Wednesday 30 July 2014

Agenzia Entrate, scivolone del neo direttore Orlandi

Cominciamo bene. Come un Tavecchio qualsiasi, il nuovo direttore dell’Agenzia delle Entrate Rossella Orlandi, alla sua prima uscita pubblica esordisce con una battuta insultante per i cattolici e, soprattutto, sbagliata. Spiega la Nostra, a un convegno di Confcommercio, che «in Italia sanatorie, scudi, condoni sono pane quotidiano. Siamo un Paese a forte matrice cattolica, abituato a fare peccato e ad avere l’assoluzione. Se il cittadino che evade è convinto che la sanzione non arriverà, difficilmente si abituerà a rispettare le leggi». Insomma, colpa della cultura cattolica se in Italia si evade così tanto. Si potrebbe ricordare alla direttrice Orlandi che la cultura, e ancor più la dottrina, cattolica dicono ben altro sull’evasione, considerata furto, cioè peccato grave, e forte ingiustizia sociale, rispetto alla quale i richiami dei vescovi e dei sacerdoti nelle omelie sono frequenti e la battaglia di questo giornale è nota a tutti (tranne che a qualche dirigente pubblico). Davvero è difficile comprendere in base a quali verifiche Orlandi possa creare un’equazione tra la cultura solidarista cattolica e l’Italia egoista e cialtrona dell’evasione. Rifaccia i suoi conti, la signora direttore. E ammetta d’aver sbagliato. I milioni di contribuenti cattolici onesti sono pronti ad assolverla. E pure a condonarle la brutta figura.

Wednesday 30 July 2014 13:15

Migranti a teatro!

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Wednesday 30 July 2014 09:08

I bimbi uccisi di Gaza: lo sguardo non basta

I morti del Medio Oriente scompaiono velocemente, annegati dentro la contabilità quotidiana. Fino a ieri oltre 1.200 vittime tra i palestinesi, tra gli israeliani poco meno di 60. Oggi si vedrà. Nella Striscia di Gaza bombardata, in particolare, i fotografi e i video-operatori devono fare in fretta, se vogliono documentare ciò che accade e raccontarlo a tutto il mondo. I bambini avvolti nei loro corti sudari bianchi, scoperto solo il volto, vengono calati nelle tombe prima del tramonto. Poche ore e restano a piangerli solo i parenti. Se ne vanno come un soffio. Un attimo prima si spingevano sull’altalena, come in tutto il mondo fanno i ragazzini, un attimo dopo sono sottoterra. L’ultimo bilancio dell’Onu parla di più di 200 bimbi palestinesi uccisi.

E noi, in Italia, nel nostro fine-luglio piovoso, accompagniamo i piccoli martiri guardando le foto o i video con quella giusta dose di pietà che il caso richiede. Ma li archiviamo il più velocemente possibile, quasi nascondendo anche a noi stessi l’orrore di quei sudari, il Male nudo ed estremo di quelle morti. Lo camuffiamo dietro le analisi storiche-politiche più raffinate. O più banali. Ecco: la guerra tra Hamas e Israele non è la prima, non sarà forse l’ultima. Da decenni i contendenti non riescono a trovare punti di dialogo, le ragioni e i torti sono sedimentati, distribuiti in entrambi i campi. In fondo, bisogna essere realisti: Hamas combatte la battaglia senza rispetto per il suo stesso popolo, e oltre duemila razzi finora sono stati lanciati sulle città israeliane per uccidere i civili, non certo per illuminarne le notti.

Realisti, dunque. Ma non sarebbe forse meglio dire che siamo ormai rassegnati a una situazione che sembra priva di vie d’uscita? Non si metteranno mai d’accordo, è il ritornello di chi se ne intende. Allora rassegnati è un’altra parola per dirci impotenti. Amaramente e umanamente impotenti di fronte a quei bimbi palestinesi uccisi non si sa nemmeno da chi, mentre saltavano sulle loro povere giostrine nel giorno della festa di Eid el-Fitr, la fine del Ramadan.

Però non basta. Di fronte alla somma ingiustizia di quelle morti servirebbe ancora indignazione. Le vite spezzate di Bara-a, 6 anni, di Jamal-Ilyan, 10, due degli otto bambini morti lunedì nella Striscia di Gaza, così come quelle dei tre adolescenti israeliani rapiti e uccisi lo scorso giugno dai miliziani palestinesi, sono ancora e sempre saranno uno scandalo. Le analisi politiche, le strategie militari, le colpe storiche non cambiano di una virgola l’essenza di questo scandalo. Il Papa l’ha detto domenica dopo l’Angelus, quasi piangendo: "Fermatevi, per favore! Ve lo chiedo con tutto il cuore. È l’ora di fermarsi!". Non solo, ma soprattutto per i bambini "ai quali si toglie la speranza di una vita degna, di un futuro: bambini morti, bambini feriti, bambini mutilati, bambini orfani, bambini che hanno come giocattoli residui bellici, bambini che non sanno sorridere. Fermatevi, per favore!".

Il grido commosso del Papa ci indica la strada per trasformare quell’umanissimo senso di impotenza (o rassegnazione, che poi è lo stesso) che ci coglie di fronte all’ennesima guerra israelo-palestinese. E farla diventare, se si crede, preghiera intensa perché, al di là dei torti e delle ragioni, si fermino le armi. I pacifisti di casa nostra si potrebbero sentire interpellati, e invitare a scendere in piazza in massa, tanti, tantissimi, non per presidiare le ambasciate di Israele agitando cartelloni a loro volta bellicosi, come accade altrove nel mondo, ma per dire semplicemente, ingenuamente, rozzamente anche: basta bambini morti nelle guerre.

Senza un moto forte di indignazione non sarà mai chiesta giustizia per Bara-a, per Jamal-Ilyan e per i loro amici. Passassero anche mesi, anni, l’opinione pubblica deve esigere di sapere chi li ha uccisi, chi ha innescato le ciniche tattiche e gli esplosivi che hanno stroncato le loro vite. Questo vogliamo: giustizia per chi è morto. E futuro per chi è (ancora) vivo.

Wednesday 30 July 2014 07:22

Gmg di Rio, segno di gioia

Un anno dopo, cos’è germogliato dal seme della Gmg di Rio? Parlando di un raduno giovanile nel quale si giocano scelte di vita, è una domanda tutt’altro che speculativa, e per più di un motivo. C’è anzitutto da onorare un evento per molti aspetti memorabile – 'Avvenire' l’ha fatto nell’edizione di domenica scorsa –, a cominciare dall’immensa folla che durante la Messa sigillò la Giornata brasiliana e occupò i quattro chilometri di Copacabana, con una conta che la municipalità di Rio assestò sui quattro milioni e mezzo di partecipanti. Più della metà di loro era già sul lungomare la notte precedente, per una veglia che ebbe nella grande spiaggia spazzata dal vento e affacciata sull’oceano irrequieto un fondale di suggestione insuperabile, irrigazione emozionale perfetta per far cadere su un terreno predisposto l’invito del Papa ad aprirsi a un incontro finalmente personale con Dio. 

Passato un anno, i quadri collettivi consegnati alla memoria evocano una grandiosità di orizzonti che ha lasciato un segno profondo in protagonisti e testimoni. L’entusiasmo è la sigla di ogni Gmg, ma nessuna Giornata è un evento a sé: a ogni tappa del viaggio globale dei giovani che rispondono in numero crescente all’invito della Chiesa s’impara qualcosa di nuovo, e quel che Rio ha insegnato deve
molto allo stile di Francesco. Tra tante immagini, torna alla memoria la sua inesauribile, disarmata, esemplare disponibilità al dialogo di sguardi e gesti con la folla che lo attendeva a ogni appuntamento, braccia spalancate a tutti come quelle del Cristo Redentore – insieme crocifisso e risorto – issato sul Corcovado.

Il Papa mostrava ai giovani un modo diretto e lieto di portare il Vangelo nel mondo che continua ad attenderlo, e per risposta otteneva una gioia senza condizioni. Proprio quello che andava insegnando, alla lettera. E che sarebbe diventato magistero nero su bianco di lì a poco. Se infatti a Rio avevamo registrato l’adesione spontanea e istintiva dei giovani alla persona del Papa – testimone credibile per chi è alla ricerca di una mano da afferrare –, pochi mesi dopo nella
Evangelii gaudium avremmo letto parole che sembravano forgiate nella fucina della Giornata mondiale 2013: «La gioia del Vangelo – è l’incipit dell’esortazione apostolica, già una summa del pontificato – riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù». Un anno fa a Rio abbiamo visto tutto questo, in anteprima, con i giovani designati a testimoniare una rinata missionarietà che dalla gioia del Vangelo trae tutta la propria irresistibile forza attrattiva.

Wednesday 30 July 2014 07:21

Africa, quei martiri della sanità

Un medico coraggioso, in Sierra Leone, ha perso la vita per aver affrontato, cosciente del rischio, l’epidemia di Ebola più feroce che abbia mai contagiato l’Africa. Il suo nome è Sheik Umar Khan, aveva 39 anni ed era musulmano.

Ebola è un virus terribile, che procura febbre alta e tremende emorragie, con una mortalità altissima: ciclicamente, in diverse zone, ha flagellato l’Africa negli ultimi anni. Stavolta si parla di oltre 600 morti, la stragrande maggioranza dei quali in Sierra Leone; là Sheik Umar Khan – da mesi impegnato senza soste nell’assistenza alle vittime del virus – è visto come un eroe nazionale per il suo impegno. 

Il medico-coraggio, sottoposto fino a ieri a terapia intensiva in un ospedale della capitale, non era uno sprovveduto. Al pari di un suo collega – il direttore dell’ospedale di Monrovia, falciato nei giorni scorsi dal morbo – sapeva di mettere in gioco la vita, accostandosi ai malati di Ebola. Ciononostante non si era tirato indietro. Come lui, non si erano tirati indietro numerosi 'martiri della carità' che, in anni recenti, si sono distinti nel servizio consapevole a malati infettivi (e quindi potenzialmente pericolosi). Penso a Matthew Lukwiya, direttore sanitario dell’ospedale di Gulu, in Uganda del Nord: nel 2001 fu l’ultimo ad abbandonare il suo posto, infettandosi nel curare un infermiere, dopo che altri 11 colleghi erano stati colpiti mortalmente da Ebola per essersi prodigati nella cura dei malati. Nella primavera del 1995 era toccato a sei suore delle Poverelle di Bergamo: una dopo l’altra, nell’arco di poche settimane, morirono contagiate dall’allora sconosciuto virus, nell’ospedale di Kikwit in Congo: pochi mesi fa si è aperto, a Bergamo, il processo diocesano per la loro beatificazione.

Non Ebola, ma l’allora non meno insidiosa (e misteriosa) Sars falciò, il 29 marzo 2003, Carlo Urbani: avendo intuito la gravità della 'polmonite atipica', il medico marchigiano si immolò, di fatto, salvando migliaia di vite umane. Spesso scandalizzati da storie di malasanità, faremmo bene a ricordarci di questi (e altri) medici coraggiosi che hanno interpretato e interpretano la professione come un’autentica vocazione. Fino a dare la vita.

Wednesday 30 July 2014 07:19

Garanzia giovani, decalogo per farla funzionare davvero

Il piano europeo di Youth guarantee, Garanzia giovani, è stato finanziato dall’Unione europea con una dotazione straordinaria di 1,5 miliardi di euro per due anni. Prevede che sia offerta un’occupazione o un tirocinio o un’opportunità formativa o un’esperienza di servizio civile o ancora di indirizzare verso l’autoimprenditorialità i ragazzi tra i 15 e 29 anni che si iscrivono al portale e che firmano un patto di attivazione. Il piano prevede esplicitamente due scadenze: la prima entro 60 giorni dall’iscrizione per la presa in carico del giovane. La seconda, entro 4 mesi, con la formalizzazione di una proposta. Il piano è rivolto ai disoccupati veri e propri entro i 29 anni (circa 700mila gli under 24) e ai 2,2 milioni di Neet (under 29) che non studiano né lavorano.

Per il ministro del Lavoro Giuliano Poletti «solo con un miracolo avremmo potuto fare meglio» l’avvio della Garanzia giovani.
Un’affermazione piuttosto azzardata se si guarda ai risultati concreti finora raggiunti. 

Ma profondamente vera se si considera che le politiche attive per il lavoro nel nostro Paese sono all’anno zero e che solo in alcune Regioni, quasi tutte al Nord, esisteva una pregressa cultura di intervento attivo a favore dei disoccupati. A tre mesi dalla partenza del programma europeo di Garanzia giovani, allora, ecco un bilancio in 10 punti di che cosa funziona (poco), quel che non va (molto) e soprattutto ciò che si può migliorare.

1) LA PARTECIPAZIONE DEI GIOVANI
L’ultimo bollettino di monitoraggio del ministero del Lavoro parla di 138.083 ragazzi iscritti al programma europeo. Per il ministro Giuliano Poletti si tratta di un dato molto positivo perché sono «giovani che si sono attivati per la ricerca di un’opportunità». In realtà le cifre non sono così confortanti, soprattutto se si considera che i disoccupati nella fascia d’età 18-29 anni sono 1 milione e 289mila. I Neet, cioè coloro che non lavorano né studiano né sono in formazione, tra i 15 e i 29 anni sono 2 milioni e 200mila. I ragazzi iscritti finora, dunque, rappresentano poco più del 6% del target di riferimento.

2) LA COMUNICAZIONE

Una delle cause delle limitate adesioni risiede probabilmente nella campagna informativa sulla Garanzia giovani ridotta al minimo. Solo alcune Regioni, come ad esempio il Lazio, hanno prodotto dei mini-spot, mentre non si è vista una campagna nazionale, se non limitata ad alcuni stereotipati messaggi rivolti alle imprese. Non risulta, ad esempio, alcuna azione sui social network oggi così tanto frequentati dai ragazzi.
Utile sarebbe inoltre una campagna mirata nelle scuole. Vero è che la «macchina» dei centri per l’impiego non avrebbe retto un’adesione più massiccia.

3) LE OFFERTE

È una delle questioni più dolenti. L’ultimo report del ministero parla di 8.733 occasioni di lavoro presenti sul portale. Rispetto alle adesioni sono circa il 6%, ma soprattutto si tratta – come segnalato da un monitoraggio del centro studi Adapt a cura di Umberto Buratti e Carmen Di Stani – per il 90% di offerte di lavoro interinale o a termine, intermediato dalle Agenzie, occasioni d’impiego già presenti anche su altri portali e non mirate.

4) TIROCINI E APPRENDISTATO RESIDUALI

Dovevano essere due strumenti chiave per attivare i giovani e accompagnarli nel mercato del lavoro. Fra le offerte risultano invece marginali: il 7% i tirocini, il 2% l’apprendistato. Vero, purtroppo, che quest’ultima tipologia contrattuale è sempre meno utilizzata nonostante riforme e agevolazioni.

5) IL RUOLO DELLE IMPRESE

La questione delle offerte richiama subito uno dei nodi chiave: senza un forte coinvolgimento delle imprese private la Garanzia giovani non potrà dare risultati concreti significativi. In realtà, nelle ultime settimane il ministero del Lavoro ha stretto diversi accordi di collaborazione – con Confapi, Farmindustria, Confprofessioni e Adepp – oltre a quelli già firmati con alcune grandi società a controllo pubblico. Tuttavia, per ora, manca un impegno visibile delle aziende e di grandi imprenditori in prima persona.
Occorrerebbe invece uno sforzo corale, coraggioso, capace di andare oltre le (reali) difficoltà determinate dalla crisi, per offrire almeno un tirocinio, un contratto a termine e permettere così a centinaia di migliaia di giovani di uscire dall’inattività e misurarsi con un’esperienza di lavoro.

6) COLLABORAZIONE PUBBLICO-PRIVATO
Il 15 luglio il ministero del Lavoro ha siglato un protocollo anche con Assolavoro e Rete Lavoro, le principali associazioni delle Agenzie per il lavoro, con l’obiettivo di «realizzare iniziative di promozione e comunicazione a sostegno del Piano nazionale Garanzia Giovani... promuovere la partecipazione delle Agenzie per il lavoro valorizzando la loro capacità operativa e gli strumenti della somministrazione e dell’intermediazione... sostenere i percorsi previsti dal piano Garanzia giovani attraverso un apposito gruppo di coordinamento nazionale, nel quale valutare i risultati dei programmi e delle azioni realizzate». Stupisce che questo accordo strategico sia arrivato a due mesi e mezzo dall’avvio del programma e dopo ben un anno di preparazione, nonostante fosse ben chiaro che solo una stretta collaborazione e integrazione tra servizi pubblici e privati accreditati per il lavoro possono determinare maggiori possibilità di successo del piano. In molte Regioni questa sinergia non è attiva, ma basti pensare che a fronte di 550 Centri per l’impiego in Italia, gli sportelli delle agenzie per il lavoro sono 2.200.

7) GARANZIA NON GARANTITA

Il programma europeo prevede due scadenze: entro 2 mesi dall’iscrizione il giovane ha diritto ad un primo colloquio di presa in carico. Entro 4 mesi deve ricevere una proposta concreta di formazione, di lavoro o di stage. In alcune Regioni solo ora, a 3 mesi dall’avvio (e quindi dalle iscrizioni) i giovani vengono convocati per il primo colloquio. Secondo l’ultimo report del ministero sono 21.136 i convocati dai servizi e appena 9.164 quelli che hanno già svolto il primo colloquio. Se si considera che al 29 maggio (cioè a 4 settimane dall’avvio, termine per il quale sono ora passati i 2 mesi) si erano già registrati 67.751 giovani, si ha la misura del fatto che per oltre 58mila ragazzi non si è rispettata la prima scadenza prevista dal programma europeo. Non a caso, al 1° luglio, meno della metà delle Regioni aveva avviato i colloqui, dunque la maggior parte dei territori risultava inadempiente e la garanzia non garantita. Ora si approssima la seconda scadenza: l’1 settembre i primi iscritti dovrebbero ricevere la loro proposta concreta personalizzata.
Ma già gli operatori mettono le mani avanti: i 4 mesi scatterebbero non dall’iscrizione al programma, ma dalla firma del contratto di servizio da parte del giovane e della struttura che lo ha preso in carico... Un modo per prendere tempo.

8) MIGLIORE COLLEGAMENTO CON LE SCUOLE

Il sottosegretario all’Istruzione Gabriele Toccafondi ha sottolineato come andrebbe ampliato il target di riferimento dell’iniziativa, comprendendo a pieno gli studenti con tirocini e stage. In effetti c’è un problema di 'stock' (i neet) ma anche di 'flusso': coloro i quali finiscono un ciclo di studi e non sanno cosa fare. Per evitare che il flusso vada a ingrossare lo stock occorre agire di più e meglio in collegamento con scuole e università. La Lombardia, ad esempio, ci sta pensando, ma è una pista che occorre battere da subito in tutta Italia.

9) PORTALE DA IMPLEMENTARE

Un altro studio del centro Adapt, curato da Giulia Rosolen, ha messo in luce alcune carenze del portale nazionale che potrebbe essere migliorato con iscrizioni e offerte filtrate e profilate, la creazione di una sezione o un portale a parte per le offerte formative, un ampliamento della sezione documentale.

10) LA PRESA IN CARICO DELLE PERSONE

È in realtà la questione centrale. La Garanzia non è – e non potrebbe essere – l’assicurazione di un posto di lavoro per tutti. Ma – questo sì – la garanzia di non essere lasciati soli ad affrontare un mercato del lavoro in rapido mutamento e per molti del tutto sconosciuto. Ciò che occorre pretendere, allora, dai servizi per l’impiego, siano essi pubblici o privati-accreditati, è un approccio mirato alla persona, una vera presa in carico di tutti e di ciascuno, in maniera che qualcosa resti comunque al giovane in termini di orientamento personalizzato, formazione, accompagnamento, anche se non fosse possibile trovargli un’attività di lavoro. Ed è su questo – almeno su questo – che la garanzia deve essere garantita davvero.

Wednesday 30 July 2014 07:06

Europa e profughi: mai più irregolarità

Lungo un quarto di secolo, nel Mediterraneo sono morti, secondo stime attendibili, almeno ventimila tra profughi e migranti. Due, tre persone che, ogni giorno che Dio ha mandato in terra, hanno trovato nel canale di Sicilia il loro 'cimitero marino'. Una stima che arriva ai sei/sette morti quotidiani se si considerano solo i dati degli ultimi tre anni. E nel solo 2011, anno più nero sotto questo punto di vista, hanno perso la vita oltre duemila persone. Sono queste le cifre crudeli di una strage che l’operazione 'Mare Nostrum' ha, più che fermato, sospeso, in una sorta di tregua precaria. Eppure, lo sappiamo, quella macabra contabilità è destinata a riprendere il suo tragico ritmo. 

Nasce da qui, dalla violenza di questi terribili numeri, la decisione di porre al centro di una possibile politica comune europea per l’immigrazione e l’asilo l’urgenza di fermare quella strage. Come priorità allo stesso tempo politica e morale. È il senso di un piano per l’Ammissione umanitaria elaborato dal sindaco di Lampedusa, Giusi Nicolini, e da me, all’indomani del naufragio del 3 ottobre davanti a quell’isola. Lo abbiamo presentato al Capo dello Stato il 21 ottobre 2013 e lo abbiamo discusso in maniera approfondita il 22 luglio scorso, insieme al presidente della Camera, al ministro dell’Interno, al capo di Stato maggiore della marina, al rappresentante dell’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati e a numerosi esponenti di organizzazioni umanitarie. 

I punti essenziali da cui il piano ha preso le mosse sono: l’urgenza di garantire ai profughi viaggi legali e sicuri attraverso il Mediterraneo, ponendo fine alla lunga sequenza di morti; l’urgenza di una politica comune europea per l’asilo e la necessità di tradurla in azioni condivise; l’urgenza di distribuire in maniera più equa e razionale l’afflusso di profughi e fuggiaschi sull’intero territorio europeo. Questi obiettivi possono essere perseguiti, o comunque resi più praticabili, attraverso una strategia di anticipazione/avvicinamento della richiesta di protezione internazionale in quei Paesi (Giordania, Libano, Tunisia, Egitto, Algeria, Marocco...) dove i movimenti di profughi e fuggiaschi si aggregano, si addensano, transitano. E attraverso un sistema di presidi, garantito dalla rete diplomatica del Servizio europeo per l’azione esterna, dalla rete diplomatico consolare dei Paesi dell’Unione, dall’Acnur e dalle organizzazioni umanitarie internazionali. Un piano da affiancare ad altre proposte, quali il programma di reinsediamento, i progetti di corridoio umanitario, le misure di ingresso protetto e ricongiungimento. 

Sono oltre 80 mila i migranti tratti in salvo nel Canale di Sicilia grazie all’operazione 'Mare Nostrum'. Ma questo fondamentale impegno non può essere l’unica modalità d’intervento: occorre una soluzione duratura nell’ambito delle politiche per l’immigrazione e per l’asilo dell’Unione Europea nei confronti di uomini, donne e bambini che fuggono dalle guerre e dalle persecuzioni (di natura politica, religiosa, tribale, sessuale, etnica...). Si tratta, dunque, di avvicinare geograficamente e giuridicamente il momento e la procedura di richiesta della protezione nei Paesi prima indicati. Il primo passo da compiere è la realizzazione da parte della Ue di presidi internazionali, in collaborazione con le organizzazioni umanitarie e attraverso le ambasciate e i consolati dei Paesi membri e la rete del Servizio europeo per l’azione esterna. Il trasferimento verso il Paese di destinazione, dove la richiesta di asilo sarà formalizzata e completata, deve avvenire, con mezzi legali e sicuri, tramite la concessione di un visto, coinvolgendo tutti gli Stati Membri e fissando per ciascuno quote di accoglienza. L’Europa deve garantire protezione e asilo offrendo ai profughi la possibilità di trovare soccorso senza mettere a repentaglio la vita nella trappola mortale del Mediterraneo. È una proposta, questa, aperta a emendamenti e integrazioni. Vorremmo che fosse discussa a partire da ciò che ne costituisce il cuore: il fatto di essere ragionevolissima e concretissima.
* Presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato

Wednesday 30 July 2014 06:54

Commercio di donne e figli: la battaglia non è già persa

madri figli mercatoLa lettera aperta di Jacques Delors, Lionel  Jospin, e altre personalità della sinistra francese al presidente Hollande perché rifiuti la deriva antropologica che porta alle madri in affitto e, dunque, al mercato delle donne e dei figli, induce a una riflessione più ampia che nel prossimo futuro prenderà spazi crescenti nel pensiero e nella politica occidentali. Può affermarsi come una rassegnazione sul fatto che questa deriva è inarrestabile. Per il cedimento non d’oggi della cultura anglosassone, in specie negli Stati Uniti, l’approvazione in Francia del cosiddetto  «mariage pour tous»», l’incrinarsi recente della diga anche in Italia con la sentenza sulla fecondazione eterologa, e le annunciate e non abbastanza chiare riforme del diritto di famiglia che dovrebbero seguirne.

Qualcuno dice che non c’è più niente da fare, la battaglia sarebbe ‘persa ovunque’: è a rischio la prospettiva cristiana che dall’antichità ha introdotto valori nuovi di solidarietà per un umanesimo che s’è costruito e affinato nei secoli; sono all’angolo le culture che affondano radici nel pensiero classico, difendendo la persona strutturata nella comunità familiare naturale. C’è motivo per essere pessimisti, ma occorre approfondire la questione per scorgere anche altro, per valutare ciò che si può e si deve fare.

L’appello di esponenti della gauche francese non è la prima eccezione al conformismo individualista che pervade l’Europa e l’Occidente. Esso fa seguito alla mobilitazione di uomini e donne d’ogni orientamento, in Francia, Spagna, Usa e altri Paesi, alla partecipazione in Italia di personalità e correnti di pensiero religiose e laiche contro un orizzonte definito super-individualista, al ripensamento che filosofi del relativismo stanno avendo sugli esiti delle proprie teorie, come riferito spesso su ‘Avvenire’. Una prima considerazione emerge da questo ripensamento, che è solo agli inizi. L’impegno per una legislazione che, nell’ambito della famiglia e della genitorialità, metta al centro la persona e la sua relazionalità, può essere un impegno trasversale, che attinge linfa da radici comuni che sono alla base dell’evoluzione storica del pensiero e del diritto che promuovono una società solidale. Valutiamo due aspetti di questa riflessione.

Il concetto di genitorialità, oggi frammentato, ridotto a segmento effimero dell’esperienza umana, succube delle leggi di mercato primordiali, con scambi di persone, baratti, vendite di esseri umani, frantuma un tessuto essenziale di relazioni umane. Esso finisce per coinvolgere i genitori (in ottica relativista s’è giunti ad auspicare in Italia il limite di dieci possibili genitorialità nascoste dei donatori, quasi una forma di calmiere mercatista…), che avvertiranno paternità e maternità come variabili indipendenti delle situazioni più diverse, con la caduta di legami forti propri dei rapporti naturali, e la perdita del significato etico e solidale dell’adozione. Ne soffrono soprattutto i figli, privati di una struttura antropologica d’amore che segue alla genitorialità completa, permanente, che alimenta la vita intera, e già oggi (per la privatizzazione del matrimonio, il divorzio breve, la fine di centralità dei rapporti affettivi) quasi sfuma nell’indebolimento generale della famiglia. Non è poca cosa che i guasti siano avvertiti, proclamati, denunciati, anche da quanti non muovono da postulati di fede, ma avvertono le crepe sociali che alla lunga determinano danni per tutti.

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Carlo Cardia – Avvenire, 29 luglio 2014

Tuesday 29 July 2014

NELLA BELLISSIMA, STRUGGENTE LETTERA DI LIDIA, SCRITTA POCO DOPO AVER INCONTRATO DON GIUSSANI (E POCO PRIMA DI ESSERE CRUDELMENTE ASSASSINATA), 30 ANNI FA, C’E’ ANCHE LA MIA STORIA… COSI’ FIORI’ LA NOSTRA GIOVINEZZA…

Lidia Macchi, studentessa universitaria varesina attiva nei boy scout e militante di Comunione e Liberazione, venne ritrovata uccisa con 29 coltellate il 7 gennaio 1987 in una radura nei pressi dell’ospedale di Cittiglio, Varese, dove era andata a trovare un’amica. Aveva 21 anni. Lo scorso venerdì 25 luglio, dopo 27 anni che il caso giaceva insoluto presso la procura di Varese e avendolo avocato a sé soltanto otto mesi orsono, il sostituto procuratore generale di Milano Carmen Manfredda ha depositato presso la Corte d’Appello del capoluogo lombardo l’avviso della conclusione delle indagini e una richiesta di archiviazione della posizione di un sacerdote che il pm di Varese Agostino Abate non aveva mai ufficialmente espunto dall’albo degli indagati (vedi per esempio la cronaca dell’Ansa).

Qui di seguito riportiamo la lettera in cui Lidia confida a un’amica la circostanza del suo primissimo incontro con don Luigi Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione. La lettera, risalente agli anni in cui Lidia è già iscritta e frequenta l’Università statale di Milano, proviene dall’archivio personale del direttore di Tempi e all’epoca fu trascritta e fatta circolare dai ciellini in forma di ciclostilato.

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Carissima Mara,

abbiamo appena appeso il telefono ed io mi sono con amarezza resa conto che in fondo ti ho raccontato solo le cose più banali della mia vita di adesso. A me sta capitando una cosa straordinaria e un po’ confusa ma veramente grande; è come se in me adesso ribollissero con chiarezza un sacco di domande e di desideri sulla vita. Il desiderio d’essere felice, d’essere libera, cioè di trattare con libertà, senza essere schiacciata od appesantita da tutte le circostanze della vita, il desiderio di amare con profondità le persone che mi sono care, gli amici; il desiderio di costruire anch’io un pezzetto di storia perché altrimenti la storia ce la fanno gli altri sulla nostra testa e noi viviamo la nostra vita completamente indifferenti a ciò che accade fuori dal nostro cantuccio, che per quanto comodo è pur sempre meschino e determinato da piccole stupidaggini ed angherie quotidiane.

Ecco è come se la mia incoscienza, il fare sempre solo ciò che istintivamente mi salta in mente, mi avesse profondamente annoiato con la sua stupidità e superficialità. Mai come adesso la vita mi sembra profonda e grande e soprattutto misteriosa.

È proprio un mistero grandissimo che io ci sia, esista, che sia un fragile puntolino su questo pianeta che ruota con leggi straordinariamente perfette intorno al sole, ed il sole non è che un microbo nell’immensità spaziale e temporale del cosmo.

Ma cavoli, basta sollevare gli occhi al cielo di notte per intuire che la vita di tutto questo universo è un mistero grandioso e noi che siamo uomini e abbiamo e possiamo avere la coscienza di ciò, sprechiamo il nostro tempo afflitti da piccole banalità e da piccoli dolori, senza chiederci – perché ci fa troppa paura ascoltarci per un attimo, ascoltare quella voce che parla in noi, che grida che la vita non può non avere un senso – senza chiederci perché ci siamo, perché siamo fatti così uno diverso dall’altro, eppure al fondo, tutti con lo stesso desiderio.

Dio mio, ma perché se queste domande e desideri ci sono noi ci rassegniamo, viviamo in fondo disperati cioè non attendendoci niente dal domani, chiudendoci in una gabbia che diventa la nostra tomba al limite concedendoci qualche ricordo nostalgico dei bei tempi? Ma quali tempi! È inutile piagnucolare, siamo noi che per primi abbiamo presuntuosamente rinunciato ad essere seri, a prendere in considerazione tutti i grandi desideri che si agitano in noi, perché ci fa comodo piagnucolare, stare nel nostro brodo, fare dei piccoli e miseri peccatucci per credere che se almeno non siamo santi, beh, un po’ cattivelli però lo siamo; invece i nostri peccati fanno ridere i polli, consistono al massimo nella sensualità, in trasgressioni che in realtà fanno tutti, sono alla portata di tutti, perché in fondo siamo solo dei mediocri. Magari si incontrasse qualche grande peccatore profondamente abbagliato dal male!

