversazione di Víctor Manuel Fernández con Paolo Rodari, Collana «Vita di missione – Nuova serie», Editrice Missionaria Italiana, pp. 144, euro 10,90.

Fernández è rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina; è stato uno dei primi vescovi nominati da papa Francesco, elevato nel maggio 2013 alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, uno dei saggisti più letti in America latina in fatto di teologia e spiritualità, ha un rapporto di assoluta fiducia con il papa che vede in lui un valido consulente e collaboratore. Non a caso fu lui, nel 2007, alla V Conferenza dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida, ad aiutare l’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro papa.

Poche persone come Fernández, dunque, possono aiutare a capire chi sia Francesco e verso dove egli vuole che la Chiesa vada. Anzitutto, secondo il teologo argentino, Francesco chiede alla Chiesa un movimento: l’uscita. «Uscire da sé stessi», spiega Fernández, «una categoria-chiave per comprendere a fondo il pensiero e la proposta del papa, perché il Vangelo ha sempre la dinamica dell’esodo e del dono, dell’uscire da sé. È il contrario dell’autorefenzialità che egli tanto deplora». E ancora, su questa idea che è centrale nel magistero dell’attuale pontefice: «Tale uscita richiede di osare, fare il primo passo, non restare seduti sperando che la gente venga ai nostri incontri o ai nostri corsi, avere il coraggio di parlare di Gesù e della propria esperienza di fede a tutti e in ogni luogo. Il papa ci ricorda sempre che la comunità evangelizzatrice non si chiude, ma anzi accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione se necessario, e si fa carico della vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo».

È il programma rivoluzionario del Papa venuto da un Paese «quasi ai confini del mondo» che il teologo argentino declama in queste intense pagine: prima dei princìpi, viene l’annuncio del Vangelo, da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Non ci si può limitare ad annunciare i princìpi morali da seguire. Occorre parlare anzitutto della gioia del Vangelo e del fatto che il Suo annuncio è un annuncio di misericordia. Secondo Fernández l’intento del Papa è di scuotere la Chiesa, di farla uscire dal recinto dei suoi privilegi, oltre le logiche del carrierismo e delle divisioni per arrivare a tutti, specialmente agli ultimi, agli emarginati, a chi non ha nulla. È una Chiesa povera e per i poveri che vuole il Papa, la stessa Chiesa che voleva quando era cardinale a Buenos Aires.

Ecco di seguito la prefazione al libro, firmata da Paolo Rodari:

13 marzo 2013. Verso dove Francesco vuole portare la Chiesa? È la domanda che mi sono fatto nei primi giorni di pontificato di Jorge Mario Bergoglio. E dovendo, da cronista, raccontare il pontificato in corso, è la domanda che ho posto fin dalla chiusura del conclave a tutte le persone che per lavoro ho incontrato o sentito. «Voi sapete che il dovere del conclave era di dare un vescovo a Roma e sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo… ma siamo qui», ha detto papa Francesco, affacciandosi la sera dell’elezione alla loggia centrale della basilica vaticana. Mi sono chiesto: cosa significa avere un papa che viene dalla fine del mondo? Cosa porterà alla Chiesa? E, soprattutto, dove la porterà?

Giorni dopo l’elezione, ho chiamato un amico vescovo. Avevo intenzione di svolgere un’inchiesta fra i gesuiti e gli ho chiesto il suo parere sulle domande da porre e, in particolare, sul nuovo papa. Mi ha risposto: «Hai letto Il cielo e la terra, il libro che Bergoglio ha scritto con il rabbino Abraham Skorka? Per me sono stati illuminanti i capitoli in cui i due affrontano i temi cosiddetti eticamente sensibili, il matrimonio fra uomo e donna, l’aborto, l’eutanasia ecc. Leggendoli, mi sembra di aver capito che per Bergoglio prima dei princìpi e della loro difesa viene il kerygma, ovvero l’annuncio della buona notizia che è il Vangelo. Mi sembra che questo sia il tratto principale del nuovo papa: i princìpi esistono e non si negano, ma prima occorre annunciare che il Vangelo è amore, misericordia, abbraccio. Insistere troppo sui princìpi non serve e può essere controproducente».

19 settembre 2013. È mattina. Mi trovo a Firenze e squilla il telefono. Mi avvisano che sta per uscire una lunga intervista concessa dal papa a padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica. Mi faccio mandare il testo. Gli spunti sono innumerevoli, ma resto colpito più che altro da un passaggio. Il papa dice: «Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione». E ancora: «Gli insegnamenti, tanto dogmatici quanto morali, non sono tutti equivalenti. Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L’annuncio di tipo missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus. Dobbiamo quindi trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l’edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte, di perdere la freschezza e il profumo del Vangelo. La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. È da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali».

Sono parole per me illuminanti. Perché confermano che la prima intuizione suggeritami dall’amico vescovo sembra giusta: Francesco mostra di volere una Chiesa che abbraccia e che non esclude. E ritiene che insistere troppo, quasi ossessivamente, sui princìpi, sia una tattica non consonante con il messaggio evangelico. Beninteso, anche i suoi predecessori volevano una Chiesa siffatta. Ma in Francesco questa sottolineatura pare più accentuata.

21 ottobre 2013. Su Repubblica pubblico una pagina d’intervista a Víctor Manuel Fernández, rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina, una delle prime nomine episcopali di Francesco, elevato nel maggio 2013 alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, ha un rapporto di fiducia con il papa che vede in lui un valido consulente. Non a caso fu lui, nel 2007, alla V Conferenza dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida (San Paolo), ad aiutare Bergoglio a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro papa. Pochi come Fernández, dunque, possono aiutare a capire chi sia Francesco e verso dove egli vuole che la Chiesa vada. Così, a inizio ottobre, lo chiamo a Buenos Aires. Mi risponde una voce cordiale. Gli spiego il mio interesse per il papa, il desiderio di conoscere la sua figura in profondità, le caratteristiche della «sua» Chiesa. Acconsente a che gli invii alcune domande, senza però garantirmi che mi risponderà. Invece, dopo qualche giorno, mi risponde. Non elude nessuna domanda e a quella per me più importante, ovvero se a suo avviso si può dire che Francesco sia il papa che privilegia la misericordia ai princìpi, risponde così: «L’annuncio del cuore del Vangelo prima d’ogni altra cosa è una caratteristica importante di Francesco, ma è da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Il papa pensa che una Chiesa che vuole uscire da sé stessa e raggiungere tutti debba necessariamente adattare il suo modo di predicare. Soprattutto, egli applica un criterio proposto dal Concilio Vaticano II ma spesso dimenticato e trascurato: la “gerarchia delle verità”. Francesco ci invita a riconoscere che spesso i precetti della dottrina morale della Chiesa vengono proposti fuori dal contesto che dà loro significato. Il problema maggiore si ha quando il messaggio che la Chiesa annuncia si identifica soltanto con questi aspetti che tuttavia non manifestano per intero il cuore del messaggio di Gesù Cristo…». E ancora: «Ci deve essere una proporzione adeguata soprattutto nella frequenza con la quale alcuni argomenti o accenti vengono inseriti nella predicazione. Per esempio, se un parroco lungo l’anno liturgico parla dieci volte di morale sessuale e soltanto due o tre volte dell’amore fraterno o della giustizia, vi è una sproporzione. Ugualmente se parla spesso contro il matrimonio fra omosessuali e poco della bellezza del matrimonio. Oppure se parla più della legge che della grazia, più della Chiesa che di Gesù Cristo, più del papa che della parola di Dio».

L’intervista esce su Repubblica il 21 ottobre. L’occasione ci fa conoscere meglio e mi porta a fargli una seconda richiesta: perché non pubblichiamo insieme un libro-conversazione tutto dedicato a Francesco, o meglio al suo «programma»? Con mia grande gioia padre Fernández acconsente una seconda volta. Insieme decidiamo di usare l’esortazione apostolica Evangelii gaudium (EG) come base sulla quale lavorare, avendo ben presente che è stato lo stesso papa a dire che il documento ha un «senso programmatico». E il risultato, dopo il tempo trascorso assieme a Buenos Aires e un’intensa corrispondenza epistolare, sono le pagine di questo libro, un testo che spero risulti utile per chi vuole comprendere fino in fondo la sfida che il papa venuto «dalla fine del mondo» vuole porre alla Chiesa e, insieme, anche a chi è lontano da una vita di fede.

Evangelii gaudium è un programma di pontificato ampio e accurato. L’esortazione apostolica, infatti, firmata dal papa il 24 novembre 2013, festa di Cristo Re dell’universo, formalmente sarebbe dovuta essere «post-sinodale», ovvero semplicemente un approfondimento delle proposizioni che il Sinodo dei vescovi, svoltosi in Vaticano nel 2012 e dedicato alla nuova evangelizzazione, aveva prodotto. In realtà il documento volutamente non riporta la dizione «post-sinodale», proprio perché è, e vuol essere, molto di più, un testo appunto programmatico. E così, partendo da Evangelii gaudium, è stato per noi semplice ampliare l’orizzonte su un papa così sorprendente.

Evangelii gaudium, ovvero la gioia del Vangelo. Sembra essere questa, anzitutto, la direzione. Portare la Chiesa a prendere consapevolezza che il cristianesimo è gioia perché annuncia che Dio è con noi. Una delle azioni maggiormente richieste dal papa è la necessità di «uscire fuori». Uscire dalle proprie convinzioni, comodità, privilegi, idee, per portare il Vangelo di Cristo a tutti senza pregiudizi né preclusioni. Uscire, cambiare, dunque, ripensando daccapo l’intera vita di fede. Il papa non manca di indicare nello specifico alcune riforme e alcuni cambiamenti, esortando «tutti ad applicare con generosità e coraggio gli orientamenti di questo documento, senza divieti né paure». Non è più il tempo della ritrosia. Francesco vuole che tutti, a cominciare dai semplici fedeli, abbandonino «il comodo criterio del “si è fatto sempre così”». Dice: «Invito tutti ad essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità».

Questo libro, dunque, nasce anche dallo stupore per questo testo papale, una vera e propria enciclica, secondo quanto hanno scritto diversi osservatori. Stupore per un papa che decide di mettere per iscritto un programma esigente anche verso sé stesso e la propria persona: «Dal momento che sono chiamato a vivere quanto chiedo agli altri, devo anche pensare a una conversione del papato». Il cantiere che papa Francesco ha aperto con Evangelii gaudium è ampio e può far venire le vertigini. «Tuttavia – scrive Francesco – non c’è maggiore libertà che quella di lasciarci portare dallo Spirito, rinunciando a calcolare tutto, e permettere che Egli ci illumini, ci guidi, ci orienti, ci spinga dove Lui desidera».

