Saturday 04 July 2015

Sudamerica, la guida di Maria nel viaggio del Papa

Anche nella sua America latina Francesco entra dalla porta di servizio. Preferendo, come si è fatto osservare, Paesi geopoliticamente e geoecclesialmente più marginali rispetto ai grandi del Cono Sud, compresa la sua stessa Argentina. 

Scelta meditata, e pensata fin dall’inizio del suo pontificato, che chiaramente assume significato e indicazione non secondarie in una visione universale. Ma c’è una porta che marginale proprio non si può dire in questo viaggio sostanzialmente missionario di Francesco e dalla quale intende passare. È una porta universale: quella della Misericordia, a Guayaquil in Ecuador. 

È il primo gesto deciso che il Papa compie mettendo piede nel continente. Come a rimarcare che se per prima non si varca questa porta non si va da nessuna parte. Così come non si va da nessuna parte se non si comprende e non ci si fa prossimi a quella realtà umana, culturale, sociale e religiosa che si va ad incontrare. 

E a queste latitudini, capire le differenze, le diversità etniche e idiomatiche, le originalità storico-culturali che caratterizzano le popolazioni e sentire le vibrazioni più profonde della profonda America significa anche farsi prossimi a quella mistica popolare che li contraddistingue; che è modalità legittima di vivere la fede, incarnata nella cultura, «frutto di una sintesi tra le culture dei popoli originari e la fede cristiana» e che si esprime in particolare nei confronti della devozione alla Madre di Dio. Per tutti è la madre, e dunque fattore di identità. Attraverso le varie devozioni mariane, legate ai santuari, Maria «condivide le vicende di ogni popolo che ha ricevuto il Vangelo ed entra a far parte della sua identità storica» ricorda Francesco nell’Evangelii Gadium, come pure è ripreso nelle pagine sulla pietà popolare del documento di Aparecida «E quale madre di tutti, è segno di speranza per i popoli che soffrono i dolori del parto finché non germogli la giustizia… e ogni volta che la guardiamo torniamo a credere nella forza rivoluzionaria della tenerezza».

La Virgen
 perciò è anche paradigma di inclusione e modello ecclesiale, di vita pastorale e di stile missionario perché «Maria è più importante dei vescovi e degli apostoli», la Chiesa «non è 'il' Chiesa, ma 'la' Chiesa, e la Chiesa è madre». Per questo subito dopo aver varcato la soglia della Divina Misericordia a Guayaquil l’altra porta che Francesco attraversa in Ecuador è quella del santuario nazionale mariano di El Quinche a Quito. La visita ai santuari mariani si ripete anche negli altri Paesi. Le case della Virgen costellano le tappe di questo viaggio. Anzi, la porta mariana è l’accesso ad ogni singolo stato. 

In Bolivia, significativamente Francesco incontrerà le autorità civili nella Cattedrale di La Paz dedicata a Nostra Signora della Pace. Così come In Paraguay, ad Assunciòn riceverà il clero e i religiosi nella Cattedrale dell’Assunta e concluderà la visita idealmente in quella capitale spirituale di Caacupè, nel santuario di Nostra Signora dei Miracoli dove sono attesi migliaia di pellegrini anche dall’Argentina. Non si può dunque non sottolineare anche la dimensione mariana di questo uscita verso il Sudamerica. Dimensione che è anche una griglia con la quale il Papa legge la realtà socioculturale di questi tre Paesi e la missione particolare della Chiesa. Sono Madonne dai tratti meticci e indio quelle che il popolo venera.

L’origine della devozione a la Virgen del Quinche, padrona dell’Ecuador risale a un episodio miracoloso accaduto agli indigeni Lumbisi. Ogni mese di novembre migliaia di pellegrini della Vergine, conosciuta pure come la 'Omota', che significa piccola, giungono a piedi di sera per chilometri al santuario. Gli ecuadoriani portano questa devozione dovunque emigrano. 

Così come i paraguaiani con la Virgen di Caacupè. Anche questa Signora dei Miracoli, scolpita come ex voto, è legata alla storia degli indios e alla quale il fervore religioso della popolazione fece costruire un tempio maestoso. 
 
Tra queste tappe mariane una è anche legata alla devozione personale di Papa Bergoglio. È quella alla Virgen dolorosa che egli visiterà in forma privata nella Chiesa della Compagnia di Gesù a Quito. È un’immagine dell’Addolorata molto venerata dagli ecuadoriani e cara ai gesuiti che dagli inizi del secolo scorso ne diffusero la devozione. Francesco ne è diventato devoto a partire dagli anni Ottanta, quando da rettore del Collegio Massimo di Buenos Aires visitò il collegio della Compagnia a Quito. Da allora la porta sempre con sé nel breviario. Ma per Bergoglio la devozione personale, come quella di ogni cristiano e della Chiesa nel suo insieme, come popolo fedele di Dio vanno sempre insieme, camminano insieme secondo quanto è espresso da Isacco Stella, uno dei Padri della Chiesa perché quello che si dice di Maria, s’intende in generale della Chiesa. 
 
Lo stile mariano nell’attività evangelizzatrice della Chiesa è perciò fondamentale. «In lei vediamo che l’umiltà e la tenerezza non sono virtù dei deboli ma dei forti, che non hanno bisogno di maltrattare gli altri per sentirsi importanti» scrive nell’Evangelii Gaudium

«Guardando a lei scopriamo che Colei che lodava Dio perché ha rovesciato i potenti dai troni e ha rimandato ai ricchi a mani vuote è la stessa che assicura calore domestico alla nostra ricerca di giustizia. Questa dinamica di giustizia e di tenerezza, di contemplazione e di cammino verso gli altri è ciò che fa di lei modello ecclesiale». A Colei dunque che è madre di tutti, «e senza indugio parte per aiutare», Regina degli 'scarti', Regina dell’inclusione, Francesco, unendosi al fedele popolo di Dio di quei tre Paesi chiede «che con la sua preghiera materna ci aiuti affinché la Chiesa diventi una casa per molti, una madre per tutti i popoli e renda possibile la nascita di un mondo nuovo».

Saturday 04 July 2015 07:16

Il coraggio di educare della (e nella) famiglia

La manifestazione promossa dal Comitato 'Difendiamo i nostri figli' lo scorso 20 giugno a Roma si presta a diverse considerazioni e commenti. Per lo più ci si è soffermati sulla posizione contraria al riconoscimento delle coppie omosessuali, e critica nei confronti delle proposte in tema di unioni civili. A questo proposito va osservato che molti partecipanti a quell’evento non sono contrari al riconoscimento di diritti e doveri reciproci alle convivenze omosessuali, per molti aspetti e soprattutto per le questioni patrimoniali. Tutti i partecipanti hanno invece sottolineato l’importanza del ruolo della 'famiglia costituzionale' nella educazione dei propri figli secondo le proprie convinzioni, soprattutto quando si tratta di questioni attenenti alle relazioni familiari. 

Un punto, questo, che è stato poco presente nei commenti politici e mediatici e che dà, invece, alla manifestazione il suo significato forse più importante: la consapevolezza della rivendicazione della primaria e non aggirabile funzione genitoriale rispetto alla educazione dei figli.

Un sentimento e una richiesta che sembrano quasi anacronistici in una società nella quale sempre più spesso si assiste alla rinuncia al proprio ruolo educativo di adulti e di genitori, alla delega alla scuola e agli insegnanti anche su questioni che non hanno attinenza diretta con la formazione scolastica, ma molto più con il dialogo intergenerazionale e la trasmissione dei valori, alla riduzione di quel dialogo all’interno della famiglia al terreno della convivialità, dei consumi e tuttalpiù del controllo dei comportamenti devianti.

Che la scuola sia tenuta a trasmettere anche valori umani e civili, accanto ai contenuti scolastici e culturali, è sacrosanto. E va detto che anche su questo aspetto le attenzioni sono di solito insufficienti, soprattutto se le confrontiamo con la crescita delle aspettative rispetto alla trasmissione di contenuti professionalizzanti ed alla preparazione degli studenti per il superamento di test nozionistici. Ma il problema si fa ancora più serio quando si parla di famiglia e di genitorialità. 

Non bisogna certo sottovalutare le questioni economiche, che sempre più spesso mettono in difficoltà le famiglie di oggi e scoraggiano spesso i giovani rispetto al matrimonio e alla procreazione. Ma conta sicuramente molto, se non di più, il disagio psicologico ed etico percepito da molte coppie rispetto ai valori fondamentali e alle convinzioni da trasmettere ai propri figli e ai princìpi su cui fondare la convivenza familiare.

Che cosa è giusto insegnare? Qual è il valore dell’esempio dei genitori? Esiste la possibilità oggi, al di là del politicamente corretto, delle mode, delle consuetudini e degli stili di vita importati da altri contesti, di avere delle convinzioni profonde da trasmettere. Si può essere in grado, e soprattutto entusiasti, di trasmettere questo qualcosa a chi cresce con noi?

Al di là degli aspetti più appariscenti sollevati nella comunicazione pubblica in merito alla grande riunione a piazza san Giovanni, bisognerebbe dedicare maggiore attenzione a questo particolare, ma fondamentale messaggio scaturito dalla manifestazione: la necessità di credere e di investire, oggi, con fiducia nostra e godendo di un autentico ed effettivo rispetto delle istituzioni pubbliche, nel ruolo educativo dei genitori e della famiglia.

Saturday 04 July 2015 07:09

Le disparità sociali frenano un'Africa in forte crescita

L’irrisolto contrasto fra prospettiva economica e welfare
L’Africa, a dispetto della percezione che se ne ha, e nonostante nubi che si addensano all’orizzonte, continua a registrare tassi di crescita positivi (5% annuo) con un mercato interno in espansione, spinto dalla crescita demografica e dall’aumento dell’interscambio commerciale con l’estero. Sta divenendo terra di opportunità per gli africani e per le imprese straniere. Anche il nostro Paese lo ha capito; il presidente del Consiglio Renzi ha sottolineato la correlazione fra lo sviluppo del continente e gli interessi dell’Italia e non manca occasione di affermare che il problema della emigrazione si risolve favorendo lo sviluppo nei Paesi di provenienza. Il che è vero a condizione che ci ricordiamo che la grande maggioranza degli immigrati fugge da Paesi in guerra o travolti da crisi politiche.
Dal rapporto Ocse African Economic Outlook 2015, recentemente presentato dalla Società geografica italiana, risulta che l’Africa sta diventando uno dei luoghi in cui si decideranno gli equilibri della leadership mondiale.
Il rapporto prevede un incremento del Pil (4,5% nel 2015 e 5% nel 2016), unito a un aumento degli investimenti diretti esteri. Ma il processo di sviluppo comporta anche forti criticità. La crescita è stata favorita soprattutto dall’aumento del prezzo del petrolio
che ha permesso ad alcuni Paesi di finanziare importanti progetti; l’attuale contrazione di quello stesso prezzo comporterà, dunque, un rallentamento del processo. Altra preoccupazione riguarda la sostenibilità ambientale. Il crescente ricorso a tecniche di produzione e materiali inquinanti assieme alla ricerca di nuovi terreni per l’agricoltura sta avviando processi di distruzione delle foreste e di erosione e contaminazione dei suoli. L’andamento demografico è, poi, il dato fondamentale da tenere in considerazione. Entro i prossimi 50 anni si prevede che la popolazione dell’Africa raddoppierà, superando i 2 miliardi di persone. Jacques Attali stima che, di questo passo, a fine secolo la Nigeria raggiungerà la Cina.
Secondo l’Ocse il tema principale di oggi riguarda la necessità di estendere i benefici della crescita a tutti i gruppi sociali e a tutte le zone del continente. La disparità causa tensioni sociali, esaspera i conflitti e contribuisce all’esodo incontrollato di fasce di popolazione. Se l’Africa vuole collocarsi tra i principali players dello scenario globale, i suoi governanti devono intervenire sulle diversità sociali e territoriali che caratterizzano la distribuzione delle risorse e devono combattere le contrapposizioni e intolleranze religiose, estranee finora alla cultura del continente. Gli Shabaab somali e i Boko Haram nel Sahel trovano proprio nella povertà e nel sottosviluppo il terreno ideale per radicarsi.
* Segretario Generale della Copeam (Conferenza Permanente dell’Audiovisivo mediterraneo)

Saturday 04 July 2015 07:02

Uteri in affitto in Francia, la non-legge del mercato

Fatto uscire dalla porta principale, l’utero in affitto rientra a pieno titolo dalla finestra. È quanto sta accadendo in diversi Paesi dove, pur essendo proibita la maternità surrogata, è autorizzata la trascrizione degli atti di nascita dei bambini nati con questa procedura, nascita registrata negli Stati dove è legale che una donna, dietro compenso più o meno esplicito, sia disposta a cedere ad altri il bambino appena partorito. Un bambino che non sempre è suo figlio genetico, che non è figlio del suo compagno, ma che ha portato in grembo per nove mesi.

L’ultimo caso è della Francia, dove la Cassazione ha consentito l’iscrizione all’anagrafe nazionale di due bambini il cui concepimento è stato commissionato in Russia da una coppia di omosessuali: allo stato civile francese risulteranno figli dell’uomo che ha effettuato il riconoscimento di paternità – presumibilmente il padre biologico, uno dei componenti della coppia – e della donna che lo ha partorito, cioè la madre surrogata.

Non è difficile immaginare che in questi casi il passo successivo, per le coppie omosessuali sposate o conviventi in forme riconosciute come simil-matrimoniali, sia la possibilità di adottare il figlio biologico del partner – quello che peraltro in Italia propone attualmente il disegno di legge Cirinnà – consolidando ancora di più l’orientamento culturale e giuridico secondo cui un bambino è figlio di chi ha manifestato l’intenzione di averlo e non di chi lo ha generato effettivamente.

E in nome di questo ha sottoscritto contratti e pagato prestazioni: con la donna che rinuncia al figlio appena partorito, con quella che ha fornito i propri ovociti, con le cliniche e i centri coinvolti, con l’agenzia che ha organizzato l’intera partita. In questo senso, adozione e maternità in conto terzi seguono due logiche opposte: la prima si fonda sul diritto di un bambino ad avere due genitori, quando non ne ha più, mentre la seconda parte dal presupposto che esista il diritto di due persone (o anche di una sola) ad avere un bambino, quando lo desiderano.

Ma non solo. Il riconoscimento degli atti di nascita di bambini nati da pratiche di utero in affitto viene giustificato in nome del bene dei bambini stessi, per non lasciarli apolidi – "fantasmi" li ha definiti la signora ministro della Salute francese –, sospesi in un limbo giuridico che potrebbe impedire loro di usufruire dei diritti più elementari.

Nelle pratiche di utero in affitto, infatti, le coppie che commissionano la procedura, le donne che si prestano come surrogate, chi vende i propri gameti, le cliniche e le agenzie implicate sono spesso di Paesi o addirittura di continenti diversi, e per i bambini che nascono si pongono facilmente problemi giuridici. Stabilire i genitori legali e la cittadinanza dei neonati è il risultato della combinazione delle norme di tutti gli Stati coinvolti, e non sempre esiste una soluzione. Per questo la tendenza che si sta consolidando in ambito internazionale è quella di prendere atto di queste situazioni e dare al nato le garanzie del Paese in cui alla fine si trova a vivere, riconoscendo come genitori quelli che lo crescono.

Potrebbe sembrare una soluzione di buon senso. Ma se indubbiamente i bambini vanno tutelati, le coppie che ne hanno commissionato concepimento e nascita andrebbero sanzionate con severità, quando tornano nelle nazioni di origine, dove queste pratiche sono vietate, altrimenti la trascrizione degli atti di nascita di questi bambini si trasforma, inevitabilmente, nella legittimazione della maternità surrogata stessa, una legittimazione addirittura a livello internazionale, non più perseguibile per legge neppure laddove la legge la vieta.

La dovuta tutela giuridica per i più fragili – i nati e le madri surrogate – non si può trasformare in un "tana liberi tutti", cancellando qualsiasi sanzione e quindi liberalizzando, di fatto, il nuovo mercato globale di esseri umani, sul quale donne cedono dietro compenso parti del proprio corpo – i gameti – o l’intero corpo, per nove mesi, rinunciando poi al figlio appena partorito, e sul quale i bambini si commissionano per contratto.

Friday 03 July 2015

il mio nuovo libro

GIOVEDì PROSSIMO, 9 LUGLIO, IN TUTTE LE LIBRERIE ESCE IL MIO NUOVO LIBRO, “AVVENTURIERI DELL’ETERNO”

Friday 03 July 2015 09:10

Rimini, la religione fa leva sul dialogo

meeting 2015Uomini di dialogo, uomini in ricerca che di fronte alle sfide dell’oggi trovino la forza di osare. È di queste figure di persone che andrà in cerca il XXXVI Meeting dell’amicizia tra i popoli che Comunione e liberazione organizza a Rimini da 20 al 26 agosto. Persone di dialogo, spinte alla ricerca da una «molla » (così la definisce Emilia Guarnieri, presidente della Fondazione Meeting), che è il sentimento della mancanza. ‘Di che è mancanza questa mancanza, cuore, che a un tratto ne sei pieno?’, è il titolo della settimana riminese, tratto da un verso del poeta Mario Luzi. In programma ci sono un centinaio di convegni, quattordici esposizioni, oltre dieci spettacoli e più di quindici manifestazioni sportive. Tremila i volontari. Per la prima volta ci sarà Matteo Renzi. E ad aprire la settimana, sarà il tema del ruolo che hanno le religioni per la pace.

Con un modello il cui nome è echeggiato ieri a Roma alla presentazione del ricco programma di incontri: il patriarca Abramo, sulla cui figura dibatteranno il giurista ebreo e rettore dell’Istituto europeo di Firenze, Joseph Weiler e il presidente della Fraternità di Cl, Julian Carron. Figura inoltre che unisce le tre religioni del Libro.

Ed è al dialogo tra le religioni per la pace che è dedicato l’incontro di apertura del Meeting sul tema ‘Le religioni sono parte della soluzione, non il problema’, di cui ieri ha dato un assaggio il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso.«Oggi le religioni fanno paura, mentre dovrebbero essere fonti di serenità», ha osservato il porporato dopo aver tracciato un profilo della una società secolarizzata che vorrebbe aver messo da parte la questione di Dio, di fatto però sostituendola con una miriade di dèi e con la ricerca di un’astratta saggezza. «I capi delle religioni dovrebbero aver cura di accompagnare i politici nel governo della res publica». Il compito che spetta alle religioni è far passare una «pedagogia del vivere insieme », costruire «comunità dove ogni persona è accetta per quello che è, non per quello che vorremmo che fosse». Cosa che in tante zone del mondo oggi non succede. Di qui un invito a osare di fronte a violenze e ingiustizie. Uno spazio al meeting sarà dedicato alle testimonianze dei cristiani iracheni profughi a Erbil. Testimonianze in parte anticipate ieri dal sacerdote del Kurdistan iracheno Imad Gargees. In particolare quella di Myriam, bambina di 10 anni che ringrazia Dio di non averla abbandonata e prega per i nemici. «Allora c’è speranza che qualcosa cambi».

Ma i fronti di crisi sono tanti dagli scenari internazionali, alla crisi dell’Europa, alla ripresa che stenta, alla politica, ha enumerato Guarnieri. «L’insofferenza verso il bene di tutti genera l’individualismo», spiega. Il senso della mancanza, invece, spinge all’incontro, al dialogo anche con lontani (ci saranno ad esempio Fausto Bertinotti e Piero Sansonetti) nello stile dell’amicizia. Al centro ci sarà anche l’enciclica di Papa Francesco ‘Laudato si’’. Un incontro sarà sui preti delle baraccopoli argentine. Il ruolo degli organismi internazionali nelle emergenze mondiali sarà trattato in un incontro cui parteciperà l’Osservatore della Santa sede all’Onu, monsignor Silvano Maria Tomasi. Quest’anno ci sarà anche il presidente del Consiglio Renzi, assente nell’edizione 2014, per parlare del tema ‘L’Italia e la sfida del mondo’. Nutrito il parterre di ministri, molti dei quali sono al bis: Martina, Delrio, Gentiloni, Galletti, Poletti e Padoan. Ci sarà anche il presidente dell’Anci e sindaco di Torino, Piero Fassino. Ma protagonisti saranno anche imprenditori (ieri c’era Roberto Snaidero) e scienziati. Sul versante della riflessione ecclesiale, i dibattiti su ‘Persona e senso del limite’, con il segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino. Con un occhio al convegno ecclesiale di Firenze. Su ‘Chiesa e denaro’ parlerà il cardinale George Pell, prefetto del segretariato per l’Economia della Santa sede.

Gianni Santamaria – Avvenire, 3 luglio 2015

Friday 03 July 2015 06:59

Presidio di legalità nei campi

La novità sta nella prospettiva in cui vengono posti i migranti sfruttati da anni nelle nostre campagne. Dove hanno preso il posto, 70 anni dopo, dei braccianti italiani. Nella coraggiosa denuncia all’opinione pubblica di un problema di filiera avvelenata che riguarda tutti, perché con il lavoro nero nei campi è la collettività a perderci. Con il progetto Presidio la Caritas italiana e 10 Caritas diocesane – nove al Sud e una al Nord – non guardano solo all’aspetto umanitario, ma ricordano cosa accade nei campi da anni nel totale sprezzo della legalità.

Non più solo assistenza primaria da parte delle Caritas, comunque decisiva per aiutare chi vive in tuguri senza acqua né luce, sottopagato e sfruttato da caporali, ma camper e avvocati per ricordare a ciascuno i propri diritti e soprattutto testimoni per accendere un faro su uno dei punti oscuri dell’economia, sul quale nemmeno tutte le persone perbene vogliono vederci chiaro. Questa Chiesa «in uscita» nelle campagne italiane ci restituisce nella sua interezza l’importanza di una legalità che non è mai solo rispetto della forma. C’è un calendario dello sfruttamento, già ripartito con i suoi rituali anche in questa torrida estate del 2015, che inizia a giugno con la raccolta dei piccoli frutti, poi si sposta per le angurie e i meloni e quindi per la grande messe dei pomodori. Dove gli sfruttatori spesso sono grandi proprietari impuniti, in quel reticolo quasi feudale di corruzione e complicità che ancora ammorba aree intere del Belpaese. Che usa i rifugiati, gli irregolari e i neocomunitari per la raccolta sottopagandoli al posto dei braccianti che invece sono spesso – lo dicono le inchieste – collocati dai datori in falsa malattia per incassare un sussidio. Così il datore riesce a stare sul mercato e il bracciante italiano campa, tutto a spese dello Stato, cioè del cittadino che paga le tasse.

A completare la filiera, la mano mafiosa che – anche qui lo dicono le inchieste giudiziarie – gestisce altri aspetti, dai trasporti ai mercati generali oltre ad avere in mano lo sfruttamento dei migranti in nero. In tutto questo non manca la responsabilità – dice il Presidio – della grande distribuzione che fissa i prezzi. Tutti ci guadagnano, ci perde di nuovo il cittadino, che paga lo stesso prezzo il prodotto sullo scaffale e in più vede spesso truffata l’Inps. Ci perde ancora una volta il nostro Paese. La Chiesa ha alzato una voce che nessuno farà tacere, la sua denuncia aiuterà magistratura e forze dell’ordine ad applicare le buone leggi che abbiamo. Non smettiamo di sperare che l’estate appena iniziata possa essere quella del ritorno alla legalità.

Friday 03 July 2015 06:57

L'Is, il Sinai e altri fuochi: un incendio annunciato

E di colpo, narrano le cronache, esplose il Sinai: attacchi coordinati di milizie che si richiamano all’Is, almeno 70 soldati egiziani uccisi presso i posti di confine nel Nord, un’escalation militare nella penisola che si affianca agli attentati nelle città e a due anni di durissima repressione dell’islamismo (e non solo) da parte del regime dell’ex generale al-Sisi.