E quand’anche io sappia tutto, come funziona l’universo intero, e come faccio a respirare, a camminare, a mangiare, chi si sogna per un attimo di ascoltarti quando ti chiedi chi sei, che cosa ci fai sulla faccia di questa terra? Di queste domande hanno tutti paura e nessuno ne parla… Ma perché oggi ci sei, domani muori, e buonanotte…

Buonanotte un corno! Io ci sono, le domande ci sono e voglio sapere, fossi anche l’unica con questo desiderio, in questo mondo superficiale – perché vuole essere tale – urlerò fino a squarciagola, finché morirò, quello che io sento.

Un mese fa mi è capitato, quasi per caso, di andare alla Cattolica con dei miei amici di Varese e di ascoltare uno che si chiama don Giussani, che faceva una lezione di teologia o morale, qualcosa del genere, perché questi esami lì sono obbligatori, e al posto di parlare dei santi e tutto il resto, parlava proprio di queste domande, con un entusiasmo ed una forza che mi hanno molto colpito e spiegava tutti i procedimenti tecnici e pratici che gli uomini escogitano per non starle ad ascoltare, per fare come se non ci fossero o non fossero importanti. Mi sembrava che parlasse proprio di me e ritrovavo tutti i nostri comportamenti abituali spiegati così chiaramente.

Io ero andata lì quasi per caso perché queste persone di Varese e altre di Milano che lo conoscono, mi avevano invitato ed io sono andata lì pensando di ascoltare le solite cose, e invece no.
È strano perché più delle sue parole, mi ha colpito lui, il suo sguardo profondo e attento, qualcosa di inafferrabile, un uomo libero, aperto, non arrabbiato o irato con la vita. Non so dirti niente di più preciso ma è come se custodisse un segreto, una forza non sua.

Io sento che devo parlargli, che lui non ha calpestato le domande che si agitano dentro di me, avrei molte cose da chiedergli, in un modo o nell’altro devo incontrarlo ancora.
Adesso non mi sembra più di essere sola alla ricerca disperata di qualcosa di cui tutti se ne fregano; è come se qualcuno, facendomi sobbalzare, perché è arrivato inaspettatamente, mi avesse detto: “Ehi, sono qui, non urlare e non disperarti, perché seguendo questa strada usciremo dalla foresta”.

E io voglio uscire dalla foresta, perché la vita è mare, cielo, monti e pianure, case, alberi, volti umani, stelle, sole e vento e noi siamo fatti per questo Infinito che c’è; basta solo guardarsi in giro e per questo seguire questo “Qualcuno” che mi è venuto incontro nel groviglio della foresta e che mi dice: “Guarda lassù tra le foglie, vedi, c’è un pezzettino di cielo blu, blu, usciamo a vederlo”.

Lidia Macchi

da www.tempi.it

Ringrazio Luigi Amicone di questa pagina straordinaria

Tuesday 29 July 2014 08:30

”Mi racconti una favola?”. Laboratorio teatrale di tutti i mondi possibili

federgat laboratorio 2014La “Fiaba di Tableto e PCinzia”, “L’annegato più bello del mondo” (dall’omonimo racconto di Gabriel Garcia Marquez), “Lupus in fabula” e “Storie in viaggio”. Quattro brevissimi atti unici e totalmente originali, andati in scena la sera di venerdì 25 luglio, presso il salone dell’Istituto Emiliani di Fognano (frazione di Brisighella, in provincia di Ravenna), sono il risultato della settimana di formazione teatrale che ha coinvolto 80 tra ragazzi, giovani e qualche adulto provenienti da tutta Italia.

La favola al centro. Cinque giorni di lavoro intenso, in cui i partecipanti, seguiti da professionisti del mondo del teatro, hanno affondato mani e testa nel complicato magma del racconto e della narrazione di storie. Tema del laboratorio, infatti, era la favola; un punto di partenza chiaro ma anche sufficientemente solido per prendere il largo ed esplorare le sfumature, le variazioni sul tema, le potenzialità immaginifiche delle “storie” che ogni partecipante porta con sé – per formazione, tradizione o Dna – senza perdere la rotta.

La luna e il sole. Così, accade di vedere in scena un maturo Ulisse con accento tarantino essere il mentore di un attor giovane adolescente in fuga dalla figura paterna e in cerca prima del vero amore, poi della propria identità: è la “Fiaba di Tableto e PCinzia” (dei ragazzi condotti da Gilberto Colla), in cui gli elementi più classici del melodramma (i riferimenti al cibo, gli inseguimenti amorosi e la natura magica di luoghi fuori dal tempo – che tanto ricordano Shakespeare e Marivaux) vivono nelle opposizioni tra verosimile e assurdo, teatro e metateatro, antico e contemporaneo (con una luna che rimpiange l’appeal romantico ormai perduto e un sole disturbato dal buco dell’ozono, con la fama – facile sia da raggiungere sia da perdere – che è il falso obiettivo, fatale distrazione sulla via della salvezza).

Esteban venuto dal mare. Ancora, un secondo gruppo di ragazzi, seguiti da Lorena Nocera, rende in forma teatrale il racconto di Marquez, “L’annegato più bello del mondo”, marcando a ritmo di canti popolari scritti e musicati da loro stessi, la vicenda dell’enorme Esteban, annegato venuto dal mare per far ritrovare agli abitanti del villaggio il senso di comunità. Una fune, un catino d’acqua, un ramo alto e lungo e un cappello sono i simboli materiali di una storia che viene consegnata allo spettatore dalle parole e dai gesti dei giovani e delle donne in scena. Un gruppo eterogeneo che trova sorprendente affiatamento nel canone del coro finale.

Il lupo cattivo. Si rifà invece a “Cappuccetto Rosso”, una delle fiabe europee più popolari, “Lupus in fabula”, la pièce in cui protagonista è il “lupo cattivo”, visto anche come “lato oscuro” di ogni uomo e rappresentato attraverso maschere rozze, di cartone, realizzate dai ragazzi in scena: ognuno quella del proprio lupo, con le sue caratteristiche, i suoi difetti, la sua espressività. E il percorso di costruzione della maschera, durante il laboratorio, condotto da Francesco Fiaschini, è stato anche un tempo per affrontare le sfaccettature del personaggio: ogni lupo ha particolari paure, difetti, frustrazioni, ma tutti hanno un desiderio, costantemente frustrato dalle favole: mangiare. L’intervento del cacciatore, infatti, garantito da ogni mamma che racconta tutta intera la storia di “Cappuccetto Rosso”, tiene al sicuro i bambini e al tempo stesso rende i lupi condannati a restare a pancia vuota. Una favola noir, dunque, che consegna allo spettatore tutti i riferimenti alla psicanalisi di rito.

C’era una volta. Infine le “Storie in viaggio” del gruppo condotto da Luigi Arpini ha sviluppato le suggestioni del “c’era una volta”, applicando la consueta formula di apertura delle favole alla storia di ciascuno. La foresta oscura di Dante, in cui un ignaro protagonista sembra essersi perso, si sovrappone all’immagine di una stazione affollata, annunci di treni in partenza, valigie, ricordi e sogni: il percorso di ogni uomo è un viaggio, un itinerario di crescita ed educazione.

Il valore dell’improvvisazione. La settimana di formazione teatrale residenziale, che la Federgat (Federazione Gruppi Attività Teatrali) organizza da dodici anni, chiama a raccolta ragazzi di tutte le età e di ogni parte della Penisola (le quote di partecipazione sono, infatti, democraticamente accessibili grazie al contributo della Cei) e ha per metodo l’improvvisazione: con l’improvvisazione nascono tutti i materiali che costituiscono la drammaturgia originale del saggio conclusivo. È stato merito dei formatori e della direzione scientifica del laboratorio (a cura di Fabrizio Fiaschini, presidente Federgat, e del Teatro Alkaest) di indirizzare i partecipanti dando loro gli strumenti per ascoltare se stessi e gli altri, riflettere, ed esprimersi attraverso il linguaggio teatrale. Gli enormi saloni e i lunghi corridoi dell’Istituto delle Suore Domenicane di Fognano rappresentano una struttura particolarmente accogliente: in quel silenzio, in quegli spazi vuoti, i ragazzi sono stati liberi di inventare e raccontare, attraverso il teatro, tutti i mondi possibili.

Tiziana Vox – Sir, 28 luglio 2014

Tuesday 29 July 2014 07:40

Commercio di donne e figli: la battaglia non è già persa

La lettera aperta di Jacques Delors, Lionel  Jospin, e altre personalità della sinistra francese al presidente Hollande perché rifiuti la deriva antropologica che porta alle madri in affitto e, dunque, al mercato delle donne e dei figli, induce a una riflessione più ampia che nel prossimo futuro prenderà spazi crescenti nel pensiero e nella politica occidentali. Può affermarsi come una rassegnazione sul fatto che questa deriva è inarrestabile. Per il cedimento non d’oggi della cultura anglosassone, in specie negli Stati Uniti, l’approvazione in Francia del cosiddetto
«mariage pour tous»», l’incrinarsi recente della diga anche in Italia con la sentenza sulla fecondazione eterologa, e le annunciate e non abbastanza chiare riforme del diritto di famiglia che dovrebbero seguirne. 

Qualcuno dice che non c’è più niente da fare, la battaglia sarebbe 'persa ovunque': è a rischio la prospettiva cristiana che dall’antichità ha introdotto valori nuovi di solidarietà per un umanesimo che s’è costruito e affinato nei secoli; sono all’angolo le culture che affondano radici nel pensiero classico, difendendo la persona strutturata nella comunità familiare naturale. C’è motivo per essere pessimisti, ma occorre approfondire la questione per scorgere anche altro, per valutare ciò che si può e si deve fare.

L'appello di esponenti della gauche francese non è la prima eccezione al conformismo individualista che pervade l’Europa e l’Occidente. Esso fa seguito alla mobilitazione di uomini e donne d’ogni orientamento, in Francia, Spagna, Usa e altri Paesi, alla partecipazione in Italia di personalità e correnti di pensiero religiose e laiche contro un orizzonte definito super-individualista, al ripensamento che filosofi del relativismo stanno avendo sugli esiti delle proprie teorie, come riferito spesso su 'Avvenire'. Una prima considerazione emerge da questo ripensamento, che è solo agli inizi. L’impegno per una legislazione che, nell’ambito della famiglia e della genitorialità, metta al centro la persona e la sua relazionalità, può essere un impegno trasversale, che attinge linfa da radici comuni che sono alla base dell’evoluzione storica del pensiero e del diritto che promuovono una società solidale. Valutiamo due aspetti
di questa riflessione.

Il concetto di genitorialità, oggi frammentato, ridotto a segmento effimero dell’esperienza umana, succube delle leggi di mercato primordiali, con scambi di persone, baratti, vendite di esseri umani, frantuma un tessuto essenziale di relazioni umane. Esso finisce per coinvolgere i genitori (in ottica relativista s’è giunti ad auspicare in Italia il limite di dieci possibili genitorialità nascoste dei donatori, quasi una forma di calmiere mercatista...), che avvertiranno paternità e maternità come variabili indipendenti delle situazioni più diverse, con la caduta di legami forti propri dei rapporti naturali, e la perdita del significato etico e solidale dell’adozione. Ne soffrono soprattutto i figli, privati di una struttura antropologica d’amore che segue alla genitorialità completa, permanente, che alimenta la vita intera, e già oggi (per la privatizzazione del matrimonio, il divorzio breve, la fine di centralità dei rapporti affettivi) quasi sfuma nell’indebolimento generale della famiglia. Non è poca cosa che i guasti siano avvertiti, proclamati, denunciati, anche da quanti non muovono da postulati di fede, ma avvertono le crepe sociali che alla lunga determinano danni per tutti. 

L'altra riflessione riguarda il concetto di solidarietà che è proprio delle culture di sinistra, ma si sta sempre più riducendo a un livello economicista che non può reggere a lungo. L’appello di Delors e Jospin degli altri denuncia il linguaggio mercantile con cui si definiscono uomini e donne, genitori e figli, chiede di non «soccombere a ciò che è un trionfo dell’industria del parto su ordinazione, e senza che ciò costi loro lo statuto di essere umano attraverso il riconoscimento dell’efficacia del contratto di gravidanza che li ha designati come 'cosa' desiderata, ordinata e consegnata». Si fa strada un interrogativo cruciale, se si possa costruire una società solidale sul piano economico, e individualista a livello antropologico e di relazioni filiali e genitoriali. Non sono più in gioco valori religiosi (anche se, va pur detto una volta, la nostra fede si nutre di autentica umanità, razionalità, ed è fonte di solidarietà); c’è qualcosa che colpisce al cuore l’identità di culture che hanno contribuito a costruire il grande albero delle libertà moderne, legandosi alla classicità aristotelica, all’umanesimo rinascimentale, al personalismo cristiano, alle critiche ottocentesche d’ogni forma di economicismo che svilisce il valore della persona riducendola a merce, cosa, oggetto. È messo in discussione il tessuto filosofico e culturale che ci è stato consegnato dall’evoluzione storica. 

Ci si può rivolgere allora criticamente (e con rispetto) a quella rassegnazione che serpeggia tra quanti ritengono che la partita è persa, l’individualismo ha vinto. Si comprende il sentimento, ma non è per niente scontato – e questo giornale continua a sottolinearlo sui
diversi fronti aperti – il trionfo del mercantilismo antropologico. Stiamo agli inizi di una battaglia culturale e civile che si annuncia lunga e intensa, impegnerà uomini e donne di ogni cultura, dovunque nel mondo. Si sta prendendo coscienza dei frutti amari della sovranità dell’Io, si avverte che sono a rischio quei valori del personalismo moderno che si davano quasi per scontati, avendo essi trionfato sul totalitarismo del Novecento, ma che oggi sono insidiati da un totalitarismo individualista, subdolo, quasi strisciante. E non dobbiamo perdere di vista un dato macroscopico: uomini, donne, giovani e bambini, di tutto il pianeta sono chiamati in causa da legislazioni e indirizzi che possono ridurre le relazioni familiari a meri esiti di una tecnologia della vita che impoverisce il suo contenuto umano. 

C'è, però, spazio amplissimo per testimoniare, e promuovere, una concezione forte della famiglia e della genitorialità, per difendere in ogni segmento dell’ordinamento i diritti dei soggetti più deboli (che si vanno moltiplicando) nella convinzione (questa, sì, dona ottimismo) che la consapevolezza degli esiti alienanti dell’individualismo estremo, porteranno al riesame di quella potestà individuale assoluta che gratifica nell’immediato, ma poi è d’ostacolo per una società più
umana e ricca di speranza.

Tuesday 29 July 2014 04:00

Müller: "Queste teorie sono radicalmente errate"

Il prefetto della congregazione per la dottrina della fede confuta le tesi di chi vorrebbe consentire le seconde nozze con il primo coniuge in vita. Gli dà man forte il cardinale Sebastián, anche lui contro il cardinale Kasper. Ma papa Francesco con chi sta?

Monday 28 July 2014

“Questa bella terra richiede di essere tutelata”

papa casertaUna giornata di pioggia anche intensa non ha scoraggiato gli oltre duecentomila fedeli che si sono radunati oggi davanti alla Reggia di Caserta per accogliere Papa Francesco. E, alla fine, sono stati premiati. Quando il Pontefice è arrivato ci sono state ancora poche gocce di pioggia, poi le nuvole hanno fatto posto ad un sole fortissimo. Ma a riscaldare i cuori c’erano già la gioia e l’emozione d’incontrare il Papa e di ricevere da lui parole di speranza. Un’attesa che non è andata delusa, perché il Santo Padre ha invitato a “non farsi rubare la speranza”, in una terra purtroppo devastata come quella su cui insiste anche la diocesi di Caserta, come ha ricordato il vescovo, monsignor Giovanni D’Alise, nel suo saluto alla fine della celebrazione.

Ambiente devastato. Sin dal volo in elicottero l’attenzione di Francesco è stata rivolta al problema del degrado ambientale. Come ha rivelato ai giornalisti il vice direttore della sala stampa vaticana, Angelo Scelzo, durante il volo il sostituto per gli affari generali della Segreteria di Stato, monsignor Giovanni Angelo Becciu, ha fatto vedere dall’alto la terra ormai devastata da rifiuti e roghi e il Papa ha commentato: “Terribile”. Un tema che è tornato anche nell’omelia: “Dare il primato a Dio significa avere il coraggio di dire no al male, no alla violenza, no alle sopraffazioni, per vivere una vita di servizio agli altri e in favore della legalità e del bene comune. Quando una persona scopre Dio, il vero tesoro, abbandona uno stile di vita egoistico e cerca di condividere con gli altri la carità che viene da Dio. Chi diventa amico di Dio, ama i fratelli, si impegna a salvaguardare la loro vita e la loro salute anche rispettando l’ambiente e la natura”.

Un popolo che soffre. L’affondo è venuto nelle parole dette a braccio: “Io so che voi soffrite per queste cose. Oggi, quando sono arrivato, uno di voi si è avvicinato e mi ha detto: Padre, ci dia la speranza. Ma io non posso darvi la speranza, io posso dirvi che dove è Gesù lì è la speranza; dove è Gesù si amano i fratelli, ci si impegna a salvaguardare la loro vita e la loro salute anche rispettando l’ambiente e la natura. Questa è la speranza che non delude mai, quella che dà Gesù!”. Ciò, ha precisato il Papa, “è particolarmente importante in questa vostra bella terra che richiede di essere tutelata e preservata, richiede di avere il coraggio di dire no ad ogni forma di corruzione e di illegalità – tutti sappiamo il nome di queste forme di corruzione e di illegalità – richiede a tutti di essere servitori della verità e di assumere in ogni situazione lo stile di vita evangelico, che si manifesta nel dono di sé e nell’attenzione al povero e all’escluso”. Parlando, poi, della festa di sant’Anna, il Pontefice ha incoraggiato “tutti a vivere la festa patronale libera da ogni condizionamento, espressione pura della fede di un popolo che si riconosce famiglia di Dio e rinsalda i vincoli della fraternità e della solidarietà”. Infine, un invito: “Abbiate speranza, la speranza non delude e a me piace ripetere: non lasciatevi rubare la speranza”.

Non solo degrado. Anche nelle parole del vescovo di Caserta, monsignor Giovanni D’Alise, le difficoltà di questa terra: “La Chiesa che è in Caserta – ha spiegato nel saluto finale al Papa – non è risparmiata dalla complessità e molteplicità di problemi che toccano tutti in Campania, non di meno la nostra città e la nostra diocesi”. “Caserta – ha proseguito il presule – è capoluogo di Terra di Lavoro, terra una volta posta nella ubertosa e splendida Campania Felix. Questa Campania non è più ubertosa come un tempo e neanche più Felix per la sua posizione geografica”. Infatti, ha rilevato il vescovo, “questa splendida terra è stata attaccata da più parti, in modo particolare, sventrata e fatta deposito di rifiuti particolari provenienti dall’Italia e dall’Europa, che causano morti e disagi”. Non solo: “C’è anche una disoccupazione che toglie il respiro, strappa la speranza e mortifica le nuove generazioni”. E, in questa terra, “non mancano criminalità e corruzione”. “Santo Padre – ha aggiunto monsignor D’Alise – qui, tuttavia, non ha trovato solo degrado, ma una popolazione che non si abbatte e non demorde, che ha un gran desiderio di essere protagonista di una ripresa, soprattutto spirituale, sotto la guida di Vostra Santità”.

Entro l’anno a Napoli. Appena arrivato, il Santo Padre ha incontrato diciannove vescovi campani e 123 sacerdoti della diocesi di Caserta. Con loro si è confrontato su temi ecclesiali, in un dialogo cordiale e schietto. Poi il bagno di folla, che lo attendeva dalla mattina: Francesco è passato in papamobile tra la folla, che lo acclamava. Poi la Messa e alla fine l’annuncio su una futura visita a Napoli. Papa Francesco, indicando il cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli, ha scherzato: “Ho sentito che forse i napoletani sono un po’ gelosi. Non so. Ma voglio assicurare ai napoletani che quest’anno sicuramente andrò da loro”. A questo annuncio c’è stato un calorosissimo applauso dalla folla. Tra gli oltre duecentomila presenti, allora molti erano napoletani?

Gigliola Alfaro – Sir, 26 luglio 2014

Sunday 27 July 2014

QUELLO CHE IL MARE RIVELA…

E’ il più grande spettacolo planetario di tutti i tempi. Ogni anno si replica e sempre con milioni e milioni di spettatori incantati. Un aereo che sorvola le coste è in grado di mostrare tutti i giorni molte migliaia di persone sedute davanti a questa meraviglia.

Anzi, in genere non sedute, ma sdraiate. Su migliaia di sdraio ordinate in diverse file, proprio come le poltrone di qualunque cinema.

Solo che in cartellone qua c’è sempre lo stesso capolavoro che si replica di continuo: il mare. E’ uno spettacolo in 3D e il protagonista assoluto – il mare, appunto – ha come “spalla” o co-protagonisti il sole, la sabbia, gli scogli, la brezza, la luna.

Ma la star è sempre e solo lui. Gli spettatori vengono per lui: il mare. Che aleggia anche nell’aria salmastra e che sembra ingoiare il cielo riflettendolo.

Tutta quella gente che sta incollata davanti al mare sembra come ad aspettare qualcosa o qualcuno. Ma cosa precisamente? Un fatto, un arrivo, un fenomeno particolare?

 

ATTESA

 

Viene in mente una bellissima pagina di “Madame Bovary” dove Gustave Flaubert coglie questa attesa:

“In fondo all’anima tuttavia ella attendeva un avvenimento. Come i marinai che si sentono perduti essa volgeva di qua e di là degli sguardi disperati, cercando in lontananza qualche vela bianca, tra le nebbie dell’orizzonte. Non sapeva che cosa aspettasse, quale caso; né da qual vento questo sarebbe portato, né a qual riva condurrebbe lei; se fosse scialuppa o bastimento grande, se carico d’angosce o pieno di felicità fino alle murate”.

C’è in effetti un curioso fenomeno. Pur essendo milioni quelli che corrono a godersi lo spettacolo e a immergersi nelle sue onde, sono assai pochi che s’interrogano su quello che vedono.

Pochi si chiedono perché sono tanto attratti o affascinati dal mare.

Bastano l’ombrellone, la granita e le forme rotonde delle ragazze o dei ragazzi in costume. Si liquida in genere l’interrogativo estetico ed esistenziale con le solite risposte pratiche.

Poi però ci sono i poeti e gli scrittori, gente strana, insolita, fastidiosa e fascinosa, e con loro – che spesso fanno compagnia a chi se ne sta distesso sulle sdraio – ci si immerge nelle profondità del mare e nel segreto del suo fascino.

 

MARE DI LIBRI

 

La letteratura fa amare il mare vero perché serve a vedere quello di cui altrimenti non ci accorgeremmo. Ed ecco allora l’Hemingway del “Vecchio e il mare”, che fa sentire il sapore del sale sulle labbra, oppure Melville, Stevenson, Conrad.

Dice un suo personaggio che nascere è come cadere in mare ed è una gran metafora, anche se inquietante.

Il grande poeta del mare invece è – per me – Fermando Pessoa. Il suo sguardo, da quello scoglio sull’Oceano, da quel balcone sull’infinito che è il Portogallo, finis terrae, è il più acuto e struggente canto sulla vita umana come abisso, come frontiera, come partenza o come naufragio.

Infine la sua nostalgia racconta pure l’epopea di una nazione:

“O salso mare, quanto del tuo sale

sono lacrime del Portogallo!

Per solcarti, quante madri piansero,

quanti figli pregarono invano!

Quante promesse spose restarono promesse

perché tu fossi nostro, o mare!”.

Invece è incredibile quanto poco mare ci sia nella letteratura italiana. Sebbene il nostro paese sia immerso nel Mediterraneo e la nostra storia – oltreché la nostra geografia – ne sia piena.

E’ curioso come noi ci sentiamo un paese di pianura mentre siamo pieni di montagne e un paese continentale quando siamo invece una lingua di terra nel Mediterraneo.

A parte “I Malavoglia” del Verga – cioè il mare dei pescatori, fatto di fatica, di paura e di dolore – ed il mare immaginario ed esotico di Emilio Salgari, bisogna arrivare al Novecento per sentire la frescura, il mistero, la seduzione e il respiro infinito del “mare nostrum”.

 

MARE NOSTRUM

 

Mi pare che il primo vero poeta italico del mare – sia pure il mare particolare delle Cinque terre – sia stato Eugenio Montale (assai più e meglio di D’Annunzio). Ma siamo già al Novecento.

Dal mare dell’Essere, dell’eterno, l’uomo di Montale emerge come un rottame alla deriva, come gli “ossi di seppia”, un relitto sulla spiaggia effimera del tempo.

Ma col fascino nell’anima di quella presenza arcana e maestosa a cui sente di appartenere:

“Tu m’hai detto primo

che il piccino fermento

del mio cuore non era che un momento

del tuo; che mi era in fondo

la tua legge rischiosa: esser vasto e diverso

e insieme fisso”.

Il romanzo italiano del mare, nel Novecento, è stato invece quello di Stefano D’Arrigo, “Horcynus Horca”, un’opera assai elaborata e tormentata.

Ambientata subito dopo l’8 settembre 1943 (avendo in controluce il confronto letterario addirittura con l’Odissea e l’Ulisse di Joyce) avrebbe potuto essere il capolavoro dell’Italia immersa nella tragedia della seconda guerra mondiale. Ma l’impresa non è riuscita.

Infine all’ “Isola di Arturo” di Elsa Morante preferisco le pagine di “Oceano mare” di Alessandro Baricco. Anche per la narrazione del mare:

“Il mare incanta, il mare uccide, commuove, spaventa, fa anche ridere, alle volte, sparisce, ogni tanto, si traveste da lago, oppure costruisce tempeste, divora navi, regala ricchezze, non dà risposte, è saggio, è dolce, è potente, è imprevedibile. Ma soprattutto: il mare chiama… Non smette mai, ti entra dentro, ce l’hai addosso, è te che vuole. Puoi anche far finta di niente, ma non serve. Continuerà a chiamare… Ci sarà sempre un mare che ti chiamerà”.  

A parte il catalogo letterario, che non volevo fare, voglio concludere questa “navigazione” con due suggestioni, non letterarie, ma umane. Di due grandi.

 

I MAESTRI

 

La prima è un pensiero di Pavel Florenskij, teologo, filosofo, geniale scienziato, morto nel Gulag staliniano per la sua fede cristiana e la sua intelligenza:

“Ricordo le mie impressioni di bambino e non mi sbaglio: sulla riva del mare mi sentivo faccia a faccia con l’Eternità amata, solitaria, misteriosa e infinita dalla quale tutto scorre e alla quale tutto ritorna”.

La seconda è tratta da una lettera giovanile di don Luigi Giussani a un amico, un testo appena ripubblicato nel volume che Alberto Savorana ha dedicato alla sua vita:

“…questo mare immenso ed arcano che sempre lo senti dire un suo misterioso pensiero profondo, che capisci, ma non sai ridirtelo a te stesso con parole comprensibili e determinate: questo mare che ora è calmo ed a stento l’odi appena ansare sulla riva e sembra che sogni, e dopo poche ore è tutto tribulato ed ansimante ed appassionato, e non sai il perché… ma calmo o agitato, silenzioso od irato il mare ha ogni giorno ed ogni istante un minimo comun denominatore, un significato base unico e inesorabile, che è la sua grandezza:  il senso travolgente di una immane aspirazione all’infinito, al mistero infinito (…). Così la tua vita, nelle vicissitudini angosciose o serene che s’incalzano apparentemente senza motivo: c’è una voce, una passione, una agonia, che sta alla base di tutto: ed è la voce la passione l’ansia di Lui., Felicità, Bellezza, Bontà Suprema”.

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 27 luglio 2014

Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

  

 

Friday 25 July 2014

Un master per il dialogo interreligioso

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Thursday 24 July 2014

La ricerca della bellezza protagonista al Siloe Film Festival

Quel “fazzoletto” di collina su cui si adagia il monastero di Siloe, a Poggi del Sasso (Grosseto), già da solo parla di bellezza, di quella bellezza “tanto antica e così nuova”, che Agostino d’Ippona, nelle sue Confessioni, con struggente nostalgia si rammarica di aver incontrato ed amato troppo tardi. La collina di Poggi del Sasso, un lembo dell’entroterra maremmano, è una terrazza sull’infinito, da cui è possibile scorgere la pianura, il mare, i campi ordinatamente disegnati come un arabesco di colori, di sfumature e di profumi. Naturale che questo luogo, scelto dalla comunità monastica per vivere un “faccia a faccia” personale e comunitario con Dio, ispiri bellezza, cerchi bellezza, richiami bellezza e attragga i tanti “viandanti” del bene e del vero. Un po’ meno scontato che un luogo tanto appartato, lontano anche dalle più “battute” mete di “vacanza spirituale” sia la sede di un Festival del cinema: il Siloe Film festival, che – partito giovedì 17 luglio – si conclude questa sera con le premiazioni. La manifestazione per tre giorni ha animato con immagini, incontri, scambi la comune “ricerca della bellezza”. È stato questo, infatti, il tema scelto quest’anno per l’iniziativa culturale ideata e organizzata dal Centro Culturale San Benedetto, con sede presso la comunità monastica di Siloe, in collaborazione con l’Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali, il Progetto Culturale della Cei, la Fondazione Ente dello Spettacolo, la Fondazione Bertarelli e l’Acec. Dodici i film in rassegna, proiettati nove al giorno a gruppi di tre e ricco il programma, scandito anche dagli interventi degli autori, incontri con registi, intellettuali, filosofi.

Custodia del creato e delle relazioni. Il Festival è uno dei momenti della Festa del Creato, promossa ormai da alcuni anni dalla comunità monastica di Siloe, con lo scopo di far crescere un nuovo umanesimo, che intrecci la custodia del creato con quella delle relazioni umane e risponda alla domanda di Dio all’uomo: chi sei? cosa cerchi? dove vai? “Con incontri e linguaggi diversi – spiega fra’ Roberto Lanzi, monaco di Siloe e responsabile del Centro culturale San Benedetto – viene proposta l’attenzione alla missione di ogni uomo ad esercitare la custodia del disegno di Dio, quindi ad essere custodi dell’altro, dell’ambiente, del tempo, dell’accedere di Dio nella storia”. “Noi monaci – continua – siamo persone, sì in ‘fuga’ dalla mondanità del mondo, ma non in fuga dal mondo e, quindi, non in fuga dall’umanità, che sulle strade del tempo consuma la fatica esperienziale della scoperta della propria vera identità, che fin dall’inizio dei tempi il creatore di tutte le cose ha ‘nascosto’ nel creato. Quello cinematografico è uno dei tanti linguaggi attraverso cui si può dare voce e narrare anche di questi percorsi che, nella ‘tortuosità’ delle umane erranze, sono tutti percorsi verso la verità”.

“Un cenobio della condivisione di idee”. Così fra’ Roberto sente di poter definire questa prima edizione del Festival, che ha condotto verso il Monastero di Siloe un pubblico eterogeneo, per età, provenienza geografica, sensibilità culturali. “La parola festa e il termine similare greco – spiega il monaco – significano banchetto, il momento ed il luogo in cui ci si incontra, ci si accoglie e ci si dona i beni l’un con l’altro. Questo è stato il Siloe Film Festival: il buon cenobio della condivisione delle idee. Con questa prima edizione – prosegue il religioso – è iniziato uno spazio di condivisione che ci ha messi tutti nell’atteggiamento di una sana ricerca della verità, che ogni uomo deve poter fare”.

Poliedricità della bellezza. Il linguaggio delle arti, compresa quella cinematografica, è forse il mezzo non solo più efficace, ma anche maggiormente capace di raccontare la poliedrica dimensione della bellezza, come via verso il bene e verso la verità. Lo ha sottolineato anche il filosofo Carlo Sini, intervenuto alla tre giorni del Festival per parlare del “Bene-Bello come orizzonte dell’umano”. L’arte, secondo il filosofo, ha il compito arduo di aiutarci ha recuperare la grazia che abbiamo perduto, l’armonia, la raffinatezza d’animo. Le arti, tutte le arti, insomma, “non sono uno svago o una uscita dalla vita” anche se oggi si tende a ridurle quasi ad un’appendice bizzarra e a confinarli in spazi angusti, per pochi. Mentre invece c’è un bisogno enorme di parlare e di ricercare la bellezza, c’è una necessità urgente di recuperarne il senso vero.