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Saturday 15 February 2014

Padre Konrad, le braccia caritatevoli di Papa Francesco

“Tu sai cosa devi fare, hai bisogno di soldi?” E’ la frase che Konrad Krajewski, arcivescovo ed Elemosiniere di sua Santità, si sente ripetere spesso da papa Francesco. Si perché è lui che aiuta il Papa ad essere vicino a chi ha bisogno, con gesti che sembrano piccoli, ma che diventano immensi per chi li riceve. Padre Konrad come lo chiamano tutti, non vive in Vaticano, ma a Borgo Pio, in una casa “con la bandiera polacca”, dice. “Perché così posso essere più vicino alla gente”. Vuole essere chiamato così e il papa gli ha detto: a chi ti chiama eccellenza chiedi 5 euro di tassa per i poveri. Konrad che viene dalla diocesi di Łódź, lui che dal 1998 è stato a fianco di tre papi durante le liturgie, lui che da anni gira la notte per le vie di Roma per dare aiuto a chi ne ha bisogno. “Le mie braccia sono corte adesso, se le prolunghiamo con le tue braccia riesco a toccare i poveri di Roma e d’ Italia, io non posso uscire, tu sì” gli ha detto il papa alla sua nomina.

Wednesday 12 February 2014

Due Papi per una sola Chiesa

Diciamoci la verità, non avremmo mai pensato che la coabitazione funzionasse così bene. Anzi che potesse diventare un modello per il futuro. Quando in un giorno di brutto tempo a febbraio i media di tutto il mondo hanno iniziato a far girare la notizia del secolo, la rinuncia del Papa, l’idea stessa di avere due Papi in Vaticano sembrava roba da Apocalisse. Quel fulmine che colpiva la cupola di San Pietro immortalato da un fotografo fortunato, sembrava davvero l’inizio della fine del mondo secondo i canoni di certi B movies degli anni ’70. Fulmini e saette, l’attacco del Maligno e cose del genere. Qualcuno ha anche cavalcato quest’onda per sferrare l’ultimo colpo a Papa Benedetto XVI colpevole di non aver mai ceduto ai facili popolarismi e di aver sempre predicato la verità del Vangelo con gioiosa e ferma chiarezza. Ma il Vento dello Spirito soffia dove vuole e non segue le regole del meteo.

Wednesday 12 February 2014 09:08

La Quaresima della Chiesa

Quando pensiamo alla Quaresima i laici pensano ad una cosa lunga e triste, i cattolici ad un tempo forte della liturgica che si prepara alla luce della Pasqua. E in effetti quei poco più di quaranta giorni che lo scorso anno abbiamo vissuto tra l’ 11 febbraio, e il 13 marzo e poi fino a Pasqua, sono stati davvero una Quaresima. E in entrambi i sensi. Perché sono stati giorni lunghi, di ansia e di stupore, di attesa di incredulità. E in questo senso giorni di penitenza. Per la prima volta nella storia moderna, un pontefice decideva di rinunciare al governo della Chiesa Universale. Si certo, tutti gli addetti ai lavori sapevano che fin dai tempi di Paolo VI si parlava di come permettere al Papa di essere davvero libero da qualunque condizionamento, di poter esercitare il ministero petrino in pienezza e completezza e quindi di poter “lasciare” qualora non potesse essere in piena coscienza libero

Wednesday 27 November 2013

L'eutanasia ai minori: per la Chiesa un gesto di estrema inciviltà. Occorre riflettere.

Le parole sono forti e sono quelle di un prelato molto autorevole all'interno della Chiesa cattolica.

Mons. Sgreccia è presidente della fondazione Ut Vitam habeant nonchè presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita.

Il tema è uno di quelli che in questoi periodo sta suscitando acceso dibattito in ambito cattolico ed etico: quello dell'eutanasia...anzi, quello dell'eutanasia aperta alle persone minori di età.

«È un salto. Un salto abissale, sotto il livello di civiltà, di umanità». Queste le parole del prelato che commenta il primo sì del parlamento belga all'estensione dell'eutanasia ai minori. 

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Tuesday 05 November 2013

Così pregava Karol Wojtyla. Una lista di nomi (con allegati dossier), l’elenco dei collaboratori in vista, un Atlante sottomano per la “preghiera geografica”

Giovanni Paolo II aveva un segreto, la preghiera. Ore trascorse nel silenzio, in un dialogo nascosto con Dio dal quale traeva la forza per andare, con efficacia, incontro al mondo.

Della preghiera di Karol Wojtyla hanno scritto in tanti. Una testimonianza significativa in merito l’ha data il 4 novembre 2013 un sacerdote riservato e preparato, che ha avuto la possibilità di frequentare molto il Papa polacco durante i suoi ultimi anni di vita.

Si chiama Pawel Ptasznik. Oggi è il responsabile della sezione polacca della segreteria di stato vaticana. Ai tempi di Giovanni Paolo II era colui che saliva nell’Appartamento papale per aiutare lo stesso Wojtyla nella stesura dei suoi testi. È stata l’assidua frequentazione dell’Appartamento a premettergli di conoscere quel segreto, la preghiera appunto, che ha caratterizzato tutta la vita del Papa che la prossima primavera diviene santo.

Monsignor Ptasznik ha dato la sua testimonianza a Roma, durante la presentazione dell’ultimo libro dell’ex segretario di Wojtyla Stanislaw Dziwisz, una conversazione con Gian Franco Svidercoschi intitolata “Ho vissuto con un santo”.

Questa la trascrizione di quanto ha detto:

«Quella di Wojtyla era una preghiera costante e vera. Anche durante i viaggi normalmente voleva rispettare “l’ora santa” dedicata all’adorazione eucaristica, e così la via crucis del venerdì sera e la Messa. Chi organizzava i viaggi doveva tenere presente queste sue esigenze».

«La segreteria di stato consegnava al Papa la lista con le richieste di preghiere arrivate da tutto il mondo. Pregava consultando quella lista, che spesso aveva degli allegati, delle cartelle che spiegavano meglio la situazione di coloro che chiedevano preghiere».

«Una volta l’ho visto pregare in cappella. Aveva aperto davanti a sé l’Osservatore Romano su una pagina in cui c’erano tutti i nomi dei capi dicastero della Curia Romana con anche gli “officiali” di lingua polacca. Pregava per tutti i suoi collaboratori».

«Sulla sua scrivania aveva un Atlante. Ogni giorno posava lo sguardo su una parte concreta del mondo, per poi pregare per tutta la giornata per le popolazioni di quella stessa porzione. Era la sua preghiera geografica».

«Si confessava ogni due settimane. Una macchina arriva in centro a Roma per “prelevare” monsingor Stanislaw Michalski, il suo confessore, che veniva accompagnato appositamente in Vaticano».

«Quando doveva scrivere un testo faceva tutti i giorni un’ora di meditazione sul camminamento situato sul tetto del palazzo apostolico. Poi scendeva in Appartamento e mi dettava il testo. Citava a memoria passi della Scrittura e dei padri della Chiesa. Dopo un’ora, un’ora e mezza, il testo era pronto».

Friday 01 November 2013

«Ho l’impressione che Gesù è stato rinchiuso all’interno della Chiesa e che bussa perché vuole uscire». Ecco cosa disse Jorge Mario Bergoglio prima del Conclave secondo il cardinale Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione

«Durante il suo intervento alle congregazioni generali che hanno preceduto il conclave, il cardinale Jorge Mario Bergoglio ha parlato con insistenza della necessità che la Chiesa “esca fuori” da se stessa. Egli ha detto che la Chiesa è malata, che deve prendersi cura di se stessa. Il suo breve discorso ha colpito tutti. Ha detto testualmente: “Ho l’impressione che Gesù è stato rinchiuso all’interno della Chiesa e che bussa perché vuole uscire, vuole andare via”».

«Bergoglio ha chiesto ai vescovi di essere veramente pastori e non degli amministratori. Del resto, è ciò che egli ha fatto a Buenos Aires rifiutando, ad esempio, di andare ad abitare nella residenza vescovile. Così ora che è Papa con la decisione di abitare nel convitto di Santa Marta. Egli ha bisogno di vedere gente e incontrare semplicemente la gente per parlare con loro nei corridoi, durante i pasti … La parola “fuori”, si sa, è importante. Possiamo dire che questa è la parola che meglio definisce la missione di Gesù, egli è uscito fuori in qualche modo da se stesso per andare in periferia, dove l’uomo vive perso e in difficoltà”».

Così l’arcivescovo di Lione, il cardinale Philippe Xavier Ignace Barbarin – in tempo di sede vacante arrivava in Vaticano in bicicletta –, rivela come già nelle riunioni pre-conclave Bergoglio abbia usato parole dure per descrivere la situazione della Chiesa. «Cristo è rinchiuso in prigione», ha detto il futuro Papa durante le Congregazioni generali. Parole che hanno convinto i cardinali a sceglierlo perché, dice Barbarin, «quel discorso ha colpito tutti».

È stato il discorso durante le congregazioni a convincere i cardinali a votare Bergoglio oppure il suo nome era nella mente dei cardinali già da prima?
«Il nome del cardinale Bergoglio circolava molto fra i cardinali. Tutti però siamo rimasti colpiti durante le congregazione generali dal suo discorso. Parlava della necessità di guardare altrove. Ha raccontato dell’America Latina, dove il 40 per cento della popolazione è cattolica. Egli è stato in grado di governare la provincia gesuita affidatagli durante il difficile periodo della dittatura militare. Ben presto si è trovato a capo dell’arcidiocesi di Buenos Aires, dove ha mostrato un grande zelo missionario, in un vero spirito di povertà e di vicinanza verso tutte le persone che gli erano state affidate. Ci è apparso come un uomo di grande autorità che sa come impostare il proprio cammino e prendere le decisioni giuste. Già in questi mesi vediamo come tutte queste qualità siano state messe in campo. Soprattutto colpisce la semplicità e la chiarezza delle sue omelie, e insieme il grande programma lanciato per la riforma della curia romana. Questa è la riforma che la Chiesa si aspetta e di cui essa ha grande bisogno».

È urgente questa riforma secondo lei?
«La riforma deve certamente avvenire. Il Consiglio dei cardinali saprà come fare. Ha l’obiettivo di riorganizzare la Chiesa, servendo le chiese locali e collaborando collegialmente con i vescovi del mondo. Possiamo dire della curia ciò che il Papa ha detto della Chiesa: “È buono e sano se essa si occupa prima di se stessa che degli altri”».

Cosa pensa delle riforma dello Ior? È giusto che il Vaticano abbia una banca?
«La questione non è se ci deve essere una banca in Vaticano o meno. È ovvio che il Vaticano ha bisogno di soldi, come ogni diocesi o istituzione della Chiesa. Ma piuttosto la questione è se e come il denaro entra in Vaticano, se tutto è trasparente o meno, verificabile, come le spese sono organizzate».

In questi giorni un sito web cileno ha riportato le parole che il Papa avrebbe detto a dei religiosi sudamericani circa l’esistenza di una “lobby gay” in Vaticano. Esiste davvero secondo lei questa lobby? Perché il Papa ne ha parlato?
«Ovviamente, su questo argomento non so nulla. Quel che è certo è che tutti gli uomini sono peccatori, e quindi anche in Vaticano ci sono uomini che sbagliano. Sarebbe sciocco dire: “Non credete, in Vaticano è impossibile!”. Ma io non voglio amplificare voci e dicerie. Se il Papa ha qualcosa di chiaro da dire in proposito, lo sapremo. E se si decide di agire, lo farà senz’altro».