È tutto vero ma non è davvero tutto. Le tribù del Sinai sono da lungo tempo una spina nel fianco per il Governo centrale dell’Egitto. In soli tre mesi del 2012, cioè dalla deposizione del presidente Morsi in luglio alla fine di ottobre, il bilancio degli scontri in Sinai parlava di 80 soldati uccisi, di altrettanti miliziani eliminati (e tra loro una trentina di stranieri) e di centinaia di arresti. I generali egiziani rinforzavano le guarnigioni e i Governi europei invitavano i turisti a disertare le località turistiche. Sarebbe quindi utile non descrivere le stragi degli ultimi giorni come un fulmine a ciel sereno o, peggio, come la prova di ulteriori "vittorie" dell’Is ma come la conferma di elementi che operano sul campo da tempo.
Oggi l’Is, come al-Qaeda tra fine anni Novanta e primi anni Duemila, è diventato il grande ombrello sotto cui trovano riparo molte cause anche molto diverse tra loro. In Siria è riuscito a federare i gruppi e gruppuscoli islamisti della rivolta contro il regime filo-sciita di Assad, allargandosi poi all’Iraq grazie alla compiacenza delle tribù sunnite anche lì emarginate dai governi sciiti. In Libia, soprattutto nell’area di Tobruk, Derna e Bengasi, ha raccolto le aspirazioni delle tribù pronte a giocare in proprio dopo aver rotto, nel 2011, il "contratto" siglato a suo tempo con Gheddafi. Nel Sinai, 61 mila chilometri quadrati di superficie e decine di clan da sempre ribelli al potere centrale, la storia non fa che ripetersi e preparare sviluppi futuri. Al di là di una linea tracciata nella sabbia infatti c’è Gaza, dove l’insoddisfazione della popolazione per l’inefficiente e autoritario Governo di Hamas lascia spazio ai salafiti e a formazioni di un islamismo ancor più radicale, pronte a innalzare la bandiera nera dell’Is.


Sono alleanze su un piano di parità, non affiliazioni. Tutti questi gruppi vanno a caccia di visibilità e di potere e forniscono alla causa truppe e conoscenza del territorio. A loro l’Is - il Daesh - offre ben più di una cornice ideologica o di un marchio dal forte impatto mediatico: contribuisce con la preziosa competenza politica e militare che i suoi comandanti (ex ufficiali di Saddam, veterani dell’Afghanistan e della Cecenia, ex partigiani curdi, fuoriusciti dell’esercito di Assad, ex qaedisti) hanno maturato nelle tante guerre del Medio Oriente e nei contatti con i Paesi (dall’Arabia Saudita alla Turchia) che in questi anni hanno variamente assistito la crescita del jihadismo. Nei Paesi dove questi accordi sono stati siglati si è puntualmente assistito a un drammatico aumento dell’efficacia militare dell’islamismo: in Siria e in Iraq ma anche in Nigeria (dove Boko Haram ha cooptato i reduci di "al-Qaeda per il Maghreb islamico"), nel Mali (la rivolta dei tuareg), in Libia. E adesso nel Sinai egiziano, dove per la prima volta le milizie hanno attaccato con le tattiche e la competenza di un vero esercito.
Il Sinai affaccia sulla Striscia di Gaza, su Israele, sulla Giordania e, attraverso lo Stretto di Aqabah, sull’Arabia Saudita. Il che basta e avanza per dire che il cambio di passo potrebbe causare un vero terremoto.

L’Egitto, che non ha ancora risolto il problema dell’islamismo, non può accettare che si formi una specie di Tortuga dell’Is sul proprio territorio, come non lo potè accettare la Russia con la Cecenia.  Per la prima volta Israele si sente davvero minacciato dai jihadisti e circola addirittura l’ipotesi di un suo intervento militare in accordo con il Governo egiziano. La Giordania, che già rischia di implodere sotto il peso dei profughi della Siria (1,5 milioni su una popolazione di 6,5 milioni), è presa alle spalle proprio mentre progetta di ritagliare una fascia demilitarizzata nel Sud della Siria. E l’Arabia Saudita, già impegnata nella guerra dello Yemen, osserva preoccupata le azioni del genio malefico che aiutò a uscire dalla lampada. Per tutti il problema è sempre quello: per fermare l’idra islamista bisognerebbe tagliarle la testa. Ovvero, combatterla in Siria e in Iraq. Ma pochi sono i Paesi che vogliono farlo davvero. Meno numerosi e decisi, comunque, di quelli che ancor più dell’Is temono l’Iran e gli sciiti.

Friday 03 July 2015 06:50

Sospensioni sospese e una legge da ritoccare

La giustizia, in principio, fu una virtù. Una virtù cardinale fra le quattro, anzi la sintesi delle altre, il loro equilibrio armonico; e dunque il cardine dei cardini. Qualcosa di bello e umanamente perfetto, secondo Platone, qualcosa di divino secondo Agostino. Noi la cerchiamo nelle leggi, com’è naturale, perché le leggi si fanno apposta per dire ciò che è giusto e ciò che è ingiusto. E tuttavia si danno leggi talvolta che giuste non sono del tutto, o di dubbiosa lettura. Altrettanto cerchiamo giustizia nelle sentenze, che dicono qual è la volontà della legge, a rimedio delle nostre incertezze. E tuttavia si danno sentenze talvolta che giuste non sono, perché non basta il sol fatto che siano pronunciate da un giudice «in nome del popolo italiano» per farne degli oracoli, tant’è che ci sono diversi gradi di giudizio, e appello e cassazione, e conferme e riforme, e massime in contrasto nelle stessa settimana, e sezioni unite e riassestamenti. E qualcuno dice che è giusto così, e non c’è rimedio, anzi è il bello del "diritto vivente".
Adesso è il turno di capire che cos’è il diritto vivente per la legge Severino, dentro gli intoppi di un pasticcio procedurale e sostanziale che pare un labirinto. In vigore dal gennaio 2013, votata da tutti o quasi tutti, la legge aveva in mente di ripulire il mondo delle cariche pubbliche elettive dalla corruzione e dal malaffare, rendendo incandidabili i soggetti condannati in via definitiva per certi reati e con certe pene, e sospendendo dalle cariche locali i condannati anche solo in primo grado.

La prima vittima illustre della incandidabilità fra i parlamentari fu Berlusconi, cacciato dal senato per la condanna a 4 anni per frode fiscale. A livello locale, la sospensione colpì (fra molti altri di cui non s’è fatto chiasso) il sindaco di Napoli, De Magistris, con il colpo di scena del Tar che bloccò la sospensione rimettendo alla Corte costituzionale il problema spinoso della retroattività della legge. Ora si registra per De Luca, eletto governatore della regione Campania in costanza di una condanna in primo grado per abuso d’ufficio, il colpo doppio della sospensione disposta dal governo e l’immediato blocco della sospensione deciso dal Tribunale civile di Napoli. Senza malizia, non è difficile immaginare quanto il blocco fosse negli auspici del sospenditore, e nei pronostici giurisprudenziali.
Ma il tribunale ci ha messo ancora del suo, tagliando corto sugli infiniti dubbi giuridici sul da farsi per un candidato che la legge non esclude dall’elezione, ma destina alla sospensione se eletto, e dicendo che il popolo ha voluto così: le elezioni regionali non si possono buttare a mare, la volontà popolare non si può vanificare, la sospensione «abnorme» ha conseguenze sovversive per una democrazia rappresentativa.


Abnorme significa fuori norma, fuori misura, fuori criterio. Fuori legge, insomma. E se la frase «sono sospesi di diritto» è contenuta in una norma (l’art. 8 della legge Severino) ripiombiamo in un groviglio pirandelliano. A tagliarlo, ora, un tribunale addita il popolo votante, quasi nuovo principio orientatore in seno alle fonti del diritto: "quod populo placuit". E forse, coi nostri chiari di luna, c’è anche del buon senso, alla disperata, è sempre meglio che "quod principi placuit"; ma la sovranità popolare nelle democrazie evolute si esercita esattamente mediante la formazione delle norme di legge nel Parlamento e non nelle urne.
Se è una legge di dubbia applicazione retroattiva lo dirà la Consulta il prossimo ottobre. Se è una legge da ritoccare dopo il rodaggio, sarà il legislatore a dover colmare i vuoti e le incoerenze, senza supplenze giudiziarie. Con chiarezza preventiva, per favore; con poche parole chiare. La giustizia non è un virtuosismo, in perenne slalom fra leggi e decreti e sentenze e ordinanze, pareri, opinioni, astuzie. È una virtù.

Friday 03 July 2015 04:00

Cosa direbbe Gesù se fosse un padre sinodale

Concederebbe anche lui il divorzio "per la durezza del cuore". Come ai tempi di Mosè. Così il monaco Innocenzo Gargano reinterpreta le parole di Gesù sul matrimonio. Nuovi sviluppi della discussione

Thursday 02 July 2015

Il Vangelo della bellezza per raccontare Firenze

Solidarietà e cultura vanno di pari passo. Firenze mette insieme la dimensione culturale a quella solidale, che attraversa la storia di una città in cui sulla stessa piazza sono nate la Cattedrale e la Confraternita della Misericordia. La fede si fa immagine di bellezza e allo stesso tempo vita di carità.

È nel contesto di questi due elementi che l’arcivescovo di Firenze, cardinale Giuseppe Betori, ha inserito ieri la presentazione degli eventi culturali promossi dall’arcidiocesi per raccontare il volto della città ai delegati al Convegno ecclesiale nazionale di novembre, ma anche ai fiorentini e a coloro che da settembre a gennaio passeranno dal capoluogo toscano. «La fede non può rinunciare in ogni tempo a dirsi nelle forme dell’arte e l’arte non può fare a meno di pensarsi nei termini della trascendenza e del confronto con le religioni in quanto esperienza di cultura », ha spiegato Betori, aggiungendo che «gli eventi proposti, dedicati al tema del rapporto tra fede cristiana e umanesimo, stanno a dimostrare proprio questo». Nel dettaglio le iniziative culturali ufficiali (alle quali se ne aggiungeranno altre a corollario realizzate da varie istituzioni) sono quattro: la mostra in Palazzo Strozzi (26 settembre 2015-24 gennaio 2016) “Bellezza divina tra Van Gogh, Chagall e Fontana”; la mostra nei sotterranei della Basilica di San Lorenzo (9 ottobre 2015-9 gennaio 2016) “Si fece carne. L’arte contemporanea e il sacro”; lo spettacolo “Dante” nel complesso monumentale di Santa Croce dal 9 al 14 novembre; il volume “Icone dell’uomo. Arte e fede a Firenze nel Rinascimento”.

La prima mostra sarà dedicata alla riflessione sul rapporto tra arte e sacro dalla metà dell’Ottocento alla metà del Novecento proponendo i capolavori di 90 artisti tra cui la Pietà di Van Gogh o le Crocifissioni di Guttuso e Chagall. La seconda mostra partirà dall’ex voto realizzato nel 1961 dal francese Yves Klein, uno tra i più trasgressivi e raffinati artisti del Novecento. Intorno, divise in tre sezioni, saranno esposte le opere di alcuni grandi nomi del panorama internazionale: Goldin, Paladino, Vangi e molti altri.

Lo spettacolo in occasione dei 750 anni dalla nascita di Dante si annuncia come una possibilità per lo spettatore, in un ambiente di struggente bellezza come il complesso di Santa Croce, di attraversare i paesaggi descritti nella Divina Commedia.

Il libro “Icone dell’uomo”, edito da Mandragora, offrirà una rilettura in venti brevi schede di venti opere dell’Umanesimo fiorentino, «che è in primo luogo un umanesimo cristiano», attraverso la penna di illustri storici dell’arte come Cristina Acidini, Antonio Natali, Antonio Paolucci e Timothy Verdon. «Firenze ha congiunto cultura e carità e l’arte ne parla con grande eloquenza», ha ribadito monsignor Verdon annunciando il volume e confermando che a fine ottobre sarà inaugurato il nuovo Museo dell’Opera di Santa Maria del Fiore da lui diretto. Confermata per settembre la fine dei lavori di restauro e ripulitura del Battistero di San Giovanni.

Andrea Fagioli – Avvenire, 2 luglio 2015

Wednesday 01 July 2015

IL MONDO ODIA E PERSEGUITA CHI APPARTIENE A CRISTO (LE STIGMATE SIGNIFICANO I SEGNI E LE PAROLE DI ODIO CHE I DISCEPOLI DI CRISTO RICEVONO DAL MONDO). SE INVECE I NEMICI DI DIO TI APPLAUDONO E TI ACCLAMANO PROFETA C’E’ IL RISCHIO DI LAVORARE PER IL NEMICO DI DIO….

LA FOTO RIPRODUCE IL TITOLO DELLA “REPUBBLICA” (UNO DEI GIORNALI PIU’ ANTICATTOLICI) ALL’ENTUSIASTICO EDITORIALE CHE EUGENIO SCALFARI OGGI HA DEDICATO AL SUO BENIAMINO, PAPA BERGOGLIO: “Francesco, papa profeta che incontra la modernita'”

 

“Un Papa che oggi non subisse critiche fallirebbe il suo compito dinanzi a questo tempo. Paolo VI ha resistito alla telecrazia e alla demoscopia, le due potenze dittatoriali del presente. Ha potuto farlo perché non prendeva come parametro il successo e l’approvazione, bensì la coscienza, che si misura sulla verità, sulla fede“.

Joseph Ratzinger (alla morte di Paolo VI)

 

“Giovanni Paolo II non chiedeva applausi, né si è mai guardato intorno preoccupato di come le sue decisioni sarebbero state accolte. Egli ha agito a partire dalla sua fede e dalle sue convinzioni, ed era pronto anche a subire colpi. Il coraggio della verità è ai miei occhi un criterio di primo ordine della santità. Solo a partire dal suo rapporto con Dio è possibile capire anche il suo indefesso impegno pastorale. Si è dato con una radicalità che non può essere spiegata altrimenti”.

Joseph Ratzinger su Giovanni Paolo II

 

“Nostro Signore disse che alla fine dei tempi quando Satana sarà assiso sul suo trono (Ap 2,13), apparirà tanto simile a Lui sì da ingannare, se fosse possibile anche gli eletti (Mt 24,24). Ma se Satana opera prodigi, se pone delicatamente le mani sul capo dei bimbi, se appare benigno e benevolo con il povero, come faremo a distinguerlo dal Cristo? Ebbene Satana non porterà le stigmate sulle mani o sui piedi o sul costato. Egli apparirà come sacerdote, ma non come vittima”

Arcivescovo Fulton Sheen

(è in corso il processo di beatificazione: il 28 giugno 2012 papa Benedetto XVI ne ha dichiarato le virtù eroiche attribuendogli così il titolo di Venerabile)

La frase è tratta da Il sacerdote non si appartiene, Torino 1963, pp. 25-26.

 

 

 

Wednesday 01 July 2015 07:30

Una guida online su arte e fede

Un nuovo sito internet per catechisti, insegnanti di religione, animatori, guide turistiche e volontari. Un sito che raccoglie e concretizza un invito ben preciso contenuto nella Evangelii gaudium: «È auspicabile che ogni Chiesa particolare promuova l’uso delle arti nelle sua opera evangelizzatrice». In sostanza un sito che intende «valorizzare in chiave pastorale ed educativa le innumerevoli testimonianze di arte cristiana presenti nel nostro Paese». Ieri l’iniziativa – denominata provvisoriamente ‘Progetto arte e fede’ – è stata presentata in anteprima al Convegno nazionale dei direttori degli Uffici catechistici diocesani in corso a Salerno, sul tema “Essere annunciatori e catechisti in Italia, oggi”.

«Il sito web attualmente in preparazione sarà messo in rete a novembre in contemporanea con il Convegno ecclesiale di Firenze», ha spiegato Ernesto Diaco, vice responsabile del Servizio nazionale per il progetto culturale. Il progetto, ha aggiunto, «è sorto dall’esigenza, riscontrata in diversi contesti, di sostenere la crescente attenzione verso le arti come linguaggio di evangelizzazione, in particolare in riferimento alla bellezza quale via di catechesi e al patrimonio culturale ecclesiale come risorsa di educazione alla fede». Naturalmente non si parte da zero. Ma «le numerose esperienze già in atto – ha ricordato Diaco – necessitano di essere valorizzate e fatte conoscere, anche al fine di incrementare le buone pratiche e l’integrazione pastorale. Ne risulta un prezioso servizio alle diocesi e alle diverse realtà ecclesiali».

Alla realizzazione del sito, oltre ad alcune realtà territoriali, stanno lavorando (ciascuno secondo le proprie competenze) diversi uffici della Cei. Tra gli altri l’Ufficio Catechistico, Beni culturali ecclesiastici, Educazione Scuola e Università, pastorale del Tempo libero Turismo e Sport, Servizio per l’Insegnamento della religione cattolica, Servizio informatico, Progetto culturale, Servizio nazionale per gli studi superiori di teologia e di scienze religiose. In sostanza, ha notato Diaco, «più che un elenco di luoghi da visitare o di opere da commentare, vogliamo dare alcuni riferimenti essenziali sul rapporto tra arte e fede e presentare risorse ed esperienze già sperimentate e quindi fruibili e adattabili ». Per questo il sito conterrà alcuni materiali teorici per pensare il rapporto arte-fede e una serie di schede, consultabili per tipologia e secondo altri criteri: geografico, parole chiave e altro. Sarà anche offerta una bibliografia ragionata e il sito avrà un collegamento con BeWeb, il portale dei beni culturali ecclesiastici.

Il Convegno dei direttori degli Uffici catechistici diocesani si concluderà oggi. Ieri il tema è stato approfondito in una serie di gruppi di studio ricalcati in pratica sulle cinque vie del Convegno di Firenze. I convegnisti, che in mattinata avevano preso parte alla Messa presieduta dall’arcivescovo di Salerno-Campagna-Acerno, Luigi Moretti, hanno visitato nel pomeriggio il Duomo di Amalfi (esempio di connubio tra arte e fede), dove si è svolto un momento di preghiera con l’arcivescovo, Orazio Soricelli.

Mimmo Muolo – Avvenire, 26 giugno 2015

Tuesday 30 June 2015

Partecipare insieme del dono della creazione. Il senso di un’ecologia integrale

Un’enciclica estesa ed esigente come quella che papa Francesco ha firmato con il titolo Laudato si’ in data 24 maggio 2015, non si presta a facili commenti. Innumerevoli i temi che saranno oggetto di analisi, rilanci, osservazioni e, probabilmente, anche di qualche critica. Troppo importanti e delicati gli argomenti trattati per non attendersi un dibattito vivace: dall’opzione per le energie alternative e rinnovabili al valore quasi sacrale di ogni specie biologica; dall’intrinseco legame fra inquinamento e sfruttamento dei poveri alla visione totalmente relazionale, quasi olistica, del rapporto fra uomo e natura; dalla critica alla visione strumentale della tecnica al relativismo come causa della cultura “usa e getta”. È facile che il dibattito che oggi prende ufficialmente avvio (al netto delle anticipazioni di qualche giorno fa), possa condurre a schieramenti e prese di posizione, condizionando la trasmissione di quanto il documento intende, a nostro avviso, comunicare. Una ragione in più per offrirne qui un breve commento. Leggendola si ha l’impressione di non poter restare semplici spettatori, ci si ritrova investiti di una responsabilità che, interpellando il nostro rapporto con gli altri e con la natura, termina interpellando il nostro rapporto con Dio. Siamo invitati a prendere coscienza di avere, tutti, una casa comune; abbiamo un habitat non solo da custodire, ma anche da sviluppare armonicamente e, perché no, da contemplare, da valorizzare, di cui gioire con sobrietà e umiltà. È come se papa Bergoglio ci facesse salire su un vettore spaziale e, come accadde decenni or sono agli astronauti della missione Apollo 8, ci mostrasse per la prima volta il nostro pianeta azzurro con una nuova profondità di campo. Al vederlo con questa nuova prospettiva, simile a quella che ebbero gli astronauti nel Natale del 1968 dall’orbita lunare, ne cogliamo la fragilità e la sua condizione di casa comune, lo riconosciamo come origine solidale del genere umano che lo abita. Una percezione che —proprio come chi, dallo spazio, riflette sulla posizione della terra e dell’uomo nel cosmo— dovrebbe spingere anche ciascuno di noi a cercare nella comune dipendenza da un Creatore, un fondamento che motivi il nostro agire responsabile, una base su cui edificare un futuro più ottimista, una volta convertiti a comportamenti che pongono al centro il rispetto degli altri, il servizio, la condivisione.

Qual è, dunque, il messaggio centrale dell’enciclica? Un documento, questo, di intelaiatura certamente cristologica, come ben dimostra la sezione biblica, nella quale troviamo una coraggiosa ma certamente opportuna citazione di Teilhard de Chardin (cf. n. 83), un testo per la cui stesura il Papa ha scelto come fonti spirituali privilegiate san Francesco e san Bonaventura e come falsariga per gli aspetti filosofici il noto saggio di Romano Guardini La fine dell’epoca moderna (1950). Riteniamo che il cuore del messaggio sia chiarire, in modo articolato e motivato, il valore morale e relazionale di ogni nostra azione, per piccola che possa sembrare. Dalle grandi multinazionali alla madre di famiglia, dai politici agli imprenditori, da chi muove le leve dell’industria a chi decide le strategie economiche dei Paesi, uomini potenti e uomini comuni, tutti siamo invitati a riflettere sulle conseguenze dei nostri comportamenti, perché essi non sono mai privati, neutri: su un pianeta come il nostro ogni gesto entra in relazione con gli altri, edifica o distrugge, conserva o spreca, valorizza o umilia, custodisce o trascura. La valenza morale del nostro essere parte di un’umanità che abita la terra, però, non riguarda solo il fatto di dover evitare comportamenti dannosi e irresponsabili: la vita morale alla quale siamo consapevolmente invitati riguarda anche la gratitudine per esserci, la contemplazione del creato che ci circonda, la gioia di riconoscersi al centro di una trama di relazioni che ci precede e ci accompagna e che ha la sua origine più radicale nella volontà amorosa di un Creatore. Il testo di papa Bergoglio, in sostanza, si dirige in modo chiaro ed energico contro l’individualismo, ma non si esaurisce per questo in una condanna: è l’invito a rispettare quanto abbiamo ricevuto e a costruire insieme una creazione ancora in status viae. «Se noi ci accostiamo alla natura e all’ambiente senza questa apertura allo stupore e alla meraviglia, se non parliamo più il linguaggio della fraternità e della bellezza nella nostra relazione con il mondo —ci esorta papa Francesco— i nostri atteggiamenti saranno quelli del dominatore, del consumatore o del mero sfruttatore delle risorse naturali, incapace di porre un limite ai suoi interessi immediati» (n. 11). L’uomo, ci viene ricordato, non è solo libertà, ma anche natura e lo spreco è proprio di chi non riconosce nessuno sopra di sé (cf. n. 6). In definitiva, ambiente umano e ambiente naturale, valore della vita umana e valore che diamo alla natura, crescono o degradano insieme (cf. n. 48).

I canoni del rapporto fra uomo e natura richiedono una necessaria relazione con il Creatore: non possiamo difendere la terra in una logica in cui l’essere umano debba scomparire per fare posto alla natura; non custodiamo la natura per onorare la natura, ma perché la natura è creatura di Dio, insieme all’uomo ed in certa misura a lui ordinata. Sufficientemente chiare paiono, in tal senso, le seguenti parole: «Invece di risolvere i problemi dei poveri e pensare a un mondo diverso, alcuni si limitano a proporre una riduzione della natalità. Non mancano pressioni internazionali sui Paesi in via di sviluppo che condizionano gli aiuti economici a determinate politiche di “salute riproduttiva”. Però, “se è vero che l’ineguale distribuzione della popolazione e delle risorse disponibili crea ostacoli allo sviluppo e ad un uso sostenibile dell’ambiente, va riconosciuto che la crescita demografica è pienamente compatibile con uno sviluppo integrale e solidale” [Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, 483]. Incolpare l’incremento demografico e non il consumismo estremo e selettivo di alcuni, è un modo per non affrontare i problemi» (n. 50). La Chiesa ricorda non solo il dovere di prendersi cura della natura, ma anche, e soprattutto, quello di proteggere l’uomo contro la distruzione di sé stesso (cf. n. 79).

Continua a leggere qui.

Giuseppe Tanzella Nitti – www.disf.org

 

 

Tuesday 30 June 2015 07:19

Il Beato Clemente Vismara: “Fare felici gli infelici”

Il 16 giugno 2011 padre Clemente Vismara era beatificato in Piazza Duomo a Milano. Nel dicembre 2012 la Emi pubblicava “Fatto per andare lontano – Clemente Vismara (1897-1988), missionario e beato” (Prefazione di mons. Renato Corti), il romanzo d’avventure non inventate ma vere, di 478 pagine e 32 pagine di fotografie originali (Euro 18). Parecchi lettori hanno sperimentato che “chi incomincia a leggere questo libro, va poi avanti fino alla fine”. E’ la biografia di un missionario (“cacciatore di tigri e di anime”) che va a fondare la Chiesa presso popolazioni tribali che non avevano mai sentito parlare di Cristo, nella Birmania forestale del “Triangolo d’oro” (fra Thailandia, Laos e Cina), dove si produce circa la metà di tutte le droghe che poi arrivano in Occidente, fra contrabbandieri e guerriglieri ribelli al governo birmano.