“Un termine ambiguo”. Ne è convinto anche il direttore artistico del Festival, il regista Fabio Sonzogni, entusiasta per l’esordio di questa manifestazione e per il luogo che l’ha ospitata e fatta sua. “Dobbiamo uscire dall’ambiguità, tipica di questo tempo, di accostare il termine ‘bellezza’ all’estetica, mentre la bellezza ha un valore in se stessa, che supera il solo aspetto esteriore. Il monastero di Siloe si è rivelato il luogo adatto ad accompagnare questa ricerca: qui ho avvertito un rapporto sano con la natura e ho avvertito un senso di protezione. Tutti, infatti, abbiamo bisogno di guardarci negli occhi e abbiamo bisogno di proteggerci reciprocamente dalla bruttezza e dalla stupidità”.

“La bruttezza è l’arresto del divenire”, diceva Platone “ma se il cinema – continua Sonzogni – riesce a raccontare la possibilità di riprenderci questo bisogno di ricercare la bellezza e di recuperare il ruolo pedagogico dell’arte, c’è anche la possibilità di guarire i nostri sguardi malati e di recuperare una visione nuova della realtà. Questo è ciò che abbiamo tentato di fare con il Siloe Film Festival”. La manifestazione ha ottenuto il patrocinio della Diocesi di Grosseto, della Regione Toscana, della Provincia di Grosseto, del Comune di Cinigiano, della Banca della Maremma e di Toscana Oggi.

Giacomo D’Onofrio – Sir, 17 luglio 2014

Wednesday 23 July 2014

I bambini e il massacro di Gaza

Cari amici, in questi giorni le notizie che arrivano dal Medio Oriente sono terribili. Mi ha molto colpito questo articolo del Telegraph con l’elenco dei bambini rimasti uccisi negli ultimi giorni a Gaza: una lista purtroppo già superata. Come sapete, l’esercito israeliano accusa i militanti di Hamas di usare bambini e civili come scudi umani. Non sono in grado di giudicare la fondatezza di questa accusa. Mi chiedo soltanto come si possano giustificare così tante vittime civili, così tanti bambini uccisi, così tante persone innocenti a cui viene tolta la vita. Come pure mi chiedo come sia possibile giustificare il fatto che per eliminare un capo di Hamas si uccida tutta la sua famiglia, bambini compresi.

Wednesday 23 July 2014 13:37

Giovani ricercatori trentenni e cattolici si raccontano

logo CUCUn mondo giovanile che fa ricerca. C’è un’Italia fatta di trentenni che, pur non nascondendosi le difficoltà e la precarietà della vita accademica, si rimboccano le maniche, investono sulle proprie competenze e si mettono in gioco con sacrificio e determinazione. Si chiude oggi a Roma l’incontro estivo del Centro universitario cattolico (Cuc), struttura della Cei presieduta dal segretario generale monsignor Nunzio Galantino e diretta da Vittorio Sozzi, responsabile del Servizio nazionale per il progetto culturale. Ogni anno mette a disposizione di giovani laureati aspiranti alla carriera universitaria una ventina di borse di studio (21 per l’Anno accademico 2014 – 2015) di 6mila euro annuali l’una, assegnate su un progetto triennale per un totale di 18mila euro, in nove aree disciplinari: artistica, economica, filosofica, giuridica, letteraria, medica, scientifica, socio-politica e storica. Siamo andati a conoscere alcuni dei borsisti che partecipano all’incontro.

Il clima è allegro e disteso e si respirano chiarezza di obiettivi, passione, speranza nel futuro. Anche fiducia nella vita: alcuni sono già sposati e con figli piccoli. Come Paolo Fornari, 32 anni, romano, laurea in filosofia e dottorato a “La Sapienza”, che ha un bimbo di 19 mesi e un bebé in arrivo. Paolo sta concludendo una ricerca triennale su economia, etica e diritto. “Quando mi sono trovato di fronte alle scelte importanti della mia vita, la carriera universitaria e il matrimonio – ci racconta -, ho deciso di fare il salto, pur sapendo che eventuali incarichi stabili sarebbero venuti dopo molto tempo, e sono stato premiato”. Nel secondo anno di matrimonio sono infatti arrivati un incarico annuale all’Urbaniana, riconfermato, e la borsa Cuc. Anche Benedetta Vimercati, 28 anni, laurea in giurisprudenza alla Statale di Milano, dottorato in diritto costituzionale, attualmente due borse di ricerca, una delle quali del Cuc, è sposata da due anni. “Pur nell’incertezza del lavoro – dice – abbiamo deciso che valeva la pena rischiare”. Benedetta si occupa di tematiche biogiuridiche-bioetiche con una ricerca su dignità umana e tutela dei diritti fondamentali in materia di inizio e di fine vita, ed è autrice di una monografia, in corso di stampa, su consenso informato e incapacità di intendere e di volere. “Lo so – ammette -, è rischioso scegliere un tema controverso, sul quale la maggior parte del mondo accademico ha una visione opposta alla mia, come ‘biglietto di presentazione’, ma l’esperienza del Cuc mi ha aiutato a non slegare l’attività di ricerca dall’esperienza di fede”.

“Dobbiamo avere il coraggio di buttarci, non si può passare il tempo a lamentarsi di quello che si vorrebbe avere e non si ha, altrimenti si arriva a 50 anni per accorgersi che non si è costruito niente”, interviene Paola Mastrolia, 29 anni, originaria della provincia di Brindisi, dal 2003 a Piacenza dove si è laureata in giurisprudenza all’Università cattolica. “Ho terminato il dottorato con borsa – racconta -, ma quest’anno sono stata senza stipendio. Solo grazie al Cuc ho potuto proseguire la mia attività”. Paola vorrebbe intraprendere la carriera accademica ma non se ne nasconde le difficoltà: “Ragiono giorno per giorno, se non sarà possibile farò altro”. Tuttavia un traguardo certo ce l’ha: il 1° settembre si sposa. Ricerca e insegnamento a scuola, come Simona Santacroce, torinese trentaduenne, laurea in lettere, dottorato in italianistica all’Università di Torino concluso a febbraio, sposata da 4 anni con un assegnista. Finita la borsa Cuc ha tentato un concorso di cui avrà i risultati in autunno. A luglio 2015 conseguirà la triennale in teologia cui seguiranno specialistica e tirocinio: “La carriera accademica può essere una strada, ma intanto vanno bene gli assegni di ricerca e i periodi di insegnamento nella scuola secondaria”.

Cervelli in fuga? Monica D’Agostini, 30 anni, veronese, laurea in storia all’Università cattolica di Milano, giunta a fine dottorato all’Alma Mater di Bologna, probabilmente andrà in Canada, dove è già stata per quasi due anni grazie alla borsa Cuc. “Sono un’antichista – dice con passione – e lavoro su ellenismo e Medio Oriente”. A Toronto ha conosciuto il fidanzato, disponibile a venire in Italia, “ma tutti e due sappiamo – avverte con una punta di rammarico – che avrei più possibilità io all’estero che lui qui”. Per il 2015 ha fatto domanda di lettorato in Canada e Inghilterra. Anche Timoteo Colnaghi, 27 anni, di Monza, laurea in fisica all’Università di Pavia e all’ultimo anno di dottorato presso la stessa università, punta al Canada, oppure all’Europa del nord o agli Usa. Con la sua ricerca sullo sviluppo di modelli di reti neurali chiosa: “La scienza non è solo successione di formule e teoremi; è in sé umanesimo, e l’apporto che può arrecare alla società è una questione ad ampio raggio”. Perché all’estero? “Sarebbe l’unico modo per entrare in contatto con modelli e schemi diversi”. In Italia la collaborazione “tra fisici e fisiologi è spesso difficile”. Miriam Giovanna Leonardi, 32 anni, laurea in storia dell’arte e dottorato alla Statale di Milano, ha potuto proseguire l’attività di ricerca grazie al Cuc, ma ha inoltre conseguito l’abilitazione e insegna italiano, storia e geografia alla scuola media. Da Bogotà ha ricevuto una proposta biennale di insegnamento in un liceo scientifico. “In autunno – spiega – sono in partenza per la Colombia. Se mi troverò bene ci resterò. Poi vedremo”. Francesco Budini, 30 anni, laurea in scienze motorie al Foro Italico, è invece al primo anno di borsa Cuc, ma nel suo vissuto c’è un anno in Scozia e uno in Cina, e un dottorato in Irlanda. Sposato da sei anni, è padre di una bimba di quattro. Al termine del triennio partirà. “Inevitabile – commenta -. La borsa mi consente di rimanere in Italia, ma poi dovrò andare all’estero per almeno una decina d’anni per formarmi e ‘costruire’ un curriculum tale da consentirmi un eventuale ritorno”.

Scienziata e donna. Si muove a suo agio senza sentirsi discriminata in “un mondo accademico ancora piuttosto maschile”, la matematica Elisabetta Repossi, 29 anni, di Vigevano, laurea a Pavia e dottorato (fino a dicembre) al Politecnico di Milano su modelli e metodi matematici per l’ingegneria, al termine della borsa triennale Cuc. Il suo futuro? “Le difficoltà non mancano ma non mi scoraggio, abbandonare mi sembrerebbe un furto verso chi ha investito su di me”. Riccardo Bettin, 31 anni, di Padova, dopo il dottorato all’Università patavina sta frequentando il primo anno della Scuola di specializzatone in farmacia ospedaliera e per questo ha rinunciato all’ultima annualità della borsa Cuc, ma è venuto lo stesso all’incontro: “esperienza arricchente che offre la possibilità di confrontarsi con ambiti diversi dal proprio”.

Giovanna Pasqualin Traversa – Sir, 17 luglio 2014

Wednesday 23 July 2014 04:00

L'amico segreto di Francesco a Caserta

Non è cattolico ma pentecostale. Fa parte cioè di quelle comunità cristiane che sono in più stupefacente espansione nel mondo. Il papa sta man mano incontrando i loro capi. Da rivali vuole farseli amici, fino al punto di chiedere loro perdono

Saturday 19 July 2014

Francesco parla, Scalfari trascrive, Brandmüller boccia

Come storico della Chiesa, il cardinale tedesco confuta la tesi secondo cui il celibato del clero sarebbe un'invenzione del secolo X. No, obietta: ha origine già con Gesù e gli apostoli. E spiega perché

Thursday 17 July 2014

Che papocchio!!!! COLPO BASSO IN VATICANO DEI TIFOSI DI “PAPA SCALFARI”

Ma cosa sta succedendo in Vaticano? C’è qualche buontempone che si diverte a sabotare papa Bergoglio o si tratta di una specie di autosabotaggio? E’ in corso addirittura una tacita e inaudita sfida di Francesco ai suoi critici?

Il Vaticano è appena uscito – assai malconcio – dall’incidente di domenica scorsa, ovvero la seconda intervista del papa a Scalfari che padre Federico Lombardi – portavoce della Santa Sede – ha dovuto smentire sui punti più importanti, a velocità supersonica, anche per la sollevazione dei cardinali, nella stessa mattina di domenica, e ora si apre un nuovo caso ancora più clamoroso.

Ricordate la prima intervista a Scalfari, quella esplosiva del 1° ottobre scorso?

Non solo viene riproposta dal sito ufficiale del Vaticano, ma addirittura fra i “discorsi” ufficiali del Papa, quindi promossa – se ben capiamo – ad atto magisteriale. Un fatto a dir poco dirompente…

Ricordiamo anzitutto i fatti. In quell’intervista il giornalista attribuiva al papa dichiarazioni così clamorose e temerarie che esplose lo sconcerto di molti cattolici e l’imbarazzo del mondo ecclesiastico.

In Vaticano ci misero un po’ a capire cosa fare perché l’indomani – il 2 ottobre – l’intervista fu addirittura ripubblicata dall’Osservatore romano. Sembra che il Papa stesso non abbia gradito questa iniziativa.

Padre Lombardi in quei giorni cercò di tamponare lo sconcerto generale affermando che il Papa non aveva rivisto personalmente il testo (che tuttavia Scalfari aveva inviato alla Santa Sede per la verifica).

La stessa testata ultrabergogliana “Vatican Insider” ha riconosciuto che “in effetti l’articolo conteneva espressioni difficilmente attribuibili a Papa Francesco”.

Ma la presa di distanza ufficiale tardò molte settimane e parve assai imbarazzata. Arrivò il 15 novembre quando fu decisa la cancellazione di quel testo dal sito ufficiale del papa e del Vaticano (www.vatican.va).

In quell’occasione padre Lombardi si arrampicò sugli specchi spiegando che “l’intervista è attendibile in senso generale, ma non nelle  singole valutazioni: per questo si è ritenuto di non farne un testo consultabile sul sito della Santa Sede. In sostanza, togliendola si è fatta una messa a punto della natura di quel testo. C’era qualche equivoco e dibattito sul suo valore. Lo ha deciso la Segreteria di  Stato”.

Ricordiamo le dichiarazioni più dirompenti contenute nell’intervista. Scalfari attribuiva al Papa questa incredibile dichiarazione. Alla domanda se esiste un Bene oggettivo e chi lo stabilisce, il Papa avrebbe risposto: “Ciascuno di noi ha una sua visione del Bene e anche del Male. Noi dobbiamo incitarlo a procedere verso quello che lui pensa sia il Bene… Ciascuno ha una sua idea del Bene e del Male e deve scegliere di seguire il Bene e combattere il Male come lui li concepisce”.

Queste parole, che contraddicono duemila anni di Magistero della Chiesa e la Sacra Scrittura (basti pensare al Decalogo dato da Dio a Mosè), di per sé potrebbero essere usate arbitrariamente da chiunque per giustificare i propri atti, anche da Stalin o da Hitler. Anche loro – con i loro crimini – perseguivano la loro (perversa) idea di bene e di male.

C’erano poi altre affermazioni sconcertanti attribuite al papa: il proselitismo come “solenne sciocchezza”, la risposta evasiva sulla condanna della Teologia della liberazione fatta da papa Wojtyla, la frase: “io credo in Dio. Non in un Dio cattolico, non esiste un Dio cattolico, esiste Dio”.

Oppure il giudizio pesantissimo sui suoi predecessori (“i Capi della Chiesa spesso sono stati narcisi, lusingati e malamente eccitati dai loro cortigiani. La corte è la lebbra del papato”), che somiglia a un autogol perché se c’è un papa lusingato da tutti è proprio Bergoglio (e ognuno ha i suoi cortigiani).

Ora tutto questa intervista, da cui il Vaticano aveva preso le distanze, viene rilanciata dallo stesso sito vaticano che l’aveva cancellata.

Per volere di chi dal momento che tale rimozione era stata decisa dalla Segreteria di Stato? Sopra la Segreteria di Stato c’è soltanto il Papa. E’ lui che ha voluto il rilancio? E per quale motivo questo ripensamento? Chi sta sfidando? I cardinali? E perché?

Infine la questione più scottante. L’intervista non è riproposta – come si potrebbe pensare – in una sorta di rassegna stampa. Bensì nella parte del magistero papale, fra i Discorsi.

Tutto questo aggrava enormemente la cosa. Infatti padre Lombardi, quando motivò la cancellazione dell’intervista dal sito vaticano, spiegò che non si volevano creare equivoci non trattandosi in quel caso di magistero papale: “In sostanza” disse “togliendola si è fatta una messa a punto della natura di quel testo. C’era qualche equivoco e dibattito sul suo valore. Lo ha deciso la Segreteria di  Stato”.

Quell’intervento dunque non poteva definirsi “stricto sensu” magistero. E adesso? E’ di nuovo cambiato tutto?

E quelle “avventurose” affermazioni attribuite al Papa, per esempio sul concetto di bene e di male, dovrebbero essere seguite come magistero quando contraddicono platealmente tutto il magistero di sempre della Chiesa e la Sacra Scrittura?

Sappiamo che i papi non sono sovrani assoluti. Come insegna dogmaticamente il Concilio Vaticano I, devono agire dentro un limite ben segnato: essi sono chiamati a custodire il “depositum fidei” e consegnarlo intatto ai successori. Non possono inventarlo o rinnegarlo (anche in parte) o stravolgerlo.

Come ha sempre ripetuto Benedetto XVI – la Chiesa appartiene a Cristo e non ai papi.  Proprio perché compito di ogni pontefice è custodire il “depositum fidei”, come a lui consegnato, la tradizione nella Chiesa è vincolante. Il magistero di ogni papa deve inserirsi nell’insieme del magistero di sempre della Chiesa.

Questo è il problema a cui papa Bergoglio deve dare risposta.

 

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 17 luglio 2014

Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

Tuesday 15 July 2014

Marcello Candia, l’industriale per i poveri

L’8 luglio 2014, la Congregazione dei Santi ha promulgato il decreto sul riconoscimento delle virtù eroiche del servo di Dio dott. Marcello Candia, missionario laico in Amazzonia brasiliana dal 1965 al 1983, dove ha speso la sua vita di volontario fra i poveri e i lebbrosi e tutte le sue sostanze. Marcello Candia (1916-1983), figlio di un industriale milanese, nato a Portici (Napoli), eredita dal padre la fabbrica di acido carbonico la dirige per 18 anni con successo, fondando tre nuovi stabilimenti. Ma Dio lo chiamava ad essere “l’industriale della carità”. Fin da giovane studente (tre lauree in chimica, biologia e farmacologia), divideva il suo tempo fra l’industria paterna e le opere di carità nella sua Milano: il “Villaggio della madre e del fanciullo”, l’assistenza ai profughi dai campi di concentramento tedeschi, un dispensario medico gratuito per i poveri, l’aiuto ai baraccati delle periferie milanesi (dove da adolescente mamma Luigia portava i cinque figli alla domenica pomeriggio), il “Collegio degli studenti d’Oltremare” voluto dal Card. Montini.

Non si era sposato per fare opere di bene e sentiva profondamente anche la chiamata alle missioni. Fonda la scuola di medicina per missionari (all”Università di Milano) e sostiene i primi organismi di laicato missionario in Italia. Nel 1949 incontra mons. Aristide Pirovano, missionario del Pime e fondatore della diocesi di Macapà alle foci del Rio delle Amazzoni, che lo invita ad andare con lui per fondare un ospedale per i poveri. Marcello va in Amazzonia e si appassiona di quel popolo, ma solo nel 1964, a 49 anni, riesce a vendere la sua fiorente industria e va a Macapà con i missionari del Pime, donandosi totalmente a quella missione. La sua vita, nei 19 anni di Amazzonia (muore nel 1983 di cancro al fegato, è tutta una corsa contro il tempo per realizzare e finanziare molte opere di bene: l’ospedale di Macapà, allora il più grande e moderno dell’Amazzonia brasiliana, il rifacimento del lebbrosario di Marituba (con 2000 lebbrosi), nella foresta presso Belem, centri sociali e casette per i poveri, scuola per infermiere, aiuti a tutte le missioni del Brasile povero che ricorrevano a lui.

All’inizio, in Amazzonia aveva più d’un miliardo di lire (del 1964), spende tutto e incominciano ad arrivargli le offerte dei suoi ex-dipendenti, di molti amici e di tanti altri che venivano a conoscenza della sua avventura. Marcello mandava foto e lettere e tornava un mese l’anno in Italia per rispondere a inviti di conferenze e interviste. Avendo venduto anche la sua casa a Milano, in Italia era ospite del Pime, che gli organizzava gli incontri e le interviste a giornali, radio e televisioni.
Dove sta la grandezza di questo “santo” del nostro tempo, modello per i laici missionari? Nella sua profonda vita di fede e di pietà e nella sua carità. Si definiva “un semplice battezzato”: non apparteneva ad alcuna associazione o movimento ecclesiale; un uomo libero, con una spiritualità profonda ma elementare, che s’è santificato con le preghiere del “Manuale del buon cristiano”. Era il santo della carità, il santo della Croce e il santo della gioia. In quel tempo di dittatura in Brasile, i militari sospettavano di questo riccone che va a spendere i suoi soldi in una regione ai confini del Paese e vive poveramente. Lo sorvegliavano, ostacolavano, umiliavano e lui sopportava con pazienza. Il governatore militare di Macapà dice al vescovo mons. Giuseppe Maritano: “”Mi spieghi lei questo mistero. Vedo che il dottor Candia s’interessa solo dell’ospedale e spende tutto quel che ha per i poveri.. Però, quando gli parlo mi sembra una persona normale”. Mons. Maritano ha testimoniato: “Voleva che l’ospedale fosse per i poveri, perchè questo era l’unico scopo per il quale l’aveva costruito. Diceva: ‘Se c’è un malato povero e uno ricco, prima ospitiamo il povero e poi, se c’è posto, il ricco, che può rivolgersi all’ospedale governativo. Io voglio un ospedale missionario per i poveri e quindi dev’essere per forza passivo. Se è in attivo vuol dire che non è più missionario e per i poveri’. Marcello pagava tutte le spese e i passivi”.

Il mistero della sua vita sta tutto nella sua preghiera. Pregava molto, una preghiera semplice e continua, aveva sempre il pensiero rivolto a Dio e ha portato in Brasile le Carmelitane di Firenze, costruendo due loro conventi, perché diceva: “La preghiera è il carburante delle opere di bene”.
Ho accompagnato Marcello nella visita a diversi lebbrosi. Si inginocchiava vicino al letto, baciava quei malati e mi diceva: “In ogni malato c’è Gesù”. Faceva una vita di grandi rinunzie e sofferenze, anche per visitare le sue opere in tutti il Brasile dei poveri (quando è morto finanziava 14 opere da lui fondate). In Brasile ha avuto cinque infarti e un’operazione al cuore, non avrebbe dovuto tornare in Amazzonia, ma lui è stato fedele alla chiamata di Dio.

Nel 1975 il presidente del Brasile dà a Marcello Candia l’onorificenza più importante del paese “Cruzeiro do Sul” e il più importante settimanale illustrato brasiliano, “Manchete” di Rio de Janeiro, gli dedicò un articolo intitolato: “L’uomo più buono del Brasile”, che incominciava con queste parole: “Il nostro Paese è terra di conquista per finanzieri e industriali italiani. Molti vengono da noi ad impegnare i loro capitali allo scopo di guadagnarne altri. Marcello Candia, ricco industriale milanese, vive in Amazzonia da dieci anni, vi ha speso tutte le sue sostanze, con uno scopo ben diverso: aiutare gli indios, i caboclos, i lebbrosi, i poveri. L’abbiamo eletto l’uomo più buono del Brasile per l’anno 1975″.

Nel 1982, un anno prima di morire, Marcello ha istituito la Fondazione Candia per continuare a mantenere le opere da lui fondate; oggi la Fondazione finanzia più opere di quante ne ha lasciate Marcello. Indirizzo: Fondazione dott. Marcello Candia – Via P. Colletta, 21, 20135 Milano, tel. 02.546.37.89. Chiedere DVD e filmati, immaginette e il bollettino “Lettera agli Amici di Marcello Candia”.
Per conoscere Marcello Candia: P. Gheddo, “Marcello dei lebbrosi”, la biografia che è un romanzo d’avventure e le sue “Lettere dall’Amazzonia”, una lettura appassionante e commovente. Chiedere questi libri a P. Piero Gheddo, Pime, Via Monterosa,81 – 20149 Milano – Tel. 02.43.82.04.18.

Domani 16 luglio vado in vacanza al mare e ritorno a Milano il 4 agosto. Auguro buona estate nel Signore a tutti i miei amici lettori e per i Blog ci vediamo dopo il 15 agosto. Grazie.

Piero Gheddo

Sunday 13 July 2014

LA STORIA DEL BAMBINO CHE E’ STATO IN BRACCIO A GESU’

E’ il 2003. Il 4 luglio – festa nazionale negli Stati Uniti – una normale famiglia americana che vive nel Nebraska, a Imperial, paesino agricolo che ha appena “duemila anime e neanche un semaforo”, sta stipando di bagagli una Ford Expedition blu.

I Burpo partono verso Nord per andare a trovare lo zio Steve,

che vive con la famiglia a Sioux Falls, nel South Dakota (hanno appena avuto un bambino e vogliono farlo vedere ai parenti).

L’auto blu imbocca la Highway 61. Alla guida c’è il capofamiglia Todd Burpo, accanto a lui la moglie Sonja e nel sedile posteriore il figlio Colton, di quattro anni, con la sorellina Cassie.

Fanno rifornimento a una stazione di servizio nel paese dove nacque il celebre Buffalo Bill prima di affrontare immense distese di campi di granoturco.

E’ la prima volta, in quattro mesi, che i Burpo si concedono qualche giorno di ferie dopo lo scioccante vicenda che hanno vissuto il 3 marzo di quell’anno.

Il piccolo Colton quel giorno aveva cominciato ad avere un forte mal di pancia. Poi il vomito. Stava sempre peggio finché i medici fecero la loro diagnosi: appendice perforata.

Fu operato d’urgenza a Greeley, in Colorado. Durante l’operazione la situazione sembrò precipitare: “lo stiamo perdendo! Lo stiamo perdendo!”.

Il bambino era messo molto male e passò qualche minuto assai critico. Poi però si era ripreso. Per il babbo e la mamma era stata un’esperienza terribile. Lacrime e preghiere in gran quantità come sanno tutti coloro che son passati da questi drammi.

 

IN CIELO

 

Dunque, quattro mesi dopo, il 4 luglio, la macchina arriva a un incrocio. Il padre Todd si ricorda che girando a sinistra, a quel semaforo, si arriva al Great Plains Regional Medical Center, il luogo dove avevano vissuto la scioccante esperienza.

Come per esorcizzare un brutto ricordo passato il padre dice scherzosamente al figlio: “Ehi, Colton, se svoltiamo qui possiamo tornare all’ospedale. Che ne dici, ci facciamo un salto?”.

Il bambino fa capire che ne fa volentieri a meno. La madre sorridendo gli dice: “Te lo ricordi l’ospedale?”.

Risposta pronta di Colton: “Certo, mamma, che me lo ricordo. È dove ho sentito cantare gli angeli”.

Gli angeli? I genitori si guardano interdetti. Dopo un po’ indagano.

Il bimbo racconta con naturalezza i particolari: “Papà, Gesù ha detto agli angeli di cantare per me perché avevo tanta paura. Mi hanno fatto stare meglio”.

“Quindi”, domanda il padre all’uscita del fast food, “c’era anche Gesù?”. Il bimbo fece di sì con la testa “come se stesse confermando la cosa più banale del mondo, tipo una coccinella in cortile. ‘Sì, c’era Gesù’ ”.

“E dov’era di preciso?”, domandò ancora il signor Burpo. Il figlio lo guardò dritto negli occhi e rispose: “Mi teneva in braccio”.

I due genitori allibiti pensano che abbia fatto un sogno nel periodo di incoscienza. Ma poi vacillano quando Colton aggiunge: “Sì. Quando ero con Gesù tu stavi pregando e la mamma era al telefono”.

Alla richiesta di capire come fa lui, che in quei minuti era in sala operatoria in stato di incoscienza, a sapere cosa stavano facendo i genitori, il bambino risponde tranquillamente: “Perché vi vedevo. Sono salito su in alto, fuori dal mio corpo, poi ho guardato giù e ho visto il dottore che mi stava aggiustando. E ho visto te e la mamma. Tu stavi in una stanzetta da solo e pregavi; la mamma era da un’altra parte, stava pregando e parlava al telefono”.

Era tutto vero. Così come era vero che la mamma di Colton aveva perduto una figlia durante una gravidanza precedente.

Colton, che era nato dopo, non l’aveva mai saputo, ma quella sorellina lui l’aveva incontrata in cielo e lei gli aveva spiegato tutto. Sconvolgendo i genitori: “Non preoccuparti, mamma. La sorellina sta bene. L’ha adottata Dio”. Di lei il ragazzo dice: “non la finiva più di abbracciarmi”.

 

STUPORE E CLAMORE

 

Comincia così, con la tipica semplicità dei bambini che raccontano cose eccezionali come fossero normali, una storia formidabile che poi il padre ha raccontato in un libro scritto con Lynn Vincent, “Heaven is for Real” (tradotto dalla Rizzoli col titolo “Il Paradiso per davvero”).

E’ da questo libro – che negli Stati Uniti è stato un best-seller – che vengono queste notizie. All’uscita, nel 2010, conquistò la prima posizione nella top ten del “New York Times” e subito dopo dalla storia di Colton è stato tratto un film che è appena arrivato in Italia (dal 10 luglio), sempre col titolo “Il Paradiso per davvero”.

Il film, col marchio Tristar, è diretto da Randall Wallace (lo sceneggiatore di Braveheart) e negli Stati Uniti ha avuto un grande successo.

Può anche essere che da noi sia un flop perché gli americani hanno una sensibilità religiosa molto più profonda di quella europea (il caso americano smentisce il paradigma della sociologia moderna secondo cui la religiosità declinerebbe quanto più aumenta la modernizzazione).

La storia (vera) del piccolo Colton peraltro è una tipica esperienza di pre-morte, cioè un fenomeno che l’editoria e la cinematografia americana in questi anni hanno scoperto e raccontato molto. Anche perché i maggiori istituti di sondaggio Usa hanno scoperto che si tratta di un’esperienza estremamente diffusa.

 

UN FENOMENO ENORME

 

Ne ho parlato nel mio ultimo libro, “Tornati dall’Aldilà”, perché negli ultimi quindici anni la stessa medicina ha studiato approfonditamente questi fenomeni scoprendo che non sono affatto da considerarsi allucinazioni, ma sono esperienze reali, vissute da persone in stato di morte clinica.

Gli studiosi (io ho citato specialmente i risultati di un’équipe olandese) si sono trovati a dover constatare che la coscienza (anzi una coscienza allargata, più capace di capire) continua a vivere fuori dal corpo anche dopo che le funzioni vitali del corpo e del cervello sono cessate.

E’ quella che – con linguaggio giornalistico – ho chiamato “la prova scientifica dell’esistenza dell’anima”. Questi stessi studiosi, con le loro analisi scientifiche, concludono che non si possono spiegare queste esperienze se non ricorrendo alla trascendenza.

Mi sono imbattuto personalmente in questo mistero con la vicenda di mia figlia e mi sono reso conto, dopo aver pubblicato il mio libro, che tanto grande è l’interesse popolare, della gente comune, quanto impossibile è in Italia una discussione sui giornali (o in altre sedi) fra intellettuali e studiosi, su questi fenomeni.

C’è letteralmente paura di guardare la realtà. La nostra è la cultura dello struzzo, quello che mette la testa dentro la sabbia per non vedere qualcosa che non vuole vedere.

C’è come una censura sull’Aldilà e – in fondo – sul nostro destino eterno: “Tutto cospira a tacere di noi/ un po’ come si tace un’onta/ forse un po’ come si tace/ una speranza ineffabile” (Rilke).

Ma paradossalmente la censura sull’Aldilà (e specialmente sull’Inferno) c’è anche in un certo mondo cattolico che ha adottato “la sociologia come criterio principale e determinante del pensiero teologico e dell’azione pastorale” (Paolo VI).

Così accade che, paradossalmente, la scienza è arrivata a constatare il soprannaturale, in questi fenomeni, prima del mondo ecclesiastico e teologico.

Eppure la Vita oltre la vita sarebbe l’unica cosa davvero importante. La sola degna di meditazione. E’ il grande conforto nel dolore della vita. E’ stata la grande meta dei santi.

Forse bisogna aver assaporato proprio il dolore della vita e della morte per capire. Per avere questo sguardo e questa saggezza. Per lasciarsi consolare dalla Realtà di quell’abbraccio di felicità.

Eric Clapton, alla tragica morte del suo bimbo, scrisse una canzone struggente, “Tears in Heaven”, dove fra l’altro diceva: “Oltre la porta c’è pace ne sono sicuro/ E lo so non ci saranno più lacrime in Paradiso”.

