Tuesday 17 October 2017

Poste-Telepass, quando le inefficienze si sposano

Cari amici, racconto questo piccolo episodio personale. Per motivi familiari nei mesi scorsi ho dovuto viaggiare spesso, e ancora adesso devo farlo, dalla Lombardia al Veneto (usando le autostrade Brebemi e Milano-Venezia). Da svariati anni uso il Telepass, che avevo attivato presso Poste Italiane con il mio conto Bancoposta. Lo scorso 7 ottobre al casello il Telepass fa cilecca. Qualche altra rara volta in passato era accaduto e si era sempre trattato di piccoli incidenti transitori. Ritento il fine settimana successivo, e niente, il Telepass sembra proprio andato. Inutilizzabile. Ieri, 16 ottobre, ricevo una “raccomandata” (le virgolette sono d’obbligo) da Poste italiane, speditami dalla sede centrale di Roma lo scorso 2 ottobre, che mi avvisa: “Con riferimento al Servizio Telepass Family BancoPosta attivato a seguito della richiesta presentata presso l’Ufficio Postale…. Le facciamo presente che lo stesso è revocato con decorrenza dal 3/10/17ˮ.

Ma come? Revocate il Telepass con decorrenza 3 ottobre e datate la comunicazione il 2 ottobre, facendomela arrivare con una raccomandata che ci mette la bellezza di 14 giorni (cioè più o meno il tempo che ci avrebbe messo un postino a piedi da Roma a Milano)? Non potevate pensarci prima? E magari avvisarmi con una di quelle oscure diavolerie moderne che si chiamano email o SMS (sì, care Poste Italiane, avevate questi dati e avevate pure la possibilità di mandarmi almeno un avviso in bacheca sul conto BancoPosta cointestato a me e a mia moglie)? Nulla di tutto questo. Decidono che il mio Telepass è da cambiare (non discuto nel merito, ovviamente) ma se ne accorgono un giorno prima di togliermi il servizio e per comunicarmelo – che Poste Italiane sarebbero sennò – ci mettono la bellezza di due settimane, cioè un po’ più di quanto ci avrebbe messo a piedi un atleta allenato ai tempi dei greci e dei romani, molto di più di quanto ci avrebbe messo nel Medio Evo un postino a cavallo.

Ma, attenzione, mal comune mezzo gaudio. Poste Italiane non è un esempio solitario di inefficienza nel panorama italiano. Telepass sembra proprio volerle fare concorrenza. Infatti nella lettera ricevuta (e spedita con tutta calma) mi si raccomandava “di non proseguire nell’utilizzo dell’apparato Telepass” – e fin qui dopo due prove andate a vuoto, c’ero persino arrivato da solo – invitandomi a “provvedere alla restituzione dell’apparato presso i Punti Blu o bei Centri Servizio di Autostrade, entro 20 giorni dalla data di revoca del servizio, così come previsto dall’art. 6. 3° comma delle Norme e Condizioni Sottoscritte in sede di adesione al servizio in questioneˮ. Chissà se il comma prevedeva anche l’obbligo per Poste Italiane di avvisare per tempo i clienti…

In ogni caso, visti i tempi stretti, decido di recarmi subito (il Telepass mi serve!) presso il Punto Blu di via Larga a Milano. Certo di poter risolvere la questione: restituire il vecchio Telepass e ritirare il nuovo. Ma qui trovo la seconda sorpresa: al Punto Blu si restituisce il vecchio, ma non si ritira il nuovo. Un impiegato non particolarmente in vena di gentilezze, che mi fa sentire un po’ ebete, mi dice: “Deve andare a ritirarlo in Posta!ˮ. Ma perché allora non si poteva anche riconsegnare il vecchio apparecchio in Posta?

Sta di fatto che nell’era delle comunicazioni online, ti viene bloccato un servizio senza che tu lo sappia (e senza che tu abbia commesso infrazioni o ritardi nei pagamenti) e per riattivarlo devi recarti in due uffici diversi: da una parte riconsegni e dall’altra ritiri. Attenzione alla parola “ritiriˮ: prendetela col beneficio di inventario. Non so se davvero alla prima visita all’ufficio postale sarò davvero in grado di “ritirareˮ il nuovo Telepass: viste l’efficienza da manuale e la cura della clientela dimostrata da entrambe le società mi aspetto di non trovare il sospirato apparecchio o di essere rinviato a un terzo ufficio (che so, quello dell’Unione Sindacale Lavoratori degli Autogrill o del Controllo di qualità del segnale al Casello). Se accadrà, aspettatevi un Post Scriptum…

Post Scriptum
Non avrei voluto continuare, ma davvero non c’è fine al peggio. Stamattina vado all’ufficio di Poste Italiane i via Fantoli a Milano, dove avevo stipulato il contratto per il Telepass legandolo al conto BancoPosta. Dico che mi hanno mandato a ritirare qui il nuovo Telepass, dopo la consegna del vecchio al Punto Blu. L’impiegato mi guarda poi si rivolge ai superiori. E’ una signora, non la direttrice, che un po’ scocciata gli dice (lo sento attraverso il vetro): “Noi non abbiamo Telepass da consegnare”. Faccio notare che sono state Poste Italiane, con proverbiale celerità, a recapitarmi una raccomandata in 14 giorni per informarmi della revoca del servizio Telepass DOPO avermelo revocato. Mostro la lettera, ripeto che dal Punto Blu mi hanno detto di rivolgermi a Poste Italiane. La dirigente mi ripete che – consultato il manuale – loro non hanno Telepass da consegnare, e mi fa notare che la lettera diceva di restituirlo, non di venirne a riprendere uno nuovo. Ricapitoliamo: Poste Italiane mi informa due settimane dopo che mi ha revocato unilateralmente un servizio, ma non mi spiega il perché e se si prova a chiedere spiegazioni, si infastidiscono. Al Punto Blu ritirano il Telepass (“perché è vecchio”, mi rivelano), ma non te ne danno uno nuovo. Ecco, immaginate voi quante di queste cose accadono ogni giorno a persone che magari hanno difficoltà che io non ho…

Post-Post Scriptum
Ecco la puntata finale: mi chiama sul cellulare la dirigente di Poste Italiane (ufficio di via Fantoli), che ha potuto verificare che cosa è accaduto e la ringrazio per questo. Al momento dell’addebito della bolletta Telepass (particolarmente salata a motivo dei tanti viaggi che per motivi non piacevoli ho dovuto fare in Veneto nei mesi scorsi) il mio conto Banco Posta è andato sotto di 20 euro. Questo ha determinato l’automatico blocco del mio Telepass e l’automatica comunicazione dell’avvenuto blocco da parte di Poste Italiana. Senza che nessuno – né Autostrade per l’Italia né Poste – comunicasse alcunché. Lo scoperto è durato per un lasso di tempo breve. Nessuno si è fatto sentire o ha avvisato del problema (ma quando devono proporti assicurazioni o prodotti finanziari chiamano, eccome). Né il problema (già peraltro risolto) era segnalato nella raccomandata delle Poste. Come pure l’indispettito impiegato del Punto Blu di via Larga a Milano mi ha detto alcunché delle motivazioni relative al blocco e al conseguente ritiro del Telepass. Morale della favola: ho deciso di chiudere il conto BancoPosta. Purtroppo al Telepass non esiste un’alternativa concorrente. Sono andato nella mia banca (Cariparma-Credit Agricole) dove mi hanno già consegnato un apparecchio nuovo e mi hanno tranquillizzato: per qualsiasi problema, prima di bloccare, chiudere, etc. mi faranno un colpo di telefono!

Sunday 15 October 2017

L’inutile fardello

Folgorato da questo passaggio di padre Ortensio da Spinetoli (1925-2015), contenuto ne “L’inutile fardello” (Chiarelettere), ve lo propongo. È una riflessione non scontata sul tema del dolore e sul suo mistero. Un invito a non cedere a letture fuorvianti, ma a provare a riflettere tornando alle origini, e cioè a ciò che Gesù dice e …

Sunday 15 October 2017 17:56

Di morte e risurrezione

Il Papa e i senzatetto, storie che quasi mai trovano spazio sui giornali, eppure storie da raccontare. Non soltanto con Francesco vescovo di Roma, ma anche al tempo dei suoi predecessori. Racconti di caduta e rinascita, tenebre e luce, fine e inizio. L’ultima notizia è del 9 ottobre scorso. Bergoglio ha mandato il suo elemosiniere …

Sunday 15 October 2017 15:57

La custode del silenzio. Storia di una eremita di città

Il mio nuovo libro è la storia di Antonella Lumini, eremita in un antico appartamento nel cuore di Firenze. Anni fa Antonella ha sentito un richiamo che l’ha spinta su una via già percorsa da tanti eremiti prima di lei. Dipendente part time presso la Biblioteca Nazionale Centrale dove lavora nel reparto dedicato ai libri …

Sunday 08 October 2017

IV. L’enciclica missionaria “Redemptoris Missio” (1990)

Il 7 dicembre 1990, 25 anni dopo la fine del Concilio Vaticano II, San Giovanni Paolo II pubblica l’enciclica Redemptoris Missio (1990), per confermare e aggiornare il Decreto conciliare Ad Gentes. Molti nella Curia romana erano contrari ad una eniclica, bastava una “lettera apostolica”. Chi l’ha voluta fortemente, d’accordo col Papa, è stato il card. Joseph Tomko, prefetto di Propaganda Fide, che ha coordinato il lavoro di preparazione.
Sono stato chiamato dal Papa a scrivere l’enciclica, secondo le sue indicazioni. Il 3 ottobre 1989 mi dice a pranzo: ”Scrivimi tu l’enciclica. Tu sei missionario e giornalista e io voglio un documento scritto in modo giornalistico, per i giovani e le giovani Chiese”. Dall’ottobre 1989 al luglio 1990 l’ho scritta e riscritta tre volte, come voleva il Papa, che aveva i suoi consulenti, il primo dei quali era il card. Joseph Tomko e poi p. Marcello Zago, allora superiore generale degli O.M.I. (e ne ho scritto la biografia edita dagli O.M.I. nel 2006), che mi aveva ospitato in tre periodi nella sua casa generalizia. Ha contribuito alla stesura del testo p. Domenico Colombo del Pime, missiologo ed esperto di ecumenismo e di religioni non cristiane.

L’unica enciclica su un documento del Vaticano II

Cosa dice la Redemptoris Missio? Mi limito ad enucleare i punti più attuali e decisivi del testo papale, per rilanciare nella Chiesa la Missione alle Genti: “In questa nuova primavera del cristianesimo non si può nascondere una tendenza negativa che questo documento vuol contribuire a superare: la missione specifica ad gentes sembra in fase di rallentamento, non certo in linea con le indicazioni del Concilio e del magistero successivo. Difficoltà interne ed esterne hanno indebolito lo slancio missionario della Chiesa verso i non cristiani ed è un fatto questo che deve preoccupare tutti i credenti in Cristo” (n. 2). Ecco in estrema sintesi:

“La Chiesa è missionaria per natura sua, poichè il mandato di Cristo non è qualcosa di contingente ed esteriore, ma raggiunge il cuore stesso della Chiesa. Ne deriva che tutta la Chiesa e ciascuna Chiesa (particolare) è inviata alle genti” (n. 62). La missione viene dalle due dottrine che caratterizzano il cristianesimo: la Trinità e l’Incarnazione di Gesù Cristo. Dio dona se stesso a tutti gli uomini, attraverso Cristo e la Chiesa da lui fondata. La lettura dei primi tre capitoli della Redemptoris Missio serve anche al semplice fedele per tornare alle fonti della fede e capire a fondo perché la Chiesa è missionaria. Ecco in estrema sintesi:

I punti fondamentali della Redemptoris Missio

1) Gesù Cristo unico Salvatore. Risponde a quei teologi che in vari modi esprimono l’idea che Gesù è una delle vie che conduce a Dio. La missione comunica alle genti la salvezza in Cristo, la fede e l’amore a Cristo, unico Salvatore dell’uomo: “Cristo è l’unico mediatore tra Dio e gli uomini… Gli uomini quindi non possono entrare in comunione con Dio se non per mezzo di Cristo, sotto l’azione dello Spirito” (RM 5). L’enciclica riafferma la centralità di Cristo nella missione alle genti, per condannare chi sostiene che esistono molte vie parallele e complementari per andare a Dio, secondo la concezione indù, che paragona le religioni a fiumi che confluiscono tutti nel mare dell’Assoluto, teoria assunta in qualche modo anche da una tendenza teologica del nostro tempo.

2) Il Regno di Dio. Gesù è venuto ad annunziare il Regno di Dio, che dà il senso messianico del cristianesimo, perché si realizzerà pienamente al di là della storia, nella vita eterna del Paradiso. E’ un Regno escatologico, che “esiste già e non ancora”. La missione della Chiesa annunzia il Regno di Dio e lavora per la sua progressiva realizzazione nei singoli uomini, nella vita dei popoli e nella società umana. L’enciclica nota un modo errato di concepire il Regno: separare il Regno da Cristo e dalla Chiesa, come se fosse una realtà diversa. Quindi si parla dei “valori del Regno” (amore, giustizia, pace, fraternità) che sono accettati da tutti, ma Cristo fa problema, è la “pietra d’inciampo” che fa difficoltà. L’enciclica dice con chiarezza: “Se si distacca il Regno da Gesù, non si ha più il Regno di Dio da lui rivelato, ma si finisce per distorcere il senso del Regno che rischia di trasformarsi in un obiettivo puramente umano e ideologico” (RM 17). I contenuti del Regno sono soprattutto spirituali: fede, vita nuova in Cristo, conversione, amore, perdono, ecc. Questi valori spirituali, con la grazia di Dio, a poco a poco trasformano le società umane: sono la vera rivoluzione portata da Cristo.

3) Lo Spirito Santo protagonista della missione. Questa verità, che è anche una novità teologica, dà alla missione una dimensione contemplativa. Se è lo Spirito che fa la missione, il missionario deve pregare molto per poter essere obbediente alla voce dello Spirito Santo. La missione non è del missionario, ma dello Spirito che guida e illumina la Chiesa; quindi è fondamentale obbedire alla Chiesa, non costruire Chiese e gruppi paralleli. E poi, lo Spirito Santo dà una dimensione di ottimismo e di speranza. Il missionario non deve mai scoraggiarsi perché spesso non vede i frutti del suo lavoro, ma se ha seminato bene lo Spirito porterà a compimento la sua opera e farà fruttificare e suoi sacrifici, il suo martirio.

4) La RM dedica il Capitolo IV per spiegare che “La Missione alle Genti conserva tutto il suo valore” (n. 33) ed è “ancora agli inizi” (n. 40, vedi il mio Blog n. 2) Tre criteri per giudicare cos’è e dov’è la Missione alle Genri:
a) Criterio territoriale-geografico, cioè i paesi e i popoli non cristiani, che “anche se non molto preciso e sempre provvisorio, vale sempre” (n. 37). Soprattutto il Papa mette tre volte l’accento sulla missione ad Gentes in Asia, dove i cristiani, tutti assieme, raggiungono a male pena il 3% degli asiatici (il 62% dell’umanità!).
b) Fenomeni sociali nuovi da evangelizzare: le m etropoli, gli emigrati, i rifugiati politici, gli extra-comunitari, i giovani che sono la maggioranza della popolazione nei paesi non cristiani.
c) Gli “aeropaghi” moderni, mass media, cultura e scienza, enti ed organismi internazionali (Onu), pace e sviluppo, diritti dell’uomo e della donna, giustizia sociale, i giovani, la cultura moderna creata dalla comunicazione, nuove tecniche e nuovi modi di comunicare un messaggio, ecc. Campi immensi!

5) Per la prima volta la RM parla in modo articolato del dialogo con le altre religioni, mentre l’Ad Gentes vi accenna in modo generico e la Evangelii Nuntiandi non nomina nemmeno. L’enciclica dedica tre paragrafi a questo tema (nn. 55-57) e altri tre alle culture dei popoli e a come incarnare il Vangelo in esse (52-54).
Giovanni Paolo II ha inventato gli incontri con le altre religi0ni a partire da quello di Assisi nel 1986. E prima ancora, nel febbraio 1986, visitando l’India, si inginocchiò dinanzi alla tomba e mausoleo di Gandhi e vi rimase per 4-5 minuti e poi affermò: “Gandhi mi ha insegnato molto”.

6) Le vie della missione, in che modo si esercita oggi la missione: formazione della Chiesa locale, inculturazione, dialogo interreligioso, promozione umana e dello sviluppo dei popoli. L’enciclica lega strettamente la missione di annunziare Cristo all’umanizzazione. Nei numeri 58 e 59 Giovanni Paolo II arricchisce questo concetto, citando la “Populorum Progressio” di Paolo VI (1967): con la missione alle genti la Chiesa aiuta i popoli a svilupparsi. Certo anche con gli aiuti economici e materiali, con le opere sanitarie e di educazione, ma soprattutto annunziando Cristo, perché “lo sviluppo dell’uomo viene da Dio e dal modello di Gesù uomo-Dio e deve portare a Dio. Ecco perché tra annunzio evangelico e promozione dell’uomo c’è una stretta connessione” (n. 59). E aggiunge che “il contributo della Chiesa e della sua opera evangelizzatrice per lo sviluppo dei popoli riguarda non soltanto il sud del mondo, per combatterli la miseria materiale e il sottosviluppo, ma anche il nord, che è esposto alla miseria morale e spirituale causata dal super-sviluppo”.
Questo messaggio è fondamentale per capire i meccanismi dello sviluppo di un popolo (n. 58): ”Lo sviluppo di un popolo non deriva primariamente né dal denaro né dagli aiuti materiali, né dalle strutture tecniche, bensì dalla formazione delle coscienze, dalla maturazione delle mentalità e dei costumi”. Queste parole sono rivoluzionarie per capire lo sviluppo e il sottosviluppo dei popoli, che non è solo o quasi solo problema di soldi, di macchine, di tecniche, di commerci, ma di formazione col Vangelo, che rende l’uomo più uomo e lo sviluppa in tutti i sensi.

“La missione alle genti è solo agli inizi” (RM 30)

Il card. Daneels, arcivescovo di Bruxelles, ha detto che la RM. “è la magna charta della Chiesa alla fine del secondo millennio”. Infatti Giovanni Paolo II riafferma con forza la perenne validità della missione alle genti (oggi molti dubitano di questo), invitando “la Chiesa ad un rinnovato impegno missionario… La fede si rafforza donandola! La nuova evangelizzazione troverà ispirazione e sostegno nell’impegno per la missione universale” (RM 2).
Giovanni Paolo II ha gestito il passaggio “dalle missioni estere alla Chiesa locale”, valorizzando le forze locali anche per la missione alle genti. La Chiesa universale, specie con Papa Francesco, sta cambiando proprio per l’influsso delle giovani Chiese. Non ho lo spazio per illustrare questi temi: la varietà e genialità dei ministeri laicali (penso alle parrocchie in Corea e nel Vietnam); la “teologia della liberazione” che, con tutti i suoi limiti ed errori, è estremamente positiva per la Chiesa universale; le teologie locali e l’inculturazione del messaggio cristiano nelle varie culture, anche questi fatti molto positivi nonostante i contrasti e i problemi che creano; il dialogo interreligioso che il Papa ha promosso orientato a scendere da un livello di vertice e di dibattito teologico, al “dialogo della vita”, cioè la collaborazione fra i membri delle varie religioni per la pace e i diritti dell’uomo. Quanti esempi interessanti potrei raccontare che dimostrano la spinta data dal Papa: ma lo spazio è tiranno.
Fra i giovani battezzati, l’entusiasmo della fede è il motore della vita cristiana che sta nascendo. Il Papa è stato geniale quando ha scritto (RM 2) che vuole impegnare “le Chiese particolari, specie quelle giovani, a mandare e ricevere missionari” (n. 2); e ha dato piena fiducia alle giovani Chiese stimolandole con queste parole: “Siete voi oggi la speranza di questa nostra Chiesa che ha duemila anni; essendo giovani nella fede, dovete essere come i primi cristiani e irradiare entusiasmo e coraggio, in generosa dedizione a Dio e al prossimo… e sarete anche fermento di spirito missionario per le Chiese più antiche” (RM 91).
Giovanni Paolo II ha lottato con forza per far riconoscere all’Europa le radici cristiane nella sua Costituzione. Ma capiva che la civiltà di radici cristiane che si è sviluppata nel nostro continente nell’ultimo mezzo millennio, non ha più la forza e la gioia della fede per portare Cristo ai miliardi di uomini e donne che ancora non lo conoscono. Ma aveva una visione profetica della missione (che si è realizzata in Papa Francesco!) e viaggiava il più possibile nelle giovani Chiese, proprio per promuovere il primo annunzio e il dialogo interreligioso. chiamando i giovani e le giovani Chiese ad esserne protagonisti.
Ecco perchè gli istituti esclusivamente missionari sono ancora “assolutamente necessari” (R.M., 66) e i vescovi delle giovani Chiese li chiedono proprio per rendere missionarie le loro Chiese, il loro clero. La R.M. dice (n. 66): “La vocazione dei missionari ad vitam conserva tutta la sua validità: essa rappresenta il paradigma dell’impegno missionario della Chiesa, che ha sempre bisogno di donazioni radicali, di impulsi nuovi e arditi”.

Gli Istituti missionari, le Pontificie opere missionarie e i Centri diocesani missionari, le Ong missionarie laicali invitano a: “Il Festival1della Missione – Mission is possible – Brescia, 12-15 ottobre 2017”. Spettacoli, concerti, conferenze, incontri con i missionari, mostre fotografiche, momenti di preghiera e molto altro. Per la prima volta il mondo missionario italiano unisce le forze per raccontarsi a tutti con i linguaggi nuovi e testimoniare nelle piazze la gioia del Vangelo. Perché la Missione alle Genti è possibile. www.festivaldellamissione.it

Monday 02 October 2017

La bufala dei bagni in San Petronio

Alcuni degli indignati , che domenica 1° ottobre hanno definito una profanazione il pranzo con i poveri in San Petronio, oltre a stigmatizzare lo straordinario e occasionale evento (non è che ogni mezzogiorno si servano pasti ai poveri, mica siamo ai tempi di Papa Gregorio Magno, che lo faceva senza problemi su un tavolo di marmo appositamente costruito in chiesa), hanno corredato le loro riflessioni con questa presunta notizia: all’interno della grande basilica bolognese sarebbero stati montati dei bagni chimici per gli invitati al pranzo. Era una fake news, o per gli amanti della lingua nostrana, di una vera e propria bufala. Nessun bagno chimico è stato installato dentro la chiesa. Alcuni bagni chimici erano stati invece installati fuori.

Sulle polemiche relative al pranzo in San Petronio (molto mediatiche e molto social, per aver ricordato dei precedenti storici citati dalla rivista Communio, seppure da uno studioso “reo” di appartenere alla Comunità di Sant’Egidio, il sottoscritto si è sentito dare del diffusore di “veline”) è intervenuto anche l’arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi. «Posso capire chi si è scandalizzato. È chiaro che c’è un punto importante che riguarda la sacralità del luogo. Ma quello che è successo non significa desacralizzare anzi ci aiuta a capire ancora meglio e a sentire ancora più umana l’eucarestia», ha detto l’arcivescovo in un’intervista a InBlu Radio, il network delle radio cattoliche italiane. «Qui a Bologna – ha aggiunto Zuppi – padre Marella, un uomo che negli anni 50-60 ha animato la carità della città, tutte le domeniche celebrava la messa e faceva un offertorio al contrario: invece di raccogliere distribuiva ai poveri. E quindi mangiava in chiesa insieme a loro, una specie di colazione-pranzo con cui continuava l’agape fraterna. La gioia e la bellezza di questa immagine ci aiuta a capire e contemplare in maniera più religiosa l’unità tra le due mense».

Ecco negli anni Cinquanta (sotto il Pontificato di Pio XII) e Sessanta (sotto i pontificati di Giovanni XXIII e Paolo VI) un religioso a Bologna mangiava in chiesa insieme ai poveri. Probabilmente suscitando un tasso d’indignazione minore di quello circolato in rete ieri.

Tuesday 26 September 2017

Correzioni “filiali” e lingua italiana

Premetto di non voler in alcun modo fare polemica con i firmatari dell’ormai nota “correzione filiale” verso Papa Francesco (inviata al Pontefice l’11 agosto e resa nota poco più di un mese dopo perché il Successore di Pietro non aveva risposto). Mi limito a riportare le parole pronunciate dai due più autorevoli sostenitori del documento.

Il banchiere Ettore Gotti Tedeschi, già presidente dello IOR, ha dichiarato al telefono al sottoscritto domenica scorsa: «Condivido il documento ma non ho firmato come banchiere: è un richiamo fatto da intellettuali. I laici hanno diritto di esporre le loro critiche. L’unico intento che ho è il bene della Chiesa e di Papa Francesco, per il quale prego tutti i giorni nella messa. Io voglio bene al Papa, sono fedele alla Chiesa. Io non do dell’eretico al Papa, non lo penso neanche lontanamente. Sarei stupido se lo facessi, non sono un teologo».

Leggo ora che don Antonio Livi, il quale invece teologo lo è, anch’egli firmatario della “correzione filiale”, ha dichiarato a un blog: «Lui (Papa Francesco, ndr) non è personalmente e formalmente in eresia, non ne ha dette in modo palese. Lui non proclama cose che risultino eretiche, però le fa dire agli altri senza correggerle o smentirle, pertanto avallandole. Penso che sia quantomeno un peccato contro la prudenza ed è una prassi pastorale dannosa. Noi cerchiamo di farlo ravvedere sia nella prassi sia nella dottrina che risente negativamente del modernismo».

Ora, io, nonostante qualche studio classico, non ho la preparazione di Gotti Tedeschi né tanto meno quella di monsignor Livi e dunque può essere che mi sfuggano significati reconditi delle parole della lingua latina e anche della nostra lingua italiana. Ma nella “correzione filiale” resa nota la notte tra sabato e domenica leggo testualmente (in latino):

His verbis, actis, et omissionibus, et in iis sententiis libri Amoris Laetitia quas supra diximus, Sanctitas Vestra sustentavit recte aut oblique, et in Ecclesia (quali quantaque intelligentia nescimus nec iudicare audemus) propositiones has sequentes, cum munere publico tum actu privato, propagavit, falsas profecto et haereticas

Che tradotto (non traduco io, eh! uso la versione italiana “autentica” che campeggia nella prima pagina web del sito ufficiale della “correzione formale”):

Per mezzo di parole, atti e omissioni e per mezzo di passaggi del documento Amoris laetitia, Vostra Santità ha sostenuto, in modo diretto o indiretto (con quale e quanta consapevolezza non lo sappiamo né vogliamo giudicarlo), le seguenti proposizioni false ed eretiche, propagate nella Chiesa tanto con il pubblico ufficio quanto con atto privato.

Molto “filiale”, certo, ma anche molto duro. Ripeto, io sarò tardo di comprendonio e chiedo venia in anticipo, ma come fanno il dottor Gotti Tedeschi e il professor Livi a sostenere pubblicamente che loro non hanno dato dell’eretico al Papa e persino di non ritenere che il Papa abbia detto in modo palese eresie? Delle due l’una. O hanno firmato un testo senza leggerlo con attenzione – il che non è neppure da pensare, data l’autorevolezza e la competenza di entrambi, per di più nel caso di un documento così delicato e dirompente – oppure si sono resi conto di aver commesso un passo, diciamo, un po’ falso, e tendono a sminuire ciò che loro stessi hanno firmato.

Quello che faccio difficoltà ad accettare è l’insulto all’intelligenza dei lettori, scaricando come sempre la colpa su noi giornalisti e comunicatori, incapaci di capire i testi e di riportare fedelmente ciò che dicono: eppure gli estensori del documento, per essere sicuri che l’accusa di propagare eresie fosse ben scolpita con parole non interpretabili a piacimento da parte di chi legge, hanno pensato bene di metterle nero su bianco nella lingua di Cicerone. Per mezzo di parole, opere e omissioni, e per mezzo dell’esortazione Amoris laetitia il Papa ha sostenuto proposizioni false ed eretiche e le ha propagate con il suo ufficio papale: questo io capisco, questo c’è scritto. Se Gotti Tedeschi e Livi avevano in mente altro, forse non dovevano firmare e oggi potrebbero dissociarsi. Se avevano in mente questo, dovrebbero avere il coraggio di sostenerlo senza sofismi e giri di parole. Sempre con quell’amore “filiale” che pervade tutto il documento, s’intende, ma senza lanciare il sasso (firmando) per poi nascondere la mano (negando di aver dichiarato che il Papa ha pronunciato e propagato “eresie”). A meno di non cambiare il significato delle parole nei vocabolari di lingua latina e italiana.

* POST SCRIPTUM
Questa mattina (27/09) il professor Livi su La Nuova Bussola Quotidiana dedica molte righe per giustificare il suo diritto di firmare il documento sulle 7 eresie papali e prendersela con quanti lo hanno attaccato dicendo che non doveva firmarlo o quanti si sono soffermati di più sugli schieramenti conservatore-progressista invece di parlare dei rilievi in sé mossi all’attuale Pontefice. Livi afferma che il documento “contrariamente a come è stato presentato da commentatori poco attenti o inclini al sensazionalismo, non intende accusare il Papa di eresia ma lo richiama rispettosamente a non favorire ulteriormente la deriva chiaramente ereticale che inquina la vita della Chiesa”. Ora, visto quanto scritto più sopra, certamente il sottoscritto appartiene alla categoria dei poco attenti o inclini al sensazionalismo. Ribadisco: non ho la “sapientia cordis” né la vasta cultura del prof. Livi. Non sono teologo. Leggo soltanto il latino e l’italiano. E cerco di comprendere ciò che c’è scritto. Ebbene, nella sua non breve autodifesa sulla Nuova Bussola, presentata con il sobrio titolo “La verità che i lettori meritano”, il noto teologo correttore “filiale” del Successore di Pietro guarda caso non cita mai, ma proprio mai, la frase che trovate virgolettata qui sopra che attesta l’accusa al Papa di sostenere con le sue parole e le sue opere, e con il suo ufficio papale, in modo diretto e indiretto, proposizioni false ed eretiche. Chissà come mai non l’ha citata. Forse perché avrebbe avuto qualche difficoltà a spiegarla a noi ignoranti continuando ad affermare di non aver mai dato dell’eretico al Papa? Non mi permetterei mai di giudicare le intenzioni del teologo Livi né il grado di consapevolezza con il quale ha firmato (quali quantaque intelligentia nescimus nec iudicare audemus). Ma gli chiederei di non prendere in giro la nostra (nel mio caso, ahimè, assai limitata) intelligenza, cambiando le carte in tavola. Ha sottoscritto o no anche quella frase?

Il caso, peraltro, se non fosse serio (i “filiali correttori”, anche quelli che ora smentiscono ciò che hanno firmato, hanno compiuto un gesto drammaticamente importante) avrebbe i suoi risvolti umoristici. Se persino una frase latina della “correctio” si presta a essere così variamente interpretata (nonostante il senso a me paia piuttosto chiaro), quanto più deboli sono le affermazioni eretiche che i firmatari virgolettano come se il Papa o chi per lui le avessero pronunciate, mentre invece di tratta di loro personali deduzioni. Ora, a me sembra di ricordare che i canoni di condanna delle eresie prima di essere promulgati – anche a garanzia del presunto eretico – debbano accertare esattamente e senza dubbio alcuno il contenuto ereticale chiarendo inequivocabilmente ciò che è stato pronunciato e il senso in cui è stato pronunciato. Esattamente il contrario di ciò che accade nel documento “filiale”. Che ciò fosse ignoto a blogger, saggisti, docenti di materie varie e banchieri mal consigliati, lo si può capire. Non poteva essere ignoto a un teologo dogmatico del calibro di Livi, che ha dedicato parte dei suoi studi a discernere la vera dalla falsa teologia.

Monday 25 September 2017

III. I viaggi missionari di san Giovani Paolo II

San Giovanni Paolo II ha vissuto il pontificato più lungo della storia (27 anni), superato solo dal beato Pio IX, che governò la Chiesa per 32 anni (1846-1878). Fin dall’inizio del suo pontificato (1978) si è presentato al mondo con due imperativi impetuosi e tonanti: “Non abbiate paura! Aprite le porte a  Cristo!”, proclamati, anzi gridati, rivolti al mondo dove l’uomo ha paura dell’uomo, ha paura della vita e della morte, paura delle sue stesse invenzioni che possono distruggerlo. La crisi si supera solo tornando a Cristo, amando e pregando il Salvatore dell’uomo.

Nell’insegnamento di Giovanni Paolo II il punto centrale è Cristo, Dio fatto uomo per salvare tutti gli uomini. Nella prima enciclica “Salvator Hominis”, presenta Cristo come “il centro del cosmo e della storia”, fondamento di ogni riflessione sulla Chiesa e sull’uomo. Nell’enciclica si legge (n. 10): “L’uomo che vuol comprendere se stesso fino in fondo, con la sua inquietudine e incertezza e anche con la sua debolezza e peccaminosità, con la sua vita e morte, deve avvicinarsi a Cristo…. Cristo Redentore rivela pienamente l’uomo all’uomo stesso”.

      I viaggi del Papa annunzio di Cristo ai popoli

Nei suoi 27 anni di pontificato, ha fatto più di 200 viaggi a Roma e in Italia e 105 viaggi internazionali, visitando 136 paesi, in molti dei quali è tornato più volte: 9 volte in Polonia, 8 in Francia, 7 negli Stati Uniti, 5 in Spagna e Messico, 4 in Portogallo, Brasile e Svizzera. E’ andato in tutti i paesi che poteva visitare. Impossibile andare in Cina, Russia, Vietnam e in altri paesi comunisti; in Arabia, Afghanistan, Iran e altri islamici.

Perchè viaggiava tanto? Risponde nella “Redemptoris Missio” (n. 1): “Già dall’inizio del mio pontificato ho scelto di viaggiare fino agli estremi confini della terra per manifestare la sollecitudine missionaria, e proprio il contatto diretto con i popoli che ignorano Cristo mi ha ancor più convinto dell’urgenza di tale attività”.