Ratzinger nella Via Crucis del 2005 al Colosseo parlò della “sporcizia” presente nella Chiesa. Ancora Francesco parla spesso dei “mali” interni alla Chiesa. A cosa si riferiscono?
«Sì, è una triste realtà. La Chiesa, da semplice fedele al vertice della gerarchia è danneggiata e talvolta screditata dai peccati e dagli scandali di coloro che la compongono. Questa è una grande ferita interiore. Naturalmente, siamo tutti peccatori, ma se uno non lascia Cristo fuori di questo peccato, se lui non si assoggetterà alla misericordia di Dio, il danno potrà essere grande, e soprattutto se la persona che pecca si trova in una posizione di notevole responsabilità. Certo, nella storia, abbiamo visto molti Papi non essere di esempio ma crediamo che, nonostante i tanti peccati, la Chiesa goda del sostegno costante dello Spirito Santo. Egli ha parole di vita eterna».

Spesso la Chiesa è chiamata a rapportarsi con i problemi anche più scomodi della gente. Sempre più fedeli vicino situazioni difficili. Le famiglie spesso si sfasciano. Sono tanti i divorziati risposati che non possono accedere alla comunione. Come si comporta con questi problemi a Lione? Quali soluzioni?
«Sì, la sofferenza è sempre più pesante, in generale, sia nella Chiesa di Lione che altrove. Si ha l’impressione che non solo le famiglie, ma l’intera società stia arrivando ad annullarsi, e ci si chiede con una certa ansia dove si andrà in futuro. È in atto una decostruzione quasi desiderata, programmata per staccare le radici ai giovani e qualche volta anche alle famiglie.Ma ognuno ha un suo posto nella Chiesa. Benedetto XVI lo ha ripetuto spesso. Il Signore ha scelto come uno dei pilastri della sua Chiesa un rinnegato, Pietro, che aveva vilmente abbandonato al momento della passione, e un “parassita!” della Chiesa, come Paolo, ed entrambi sono diventati pilastri della costruzione. Così egli saprà utilizzare tutti noi, qualunque siano le nostre debolezze e peccati. Dobbiamo spostare gradualmente (questa è la legge della gradualità, in modo spesso spiegato da Giovanni Paolo II) su un percorso dove la misericordia e l’attenzione per ogni persona sono illimitate. E dove la Parola di Dio è accolta come una verità la luce e in assoluto, anche se ci porta attraverso momenti di sofferenza e angoscia, certamente porta ad un cammino di felicità».

Tuesday 22 October 2013

Prima il Vangelo e poi la dottrina. Il segreto di Jorge Mario Bergoglio secondo Victor Manuel Fernández, uno dei teologi più vicini al Papa

Victor Manuel Fernández, rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina, è una delle prime nomine di Jorge Mario Bergoglio, elevato lo scorso maggio alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, ha un filo diretto col Papa che vede in lui un valido “consulente”. Nel 2007 alla conferenza dei vescovi latino americani ad Aparecida, fu Fernández ad aiutarlo a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro Papa.

Monsignore, vorrei entrare subito “in medias res”. Nel libro con Abraham Skorka, Jorge Mario Beroglio svolge una breve introduzione nella quale parla dell’importanza della “cultura dell’incontro”. E dice che a volte l’uomo arriva a identificarsi di più con “i costruttori di mura che con quelli di ponti”. I media di tutto il mondo lodano le “aperture” di Francesco, stupìti più che altro del fatto che egli non insiste anzitutto sui princìpi ma – come ha detto lui stesso nell’intervista concessa il 19 settembre a Civiltà Cattolica – su “ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus”, insomma sull’essenziale, sul Vangelo. È a suo avviso questo il tratto fondamentale del nuovo pontificato? L’annuncio del Vangelo prima della morale? Oppure qual è il suo tratto caratteristico?
L’annuncio del cuore del Vangelo prima d’ogni altra cosa è una caratteristica importante di Francesco, ma è da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Il Papa pensa che una Chiesa che vuole uscire da se stessa e raggiungere tutti debba necessariamente adattare il suo modo di predicare. Soprattutto, egli applica un criterio proposto dal Concilio Vaticano II spesso dimenticato e trascurato: la “gerarchia delle verità”. Francesco ci invita a riconoscere che molte volte, i precetti della dottrina morale della Chiesa vengono proposti fuori dal contesto che dà loro significato. Il problema maggiore si ha quando il messaggio che la Chiesa annuncia si identifica soltanto con questi aspetti che tuttavia non manifestano per intero il cuore del messaggio di Gesù Cristo. Mentre una pastorale missionaria non può essere ossessionata dalla trasmissione disorganizzata di un insieme di dottrine da imporre con la forza dell’insistenza. Quando la Chiesa assume uno stile missionario diretto a tutti, senza eccezioni o esclusioni, l’annuncio si concentra sull’essenziale, su ciò che c’è di più bello, di più grande, di più attraente e nello stesso tempo di più necessario. Certo, tutte le verità rivelate sono credute con la medesima fede, ma alcune di loro sono più importanti perché esprimono più direttamente il nucleo fondamentale che è la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo. Ci deve essere una proporzione adeguata soprattutto nella frequenza con la quale alcuni argomenti o accenti vengono inseriti nella predicazione. Per esempio, se un parroco lungo l’anno liturgico parla dieci volte di morale sessuale e soltanto due o tre volte dell’amore fraterno o della giustizia, vi è una sproporzione. Ugualmente se parla spesso contro il matrimonio fra omosessuali e poco della bellezza del matrimonio. Oppure se parla più della legge che della grazia, più della Chiesa che di Gesù Cristo, più del Papa che della parola di Dio. Insomma, ogni verità si comprende meglio se posta in relazione armoniosa con tutto il messaggio cristiano, perché in tale contesto tutte le verità si illuminano a vicenda. Il Vangelo invita soprattutto a rispondere all’amore salvifico di Dio, riconoscendolo negli altri e in se stessi, al fine di cercare il bene di tutti. Questo invito non dovrebbe essere posto per nessun motivo in secondo piano! Se questo invito non brilla con forza e appeal, la morale della Chiesa rischia di diventare come un castello di carta: è qui che risiede il nostro più grande pericolo. Il messaggio perde la sua freschezza e cessa di avere il cosidetto “odore del Vangelo”. Certo, c’è poi anche lo stile del Papa, che non solo mira all’essenziale, ma lo esprime in modo chiaro e con segni. E a giudicare dagli effetti di questo fenomeno, non possiamo che guardarlo con occhi positivi, seppure esso dia fastidio in alcuni luoghi minoritari e poco rappresentativi dell’intera Chiesa.

In Italia è recentemente uscito un retroscena secondo il quale nel 2005, se Bergoglio fosse stato eletto Papa, si sarebbe chiamato Giovanni XXIV. Così, infatti, lo stesso Bergoglio avrebbe risposto al cardinale Francesco Marchisano, dalle radici piemontesi come il futuro Francesco, all’atto dell’elezione di Ratzinger. Marchisano era allora arciprete della Basilica di San Pietro. Al di là della veridicità o meno del retroscena, è papa Roncalli il Papa al quale Bergoglio ispira il suo pontificato? E in particolare, a suo avviso cosa pensa egli del Concilio Vaticano II? Si dice che dopo anni di tentativi di interpretare in senso conservatore o progressista il Concilio (le grandi “battaglie” sull’ermeneutica) egli ritenga che sia arrivato il momento di “farlo” il Concilio. È così?
Francesco è diverso da tutti i Papi che l’hanno preceduto. Certo, può avere caratteristiche di uno o dell’altro, ma sempre nella strada aperta dal Concilio. Senza dubbio egli rimane al di fuori delle discussioni teoriche sul Concilio perché semplicemente interessato a continuare lo spirito di rinnovamento e riforma che viene dal Concilio. In questo senso si pone fuori da ogni ossessione ideologica, senza pause o giravolte, con l’intenzione di portare la Chiesa fuori da se stessa così da raggiungere tutti. Ciò che ho detto sul criterio della “gerarchia delle verità” vale anche per molti altri percorsi di riforma che ha aperto il Concilio e che sono rimasti a metà strada.

Per quel che si sa la giornata di papa Francesco ha tre momenti fissi: la meditazione della Scrittura il mattino presto prima della Santa Messa; la recita del Rosario il pomeriggio; un’ora di adorazione eucaristica la sera. Nell’intervista a Civiltà Cattolica ha detto che la sua preghiera è “memoriosa”. Cosa intende? Cosa significa pregare per Francesco? Lo ha mai visto pregare? Come pregava in Argentina?
Il tema della memoria è una cosa su cui egli insiste molto ed è una chiave per conoscerlo. Non dobbiamo guardare le novità che egli porta come uno sradicamento, come un oblìo della storia viva della Chiesa. Egli spiega spesso che la memoria è una dimensione della nostra fede, in analogia alla memoria di Israele. Cita spesso gli Apostoli che non dimenticarono mai il momento in cui Gesù toccò il loro cuore: “Erano circa le quattro del pomeriggio”, dice Giovanni. E spesso ricorda le persone che sono state toccate in modo speciale, così da mostrare a tutti la gioia del credere. A volte si tratta di persone semplici e a noi vicine nella vita di fede. Bergoglio ama ricordare la seconda lettera a Timoteo: “Ho in mente la sincerità della vostra fede, una fede che fu prima in tua nonna Loide e in tua madre Eunice”. Perciò egli crede che la Chiesa non possa rinunciare alla propria ricca tradizione e che sarebbe sciocco pretendere di ripartire da zero. Egli non è un progressista senza radici, come qualcuno vorrebbe presentarlo. La sua preghiera è “memoriosa”, perché quando prega ricorda le persone che ha incontrato nel corso della giornata e cerca di raccogliere il messaggio che gli ha lasciato ciò che ha vissuto. La sua preghiera è piena di volti e nomi. Quando incontra la gente egli si mostra vicino, attento, affettuoso, e porta nella preghiera tutte quelle persone. In questo senso la sua è una preghiera “memoriosa”.