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 13 luglio 2014

Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

Saturday 12 July 2014

Celestino V papa modello? La leggenda e la realtà

Assieme a san Francesco, Jorge Mario Bergoglio ha eletto a sua guida san Pietro del Morrone, papa per pochi mesi a 85 anni di età. Ma a detta degli storici quel pontificato fu disastroso

Thursday 10 July 2014

Parlare di Dio riscaldando il cuore

Lo dico spesso perché ne sono convinto. La “Evangelii Gaudium” (La gioia del Vangelo) di Papa Francesco è un documento straordinario che specialmente i vescovi e i preti non possono non leggere e meditare. Non è una solenne enciclica, ma una popolare “Lettera apostolica”, perché è il programma del suo pontificato. Per mettersi in sintonia col Papa argentino bisogna leggere e confrontarsi con questo piccolo libretto. Mi hanno colpito queste insolite parole: “Molti sono i reclami in relazione alle omelie domenicali e non possiamo chiudere le orecchie. L’omelia è la pietra di paragone per valutare la vicinanza e la capacità d’incontro di un Pastore con il suo popolo”.
Dopo 61 anni di sacerdozio, ho capito che uno dei momenti più importanti, ma anche più contestati del nostro ministero sacerdotale è proprio l’omelia domenicale e anche il breve commento al Vangelo quotidiano, come fa Francesco a Santa Marta. Basta pensare ai circa 15 milioni di fedeli che ogni domenica ascoltano le nostre prediche! Chi mai in Italia ha la possibilità di parlare tutte le settimane a tanti milioni di ascoltatori? Eppure, dice Francesco, “si sentono lamenti… e non possiamo chiudere le orecchie”! Lui stesso indica la soluzione con il suo modo di parlare. Penso che abbia suscitato tanta simpatia e commozione, anche per i contenuti del suo dire, ma anzitutto perchè parla a braccio, in tono familiare, si riferisce alla gente che ha davanti, la provoca personalmente. Ha un testo da leggere, lui lo legge, ma poi si ferma, fa una battuta e va avanti per conto suo, parla in modo che tutti capiscono e lo ascoltano volentieri. Non fa una lezione, ma parla a me, a ciascuno di noi.
Francesco usa un linguaggio spontaneo e dell’immagine, che si riferisce al vissuto, ha un modo di esprimersi comprensibile a tutti per la sua carica emotiva , usa espressioni che toccano il cuore: “Dio è misericordioso, perdona sempre”, “non abbiate paura della tenerezza, ne abbiamo bisogno”, “le lacrime sono un dono di Dio, non temete di piangere, lasciatevi commuovere”, “Parlate il linguaggio evangelico dei bambini, non quello ipocrita dei corrotti”.
A me il giornalismo ha dato molto. Quando studiavo nel seminario teologico del Pime a Milano (1949-1953), una materia di studio si chiamava omiletica, la scienza sacra che spiega come fare l’omelia. L’insegnante ci diceva che bisogna studiare l’esegesi dei testi biblici da commentare, approfondirne il significato teologico, trovare belle citazioni dei Padri della Chiesa e dei Papi, ambientare il fatto evangelico nella cultura ebraica di quel tempo. Tutto bene ma non spiegava l’elemento fondamentale di una predica: come attirare e mantenere l’attenzione del popolo di Dio che ascolta!
Nella Gaudium et Spes Francesco scrive (n. 156): “ Alcuni credono di poter essere buoni predicatori perché sanno quello che devono dire, però trascurano il come, il modo concreto di sviluppare una predicazione. Si arrabbiano quando gli altri non li ascoltano o non li apprezzano, ma forse non si sono impegnati a cercare il modo adeguato di presentare il messaggio”.
Indro Montanelli diceva a noi giornalisti suoi collaboratori: “All’uomo interessa l’uomo”; non i ragionamenti, le filosofie o teologie, ma l’uomo concreto, cioè la notizia, il fatto, l’esempio, l’esperienza. Il giornalismo mi ha insegnato che la cosa fondamentale per chi scrive è di conquistare l’attenzione di chi legge. “Se non ti leggono – diceva Montanelli – è inutile che tu scrivi!”. Lui conosceva tutte le tecniche e le malizie per farsi leggere. Lo stesso succede per chi predica: se non ti capiscono o non ti ascoltano, è inutile che tu parli! Papa Francesco è ascoltato volentieri perché racconta spesso i buoni esempi di cui è stato testimone, cita sua nonna ed episodi di quand’era arcivescovo di Buenos Aires. Nel nostro ministero noi preti abbiamo una quantità infinita di esperienze positive ed interessanti. Perché le raccontiamo così poco? E’ difficile che la gente non presti attenzione se un prete dice: “Una volta è venuto a trovarmi….”. All’uomo interessa l’uomo!

“Altra caratteristica, si legge nella Evangelii Gaudium (n. 159), è il linguaggio positivo. Non dire tanto quello che non si deve fare ma piuttosto proponi quello che possiamo fare meglio. In ogni caso, se indichi qualcosa di negativo, cerca sempre di mostrare anche un valore positivo che attragga, per non fermarsi alla lagnanza, al lamento, alla critica o al rimorso. Inoltre, una predicazione positiva offre sempre speranza, orienta verso il futuro, non ci lascia prigionieri del negativo”.
In passato, la predica funzionava, per la sensibilità di quel tempo. Alla domenica, sul pulpito andava in scena il predicatore-fustigatore, che tuonava contro la malvagità dei tempi, contro i peccatori che provocavano l’ira di Dio e minacciava l’inferno per quelli che morivano in peccato mortale. Noi ragazzi ne eravamo atterriti, annichiliti. Settant’anni dopo, noi preti ci siamo molto addolciti, ma ancora prevale spesso il tono oratorio, declamatorio di chi insegna qualcosa, non il tono familiare di quando parliamo ad amici. A volte diamo l’impressione di recitare una lezione imparata a memoria. Le parole passano sopra la teste senza entrare nella vita, arrivano alle orecchie senza toccare il cuore. Siamo maestri, ma non testimoni. La gente ascolta ma non si convince e non cambia in conseguenza la propria vita, che è lo scopo finale di tutte le omelie. Alcuni anni fa ho incontrato ad Assisi, il padre Pietro Sonoda, superiore dei francescani conventuali giapponesi, che aveva studiato in Italia e parla bene la nostra lingua. Mi diceva: “Qualche volta in Italia, anche alla televisione, mi capita di sentire le prediche. Se noi facessimo quelle prediche, non ci ascolterebbe nessuno. Il giapponese è pratico, pragmatico e vuol sentire qualcosa che gli dia coraggio e gioia, nella fede e vita cristiana”.

Spesso Papa Francesco suscita commozione parlando della misericordia e della tenerezza di Dio. A mezzogiorno del Natale 2013 parlando dal balcone della Basilica di San Pietro ha detto, scandendo le parole per lasciare alla gente il tempo di entrare nell’onda di commozione che gli viene dal profondo: “Fermiamoci davanti al Bambino Gesù nel Presepio, pensiamo al Figlio di Dio che si è fatto uomo in quella stalla di Betlemme, lasciamo che la commozione invada il nostro cuore e la nostra persona e diventi tenerezza per quel piccolo Bambino appena nato, che porta al mondo la pace, l’amore, la gioia. Non abbiamo paura di questa tenerezza, ne abbiamo bisogno!”.
Caro Papa Francesco, sono scene che tu ripeti spesso, perché ti vengono spontanee, sono il frutto della tua vita di sacerdote abituato a meditare ed a commuoverti quando pensi alla bontà e misericordia di Dio Padre, di Gesù e della Madonna. E quando parli non nascondi questa commozione, ma la comunichi a chi ti ascolta, trasmettendo la gioia della Fede! Questo il segreto delle tue omelie, che ti rendono familiare, popolare, molti pensano: parla proprio a me! Tu parli al cuore di ciascun fedele, di quelle sterminate folle che ti ascoltano anche per radio e televisione. Trasmetti non la dottrina, ma la vita, la tua vita di uomo e spirituale e dai a noi preti un grande esempio. Dobbiamo vivere la gioia e la tenerezza della vita cristiana e trasmetterla. Padre Santo, grazie!

Wednesday 09 July 2014

GRIDATELO SUI TETTI !!! La dimensione pubblica della fede

Dedicato a chi dice spesso : “Vergogna , vergogna !” e si dimentica della vergogna più grande che sembra imperare … dedicato a chI dice che bisogna annunciare Gesù senza mostrare come Lui giudica tutto; e a chi dice che parlare dei principi non negoziabili impedirebbe di incontrare Cristo ai lontani

 


” Quando la fede viene meno, c’è il rischio che anche i fondamenti del vivere vengano meno, come ammoniva il poeta T. S. Eliot: « Avete forse bisogno che vi si dica che perfino quei modesti successi / che vi permettono di essere fieri di una società educata / difficilmente sopravviveranno alla fede a cui devono il loro significato? ».

Se togliamo la fede in Dio dalle nostre città, si affievolirà la fiducia tra di noi, ci terremmo uniti soltanto per paura, e la stabilità sarebbe minacciata.

La Lettera agli Ebrei afferma: « Dio non si vergogna di essere chiamato loro Dio. Ha preparato infatti per loro una città » (Eb 11,16).

L’espressione “non vergognarsi” è associata a un riconoscimento pubblico. Si vuol dire che Dio confessa pubblicamente, con il suo agire concreto, la sua presenza tra noi, il suo desiderio di rendere saldi i rapporti tra gli uomini.

Saremo forse noi a vergognarci di chiamare Dio il nostro Dio? Saremo noi a non confessarlo come tale nella nostra vita pubblica, a non proporre la grandezza della vita comune che Egli rende possibile?

La fede illumina il vivere sociale; essa possiede una luce creativa per ogni momento nuovo della storia, perché colloca tutti gli eventi in rapporto con l’origine e il destino di tutto nel Padre che ci ama…”

Papa Francesco, enciclica Lumen Fidei

(TRATTO DAL BLOG OBLATIO RATIONABILIS CHE RINGRAZIO)

Tuesday 08 July 2014

Testimoni di Geova, al telefono

Non c’è più religione. Questa mattina, mentre stavo a casa piuttosto indaffarato a scrivere, ricevo una telefonata al numero fisso. Non ho riconosciuto la voce, e già mi stavo preparando a dire che mi trovo bene col mio abbonamento telefonico e bla bla bla (riceviamo in media una chiamata al giorno dagli operatori telefonici concorrenti che ci chiedono di cambiare, alle ore più improbabili, anche mentre siamo a pranzo o a cena). Invece la signora o signorina dalla voce calma e gentile, mi dice: “Lei non mi conosce, mi chiamo Laura, volevo chiederle se può essere interessato a una lettura biblica…”.

“Lettura biblica…”, mi ci è voluto qualche secondo per realizzare che non si trattava della quotidiana offerta di Tim o Vodafone. Ho chiesto: “Siete Testimoni di Geova?”. E lei: “Sì”. Allora ho gentilmente risposto che non eravamo interessati e che siamo cattolici. Ho posato la cornetta. E mi son detto che davvero è finita un’epoca se anche i Testimoni di Geova, invece che suonare il campanello o fermarti per strada con l’ultima copia della Torre di Guardia, ti chiamano a casa come Tim, Vodafone, Fastweb o Edison Energia.

Ora che il porta a porta dei Testimoni di Geova si sta trasferendo nei call center, a suonare il campanello di casa rimarranno soltanto i giovani leninisti che offrono (in vendita) una copia di “Lotta comunista”: almeno loro ancora credono che per “evangelizzare” è utile potersi guardare negli occhi.

Tuesday 08 July 2014 06:37

Il Papa e le vittime dei preti pedofili

Cari amici, ieri Papa Francesco ha dedicato l’intera mattinata all’incontro con sei vittime di preti pedofili (tre uomini e tre donne, provenienti da Irlanda, Gran Bretagna e Germania). Ha celebrato la messa con loro alle 7, ha pronunciato un’omelia forte e inequivocabile, li ha salutati al termine della celebrazione come fa di solito. Poi, dalle 9.30 alle 12.30, li ha incontrati personalmente uno ad uno, una ad una.

Più che nelle parole – comunque dirompenti, con un chiaro riferimento non solo al sacrilegio compiuto dagli uomini in tonaca che abusano dei minori, ma anche ai vescovi che hanno fatto finta di niente, hanno sottovalutato, hanno coperto - a contare è stato il tempo. Il tempo dell’ascolto. Il tempo dell’incontro personale. Non si è trattato di un gesto formale. Le vittime che ieri erano a Santa Marta sono rimaste colpite dal fatto che il Papa non guardasse l’orologio.

Dove sta dunque il valore, l’insegnamento di quanto accaduto ieri? Sta innanzitutto nell’esempio. Accogliendo le vittime e ascoltandole, il Papa ha mostrato a tutti i vescovi del mondo come fare in questi casi. Le vittime degli abusi, crimini orrendi che spesso uccidono la fede nei piccoli destinati a portarne le conseguenze indelebilmente incise nella loro anima e nella loro esistenza, vanno accolte, aiutate, assistite. Vanno soprattutto ascoltate. Le vittime sono loro, non i preti accusati (ovviamente se se le accuse sono fondate).

Già due volte Francesco ha detto che non c’è posto per chi commette questi abusi nel ministero sacerdotale e che non si faranno sconti a nessuno. C’è da augurarsi che queste sue indicazioni vengano messe in pratica. E che le amicizie potenti, anche all’interno del Vaticano, o qualche cavillo del diritto canonico, non lascino impuniti coloro che dovrebbero avvertire sulla coscienza il peso del suicidio di qualche loro vittima, e che invece fingono di non rendersi conto del male commesso.

Tuesday 08 July 2014 04:00

Alla Cina Francesco ha in serbo un'offerta: un nuovo beato

Sarà il gesuita Matteo Ricci, uno dei pochissimi occidentali onorati dalle autorità comuniste cinesi. Ma il disgelo tra Pechino e la Chiesa di Roma appare ancora molto lontano

Sunday 06 July 2014

LA POESIA DI DIO PER UOMINI E DONNE (CHE PRESTO SARANNO “ABOLITI” DALLA DITTATURA DEL RELATIVISMO ?)

La cancellazione di “madre” e “padre” con “Genitore 1” e “Genitore 2”, avvenuta in diverse scuole, appare come un piccolo caso provinciale a confronto dell’operazione che, su vasta scala, ha lanciato Facebook per annacquare “maschi” e “femmine” nell’indistinto mare dell’ideologia Gender.

Per la quale essere uomo o donna è un’opinione fra tante altre, non un dato di natura. Questo impone il nuovo dogma dell’epoca obamiana.

Perciò sul famoso social network ora si potrà “definire la propria identità di genere in ben 58 modi diversi”, come annuncia esultante “Repubblica”: negli spazi dove fino a ieri stavano scritti solo “maschio” e “femmina” adesso si potrà fare anche una scelta “personalizzata”.

Infatti “sotto la stretta supervisione dell’Arcigay” si offrono decine di possibilità: intersessuale, agender, bigender, fluido, neutro, trans e pure femminiello. C’è perfino la distinzione tra “femmina trans” e “trans femmina”.

 

VIVA LA REALTA’

 

Per la verità, a noi, affezionati alla razionalità, alla natura e alla realtà, pare che – in barba a Obama – continuino a nascere solo uomini e donne. Insieme al buon senso e alle ostetriche, lo dicono la scienza, la fisiologia e la biologia.

Non a caso la regola dice che nel Dna sta scritto che si è maschi oppure femmine. E anche se uno si sottopone a un’operazione chirurgica privandosi dei suoi organi genitali il Dna continua a dare il responso originario.

Il Dna dunque parla come la Sacra Scrittura, perché la natura è il linguaggio di Dio: si nasce maschi o femmine. Non è un’opzione culturale, che uno può decidere arbitrariamente, ma un dato di natura.

Il linguaggio simbolico della Bibbia poi rivela anche qualcosa di più profondo: ci spiega infatti che Dio fece la donna dalla costola di Adamo dormiente. Cosa vorrà dire quest’immagine simbolica?

Sono fiorite in proposito molte risposte scherzose. Secondo certi buontemponi Dio creò Adamo prima di Eva perché non voleva essere assillato dai consigli mentre faceva l’uomo.

Le donne da parte loro hanno ribattuto che Dio prima fece una brutta copia, per prova, poi – considerati gli errori fatti – fece la “bella copia”.

C’è pure una barzelletta secondo cui Adamo sarebbe andato da Dio per chiedergli: “Signore, perché hai fatto la donna così bella?”. E Dio: “affinché tu la amassi”. Replica dell’uomo: “E perché l’hai fatta così stupida?”. Risposta dell’Onnipotente: “affinché lei ami te”.

Tuttavia, scherzi a parte, dovrebbe far riflettere noi maschi il fatto che – nella simbologia biblica – Adamo fu tratto dalla terra, dal fango, mentre Eva fu tratta dalla parte dell’uomo più vicina al cuore.

C’è qualcosa di più nobile ed elevato nelle donne che ha a che fare con una più grande capacità di amare. E c’è una bellezza speciale.

Olivier Clément, teologo francese e grande convertito, diceva che la donna nasce non nel sonno, ma nell’estasi dell’uomo. Lo conferma il memorabile grido di entusiasmo e felicità di Adamo la prima volta che vide Eva (è riportato nella Bibbia, Gen. 2, 23).

Nella Bibbia c’è anche quella formidabile differenza di reazione quando i due vengono scoperti, dopo l’atto di disobbedienza.

Adamo – antesignano di generazioni e generazioni di maschietti –a Dio, che gli chiedeva cosa aveva combinato, rispose dando la colpa alla donna e a Dio stesso: “La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato”.

Perché errare è umano, ma dare la colpa agli altri ancora di più. Eva invece rispose dicendo la verità e riconoscendo l’origine del male: “Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato”.

Da migliaia di anni la storia dell’umanità è racchiusa in questo rapporto fra maschi e femmine, rapporto fatto di somiglianza e diversità, di complementarità, curiosità, passione, carnalità, fascino, amore, scontri e incontri.

Tutte le civiltà sono nate da qui. Cosa c’è di più evidente della nostra natura maschile e femminile? Del resto tutti, ma proprio tutti, siamo nati da questo primordiale slancio unitivo di un uomo verso una donna e di una donna verso un uomo: “e i due saranno una sola carne”.

Non c’è un solo essere umano – anche fra i più fanatici sostenitori dell’ideologia gender – che non sia nato da un uomo e una donna.

I fatti sono testardi. E la Natura è ineliminabile. Per quanto le ideologie pretendano di forzarla, cercando di raddrizzarne il legno storto (e provocando catastrofi), essa resta sovrana.

Del resto la scienza (dalla fisiologia, alla psicologia, dalla biologia alla neurologia) ci dice che l’essere maschi e femmine non implica solo una diversità degli apparati genitali. E’ tutto il corpo che è diverso ed è diverso il funzionamento del cervello, come è diversa la psiche.

 

ECOLOGIA DELL’UOMO

 

L’ideologia Gender pretende invece di affermare che la Natura non esiste e che il genere è semplicemente un fatto culturale, una scelta.

Altro che l’estinzione della foca monaca e del lupo d’appennino. La dittatoriale ideologia gender pretende di abolire la natura umana “tout court”.

Se riuscisse a prevalere (privandoci perfino del diritto di dissentire) si potrebbe considerare secondo me il più colossale disastro ecologico di tutti i tempi. L’umanità infatti è la parte più importante della natura.

E’ angosciante veder devastare un paesaggio, disseccare un fiume, inquinare il mare. E’ tragico veder abbattere le Dolomiti o abolire il chiaro di luna.

Ma abolire la natura maschile e femminile dell’uomo, degradando il genere a opinione culturale è invece una conquista? Tutti parlano di salvaguardia del creato. Ma l’uomo?

Quell’ecologia umana che aveva auspicato il grande Benedetto XVI chi la difende?

Molti dei “progressisti” che vogliono la natura incontaminata nei fiumi, sui monti e nel mare, poi negano perfino che esista una natura per l’uomo. Molti di coloro che vedono come fumo negli occhi i pomodori geneticamente modificati, poi magari sono a favore della sperimentazione sugli embrioni umani.

Molti che si riempiono la bocca di terzomondismo, poi non hanno nulla da dire se una povera donna del Terzo Mondo, per fame e miseria, accetta in cambio di poche monete di essere usata come utero, come contenitore di ovuli, da ricche coppie d’occidente (etero o omo) che poi si prendono il figlio che lei ha appena partorito.

E’ questo il mondo dove vogliamo vivere? Per me è un mondo spaventoso.

 

LA POESIA DI DIO

 

Invece come appare grandioso e liberante ciò che la Sacra Scrittura ci rivela di noi. Essa dice che “Dio creò l’uomo a sua immagine, maschio e femmina li creò. E Dio li benedisse e disse loro: ‘Crescete e moltiplicatevi e soggiogate la terra’ ”.

Una dignità altissima (a immagine di Dio). La signoria sul creato. Maschi e femmine al tempo stesso uguali come valore (uguaglianza proclamata tremila anni fa), ma diversi. Due modi diversi e complementari di realizzare l’umanità.

E Adamo dice di Eva: “è carne della mia carne”. Giovanni Paolo II osservava: “alla luce di questo testo comprendiamo che la conoscenza dell’uomo passa attraverso la mascolinità e la femminilità, che sono come due incarnazioni della stessa metafisica solitudine, di fronte a Dio e al mondo, come due modi di ‘essere corpo’ ed insieme uomo che si completano reciprocamente”.

Aggiungeva: “proprio la funzione del sesso, che è, in un certo senso, ‘costitutivo della persona’ (non soltanto ‘attributo della persona’), dimostra quanto profondamente l’uomo con tutta la sua solitudine spirituale, con la sua unicità e irripetibilità propria della persona sia costituito dal corpo come ‘lui’ o ‘lei’. La presenza dell’elemento femminile accanto a quello maschile ed insieme con esso ha il significato di un arricchimento per l’uomo in tutta la prospettiva della sua storia, ivi compresa la storia della salvezza”.

In questo, nell’essere fatti – anche fisicamente – per unirci e dare la vita a un altro essere c’è la traccia di Dio che è Trinità, cioè comunione di persone. La radice del nostro essere è amore. Non ideologia.

 

Antonio Socci

Da “Libero”, 6 luglio 2014

Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

 

 

Saturday 05 July 2014

Fare molti figli è possibile anche oggi

In questo “Anno della famiglia”, il quotidiano cattolico Avvenire si sta impegnando a denunziare, con dati e riflessioni, la crisi della famiglia in Italia, che porta all’”agonia del matrimonio” e al “suicidio della società italiana”. Quarant’anni fa (1974) il popolo italiano approvò nel referendum la legge sul Divorzio e il tema è tornato d’attualità. Lamentiamo tutti la crisi dell’Italia, economica, politica, morale, ma ben pochi, fuori della stampa cattolica, affermano che una delle radici di questa crisi sta proprio nella Legge sul Divorzio e poi in quella sull’Aborto, approvata dal referendum (1981). In poche parole,

- l’Italia manca di bambini: ogni anno le morti degli italiani superano di circa 120.000 unità le nascite, proprio il numero (più o meno) degli aborti annuali; e l’anno scorso, per la prima volta, sono calate le nascite tra gli stranieri residenti in Italia:

- la società italiana è una società “liquida”, precaria, instabile, molti giovani sono senza precisi punti di riferimento. Come si può negare che la responsabilità della Legge sul divorzio sia una delle principali cause del pessimismo e della mancanza di speranza che affligge il popolo italiano?

Mi rendo conto che questi problemi sono molto più complessi delle mie affermazioni sommarie. Ma leggo con tristezza l’arrivo di altre leggi che affosseranno ancor più la famiglia naturale riconosciuta dalla Costituzione: divorzio breve, simil-matrimonio fra persone gay, inseminazione artificiale ed eterologa, ecc.

Lasciatemi dire che ho sperimentato la bellezza, la forza e la tenerezza di una vera famiglia cristiana, nella quale i genitori Rosetta e Giovanni (avviati alla santità riconosciuta dalla Chiesa) sono stati e sono la luce, i modelli, l’ispirazione per noi loro figli e oggi lo sono per tanti altri, attraverso il bollettino che pubblica l’arcidiocesi di Vercelli. Nel paese di Tronzano (Vercelli), eravamo una famiglia di condizione economica medio-bassa, durante la guerra si faceva la fame, la mamma era morta di parto con due gemelli nel 1934, il papà disperso nella guerra di Russia, ma l’unità e la solidarietà della nostra grande famiglia ci dava la gioia e la speranza per vivere con serenità la nostra adolescenza.

La “buona notizia” che voglio dare, quasi sempre ignorata dai media “laici”, è che tutto questo è possibile anche oggi. In una cittadina in provincia di Milano, nel maggio scorso è nata Carolina Maria, l’ottava figlia di Davide e Marta nati nel 1977 e 1978, laureati e sposati nel 2002, che hanno deciso fin dall’inizio di prendere tutti i figli che Dio mandava. Eccoli: Benedetta (11 anni), Giuditta (10 anni), Maria Chiara (8), Maddalena (7), Myriam (4), Cecilia (3), Riccardo (2) e Carolina di quasi due mesi. Credetemi, anche solo vedere la foto di questi genitori con le 7 bambine e un maschietto allarga il cuore e commuove. Ma allora, è ancora possibile, per vivere il Vangelo, andare contro corrente e avere molti figli fidandosi della Provvidenza!

Com’è possibile? Hanno genitori ricchissimi? Ho parlato con la signora Elisabetta, mamma di Marta. Dice: “Non hanno avuto veri aiuti economici da nessuno, eccetto dai loro genitori, però appartengono a un movimento (C.L.) e sono aiutati dai loro amici (vestiti e scarpe, giocattoli, interventi per il trasloco, ecc.); aiuti dati anche, a volte, dalle famiglie che conoscono e ammirano questa coppia. E poi hanno risparmiato ed educato i figli ad una vita austera però piena di gioia, di affetti e di amore vicendevole. Pregando, si sono fidati di Dio, si sono sacrificati loro e hanno abituato le bambine, fin da piccole, alle rinunzie e ad una vita di famiglia cristiana che sa andare contro corrente rispetto alle mode mondane”.

La signora Marta mi dice: “Ci siamo sposati a 24 anni poco dopo la laurea, io ho lavorato sei anni poi ho smesso quando ho avuto la quarta bambina. Mio marito è giornalista e viviamo sul suo stipendio che è normale, più gli straordinari che fa. I nostri genitori qualche volta ci aiutano ma sono pensionati normali. Tre anni fa eravamo già in sette in un appartamento di 75 metri quadri ed è nato Riccardo. Adesso siamo in un sottotetto abitabile grande più del doppio di un nuovo palazzo, che abbiamo acquistato pagando un mutuo (ne abbiamo per vent’anni). Questa è l’unica volta che i nostri genitori ci hanno davvero aiutati. Le bambine vivono in stanze con letti a castello, Riccardo in una cameretta da solo e Carolina dorme nella carrozzina in sala e quando sarà più grande vedremo. Per il parto di Carolina ho avuto tante difficoltà e temevo di perderla. Abbiamo fatto una novena a Rosetta e Giovanni e Carolina è nata bene prematura di un mese ma adesso cresce bene.

Debbo dire che le nostre bambine sono più autonome di altre della stessa età, hanno imparato presto a cavarsela da sole. I capricci li fanno anche loro e a volte giocano, bisticciano e se le suonano di santa ragione. Sono bambine del tutto normali, ma imparano a fare a meno del superfluo, ad aiutare gli altri e poi in casa lavorano, lavano, imparano a stirare, a preparare la tavola, ecc. Le più grandi a volte vogliono qualcosa di particolare e vediamo di accontentarle.

Ma qui attorno ci sono altre famiglie che hanno tanti bambini. Una ha dieci figli più grandicelli dei nostri (e un figlio in affido) e anche i loro sono molto più vivaci e maturi dei loro coetanei. Il modo migliore per educare i figli è farne più di uno o due, almeno tre o quattro. Nella nostra famiglia, lo dicono tutti, c’è la gioia che è educativa del carattere. Abbiamo sempre pregato assieme. Se non si cerca la comunione con Dio, non è possibile affrontare la vita e rimanere sereni e pieni di speranza, nelle grandi difficoltà e sofferenze d’oggi.

Piero Gheddo

Friday 04 July 2014

Il terzo viaggio asiatico di Francesco sarà in Giappone

Fin da giovane Bergoglio sognava questa meta. E ora vi andrà da papa, invitato dal governo nipponico. L'ha rivelato e spiegato l'ex ambasciatore presso la Santa Sede Kagefumi Ueno

Tuesday 01 July 2014

Diario Vaticano / "Seguo quello che i cardinali hanno chiesto"

I vincoli del preconclave sul governo di Francesco. Gli accordi legati all'elezione di un papa sono illeciti e invalidi. Ma in pratica ci si va molto vicino

Monday 30 June 2014

A TUTTI I CATTOLICI, MA SPECIALMENTE AI MIEI AMICI DI CL (DOPO L’ULTIMA SCUOLA DI COMUNITA’ DI CARRON)

Ho spedito a don Julian Carron tre brani. Quello di Péguy molte volte lo abbiamo letto e rilanciato al tempo di don Giussani nei confronti di quei cattolici che avevano fatto “la scelta religiosa”.

Lo ripropongo oggi come contributo di giudizio sull’attuale (triste) situazione del Movimento.Il primo, quello appunto di Péguy, è rivolto al “partito dei devoti”, cioè a quelli che pretendevano – in nome di una presunta purezza della loro fede – di non sporcarsi le mani con la realtà (mi pare sia l’attuale tentazione del Movimento, agli antipodi della sua storia):

“Poiché essi non hanno la forza (e la grazia) di essere della natura, credono di essere della grazia. Poiché non hanno il coraggio temporale, credono di essere entrati nella penetrazione dell’eterno. Poiché non hanno il coraggio di essere del mondo, credono di essere di Dio. Poiché non hanno il coraggio di essere di uno dei partiti dell’uomo, credono di essere del partito di Dio. Poiché non sono dell’uomo credono di essere di Dio. Poiché non amano nessuno, credono di amare Dio”. 

Il secondo brano è di papa Francesco ed è la domanda giusta per l’attuale situazione di CL:

“Noi cristiani non vogliamo adorare niente e nessuno in questo mondo se non Gesù Cristo, che è presente nella santa Eucaristia. Forse non sempre ci rendiamo conto fino in fondo di ciò che significa questo, di quali conseguenze ha, o dovrebbe avere questa nostra professione di fede. Questa nostra fede nella presenza reale di Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo, nel pane e nel vino consacrati, è autentica se noi ci impegniamo a camminare dietro a Lui e con Lui”.

Il terzo è un illuminante pensiero di Ratzinger (che spiega appunto cosa significa seguire Cristo):

“Non esiste la nuda fede o la pura religione. In termini concreti, quando la fede dice all’uomo chi egli è e come deve incominciare ad essere uomo, la fede crea cultura. La fede è essa stessa cultura”.

Antonio Socci

Monday 30 June 2014 07:26

Festa di San Pietro, il primo Papa

San Pietro, l’Apostolo che Gesù ha scelto come suo successore nel dirigere la comunità dei suoi discepoli. Quali sono le qualità umane di Pietro, che hanno convinto Gesù a farne il primo Papa? Pietro era a capo di una compagnia di pescatori, un uomo autentico, onesto e trasparente, aveva leadership, bontà naturale, prudenza e coraggio, esperienza di vita.

1) La caratteristica fondamentale della sua vita è l’amore appassionato a Cristo e la fede in Lui.
Significativa la triplice domanda di Gesù: “Pietro, mi ami tu più di costoro?”. E la sua risposta: “Signore, tu sai tutto. Tu sai quanto ti amo!”. Non era una fede intellettuale, nutrita di studi, ma un amore totale alla persona di Cristo.
“E voi, chi dite che io sia?”. Pietro è stato il primo a dare la risposta giusta: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Il cristianesimo è sostanzialmente la fede e l’amore appassionato a Gesù Cristo, che vuol dire imitarlo e farlo conoscere.
“Volete andarvene anche voi?”. Pietro risponde: “Da chi andremo Signore?Tu solo hai parole di vita eterna”.

La fede e l’amore a Cristo lasciano però a Pietro tutti i suoi limiti e peccati. Si fa dire dal Maestro: “Via da me, o Satana! Tu ragioni come gli uomini, non pensi come Dio”. La notte del Venerdì Santo tradisce Gesù: “Non lo conosco”. E quando Gesù è in agonia appeso in Croce, Pietro non si fa vedere, fugge lontano. Tutto questo avrebbe dovuto scoraggiare Pietro, renderlo pessimista, allontanarlo da Cristo.
Invece, da uomo vero, era umile e riconosce il suo peccato, piange amaramente, crede dell’amore a Cristo che lo purifica, lo redime, lo rinnova. La coscienza del suo peccato non diminuisce anzi aumenta il suo amore appassionato a Cristo. Se mi sento triste per il mio peccato è perchè non sono umile. “Dio perdona sempre, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere eperdono”
Ecco l’esempio più toccante di Pietro. Lo scoprirsi uomo e peccatore (“Allontanati da me – dice a Gesù – che sono un uomo peccatore”) non lo abbatte, sa che l’amore a Cristo vince tutto e riprende il cammino con nuova lena.
Gesù ama le persone autentiche e Pietro lo era. Ritorna sui suoi passi e nel Cenacolo è con Maria e gli altri Apostoli a ricevere lo Spirito Santo. Poi è pieno di coraggio e al Sinedrio, che gli proibiva di parlare ancora di Cristo risponde: “Bisogna obbedire a Dio prima che agli uomini”. Lancia la sfida ed è disposto a ricevere una buona dose di frustate, a farsi incarcerare e poi, alla fine della vita a morire crocifisso come il suo Maestro, addirittura con la testa in basso.