Quando andò in Pakistan (16 febbraio 1981), padre Schiavone, anziano missionario domenicano toscano,  mi dice:  “Giovanni Paolo II è il centravanti delle missioni” . L’ho incontrato nel 1982 a Faisalabad e mi raccontava la visita del Papa a Karachi e l’entusiasmo che aveva suscitato nello stadio cittadino pieno di giovani musulmani. Diceva: “Noi missionari che siamo in questo paese da decine d’anni, tollerati e a volte perseguitati, mai avremmo immaginato di poter essere testimoni di una scena simile: una folla di musulmani che applaudiva il nostro Papa! Abbiamo pianto di gioia”. E concludeva: “Noi missionari abbiamo trovato il nostro centravanti! Lui i goal li fa davvero!”.

 In Messico la forza del cattolicesimo popolare     

Si è calcolato che Giovanni Paolo II ha trascorso nei viaggi circa due anni dei suoi 27 di Pontificato. Si diceva: viaggia troppo, spende troppo, fa troppi discorsi. Ma lo dice chi non ha visto da vicino cosa suscita una visita del Papa in termini di fede, di entusiasmo popolare, di speranza, di solidarietà fra gli uomini. Ho accompagnato il Papa (come giornalista) in alcuni viaggi internazionali. Ricordo che in Messico (gennaio 1979), il governo laicista messicano aveva fatto il possibile per tenere la gente in casa: blocco dei trasporti, scuole e uffici aperti, trasmissioni televisive frequenti, raccomandazioni di non muoversi da casa, si prevedevano disordini.  Quando Giovanni Paolo II arriva a Città del Messico, a riceverlo non c’é né il capo dello stato né il primo ministro, solo autorità minori.

Il viaggio del Papa in auto scoperta sulla superstrada da Città del Messico a Puebla (110 km.) avviene fra una muraglia umana calcolata dai 9 ai 10 milioni di persone e nei pochi giorni di permanenza nel paese un terzo dei messicani (l8-20 su 56 milioni) sono riusciti a vederlo di persona! In quei giorni si è manifestata la forza della religiosità popolare, che mandò in crisi l’ideologia laicista dello stato messicano. Ovunque andava c’era folla di gente che attendeva da ore per vederlo passare.

In Messico il Papa ha preso solennemente le difese degli indios. A Oaxaca un indio gli dice: “Santità, noi viviamo peggio delle vacche e dei porci. Abbiamo perso le nostre terre, noi che eravamo liberi, ora siamo schiavi”. Giovanni Paolo II si stringe la testa fra le mani e rispondendo dice: “Il Papa sta con queste masse di indios e di contadini, abbandonate ad un indegno livello di vita, a volte sfruttate duramente. Ancora una volta gridiamo forte: rispettate l’uomo! Egli è l’immagine di Dio! Evangelizzate perché questo diventi realtà, affinché il Signore trasformi i cuori ed umanizzi i sistemi politici ed economici, partendo dall’impegno responsabile dell’uomo”. Il massimo quotidiano messicano, “Excelsior”, esponente del laicismo e della massoneria messicana, che si era opposto alla visita del Papa, commentava: “Dopo cinque secoli di oppressione dei nostri indios e contadini, doveva venire il Papa da Roma a dirci queste cose. Ci ha fatto vergognare di appartenere alle classi dirigenti messicane”.

Quando il Papa riparte da Città del Messico, all’aeroporto ci sono tutte le più importanti autorità politiche e militari. C’è stata una identificazione completa tra il Papa e il popolo, con momenti di intensità tale da commuovere. Il Messico massone, socialista, radicale e anticlericale è stato spiazzato dalle ondate corali di partecipazione alle funzioni religiose, dalla marea di piccola gente venuta da ogni parte del paese, che dormiva all’aperto pur di poter vedere il Papa al mattino. Nessuno si aspettava un successo così travolgente, senza precedenti in Messico.

Nella bufera di neve a Nagasaki in Giappone

Sul viaggio di soli quattro giorni in Giappone (23-26 febbraio 1981), un  missionario del Pime, padre Pino Cazzaniga (sul posto dal 1959), ha scritto[1]: “La visita del Papa è stata un successo grandioso, che nessuno aveva previsto e che nemmeno i più ottimisti pensavano possibile. Ho toccato con mano l’intervento della Provvidenza per un viaggio che avrebbe dovuto risultare negativo”. In Giappone i cattolici sono lo 0,3% dei giapponesi, ma nella città di Nagasaki sono una comunità di una certa consistenza. Quando Giovanni Paolo II doveva celebrare la Messa nello stadio di Nagasaki, da due giorni tutta la regione era travagliata da una bufera di neve, che bloccava i trasporti. Il card. Satowaki e gli organizzatori pensavano di far celebrare il Papa nella cattedrale cattolica, ma al mattino presto nello stadio incominciavano ad arrivare i fedeli e la gente comune equipaggiati da alta montagna, qualcuno era arrivato alle cinque del mattino! Per la Messa lo stadio era pieno. Il Papa celebra con un freddo polare e il vento tagliente, ma aveva 61 anni e ha potuto sostenere tre ore di Messa e di cerimonie varie. Le televisioni trasmettevano in tutto il paese.

“Così – scrive Cazzaniga – tutto il Giappone vede la scena della bufera, del vento gagliardo che fa mulinare il nevischio, del Papa che ogni tanto soffia sulle sue dita per riscaldarsele. Ma vede anche quelle decine di migliaia di persone, tremanti e ad occhi chiusi, stringendosi l’una all’altra per cercare calore e sostegno. Nessuno si muove fino alla fine della cerimonia. E’ una resistenza commovente, fa capire che sotto c’è molto di più che un semplice accorrere per un “Wojtyla Show“. Così quel cattivo tempo, che pareva uno scherzo della dea Amaterasu, risulta invece un intervento provvidenziale che mette in risalto agli occhi di tutti i giapponesi quel che conta la fede cristiana nella vita”.

Padre  Cazzaniga si chiede “cosa ha significato la visita del Papa per i non cristiani? Intanto questa visita “fa epoca” nella storia stessa del Giappone. Tutti i giornali seri ne hanno parlato in questo senso. Per la  Chiesa cattolica è un fatto unico. Secondo me, è il più grande dono che il Signore ha fatto alla Chiesa giapponese, almeno in questo secolo”.

  “E’ come se Cristo fosse tornato fra noi”

Giovanni Paolo II era profondamente innamorato di Gesù Cristo, di cui parlava non in modo distaccato, quasi fosse solo una dottrina da trasmettere, ma come una persona viva che l’ha incontrato e di cui si è innamorato. Egli esprimeva spesso con forza questa convinzione (che viene dall’esperienza): tu sei veramente uomo nella misura in cui ti lasci penetrare, coinvolgere, illuminare, cambiare dall’amore di Cristo. Essere cristiani non è una somma di cose da fare o da non fare, ma amare ed imitare Cristo: “In Lui, soltanto in Lui – ha detto ai cattolici tedeschi – noi siamo liberati da ogni alienazione e smarrimento, dalla schiavitù alle potenze del peccato e della morte”. Nel suo ultimo viaggio in Polonia, improvvisando e sventolando come una clava il rotolo di fogli che aveva in mano e picchiandoli sul leggio, tuonava forza tre volte scandendo bene le parole: “Polacchi, peccatori, convertitevi!”.

Il Presidente americano Jimmy Carter, ricevendolo alla Casa Bianca nel 1979, gli diceva: “Lei ci ha costretti a riesaminare noi stessi. Ci ha ricordato il valore della vita umana e che la forza spirituale è la risorsa più vitale delle persone e delle nazioni”. E aggiungeva: “L’aver cura degli altri ci rende più forti e ci dà coraggio, mentre la cieca corsa dietro fini egoistici – avere di più anzichè essere di più – ci lascia vuoti, pessimisti, solitari, timorosi”. Il “New York Times” scriveva: “Quest’uomo ha un potere carismatico sconosciuto a tutti gli altri capi del mondo. E’ come se Cristo fosse tornato fra noi”. E’il più bell’elogio che si possa fare del successore di Pietro.

Quando Giovanni Paolo II parlava ai “favelados” di Rio de Janeiro, ai lebbrosi di Marituba in Amazzonia, agli indios di Oaxaca in Messico o ai pescatori di Baguio nelle Filippine; quando condannava con forza ogni violazione dei diritti dell’uomo  davanti a dittatori come Marcos (Filippine), Pinochet (Cile), Stroessner (Paraguay), Mobutu (Zaire); quando parlava del valore della cultura africana (in Benin) e dello “sviluppo dal volto umano” (in Gabon), egli incideva fortemente nelle coscienze dei popoli, non solo in quelli che lo ascoltavano e vedevano in quel momento. I contenuti dei suoi discorsi e dei suoi gesti vanno visti ben al di là di quel che può dare una fuggevole immagine televisiva o il titolo a sensazione di un giornale. Quante volte un popolo sofferente e umiliato – penso alla Guinea Equatoriale spagnola, appena uscita dalla spaventosa dittatura di Macias Nguema o al Burundi emerso dalle sanguinose lotte tribali – che hanno ricevuto dalla visita del Papa il provvidenziale stimolo a riprendere con coraggio la via della riconciliazione e della ricostruzione.

 In Asia la Chiesa porta Cristo, non l’Occidente    

Interessante il fatto che il Papa, visitando le giovani Chiesa in Asia e Africa, aveva il coraggio di porre dei gesti che rischiavano di venire mal interpretati, ma erano profetici rispetto a quella Chiesa. Ad esempio, la lunga visita in India (1 – 10 febbraio 1986) e l’insistenza sul dialogo interreligioso con indù e buddisti, mettendo però ben in risalto che il dialogo (non religioso, ma per promuovere l’uomo e i suoi diritti) non sostituisce l’annunzio. In questo era stato criticato nel gregge e anche nella stampa cattolici. Un vescovo indiano dell’Andhra Pradesh mi diceva: “Il Papa non capisce la nostra situazione in India, dove  i partiti indù e  nazionalisti sono anzitutto anti-cristiani e spesso noi cristiani siamo perseguitati”. Ma il Papa, come il Buon Pastore, apriva il cammino e andava per la sua strada. Così, in preparazione al Giubileo del 2000, quando insisteva sulla “purificazione della memoria”, chiedendo perdono dei peccati che i popoli cristiana hanno commesso verso gli altri popoli, non tutti approvavano. Oggi comprendiamo meglio e in futuro quelle saranno citate come parole profetiche.

Nel continente asiatico, sostanzialmente ancora impenetrabile al cristianesimo, il Papa polacco ha dato della fede in Cristo un’immagine molto positiva in senso umano, di difesa dell’uomo, della giustizia e della pace. In passato le missioni erano spesso accusate di essere collegate col colonialismo e di essere espressione della civiltà occidentale. Giovanni Paolo II, che ha appassionatamente difeso “le radici cristiane dell’Europa”, ha anche rifiutato l’identificazione del cristianesimo con l’Europa e l’Occidente. Nelle due guerre in Iraq, ad esempio, che in Asia hanno avuto un’eco negativa enorme, il Papa ha parlato forte e chiaro contro quegli interventi militari ed è apparso a tutti che non ha “sposato” la causa dell’Occidente.

Gli Istituti missionari, le Pontificie opere missionarie e i Centri diocesani missionari, le Ong missionaie laicali invitano a:  “Il Festival della Missione – Mission is possible – Brescia, 12-15 ottobre 2017”. Spettacoli, concerti, conferenze, incontri con i missionari, mostre fotografiche, momenti di preghiera e molto altro. Per la prima volta il mondo missionario italiano unisce le forze per raccontarsi a tutti con i linguaggi nuovi e testimoniare nelle piazze la gioia del Vangelo. Perché la Missione alle Genti è possibile. www.festivaldellamissione.it

[1] Pino Cazzaniga, “Come i giapponesi hanno visto il Papa”. In “Mondo e Missione, giugno-luglio 1981, pagg. 367-394.

Tuesday 19 September 2017

Caso Orlandi: se vero o falso pari sono…

Cari amici, mi permetto qui di postare qualche parola di commento sulla vicenda del documento sul caso di Emanuela Orlandi pubblicato dal Corriere della Sera e da Repubblica (quest’ultima anticipando il contenuto di un nuovo libro di Emiliano Fittipaldi). Credo infatti che segni un punto di svolta (o di non ritorno) per il giornalismo del nostro Paese.

La storia del rapimento della Orlandi, la ragazza scomparsa dal centro di Roma il 22 giugno 1983, è una vicenda intessuta di depistaggi e intrighi internazionali con messaggi e ricatti certamente indirizzati al Vaticano. È una vicenda ancora avvolta nel buio, e purtroppo le inchieste della magistratura non sono arrivate a nulla.

Perché sostengo che quanto è accaduto lunedì 18 settembre 2017, con la divulgazione dell’ultimo documento, evidentemente scritto e costruito come una “patacca”, rappresenta un punto di non ritorno? Lo spiego subito. Un documento – in questo caso il clamoroso e quanto mai presunto rendiconto delle spese sostenute dalla Santa Sede per “gestire” il rapimento Orlandi e le rette pagate per la sua permanenza all’estero – può essere vero o falso. Tertium non datur. Se è vero, va pubblicato con tutte le pezze d’appoggio del caso, dopo una seria e documentata inchiesta giornalistica. Ribadisco che se fosse vero, il Vaticano dovrebbe chiudere domani (altro che riforma), perché significherebbe essere tornati all’epoca dei Borgia, oltre che macchiare indelebilmente il pontificato dell’ultimo Papa proclamato santo, Giovanni Paolo II. Se è falso, va spiegato perché è falso, ed eventualmente pubblicato in un contesto nel quale si parla di depistaggi, ricatti, veleni, etc. etc. Ma dicendo, dopo le opportune verifiche, che è falso. Attenzione: non sto dicendo che, se è falso, non se ne dovesse parlare.

Se quel documento (dopo le opportune verifiche che competono al giornalista, non al lettore) fosse risultato vero, saremmo di fronte a uno scoop mondiale, epocale: non soltanto sarebbe stato risolto uno dei misteri più oscuri della nostra storia recente, più o meno collegato ad altri misteri, come l’attentato a Papa Wojtyla e lo scandalo IOR-Ambrosiano, ma si sarebbe anche messa in luce la tremenda responsabilità di un’istituzione che pur predicando pace, amore, rispetto per i diritti umani, si sarebbe poi comportata in tutt’altro modo, tradendo palesemente il suo messaggio ai danni di una povera ragazza e di una altrettanto povera famiglia di dipendenti vaticani. Non ci sarebbero scuse: se la verità sul caso Orlandi fosse quella contenuta nel testo pubblicato da Fittipaldi i fedeli cattolici avrebbero il diritto-dovere di chiedere che tutto lo Stato della Città del Vaticano venisse chiuso e la Curia azzerata.

Se invece quel documento (dopo le opportune verifiche che competono al giornalista, non al lettore) fosse risultato falso, saremmo di fronte a un nuovo capitolo di Vatileaks, a un tentativo di depistaggio o peggio di ricatto, a uno degli innumerevoli segnali trasversali che purtroppo hanno segnato tutta la vicenda Orlandi.

Che cosa, a mio modesto avviso, non dovrebbe mai accadere. Non dovrebbe mai accadere che un giornalista pubblichi un documento dicendo: forse è vero, forse è falso. Se sia vero o falso io non lo so e non lo posso sapere, fate voi cari lettori. Di certo c’è che sia che sia vero, sia che sia falso, il Vaticano ci deve delle spiegazioni. Ma che modo di ragionare è mai questo? L’onere della prova, della verifica, del lavoro di scavo, spetterebbe al lettore o alla parte in causa, la Santa Sede. Io giornalista ho ricevuto questa carta e ve la spiattello, senza potervi dare una conclusione sulla sua autenticità. Ripeto: non sto dicendo che se quel testo è falso, allora non avrei dovuto raccontare la sua storia, il perché fosse conservato nell’archivio di monsignor Vallejo Balda, il perché la sua esistenza sia stata preannunciata da chi si dedica ad avvelenare i pozzi, etc. etc.

Sto dicendo che lasciare a chi legge l’onere della verifica è la fine del giornalismo. E se non si raggiunge una qualche ragionevole certezza sulla natura di un testo, così da poterlo inquadrare e contestualizzare (converrete con me che vero o falso non sono la stessa cosa, men che meno in una vicenda come questa), allora non lo si pubblica.

Veniamo infine al documento. Che sia scritto come una patacca è evidente a una prima lettura a chiunque abbia un minimo di dimestichezza con i documenti e i testi prodotti nella Curia romana. Al di là degli errori formali, ci sono problemi di sostanza. Come si può anche soltanto immaginare che nel 1998, con inchieste della magistratura italiana ancora aperte, la Segreteria di Stato commissioni la stesura di una nota spese complessive per la gestione del crimine Orlandi (detenzione della ragazza all’estero senza riconsegnarla alla famiglia tenuta all’oscuro di tutto, gestione del suo ritorno in Vaticano con annesse «pratiche finali» che lasciano intendere il peggio), e che questa venga compilata in triplice copia coinvolgendo diverse persone che fino a quel momento dovevano essere all’oscuro di tutto, a partire dal cardinale Lorenzo Antonetti, presidente dell’APSA?

Dunque: non tornano la forma, il linguaggio, la mancanza di intestazione e di timbri, la mancanza di firma, l’errore nel nome dell’arcivescovo Tauran. Non torna il contenuto: il segreto così ben conservato sulla Orlandi sarebbe stato reso noto a diversi dipendenti della Santa Sede al fine di avere una nota spese finale di tutta l’operazione. Non torna il fatto che una ragazza rapita sarebbe stata tenuta prigioniera non in un covo sotterraneo, ma in convitti e residence nel centro di Londra, con il rischio che qualcuno la fotografasse e la riconoscesse. Non torna il fatto che una ragazza sotto sequestro da parte del Vaticano sarebbe stata portata a far visitare da medici con tanto di pagamento di parcella… Insomma, non ci vuole l’acume di Sherlock Holmes per capire che ci si trova di fronte a una vera e propria “patacca”, maldestramente confezionata.

Ora, qualcuno potrebbe osservare: e se gli errori così grossolani e palesi fossero stati inseriti apposta nel documento proprio per screditarlo in caso di sua divulgazione? Certo tutto è possibile. Anche che l’anziano cardinale Antonetti si sia trasformato in un abile agente 007, e che abbia infarcito – forzando sé stesso – quel balordo rendiconto, di tante assurdità formali, per tutelare se stesso e la Santa Sede. Ma anche ipotizzando ciò (e bisogna mettercela tutta per farlo) resta il macigno delle obiezioni sostanziali: che bisogno aveva la Segreteria di Stato di far pagare la “retta” mensile per il rapimento Orlandi dall’ente pagatore APSA, invece di usare per questo i fondi riservati a sua disposizione, sui quali è tenuta a rendere conto soltanto al Papa? E che bisogno aveva di avere un’accurata nota spese finale, con tanto di ricevute e pezze d’appoggio?

La Santa Sede ha smentito seccamente affermando ciò che è evidente a chiunque legga quel testo: è un falso. Il cardinale Re, destinatario indicato nella “patacca”, ha detto di non aver mai ricevuto quel documento. Questo chiude il mistero? Questo fa chiarezza sul caso Orlandi? Certamente no. Perché è vero che quel documento è stato fabbricato da qualcuno, e che questo qualcuno aveva uno scopo: depistare o ricattare, mandare segnali o magari ottenere qualcosa in cambio. Questo qualcuno sa qualcosa sul caso Orlandi che a noi è sconosciuto? Può essere, ed è pure probabile. Allora l’inchiesta giornalistica, partendo dal falso ci avrebbe dovuto presentare questo contesto. Ma, ripeto, l’onere della prova sull’autenticità non può essere lasciato al lettore, né al Vaticano. Perché vero o falso pari non sono, mai. E non lo sono nemmeno nel pozzo senza fondo del caso Orlandi.

Thursday 14 September 2017

II. La crisi dell’ideale missionario dopo il Vaticano II

Il Concilio Vaticano II, terminato nel 1965, aveva suscitato grandi speranze per la Missione alle Genti. La storia è poi andata in altro modo. I testi conciliari sono ancor oggi ottimi per promuovere lo spirito missionario, ma non sono riusciti a dare quella spinta verso il primo annunzio di Cristo ai tre quarti dell’umanità, come Giovanni XXIII aveva previsto: “Il Concilio sarà per la Chiesa una nuova Pentecoste”.

Il terremoto che ha sconvolto l’Occidente

Dopo il 1965, i documenti conciliari si diffondono e discutono, spesso interpretati in modi diversi e non secondo le norme d Paolo VI per l’applicazione del Concilio (Motu proprio “Ecclesiae Sanctae”, 6 agosto 1966). Ad esempio la S. Mesa in lingua italiana, autorizzata nel 1965 su un testo sperimentale (“ad experimentum”), aveva generato tante S. Messe l’una diversa dalle altre, secondo la “liturgia creativa” di moda a quel tempo.. Fra noi, giovani sacerdoti, correva la voce di chiedere alcuni anni di “esclaustrazione”, per sperimentare nuove forme di vita sacerdotale vicine al modo di vivere del Popolo di Dio. Le diocesi italiane, gli istituti e congregazioni maschili e femminili, sperimentavano una continua uscita di preti, fratelli e suore. La grande maggioranza dei quali non tornavano più.

Il post-Concilio ha poi incrociato il terremoto che ha sconvolto le società dei paesi occidentali, il “Sessantotto”, la contestazione della società e delle autorità. Tutte le autorità, governo, imprenditori, insegnanti, Polizia e Carabinieri, preti, genitori, ecc. Un fenomeno nato negli Stati Uniti e in Italia nel novembre 1967 con  l’occupazione dell’Università cattolica di Milano da parte di un gruppo di studenti, che subito infiammava altre Università e dilagava in tutto il paese. Nei primi studenti della Cattolica, la contestazione aveva un certo profumo cristiano (pace, amore, giustizia per i poveri) che faceva prevedere qualcosa di buono in senso evangelico. Invece il movimento giovanile era subito dominato dai capipopolo più tonanti e violenti., e orientato non verso la rivoluzione del Vangelo, ma quella  di Karl Marx, socialista e comunista, e quella radicale, laicista, “marcusiana” (del filosofo Marcuse) e anti-cristiana.

Per la Chiesa italiana, quello era il momento di scendere in campo proclamando che solo Gesù Cristo porta la vera pace (perdonare le offese), il vero amore (dare la vita per i fratelli), la giustizia per i poveri (cfr. 2 Pt 3, 13-14)! Invece, associazioni e personalità cattoliche si sono intruppate nel “pensiero unico” del Sessantotto. Il dissenso nella Chiesa lo sperimentava Paolo VI già nel 1968, con le contestazioni anche da parte di teologi e personaggi cattolici alla “Humanae Vitae“, mentre nel 1967, il Papa era esaltato per la “Populorum Progressio”! L’enciclica “Humanae Vitae” richiamava il Vangelo e la dottrina cristiana sulla sacralità della vita umana. Ma allora si parlava di “bomba atomica demografica” e l’autorevole “Club di Roma” (formato da una decina di Premi Nobel) nel 1970 prevedeva che nell’anno 2000 la terra avrebbe avuto dai nove ai dieci miliardi di esseri umani e quasi tutta la stampa italiana proclamava: “La terra scoppia, fate meno figli!”.

La storia è giudice infallibile, perché la storia è Dio e ha dimostrato che Paolo VI aveva ragione! Quarant’anni dopo, il Presidente della Repubblica italiana, Carlo Azeglio Ciampi, nel messaggio per la festa della donna dell’8 marzo 2004 ha detto agli italiani: “Il problema numero uno dell’Italia sono le culle vuote”. Ma dopo di lui, il Presidente Giorgio Napolitano non ha più denunziato, non si capisce perché, questa auto-distruzione dell’Italia.

 Il Sessantotto disastroso per la fede e la vita cristiana

Difficile, per chi non c’era in quegli anni di passione, capire il clima culturale e sociale creato dal Sessantotto, che ha dissestato la scuola italiana (sono 50 anni che si va avanti con la continua Riforma della Scuola!), la famiglia naturale (le “culle vuote” e l’infinita schiera di coniugi separati, divorziati, in Tribunale, con bambini sballottati dall’uno all’altra), ecc. Certo, nei piani di Dio il tempo elettrizzante del “Sessantotto” ha avuto anche qualche funzione positiva per la Chiesa: oggi il trionfalismo, il formalismo, il clericalismo non hanno più senso; i vescovi, i parroci e i preti si sono avvicinati alla gente comune; i fedeli non sono più solo esecutori di ordini che vengono dall’alto, sono anch’essi protagonisti, evangelizzatori.. Ma nella grande svolta epocale del post-Concilio si può essere d’accordo con Benedetto XVI, che nell’estate 2005, mentre era in vacanza ad Introd (Valle d’Aosta), affermava che nel tempo della “grande crisi scatenata dalla lotta culturale del ’68, realmente sembrava tramontata l’epoca storica del cristianesimo”; il Papa leggeva il Sessantotto come “un conflitto fra visione religiosa e opzione secolarista della vita dell’uomo. Per tale movimento culturale, il tempo della Chiesa e della fede in Cristo era considerato finito”. Infatti, andare contro corrente in quei tempi era oltremodo pericoloso, come hanno sperimentato i giovani di C.L. (Comunione e Liberazione), che avevano una presenza cristiana attiva nelle scuole e università ed erano ospitati nel Centro missionario del Pime a Milano (con due auto della Polizia sulla strada quando c’erano conferenze importanti).

Difficile anche capire come gli assurdi ideali e modelli dal Sessantotto possano aver affascinato associazioni e ambienti cattolici (cfr. Roberto Beretta, “Il lungo autunno – Controstoria del Sessantotto cattolico”, Rizzoli 1998, pagg. 370). In quel tempo, invitato a parlare in un seminario di teologia del Nord Italia, entro nella grande sala dove ci sono i giornali e la Tv, con i muri tappezzati di manifesti del Che Guevara, Mao Tze Tung, Fidel Castro, il “Vietnam libero” (quello governato dai comunisti!). Dico al rettore che non mi sembrano manifesti per  futuri sacerdoti. Risponde: “Cosa vuole, sono giovani e bisogna lasciarli esprimere. Poi cambieranno parere…”. Nel novembre 1989, una importante rivista cattolica scriveva: ”Si festeggia il crollo del Muro di Berlino, ma adesso chi difenderà i diritti dei poveri?.”

In quegli anni si sono affermate le ideologie più nefaste, che generavano le “Brigate rosse” e il terrorismo e allontanavano il popolo italiano da Dio e da Gesù Cristo. Le indagini di sociologia religiosa indicavano una continua diminuzione della pratica religiosa e una perdita progressiva dell’identità cristiana, fino all’estremo di un movimento (l’ho visto nascere in Cile nel 1972) i “Cristiani per il Socialismo”: due termini inconciliabili, secondo i documenti papali, dalla “Rerum Novarum” di Leone XIII (1891) alla “Octogesima adveniens” di Paolo VI (1971, nn. 26, 28, 30).

Allora si diceva che la Chiesa non ha bisogno di una “Dottrina sociale cristiana”, non è suo compito dare orientamenti politici ed economici. Per capire e migliorare la società, anche i cristiani debbono ricorrere alla lettura “scientifica” del marxismo e alla prassi del socialismo. Chi ha rimesso in vigore la “Dottrina sociale della Chiesa” è stato Giovanni Paolo II a Puebla (Messico) nel gennaio 1979. Paolo VI (il Papa martire del sec. XX) non usava più quel termine che suscitava rifiuto anche in campo cattolico.

La crisi dell’ideale missionario in Occidente

In Europa e Nord America, una certa teologia disincarnata dalla realtà proclamava come verità ipotesi del tutto false (o anche vere, ma solo in particolari situazioni), che poi entravano nel sentire comune. Alcuni esempi:

–         La Chiesa è fondata in tutto il mondo, sono le giovani Chiese che debbono annunziare Cristo ai loro non cristiani.

–         Perché mandare missionari in Africa e Asia? Lasciamo che le giovani Chiese si sviluppino in piena libertà, secondo le loro culture e religioni. Allora avremo le Chiese locali adatte per i loro popoli.

–         Manchiamo di sacerdoti in  Italia, perché voi missionari andate a portare Cristo in altri continenti, quando lo stiamo perdendo noi italiani?

–         Ogni religione ha i suoi valori e tutte portano a Dio, che senso ha il “proselitismo” missionario verso altri popoli?

La crisi dell’ideale missionario ha diviso profondamente le forze missionarie (istituti missionari, riviste, animazione missionaria, ecc.). Nell’estate 1968 ho partecipato alla Settimana di Studi missionari a Lovanio, sul tema “Liberté des Jeunes Eglises“, organizzata e diretta dall’indimenticabile amico gesuita padre Joseph Masson (“perito” e membro della Commissione per l’Ad Gentes del Vaticano II) . Diverse voci di studiosi, teologi, missiologi esprimevano forti dubbi sul mandare missionari europei in altri continenti;. lasciamo che le giovani Chiese raggiungano una loro maturità senza influssi e imposizioni esterne. Pensavo: ma solo tre anni fa la totalità dei vescovi delle missioni si sono espressi in modo radicalmente opposto, chiedendo nuovi missionari.

La crisi della “Missione alle Genti” si è manifestata nella chiusura delle tre “Settimane di studi missionari” che si tenevano all’Università cattolica a Milano (esperienza chiusa nel 1969), a Burgos in Spagna (1970) e a Lovanio in Belgio (1975, nata negli anni venti!)). Questi incontri religioso-culturali di buon livello culturale avevano manifestato un malessere e forti contrasti nel campo missionario, rimbalzati sulla stampa laica dei singoli paesi, che s’è creduto bene di non continuare, per non approfondire le divisioni. Il dissenso cattolico era influenzato dall’ideologia marxista-leninista-maoista, che trionfava in quegli anni e che ispirava anche la lotta contro la fame nel mondo: il cosiddetto “Terzomondismo”.

Oggi l’ideale  missionario, come le vocazioni missionarie, sono quasi scomparsi. II fuoco della passione missionaria, di annunziare  Gesù Cristo alle infinite schiere dei popoli non cristiani, non infiamma più i giovani d’oggi, non se ne parla più. “La Chiesa in uscita” di Francesco è un ottimo slogan, e il Capitolo I° della “Evangelii Gaudium”: “La trasformazione missionaria della Chiesa”, delinea il programma del suo pontificato: tutta la Chiesa, diocesi e parrocchie e ogni altro ente ecclesiale, debbono convertirsi ad una pastorale missionaria: “Voglio una Chiesa tutta missionaria”. “Se la Chiesa intera assume questo dinamismo missionario, deve arrivare a tutti senza eccezione” (n. 48 della E.G.).  Ma quando tutti sono missionari, la missione incomincia e spesso finisce a casa nostra. Il caro e provvidenziale Papa Francesco non parla più della “Missione alle Genti”, che è diversa dalla “Nuova Evangelizzazione”.

La Redemptoris Missio dedica il Capitolo IV per spiegare che “La Missione alle Genti conserva tutto il suo valore” (n. 33) ed è “ancora agli inizi” (n. 40), le difficoltà interne ed esterne, gli ambiti in cui si svolge. “Le genti che non hanno ancora ricevuto il primo annunzio di Cristo sono la maggioranza dell’umanità” (n 40); “Gli uomini che attendono Cristo sono ancora un numero immenso” (n. 86). Possibile che 27 anni dopo, il mondo sia così cambiato, che la Chiesa rischia di  perdere il fantastico patrimonio storico e attuale della “Missione alle  Genti”, i martiri che offrono la loro vita per testimoniare Gesù Cristo, i prodigiosi e miracolosi interventi della Spirito Santo là dove ancor oggi nasce la Chiesa, gli eroismi dei pionieri e dei fondatori di Chiese, la poesia di andare fino agli estremi confini della terra e nelle isole più lontane per portare Gesù Cristo alle genti più povere e abbandonate?

Si dirà che esagero. Ma quando non si parla più di un problema, di una realtà esistente, quel problema e quella realtà interessano sempre meno, problemi e realtà più vicini e più urgenti prendono il loro posto. Questo il destino della “Missione alle Genti”. Gli Istituti missionari, le Pontificie opere missionarie e i Centri diocesani missionari reagiscono con  “Il Festival della Missione – Mission is possible – Brescia, 12-15 ottobre 2017”. Spettacoli, concerti, conferenze, incontri con i missionari, mostre fotografiche, momenti di preghiera e molto altro. Per la prima volta il mondo missionario italiano unisce le forze per raccontarsi a tutti con i linguaggi nuovi e testimoniare nelle piazze la gioia del Vangelo. Perché la Missione alle Genti è possibile. www.festivaldellamissione.it

Wednesday 13 September 2017

Caffarra, e quell’amico che si tuffa

Cari amici, sono tornato dalla Colombia dove ho seguito il viaggio del Papa e dove – a causa dell’altitudine di Bogotà, ho avuto qualche serio problema di pressione. Non avevo cominciato nel migliore dei modi il viaggio, a causa della fake news di una mia imminente nomina a direttore di Avvenire, a cui si è aggiunto il giorno successivo un velenoso (e anonimo) articolo sul Foglio, nel quale riciclando una vecchia bufala circolata in ambienti clericali si diceva – senza fare il mio nome, ma lasciandolo intendere – che starei addirittura trattando con la Cei per ottenere cifre a sei zeri! Non c’è neanche un briciolo di verità in tutto ciò.

Mentre eravamo in volo verso la Colombia ci ha raggiunti la notizia (grazie al wifire di Alitalia) della morte improvvisa e inaspettata del cardinale Carlo Caffarra. Vorrei dire anch’io qualcosa su di lui. Ho atteso a farlo sia per motivi di salute (ora sto meglio, grazie a Dio), sia perché non desideravo neanche lontanamente far pensare di voler “mettere il cappello” su un porporato che suo malgrado è diventato un simbolo per una certa parte di critici dell’attuale pontificato. Anche se, a questo proposito, vorrei far notare 1) che Francesco ha lasciato l’arcivescovo di Bologna in carica per un biennio oltre i 75 anni, nominandolo al Sinodo sulla famiglia; 2) che la posizione di Caffarra non è sovrapponibile a quella del cardinale Raymond Leo Burke, dato che Caffarra non ha mai parlato della bizzarra “correzione formale” al Papa.