Dopo questa biografia, fatta in gran parte con le sue lettere, nell’ottobre 2014 la Emi pubblicava un secondo libro che si poteva intitolare “La personalità e la spiritualità del Beato Clemente Vismara”. Invece è il volume “Fare felici gli infelici” (con la prefazione di Roberto Beretta) perché in varie sue lettere padre Clemente scrive che “questo è il motto di ogni missionario”. Il sottotitolo del libro ne spiega bene i contenuti: “Il segreto della vita lunga e vittoriosa di Clemente Vismara, missionario beato”, Il volume è uno studio approfondito sulle testimonianze che hanno dato le persone vissute con Clemente, al Processo canonico per la sua beatificazione (pagg. 300, Euro 16). E’ quasi un manuale di spiritualità missionaria, perché nella prima parte tratta, con esempi, delle virtù di Clemente: fede, speranza, carità, obbedienza, amore ai piccoli e ai poveri, purezza, povertà, gioia di vivere. Ma poi esamina i vari aspetti della sua vita missionaria: buon pastore e fondatore di comunità cristiane, la complessa personalità del Beato Clemente, un santo avventuroso, poetico e sognatore, unica passione: la missione alle genti.

Suor Chiara Amata Ruggiero, del Monastero Buon Gesù di Orvieto (Viterbo) , mi scrive una bella lettera: “La ringrazio dell’ultimo libro su padre Vismara che ci ha mandato: “Fare felici gli infelici”. Lei ci fa conoscere un missionario eccezionale in santità e nell’amore ai poveri, attraverso le fonti documentarie e le testimonianze di quelli che hanno avuto conoscenza diretta di lui. Non solo quest’ultimo libro, ma anche gli altri che riportavano gli scritti di Clemente, straordinario testimone di Cristo. Oggi la missione si concepisce e si esercita in modo diverso, ma non cambia la passione del dono di sé per Gesù Cristo, l’Unico che davvero ne vale la pena. Solo questo può innamorare un giovane, una giovane!Lo sapeva bene e lo viveva profondamente padre Clemente, se tanti, leggendo i suoi scritti e conoscendo la sua vita, hanno scelto di consacrare la propria vita al Signore”.

In una recensione su “Il Corriere del Sud”, Andrea Bartelloni scrive: “Il segreto della vita di Vismara è questo: per “Fare felici gli infelici”, il missionario deve dare tutto sé stesso perché solo questo convince i pagani.

Padre Gheddo, che ha al suo attivo molte biografie di santi e beati missionari, si è fatto una precisa idea del concetto di santità: il santo è un uomo felice, è un esempio di promozione umana che rende l’uomo più uomo e la donna più donna; la santità è alla portata di tutti, i santi sono la dimostrazione “che il Vangelo può essere vissuto in ogni situazione umana e in ogni tempo. “Fare felici gli infelici” è la storia del percorso spirituale che ha portato il beato Vismara verso la santità e l’autentica promozione umana e religiosa del suo popolo”.

Piero Gheddo

30 giugno 2015

 

Tuesday 30 June 2015 04:00

Sinodo. Doccia gelata sui novatori

Il documento preparatorio dell'assise di ottobre tira il freno sulla comunione ai divorziati risposati e sulle unioni omosessuali. Nuove voci dall'Africa e dall'America latina. Tutte a sostegno della dottrina di sempre

Sunday 28 June 2015

IL SEGRETO (la Madonna e il Vaticano)

Nei giorni scorsi su Medjugorje è scoppiata una guerra fra vaticanisti. Secondo alcuni di loro, mercoledì 24 giugno, si sarebbe tenuta l’assemblea plenaria della Congregazione per la Dottrina della Fede sul dossier Medjugorje e avrebbe deciso misure durissime.

In sostanza una bocciatura della “soprannaturalità” degli eventi, il divieto per i veggenti di avere apparizioni pubbliche e di rendere noti i messaggi e il no alla richiesta di trasformare Medjugorje in santuario mariano.

Il giorno dopo un altro vaticanista smentisce tutto e scrive che in realtà il 24 giugno non si è tenuta nessuna plenaria della Congregazione per la dottrina della fede, perciò “nessuna decisione è stata presa” su Medjugorje. Tutto è rimandato all’autunno 2015 e, a quanto risulterebbe, le conclusioni della “Commissione Ruini” non erano così negative, specie sulle prime apparizioni.

Sennonché uno dei vaticanisti che aveva dato quelle notizie allarmanti ribatte che il cardinale Müller avrebbe già consegnato tutto il dossier e le proposte al papa a cui spetta la decisione finale.

Dunque la confusione è grande ed è pressoché impossibile capire quale sia la verità.

Io ritengo che – nonostante la nota ostilità di papa Bergoglio verso le apparizioni e le sue ripetute battute sarcastiche sui veggenti e i messaggi – sarà assai arduo “smantellare” totalmente Medjugorje dopo che milioni di persone lì hanno ritrovato la fede, molti hanno abbracciato la vocazione religiosa e diversi hanno ottenuto guarigioni straordinarie.

Sarà difficile bocciare tutto dopo che un papa come san Giovanni Paolo II ha più volte dichiarato di credere a quelle apparizioni e una volta è arrivato a dire: “Medjugorje è il centro spirituale del mondo”.

Vedremo cosa farà il Vaticano al tempo di Bergoglio, il tempo in cui sono stati rimessi in cattedra i teologi della liberazione. Anche a Medjugorje aspettano gli eventi con preoccupazione.

Nel frattempo però è accaduto qualcosa di cui nessun organo di informazione si è accorto e che ha proprio Medjugorje sullo sfondo.

LA SORPRESA

Volendo considerare i fatti da un punto di vista spirituale, si potrebbe pensare che la Madonna già in anticipo di (venti) anni si era preparata la strada per andare da Medjugorje a Roma, ma con mezzi soprannaturali.

Infatti proprio nelle ore in cui i media erano pieni di notizie e di smentite su Medjugorje, un’autorevole rivista vicina all’Opus Dei, “Studi Cattolici” (n. 652, giugno 2015), ha pubblicato una straordinaria intervista esclusiva con Fabio Gregori, realizzata da Riccardo Caniato.

Fabio Gregori, impiegato dell’Enel, è il proprietario della famosissima Madonnina che, fra il 2 febbraio e il 15 marzo 1995, a Pantano, nel comune di Civitavecchia, ha lacrimato sangue 15 volte, davanti a moltissimi testimoni: l’ultima lacrimazione avvenne fra le mani dello stesso vescovo, monsignor Grillo, che, in seguito a questo fatto eccezionale e inspiegabile, da ostile che era divenne un convinto sostenitore della soprannaturalità di quelle lacrimazioni. Persuaso anche dalle esortazioni di Giovanni Paolo II.

Il legame con Medjugorje è forte perché quella statuetta fu comprata proprio a Medjugorje, durante un pellegrinaggio, da don Pablo Martin, parroco di Pantano, e fu portata in dono alla famiglia Gregori che la sistemò in una piccola grotta nel giardino di casa. La statuetta porta ancora la scritta “Medjugorje” alla base.

Com’è noto le indagini, anche della magistratura, hanno appurato che non vi fu imbroglio in quelle lacrimazioni. Giovanni Paolo II volle che la statuetta gli fosse portata nella cappella privata in Vaticano e lì la venerò a lungo e la incoronò, lasciando a monsignor Grillo memoria scritta di questo avvenimento. Inoltre si recò lui stesso, segretamente, a Pantano per pregare.

Dal 15 marzo 2005, per decreto vescovile, la chiesetta parrocchiale di S. Agostino, a Pantano, dove si custodisce in una teca la statuetta della Madonna, è stata eretta a Santuario mariano (cosa che non è ancora riuscita a Medjugorje).

La notizia, ribadita sulla rivista diocesana, “è importante” scrive Caniato “perché significa che la Chiesa riconosce l’origine soprannaturale di quelle lacrime. Non a caso l’attuale vescovo, mons. Luigi Marrucci, il 26 aprile 2014, ha incoronato la ‘Madonnina’ durante un pontificale concelebrato con il vescovo emerito Grillo, l’arcivescovo Giovanni Marra e con moltissimi sacerdoti della diocesi. Come già per altre mariofanie ed eventi analoghi è proprio con gesti solenni come questo che la Chiesa dà pubblica approvazione di un fatto riconducibile a un intervento divino”.

Fra l’altro la famiglia Gregori, a cui appartiene la statuetta delle lacrimazioni, custodita nella chiesa parrocchiale, è anche proprietaria “di una seconda copia identica, conservata gelosamente, che fu loro regalata il 10 aprile 1995, tramite il cardinale polacco Andrzej Maria Deskur, da papa Giovanni Paolo II”.

Anche questa seconda statua è stata fatta a Medjugorje dallo stesso artigiano e Deskur disse pubblicamente di essere venuto “a nome del Papa per favorire il culto della Madonna”.

Molti ignorano che pure a questa seconda statuetta accadono fenomeni inspiegabili (in un caso filmati pure da una troupe della Bbc). Essa infatti trasuda un olio profumatissimo in certe feste liturgiche della Chiesa e vi sono anche lacrimazioni (non di sangue).

APPARIZIONI E MESSAGGI 

A Pantano inoltre sia Jessica, la figlia dei Gregori che si accorse della prima lacrimazione, sia il padre Fabio, avrebbero avuto anche manifestazioni dirette e messaggi della Madonna.

Da qui parte dunque l’intervista al signor Gregori e si tratta di dichiarazioni importanti perché ben ponderate e perché raramente egli ha parlato con i giornalisti.

La prima volta la Madonna sarebbe apparsa loro mentre don Pablo celebrava e stava consacrando l’ostia sull’altare.

Poi altre volte: “Tra il 1995 e il 1996 ha dato 93 messaggi, di cui due segreti per il nostro vescovo e un terzo per il Papa, in un ciclo di apparizioni pubbliche a mia figlia e a me”.

La Madonna si è presentata tra l’altro come “Madre e Regina delle famiglie e della Chiesa”.

Due titoli molto significativi. Infatti nell’intervista al signor Gregori si trovano spiegati: “La Madonna si è rivolta da qui all’umanità intera, alla Chiesa e a quella porzione di Chiesa che è la famiglia, ponendo questo suo intervento nel solco del messaggio di Fatima. Ci ha messo in guardia che Satana è potente e vuole scatenare l’odio, quindi la guerra per distruggere l’umanità. E per raggiungere questo scopo vuole abbattere la Chiesa di Dio, incominciando dalla piccola Chiesa domestica che è la famiglia, che è culla della società, e, nel solco della Famiglia di Nazaret, tanto più della comunità Cristiana”.

C’è dunque l’incombere di una guerra?

Risposta: “La minaccia di un conflitto nucleare tra l’Occidente e l’Oriente, la terza guerra mondiale. E la Madonna ha aggiunto che il demonio avrebbe fatto di tutto per minare l’unità della famiglia cristiana fondata sul matrimonio e che, senza una nuova conversione, molti pastori avrebbero tradito la propria vocazione, anche con grave scandalo, e che la Chiesa avrebbe conosciuto una nuova grande apostasia, cioè il rinnegamento delle verità cristiane fondamentali riaffermate nei secoli nella tradizione e nella dottrina”.

Parole che riecheggiano quelle che suor Lucia di Fatima disse al cardinal Caffarra: Verrà un momento in cui la battaglia decisiva di Satana con Cristo sará il matrimonio e la famiglia. Ma non abbiate paura: la Madonna gli ha giá schiacciato la testa”.

A proposito di Fatima, la giovane Jessica ebbe uno straordinario colloquio privato con sour Lucia dos Santos prima della sua morte. Probabilmente sul segreto che la Madonna ha dato a Jessica per il Papa.

Caniato ha chiesto se tale segreto è collegato al Segreto di Fatima. Risposta: “Sì”.

E’ la parte non ancora rivelata del Terzo Segreto? E cosa preannuncia all’umanità e alla Chiesa?

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 28 giugno 2015

Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

 

Friday 26 June 2015

SULL’INVALIDITA’ DELL’ELEZIONE DI BERGOGLIO

DISSERTAZIONE IN PUNTA DI DIRITTO CANONICO SULLA TESI DI SOCCI E LA REPLICA DI BONI 

 
di Guido Ferro Canale

Dopo la pubblicazione dell’ormai celebre Non è Francesco, la tesi di Antonio Socci sull’invalidità dell’elezione del Card. Bergoglio a Sommo Pontefice è stata confutata, inter cetera, da Cerrelli e Introvigne per La Nuova Bussola Quotidiana, nonché dalla prof.ssa Geraldina Boni per il sito di Sandro Magister; a lei ha replicato p. Bugnolo del blog From Rome; inoltre, lo stesso Socci è tornato in argomento, segnalando due nuove irregolarità del Conclave, che avrebbero anch’esse portata invalidante. In seguito a quest’ultimo articolo, anch’io, che già mi sono occupato del tema, ho ritenuto che fosse il caso di tornarvi sopra per considerare i nuovi rilievi di Socci e tracciare un primo bilancio del dibattito; l’ho formulato come replica alla Prof.ssa Boni, autrice della critica più approfondita, perché credo che – sotto il profilo giuridico e salva l’indispensabile verifica dei fatti – la tesi socciana sia sostanzialmente fondata.

Anzitutto, la ricapitolo per comodità del lettore: stando a quanto riferito dalla giornalista argentina Elisabetta Piqué, la sera del secondo giorno di Conclave, alla quarta ed ultima votazione in programma (quinta di tutto il Conclave), sarebbe accaduto quanto segue.

«Dopo la votazione e prima della lettura dei foglietti, il cardinale scrutatore, che per prima cosa mescola i foglietti deposti nell’urna, si accorge che ce n’è uno in più: sono 116 e non 115 come dovrebbero essere. Sembra che, per errore, un porporato abbia deposto due foglietti nell’urna: uno con il nome del suo prescelto e uno in bianco, che era rimasto attaccato al primo. Cose che succedono. Niente da fare, questa votazione viene subito annullata, i foglietti verranno bruciati più tardi senza essere stati visti, e si procede a una sesta votazione».

L’annullamento suppone che si applichi il n. 68 della Cost. Ap. Universi Dominici Gregis,[1] che commina la nullità della votazione quando il numero delle schede è maggiore di quello degli elettori; quindi si è proceduto ad una nuova votazione (sesta di tutto il Conclave, quinta della giornata), da cui è risultato eletto Bergoglio.

Invece, ad avviso di Socci, la nullità non sussisteva, perché il caso in cui due schede (o più) siano riconducibili ad uno stesso Cardinale è disciplinato dal n. 69 e non dal 68,[2] e comunque il nuovo voto, essendo il quinto della giornata, avrebbe violato UDG 63, che prevede soltanto quattro votazioni in un giorno. Ora, la stessa Costituzione Apostolica, al n. 76, recita:  “Se l’elezione fosse avvenuta altrimenti da come è prescritto nella presente Costituzione o non fossero state osservate le condizioni qui stabilite, l’elezione è per ciò stesso nulla e invalida, senza che intervenga alcuna dichiarazione in proposito e, quindi, essa non conferisce alcun diritto alla persona eletta.”.[3]

La premessa di fatto sul rinvenimento delle schede non forma oggetto di particolari contestazioni: i critici, pur esprimendo legittime riserve sull’attendibilità dell’articolo della Piqué (che, del resto, non menziona la propria fonte), lo accettano almeno come ipotesi e ragionano sulle conseguenze giuridiche. Tuttavia, mi sembra opportuno rilevare che esiste almeno un elemento di conferma a questa versione dei fatti: avendo, come milioni di fedeli, seguito in diretta la serata dell’elezione, ricordo molto bene che la fumata finale si è fatta attendere a lungo e che i commentatori si chiedevano il perché di questo ritardo nell’esito della quarta votazione della giornata. Che io sappia, esso non è mai stato spiegato; ma si spiega benissimo se effettivamente si è dovuto rivotare.

Infine e per completezza, vorrei esprimermi su una delle obiezioni più comuni: “Se così fosse, come mai nessun Cardinale ha sollevato pubblicamente il problema?”. Domanda lecita, essendo almeno probabile che, in un caso del genere, si sia tenuti, non al segreto del Conclave, ma piuttosto a palesare il possibile vizio. Ma mi pare che la risposta stia nella legge: siccome la UDG non dice a chi spetti dichiarare che una votazione è nulla, si applica la disciplina generale del Codice di Diritto Canonico (cfr. can. 173 §2); quindi, supponendo vera l’ipotesi di Socci, ogni decisione è stata presa dai tre scrutatori, insieme con il Card. Decano (al massimo, anche con i Revisori), e il resto degli elettori, secondo ogni logica, si è semplicemente sentito dire “Dobbiamo rivotare, c’era una scheda in più”. Quindi, non possono né confermare né smentire la sussistenza del vizio, perché non sono a conoscenza del dettaglio decisivo: le schede erano piegate insieme, oppure no? C’è da augurarsi che esso sia almeno descritto nella relazione sull’esito delle votazioni (cfr. UDG 71 §2) e che, prima o poi, ci si decida ad aprirla.[4]

Tanto premesso, veniamo ad rem: intendo considerare, anzitutto, la prima delle nuove irregolarità rilevate da Socci, che riguarda l’apertura stessa del Conclave; quindi il complesso delle censure sulla famosa votazione, incluso il secondo profilo nuovo.

Gli elettori mancanti

Nel suo nuovo articolo in argomento, il giornalista toscano segnala che i Cardinali si sono avvalsi della facoltà di entrare in Conclave prima dei quindici giorni dalla Sede vacante – facoltà accordata da Benedetto XVI con il m.p. Normas nonnullas – senza però rispettare il requisito indicato dalla legge stessa (UDG 37 come modificato):[5]si constat omnes Cardinales electores adesse”. Di fatto, gli elettori non erano tutti presenti, ma ne mancavano due, O’ Brien e l’indonesiano Darmaatmadja, che avevano comunicato che non avrebbero preso parte al Conclave. Poiché, però, un Cardinale elettore dev’essere ammesso al voto anche se arrivasse a Conclave già iniziato, ragiona sempre Socci, non è possibile anticipare l’apertura. Ne segue che il giorno in cui Bergoglio è stato eletto… non si sarebbe neanche potuto votare.

Credo, però, che il profilo di illegittimità non sussista.

Anzitutto, un rilievo solo apparentemente formale: il nuovo testo di UDG 37 dice “se tutti i Cardinali sono presenti”… ma non dice “solo se”. Farglielo dire è un’interpretazione, precisamente un’interpretazione a contrario: la legge parla del caso X, quindi gli altri, non menzionati, debbono intendersi esclusi.

Il can. 17, elencando i molteplici criteri di interpretazione della legge, ci ricorda che le cose non sono così semplici.

Anzitutto, per essere cogente, questa lettura dovrebbe fondarsi su un rapporto di eccezione a regola: quando si dice “l’eccezione conferma la regola”, si intende appunto che questa va applicata in tutti i casi non eccettuati esplicitamente (exceptio firmat regulam in casibus non exceptis: cfr. can. 18).

Certo, i quindici giorni potrebbero appunto essere la regola, e questa l’eccezione. Inoltre, e sembra la lettura di Socci, UDG 37 restringe il diritto del Cardinale elettore, quindi dovrebbe sottostare ad interpretazione stretta (cfr. can. 18).

Ma in contrario depongono sia “il fine e le circostanze della legge”, sia il contesto normativo (cfr. can. 17).

Anzitutto, la preoccupazione dominante di UDG 37 è acceleratoria: rispetto ai tre mesi accordati dal can. 165, qui il tempo massimo di attesa è ridotto a venti giorni, pur in presenza di gravi cause. Se ne desume che, al ventunesimo giorno, il Conclave si dovrebbe aprire anche se mancasse, magari per buone ragioni, un gran numero di elettori. Questi, semmai, potrebbero entrare a Conclave iniziato.

Esiste, poi, anche la preoccupazione di dar loro il tempo di arrivare: i giorni di attesa, dieci sotto la disciplina di S. Pio X, sono stati portati a quindici con il m.p. Cum proxime di Pio XI, perché gli americani si erano giustamente lamentati di non aver avuto modo di arrivare prima della sua elezione. Si comprende, quindi, perché UDG 37 ammetta che non si faccia luogo a dilazione se gli elettori son già tutti presenti.

Ma quid se gli assenti sono giustificati?

Il n. 38 stabilisce che l’impedimento dev’essere riconosciuto dal Sacro Collegio[6] e il 39, che sembra pensato soprattutto per gli impediti, ammette al voto in Sistina qualunque elettore sopraggiunga a Conclave iniziato.

Ma allora non si potrebbe, in linea di principio, rimandare l’ingresso in Conclave per attendere uno o due malati che, nel frattempo, fossero guariti e stessero annunciando l’arrivo. Altrimenti detto: una volta che l’impedimento sia stato riconosciuto, si può procedere oltre.[7] A mio avviso, anche  anticipando l’apertura del Conclave: inutile attendere chi ha già detto che non verrà, con ragioni valide e riconosciute tali. Casomai arrivasse, potrebbe entrare comunque. Ergo, deve prevalere la preoccupazione dominante: provvedere in fretta all’elezione.

Né si può ritener leso il diritto dell’elettore: non stiamo parlando di un anticipo arbitrario; i soli soggetti potenzialmente lesi si sono essi stessi dichiarati impediti. Se fossero stati affetti da infermità acute ma passeggere, o altra causa transitoria, che renda rilevante il periodo di attesa, non avrebbero forse pregato i loro colleghi di attendere? Oppure avrebbero potuto non comunicare nulla e arrivare a Roma entro i quindici giorni. L’impedimento si comunica – e viene approvato – proprio a salvaguardia del diritto degli altri elettori di entrare in Conclave, senza essere trattenuti dall’incertezza sul possibile arrivo di Tizio o di Caio.[8]

In ogni caso, come Socci stesso ricorda, il Sacro Collegio ha dato atto delle due assenze. Quindi, decidendo comunque di entrare in Conclave, ha esercitato il potere interpretativo accordatogli da UDG 5 – sul quale torneremo – e interpretato il nuovo testo di UDG 37 in termini (suppongo) analoghi ai miei. A che serve UDG 5, se non proprio per questi casi dubbi?

Ma anche a voler supporre il vizio, non ne seguirebbe la nullità. Soprattutto perché si creerebbe una grave disparità di trattamento. UDG non dice nulla su un vizio ben più grave, cioè che qualche elettore non sia convocato; si applica, quindi, la disciplina del Codice (can. 166), secondo cui l’elezione è nulla solo se è stato pretermesso – e sia di fatto mancato all’appuntamento – più di un terzo degli elettori; altrimenti è solo annullabile, purché gli interessati ricorrano, a tal fine, entro tre giorni dall’elezione stessa. (L’autorità competente non può essere che il Sacro Collegio stesso).

Onestamente, resterei perplesso di fronte a una lettura che ci darebbe un Papa legittimo se, diciamo, venti elettori non fossero stati convocati e non avessero reclamato, ma renderebbe insanabilmente nulla l’elezione perché due elettori, impediti e con impedimento riconosciuto, avrebbero anche potuto cambiare idea…

Scheda in più e annullamento delle votazioni

Giova premettere che, a norma di UDG 66, lo scrutinio si articola in tre fasi: il voto vero e proprio, ossia la deposizione delle schede nell’urna; estrazione e conteggio delle schede stesse; solo successivamente, loro apertura. Il n. 68, occupandosi del conteggio, stabilisce che, “Se il numero delle schede non corrisponde a quello degli elettori [perché esse sono di più o di meno], bisogna bruciarle tutte” e ripetere la votazione; invece, il 69, che riguarda il momento dello spoglio, prevede il caso delle due schede “ita complicatas, ut ab uno tantum datas esse appareat” e salva la validità della votazione.

Dal resoconto della Piqué, non è chiarissimo quando sia stata scoperta la doppia scheda: da un lato, si riferisce il numero totale (116 anziché 115), il che fa pensare che il conteggio fosse ultimato; dall’altro, l’indicazione “Dopo la votazione e prima della lettura dei foglietti, il cardinale scrutatore, che per prima cosa mescola i foglietti deposti nell’urna, si accorge…” fa pensare al mescolamento, che precede lo stesso conteggio (cfr UDG 68: “Dopo che tutti i Cardinali elettori avranno deposto la loro scheda nell’urna, il primo Scrutatore l’agita più volte per mescolare le schede e, subito dopo, l’ultimo Scrutatore procede al conteggio di esse, prendendole in maniera visibile una ad una dall’urna e riponendole in un altro recipiente vuoto, già preparato a tale scopo”). Di conseguenza, a rigore, il numero totale – 116 e non 115 – sarebbe frutto di una deduzione dalla presenza di una scheda in più, non dell’avvenuto conteggio.