2) Pietro è il primo Papa e rappresenta l’interminabile successione dei 265 Papi che ci tengono uniti a Cristo. Gesù ha lasciato un messaggio da trasmettere nei secoli e ha creato la comunità dei credenti, la Chiesa, con un capo, il Papa. Un uomo come tutti gli altri, debole e peccatore, ma che ha l’assistenza dello Spirito Santo, per conservare la fede e trasmetterla attraverso i vescovi e i sacerdoti nei secoli dei secoli.
Gesù dà a Pietro le chiavi del Regno (Mat 16, 18-19), l’incarico di confermare i suoi fratelli nella fede (Lc 22, 32), la missione di pascere il gregge di Cristo (Gv 21, 15-19). E poi, prima di salire al Cielo ha promesso lo Spirito Santo: “Ho ancora molte cose da divi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però verrà lo Spirito di verità egli vi guiderà alla verità tutta intera e vi annunzierà le cose future” (Gv 16, 7-15).

In duemila anni la Chiesa cattolica, con l’assistenza dello Spirito Santo, è cambiata molte volte, ma sempre nella fedeltà al Vangelo. Il Papa continua a guidare la Chiesa e specialmente negli ultimi tempi ha acquistato una forza di persuasione e di commozione che non ha nessun’altra autorità mondiale.
Quant’è bella la nostra fede! Nella confusione di idee proposte del nostro tempo abbiamo con noi il Vicario di Cristo, il rappresentante di Gesù sulla terra. Non è da solo, ma agisce in comunione con i circa 4.500 vescovi della Chiesa cattolica e ha l’assistenza dello Spirito Santo.
Mons. Aristide Pirovano (1915-1997), fondatore della diocesi di Macapà in Amazzonia brasiliana (1946-1965) e superiore generale del Pime (1965-1977), in tempi di relativismo e divisioni nella Chiesa, parlando e scrivendo ai missionari si riferiva spesso al Papa e diceva: “La mia linea è quella di stare sempre col Papa”. Ai partenti per le missioni diceva (22 settembre 1968):
“Cari confratelli, solo nel Papa e col Papa si realizza quell’unità con Cristo, per la quale Gesù pregò nel Cenacolo: “Ti prego, Padre per quelli che crederanno in me: perché tutti siano una cosa sola. Come tu, Padre, sei in me e io te, siano anch’essi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17, 20-23)”. Così anche noi potremo essere uniti nella Chiesa di Cristo e nel nostro Istituto”.

3) Oggi il Signore ci ha mandato un Papa che sta mettendo le basi per portare la Chiesa sempre più vicina a Cristo e sempre più a servizio del Popolo di Dio. Giovanni XXIII aveva convocato il Concilio Vaticano II, Papa Francesco sta consultando i vescovi e le comunità cristiane per indicare com’è la conversione della Chiesa, cioè di noi tutti, partendo dai vescovi, sacerdoti e persone consacrate.
Francesco è il primo Papa che viene dalle missioni e porta nelle nostre Chiese antiche l’entusiasmo della fede e la collaborazione all’azione evangelizzatrice della Chiesa, che lo Spirito ha suscitato nelle giovani comunità fondate dai missionari.
Non è facile capire e seguire questo Papa, il metodo migliore è leggere e meditare pregando la sua Lettera apostolica. “Evangelii Gaudium” (la Gioia del Vangelo), scritta come Francesco parla, a braccio, e quindi facilmente comprensibile e molto leggibile, concreta, pratica, provocatoria. Dobbiamo capire, amare il Papa, pregare per lui e chiedere allo Spirito Santo di accendere anche in noi il “fuoco della Pentecoste” che può infiammare il mondo e portare i popoli nel gregge di Cristo e l’umanità in un cammino verso il Regno di Dio.

Piero Gheddo

Sunday 29 June 2014

Il Papa e la devozione mariana

Cari amici, vi chiedo scusa per queste due settimane di silenzio, dovute a un trasloco. Oggi festa dei santi Pietro e Paolo, Papa Francesco ha celebrato in San Pietro, ha imposto il pallio a 24 arcivescovi metropoliti e ha fatto una bella omelia sulle paure di Pietro: su Vatican Insider trovate un mio articolo su questo. Qui vorrei riportare un passaggio di una meditazione a braccio che ieri sera il Papa ha fatto davanti alla riproduzione della grotta di Lourdes nei giardini vaticani, incontrando un gruppo di giovani della diocesi di Roma in ricerca vocazionale:

«Quando un cristiano mi dice, non che non ama la Madonna, ma che non gli viene di cercare la Madonna o di pregare la Madonna, io mi sento triste. Ricordo una volta, quasi 40 anni fa, ero in Belgio, in un convegno, e c’era una coppia di catechisti, professori universitari ambedue, con figli, una bella famiglia, e parlavano di Gesù Cristo tanto bene. E ad un certo punto ho detto: “E la devozione alla Madonna?” “Ma noi abbiamo superato questa tappa. Noi conosciamo tanto Gesù Cristo che non abbiamo bisogno della Madonna”. E quello che mi è venuto in mente e nel cuore è stato: “Mah… poveri orfani!”. È così, no? Perché un cristiano senza la Madonna è orfano. Anche un cristiano senza Chiesa è un orfano».

«Un cristiano ha bisogno di queste due donne, due donne madri, due donne vergini: la Chiesa e la Madonna. E per fare il “test” di una vocazione cristiana giusta, bisogna domandarsi: “Come va il mio rapporto con queste due Madri che ho?”, con la madre Chiesa e con la madre Maria. Questo non è un pensiero di “pietà”, no, è teologia pura. Questa è teologia. Come va il mio rapporto con la Chiesa, con la mia madre Chiesa, con la santa madre Chiesa gerarchica? E come va il mio rapporto con la Madonna, che è la mia Mamma, mia Madre?»

Wednesday 25 June 2014

Perchè i coreani si convertono a Cristo e i giapponesi no?

L‘amico Sandro Magister mi ha chiesto di scrivere questo articolo, in vista del prossimo viaggio di Papa Francesco in Corea del sud. Ho risposto volentieri all’invito, avendo visitato e studiato queste due Chiese, che Sandro ha pubblicato sul suo Sito (www.chiesa.espressonline.it) e oggi lo rendo noto ai lettori dei miei Blog.

Giappone e Corea hanno una storia e una cultura molto diverse, per cui la missione cristiana ha prodotto risultati diversissimi. Parlo prima del Giappone dove, quasi cinque secoli dopo l’ingresso dei missionari cattolici, con san Francesco Saverio nel 1549,

- i battezzati nella Chiesa cattolica sono 440.000 su 128 miiioni di giapponesi (lo 0,35%), e circa mezzo milione di protestanti;

- in Corea (la Chiesa entra con alcuni laici alla fine del 1700) i cattolici sono circa 5,3 milioni su 50 milioni di sud-coreani, cioè il 5,4%; i protestanti delle varie Chiese e sette si calcolano il 17%, cioè circa 8 milioni. Seul di notte sembra una città cristiana per l’immenso numero di croci sugli edifici cristiani, chiese, scuole, ospedali, ecc.

La fede cristiana è stata accolta con molte difficoltà in Giappone e oggi con le braccia aperte in Corea del Sud. Le due Chiese locali risentono dell’ambiente in cui vivono e perché sono una minuscola minoranza nel Giappone, che va avanti come un treno, mentre in Corea il cristianesimo sta diventando il motore della nazione. Dagli anni sessanta ad oggi circa la metà dei Presidenti della Corea del sud erano cristiani, compreso il famoso Premio Nobel per la Pace nel 2000, Kim Dae-jung (1925-2009), per il suo vigoroso impegno nella riconciliazione fra Nord e Sud della Corea.

Perché i giapponesi si convertono poco? Essenzialmente per un motivo religioso-culturale. Le religioni del Giappone insegnano, come lo shinto, che l’uomo è uno dei tanti elementi della natura, nella quale si manifesta il Dio sconosciuto; il confucianesimo dà una visione statica della società, dove la suprema norma morale è il rispetto e l’obbedienza per mantenere l‘armonia tra cielo e terra, tra superiori e sudditi, tra politica ed economia. Secondo la morale confuciana ciascuno deve svolgere il proprio lavoro col massimo impegno nel posto che gli è stato assegnato. Il buddhismo, insegnando il distacco da se stessi, il disprezzo delle passioni e delle idee personali, considerate come perniciose illusioni, rende l’individuo disposto a tutto e oltremodo paziente.

Il giapponese è figlio di queste religioni: ottimo lavoratore, sobrio, obbediente alle direttive. In una società dove tutto deve funzionare come una macchina, il giapponese è l’elemento ideale, perché si muove in gruppo. La gente ha una forte coscienza unitaria di popolo, ma una scarsa coscienza dei diritti della persona. La vita comune comincia nella famiglia, continua nella scuola e finisce nella ditta, concepita come una grande famiglia. Lo spirito di collaborazione che predomina nella ditta, rende il lavoro altamente efficiente e produttivo. Il successo della ditta per cui uno lavora è considerato un ideale di vita per il quale vale la pena di sacrificarsi, anche con ore di lavoro straordinario, spesso poco o nulla retribuito.

“L’influsso delle religioni tradizionali – mi diceva padre Alberto Di Bello (in Giappone dal 1972) – hanno educato ad una viva coscienza dei propri doveri, più che dei propri diritti. Il cristianesimo, entrando in Giappone attraverso le moderne missioni cristiane e l’influsso dell’Occidente, ha portato in Giappone il concetto fondamentale del mondo moderno, quello della “Carta dei Diritti dell’uomo” dell’Onu (1948): il valore assoluto della singola persona umana. La società, lo stato, la patria sono a servizio della persona umana, non la persona a servizio della società, dello stato, della patria”.

Però questa rivoluzione fatica ad entrare nella mentalità comune. Padre Giampiero Bruni, in Giappone dal 1973, mi dice: “Se un individuo è consapevole e libero, può fare la sua scelta di convertirsi a Gesù; se non è libero perché è membro di un gruppo, non può. Il giapponese è abituato ad obbedire ed a fare come fanno tutti, finora domina il gruppo, uscire dal gruppo non si può, significa tagliare tutti i rapporti, E io credo che anche oggi le conversioni che avvengono dobbiamo esaminare bene se sono libere o condizionate da qualcosa che non riusciamo a capire”. Questo il concetto di fondo che hanno espresso i missionari che ho interrogato, nei miei viaggi in Giappone e ora qualcuno reduce in Italia per vacanze e cure.

Radicalmente diversa la Corea del Sud. Nell’ultimo mezzo secolo ha registrato una crescita record dei cristiani: dal 1960 al 2011 gli abitanti passano da 20 a circa 50 milioni, reddito pro capite da 1.300 a 23.500 dollari, i protestanti dal 2 al 17%, i cattolici da circa 100.000 (lo 0,5%) a 5.309.964 (10,3%), secondo le statistiche della Conferenza episcopale coreana. Ogni anno si celebrano 130-140.000 battesimi. La Chiesa coreana è al femminile, a partire dal nome: il cattolicesimo è chiamato “La religione della Mamma”, perché davanti a non poche chiese c’è la statua di Maria con le braccia aperte, che invita i passanti ad entrare; e poi perché nel 1011 i fedeli maschi erano 2.193.464 (il 41,5 % del totale), le femmine 3.095.332, ovvero il 58,5%.

Perchè i coreani si convertono a Cristo? Le conversioni avvengono in massima parte nelle città e fra le élites del paese, professionisti, studenti, artisti, politici e militari anche di alto grado. L’uomo simbolo della Chiesa cattolica in Corea è stato il card. Kim Sou-hwang (1922 -2009), arcivescovo di Seul dal 1968 al 1998, fautore di un forte impegno della Chiesa cattolica in campo sociale. Durante la lunga dittatura militare, aveva fatto della cattedrale Myong-dong a Seul un rifugio per gli oppositori non violenti alla dittatura. I militari non osarono mai entrare nella cattedrale, che sapevano difesa dal popolo. Per lunghi anni il card. Kim è stato la personalità più influente della Corea.

Motivo storico che spiega le conversioni. La Corea ha conosciuto mezzo secolo di occupazione giapponese e poi più di tre anni di guerra civile fra Nord e Sud (1950-1953), combattimenti feroci casa per casa, distruzione di molte abitazioni e strutture statali che esistevano. Padre Giovanni Trisolini, uno dei primi salesiani entrati in Corea nel 1959, mi diceva (nel 1986): “Quando sono giunto in Corea c’era una miseria spaventosa. Il paese era ancora distrutto dalla guerra, con gli eserciti che erano passati e ripassati su tutto il territorio della Corea del Sud. Il lavoro principale di noi missionari era di dare da mangiare alla gente (con gli aiuti americani), che letteralmente moriva di fame. Poche strade e ferrovie, non funzionava quasi nulla delle strutture statali. I governi del Sud Corea, col paese occupato dagli americani, hanno privilegiato l’istruzione del popolo, fondando ovunque scuole con un sistema educativo moderno, per far uscire il popolo dall’insegnamento tradizionale, che trasmetteva una visione dell’uomo di natura confuciana, ereditata dalla Cina e poco adatta a formare giovani in un paese moderno”.

La scuola è stata estesa a tutti, quindi anche alle bambine, con un insegnamento di materie totalmente diverse da quelle dell’insegnamento confuciano. Questo cambiamento radicale dell’istruzione, in poco tempo ha risolto il problema dello sviluppo economico e ha contribuito a preparare la strada alla democrazia, ai diritti dell’uomo e della donna e al cristianesimo. Oggi la Corea del sud non ha più analfabeti, la scuola è obbligatoria e gratuita per tutti, dal giardino d’infanzia fino alle scuole superiori, umanistiche o tecniche, che quasi tutti frequentano. Nel 1960 la Corea del Sud era uno dei paesi più sottosviluppati dell’Asia, negli anni ottanta è stata una delle “tigri asiatiche” (con Taiwan, Singapore e Thailandia).

E’ facile comprendere perché un popolo educato da una scuola moderna, che orienta la vita verso la razionalità e i valori del mondo moderno, si converta facilmente al cristianesimo, che è alla base della Carta dei diritti dell’uomo dell’Onu. Il cristianesimo esercita un forte potere di attrazione, rispetto al confucianesimo e al buddhismo, per almeno cinque motivi:

1) Introduce l’idea di uguaglianza di tutti gli esseri umani creati dalle stesso Dio, Padre di tutti gli uomini; e soprattutto il principio dell’uguaglianza nei diritti fra uomo e donna, pur nella diversità e complementarietà fra le persone dei due sessi. Nella società confuciana la donna non ha la stessa dignità e gli stessi diritti dell’uomo. Nella società confuciana la donna era quasi schiava del marito, le bambine non andavano a scuola e la donna è inferiore all’uomo (“è un uomo mal riuscito”, diceva Confucio).

2) Cattolici e protestanti si sono segnalati per la partecipazione attiva al movimento popolare contro la lunga dittatura militare tra il 1961 e il 1987, quando i militari hanno lasciato il potere ad un governo democratico; confucianesimo e buddhismo promuovevano invece l’obbedienza all’autorità costituita. In Corea (e nelle Filippine), le dittature dei militari hanno lasciato il potere a governi eletti non per rivoluzioni violente, ma per la “rivoluzione dei fiori”, cioè principalmente per le pressioni dell’opinione pubblica coscientizzata dalle Chiese cristiane in Corea.

3) Il cristianesimo è la religione del Libro e di un Dio personale, mentre sciamanesimo, buddhismo e confucianesimo non sono nemmeno religioni, ma sistemi di saggezza umana e di vita; soprattutto non hanno un’organizzazione e direzione a livello nazionale, che rappresenti i loro fedeli. Ci sono tentativi di coordinamento fra le varie pagode e monasteri buddisti, ma ciascuno va per conto suo.

4) Cattolici e protestanti hanno costruito e mantengono un grande quantità di scuole a tutti i livelli, fino a numerose università (quelle cattoliche sono 12), che si sono imposte nel paese come le migliori dal punto di vista educativo e dei valori a cui formano i giovani. Tutte le famiglie vorrebbero mandare i loro figli alle scuole cristiane, perché l’educazione dei giovani ispirata al Vangelo si dimostra la più efficace nel formare persone adulte e mature.

5) Infine, la Corea del Sud è ormai un paese evoluto e anche ricco (si dice che “è in ritardo sul Giappone di soli vent’anni”), nel quale le antiche religioni non danno risposte ai problemi della vita moderna: e questo è inevitabile, perché il mondo moderno è nato in Occidente, dalla radice biblico-evangelica, cioè dalla Rivelazione di Dio. Il cristianesimo, e soprattutto il cattolicesimo, si presenta come religione adeguata al nostro tempo, attiva nell’aiuto di poveri.

Però non esiste una risposta risolutiva alla domanda “Perché i coreani si convertono a Cristo?”. Il card. Kim diceva spesso: “Non sappiamo perché abbiamo così tante conversioni a Cristo e alla Chiesa. Ringraziamo lo Spirito Santo e chiediamo la grazia che continui a soffiare forte sul nostro popolo”. Ogg, 28 anni dopo il mio viaggio in Corea, la realtà delle conversioni conferma quanto mi diceva padre Vincent Ri, prefetto degli studi della Facoltà teologica del seminario maggiore di Kwangju: “Il coreano è fiero di definirsi religioso: anche fra gli studenti, gli intellettuali, le persone colte, non esiste lo spirito anti-religioso o ateo comune in Europa. Il fatto religioso è al centro della vita del nostro popolo e questa è un’antica tradizione che lo sviluppo economico e tecnico non ha abolito, anzi contribuisce a rafforzare, dato che oggi aumentano i problemi a cui dare risposta e solo il cristianesimo dà queste risposte”.

Mons. René Dupont, oggi vescovo emerito di Andong, nel novembre 2011 ha scritto: “Oggi in Corea il cristianesimo non è più considerato una religione straniera”, anche perché, ha dichiarato mons. Kang-U vescovo di Cheju e presidente della CBCK, non c’è nessun contrasto fra la tradizione religiosa coreana (soprattutto la pietà filiale e il culto degli antenati) e i valori della Chiesa cattolica. Il segretario della CBCK, mons. Simon E. Chen nell’agosto 1986 mi diceva: “La nostra Chiesa ha tante conversioni, ma siamo ingiustamente trascurati dall’Europa cristiana e dai missionari. Papa Pio XI mandava missionari e religiosi in Cina. Pio XII mandò molti missionari in Giappone dicendo: “Se si converte il Giappone, si converte tutta l’Asia”; poi con l’enciclica “Fidei Donum” chiedeva missionari per l’Africa. Giovanni XXIII e Paolo VI esortavano ad andare in Africa e in America Latina”.

“Noi cristiani di Corea ci sentiamo dimenticati dal mondo cristiano. Quando negli anni cinquanta sono andati migliaia di missionari e suore in Giappone, quasi nessuno è venuto in Corea. La nostra Chiesa è stata scoperta solo con la visita trionfale di Giovanni Paolo II nel maggio 1984. Allora, in Occidente molti si sono meravigliati che qui ci sono tante conversioni e vocazioni. Eppure questo fenomeno dura dagli anni 70 e dopo la visita dal Papa ha assunto dimensioni eccezionali. La sua visita è servita più di tutte le nostre prediche ad annunziare Cristo ai non cristiani ed a fortificare la fede nei nostri battezzati”.

Piero Gheddo

Friday 20 June 2014

Clemente Vismara icona delle missioni moderne

Il 17 giugno 2014 si è celebrata nella città di Agrate (15.000 abitanti in provincia di Monza-Brianza) la festa del Beato Clemente Vismara (1897-1988, beato nel 2011), per l’inaugurazione del ristrutturato oratorio parrocchiale intitolato al Beato Clemente. Ho celebrato la S, Messa nella chiesa parrocchiale e poi la cena con i preti della parrocchia, gli amici di Clemente e alcuni giovani dell’oratorio. Ecco il testo dell’omelia. Scrivo sempre tutto, ma poi parlo a braccio. P. Gheddo

La nostra Messa è per ringraziare Dio di questo dono e poi per riflettere su cosa il Beato può insegnare a noi oggi.
Clemente è un grande dono di Dio e dopo tre anni dalla sua beatificazione la bellezza e grandiosità di questo Beato si precisa meglio. Non è un santo di nicchia, limitato a qualche piccola comunità o ambiente. E’ un santo universale, è il modello, l’icona che rappresenta la missione alle genti dell’ultimo secolo, dalla fine dell’Ottocento alla fine del Duemila: il tempo della colonizzazione e della nascita di nuove nazioni in Asia e Africa, e poi la fondazione e la maturazione delle giovani Chiese che oggi sono la speranza della Chiesa universale.
San Francesco Saverio ha rappresentato il periodo storico della scoperta dei continenti e dei popoli e il primo periodo delle missioni moderne (1500-1600), quelle del “Patronato” spagnolo-portoghese, che ha portato al cristianesimo le Americhe; Clemente rappresenta le missioni dei nostri tempi molto diverse dalle precedenti, quelle di Propaganda Fide, dalla metà dell’Ottocento fino al Duemila, che stanno portando nel gregge di Cristo i popoli dell’Africa nera e dell’Oceania e in piccola parte dell’Asia. Tra i missionari santi dei tempi modernii, Clemente ha queste caratteristiche che non è facile trovare unite in un solo missionario:
- è stato missionario ad gentes” per 65 anni continui di missione, sempre fra i non cristiani e ha fondato partendo da zero cinque parrocchie e convertito decine di migliaia di pagani; dalle sue famiglie sono nati otto sacerdoti e trenta suore;
- nella sua vita missionaria ha vissuto tutti i passaggi storici dell’”ad gentes”, esplorazione del territorio, immersione nella cultura e abitudini di vita locale, creazione delle prime comunità cristiane, inizio della Chiesa locale, fino alla sua maturazione con sacerdoti e vescovi indigeni;
– Clemente ha scritto una quantità impressionante di lettere, articoli, relazioni, illustrando situazioni che hanno vissuto una moltitudine di altri missionari, ma solo in Clemente si trova la descrizione dell’ad gentes vissuto personalmente nelle varie situazioni umane e pastorali. Questi scritti ancora da esaminare e studiare, permetteranno di conoscere più a fondo le sue virtù e i suoi metodi di apostolato,
- infine, Clemente è stato missionario in Asia, dov’è già oggi il futuro della missione ad gentes, dato che in Asia vivono il 62% di tutti gli uomini e l’80% di tutti i non cristiani che ancora non conoscono Cristo.

Un forte segno dei tre anni dalla sua beatificazione è questo: la sua devozione si diffonde anche in altri paesi che continuano a chiedere immagini, libri nelle loro lingue, reliquie. Dico questo a voi di Agrate e lo dico anche al mio Pime e alla diocesi di Milano. Dio ci ha fatto un dono di cui ancora non conosciamo l’importanza che potrà avere nella Chiesa, se ne coltiviamo e trasmettiamo la memoria. Per questo ringrazio la città di Agrate, la parrocchia, il gruppo missionario e gli Amici di padre Clemente per tutto quello che avete fatto, fate e farete per sostenere e studiare il Santo che Gesù ha suscitato tra voi. A settembre la Emi pubblicherà “Fare felici gli infelici” (circa 250 pagg.), che completa la biografia “Fatto per andare lontano” (Emi pagg. 480), perché esamina la personalità e le virtù del Beato Clemente.

Le letture della Messa del Beato ci dicono cosa può insegnarci Clemente.
1) Prima lettera di S. Paolo ai Corinzi (I, 18-25): è un inno alla via della Croce: i giudei chiedono segni, miracoli, greci la sapienza umana, noi annunziamo Cristo crocifisso, scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani, per noi è sapienza e potenza di Dio e la debolezza di Dio è più forte degli uomini.
Clemente è stato il santo della Croce. Tutta la sua vita è un Calvario, orfano dei genitori da piccolo, quattro anni di guerra mondiale in trincea, la missione tra tribù che non avevano alcun battezzato, non aveva cure mediche e nemmeno da mangiare (si abitua a topi, vermi e cavallette arrostiti, erbe e radici tritate e bollite), per cinque anni in una capanna di fango e paglia dove, nel tempo delle grandi piogge, ci pioveva dentro. Pregava molto e scriveva: “Sono contento di soffrire per mettere un fondamento spirituale a questa missione di Mong Lin”. In altra lettera scriveva:
“Occorre un animo forte e vita di dedizione e di sacrificio sino ed oltre quanto umanamente si possa concepire. Mal di schiena e di ginocchi. Star colle ginocchia piegate mi fa male, per la genuflessione durante la Messa sono dolori ogni volta. Benone, spero di risparmiare un po’ di purgatorio così, quindi non mi lamento[1]… Qui c’è molto sacrificio, desidero sentirlo sempre, vederlo e soffrirlo per poter aver qualche cosa da offrire al Signore in penitenza delle mie colpe e per ottenere benedizioni per questi pagani”. Era contento di soffrire per i suoi pagani!
Quando scriveva questa lettera aveva 30 anni. Ha percorso la via della Croce fino alla fine. Nulla di grande si fa per il Regno di Dio se non si accetta il mistero della Croce e lo si vive con gioia nella propria vita, Nel nostro tempo la cultura mondana demonizza la rinunzia, il sacrificio, la sofferenza. Per chi crede in Cristo, sono invece i passaggi indispensabili nella via al Paradiso.

2) Il secondo insegnamento è quello del Vangelo: “Vedendo le folle Gesù ne provò compassione, perchè era stanche e sfinite come pecore senza pastore” (Mt. 9, 35-38). Clemente era come il Buon Pastore. Vedeva il prossimo con gli occhi di Dio, non con i nostri occhi pieni di passione. Era disposto a tutto per di “fare felici gli infelici”, dava tutta la sua vita alle pecorelle sperdute di quell’angolo di Birmania: quei tribali primitivi, analfabeti, pagani, pieni di passioni e di peccati, li vedeva come creature di Dio, che Dio amava come ama tutti gli uomini e le donne.
Noi che siamo ammiratori e devoti di padre Clemente, noi che siamo fieri di averlo portato alla beatificazione, noi che lo preghiamo per ottenere grazie; noi siamo provocati da questo suo programma di vita; noi preti per primi, ma poi tutti voi cari agratesi. Papa Francesco lo dice spesso: “Voglio una Chiesa tutta missionaria” e ha spiegato più volte che il battesimo è il seme della missione.
Di fronte alla decadenza della fede nella nostra Italia, non possiamo più soltanto lamentarci e scandalizzarci dei numerosi scandali che nascono nel nostro popolo cristiano da duemila anni! Lamentarci della scarsità di sacerdoti. Nella “Evangelii Gaudium” il Papa scrive (n.107): “In molti luoghi scarseggiano le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. Spesso questo è dovuto all’assenza nella comunità di un fervore apostolico contagioso, per cui esse non entusiasmano e non suscitano attrattiva. Dove c’è vita, fervore, voglia di portare Cristo agli altri, sorgono vocazioni genuine alla vita consacrata”.

Il nostro beato Clemente suscitava molte vocazioni sacerdotali e religiose perché aveva il fuoco dello Spirito, l’entusiasmo di essere prete e missionario. Ci lamentiamo dei giovani, ma è sbagliato. I giovani hanno immense possibilità di bene, sognano grandi ideali; ma se noi adulti trasmettiamo loro solo l’ideale della carriera e dei soldi, gli esempi del nostro egoismo, le vocazioni non nascono. Ho intervistato Clemente in Birmania nel 1983, aveva 86 anni. Gli ho chiesto che messaggio dava ai giovani d’oggi. Risposta: “Dite al Signore che vi chiami a seguirlo. Sarebbe la grazia più grande che potrebbe farvi nella vostra vita. E se vi chiama, non ditegli di no. Non ci pentiremo mai di aver detto di sì al Signore”.

Piero Gheddo

Sunday 15 June 2014

Se la missione alle genti scompare dall’orizzonte

Per noi missionari ad gentes e per la Chiesa italiana non è una buona notizia, I superiori degli istituti missionari italiani hanno deciso la chiusura della rivista semestrale “Ad Gentes”, fondata nel 1997, l’unica in lingua italiana che espressamente tratta della missio ad gentes, oltre a quelle dei singoli istituti missionari. Perché chiude? A quanto è dato sapere, i motivi sono due:

1)    Gli abbonati sono pochissimi, le copie stampate quasi tutte inviate in omaggio o in cambio a biblioteche, università, seminari, ecc.; e quindi gli istituti aderenti devono coprire il passivo economico;

2)    la missione alle genti sta perdendo la sua identità e interessa sempre meno, almeno in Italia, parrocchie diocesi, seminari e il popolo di Dio; i mass media ne parlano sempre meno, eccetto quando ci sono casi di martirio o di persecuzione che riguardano missionari italiani.

Parlando col padre Dino Doimo, missionario del Pime ad Hong Kong dal 1959, mi dice: “Torno in missione col cuore amareggiato, perché vedo che l’ambiente italiano non è più favorevole per le missioni e noi missionari. Tutti dicono che la missione è qui in Italia. La conversione a Cristo del continente CINA interessa parenti e amici e pochi altri”. Dal 1958 gli istituti missionari italiani, attraverso la Pontificia unione missionaria del clero, mandano i loro animatori missionari nei seminari diocesani, minori e maggiori. Ciascuno è incaricato dei seminari di una regione da visitare nel corso dell’anno, così visita tutti i seminari italiani, che ricevono ogni anno un animatore diverso. Adesso, mi dice un giovane animatore, “si sta chiudendo questo periodo perchè è difficile trovare un seminario che accolga volentieri un missionario e lo faccia parlare. I seminaristi sono pochi, molto impegnati e le missioni interessano sempre meno.

Tutto questo segnala quanto ormai tutti sanno, che la Chiesa italiana, con la crisi di fede e di vocazioni sacerdotali e religiose, si chiude in se stessa e gli istituti missionari sono intesi soprattutto per il contributo che le loro case, chiese e sacerdoti danno in aiuto alle comunità parrocchiali con scarso clero. Mi chiedo se gli istituti missionari, come il mio Pime e tanti altri, religiosi o di clero secolare, si interrogano sulla decadenza e la svalutazione del nostro carisma specifico, il primo annunzio ai non cristiani, che sono ancora circa l’80% dell’umanità. E ricordo che il nostro carisma di missionari ad gentes è stato ampiamente confermato dal Vaticano II e dal magistero ecclesiastico seguente fino ad oggi. Dato che da 61 anni sono sacerdote missionario in Italia (prete dal 1953), mi permetto di indicare i due errori fondamentali che un po’ tutti abbiamo compiuto, senza alcun spirito polemico, ma per aiutare a riflettere.

1) Dopo la Fidei Donum (1957) e il Vaticano II (1962-1965) si è incominciato a dire che tutta la Chiesa è missionaria e gli istituti missionari non hanno più senso; ma sia l’Ad Gentes (n. 6) che la Redemptoris Missio (nn. 33-34) affermano con chiarezza che la missione alle genti  non va confusa con l’attività pastorale che si rivolge ai battezzati e quindi che “questi istituti restano assolutamente necessari” (AG, 27); e nella R.M. (66) si legge: “La vocazione speciale dei missionari ad gentes e ad vitam conserva tutta la sua validità… Al riguardo, s’impone una approfondita riflessione, anzitutto per i missionari stessi, che dai cambiamenti della missione possono essere indotti a non capire più il senso della loro vocazione, a non saper più che cosa precisamente la Chiesa si attenda da loro”.