Non sono però i dubia al centro di questo post. Volevo parlare, invece, di misericordia, ricordando qualcosa che mi aveva colpito ascoltando una conferenza che il cardinale Caffarra aveva tenuto ad Ancona nel maggio 2016, in pieno Giubileo. In quell’occasione, tra l’altro, aveva sottolineato come la misericordia sia una caratteristica profondamente legata all’identità di Dio e aveva spiegato che il perdono di un peccatore è più grande della creazione. L’arcivescovo emerito di Bologna aveva anche parlato di due rischi opposti a proposito di giustizia e misericordia. Il primo – che egli riteneva oggi più presente nella vita della Chiesa – è quello della misericordia senza conversione, vale a dire della misericordia che non interroga né provoca un cambiamento, ma viene considerata alla stregua di un lasciapassare per giustificare il peccato. Questo rischio sfigura – spiegava Caffarra – l’identità di Dio. Il secondo rischio è quello di un cristianesimo ridotto a codice morale, a norme, leggi e divieti. E questo sfigura il vero volto del cristianesimo.

A proposito di questo secondo rischio, Caffarra faceva un esempio illuminante e commovente. Pensiamo – diceva – a due amici che camminano lungo un fiume. Uno sa nuotare, l’altro no. Quello che non sa nuotare ad un certo punto scivola in acqua e viene trascinato dalla corrente. L’atteggiamento di chi riduce il cristianesimo a una morale, a leggi e divieti, è simile a quello dell’amico che vedendo il compagno affogare, pretendesse di salvarlo restandosene all’asciutto sulla riva e spiegandogli come si fa a nuotare, cioè la teoria del nuoto.

Non è stato questo l’atteggiamento di Gesù. Il Nazareno è l’amico che si tuffa, si bagna, rischia e abbracciandoci ci salva dal turbinio della corrente che trascina verso il male. Certo, noi dobbiamo convertici, cioè permettere che Lui ci abbracci. Dobbiamo lasciarci avvicinare, lasciare che ci afferri, che amandoci ci porti in salvo. E’ bellissima, a mio avviso, la dinamica che il cardinale evidenziava con questo illuminante esempio. Perché ci parla dell’iniziativa del Dio che ci precede, di Gesù che entra nella casa del peccatore e si siede a mensa con lui, di Gesù che alza lo sguardo e vuole bene a Zaccheo, di Gesù che non condanna l’adultera e dunque non applica la legge di Mosè. Ci parla di un Dio che si coinvolge, entra nel groviglio delle nostre contraddizioni, e ci attrae con il suo amore e la sua misericordia. Certo noi dobbiamo permettergli di abbracciarci e di trarci in salvo, cioè dobbiamo riconoscere di aver bisogno di aiuto. Dobbiamo lasciarci salvare dalla corrente che ci trascina via. E dobbiamo tendere la mano ogni qual volta ricadiamo nel fiume, perché Gesù è l’amico pronto ad afferrarci nuovamente. “Quante volte?” chiedeva Pietro. “Settanta volte sette”, cioè sempre, rispondeva Gesù.

Ma quanto è diverso questo atteggiamento da quello di chi ha ridotto il cristianesimo a un manuale di precetti morali e di divieti, da chi pontifica sempre sui peccati (veri o presunti) degli altri, da chi spara giudizi senza nemmeno lasciarsi scalfire da un briciolo di umanità verso colui o colei che diviene oggetto della reprimenda. Senza abbracciare e coinvolgersi, si sfigura il cristianesimo. Allo stesso modo in cui si sfigura l’immagine di Dio facendo credere che il male sia bene e che il peccato non esista. A Dio, Eminenza. Lei che non ha mai smesso di testimoniare la salvezza di quell’abbraccio di Cristo che oggi contempla, senza dubia, nel Suo Volto glorioso.

Tuesday 05 September 2017

I. Al Concilio Vaticano II, lo Spirito Santo salva l’Ad Gentes

Inizio oggi una serie di articoli sulla “Missione alle Genti”, cioè ai popoli non cristiani, che sono i tre quarti dell’umanità. La metà dei quali (circa due miliardi) non hanno ancora ricevuto il primo annunzio della nascita di Gesù Cristo, Salvatore dell’uomo e dell’umanjtà, Questi Blog preparano il “Festival della Missione”, che avrà luogo a Brescia dal 12-15 ottobre 2017. Nel prossimo Blog maggiori notizie. P. Gheddo.
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Alla fine del Concilio Vaticano II (1962-1965) l’entusiasmo per la Missione alle Genti era alle stelle. Ho vissuto dall’interno quei quattro anni, come giornalista de “L’Osservatore Romano” e di “Mondo e Missione” e “perito” della Commissione per l’Ad Gentes. A noi, giovani (e ingenui) preti di quel tempo, pareva possibile e forse anche probabile “la conversione dei popoli a Cristo nella nostra generazione”. La Chiesa si presentava al mondo non cristiano profondamente rinnovata, e proprio nell’ultimo giorno del Vaticano II (7 dicembre 1965), siamo testimoni di un intervento prodigioso, miracoloso, dello Spirito Santo, per salvare il Decreto Ad Gentes.; che per tutta la durata del Concilio, fu il documento più contestato e con il maggiori numero di rifacimenti (sette edizioni diverse!).

La Nota 37 del Capitolo VI dell’Ad Gentes

Il tema della Missione alle Genti era il più difficile e il meno conosciuto dai 2.500 Padri conciliari. Le difficoltà venivano dalla grande diversità di situazioni all’interno del mondo missionario, diretto da Propaganda Fide (esteso ai cinque continenti). Il testo iniziale del Decreto “Ad Gentes”, preparato prima del Concilio secondo una visione tradizionale delle missioni, prestava scarsa attenzione ai problemi nuovi. Era troppo diverso da quello che i Padri conciliari indicavano nei loro interventi. Si ebbero forme di protesta di singoli vescovi e anche di due o tre conferenze episcopali (mai giunte alla ribalta della stampa), che turbavano i membri della Commissione, a quel tempo non abituati a forme ruvide di “contestazione”

Nel tempo del Concilio si verificavano cambiamenti molto rapidi e radicali nel mondo non cristiano, che rendevano problematico il futuro delle missioni: indipendenza delle giovani nazioni, presa di coscienza delle loro culture e religioni, forti opposizioni ai missionari stranieri (in Asia), moltiplicazione dei vescovi indigeni, urgenza di misure forti per “inculturare” il Vangelo, rapporti difficili fra Chiesa e autorità politiche, mancanza di norme per la partecipazione delle diocesi dei paesi d’antica cristianità all’attività missionaria: la “Fidei Donum” aveva suscitato un grande fervore missionario nelle diocesi, ma i vescovi delle missioni si lamentavano di vari inconvenienti, ecc.

Mancava il tempo per discutere il Decreto “Ad Gentes” fra i Padri conciliari, maturarne i contenuti e poi scriverlo e farlo approvare in aula (la Basilica dei Santi Apostoli Pietro e Paolo in Vaticano), Un solo esempio. I due vescovi del Pime nell’Amazzonia brasiliana, Aristide Pirovano di Macapà (stato dell’Amapà) e Arcangelo Cerqua di Parintins (stato di Amazonas) si erano fatti promotori di un’azione (diciamo “lobbistica”) dei vescovi latino-americani, i quali riuscirono ad inserire la Nota 37 del Capitolo VI° dell’Ad Gentes. La Nota equipara le (allora) 25 prelazie dell’Amazzonia brasiliana e le molte altre dell’America Latina ai territori missionari dipendenti da Propaganda Fide. Altrimenti, buona parte dei territori missionari dell’America Latina, che per motivi storici dipendevano da altre Congregazioni vaticane, rimanevano esclusi dai consistenti aiuti delle Pontificie opere missionarie.

Nella votazione decisiva (novembre 1965), 117 padri dell’America Latina bocciano la definizione della missione che sembrava escluderli dai “territori di missiome. Ma anche con 117 contrari (su 2.153 voti), la definizione sarebbe passata. Però altri 712 Padri approvano ma “iuxta modum” (cioè: io voto il testo, ma solo se si inserisce la proposta dei prelati amazzonici). Il testo dell’Ad Gentes era da riscrivere (per l’VIII° volta!) perché non approvato dai due terzi! Così si è giunti a far inserire la Nota 37 del Cap. VI dell’Ad Gentes.

Ridurre il Decreto Ad Gentes a sei pagine o abolirlo?

Le difficoltà aumentano quando il 23 aprile 1964, fra la II e la III sessione conciliare, la segreteria del Concilio manda una lettera alla nostra Commissione delle missioni: il Decreto deve essere ridotto a poche proposte. Non più un testo lungo e ragionato, ma un semplice elenco di proposte! Si tentava di far terminare il Concilio con la III sessione (14 settembre – 21 novembre 1964). Alcuni documenti conciliari potevano essere abbastanza ampi; altri, ritenuti meno importanti, dovevano limitarsi a poche pagine di proposte. La motivazione ufficiale era che molti punti di teologia missionaria dell’Ad Gentes erano già nella Costituzione Lumen Gentium (sulla Chiesa) o contenuti in altri documenti ufficiali dei Papi e della stessa Propaganda Fide. Ma era voce comune che le spese per i Padri conciliari e la macchina del Concilio erano del tutto insostenibili per la S. Sede. Pare che poi siano intervenuti gli episcopati più ricchi, specie quello americano e in particolare il card. Francis Spellman di New York (1889-1967), espansivo e simpatico personaggio simbolico della potenza americana, sul quale e sui suoi interventi in latino (la lingua del Concilio) giravano aneddoti gustosi..

Comunque, la Commissione delle missioni lavora a spron battuto per ridurre l’Ad Gentes a 13 proposte. Ne viene fuori un testo lungo solo sei pagine, 200 righe, quasi un susseguirsi di slogan! Un’assurdità, quando si pensa che il documento precedente (la quarta stesura dell’A.G.), era giudicato da tutti un testo ben riuscito in sei capitoli. Nell’estate 1964, le sei pagine con le 13 proposte, vengono stampate e inviate ai Padri conciliari in tutto il mondo e subito arrivano a Roma le proteste dei vescovi e non solo quelli di missione. Il card. Frings arcivescovo di Colonia (il suo “perito” era don Joseph Ratzinger, anche lui membro della Commissione delle missioni) manda lettere ai vescovi tedeschi e ad altri, sollecitandoli a protestare: “Ma come! Si afferma che lo sforzo missionario è essenziale per la Chiesa e poi si vuol ridurlo a poche pagine? Incomprensibile, impossibile, inaccettabile”. Il card. Valeriano Gracias di Bombay scrive che se l’Ad Gentes sono solo quelle poche righe, lui torna subito alla sua metropoli indiana.

Vista la situazione, alla ripresa dei lavori nell’aula conciliare (settembre 1964) un gruppo di vescovi chiedono di abolire il documento sulle missioni, integrando il materiale nella “Lumen Gentium” (sulla Chiesa); altri insistono nel mantenere il breve testo con le 13 proposte; altri invece, più numerosi e agguerriti (c’erano missionari di foresta, che solo al vederli non si poteva dir loro di no), vogliono un vero Decreto sulle missioni e procedono a contatti personali, uno per uno, con tutti i Padri conciliari, conquistando seguaci. La battaglia in aula si conclude nel novembre 1964 alla presenza di Paolo VI: solo 311 Padri conciliari votano il Decreto sulle missioni ridotto a 13 proposte (e molti di questi lo fanno per rispetto al Papa). Ma 1601 chiedono che il Decreto missionario sia salvato nella sua interezza. Così il Concilio non termina con la III sessione, ma si prolunga nella IV, la più lunga di tutte: 14 settembre – 7 dicembre 1965.

Dopo quattro anni di intenso lavoro della Commissione conciliare per l’Ad Gentes (di cui facevo parte) e sette edizioni di quel testo, nel novembre e inizio dicembre 1965 il Concilio ha dovuto fare, per il solo Ad Gentes, ben 20 votazioni. Il Decreto era approvato dalla grande maggioranza ma con circa 500 pagine di “iuxta modum”. E poi interventi in aula che chiedevano ancora aggiunte, correzioni, espressioni diverse. Numerosi gruppi di Padri conciliari protestavano perché non potevano discutere e inserire nel testo le loro proposte. Mancava meno di un mese al termine del Concilio e ancora si doveva riscrivere tutto il Decreto! Nella Commissione missionaria c‘era chi si rassegnava a veder bocciato l’Ad Gentes (un fiasco storico!), chi voleva chiedere un intervento di Paolo VI, chi pregava lo Spirito Santo.

Infatti., misteriosamente (è la parola giusta), nell’ultima giornata del Vaticano II (7 dicembre 1965), tutto è andato a posto: la votazione finale registra 2.394 voti favorevoli, solo 5 contrari, il più alto livello di unanimità nelle votazioni del Concilio! “Lo Spirito Santo c’è davvero!”, esclamava il card. Pietro Gregorio Agagianian, prefetto di Propaganda Fide e presidente della Commissione Ad Gentes.

Thursday 03 August 2017

A Dio don Sergio, parroco con l’odore delle pecore

Quando ho ascoltato per la prima volta le parole di Papa Francesco sul prete che deve avere «l’odore delle pecore» – era il Giovedì Santo del 2013 – il mio primo pensiero era stato per te. Il parroco di una vita, che ha benedetto le nozze dei miei genitori (dopo averli seguiti durante il fidanzamento), che mi ha battezzato, mi ha preparato alla comunione e me l’ha donata per la prima volta, che stava alle spalle del vecchio vescovo Piasentini a suggerirmi quasi mimandole le risposte per l’interrogazione di catechismo prima della cresima. Il parroco che mi prestava la macchina per raggiungere la ragazza che sarebbe diventata mia moglie all’insaputa dei miei genitori, il prete che in qualsiasi stagione dell’anno sapevi sempre dove trovare: in chiesa, in confessionale o in giro in bicicletta a visitare i parrocchiani.

Te ne sei andato ieri sera a quasi novant’anni, in una stanza del seminario di Chioggia, dov’eri stato ospitato da pochi giorni, appena uscito dall’ultimo ricovero per una polmonite. Ti avevo visto poche ore prima, come sempre assistito e custodito con tenerezza dai tuoi nipoti: il respiro si era fatto ormai flebile, le tue mani abbandonate lungo i fianchi sembravano voler stringere l’ultimo alito di vita. A quante persone quelle mani hanno amministrato il battesimo, l’eucaristia, l’estrema unzione. Quante persone hanno benedetto e accarezzato. Tu, don Sergio, sei stato parroco a San Martino in Sottomarina per 42 anni.

Nel maggio 1963 avevi sposato i miei genitori nella chiesa di San Francesco a Chioggia, dove dicevi messa e seguivi un gruppo di giovani dell’Azione Cattolica, fra i quali c’era anche mio papà Mario. I miei erano andati ad abitare a Sottomarina, ma tu li invitavi a continuare a frequentare la messa a San Francesco, che celebravi: «Non andate in parrocchia, continuate a venire da me». Mio papà e mia mamma nei primi mesi avevano preso quell’abitudine. Poi all’improvviso era arrivata la tua nomina a parroco di San Martino, una lettera a firma del vescovo Giovanni Battista Piasentini, che ho sempre visto incorniciata e appesa alle spalle della scrivania di legno scuro nel tuo ufficio parrocchiale. Da quel momento avevi ammonito i miei genitori: «Dovete venire a messa in parrocchia, non andate a Chioggia!». Avevano obbedito, come sempre.

Il primo prete di cui abbia un ricordo sei stato tu. L’incoraggiamento prima di farmi leggere la Lettura alla messa della mia prima comunione, il catechismo, le opere parrocchiali, il teatro dove noi – i ragazzi della parrocchia – ne abbiamo combinate di tutti i colori. Le tue prediche non brevi (per i parrocchiani, ma che diventavano brevissime per le messe della notte di Natale e Pasqua, perché sapevi che in quelle occasioni c’era tanta gente di solito non frequentante), il tuo sguardo-radar che non so come captava e immagazzinava i dati sulle presenze alla liturgia domenicale e se per una volta eri andato da un’altra parte, al primo incontro c’era immancabile la domanda: «Non ti ho visto a messa domenica… Dove sei stato?». I tuoi avvisi finali, spesso un supplemento di omelia, specie nei casi in cui non eri tu il celebrante. Eri diventato prete prima del Concilio, ti aveva ordinato il vescovo cappuccino Giacinto Ambrosi, al quale mio papà aveva fatto da paggetto, che avevo imparato a conoscere fin da piccolo guardando la foto in bianco e nero di te inginocchiato davanti a lui. Avevi conosciuto e contribuito a costruire, l’Azione Cattolica di fine anni Cinquanta, quella di Papa Pacelli. Avevi fatto crescere un gruppo di giovani dalla fede semplice e concreta, che aveva generato amicizie in grado di sfidare il tempo e di durare per tutta la vita. Avevi accolto le novità del Concilio, applicandone nella tua parrocchia. Non eri esente da difetti, come tutti noi, caro don Sergio, e di certo non ti mancavano un carattere forte, determinazione e capacità di accentrare tutto sulla figura del parroco. Ma avevi «l’odore delle pecore», ben prima che un Papa venuto dai confini del mondo indicasse come modello di prete colui che è al servizio del gregge 24 ore al giorno, e che conosce i suoi parrocchiani al punto da sapere non soltanto i loro nomi, ma anche i nomi dei loro animali domestici. Tu, veramente, nei 42 anni a San Martino, avevi fatto anche di più. Di noi parrocchiani conoscevi anche i numeri civici. Eri un prete d’altri tempi, ma mai nostalgico. Simile per umanità e robustezza di fede al don Camillo di Guareschi, che non a caso Papa Francesco ha citato nel discorso alla Chiesa italiana al convegno di Firenze nel 2015.

Non eri preoccupato troppo del tuo aspetto, i tuoi abiti erano spesso lisi, vivevi povero. Mio fratello Matteo ha coniato, tra il serio e il faceto, questo aforisma: «Il valore di un prete è inversamente proporzionale al tempo che passa davanti allo specchio la mattina». Non era ovviamente un inno alla trasandatezza, ma una considerazione realista. Non ti ho mai visto senza la piccola croce di metallo o di legno che diceva ai pochi che non ti conoscevano chi fossi: un prete. Un prete in servizio permanente effettivo, per nulla preoccupato di se stesso, della sua immagine. In chiesa, quando non celebravi, ma suonavi l’organo o dirigevi il coro, portavi la talare. Ma non ti ho mai visto preoccupato per i gemelli ai polsi (che non portavi) o per i pizzi e i merletti. La liturgia non è mai stata per te un rifugio per astrarti da ciò che ti circondava, ma il sostentamento per essere ancora di più nel mondo, accompagnando le vite di chi ti era stato affidato.

Non facevi vacanze, non ti allontanavi mai per più di un giorno dalla parrocchia. Pregavi tanto, soprattutto quando noi dormivamo. Tempo permettendo, andavi a recitare il Breviario in riva al mare, catturando con la macchina fotografica le immagini dell’alba e dell’aurora, che stampavi per utilizzare come cartoline da spedire agli amici. Quante ne ho ricevute anch’io, quando abitavo a Roma.

Per te il ministero sacerdotale non è mai stato un lavoro, un impiego, che prevedesse orari di servizio e spazi per il tuo privato. C’eri sempre, ad ogni ora del giorno e della notte. Il tuo confessionale era sempre aperto, ogni occasione era buona per accogliere chi aveva bisogno di liberarsi l’anima dai peccati. Le quindici biciclette che in 42 anni ti hanno rubato, perché le lasciavi senza lucchetto fuori dalla chiesa, confidando nell’onestà della gente, sono il simbolo migliore del tuo ministero. Fatto di tante pedalate per portare la comunione agli ammalati, per essere sempre presente nelle circostanze liete o difficili del popolo che ti era affidato.

Un altro insegnamento di cui ti sono grato è l’amore per il Papa. Mentre aspettavi che qualche penitente bussasse alla porta del confessionale, ricordo le lenzuolate del quotidiano Avvenire, con l’ultimo discorso del Papa, che sottolineavi e chiosavi nelle prediche domenicali. Ho un ricordo vivido, di quando mia mamma, tenendomi per mano, ti aveva confidato in chiesa quanto le mancava il sorriso paterno e bonario di Giovanni XXIII, il Papa che aveva visto dal vivo durante il viaggio di nozze a Roma. E ricordo che tu le avevi fatto capire quanto profondo fosse anche il magistero del suo successore Paolo VI. Con Giovanni Paolo II, Papa dagli atteggiamenti non clericali come te, capace di superare le convenzioni, avevi una sintonia innata. Eri riuscito persino a fargli mangiare del buon pesce arrosto cucinato da tua sorella Zina, durante una delle vacanze che Wojtyla faceva a Lorenzago di Cadore, poco distante dalla casa di montagna parrocchiale Genzianella Marina.

La parrocchia di San Martino era aperta alle missioni, raccoglieva il cibo per chi aveva bisogno, le liturgie erano ben celebrate, curavi il nostro coro e i canti polifonici, l’aver accolto ogni disposizione della riforma liturgica non ti aveva impedito di valorizzare la devozione popolare, come accadeva per la partecipatissima Messa della Croce ogni Venerdì di Quaresima, con annesso canto del mini-Passio. O come accadeva per il Fioretto di maggio, con l’immagine della Madonna Nera benedetta dal Papa nel 1982 portata per le strade di Sottomarina recitando il Rosario. Un appuntamento di popolo, che smuoveva le persone a vincere la pigrizia e ad uscire di casa dopocena, senza mai pentirsene.

Dopo che mi ero trasferito a Roma, spesso mi hai chiesto di invitare, di tanto in tanto, un vescovo o un cardinale per solennizzare qualche festa in parrocchia. Non potrò mai dimenticare la domanda che puntualmente, serio, mi rivolgevi, quando ti telefonavo contento per comunicarti che qualcuno aveva accettato l’invito: «Ma questo cardinale crede in Gesù Cristo?».

Non ti è stato facile accettare, a 78 anni, di lasciare la responsabilità della parrocchia, pur continuando a servirla. E non era stato facile, in effetti, rispondere alla tua obiezione, nell’anno in cui veniva eletto Benedetto XVI, che ha la tua stessa età: «Perché a 78 anni si può diventare Papa e io invece non posso più fare il parroco?». Non hai mai smesso di fare il prete, neanche da “parroco emerito”. Anche quando la frattura del femore ti ha costretto in sedia a rotelle, anche quando la memoria ha cominciato a fare le bizze. La memoria non ti abbandonava mai quando si trattava di pregare o di dare una benedizione a chi ti veniva a trovare. E la lucidità non mancava mai quando qualcuno ti chiedeva di potersi confessare.

A Dio, caro don Sergio. Concludo con gli occhi gonfi di lacrime e il cuore colmo di gratitudine queste righe che mi accorgo essere già troppe, eppure troppo poche per dire che cosa sei stato per noi. Mi piace immaginare che ieri sera ti abbiano accolto in Cielo, oltre ai vescovi che hai servito, le tante anime di coloro che hai accompagnato in questi anni e che ora tu possa ancora visitare uno ad uno i tuoi parrocchiani nell’Aldilà, viaggiando in bicicletta, in cerca dei loro nuovi numeri civici la cui lista aggiornata san Pietro ti avrà certamente fornito su tua richiesta, o meglio su tuo preciso ordine…

Monday 24 July 2017

«Aiutiamoli a casa loro!». Le quattro cause del sottosviluppo africano

L’arrivo quotidiano nei porti italiani di centinaia e migliaia di migranti africani è diventato un problema drammatico, quasi da incubo, che l’Italia da sola non può risolvere. Però si è trovata la soluzione: “Aiutiamoli a casa loro”. Uno slogan che mette tutti d’accordo.  Come la proposta di varare un “Piano Marshall” per l’Africa nera. Vediamo. Dal 1947 al 1953 gli Stati Uniti lanciavano il Piano Marshall, 20 miliardi di dollari per i paesi dell’Europa occidentale distrutti dalla guerra, che vennero restituiti con l’interesse dell’1%. Il Pew Research Centre di Washington ha calcolato che nei 50 anni dell’indipendenza africana (1960-2010), i doni, gli aiuti e i finanziamenti del “Piani di sviluppo” per l’Africa nera sono stati di 300 miliardi di dollari. Perché questo diverso rendimento? Perché i popoli europei erano preparati da tutta la loro storia, cultura e religione, a far fruttare il denaro lavorando e fondando nuove industrie; i popoli africani, per la loro storia e cultura tradizionale, pur con diversi valori apprezzabili, non avevano in sè il germe dello sviluppo, non erano preparati a svilupparsi da soli.

Le quattro cause del sottosviluppo africano

Nel 1969, In Tanzania, intervistavo padre Pietro Bianchi, missionario della Consolata, in Africa da una vita. Si commuoveva quando parlava dello spirito africano che ama la vita e soprattutto della fede, semplice ma viva e spesso eroica dei cristiani e diceva: “Qui in Africa c‘è una riserva di umanità, che è offerta ai nostri popoli cristiani da duemila anni, per i quali la fede è ormai un lucignolo fumigante”. Le cause del sottosviluppo africano, mi diceva, sono quattro:

  • La religione e cultura animista, che tiene la maggioranza degli africani prigionieri di superstizioni, tabù, malocchio, timore di vendette, culto degli spiriti, a volte con violenze anche su “stregoni” degli spiriti maligni.
  • L’analfabetismo e la mancanza di scuole. Gli analfabeti in Africa sono sul 35-40% e con gli “analfabeti di ritorno” più del 50%. Nell’Africa rurale le scuole valgono poco, spesso con 60-70 alunni per classe.
  • Il tribalismo e la corruzione della vita pubblica, fino ai minimi livelli. Il potere politico (e ogni altro potere pubblico) sono intesi, in genere, come occasione per arricchirsi e aiutare la famiglia, il villaggio, l’etnia. Il concetto di bene pubblico si sta formando, ma è normale che manchi in nazioni nate poco più di un secolo fa, con i confini tracciati dalle potenze militari europee.
  • I militari sono la prima casta di potere, controllano la politica e l’economia, abusano della forza in tanti modi (anche facendo guerre tribali o territoriali),              sono implicati in commerci illegali, ecc.

Per capirre l’Africa nera, bisogna ripartire dai secoli della deportazione di schiavi neri verso le colonie americane dei  paesi europei e nel Sud degli Stati Uniti. Questo è il marchio d’infamia per l’Europa cristiana e per i popoli africani rimane un capitolo umiliante della loro storia. Nel 1884-1885, al Congresso di Berlino le potenze europee si spartivano il continente nero. I popoli sotto il Sahara vivevano ancora in un’epoca preistorica, cioè senza lingue scritte. In poco più di cent’anni, con due guerre mondiali in mezzo, la colonizzazione ha portato l’inizio dello sviluppo (strade, scuole, ospedali, lingue coloniali e locali scritte, ecc.), però lo scopo primario non era di educare i popoli a fare da soli, ma di arricchire la madre patria. Oggi, l’Occidente ignora (o giudica ininfluenti per lo sviluppo) la storia e i fattori culturali, educativi, religiosi dei popoli neri, che danno all’uomo la sua identità, il senso di appartenenza, le motivazioni per vivere  e agire. Si parla solo e sempre di fattori economici e commerciali e di rapina delle risorse naturali. I missionari, in genere, ritengono le quattro cause fondamentali per spiegare il sottosviluppo africano.

 “Molti africani vivono nella paura degli spiriti”

In Angola, il 21 marzo 2009 Papa Benedetto XVI dice ai vescovi angolani: “Tanti dei vostri concittadini vivono nella paura degli spiriti, dei poteri nefasti da cui si credono minacciati. Disorientati, arrivano al punto di condannare bambini di strada e anche i più anziani, perché – dicono – sono stregoni”. I vescovi africani ne parlano spesso, ma era la prima volta che una personalità a livello mondiale ricordava questa radice superstiziosa e culturale che impedisce lo sviluppo. Il vescovo di Dundu in Angola, mons. José Manuel Imbamba, in conferenza stampa dichiarava ai giornalisti: “Siamo felici che il Papa abbia parlato di questo argomento, perché è un problema che divide le famiglie, genera ignoranza e frena lo sviluppo individuale e sociale”.

Don Benvenuto Riva, sacerdote “Fidei Donum” della diocesi di Milano, ha vissuto 20 anni in Zambia e oggi è parroco a Pieve Emanuele (Milano). Ha pubblicato un volume con i ricordi della sua missione: “Tu bianco, tu non puoi capire…” (Milano, Marna editore,  2012, pagg. 127), nel quale documenta la doppia vita che vivono la maggioranza degli africani, a volte anche battezzati. Il culto degli spiriti sopravvive con l’istruzione, la vita moderna, la fede in Cristo e rappresenta, secondo l’esperienza di don Benvenuto, il maggior ostacolo alla crescita anche politico-economica del continente nero! Il Premio Nobel per la Letteratura, Vidia Naipaul, nel suo volume “La Maschera dell’Africa” (Adelphi, 2010, pagg. 290) racconta la sua inchiesta in Africa (dal marzo 2008 al settembre 2009), alla ricerca delle radici religiose e culturali dell’Africa nera. In un anno e mezzo, visita sei paesi di lingua inglese (compreso il Sud Africa) e documenta che “le pratiche magiche sono diffuse in maniera uniforme”. Naipaul, “da non credente quale sono”, incontra e parla con scrittori, uomini politici, professori universitari, giornalisti  e molta gente comune e documenta come proprio quelle credenze sono radicate nella cultura e mentalità di molti, e sono un forte ostacolo allo sviluppo. Scrive: “L’africano medio ha molta paura della religione pagana e questa resiste…le credenze religiose e le pratiche culturali sono strettamente legate: le credenze religiose determinano la cultura”. Sono realtà che non si possono ignorare – scrive Naipaul (molto contestato dalla stampa di sinistra europea e nord-americana) – senza nulla togliere alla dignità, all’intelligenza, bontà e cordialità dei singoli africani. Semplicemente, non hanno ancora avuto il tempo, come popoli, d entrare pienamente nel mondo moderno.

 “La povertà degli africani è che non conoscono Cristo”

In Costa d’Avorio, p. Giovanni De Franceschi del Pime si è affermato come studioso della tribù e della lingua dei Baoulé con diverse pubblicazioni su questa tribù maggioritaria  in Costa d’Avorio. Ha imparato il baoulé, che richiede anni di impegno. In genere i missionari parlano il francese che è studiato e capito, almeno nei termini e concetti comuni, da buona parte degli africani, Ma padre Giovanni mi dice: “Parlare e capire bene una lingua africana vuol dire penetrare nel loro mondo storico, tradizionale, religioso, conoscere i proverbi e le parabole, che sono la base della saggezza e della cultura popolare. La cosa più importante per il missionario e di sapere bene la lingua locale, che è l’anima di un popolo. Quante volte mi sono sentito dire dai cristiani: “Tu capisci bene quel che diciamo, la nostra mentalità, i nostri problemi. Ormai sei uno di noi”. Questo è il più bell’elogio che il missionario può attendersi dalla sua gente. Anche i pagani vengono ad ascoltarmi quando predico e parlano volentieri con me, mi invitano a bere il vino di palma, diventiamo amici, parliamo di tutti i loro problemi”.

Ebbene, padre Giovanni De Franceschi ha scritto[1]: “Noi cristiani non ci rendiamo conto di come la vita del pagano è una continua paura che gli vien messa dentro fin dall’infanzia: temono di aver fatto torto al feticcio, che il feticcio si vendichi per motivi misteriosi. Ho sentito parecchie volte delle persone adulte, colte, psicologicamente mature, dire: “Mi arriverà una disgrazia perchè ho offeso il feticcio”. Sono convintissimi che la disgrazia gli capiti da un momento all’altro, ma non sanno cosa sarà. Vivono male. Il terrore psicologico può distruggere una persona.

“Il dato di fondo – continua De Franceschi – è questo: il paganesimo non conosce Dio e il perdono di Dio. Non sanno che Dio è un Padre amorevole che ci vuole bene e ci perdona. Pensano Dio come lontano, misterioso, inconoscibile, vendicativo. Il cristianesimo è libertà, gioia, amore, fiducia nel Padre, liberazione da tutte le paure…. Il primo passo verso lo sviluppo è liberare l’uomo dalle paure antiche, dal terrore del feticcio, rivelargli l’amore di Dio che lo rende libero e gioioso. Sono convinto, per esperienza personale, che il maggior contributo che noi missionari portiamo allo sviluppo dell’Africa non sono gli aiuti economici o le scuole o gli ospedali (tutte cose indispensabili), ma la rivelazione dell’amore di Dio in Gesù Cristo per tutti gli uomini”.

Nel 2008 a Maroua in Camerun ho intervistato padre Giovanni Malvestìo, da otto anni rettore del seminario maggiore del Nord Camerun, che mi dice: “Ci vorrà ancora tempo perché la cultura cristiana superi quella pagana anche nei nostri seminaristi, giovani entusiasti della fede e pieni di buona volontà. Il seminarista nato da una famiglia cristiana ha una serenità di spirito, è in pace con se stesso, col latte materno ha ricevuto la fede, l’amore a Dio e a Cristo, la fiducia nella Provvidenza; il seminarista battezzato a 15 anni e figlio di una famiglia pagana, il suo terreno di cultura è pagano, non puoi cambiarlo in pochi anni”.

“L’uomo è il protagonista dello sviluppo non il denaro”

Giovanni Paolo II descrive l’esperienza della Chiesa nella “Redemptoris Missio” (n. 58): “Lo sviluppo di un popolo non deriva primariamente né dal denaro, né dagli aiuti materiali, né dalle strutture tecniche, bensì dalla formazione delle coscienze, dalla maturazione delle mentalità e dei costumi. E’ l’uomo il protagonista dello sviluppo, non il denaro o la tecnica… La Chiesa educa le coscienze col Vangelo… forza liberante e fautrice di sviluppo…”. Benedetto XVI nella “Caritas in Veritate” scrive: “L’annunzio di Cristo è il primo e principale fattore di sviluppo” (n. 8); “Il Vangelo è indispensabile per la costruzione della società secondo libertà e giustizia” (n. 13); “Senza la prospettiva di un vita eterna, il progresso umano è esposto al rischio di ridursi al solo incremento dell’avere” (n. 11); “L’uomo non è in grado di gestire da  solo il proprio progresso, perché non può fondare da sé un vero umanesimo… L’umanesimo che esclude Dio è un umanesimo disumano”(n. 78).