A mio avviso, la lettura più rispondente al resoconto porta a far scoprire le due schede allo Scrutatore mentre agita l’urna e vede le due schede attaccate. Del resto, questa è anche l’ipotesi più interessante: se il vizio fosse emerso a conteggio finito, non ci sarebbe storia, si rientrerebbe nella fase dello spoglio e si dovrebbe applicare UDG 69. Che succede, invece, se emerge prima? Prevale la fase in cui ci si trova, e quindi si applica il n. 68, oppure l’identità di fattispecie con il n. 69?

Questo è un classico problema di interpretazione della legge, perché il fatto, così come si assume avvenuto, non è espressamente previsto in tutti i suoi elementi da nessuna disposizione. Potrebbe rientrare o nell’una o nell’altra.

Proprio per affrontare questo genere di problemi, UDG 5 stabilisce: “Qualora sorgessero dubbi circa le prescrizioni contenute in questa Costituzione, o circa il modo di attuarle, dispongo formalmente che ogni potere di emettere un giudizio al riguardo spetti al Collegio dei Cardinali, cui pertanto attribuisco la facoltà di interpretarne i punti dubbi o controversi, stabilendo che quando occorra deliberare su queste ed altre simili questioni, eccetto l’atto dell’elezione, sia sufficiente che la maggioranza dei Cardinali congregati convenga sulla stessa opinione.”. Tuttavia,  non si è fatto ricorso a questo potere; l’annullamento è stato disposto dagli Scrutatori e dal Decano, non dal Collegio… del resto, stando alla lettera di UDG 5, si sarebbe dovuto interpellare l’intero Collegio, compresi i Cardinali non elettori, cosa impossibile senza un’interruzione del Conclave.[9] Quindi, la decisione di applicare il n. 68 anziché il 69, giusta o sbagliata che sia, non è espressione di questa potestà interpretativa…[10] e potrebbe, almeno in astratto, essere sindacata da chi ne è titolare, ossia proprio il Sacro Collegio.

Per la verità, la Prof.ssa Boni, su questo punto, propugna una lettura ben diversa: UDG 5 “esclude esplicitamente la possibilità di interpretazione dell’atto dell’elezione, dovendo le norme essere applicate così come suonano”. Ne seguirebbe che il n. 68 dovrebbe comprendere tutte le ipotesi di rinvenimento di schede in più nella fase del conteggio,[11] anche se, come ella stessa rileva, ha ragione Socci a sostenere che, così, ogni Cardinale può tenere il Conclave in sospeso ad infinitum, semplicemente piegando due schede insieme e facendo annullare la votazione. Stesso discorso per la possibile violazione del n. 63: si verrebbe a sindacare l’atto stesso dell’elezione.

Non ho avuto modo di consultare il commento del Card. Pompedda, cui la Boni rimanda in proposito;[12] ma l’ipotesi che l’inciso “eccetto l’atto dell’elezione” escluda la potestà interpretativa e di dirimere i dubbi proprio sull’atto più importante di tutti (!) mi sembra sostenibile solo rispetto alla trad. italiana, ma non al testo ufficiale latino.[13] Anche per Miñambres, se lo intendo rettamente, esso eccettua, non dalla potestà, ma dalla maggioranza semplice e dai quorum: “La risoluzione delle questioni […] spetta ai cardinali, che, tranne per quello che riguarda l’elezione del Pontefice, silente la norma, seguiranno i quorum generalmente richiesti per la presa di ogni tipo di decisione collegiale [dai due Codici, latino e orientale]”.[14]

In altri termini: se si deve risolvere un dubbio che coinvolge l’atto stesso dell’elezione e la sua validità, bisogna osservare le stesse regole previste per l’elezione stessa, quindi la maggioranza dei due terzi. E’ il principio dell’actus contrarius: un atto si modifica o invalida con la stessa procedura usata per adottarlo. Per la stessa ragione, l’inciso “excepto ipso electionis actuprobabilmente deroga anche alla competenza dell’intero Collegio, riservandola, in tale ipotesi, ai soli Cardinali elettori; ma, siccome può restare un dubbio sul punto, al riguardo occorrerebbe una decisione preliminare di tutti gli Eminentissimi sulla portata dell’inciso stesso.

Inoltre, che i Cardinali possano sindacare la validità dell’elezione era pacificamente ammesso, quando vigeva la Cost. Ap. Vacantis Apostolicae Sedis di Pio XII (che sul punto si esprime in termini del tutto simili),[15] tanto da esser menzionato, senza riserve, perfino in un compendio per studenti: “Se il dubbio probabile riguarda la validità dell’elezione, il Papa non è validamente eletto. Affinché il R. Pontefice ottenga la giurisdizione suprema si richiede che egli sia legittimamente eletto; ora l’elezione dubbiamente valida non è legittima. Se però il dubbio oggettivo è probabile e non universale, ma di difficile soluzione, il giudizio spetta al Collegio dei Cardinali a norma della Cost. ‘Vacantis Apostolicae Sedis‘ nn. 3-4.”.[16]

Del resto, se ho capito bene, anche la Boni riconosce che potrebbe darsi il caso di Papa dubbio, inteso proprio come dubie electus.[17] Se c’è un dubbio, dev’esserci anche chi lo possa risolvere.

Chiarito, quindi, che anche i nn. 68 e 69 (e ogni altro punto della UDG che possa riguardare ipsum electionis actum) sono passibili di interpretazione, torniamo al dilemma principale: prevale il momento in cui si scopre la scheda, oppure il fatto che si tratti di due schede ripiegate?

Debbo confessare di non aver proprio compreso perché, secondo i critici, sarebbe così importante il riparto in fasi. Dato che la legge si interpreta tenendo conto anche del fine e delle circostanze, quale interesse fondamentale verrebbe salvaguardato da una scansione tanto rigida da impedire di applicare il n. 69 a due schede ripiegate emerse in fase di conteggio?[18]

Inoltre, soprattutto riguardo a testi come la UDG, sostanzialmente riproduttivi di leggi anteriori, ha un gran peso l’argomento storico, che, in caso di dubbio, riporta il testo al senso (più chiaro) del precedente (cfr. cann. 6 e 20). La Boni non affronta quest’aspetto, perché ha escluso in radice la stessa possibilità di interpretazione, quando si tratti dell’atto stesso dell’elezione; più singolare che lo trascurino anche Cerrelli e Introvigne, la cui linea argomentativa è diversa. Eppure, Socci è risalito alla versione originaria dell’attuale n. 69 e afferma che il suo scopo consiste proprio nell’impedire che un Cardinale possa tenere in stallo il Conclave. Anche se avesse torto sul piano storico, mi sembra che l’argomento sia comunque sufficiente a far preferire la sua interpretazione.

Del resto, la votazione viene annullata se le schede sono meno degli elettori, perché non si vuole ammettere l’astensione dal voto (al più la scheda bianca); se invece le schede sono di più, il rischio è che abbia votato un non-elettore (cfr. can. 169), o che qualcuno abbia votato più volte. Ma se si trovano piegate insieme, il rischio non sussiste, perché si possono ricondurre ad uno stesso elettore. E quindi non c’è ragione di ritenere nulla la votazione.[19]

Il tetto alle votazioni

Siano o non siano validi gli argomenti di Socci sui nn. 68 e 69, è indubbio che, secondo la ricostruzione dei fatti da tutti presupposta, si sarebbero materialmente avute cinque votazioni in una giornata. Resta da capire perché questo non costituirebbe una violazione di UDG 63, che ne prevede soltanto quattro, due mattutine e due pomeridiane.

Cerrelli e Introvigne, fidandosi della traduzione italiana, ritengono che il n. 68 imponga di procedere “subito” ad una nuova votazione; Socci giustamente replica che tale avverbio è assente nel testo latino (e il punto ha una sua importanza, di cui infra). Inoltre, secondo loro, “ – applicando elementari principi generali del diritto, anche canonico – l’articolo 63 si riferisce a quattro votazioni valide e complete, cioè arrivate fino allo spoglio”, e intendono lo spoglio completato. Anche in questo caso, però, incorrono in un infortunio con il testo latino: la “votazione completa”, a termini di UDG 66, è detta scrutinium e va, effettivamente, dall’immissione nelle schede fino allo spoglio completato;[20] ma il limite numerico del n. 63 §2 si riferisce al suffragium (“duo suffragia erunt ferenda, tum mane tum vespere”). Questo è il voto del singolo Cardinale;[21] nel contesto del n. 63, può solo indicare due momenti in cui si vota – due espressioni di suffragium – quindi due deposizioni di schede nell’urna.[22]

Più lineare l’argomento della Prof.ssa Boni: “tale quarta votazione dal punto di vista giuridico è incontestabilmente ‘tamquam non esset’, non andava quindi inclusa e computata fra quelle effettive”. Per la verità, qui ella sta derogando al suo stesso principio di letteralità pura e semplice: siccome il tamquam non esset non si legge in nessun punto di UDG, la sua lettura costituisce un’interpretazione che, in questo caso, riguarda l’atto stesso dell’elezione… appunto ciò che, a suo dire, sarebbe precluso. Ma non voglio insistere su quella che mi pare una contraddizione (o poco meno), perché riconosco che l’argomento in sé ha un suo pregio.

Tuttavia, non mi sembra convincente, per quattro ragioni.

1) Il fine del n. 63 e della scansione temporale da esso recata consiste nell’assicurar l’equilibrio tra le esigenze di celerità e quelle di riflessione. Quindi dovrebbe applicarsi a tutte le materiali espressioni di voto, ciascuna delle quali dev’essere ponderata, anche se poi, in ipotesi, fosse nullo lo scrutinio. Anzi a fortiori, mi verrebbe da dire: la nullità può sembrare un mero incidente di percorso cui occorre rimediare (a vantaggio del candidato in testa, presumibile “vittima” della procedura.

2) Il n. 68 potrebbe smentirmi, ovviamente, se imponesse la ripetizione immediata, con una deroga implicita al n. 63. Ma, come ha già rilevato Socci, esso non dice “subito”, bensì “iterum, id est altera vice, ad suffragia ferenda procedatur”. “Si voti di nuovo, ossia una seconda volta”.
Se questa è la seconda, qual è la prima?

Può solo trattarsi di quella annullata.

Supponiamo, infatti, che venga annullato il primo scrutinio del giorno: se fosse davvero tamquam non esset al punto di non venire neppure conteggiato, non si potrebbe votare una seconda volta… sarebbe di nuovo una “prima”.

Quindi, lo stesso n. 68 implica che la votazione nulla rilevi a qualche fine, che entri in un computo. Lo ha correttamente rilevato p. Bugnolo.

Allora perché non in quello del n. 63?

3) Nel caso del n. 69, il suffragium del singolo Cardinale espresso con due schede, se è nullo, «però, ha significato giuridico in quanto viene contato nel totale dei voti espressi e contribuisce a determinare, al pari di quello in bianco, la maggioranza richiesta dei due terzi».[23] Un singolo voto si computa nel quorum, anche se nullo, e una votazione intera si dissolve nell’aria?

4) L’assenza dell’avverbio “subito” e l’espressione “altera vice” si spiegano molto bene se si considera che, probabilmente, sarebbe impossibile ripetere immediatamente la votazione. Infatti, a norma di UDG 64, i Cerimonieri, distribuendo le schede, debbono darne ad ogni elettore “almeno due o tre”, “saltem duas vel tres”.[24] Quindi, possono abbondare, ma basta che ne distribuiscano due. Ecco perché UDG 68 dice “altera vice”: una terza votazione, un terzo suffragium ferre, non sarebbe possibile, occorrerebbe tornare al pre-scrutinio e distribuire nuovamente le schede. Viceversa, se il legislatore avesse inteso consentire questo terzo voto, non avrebbe spiegato “iterum” con “altera vice” (il cui senso può solo essere restrittivo: due e non di più), o avrebbe formulato diversamente il n. 64, oppure disposto che si ripetesse l’intera procedura.

O, magari, aggiunto in UDG 68 quell’avverbio statim che, invece, compare in UDG 70:[25] terminato lo spoglio, le schede si bruciano subito (statim), a meno che non si debba procedere subito al  secondo scrutinio (“Si tamen secundum scrutinium statim est agendum”), nel qual caso vengono accantonate e bruciate con quelle dello spoglio successivo.[26] Quindi, lo scrutinio si può e si deve ripetere “subito” solo se è il secondo nella coppia prevista da UDG 63.

Con il che, sono giunto all’altro nuovo profilo rilevato da Socci.
Quando si bruciano le schede?

L’argomento viene in subordine rispetto a quelli sull’applicabilità del n. 69: supposto che siano infondati e che il n. 68 si sia applicato con ragione, tuttavia è stato violato nella parte in cui prescrive che le schede si brucino subito e che poi si rivoti. Non si è vista nessuna fumata nera, ergo sono state bruciate dopo, con quelle del nuovo spoglio.

Probabilmente, Scrutatori e Decano hanno ragionato come la Boni: se si considera tamquam non esset la votazione nulla, si deve applicare UDG 70, perché quella nuova è comunque la seconda della serata. Quindi, si rivota e poi le schede si bruciano tutte assieme.

In realtà questo è sicuramente un errore, dato che crea un conflitto tra norme: in quella stessa ipotesi, infatti, si voterebbe altera vice, dunque dovrebbe applicarsi UDG 68.

Che viceversa rischia di non applicarsi mai: non alla nullità della prima votazione, perché, dato il tamquam non esset, non si voterebbe altera vice; e neppure alla nullità della seconda, perché prevarrebbe UDG 70.

Superfluo osservare che il Sacro Collegio non ha il potere di abrogare neppure una virgola di UDG; molto meno, dunque, Decano e Scrutatori, per tacere della dottrina. L’interpretatio abrogans, almeno in questo caso, va respinta per definizione. E, lo dico per inciso, questo conferma una volta di più che la votazione nulla si deve conteggiare (almeno ai fini di UDG 68, dunque, secondo me, anche di UDG 63).

Insomma, ammesso che una votazione sia stata annullata, ha ragione Socci: è stato violato il n. 68.

Ma, a questo punto, il resoconto della Piqué crea un problema di validità in tutti i casi possibili: se la doppia scheda è emersa in fase di spoglio, è stato violato il n. 69; (secondo me anche se le due schede erano comunque attaccate, ma,) se invece si è applicato correttamente il n. 68, lo si è però violato non bruciando subito le schede della votazione annullata.

E’ il momento, quindi, di ragionare sulle conseguenze delle irregolarità discusse fin qui, ossia sulla portata della nullità prevista in UDG 76.

Quando è nulla l’elezione del Papa?

La Boni non si sofferma su questo problema, superfluo nell’economia della sua argomentazione; nulla dice Miñambres,[27] mentre, come detto, non ho potuto consultare Pompedda.

Si sono espressi, invece, Cerrelli e Introvigne, che, muovendo dalla condivisibile premessa secondo cui le ipotesi di invalidità vanno circoscritte e certamente non si potrebbe attribuire tale portata ad ogni minima violazione, sostengono che la formula “Se l’elezione fosse avvenuta altrimenti” (“Si electio aliter celebrata fuerit”) “e il riferimento alle «condizioni» si riferisc[ono soltanto] allo schema essenziale del conclave, e non a singoli elementi”; quindi, sarebbe “sufficiente che il procedimento sia stato segreto e che si sia avuto con consenso naturalmente sufficiente. Non rendono nullo il voto, pertanto, né l’errore, né la paura: e neppure un fatto gravissimo come la simonia (art. 78 della costituzione).”.

Riguardo alla paura – tra i giuristi solitamente chiamata “timore” – veramente avrei qualche dubbio: il Concilio di Costanza, nel decreto Frequens (la cui approvazione da parte di Martino V è certa, avendovi egli dato esecuzione), ha esplicitamente disposto che il timore grave rende nulla l’elezione del Papa, senza che sia possibile la ratifica successiva per tacito consenso dei Cardinali, una volta cessato l’errore. E anche supponendo che la disposizione si debba ritenere abrogata, anche se non saprei da quale, il can. 170 del Codice dichiara nulla qualsiasi elezione la cui libertà sia stata effettivamente impedita. Del resto, in ipotesi di errore essenziale o di timore grave, come si potrebbe parlare di “consenso naturalmente sufficiente”? Già solo per questo, la lettura mi sembra troppo restrittiva.[28]

L’argomento storico, inoltre, porta in un’altra direzione: nei testi normativi anteriori, l’avverbio “altrimenti” e le “condizioni” si riferivano alle tre diverse forme di elezione previste, per scrutinio, per compromesso o per acclamazione. Abolite le ultime due da Giovanni Paolo II, debbono per forza indicare la procedura di scrutinio e non semplicemente i requisiti del consenso o del segreto. Tanto più che l’insistenza del Pontefice sull’importanza della procedura e del suo rispetto scrupoloso[29] impedisce di ritenere che egli abbia voluto restringere i casi di nullità e suggerisce, semmai, la lettura opposta, di una clausola volutamente ampia.

A mio avviso, il n. 76 si può, quindi, intendere comprensivo di tutti e soli i vizi che abbiano avuto un’incidenza causale sull’atto dell’elezione, sull’esito del Conclave.

Le irregolarità qui considerate vi rientrano?

Non quella sull’apertura anticipata del Conclave, se pur fosse un vizio: è tutto da dimostrare che Bergoglio non sarebbe stato eletto, o che l’iter delle votazioni si sarebbe svolto altrimenti.

Diverso il caso per i nn. 63 e 68.

Molto opportunamente, Socci ha rilevato che, tra la sera e la mattina, molte candidature si fanno e si disfano: se i Cardinali, annullata la votazione, si fossero ritirati a riflettere a pregare, avrebbero potuto circolare informazioni più accurate sul candidato in testa; invece, la ripetizione, con buona probabilità, ha convogliato anche gli indecisi su chi appariva vincente. E comunque, se la votazione non poteva essere ripetuta, l’actum electionis è invalido.[30] Lo sarebbe perfino se Bergoglio fosse già stato eletto alla quarta votazione, perché il suo spoglio non è mai stato completato.

Invece, occorre fare un distinguo quanto alla bruciatura delle schede annullate. Lo scopo della norma è chiaro: impedire che si confondano le schede dell’uno o dell’altro scrutinio. Data l’entità del pericolo, la violazione ha sicuramente portata invalidante… a meno che il pericolo stesso, in concreto, non sussistesse, perché, p.es., le schede erano già state infilate nella stufa o comunque allontanate in modo tale da escludere ogni possibilità di confusione. Ma nel dubbio di fatto su come siano andate le cose, anche sotto questo profilo l’elezione non è legittima.

Concordo con la Boni,[31] invece, sull’assenza di portata invalidante di un altro rilievo di Socci: se effettivamente la scheda ripiegata è stata “scoperta” in fase di conteggio, vuol dire che lo scrutatore lo ha aperta, anche se avrebbe potuto farlo solo in fase di spoglio. In realtà, un divieto esplicito di aprirle prima non c’è e, in ipotesi, sussisteva certo una causa più che ragionevole. Non so, però, se questa lettura si accordi bene anche con l’insistenza della Boni sulla rigidità della scansione in fasi.

Accettazione universale

Resta da esaminare l’ultimo argomento della Boni, che escluderebbe la sussistenza di qualsiasi invalidità: “la canonistica ha costantemente e coralmente ammaestrato che la pacifica ‘universalis ecclesiae adhaesio‘ è segno ed effetto infallibile di un’elezione valida e di un papato legittimo: e l’adesione a papa Francesco del popolo di Dio non può essere messa in alcun modo in dubbio.” (rimanda, sul punto, a Wernz-Vidal e al Card. Billot).[32]

Mi permetto di mettere in dubbio sia l’adesione del popolo di Dio, sia la bontà della tesi, sia il sostegno costante e corale di cui godrebbe.

Quanto all’ultimo punto, proprio Wernz-Vidal, nel luogo richiamato dalla Boni, attestano la vivacità delle discussioni su quando si dia un Papa dubius: il senso dell’argomento è proprio escludere in radice la possibilità del dubbio.[33] E ciò su un fondamento teologico: il Card. Billot spiega molto chiaramente che, siccome il Papa è “la regola vivente della Fede”, Dio non può permettere che tutta la Chiesa segua per tale colui che non è veramente Papa; sarebbe come se la Chiesa intera sbagliasse nella Fede.[34] Quindi, se di fatto tutti sono convinti che Tizio sia il Papa, allora siamo infallibilmente certi che l’elezione è valida.

Non è un caso che il Billot tratti l’argomento riguardo all’ipotesi del Pontefice eretico. In effetti, secondo me, il suo argomento ha pregio solo se vi è un rischio concreto di induzione dei fedeli nell’eresia (un Papa non canonicamente eletto potrebbe, però, essere del tutto ortodosso); ma non vale comunque a neutralizzare di fatto questo rischio. Ci assicura, semmai, che è impossibile che la Chiesa intera segua nell’errore un Papa eretico; e anche per Billot, che pure tratta il caso come meramente ipotetico, questi decadrebbe ipso facto dalla carica. Ma allora, per un verso l’adesione universale precedente non varrebbe come garanzia contro cadute successive; per altro, l’eretico si manifesterebbe comunque per tale da occupante della Suprema Cattedra e per questa via travierebbe un gran numero di fedeli; infine, ma non da ultimo… se le cose stanno così, a che pro’ ritenere l’adesione universale segno infallibile di elezione legittima? Dov’è, non dico il vantaggio, ma la necessità teologica cogente che impone di far appello all’indefettibilità?

Ma non basta. Quest’argomento è contrario al diritto positivo.

Ho già menzionato il decreto Frequens, sulla nullità dell’elezione viziata da timore grave, nullità non sanabile neppure per comportamento concludente dei Cardinali. E’ ovvio che, se questi non protestano in qualche modo, nessuno avrà argomenti concreti con cui impugnare l’elezione papale, ergo si darà la universalis adhaesio; ma il Concilio Ecumenico ragiona in termini diametralmente opposti ad una sua efficacia sanante o probante la validità.

Ancor più precisa, poi, la Bolla di Paolo IV Cum ex Apostolatus, che espressamente dispone che, se mai venisse eletto al Pontificato un eretico, l’elezione sarebbe nulla e non potrebbero supplire né il possesso della carica, né il riconoscimento universale.[35] Mi permetto di pensare che al Billot sia sfuggita: egli reputava impossibile che, nelle leggi universali (come quelle per il Conclave), i Papi potessero statuire in termini non conformi al diritto divino, avrebbe rivisto il proprio argomento.  Se il riconoscimento universale chiama in causa l’indefettibilità, è in gioco il diritto divino, la fedeltà di Cristo alle Sue promesse alla Chiesa; Paolo IV avrebbe commesso un errore dottrinale a non riconoscerlo. Lo stesso dicasi per i testi normativi sul Conclave anteriori alla riforma di S. Pio X, che contenevano formule di minaccia gravissime per lo pseudo-Pontefice – fuori del caso di eresia, cioè eletto in difformità dalle norme irritanti – e chiunque gli prestasse adesione, senza minimamente accennare a questa sicurezza infallibile derivante dall’adesione stessa, se universale.[36]

Inoltre, il canonista deve, in linea di principio, considerare il diritto vigente prima, e il consenso della dottrina solo come criterio suppletivo (cfr. can. 19); e, a mio parere, la Bolla di Paolo IV è tuttora in vigore. Certamente lo era al tempo in cui scriveva il Billot, poiché figura tra le fonti del Codice del 1917.[37] Ma siccome sia questo sia il nuovo (cfr., rispettivamente, can. 153 e can. 149) lasciano alle leggi particolari il compito di dettare i requisiti di idoneità necessari per il tale ufficio e anche i casi in cui la loro mancanza rende invalido il conferimento, direi che non si pone neanche il problema di una sua abrogazione. Ne segue che l’argomento della universalis adhaesio contrasta con la normativa in vigore, almeno quanto all’ipotesi del Papa eretico (l’unica, a mio avviso, per cui esso abbia un senso).

Infine, è così pacifico che vi sia, quest’adesione universale?

Certo, finché non è apparso il libro di Socci, nessuno nutriva dubbi precisi sulla validità dell’elezione; ma se è in gioco il principio per cui “Io conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me”… ebbene, le pecore perplesse non sono mai mancate, fin dal primo apparire di Bergoglio al balcone; anzi, le abbiamo viste crescere di numero, come le preoccupazioni in intensità. Questo non conta nulla?[38]

Nella logica sottesa all’adesione universale, io credo che debba contare.