Questa riflessione forse è mancata e anche gli istituti missionari rischiano di non credere più nel loro carisma originario, mentre le giovani Chiese del mondo non cristiano hanno assoluto bisogno di loro anche oggi, lo dicono tutti  vescovi. Lo stesso è avvenuto per le Pontificie Opere Missionarie. Fin che erano pontificie e non dipendenti dai vescovi italiani, svolgevano il loro compito primario: ricordare la missione alle genti, universale, aiutarla con preghiere, vocazioni, aiuti materiali. Da quando sono opere diocesane, la missione alle genti è diventata il gemellaggio di una diocesi italiana con una delle missioni. Si è chiuso l’orizzonte, i missionari sono quelli della diocesi, quasi sempre in America Latina e in Africa. Adesso, con la crisi delle diocesi italiane, è facile immaginare cosa succede.

2) Il secondo sbaglio fondamentale è stato di politicizzare la missione alle genti ed è una vita che condanno (inutilmente) questa tendenza suicida degli istituti missionari, che ha cambiato la nostra immagine nell’opinione pubblica italiana. Fino al Concilio Vaticano II c’era la chiara affermazione della nostra identità: andare ai popoli non cristiani , dove ci mandava la Santa Sede, annunziare e testimoniare Cristo e il suo Vangelo, di cui tutti hanno bisogno. Certo si parlava anche delle opere di carità, di istruzione, di sanità, di promozione, di diritti e opere di giustizia per i poveri e gli sfruttati. Ma su tutto emergeva l’entusiasmo di essere stati chiamati da Gesù per  portarlo a popoli che vivono senza conoscere il Dio dell’Amore e del Perdono. C’era l’entusiasmo della vocazione missionaria gioiosamente manifestato e quindi si parlava spesso di catechesi,  catecumenato, conversioni a Cristo, preghiere e sofferenze per le missioni, del perché i popoli hanno bisogno di Cristo, ecc. Soprattutto si parlava di vocazioni missionarie, perché il missionario è un privilegiato che va fino agli estremi confini della terra per esaudire il Testamento di Gesù quando sale al Cielo.

Ma oggi, ditemi voi: chi manifesta entusiasmo per la vocazione missionaria e dove è finito l’appello per le vocazioni missionarie ad gentes? Oggi facciamo le campagne nazionali per il debito estero, contro la produzione di armi, contro i farmaci contraffatti e per l’acqua pubblica; oggi non si parla più di missione alle genti ma di mondialità e di opere sociali o ecologiche. Mi sapete dire quanti giovani e ragazze si entusiasmano e si fanno missionari dopo una manifestazione di protesta contro la produzione di armi? Nessuno. Infatti gli istituti missionari non hanno quasi più vocazioni italiane. Non lamentiamoci perché si chiude la rivista ad Gentes. Nel quadro di tutto quel che ho detto, ha un suo logico significato. Nel volume “Missione senza se e senza ma” (Emi 2013, pagg 250) c’è il capitolo “La crisi dell’ideale missionario” in cui spiego ampiamente tutto questo.

Piero Gheddo

Friday 13 June 2014

Francesco su Pio XII

Cari amici, mi permetto di suggerirvi la lettura dell’intervista che Papa Francesco ha concesso al quotidiano catalano La Vanguardia. Riporto qui due domande e due risposte riguardanti l’annoso problema dell’apertura degli archivi del ruolo di Pio XII durante la Shoah.

Uno dei suoi progetti è quello di aprire gli archivi del Vaticano sull’olocausto.

Porteranno molta luce.

La preoccupa quello che si potrebbe scoprire?

Su questo punto a preoccuparmi è la figura di Pio XII, il Papa che guidò la Chiesa durante la seconda guerra mondiale. Al povero Pio XII è stato buttato addosso di tutto. Ma bisogna ricordare che prima era visto come il grande difensore degli ebrei. Ne nascose molti nei conventi di Roma e di altre città italiane, e anche nella residenza estiva di Castel Gandolfo. Lì, nella stanza del Papa, sul suo stesso letto, nacquero 42 bambini, figli di ebrei e di altri perseguitati rifugiatisi lì. Non voglio dire che Pio XII non abbia commesso errori — anche io ne commetto molti — ma il suo ruolo va letto nel contesto dell’epoca. Era meglio, per esempio, che non parlasse perché non uccidessero più ebrei, o che lo facesse? Voglio anche dire che a volte mi viene un po’ di orticaria esistenziale quando vedo che tutti se la prendono con la Chiesa e con Pio XII e si dimenticano delle grandi potenze. Lo sa che conoscevano perfettamente la rete ferroviaria dei nazisti per portare gli ebrei ai campi di concentramento? Avevano le foto. Ma non bombardarono quei binari. Perché? Sarebbe bene che parlassimo un po’ di tutto.

Saturday 07 June 2014

“Fino al giorno in cui mi chiamerà a sé”

Cari amici, questo pomeriggio Francesco ha incontrato il mondo dello sport. Qui su Vatican Insider trovate un articolo su ciò che il Papa ha detto. Mi volevo soffermare – in questo tempo in cui in tanti parlano (e sproloquiano) sulle reali intenzioni di Ratzinger al momento della rinuncia - su una frase che Francesco ha usato.

«Anche io – ha detto improvvisando – devo fare il mio gioco che è il vostro stesso gioco, è quello di tutta la Chiesa. Fino al giorno i cui il Signore mi chiamerà a sé». Certo, si tratta di una frase detta a braccio, ma che va ricollegata con quanto Francesco ha detto ai giornalisti sul volo di ritorno da Tel Aviv, quando pur affermando che ci si deve abituare alla figura del “Papa emerito”, ha fatto intendere di non aver al momento deciso di seguire quella strada.

“Io farò quello che il Signore mi dirà di fare. Pregare, cercare la volontà di Dio”, aveva detto Papa Bergoglio. E pur affermando di credere che quello di Benedetto XVI “non sia un caso unico”, ha aggiunto: “Ce ne saranno altri, o no? Dio lo sa. Ma questa porta è aperta”. Oggi, con quell’affermazione sul gioco da fare “fino a quando il Signore mi chiamerà a sé”, sembra voler dire di non vivere il suo ministero come se fosse a tempo.

Thursday 29 May 2014

Il Vangelo, i cristiani e la pace

Cari amici, sono tornato dal viaggio – a dir poco intenso – di Papa Francesco in Terra Santa. Ero tra i giornalisti che hanno viaggiato sull’aereo del Papa. Su Vatican Insider e su La Stampa ho pubblicato molti articoli, cronache e commenti sulle varie tappe del viaggio.

Mi vorrei soffermare qui su due momenti del pellegrinaggio, che come sapete è stato originato da un invito del patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo, in occasione del cinquantesimo anniversario dell’abbraccio tra Paolo VI e Atenagora, avvenuto nel gennaio 1964, dopo cinquecento anni di divisioni, incomprensioni e scomuniche.

Il cristianesimo più che una religione è un avvenimento storico – l’irruzione di Dio nella storia con l’incarnazione di suo Figlio – che di testimonianza in testimonianza, a partire da quel primo gruppetto di seguaci di Gesù sulle rive del Mar di Galilea è arrivato fino a noi. Il cristianesimo non è innanzitutto una dottrina, un pacchetto di dogmi, un insieme di riti, una raccolta di regole morali ma l’incontro con una persona viva (lo ha detto e scritto Ratzinger, da cardinale e poi da Papa, nel prologo della sua prima enciclica “Deus caritas est”).

Ciò significa che i passi in avanti, i cambiamenti positivi, gli sviluppi, i momenti di grazia, non accadono solitamente perché gruppi di teologi o intellettuali si mettono a tavolino alla ricerca del minimo comun denominatore o del compromesso più accettabile, ma avvengono grazie al coraggio, allo sguardo di fede di testimoni che si lasciano portare dallo Spirito Santo.

Tutto ciò è stato evidente nel “miracolo” accaduto al Santo Sepolcro all’imbrunire di domenica. Nella basilica dove si custodisce la tomba vuota di Gesù, quel buco nella roccia dove Giovanni e Pietro la mattina di Pasqua accorsero senza trovare il corpo del Maestro (e alla fede semplice e intuitiva di Giovanni bastò lo sguardo ai teli per capire che Gesù era risorto, “vide e credette”), si sono ritrovati a pregare per la prima volta tutte le confessioni cristiane di Terra Santa. Solo chi ha il cuore intasato di schemi ideologici e pregiudizi può non accorgersi di che grande segno si sia trattato.

Vedere Francesco e Bartolomeo, Pietro e Andrea, trattarsi da fratelli, aiutarsi l’un l’altro, sostenersi a vicenda, inginocchiarsi insieme alla pietra dell’unzione, pregare insieme dentro al Santo Sepolcro, fa comprendere quanta strada è stata percorsa rispetto a quel primo abbraccio di cinquant’anni fa. E quanto forte sia – nonostante le resistenze interne – l’anelito all’unità. Non c’erano due gerarchi gelosi delle loro primazie, né due uomini ingessati in millenari protocolli, e nemmeno due leader imbrigliati nei diktat dei rispettivi teologi (che Atenagora voleva spedire in un’isola a discutere, mentre lui e il Papa cominciavano a camminare insieme). C’erano due fratelli in Cristo, che anelano a poter condividere lo stesso calice per testimoniare meglio davanti al mondo che Deus caritas est.

Un secondo commento riguarda l’annuncio dell’incontro di preghiera con Abu Mazen e Shimon Peres che Francesco ha convocato in Vaticano e che si terrà probabilmente il prossimo 8 giugno, festa di Pentecoste. Il Papa ha precisato che non si tratterà di un summit, di un vertice per una mediazione vaticana. Non sarà un incontro diplomatico. Ci si incontrerà e poi ciascuno pregherà per la pace. Francesco, con questa iniziativa, mostra ancora una volta che cosa significhi essere “credenti”. La preghiera non è un optional, una manciatina di prezzemolo “religioso” sui processi diplomatici. Chi crede sa che i miracoli accadono, che la storia, anche la grande storia, è spesso determinata più dal fiume carsico della fede e delle preghiere di milioni di semplici persone che dalla genialità dei leader e dei potenti.

Ecco perché all’udienza di ieri, Francesco ha chiesto ai fedeli in piazza San Pietro: “Non lasciateci soli!”. Cioè: pregate con noi e per noi, pregate per la pace, pregate perché questo incontro riapra spazi di trattativa e rimetta in moto un processo stagnante.

Avendo nelle mani e negli occhi soltanto il Vangelo, gli inermi successori di Pietro e di Andrea sono stati un segno di unità e di speranza per il futuro della Terra Santa.

Thursday 20 February 2014

Il progetto di Francesco. Dove vuole portare la Chiesa

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È in libreria “Il progetto di Francesco. Dove vuole portare la Chiesa”. Una conversazione di Víctor Manuel Fernández con Paolo Rodari, Collana «Vita di missione – Nuova serie», Editrice Missionaria Italiana, pp. 144, euro 10,90.

Fernández è rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina; è stato uno dei primi vescovi nominati da papa Francesco, elevato nel maggio 2013 alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, uno dei saggisti più letti in America latina in fatto di teologia e spiritualità, ha un rapporto di assoluta fiducia con il papa che vede in lui un valido consulente e collaboratore. Non a caso fu lui, nel 2007, alla V Conferenza dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida, ad aiutare l’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro papa.

Poche persone come Fernández, dunque, possono aiutare a capire chi sia Francesco e verso dove egli vuole che la Chiesa vada. Anzitutto, secondo il teologo argentino, Francesco chiede alla Chiesa un movimento: l’uscita. «Uscire da sé stessi», spiega Fernández, «una categoria-chiave per comprendere a fondo il pensiero e la proposta del papa, perché il Vangelo ha sempre la dinamica dell’esodo e del dono, dell’uscire da sé. È il contrario dell’autorefenzialità che egli tanto deplora». E ancora, su questa idea che è centrale nel magistero dell’attuale pontefice: «Tale uscita richiede di osare, fare il primo passo, non restare seduti sperando che la gente venga ai nostri incontri o ai nostri corsi, avere il coraggio di parlare di Gesù e della propria esperienza di fede a tutti e in ogni luogo. Il papa ci ricorda sempre che la comunità evangelizzatrice non si chiude, ma anzi accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione se necessario, e si fa carico della vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo».

È il programma rivoluzionario del Papa venuto da un Paese «quasi ai confini del mondo» che il teologo argentino declama in queste intense pagine: prima dei princìpi, viene l’annuncio del Vangelo, da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Non ci si può limitare ad annunciare i princìpi morali da seguire. Occorre parlare anzitutto della gioia del Vangelo e del fatto che il Suo annuncio è un annuncio di misericordia. Secondo Fernández l’intento del Papa è di scuotere la Chiesa, di farla uscire dal recinto dei suoi privilegi, oltre le logiche del carrierismo e delle divisioni per arrivare a tutti, specialmente agli ultimi, agli emarginati, a chi non ha nulla. È una Chiesa povera e per i poveri che vuole il Papa, la stessa Chiesa che voleva quando era cardinale a Buenos Aires.

Ecco di seguito la prefazione al libro, firmata da Paolo Rodari:

13 marzo 2013. Verso dove Francesco vuole portare la Chiesa? È la domanda che mi sono fatto nei primi giorni di pontificato di Jorge Mario Bergoglio. E dovendo, da cronista, raccontare il pontificato in corso, è la domanda che ho posto fin dalla chiusura del conclave a tutte le persone che per lavoro ho incontrato o sentito. «Voi sapete che il dovere del conclave era di dare un vescovo a Roma e sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo… ma siamo qui», ha detto papa Francesco, affacciandosi la sera dell’elezione alla loggia centrale della basilica vaticana. Mi sono chiesto: cosa significa avere un papa che viene dalla fine del mondo? Cosa porterà alla Chiesa? E, soprattutto, dove la porterà?

Giorni dopo l’elezione, ho chiamato un amico vescovo. Avevo intenzione di svolgere un’inchiesta fra i gesuiti e gli ho chiesto il suo parere sulle domande da porre e, in particolare, sul nuovo papa. Mi ha risposto: «Hai letto Il cielo e la terra, il libro che Bergoglio ha scritto con il rabbino Abraham Skorka? Per me sono stati illuminanti i capitoli in cui i due affrontano i temi cosiddetti eticamente sensibili, il matrimonio fra uomo e donna, l’aborto, l’eutanasia ecc. Leggendoli, mi sembra di aver capito che per Bergoglio prima dei princìpi e della loro difesa viene il kerygma, ovvero l’annuncio della buona notizia che è il Vangelo. Mi sembra che questo sia il tratto principale del nuovo papa: i princìpi esistono e non si negano, ma prima occorre annunciare che il Vangelo è amore, misericordia, abbraccio. Insistere troppo sui princìpi non serve e può essere controproducente».

19 settembre 2013. È mattina. Mi trovo a Firenze e squilla il telefono. Mi avvisano che sta per uscire una lunga intervista concessa dal papa a padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica. Mi faccio mandare il testo. Gli spunti sono innumerevoli, ma resto colpito più che altro da un passaggio. Il papa dice: «Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione». E ancora: «Gli insegnamenti, tanto dogmatici quanto morali, non sono tutti equivalenti. Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L’annuncio di tipo missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus. Dobbiamo quindi trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l’edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte, di perdere la freschezza e il profumo del Vangelo. La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. È da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali».

Sono parole per me illuminanti. Perché confermano che la prima intuizione suggeritami dall’amico vescovo sembra giusta: Francesco mostra di volere una Chiesa che abbraccia e che non esclude. E ritiene che insistere troppo, quasi ossessivamente, sui princìpi, sia una tattica non consonante con il messaggio evangelico. Beninteso, anche i suoi predecessori volevano una Chiesa siffatta. Ma in Francesco questa sottolineatura pare più accentuata.

21 ottobre 2013. Su Repubblica pubblico una pagina d’intervista a Víctor Manuel Fernández, rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina, una delle prime nomine episcopali di Francesco, elevato nel maggio 2013 alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, ha un rapporto di fiducia con il papa che vede in lui un valido consulente. Non a caso fu lui, nel 2007, alla V Conferenza dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida (San Paolo), ad aiutare Bergoglio a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro papa. Pochi come Fernández, dunque, possono aiutare a capire chi sia Francesco e verso dove egli vuole che la Chiesa vada. Così, a inizio ottobre, lo chiamo a Buenos Aires. Mi risponde una voce cordiale. Gli spiego il mio interesse per il papa, il desiderio di conoscere la sua figura in profondità, le caratteristiche della «sua» Chiesa. Acconsente a che gli invii alcune domande, senza però garantirmi che mi risponderà. Invece, dopo qualche giorno, mi risponde. Non elude nessuna domanda e a quella per me più importante, ovvero se a suo avviso si può dire che Francesco sia il papa che privilegia la misericordia ai princìpi, risponde così: «L’annuncio del cuore del Vangelo prima d’ogni altra cosa è una caratteristica importante di Francesco, ma è da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Il papa pensa che una Chiesa che vuole uscire da sé stessa e raggiungere tutti debba necessariamente adattare il suo modo di predicare. Soprattutto, egli applica un criterio proposto dal Concilio Vaticano II ma spesso dimenticato e trascurato: la “gerarchia delle verità”. Francesco ci invita a riconoscere che spesso i precetti della dottrina morale della Chiesa vengono proposti fuori dal contesto che dà loro significato. Il problema maggiore si ha quando il messaggio che la Chiesa annuncia si identifica soltanto con questi aspetti che tuttavia non manifestano per intero il cuore del messaggio di Gesù Cristo…». E ancora: «Ci deve essere una proporzione adeguata soprattutto nella frequenza con la quale alcuni argomenti o accenti vengono inseriti nella predicazione. Per esempio, se un parroco lungo l’anno liturgico parla dieci volte di morale sessuale e soltanto due o tre volte dell’amore fraterno o della giustizia, vi è una sproporzione. Ugualmente se parla spesso contro il matrimonio fra omosessuali e poco della bellezza del matrimonio. Oppure se parla più della legge che della grazia, più della Chiesa che di Gesù Cristo, più del papa che della parola di Dio».

L’intervista esce su Repubblica il 21 ottobre. L’occasione ci fa conoscere meglio e mi porta a fargli una seconda richiesta: perché non pubblichiamo insieme un libro-conversazione tutto dedicato a Francesco, o meglio al suo «programma»? Con mia grande gioia padre Fernández acconsente una seconda volta. Insieme decidiamo di usare l’esortazione apostolica Evangelii gaudium (EG) come base sulla quale lavorare, avendo ben presente che è stato lo stesso papa a dire che il documento ha un «senso programmatico». E il risultato, dopo il tempo trascorso assieme a Buenos Aires e un’intensa corrispondenza epistolare, sono le pagine di questo libro, un testo che spero risulti utile per chi vuole comprendere fino in fondo la sfida che il papa venuto «dalla fine del mondo» vuole porre alla Chiesa e, insieme, anche a chi è lontano da una vita di fede.

Evangelii gaudium è un programma di pontificato ampio e accurato. L’esortazione apostolica, infatti, firmata dal papa il 24 novembre 2013, festa di Cristo Re dell’universo, formalmente sarebbe dovuta essere «post-sinodale», ovvero semplicemente un approfondimento delle proposizioni che il Sinodo dei vescovi, svoltosi in Vaticano nel 2012 e dedicato alla nuova evangelizzazione, aveva prodotto. In realtà il documento volutamente non riporta la dizione «post-sinodale», proprio perché è, e vuol essere, molto di più, un testo appunto programmatico. E così, partendo da Evangelii gaudium, è stato per noi semplice ampliare l’orizzonte su un papa così sorprendente.

Evangelii gaudium, ovvero la gioia del Vangelo. Sembra essere questa, anzitutto, la direzione. Portare la Chiesa a prendere consapevolezza che il cristianesimo è gioia perché annuncia che Dio è con noi. Una delle azioni maggiormente richieste dal papa è la necessità di «uscire fuori». Uscire dalle proprie convinzioni, comodità, privilegi, idee, per portare il Vangelo di Cristo a tutti senza pregiudizi né preclusioni. Uscire, cambiare, dunque, ripensando daccapo l’intera vita di fede. Il papa non manca di indicare nello specifico alcune riforme e alcuni cambiamenti, esortando «tutti ad applicare con generosità e coraggio gli orientamenti di questo documento, senza divieti né paure». Non è più il tempo della ritrosia. Francesco vuole che tutti, a cominciare dai semplici fedeli, abbandonino «il comodo criterio del “si è fatto sempre così”». Dice: «Invito tutti ad essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità».

Questo libro, dunque, nasce anche dallo stupore per questo testo papale, una vera e propria enciclica, secondo quanto hanno scritto diversi osservatori. Stupore per un papa che decide di mettere per iscritto un programma esigente anche verso sé stesso e la propria persona: «Dal momento che sono chiamato a vivere quanto chiedo agli altri, devo anche pensare a una conversione del papato». Il cantiere che papa Francesco ha aperto con Evangelii gaudium è ampio e può far venire le vertigini. «Tuttavia – scrive Francesco – non c’è maggiore libertà che quella di lasciarci portare dallo Spirito, rinunciando a calcolare tutto, e permettere che Egli ci illumini, ci guidi, ci orienti, ci spinga dove Lui desidera».

Puoi ordinare il libro QUI oppure QUI.

Saturday 15 February 2014

Padre Konrad, le braccia caritatevoli di Papa Francesco

“Tu sai cosa devi fare, hai bisogno di soldi?” E’ la frase che Konrad Krajewski, arcivescovo ed Elemosiniere di sua Santità, si sente ripetere spesso da papa Francesco. Si perché è lui che aiuta il Papa ad essere vicino a chi ha bisogno, con gesti che sembrano piccoli, ma che diventano immensi per chi li riceve. Padre Konrad come lo chiamano tutti, non vive in Vaticano, ma a Borgo Pio, in una casa “con la bandiera polacca”, dice. “Perché così posso essere più vicino alla gente”. Vuole essere chiamato così e il papa gli ha detto: a chi ti chiama eccellenza chiedi 5 euro di tassa per i poveri. Konrad che viene dalla diocesi di Łódź, lui che dal 1998 è stato a fianco di tre papi durante le liturgie, lui che da anni gira la notte per le vie di Roma per dare aiuto a chi ne ha bisogno. “Le mie braccia sono corte adesso, se le prolunghiamo con le tue braccia riesco a toccare i poveri di Roma e d’ Italia, io non posso uscire, tu sì” gli ha detto il papa alla sua nomina.

Wednesday 12 February 2014

Due Papi per una sola Chiesa

Diciamoci la verità, non avremmo mai pensato che la coabitazione funzionasse così bene. Anzi che potesse diventare un modello per il futuro. Quando in un giorno di brutto tempo a febbraio i media di tutto il mondo hanno iniziato a far girare la notizia del secolo, la rinuncia del Papa, l’idea stessa di avere due Papi in Vaticano sembrava roba da Apocalisse. Quel fulmine che colpiva la cupola di San Pietro immortalato da un fotografo fortunato, sembrava davvero l’inizio della fine del mondo secondo i canoni di certi B movies degli anni ’70. Fulmini e saette, l’attacco del Maligno e cose del genere. Qualcuno ha anche cavalcato quest’onda per sferrare l’ultimo colpo a Papa Benedetto XVI colpevole di non aver mai ceduto ai facili popolarismi e di aver sempre predicato la verità del Vangelo con gioiosa e ferma chiarezza. Ma il Vento dello Spirito soffia dove vuole e non segue le regole del meteo.

Wednesday 12 February 2014 09:08

La Quaresima della Chiesa

Quando pensiamo alla Quaresima i laici pensano ad una cosa lunga e triste, i cattolici ad un tempo forte della liturgica che si prepara alla luce della Pasqua. E in effetti quei poco più di quaranta giorni che lo scorso anno abbiamo vissuto tra l’ 11 febbraio, e il 13 marzo e poi fino a Pasqua, sono stati davvero una Quaresima. E in entrambi i sensi. Perché sono stati giorni lunghi, di ansia e di stupore, di attesa di incredulità. E in questo senso giorni di penitenza. Per la prima volta nella storia moderna, un pontefice decideva di rinunciare al governo della Chiesa Universale. Si certo, tutti gli addetti ai lavori sapevano che fin dai tempi di Paolo VI si parlava di come permettere al Papa di essere davvero libero da qualunque condizionamento, di poter esercitare il ministero petrino in pienezza e completezza e quindi di poter “lasciare” qualora non potesse essere in piena coscienza libero

Wednesday 27 November 2013

L'eutanasia ai minori: per la Chiesa un gesto di estrema inciviltà. Occorre riflettere.

Le parole sono forti e sono quelle di un prelato molto autorevole all'interno della Chiesa cattolica.

Mons. Sgreccia è presidente della fondazione Ut Vitam habeant nonchè presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita.

Il tema è uno di quelli che in questoi periodo sta suscitando acceso dibattito in ambito cattolico ed etico: quello dell'eutanasia...anzi, quello dell'eutanasia aperta alle persone minori di età.

«È un salto. Un salto abissale, sotto il livello di civiltà, di umanità». Queste le parole del prelato che commenta il primo sì del parlamento belga all'estensione dell'eutanasia ai minori. 

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Tuesday 05 November 2013

Così pregava Karol Wojtyla. Una lista di nomi (con allegati dossier), l’elenco dei collaboratori in vista, un Atlante sottomano per la “preghiera geografica”

Giovanni Paolo II aveva un segreto, la preghiera. Ore trascorse nel silenzio, in un dialogo nascosto con Dio dal quale traeva la forza per andare, con efficacia, incontro al mondo.

Della preghiera di Karol Wojtyla hanno scritto in tanti. Una testimonianza significativa in merito l’ha data il 4 novembre 2013 un sacerdote riservato e preparato, che ha avuto la possibilità di frequentare molto il Papa polacco durante i suoi ultimi anni di vita.

Si chiama Pawel Ptasznik. Oggi è il responsabile della sezione polacca della segreteria di stato vaticana. Ai tempi di Giovanni Paolo II era colui che saliva nell’Appartamento papale per aiutare lo stesso Wojtyla nella stesura dei suoi testi. È stata l’assidua frequentazione dell’Appartamento a premettergli di conoscere quel segreto, la preghiera appunto, che ha caratterizzato tutta la vita del Papa che la prossima primavera diviene santo.

Monsignor Ptasznik ha dato la sua testimonianza a Roma, durante la presentazione dell’ultimo libro dell’ex segretario di Wojtyla Stanislaw Dziwisz, una conversazione con Gian Franco Svidercoschi intitolata “Ho vissuto con un santo”.

Questa la trascrizione di quanto ha detto:

«Quella di Wojtyla era una preghiera costante e vera. Anche durante i viaggi normalmente voleva rispettare “l’ora santa” dedicata all’adorazione eucaristica, e così la via crucis del venerdì sera e la Messa. Chi organizzava i viaggi doveva tenere presente queste sue esigenze».

«La segreteria di stato consegnava al Papa la lista con le richieste di preghiere arrivate da tutto il mondo. Pregava consultando quella lista, che spesso aveva degli allegati, delle cartelle che spiegavano meglio la situazione di coloro che chiedevano preghiere».

«Una volta l’ho visto pregare in cappella. Aveva aperto davanti a sé l’Osservatore Romano su una pagina in cui c’erano tutti i nomi dei capi dicastero della Curia Romana con anche gli “officiali” di lingua polacca. Pregava per tutti i suoi collaboratori».

«Sulla sua scrivania aveva un Atlante. Ogni giorno posava lo sguardo su una parte concreta del mondo, per poi pregare per tutta la giornata per le popolazioni di quella stessa porzione. Era la sua preghiera geografica».

«Si confessava ogni due settimane. Una macchina arriva in centro a Roma per “prelevare” monsingor Stanislaw Michalski, il suo confessore, che veniva accompagnato appositamente in Vaticano».

«Quando doveva scrivere un testo faceva tutti i giorni un’ora di meditazione sul camminamento situato sul tetto del palazzo apostolico. Poi scendeva in Appartamento e mi dettava il testo. Citava a memoria passi della Scrittura e dei padri della Chiesa. Dopo un’ora, un’ora e mezza, il testo era pronto».

Friday 01 November 2013

«Ho l’impressione che Gesù è stato rinchiuso all’interno della Chiesa e che bussa perché vuole uscire». Ecco cosa disse Jorge Mario Bergoglio prima del Conclave secondo il cardinale Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione

«Durante il suo intervento alle congregazioni generali che hanno preceduto il conclave, il cardinale Jorge Mario Bergoglio ha parlato con insistenza della necessità che la Chiesa “esca fuori” da se stessa. Egli ha detto che la Chiesa è malata, che deve prendersi cura di se stessa. Il suo breve discorso ha colpito tutti. Ha detto testualmente: “Ho l’impressione che Gesù è stato rinchiuso all’interno della Chiesa e che bussa perché vuole uscire, vuole andare via”».

«Bergoglio ha chiesto ai vescovi di essere veramente pastori e non degli amministratori. Del resto, è ciò che egli ha fatto a Buenos Aires rifiutando, ad esempio, di andare ad abitare nella residenza vescovile. Così ora che è Papa con la decisione di abitare nel convitto di Santa Marta. Egli ha bisogno di vedere gente e incontrare semplicemente la gente per parlare con loro nei corridoi, durante i pasti … La parola “fuori”, si sa, è importante. Possiamo dire che questa è la parola che meglio definisce la missione di Gesù, egli è uscito fuori in qualche modo da se stesso per andare in periferia, dove l’uomo vive perso e in difficoltà”».

Così l’arcivescovo di Lione, il cardinale Philippe Xavier Ignace Barbarin – in tempo di sede vacante arrivava in Vaticano in bicicletta –, rivela come già nelle riunioni pre-conclave Bergoglio abbia usato parole dure per descrivere la situazione della Chiesa. «Cristo è rinchiuso in prigione», ha detto il futuro Papa durante le Congregazioni generali. Parole che hanno convinto i cardinali a sceglierlo perché, dice Barbarin, «quel discorso ha colpito tutti».

È stato il discorso durante le congregazioni a convincere i cardinali a votare Bergoglio oppure il suo nome era nella mente dei cardinali già da prima?
«Il nome del cardinale Bergoglio circolava molto fra i cardinali. Tutti però siamo rimasti colpiti durante le congregazione generali dal suo discorso. Parlava della necessità di guardare altrove. Ha raccontato dell’America Latina, dove il 40 per cento della popolazione è cattolica. Egli è stato in grado di governare la provincia gesuita affidatagli durante il difficile periodo della dittatura militare. Ben presto si è trovato a capo dell’arcidiocesi di Buenos Aires, dove ha mostrato un grande zelo missionario, in un vero spirito di povertà e di vicinanza verso tutte le persone che gli erano state affidate. Ci è apparso come un uomo di grande autorità che sa come impostare il proprio cammino e prendere le decisioni giuste. Già in questi mesi vediamo come tutte queste qualità siano state messe in campo. Soprattutto colpisce la semplicità e la chiarezza delle sue omelie, e insieme il grande programma lanciato per la riforma della curia romana. Questa è la riforma che la Chiesa si aspetta e di cui essa ha grande bisogno».

È urgente questa riforma secondo lei?
«La riforma deve certamente avvenire. Il Consiglio dei cardinali saprà come fare. Ha l’obiettivo di riorganizzare la Chiesa, servendo le chiese locali e collaborando collegialmente con i vescovi del mondo. Possiamo dire della curia ciò che il Papa ha detto della Chiesa: “È buono e sano se essa si occupa prima di se stessa che degli altri”».

Cosa pensa delle riforma dello Ior? È giusto che il Vaticano abbia una banca?
«La questione non è se ci deve essere una banca in Vaticano o meno. È ovvio che il Vaticano ha bisogno di soldi, come ogni diocesi o istituzione della Chiesa. Ma piuttosto la questione è se e come il denaro entra in Vaticano, se tutto è trasparente o meno, verificabile, come le spese sono organizzate».

In questi giorni un sito web cileno ha riportato le parole che il Papa avrebbe detto a dei religiosi sudamericani circa l’esistenza di una “lobby gay” in Vaticano. Esiste davvero secondo lei questa lobby? Perché il Papa ne ha parlato?
«Ovviamente, su questo argomento non so nulla. Quel che è certo è che tutti gli uomini sono peccatori, e quindi anche in Vaticano ci sono uomini che sbagliano. Sarebbe sciocco dire: “Non credete, in Vaticano è impossibile!”. Ma io non voglio amplificare voci e dicerie. Se il Papa ha qualcosa di chiaro da dire in proposito, lo sapremo. E se si decide di agire, lo farà senz’altro».