Papa Francesco, nella “Evangelli Gaudium”, cita Paolo VI quando tratta della “dimensione sociale dell’evangelizzazione” (n. 176); e poi scrive (n. 178): “ Dal cuore del Vangelo riconosciamo l’intima connessione tra evangelizzazione e promozione umana”; e cita ancora (n. 181) la “Populorum Progressio” e la “Evangelii Nuntiandi”, dove  Paolo VI “proponeva (il Vangelo) in relazione al vero sviluppo umano, ogni uomo e tutto l’uomo”. Nella “Sollicitudo rei socialis” (1987) Giovanni Paolo II scrive (n. 41): “Quando la Chiesa adempie la sua missione di evangelizzare, essa dà il suo primo contributo alla soluzione dell’urgente problema dello sviluppo”. Nella mia lunga vita di missionario-giornalista (di cui ringrazio il buon Dio e i miei Superiori), ho visitato più volte i paesi nei quali il Pime è impegnato, e poi ne ho scritto la storia. Mi è apparso evidente che quei popoli, convertendosi a Cristo, hanno fatto un balzo in avanti nel loro faticoso cammino verso la pace e lo sviluppo umano. Insomma, i Dieci Comandamenti e la vita di Gesù Cristo (cioè il Vangelo) sono i manuali del vero sviluppo umano.

  In Guinea Bissau, padre Zè Fumagalli racconta

Padre Giuseppe (Zé) Fumagalli, in Guinea Bissau dal 1968 e sempre nella tribù dei felupe (dei quali ha scritto la lingua, pubblicando opuscoli e libri) racconta[2]: “Quando i felupe diventano cristiani, migliora la loro vita, sia personale che familiare e di villaggio. Alcuni esempi concreti. Normalmente i cristiani sono quelli che rispettano di più la donna e i bambini.… Noi insistiamo moltissimo sul mandare i figli e le figlie a scuola. Ma il 90% delle bambine che vanno a scuola sono cristiane o figlie di catecumeni. Qui tra i felupe la donna serve per la riproduzione, il lavoro e il piacere dell’uomo. Questo non significa che l’uomo non le vuole bene, ma ha di lei l’immagine di una persona che è al suo servizio. Fin che la donna è giovane, tutto va bene.. Ma quando diventa vecchia o ammalata, allora il marito la manda via e ne prende un’altra, senza doverle nulla. O anche se non la manda via, la mette da parte. Per cui la donna sposata è sempre sul chi va là, per timore di essere ripudiata e quindi non avere più di che vivere ed essere disprezzata da tutti. Invece, la moglie cristiana sa che, anche quando si ammala o diventa vecchia, il marito la tiene lo stesso e le vuole bene. Il fatto che si siano sposati in chiesa vuol dire che il marito ha promesso solennemente davanti a Dio e alla comunità cristiana di comportarsi bene con la moglie. Domani, in caso di necessità, potrà sempre essere richiamato al suo dovere. Così la donna cristiana dice lei stessa che è molto più tranquilla di quella non cristiana”.

Il Vangelo apre il cuore e le menti, porta lo sviluppo anche economico e lo spirito di perdono e di pace. In Guinea Bissau i missionari del Pime lavorano dal 1947. Nella tribù dei felupe (nord ovest del paese), il primo missionario, il toscano padre Spartaco Mamugi, era presente dal 1952, quando i felupe vivevano ancora secondo la loro tradizione: la quale, ignorando il perdono delle offese, aveva creato una situazione di guerra continua fra villaggi e clan. Padre Fumagalli è sul posto del 1968 e dice: “In passato fra i villaggi di questa tribù c’era un perenne stato di inimicizia e di guerra. Si combattevano con archi, frecce e coltellacci, imboscate nelle campagne, si ammazzavano per nulla. I villaggi erano difesi, si viveva nel terrore di assalti notturni. In un’inchiesta fatta nel 1996 sul tema ‘Chiesa-famiglia’, la gente ha discusso ed ha dato risposte. Tutti riconoscono che il cristianesimo ha fatto superare le antiche inimicizie tra i villaggi e le famiglie. Un’anziana dice che quando lei era bambina, i suoi genitori non la portavano nel villaggio vicino, perché era considerato nemico. “Oggi, dice, i bambini giocano assieme e questo è grazie a Gesù”.

“Un uomo ha testimoniato che nel 1979 e 1981 doveva esserci la guerra tra Edgin e Katòn per problemi di terre e proprietà di palmizi. In passato tra questi due grossi villaggi è corso molto sangue. I cristiani ed i catecumeni dei due villaggi nemici si sono intesi e hanno evitato la guerra. La gente dice che sono stati i cristiani a fare la pace. La cappella di Kassolòl è stata costruita sul campo di battaglia tradizionale. I capi (non cristiani) hanno concesso il terreno, perché:  ‘Chi va con i preti non fa più la guerra, siamo tutti fratelli'”. Così padre Zé ha potuto costruire, con l’aiuto di parenti e amici di Brugherio (Mi), il lungo ponte in ferro che unisce su un fiume i due grossi centri.

[1] G. De Franceschi, “Cristo, la maschera, il tam-tam”, in “Mondo e Missione”, dicembre 1975, pagg. 673-677.

[2] Piero Gheddo, “Missione Bissau – I cinquant’anni del Pime in Guinea Bissau (1947-1997), EMI 2007, pagg. 302 -304.

Thursday 13 July 2017

Padre Gianni Zimbaldi (anni 88), missionario fra i tribali in Birmania e Thailandia

Lo slogan più fortunato di Papa Francesco è “La Chiesa in uscita”: noi battezzati, tutti gli enti ecclesiali, diocesi, parrocchie, congregazioni religiose, associazioni laicali, non dobbiamo rinchiuderci nell’ovile di Cristo, ma proiettarci verso l’esterno, come si legge nel Cap. I° della “Evangelii Gaudium”: “Voglio una Chiesa tutta missionaria”.

Ebbene, mercoledì 6 luglio è venuto a trovarmi un mio coscritto, che potrei definire “Un prete in uscita”, cioè un missionario del Pime che è sempre andato fra le popolazioni più lontane e abbandonate, per testimoniare e annunziare Gesù Cristo. Oggi, a 88 anni suonati, dopo cinque anni che non tornava in Italia, si è preso una breve vacanza perché un benefattore gli ha pagato il viaggio aereo. Il 12 luglio è tornato in Thailandia. Non va a Bangkok, dove potrebbe starsene tranquillo, ma sulle montagne e regioni forestali al Nord del paese, dove vivono tribali di religione animista. In un ambiente difficile, anche per i profughi che scappano dal Myanmar, proprio quelli che Gianni già conosce (ne parla le lingue), tra i quali svolge il suo ministero, con altri confratelli.

Testimone vivente di come nasce la Chiesa        

Siamo diventati sacerdoti assieme nel 1953, poi lui è partito per gli Usa per imparare l’inglese e nel 1958 è in Birmania, nella prefettura apostolica di Kengtung, resa mitica dagli scritti del Beato p. Clemente Vismara. Arriva  a Kengtung nella Pasqua del 1958, che festeggia col prefetto apostolico mons. Ferdinando Guercilena. Un mese dopo, un maestro cattolico che capiva un po’ l’inglese, lo porta in quattro giorni a cavallo nella missione di Mong Pok, fra i tribali Lahu e Akhà, ai confini con la Cina. A Mong Pok c’era padre Grazioso Banfi, in Birmania dal 1938.
L’avventura di padre Gianni fra i Lahu e glI Akhà, prima in Birmania (1958-1966) e poi in Thailandia (dal 1972) é paragonabile a quelle degli Apostoli, raccontate dagli Atti. Allora la Chiesa nasceva in Palestina e nell’Impero romano. Oggi nasce in parecchi Paesi dell’Asia fra i gruppi tribali: Gesù Cristo e lo Spirito Santo sono con i missionari, come alle origini con gli Apostoli. Ecco perché vi racconto in breve la vita padre Gianni Zimbaldi, testimone vivente di come nasce la Chiesa, duemila anni dopo Gesù.

Mong Pok era un villaggio fuori dal mondo, senza strade, senza comodità moderne, senza negozi o mercati oltre a quello di villaggio dove si scambiano i prodotti della terra e dell’artigianato. Padre Banfi abitava una casetta in muratura  a due piani, costruita 25 anni prima e ormai fatiscente, ma ancora l’unica in muratura in quella vasta regione dei tribali Lahu ed Akhà. Nella missione c’erano due catechiste-suore, una congregazione fondata da mons. Bonetta, Vivevano in una capanna di fango e paglia e facevano la cucina in cortile sotto una tettoia. La chiesa era di fango e bambù.  “Il mio primo impegno era di studiare la lingua lahu con un maestro cinese che sapeva qualcosa di inglese. Non c’era  nessun libro, solo un quadernetto con l’alfabeto e qualche decina di parole, alcuni opuscoli con le preghiere in lahu e un libro con i quattro Vangeli ridotti in uno solo, composto padre Portaluppi in shan, poi tradotto in lahu e akhà.
“Io parlavo col catechista e con la gente, imparando a memoria e scrivendomi le parole che imparavo. Sono andato a Mongpok nel maggio 1958 e poi a novembre mons. Guercilena mi dice: “Adesso tu sai un po’ di lahu e puoi stare da solo. A marzo (1959) tornerà dall’Italia padre Banfi e verrà a  Mongpok”. In quei mesi in cui ero da solo, cercavo di imparare la lingua e poi andavo a visitare i villaggi. Il primo Natale ho messo fuori dei cartelli con Buon Natale in lahu; avevo un fonografo a manovella e suonavo qualche inno e canti in italiano per fare un po’ di festa. Ricordo che in quel primo Natale una bambina mi dice: “Padre, voglio ricevere il Battesimo”. Era una pagana che aveva visto la nostra festa e voleva diventare cattolica. Me l’ha detto e ripetuto e mi ha commosso.

“Mong Pok era a quattro giorni di cavallo da Kengtung, dove si andava in carovana al massimo due volte l’anno per pochi giorni, per fare le provviste. Quando poi è tornato padre Banfi, mi sono accorto che il lahu lo parlava male. I padri anziani conoscevano bene lo shan, lingua veicolare nella regione di Kengtung’ ma la lingua del popolo non l’avevano mai studiata, Un vecchio catechista mi diceva: “Quando c’era tra noi il padre Portaluppi, non si capiva niente di quel che diceva nelle prediche. Lui diceva che parlava il lahu, ma noi non capivamo se parlava il birmano o lo shan o il lahu”.
In quel momento – dice padre Zimbaldi – ho pensato: “E’ proprio vero che la missione la fa lo Spirito Santo, noi missionari siamo strumenti talmente imperfetti che parliamo e non capiscono nemmeno se parliamo la loro lingua!”. E aggiunge: “I miei otto anni di Birmania sono stati affascinanti, nonostante la povertà, l’isolamento, i pericoli dei guerriglieri e dei commercianti di oppio, i briganti e le belve feroci, che giravano attorno alla carovana spaventando i cavalli, o attorno al bivacco notturno   quando si dormiva all’aperto, per terra su una coperta. La semplicità e la cordialità di quel popolo mi è rimasta dentro, come pure la loro gioia e fede quando il Signore dava loro la grazia di convertirsi”.

Nel 1972 in Thailandia per i profughi Lahu e Akhà dalla Birmania

Questa la vita di padre Gianni sulle montagne e nelle foreste della Birmania orientale, fino al 1966 quando i militari hanno instaurato la dittatura comunista che più o meno dura tuttora ed espulso tutti i missionari più giovani. Dopo alcuni anni in Italia e negli Stati Uniti, nel 1972 è con due confratelli in Thailandia, per fondare la missione del Pime. I tre pionieri si stabiliscono a Chiang Mai, al Nord del paese. Dopo un anno di studio della lingua thailandese, il vescovo manda p. Zimbaldi a Fang (150 chilometri a nord di  Chiang Mai) per curare i Lahu e gli Akhà che fuggivano dalla Birmania. Per padre Gianni è come tornare all’antica missione di Mong Pok. Incomincia con la visita ai villaggi per incontrare i cattolici presenti e parlando bene il lahu è accolto ovunque con manifestazioni di gioia. Scopre 65 battezzati e 20 catecumeni. A Fang abitava nella casa della missione abbandonata da 15 anni. Incomincia subito ad accogliere otto ragazzi e sette ragazze lahu che provengono dai monti e frequentano la scuola governativa. Per le ragazze affitta una casetta dove mette una vedova cattolica con due sue figlie (un figlio è nel seminario minore a Kengtung in Birmania), che cura le ragazze e fa cucina e lavanderia per tutti.. La Provvidenza lo aiuta e in quindici anni la missione di Fang dispone di un vasto terreno sul quale oggi sorgono una grande chiesa e le altre opere della parrocchia.  A quel tempo Fang era già chiamata “città”, ma aveva solo 2.000-3.000 abitanti, però era il centro civile e commerciale di una vasta regione con circa 100.000 abitanti in maggioranza tribali. Oggi Fang ha circa 10.000 abitanti.

“Nei primi anni che ero a Fang, mi dice, visitavo sistematicamente il territorio della mia missione, che era già stata iniziata vent’anni prima da un missionario francese e poi abbandonata per mancanza di personale. Parlando bene il lahu, mi presentavo alla gente e ai capi villaggio come il missionario che veniva a riaprire la missione di Fang ed ero accolto bene ovunque. Vedevo dove si poteva aprire una scuola, distribuivo medicine, visitavo le famiglie per conoscere i loro problemi e soprattutto prendevo contatto con le famiglie cattoliche venute dalla Birmania e alcune già battezzate”.
In residenza a Fang, padre Gianni traduce in lahu il catechismo e altri testi religiosi indispensabili, i prefazi, le preghiere eucaristiche e i canti sacri. In seguito manderà un maestro della missione a scuola di dattilografia a Chiang Mai, per imparare a scrivere in lahu e comporre testi e foglietti da distribuire ai cristiani. Dopo meno di un anno che è arrivato a Fang informa i benefattori del primo risultato di questo lavoro:  “Sono qui a Bangkok per far stampare in off-set il libro di preghiere e canti in lahu. E’ la prima opera del genere che faccio e mi è costata parecchio tempo e preoccupazioni. E’ un libro necessario e mando un po’ di libri alla missione di Kengtung”.

Con l’aiuto della Divina Provvidenza e di altri confratelli, padre Zimbaldi ha fondato la Chiesa a Fang, poi compiuti i 75 anni e date le dimissioni da parroco, è andato per tre anni ad aiutare i confratelli nella missione di Mae Suay, una nuova parrocchia staccatasi da Fang alcuni anni prima. Nel novembre 2009 è tornato a Fang come sacerdote residente, continuando ad assistere pastoralmente le comunità che aveva visto nascere. Oggi il parroco di Fang è il milanese padre Marco Ribolini (anni 43), coadiuvato da p. Massimo Bolgan e appunto da P. Gianni.

In una lettera del 4 gennaio 2016, mi scriveva:

“Io sono qui per aiutarli, la mia salute grazie a Dio è buona e riesco ancora a visitare i villaggi. Quando ho iniziato il ministero missionario fra i tribali animisti, la diocesi di Chiang Mai aveva meno di 20.000 cristiani battezzati. Ora sono più di 70.000 e ci sono  20.000 catecumeni che vivono nei villaggi cattolici e si preparano al battesimo. Allora c’era solo un sacerdote diocesano, ora i sacerdoti diocesani sono una trentina. Il vescovo di Chiang Mai non solo è contento di noi, ma ci chiede di occuparci di altre zone. La diocesi di Chiang Mai comprende otto grandi province con una popolazione di 5.685.000. I cattolici sono 71.694, i sacerdoti diocesani solo 30, in un territorio forestale e montagnoso, vasto come Lombardia e Piemonte. Il vescovo accetta le congregazioni religiose, i preti religiosi sono 67 (una trentina thailandesi). Il nostro distretto missionario di Fang sta preparando la nuova parrocchia a Ban Theut Thai, che si stacca dal nostro territorio. Stiamo costruendo le strutture necessarie, pregando il Signore per i benefattori che ci aiutano. Grazie al Signore Gesù, abbiamo la consolazione di vedere la comunità cattolica crescere ogni anno. L’anno scorso, nella diocesi di Chiang Mai si sono amministrati più di mille battesimi di adulti, quasi tutti tribali animisti”.

Nel raccontare l’inizio della sua missione in Thailandia, padre Zimbaldi si commuove e dice: “Noi avrei mai immaginato che in quell’ambiente e quel popolo molto povero sarebbe nata una bella e viva Chiesa con i suoi primi preti e suore locali, capaci di diffondere la fede fra i loro  tribali. Perché non raccontare in Italia, anche sui mass media, – mi dice – questi esempi, per dare speranza e far comprendere l’importanza del Vangelo e della “missione alle genti?”.

A 88 anni incomincia una vita nuova a Chiang Rai

Quando è venuto a trovarmi il 6 luglio scorso, padre Gianni mi dice che il Superiore generale del Pime, padre Ferruccio Brambillasca (già missionario in Giappone), con i suoi quattro consiglieri hanno deciso che il Pime in Thailandia, venda la casa regionale e il suo terreno a Bangkok, e con quelle risorse costruire una nuova casa regionale alla periferia di Chiang Rai, capoluogo di una provincia che è proprio alla frontiera col Myanmar. Così si potranno accogliere e seguire meglio i cristiani tribali che vengono dalla regione di Chiang Rai e dal Myanmar e aiutare la vicina diocesi di Kengtung, evangelizzata dal nostro Istituto. Si è scelto Chiang Rai per ragioni strategiche: la cittadina che ha un volo diretto con Bangkok e dovrebbe, in un prossimo  futuro, essere sede di una nuova diocesi (staccandola da quella di Chiang Mai). Il Pime ne prepara le strutture. Si è già acquistato il terreno e si inizierà presto a costruire.

Il primo missionario che andrà con altri confratelli ad aprire questa casa sarà p. Gianni Zimbaldi, che è stato missionario a Kengtung e parla bene le lingue dei profughi e dei thailandesi. Questa la tradizione del Pime, istituto di sacerdoti non religiosi (cioè senza i voti), ma comunità apostolica di clero secolare, fondata nel 1850 dal Venerabile mons. Angelo Ramazzotti (vescovo di Pavia e patriarca di Venezia) e dai vescovi lombardi, per annunziare Cristo ai popoli più lontani e abbandonati e fondare la Chiesa locale con clero locale. Nel territorio della futura diocesi di Chiang Rai già lavora dal 1991anche il MET, l’Istituto Missionario Thailandese voluto negli anni ottanta dalla Conferenza Episcopale Thailandese. Il carismatico padre Adriano Pelosin, Pime, assiste oggi come superiore i membri di questo Istituto, sacerdoti diocesani e religiose di alcune congregazioni locali, nel difficile cammino della missione. Essi lavorano attualmente oltre che in Thailandia anche in Cambogia e Laos.

In due lunghe interviste (agosto 2009) ho chiesto a p. Gianni  come i suoi cristiani sentono e vivono il cristianesimo.

Risponde: Quando sono pagani, vivono con la paura degli spiriti e ci credono. Quando c’è un malato fanno le cerimonie contro gli spiriti cattivi che portano disgrazie, malattie, mancanza di pioggia, malocchio, ecc. Hanno una grande paura e sono sempre tormentati. Quando vedono i cristiani che vivono bene senza fare nulla contro gli spiriti cattivi, allora chiedono di farsi cristiani. Se si fanno cristiani c’è sempre un motivo concreto, per vivere meglio, per non avere più paura.
Una volta c’era il capo villaggio che decideva per tutti di farsi cristiani, adesso sono le singole famiglie, la scelta è più personale e più familiare. Quando chiedono, io vado a vedere la situazione e la loro retta intenzione. Poi mando un catechista a insegnare e vivere in mezzo a loro. Dopo almeno tre anni che hanno chiesto di farsi cristiani, quelli che mostrano fedeltà alle pratiche religiose, sono capaci di perdonare, hanno un inizio di vita cristiana, allora li battezzo. Altrimenti rimando. Per un adulto, il battesimo è una conquista, che  ottiene con la preghiera, l’osservanza dei Dieci Comandamenti, ecc. Per farsi cristiani ci vuole una grazia del Signore. Il catecumeno capisce poco della fede cristiana, ma segue il catechista nelle pratiche di pietà e nella vita: quando c’è un malato il catechista va a pregare da lui e con lui, quando capita qualcosa nella famiglia chiedono che il catechista vada a spiegare qual è il costume cristiano, ecc.

     Io dico spesso che fra i giovani cristiani c’è l’entusiasmo per la fede. Nei tuoi cristiani c’è questo entusiasmo o no?

All’inizio, un vero entusiasmo non lo vedo. Però quelli che sono cattolici da un po’ di tempo e hanno ricevuto un buon insegnamento dal catechista, migliorano nella loro vita, diventano sempre più cristiani. Anche quelli che non sono mai stati a scuola recepiscono il mio insegnamento con gioia e a volte anche con commozione, perché spesso è il contrario dei costumi pagani. Nelle loro conversazioni ripetono quel che ho detto, citano fatti o parabole di Gesù. Però certe credenze tradizionali rimangono dentro. Una volta, in un villaggio cattolico di buona gente, si sono ammalate diverse persone e non si capiva che male fosse. Allora hanno discusso: “Qui ci sono degli spiriti che ci vogliono male” e benché fossero cattolici da più di una generazione, sono andati da uno stregone shan a chiedere il suo intervento. L‘anno prima era morto il capo villaggio che era andato in foresta a cacciare e non si sa chi, l’aveva ferito in modo grave. E’ riuscito a tornare nel villaggio ma poi è morto. Lo stregone shan ha fatto i suoi sortilegi e ha detto: “E’ lo spirito di quell’uomo che è qui tra voi e vuole vendicarsi del suo villaggio. Scavate nella sua tomba e vedremo”. Hanno trovato il corpo del morto, con la testa rivolta verso il villaggio. Lo stregone dice: “Vedete? Questa l’origine del vostro male. Scappate dal villaggio altrimenti altri moriranno”. In pochi giorni sono scappati tutti, più di venti famiglie, lasciando case, campi e tombe dei loro morti…. Per fortuna sono andati in un altro villaggio cattolico, hanno ricominciato a vivere e sono ancora oggi buoni cattolici.

Cosa hai fatto per combattere la prodzione della droga?

I migliori tra gli alunni degli ostelli li mando a Bangkok ed a Chiang Mai per continuare gli studi a spese della missione: ne escono meccanici, falegnami, elettricisti, agronomi, infermiere, insegnanti, sarte, ecc. Ci sono già due sacerdoti e diverse Suore lahu e akhà: si sta formando la classe dirigente moderna fra i tribali. La parte principale della lotta contro la droga la fa il governo, che è severissimo con chi produce e commercia oppio. Ma la repressione non basta, occorre offrire ai tribali educazione e aiuto per altre attività redditizie, ad esempio le “banche del riso”, “le banche dei bufali” e le cooperative di villaggio per aiutare i tribali a rimanere sul posto, invece di andare nelle baraccopoli di Bangkok. E padre Sandro Bordignon  (ucciso il 1° giugno 2004 in uno scontro frontale con un auto di militari ubriachi!) ha creato, più a sud nella pianura thailandese, due fattorie-scuola agricole che insegnano ai tribali le tecniche moderne di coltivazione e l’allevamento animali.

Ma, dice padre Gianni, l’aiuto principale lo diamo annunziando Gesù Cristo. L’influsso del Vangelo è misterioso, è opera dello Spirito Santo. Però la differenza tra un villaggio cristiano e uno pagano è evidente a tutti: i matrimoni sono più saldi, i bambini e le bambine vengono a scuola, villaggio e capanne sono puliti, c’è più impegno nel lavoro, l’abitudine nuova al risparmio, collaborazione anche economica per il bene pubblico (ad esempio per costruire la cappella e la sala comunitaria, mantenere le strade praticabili), la legge del perdono fa diminuire e quasi scomparire lotte e vendette tra famiglie. Il villaggio pagano ha criteri solo materiali di giudizio: se una famiglia povera manda le figlie a prostituirsi non fa problema, non stupisce nessuno. I cattolici non lo fanno.

Monday 03 July 2017

Divisioni e fazioni al pari delle orge

Cari amici, torno a farmi sentire in questo luogo virtuale dopo un lungo periodo di silenzio dovuto a un momento difficile della nostra vita familiare per il precipitare della malattia di mio papà e la sua morte. Lo faccio perché ieri, alla messa nella mia parrocchia di Milano (rito ambrosiano, letture diverse da quelle del rito romano) mi hanno colpito queste parole della Lettera ai Galati di san Paolo:

Se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge. Del resto le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie non erediterà il regno di Dio. Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; contro queste cose non c’è legge.

Mi colpisce il fatto che tra le “opere della carne”, insieme all’idolatria e alle fornicazioni, “orge e cose del genere”, l’Apostolo inserisca “discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni”. Dicendo che chi le compie non erediterà il regno di Dio. Non ho potuto non pensare al modo verbalmente violento con cui parte del mondo cattolico discute di tutto sui social, partendo lancia in resta magari da una mezza frase o da un titolo di giornale, senza prima aver approfondito i termini della questione, gli esatti contorni di una vicenda, le esatte parole dette da questo o da quello. Usando linguaggi sarcastici, irridenti, violenti, che demonizzano Papi, cardinali, vescovi e fratelli nella fede che non la pensano in modo esattamente uguale, con aggettivi e soprannomi consolidati tipici della charachter assassination. Mi sembra che le parole forti di san Paolo costituiscano un monito e l’occasione per tutti di qualche riflessione e – perché no – magari potrebbero suggerire di pensarsi su prima di sfogarsi immediatamente compulsando le tastiere dei computer.

Là dove c’è Vangelo vissuto, conclude Paolo, c’è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza. Chissà che cosa direbbe l’Apostolo delle Genti – che secondo Giovanni Paolo I se vivesse oggi, farebbe il direttore della Reuters e andrebbe a chiedere un po’ di spazio in Rai oppure alla NBC - trovandosi di fronte al variegato mondo dei blog e dei siti che si dicono cattolici, spesso cattolicissimi, ma che di gioia, pace, pazienza, benevolenza ne trasmettono davvero pochissima.

* Post scriptum
Qualcuno di voi mi ha fatto notare che io accuso sempre gli altri. Mi spiace di aver dato questa impressione. Ho detto di essere stato colpito dalle parole della Lettera ai Galati perché le ho sentite come un giudizio innanzitutto su di me. Dunque non mi chiamo affatto fuori…

Thursday 22 June 2017

L’islam ponte di dialogo verso l’India

Intervista a padre Paolo Nicelli, missionario del Pime e conoscitore dell’islam

 

Dopo il Blog del 15 giugno scorso “Papa Francesco e il dialogo con l’islam”, come avevo promesso pubblico questa intervista con padre Paolo Nicelli, missionario nelle Filippine e  specialista dell’islam (vedi sotto). Credo che anche questo testo del mio confratello, che ha un’esperienza di vita in paesi islamici, possa contribuire a cambiare il giudizio che molti credenti in Cristo danno dell’islam. Giusto condannare il terrorismo di matrice islamica, come fanno anche la grande maggioranza dei musulmani, che sono le prime vittime del Califfato islamico! Ma è sbagliato condannare in blocco una religione e una civiltà che derivano anch’esse da Abramo, nostro Padre della Fede, e hanno una profonda devozione al profeta Gesù ed a Maria. Il popolo cristiano dell’Occidente deve seguire Papa Francesco e avere una visione alta e positiva dell’islam, per poter accogliere e dialogare con i musulmani. Piero Gheddo.

 

Nicelli – Il rinnovamento dell’islam avverrà solo a partire dall’interno del mondo islamico. Noi occidentali abbiamo il compito di sostenere queste correnti innovatrici dell’islam, che non si separano dall’islam stesso. Il problema dell’Occidente è che ha fatto molte promesse all’islam moderato, ma poi non le ha sostenute e queste promesse si sono rivelate funzionali ad altri fini, non all’evoluzione dell’islam.

Gheddo – Promesse di che tipo?

Nicelli – Promesse culturali, investimenti economici e politici, di non isolamento della cultura moderata. Cioè dare visibilità a questa cultura moderata, far capire che l’islam non è solo terrorismo: questo sui giornali, nelle università, dei dibattiti internazionali, nelle agenzie di stampa, ecc. L’Occidente ha un grande potere mediatico, politico ed economico! I musulmani si sentono fuori da questo, messi in un angolo perché terroristi e totalitari.

L’islam è molto di più che il terrorismo. Pensa il peso della cultura, della filosofia islamica nel mondo indiano. L’islam è stato il cuscinetto fra cultura occidentale e cultura orientale, in campo filosofico e religioso e anche antropologico;  e non va dimenticato che l’India, con l’Induismo e il Buddhismo, è la matrice della cultura asiatica filosofica e religiosa, molto più che la Cina e il Giappone. L’Occidente non è riuscito a gettare un ponte di confronto e di reciproco influsso fra Oriente e Occidente; l‘ha fatto con la colonizzazione e le missioni cristiane ma l’islam l’ha fatto nei secoli specialmente col pensiero dei persiani, a partire dallo zoroastrismo fino agli Imperatori Moghul e alla massa del 15% di musulmani che vivono in India.

C’è stato un profondo scambio culturale e religioso fra India e mondo islamico e la Persia è stato il protagonista di questo scambio, cose a cui nessuno pensa.  L’Occidente ha lasciato pochissime tracce nel mondo indiano, prima della colonizzazione alla fine dell’ottocento: Alessandro Magno è arrivato fino alle piane del Gange come conquistatore, ma poi non ha lasciato nulla.

Questa la grande missione dell’islam nel campo culturale e religioso, è stato mediatore fra cultura orientale e cultura occidentale, tramite la Persia. Ecco perché la Persia, l’Iran attuale, è così importante nel dialogo con l’Occidente, perché unisce due mondi. Poi bisogna tener presente che all’interno dell’islam c’è una forte polemica tra mondo arabo e mondo persiano. I primi dicono: noi vi abbiamo dato la rivelazione nel Dio unico, voi vivevate nel politeismo e avete ricevuto la fede nel Dio unico; i persiani dicono: è vero, ma chi ha fatto dell’islam una civiltà e una cultura? La filosofia e la teologia e la cultura persiana.

Gheddo – Araba no?

Nicelli  – Gli arabi erano dei beduini, gente nomade dei deserto. Sono diventati civili e colti grazie ai pensatori e ai sufi persiani che hanno viaggiato nelle loro terre. I più grandi teologi erano persiani: Avicenna, Al-Ghazali (il San Tommaso dell’islam), Ibn ‘Arabi (grande mistico, uno dei sufi più ricordati era persiano). Averroé invece è spagnolo di Cordoba. Insomma la cultura dell’islam viene in gran parte dalla Persia. Bagdad. Damasco e Il Cairo sono arabe, ma la cultura che girava in quel tempo in quelle grandi città e università era persiana. Gli arabi hanno ricevuto tutta la filosofia zoroastriana e anche le novità tecniche e filosofiche: i persiani traducevano i testi greci e indiani e li portavano nelle città e università del mondo arabo.

Nel 1200 Averroé in Spagna, che ha incontrato gli ebrei e i cristiani nelle grandi università di Salamanca e altre, insegnava la filosofia aristotelica secondo la sua interpretazione e la portava nelle città e università arabe.

Gheddo – Che cosa fare di fronte all’islam oggi?

Nicelli – La prima cosa da fare è di evitare ogni confronto fra la cultura occidentale e quella islamica oggi. Se noi guardiamo alla cultura occidentale dal punto di vista filosofico, giuridico, scientifico moderno, è chiaro che siamo secoli avanti a quella islamica, questo è fuori discussione. Ma se tu guardi la cultura islamica nel Medio Evo, confrontata con quella occidentale di quel tempo, vedi che in parecchie cose erano avanti a noi. Se si fa un confronto di questo tipo è errato e offensivo.

Per me importante oggi è sottolineare che se dal punto di vista culturale e scientifico c’è stato questo scambio positivo fra popoli cristiani e popoli musulmani, è chiaro che può esserci anche oggi, a patto che si scopra il senso profondo della propria fede, che è amore a Dio e amore all’uomo. Questo implica un rinnovamento della tradizione, dell’esegesi per i musulmani, come anche per noi occidentali: non dimentichiamo che noi abbiamo avuto i nazisti, cristiani battezzati, che scrivevano sulle fibbie dei loro cinturoni “Gott mit uns” (Dio è con noi) e poi ammazzavano ebrei, zingari, slavi e via dicendo.

Il dialogo con l’islam è un problema di interpretazione della tradizione.  Bisogna isolare il fondamentalismo presente nell’islam, come in tutte le religioni. Tale fondamentalismo violento è frutto di quelle ideologie totalitarie che riducono l’esperienza religiosa e quindi l’esperienza culturale legata a questa a pura violenza, svuotando la religione del suo contenuto formale, Dio e l’amore che Dio ha per la sua creatura. Il fondamentalismo fanatico e violento usa Dio e la tradizione religiosa come giustificazione del massacro di persone innocenti, uomini, donne, bambini e anziani e lo fa in nome della morte e non della vita.

Dr. Padre Paolo Nicelli, PIME

Dottore della Biblioteca Ambrosiana
Direttore della Classe di Studi Africani
Professore di Teologia Dogmatica, Missiologia, Studi Arabi e Islamistica.