Condizioni ed ambito della supplenza; il futuro Conclave

Veniamo, ora, ad un altro problema, posteriore nell’ordine logico: se effettivamente l’elezione è invalida, qual è la sorte degli atti compiuti da Bergoglio?

Osservo, peraltro, che esso si intreccia comunque con l’argomento dell’adesione universale, la cui ragion d’essere cade anche se il Papa illegittimo non è Papa, ma i suoi atti sono comunque validi, inclusi quelli magisteriali: allora, infatti, non si può dire che la Chiesa stia seguendo un falso Pastore. E la legislazione della Chiesa prevede appunto che, a certe condizioni, chi non sia titolare di un ufficio disponga comunque della giurisdizione, o potere di governo, che gli viene supplito dalla Chiesa.[39] Si badi bene: la supplenza non è una sanatoria; non “sana” l’elezione invalida e non impedisce, anzi esige che vi si ponga rimedio. Ma, per evitare danni maggiori alle anime, attribuisce un potere che non si possiede, ad alcune condizioni. In effetti, e salvo miglior giudizio, credo che l’adesione universale sia stata escogitata per sfuggire alle intricate controversie del diritto precodiciale su casi e limiti della supplenza, nonché sulla possibilità che eretici o scismatici avessero comunque giurisdizione.[40] Tuttavia, il Codice del 1917, risolvendo queste controversie nel senso più favorevole alla supplenza, ha reso quest’argomento, lato sensu tuziorista, del tutto inattuale. Ci si può chiedere, semmai, se sia tornato di attualità con il Codice del 1983. Ma andiamo con ordine ed esaminiamo, sinteticamente, lo sviluppo dei casi in cui la Chiesa supplisce la giurisdizione. Questo permetterà anche di rispondere alla domanda:

Secondo l’opinione di gran lunga prevalente prima del Codice del ’17, la supplenza richiedeva l’errore comune e il titolo colorato: ossia, che una parte cospicua della comunità interessata reputasse, erroneamente, Tizio detentore della tal carica o munito dei tali poteri, e che il suo possesso della/gli stessa/i fosse coonestato da un titolo apparente (p.es., Tizio è un eretico, ma il Vescovo non lo sa e lo ha nominato Parroco). S. Alfonso ha affermato espressamente che, in caso di elezione nulla per simonia occulta, la supplenza di giurisdizione si sarebbe applicata anche al Papa, attribuendo perfino l’infallibilità agli atti che la richiedevano.[41]

Tuttavia, il diffondersi del dubbio sulla legittimità dell’elezione avrebbe fatto venire meno il titulus coloratus, e con esso la supplenza, anche se la maggior parte dei fedeli fosse stata ancora in errore: è possibile che questo abbia fatto preferire ad alcuni l’adesione universale come mezzo per escludere tali dubbi. Considerato, però, che, secondo tutti gli autori, il can. 209 del Codice del 1917 ha abolito il titolo colorato e si accontentava dell’errore comune, la difficoltà oggi non si porrebbe. Dopotutto, “Non è il Papa, ma tutti credono che lo sia” sarebbe esattamente la nostra ipotesi.[42] Per inciso: la potestà supplita si estenderebbe anche a coloro che sono sicuri che non sia il Papa, poiché la supplenza è funzionale al bene comune, non a quello personale del singolo errante: attribuisce un vero potere di governo, efficace anche verso chi è consapevole dell’illegittimità.

Ma, purtroppo, un problema c’è ancora.

Diversamente dal vecchio Codice, il nuovo distingue la potestà di governo in legislativa, esecutiva e giudiziaria… e prevede la supplenza soltanto per quella esecutiva (cfr. can. 144 §1).[43]

Dunque, le nomine – espressamente qualificate dal Codie come atti della potestà esecutiva – sono salve, incluse le creazioni cardinalizie; quindi disponiamo tuttora di un Sacro Collegio validamente costituito e i Cardinali creati da Bergoglio, se venissero chiamati ad esprimersi sulla validità della sua elezione, non giudicherebbero in causa propria, perché resterebbero comunque Cardinali. Anche i provvedimenti della Curia Romana emanati previa approvazione pontificia sono pienamente validi (di sicuro se l’approvazione è in forma comune; ma penso anche quella in forma specifica, perché restano atti della potestà esecutiva, sia pure piena e suprema (cfr. can. 1732).

Ma nulla è previsto per gli atti legislativi, giudiziari o di Magistero.

Siccome la supplenza è comunque un istituto eccezionale rispetto alle regole ordinarie su attribuzione e riparto del potere, il silenzio vale esclusione.[44]

Fortunatamente, la Rota Romana e la Segnatura Apostolica giudicano con potestà propria e le loro sentenze non verrebbero inficiate in alcun modo; ma la Congregazione per la Dottrina della Fede  sottopone molte decisioni in materia penale al giudizio diretto del Papa. Nessun problema se si tratta di provvedimenti assunti in via amministrativa, rientrano nella potestà esecutiva; non così se hanno forma di sentenza o decreto giudiziale. Anche le canonizzazioni, trattandosi di definire processi veri e propri sebbene sui generis, dovrebbero rientrare nelle sentenze. Fortunatamente, l’attività legislativa è rimasta circoscritta al riassetto della Curia; eventuali atti amministrativi da essa derivati beneficerebbero della supplenza per errore comune, quindi gli inconvenienti sembrano, tutto sommato, circoscritti… ad un notevole danno per l’immagine della Sede Apostolica. Facile osservare che i danni si evitano con un maggior rigore nell’osservanza della legge, non celando la polvere sotto il tappeto a pasticcio avvenuto.

In questi casi, come per gli atti magisteriali, non essendovi un rimedio rebus sic stantibus, spetterà al nuovo Pontefice scegliere quali atti confermare, modificare o lasciar cadere. Nel frattempo, l’errore comune, se non supplisce la potestà mancante, scusa però dal peccato chi prenda le leggi per vere leggi e gli atti di Magistero per ciò che pretendono di essere (…forse: sono noti i dubbi sollevati riguardo alla Evangelii gaudium).

E con ciò, siamo arrivati al problema del nuovo Papa.

Come si dovrebbe procedere ad un nuovo Conclave?

Secondo logica, prima di tutto bisognerebbe dirimere il dubbio sulla validità dell’elezione di Bergoglio. E questo anche se la Sede vacasse per sua morte o rinunzia, perché UDG 33 prevede che godano di elettorato attivo i Cardinali che non avevano compiuto ottant’anni il giorno in cui la Sede si è resa vacante… e, nella nostra ipotesi, quel giorno sarebbe ancora, sempre, il 28 febbraio 2013. Anzi, prima ancora, occorre che il Collegio intero chiarisca se il potere previsto da UDG 5 spetti a tutti i Cardinali, o solo agli elettori, quando è in gioco la validità dell’elezione: non è possibile rivolgersi ad altri organi, come il Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, perché Papa dubius Papa nullus, quindi la Sede dovrebbe considerarsi vacante fino a soluzione del dubbio (la cui sussistenza sarebbe indiscutibile, se davvero venisse convocato il Sacro Collegio per discuterne). Naturalmente, se la decisione fosse in favore di Bergoglio, nessun problema; in caso contrario, ben si potrebbe applicare UDG 37 e, se fossero presenti (o assenti giustificati), tutti gli elettori, aprire subito il Conclave. Sarebbe opportuno che il Card. Decano, nelle lettere di convocazione, informasse subito i Porporati di tale possibilità.

Indubbiamente, a vista umana sembra molto inverosimile che due terzi dei Cardinali, o anche solo degli elettori, votino contro la legittimità del detentore della Sede Apostolica (perfino se fosse appena morto, o avesse rinunziato); ma la storia della Chiesa è ricca di sorprese…

 

Guido Ferro Canale

 

NOTE

[1]    L’attuale legge regolatrice del Conclave, emanata da Giovanni Paolo II il 22 febbraio 1996; cfr. l’edizione con testo a fronte e commento di J. Miñambres in J.I. Arrieta – J. Canosa – J. Miñambres, Legislazione sull’organizzazione centrale della Chiesa, Giuffré 1997, pagg. 1-101.

[2]    In pratica, se le due schede esprimono un voto univoco (riportano lo stesso nome, oppure una è votata e l’altra bianca), si contano come un voto solo; diversamente, si annullano entrambe, ma la votazione nel suo complesso rimane salva.

[3]    “Quodsi electio aliter celebrata fuerit, quam haec Constitutio statuit, aut non servatis condicionibus pariter hic praescriptis, electio eo ipso est nulla et invalida absque ulla declaratione, ideoque electo nullum ius tribuit.”.

[4]    “Stabilisco, inoltre, che alla fine dell’elezione il Cardinale Camerlengo di Santa Romana Chiesa stenda una relazione, da approvarsi anche dai tre Cardinali Assistenti, nella quale dichiari l’esito delle votazioni di ciascuna sessione. Questa relazione sarà consegnata al Papa e poi sarà conservata nell’apposito archivio, chiusa in una busta sigillata, che non potrà essere aperta da nessuno, se il Sommo Pontefice non l’avrà permesso esplicitamente.”. Perché mai Giovanni Paolo II avrebbe previsto questa forma di documentazione, se non proprio per l’eventualità di contestazioni da dirimere?

[5]    “Praecipimus praeterea ut, ex quo Apostolica Sedes legitime vacat, antequam Conclave incohetur, mora sit interponenda quindecim solidorum dierum, facta tamen Cardinalium Collegio potestate Conclavis initium anticipandi, si constat omnes Cardinales electores adesse, vel etiam proferendi per aliquot dies, si graves obstant causae; tamen viginti diebus ad summum elapsis ab initio Sedis vacantis, cuncti Cardinales electores praesentes ad electionis negotium procedant.”.

[6]    “Omnes Cardinales electores, a Decano aut ab alio Cardinale illius nomine agente, ad novi Pontificis electionem advocati, obligatione tenentur, ex virtute sanctae oboedientiae, convocationis nuntio obtemperandi et ad locum sibi designatum pro electione se conferendi, nisi infirmitate vel alio gravi impedimento, a Cardinalium Collegio agnoscendo, detinentur”.

[7]    Cfr. J. Miñambres, op. cit., pag. 49: ai sensi di UDG 39, “L’obbligo di ammettere gli elettori rimane anche se avessero manifestato in precedenza la volontà di non partecipare all’elezione, a meno che non si siano rifiutati di entrare o di rimanere per adempiere il loro ufficio (vedi n. 40 UDG).”.

[8]    Ricordo, a questo proposito, anche UDG 40: “Si quis vero Cardinalis, ius suffragii habens, in Civitatem Vaticanam ingredi noluerit ut electionis negotia participet aut deinde postquam ea initium habuerunt, recusaverit permanere ut munere suo fungatur sine manifesta infirmitatis causa, iure iurando medicorum necnon a maiore parte electorum approbata, ipso minime exspectato neque in eiusdem electionis negotium iterum admisso, per ceteros ad eligendum Summum Pontificem libere procedatur.”. Sul carattere sanzionatorio di questo numero, cfr. J. Miñambres, op. cit., pag. 48.

[9]    UDG 54 attribuisce bensì un potere interpretativo analogo ai soli Cardinali elettori, però soltanto prima che inizino le operazioni elettorali. Semplicemente, non si è pensato al dubbio sopravvenuto in corso d’opera, al caso imprevisto. La soluzione preferibile mi sembra senz’altro quella che, durante il Conclave e per le questioni relative ad esso, accorda il potere di UDG 5 ai soli elettori (tanto più che non sono disciplinate ipotesi di interruzione o sospensione dei lavori); ma, a mio avviso, il n. 54 è norma eccezionale rispetto al 5 e non può estendersi per analogia a casi diversi.

[10]  Dicendo che “L’interprete della UDG, durante la vacanza della sede apostolica, è lo stesso Collegio dei cardinali, con eccezione alla norma dell’art. 154 PB che attribuisce tale funzione in generale al Pontificio Consiglio per l’Interpretazione dei testi legislativi”, J. Miñambres, op. cit., pag. 18, lascia intendere che si tratta di interpretazione autentica.

[11]  “Se anche fosse vero che l’ipotesi verificatasi, durante il conclave del 2013, nel momento del conteggio, ossia quella di due schede ripiegate insieme, è parzialmente corrispondente a quella considerata nel n. 69 che regola lo spoglio, non per questo si può applicare una norma dettata per un’altra fase della procedura elettorale (e con un’altra ratio); è proprio la rigidità della costituzione apostolica “Universi dominici gregis” (sottolineata dallo stesso Socci), potenziata quanto all’atto dell’elezione – cfr. il menzionato n. 5 –, ad escluderlo categoricamente.

[12]  Nello stesso senso della Boni, ma senza argomentare, si esprimono P.G. Marcuzzi – S. Ardito, La legislazione vigente, in Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie (cur.), Sede Apostolica vacante. Eventi e celebrazioni, aprile 2005, Città del Vaticano 2007, pag. 274.

[13]  La cui interpunzione è più precisa: “Si quae autem dubia exoriantur de sensu praescriptionum, quae hac Nostra Constitutione continentur, aut circa rationem qua ad usum deduci eae debeant, edicimus ac decernimus penes Cardinalium Collegium esse potestatem de his ferendi sententiam; propterea, eidem Cardinalium Collegio facultatem tribuimus interpretandi locos dubios vel in controversiam vocatos, statuentes, ut, si de eiusmodi vel similibus quaestionibus deliberatr oporteat, excepto ipso electionis actu, satis sit maiorem congregatorum Cardinalium partem in eandem sententiam convenire.”. L’inciso “excepto…”, se volesse escludere il sindacato sull’elezione, si troverebbe dopo “quaestionibus”; la sua collocazione impone di riferirlo al quorum.

[14]  J. Miñambres, op. cit., pag. 18.

[15]  “Si quae autem dubia exoriantur de sensu praescriptionum, quae hac Nostra Constitutione continentur, aut circa rationem qua ad usum deduci eae debeant, edicimus ac decernimus penes Cardinalium Collegium esse potestatem de his ferendi sententiam; propterea, eidem Cardinalium Collegio facultatem tribuimus interpretandi locos dubios vel in controversiam vocatos, statuentes, ut, si de eiusmodi vel similibus quaestionibus deliberati oporteat, excepto ipso electionis actu, satis sit maiorem congregatorum Cardinalium partem in eandem sententiam convenire.”: n. 4.

[16]  Masseo da Casola, Compendio di Diritto Canonico, Genova 1967, pag. 190.

[17]  Questo mi par di desumere dal passo in cui dice “Se al contrario si fosse impropriamente applicato il n. 69, violando l’obbligo di attenersi a quanto impone rigorosamente il n. 68, si sarebbe semmai aperto un problema di validità dell’elezione.”.

[18]  Si aggiunga che il n. 69, facendo salvo un voto con eccesso di schede, deroga alla norma generale di cui al can. 173 §2. Siamo proprio sicuri che la ratio di questa deroga valga solo per la fase dello spoglio?

[19]  Nel commento a UDG 69, citato anche dalla Boni, J. Miñambres, op. cit., pag. 80, scrive: “La nullità di uno o più voti non rende invalida l’elezione, giacché al momento dello spoglio non è più in gioco la validità della votazione ma soltanto quella dei singoli voti”. Mi sembra la miglior prova dell’identità di ratio: anche in questo caso non può ritenersi in gioco la validità della votazione intera. Tanto più che, in caso di dubbio, le leggi irritanti non urgono (cfr. can. 14).

[20]  Vi è anche un senso più lato, quello di UDG 64, che usa scrutinium per indicare l’intera procedura, dalla preparazione delle schede fino alla loro combustione.

[21]  A conferma, cfr. il testo latino del n. 69, che distingue appunto scrutinium e suffragium: “Quodsi in suffragiorum diribitione Scrutatores inveniant duas schedulas ita complicatas, ut ab uno tantum datas esse appareat, siquidem unus et idem in utraque electus fuerit, schedulae praedictae pro uno suffragio habeantur; si vero diversa ibi inscripta sint nomina, neutrum suffragium est validum; scrutinium tamen ipsum neutro in casu vitiatur.”.

[22]  Appunto questo si intende con l’espressione suffragium ferre, che compare nel n. 68 proproo riguardo all’esigenza di ripetere la votazione.

[23]  J. Miñambres, op. cit., pag. 75; cfr. anche il commento a UDG 62, pagg. 72-3.

[24]  Questa norma, probabile fonte del pasticcio in esame, è un residuato della disciplina anteriore a Pio XII, quando ogni singolo voto doveva essere riconoscibile, per evitare che un Papa venisse eletto grazie al proprio, che per legge era nullo: la compilazione della scheda era disciplinata da regole minuziose, che rendevano assai facile sbagliare. (Devo questo dettaglio alla cortesia e alla competenza del Sig. Matteo Borreani).

[25]  Cfr. anche, negli stessi termini, Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie, Ordo rituum Conclavis, nn. 55-6, da cui si capisce ancor meglio che il rogo immediato è regola generale.

[26]  E’ il motivo per cui le fumate sono soltanto due, una al mattino e una al pomeriggio.

[27]  J. Miñambres, op. cit., pag. 87, si limita a richiamare UDG 78, che fa salva l’elezione simoniaca.

[28]  E troppo larga riguardo al segreto: supponiamo che qualcuno riesca, nonostante la schermatura, a introdurre microspie o telecamere in Sistina; se gli elettori non se ne avvedessero e non venisse turbata la loro libertà, l’elezione dovrebbe considerarsi nulla?

[29]  La occasio legis non è molto significativa, trattandosi solo de “la consapevolezza della mutata situazione nella quale sta vivendo oggi la Chiesa” (UDG, preambolo); ma subito il testo aggiunge: “Se, invero, è dottrina di fede che la potestà del Sommo Pontefice deriva direttamente da Cristo, di Cui egli è Vicario in terra, è pure fuori dubbio che tale supremo potere nella Chiesa gli viene attribuito « con l’elezione legittima, da lui accettata, insieme con la consacrazione episcopale ». Gravissimo è, pertanto, l’ufficio che incombe sull’organismo a tale elezione deputato. Ben precise e chiare dovranno essere, di conseguenza, le norme che ne regolano l’azione, affinché l’elezione stessa avvenga nel modo più degno e consono all’ufficio di estrema responsabilità che l’eletto per divina investitura dovrà col suo assenso assumere.” (“Si quidem doctrina est fidei Summi Pontificis potestatem ab ipso Christo oriri, cuius ipse in terris est Vicarius, illud etiam pro certo est habendum talem supremam in Ecclesia potestatem eidem tribui legitima electione ab ipso acceptata una cum episcopali consecratione seu ordinatione. Gravissimum ideo est officium coetus huic electioni deputati. Quapropter admodum certae perspicuaeque esse debent normae quae processum temperant, ut electio ipsa quam dignissime explicetur et ea consentanea sit officio summae auctoritatis, quam electus per divinam immissionem suo assensu suscipere debet.”). Questo richiamo alla necessità che l’elezione sia legittima, nel senso latino dell’aggettivo (conforme alla legge, regolata dalla legge), e insieme al fatto che la disciplina non è fine a sé stessa, ma congrua all’importanza dell’ufficio e alla cautela necessaria, a mio parere conforta, anzi impone – prevalendo, per le ragioni anzidette, anche sull’argomento storico – la lettura del n. 76 che prospetto nel testo. Tanto più che, poco oltre, si precisa altresì: “Particolare attenzione ho voluto prestare alla antichissima istituzione del Conclave […] Dopo matura riflessione sono giunto, quindi, nella determinazione di stabilire che l’unica forma in cui gli elettori possono manifestare il loro voto per l’elezione del Romano Pontefice sia quella dello scrutinio segreto, attuato secondo le norme più sotto indicate [quod secundum normas infra descriptas explicatur]. Tale forma, infatti, offre le maggiori garanzie di chiarezza, linearità, semplicità, trasparenza e, soprattutto, di effettiva e costruttiva partecipazione di tutti e singoli i Padri Cardinali, chiamati a costituire l’assemblea elettiva del Successore di Pietro.”.

[30]  Questo potrebbe, a mio avviso, sostenersi anche se gli elettori avessero fatto uso della potestà interpretativa ex UDG 5, per decidere di applicare il n. 68 o che non si dovesse applicare il 63: a parte il dubbio sulla titolarità del potere stesso (elettori o Collegio tutto?), non sarebbe comunque ammissibile un’interpretazione che, di fatto, modifica il testo normativo (cfr. UDG 1, 2 e 4).

[31]  “Anche se lo scrutatore avesse aperto quelle due schede verosimilmente per confermare l’involontario aggancio di una scheda bianca ad una votata, questo certo non costituirebbe un’irregolarità irritante né trasformerebbe la fase del conteggio in quella dello spoglio, ognuna disciplinata con proprie norme rette da specifiche ‘rationes’.”. Per la verità, se l’apertura fosse avvenuta a conteggio finito, equivarrebbe all’inizio dello spoglio, dato che sempre al primo scrutatore, ai sensi di UDG 69, spetta aprire le schede e che non è obbligato a cominciar da questa o da quella. Ma, come ho detto, credo che le cose siano andate diversamente.

[32]  Sulla stessa linea si presenta S. Alfonso Maria de’ Liguori, in Verità della fede, Parte III, Cap. VIII, §9: “Niente ancora importa che ne’ secoli passati alcun pontefice sia stato illegittimamente eletto, o fraudolentemente siasi intruso nel pontificato; basta che poi sia stato accettato da tutta la chiesa come papa, attesoché per tale accettazione già si è renduto legittimo e vero pontefice. Ma se per qualche tempo non fosse stato veramente accettato universalmente dalla chiesa, in tal caso per quel tempo sarebbe vacata la sede pontificia, come vaca nella morte de’ pontefici. Così neppure importa che in caso di scisma siasi stato molto tempo nel dubbio chi fosse il vero pontefice; perché allora uno sarebbe stato il vero, benché non abbastanza conosciuto; e se niuno degli antipapi fosse stato vero, allora il pontificato sarebbe finalmente vacato.” (Per la segnalazione del passo, ringrazio la cortesia del Dott. Filippo Giorgianni). Per la verità, qui sembrerebbe quasi che sia l’accettazione generale a render Papa il Papa; ma, considerato che S. Alfonso tocca questo punto piuttosto rapidamente, perchè vuol passare a discutere del Primato, credo che lo si possa intendere nel senso della Boni.

[33]  Siccome, allora, il giudizio su tutte le ipotesi di Papa dubbio, inclusi i possibili vizi dell’elezione, spettava ad un Concilio – qui sì, canonisti e teologi sono unanimi – il tema è finito coinvolto nelle diatribe gallicane circa la superiorità del Concilio sul Papa; acclarato che oggi, a termini di UDG 5, della validità dell’elezione deve conoscere il Sacro Collegio, mi pare che il problema non si ponga più in tali termini.

[34]  Il testo, pur lungo, merita di essere riportato per intero: “Sed quidquid demum de possibilitate vel impossibilitate praefatae hypothesis adhuc sentias, id saltem veluti penitus inconcussum et extra omnem dubitationem positum firmiter tenendum est: adhaesionem universalis Ecclesiae fore semper ex se sola infallibile signum legitimitatis personae Pontificis. ideoque et exsistentiae omnium conditionum quae ad legitimitatem ipsam sunt requisitae. Neque huius rei a longe repetenda ratio. Immediate enim sumitur ex infallibili Christi promissione atque providentia : Portae inferi non praevalebunt adversus eam, et iterum: Ecce ego vobiscum sum omnibus diebus. Idem namque foret, Ecclesiam adhaerere pontifici falso, ac si adhaereret falsae fidei regulae, cum Papa sit regula vivens quam Ecclesia in credendo sequi debet et semper de facto sequitur, uti ex dicendis in posterimi luculentius adliuc apparebit. Equidem permittere potest Deus ut aliquando vacatio sedis diutius protrahatur. Permittere quoque potest ut de legitimitate unius vel alterius electi exoriatur dubium. Permittere autem non potest ut Ecclesia tota eum admittat pontificem qui verus et legitimus non sit. Ex quo igitur receptus est, et Ecclesiae coniunctus ut corpori caput, non est amplius movenda quaestio de possibili vitio electionis vel defectu cuiuscumque conditionis ad legitimitatem necessariae, quia praedicta Ecclesiae adhaesio omne vitium electionis radicitus sanat, et exsistentiam omnium requisitarum conditionum in- fallibiliter ostendit. Et hoc sit obiter dictum contra eos qui certa tentamina schismatica tempore Alexandri VI facta hoc nomine cohonestare volunt, quod ab eo fiebant qui de liae- reticitate Alexandri certissimas probationes in Concilio generali revelandas habere se dictitabat. At vero, ut aliae nunc rationes omittantur quibus opinio ista facile posset confutari, haec una sulficit: Constat nempe quod tempore quo Savonarola suas ad principes litteras scribebat, tota christianitas Alexandro adhaerebat et obediebat tanquam vero pontifici. Ergo eo ipso, Alexander non erat pontifex falsus, sed legitimus. Ergo non erat haereticus, ea saltem haereticitate quae tollendo rationem membri Ecclesiae, pontificia potestate vel qualibet alia ordinaria iurisdictione ex natura rei consequenter privat.”. (L. Billot, Tractatus de Ecclesia Christi, vol. I, Prato 1909, pagg. 620-1).