Non è un mistero per nessuno che negli anni passati i rapporti fra il cardinale Bergoglio con la presidente Kirchner sono stati difficili. Di Bergoglio il quotidiano argentino “Il Clarin” ha ricordato la vicinanza al gruppo peronista di destra “Guardia di Hierro”, con cui, negli anni – scrive il quotidiano -, avrebbe continuato a mantenere un legame spirituale. Quanto c’è di vero in questo? E soprattutto: è verosimile che il Papa auspichi in futuro un ritorno in argentina di un peronismo moderato che sappia legare con la Chiesa e i suoi convincimenti?
Penso che il suo rapporto con la presidente Kirchner non sia stato correttamente interpretato. Alcuni hanno creduto che alcune affermazioni delle sue omelie fossero attacchi personali contro di lei. Ma non è così. Del resto nessun politico può dire di avere o di avere avuto Bergoglio come proprio alleato politico, sia di sinistra sia di destra. Perché le sue parole possono soddisfare oggi, ma domani possono essere lette al contrario come pericolosi attacchi. Penso infatti che chiunque ha una qualche forma di potere, anche di potere ecclesiastico, non può non sentire su di sé lo “sperone” di Bergoglio, come una spina nel fianco, perché egli è e sarà sempre l’interprete di coloro che non hanno potere. Nel 2000 Bergoglio ha espresso un suo grande auspicio: “Che il potere non sia un privilegio inespugnabile”. E ciò vale per un presidente, un governatore, un uomo d’affari, un cardinale, e anche per i membri della Curia Romana. Il suo messaggio è il seguente: se hai accettato il potere senza privilegi, è necessario che usi il potere per servire e devi esporti ai reclami di tutti con umiltà, soprattutto i reclami dei deboli sono ascoltati. Se hai accettato una qualche forma di potere, allora devi sottometterti al controllo degli altri. Comunque, una certa affinità di Bergoglio al peronismo c’è e ha a che fare con due fatti: il peronismo assunse con forza la dottrina sociale della Chiesa e i suoi valori e comprese la cultura dei settori più poveri della società. Ma ciò non significa che Bergoglio abbia mai sostenuto un qualche potere politico. Fra l’altro egli ha sempre avuto un dialogo cordiale con tutti i politici.

Nell’intervista a Civiltà Cattolica, Bergoglio cita il beato Pietro Favre come suo modello. Chi fu Favre? Perché è un modello per Bergoglio?
Il beato Favre ha portato alla compagnia di Gesù un particolare modo di accompagnare le persone in un percorso di crescita. Accompagnare è una questione chiave per i gesuiti. Favre ha insistito sulla necessità di dare tempo alla gente, di rispettare i tempi di ognuno. Era un maestro di dolcezza, di pazienza e di dialogo con tutti. Bergoglio ricorda una frase di Favre che dice che “il tempo è il messaggero di Dio”, e la interpreta dicendo che “il tempo è superiore allo spazio”. Favre preferiva non perdere tempo in discussioni teoriche con i protestanti e sottolineava la necessità per la Chiesa di maturare e crescere nella testimonianza del Vangelo. Credo che tutto questo abbia molto a che fare con lo stile di Francesco, lontano da polemiche teoriche e in grado di esprimere le proprie convinzioni in una testimonianza attraente. Le riforme non vengono fatte per forza o in fretta, perché devono essere sempre accompagnate da una riforma interna. Tutto ciò è ben presente in Favre.

Colpisce molto in Francesco la sua ricerca dell’essenziale e anche di una certa austerità. Gira con macchine utilitarie, non ama sfarzi e lussi, visita i profughi e parla ai poveri. A Civiltà Cattolica dice di essere vicino alla corrente mistica di Louis Lallemant e Jean-Joseph Surin. Entrambi predicano la necessità di “spogliarsi” per arrivare a Dio. È questa la strada che Bergoglio vuole compiere?
Il suo non è amore del sacrificio fine a se stesso né un’ossessione per l’austerità. Si tratta di una “spoliazione” interiore, una rinuncia a indugiare troppo su se stessi, così da mettere Dio e gli altri al centro della propria vita e non se stessi. Ciò ha anche un significato pastorale, perché implica stare più vicini ai poveri, ai loro limiti, alla loro condizione sociale, alle loro umiliazioni. Per questo a Bergoglio non piacciono i sacerdoti princìpi o i vescovi “da aeroporto”, o gli ecclesiastici che amano le vacanze troppo costose, le cene nei migliori ristoranti, i preziosi d’oro e d’argento ostentati sui capi di abbigliamento, le continue visite a persone potenti, o coloro che amano parlare molto di se stessi o che si sentono diversi dagli altri. Tutto ciò che è mondanità spirituale che avvelena la Chiesa.

Si parla molto a Roma delle riforma della struttura della Chiesa: una nuova curia romana, una nuovo collegialità nell’esercizio del governo. Di Joseph Ratzinger è famosa la lezione nella quale disse che la vera riforma della Chiesa non è nelle strutture ma nel cuore di ognuno. Qual è a suo avviso l’idea di riforma propria di Bergoglio?
Le due cose insieme, perché la sua idea di riforma non è ideale, ma incarnata. Senza dubbio egli pensa che una riforma esteriore delle strutture non si sostiene senza uno spirito e uno stile di vita adeguato. Ma mi sembra che che la cosa più importante non sia la semplificazione della struttura della Curia romana, ma lo sviluppo di altre forme di partecipazione (sinodi, conferenze episcopali, consultazione dei laici, etc) che negli ultimi anni sono state più formali che reali. Senza dubbio questo sviluppo richiede che alcuni settori della Curia Romana cessino di essere eccessivamente giuridici, inquisitori e insieme maestosi, correndo fra l’altro il rischio di diventare autoreferenziali. Alcune volte ho sentito personalità della in Curia dire “noi” senza includere tutta la Chiesa, e nemmeno il Papa ma soltanto se stessi. Francesco ci ricorda che Gesù in realtà ha dato a Pietro e agli Apostoli una missione speciale, non una struttura centrale che comunque può avere soltanto una funzione ausiliaria.

Più volte papa Francesco ha parlato del Demonio. Nel libro con Skorka vi dedica un capitolo dove afferma: “Credo nell’esistenza del Demonio. Forse il maggior successo in questi tempi è stato farci credere che non esiste, che tutto possa essere risolto su un piano meramente umano. Come dice Giobbe, la vita dell’uomo sulla terra è una lotta…”. Che significato assume nella spiritualità ignaziana la figura del Demonio? Ha mai fatto esorcismi?
Non lo ho mai sentito parlare di esorcismi, ma del Diavolo sì. Penso che il parlare del Diavolo sia un invito a stare attenti, perché se non curiamo la nostra sanità interiore e le nostre reali intenzioni diventiamo facilmente marionette guidate da altre forze di dissoluzione e di menzogna. Significa che la sua visione della vita e della realtà non è ingenua, ma molto realistica. È necessaria una vigilanza serena, fiduciosa nell’amore del Signore, ma costante.

Nelle scorse settimane uno dei pensatori più influenti della cosiddetta teologia della liberazione è stato ricevuto da Francesco. Alcuni commentatori hanno addirittura scritto che con questo gesto “la Chiesa sdogana la teologia della liberazione”. È così? Cosa pensa Bergoglio della teologia della liberazione e in che rapporto sta con essa?
Non è possibile pensare che questo Papa possa sostenere una teologia della liberazione fondata su un’analisi marxista. Tuttavia, egli farà propria ogni difesa della dignità dei poveri e tutte le critiche dei sistemi economici ideologici, di ogni speculazione finanziaria, di ogni assolutizzazione della libertà di mercato, cose che finiscono per creare nuove ingiustizie. D’altra parte i poveri non dovrebbero essere soltanto oggetto di una liberazione operata da altri più illuminati, ma essere rispettati come persone attive, con la propria cultura, un modo proprio di vedere la vita, una religiosità caratteristica.

Come è diventato amico di Bergoglio? Ci sono dei momenti che ricorda in modo particolare della vostra amicizia?
Io non la chiamerei amicizia, ma filiazione. Anche se c’è una grande affinità di idee, per me egli è stato ed è soprattutto un grande padre che è riuscito a riconoscere e promuovere il meglio di me. Così teneramente ha tollerato i miei errori, le vanità e le impazienze, e sempre mi ha spinto, in particolare con la sua testimonianza, a continuare, a maturare e a crescere. Posso citare tre momenti speciali: uno era nel 2007, quando siamo tornati dalla V Conferenza dei vescovi ad Aparecida, dove ho rappresentato i sacerdoti argentini. Viaggiavo con lui sul volo di ritorno verso Buenos Aires e per tre ore abbiamo discusso alcune questioni che mi hanno aiutato a capire il suo pensiero. Un altro momento importante fu nel suo ufficio, quando alcune persone anonime avevano inviato in Vaticano alcune critiche su tre miei articoli. Ma dopo un anno e mezzo le risposte che io inviavo per chiarire sembravano non convincere. In quell’occasione abbiamo avuto un grande colloquio spirituale nel quale egli ha insistito perché io alzassi la testa e non lasciassi che mi togliessero la dignità. Infine, il mio incontro con lui a Santa Marta nel mese di agosto quando gli ho dato un abbraccio già da vescovo.

Wednesday 25 September 2013

Una rosa bianca per papa Francesco

Una rosa bianca. È il dono che papa Francesco ha ricevuto domenica 8 settembre mentre passeggiava nei giardini vaticani. Un giardiniere l’ha colta e gliel’ha donata. Chi era con lui dice che grande è stato il suo stupore, perché per Jorge Mario Bergoglio ricevere una rosa bianca è un segno del cielo. Un «segnale» — è la parola esatta che egli stesso ha usato nel libro intervista “El Jesuita” con Sergio Rubin e Francesca Ambrogetti — proveniente direttamente dalla santa della quale egli è devoto: Teresina di Lisieux, la monaca carmelitana morta a soli 24 anni e che il 19 ottobre 1997 Giovanni Paolo II dichiarò dottore della Chiesa (la terza donna a ricevere tale titolo dopo Caterina da Siena e Teresa d’Avila).

Domenica 8 settembre non era un giorno qualunque per Francesco. La sera prima egli aveva convocato una veglia di preghiera per la pace. Era preoccupato. Ma la rosa ricevuta inaspettatamente gli ha fatto comprendere che la sua preoccupazione era stata accolta in cielo, direttamente da Teresina. Lo Spirito parla spesso così, usando segni che ai più dicono nulla. È il suo linguaggio, un parlare che chiede la fede per essere compreso.

L’episodio è stato raccontato nei giorni scorsi da un vescovo italiano che nelle ore successive alla veglia era stato ricevuto in udienza. Il Papa gli ha permesso di raccontarlo durante la presentazione di un libro dedicato proprio alla giovane santa francese svoltasi a Pedaso in provincia di Fermo: “Teresa di Lisieux. Il fascino della santità. I segreti di una dottrina ritrovata”, di Gianni Gennari (Lindau).

È alle pagine 125 e 126 di “El Jesuita” che Rubin e Ambrogetti, descrivendo la biblioteca di Bergoglio a Buenos Aires, raccontano del «segnale» delle rose bianche. Scrivono: «Ci soffermiamo su un vaso pieno di rose bianche in uno scaffale della biblioteca, davanti a una foto di santa Teresa. “Quando ho un problema”, spiega Bergoglio ai due giornalisti, “chiedo alla santa — Teresina, ndr —, non di risolverlo, ma di prenderlo in mano e aiutarmi ad accettarlo, e come segnale ricevo quasi sempre una rosa bianca”».