 

Saturday 31 December 2016

Avviso ai naviganti. Dal 1 gennaio 2017 tutti a bordo di un nuovo naviglio

Il sito "www.chiesa" sospende le pubblicazioni. Ma prosegue con il blog "Settimo Cielo", che continuerà ad offrire una messe ancor più ricca di notizie, di analisi, di documenti sulla vita della Chiesa cattolica

Wednesday 21 December 2016

Il papa non risponde ai quattro cardinali. Ma sono pochi quelli che lo giustificano

E sono sempre di più, invece, i cardinali e vescovi che si schierano a sostegno degli autori delle cinque domande di chiarimento sulle ambiguità di "Amoris laetitia". Eccoli a uno a uno

Thursday 15 December 2016

A Francesco non piacciono i seminari. Perché formano preti "rigidi" e incapaci di "discernimento"

In pochi giorni, una raffica di rimproveri. Da cui traspare l'irritazione del papa per le critiche ad "Amoris laetitia", frutto anch'esse, a suo giudizio, di una mentalità legalistica e decadente

Sunday 11 December 2016

Bergoglio politico. Il mito del popolo eletto

Il papa della misericordia è anche quello dei "movimenti popolari" anticapitalisti e no-global. Muore Castro, vince Trump, crollano i regimi populisti sudamericani, ma lui non si arrende. È certo che il futuro dell'umanità è nel popolo degli esclusi

Monday 05 December 2016

Nuovo appello al papa. I dubbi cattolici del "New York Times"

In California il vescovo di San Diego, pupillo di Bergoglio, ammette di fatto i divorzi e le seconde nozze, come in qualsiasi chiesa protestante. Dalla notizia nasce la domanda: "Amoris laetitia" può essere interpretata anche così?

Monday 28 November 2016

Un nuovo concilio, come sedici secoli fa

I conflitti messi in moto oggi da "Amoris laetitia" hanno un precedente nelle controversie cristologiche del tardo impero romano. Le risolse il concilio ecumenico di Calcedonia. Dal Cile, uno studioso propone di rifare lo stesso cammino

Wednesday 23 November 2016

Il papa tace, ma i cardinali suoi amici parlano. E accusano

Il prefetto del nuovo dicastero per la famiglia attacca l'arcivescovo di Philadelphia, Charles J. Chaput, per come attua "Amoris laetitia" nella sua diocesi. Ecco le linee guida finite sotto processo

Tuesday 25 October 2016

Incubo culle vuote: nel 2031 natalità zero

​Declino, decrescita, recessione. Tutti termini che, ripetuti senza tregua dai mezzi di comunicazione, sono ormai entrati a far parte del linguaggio comune e dei discorsi quotidiani. La preoccupazione ricorrente è di dover "andare indietro" invece che progredire, di "perdere terreno" lungo la via della crescita e della qualità della vita. Ma non è solo l’economia a togliere il sonno agli italiani del nostro tempo. Un altro ambito da cui arrivano indicazioni di continuo regresso è quello della demografia, dove i segnali di declino si manifestano nei fenomeni che segnano il futuro delle persone e della società. Chi pensava che il 2015 – l’anno passato alla storia per la più bassa natalità di sempre e per un calo di popolazione che non si ricordava dai tempi della Grande Guerra – dovesse rappresentare un caso eccezionale, deve ricredersi.

Abbiamo appena scoperto che i 222mila nati nel primo semestre del 2016 sono il 6% in meno di quelli registrati nello stesso periodo dello scorso anno (236mila) e che il corrispondente saldo naturale (nati-morti) è già "in rosso" per 93mila unità. Tutto lascia supporre che su base annua si arrivi al nuovo record (al ribasso) di 456mila nati e a un saldo naturale negativo per quasi 150mila unità. Se qualche mese fa si parlava provocatoriamente della scomparsa dei matrimoni religiosi entro il 2031 – essendosi ridotti mediamente di 6mila unità ogni anno durante l’ultimo ventennio – che dire della prospettiva di una "natalità zero"? A questi ritmi di decrescita, 30mila nati in meno ogni anno, basterebbe un quindicennio e, guarda caso ancora nel 2031, avremmo chiuso con quello che è da sempre l’evento gioioso che celebra la vita: il primo vagito di un bimbo. Potremmo così riconvertire i reparti di ostetricia in unità geriatriche, sostituire pannolini e passeggini con pannoloni e deambulatori, e finalmente smettere di adoperarci (spesso con sacrifici) per dare ai nostri figli un’istruzione, una casa, un lavoro, in un parola: un futuro. Avremmo quindi la prospettiva di sopravvivere in un mondo di pensionati – senza per altro immaginare qualcuno che ci paghi la pensione – immersi nel presente e in attesa che si esaurisca quella che in demografia è chiamata "l’aspettativa di vita".


Follia? Fantascienza? Pessimismo cosmico? Forse. O più semplicemente un gioco di numeri che però mira a sottolineare, con la forza del paradosso, la pericolosità di quelle tendenze su cui ripetutamente abbiamo richiesto, alla società e a chi ne ha le leve di comando, più attenzione e più azioni capaci di contrastarne le dinamiche e gli effetti. «Senza nascite non c’è futuro» titolava Avvenire giusto quattro anni fa (25 ottobre 2012, pag.3) richiamando il messaggio della Cei per la 35a Giornata nazionale per la vita. E quel messaggio non solo non ha perso attualità, ma è andato sempre più assumendo i toni di accorata preoccupazione. Una preoccupazione che si è accresciuta partendo dalla stessa diagnosi di quattro anni fa, ulteriormente aggravata dal fatto che mentre il "paziente Italia" segnalava allora 534mila nascite, oggi ne conteggia quasi 80mila in meno: abbiamo perso nell’ultimo quadriennio il 15% dei nati. Altro che calo del Pil!


E la terapia? Quella resta la stessa di allora ed è di comprensione immediata: più famiglia. Un "più famiglia" da declinare con azioni concrete, orientate a recuperare equità nella imposizione tributaria e nelle politiche tariffarie, a favorire la conciliazione nel mondo del lavoro, a rendere accessibili i servizi di cura e a sviluppare politiche abitative a misura di famiglia. Si tratta di attivare iniziative di "politica demografica e familiare" che, senza venir circoscritte alla sola sfera dell’emersione dalla povertà/esclusione sociale (come si è soliti pensarle) abbiano carattere universale. Perché c’è bisogno di coinvolgere, e se necessario supportare (quand’anche in modo differenziato ma con un comune segnale di gratificazione), l’intero universo familiare che è chiamato a svolgere un difficile impegno nella produzione e formazione del capitale umano di cui il Paese non può fare a meno. Il tutto senza tergiversare inseguendo le aspettative (di comodo) secondo cui il problema della denatalità verrà magicamente risolto grazie al contributo dell’immigrazione – importante ma certo non risolutivo – o a seguito di alquanto improbabili nuovi comportamenti capaci di generare spontanee inversioni di tendenza. Non illudiamoci, senza un forte segnale di attenzione da parte della società e della politica prevarrà sempre l’inerzia dettata da orientamenti culturali e da condizioni di contesto che certo non sono favorevoli a chi ha (più) figli.


Riguardo poi a chi dovrebbe farsi carico della progettazione e dell’esecuzione dei necessari interventi di natura terapeutica sulla "demografia malata" di questa nostra Italia, va purtroppo ancora denunciata la persistente grave latitanza da parte delle istituzioni e della politica, oggi come quattro anni fa. D’altra parte, se è vero che ogni azione con riflessi (diretti e non) in ambito demografico richiede un’ottica lungimirante, coerente nelle scelte e paziente nell’attesa dei frutti – si semina oggi per raccogliere dopodomani – è anche vero che essa mal si concilia con una classe politica che ha un respiro di breve periodo. I tempi della demografia sono la distanza tra due generazioni (oggi circa trent’anni), mentre quelli della politica guardano, nel caso migliore, la durata di una legislatura (cinque anni). Chi rischia il consenso elettorale in nome di un intervento con ricadute in campo demografico – magari con scelte controverse che ridisegnano la redistribuzione di risorse scarse – vorrebbe quell’immediato riscontro che, viceversa, la natura stessa dell’oggetto dell’intervento diluisce nel tempo.



Che fare dunque per eliminare il gap? Occorre svolgere un paziente lavoro, anche sul piano della comunicazione, per far nascere una cultura condivisa del cambiamento demografico come fenomeno da conoscere, nelle manifestazioni e nelle conseguenze, ma soprattutto da poter governare di comun accordo, accettando e ripartendoci gli eventuali costi e i sacrifici che derivano da scelte che mirano al bene comune. Ben consapevoli che anche in un mondo globalizzato, con una popolazione in crescita e sempre più aperta alla mobilità, le grandi problematiche sul fronte demografico sono e restano "locali". Il crollo della natalità in Italia va innanzitutto risolto in Italia, restituendo a chi vive nel nostro Paese, con o senza il passaporto italiano, il coraggio di costruire il proprio futuro e il piacere di farlo insieme a tanti altri.

Tuesday 25 October 2016 06:02

Migranti via da Calais, mai più la Giungla

Stanno smontando, pezzo a pezzo, la Giungla cresciuta a Calais, in riva alla Manica. L’abitavano in migliaia, ma non era loro. Loro hanno volto e nome. La Giungla era terra di nessuno, terra dei nessuno. Ghetto infame, zeppo di dolore per le tragedie e le fatiche dei migranti per forza, eppure pieno di sogni, perché le donne e gli uomini non si rassegnano mai a soffrire e basta.

Se ne vanno a migliaia. Alcuni – i più piccoli – forse finalmente verso l’Inghilterra, di là dal mare che non riuscivano a passare. Gli altri sparsi per la Francia che sinora non li aveva accolti né lasciati andare. E ci sono xenofobi che perciò già gridano alle «mini-Calais», come se la Giungla fosse ormai il marchio impresso sulla carne di chi vi era imprigionato. Sta invece sulla pelle d’Europa il marchio.

E non c’è civile operazione di pulizia, né di polizia, che lo potrà lavare se, ovunque, non diverrà regola l’ancora piccola "eccezione italiana" dei corridoi umanitari che in queste ore si ripete. Riconoscere il bisogno e il diritto all’asilo e al domani, strappare i profughi alla mortale non-legge dei trafficanti e a ogni Giungla. È l’unica via, il vero prologo alla giustizia che comincerà quando nessuno più dovrà fuggire la terra dov’è nato.

Monday 24 October 2016

L'asse Italia-Usa, senso e rischi di un'intesa

​L’incontro alla Casa Bianca tra Barack Obama e Matteo Renzi testimonia l’abituale, ottimo stato delle relazioni tra Stati Uniti e Italia e allo stesso tempo certifica la relazione speciale tra il presidente americano uscente e il premier italiano. Cogliendo l’opportunità offertagli dall’ultima cena di Stato, a poche settimane dal voto che designerà il suo successore, Obama non ha certo lesinato i complimenti a Renzi. Anzi, ha persino voluto sostentare la perfetta sintonia personale tra lui e "Matteo" sui temi dell’accoglienza ai migranti, dell’importanza della crescita economica e delle riforme necessarie a velocizzare l’attività di governo per portarla in linea con i tempi che corrono.


Più di così, Renzi non poteva sperare di ottenere, tanto più in una fase per lui assai delicata, tra un referendum costituzionale che potrebbe perdere e una manovra economica per il 2017 di cui, come al solito, non si conoscono i dettagli neppure dopo che essa è stata licenziata dal Consiglio dei ministri; ma sulla quale la Commissione europea già storce il naso per «l’euforia contabile» che sembra contraddistinguerla. E infatti, Renzi ha subito rassicurato «Barack» circa la piena e convinta adesione italiana alle operazioni militari sostenute dal Pentagono: dall’Iraq all’Afghanistan alla Libia. In fondo, all’Italia, è questo che l’America ha sempre chiesto, sin dalla Guerra del Golfo del 1990-91: fornire soldati e appoggio politico allo sforzo comune. E tutti i governi italiani che si sono succeduti nell’ultimo quarto di secolo hanno sempre e costantemente acconsentito alle richieste d’Oltreoceano, a prescindere dalle rispettive coloriture politiche.



Al netto della particolare sintonia personale tra i due protagonisti della cena, questo è il dato costante che va tenuto presente perché esprime la continuità della nostra relazione transatlantica. Nei giorni scorsi, più di un osservatore ha suggerito l’idea che, ora che con la Brexit il Regno Unito è fuori dall’Unione, gli Stati Uniti siano alla ricerca di un altro "pivot" all’interno della Ue, un Paese sicuramente dal "rango" inferiore a quello britannico (che ancora dispone di un diritto di veto in sede Onu), ma proprio per questo più desideroso di poter vantare ed esibire una relazione speciale con l’America e comunque dalla lealtà atlantica ferrea. Ma quale utilità avrebbe per Washington un simile partner? Nell’ipotesi più benevolente esso potrebbe costituire una sorta di facilitatore delle relazioni, non sempre semplici, tra Washington e Bruxelles. In particolar modo, coccolare il più piccolo (e fragile) dei tre "grandi" dell’Unione, consentirebbe di evitare che la ritrovata e obbligatoria sintonia tra Parigi e Berlino possa anche solo implicitamente allentare l’allineamento tra Bruxelles e Washington.
Sul tappeto c’è il dossier russo, su cui Renzi in altre sedi era stato molto critico, ma sul quale Francia e Germania hanno dimostrato nel vertice in "formato Normandia" di qualche giorno fa di essere disposte a seguire Washington. Ma c’è soprattutto il Ttip, il trattato commerciale transatlantico, nei cui confronti sia Berlino sia Parigi stanno frenando, mentre invece il governo italiano continua a mostrare granitiche certezze. L’ipotesi più maliziosa è che, proseguendo su questa china, l’Italia possa essere pensata come un "guastatore" all’interno della ex fortezza europea, in grado di intralciare l’azione egemonica tedesca, ovvero della seconda grande economia esportatrice al mondo dopo quella cinese.



È un’ipotesi molto azzardata, che non tiene conto della storica entusiastica adesione dell’Italia al progetto europeo. E però difficile non constatare come Renzi stesso non abbia esitato un solo minuto a cogliere l’opportunità di attaccare l’Unione, la Commissione, la Germania e la signora Merkel già dal suolo americano, allo scopo di iniziare la schermaglia sulla sua legge di stabilità sull’onda del maxi endorsement di Obama.
L’incontro alla Casa Bianca tra Barack Obama e Matteo Renzi testimonia l’abituale, ottimo stato delle relazioni tra Stati Uniti e Italia e allo stesso tempo certifica la relazione speciale tra il presidente americano uscente e il premier italiano. Cogliendo l’opportunità offertagli dall’ultima cena di Stato, a poche settimane dal voto che designerà il suo successore, Obama non ha certo lesinato i complimenti a Renzi. Anzi, ha persino voluto sostentare la perfetta sintonia personale tra lui e "Matteo" sui temi dell’accoglienza ai migranti, dell’importanza della crescita economica e delle riforme necessarie a velocizzare l’attività di governo per portarla in linea con i tempi che corrono.



Più di così, Renzi non poteva sperare di ottenere, tanto più in una fase per lui assai delicata, tra un referendum costituzionale che potrebbe perdere e una manovra economica per il 2017 di cui, come al solito, non si conoscono i dettagli neppure dopo che essa è stata licenziata dal Consiglio dei ministri; ma sulla quale la Commissione europea già storce il naso per «l’euforia contabile» che sembra contraddistinguerla. E infatti, Renzi ha subito rassicurato «Barack» circa la piena e convinta adesione italiana alle operazioni militari sostenute dal Pentagono: dall’Iraq all’Afghanistan alla Libia. In fondo, all’Italia, è questo che l’America ha sempre chiesto, sin dalla Guerra del Golfo del 1990-91: fornire soldati e appoggio politico allo sforzo comune. E tutti i governi italiani che si sono succeduti nell’ultimo quarto di secolo hanno sempre e costantemente acconsentito alle richieste d’Oltreoceano, a prescindere dalle rispettive coloriture politiche.



Al netto della particolare sintonia personale tra i due protagonisti della cena, questo è il dato costante che va tenuto presente perché esprime la continuità della nostra relazione transatlantica. Nei giorni scorsi, più di un osservatore ha suggerito l’idea che, ora che con la Brexit il Regno Unito è fuori dall’Unione, gli Stati Uniti siano alla ricerca di un altro "pivot" all’interno della Ue, un Paese sicuramente dal "rango" inferiore a quello britannico (che ancora dispone di un diritto di veto in sede Onu), ma proprio per questo più desideroso di poter vantare ed esibire una relazione speciale con l’America e comunque dalla lealtà atlantica ferrea. Ma quale utilità avrebbe per Washington un simile partner? Nell’ipotesi più benevolente esso potrebbe costituire una sorta di facilitatore delle relazioni, non sempre semplici, tra Washington e Bruxelles. In particolar modo, coccolare il più piccolo (e fragile) dei tre "grandi" dell’Unione, consentirebbe di evitare che la ritrovata e obbligatoria sintonia tra Parigi e Berlino possa anche solo implicitamente allentare l’allineamento tra Bruxelles e Washington.
Sul tappeto c’è il dossier russo, su cui Renzi in altre sedi era stato molto critico, ma sul quale Francia e Germania hanno dimostrato nel vertice in "formato Normandia" di qualche giorno fa di essere disposte a seguire Washington. Ma c’è soprattutto il Ttip, il trattato commerciale transatlantico, nei cui confronti sia Berlino sia Parigi stanno frenando, mentre invece il governo italiano continua a mostrare granitiche certezze. L’ipotesi più maliziosa è che, proseguendo su questa china, l’Italia possa essere pensata come un "guastatore" all’interno della ex fortezza europea, in grado di intralciare l’azione egemonica tedesca, ovvero della seconda grande economia esportatrice al mondo dopo quella cinese.


È un’ipotesi molto azzardata, che non tiene conto della storica entusiastica adesione dell’Italia al progetto europeo. E però difficile non constatare come Renzi stesso non abbia esitato un solo minuto a cogliere l’opportunità di attaccare l’Unione, la Commissione, la Germania e la signora Merkel già dal suolo americano, allo scopo di iniziare la schermaglia sulla sua legge di stabilità sull’onda del maxi endorsement di Obama.

Un’inversione di 180 gradi rispetto al "quadretto di Ventotene", fortissimamente voluto e organizzato da Renzi stesso a Brexit ancora calda... Al di là delle considerazioni di stile, si tratta di un gioco pericoloso. Innanzitutto perché Obama è, politicamente parlando, un’anatra zoppa (il cui appoggio nei referendum oltre tutto non sempre porta bene, chiedere a David Cameron per avere ragguagli) e non è per nulla detto che Hillary Clinton (per tacere di Donald Trump) vorrà confermare la linea del suo predecessore, che peraltro in politica estera può esibire ben modesti successi.

 

Ma è pericoloso soprattutto perché, oggi e ancor più domani, la relazione con la Germania è ben più cruciale di quella con l’America per la solidità, il benessere e persino la sicurezza italiana. Giocare l’una contro l’altra dimostrerebbe una miopia estremamente grave. A partire dai dossier che più stanno a cuore al premier, immigrazione e flessibilità, sui quali tutto l’entusiastico appoggio di Washington non vale un’unghia della più piccola apertura da parte di Berlino.

Monday 24 October 2016 09:24

Via dall’insaziato idolo

La fede biblica è liberazione. L’alleanza con YHWH è stata soprattutto la grande strada per fuggire dalla schiavitù degli imperi. Sta qui molta della portata innovativa e rivoluzionaria della Bibbia: accettare di allearsi con un Dio altissimo, invisibile, impronunciabile, tutto spirituale, è stata la via per non diventare sudditi di re e faraoni troppo visibili, materiali, pronunciabili e pronunciati. Schiavi di sovrani dal nome detto e ripetuto in ogni angolo del regno, la cui immagine era riprodotta in mille statue che disegnavano il paesaggio dei loro imperi. Riconoscere che solo YHWH è signore è stata una pedagogia straordinaria per imparare la vera laicità della politica e della vita civile e quindi riconoscere la natura idolatrica degli imperi, delle comunità, delle famiglie (dove per non trasformare i nostri figli in idoli stupidi dobbiamo rinunciare a pensarli, volerli e "crearli" a nostra immagine e somiglianza).
 
Il Dio biblico è distinto da Cesare perché Cesare non è Dio e non può mai diventarlo. Al massimo potrà conquistare lo status di idolo. Gli idoli sono molto meno di Dio, sono molto meno dell’uomo. L’idolatria è sempre rimpicciolimento di Dio, ma è ancor di più rimpicciolimento dell’uomo. La profezia, proteggendo YHWH dall’idolatria, ha protetto noi dal diventare immagine di feticci. Ecco perché essa è soprattutto un messaggio antropologico rivolto alla donna e all’uomo di ogni tempo: "non rimpicciolirti, non diventare copia di cose troppo meschine: tu vali molto di più". Non deve stupire, allora, che il libro di Isaia, aperto dalla critica radicale agli idoli, termini il ciclo del cosiddetto "primo Isaia" ancora con l’idolatria. Il re Ezechia fu giusto e quindi anti-idolatra: «Egli eliminò le alture e frantumò le stele, tagliò il palo sacro e fece a pezzi il serpente di bronzo... Egli ebbe fiducia in YHWH» (Secondo Libro dei Re, 3-5).
 
Questo re giusto sta ora per affrontare la sua crisi più grande. La superpotenza assira, dopo aver occupato i vari regni della regione, si accinge a conquistare anche Gerusalemme. Il re Sanherib invia una delegazione per chiedergli la resa. I grandi ufficiali siriani parlano e toccano il cuore della fede di Israele: «Non vi inganni Ezechia dicendo: "Il Signore ci libererà! Forse gli dèi delle nazioni sono riusciti a liberare ognuno la propria terra dalla mano del re d’Assiria?"» (Isaia 36,18). Il messaggio degli ambasciatori assiri è dunque molto chiaro: il vostro Dio è come quello dei popoli che abbiamo già conquistato. È impotente come loro. La vostra fede-fiducia è vana, è solo illusioni, stupidità, scemenze. E quindi così si rivolgono ai tre funzionari di Ezechia: «Riferite a Ezechia: "Così dice il grande re, il re d’Assiria: Che razza di fede-fiducia è quella nella quale confidi?"» (36,3).
 
Gli assiri parlano lo stesso linguaggio religioso di Israele. Vogliono una resa volontaria, interiore, libera. Gli imperi sanno che non conquistano mai un popolo finché non gli conquistano l’anima, finché non lo convincono che la sua fede è una stupidaggine per offrirgli la propria più intelligente. Quel siniscalco del re assiro mostra anche di conoscere il nome il Dio di Israele, YHWH, e dice di parlare in suo nome (36,10). Come i falsi profeti. E come tutti i falsi profeti si dimostra subito idolatrico equiparando YHWH agli idoli. È sempre stata questa la bestemmia più grande nella Bibbia, persino peggiore di quella che pronuncia chi nega l’esistenza di Dio: chi pensa "Dio non c’è" è semplicemente "stolto" (Salmo 14), ma chi lo confonde con gli idoli è idolatra. Per questa ragione teologica profonda Ezechia non accetta il "turpe commercio" che gli assiri gli offrono, e ne smaschera la finta religiosità. Così Ezechia, ascoltato il racconto dei suoi messaggeri, si straccia le vesti, si mette il sacco, e si reca nel tempio. E prega: «Porgi, Signore, il tuo orecchio e ascolta; apri, Signore, i tuoi occhi e guarda. (...) È vero, Signore, i re d’Assiria hanno devastato le nazioni e la loro terra, hanno gettato i loro dèi nel fuoco; quelli però non erano dèi, ma solo opera di mani d’uomo, legno e pietra: perciò li hanno distrutti». (37, 17-19). La sua è una preghiera splendida, grandiosa, perfetta. Rinnova la sua fede diversa, e invita YHWH ad ascoltare, ad aprire i suoi occhi, a guardare.
 
A "svegliarsi". La prima preghiera nei tempi della prova è un grido per svegliare Dio. Per poter continuare ad avere fede in Dio quando non interviene, occorre credere che stia "dormendo", perché se non fa nulla e non dorme allora o non è Dio o è morto. Il "sonno di Dio" è stato molte volte la salvezza della fede di chi sperimenta l’ingiustizia nel suo silenzio.
 
La Bibbia ci sta allora dicendo che Dio ha bisogno del nostro grido per mostrarsi Dio. Perché l’impotenza diventi onnipotenza c’è bisogno della nostra preghiera-grido. Solo se Dio non è idolo può svegliarsi, udire, guardare, vedere, perché gli idoli sono muti, sordi, cerchi; non dormono perché sono morti da sempre. Poi Ezechia manda emissari da Isaia per ascoltare la sua parola. Il re riconosce che il suo ministero regale è insufficiente in quel momento decisivo per il suo popolo, quando «i bambini stanno per nascere ma non c’è forza per partorire» (37,3) - sono sempre splendide le immagini femminili usate nel libro di Isaia. Sa, perché è un re giusto, che è in gioco l’identità profonda del popolo (la sua fede in YHWH), e quindi deve far ricorso alla profezia, che è risorsa essenziale quando è minacciata l’anima collettiva.
 
Nei tempi ordinari la saggezza del buon governo può essere sufficiente per costruire fortificazioni, bonificare i campi, guidare bene l’economia e i commerci. Ma quando è in pericolo l’identità del popolo, la politica deve saper lasciare il posto alla profezia, perché sono altre le risorse e le "competenze" necessarie. Troppe crisi grandi non si superano perché i politici non hanno l’umiltà di chiedere aiuto ai profeti: perché non li cercano, non li conoscono, non li trovano, o perché, semplicemente, non ci sono più. Sono morti, sono in esilio, sono fuggiti in terre che non uccidono i profeti.
 
Quella volta, però, la profezia non era morta né fuggita da Gerusalemme. C’era Isaia, ed Ezechia lo sapeva, lo conosceva. Era un re giusto. E così lo manda a cercare, ascolta la sua parola, e salva il suo popolo. Isaia ripete le stesse parole che aveva detto molti anni prima a Akaz, un re ingiusto e idolatra: «Non temere», non abbiate paura. È sempre questa la prima parola dei profeti non-falsi. I falsi profeti, invece, aumentano le paure allo scopo di offrire false soluzioni. I profeti tengono per loro stessi le paure e al popolo donano pace, perché sanno che nei tempi della prova occorre dapprima ricostruire la pace dentro le anime, che in preda al timore non riescono ad ascoltare le parole di verità.
 
E poi aggiunge: «Così dice il Signore riguardo al re d’Assiria: "Non entrerà in questa città né vi lancerà una freccia, non l’affronterà con scudi e contro di essa non costruirà terrapieno. Ritornerà per la strada per cui è venuto; non entrerà in questa città"». (37,33-34). E così fu. Gerusalemme non fu conquistata, il popolo non fu deportato. Non sappiamo più ricostruire e narrare la sequenza e la concatenazione storica dei fatti che portarono gli assiri a rinunciare alla presa di Gerusalemme. Il Libro di Isaia e il secondo Libro dei re (capp. 18,19) ci offrono versioni diverse. Ciò che interessa al redattore finale del libro di Isaia è associare la salvezza di Gerusalemme e della nazione alla fede di Ezechia, alla parola di Isaia, e quindi a YHWH. Gli interessava raccontarci, con i dati storici a sua disposizione, lontani e parziali, un passaggio cruciale della storia di Israele, nel quale il popolo, di fronte a una crisi grande, non aveva perso la fede e si era salvato – un racconto scritto e maturato durante l’esilio babilonese, quando il popolo sperimentava il fallimento di quella fede che un giorno li aveva salvati.
 
In Isaia e nei profeti la fede è sempre e indissolubilmente legata alla fiducia e alla salvezza. Fede è avere fiducia che quell’Elohim che aveva parlato ai patriarchi, che aveva rivelato poi il suo nome (YHWH) a Mosè, non è un idolo, ma è vivo e quindi operante nel mondo e nella loro storia concreta, per salvarli. Nella Bibbia la salvezza è pegno della fede. La mancata conquista di Gerusalemme da parte degli Assiri è importante prima di tutto come segno che YHWH è all’opera, e che non si stanno affidando a un dio-feticcio.
 
Ci salviamo finché crediamo, crediamo finché siamo capaci di fidarci e di affidarci e quindi leggere la nostra salvezza come verità della nostra fede. Finché possiamo raccontare che "un giorno" siamo stati salvati per non aver creduto negli idoli, possiamo sempre sperare che "verrà un giorno" in cui un non-idolo ci libererà. L’idolatria è oggi dilagante perché si presenta come laicità, come spirito post-religioso e finalmente adulto, e così non ci accorgiamo che il "feticismo delle merci" è diventata la nuova religione di massa del nostro tempo. Un culto con milioni, miliardi di totem, perché con la scomparsa delle comunità e con il post-capitalismo gli idoli si sono personalizzati, disegnati e prodotti sui gusti del singolo consumatore, sommo e unico sacerdote in un "tempio" vuoto di persone e strapieno di oggetti.
 
Ogni cultura idolatrica è cultura di solo consumo, e ogni cultura di solo consumo è implicitamente idolatrica. È l’idolo il consumatore perfetto e sovrano, mai sazio di merci. In tali società, nel lavoro e nella produzione non c’è né gioia né senso: si lavora solo e sempre da schiavi, per produrre mattoni per innalzare le sfingi e le piramidi del faraone-dio. Siamo tutti scultori e forgiatori di idoli, dentro e fuori le religioni. Finché sulla terra ci sarà un idolo, avremo ancora bisogno dei profeti.

Monday 24 October 2016 07:40

Parola di giustizia

L’odierna Giornata missionaria mondiale si colloca, per una felice coincidenza del calendario, nella fase conclusiva dell’Anno Santo della Misericordia, un evento ecclesiale che, per sua natura, si spinge ben oltre i limiti temporali fissati nella Misericordiae Vultus, cioè dall’8 dicembre 2015 al 20 novembre 2016. In effetti, la Bolla d’indizione del Giubileo spiega chiaramente che si tratta di un’iniziativa dalla forte valenza missionaria il cui dinamismo proietta le nostre comunità verso il futuro. «La Chiesa – ha scritto papa Francesco – ha la missione di annunciare la misericordia di Dio, cuore pulsante del Vangelo, che per mezzo suo deve raggiungere il cuore e la mente di ogni persona» (Mv 12).

Questo, in sostanza, significa che vi è un bisogno impellente di rilanciare, a livello mondiale, l’impegno contenuto nel Mandatum Novum di Nostro Signore, affidato agli apostoli duemila anni fa. Lo si evince anche leggendo il tradizionale messaggio che il Papa ha redatto per la Gmm, laddove ci invita a guardare alla Missione ad gentes «come una grande, immensa opera di misericordia sia spirituale che materiale».


Ecco, allora, che il modo più efficace per dare continuità all’Anno giubilare, stando sempre al messaggio di Francesco, è quello di «uscire, come discepoli missionari, ciascuno mettendo a servizio i propri talenti, la propria creatività, la propria saggezza ed esperienza nel portare il messaggio della tenerezza e della compassione di Dio all’intera famiglia umana». Una Missione, dunque, «Nel nome della Misericordia», come recita lo slogan scelto per la Giornata dalla Fondazione Missio che rappresenta in Italia le Pontificie opere missionarie.

D’altronde, è sufficiente riflettere su quanto sta avvenendo sul palcoscenico della storia dove, quotidianamente, un numero indicibile di uomini e di donne sono ostaggio di logiche perverse in quelle che il Santo Padre, pertinentemente, definisce «periferie geografiche ed esistenziali» del nostro tempo. Si tratta di vittime sacrificali nel contesto della «globalizzazione dell’indifferenza», rispetto alle quali la comunità ecclesiale, nel suo complesso, semplicemente non può essere indifferente.


È sufficiente, ad esempio, riflettere su quanto sta avvenendo in Siria o in Iraq, per non parlare della martoriata regione congolese del Kivu settentrionale o in altre regioni dell’Africa subsahariana, per rendersi conto dell’egoismo che attanaglia l’animo umano. E cosa dire della finanza speculativa che ha acuito a dismisura la divaricazione tra ricchi e poveri, penalizzando l’economia reale e dunque sconvolgendo il cosiddetto "mercato del lavoro"?

Per non parlare del fenomeno migratorio che interpella le società europee e in particolare le Chiese di antica tradizione. Da questo punto di vista è urgente l’impegno di tutti i credenti, non fosse altro per il fatto che nel mondo "villaggio globale" le responsabilità sono condivise.

Ecco perché è fondamentale cogliere, in chiave missionaria, il rapporto tra giustizia e misericordia. Non sono due aspetti in contrasto tra di loro, spiega il Papa nella Bolla di indizione del Giubileo, «ma due dimensioni di un’unica realtà che si sviluppa progressivamente fino a raggiungere il suo apice nella pienezza dell’amore». E poi chiarisce che «per superare la prospettiva legalista, bisognerebbe ricordare che nella Sacra Scrittura la giustizia è concepita essenzialmente come un abbandonarsi fiducioso alla volontà di Dio».

 

Una sfida che richiama, anche se non esplicitamente, l’antica tradizione della remissione dei debiti nei confronti soprattutto dei poveri, di coloro che vivono nei bassifondi della storia. La tradizionale colletta che verrà destinata alle Pontificie opere missionarie, in questo contesto, è il segno di una condivisione, all’insegna della solidarietà, di cui i nostri missionari e le nostre missionarie (membri di istituti o congregazioni, sacerdoti fidei donum e laici) sono i primi interpreti. Numericamente parlando, essi sono passati da oltre 24mila unità del 1990, a circa ottomila di oggi. Il calo è sotto gli occhi di tutti e dice come occorra recuperare lo slancio e l’entusiasmo missionario, nella consapevolezza, come dice papa Francesco, che la Chiesa per seguire il suo Signore deve essere davvero «in uscita».

Saturday 22 October 2016

Non è la cicogna a portare i mammoni

Da tempo ci si chiede come mai in Italia si formano sempre meno famiglie e nascono sempre meno bambini, e ci si interroga su cosa fare per invertire la tendenza. Poi arriva un dato che sposta la questione su un piano completamente diverso, più a monte, e costringe a fare i conti con un problema che ultimamente era stato un po’ accantonato: i giovani adulti non lasciano la casa dei genitori. In cifre, due terzi degli italiani tra i 18 e i 34 anni vivono con la famiglia d’origine.