[35]  “…nec per susceptionem muneris, consecrationis, aut subsecutam regiminis, et administrationis possessionem, seu quasi, vel ipsius Romani Pontificis inthronizationem, aut adorationem, seu ei praestitam ab omnibus obedientiam, et cuiusvis temporis in praemissis cursum, convaluisse dici, aut convalescere possit, nec pro legitima in aliqua sui parte habeatur” (§ 6 della bolla).

[36]  Cfr., ad es., il testo della Aeterni Patris di Gregorio XV, che desumo dal sito www.conclave.it: “quinimmo is non Apostolicus, sed Apostaticus sit, et habeatur [!], et tam ipse, quam eligentes, ejusque fautores, et complices sententiam excomunicationis, et anathema, aliasque censuras, et poenas invasoribus Sedis Apostolicae a Sacris Canonibus, et Constitutionibus Apostolicis impositas, pariter ipso facto incurrat, a qua sicut ab alia quacumque in hac Constitutione imposita, et irrogata, seu infra imponenda, et irroganda poena excomunicationis, tam ipsi, quam quilibet alius, sive S.R.E. Cardinalis, sive alia persona cujuscumque gradus, conditionis, dignitatis, et praeminentiae, a nullo neque etiam a Majori Poenitentiario, cujuscumque facultatis vigore, praeterquam a Romano Pontifice, nisi in mortis articolo, absolvi possit, et tam ipse, ejusque complices, et fautores, quam alii quicumque etiam S.R.E. Cardinales hujus Constitutionis in aliquo transgressores, aliis gravissimis poenis, teneantur, futuri Pontificis canonice intrantis arbitrio, irrogandis.”. E’ richiamato come fonte dalla nota 52 della Vacante Sede Apostolica di S. Pio X, che a sua volta costituisce il precedente – mediato – di UDG 76.

[37]  Cfr. P. Gasparri, Codicis Iuris Canonici Fontes, vol. I, n. 94.

[38]  La stessa indagine di Socci sulla legittimità dell’elezione nasce, come egli stesso racconta, dalle sue perplessità crescenti intorno al corso del Pontificato e, in particolare, dall’ormai celebre relazione di Kasper al Concistoro (il momento che gli ha aperto gli occhi – espressione sua).

[39]  Quindi, nella nostra ipotesi, non si starebbe seguendo un falso Pastore, perché l’errore verterebbe soltanto sul titolo che lo rende davvero tale: non l’elezione legittima, che manca, ma la supplenza.

[40]  Con riflessi sul Papa eretico o scismatico, che poteva essere deposto o deponendo: “Nous pensons que, bien qu’ils ne soient plus membres de l’Église, les hérétiques occultes continuent d’exercer validement les pouvoirs juridictionnels que l’Église leur avait confiés et qu’elle ne leur a pas encore retirés. La juridiction, qui de soi suppose la foi, peut résider par accident en ceux qui ne l’ont plus. Pour en venir au cas extrême d’un pape hérétique ou schismatique, envisagé expressément par les anciens théologiens, nous dirions qu’il garde ses pouvoirs, – lesquels survivent à sa catastrophe intérieure, – en vertu de l’axiome assurant, non pas qu’il est ipso facto déposé, mais qu’il doit être déposé.”. Ch. Journet, L’Église du Verbe Incarné, vol. II, Parigi 2000, pag. 1352, nt. 553)

[41]          Infatti, nella Theologia moralis, egli confuta la tesi di coloro che negavano che la simonia invalidasse l’elezione del Papa – come espressamente previsto allora e fino alla riforma di S. Pio X –  e argomentavano che la Chiesa sarebbe rimasta senza un Capo. Non è così: “Nec obstat textus in cap. Licet supra allatus [obbligo di riconoscere per Papa l’eletto dai due terzi dei Cardinali], nec ratio adducta quod Ecclesia remaneret sine Capite; nam ut recte dicunt [Lessius] et Viva […] cum sententia communi: ex vi l. Barbarius, posito communi errore cum titulo colorato, si occulta esset simonia, eo casu Ecclesia suppleret jurisdictionem; unde omnes actus hujusmodi Pontificis bene erunt validi, et ejus definitiones adhuc infallibilem habebunt auctoritatem […]. Secus si simonia esset publica.”. (Theologia moralis, Lib. III, Tract. I, Cap. II, Dub. III, Art. III, ed. Parigi 1837, pag. 313).

[42]  A dire il vero, con il nuovo Codice non è più necessario che l’errore si verifichi di fatto, basta che si possa presumere; ma qui la sussistenza effettiva è notoria. Non credo, invece, che rileverebbe l’altro caso previsto dal can. 144, il dubbio positivo e probabile (buone ragioni sia pro sia contro la valida elezione di Bergoglio), perché, come si è visto, nel caso dell’elezione papale vige la regola opposta Papa dubius, Papa nullus.

[43]  Non si tratta di un infortunio redazionale: secondo la relazione allo schema delle Norme generali presentato nel 1977 (disponibile sulla pagina web del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi) si legge che i canoni sulla potestà sono stati rivisti tenendo sempre presente la necessità di distinguere le tre funzioni. Inoltre, è probabile che, per gli atti legislativi o giudiziari sia parso sufficiente il can. 1335, che consente di porli validamente… ma solo a chi sia colpito da scomunica o altra censura latae sententiae non dichiarata. Non è l’ipotesi che consideriamo e non mi sembra possibile un’estensione per analogia, poiché i canoni sulla supplenza sono già eccezionali e, comunque, la regola è il principio Papa dubius, Papa nullus.

[44]  Per la verità, sembra che il problema non abbia attirato molta attenzione in dottrina: V. de Paolis, Il libro primo…, cit., pag. 450 nt. 11, non prende posizione; M. Calvi, Commento a un canone. La supplenza della potestà (can. 144), in Quaderni di diritto ecclesiale 10 (1997), pag. 436, ritiene che la iurisdictio del CIC 17 equivalga in pratica all’attuale potestas executiva. Per contro, F.J. Urrutia, Les normes générales, Parigi 1994, pag. 228, n. 788, pensa ad una vera restrizione e H. Mercury, La suppléance à la source d’una ecclesiologie de l’exception, Strasburgo 2014 (tesi di dottorato in Teologia e Scienze Religiose, relatore Prof. M. Deneken), pag. 32, la spiega in questi termini: «c’est l’exclure des deux fonctions du pouvoir, législative et judiciaire, qui établissent proprement la structure ecclésiale dans sa stabilité et sa pérennité.».

Friday 26 June 2015 04:00

Bergoglio, gran diplomatico. Con qualche strappo

Con Cuba, l'Ucraina, la Cina è realista fino all'estremo, anche a costo di addolorare i fedeli. Ma poi sfida i paesi musulmani sulla libertà religiosa. E all'ONU combatte duro contro l'aborto e l'ideologia "gender"

Tuesday 23 June 2015

I 12 film in concorso al Siloe Film Festival

Dodici sono le opere ammesse in concorso per la seconda edizione del Siloe Film Festival, che si terrà dal 23 al 25 luglio 2015 presso il Monastero di Siloe (Poggi del Sasso, Grosseto). Questo l’elenco: Counsellor (consulente) di Venetia Taylor (2014, AUS, durata 1’30’’); Facing off di Maria Di Razza (2014, IT, durata 8’); Gaiwan di Elia Moutamid (2014, IT, durata 4’); I’m Festival di Alessio Persiano e Mario Vezza (2015, IT, durata 27’30’’); Memorial di Francesco Filippi (2013, IT, durata 10’); Merci de me répondre di Morgan Menegazzo e Mariachiara Pernisa (2015, IT-FR-GB, durata 1’04’’); La sedia di cartone di Marco Zuin (2015, IT, durata 16’); Senza figli di Enrico Cassanelli e Fabrizio Marini (2015, IT, durata 21’); Sinuaria di Roberto Carta (2015, IT, durata 15’); Teatro di Iván Ruiz Flores (2015, E, durata 15’); L’uomo del fiume di Barbara Maffeo (2013, IT, durata 13’); Uomo in mare di Antonella Santarelli (2013, IT, durata 17’).

Sabato 25 luglio 2015 verranno assegnati i premi: Premio giuria Siloe Film Festival, Premio del pubblico e Premio Comunità di Siloe. I tre film vincitori riceveranno in premio un’opera artistica, a tiratura limitata, creata per l’occasione. Tema di questa seconda edizione è “Alla ricerca del Volto tra i volti”. Una riflessione sull’uomo moderno, sul Volto inteso come epifania dell’infinito, immagine che risuona, che porta altrove, che rimanda. Il Volto come traccia di eternità.

Novità della seconda edizione è la Giuria Giovani. Dodici ragazzi, di età compresa fra i 18 e i 25 anni, saranno selezionati per far parte della giuria. C’è ancora tempo per inviare la propria candidatura: gli aspiranti giudici dovranno mandare (segreteria@siloefilmfestival.it) il proprio curriculum vitae, accompagnato da un breve testo (massimo 500 battute) ispirato al cinema e al tema del Festival 2015, entro il 10 luglio 2015.

Il Siloe Film Festival (www.siloefilmfestival.it) è ideato e organizzato dal Centro Culturale San Benedetto, con sede presso la Comunità Monastica di Siloe, in collaborazione con la Fondazione Ente dello Spettacolo, l’Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali, l’Ufficio Nazionale per i problemi sociali e il lavoro e il Servizio Nazionale per il progetto culturale della Conferenza Episcopale Italiana. Il Festival ha il patrocinio della Diocesi di Grosseto, della Regione Toscana, della Provincia di Grosseto, del Comune di Cinigiano, così come della Banca della Maremma e di Toscana Oggi.

Monday 22 June 2015

L'altro Francesco: quello che predica la castità prima del matrimonio

Anche l'enciclica "Laudato si'" è stata letta in forma selettiva, ignorando i passaggi scomodi sulla "salute riproduttiva" e le differenze sessuali. Analisi di un oscuramento che falsifica l'immagine di questo pontificato

Monday 22 June 2015 14:12

«Così uomo e natura si abbracciano»

Si fa fatica a pensare ai grandi mali della pianeta da questo colle della Maremma toscana, a trenta chilometri da Grosseto, dove il verde della terra si unisce all’azzurro del cielo, l’unico rumore che si sente è quello del vento e i prati sono ricamati dai fiori selvatici. Eppure se si chiede al priore del monastero di Siloe quale sia l’impegno principale di questa comunità d’impronta benedettina fondata diciotto anni fa, ci sentiamo rispondere da padre Mario Parente: «Vogliamo collaborare all’opera di Dio nella ricostruzione dei volti dell’umano, delle donne e degli uomini che il tempo della modernità ha sfigurato». Ecco allora che la mente va all’enciclica Laudato si’ e alla sfida dell’«ecologia integrale» che papa Francesco indica come via per la “cura della casa comune”.

Quassù, in un’altura a due passi dal paese di Poggi del Sasso che domina la valle dell’Ombrone, la mano dell’uomo ha stretto un patto “sacro” con la natura. Basta osservare il monastero per capirlo. È uno dei pochi costruiti nel terzo millennio e i religiosi l’hanno progettato ecosostenibile. L’architettura è “bio”; le energie utilizzate sono rinnovabili; si è scommesso sul “buon governo” del suolo – chiariscono i monaci – puntando sull’agricoltura biologica e su tecniche di coltivazione che rispettano la biodiversità.

Quasi un’Atlantide, viene da dire. O meglio, se guardiamo all’enciclica di Francesco, sembra quasi che qui sia stato realizzato il “sogno” immaginato da Bergoglio per l’umanità. «La terra, insieme con gran parte dei popoli che la abitano, sta soffrendo – spiega fra’ Roberto Lanzi, responsabile del Centro culturale del monastero intitolato a san Benedetto –. E di questa sofferenza papa Francesco si è fatto interprete ascoltando anche la “sofferenza di Dio”, sempre alla ricerca di un amico umano che collabori alla sua continua opera di creazione e la custodisca».

Letta da Siloe, l’enciclica è come un «soccorso» per costruire un “nuovo” futuro. «È significativo che il testo papale sia rivolto non solo ai cristiani ma “ad ogni persona che abita la terra” – evidenzia fra’ Roberto –. Già questo incipit è riconciliante, ovvero è una modalità che fa appello agli uomini di buona volontà di giovannea memoria. Il Papa convoca tutti a ritrovarsi attorno alle questioni dell’umano, a incontrarsi nella diversità – ed è la prima forma di “ecologia umana” – per edificare un mondo non uniformato ma poliedrico imparando a “vivere con” e rinunciando a ogni autoreferenzialità. Perché l’essere autocentrati porta inevitabilmente ad avere un rapporto solo strumentale con gli altri e con la natura. Un rapporto “usa e getta” che sfrutta tutto: dai beni materiali alle relazioni umane».

Ai monaci di Siloe piace citare una frase del Vangelo di Luca: “Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi si perde o rovina se stesso?”. «Questo è accaduto – afferma fra’ Roberto –. L’uomo, perdendo la consapevolezza di sé dinanzi a Dio creatore, guasta il mondo e il suo volto». Una fraternità monastica come quella di Siloe vuole essere un segno di rinascita in mezzo alle macerie. Partendo dalla preghiera che è uno dei perni della regola Ora et labora seguita in questo angolo di Toscana. E poi proponendo ogni giorno gesti che testimoniano come la custodia del creato possa diventare prassi quotidiana. «Il tutto coniugato con la cura dell’umano e con un’ecologia dei rapporti personali che trova nel cenobio di Siloe una sorta di laboratorio», precisa il priore.

Uomo e natura: è il grande binomio dell’enciclica Laudato si’. «Il Papa – sottolinea fra’ Roberto – ci ricorda che l’uomo non è “al centro del mondo”, attorno al quale tutto deve essere strumentalmente riferito, ma deve integrarsi con l’ambiente di cui è chiamato farsi carico e nella comunità delle co-creature che abitano quel villaggio globale che è il pianeta». Nel testo i monaci individuano un implicito appello a un impegno anche nel sociale.

«Si potrebbe sostenere che il Pontefice esorta alla “cura del politico” o dei beni comuni – conclude il responsabile del Centro culturale –. Non è certamente una questione monastica, ma la vita spirituale è tutt’altro che vita immateriale e dunque rimanda sempre alla realtà in cui incarnarsi e di cui avere cura. Certo, il percepirsi come “sacerdoti di Dio” ci prona a collaborare al suo progetto creativo facendosi carico in modo responsabile di quanto ci circonda. Perciò è tempo di rispondere alla voce del Papa con il nostro “eccomi”».

Giacomo Gambassi – Avvenire, 21 giugno 2015

Saturday 20 June 2015

IN DIFESA DEI NOSTRI FIGLI

UN MILIONE DI PERSONE, DI PADRI, DI MADRI E DI FIGLI E’ ANDATO IN PIAZZA PER DIFENDERSI DALL’INDOTTRINAMENTO E PER OPPORSI ALLA DEMOLIZIONE DELLA FAMIGLIA.
Anzitutto dobbiamo dire tutti un grande grazie a Kiko e al Cammino neocatecumenale. Siete stati grandi!
Fuori da questa bellissima festa di popolo c’era solo il solito mons. Galantino che aveva sfoderato un concetto che non ha nulla a che fare col cristianesimo:
“Un cristiano che si mette CONTRO qualcuno o qualcosa già sbaglia il passo”.
Una frase che suona come UNA BOCCIATURA DELLO STESSO GESU’. E POI DI TUTTA LA STORIA DEI MARTIRI CRISTIANI E DEI GRANDI TESTIMONI DELLA FEDE!!!
I capi di CL si sono accodati all’incredibile Galantino invece che ai vescovi amici del Movimento. Così si sono trovati sconfessati dal papa stesso che ha formulato un giudizio antitetico a quello di Galantino. Infatti papa Bergoglio ha detto:
“E questo impegno è tanto importante quando parliamo di educazione dei ragazzi e dei giovani, per la quale i primi responsabili siete voi genitori. I nostri ragazzi, ragazzini, che incominciano a sentire queste idee strane, queste colonizzazioni ideologiche che avvelenano l’anima e la famiglia: SI DEVE AGIRE CONTRO QUESTO” (Piazza San Pietro, 14 giugno)
L’enorme successo di questa manifestazione è un messaggio preciso a chi governa: c’è un popolo che vi giudica e che non sta zitto, perché non accetta che indottriniate i nostri figli!
Ma questo evento segna pure il RIEMERGERE VISIBILE DI UN POPOLO CRISTIANO CHE SA AGGREGARE ANCHE LAICI E SA CAMMINARE IN DIFESA DELLA FAMIGLIA CON PERSONE DI ALTRE CONFESSIONI RELIGIOSE.
E segna l’ennesima gran figuraccia dell’incredibile Galantino (che non rappresenta più nessuno) e una colossale gaffe per don Carron, responsabile pro-tempore di CL, che già aveva fatto orecchie da mercante alle (giuste) correzioni di papa Bergoglio, il 7 marzo scorso.
PER CL E’ UN EVENTO CHE SEGNA UNO SPARTIACQUE. ORA E’ EVIDENTE A TUTTI CHE GLI ATTUALI CAPI DI CL HANNO PRESO UNA VIA OPPOSTA A QUELLA DI GIUSSANI.
PER QUESTO SONO RIMASTI SOLI CON GALANTINO.
INVECE MOLTI DI CL SONO ANDATI IN PIAZZA CON TUTTO IL POPOLO CRISTIANO.
CL CON CARRON E’ ORMAI DIVENTATA DEL TUTTO IRRILEVANTE. GLI STESSI VESCOVI SONO MOLTO PREOCCUPATI.
CARO CARRON, ABBANDONA LA TUA DANNOSA OPERA, PRENDI IL PRIMO AEREO PER MADRID E LASCIA LIBERA CL DI TORNARE A SEGUIRE IL CARISMA DI DON GIUSSANI.

 

 

Friday 19 June 2015

Laudato si’

L’uomo non è il cancro del pianeta. La soluzione dei problemi dell’ambiente non è la riduzione della presenza degli esseri umani sulla terra, ma passa attraverso una responsabilità comune: cibo e risorse ci sono per tutti, basterebbe non sprecarle, non depredarle, distribuirle più equamente. E così come è umana la responsabilità del degrado ecologico, delle disuguaglianze, dello sfruttamento indiscriminato, allo stesso modo è umana la via d’uscita dalla crisi.

La grande apertura manifestata da Francesco nell’enciclica «Laudato si’» verso molte istanze dei movimenti ambientalisti non è incondizionata. Tutt’altro. In diverse e puntuali pagine del nuovo documento, che lega indissolubilmente la questione ambientale ed ecologica alla questione sociale, Papa Bergoglio mette bene in chiaro le contraddizioni di quanti combattono la manipolazione genetica delle sementi e si battono contro la sperimentazione sugli animali. Ma al tempo stesso giustificano l’aborto o la manipolazione sugli embrioni umani vivi, interessandosi molto delle balenottere e per nulla dei migranti che affogano, di chi muore di fame e di sete. Nell’enciclica pubblicata ieri, la prima dedicata all’ecologia, il Papa contesta le teorie sulla denatalità propugnate da quanti, «invece di risolvere i problemi dei poveri e pensare a un mondo diverso», si limitano a dire che bisogna ridurre il numero di esseri umani e attraverso «pressioni internazionali» condizionano gli aiuti economici ai Paesi in via di sviluppo» all’attuazione di queste politiche.

Il principale contributo del nuovo documento è rappresentato dalla critica globale all’attuale modello di sviluppo che sembra portare il mondo e tutto ciò che contiene verso il baratro. Non esiste un’emergenza ecologica separabile dall’affronto dei problemi strutturali della povertà e del sottosviluppo, perché «è certo che l’attuale sistema mondiale è insostenibile da diversi punti di vista».

Con lo stesso coraggio con cui da due anni continua a far domande sull’ipocrisia di quei potenti della terra che parlano di pace e poi guadagnano fornendo armi sottobanco a guerriglieri e terroristi, Francesco descrive i legami tra le crisi finanziarie, le epocali migrazioni dei popoli, le guerre per il controllo delle fonti di energia esauribili e dell’acqua. Puntuale e forte, con parole difficili da ascoltare oggi anche dai politici di sinistra, è la denuncia di un sistema nel quale «la finanza soffoca l’economia reale» e «la sottomissione della politica alla tecnologia e alla finanza» fa prevalere «l’interesse economico sul bene comune» arrivando «a manipolare l’informazione». Un dato peraltro dimostrato da certi pronunciamenti dalla parvenza scientifica, finanziati dalle grandi multinazionali dell’energia per far credere che l’allarme ambientale sia una bugia, che il sistema in cui viviamo è il migliore e sarebbe una follia pensare di cambiarlo.

Il Papa non propone un idealismo romantico, non auspica un ritorno alle caverne né fa il catastrofista. Propone invece soluzioni concrete e praticabili a tutti i livelli, con realismo e uno sguardo integrale, capace di leggere tutte le connessioni. A partire dall’affermazione della positività e della bontà del creato come dono da «coltivare» e «custodire» per le generazioni future. Sono tanti i suggerimenti e le proposte in un testo che invita a uscire dall’immobilismo, dal senso di impotenza, dal disinteresse. E chiede – anche valorizzando parole di Benedetto XV frettolosamente archiviate da tanti intellettuali sedicenti ratzingeriani – maggiore sobrietà, un contenimento dei consumi e la costituzione di autorità politiche internazionali capaci di porre dei limiti all’evidente strapotere dei mercati. L’invito della «Laudato si’» non prescinde dall’impegno comune di ciascuno: propone un cambiamento degli stili di vita e valorizza i movimenti dal basso, come quelli, efficaci, di consumatori che si mettono insieme per condizionare con il loro portafoglio la sostenibilità delle aziende produttrici.

Come osserva il vescovo Bruno Forte in un commento al testo papale nell’edizione che sarà pubblicata da «La Scuola», l’enciclica è «un dono e una provocazione all’umanità intera, a cui mi sembra nessuno potrà moralmente sottrarsi».

Thursday 18 June 2015

Sorella terra. L'enciclica "verde" di papa Francesco

Pagine scelte della lettera "Laudato si'" scritta dal papa "a ogni persona che abita questo pianeta". Nelle parentesi i numeri dei paragrafi da cui i brani sono ricavati

Wednesday 17 June 2015

Cantico di frate sole o Cantico di frate sòla ?

La situazione della Chiesa è drammatica, con un’Europa che abbandona in massa la fede e l’altra metà del pianeta che perseguita i cristiani o li massacra. Davanti a tutto questo papa Bergoglio che fa? Un’enciclica sulla presenza dei cristiani nel mondo, sulla loro dura condizione e sulla libertà di coscienza? No. Un’enciclica ecologica sulla spazzatura differenziata e la pulizia dei fiumi.

Sembra di stare nell’esilarante scena di Johnny Stecchino, dove l’autista palermitano spiega a Benigni qual è la vera, grande, tragica piaga di Palermo: “il traffico!”.

VERMI E CRISTIANI

E’ commovente vedere quanto accoratamente il papa argentino nell’enciclica si preoccupa della sopravvivenza di “alghe, vermi, piccoli insetti e rettili”, specie che “di solito passano inosservate” (n. 34). Invece all’incerta sopravvivenza dei cristiani perseguitati, torturati, deportati, non è stata dedicata nessuna enciclica. Sono massacrati senza che nessuno alzi la voce.

Leggendo la preoccupazione del papa per la sorte dei vermi e dei rettili chissà come si sentiranno tutti quei cristiani che – per non rinnegare la fede cristiana – in Iraq o in Pakistan, in Corea del Nord o in Cina o in Nigeria hanno perso casa e lavoro, hanno visto uccidere persone care, subendo stupri, torture, crocifissioni, sgozzamenti e deportazioni.