Bergoglio, nella veglia del 7 settembre, ha chiesto aiuto a Teresina. Il Papa, infatti, ha recitato i misteri gaudiosi del Rosario e, al termine di ogni mistero, dopo un brano del Vangelo, ha letto cinque brani di una poesia scritta dalla santa: “Perché ti amo o Maria”. È la poesia dove dice fra le altre cose che Gesù «sarà fratello di tanti peccatori tanto da chiamarsi tuo — si riferisce a Maria, ndr — primogenito».

È nel rapporto intimo e personale di Bergoglio con Teresina che si evidenzia uno dei tratti della sua personalità e del suo pontificato. Un filo diretto con il cielo per il Papa, come era per Karol Wojtyla il rapporto con santa Faustina Kowalska.

Mentre era ancora in vita, santa Teresina promise che dopo la sua morte avrebbe fatto piovere dal cielo dei “petali di rose”, ossia delle grazie concesse da Dio per sua intercessione. Diceva: «Un’anima infiammata di amore non può restare inattiva. […] Se voi sapeste quanti progetti faccio su tutte le cose che farò quando sarò in cielo. […] Sì, voglio passare il mio cielo a fare del bene sulla terra».

Il 3 dicembre 1925, un gesuita, padre Putigan, cominciò una novena a santa Teresa chiedendo una grazia importante. Il gesuita domandò anche di ricevere da qualcuno una rosa come segno che ciò che egli chiedeva corrispondeva alla volontà di Dio e che, quindi, la sua preghiera sarebbe stata esaudita. Non fece parola con nessuno della novena che stava facendo. Al terzo giorno ricevette una rosa da una persona sconosciuta e ottenne la grazia. Cominciò un’altra novena. Il quarto giorno di questa seconda novena una suora-infermiera gli portò una rosa bianca dicendogli: «Santa Teresa vi manda questa rosa». Padre Putignan, ricevuta la grazia che aveva chiesto, prese la decisione di diffondere questa novena, detta “Novena delle rose”. Oggi questa novena si pratica in tutto il mondo.

Papa Francesco ha più volte parlato nei primi mesi di pontificato di Teresina. Una volta è stato durante la conferenza stampa (28 luglio 2013) tenuta sull’aereo che lo riportava a Roma dal Brasile, meta del suo primo viaggio apostolico fuori dall’Italia. Quando gli è stato chiesto cosa contenesse una valigia nera che il Papa ha trasportato da solo sull’aereo ha detto: «Non c’era la chiave della bomba atomica! Mah! La portavo perché sempre ho fatto così: io, quando viaggio, la porto. E dentro, cosa c’è? C’è il rasoio, c’è il breviario, c’è l’agenda, c’è un libro da leggere – ne ho portato uno su santa Teresina di cui io sono devoto».

Si è saputo poi che il libro in questione era il libro sopra citato “Teresa di Lisieux. Il fascino della santità. I segreti di una dottrina ritrovata”, di Gianni Gennari.

Tuesday 03 September 2013

Anche S. Francesco pregherà per la Pace in Siria

Papa Francesco ha chiamato...e moltissimi stanno rispondendo.

La mobilitazione chiesta dal Papa per la pace in Siria si sta estendendo a vista d'occhio, coinvolgendo ambienti laici, religiosi, cattolici e non.

Anche i frati francescani di Assisi si uniscono alla preghiera, attraverso il segno grandell'apertura della tomba di S. Francesco.

Come riferisce infatti l'ANSA, la  Basilica Inferiore di San Francesco d'Assisi resterà aperta, in via del tutto eccezionale, da oggi a venerdì fino alle 22 per pregare sulla Tomba del Santo per la pace in Siria e per coloro che sono chiamati a garantire le vie della giustizia nel mondo.

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Saturday 31 August 2013

Un grazie al cardinal Bertone

Forse sarò l’unica ma vorrei dire grazie al cardinale Bertone. Lo posso fare con serenità perchè sono stata la prima forse a criticare il suo modo di fare il Segretario di Stato. Ma oggi a fronte di tante critiche corali nate spesso da una cattiva lettura della vicenda vatileaks credo che il grazie a questo cardinale, che mai ha tradito la fiducia del Papa e della Chiesa, sia doveroso.

Thursday 01 August 2013

Lo IOR in bilico tra Curia e outsourcing

“Cari Utenti,

benvenuti nel sito web dell'Istituto per le Opere di Religione (IOR).”  Approccio morbido e friendly per il sito dello IOR. Atteso e promesso sembra più un lavoro di marketing aziendale che un vero sito di informazione. Di fatto le informazioni si trovano tutte nei link al sito della Santa Sede dove erano a disposizione di tutti da parecchio tempo.

Altre informazioni sono le stesse anche se riformulate, che vennero fornite poco più di un anno fa dall’allora direttore generale Paolo Cipriani che decise, dopo il difficile periodo Gotti Tedeschi, di invitare i giornalisti accreditati in Vaticano, ad un tour con tanto di lezione e slides, dell’ Istituto.

Monday 15 July 2013

Se vi piacciono i thriller, ne ho scritto uno

«L’empio fugge anche se nessuno lo insegue, mentre il giusto è sicuro come un giovane leone». (Proverbi 28, 1)

Leggi un capitolo gratis QUI.

Compra QUI (Rilegato), oppure QUI (Kindle).

Tuesday 11 June 2013

Sull'aereo di Papa Benedetto- La presentazione alla Radio Vaticana

Sarà presentato giovedì 13 giugno alle ore 17.30 presso la Sala Marconi della Radio Vaticana (Piazza Pia, 3 – Roma), il volume “Sull’aereo di Papa Benedetto. Conversazioni con i giornalisti”, curato per la Libreria Editrice Vaticana dalla giornalistaAngela Ambrogetti, direttrice della testata online Korazym.org.

Insieme alla curatrice, interverranno: padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa della Santa Sede e direttore generale della Radio Vaticana; Salvatore Mazza, giornalista di Avvenire e presidente dell’Aigav; Albert Link, corrispondente del quotidiano tedesco Bild. La presentazione sarà moderata da Javier Martínez-Brocal, direttore di Rome Reports.

 

24 viaggi apostolici in ogni continente. E per ogni volo una conferenza stampa in aereo. “Il Papa non ha mai – dico assolutamente mai – rifiutato o fatto alcuna obiezione circa alcuna domanda che gli fosse stata presentata” afferma padre Federico Lombardinell’introduzione al volume, che presenta le conversazioni tenute da Benedetto XVI con i giornalisti ammessi sul volo papale durante i suoi viaggi in numerosi Paesi del mondo, dal primo a Colonia per la XX Giornata Mondiale della Gioventù, nell’agosto del 2005, a quello in Libano nel settembre del 2012.

Saturday 18 May 2013

I cristiani parlano troppo...degli altri: parola di Papa Francesco.

Per il papa, che ha pronunciato nuovamente parole forti durante la Messa mattutina a Santa Marta, i cristiani hanno proprio il vizio di parlare troppo degli altri. Pettogolezzi e farsi troppo gli affari degli altri, detto in parole povere, sono una mina vagante costante nella vita della Chiesa.

«Quanto si chiacchiera nella Chiesa! Quanto chiacchieriamo noi cristiani!». Lo ha detto papa Francesco - riferisce Vatican Insider - nella messa di stamane a Santa Marta. Per Bergoglio, «la chiacchiera è proprio spellarsi, farsi male l'uno all'altro». «Le chiacchiere sono distruttive nella Chiesa», ha aggiunto  il Pontefice.  Secondo Bergoglio, il cristiano deve vincere la tentazione di «mischiarsi nella vita degli altri». Il Papa, secondo quanto riferisce la Radio Vaticana, ha inoltre sottolineato che chiacchiere e invidie fanno tanto male alla comunità cristiana e che non si può «dire soltanto la metà che ci conviene».

Ma non ha solo parlato di questo il santo Padre.

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Friday 12 April 2013

Unioni gay: la Consulta chiede di intervenire, ma non con l'equiparazione del matrimonio.

Oggi è arrivata una ammonizione della Consulta su alcuni noti ritenuti irrisolti, nel panorama politico e istituzionale italiano.

La Consulta ha chiesto un intervento sulla legge elettorale, ma - soprattutto - ha chiesto che venga fatto qualche cosa per tutelare i diritti ed i doveri delle persona omosessuali, che intendano costituire una unione stabile.

"Il legislatore deve affrontare il nodo delle unioni gay", ha riferito Gallo parlando di fronte alle più alte cariche dello Stato. Queste le parole: "La Corte ha escluso l'illegittimità costituzionale delle norme che limitano l'applicazione dell'istituto matrimoniale alle unioni tra uomo e donna, ma nel contempo  ha affermato che due persone dello stesso sesso hanno comunque il diritto fondamentale di ottenere riconoscimento giuridico, con i connessi diritti e doveri, della loro stabile unione". La Consulta, ha ricordato Gallo, "ha perciò affidato al Parlamento la regolamentazione della materia nei modi e nei limiti più opportuni".

Cosa significa questa frase?

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Thursday 14 March 2013

Papa Francesco: sarà il Papa dell'ecumenismo e del dialogo.

Le parole che Papa Francesco ha pronunciato ieri sera subito dopo l'elezione, sono state poche. Significative, grandemente, insieme ai gesti compiuti.

Una parentesi: dovremo di nuovo abituarci a gesti di questo tipo, ed anche il servizio di sicurezza....che avrà un bel lavoro da fare, con questo Papa che si prefigura già come molto, molto libero...dai protocollo.

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Ma le parole di ieri hanno avuto una grande rilevanza dal punto di vista del dialogo e del'ecumenismo.

Mi riferisco alle parole con le quali il Papa ha parlato di sè: come tutti hanno notato non ha mai citato la parola "papa", ma ha sempre utilizzato la parola "vescovo di Roma".

 

Tra l'altro, anche nel ringraziamento nei confronti di Benedetto XVI chiamato, anch'egli "vescovo emerito di Roma".

 

Dal sito Aleteia.org riporto le parole del Papa:

Fratelli e sorelle, buona sera!

Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un vescovo a Roma, sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo. Ma siamo qui. Vi ringrazio dell'accoglienza. La comunità diocesana di Roma ha il vescovo. Grazie! E prima di tutto vorrei fare una preghiera per il nostro vescovo emerito Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca...

[Preghiera Padre Nostro, Ave Maria, Gloria al Padre]

E adesso incominciamo questo cammino, vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma che è quella che presiede nella carità tutte le chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia fra noi. Preghiamo sempre per noi, l'uno per l'altro. Preghiamo per tutto il mondo perché ci sia una grande fratellanza. Mi auguro che questo cammino di Chiesa che oggi incominciamo e in cui mi aiuterà il mio cardinale vicario qui presente sia fruttuoso per l'evangelizzazione di questa tanto bella città. E adesso vorrei dare la benedizione. Ma prima vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica. La preghiera del popolo perché chieda la benedizione per il suo vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me.