Attenti a dare giudizi, perché termini come "mammoni" o "bamboccioni" appartengono alla preistoria delle analisi sulla condizione giovanile. Il problema è più serio e questa emergenza generazionale non può essere liquidata con gli slogan, considerato che chiama in causa la cultura di una società e la sua struttura, mentre nella misura in cui diventa un motivo di stagnazione rischia di assumere connotati patologici. Già, perché a qualcuno può sembrare normale restare in famiglia quando il lavoro manca, è poco pagato o è precario, ma se il nostro 67% si confronta con il 34 della Francia e della Gran Bretagna, il 43 della Germania o il 48 della media di 28 Paesi europei, qualche problema dovremmo porcelo.

È veramente solo una questione legata alla crisi? Non sembra: quattro su dieci di coloro che restano in casa coi genitori ha un lavoro full-time, solo il 25% è disoccupato. L’anomalia da primato europeo è ancora più evidente tra i 25 e i 34 anni, quando gli studi dovrebbero essere terminati: gli italiani che vivono con mamma e papà sono più della metà, mentre la quota di chi non ha rescisso il cordone ombelicale crolla a uno su dieci nella vicina Francia, a due su dieci in Germania, ed è di dieci punti inferiore persino in Spagna.
Qui non stiamo parlando di mettere su famiglia o avere figli. Siamo a un livello molto precedente. I giovani adulti non escono di casa nemmeno per andare a vivere da soli, nemmeno per conquistarsi un minimo di autonomia e divertirsi con gli amici. Il dato forse più preoccupante è la caduta della spinta all’indipendenza nei giovani maschi, a riprova che la dimensione culturale è prevalente: tre su quattro di chi non se ne va sono uomini.


Noi sappiamo che posti di lavoro stabili, abitazioni a costi accessibili e prospettive di fiducia nel futuro sono le condizioni di base per favorire la costituzione di nuove famiglie, o quantomeno incominciare a spezzare i legami con quella d’origine e tentare di affrontare l’avventura della vita. Ma sappiamo anche che spesso sono bassi livelli di autostima nell’adolescenza o una scarsa attitudine alla responsabilità a produrre alti tassi di fragilità sociale e occupazionale in futuro. Quando un giovane confida ai sondaggisti di desiderare un certo tipo di vita, magari un matrimonio felice o una prole numerosa, siamo sicuri che abbia gli strumenti per realizzare i suoi sogni? Che cioè sia convinto di essere in grado di farcela e disposto ad assumersi la responsabilità necessaria a diventare adulto, con il peso delle difficoltà che questo comporta?


"L’Italia non è un paese per giovani" è il ritornello che accompagna ogni valutazione di questa anomalia tutta italiana. Lo ha ricordato bene anche l’ultimo rapporto Caritas nel mettere in luce come negli ultimi anni la povertà sia aumentata per gli under 35 e sia calata per chi ha più di 65 anni. E lo rammentano ogni giorno le misure di politica economica che premiano la rendita delle generazioni più anziane a discapito delle misure a favore di chi si impegna in una famiglia. O la filosofia di un welfare che spinge a vivere sulle spalle dei genitori e dei nonni e a dipendere dai loro aiuti, anziché favorire l’emancipazione e l’autonomia di chi è diventato adulto.


Eppure insistere solo sulla dimensione pubblica è limitante. C’è un tratto privato molto forte da considerare, e che richiama il tipo di educazione impartita in famiglia, il compito dei padri e delle madri che si ridefinisce in una stagione di abdicazione dei ruoli. A che serve uscire di casa se in fondo non vi è alcuna differenza col restare? Se la famiglia di origine può essere a scelta una comunità di parenti o una compagnia di amici? O una meravigliosa cellula di protezione dalle difficoltà del mondo esterno?


L’aumento del numero di genitori che socializza le lettere con cui difende la prole dai compiti impartiti dagli insegnanti, o di coloro che accompagnano i figli nelle aule universitarie o ai colloqui di lavoro ci dice che l’anomalia italiana non è destinata a venire meno in breve tempo. Con tutto quello che comporta in termini di sviluppo di una società.

Saturday 22 October 2016 07:49

Non sottovalutare il disagio d'Europa

Il gran nodo dei confini, delle identità e delle diversità L’ancora recente quindicesimo anniversario dell’attacco alle Torri Gemelle di New York ha stimolato anche in Italia una serie di commenti e reazioni sul tema del terrorismo internazionale, animati in molti casi da ottiche diverse rispetto a quelle prevalenti negli ultimi mesi sul tema degli attentati nel cuore dell’Europa e legate al futuro dell’Unione Europea e alle connessioni con i flussi migratori irregolari di migranti. Ad esempio sono stati sollevati seri interrogativi, puntualmente confermati dai pesanti fatti di cronaca in Minnesota e a New York, in merito alla presunta sconfitta negli Usa del pericolo terroristico.


Senza entrare nel merito di questioni lontane da noi, viene spontaneo chiedersi se sia plausibile pensare che il campo di azione si sia davvero spostato dall’America all’Europa, e quanto contino nello sviluppo della situazione in ambito europeo rispettivamente le dinamiche geopolitiche mondiali e le problematiche interne all’Europa stessa, dalla Brexit, alla costruzione di 'muri' e alla ricostruzione delle frontiere per arginare i flussi irregolari, all’integrazione degli stranieri, al disagio sociale, alle diseguaglianze economiche e al dialogo etnico-religioso. Da un punto di vista mondiale si impongono il tema dei confini, politici ma anche culturali, e quello a esso strettamente legato dell’identità. Che tipo di identità hanno in prevalenza oggi i popoli e gli individui? Locale, nazionale, federata, globale? Si sta andando verso una «identità plurima» e «poliglotta», in tutti i sensi, dal linguistico al comportamentale, al valoriale? E ciò avviene nel rispetto della diversità e con consapevolezza delle implicazioni e dei rischi? In tema di confini, l’alternativa tra allargare e chiudere le frontiere, dalla nazione alla macroregione, al continente, al mondo, e viceversa, sembra essere ormai scavalcato da una 'apertura senza confini', che caratterizza la cosiddetta globalizzazione, e che viviamo tutti ogni giorno nella comunicazione, nei consumi, nel lavoro.


L’ipotesi delle macroregioni e delle aggregazioni sovranazionali – di cui quella europea, ma anche quella mediterranea sono tra le più interessanti – ha allora ancora un senso? I recenti avvenimenti della Brexit e dei 'muri' hanno portato alla luce le contraddizioni insite nel processo di superamento dei confini. Come ha scritto recentemente lo storico geopolitico Manlio Graziano: «Sotto i confini del Vecchio Continente riaffiora l’antica eredità di alcuni blocchi geopolitici rivali: carolingio, mediterraneo, bizantinoottomano, prussiano, asburgico. E poi quello britannico (...) Il passato rimosso ora torna a premere (come al Brennero), con effetti centrifughi che ricordano la dissoluzione della Jugoslavia di Tito». Una argomentazione interessante rispetto alla fenomenologia del 'chiudere le porte ai diversi'.


Da un punto di vista europeo si impone la questione dei valori sottostanti il processo di integrazione europea e il rapporto tra Europa e mondo, in particolare il mondo dei più poveri. Un’altra rievocazione recente, quella di Altiero Spinelli e del Manifesto di Ventotene, ci fa riflettere su uno dei punti principali di quel documento e della azione politica di Spinelli, Rossi e Hirschmann per una Europa unita: il superamento degli egoismi e delle chiusure nazionali attraverso una unione sovrannazionale e di continente. E ci si chiede che fine abbiano fatto quei princìpi. La sensazione che si ha è che vi sia un evidente collegamento tra tutti i temi citati, ma al tempo stesso che il radicalismo che sta alla base di un certo terrorismo abbia molto a che vedere con i nostri problemi interni in ambito europeo, e in particolare con il disagio giovanile e la difficoltà a gestire i «meticciati culturali» che la globalizzazione crea, e con la perdita dei riferimenti ai valori positivi di stampo sociale, umano e spirituale. Questo spiegherebbe sia il fenomeno della «islamizzazione del radicalismo», da alcuni indicato come valvola di sfogo di drammi che hanno origine in Europa e nelle sue aree di maggiore emarginazione, sia quello dei cosiddetti foreign fighters. 


In altre parole, accanto ai fattori esogeni del terrorismo internazionale in Europa, non vi è dubbio che le questioni sociali, la disoccupazione, le disuguaglianze crescenti meritino maggiore attenzione, e assieme a esse i rischi derivanti da un appannamento delle certezze rispetto a temi fondamentali, come quello dei diritti umani e della necessità di studiare e promuovere politiche fondate sul bene delle comunità, sull’umanità e sulla valorizzazione dei valori positivi. Tutte realtà e riferimenti che pure esistono, ad esempio all’interno di movimenti trasversali e reti sociali, che rimangono però per lo più sottotraccia e senza diritto di cronaca.

Friday 27 May 2016

La rinuncia di Ratzinger un anno prima. Era il marzo del 2012 quando disse: “Mi sento monaco”

Immagine tratta da "Il grande silenzio", documentario di Philip Gröning (2005)

Immagine tratta da “Il grande silenzio”, documentario di Philip Gröning (2005)

In questi giorni ho potuto rileggermi l’intervento che Georg Gänswein ha tenuto una settimana fa in occasione della presentazione del volume “Oltre la crisi della Chiesa. Il pontificato di Benedetto XVI” (Lindau 2016) di Roberto Regoli.

Sono tornato in particolare sul passaggio nel quale il segretario di Ratzinger e prefetto della Casa Pontificia parla di come Benedetto XVI ha concepito il suo ritiro dal soglio di Pietro. Gänswein, con parole che hanno sorpreso anche me, racconta di «un ministero allargato», di Francesco «membro attivo» di questo ministero e di Benedetto «membro contemplativo».

Non voglio entrare in disquisizioni teologiche in merito a queste riflessioni, piuttosto semplicemente riportarvi l’incipit di un mio piccolo libro che feci uscire per Giunti poco dopo l’elezione di Francesco (“La Chiesa ferita. Papa Francesco e la sfida del futuro”), nel quale il monaco camaldolese Guido Innocenzo Gargano svela (lo incontrai durante la sede vacante, quando ancora Francesco non era stato eletto) un piccolo segreto riguardante Papa Ratzinger.

Un anno prima della rinuncia Benedetto XVI si recò in visita alla comunità guidata da Gargano a Roma, San Gregorio al Celio. E qui, ai monaci riuniti ad ascoltarlo disse in forma privata e riservata di «sentirsi a casa», e anche di «sentirsi monaco», facendo per la prima volta capire che il suo desiderio era quello di fare un passo indietro per guidare la Chiesa in altro modo, nel silenzio della preghiera. Non so se prima di quella visita Ratzinger avesse mai pensato così chiaramente alla possibilità della rinuncia. Di fatto in quel giorno qualcosa accadde dentro di lui, qualcosa che poi lo portò al ritiro annunciato l’11 febbraio del 2013.

 

Ecco qui di seguito il racconto di quanto avvenne quel giorno, dal prologo del mio libro:

«Sabato 10 marzo 2012. Benedetto XVI si trova su uno dei sette colli di Roma, il Celio, nel monastero dei benedettini camaldolesi dove ha appena incontrato l’arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams.

C’è molto che lega Papa Ratzinger a questa chiesa e al convento. Più di tutto c’è Gregorio Magno, ricco possidente romano che, convertitosi alla vita monastica nel 574-575, trasformò la casa paterna sul Celio in un monastero dedicato a sant’Andrea apostolo. È lo stesso monastero nel quale Ratzinger si trova in visita.

Grande ammiratore di Benedetto da Norcia, Gregorio si dedicò con assiduità alla contemplazione dei misteri di Dio nella lettura della Bibbia. Per lui leggere la Bibbia era entrare in rapporto con Dio, era sentire la voce di Dio.

Non poté dimorare a lungo nel suo convento del Celio poiché, dopo essere stato ordinato diacono, Papa Pelagio II lo inviò presso la corte di Costantinopoli, dove restò per sei anni, e si guadagnò la stima dell’imperatore Maurizio I, di cui tenne a battesimo il figlio Teodosio.

Rientrato a Roma, nel 586, tornò nel monastero sul Celio; vi rimase però per pochissimo tempo, perché il 3 settembre 590 fu chiamato al soglio pontificio dall’entusiasmo dei credenti e dalle insistenze del clero e del senato di Roma, dopo la morte di Pelagio II di cui era stato segretario. Gregorio cercò di resistere alle insistenze del popolo, inviando una lettera all’imperatore Maurizio in cui lo pregava di non ratificare l’elezione, ma il praefectus urbi di Roma, di nome Germano o forse fratello di Gregorio, intercettò la lettera e la sostituì con la petizione del popolo che chiedeva che Gregorio fosse eletto Papa.

Come Papa si dimostrò uomo di azione, pratico e intraprendente (per questo chiamato “l’ultimo dei Romani”), nonostante fosse fisicamente abbastanza esile e cagionevole di salute. Fu amministratore energico, sia nelle questioni sociali e politiche intervenendo a favore dei bisognosi di aiuto e protezione, sia nelle questioni interne della Chiesa.

Benedetto XVI si sente legato a questo Papa. Ma più ancora, si sente legato alla vocazione di Gregorio come monaco, che mai questi ha rinnegato anche negli anni del suo papato. Ratzinger ha preso il nome di Benedetto anche in onore di san Benedetto da Norcia, la cui vita conosce grazie a quanto di lui ha scritto san Gregorio Magno. Il libro II dei Dialoghi di Gregorio è, infatti, interamente dedicato alla figura di Benedetto ed è l’unica testimonianza antica sulla vita del santo monaco, la cui bellezza spirituale appare nel testo in tutta evidenza.

Benedetto XVI è affascinato da Gregorio e dalla regola benedettina. Ha desiderato questa visita non soltanto per motivi ecumenici, la preghiera assieme al primate anglicano Williams, ma anche per un altro motivo: per toccare con mano la spiritualità benedettina che ama nel profondo. Tanto che a pranzo con i cinque monaci che ancora abitano il convento, a sorpresa dice: “Mi sento monaco come voi. Fra i monaci mi sento a casa”.

Nessuno fa caso più di tanto a queste parole. Perché nessuno ancora sa che in cuor suo Benedetto XVI sta maturando (o forse ha già maturato) una decisione storica: la rinuncia al papato, il ritiro per vivere da monaco come probabilmente nel suo intimo desidera da anni.

«Io mi sento a casa fra voi”, dice Ratzinger. Che probabilmente già in quest’occasione sa che è la stessa vita di questi monaci che presto andrà ad abbracciare. Parole che nessuno ha mai saputo egli abbia pronunziato. A confermarle qui è padre Enzo Gargano, per anni priore di questa piccola comunità. Che dice: “La scelta di Ratzinger di ritirarsi è per abbracciare una dimensione diversa. Ha capito che è nella contemplazione che può governare meglio la Chiesa. Esiste una dimensione diversa e che nessuno considera mai, appunto la contemplazione, che permette di guardare le cose in profondità e a chi deve guidare un popolo di farlo nel modo più alto e vero possibile. Perché si lascia che a entrare dentro le cose sia Dio. Si fa un passo indietro e si lascia spazio a Dio”.

È qui, sul monte Celio, in un sabato invernale del 2012, che Ratzinger matura la sua decisione di rinunciare al pontificato. Ma più che una rinuncia al pontificato, la sua decisione sembra essere la volontà di abbracciare la vocazione monacale per la quale si sente fatto. Gregorio divenne Papa nonostante fosse monaco. Ratzinger ugualmente, soltanto che a differenza di Gregorio, monaco lo era nell’intimo del proprio cuore. Per lui lasciare il pontificato è probabilmente compiere fino in fondo la propria vita. Gli andavano stretti i panni del Papa. Ora, invece, può guidare la Chiesa nel modo che ha sempre desiderato: pregando sul monte in solitudine, pregando ritirato come solo i monaci fanno.

E non è un caso che pochi giorni dopo l’annuncio della rinuncia, il cardinale Gianfranco Ravasi, introducendo gli esercizi spirituali per il Papa e la curia romana, abbia rappresentato il futuro della presenza di Benedetto XVI nella Chiesa citando Mosè che sale sul monte a pregare per il popolo d’Israele mentre giù nella valle combatte contro Amalek. “Questa immagine rappresenta la funzione principale per la Chiesa, cioè l’intercessione, intercedere. Noi rimarremo nella valle, quella valle dove c’è Amalek, dove c’è la polvere, dove ci sono le paure, i terrori anche, gli incubi, ma anche la speranza, dove Lei è rimasto in questi otto anni con noi. D’ora in avanti, però, noi sapremo che, sul monte, c’è la sua intercessione per noi”».

Sunday 22 May 2016

Quando Papa Ratzinger soffrì di più. In Gregoriana la presentazione del primo lavoro scientifico sul pontificato di Benedetto XVI

Paolo Rodari e Georg Gänswein

Paolo Rodari e Georg Gänswein

Venerdì sera, in Gregoriana, ho moderato la presentazione del primo libro dedicato a uno studio scientifico del pontificato di Benedetto XVI. Scritto da Roberto Regoli ed edito da Lindau, s’intitola “Oltre la crisi della Chiesa”.

Come relatori c’erano Georg Gänswein, prefetto della Casa pontificia e segretario particolare di Ratzinger, e Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio.

Dell’intervento di Gänswein mi ha colpito quando ha parlato del momento di in cui Benedetto XVI ha sofferto di più. Non fu quando scoppiò Vatileaks, con il tradimento di persone a lui vicine, bensì il momento del «tragico incidente nel quale nel 2010 morì Manuela Camagni, una delle Memores Domini» che lo assistevano in casa. «Soffrì anche per il tradimento di Paolo Gabriele ma, lo ribadisco ancora una volta, non si è dimesso a causa del povero e malguidato assistente di camera né per i Vatileaks. Nessun traditore, o corvo, o qualsivoglia giornalista, avrebbe potuto spingerlo alle dimissioni. Era uno scandalo troppo piccolo rispetto a una decisione così grande».

Dell’intervento di Riccardi mi ha colpito quando ha parlato di Carlo Maria Martini e di come il cardinale arcivescovo di Milano abbia visto con favore, nel 2005, l’elezione di Ratzinger. Pur nella diversa sensibilità teologica i due si stimavano.

Io ho fatto una breve presentazione del libro, raccontando di un colloquio avuto con Regoli due settimane prima della presentazione nel quale l’autore del volume mi ha spiegato i motivi che l’hanno spinto, a così poca distanza dalla fine del pontificato di Ratzinger, a cimentarsi con un libro del genere. Buona lettura.

«Quando ho incontrato Roberto Regoli qualche settimana fa per parlare un po’ di questa serata gli ho chiesto il motivo per il quale ha deciso di scrivere un libro così impegnativo. Perché da storico descrivere un intero pontificato, e un pontificato così singolare soprattutto a motivo del fatto che, terminato il 28 febbraio del 2013, esso in qualche modo continua essendo Papa Benedetto ancora vivo, è davvero un grave impegno.

La risposta che Regoli mi ha dato mi ha molto colpito e credo sia utile riportarvela: mi ha detto più o meno così: “Di un pontificato spesso resta ciò che i primi biografi e i primi storici scrivono di esso. Così ho pensato che avrei potuto, da storico, provare io a dare qualche linea interpretativa, con un lavoro scientifico”. Questa risposta mi ha incuriosito perché in effetti è così: cosa sono stati effettivamente i pontificati di Giovanni Paolo II, di Paolo VI e di Giovanni XXIII e cosa di essi pensiamo a motivo degli studi che su di essi sono stati pubblicati?

È tuttavia evidente che questo lavoro, anche per la vicinanza dal pontificato stesso, non è una biografia di Benedetto XVI quanto, come dice lo stesso Regoli nella sua introduzione, “una bozza della storia del suo pontificato”, una bozza utile per facilitare la messa a fuoco di anni decisivi per il presente e il futuro del cattolicesimo contemporaneo. Il compito insomma che Regoli si è preposto è stato quello di storicizzare, è la prima volta che accade per Benedetto XVI, cioè di leggere il pontificato nel contesto ecclesiale e sociale del periodo in cui si è svolto.

Quale il filo che tiene insieme questa “bozza”? E qual è, quindi, la linea interpretativa di questo pontificato che Regoli ci offre? La risposta, ovviamente, la può desumere ognuno di noi dalla lettura di queste oltre quattrocento pagine. Eppure, a mio avviso, una cosa sembra chiara: il pontificato di Benedetto XVI, secondo Regoli, non dovrà essere ricordato soltanto per la sua imprevedibile conclusione, ma anche per le tante questioni che il Papa ha aperto e che ancora non sono state chiuse. Benedetto XVI, infatti, ha aperto dossier centrali per la vita ecclesiale. Si pensi all’attuazione del Concilio Vaticano II, alle relazioni ecumeniche, al rapporto con le grandi religioni, all’ecclesiologia, con quell’attenzione particolare riservata alla fede in Gesù Cristo in netto regresso soprattutto in Occidente.

Una seconda questione che mi ha colpito del breve colloquio che ho avuto con l’autore qualche settimana fa riguarda la casa editrice. Ho chiesto a Regoli perché avesse scelto Lindau. Mi ha risposto che spesso il limite di questi volumi risiede nel fatto che, pubblicati con una certa casa editrice, non vengono letti perché di essi si presume già di sapere tutto. Cioè: spesso le case editrici seguono una linea ecclesiale – diciamo così – conosciuta e ben marcata e dunque pubblicare con loro, anche se il volume magari si discosta da quella linea, crea un pregiudizio nel lettore. Invece Lindau a detta di Regoli non corre questo rischio perché con essa hanno scritto e scrivono autori di provenienze diverse e questo è il motivo della scelta di Regoli».

Tuesday 12 April 2016

Il progetto di Francesco arriva negli Stati Uniti

La copertina dell'edizione inglese de "Il progetto di Francesco"

La copertina dell’edizione inglese de “Il progetto di Francesco”

Quando nel febbraio del 2014 uscì “Il progetto di Francesco”, un mio libro con padre Victor Manuel Fernandez, teologo argentino amico di Jorge Mario Bergoglio e in qualche misura suo “consulente” teologico, non sapevo quale strada avrebbe percorso.

Soprattutto non immaginavo che, dopo le edizioni in spagnolo, francese, portoghese e polacco, sarebbe arrivata anche un’edizione in lingua inglese per l’americana Paulist Press. È un bel risultato per un libro certamente di nicchia, ma ritengo ancora utile per comprendere nel profondo un Papa preso dai cardinali – così disse lo stesso Francesco affacciandosi alla loggia centrale della basilica vaticana la sera del 13 marzo 2013 – quasi alla fine del mondo.

Ripropongo qui la prefazione del libro, dove spiego perché, poco tempo dopo l’elezione, cercai di mettermi in contattto con Fernandez, fino alla decisione di recarmi a Buenos Aires e scrivere con lui un libro. Buona lettura.

13 marzo 2013. Verso dove Francesco vuole portare la Chiesa? È la domanda che mi sono fatto nei primi giorni di pontificato di Jorge Mario Bergoglio. E dovendo, da cronista, raccontare il pontificato in corso, è la domanda che ho posto fin dalla chiusura del conclave a tutte le persone che per lavoro ho incontrato o sentito. «Voi sapete che il dovere del conclave era di dare un vescovo a Roma e sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo alla fine del mondo… ma siamo qui», ha detto papa Francesco, affacciandosi la sera dell’elezione alla loggia centrale della basilica vaticana. Mi sono chiesto: cosa significa avere un papa che viene dalla fine del mondo? Cosa porterà alla Chiesa? E, soprattutto, dove la porterà?

Giorni dopo l’elezione, ho chiamato un amico vescovo. Avevo intenzione di svolgere un’inchiesta fra i gesuiti e gli ho chiesto il suo parere sulle domande da porre e, in particolare, sul nuovo papa. Mi ha risposto: «Hai letto Il cielo e la terra, il libro che Bergoglio ha scritto con il rabbino Abraham Skorka? Per me sono stati illuminanti i capitoli in cui i due affrontano i temi cosiddetti eticamente sensibili, il matrimonio fra uomo e donna, l’aborto, l’eutanasia ecc. Leggendoli, mi sembra di aver capito che per Bergoglio prima dei princìpi e della loro difesa viene il kerygma, ovvero l’annuncio della buona notizia che è il Vangelo. Mi sembra che questo sia il tratto principale del nuovo papa: i princìpi esistono e non si negano, ma prima occorre annunciare che il Vangelo è amore, misericordia, abbraccio. Insistere troppo sui princìpi non serve e può essere controproducente».

19 settembre 2013. È mattina. Mi trovo a Firenze e squilla il telefono. Mi avvisano che sta per uscire una lunga intervista concessa dal papa a padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica. Mi faccio mandare il testo. Gli spunti sono innumerevoli, ma resto colpito più che altro da un passaggio.

Il papa dice: «Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione». E ancora: «Gli insegnamenti, tanto dogmatici quanto morali, non sono tutti equivalenti. Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L’annuncio di tipo missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus. Dobbiamo quindi trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l’edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte, di perdere la freschezza e il profumo del Vangelo. La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. È da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali».

Sono parole per me illuminanti. Perché confermano che la prima intuizione suggeritami dall’amico vescovo sembra giusta: Francesco mostra di volere una Chiesa che abbraccia e che non esclude. E ritiene che insistere troppo, quasi ossessivamente, sui princìpi, sia una tattica non consonante con il messaggio evangelico. Beninteso, anche i suoi predecessori volevano una Chiesa siffatta. Ma in Francesco questa sottolineatura pare più accentuata.

21 ottobre 2013. Su Repubblica pubblico una pagina d’intervista a Víctor Manuel Fernández, rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina, una delle prime nomine episcopali di Francesco, elevato nel maggio 2013 alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, ha un rapporto di fiducia con il papa che vede in lui un valido consulente. Non a caso fu lui, nel 2007, alla V Conferenza dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida (San Paolo), ad aiutare Bergoglio a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro papa. Pochi come Fernández, dunque, possono aiutare a capire chi sia Francesco e verso dove egli vuole che la Chiesa vada.

Così, a inizio ottobre, lo chiamo a Buenos Aires. Mi risponde una voce cordiale. Gli spiego il mio interesse per il papa, il desiderio di conoscere la sua figura in profondità, le caratteristiche della «sua» Chiesa. Acconsente a che gli invii alcune domande, senza però garantirmi che mi risponderà.

Invece, dopo qualche giorno, mi risponde. Non elude nessuna domanda e a quella per me più importante, ovvero se a suo avviso si può dire che Francesco sia il papa che privilegia la misericordia ai princìpi, risponde così: «L’annuncio del cuore del Vangelo prima d’ogni altra cosa è una caratteristica importante di Francesco, ma è da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Il papa pensa che una Chiesa che vuole uscire da sé stessa e raggiungere tutti debba necessariamente adattare il suo modo di predicare. Soprattutto, egli applica un criterio proposto dal Concilio Vaticano II ma spesso dimenticato e trascurato: la “gerarchia delle verità”.

Francesco ci invita a riconoscere che spesso i precetti della dottrina morale della Chiesa vengono proposti fuori dal contesto che dà loro significato. Il problema maggiore si ha quando il messaggio che la Chiesa annuncia si identifica soltanto con questi aspetti che tuttavia non manifestano per intero il cuore del messaggio di Gesù Cristo…».

E ancora: «Ci deve essere una proporzione adeguata soprattutto nella frequenza con la quale alcuni argomenti o accenti vengono inseriti nella predicazione. Per esempio, se un parroco lungo l’anno liturgico parla dieci volte di morale sessuale e soltanto due o tre volte dell’amore fraterno o della giustizia, vi è una sproporzione. Ugualmente se parla spesso contro il matrimonio fra omosessuali e poco della bellezza del matrimonio. Oppure se parla più della legge che della grazia, più della Chiesa che di Gesù Cristo, più del papa che della parola di Dio».

L’intervista esce su Repubblica il 21 ottobre. L’occasione ci fa conoscere meglio e mi porta a fargli una seconda richiesta: perché non pubblichiamo insieme un libro-conversazione tutto dedicato a Francesco, o meglio al suo «programma»? Con mia grande gioia padre Fernández acconsente una seconda volta. Insieme decidiamo di usare l’esortazione apostolica Evangelii gaudium (EG) come base sulla quale lavorare, avendo ben presente che è stato lo stesso papa a dire che il documento ha un «senso programmatico».

E il risultato, dopo il tempo trascorso assieme a Buenos Aires e un’intensa corrispondenza epistolare, sono le pagine di questo libro, un testo che spero risulti utile per chi vuole comprendere fino in fondo la sfida che il papa venuto «dalla fine del mondo» vuole porre alla Chiesa e, insieme, anche a chi è lontano da una vita di fede.

Evangelii gaudium è un programma di pontificato ampio e accurato. L’esortazione apostolica, infatti, firmata dal papa il 24 novembre 2013, festa di Cristo Re dell’universo, formalmente sarebbe dovuta essere «post-sinodale», ovvero semplicemente un approfondimento delle proposizioni che il Sinodo dei vescovi, svoltosi in Vaticano nel 2012 e dedicato alla nuova evangelizzazione, aveva prodotto. In realtà il documento volutamente non riporta la dizione «post-sinodale», proprio perché è, e vuol essere, molto di più, un testo appunto programmatico. E così, partendo da Evangelii gaudium, è stato per noi semplice ampliare l’orizzonte su un papa così soprendente.

Evangelii gaudium, ovvero la gioia del Vangelo. Sembra essere questa, anzitutto, la direzione. Portare la Chiesa a prendere consapevolezza che il cristianesimo è gioia perché annuncia che Dio è con noi. Una delle azioni maggiormente richieste dal papa è la necessità di «uscire fuori». Uscire dalle proprie convinzioni, comodità, privilegi, idee, per portare il Vangelo di Cristo a tutti senza pregiudizi né preclusioni. Uscire, cambiare, dunque, ripensando daccapo l’intera vita di fede. Il papa non manca di indicare nello specifico alcune riforme e alcuni cambiamenti, esortando «tutti ad applicare con generosità e coraggio gli orientamenti di questo documento, senza divieti né paure». Non è più il tempo della ritrosia. Francesco vuole che tutti, a cominciare dai semplici fedeli, abbandonino «il comodo criterio del “si è fatto sempre così”». Dice: «Invito tutti ad essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità».

Questo libro, dunque, nasce anche dallo stupore per questo testo papale, una vera e propria enciclica, secondo quanto hanno scritto diversi osservatori. Stupore per un papa che decide di mettere per iscritto un programma esigente anche verso sé stesso e la propria persona: «Dal momento che sono chiamato a vivere quanto chiedo agli altri, devo anche pensare a una conversione del papato». Il cantiere che papa Francesco ha aperto con Evangelii gaudium è ampio e può far venire le vertigini. «Tuttavia – scrive Francesco – non c’è maggiore libertà che quella di lasciarci portare dallo Spirito, rinunciando a calcolare tutto, e permettere che Egli ci illumini, ci guidi, ci orienti, ci spinga dove Lui desidera».

Thursday 07 April 2016

La sapienza dello scriba si deve alle sue ore di quiete

Indro Montanelli

Il mio prossimo libro esce a settembre. C’ho lavorato tre anni: mandavo le bozze alla casa editrice che, puntualmente, me le mandava indietro.

Semplifica, taglia, accorcia, mi dicevano. E avevano ragione. Ma che fatica. Eppure, se potessi tornare indietro anche io, farei il medesimo lavoro con tutti gli altri libri che ho scritto. Alcuni, anzi, non li scriverei nemmeno più. Ero inesperto, anche giovane, e il demone della frenesia mi possedeva.

Dovevo scrivere, pubblicare, fare. Complice questo strano lavoro che è il giornalismo che tutti i maledetti giorni esige cose, cose e ancora cose… ero sempre spinto a dare qualcosa. Che stupido che ero. Non avevo ancora capito che aveva ragione il Siracide: «La sapienza dello scriba si deve alle sue ore di quiete; chi ha poca attività diventerà saggio».

L’ho compreso soltanto adesso. Ma non mi condanno per questo. Non posso condannarmi per ciò che ero. Sarebbe ingiusto. Posso solo ringraziare per ciò che sono ora. E molto, di ciò che sono, lo devo alla casa editrice che mi ha seguito, direi plasmato, in questi tre anni: riscrivi, rifai, accorcia, semplifica, mi hanno detto. Non c’è fretta. C’è tempo. Il tempo della giusta maturazione.

E ho obbedito. Uscirà a settembre. Dopo tre anni. Per me è un nuovo inizio.

Tuesday 29 September 2015

Sale della comunità, si svolta

adriano bianchiNon si vede, ma accade. In questi primi giorni d’inizio autunno le parrocchie e gli oratori italiani si animano. Famiglie, catechisti, bambini, sport, attività. La Chiesa che è tra la gente declina ancora una volta nel quotidiano la sfida di annunciare il Vangelo per rendere più umano il territorio, i quartieri, la società di cui si sente parte. Prende i ritmi e i tempi della comunità, crea legami promuovendo l’educazione, la carità e la cultura con uno stile libero e sobrio. È un impegno vivo in ogni città e paese italiano e ha il volto di preti, operatori pastorali e persone che nel servizio parrocchiale mettono passione, creatività e competenza.

In circa mille parrocchie italiane questo servizio pastorale trova casa anche nell’animazione delle sale della comunità. Ricomincia il cinema, la musica, il teatro. Non puro intrattenimento, ma con una coscienza sempre più piena che anche le sale della comunità debbano rispondere a una vocazione ecclesiale e culturale. Accanto alla chiesa e all’oratorio, oggi sempre più spesso esse intercettano l’espressività giovanile, la sperimentazione artistica, il protagonismo, il dialogo tra le culture, l’approfondimento nel pensare. Sono uno spazio privilegiato di educazione alla bellezza, alla ricerca e all’incontro. La parrocchia resta la casa del progetto della sala della comunità e ad essa deve rendere conto. È l’indicazione dei vescovi italiani che fin dal 1999 con una nota pastorale sul servizio ecclesiale e culturale delle Sale (ribadito poi nel direttorio Comunicazione e mis- sione del 2004) hanno affidato a questo prezioso spazio di evangelizzazione e promozione culturale.