Chissà come si sentiranno quei cristiani che sono dovuti scappare dai loro villaggi, e ora stanno nei campi profughi, nel leggere che il papa dedica la sua enciclica alle “popolazioni animali” che, per le nuove colture e i bacini idrici “non possono più migrare, né spostarsi liberamente”.

Fortuna che c’è un papa che si occupa di queste bestiole e propone “la creazione di corridoi biologici” in modo da far migrare liberamente queste specie.

Il Vaticano di Bergoglio si è mai attivato per proteggere le popolazioni cristiane minacciate di sterminio? O per cristiani che da anni marciscono nelle galere a causa della loro fede?

Prendiamo Asia Bibi, la povera madre pakistana che da sei anni è rinchiusa in una lurida cella buia con una condanna a morte sulle spalle solo perché cristiana. Papa Bergoglio non ha mai voluto fare nemmeno una dichiarazione per lei, per chiederne la liberazione o anche solo per invocare preghiere in suo favore.

IL VERO S. FRANCESCO

Questa enciclica lunghissima (proprio Bergoglio aveva criticato i lunghi documenti degli episcopati) è una raccolta dei luoghi comuni eco-catastrofisti più triti. Un vero Banal grande.

Si nobilitano delle tesi ambientaliste molto discutibili dal punto di vista scientifico, come la causa umana del riscaldamento globale. Consacrando queste tesi l’enciclica rischia di ricadere nell’errore del “caso Galileo”, cioè dare investitura teologica a quella che è solo un’ipotesi scientifica, anche molto dubbia.

Potrebbe dunque rivelarsi più un “Cantico di frate sòla” (nell’accezione romanesca) che un “Cantico di frate sole”.

A questo proposito, perché ridurre il povero san Francesco d’Assisi alla solita figurina ecologista? E’ stato dimostrato che è del tutto assurdo immaginare un ecologista nel XII secolo, quando l’uomo non aveva il potere tecnologico che ha oggi sulla natura e la natura aveva il sopravvento su di lui imponendogli condizioni di vita molto dure.

Il Cantico delle creature, scritto da Francesco è un inno biblico, che parafrasa i salmi per lodare Dio e proclamare la bontà del creato in quell’epoca in cui i Catari, riprendendo le dottrine gnostiche, consideravano il creato come male.

Nell’inno di san Francesco il bene supremo non è la salvaguardia dell’ambiente, ma la salvezza eterna delle anime, tanto è vero che si conclude mettendo in guardia dal morire in peccato mortale perché così si finisce al supplizio eterno dell’inferno (“guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali; beati quelli ke trovarà ne le tue santissime voluntati, ka la morte secunda no ‘l farrà male”).

Invece nel bergoglismo non si trovano né il “peccato originale”, né i peccati mortali, né il purgatorio, né l’inferno. Eppure la dottrina cattolica afferma che “la salvezza delle anime è la suprema legge della Chiesa”. La sola cosa che conta.

UNA SINGOLA ANIMA

Dirò di più: la salvezza di una sola anima è, agli occhi di Dio, più preziosa dell’intero universo naturale (con buona pace dei Verdi). Lo scrive addirittura San Tommaso d’Aquino: “Il bene soprannaturale di uno solo è superiore al bene naturale di tutto l’universo” (Summa Theologiae I-II, q.113 a.9 ad 2).

E l’altro maestro supremo, sant’Agostino d’Ippona, scrive: “La giustificazione dell’empio è un’opera più grande della creazione del cielo e della terra” perché “il cielo e la terra passeranno, mentre la salvezza e la giustificazione degli eletti non passeranno mai” (In Evang. Johan., 72,3).

Dove si fonda questa dottrina? Nel Vangelo stesso, dove Gesù dice appunto che “il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” (Mt 24,35).

Lì, parlando dello sguardo di Cristo verso gli esseri umani, si dice spesso: “Ed ebbe compassione”. Questo struggimento intimo che veniva dalle profondità del cuore di Gesù per ogni essere umano rivela qual è la concezione della realtà che caratterizza il Salvatore.

Si può definire così: per lui “tutto il mondo non vale la più piccola persona umana” (Luigi Giussani, All’origine della pretesa cristiana, Rizzoli 2001, p. 104). Per ogni singolo uomo infatti è venuto a morire lui, Dio, e di una morte ignominiosa. Un piccolo e ignoto essere umano, agli occhi di Dio, vale la morte in croce del suo unico Figlio.

Del resto già nella Genesi il Creatore attribuisce all’uomo la regalità sull’universo. Com’è noto le moderne concezioni ecologiste trovano insopportabile questo dettato sacro e rovesciano la biblica gerarchia di valore, mettendo l’uomo sullo stesso piano delle altre specie viventi o addirittura – per alcuni – considerando l’uomo come il cancro del pianeta.

UOMO DECLASSATO?

Finora questa ideologia verde è stata decisamente avversata dalla Chiesa. Ma nell’enciclica bergogliana c’è un passo che lascia perplessi. Non solo perché assume come autorità Teilhard de Chardin. Ma perché afferma: “Lo scopo finale delle altre creature non siamo noi” (n. 83).

Ora, questo concetto risulta del tutto diverso da quanto afferma il Concilio Vaticano II. La “Gaudium et spes” infatti proclama: “Credenti e non credenti sono generalmente d’accordo nel ritenere che tutto quanto esiste sulla terra deve essere riferito all’uomo, come a suo centro e a suo vertice” (n. 12).

E il Catechismo: “Dio ha creato tutto per l’uomo, ma l’uomo è stato creato per servire e amare Dio e per offrirgli tutta la creazione” (n. 358).

Il Catechismo cita San Giovanni Crisostomo: “Qual è dunque l’essere che deve venire all’esistenza circondato di una tale considerazione? È l’uomo, grande e meravigliosa figura vivente, più prezioso agli occhi di Dio dell’intera creazione: è l’uomo, è per lui che esistono il cielo e la terra e il mare e la totalità della creazione, ed è alla sua salvezza che Dio ha dato tanta importanza da non risparmiare, per lui, neppure il suo Figlio unigenito. Dio infatti non ha mai cessato di tutto mettere in atto per far salire l’uomo fino a sé e farlo sedere alla sua destra” (Sermones in Genesim, 2, 1: PG 54, 587-588).

Con questa enciclica papa Bergoglio rischia di dare un terribile segnale di resa all’agenda Obama, l’agenda del pensiero dominante che ha un netto connotato neopagano, anticristiano e antiumano.

Non so se Bergoglio si renda conto della confusione in cui sta portando la Chiesa (non solo col Sinodo). Ci sono stati, infatti, nelle ultime settimane, anche degli interventi molto belli del papa sul tema della famiglia, sull’uomo e la donna, sulla colonizzazione imperialistica dell’ideologia Gender.

Sarebbero state considerazioni perfette per questa enciclica, sulla linea dell’ “ecologia umana” di Benedetto XVI. Purtroppo si è presa un’altra strada. Speriamo sia una moda passeggera.

 

Antonio Socci

Da “Libero”, 17 giugno 2015

FACEBOOK: “Antonio Socci pagina ufficiale”

Tuesday 16 June 2015

Il triste primato

Tutto come previsto, anzi peggio ancora. Se i dati provvisori del bilancio demografico 2014 anticipavano, con 509mila nascite, la “conquista” del record di denatalità nella storia della popolazione italiana, il resoconto definitivo presentato oggi dall’Istat “migliora” (si fa per dire) il risultato e ne segnala 6 mila in meno. Sono dunque 503mila i neonati del 2014 che, contrapposti ai 598mila decessi nello stesso arco di tempo, confermano il persistere di un saldo naturale negativo che segna, questo pure, un primato nella storia del Paese. Infatti, se si esclude il biennio 1917-1918 (per evidenti e tragici motivi di natura bellica), il dato del 2014, con 95mila morti in più rispetto ai nati, rappresenta uno sbilancio mai registrato in oltre 150 anni di Unità Nazionale. Ecco allora che il ruolo di garante della stabilità demografica nell’Italia di questo inizio del XXI secolo viene totalmente affidato alla componente di origine straniera, la cui immigrazione netta (entrate meno uscite) nel corso del 2014, pur riducendosi rispetto al passato, risulta ancora di circa 200mila unità.

Ed è ancora alla presenza straniera – oggi più che mai “osservato speciale”, con valutazioni non oggettive su presunte «invasioni» – che va dato atto di un contributo non marginale anche nell’attenuare la negatività del saldo naturale nel nostro Paese. Quest’ultimo, passerebbe infatti dalle -95mila unità indicate per il complesso dei residenti, alla punta di -165mila qualora ci si limitasse al bilancio dei soli cittadini italiani e non fosse in parte compensato dal +69mila relativo ai residenti stranieri.

D’altra parte, la progressiva stabilizzazione e gli avanzamenti sul piano dell’integrazione familiare degli immigrati nella nostra società trovano concreto riscontro nei 75mila bambini stranieri nati in Italia nel 2014. Un dato che di per sé conferma la vitalità di tale popolazione – cui fa ormai capo il 15% delle nascite a livello nazionale – ma che, se confrontato con gli 80mila nati del 2013 e i 78mila del 2013 fa immediatamente capire come anche le famiglie immigrate siano pienamente coinvolte nelle difficoltà e nelle condizioni di disagio che determinano il calo della natalità in Italia e che spiegano i record negativi di cui si è detto.

Ma la presenza straniera, che i dati anagrafici di fine 2014 indicano in poco più di 5 milioni – equivalenti agli abitanti di una grande regione come la Sicilia o il Veneto – non solo sostiene la numerosità della popolazione residente (ferma alla soglia dei 61 milioni), ma dà anche una mano a rallentare il calo numerico degli stessi «cittadini italiani». Le 130mila acquisizioni di cittadinanza registrate nel 2014 – per altro senza alcun cambiamento della precocemente invecchiata e giustamente criticata legge del 1992 – rappresentano un altro importante segnale di quel radicamento della componente immigrata che fa sempre più da supporto a una società demograficamente indebolita.

La nostra è una società che oltre a dimostrarsi incapace di garantire il ricambio tra le generazioni – è dal 1977 che in Italia il numero medio di figli per donna è inferiore ai 2, soglia minima per mantenere il livello della popolazione – si permette altresì il lusso di “sprecare” risorse giovani, e spesso ben formate, inducendole a trasferirsi ad altri Paesi, talvolta persino concorrenti negli scenari dell’economia globale. osì, anche la perdita netta di circa 60mila cittadini italiani, che il bilancio anagrafico ben evidenzia nel corso del 2014, si aggiunge ai numerosi segnali che la demografia del nostro Paese ripetutamente indirizza all’opinione pubblica e alla classe politica. Invocare che qualcosa si muova è lecito e doveroso. Ed è legittimo sperare che almeno il bilancio demografico del 2015 non sia più così tristemente “da primato”.

Gian Carlo Blangiardo – Avvenire, 16 giugno 2015

Tuesday 16 June 2015 03:57

I 119 anni di Cesano Boscone

La domenica 14 giugno 2015 l’Istituto della Sacra Famiglia di Cesano Boscone ha celebrato i suoi 119 anni. Nata nel 1896 dal parroco don Domenico Pogliani per accogliere “i poveri e i derelitti della campagna”, oggi è inglobata a nord-ovest nella città di Milano, una vasta cittadella con molto verde, che ospita circa 900 persone “diversamente abili”. Ma la Fondazione Sacra Famiglia si è estesa anche fuori Milano, in Lombardia, Piemonte e Liguria con 15 sedi, 1.900 posti letto, 1950 dipendenti, 840 volontari (dati del 2013). Oggi la Fondazione è alle prese con sfide sempre nuove ed esigenti , tecnicamente ed economicamente: è consolante vedere che custodisce bene la ricchezza della sua missione.

La Santa Messa solenne delle ore 10 è stata celebrata da mons. Paolo Martinelli, cappuccino e vescovo ausiliare di Milano per le persone consacrate, che ha parlato della Festa della Famiglia, com’è l’Istituto Sacra Famiglia: volersi bene, aiutarsi a vicenda, perdonarsi, camminare insieme. Questa la caratteristica fondamentale della cittadella cristiana, opera diocesana col sacerdote don Vincenzo Barbante presidente del Consiglio di amministrazione e con sacerdoti e fratelli Cappuccini per l’assistenza religiosa,

In tutte le S. Messe della domenica la splendida forza dello Spirito Santo si manifesta in questa comunità di “diversamente abili”. All’inizio la chiesa è al buio e quasi in silenzio, un’atmosfera che richiama la Chiesa nascente o perseguitata (alcuni gridano il loro saluto a Dio). La processione dei chierichetti (anch’essi adulti disabili) avanza con le candele, la Croce, il Vangelo e una torcia ondeggiante, lo Spirito Santo. Giunti all’altare, il Vangelo viene alzato e mostrato più volte in ogni lato, la torcia lo illumina nel buio e nel silenzio. Quando la fiaccola è sistemata accanto alla Croce, si accendono tutte e le luci e scoppia l’interminabile applauso. Gesù e lo Spirito Santo sono qui tra noi.

La Messa dura un’ora e mezzo, in rito ambrosiano, ma adattato per far esplodere la gioia dei partecipanti al rito. Un cappuccino guida i canti con la chitarra elettrica e il coro di giovani e ragazze volontari, che vengono anche da lontano per un mese o due di servizio. I sacerdoti concelebranti e i fedeli accompagnano le parole che cantano alzando insieme la mano e il dito destro verso l’alto per indicare Dio (un gesto che commuove chi lo pratica), allargano le braccia come segno di accoglienza, ondeggiano le mani verso l’alto come segno di festa, si piegano a destra e a sinistra come per fare la ola; nel dono della pace c’è un generale spostamento delle persone per salutate tutti quelli che conoscono e nel Padre Nostro tutti si tengono per mano in una gigantesca catena di fraternità, non solo tra i vicini di banco, ma fra tutti i presenti.

Il cappuccino rettore della Chiesa, padre Giuseppe, parlando a braccio e spiegando il Vangelo, provoca gli ascoltatori, suscitando battimani e cori di risposta; nella consacrazione, alza l’ Ostia e il calice e dice “Questo è il Signore Gesù” e tutti ripetono forte scandendo le parole: “Questo è il Signore Gesù”. L’Eucarestia è poi distribuita dai sacerdoti e dalle suore di quattro istituti (le Ancelle della Sacra Famiglia, le suore di Maria Bambina e altri due ordini)

E’ una Messa davvero partecipata, che entusiasma e commuove, come le processioni che si fanno per le vie, le piazze, i giardini della cittadella, con l’Eucarestia o la statua della Mamma del Cielo. Commovente vedere un’umanità sofferente che pregando e cantando, lo Spirito li rinfranca nella fede, nella speranza e nell’amore e aiuto vicendevole.

Io pensavo, ma guarda un po’: nella società, i “diversamente abili” (o handicappati, down) sono spesso mal visti, messi da parte e considerati una disgrazia in famiglia. Cesano Boscone è una cittadella in cui i disabili sono amati, curati, si sentono a casa loro, anche per strada si salutano tutti e acquistano la loro dignità di persone anche utili, perché ci sono numerosi laboratori e servizi alla comunità. Ebbene, nella Chiesa nascono continuamente nuovi istituti dedicati agli ultimi, ai più poveri in tutti i sensi. Sono tutte prove della Divinità e Risurrezione di Cristo! Senza la grazia di Dio, l’esempio di Cristo e la forza del fuoco d’amore accesa e sostenuta dallo Spirito Santo, queste istituzioni di amore e di attenzione agli ultimi non esisterebbero.

Piero Gheddo

16 giugno 2015

 

Sunday 14 June 2015

Sinodo. L'ora dell'Africa

Si sono riuniti ad Accra i presidenti delle conferenze episcopali del continente. Con Robert Sarah e altri quattro cardinali. Tutti concordi nel contrastare "la strategia del Nemico del genere umano" su divorzio e unioni omosessuali

Sunday 14 June 2015 07:11

LA CHIESA NON E’ CONTRO MEDJUGORJE (MA BERGOGLIO SI)

Nel “popolo di Medjugorje” c’è molto smarrimento e si sentono qua e là insoliti accenti polemici, dopo l’annuncio di un prossimo pronunciamento della Chiesa (che si ritiene severo) sulle apparizioni, dopo l’ennesima proibizione di un raduno pubblico con uno dei veggenti e soprattutto dopo l’ennesima battuta sarcastica di papa Bergoglio sulle apparizioni.

PERCHE’?

E’ un popolo di persone buone e fedeli le quali non capiscono perché, con l’enorme crisi in cui versa la Chiesa, si va a colpire proprio là dove avvengono innumerevoli conversioni e dove sbocciano tante vocazioni.

Nella Chiesa ci sono da anni molte deviazioni dottrinali e disciplinari, negli ordini religiosi, fra i teologi, nei seminari e perfino tra i vescovi, tanto che l’ortodossia cattolica e la morale spesso vengono pubblicamente contestate.

Perché – si domandano i fedeli – invece di richiamare all’ordine costoro si interviene duramente su Medjugorje dove si praticano preghiera e penitenza?

C’è anche da dire che a Medjugorje si sono verificati – ben documentati – molti casi di guarigioni improvvise del tutto inspiegabili scientificamente, insieme a tante altre grazie meno clamorose.

E il popolo cristiano vede in questi segni la prova della presenza misteriosa della Madonna in quel luogo e non capisce perché la Chiesa non lo riconosca.

CHIESA MADRE…

In realtà la Chiesa verso Medjugorje ha sempre avuto un’attenzione materna e ha tenuto un atteggiamento comprensivo che – ritengo – non verrà meno nelle prossime settimane.

E’ vero che il vescovo competente, della diocesi di Mostar, ha sempre bocciato le apparizioni, ed è vero che la Conferenza episcopale dei vescovi iugoslavi, nel 1991, prese una posizione – l’unica dichiarazione ufficiale della Chiesa – in cui, testualmente, si notificava che sulla base delle ricerche fin qui compiute, non si può affermare che si tratti di apparizioni e fenomeni soprannaturali”.

Tuttavia quella “dichiarazione di Zara” lasciava la porta aperta a future indagini e – riconoscendo il grande fervore religioso dei pellegrini che affluivano a Medjugorje – raccomandava la “cura pastorale” dei fedeli stessi perché “si possa promuovere una sana devozione verso la Beata Vergine Maria, in armonia con l’insegnamento della Chiesa”.

In pratica erano permessi i pellegrinaggi privati, accompagnati pastoralmente, non quelli ufficiali delle diocesi che potevano dar l’idea di un’autenticazione delle apparizioni.

Tutto questo è accaduto negli anni di Giovanni Paolo II che, per quanto se ne sa, credeva alle apparizioni di Medjugorje, ma non ha mai voluto far diventare questo suo sentimento personale, il giudizio ufficiale della Chiesa. Perché si doveva ancora indagare e cercare la verità.

In modo particolare, accurato e completo, l’ha fatto la Commissione d’inchiesta istituita da Benedetto XVI nel marzo 2010.

Tale Commissione, presieduta dal cardinale Ruini e composta da esperti, vescovi e teologi ha concluso i suoi lavori – durante i quali sono stati interrogati tutti i protagonisti e i testimoni – dopo quattro anni e il 17 gennaio 2014 ha consegnato gli atti e le conclusioni alla Congregazione per la dottrina della fede.

Non è dato sapere quali siano le ipotesi di lavoro della Commissione (le “anticipazioni” pare siano fantasiose). Fatto sta che la Congregazione vaticana presieduta dal cardinale Müller, dopo un anno e mezzo di esame di quegli atti, sta per arrivare a delle conclusioni.

…E MAESTRA

La notizia di questa svolta è uscita negli stessi giorni in cui la stessa Congregazione vaticana ha sollecitato la diocesi di Modena a far annullare un incontro pubblico con la veggente Vicka Ivanovic.

Questo “annullamento” non è il primo. Già in precedenza il nunzio negli Stati Uniti, su indicazione dell’ex S. Uffizio, era intervenuto per far annullare analoghi incontri, ricordando che “la Congregazione per la Dottrina della Fede sta indagando su alcuni aspetti dottrinali e disciplinari del fenomeno di Medjugorje. Per questa ragione, la Congregazione ha affermato che, a riguardo della credibilità delle ‘apparizioni’ in oggetto, tutti debbano accettare la dichiarazione dei vescovi della ex Jugoslavia (…). Ne deriva perciò che i chierici e i fedeli non possono partecipare ad incontri o conferenze o celebrazioni pubbliche in cui la credibilità di queste ‘apparizioni’ venga data per certa”.

Si tratta di norme di comportamento molto rigorose che la Chiesa oggi ha deliberato di far osservare e che probabilmente prefigurano le norme future.

E’ accaduto infatti che per anni e con ogni mezzo sono stati diffusi liberamente, anche da parte di ecclesiastici, i messaggi della Madonna di Medjugorje dando per certi questi ultimi e le stesse apparizioni.

La Chiesa – a quanto pare – non vuole togliere la libertà al singolo fedele di credere alle apparizioni e di seguire i messaggi, ma non intende più consentire l’equivoco per cui si possa ritenere che vi sia un’approvazione ufficiale della Chiesa stessa.

Probabilmente le prossime direttive emanate dalla Santa Sede saranno un richiamo rigoroso per tutti, per i vari personaggi che hanno fatto di Medjugorje un’occasione di protagonismo personale, per i propagandisti, ma anche per gli stessi veggenti che, negli ultimi anni, si sono spesso trasformati in opinionisti (a volte non proprio impeccabili) e su alcune cose si sono anche contraddetti tra di loro.

Chi crede alle apparizioni di Medjugorje con fede e semplicità non dovrebbe temere il discernimento che viene fatto dalla Chiesa, con accuratezza di Madre e di Maestra. Né dovrebbe temere eventuali correzioni che portino più sobrietà e prudenza.

La Chiesa, in questa sua ponderata opera di “purificazione” del fenomeno Medjugorje, fa il suo dovere. Del resto è la Madonna stessa – per chi ne segue i messaggi – che invita a fidarsi della gerarchia ecclesiastica.

Certo, alcune “sparate” di papa Bergoglio non sembrano in linea con la prudenza e la serietà che la Chiesa ha usato finora e che sta dimostrando col lavoro della Commissione.

IL DISPREZZO DI BERGOGLIO

Anzitutto la battuta di martedì scorso, quando, nell’omelia di S. Marta, ha ironizzato su “quelli che sempre hanno bisogno di novità dell’identità cristiana” e cercano: “ ‘Ma dove sono i veggenti che ci dicono oggi la lettera che la Madonna manderà alle 4 del pomeriggio?’ Per esempio, no? E vivono di questo. Questa non è identità cristiana. L’ultima parola di Dio si chiama ‘Gesù’ e niente di più”.

Il riferimento al messaggio della Madonna ad orari predefiniti è stato considerato da tutti una bacchettata a Medjugorje, ma il papa dimentica che in effetti la Madonna anche a Fatima, e in altre apparizioni approvate dalla Chiesa, ha dato ai veggenti dei precisi appuntamenti.

Due anni fa il papa aveva fatto un’eguale sortita sarcastica dicendo che la Madonna “non è un capoufficio della Posta, per inviare messaggi tutti i giorni”.

E’ un rimprovero che contiene del vero se – per esempio – lo riferiamo a certi incontri pubblici con veggenti di Medjugorje dove, negli inviti, è testualmente scritto “Ore 18 Apparizione”.

Ma è pur vero che la Madonna ha dato messaggi – e che messaggi! – anche in apparizioni riconosciute come Fatima e La Salette. Quindi, nella sua umiltà, la Vergine ha fatto davvero la “postina” da parte di Dio.

Le parole di Bergoglio danno quasi la sensazione che egli sia pregiudizialmente diffidente verso le apparizioni, come peraltro si evince da un suo libro dove dice: “provo un’immediata diffidenza davanti ai casi di guarigione, persino quando si tratta di rivelazioni o visioni; sono tutte cose che mi mettono sulla difensiva. Dio non è una specie di Correo Andreani (azienda di servizi postali, ndr) che manda messaggi in continuazione”.

Nonostante certi medjugorjani, nei mesi scorsi, si siano improvvisati ardenti bergogliani (captatio benevolentiae?), pare che il papa argentino non ricambi.

Decisamente meglio, per tutti, confidare nell’obiettività, nella competenza e nel rigore della Commissione Ruini e del cardinale Müller.