 

Ma perchè il Papa ha parlato così, perchè si è rivolto a Roma, alla sua città...quasi, dimenticando...il mondo che gli stava praticamente tutto davanti?

Non certamente per provincialismo: alcuni forse l'hanno colto così..ma nolla è più distante dalla realtà.

C'è a mio avviso un motivo, cosicnetemente voluto, per il quale il papa ha utilizzato queste parole, e questo motivo non è stato neppure l'umiltà...francescana.

Il motivo è stato l'ecumenismo.

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Wednesday 13 March 2013

Il gabbiano ed il Conclave: quando i media non sanno cosa dire!

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In queste ore è tanta l'apprensione e l'attesa da parte del mondo cattolico (e non solo) per l'esito del Conclave.

Si stanno ascoltando fiumi di parole: trasmissioni televisive e radiofoniche, dirette web, twitter, facebook...e chi più ne ha più ne metta.

Non c'è dubbio che questo sia davvero il Conclave più mediatico degli utlimi anni.

Chiaramente tutti sono con gli occhi all'insù, per seguire, anche in televisione, l'andamento delle votazioni vaticane. Inoltre moltissimi media stanno coprendo con grande intensità gli eventi in diretta oltre che avere realizato molteplici servizi ed interviste.

Oggi poi un nuovo personaggio si è affacciato sul Conclave, con una dirompenza mediatica...quasi sopra le nuvole: un gabbiano.

Un gabbiano che, non credo di sbagliarmi, sta davvero diventando una star della riflessione mediatica di questo evento sul quale, con buona pace di tutti, non si può che dire una parola che abbia senso: ASPETTARE. Punto.

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Tuesday 19 February 2013

Il coraggio, la libertà e il pudore di Benedetto XVI

Ci vuole un grande coraggio a riscoprire il senso del limite. E ci vuole umiltà. La notizia che lunedì 11 febbraio 2013 si è diffusa con la velocità del fulmine, le dimissioni del Papa, è sembrata a molti uno scherzo. Telefoni che squillano, e mail, sms, chat impazzite. Benedetto XVI si dimette dal 28 febbraio alle 20.00. Pazzesco, inaudito. Eppure no, era molto più prevedibile di quanto si potesse immaginare. Non abbiamo saputo leggere i segni, a cominciare da quando, ancora Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, aveva detto che Papa Giovanni Paolo II avrebbe fatto bene a dimettersi negli ultimi mesi della sua vita. Lo avevamo dimenticato. Poi a novembre del 2010 esce un libro intervista di Benedetto XVI “ Luce del Mondo”. Ci sono tanti temi, compreso quello delle dimissioni. Ma in modo chiarissimo. Non per paura, o davanti alle difficoltà , “davanti ai lupi” come aveva detto all’inizio del Pontificato. “Quando il pericolo è grande non si può scappare. Ecco perchè questo sicuramente non è il momento di dimettersi” diceva il Papa nell’estate del 2010. Lo scandalo degli abusi sessuali del clero era al suo massimo livello di mediaticità, nella Chiesa si sentivano strani scricchioliii. No, non si poteva lasciare. E poi le vicende dei lefbreviani, e quella difficile attuazione del Concilio che , dopo anni di entusiasmi, aveva portato a profondi ripensamenti. C’è anche chi racconta che negli anni il teologo Joseph Ratzinger avesse perso non dico la fede ma la speranza. Era stato Luigi Giussani a ridargli la gioia della vita nella Chiesa. Ratzinger il Pessimista? Per certi aspetti forse si, o meglio Ratznger il realista che sa che oggi il compito di un Papa è riportare Dio al centro della storia, nel cuore dell’ uomo.

Monday 11 February 2013

Benedetto XVI si dimette dal pontificato. Notizia shock e approfondimenti.

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La notizia delle dimissioni, o meglio della rinuncia al Pontificato, di Benedetto XVI, sta facendo il giro del mondo e sta creando molto turbamento nella Chiesa.

Così è stata data, e così ce la riporta il sito Aleteia.org.

Carissimi Fratelli,

vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l'età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell'animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l'elezione del nuovo Sommo Pontefice. Carissimi Fratelli, vi ringrazio di vero cuore per tutto l'amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero, e chiedo perdono per tutti i miei difetti. Ora, affidiamo la Santa Chiesa alla cura del suo Sommo Pastore, Nostro Signore Gesù Cristo, e imploriamo la sua santa Madre Maria, affinché assista con la sua bontà materna i Padri Cardinali nell'eleggere il nuovo Sommo Pontefice. Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio.

 

Non c'è dubbio che la notizia è davvero...la notizia del secolo, anzi, forse, del millennio. Per la novità totale di questo gesto, e per la lucidità con cui questa grandissimo Papa ce l'ha proposta. 

Anche diversi siti ci aiutano a entrare in questo evento, ponendoci domande ed aiutandoci a dare delle risposte.

 

Non un gesto di codardia, non un gesto di affaticamento: ma un gesto responsabile, lucidissimo...che probabilmente solo Papa Ratzinger...poteva fare.

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Thursday 14 April 2011

L’esperimento di Riace

Una risposta positiva al problema dell’immigrazione

di Lucetta Scaraffia

L’arrivo di questa ondata di migranti ha di nuovo messo in moto nell’opinione pubblica italiana il dibattito fra chi li vuole accogliere e chi li vuole respingere. Questo, mentre davanti ai nostri occhi sfilano immagini drammatiche e coinvolgenti, tra speranza e disperazione: da una parte, la madre che ha partorito nel barcone, riuscendo a salvare sé e la piccola, dall’altra i corpi dei molti che muoiono fra le onde, vittime dei trafficanti di esseri umani, oltre che del maltempo e di imbarcazioni fatiscenti.

La Chiesa predica il dovere, che è umano e cristiano, dell’accoglienza nei confronti di chi è più sventurato di noi — che, oltretutto, di lavoratori immigrati abbiamo assolutamente bisogno — ma non sempre è facile tradurre in fatti queste esortazioni. Ci vuole anche un po’ di inventiva, di coraggio e di fantasia. Come quella che hanno avuto gli abitanti di Riace, paese sulla riva ionica della Calabria, composto, come tutti quelli della zona, di un nucleo antico sul cocuzzolo di una collina, lontano dal mare, e di un nuovo abitato in via di espansione lungo la costa (proprio quella dove sono stati trovati i celeberrimi bronzi).

Oggi, il centro antico, che per decenni era stato abbandonato e si stava deteriorando irrimediabilmente, è tornato alla vita. Lo abitano immigrati di varie provenienze, tutti profughi politici, che i cittadini di Riace hanno accolto, a cominciare dai trecento curdi arrivati una decina di anni fa.

Gli immigrati hanno avuto un tetto, qualcosa da mangiare ma anche, cosa ben più importante, un lavoro: all’interno delle antiche mura, infatti, sono nate tante piccole aziende artigianali — ceramica, tessitura, preparazione di prodotti alimentari — dove lavorano, fianco a fianco, italiani e immigrati.

Così chi attraversa questo centro sereno e laborioso vede bimbi di diverse provenienze giocare tra loro, calabresi e africani lavorare insieme; ma anche una rinascita economica che porta benefici a tutti, indistintamente: i bambini nella scuola sono aumentati, rendendo così necessario un numero maggiore di insegnanti e impiegati; gli operatori culturali, che si occupano dell’integrazione e insegnano l’italiano, sono in maggioranza originari del luogo; sono rinate industrie artigianali locali come la tessitura della ginestra e gli abitanti delle case abbandonate del borgo ricevono un affitto, basso, ma comunque guadagnano qualcosa e hanno chi restaura le loro case altrimenti destinate alla rovina. E il finanziamento che il ministero italiano dell’Interno ha stanziato per questo esperimento — 24 euro per immigrato — è servito a dare nuovo impulso anche all’economia locale.

È insomma una situazione nella quale i benefici reciproci sono chiari a entrambe le comunità e la convivenza non risulta difficile, tanto che il paese proprio per questo è diventato un’attrazione turistica. Per valorizzarla, alcune case sono state destinate a ospitalità diffusa nel tessuto urbano ed è stato aperto un ristorante. Sulla sua porta si vede ancora il segno di due proiettili: non tutti a Riace hanno gradito questa rinascita. Ma molte persone e intere scuole vengono a vedere questo miracolo quotidiano, e cercano di capire il segreto di un’accoglienza riuscita.

Il segreto sta certo nella tenacia di Mimmo Lucano, attuale sindaco e animatore del progetto, che interviene continuamente a migliorarlo. Ma sta anche in una iniziativa, nella diocesi dove è stato vescovo amatissimo monsignor Bregantini, nata dal basso grazie a una associazione — Città futura don Puglisi — fondata nel 1999 da ragazzi del luogo intorno alla chiesa parrocchiale e che oggi ha sede in un palazzo del centro antico, vero cuore della vita di Riace.

Certo, il successo dell’esperimento è dovuto anche al numero abbastanza ridotto degli immigrati, al loro essere profughi politici e quindi desiderosi di integrarsi nel nuovo paese, non potendo tornare in patria. Non è facilmente riproponibile in tutte le situazioni: anzi, in qualche modo, proprio le condizioni della sua riuscita mettono in luce le difficoltà che si incontrano in altre situazioni.

Ma il solo fatto che esista una simile realtà, che qualcuno sia riuscito a creare e mantenere questo difficile equilibrio — che dura da più di dieci anni — costituisce un esempio a cui guardare, un caso che fa pensare. Allora, la soluzione del problema immigrati sta forse proprio nell’inventare qualcosa di positivo. Invece di scrollare le spalle con indifferenza.

Saturday 02 April 2011

Nostro contemporaneo

La seconda parte del «Gesù di Nazaret»

Il nuovo libro di Ratzinger-Benedetto XVI rende Gesù di Nazaret nostro contemporaneo. Nel gran disordine che regna sotto il cielo l’irrompere di un libro tanto appassionante accende interrogativi che toccano in profondità le nostre inquietudini. Ciascuno può trovarvi qualche luce per uscirne. Vi si raccontano i tre giorni cruciali dell’esistenza di Gesù, le sue ultime ore di vita scandite dalla passione e morte; l’inizio del tempo nuovo, la risurrezione, vero spartiacque della storia che origina un pensiero alternativo sul futuro del mondo e delle speranze umane.

L’autore è convinto che il confronto positivo con Gesù di Nazaret possa essere una soluzione anziché un problema per l’umanità. La sua indagine è convincente, ragionevole e rispettosa di culture e punti di vista differenti. Interessarsi a Gesù ha senso — si percepisce tra le righe — perché è l’unico risorto della storia, il Vivente immerso in ogni epoca e perciò nel nostro presente; compagno di viaggio affidabile che ci introduce negli orizzonti sconosciuti della vita oltre la morte.

Chiunque volesse capire questo misterioso Signore può calarsi nei giorni finali della sua vita terrena.