La sala della comunità è progetto di soglia,’propedeutico al tempio’ diceva all’Acec San Giovanni Paolo II, e l’Associazione cattolica esercenti cinema (Acec), su mandato della Chiesa italiana, continua a promuovere, sostenere e rappresentare questo cammino. Lo fa da associazione, e non da semplice soggetto culturale preposto, nella convinzione che la modalità associativa aiuti a rappresentare meglio i bisogni del territorio, serva a salvaguardare la peculiarità e il contributo di ciascun territorio pur in un percorso unitario.

D’altro canto le sfide, anche per le Sale della comunità, non finiscono mai. L’ultima riguarda il cinema. La trasformazione digitale e la sparizione della pellicola cinematografica ha comportato l’investimento per l’acquisto del nuovo proiettore di circa 50mila euro per ogni sala. Soldi che sono arrivati anzitutto dalla gente delle nostre parrocchie. Qualche bando regionale c’è stato, qualche aiuto da parte di qualche benemerita fondazione è arrivato, qualche diocesi si è mossa. L’ultima, in ordine di tempo è la convenzione stipulata tra Bnl, Acec e Anec per la cedibilità del credito nella digitalizzazione e presentata recentemente alla Mostra di Venezia. Un’opportunità in più che andrà sfruttata al meglio. A oggi 550 sale hanno superato lo scoglio. Altre 150 potrebbero farlo a breve. Almeno 200 hanno mollato la presa. Chi si è digitalizzato lo deve però alla tenacia soprattutto dei volontari. Sono loro che non hanno smesso di fare iniziative e di sollecitarle le istituzioni. In Italia oggi le sale cattoliche ormai all’avanguardia dal punto di vista tecnologico, garantiscono al cinema di raggiungere i piccoli comuni e località più sperdute. Lo fanno con prezzi popolari e con programmazioni sia di qualità che di svago. Le nostre sale si sono anche aperte al teatro, ivi compreso quello sacro (grazie alle circuitazioni nazionali promosse da Acec, Federgat e Cei) e, in accordo con le scuole, fanno crescere con progetti educativi mirati il pubblico del futuro. Dove sono presenti sono certo un’opportunità, ma, soprattutto al Sud, avrebbero bisogno di essere maggiormente integrate anche attraverso l’apporto associativo che l’Acec offre, perché possano esprimere al meglio il loro valore e il servizio che le Chiese. Resta ancora molto da fare, ma la passione e l’impegno non mancano.

Adriano Bianchi, presidente Associazione cattolica esercenti cinema (Acec)

Avvenire, 29 settembre 2015

Monday 28 September 2015

Caro Hawking, il Big Bang non esclude Dio

Dice ancora qualcosa il nome di Dio agli uomini di oggi? Secondo Nietzsche, poco o nulla. Lo stesso annuncio che «Dio è morto» è destinato a cadere nel vuoto. Magari tutti ripetono la frase a proposito di questo o di quello. Ma come se fosse un’ovvietà, una cosa scontata, di cui prendere atto per poi archiviarla senza farsi troppi problemi [...].

Che morte di Dio appaia come un evento che è ormai alle nostre spalle e che ci lascia sostanzialmente indifferenti non è ateismo. È nichilismo. L’ateismo a suo modo tiene ferma l’idea di Dio [...], vede in Dio il nemico dell’uomo. Perciò gli muove guerra. Per il nichilismo niente di tutto ciò. Quella di Dio è una grande idea. Talmente alta e nobile che, come afferma quel perfetto nichilista che è Ivan Karamazov, c’è da stupire che sia venuta in mente a un “animale selvaggio” come l’uomo. Però destinata a dissolversi come rugiada al sole sotto i raggi spietati della scienza.

Rimasto senza Dio, l’uomo deve fare i conti con la realtà. Deve imparare a vivere sotto un cielo da cui non può più venirgli alcun soccorso né consolazione. Quindi, deve riappropriarsi della sua vita terrena e soltanto terrena. Con quanto di buono e prezioso la terra ha da offrire una volta che Dio è uscito di scena. Ma siccome non c’è nulla di buono e prezioso se non in forza dei nostri stessi limiti, diciamo pure in forza del nostro destino di morte (infatti come potremmo amarci gli uni gli altri se fossimo immortali?), sia lode al nulla! Questo dice il nichilismo.

Ma anche più importante di quel che il nichilismo dice, è quel che il nichilismo non dice. Per realizzare il suo progetto di riconciliazione con la mortalità e la finitezza, il nichilismo deve tacere su un punto decisivo: lo scandalo dal male. Precisamente lo scandalo che l’ateismo aveva fatto valere contro Dio, in questo dimostrandosi consapevole del fatto che il male sta e cade con Dio. È di fronte a Dio che il male appare scandaloso. Cancellato del tutto Dio, persino come idea, il male continua a far male, ma rientra nell’ordine naturale delle cose. Ed ecco la parola d’ordine del nichilismo: tranquilli, non è il caso di far tragedie [...].

Spostiamo ora la nostra attenzione su un altro piano. Dove in questione sono scienza e religione. Affermando, come gli è accaduto recentemente, che una “teoria unificata dell’universo” è ormai a portata di mano, Stephen Hawking ha riproposto quello che per Einstein era un sogno irrealizzabile, ossia la riunificazione in un solo campo delle forze dell’infinitamente piccolo (forza nucleare e radioattività) e delle forze dell’infinitamente grande (elettromagnetismo e gravità). Lasciamo stare se Hawking abbia ragione o pecchi di ottimismo. Chiediamoci piuttosto da dove Hawking tragga l’idea che fa da corollario alla sua affermazione: quella per cui tale teoria metterebbe Dio definitivamente fuori gioco. E dire che proprio Hawking solo qualche anno fa ne aveva ammesso la possibilità. Lo stesso vale per Einstein. Per non parlare di Cantor, la cui teoria degli insiemi prospetta gli infiniti (al plurale) l’uno dentro l’altro, come in un gioco di scatole cinesi, ed evoca Dio come infinito degli infiniti (ma anche come ultimo orizzonte in cui la ragione fa naufragio). Sia come sia il problema Dio appariva aperto e invece ora non più. Se non risolto, accantonato su base fisicomatematica prima ancora che su altra base (ad esempio etica).

In altri termini, quel che viene sostenuto da Hawking è che di Dio non c’è alcun bisogno per spiegare il passaggio dallo stato assolutamente inerziale dell’inizio al Big Bang. Nulla infatti vieta di pensare che lo stato iniziale contenga già, prima della sua esplosione – e dunque in un tempo solo immaginario e non ancora reale –, tutte le informazioni necessarie a produrre l’esplosione stessa. Se il successivo processo entropico viene fatto regredire fino al grado zero, dove l’entropia è nulla ma le informazioni ci sono e contengono nel tempo immaginario la totalità delle cose che poi si svilupperanno nel tempo reale, è come se ci fosse dato di giungere al limite estremo dell’universo (per non dire dell’essere) e poi fare ancora un passo. Un passo a nord del Polo Nord, per usare la paradossale metafora di Hawking.

Che cos’è questo? Un salto nel nulla? Un tentativo di costruire, nel cuore stesso del nulla, una postazione da cui osservare il prodursi della realtà, il suo venire alla luce, il suo offrirsi a uno sguardo capace di descriverne perfettamente la manifestazione? Certo è un salto nel grado zero della realtà. Diciamo pure: un salto nello zero. E allora perché stupirsi? Lo zero è un numero. Ma un numero straordinario. Simboleggia ciò che sta prima dell’uno, ma al tempo stesso contiene l’uno, se è vero che zero elevato a potenza zero dà uno. Contiene non solo quel che non è ancora ma addirittura quel che esso nega. Posto lo zero, è posto anche l’uno. E con l’uno la serie infinita dei numeri, con i numeri il prima e il dopo, vale a dire il tempo, col tempo la possibilità che le cose siano… Accade con il numero zero quel che accade con il concetto di nulla: ce ne serviamo per indicare una realtà negativa, realtà che non esiste, eppure grazie a essi compiamo operazioni altrimenti impossibili o riusciamo a pensare ciò che diversamente resterebbe impensato (l’indeterminazione, la libertà, e così via).

Nondimeno… Se ci limitiamo a considerare lo zero un analogo del nulla, quasi che lo zero fosse in matematica quel che il nulla è in metafisica, perdiamo di vista la differenza essenziale. Lo zero è qualcosa. È un numero, appunto. Un simbolo. È qualcosa che ha pur sempre che fare con qualcosa, anche quando questo qualcosa è una realtà puramente negativa o realtà che sta prima della realtà, come il tempo immaginario che sta prima del tempo reale. Invece posto il nulla, non è posto alcunché [...]: il nulla non designa nulla e soprattutto non ha a che fare con dei fatti, ma semmai col senso o col non senso delle cose. Come quando dico: questo non significa nulla. Oppure: il nulla è il senso del tutto. Oppure: Dio ha tratto il mondo fuori dal nulla. Come intendere queste affermazioni? In un solo modo, se si vuole evitare di cadere nell’assurdo: come affermazioni che non riguardano questo o quel fatto, né la totalità dei fatti, né l’essere, ma il senso dell’essere. Quando dico che Dio ha tratto il mondo fuori da nulla, non sto affatto descrivendo il processo che ha innescato il Big Bang, cioè una serie di fatti. Al contrario, sto dicendo (magari a torto, ma questo non è qui in discussione) che il mondo ha senso, visto che Dio, che poteva abbandonarlo al nulla, lo ha invece tratto fuori dal nulla e quindi lo ha “salvato”. Due piani, dunque, da tenere ben distinti. Per gli astrofisici si tratta di spiegare com’è fatto il mondo. Per i filosofi e per i teologi, se il mondo abbia o non abbia un senso. Chiamare o non chiamare Dio quel principio di spiegazione è irrilevante, così come è fuori luogo applicare a una teoria fisica la nozione di disegno salvifico o intelligente che sia.

Sergio Givone

Avvenire, 27 settembre 2015

Thursday 24 September 2015

Ripartire dalla legge di natura

«Per vivere occorre un’identità, ossia una dignità », scriveva Primo Levi ne I sommersi e i salvati (1986), scolpendo con queste parole la verità irrinunciabile di ogni esistenza umana, umiliata e negata nei campi di sterminio nazisti. Ciascuno porta con sé il diritto di essere qualcosa di irriducibile e inviolabile. Il diritto della persona umana coincide con la sua stessa nascita, con quell’“inizio” che riaccade ogni volta che un essere umano viene al mondo, e di cui Hannah Arendt aveva parlato alla fine del suo studio su Le origini del totalitarismo (1951), riprendendo un’intuizione formidabile di Agostino: « Initium ut esset, homo creatus est », l’uomo è stato fatto per poter cominciare, per essere un inizio, per dare inizio a qualcosa di nuovo e di libero. A questo livello si radica la vera resistenza alla distruzione ideologica dell’umano, che è la cifra tragica dei totalitarismi novecenteschi, ma anche la più normalizzata omologazione di una cultura nichilista, in cui l’umano implode per mancanza di un significato reale per cui vivere.

In questa identità, in questo inizio è il seme di ogni diritto, nato non semplicemente dalla rivendicazione di qualcosa che non ci viene riconosciuto o per cui siamo discriminati (questo verrà dopo, certo, come inevitabile conseguenza dell’essere al mondo), ma dal non esserci fatti da noi stessi. Paradossalmente, il nostro primo diritto è la nostra provenienza, nei confronti della quale noi siamo sempre “in debito”, in quanto “dati” a noi stessi. Forse è proprio ripartendo da qui che possiamo comprendere nuovamente il significato di “legge di natura”, un’espressione diventata per molti troppo ingombrante, nel migliore dei casi così scontata da non essere più interessante. Nel dibattito culturale contemporaneo assistiamo infatti a una strana contraddizione: da un lato i diritti individuali delle persone e i diritti collettivi dei gruppi sociali, vengono sempre più concepiti – e rivendicati – come il test dell’affermazione o della negazione della dignità dell’essere umano. Dall’altro lato però diventa sempre più problematico fondare tali diritti su di una “base” naturale oggettiva e universale. Temi caldi come il diritto a decidere della propria morte o della propria identità di genere in base alle condizioni fisico-ambientali e al sentimento di sé che segna i singoli soggetti in maniera diversificata, portano piuttosto a considerare l’essere umano non tanto un “dato” naturale, ma una costruzione storica e culturale. Assicurare la libertà di potersi costruire la propria esistenza, adeguando anche la legislazione in maniera tale che garantisca la realizzazione di tali opzioni, sembra un punto essenziale non solo per il diritto ma anche per la pietà (emblematica l’onda di discussioni dopo il referendum irlandese sul matrimonio omosessuale). Questa tendenza sembra ormai inarrestabile nella cultura contemporanea, chiamata appunto dei “diritti”. Ma non sembrano efficaci i richiami ad una legge naturale vista come un ordine oggettivo che semplicemente limiti l’auto-determinazione dei singoli individui. E questo non perché non ci si debba riferire ad una base intangibile per la natura identitaria della persona umana; a risultare inadeguata è piuttosto la contrapposizione tra legge naturale e diritti umani come tra un ordine “assoluto” e un ordine “relativistico”. Nel momento in cui l’alternativa è questa, sembra quasi scontato che prevalga e infine vinca il “relativo”, così come vince l’esperienza fatta di incontri, eventi, occasioni perse o guadagnate, rispetto ad un ordine avvertito (ingiustamente) come fisso e immutabile. Insomma la preferenza va quasi sicuramente alla libertà dell’io piuttosto che ad una verità percepita come una zavorra.

La dialettica “ideologica” tra legge naturale e diritti rischia seriamente di compromettere la comprensione adeguata di fenomeni che vengono troppo affrettatamente contrapposti – la libertà dell’io e la verità delle cose – e apre una questione bruciante: è possibile ancora comprendere e per così dire riconquistare, non per teoria ma per esperienza, l’amicizia e l’unità tra questi due fenomeni? La natura è una legge assoluta o una realtà che “accade” nella storia e si avvera nell’esperienza? La difficoltà ad accettare oggi la legge naturale come qualcosa di astratto, può essere fronteggiata solo se essa viene riscoperta come qualcosa di concreto, addirittura come un bisogno, un’esigenza degli stessi diritti umani. La posta in gioco è alta e affascinante: accorgersi di nuovo della propria natura, scoprendo dall’interno dei propri diritti un bisogno irriducibile ad ogni diritto, ma radicato e condiviso in ogni vita cosciente e libera: il bisogno di accogliere e amare sé stessi e gli altri per il fatto misterioso che “siamo”, che “sono”, infinitamente di più di quello che riusciamo a fare di noi stessi.

Costantino Esposito

 

Tuesday 22 September 2015

Le religioni nello spazio pubblico

differenze e relazioni 3Dal 2012 al 2014 si è tenuto un ciclo di convegni rivolti a giovani filosofi organizzati dal Centro Studi Filosofici di Gallarate con il patrocinio del Servizio Nazionale della CEI per il Progetto Culturale e con la collaborazione del Dipartimento di Filosofia dell’Università di Macerata. Il tema sviluppato nel corso del triennio, “Differenze e relazioni”, è stato svolto il primo anno a partire dalla coppia terminologica “il prossimo e l’estraneo” e il secondo anno a partire dal tema della “cura dei legami”. Il terzo anno ha affrontato la questione delle “religioni nello spazio pubblico”.

È da pochi giorni in libreria il volume che ne contiene i materiali. Intitolato “Differenze e relazioni. Le religioni nello spazio pubblico” (Aracne editore) è stato curato da Carla Canullo. Nel testo compaiono i contributi degli studiosi che hanno partecipato al convegno, la cui apertura è stata affidata a Giovanni Ferretti, e le cui conferenze plenarie sono state tenute da Gerardo Cunico, Graziano Lingua e Andrés Torres Queiruga, e le cui riflessioni conclusive sono state proposte da Roberto Mancini.

Nel volume sono pubblicati inoltre i contributi di Sofia Alunni, Gian Luigi Brena, Elisabetta Colagrossi, Marco Damonte, Cecilia Maria Di Bona, Fabiola Falappa,  Ezio Gamba, Umberto Lodovici, Giulia Maniezzi, Stefano Marchionni, Silvia Maron, Alessandro Paris, Silvia Pierosara, Martina Properzi, Daniele Referza, Claudio Tarditi, Tommaso Valentini, Giovanna Varani, Sofia Vescovelli.

Monday 21 September 2015

Viaggio nel cuore di Firenze tra arte, storia, fede e carità

logo FIGuardare al passato è la strada sicura per costruire un futuro migliore. Riflettere sulla propria storia è sempre motivo di crescita. Lo è soprattutto in questa stagione di cambiamenti in cui non bisogna smarrire la bussola dell’umano secondo la natura profonda della persona e della comunità degli uomini. Per illustrare ai delegati che arriveranno da tutte le diocesi d’Italia la propria specifica identità, la Chiesa fiorentina proporrà, nel corso del Convegno ecclesiale nazionale, trenta incontri in altrettanti luoghi significativi della città per raccontare le proprie origini, le esperienze religiose e le più alte espressioni di spiritualità, caritative, culturali e artistiche oltre alle grandi figure- simbolo del Novecento: il cardinale Elia Dalla Costa, don Giulio Facibeni, Giorgio La Pira e don Lorenzo Milani.

Ma il vero volto di Firenze, che lega insieme fede, verità e carità, non può prescindere dall’intreccio con la vita pastorale nelle parrocchie, come è stato sottolineato ieri dal vicario generale di Firenze, monsignor Andrea Bellandi, nel corso di una conferenza stampa in arcivescovado per presentare l’iniziativa. Ecco allora il secondo gruppo di incontri che narrano di una fede operante nel tempo, alimentata da forme di spiritualità e di vita monastica, non chiuse in se stesse, ma che agiscono come «finestre aperte» su Firenze. Un «tessuto » sul quale si innesta la carità, che è ben radicata nella tradizione fiorentina.

La ricca panoramica, che nel pomeriggio di giovedì 12 novembre qualificati coordinatori, relatori e testimoni presenteranno ai delegati della Chiesa italiana per aprirsi al dialogo con la città, richiamerà pure l’attenzione sulle più significative esperienze sociali e culturali che Firenze oggi offre e che sono sintetizzate nel terzo gruppo di incontri. A partire da quelle che si occupano della salute delle persone, degli anziani, dell’integrazione degli studenti stranieri, del recupero dei detenuti. Dalla solidarietà si passa al rapporto tra fede, arte, cultura e scienza, mettendo in primo piano le grandi basiliche (con il nuovo Museo dell’Opera di Santa Maria del Fiore che sarà inaugurato il 29 ottobre) e il «cuore» del sapere e del dialogo (musei, biblioteche e fondazioni). Senza trascurare esperienze artistiche e culturali meno conosciute che si sono affermate di recente. Tutte espressioni di una realtà sociale viva, con una grande storia, capaci di confrontarsi e di cooperare con la vocazione umanistica della Chiesa.

Andrea Fagioli – Avvenire, 20 settembre 2015

Friday 18 September 2015

Galantino: non c’è vera teologia senza sapienza

galantino nunzio

Non c’è vera teologia senza sapienza. E la sapienza «consiste nella verità esercitata con la carità». Nella tavola rotonda che ha chiuso ieri il seminario per docenti di teologia e assistenti pastorali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore quest’anno ospitato dalla sede di Piacenza dell’ateneo – il segretario generale della Cei Nunzio Galantino ha ripreso la riflessione del beato Antonio Rosmini per tracciare l’orizzonte di una riflessione teologica capace di esprimere il richiamo ad una ‘Chiesa in uscita’ più volte ribadito da papa Francesco. «Oltre la secolarizzazione dei saperi» è il filo conduttore su cui si è lavorato nella tregiorni di seminario, facendo tesoro delle sollecitazioni della Evangelii gaudium come dei recenti interventi che papa Bergoglio ha rivolto alla Facoltà cattolica di Buenos Aires.

«Accogliamo l’invito a una teologia capace di farsi carico delle transizioni difficili, dei conflitti, senza cadere nella tentazione della ‘teologia da tavolino’», ha sottolineato l’assistente ecclesiastico generale dell’Università Cattolica il vescovo Claudio Giuliodori introducendo la tavola rotonda, a cui, insieme al vescovo Galantino, hanno portato il loro contributo Pierangelo Sequeri, preside della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, e Francesco Botturi, filosofo e prorettore dell’Università Cattolica.

Indica l’enciclica Laudato si’ come «esercizio del magistero di una Chiesa in uscita» il professor Botturi, esempio di un approccio all’ecologia che è «inclusivo di competenze diverse» e dunque sa trasformare l’oggetto della ricerca in «ecologia sociale» e, da lì, in «ecologia umana». La critica che il Papa fa sul dominio del paradigma tecnocratico non è altro che l’intuizione di chi, cogliendo la natura trinitaria della realtà, sa portare «la verticalità sapienziale dentro una orizzontalità sapienziale». Indica così la strada per superare la ‘interdisciplinarità’ – che si limita a mettere insieme, al termine della ricerca, risultati a cui i saperi sono giunti in maniera autonoma – e approdare alla ‘transdisciplinarità’, a una «contaminazione trasformativa tra le discipline». Papa Francesco nella Laudato si’ porta dentro l’indagine sulla questione ambientale l’atteggiamento del teologo che «dice il senso e chiede la sua realizzazione » spiega Botturi, in un’esortazione «a trasformare in sofferenza personale quel che accade nel mondo e così individuare il contributo che ciascuno può portare ». È proprio «disinnescare l’accademismo», l’intellettualismo fine a se stesso, per «riabilitare la qualità umana del sapere» il compito più urgente a cui è chiamata oggi la riflessione teologica secondo monsignor Sequeri. Ma l’obiettivo richiede un ritorno «all’esercizio del cristianesimo», perché l’impressione – osserva – è che «il cristianesimo si faccia poco e si spieghi tanto, troppo: il Papa lancia un bel tema e subito la parrocchia organizza un corso». Basta allora fare qualche opera buona in più? Anche questa è una lettura riduttiva. Il centro nevralgico sta nel riattivare le relazioni, «il rapporto tra qualità della conoscenza ed esercizio della intenzionalità», far affiorare «i contenuti affettivi dei saperi», con lealtà e onestà intellettuale.

La teologia – evidenzia, con le parole del Rosmini, Galantino – non è nata «per cacciar fuori frasi pompose» o «per far mostra di ingegno », ma per «guidare l’umanità alla virtù». È questa la sapienza che non perde il legame con la realtà fatta «di persone in polvere e cenere» e si nutre della consapevolezza che si è tutti «condiscepoli» di un unico maestro, Gesù Cristo.

Barbara Sartori – Avvenire, 18 settembre 2015

Thursday 17 September 2015

Bari, presentate le Notti Sacre

«In un tempo in cui vengono evidenziate la caduta dei valori e l’indifferenza, di fatto ci accorgiamo che esiste una sete profonda di partecipazione culturale e la risposta del pubblico a Notti Sacre ne è un esempio ». Lo ha detto ieri l’arcivescovo di Bari- Bitonto, Francesco Cacucci, durante la presentazione della sesta edizione di ‘Notti Sacre’. Dal 19 al 27 settembre, otto delle venti chiese della città vecchia di Bari ospiteranno la rassegna di ventidue eventi culturali, organizzata dall’arcidiocesi barese anche grazie al contributo del Progetto culturale della Chiesa italiana e di Sovvenire, sul tema «Un nuovo umanesimo di misericordia».

Aprirà la rassegna la Messa nella Basilica di San Nicola, presieduta da Cacucci, durante la quale sarà eseguita la Missa n.6 ‘Sancti Nicolai’ di Haydn. Il calendario offre, tra l’altro, occasioni di riflessione come il dialogo tra Giuseppe Giulietti della associazione ‘Articolo 21′, Francesco Occhetta di ‘Civiltà Cattolica’ ed Enzo Quarto, presidente regionale dell’Ucsi, sul rapporto tra giornalismo ed etica. Don Maurizio Patriciello, a partire dall’enciclica di papa Francesco Laudato si’, interverrà sul tema «Noi non siamo Dio. La terra ci precede e ci è stata data». Tra le novità di questa edizione, la presenza di musicisti e artisti stranieri: il coro dell’Università cattolica di Ratisbona e musicisti iraniani e israeliani.

A dieci anni dal Congresso eucaristico nazionale che si svolse a Bari, viene riproposto il testo teatrale ‘I martiri di Abitene’. «Il programma, negli ultimi anni, è sempre più concentrato sulla musica sacra», ha evidenziato il direttore artistico, don Antonio Parisi. Non a caso, la rassegna sarà chiusa dalla prima esecuzione mondiale di una inedita Messa in re maggiore per soli, coro e orchestra, di Niccolò Piccinni.

Antonio Rubino – Avvenire, 17 settembre 2015

Monday 08 June 2015

Un giorno a Sarajevo con il Papa

 

Se si arriva per la prima volta a Sarajevo sembra di scorrere le pagine di un libro di storia. A Sarajevo la storia è lì, aperta davanti ai tuoi occhi con la sua tragicità. Ci sono la case in stile ottomano nel centro storico, i palazzi in stile austriaco e i giardini come a Vienna, i casermoni in stile sovietico e le vecchie case senza stile ancora crivellate di colpi che ti ricordano la guerra più recente. Come i cimiteri, dislocati qua e là, macchie bianche che segnano la città dallo stadio ai parchi pubblici. E ci sono gli impianti sportivi che ricordano le ultime glorie comuniste ridotti a miseri resti, a fianco dei centri commerciali iper moderni dove troneggiano le insegne dei maggiori brand specialmente italiani.

Saturday 25 October 2014

Sinodo, un colpo di mano che non è riuscito

"Il sismografo" (http://ilsismografo.blogspot.it/) in questi giorni si sta rivolgendo a diversi colleghi vaticanisti per chiedere un loro ulteriore contributo di analisi e commento in merito all'importante Assemblea straordinaria sinodale dedicata alla famiglia.

Angela Ambrogetti, Responsabile di Korazym, vaticanista e scrittrice, ci ha offerto la sua riflessione in risposta a questa domanda:

Senza entrare in complessi approfondimenti, quale la caratteristica o riflessione che più ti ha colpito o che ritiene di notevole rilevanza di questo Sinodo?

"Un colpo di mano che non è riuscito. Lo definirei così il Sinodo straordinario sulla famiglia che si è appena concluso. Ma anche l’occasione per alcuni episcopati di mostrare la loro fedeltà al Vangelo e la voglia di emancipazione da un “centro” che non è Roma, ma qualcuno che vorrebbe colonizzarla.

Tuesday 21 October 2014

Un sinodo ancora da capire

Strano questo Sinodo straordinario appena concluso. Una formula che era stata abbandonata nel 1985. Due settimane sono poche per ragionare, e i presidenti delle Conferenze episcopali non sempre sono i più adatti a discutere. Sono abituati a mediare più che a portare idee. Molti dei sinodali è chiaro che un sinodo non lo avevano mai seguito. Ed è stato evidente che un gruppetto lo voleva guidare senza lasciare spazio alle alternative. Cominciamo dalla poca trasparenza. Scegliere di non pubblicare i singoli interventi ha messo in difficoltà parecchi vescovi. Perché i loro fedeli volevano sapere e seguire lo sviluppo del dibattito e soprattutto chi aveva detto cosa. Cosa che del resto si era saputa per decenni. Il Bollettino del Sinodo è base e fonte per la storia della Chiesa. Di questo sinodo invece avremo solo testimonianze di coppie ( ne sentiamo già molte nelle Giornata per la Famiglia) e omelie. Sulla Relatio dopo la discussione c’è poi ancora molto da capire. Lo stesso relatore del Sinodo il cardinale ungherese Erdő ne ha preso le distanze. Il Papa gli ha messo al fianco degli altri collaboratori. Una Relazione che è stata di fatto disconosciuta dai Circoli Minori. In molti all’uscita dei lavori dicevano: “ ma noi non abbiamo detto quelle cose!”

Tuesday 07 October 2014

Sinodo: non giudizio ma verità

La notizia di oggi è che il 20 ottobre il Papa ha deciso che al concistoro si parli di Medio Oriente. Sarà un modo per comunicare ai cardinali i risultati dell’incontro con i nunzi che si è svolto la settimana scorsa. Martedi mattina, secondo quello che riporta l’ Osservatore Romano, si è parlato anche della violenza. “Così è stato messo in risalto come i terroristi di Boko Haram non hanno nulla a che vedere con la visione che in Nigeria, anche da parte dei musulmani stessi, si ha del valore della famiglia. Mentre a Baghdad, è stato reso noto, nonostante tutti i problemi, oltre 1.500 bambini sono accompagnati dai genitori, ogni venerdì, al corso di catechismo: è stata così anche rimarcata la testimonianza di fede e di unità delle famiglie cristiane rimaste in Iraq. Accompagnata pure dall’auspicio che venga sempre rispettato il loro credo come un diritto fondamentale della persona e così non ci debba essere timore nel testimoniarlo. Un discorso simile è stato proposto, poi, a proposito dell’Iran, dove ci sono appena cinquemila cristiani a fronte di settantacinque milioni di musulmani che, è stato affermato, non appartengono al fondamentalismo dell’Is.”

Tuesday 06 May 2014

Cristiani crocifissi: lo scandalo in Siria, mentre l'Italia fa finta di nulla.

Parlare di crocifissione del 2014, parlarne soprattutto non nella dimensione rituale della Settimana Santa ma sulla pelle vera di cristiani veri che vivono, resporano, pregano e credono...è una delle cose più scandalose che possa capitare!

Ne parla in questi giorni "La Bussola Quotidiana", sito on line di informazione ed approfondimento su tematiche eligiose.

Può - si chiede LBQ - la semplice interpretazione di un versetto del Corano legalizzare la crocifissione o l'uccisione come pena per chi sbaglia? Ma soprattutto: può quello stesso principio di fede circolare liberamente in uno dei testi più venduti in Italia ed essere accettato in sede di revisione dall'Unione delle comunità ed Organizzazioni Islamiche in Italia (Ucoii)?

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Saturday 15 February 2014

Padre Konrad, le braccia caritatevoli di Papa Francesco

“Tu sai cosa devi fare, hai bisogno di soldi?” E’ la frase che Konrad Krajewski, arcivescovo ed Elemosiniere di sua Santità, si sente ripetere spesso da papa Francesco. Si perché è lui che aiuta il Papa ad essere vicino a chi ha bisogno, con gesti che sembrano piccoli, ma che diventano immensi per chi li riceve. Padre Konrad come lo chiamano tutti, non vive in Vaticano, ma a Borgo Pio, in una casa “con la bandiera polacca”, dice. “Perché così posso essere più vicino alla gente”. Vuole essere chiamato così e il papa gli ha detto: a chi ti chiama eccellenza chiedi 5 euro di tassa per i poveri. Konrad che viene dalla diocesi di Łódź, lui che dal 1998 è stato a fianco di tre papi durante le liturgie, lui che da anni gira la notte per le vie di Roma per dare aiuto a chi ne ha bisogno. “Le mie braccia sono corte adesso, se le prolunghiamo con le tue braccia riesco a toccare i poveri di Roma e d’ Italia, io non posso uscire, tu sì” gli ha detto il papa alla sua nomina.

Wednesday 12 February 2014

Due Papi per una sola Chiesa

Diciamoci la verità, non avremmo mai pensato che la coabitazione funzionasse così bene. Anzi che potesse diventare un modello per il futuro. Quando in un giorno di brutto tempo a febbraio i media di tutto il mondo hanno iniziato a far girare la notizia del secolo, la rinuncia del Papa, l’idea stessa di avere due Papi in Vaticano sembrava roba da Apocalisse. Quel fulmine che colpiva la cupola di San Pietro immortalato da un fotografo fortunato, sembrava davvero l’inizio della fine del mondo secondo i canoni di certi B movies degli anni ’70. Fulmini e saette, l’attacco del Maligno e cose del genere. Qualcuno ha anche cavalcato quest’onda per sferrare l’ultimo colpo a Papa Benedetto XVI colpevole di non aver mai ceduto ai facili popolarismi e di aver sempre predicato la verità del Vangelo con gioiosa e ferma chiarezza. Ma il Vento dello Spirito soffia dove vuole e non segue le regole del meteo.

Wednesday 12 February 2014 09:08

La Quaresima della Chiesa

Quando pensiamo alla Quaresima i laici pensano ad una cosa lunga e triste, i cattolici ad un tempo forte della liturgica che si prepara alla luce della Pasqua. E in effetti quei poco più di quaranta giorni che lo scorso anno abbiamo vissuto tra l’ 11 febbraio, e il 13 marzo e poi fino a Pasqua, sono stati davvero una Quaresima. E in entrambi i sensi. Perché sono stati giorni lunghi, di ansia e di stupore, di attesa di incredulità. E in questo senso giorni di penitenza. Per la prima volta nella storia moderna, un pontefice decideva di rinunciare al governo della Chiesa Universale. Si certo, tutti gli addetti ai lavori sapevano che fin dai tempi di Paolo VI si parlava di come permettere al Papa di essere davvero libero da qualunque condizionamento, di poter esercitare il ministero petrino in pienezza e completezza e quindi di poter “lasciare” qualora non potesse essere in piena coscienza libero

Wednesday 27 November 2013

L'eutanasia ai minori: per la Chiesa un gesto di estrema inciviltà. Occorre riflettere.

Le parole sono forti e sono quelle di un prelato molto autorevole all'interno della Chiesa cattolica.

Mons. Sgreccia è presidente della fondazione Ut Vitam habeant nonchè presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita.

Il tema è uno di quelli che in questoi periodo sta suscitando acceso dibattito in ambito cattolico ed etico: quello dell'eutanasia...anzi, quello dell'eutanasia aperta alle persone minori di età.

«È un salto. Un salto abissale, sotto il livello di civiltà, di umanità». Queste le parole del prelato che commenta il primo sì del parlamento belga all'estensione dell'eutanasia ai minori. 