Ratzinger nella Via Crucis del 2005 al Colosseo parlò della “sporcizia” presente nella Chiesa. Ancora Francesco parla spesso dei “mali” interni alla Chiesa. A cosa si riferiscono?
«Sì, è una triste realtà. La Chiesa, da semplice fedele al vertice della gerarchia è danneggiata e talvolta screditata dai peccati e dagli scandali di coloro che la compongono. Questa è una grande ferita interiore. Naturalmente, siamo tutti peccatori, ma se uno non lascia Cristo fuori di questo peccato, se lui non si assoggetterà alla misericordia di Dio, il danno potrà essere grande, e soprattutto se la persona che pecca si trova in una posizione di notevole responsabilità. Certo, nella storia, abbiamo visto molti Papi non essere di esempio ma crediamo che, nonostante i tanti peccati, la Chiesa goda del sostegno costante dello Spirito Santo. Egli ha parole di vita eterna».

Spesso la Chiesa è chiamata a rapportarsi con i problemi anche più scomodi della gente. Sempre più fedeli vicino situazioni difficili. Le famiglie spesso si sfasciano. Sono tanti i divorziati risposati che non possono accedere alla comunione. Come si comporta con questi problemi a Lione? Quali soluzioni?
«Sì, la sofferenza è sempre più pesante, in generale, sia nella Chiesa di Lione che altrove. Si ha l’impressione che non solo le famiglie, ma l’intera società stia arrivando ad annullarsi, e ci si chiede con una certa ansia dove si andrà in futuro. È in atto una decostruzione quasi desiderata, programmata per staccare le radici ai giovani e qualche volta anche alle famiglie.Ma ognuno ha un suo posto nella Chiesa. Benedetto XVI lo ha ripetuto spesso. Il Signore ha scelto come uno dei pilastri della sua Chiesa un rinnegato, Pietro, che aveva vilmente abbandonato al momento della passione, e un “parassita!” della Chiesa, come Paolo, ed entrambi sono diventati pilastri della costruzione. Così egli saprà utilizzare tutti noi, qualunque siano le nostre debolezze e peccati. Dobbiamo spostare gradualmente (questa è la legge della gradualità, in modo spesso spiegato da Giovanni Paolo II) su un percorso dove la misericordia e l’attenzione per ogni persona sono illimitate. E dove la Parola di Dio è accolta come una verità la luce e in assoluto, anche se ci porta attraverso momenti di sofferenza e angoscia, certamente porta ad un cammino di felicità».

Tuesday 22 October 2013

Prima il Vangelo e poi la dottrina. Il segreto di Jorge Mario Bergoglio secondo Victor Manuel Fernández, uno dei teologi più vicini al Papa

Victor Manuel Fernández, rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina, è una delle prime nomine di Jorge Mario Bergoglio, elevato lo scorso maggio alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, ha un filo diretto col Papa che vede in lui un valido “consulente”. Nel 2007 alla conferenza dei vescovi latino americani ad Aparecida, fu Fernández ad aiutarlo a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro Papa.

Monsignore, vorrei entrare subito “in medias res”. Nel libro con Abraham Skorka, Jorge Mario Beroglio svolge una breve introduzione nella quale parla dell’importanza della “cultura dell’incontro”. E dice che a volte l’uomo arriva a identificarsi di più con “i costruttori di mura che con quelli di ponti”. I media di tutto il mondo lodano le “aperture” di Francesco, stupìti più che altro del fatto che egli non insiste anzitutto sui princìpi ma – come ha detto lui stesso nell’intervista concessa il 19 settembre a Civiltà Cattolica – su “ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus”, insomma sull’essenziale, sul Vangelo. È a suo avviso questo il tratto fondamentale del nuovo pontificato? L’annuncio del Vangelo prima della morale? Oppure qual è il suo tratto caratteristico?
L’annuncio del cuore del Vangelo prima d’ogni altra cosa è una caratteristica importante di Francesco, ma è da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Il Papa pensa che una Chiesa che vuole uscire da se stessa e raggiungere tutti debba necessariamente adattare il suo modo di predicare. Soprattutto, egli applica un criterio proposto dal Concilio Vaticano II spesso dimenticato e trascurato: la “gerarchia delle verità”. Francesco ci invita a riconoscere che molte volte, i precetti della dottrina morale della Chiesa vengono proposti fuori dal contesto che dà loro significato. Il problema maggiore si ha quando il messaggio che la Chiesa annuncia si identifica soltanto con questi aspetti che tuttavia non manifestano per intero il cuore del messaggio di Gesù Cristo. Mentre una pastorale missionaria non può essere ossessionata dalla trasmissione disorganizzata di un insieme di dottrine da imporre con la forza dell’insistenza. Quando la Chiesa assume uno stile missionario diretto a tutti, senza eccezioni o esclusioni, l’annuncio si concentra sull’essenziale, su ciò che c’è di più bello, di più grande, di più attraente e nello stesso tempo di più necessario. Certo, tutte le verità rivelate sono credute con la medesima fede, ma alcune di loro sono più importanti perché esprimono più direttamente il nucleo fondamentale che è la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo. Ci deve essere una proporzione adeguata soprattutto nella frequenza con la quale alcuni argomenti o accenti vengono inseriti nella predicazione. Per esempio, se un parroco lungo l’anno liturgico parla dieci volte di morale sessuale e soltanto due o tre volte dell’amore fraterno o della giustizia, vi è una sproporzione. Ugualmente se parla spesso contro il matrimonio fra omosessuali e poco della bellezza del matrimonio. Oppure se parla più della legge che della grazia, più della Chiesa che di Gesù Cristo, più del Papa che della parola di Dio. Insomma, ogni verità si comprende meglio se posta in relazione armoniosa con tutto il messaggio cristiano, perché in tale contesto tutte le verità si illuminano a vicenda. Il Vangelo invita soprattutto a rispondere all’amore salvifico di Dio, riconoscendolo negli altri e in se stessi, al fine di cercare il bene di tutti. Questo invito non dovrebbe essere posto per nessun motivo in secondo piano! Se questo invito non brilla con forza e appeal, la morale della Chiesa rischia di diventare come un castello di carta: è qui che risiede il nostro più grande pericolo. Il messaggio perde la sua freschezza e cessa di avere il cosidetto “odore del Vangelo”. Certo, c’è poi anche lo stile del Papa, che non solo mira all’essenziale, ma lo esprime in modo chiaro e con segni. E a giudicare dagli effetti di questo fenomeno, non possiamo che guardarlo con occhi positivi, seppure esso dia fastidio in alcuni luoghi minoritari e poco rappresentativi dell’intera Chiesa.

In Italia è recentemente uscito un retroscena secondo il quale nel 2005, se Bergoglio fosse stato eletto Papa, si sarebbe chiamato Giovanni XXIV. Così, infatti, lo stesso Bergoglio avrebbe risposto al cardinale Francesco Marchisano, dalle radici piemontesi come il futuro Francesco, all’atto dell’elezione di Ratzinger. Marchisano era allora arciprete della Basilica di San Pietro. Al di là della veridicità o meno del retroscena, è papa Roncalli il Papa al quale Bergoglio ispira il suo pontificato? E in particolare, a suo avviso cosa pensa egli del Concilio Vaticano II? Si dice che dopo anni di tentativi di interpretare in senso conservatore o progressista il Concilio (le grandi “battaglie” sull’ermeneutica) egli ritenga che sia arrivato il momento di “farlo” il Concilio. È così?
Francesco è diverso da tutti i Papi che l’hanno preceduto. Certo, può avere caratteristiche di uno o dell’altro, ma sempre nella strada aperta dal Concilio. Senza dubbio egli rimane al di fuori delle discussioni teoriche sul Concilio perché semplicemente interessato a continuare lo spirito di rinnovamento e riforma che viene dal Concilio. In questo senso si pone fuori da ogni ossessione ideologica, senza pause o giravolte, con l’intenzione di portare la Chiesa fuori da se stessa così da raggiungere tutti. Ciò che ho detto sul criterio della “gerarchia delle verità” vale anche per molti altri percorsi di riforma che ha aperto il Concilio e che sono rimasti a metà strada.

Per quel che si sa la giornata di papa Francesco ha tre momenti fissi: la meditazione della Scrittura il mattino presto prima della Santa Messa; la recita del Rosario il pomeriggio; un’ora di adorazione eucaristica la sera. Nell’intervista a Civiltà Cattolica ha detto che la sua preghiera è “memoriosa”. Cosa intende? Cosa significa pregare per Francesco? Lo ha mai visto pregare? Come pregava in Argentina?
Il tema della memoria è una cosa su cui egli insiste molto ed è una chiave per conoscerlo. Non dobbiamo guardare le novità che egli porta come uno sradicamento, come un oblìo della storia viva della Chiesa. Egli spiega spesso che la memoria è una dimensione della nostra fede, in analogia alla memoria di Israele. Cita spesso gli Apostoli che non dimenticarono mai il momento in cui Gesù toccò il loro cuore: “Erano circa le quattro del pomeriggio”, dice Giovanni. E spesso ricorda le persone che sono state toccate in modo speciale, così da mostrare a tutti la gioia del credere. A volte si tratta di persone semplici e a noi vicine nella vita di fede. Bergoglio ama ricordare la seconda lettera a Timoteo: “Ho in mente la sincerità della vostra fede, una fede che fu prima in tua nonna Loide e in tua madre Eunice”. Perciò egli crede che la Chiesa non possa rinunciare alla propria ricca tradizione e che sarebbe sciocco pretendere di ripartire da zero. Egli non è un progressista senza radici, come qualcuno vorrebbe presentarlo. La sua preghiera è “memoriosa”, perché quando prega ricorda le persone che ha incontrato nel corso della giornata e cerca di raccogliere il messaggio che gli ha lasciato ciò che ha vissuto. La sua preghiera è piena di volti e nomi. Quando incontra la gente egli si mostra vicino, attento, affettuoso, e porta nella preghiera tutte quelle persone. In questo senso la sua è una preghiera “memoriosa”.

Non è un mistero per nessuno che negli anni passati i rapporti fra il cardinale Bergoglio con la presidente Kirchner sono stati difficili. Di Bergoglio il quotidiano argentino “Il Clarin” ha ricordato la vicinanza al gruppo peronista di destra “Guardia di Hierro”, con cui, negli anni – scrive il quotidiano -, avrebbe continuato a mantenere un legame spirituale. Quanto c’è di vero in questo? E soprattutto: è verosimile che il Papa auspichi in futuro un ritorno in argentina di un peronismo moderato che sappia legare con la Chiesa e i suoi convincimenti?
Penso che il suo rapporto con la presidente Kirchner non sia stato correttamente interpretato. Alcuni hanno creduto che alcune affermazioni delle sue omelie fossero attacchi personali contro di lei. Ma non è così. Del resto nessun politico può dire di avere o di avere avuto Bergoglio come proprio alleato politico, sia di sinistra sia di destra. Perché le sue parole possono soddisfare oggi, ma domani possono essere lette al contrario come pericolosi attacchi. Penso infatti che chiunque ha una qualche forma di potere, anche di potere ecclesiastico, non può non sentire su di sé lo “sperone” di Bergoglio, come una spina nel fianco, perché egli è e sarà sempre l’interprete di coloro che non hanno potere. Nel 2000 Bergoglio ha espresso un suo grande auspicio: “Che il potere non sia un privilegio inespugnabile”. E ciò vale per un presidente, un governatore, un uomo d’affari, un cardinale, e anche per i membri della Curia Romana. Il suo messaggio è il seguente: se hai accettato il potere senza privilegi, è necessario che usi il potere per servire e devi esporti ai reclami di tutti con umiltà, soprattutto i reclami dei deboli sono ascoltati. Se hai accettato una qualche forma di potere, allora devi sottometterti al controllo degli altri. Comunque, una certa affinità di Bergoglio al peronismo c’è e ha a che fare con due fatti: il peronismo assunse con forza la dottrina sociale della Chiesa e i suoi valori e comprese la cultura dei settori più poveri della società. Ma ciò non significa che Bergoglio abbia mai sostenuto un qualche potere politico. Fra l’altro egli ha sempre avuto un dialogo cordiale con tutti i politici.

Nell’intervista a Civiltà Cattolica, Bergoglio cita il beato Pietro Favre come suo modello. Chi fu Favre? Perché è un modello per Bergoglio?
Il beato Favre ha portato alla compagnia di Gesù un particolare modo di accompagnare le persone in un percorso di crescita. Accompagnare è una questione chiave per i gesuiti. Favre ha insistito sulla necessità di dare tempo alla gente, di rispettare i tempi di ognuno. Era un maestro di dolcezza, di pazienza e di dialogo con tutti. Bergoglio ricorda una frase di Favre che dice che “il tempo è il messaggero di Dio”, e la interpreta dicendo che “il tempo è superiore allo spazio”. Favre preferiva non perdere tempo in discussioni teoriche con i protestanti e sottolineava la necessità per la Chiesa di maturare e crescere nella testimonianza del Vangelo. Credo che tutto questo abbia molto a che fare con lo stile di Francesco, lontano da polemiche teoriche e in grado di esprimere le proprie convinzioni in una testimonianza attraente. Le riforme non vengono fatte per forza o in fretta, perché devono essere sempre accompagnate da una riforma interna. Tutto ciò è ben presente in Favre.

Colpisce molto in Francesco la sua ricerca dell’essenziale e anche di una certa austerità. Gira con macchine utilitarie, non ama sfarzi e lussi, visita i profughi e parla ai poveri. A Civiltà Cattolica dice di essere vicino alla corrente mistica di Louis Lallemant e Jean-Joseph Surin. Entrambi predicano la necessità di “spogliarsi” per arrivare a Dio. È questa la strada che Bergoglio vuole compiere?
Il suo non è amore del sacrificio fine a se stesso né un’ossessione per l’austerità. Si tratta di una “spoliazione” interiore, una rinuncia a indugiare troppo su se stessi, così da mettere Dio e gli altri al centro della propria vita e non se stessi. Ciò ha anche un significato pastorale, perché implica stare più vicini ai poveri, ai loro limiti, alla loro condizione sociale, alle loro umiliazioni. Per questo a Bergoglio non piacciono i sacerdoti princìpi o i vescovi “da aeroporto”, o gli ecclesiastici che amano le vacanze troppo costose, le cene nei migliori ristoranti, i preziosi d’oro e d’argento ostentati sui capi di abbigliamento, le continue visite a persone potenti, o coloro che amano parlare molto di se stessi o che si sentono diversi dagli altri. Tutto ciò che è mondanità spirituale che avvelena la Chiesa.

Si parla molto a Roma delle riforma della struttura della Chiesa: una nuova curia romana, una nuovo collegialità nell’esercizio del governo. Di Joseph Ratzinger è famosa la lezione nella quale disse che la vera riforma della Chiesa non è nelle strutture ma nel cuore di ognuno. Qual è a suo avviso l’idea di riforma propria di Bergoglio?
Le due cose insieme, perché la sua idea di riforma non è ideale, ma incarnata. Senza dubbio egli pensa che una riforma esteriore delle strutture non si sostiene senza uno spirito e uno stile di vita adeguato. Ma mi sembra che che la cosa più importante non sia la semplificazione della struttura della Curia romana, ma lo sviluppo di altre forme di partecipazione (sinodi, conferenze episcopali, consultazione dei laici, etc) che negli ultimi anni sono state più formali che reali. Senza dubbio questo sviluppo richiede che alcuni settori della Curia Romana cessino di essere eccessivamente giuridici, inquisitori e insieme maestosi, correndo fra l’altro il rischio di diventare autoreferenziali. Alcune volte ho sentito personalità della in Curia dire “noi” senza includere tutta la Chiesa, e nemmeno il Papa ma soltanto se stessi. Francesco ci ricorda che Gesù in realtà ha dato a Pietro e agli Apostoli una missione speciale, non una struttura centrale che comunque può avere soltanto una funzione ausiliaria.

Più volte papa Francesco ha parlato del Demonio. Nel libro con Skorka vi dedica un capitolo dove afferma: “Credo nell’esistenza del Demonio. Forse il maggior successo in questi tempi è stato farci credere che non esiste, che tutto possa essere risolto su un piano meramente umano. Come dice Giobbe, la vita dell’uomo sulla terra è una lotta…”. Che significato assume nella spiritualità ignaziana la figura del Demonio? Ha mai fatto esorcismi?
Non lo ho mai sentito parlare di esorcismi, ma del Diavolo sì. Penso che il parlare del Diavolo sia un invito a stare attenti, perché se non curiamo la nostra sanità interiore e le nostre reali intenzioni diventiamo facilmente marionette guidate da altre forze di dissoluzione e di menzogna. Significa che la sua visione della vita e della realtà non è ingenua, ma molto realistica. È necessaria una vigilanza serena, fiduciosa nell’amore del Signore, ma costante.

Nelle scorse settimane uno dei pensatori più influenti della cosiddetta teologia della liberazione è stato ricevuto da Francesco. Alcuni commentatori hanno addirittura scritto che con questo gesto “la Chiesa sdogana la teologia della liberazione”. È così? Cosa pensa Bergoglio della teologia della liberazione e in che rapporto sta con essa?
Non è possibile pensare che questo Papa possa sostenere una teologia della liberazione fondata su un’analisi marxista. Tuttavia, egli farà propria ogni difesa della dignità dei poveri e tutte le critiche dei sistemi economici ideologici, di ogni speculazione finanziaria, di ogni assolutizzazione della libertà di mercato, cose che finiscono per creare nuove ingiustizie. D’altra parte i poveri non dovrebbero essere soltanto oggetto di una liberazione operata da altri più illuminati, ma essere rispettati come persone attive, con la propria cultura, un modo proprio di vedere la vita, una religiosità caratteristica.

Come è diventato amico di Bergoglio? Ci sono dei momenti che ricorda in modo particolare della vostra amicizia?
Io non la chiamerei amicizia, ma filiazione. Anche se c’è una grande affinità di idee, per me egli è stato ed è soprattutto un grande padre che è riuscito a riconoscere e promuovere il meglio di me. Così teneramente ha tollerato i miei errori, le vanità e le impazienze, e sempre mi ha spinto, in particolare con la sua testimonianza, a continuare, a maturare e a crescere. Posso citare tre momenti speciali: uno era nel 2007, quando siamo tornati dalla V Conferenza dei vescovi ad Aparecida, dove ho rappresentato i sacerdoti argentini. Viaggiavo con lui sul volo di ritorno verso Buenos Aires e per tre ore abbiamo discusso alcune questioni che mi hanno aiutato a capire il suo pensiero. Un altro momento importante fu nel suo ufficio, quando alcune persone anonime avevano inviato in Vaticano alcune critiche su tre miei articoli. Ma dopo un anno e mezzo le risposte che io inviavo per chiarire sembravano non convincere. In quell’occasione abbiamo avuto un grande colloquio spirituale nel quale egli ha insistito perché io alzassi la testa e non lasciassi che mi togliessero la dignità. Infine, il mio incontro con lui a Santa Marta nel mese di agosto quando gli ho dato un abbraccio già da vescovo.

Wednesday 25 September 2013

Una rosa bianca per papa Francesco

Una rosa bianca. È il dono che papa Francesco ha ricevuto domenica 8 settembre mentre passeggiava nei giardini vaticani. Un giardiniere l’ha colta e gliel’ha donata. Chi era con lui dice che grande è stato il suo stupore, perché per Jorge Mario Bergoglio ricevere una rosa bianca è un segno del cielo. Un «segnale» — è la parola esatta che egli stesso ha usato nel libro intervista “El Jesuita” con Sergio Rubin e Francesca Ambrogetti — proveniente direttamente dalla santa della quale egli è devoto: Teresina di Lisieux, la monaca carmelitana morta a soli 24 anni e che il 19 ottobre 1997 Giovanni Paolo II dichiarò dottore della Chiesa (la terza donna a ricevere tale titolo dopo Caterina da Siena e Teresa d’Avila).

Domenica 8 settembre non era un giorno qualunque per Francesco. La sera prima egli aveva convocato una veglia di preghiera per la pace. Era preoccupato. Ma la rosa ricevuta inaspettatamente gli ha fatto comprendere che la sua preoccupazione era stata accolta in cielo, direttamente da Teresina. Lo Spirito parla spesso così, usando segni che ai più dicono nulla. È il suo linguaggio, un parlare che chiede la fede per essere compreso.

L’episodio è stato raccontato nei giorni scorsi da un vescovo italiano che nelle ore successive alla veglia era stato ricevuto in udienza. Il Papa gli ha permesso di raccontarlo durante la presentazione di un libro dedicato proprio alla giovane santa francese svoltasi a Pedaso in provincia di Fermo: “Teresa di Lisieux. Il fascino della santità. I segreti di una dottrina ritrovata”, di Gianni Gennari (Lindau).

È alle pagine 125 e 126 di “El Jesuita” che Rubin e Ambrogetti, descrivendo la biblioteca di Bergoglio a Buenos Aires, raccontano del «segnale» delle rose bianche. Scrivono: «Ci soffermiamo su un vaso pieno di rose bianche in uno scaffale della biblioteca, davanti a una foto di santa Teresa. “Quando ho un problema”, spiega Bergoglio ai due giornalisti, “chiedo alla santa — Teresina, ndr —, non di risolverlo, ma di prenderlo in mano e aiutarmi ad accettarlo, e come segnale ricevo quasi sempre una rosa bianca”».

Bergoglio, nella veglia del 7 settembre, ha chiesto aiuto a Teresina. Il Papa, infatti, ha recitato i misteri gaudiosi del Rosario e, al termine di ogni mistero, dopo un brano del Vangelo, ha letto cinque brani di una poesia scritta dalla santa: “Perché ti amo o Maria”. È la poesia dove dice fra le altre cose che Gesù «sarà fratello di tanti peccatori tanto da chiamarsi tuo — si riferisce a Maria, ndr — primogenito».

È nel rapporto intimo e personale di Bergoglio con Teresina che si evidenzia uno dei tratti della sua personalità e del suo pontificato. Un filo diretto con il cielo per il Papa, come era per Karol Wojtyla il rapporto con santa Faustina Kowalska.

Mentre era ancora in vita, santa Teresina promise che dopo la sua morte avrebbe fatto piovere dal cielo dei “petali di rose”, ossia delle grazie concesse da Dio per sua intercessione. Diceva: «Un’anima infiammata di amore non può restare inattiva. […] Se voi sapeste quanti progetti faccio su tutte le cose che farò quando sarò in cielo. […] Sì, voglio passare il mio cielo a fare del bene sulla terra».

Il 3 dicembre 1925, un gesuita, padre Putigan, cominciò una novena a santa Teresa chiedendo una grazia importante. Il gesuita domandò anche di ricevere da qualcuno una rosa come segno che ciò che egli chiedeva corrispondeva alla volontà di Dio e che, quindi, la sua preghiera sarebbe stata esaudita. Non fece parola con nessuno della novena che stava facendo. Al terzo giorno ricevette una rosa da una persona sconosciuta e ottenne la grazia. Cominciò un’altra novena. Il quarto giorno di questa seconda novena una suora-infermiera gli portò una rosa bianca dicendogli: «Santa Teresa vi manda questa rosa». Padre Putignan, ricevuta la grazia che aveva chiesto, prese la decisione di diffondere questa novena, detta “Novena delle rose”. Oggi questa novena si pratica in tutto il mondo.

Papa Francesco ha più volte parlato nei primi mesi di pontificato di Teresina. Una volta è stato durante la conferenza stampa (28 luglio 2013) tenuta sull’aereo che lo riportava a Roma dal Brasile, meta del suo primo viaggio apostolico fuori dall’Italia. Quando gli è stato chiesto cosa contenesse una valigia nera che il Papa ha trasportato da solo sull’aereo ha detto: «Non c’era la chiave della bomba atomica! Mah! La portavo perché sempre ho fatto così: io, quando viaggio, la porto. E dentro, cosa c’è? C’è il rasoio, c’è il breviario, c’è l’agenda, c’è un libro da leggere – ne ho portato uno su santa Teresina di cui io sono devoto».

Si è saputo poi che il libro in questione era il libro sopra citato “Teresa di Lisieux. Il fascino della santità. I segreti di una dottrina ritrovata”, di Gianni Gennari.

Tuesday 03 September 2013

Anche S. Francesco pregherà per la Pace in Siria

Papa Francesco ha chiamato...e moltissimi stanno rispondendo.

La mobilitazione chiesta dal Papa per la pace in Siria si sta estendendo a vista d'occhio, coinvolgendo ambienti laici, religiosi, cattolici e non.

Anche i frati francescani di Assisi si uniscono alla preghiera, attraverso il segno grandell'apertura della tomba di S. Francesco.

Come riferisce infatti l'ANSA, la  Basilica Inferiore di San Francesco d'Assisi resterà aperta, in via del tutto eccezionale, da oggi a venerdì fino alle 22 per pregare sulla Tomba del Santo per la pace in Siria e per coloro che sono chiamati a garantire le vie della giustizia nel mondo.

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Saturday 31 August 2013

Un grazie al cardinal Bertone

Forse sarò l’unica ma vorrei dire grazie al cardinale Bertone. Lo posso fare con serenità perchè sono stata la prima forse a criticare il suo modo di fare il Segretario di Stato. Ma oggi a fronte di tante critiche corali nate spesso da una cattiva lettura della vicenda vatileaks credo che il grazie a questo cardinale, che mai ha tradito la fiducia del Papa e della Chiesa, sia doveroso.

Thursday 01 August 2013

Lo IOR in bilico tra Curia e outsourcing

“Cari Utenti,

benvenuti nel sito web dell'Istituto per le Opere di Religione (IOR).”  Approccio morbido e friendly per il sito dello IOR. Atteso e promesso sembra più un lavoro di marketing aziendale che un vero sito di informazione. Di fatto le informazioni si trovano tutte nei link al sito della Santa Sede dove erano a disposizione di tutti da parecchio tempo.

Altre informazioni sono le stesse anche se riformulate, che vennero fornite poco più di un anno fa dall’allora direttore generale Paolo Cipriani che decise, dopo il difficile periodo Gotti Tedeschi, di invitare i giornalisti accreditati in Vaticano, ad un tour con tanto di lezione e slides, dell’ Istituto.

Monday 15 July 2013

Se vi piacciono i thriller, ne ho scritto uno

«L’empio fugge anche se nessuno lo insegue, mentre il giusto è sicuro come un giovane leone». (Proverbi 28, 1)

Leggi un capitolo gratis QUI.

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Tuesday 11 June 2013

Sull'aereo di Papa Benedetto- La presentazione alla Radio Vaticana

Sarà presentato giovedì 13 giugno alle ore 17.30 presso la Sala Marconi della Radio Vaticana (Piazza Pia, 3 – Roma), il volume “Sull’aereo di Papa Benedetto. Conversazioni con i giornalisti”, curato per la Libreria Editrice Vaticana dalla giornalistaAngela Ambrogetti, direttrice della testata online Korazym.org.

Insieme alla curatrice, interverranno: padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa della Santa Sede e direttore generale della Radio Vaticana; Salvatore Mazza, giornalista di Avvenire e presidente dell’Aigav; Albert Link, corrispondente del quotidiano tedesco Bild. La presentazione sarà moderata da Javier Martínez-Brocal, direttore di Rome Reports.

 

24 viaggi apostolici in ogni continente. E per ogni volo una conferenza stampa in aereo. “Il Papa non ha mai – dico assolutamente mai – rifiutato o fatto alcuna obiezione circa alcuna domanda che gli fosse stata presentata” afferma padre Federico Lombardinell’introduzione al volume, che presenta le conversazioni tenute da Benedetto XVI con i giornalisti ammessi sul volo papale durante i suoi viaggi in numerosi Paesi del mondo, dal primo a Colonia per la XX Giornata Mondiale della Gioventù, nell’agosto del 2005, a quello in Libano nel settembre del 2012.

Saturday 18 May 2013

I cristiani parlano troppo...degli altri: parola di Papa Francesco.

Per il papa, che ha pronunciato nuovamente parole forti durante la Messa mattutina a Santa Marta, i cristiani hanno proprio il vizio di parlare troppo degli altri. Pettogolezzi e farsi troppo gli affari degli altri, detto in parole povere, sono una mina vagante costante nella vita della Chiesa.

«Quanto si chiacchiera nella Chiesa! Quanto chiacchieriamo noi cristiani!». Lo ha detto papa Francesco - riferisce Vatican Insider - nella messa di stamane a Santa Marta. Per Bergoglio, «la chiacchiera è proprio spellarsi, farsi male l'uno all'altro». «Le chiacchiere sono distruttive nella Chiesa», ha aggiunto  il Pontefice.  Secondo Bergoglio, il cristiano deve vincere la tentazione di «mischiarsi nella vita degli altri». Il Papa, secondo quanto riferisce la Radio Vaticana, ha inoltre sottolineato che chiacchiere e invidie fanno tanto male alla comunità cristiana e che non si può «dire soltanto la metà che ci conviene».

Ma non ha solo parlato di questo il santo Padre.

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Friday 12 April 2013

Unioni gay: la Consulta chiede di intervenire, ma non con l'equiparazione del matrimonio.

Oggi è arrivata una ammonizione della Consulta su alcuni noti ritenuti irrisolti, nel panorama politico e istituzionale italiano.

La Consulta ha chiesto un intervento sulla legge elettorale, ma - soprattutto - ha chiesto che venga fatto qualche cosa per tutelare i diritti ed i doveri delle persona omosessuali, che intendano costituire una unione stabile.

"Il legislatore deve affrontare il nodo delle unioni gay", ha riferito Gallo parlando di fronte alle più alte cariche dello Stato. Queste le parole: "La Corte ha escluso l'illegittimità costituzionale delle norme che limitano l'applicazione dell'istituto matrimoniale alle unioni tra uomo e donna, ma nel contempo  ha affermato che due persone dello stesso sesso hanno comunque il diritto fondamentale di ottenere riconoscimento giuridico, con i connessi diritti e doveri, della loro stabile unione". La Consulta, ha ricordato Gallo, "ha perciò affidato al Parlamento la regolamentazione della materia nei modi e nei limiti più opportuni".

Cosa significa questa frase?

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Thursday 14 March 2013

Papa Francesco: sarà il Papa dell'ecumenismo e del dialogo.

Le parole che Papa Francesco ha pronunciato ieri sera subito dopo l'elezione, sono state poche. Significative, grandemente, insieme ai gesti compiuti.

Una parentesi: dovremo di nuovo abituarci a gesti di questo tipo, ed anche il servizio di sicurezza....che avrà un bel lavoro da fare, con questo Papa che si prefigura già come molto, molto libero...dai protocollo.

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Ma le parole di ieri hanno avuto una grande rilevanza dal punto di vista del dialogo e del'ecumenismo.

Mi riferisco alle parole con le quali il Papa ha parlato di sè: come tutti hanno notato non ha mai citato la parola "papa", ma ha sempre utilizzato la parola "vescovo di Roma".

 

Tra l'altro, anche nel ringraziamento nei confronti di Benedetto XVI chiamato, anch'egli "vescovo emerito di Roma".

 

Dal sito Aleteia.org riporto le parole del Papa:

Fratelli e sorelle, buona sera!

Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un vescovo a Roma, sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo. Ma siamo qui. Vi ringrazio dell'accoglienza. La comunità diocesana di Roma ha il vescovo. Grazie! E prima di tutto vorrei fare una preghiera per il nostro vescovo emerito Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca...

[Preghiera Padre Nostro, Ave Maria, Gloria al Padre]

E adesso incominciamo questo cammino, vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma che è quella che presiede nella carità tutte le chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia fra noi. Preghiamo sempre per noi, l'uno per l'altro. Preghiamo per tutto il mondo perché ci sia una grande fratellanza. Mi auguro che questo cammino di Chiesa che oggi incominciamo e in cui mi aiuterà il mio cardinale vicario qui presente sia fruttuoso per l'evangelizzazione di questa tanto bella città. E adesso vorrei dare la benedizione. Ma prima vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica. La preghiera del popolo perché chieda la benedizione per il suo vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me.

 

Ma perchè il Papa ha parlato così, perchè si è rivolto a Roma, alla sua città...quasi, dimenticando...il mondo che gli stava praticamente tutto davanti?