Pagina dopo pagina, dalle parole e dai comportamenti di Gesù, il teologo diventato Papa trae i tasselli di una carta d’identità dell’essere cristiano. Da un lato salda l’esperienza del patire, dell’angoscia e della tenerezza del Nazareno con l’insieme del pianto e del dolore smisurati delle vittime di ogni tempo e, dall’altro, ci aiuta a leggere frammenti del mistero del male e della sofferenza non più invincibili dopo la sua agonia nell’orto degli ulivi e l’abbandono sulla croce. La risurrezione di Gesù non è un tardivo volo pindarico dei suoi discepoli delusi che, non potendolo dimenticare, lo trasformarono in mito.

È una realtà veramente accaduta, alla pari della crocifissione e della morte. Mentre però del dolore e della morte che impastano la storia abbiamo una conoscenza sperimentale, della risurrezione abbiamo una conoscenza per fede. Si tratta di una fede ragionevole, ma sempre fede. Anzi, ci ricorda Papa Ratzinger, la fede cristiana è fondata sulla risurrezione. Poiché è strettamente collegata alla croce, la memoria della risurrezione è altrettanto pericolosa per la sapienza umana. Per i discepoli che attendevano un messia regale e vittorioso, la morte di Gesù è stata sconvolgente; la risurrezione, una volta verificata, ne ha cambiato la prospettiva, decidendoli a seguire il Maestro finalmente compreso.

Nel mistero della passione, morte e risurrezione — ci ricorda l’autore — sono racchiuse alcune delle questioni profonde dell’esistenza. E nel processo a Gesù è presente la critica radicale alle politiche basate sull’inganno e la violenza anziché sulla verità. Il destino del mondo si gioca sulla verità, non sulla forza che rimane una soluzione illusoria. Occuparsi di Gesù è occuparsi di tale destino poiché egli è venuto per rendere la più autorevole testimonianza alla verità che la prospettiva cristiana identifica con Dio.

Nello stile dei Padri della Chiesa, Papa Ratzinger non scrive per puro godimento intellettuale, ma offre un libro per la vita. La lettura ci immerge nella profondità del mistero cristiano, svelandoci quanto poco sia conosciuto e gustato. Con la scelta di una interpretazione dei racconti della passione basata sulla storia e sulla fede non contrapposte ma complementari, l’autore conferma la teologia conciliare e pone fine al pregiudizio nei confronti del popolo ebraico accusato nei secoli di deicidio. Nei vari momenti esaminati, dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Benedetto XVI sceglie un linguaggio nuovo e accessibile senza perdere profondità.

Chiama la Chiesa «la comunità dei discepoli» di Gesù; definisce la caritas «premura per l’altro», non un secondo settore del cristianesimo accanto al culto, «ma radicato proprio in esso e ne fa parte». C’è emozione per la lotta tra bene e male nella notte del Getsemani dove Gesù «trascina la natura recalcitrante in alto verso la sua vera essenza» e porta «il travaglio dell’essere uomini in alto verso Dio». L’ascensione è tradotta in una «vicinanza permanente» di Gesù con noi, un «entrare nel mistero di Dio» e un’altra dimensione dell’essere.

Si descrive, infine, la risurrezione, come fenomeno totalmente nuovo, una nuova dimensione dell’essere uomini, una mutazione decisiva, un salto di qualità; un nuovo genere di futuro per gli uomini, una nuova dimensione dell’esistenza umana, inclusa nell’atto di donare la vita. L’amore e la risurrezione — insiste l’autore — sono i due motivi distintivi dell’essere cristiani. La risurrezione come «mutazione» genetica compiuta da Dio in Gesù e promessa a tutti; l’amore come metodo di vita che distingue i figli di Dio e per il cosmo dischiude già ora un futuro di speranza.

c. d. c.

Tuesday 29 March 2011

Dall’abisso del male

Il pellegrinaggio di Benedetto XVI alle Fosse ardeatine — così l’ha voluto definire lo stesso Papa — per rendere omaggio alle vittime dello spaventoso eccidio, che resta indelebile tra i numerosissimi orrori della seconda guerra mondiale, non ha trovato molto spazio nei media. Forse anche per il succedersi incalzante e drammatico di notizie nel panorama internazionale.

Eppure la visita di Benedetto XVI a questo sacrario «caro a tutti gli italiani» — in continuità con quelle di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, e con la volontà di pregare e «rinnovare la memoria» — ha un significato particolare, che rimane. Il loro successore ha infatti compiuto un altro passo nella ricomposizione della memoria di quel conflitto che contribuì a sprofondare il Novecento nell’abisso del male. Come aveva affermato lo stesso Benedetto XVI un mese esatto dopo la sua elezione riflettendo sulle ultime successioni papali.

In questo modo non bisogna forse considerare, aveva detto il nuovo Papa, «il fatto che sulla cattedra di Pietro, ad un Pontefice polacco sia succeduto un cittadino di quella terra, la Germania, dove il regime nazista poté affermarsi con grande virulenza, attaccando poi le nazioni vicine, tra le quali in particolare la Polonia? Entrambi questi Papi in gioventù — seppure su fronti avversi e in situazioni differenti — hanno dovuto conoscere la barbarie della seconda guerra mondiale e dell’insensata violenza di uomini contro altri uomini, di popoli contro altri popoli».

Alla presenza del rabbino capo della più antica comunità della diaspora occidentale, ferocemente colpita dalla persecuzione razziale anche alle Fosse ardeatine, il vescovo di Roma, «città consacrata dal sangue dei martiri», ha voluto incontrare a lungo i familiari delle vittime — cattolici ed ebrei insieme — e ha reso omaggio alla loro memoria, in un luogo vicino alle catacombe e dal quale ancora una volta si è levata la preghiera dei Salmi, con le parole che da molti secoli ebrei e cristiani innalzano all’unico Dio.

Quel Dio al quale, nell’ora delle tenebre, si rivolsero due caduti, come altri in quei giorni, per affermare la fede «in Dio e nell’Italia» e invocare la protezione degli ebrei «dalle barbare persecuzioni». Benedetto XVI ha citato le loro parole, ricordando il centocinquantesimo anniversario dell’unità del Paese e ripetendo che nel Padre di tutti è possibile un futuro diverso. Che non offenda il Nome santo di Dio e l’essere umano, creato a sua immagine.

g. m. v.

Monday 28 March 2011

Da Gerusalemme a Parigi

L’intuizione di Benedetto XVI di un nuovo spazio dove laici e non credenti possano essere accolti con amicizia per condividere con chi crede la ricerca dell’unico Dio sta prendendo forma. Nella visione papale questa proposta è rappresentata dall’immagine del «cortile dei gentili» nel Tempio di Gerusalemme — dove appunto erano ammessi i pagani attratti dalla religiosità ebraica — ed è stata assunta dall’organismo curiale che si occupa del mondo della cultura con originale creatività.

Carica di simboli è stata così la scelta di Parigi — la «città dei Lumi» emblema di quella modernità contraddittoria e drammatica nata dagli ideali e dagli errori della rivoluzione francese — per l’esordio di questa iniziativa. Che senza dubbio è tra le più importanti decise da un Papa tanto mite quanto coraggioso, uomo di fede e teologo profondo, abituato sin da giovane al confronto, soprattutto nel mondo universitario, con chi è al di fuori dei confini visibili della Chiesa.

Uso dunque a esprimersi con parole comprensibili a tutti, Benedetto XVI ha voluto essere presente a Parigi con un messaggio ai giovani riuniti davanti a Notre-Dame, in uno spazio aperto oggi come venti secoli fa era accessibile ai pagani il cortile esterno del Tempio gerosolimitano. Dal grande santuario di un ebraismo sempre più caratterizzato da aspirazioni universalistiche rimanevano però esclusi i non giudei.

A cambiare tutto è stata la venuta di Cristo, quella luce vista da Giovanni che illumina ogni essere umano e ha abbattuto «il muro di separazione» tra ebrei e gentili, e dunque ogni divisione: anche quella tra credenti e non credenti. E perché non fosse reso difficile l’accesso dei pagani allo spazio loro riservato nel santuario di Gerusalemme Gesù aveva cacciato chi di questo luogo si approfittava per lucro. Per questo Benedetto XVI in molti modi si fa capire. Come hanno dimostrato, diversamente ma con straordinaria efficacia, i suoi ultimi due libri.

Ed efficaci per credenti e non credenti sono risuonate a Parigi le sue parole, rivolte ai giovani, ma più in generale alle donne e agli uomini di oggi. Il Papa ha così rinnovato l’invito che nel succedersi dei secoli e sino alla fine dei tempi la Chiesa di Cristo non si è stancata e non si stancherà di rivolgere: di non aver paura di aprire a Dio i cuori e le società. Senza timore di assumere le parole — libertà, uguaglianza, fraternità — che hanno riassunto gli ideali rivoluzionari, tante volte poi brandite con asprezza contro la Chiesa e il cristianesimo, e che pure dal cristianesimo sono nate.

Comuni sono moltissime aspirazioni di credenti e non credenti, per costruire «un mondo nuovo e più libero, più giusto e più solidale, più pacifico e più felice». Allora — dice Benedetto XVI — tra chi crede e chi non crede deve cadere, nel riconoscimento reciproco, ogni diffidenza: Dio non è un pericolo per la società e la vita umana e non lo è naturalmente la ragione, purché non si pieghi agli interessi e all’utilità, come spesso avviene. Per questo il Papa ha invitato i giovani parigini, riuniti davanti a Notre-Dame, senza distinguere tra credenti e non credenti, a non fermarsi nel cortile dei gentili. E a entrare invece nella cattedrale, dove come incenso si alzava la preghiera della sera.

g.m.v.

Friday 25 March 2011

Una rivoluzione femminile

A tre anni dalla morte la prima biografia di Chiara Lubich

di Lucetta Scaraffia

A tre anni dalla scomparsa, è uscita la prima biografia di Chiara Lubich, scritta da Armando Torno per Città Nuova: un libro che sceglie volutamente un tono non agiografico per descrivere quella che è sicuramente una delle più straordinarie esistenze del Novecento. Una narrazione piana, costruita attraverso le testimonianze delle focolarine e dei focolarini che sono stati più vicini alla loro fondatrice. Un racconto che volutamente mette sullo stesso piano le vicende umane e le esperienze mistiche di Chiara; rispettando, in questo modo, il suo carattere riservato, la sua capacità di stare al centro di tutto ma al tempo stesso di scomparire come persona.

Mi è capitato di incontrarla personalmente una sola volta, l’8 marzo di qualche anno fa, al Quirinale, dove era arrivata per ricevere un’importante onorificenza dal presidente della Repubblica italiana. Era entrata sorridendo, come sempre, senza preoccuparsi se nessuno dei presenti dava segno di riconoscerla e di darle onore. A me, che le ero andata incontro emozionata, ha riservato un sorriso timido e dolce, e ha declinato con semplicità ogni mio tentativo di far sapere ai responsabili del cerimoniale che era arrivata.