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Tuesday 03 September 2013

Anche S. Francesco pregherà per la Pace in Siria

Papa Francesco ha chiamato...e moltissimi stanno rispondendo.

La mobilitazione chiesta dal Papa per la pace in Siria si sta estendendo a vista d'occhio, coinvolgendo ambienti laici, religiosi, cattolici e non.

Anche i frati francescani di Assisi si uniscono alla preghiera, attraverso il segno grandell'apertura della tomba di S. Francesco.

Come riferisce infatti l'ANSA, la  Basilica Inferiore di San Francesco d'Assisi resterà aperta, in via del tutto eccezionale, da oggi a venerdì fino alle 22 per pregare sulla Tomba del Santo per la pace in Siria e per coloro che sono chiamati a garantire le vie della giustizia nel mondo.

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Saturday 18 May 2013

I cristiani parlano troppo...degli altri: parola di Papa Francesco.

Per il papa, che ha pronunciato nuovamente parole forti durante la Messa mattutina a Santa Marta, i cristiani hanno proprio il vizio di parlare troppo degli altri. Pettogolezzi e farsi troppo gli affari degli altri, detto in parole povere, sono una mina vagante costante nella vita della Chiesa.

«Quanto si chiacchiera nella Chiesa! Quanto chiacchieriamo noi cristiani!». Lo ha detto papa Francesco - riferisce Vatican Insider - nella messa di stamane a Santa Marta. Per Bergoglio, «la chiacchiera è proprio spellarsi, farsi male l'uno all'altro». «Le chiacchiere sono distruttive nella Chiesa», ha aggiunto  il Pontefice.  Secondo Bergoglio, il cristiano deve vincere la tentazione di «mischiarsi nella vita degli altri». Il Papa, secondo quanto riferisce la Radio Vaticana, ha inoltre sottolineato che chiacchiere e invidie fanno tanto male alla comunità cristiana e che non si può «dire soltanto la metà che ci conviene».

Ma non ha solo parlato di questo il santo Padre.

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Friday 12 April 2013

Unioni gay: la Consulta chiede di intervenire, ma non con l'equiparazione del matrimonio.

Oggi è arrivata una ammonizione della Consulta su alcuni noti ritenuti irrisolti, nel panorama politico e istituzionale italiano.

La Consulta ha chiesto un intervento sulla legge elettorale, ma - soprattutto - ha chiesto che venga fatto qualche cosa per tutelare i diritti ed i doveri delle persona omosessuali, che intendano costituire una unione stabile.

"Il legislatore deve affrontare il nodo delle unioni gay", ha riferito Gallo parlando di fronte alle più alte cariche dello Stato. Queste le parole: "La Corte ha escluso l'illegittimità costituzionale delle norme che limitano l'applicazione dell'istituto matrimoniale alle unioni tra uomo e donna, ma nel contempo  ha affermato che due persone dello stesso sesso hanno comunque il diritto fondamentale di ottenere riconoscimento giuridico, con i connessi diritti e doveri, della loro stabile unione". La Consulta, ha ricordato Gallo, "ha perciò affidato al Parlamento la regolamentazione della materia nei modi e nei limiti più opportuni".

Cosa significa questa frase?

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Thursday 14 March 2013

Papa Francesco: sarà il Papa dell'ecumenismo e del dialogo.

Le parole che Papa Francesco ha pronunciato ieri sera subito dopo l'elezione, sono state poche. Significative, grandemente, insieme ai gesti compiuti.

Una parentesi: dovremo di nuovo abituarci a gesti di questo tipo, ed anche il servizio di sicurezza....che avrà un bel lavoro da fare, con questo Papa che si prefigura già come molto, molto libero...dai protocollo.

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Ma le parole di ieri hanno avuto una grande rilevanza dal punto di vista del dialogo e del'ecumenismo.

Mi riferisco alle parole con le quali il Papa ha parlato di sè: come tutti hanno notato non ha mai citato la parola "papa", ma ha sempre utilizzato la parola "vescovo di Roma".

 

Tra l'altro, anche nel ringraziamento nei confronti di Benedetto XVI chiamato, anch'egli "vescovo emerito di Roma".

 

Dal sito Aleteia.org riporto le parole del Papa:

Fratelli e sorelle, buona sera!

Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un vescovo a Roma, sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo. Ma siamo qui. Vi ringrazio dell'accoglienza. La comunità diocesana di Roma ha il vescovo. Grazie! E prima di tutto vorrei fare una preghiera per il nostro vescovo emerito Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca...

[Preghiera Padre Nostro, Ave Maria, Gloria al Padre]

E adesso incominciamo questo cammino, vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma che è quella che presiede nella carità tutte le chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia fra noi. Preghiamo sempre per noi, l'uno per l'altro. Preghiamo per tutto il mondo perché ci sia una grande fratellanza. Mi auguro che questo cammino di Chiesa che oggi incominciamo e in cui mi aiuterà il mio cardinale vicario qui presente sia fruttuoso per l'evangelizzazione di questa tanto bella città. E adesso vorrei dare la benedizione. Ma prima vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica. La preghiera del popolo perché chieda la benedizione per il suo vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me.

 

Ma perchè il Papa ha parlato così, perchè si è rivolto a Roma, alla sua città...quasi, dimenticando...il mondo che gli stava praticamente tutto davanti?

Non certamente per provincialismo: alcuni forse l'hanno colto così..ma nolla è più distante dalla realtà.

C'è a mio avviso un motivo, cosicnetemente voluto, per il quale il papa ha utilizzato queste parole, e questo motivo non è stato neppure l'umiltà...francescana.

Il motivo è stato l'ecumenismo.

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Wednesday 13 March 2013

Il gabbiano ed il Conclave: quando i media non sanno cosa dire!

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In queste ore è tanta l'apprensione e l'attesa da parte del mondo cattolico (e non solo) per l'esito del Conclave.

Si stanno ascoltando fiumi di parole: trasmissioni televisive e radiofoniche, dirette web, twitter, facebook...e chi più ne ha più ne metta.

Non c'è dubbio che questo sia davvero il Conclave più mediatico degli utlimi anni.

Chiaramente tutti sono con gli occhi all'insù, per seguire, anche in televisione, l'andamento delle votazioni vaticane. Inoltre moltissimi media stanno coprendo con grande intensità gli eventi in diretta oltre che avere realizato molteplici servizi ed interviste.

Oggi poi un nuovo personaggio si è affacciato sul Conclave, con una dirompenza mediatica...quasi sopra le nuvole: un gabbiano.

Un gabbiano che, non credo di sbagliarmi, sta davvero diventando una star della riflessione mediatica di questo evento sul quale, con buona pace di tutti, non si può che dire una parola che abbia senso: ASPETTARE. Punto.

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Thursday 14 April 2011

L’esperimento di Riace

Una risposta positiva al problema dell’immigrazione

di Lucetta Scaraffia

L’arrivo di questa ondata di migranti ha di nuovo messo in moto nell’opinione pubblica italiana il dibattito fra chi li vuole accogliere e chi li vuole respingere. Questo, mentre davanti ai nostri occhi sfilano immagini drammatiche e coinvolgenti, tra speranza e disperazione: da una parte, la madre che ha partorito nel barcone, riuscendo a salvare sé e la piccola, dall’altra i corpi dei molti che muoiono fra le onde, vittime dei trafficanti di esseri umani, oltre che del maltempo e di imbarcazioni fatiscenti.

La Chiesa predica il dovere, che è umano e cristiano, dell’accoglienza nei confronti di chi è più sventurato di noi — che, oltretutto, di lavoratori immigrati abbiamo assolutamente bisogno — ma non sempre è facile tradurre in fatti queste esortazioni. Ci vuole anche un po’ di inventiva, di coraggio e di fantasia. Come quella che hanno avuto gli abitanti di Riace, paese sulla riva ionica della Calabria, composto, come tutti quelli della zona, di un nucleo antico sul cocuzzolo di una collina, lontano dal mare, e di un nuovo abitato in via di espansione lungo la costa (proprio quella dove sono stati trovati i celeberrimi bronzi).

Oggi, il centro antico, che per decenni era stato abbandonato e si stava deteriorando irrimediabilmente, è tornato alla vita. Lo abitano immigrati di varie provenienze, tutti profughi politici, che i cittadini di Riace hanno accolto, a cominciare dai trecento curdi arrivati una decina di anni fa.

Gli immigrati hanno avuto un tetto, qualcosa da mangiare ma anche, cosa ben più importante, un lavoro: all’interno delle antiche mura, infatti, sono nate tante piccole aziende artigianali — ceramica, tessitura, preparazione di prodotti alimentari — dove lavorano, fianco a fianco, italiani e immigrati.

Così chi attraversa questo centro sereno e laborioso vede bimbi di diverse provenienze giocare tra loro, calabresi e africani lavorare insieme; ma anche una rinascita economica che porta benefici a tutti, indistintamente: i bambini nella scuola sono aumentati, rendendo così necessario un numero maggiore di insegnanti e impiegati; gli operatori culturali, che si occupano dell’integrazione e insegnano l’italiano, sono in maggioranza originari del luogo; sono rinate industrie artigianali locali come la tessitura della ginestra e gli abitanti delle case abbandonate del borgo ricevono un affitto, basso, ma comunque guadagnano qualcosa e hanno chi restaura le loro case altrimenti destinate alla rovina. E il finanziamento che il ministero italiano dell’Interno ha stanziato per questo esperimento — 24 euro per immigrato — è servito a dare nuovo impulso anche all’economia locale.

È insomma una situazione nella quale i benefici reciproci sono chiari a entrambe le comunità e la convivenza non risulta difficile, tanto che il paese proprio per questo è diventato un’attrazione turistica. Per valorizzarla, alcune case sono state destinate a ospitalità diffusa nel tessuto urbano ed è stato aperto un ristorante. Sulla sua porta si vede ancora il segno di due proiettili: non tutti a Riace hanno gradito questa rinascita. Ma molte persone e intere scuole vengono a vedere questo miracolo quotidiano, e cercano di capire il segreto di un’accoglienza riuscita.

Il segreto sta certo nella tenacia di Mimmo Lucano, attuale sindaco e animatore del progetto, che interviene continuamente a migliorarlo. Ma sta anche in una iniziativa, nella diocesi dove è stato vescovo amatissimo monsignor Bregantini, nata dal basso grazie a una associazione — Città futura don Puglisi — fondata nel 1999 da ragazzi del luogo intorno alla chiesa parrocchiale e che oggi ha sede in un palazzo del centro antico, vero cuore della vita di Riace.

Certo, il successo dell’esperimento è dovuto anche al numero abbastanza ridotto degli immigrati, al loro essere profughi politici e quindi desiderosi di integrarsi nel nuovo paese, non potendo tornare in patria. Non è facilmente riproponibile in tutte le situazioni: anzi, in qualche modo, proprio le condizioni della sua riuscita mettono in luce le difficoltà che si incontrano in altre situazioni.

Ma il solo fatto che esista una simile realtà, che qualcuno sia riuscito a creare e mantenere questo difficile equilibrio — che dura da più di dieci anni — costituisce un esempio a cui guardare, un caso che fa pensare. Allora, la soluzione del problema immigrati sta forse proprio nell’inventare qualcosa di positivo. Invece di scrollare le spalle con indifferenza.

Saturday 02 April 2011

Nostro contemporaneo

La seconda parte del «Gesù di Nazaret»

Il nuovo libro di Ratzinger-Benedetto XVI rende Gesù di Nazaret nostro contemporaneo. Nel gran disordine che regna sotto il cielo l’irrompere di un libro tanto appassionante accende interrogativi che toccano in profondità le nostre inquietudini. Ciascuno può trovarvi qualche luce per uscirne. Vi si raccontano i tre giorni cruciali dell’esistenza di Gesù, le sue ultime ore di vita scandite dalla passione e morte; l’inizio del tempo nuovo, la risurrezione, vero spartiacque della storia che origina un pensiero alternativo sul futuro del mondo e delle speranze umane.

L’autore è convinto che il confronto positivo con Gesù di Nazaret possa essere una soluzione anziché un problema per l’umanità. La sua indagine è convincente, ragionevole e rispettosa di culture e punti di vista differenti. Interessarsi a Gesù ha senso — si percepisce tra le righe — perché è l’unico risorto della storia, il Vivente immerso in ogni epoca e perciò nel nostro presente; compagno di viaggio affidabile che ci introduce negli orizzonti sconosciuti della vita oltre la morte.

Chiunque volesse capire questo misterioso Signore può calarsi nei giorni finali della sua vita terrena.

Pagina dopo pagina, dalle parole e dai comportamenti di Gesù, il teologo diventato Papa trae i tasselli di una carta d’identità dell’essere cristiano. Da un lato salda l’esperienza del patire, dell’angoscia e della tenerezza del Nazareno con l’insieme del pianto e del dolore smisurati delle vittime di ogni tempo e, dall’altro, ci aiuta a leggere frammenti del mistero del male e della sofferenza non più invincibili dopo la sua agonia nell’orto degli ulivi e l’abbandono sulla croce. La risurrezione di Gesù non è un tardivo volo pindarico dei suoi discepoli delusi che, non potendolo dimenticare, lo trasformarono in mito.

È una realtà veramente accaduta, alla pari della crocifissione e della morte. Mentre però del dolore e della morte che impastano la storia abbiamo una conoscenza sperimentale, della risurrezione abbiamo una conoscenza per fede. Si tratta di una fede ragionevole, ma sempre fede. Anzi, ci ricorda Papa Ratzinger, la fede cristiana è fondata sulla risurrezione. Poiché è strettamente collegata alla croce, la memoria della risurrezione è altrettanto pericolosa per la sapienza umana. Per i discepoli che attendevano un messia regale e vittorioso, la morte di Gesù è stata sconvolgente; la risurrezione, una volta verificata, ne ha cambiato la prospettiva, decidendoli a seguire il Maestro finalmente compreso.

Nel mistero della passione, morte e risurrezione — ci ricorda l’autore — sono racchiuse alcune delle questioni profonde dell’esistenza. E nel processo a Gesù è presente la critica radicale alle politiche basate sull’inganno e la violenza anziché sulla verità. Il destino del mondo si gioca sulla verità, non sulla forza che rimane una soluzione illusoria. Occuparsi di Gesù è occuparsi di tale destino poiché egli è venuto per rendere la più autorevole testimonianza alla verità che la prospettiva cristiana identifica con Dio.

Nello stile dei Padri della Chiesa, Papa Ratzinger non scrive per puro godimento intellettuale, ma offre un libro per la vita. La lettura ci immerge nella profondità del mistero cristiano, svelandoci quanto poco sia conosciuto e gustato. Con la scelta di una interpretazione dei racconti della passione basata sulla storia e sulla fede non contrapposte ma complementari, l’autore conferma la teologia conciliare e pone fine al pregiudizio nei confronti del popolo ebraico accusato nei secoli di deicidio. Nei vari momenti esaminati, dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Benedetto XVI sceglie un linguaggio nuovo e accessibile senza perdere profondità.

Chiama la Chiesa «la comunità dei discepoli» di Gesù; definisce la caritas «premura per l’altro», non un secondo settore del cristianesimo accanto al culto, «ma radicato proprio in esso e ne fa parte». C’è emozione per la lotta tra bene e male nella notte del Getsemani dove Gesù «trascina la natura recalcitrante in alto verso la sua vera essenza» e porta «il travaglio dell’essere uomini in alto verso Dio». L’ascensione è tradotta in una «vicinanza permanente» di Gesù con noi, un «entrare nel mistero di Dio» e un’altra dimensione dell’essere.

Si descrive, infine, la risurrezione, come fenomeno totalmente nuovo, una nuova dimensione dell’essere uomini, una mutazione decisiva, un salto di qualità; un nuovo genere di futuro per gli uomini, una nuova dimensione dell’esistenza umana, inclusa nell’atto di donare la vita. L’amore e la risurrezione — insiste l’autore — sono i due motivi distintivi dell’essere cristiani. La risurrezione come «mutazione» genetica compiuta da Dio in Gesù e promessa a tutti; l’amore come metodo di vita che distingue i figli di Dio e per il cosmo dischiude già ora un futuro di speranza.

c. d. c.

Tuesday 29 March 2011

Dall’abisso del male

Il pellegrinaggio di Benedetto XVI alle Fosse ardeatine — così l’ha voluto definire lo stesso Papa — per rendere omaggio alle vittime dello spaventoso eccidio, che resta indelebile tra i numerosissimi orrori della seconda guerra mondiale, non ha trovato molto spazio nei media. Forse anche per il succedersi incalzante e drammatico di notizie nel panorama internazionale.

Eppure la visita di Benedetto XVI a questo sacrario «caro a tutti gli italiani» — in continuità con quelle di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, e con la volontà di pregare e «rinnovare la memoria» — ha un significato particolare, che rimane. Il loro successore ha infatti compiuto un altro passo nella ricomposizione della memoria di quel conflitto che contribuì a sprofondare il Novecento nell’abisso del male. Come aveva affermato lo stesso Benedetto XVI un mese esatto dopo la sua elezione riflettendo sulle ultime successioni papali.

In questo modo non bisogna forse considerare, aveva detto il nuovo Papa, «il fatto che sulla cattedra di Pietro, ad un Pontefice polacco sia succeduto un cittadino di quella terra, la Germania, dove il regime nazista poté affermarsi con grande virulenza, attaccando poi le nazioni vicine, tra le quali in particolare la Polonia? Entrambi questi Papi in gioventù — seppure su fronti avversi e in situazioni differenti — hanno dovuto conoscere la barbarie della seconda guerra mondiale e dell’insensata violenza di uomini contro altri uomini, di popoli contro altri popoli».

Alla presenza del rabbino capo della più antica comunità della diaspora occidentale, ferocemente colpita dalla persecuzione razziale anche alle Fosse ardeatine, il vescovo di Roma, «città consacrata dal sangue dei martiri», ha voluto incontrare a lungo i familiari delle vittime — cattolici ed ebrei insieme — e ha reso omaggio alla loro memoria, in un luogo vicino alle catacombe e dal quale ancora una volta si è levata la preghiera dei Salmi, con le parole che da molti secoli ebrei e cristiani innalzano all’unico Dio.

Quel Dio al quale, nell’ora delle tenebre, si rivolsero due caduti, come altri in quei giorni, per affermare la fede «in Dio e nell’Italia» e invocare la protezione degli ebrei «dalle barbare persecuzioni». Benedetto XVI ha citato le loro parole, ricordando il centocinquantesimo anniversario dell’unità del Paese e ripetendo che nel Padre di tutti è possibile un futuro diverso. Che non offenda il Nome santo di Dio e l’essere umano, creato a sua immagine.

g. m. v.

Monday 28 March 2011

Da Gerusalemme a Parigi

L’intuizione di Benedetto XVI di un nuovo spazio dove laici e non credenti possano essere accolti con amicizia per condividere con chi crede la ricerca dell’unico Dio sta prendendo forma. Nella visione papale questa proposta è rappresentata dall’immagine del «cortile dei gentili» nel Tempio di Gerusalemme — dove appunto erano ammessi i pagani attratti dalla religiosità ebraica — ed è stata assunta dall’organismo curiale che si occupa del mondo della cultura con originale creatività.

Carica di simboli è stata così la scelta di Parigi — la «città dei Lumi» emblema di quella modernità contraddittoria e drammatica nata dagli ideali e dagli errori della rivoluzione francese — per l’esordio di questa iniziativa. Che senza dubbio è tra le più importanti decise da un Papa tanto mite quanto coraggioso, uomo di fede e teologo profondo, abituato sin da giovane al confronto, soprattutto nel mondo universitario, con chi è al di fuori dei confini visibili della Chiesa.

Uso dunque a esprimersi con parole comprensibili a tutti, Benedetto XVI ha voluto essere presente a Parigi con un messaggio ai giovani riuniti davanti a Notre-Dame, in uno spazio aperto oggi come venti secoli fa era accessibile ai pagani il cortile esterno del Tempio gerosolimitano. Dal grande santuario di un ebraismo sempre più caratterizzato da aspirazioni universalistiche rimanevano però esclusi i non giudei.

A cambiare tutto è stata la venuta di Cristo, quella luce vista da Giovanni che illumina ogni essere umano e ha abbattuto «il muro di separazione» tra ebrei e gentili, e dunque ogni divisione: anche quella tra credenti e non credenti. E perché non fosse reso difficile l’accesso dei pagani allo spazio loro riservato nel santuario di Gerusalemme Gesù aveva cacciato chi di questo luogo si approfittava per lucro. Per questo Benedetto XVI in molti modi si fa capire. Come hanno dimostrato, diversamente ma con straordinaria efficacia, i suoi ultimi due libri.

Ed efficaci per credenti e non credenti sono risuonate a Parigi le sue parole, rivolte ai giovani, ma più in generale alle donne e agli uomini di oggi. Il Papa ha così rinnovato l’invito che nel succedersi dei secoli e sino alla fine dei tempi la Chiesa di Cristo non si è stancata e non si stancherà di rivolgere: di non aver paura di aprire a Dio i cuori e le società. Senza timore di assumere le parole — libertà, uguaglianza, fraternità — che hanno riassunto gli ideali rivoluzionari, tante volte poi brandite con asprezza contro la Chiesa e il cristianesimo, e che pure dal cristianesimo sono nate.

Comuni sono moltissime aspirazioni di credenti e non credenti, per costruire «un mondo nuovo e più libero, più giusto e più solidale, più pacifico e più felice». Allora — dice Benedetto XVI — tra chi crede e chi non crede deve cadere, nel riconoscimento reciproco, ogni diffidenza: Dio non è un pericolo per la società e la vita umana e non lo è naturalmente la ragione, purché non si pieghi agli interessi e all’utilità, come spesso avviene. Per questo il Papa ha invitato i giovani parigini, riuniti davanti a Notre-Dame, senza distinguere tra credenti e non credenti, a non fermarsi nel cortile dei gentili. E a entrare invece nella cattedrale, dove come incenso si alzava la preghiera della sera.

g.m.v.

Friday 25 March 2011

Una rivoluzione femminile

A tre anni dalla morte la prima biografia di Chiara Lubich

di Lucetta Scaraffia

A tre anni dalla scomparsa, è uscita la prima biografia di Chiara Lubich, scritta da Armando Torno per Città Nuova: un libro che sceglie volutamente un tono non agiografico per descrivere quella che è sicuramente una delle più straordinarie esistenze del Novecento. Una narrazione piana, costruita attraverso le testimonianze delle focolarine e dei focolarini che sono stati più vicini alla loro fondatrice. Un racconto che volutamente mette sullo stesso piano le vicende umane e le esperienze mistiche di Chiara; rispettando, in questo modo, il suo carattere riservato, la sua capacità di stare al centro di tutto ma al tempo stesso di scomparire come persona.

Mi è capitato di incontrarla personalmente una sola volta, l’8 marzo di qualche anno fa, al Quirinale, dove era arrivata per ricevere un’importante onorificenza dal presidente della Repubblica italiana. Era entrata sorridendo, come sempre, senza preoccuparsi se nessuno dei presenti dava segno di riconoscerla e di darle onore. A me, che le ero andata incontro emozionata, ha riservato un sorriso timido e dolce, e ha declinato con semplicità ogni mio tentativo di far sapere ai responsabili del cerimoniale che era arrivata.

La biografia rispetta questo suo atteggiamento umile e ritroso, profondamente disponibile al contatto umano ma del tutto indifferente alla notorietà, e alla ribalta che pure le spettava. A tal punto che si coglie l’importanza di Chiara nella storia del Novecento quasi più dalla cronologia comparata, molto ben fatta, che si trova in appendice al volume e che dà conto della ricchezza delle forme di aggregazione da lei create all’interno del mondo cattolico, della sua straordinaria capacità di costruire momenti di incontro e di vero dialogo con esponenti e fedeli di altre religioni, della fecondità spirituale che ha segnato la sua vita interiore.

Una fecondità che ha sempre condiviso con le sorelle e i fratelli più vicini, e poi con tutti coloro che rivelavano disponibilità all’ascolto, consapevole che i tempi in cui si trovava a vivere richiedevano un’immediata condivisione di quanto lei, strumento di Gesù, arrivava a comprendere illuminata dallo Spirito Santo. Illuminazioni che nascevano dalla lettura continua della Sacra Scrittura: «Ogni volta che Chiara apriva il Vangelo vi scopriva la profondità di quelle parole di vita eterna che mai prima aveva trovato».

In questo modo, Chiara ha anticipato quello che la cultura cattolica avrebbe poi scoperto: l’ingresso nel linguaggio spirituale della parola amore, fino a quel momento riservata più che altro ai discorsi mondani; l’idea della spiritualità dell’unità, che si trasforma in una appassionata forma di dialogo tra le religioni e in una risposta alla «notte culturale» dell’umanità. Senza mai preoccuparsi che fosse ricordato il suo ruolo precorritore.

La proposta di una nuova evangelizzazione, secondo le sue parole, «non significa soltanto che il mondo secolarizzato» ne ha bisogno, ma anche che «l’evangelizzazione va fatta in maniera nuova». E alla ricerca di questa maniera nuova dedica tutte le sue energie: gli incontri, anche quelli apparentemente secondari, si trasformano grazie a lei in nuove vie e nuovi progetti, allargando sempre più la rete dei coinvolgimenti nel suo ideale: la santità a portata di tutti. Il suo movimento si apre a tutti gli ambiti, in un’ottica universale, con particolare attenzione alla cultura e ai media, mentre la sua vita interiore dà un nuovo impulso agli studi teologici.

Ma certamente l’aspetto di novità più forte che ha segnato la sua vicenda è proprio il suo essere donna, una donna che dà un accento fortemente femminile a ogni sua opera: basti pensare al nome più conosciuto del movimento da lei fondato (ufficialmente Opera di Maria) che evoca il focolare, spazio tradizionalmente femminile. Comincia circondandosi di donne, che sanno poi aprirsi alla necessaria presenza maschile, e dà disposizioni che a presiedere il movimento sia sempre una donna.

Anche la spiritualità dell’Opera prende una forma femminile, rappresentando la presenza mistica di Maria nella Chiesa. In questo modo, con la sua straordinaria esperienza, Chiara — che parla alle assemblee dei vescovi, è ascoltata dai Papi, viene accolta con gli onori di un capo di Stato nei Paesi che visita — realizza quello che i tempi richiedono anche alla Chiesa: riconoscere l’importanza del ruolo delle donne.

Ma lo ottiene senza rivendicare diritti, senza nessuna asprezza. Lo ottiene dimostrando di sapersi meritare quell’autorità che le viene riconosciuta, come è stato per le grandi sante nella storia della Chiesa. La sua importanza nel cattolicesimo del Novecento è anche la prova di una rivoluzione femminile compiuta nel silenzio e nella modestia. Rimane il compito di prenderne atto.

Wednesday 23 March 2011

Questione di radicalità evangelica

Il celibato sacerdotale

di Mauro Piacenza

Residuo preconciliare e mera legge ecclesiastica. Sono queste, in definitiva, le principali e più dannose obiezioni che riaffiorano nel periodico riaccendersi del dibattito sul celibato sacerdotale. Eppure, niente di questo ha reale fondamento, sia che si guardi ai documenti del concilio Vaticano II, sia che ci si soffermi sul magistero pontificio. Il celibato è un dono del Signore che il sacerdote è chiamato liberamente ad accogliere e a vivere in pienezza.

Se infatti si esaminano i testi, si nota innanzitutto la radicale continuità tra il magistero che ha preceduto il concilio e quello successivo. Pur con accenti talora sensibilmente differenti, l’insegnamento papale degli ultimi decenni, da Pio XI a Benedetto XVI, è concorde nel fondare il celibato sulla realtà teologica del sacerdozio ministeriale, sulla configurazione ontologica e sacramentale al Signore, sulla partecipazione al suo unico sacerdozio e sulla imitatio Christi che esso implica. Solo, dunque, una scorretta ermeneutica dei testi del Vaticano II – a cominciare dalla Presbyterorum ordinis – potrebbe condurre a vedere nel celibato un residuo del passato di cui liberarsi. E una tale posizione, oltre che errata storicamente, teologicamente e dottrinalmente, è anche dannosa sotto il profilo spirituale, pastorale, missionario e vocazionale.

Alla luce del magistero pontificio bisogna anche superare la riduzione, in taluni ambienti molto diffusa, del celibato a mera legge ecclesiastica. Esso, infatti, è una legge solo perché è un’esigenza intrinseca del sacerdozio e della configurazione a Cristo che il sacramento dell’Ordine determina. In tale senso la formazione al celibato, oltre ogni altro aspetto umano e spirituale, deve includere una solida dimensione dottrinale, poiché non si può vivere ciò di cui non si comprende la ragione.

In ogni caso, il dibattito sul celibato, che periodicamente nei secoli si è riacceso, certamente non favorisce la serenità delle giovani generazioni nel comprendere un dato così determinante della vita sacerdotale.

Giovanni Paolo II nella Pastores dabo vobis (n. 29), riportando il voto dell’assemblea sinodale, afferma: “Il Sinodo non vuole lasciare nessun dubbio nella mente di tutti sulla ferma volontà della Chiesa di mantenere la legge che esige il celibato liberamente scelto e perpetuo per i candidati all’Ordinazione sacerdotale nel Rito latino. Il Sinodo sollecita che il celibato sia presentato e spiegato nella sua piena ricchezza biblica, teologica e spirituale, come dono prezioso dato da Dio alla sua Chiesa e come segno del Regno che non è di questo mondo, segno dell’amore di Dio verso questo mondo nonché dell’amore indiviso del sacerdote verso Dio e il Popolo di Dio”.

Il celibato è questione di radicalismo evangelico. Povertà, castità e obbedienza non sono consigli riservati in modo esclusivo ai religiosi. Sono virtù da vivere con intensa passione missionaria. Non possiamo abbassare il livello della formazione e, di fatto, della proposta di fede. Non possiamo deludere il popolo santo di Dio, che attende pastori santi come il curato d’Ars. Dobbiamo essere radicali nella sequela Christi senza temere il calo del numero dei chierici. Infatti, tale numero decresce quando si abbassa la temperatura della fede, perché le vocazioni sono “affare” divino e non umano. Esse seguono la logica divina che è stoltezza agli occhi umani.

Mi rendo conto, ovviamente, che in un mondo secolarizzato è sempre più difficile comprendere le ragioni del celibato. Ma dobbiamo avere il coraggio, come Chiesa, di domandarci se intendiamo rassegnarci a una tale situazione, accettando come ineluttabile la progressiva secolarizzazione delle società e delle culture, o se siamo pronti a un’opera di profonda e reale nuova evangelizzazione, al servizio del Vangelo e, perciò, della verità sull’uomo. Ritengo, in tal senso, che il motivato sostegno al celibato e la sua adeguata valorizzazione nella Chiesa e nel mondo possano rappresentare alcune tra le vie più efficaci per superare la secolarizzazione.

La radice teologica del celibato, dunque, è da rintracciare nella nuova identità che viene donata a colui che è insignito del sacramento dell’Ordine. La centralità della dimensione ontologica e sacramentale e la conseguente strutturale dimensione eucaristica del sacerdozio rappresentano gli ambiti di comprensione, sviluppo e fedeltà esistenziale al celibato. La questione, allora, riguarda la qualità della fede. Una comunità che non avesse in grande stima il celibato, quale attesa del Regno o quale tensione eucaristica potrebbe vivere?

Non dobbiamo allora lasciarci condizionare o intimidire da chi non comprende il celibato e vorrebbe modificare la disciplina ecclesiastica, almeno aprendo delle fessure. Al contrario, dobbiamo recuperare la motivata consapevolezza che il nostro celibato sfida la mentalità del mondo, mettendo in crisi il suo secolarismo e il suo agnosticismo e gridando, nei secoli, che Dio c’è ed è presente.

Tuesday 22 March 2011

L’orso del Papa

Alla dedicazione della parrocchia romana di San Corbiniano — una liturgia esemplare per la cura e la partecipazione dei fedeli, tra i quali tantissimi bambini — erano presenti ben tre successori del fondatore della diocesi di Frisinga: oltre a Joseph Ratzinger, oggi Papa con il nome di Benedetto XVI, i cardinali Friedrich Wetter e Reinhard Marx. Un fatto eccezionale, che il parroco ha sottolineato nel suo caloroso saluto iniziale.

Nell’omelia il vescovo di Roma, successore del primo degli apostoli, ha improvvisato una breve riflessione su questo monaco francese attratto dalla vita contemplativa che scese a Roma per fondarvi un monastero. Ma qui la sua vita cambiò in modo inatteso: il Papa lo ordinò vescovo per la Baviera, dove la popolazione «voleva farsi cristiana, ma mancava gente colta, mancavano sacerdoti per annunciare il Vangelo».

Una scelta, quella di Gregorio ii, che si rivelò di universalità — il santo infatti «collega la Francia, la Germania, Roma», ha sottolineato il Papa — e nello stesso tempo di unità: Corbiniano ci dice che «la Chiesa è fondata su Pietro» e che era la stessa «come oggi». Per una ragione molto semplice: Cristo è lo stesso, «la Verità, sempre antica e sempre nuova, attualissima, presente, e apre la chiave per il futuro».

Parlando ai fedeli Benedetto XVI ha accennato all’orso che ha scelto di collocare nel suo stemma, episcopale e poi papale. Joseph Ratzinger ne aveva scritto per la prima volta nel libro autobiografico, tanto piccolo quanto prezioso, che pubblicò nel suo settantesimo anno e dove raccolse i suoi ricordi sino alla consacrazione episcopale. Raccontando come all’animale che aveva sbranato il cavallo di Corbiniano, in viaggio per Roma, fu imposto dal monaco di portare il suo fardello.

Ratzinger, sulla traccia del prediletto Agostino, spiegava che quel peso — il carico episcopale di chi «tira il carro di Dio in questo mondo» — venne imposto a Corbiniano e al vescovo africano, attratti entrambi dalla contemplazione e dallo studio. «Ma proprio in questo modo io ti sono vicino, ti servo, tu mi hai nella mano», concludeva il cardinale ormai a Roma. Affidandosi all’unico Signore, come ogni giorno fa Benedetto XVI. Che resta sempre affezionatissimo al suo orso.

g. m. v.