Non certamente per provincialismo: alcuni forse l'hanno colto così..ma nolla è più distante dalla realtà.

C'è a mio avviso un motivo, cosicnetemente voluto, per il quale il papa ha utilizzato queste parole, e questo motivo non è stato neppure l'umiltà...francescana.

Il motivo è stato l'ecumenismo.

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Wednesday 13 March 2013

Il gabbiano ed il Conclave: quando i media non sanno cosa dire!

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In queste ore è tanta l'apprensione e l'attesa da parte del mondo cattolico (e non solo) per l'esito del Conclave.

Si stanno ascoltando fiumi di parole: trasmissioni televisive e radiofoniche, dirette web, twitter, facebook...e chi più ne ha più ne metta.

Non c'è dubbio che questo sia davvero il Conclave più mediatico degli utlimi anni.

Chiaramente tutti sono con gli occhi all'insù, per seguire, anche in televisione, l'andamento delle votazioni vaticane. Inoltre moltissimi media stanno coprendo con grande intensità gli eventi in diretta oltre che avere realizato molteplici servizi ed interviste.

Oggi poi un nuovo personaggio si è affacciato sul Conclave, con una dirompenza mediatica...quasi sopra le nuvole: un gabbiano.

Un gabbiano che, non credo di sbagliarmi, sta davvero diventando una star della riflessione mediatica di questo evento sul quale, con buona pace di tutti, non si può che dire una parola che abbia senso: ASPETTARE. Punto.

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Tuesday 19 February 2013

Il coraggio, la libertà e il pudore di Benedetto XVI

Ci vuole un grande coraggio a riscoprire il senso del limite. E ci vuole umiltà. La notizia che lunedì 11 febbraio 2013 si è diffusa con la velocità del fulmine, le dimissioni del Papa, è sembrata a molti uno scherzo. Telefoni che squillano, e mail, sms, chat impazzite. Benedetto XVI si dimette dal 28 febbraio alle 20.00. Pazzesco, inaudito. Eppure no, era molto più prevedibile di quanto si potesse immaginare. Non abbiamo saputo leggere i segni, a cominciare da quando, ancora Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, aveva detto che Papa Giovanni Paolo II avrebbe fatto bene a dimettersi negli ultimi mesi della sua vita. Lo avevamo dimenticato. Poi a novembre del 2010 esce un libro intervista di Benedetto XVI “ Luce del Mondo”. Ci sono tanti temi, compreso quello delle dimissioni. Ma in modo chiarissimo. Non per paura, o davanti alle difficoltà , “davanti ai lupi” come aveva detto all’inizio del Pontificato. “Quando il pericolo è grande non si può scappare. Ecco perchè questo sicuramente non è il momento di dimettersi” diceva il Papa nell’estate del 2010. Lo scandalo degli abusi sessuali del clero era al suo massimo livello di mediaticità, nella Chiesa si sentivano strani scricchioliii. No, non si poteva lasciare. E poi le vicende dei lefbreviani, e quella difficile attuazione del Concilio che , dopo anni di entusiasmi, aveva portato a profondi ripensamenti. C’è anche chi racconta che negli anni il teologo Joseph Ratzinger avesse perso non dico la fede ma la speranza. Era stato Luigi Giussani a ridargli la gioia della vita nella Chiesa. Ratzinger il Pessimista? Per certi aspetti forse si, o meglio Ratznger il realista che sa che oggi il compito di un Papa è riportare Dio al centro della storia, nel cuore dell’ uomo.

Monday 11 February 2013

Benedetto XVI si dimette dal pontificato. Notizia shock e approfondimenti.

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La notizia delle dimissioni, o meglio della rinuncia al Pontificato, di Benedetto XVI, sta facendo il giro del mondo e sta creando molto turbamento nella Chiesa.

Così è stata data, e così ce la riporta il sito Aleteia.org.

Carissimi Fratelli,

vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l'età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell'animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l'elezione del nuovo Sommo Pontefice. Carissimi Fratelli, vi ringrazio di vero cuore per tutto l'amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero, e chiedo perdono per tutti i miei difetti. Ora, affidiamo la Santa Chiesa alla cura del suo Sommo Pastore, Nostro Signore Gesù Cristo, e imploriamo la sua santa Madre Maria, affinché assista con la sua bontà materna i Padri Cardinali nell'eleggere il nuovo Sommo Pontefice. Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio.

 

Non c'è dubbio che la notizia è davvero...la notizia del secolo, anzi, forse, del millennio. Per la novità totale di questo gesto, e per la lucidità con cui questa grandissimo Papa ce l'ha proposta. 

Anche diversi siti ci aiutano a entrare in questo evento, ponendoci domande ed aiutandoci a dare delle risposte.

 

Non un gesto di codardia, non un gesto di affaticamento: ma un gesto responsabile, lucidissimo...che probabilmente solo Papa Ratzinger...poteva fare.

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Thursday 14 April 2011

L’esperimento di Riace

Una risposta positiva al problema dell’immigrazione

di Lucetta Scaraffia

L’arrivo di questa ondata di migranti ha di nuovo messo in moto nell’opinione pubblica italiana il dibattito fra chi li vuole accogliere e chi li vuole respingere. Questo, mentre davanti ai nostri occhi sfilano immagini drammatiche e coinvolgenti, tra speranza e disperazione: da una parte, la madre che ha partorito nel barcone, riuscendo a salvare sé e la piccola, dall’altra i corpi dei molti che muoiono fra le onde, vittime dei trafficanti di esseri umani, oltre che del maltempo e di imbarcazioni fatiscenti.

La Chiesa predica il dovere, che è umano e cristiano, dell’accoglienza nei confronti di chi è più sventurato di noi — che, oltretutto, di lavoratori immigrati abbiamo assolutamente bisogno — ma non sempre è facile tradurre in fatti queste esortazioni. Ci vuole anche un po’ di inventiva, di coraggio e di fantasia. Come quella che hanno avuto gli abitanti di Riace, paese sulla riva ionica della Calabria, composto, come tutti quelli della zona, di un nucleo antico sul cocuzzolo di una collina, lontano dal mare, e di un nuovo abitato in via di espansione lungo la costa (proprio quella dove sono stati trovati i celeberrimi bronzi).

Oggi, il centro antico, che per decenni era stato abbandonato e si stava deteriorando irrimediabilmente, è tornato alla vita. Lo abitano immigrati di varie provenienze, tutti profughi politici, che i cittadini di Riace hanno accolto, a cominciare dai trecento curdi arrivati una decina di anni fa.

Gli immigrati hanno avuto un tetto, qualcosa da mangiare ma anche, cosa ben più importante, un lavoro: all’interno delle antiche mura, infatti, sono nate tante piccole aziende artigianali — ceramica, tessitura, preparazione di prodotti alimentari — dove lavorano, fianco a fianco, italiani e immigrati.

Così chi attraversa questo centro sereno e laborioso vede bimbi di diverse provenienze giocare tra loro, calabresi e africani lavorare insieme; ma anche una rinascita economica che porta benefici a tutti, indistintamente: i bambini nella scuola sono aumentati, rendendo così necessario un numero maggiore di insegnanti e impiegati; gli operatori culturali, che si occupano dell’integrazione e insegnano l’italiano, sono in maggioranza originari del luogo; sono rinate industrie artigianali locali come la tessitura della ginestra e gli abitanti delle case abbandonate del borgo ricevono un affitto, basso, ma comunque guadagnano qualcosa e hanno chi restaura le loro case altrimenti destinate alla rovina. E il finanziamento che il ministero italiano dell’Interno ha stanziato per questo esperimento — 24 euro per immigrato — è servito a dare nuovo impulso anche all’economia locale.

È insomma una situazione nella quale i benefici reciproci sono chiari a entrambe le comunità e la convivenza non risulta difficile, tanto che il paese proprio per questo è diventato un’attrazione turistica. Per valorizzarla, alcune case sono state destinate a ospitalità diffusa nel tessuto urbano ed è stato aperto un ristorante. Sulla sua porta si vede ancora il segno di due proiettili: non tutti a Riace hanno gradito questa rinascita. Ma molte persone e intere scuole vengono a vedere questo miracolo quotidiano, e cercano di capire il segreto di un’accoglienza riuscita.

Il segreto sta certo nella tenacia di Mimmo Lucano, attuale sindaco e animatore del progetto, che interviene continuamente a migliorarlo. Ma sta anche in una iniziativa, nella diocesi dove è stato vescovo amatissimo monsignor Bregantini, nata dal basso grazie a una associazione — Città futura don Puglisi — fondata nel 1999 da ragazzi del luogo intorno alla chiesa parrocchiale e che oggi ha sede in un palazzo del centro antico, vero cuore della vita di Riace.

Certo, il successo dell’esperimento è dovuto anche al numero abbastanza ridotto degli immigrati, al loro essere profughi politici e quindi desiderosi di integrarsi nel nuovo paese, non potendo tornare in patria. Non è facilmente riproponibile in tutte le situazioni: anzi, in qualche modo, proprio le condizioni della sua riuscita mettono in luce le difficoltà che si incontrano in altre situazioni.

Ma il solo fatto che esista una simile realtà, che qualcuno sia riuscito a creare e mantenere questo difficile equilibrio — che dura da più di dieci anni — costituisce un esempio a cui guardare, un caso che fa pensare. Allora, la soluzione del problema immigrati sta forse proprio nell’inventare qualcosa di positivo. Invece di scrollare le spalle con indifferenza.

Saturday 02 April 2011

Nostro contemporaneo

La seconda parte del «Gesù di Nazaret»

Il nuovo libro di Ratzinger-Benedetto XVI rende Gesù di Nazaret nostro contemporaneo. Nel gran disordine che regna sotto il cielo l’irrompere di un libro tanto appassionante accende interrogativi che toccano in profondità le nostre inquietudini. Ciascuno può trovarvi qualche luce per uscirne. Vi si raccontano i tre giorni cruciali dell’esistenza di Gesù, le sue ultime ore di vita scandite dalla passione e morte; l’inizio del tempo nuovo, la risurrezione, vero spartiacque della storia che origina un pensiero alternativo sul futuro del mondo e delle speranze umane.

L’autore è convinto che il confronto positivo con Gesù di Nazaret possa essere una soluzione anziché un problema per l’umanità. La sua indagine è convincente, ragionevole e rispettosa di culture e punti di vista differenti. Interessarsi a Gesù ha senso — si percepisce tra le righe — perché è l’unico risorto della storia, il Vivente immerso in ogni epoca e perciò nel nostro presente; compagno di viaggio affidabile che ci introduce negli orizzonti sconosciuti della vita oltre la morte.

Chiunque volesse capire questo misterioso Signore può calarsi nei giorni finali della sua vita terrena.

Pagina dopo pagina, dalle parole e dai comportamenti di Gesù, il teologo diventato Papa trae i tasselli di una carta d’identità dell’essere cristiano. Da un lato salda l’esperienza del patire, dell’angoscia e della tenerezza del Nazareno con l’insieme del pianto e del dolore smisurati delle vittime di ogni tempo e, dall’altro, ci aiuta a leggere frammenti del mistero del male e della sofferenza non più invincibili dopo la sua agonia nell’orto degli ulivi e l’abbandono sulla croce. La risurrezione di Gesù non è un tardivo volo pindarico dei suoi discepoli delusi che, non potendolo dimenticare, lo trasformarono in mito.

È una realtà veramente accaduta, alla pari della crocifissione e della morte. Mentre però del dolore e della morte che impastano la storia abbiamo una conoscenza sperimentale, della risurrezione abbiamo una conoscenza per fede. Si tratta di una fede ragionevole, ma sempre fede. Anzi, ci ricorda Papa Ratzinger, la fede cristiana è fondata sulla risurrezione. Poiché è strettamente collegata alla croce, la memoria della risurrezione è altrettanto pericolosa per la sapienza umana. Per i discepoli che attendevano un messia regale e vittorioso, la morte di Gesù è stata sconvolgente; la risurrezione, una volta verificata, ne ha cambiato la prospettiva, decidendoli a seguire il Maestro finalmente compreso.

Nel mistero della passione, morte e risurrezione — ci ricorda l’autore — sono racchiuse alcune delle questioni profonde dell’esistenza. E nel processo a Gesù è presente la critica radicale alle politiche basate sull’inganno e la violenza anziché sulla verità. Il destino del mondo si gioca sulla verità, non sulla forza che rimane una soluzione illusoria. Occuparsi di Gesù è occuparsi di tale destino poiché egli è venuto per rendere la più autorevole testimonianza alla verità che la prospettiva cristiana identifica con Dio.

Nello stile dei Padri della Chiesa, Papa Ratzinger non scrive per puro godimento intellettuale, ma offre un libro per la vita. La lettura ci immerge nella profondità del mistero cristiano, svelandoci quanto poco sia conosciuto e gustato. Con la scelta di una interpretazione dei racconti della passione basata sulla storia e sulla fede non contrapposte ma complementari, l’autore conferma la teologia conciliare e pone fine al pregiudizio nei confronti del popolo ebraico accusato nei secoli di deicidio. Nei vari momenti esaminati, dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Benedetto XVI sceglie un linguaggio nuovo e accessibile senza perdere profondità.

Chiama la Chiesa «la comunità dei discepoli» di Gesù; definisce la caritas «premura per l’altro», non un secondo settore del cristianesimo accanto al culto, «ma radicato proprio in esso e ne fa parte». C’è emozione per la lotta tra bene e male nella notte del Getsemani dove Gesù «trascina la natura recalcitrante in alto verso la sua vera essenza» e porta «il travaglio dell’essere uomini in alto verso Dio». L’ascensione è tradotta in una «vicinanza permanente» di Gesù con noi, un «entrare nel mistero di Dio» e un’altra dimensione dell’essere.

Si descrive, infine, la risurrezione, come fenomeno totalmente nuovo, una nuova dimensione dell’essere uomini, una mutazione decisiva, un salto di qualità; un nuovo genere di futuro per gli uomini, una nuova dimensione dell’esistenza umana, inclusa nell’atto di donare la vita. L’amore e la risurrezione — insiste l’autore — sono i due motivi distintivi dell’essere cristiani. La risurrezione come «mutazione» genetica compiuta da Dio in Gesù e promessa a tutti; l’amore come metodo di vita che distingue i figli di Dio e per il cosmo dischiude già ora un futuro di speranza.

c. d. c.

Tuesday 29 March 2011

Dall’abisso del male

Il pellegrinaggio di Benedetto XVI alle Fosse ardeatine — così l’ha voluto definire lo stesso Papa — per rendere omaggio alle vittime dello spaventoso eccidio, che resta indelebile tra i numerosissimi orrori della seconda guerra mondiale, non ha trovato molto spazio nei media. Forse anche per il succedersi incalzante e drammatico di notizie nel panorama internazionale.

Eppure la visita di Benedetto XVI a questo sacrario «caro a tutti gli italiani» — in continuità con quelle di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, e con la volontà di pregare e «rinnovare la memoria» — ha un significato particolare, che rimane. Il loro successore ha infatti compiuto un altro passo nella ricomposizione della memoria di quel conflitto che contribuì a sprofondare il Novecento nell’abisso del male. Come aveva affermato lo stesso Benedetto XVI un mese esatto dopo la sua elezione riflettendo sulle ultime successioni papali.

In questo modo non bisogna forse considerare, aveva detto il nuovo Papa, «il fatto che sulla cattedra di Pietro, ad un Pontefice polacco sia succeduto un cittadino di quella terra, la Germania, dove il regime nazista poté affermarsi con grande virulenza, attaccando poi le nazioni vicine, tra le quali in particolare la Polonia? Entrambi questi Papi in gioventù — seppure su fronti avversi e in situazioni differenti — hanno dovuto conoscere la barbarie della seconda guerra mondiale e dell’insensata violenza di uomini contro altri uomini, di popoli contro altri popoli».

Alla presenza del rabbino capo della più antica comunità della diaspora occidentale, ferocemente colpita dalla persecuzione razziale anche alle Fosse ardeatine, il vescovo di Roma, «città consacrata dal sangue dei martiri», ha voluto incontrare a lungo i familiari delle vittime — cattolici ed ebrei insieme — e ha reso omaggio alla loro memoria, in un luogo vicino alle catacombe e dal quale ancora una volta si è levata la preghiera dei Salmi, con le parole che da molti secoli ebrei e cristiani innalzano all’unico Dio.

Quel Dio al quale, nell’ora delle tenebre, si rivolsero due caduti, come altri in quei giorni, per affermare la fede «in Dio e nell’Italia» e invocare la protezione degli ebrei «dalle barbare persecuzioni». Benedetto XVI ha citato le loro parole, ricordando il centocinquantesimo anniversario dell’unità del Paese e ripetendo che nel Padre di tutti è possibile un futuro diverso. Che non offenda il Nome santo di Dio e l’essere umano, creato a sua immagine.

g. m. v.

Monday 28 March 2011

Da Gerusalemme a Parigi

L’intuizione di Benedetto XVI di un nuovo spazio dove laici e non credenti possano essere accolti con amicizia per condividere con chi crede la ricerca dell’unico Dio sta prendendo forma. Nella visione papale questa proposta è rappresentata dall’immagine del «cortile dei gentili» nel Tempio di Gerusalemme — dove appunto erano ammessi i pagani attratti dalla religiosità ebraica — ed è stata assunta dall’organismo curiale che si occupa del mondo della cultura con originale creatività.

Carica di simboli è stata così la scelta di Parigi — la «città dei Lumi» emblema di quella modernità contraddittoria e drammatica nata dagli ideali e dagli errori della rivoluzione francese — per l’esordio di questa iniziativa. Che senza dubbio è tra le più importanti decise da un Papa tanto mite quanto coraggioso, uomo di fede e teologo profondo, abituato sin da giovane al confronto, soprattutto nel mondo universitario, con chi è al di fuori dei confini visibili della Chiesa.

Uso dunque a esprimersi con parole comprensibili a tutti, Benedetto XVI ha voluto essere presente a Parigi con un messaggio ai giovani riuniti davanti a Notre-Dame, in uno spazio aperto oggi come venti secoli fa era accessibile ai pagani il cortile esterno del Tempio gerosolimitano. Dal grande santuario di un ebraismo sempre più caratterizzato da aspirazioni universalistiche rimanevano però esclusi i non giudei.

A cambiare tutto è stata la venuta di Cristo, quella luce vista da Giovanni che illumina ogni essere umano e ha abbattuto «il muro di separazione» tra ebrei e gentili, e dunque ogni divisione: anche quella tra credenti e non credenti. E perché non fosse reso difficile l’accesso dei pagani allo spazio loro riservato nel santuario di Gerusalemme Gesù aveva cacciato chi di questo luogo si approfittava per lucro. Per questo Benedetto XVI in molti modi si fa capire. Come hanno dimostrato, diversamente ma con straordinaria efficacia, i suoi ultimi due libri.

Ed efficaci per credenti e non credenti sono risuonate a Parigi le sue parole, rivolte ai giovani, ma più in generale alle donne e agli uomini di oggi. Il Papa ha così rinnovato l’invito che nel succedersi dei secoli e sino alla fine dei tempi la Chiesa di Cristo non si è stancata e non si stancherà di rivolgere: di non aver paura di aprire a Dio i cuori e le società. Senza timore di assumere le parole — libertà, uguaglianza, fraternità — che hanno riassunto gli ideali rivoluzionari, tante volte poi brandite con asprezza contro la Chiesa e il cristianesimo, e che pure dal cristianesimo sono nate.

Comuni sono moltissime aspirazioni di credenti e non credenti, per costruire «un mondo nuovo e più libero, più giusto e più solidale, più pacifico e più felice». Allora — dice Benedetto XVI — tra chi crede e chi non crede deve cadere, nel riconoscimento reciproco, ogni diffidenza: Dio non è un pericolo per la società e la vita umana e non lo è naturalmente la ragione, purché non si pieghi agli interessi e all’utilità, come spesso avviene. Per questo il Papa ha invitato i giovani parigini, riuniti davanti a Notre-Dame, senza distinguere tra credenti e non credenti, a non fermarsi nel cortile dei gentili. E a entrare invece nella cattedrale, dove come incenso si alzava la preghiera della sera.

g.m.v.

Friday 25 March 2011

Una rivoluzione femminile

A tre anni dalla morte la prima biografia di Chiara Lubich

di Lucetta Scaraffia

A tre anni dalla scomparsa, è uscita la prima biografia di Chiara Lubich, scritta da Armando Torno per Città Nuova: un libro che sceglie volutamente un tono non agiografico per descrivere quella che è sicuramente una delle più straordinarie esistenze del Novecento. Una narrazione piana, costruita attraverso le testimonianze delle focolarine e dei focolarini che sono stati più vicini alla loro fondatrice. Un racconto che volutamente mette sullo stesso piano le vicende umane e le esperienze mistiche di Chiara; rispettando, in questo modo, il suo carattere riservato, la sua capacità di stare al centro di tutto ma al tempo stesso di scomparire come persona.

Mi è capitato di incontrarla personalmente una sola volta, l’8 marzo di qualche anno fa, al Quirinale, dove era arrivata per ricevere un’importante onorificenza dal presidente della Repubblica italiana. Era entrata sorridendo, come sempre, senza preoccuparsi se nessuno dei presenti dava segno di riconoscerla e di darle onore. A me, che le ero andata incontro emozionata, ha riservato un sorriso timido e dolce, e ha declinato con semplicità ogni mio tentativo di far sapere ai responsabili del cerimoniale che era arrivata.

La biografia rispetta questo suo atteggiamento umile e ritroso, profondamente disponibile al contatto umano ma del tutto indifferente alla notorietà, e alla ribalta che pure le spettava. A tal punto che si coglie l’importanza di Chiara nella storia del Novecento quasi più dalla cronologia comparata, molto ben fatta, che si trova in appendice al volume e che dà conto della ricchezza delle forme di aggregazione da lei create all’interno del mondo cattolico, della sua straordinaria capacità di costruire momenti di incontro e di vero dialogo con esponenti e fedeli di altre religioni, della fecondità spirituale che ha segnato la sua vita interiore.

Una fecondità che ha sempre condiviso con le sorelle e i fratelli più vicini, e poi con tutti coloro che rivelavano disponibilità all’ascolto, consapevole che i tempi in cui si trovava a vivere richiedevano un’immediata condivisione di quanto lei, strumento di Gesù, arrivava a comprendere illuminata dallo Spirito Santo. Illuminazioni che nascevano dalla lettura continua della Sacra Scrittura: «Ogni volta che Chiara apriva il Vangelo vi scopriva la profondità di quelle parole di vita eterna che mai prima aveva trovato».

In questo modo, Chiara ha anticipato quello che la cultura cattolica avrebbe poi scoperto: l’ingresso nel linguaggio spirituale della parola amore, fino a quel momento riservata più che altro ai discorsi mondani; l’idea della spiritualità dell’unità, che si trasforma in una appassionata forma di dialogo tra le religioni e in una risposta alla «notte culturale» dell’umanità. Senza mai preoccuparsi che fosse ricordato il suo ruolo precorritore.

La proposta di una nuova evangelizzazione, secondo le sue parole, «non significa soltanto che il mondo secolarizzato» ne ha bisogno, ma anche che «l’evangelizzazione va fatta in maniera nuova». E alla ricerca di questa maniera nuova dedica tutte le sue energie: gli incontri, anche quelli apparentemente secondari, si trasformano grazie a lei in nuove vie e nuovi progetti, allargando sempre più la rete dei coinvolgimenti nel suo ideale: la santità a portata di tutti. Il suo movimento si apre a tutti gli ambiti, in un’ottica universale, con particolare attenzione alla cultura e ai media, mentre la sua vita interiore dà un nuovo impulso agli studi teologici.

Ma certamente l’aspetto di novità più forte che ha segnato la sua vicenda è proprio il suo essere donna, una donna che dà un accento fortemente femminile a ogni sua opera: basti pensare al nome più conosciuto del movimento da lei fondato (ufficialmente Opera di Maria) che evoca il focolare, spazio tradizionalmente femminile. Comincia circondandosi di donne, che sanno poi aprirsi alla necessaria presenza maschile, e dà disposizioni che a presiedere il movimento sia sempre una donna.

Anche la spiritualità dell’Opera prende una forma femminile, rappresentando la presenza mistica di Maria nella Chiesa. In questo modo, con la sua straordinaria esperienza, Chiara — che parla alle assemblee dei vescovi, è ascoltata dai Papi, viene accolta con gli onori di un capo di Stato nei Paesi che visita — realizza quello che i tempi richiedono anche alla Chiesa: riconoscere l’importanza del ruolo delle donne.

Ma lo ottiene senza rivendicare diritti, senza nessuna asprezza. Lo ottiene dimostrando di sapersi meritare quell’autorità che le viene riconosciuta, come è stato per le grandi sante nella storia della Chiesa. La sua importanza nel cattolicesimo del Novecento è anche la prova di una rivoluzione femminile compiuta nel silenzio e nella modestia. Rimane il compito di prenderne atto.

Wednesday 23 March 2011

Questione di radicalità evangelica

Il celibato sacerdotale

di Mauro Piacenza

Residuo preconciliare e mera legge ecclesiastica. Sono queste, in definitiva, le principali e più dannose obiezioni che riaffiorano nel periodico riaccendersi del dibattito sul celibato sacerdotale. Eppure, niente di questo ha reale fondamento, sia che si guardi ai documenti del concilio Vaticano II, sia che ci si soffermi sul magistero pontificio. Il celibato è un dono del Signore che il sacerdote è chiamato liberamente ad accogliere e a vivere in pienezza.

Se infatti si esaminano i testi, si nota innanzitutto la radicale continuità tra il magistero che ha preceduto il concilio e quello successivo. Pur con accenti talora sensibilmente differenti, l’insegnamento papale degli ultimi decenni, da Pio XI a Benedetto XVI, è concorde nel fondare il celibato sulla realtà teologica del sacerdozio ministeriale, sulla configurazione ontologica e sacramentale al Signore, sulla partecipazione al suo unico sacerdozio e sulla imitatio Christi che esso implica. Solo, dunque, una scorretta ermeneutica dei testi del Vaticano II – a cominciare dalla Presbyterorum ordinis – potrebbe condurre a vedere nel celibato un residuo del passato di cui liberarsi. E una tale posizione, oltre che errata storicamente, teologicamente e dottrinalmente, è anche dannosa sotto il profilo spirituale, pastorale, missionario e vocazionale.

Alla luce del magistero pontificio bisogna anche superare la riduzione, in taluni ambienti molto diffusa, del celibato a mera legge ecclesiastica. Esso, infatti, è una legge solo perché è un’esigenza intrinseca del sacerdozio e della configurazione a Cristo che il sacramento dell’Ordine determina. In tale senso la formazione al celibato, oltre ogni altro aspetto umano e spirituale, deve includere una solida dimensione dottrinale, poiché non si può vivere ciò di cui non si comprende la ragione.

In ogni caso, il dibattito sul celibato, che periodicamente nei secoli si è riacceso, certamente non favorisce la serenità delle giovani generazioni nel comprendere un dato così determinante della vita sacerdotale.

Giovanni Paolo II nella Pastores dabo vobis (n. 29), riportando il voto dell’assemblea sinodale, afferma: “Il Sinodo non vuole lasciare nessun dubbio nella mente di tutti sulla ferma volontà della Chiesa di mantenere la legge che esige il celibato liberamente scelto e perpetuo per i candidati all’Ordinazione sacerdotale nel Rito latino. Il Sinodo sollecita che il celibato sia presentato e spiegato nella sua piena ricchezza biblica, teologica e spirituale, come dono prezioso dato da Dio alla sua Chiesa e come segno del Regno che non è di questo mondo, segno dell’amore di Dio verso questo mondo nonché dell’amore indiviso del sacerdote verso Dio e il Popolo di Dio”.

Il celibato è questione di radicalismo evangelico. Povertà, castità e obbedienza non sono consigli riservati in modo esclusivo ai religiosi. Sono virtù da vivere con intensa passione missionaria. Non possiamo abbassare il livello della formazione e, di fatto, della proposta di fede. Non possiamo deludere il popolo santo di Dio, che attende pastori santi come il curato d’Ars. Dobbiamo essere radicali nella sequela Christi senza temere il calo del numero dei chierici. Infatti, tale numero decresce quando si abbassa la temperatura della fede, perché le vocazioni sono “affare” divino e non umano. Esse seguono la logica divina che è stoltezza agli occhi umani.

Mi rendo conto, ovviamente, che in un mondo secolarizzato è sempre più difficile comprendere le ragioni del celibato. Ma dobbiamo avere il coraggio, come Chiesa, di domandarci se intendiamo rassegnarci a una tale situazione, accettando come ineluttabile la progressiva secolarizzazione delle società e delle culture, o se siamo pronti a un’opera di profonda e reale nuova evangelizzazione, al servizio del Vangelo e, perciò, della verità sull’uomo. Ritengo, in tal senso, che il motivato sostegno al celibato e la sua adeguata valorizzazione nella Chiesa e nel mondo possano rappresentare alcune tra le vie più efficaci per superare la secolarizzazione.

La radice teologica del celibato, dunque, è da rintracciare nella nuova identità che viene donata a colui che è insignito del sacramento dell’Ordine. La centralità della dimensione ontologica e sacramentale e la conseguente strutturale dimensione eucaristica del sacerdozio rappresentano gli ambiti di comprensione, sviluppo e fedeltà esistenziale al celibato. La questione, allora, riguarda la qualità della fede. Una comunità che non avesse in grande stima il celibato, quale attesa del Regno o quale tensione eucaristica potrebbe vivere?

Non dobbiamo allora lasciarci condizionare o intimidire da chi non comprende il celibato e vorrebbe modificare la disciplina ecclesiastica, almeno aprendo delle fessure. Al contrario, dobbiamo recuperare la motivata consapevolezza che il nostro celibato sfida la mentalità del mondo, mettendo in crisi il suo secolarismo e il suo agnosticismo e gridando, nei secoli, che Dio c’è ed è presente.

Tuesday 22 March 2011

L’orso del Papa

Alla dedicazione della parrocchia romana di San Corbiniano — una liturgia esemplare per la cura e la partecipazione dei fedeli, tra i quali tantissimi bambini — erano presenti ben tre successori del fondatore della diocesi di Frisinga: oltre a Joseph Ratzinger, oggi Papa con il nome di Benedetto XVI, i cardinali Friedrich Wetter e Reinhard Marx. Un fatto eccezionale, che il parroco ha sottolineato nel suo caloroso saluto iniziale.

Nell’omelia il vescovo di Roma, successore del primo degli apostoli, ha improvvisato una breve riflessione su questo monaco francese attratto dalla vita contemplativa che scese a Roma per fondarvi un monastero. Ma qui la sua vita cambiò in modo inatteso: il Papa lo ordinò vescovo per la Baviera, dove la popolazione «voleva farsi cristiana, ma mancava gente colta, mancavano sacerdoti per annunciare il Vangelo».

Una scelta, quella di Gregorio ii, che si rivelò di universalità — il santo infatti «collega la Francia, la Germania, Roma», ha sottolineato il Papa — e nello stesso tempo di unità: Corbiniano ci dice che «la Chiesa è fondata su Pietro» e che era la stessa «come oggi». Per una ragione molto semplice: Cristo è lo stesso, «la Verità, sempre antica e sempre nuova, attualissima, presente, e apre la chiave per il futuro».

Parlando ai fedeli Benedetto XVI ha accennato all’orso che ha scelto di collocare nel suo stemma, episcopale e poi papale. Joseph Ratzinger ne aveva scritto per la prima volta nel libro autobiografico, tanto piccolo quanto prezioso, che pubblicò nel suo settantesimo anno e dove raccolse i suoi ricordi sino alla consacrazione episcopale. Raccontando come all’animale che aveva sbranato il cavallo di Corbiniano, in viaggio per Roma, fu imposto dal monaco di portare il suo fardello.

Ratzinger, sulla traccia del prediletto Agostino, spiegava che quel peso — il carico episcopale di chi «tira il carro di Dio in questo mondo» — venne imposto a Corbiniano e al vescovo africano, attratti entrambi dalla contemplazione e dallo studio. «Ma proprio in questo modo io ti sono vicino, ti servo, tu mi hai nella mano», concludeva il cardinale ormai a Roma. Affidandosi all’unico Signore, come ogni giorno fa Benedetto XVI. Che resta sempre affezionatissimo al suo orso.

g. m. v.