La biografia rispetta questo suo atteggiamento umile e ritroso, profondamente disponibile al contatto umano ma del tutto indifferente alla notorietà, e alla ribalta che pure le spettava. A tal punto che si coglie l’importanza di Chiara nella storia del Novecento quasi più dalla cronologia comparata, molto ben fatta, che si trova in appendice al volume e che dà conto della ricchezza delle forme di aggregazione da lei create all’interno del mondo cattolico, della sua straordinaria capacità di costruire momenti di incontro e di vero dialogo con esponenti e fedeli di altre religioni, della fecondità spirituale che ha segnato la sua vita interiore.

Una fecondità che ha sempre condiviso con le sorelle e i fratelli più vicini, e poi con tutti coloro che rivelavano disponibilità all’ascolto, consapevole che i tempi in cui si trovava a vivere richiedevano un’immediata condivisione di quanto lei, strumento di Gesù, arrivava a comprendere illuminata dallo Spirito Santo. Illuminazioni che nascevano dalla lettura continua della Sacra Scrittura: «Ogni volta che Chiara apriva il Vangelo vi scopriva la profondità di quelle parole di vita eterna che mai prima aveva trovato».

In questo modo, Chiara ha anticipato quello che la cultura cattolica avrebbe poi scoperto: l’ingresso nel linguaggio spirituale della parola amore, fino a quel momento riservata più che altro ai discorsi mondani; l’idea della spiritualità dell’unità, che si trasforma in una appassionata forma di dialogo tra le religioni e in una risposta alla «notte culturale» dell’umanità. Senza mai preoccuparsi che fosse ricordato il suo ruolo precorritore.

La proposta di una nuova evangelizzazione, secondo le sue parole, «non significa soltanto che il mondo secolarizzato» ne ha bisogno, ma anche che «l’evangelizzazione va fatta in maniera nuova». E alla ricerca di questa maniera nuova dedica tutte le sue energie: gli incontri, anche quelli apparentemente secondari, si trasformano grazie a lei in nuove vie e nuovi progetti, allargando sempre più la rete dei coinvolgimenti nel suo ideale: la santità a portata di tutti. Il suo movimento si apre a tutti gli ambiti, in un’ottica universale, con particolare attenzione alla cultura e ai media, mentre la sua vita interiore dà un nuovo impulso agli studi teologici.

Ma certamente l’aspetto di novità più forte che ha segnato la sua vicenda è proprio il suo essere donna, una donna che dà un accento fortemente femminile a ogni sua opera: basti pensare al nome più conosciuto del movimento da lei fondato (ufficialmente Opera di Maria) che evoca il focolare, spazio tradizionalmente femminile. Comincia circondandosi di donne, che sanno poi aprirsi alla necessaria presenza maschile, e dà disposizioni che a presiedere il movimento sia sempre una donna.

Anche la spiritualità dell’Opera prende una forma femminile, rappresentando la presenza mistica di Maria nella Chiesa. In questo modo, con la sua straordinaria esperienza, Chiara — che parla alle assemblee dei vescovi, è ascoltata dai Papi, viene accolta con gli onori di un capo di Stato nei Paesi che visita — realizza quello che i tempi richiedono anche alla Chiesa: riconoscere l’importanza del ruolo delle donne.

Ma lo ottiene senza rivendicare diritti, senza nessuna asprezza. Lo ottiene dimostrando di sapersi meritare quell’autorità che le viene riconosciuta, come è stato per le grandi sante nella storia della Chiesa. La sua importanza nel cattolicesimo del Novecento è anche la prova di una rivoluzione femminile compiuta nel silenzio e nella modestia. Rimane il compito di prenderne atto.

Wednesday 23 March 2011

Questione di radicalità evangelica

Il celibato sacerdotale

di Mauro Piacenza

Residuo preconciliare e mera legge ecclesiastica. Sono queste, in definitiva, le principali e più dannose obiezioni che riaffiorano nel periodico riaccendersi del dibattito sul celibato sacerdotale. Eppure, niente di questo ha reale fondamento, sia che si guardi ai documenti del concilio Vaticano II, sia che ci si soffermi sul magistero pontificio. Il celibato è un dono del Signore che il sacerdote è chiamato liberamente ad accogliere e a vivere in pienezza.

Se infatti si esaminano i testi, si nota innanzitutto la radicale continuità tra il magistero che ha preceduto il concilio e quello successivo. Pur con accenti talora sensibilmente differenti, l’insegnamento papale degli ultimi decenni, da Pio XI a Benedetto XVI, è concorde nel fondare il celibato sulla realtà teologica del sacerdozio ministeriale, sulla configurazione ontologica e sacramentale al Signore, sulla partecipazione al suo unico sacerdozio e sulla imitatio Christi che esso implica. Solo, dunque, una scorretta ermeneutica dei testi del Vaticano II – a cominciare dalla Presbyterorum ordinis – potrebbe condurre a vedere nel celibato un residuo del passato di cui liberarsi. E una tale posizione, oltre che errata storicamente, teologicamente e dottrinalmente, è anche dannosa sotto il profilo spirituale, pastorale, missionario e vocazionale.

Alla luce del magistero pontificio bisogna anche superare la riduzione, in taluni ambienti molto diffusa, del celibato a mera legge ecclesiastica. Esso, infatti, è una legge solo perché è un’esigenza intrinseca del sacerdozio e della configurazione a Cristo che il sacramento dell’Ordine determina. In tale senso la formazione al celibato, oltre ogni altro aspetto umano e spirituale, deve includere una solida dimensione dottrinale, poiché non si può vivere ciò di cui non si comprende la ragione.

In ogni caso, il dibattito sul celibato, che periodicamente nei secoli si è riacceso, certamente non favorisce la serenità delle giovani generazioni nel comprendere un dato così determinante della vita sacerdotale.

Giovanni Paolo II nella Pastores dabo vobis (n. 29), riportando il voto dell’assemblea sinodale, afferma: “Il Sinodo non vuole lasciare nessun dubbio nella mente di tutti sulla ferma volontà della Chiesa di mantenere la legge che esige il celibato liberamente scelto e perpetuo per i candidati all’Ordinazione sacerdotale nel Rito latino. Il Sinodo sollecita che il celibato sia presentato e spiegato nella sua piena ricchezza biblica, teologica e spirituale, come dono prezioso dato da Dio alla sua Chiesa e come segno del Regno che non è di questo mondo, segno dell’amore di Dio verso questo mondo nonché dell’amore indiviso del sacerdote verso Dio e il Popolo di Dio”.

Il celibato è questione di radicalismo evangelico. Povertà, castità e obbedienza non sono consigli riservati in modo esclusivo ai religiosi. Sono virtù da vivere con intensa passione missionaria. Non possiamo abbassare il livello della formazione e, di fatto, della proposta di fede. Non possiamo deludere il popolo santo di Dio, che attende pastori santi come il curato d’Ars. Dobbiamo essere radicali nella sequela Christi senza temere il calo del numero dei chierici. Infatti, tale numero decresce quando si abbassa la temperatura della fede, perché le vocazioni sono “affare” divino e non umano. Esse seguono la logica divina che è stoltezza agli occhi umani.

Mi rendo conto, ovviamente, che in un mondo secolarizzato è sempre più difficile comprendere le ragioni del celibato. Ma dobbiamo avere il coraggio, come Chiesa, di domandarci se intendiamo rassegnarci a una tale situazione, accettando come ineluttabile la progressiva secolarizzazione delle società e delle culture, o se siamo pronti a un’opera di profonda e reale nuova evangelizzazione, al servizio del Vangelo e, perciò, della verità sull’uomo. Ritengo, in tal senso, che il motivato sostegno al celibato e la sua adeguata valorizzazione nella Chiesa e nel mondo possano rappresentare alcune tra le vie più efficaci per superare la secolarizzazione.

La radice teologica del celibato, dunque, è da rintracciare nella nuova identità che viene donata a colui che è insignito del sacramento dell’Ordine. La centralità della dimensione ontologica e sacramentale e la conseguente strutturale dimensione eucaristica del sacerdozio rappresentano gli ambiti di comprensione, sviluppo e fedeltà esistenziale al celibato. La questione, allora, riguarda la qualità della fede. Una comunità che non avesse in grande stima il celibato, quale attesa del Regno o quale tensione eucaristica potrebbe vivere?

Non dobbiamo allora lasciarci condizionare o intimidire da chi non comprende il celibato e vorrebbe modificare la disciplina ecclesiastica, almeno aprendo delle fessure. Al contrario, dobbiamo recuperare la motivata consapevolezza che il nostro celibato sfida la mentalità del mondo, mettendo in crisi il suo secolarismo e il suo agnosticismo e gridando, nei secoli, che Dio c’è ed è presente.

Tuesday 22 March 2011

L’orso del Papa

Alla dedicazione della parrocchia romana di San Corbiniano — una liturgia esemplare per la cura e la partecipazione dei fedeli, tra i quali tantissimi bambini — erano presenti ben tre successori del fondatore della diocesi di Frisinga: oltre a Joseph Ratzinger, oggi Papa con il nome di Benedetto XVI, i cardinali Friedrich Wetter e Reinhard Marx. Un fatto eccezionale, che il parroco ha sottolineato nel suo caloroso saluto iniziale.

Nell’omelia il vescovo di Roma, successore del primo degli apostoli, ha improvvisato una breve riflessione su questo monaco francese attratto dalla vita contemplativa che scese a Roma per fondarvi un monastero. Ma qui la sua vita cambiò in modo inatteso: il Papa lo ordinò vescovo per la Baviera, dove la popolazione «voleva farsi cristiana, ma mancava gente colta, mancavano sacerdoti per annunciare il Vangelo».

Una scelta, quella di Gregorio ii, che si rivelò di universalità — il santo infatti «collega la Francia, la Germania, Roma», ha sottolineato il Papa — e nello stesso tempo di unità: Corbiniano ci dice che «la Chiesa è fondata su Pietro» e che era la stessa «come oggi». Per una ragione molto semplice: Cristo è lo stesso, «la Verità, sempre antica e sempre nuova, attualissima, presente, e apre la chiave per il futuro».

Parlando ai fedeli Benedetto XVI ha accennato all’orso che ha scelto di collocare nel suo stemma, episcopale e poi papale. Joseph Ratzinger ne aveva scritto per la prima volta nel libro autobiografico, tanto piccolo quanto prezioso, che pubblicò nel suo settantesimo anno e dove raccolse i suoi ricordi sino alla consacrazione episcopale. Raccontando come all’animale che aveva sbranato il cavallo di Corbiniano, in viaggio per Roma, fu imposto dal monaco di portare il suo fardello.

Ratzinger, sulla traccia del prediletto Agostino, spiegava che quel peso — il carico episcopale di chi «tira il carro di Dio in questo mondo» — venne imposto a Corbiniano e al vescovo africano, attratti entrambi dalla contemplazione e dallo studio. «Ma proprio in questo modo io ti sono vicino, ti servo, tu mi hai nella mano», concludeva il cardinale ormai a Roma. Affidandosi all’unico Signore, come ogni giorno fa Benedetto XVI. Che resta sempre affezionatissimo al suo orso.

g. m. v.