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 14 giugno 2015

Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

 

 

 

 

Thursday 11 June 2015

Sinodo. Il doppio grido d'allarme del cardinale Antonelli

Ha presieduto per cinque anni il pontificio consiglio per la famiglia. La comunione ai divorziati risposati, avverte, segnerebbe non solo lo svilimento dell'eucaristia ma anche la fine del sacramento del matrimonio

Wednesday 10 June 2015

Francesco alle POM: non diventate una Ong

Il 5 giugno scorso Papa Francesco ha ricevuto i partecipanti all’Assemblea generale delle Pontificie Opere Missionarie (POM), ringraziandoli cordialmente per il servizio che rendono alla Chiesa nel “realizzare il mandato missionario di evangelizzare le genti fino agli estremi confini della terra”. L’annuncio del Vangelo è “la prima e costante preoccupazione della Chiesa”, “il suo impegno essenziale”, “la sua sfida maggiore, e la fonte del suo rinnovamento”.
Poi Francesco continua: “Davanti ad un compito così bello e importante, la fede e l’amore di Cristo hanno la capacità di spingerci ovunque per annunciare il Vangelo dell’amore, della fraternità e della giustizia. E questo si fa con la preghiera, con il coraggio evangelico e con la testimonianza delle beatitudini.
“Per favore, state attenti a non cadere nella tentazione di diventare una ONG, un ufficio di distribuzione di sussidi ordinari e straordinari. I soldi sono di aiuto ma possono diventare anche la rovina della Missione… Per favore, con tanti piani e programmi non togliete Gesù Cristo dall’Opera Missionaria, che è opera sua. Una Chiesa che si riduca all’efficientismo degli apparati è già morta”.  Parole brevi ma dure di Papa Francesco e il suo richiamo non riguarda solo le POM, ma anche tutta la cosiddetta “animazione missionaria”, i Centri missionari diocesani, gli Istituti missionari, le associazioni di laicato missionario.
Per capire bene la situazione attuale e le parole di Papa Francesco, occorre ricordare il beato padre Paolo Manna (1872-1952), che Giovanni XXIII definiva “Il Cristoforo Colombo della cooperazione missionaria” (nel Congresso missionario dei seminaristi, novembre 1960). Missionario in Birmania e poi direttore di “Le Missioni Cattoliche”, padre Manna ha dato una svolta all’animazione missionaria con la sua Unione Missionaria del Clero fondata nel 1916 e assunta da san Guido Maria Conforti, Vescovo di Parma e Fondatore dei missionari Saveriani, che ha presentato l’associazione a Benedetto XV. Nel gennaio 1917 gli “Acta Apostolicae Sedis” pubblicano l’approvazione del Papa e i giornali ne danno notizia. Nasce così l’Unione missionaria del Clero (Conforti presidente e Manna segretario), che ha subito un ottimo successo in Italia e all’estero. Nel dicembre 1917 i soci erano 1.254, fra i quali Achille Ratti (Pio XI) e Angelo Roncalli (Giovanni XXIII); 4.035 nel 1919, 10.255 nel 1920 e 23.000 nel 1924.
Delle quattro Pontificie opere missionarie, tre delle quali nate nell’ottocento francese (Propagazione della Fede 1822, Sant’Infanzia 1843 e Clero Indigeno 1889), l’”Unione missionaria del Clero” (1916) è la più attuale. A quasi un secolo dalla sua fondazione, siamo ancora ben lontani dall’ideale di padre Manna, che la missione alle genti sia sentita come propria da tutte le persone consacrate e quindi da diocesi, parrocchie, seminari, ordini religiosi. Per questo l’Unione è stata così definita da Paolo VI nella Lettera apostolica “Graves et increscentes” (5 giugno 1966, nel 50° di fondazione): “La Pontificia Unione Missionaria ha un ruolo di primaria importanza fra le Opere Pontificie. Se è l’ultima in ordine di tempo, non è l’ultima per il suo valore spirituale. Essa dev’essere considerata come l’anima delle Pontificie Opere”.
Manna voleva un’associazione che trasmettesse ai sacerdoti l’entusiasmo per l’ideale missionario; animando il clero si sarebbe raggiunto tutto il popolo cristiano. In Birmania aveva sperimentato quanto fosse necessario il denaro per l’opera missionaria, ma sul rapporto fra “propaganda missionaria” e denaro scriveva in due articoli mentre stava iniziando l’Unione Missionaria del Clero:
“Oggi parlare di missioni è quasi come parlare di denaro. Se prendiamo in mano qualsiasi periodico missionario non vi troviamo che appelli per avere denaro; si escogitano mille industrie per tirar su soldi… Non diamo troppo valore al denaro come mezzo di apostolato… La cooperazione missionaria non è solo questione di denaro: è una questione squisitamente, sovranamente spirituale… è soprattutto questione di personale. La più urgente forma di cooperazione è di favorire le vocazioni all’apostolato, di dare operai alla Chiesa”.
Un altro suo articolo è un accorato invito alla preghiera: “Non tutti possono sempre mandare soccorsi di elemosine, tutti però possono pregare e tutti ne hanno il dovere. La preghiera per la conversione degli infedeli è anche più importante e necessaria dell’elemosina, in affare tanto spirituale e soprannaturale quale è quello della conversione delle anime… Preghiamo e invitiamo tutti i nostri parenti, conoscenti e dipendenti a pregare per questa santissima causa di Dio e della Chiesa”.

Nel 1934 “Il Pensiero missionario” pubblica uno studio di padre Manna intitolato: “La cooperazione cristiana alla conversione del mondo e l’Unione missionaria del clero”. E’ il testo fondamentale per comprendere il suo pensiero e la sua passione missionaria, Se i preti non vivono la passione di portare Cristo a tutti gli uomini, anche il mondo cristiano non potrà fare miracoli; “Quale triste spettacolo offriamo noi sacerdoti quando, sfiduciati, lamentiamo impotenti la deplorevole condizione di gran parte del mondo e dei nostri stessi paesi cristiani, quasi per piangere il fallimento del nostro ministero, il fallimento di Dio! Ma Dio non fallisce mai e non può venir meno la Chiesa; può però fallire un ministero di uomini deboli e inetti per un’opera sì soprannaturale e divina…”.
L’Unione missionaria del clero è nata sulla base di questa convinzione: la cooperazione dei fedeli alla missione della Chiesa è in rapporto alla fede e alla passione missionaria dei preti. Manna grida con forza: “Una diocesi, una parrocchia in cui si coltivino nelle anime queste divine idealità, non perderà mai la fede e avrà l’intelligenza di ogni opera buona… Teniamo come assioma indiscutibile – suffragato dalla prova dei fatti – che tutto quanto si fa per le missioni, prima di arrecar bene agli infedeli, cade in benedizioni sulle nostre cristianità; mentre al contrario, una fede che non si propaga, o è morta o è destinata a morire… Il risveglio missionario in tutta la Chiesa è oggi più che mai urgente”.
Manna continua: “L’Unione non ha mantenuto il suo carattere originale di associazione altamente spirituale e apostolicamente educativa, quale deve essere secondo l’ispirazione che ne diede il Signore…Per parlare bene e utilmente delle missioni bisogna parlarne da apostoli, da uomini che amano molto Dio e le anime, come ne parlano i santi missionari. Il frutto vero, sostanziale che l’Unione missionaria trarrà dai suoi corsi di studi, dalle sue conferenze, sarà proporzionato allo spirito con cui tale propaganda sarà fatta. Parlerà lo Spirito di Dio? Si avranno infallibilmente frutti di vita. Parlerà lo spirito dell’uomo? Si avrà del fracasso, ma gli interessi che si vogliono favorire non progrediranno di un passo”.
Il beato Paolo Manna è convinto che “Bisogna spiritualizzare la propaganda…La missione è opera di fede e di grazia dello Spirito Santo, è la Pentecoste che si perpetua attraverso i tempi…L’Unione missionaria deve essere vivificata dallo stesso Spirito. Solo animata da Esso deve operare e produrre frutti di salute e di vita. Guai se nell’Unione missionaria si insinua lo spirito umano… Le missioni fanno appello al cuore dei fedeli e li spronano a pregare ed a sacrificarsi per esse, solo se sono presentate quale cosa del tutto divina… Nella nostra predicazione facciamo parlare l’amore che ha avuto Dio per il mondo, facciamo parlare il Sangue che Gesù Cristo ha sparso per le anime, facciamo parlare la miserevole condizione degli infedeli… sono le voci che il nostro popolo comprende meglio di ogni altro parlare…. “.

Piero Gheddo

10 giugno 2015

Monday 08 June 2015

Un giorno a Sarajevo con il Papa

 

Se si arriva per la prima volta a Sarajevo sembra di scorrere le pagine di un libro di storia. A Sarajevo la storia è lì, aperta davanti ai tuoi occhi con la sua tragicità. Ci sono la case in stile ottomano nel centro storico, i palazzi in stile austriaco e i giardini come a Vienna, i casermoni in stile sovietico e le vecchie case senza stile ancora crivellate di colpi che ti ricordano la guerra più recente. Come i cimiteri, dislocati qua e là, macchie bianche che segnano la città dallo stadio ai parchi pubblici. E ci sono gli impianti sportivi che ricordano le ultime glorie comuniste ridotti a miseri resti, a fianco dei centri commerciali iper moderni dove troneggiano le insegne dei maggiori brand specialmente italiani.

Monday 08 June 2015 07:11

Chi si lascia ferire dalla realtà

Il momento più intenso del viaggio-lampo di sole undici ore di Papa Francesco a Sarajevo è stato l’incontro con i preti, i religiosi e le religiose avvenuto nella cattedrale della capitale bosniaca il pomeriggio di sabato 6 giugno. Qui Bergoglio ha ascoltato tre testimonianze. Quelle di don Zvonomir Matijevic, del francescano fra’ Jozo Puskaric e di suor Ljubica Sekerija: un prete, un frate, una suora. Tre racconti semplici delle sofferenze che quei consacrati hanno subito durante la guerra fratricida degli anni Novanta. E i persecutori avevano in due casi il volto dei miliziani serbi, dunque di altri cristiani: un significativo monito a non cadere nelle semplificazioni di chi è abituato a leggere tutto, spesso interessatamente, in chiave di scontro tra cristianesimo e islam. Mentre in un altro caso, quello di suor Ljubica, si trattava di miliziani musulmani (anche se la religiosa ci ha tenuto a precisare che si trattava di guerriglieri «d’importazione», dunque non bosniaci).

I tre testimoni hanno parlato con la voce rotta dall’emozione, a volte incespicando nella lettura, come quando fra’ Jozo, dopo aver descritto la vita nel campo di concentramento, ha detto al Papa: «Confesso davanti a lei che una volta ho desiderato morire per porre fine alla mia agonia. Mi hanno minacciato di scorticarmi vivo, di strapparmi le unghie e di mettere il sale sulle mie ferite… Una volta mi è stato talmente difficile resistere che ho pregato la guardia di uccidermi». E ha concluso dicendo: «Sono particolarmente grato al Signore perché non ho mai provato odio per i miei aguzzini. Io li ho perdonati…». O come quando don Zvonomir ha raccontato di essere sopravvissuto anche grazie all’aiuto di una donna musulmana di nome Fatima, che gli portava di nascosto del cibo. O ancora, quando suor Ljubica ha raccontato di quando uno dei suoi aguzzini, invece di percuoterla, le ha portato un frutto.

Proprio com’era accaduto a Tirana, durante l’incontro con altri preti e suore martiri, le parole di questi testimoni non contenevano neanche un accento di rivalsa, di ripicca, di vendetta, di odio. Soltanto amore e perdono. E la capacità di scorgere semi di bene anche nei persecutori. O in quella donna musulmana che portava aiuto di nascosto a un prete cristiano perseguitato da altri cristiani.

Francesco ha ascoltato in silenzio, commosso. Ha abbracciato a lungo i tre consacrati, ai due sacerdoti si è chinato a baciare la mano e i polsi con le cicatrici delle ferite. Poi ha rigirato tra le mani fogli del discorso «pre-fatto», e ha deciso di consegnarlo al cardinale Vinko Puljic senza leggerne nemmeno una riga. Non perché ci fossero problemi di contenuto, ma perché il Papa si è lasciato «ferire» dalla realtà, dal racconto vivo impastato di lacrime di quei testimoni della fede che hanno subito la persecuzione. Si è lasciato mettere in discussione, si è lasciato spiazzare dalle loro parole semplici e vere nelle quali era descritto il cuore del martirio dei cristiani che si conformano al «primo martire» Gesù e salgono il loro Calvario senza mai odiare. Francesco ha considerato semplicemente inadeguate le parole giù scritte di fronte alla circostanza, al momento, all’accadere di quella comunicazione così autentica. E ha deciso, altrettanto semplicemente, di reagire lasciando fluire dal cuore «ferito» la sua risposta.

Ha parlato della necessità di ricordare sempre la fede «degli antenati», di chi ci ha preceduto, di chi ha sofferto. Per relativizzare – ecco il sano relativismo cristiano – tanti problemi, tante piccole e grandi beghe, tante rivendicazioni di bottega, tante questioni autoreferenziali che assillano il corpo ecclesiale. Di fronte a quella sofferenza e a quella fede semplice e vera testimoniata, molto dell’affanno quotidiano di tanti nella Chiesa appare semplicemente ridicolo, anzi «mondano», come ha detto Francesco.

Il Papa ha aggiunto: «Vorrei dirvi che questa è stata una storia di crudeltà, che oggi in questa guerra mondiale vediamo tante, tante crudeltà! Fate sempre il contrario della crudeltà. Abbiate atteggiamenti di tenerezza, di fratellanza, di perdono, e portate la croce di Gesù Cristo. La Chiesa, la santa Madre Chiesa vi vuole così: piccoli, piccoli martiri davanti a questi martiri, piccoli testimoni della croce di Gesù». È un’indicazione a non rispondere con la vendetta, e a non mostrare i muscoli, ma a seguire la via del «primo martire». È l’invito a non strumentalizzare mai le persecuzioni dei cristiani per fini ideologici, a non cadere del «persecuzionismo», a rivestirsi degli stessi sentimenti di Cristo.

Ma la decisione del Papa di lasciarsi «ferire» e mettere in discussione dalla realtà contiene un’indicazione che va al di là dell’esempio specifico dei perseguitati e dei martiri. Un’indicazione per tutti, che potrebbero far propria ad esempio quei vescovi e quei preti che invece di lasciarsi «ferire» e mettere in discussione dalla testimonianza del Papa e dal suo modo di essere vicino alle persone, si preoccupano di ribadire le loro preoccupazioni sulla gente che non li segue, oppure di far rientrare tutto nelle loro pre-comprensioni. Riportando sempre ogni cosa, ogni provocazione, ogni realtà spiazzante, ai propri schemi predefiniti. Perché tutto continui come prima. Magari in attesa che l’«anomalia» rappresentata da una parola o da un esempio del Papa, come da ogni altra provocazione che arriva dalla realtà, passi senza lasciare traccia. Scorra via senza lasciare un segno. E tutto possa al più presto tornare come prima, nel guscio delle piccole certezze acquisite, dietro la rassicurante corteccia delle frasi fatte sulla pastorale, sull’evangelizzazione, sui valori, sul mondo.

Dimenticando che anche Gesù si è lasciato commuovere fin nelle viscere, si è lasciato «ferire» dalla realtà, si è lasciato strappare miracoli. Ha saputo dire «donna, non piangere», ha saputo abbracciare, perdonare, effondere misericordia. Ha pianto. Perché era un Dio con il cuore di carne, che ai drammi umani non rispondeva con la fredda elencazione delle perfette dottrine dei dottori della legge, con la ripetitività delle formule o l’algida geometria degli schemi pastorali che ancora oggi, nella Chiesa, creano tanta auto-occupazione e fanno sì che il Verbo, invece di farsi carne, si faccia troppo spesso soltanto carta.

Thursday 04 June 2015

Quando i neocon sono toccati sul vivo…

Nel libro «Papa Francesco: Questa economia uccide» (Piemme), scritto con Giacomo Galeazzi, abbiamo cercato di presentare e allineare in modo sistematico le parole di Papa Bergoglio in materia sociale ed economica, tentando anche di contestualizzarle e di farle discutere. Abbiamo dato uno spazio amplissimo alle critiche, pubblicando quasi integralmente un lungo e argomentato articolo di Michael Novak, e sull’argomento abbiamo dato voce, attraverso due lunghe interviste, a Ettore Gotti Tedeschi e a Stefano Zamagni. Come si ricorderà, come conclusione del libro, viene pubblicata un’intervista con Francesco interamente focalizzata su questi temi.

Ora, c’era da aspettarselo che il libro suscitasse un dibattito e anche delle reazioni critiche: in questi ultimi mesi abbiamo partecipato a tante presentazioni, molte volte in presenza di esperti o di docenti di economia. E c’era anche da aspettarsi la reazione stizzita di quanti, anche in casa cattolica, sono i portabandiera del «pensiero unico» o meglio del «dogma» che predica il matrimonio (indissolubile, ça va sans dire) tra il modo con cui certi intellettuali concepiscono l’economia liberista e il cattolicesimo. Parlo di «dogma» con cognizione di causa, perché chi osa soltanto mettere in discussione certe affermazioni fideistiche viene attaccato personalmente e in sostanza gli si dice: tu non hai diritto di parlare.

La riprova si può leggere in queste parole scritte dal signor Kishore Jayabalan, direttore dell’ufficio romano dell’Acton Institute (guidato dal sacerdote Robert Sirico), che prima di entrare in argomento sui temi del libro ha ritenuto di dover scrivere che noi… non avevamo titolo per scrivere il libro. Il signor Jayabalan ci tiene a far sapere di aver collaborato con il Pontificio consiglio per la Giustizia e la Pace, in particolare alla stesura del Compendio della dottrina sociale della Chiesa.

Recensendo il nostro libro, prima sulla rivista americana Crisis e poi con lo stesso articolo tradotto in italiano sul sito dell’Acton Institute, Jayabalan così comincia:

«Andrea Tornielli e Giacomo Galeazzi sono due famosi vaticanisti. Sono “Vatican Insiders” nel senso che sono esperti della gestione di fonti anonime (a volte nel caso delle votazioni in corso durante un Conclave, pratica espressamente vietata dal diritto ecclesiastico), facendo filtrare storie compromettenti e altre attività scellerate che sono diventate una prassi standard del cosiddetto quarto potere. Significa anche che sono molto abili nel difendere i loro “protettori” contro tutte le domande impertinenti sulla rettitudine o la competenza».

A queste prime frasi, sono linkati due articoli, che evidentemente l’autore considera «prove» della nostra colpevolezza: il primo è tratto dalla rivista «Formiche» e vi si riporta uno stralcio di un altro articolo di Giacomo Galeazzi nel quale si dice che la candidatura di Bergoglio è emersa fin dall’inizio delle votazioni. Jayabalan considera questa informazione come un vulnus, un attentato al segreto del conclave: sapendo poco o nulla di giornalismo e ricordandosi del suo ruolo di consulente vaticano, afferma che scrivere di queste cose e per di più usando fonti anonime è «pratica espressamente vietata dal diritto ecclesiastico» (evidentemente le fonti anonime sono rispettabili soltanto quando vengono usate contro Papa Francesco).

Ma Jayabalan risulta ancora più esilarante quando scrive che io e Galeazzi facciamo «filtrare storie compromettenti e altre attività scellerate», mettendo come link un articolo a firma di Fittipaldi pubblicato sull’Espresso. Ora, è comprensibile che all’Acton Insistitue abbiano le idee un po’ confuse quando si parla di lingua italiana, ma che c’entriamo noi con un articolo pubblicato da un altro collega su un’altra testata? Mi sfugge poi il significato di questa frase: «Sono molto abili nel difendere i loro “protettori” contro tutte le domande impertinenti sulla rettitudine o la competenza», oggettivamente confusa, che viene peraltro dopo una citazione sbagliata (a proposito di competenza: il consulente di Giustizia e Pace Jayabalan non ne dimostra molta linkando a nostro carico un articolo scritto da altri).

Il culmine del ridicolo però Jayabalan lo raggiunge quando aggiunge:

«Non sto affatto suggerendo che Papa Francesco sia uno dei protettori di Tornielli e Galeazzi, ma quando ho iniziato a leggere Papa Francesco. Questa economia uccide (2015 – Edizioni Piemme) ho cominciato a chiedermi perché due giornalisti italiani avranno deciso di scrivere un libro in difesa delle dichiarazioni in materia economica fatte da un papa argentino contro i conservatori americani che lo criticavano. Che cosa ci guadagnano in questa battaglia? Oppure, come direbbe lo stesso papa, chi sono loro per giudicare?».

Signor Jayabalan, comincerei col risponderle che non abbiamo scritto un libro per «difendere» Papa Francesco da accuse e analisi così rozze e così interessante – come quella di essere «marxista» – che fanno semplicemente ridere. Abbiamo scritto un libro dando voce – e ampio spazio – a quelle critiche, intervistando persone di sensibilità diverse, e soprattutto raccogliendo e contestualizzando gli interventi di Francesco. Jayabalan evidentemente non concepisce che due giornalisti possano scrivere un libro per informare e per far riflettere. Non abbiamo difeso qualcuno, né abbiamo cercato di «spiegare» ciò che il Papa ha detto e scritto (non c’era peraltro alcun bisogno di spiegazioni e comunque noi non abbiamo alcun titolo per fare gli «esegeti» né di questo Pontefice né dei suoi predecessori). Non partecipiamo dunque ad alcuna «battaglia» e prima di scrivere ogni giorno i nostri articoli e i nostri libri non ci chiediamo «che cosa ci guadagnamo?» (cosa che forse è abituato a fare Jayabalan con i suoi interventi sul sito di Acton Institute). Cerchiamo notizie, le verifichiamo, le pubblichiamo. Sbagliamo? Certamente, non siamo infallibili come le think tank neocon o come l’Acton Institute, che in materia economica pronunciano «dogmi» indiscutibili e irreformabili, secondo i quali viviamo nel migliore dei sistemi possibili, il problema della povertà si risolve da solo permettendo ai ricchi di diventare sempre più ricchi, bisogna abbattere il welfare e lasciare l’assoluta autonomia ai mercati finanziari che già ci governano, etc. etc.

Infine, ecco la frecciata che rivela per bene l’atteggiamento di Kishore Jayabalan: «Come direbbe lo stesso papa, chi sono loro per giudicare?». Vale a dire: come si permettono Tornielli e Galeazzi di scrivere su questo? Che titoli hanno per farlo? Non sanno che solo noi siamo titolati a propagare il «pensiero unico» sull’economia di stampo cattolico?

Ecco, la prossima volta che scriverò un libro (con o senza Galeazzi), prima di farlo chiederò il permesso all’Acton Institute, dove si predicano l’assoluta libertà dei mercati e la bellezza della globalizzazione, ma alla libertà di stampa e di opinione si reagisce non con argomenti, ma con attacchi personali (e citazioni sbagliate) arrivando a dire: voi dovete stare zitti!

Scherzi a parte, credo che questa reazione stia a indicare che davvero con il suo magistero sociale Papa Francesco abbia colto nel segno, come dimostrano anche tante reazioni preoccupate (è la dottrina della guerra preventiva) alla prossima enciclica papale sulla custodia del creato.

Tuesday 02 June 2015

La lezione del fratello di Corazon

Non ho mai apprezzato il fatto che ai parenti stretti della vittima appena uccisa si faccia la domanda se perdonano l’assassino. Bisogna avere rispetto per le persone e per le situazioni. E ci sono situazioni nelle quali il perdono è l’ultima cosa che viene in mente, anche per chi ha fede. Proprio per questo spiccano le parole e la testimonianza del fratello di Corazón “Corina” Abordo, la madre filippina falciata qualche giorno fa dall’auto guidata dal giovane rom nelle vie del quartiere Boccea.

Sono parole che spiccano per la naturalezza con cui sono state pronunciate, per la grande fede che lasciano trasparire, per l’insegnamento che ci arriva. «Il nostro cuore è troppo spezzato. Io posso perdonare perché Dio perdona…». Certo, chiede giustizia il fratello di Corazón, ma dice di poter perdonare chi gli ha assassinato la sorella. E a chi gli chiede conto, durante la veglia in piazza del Campidoglio, del razzismo contenuto in certi messaggi riguardanti i rom, il fratello della vittima dice: «Non c’è più rabbia, né odio. Anche loro sono umani».

Una grande e semplice lezione di cristianesimo sul modo di guardare e trattare gli immigrati che ci arriva da un immigrato ormai da lungo tempo diventato cittadino italiano. Non era tenuto a dire queste parole, tutti avremmo capito se avesse usato altri toni e altri argomenti, quei toni e quegli argomenti che suonano barbari in bocca a politici in cerca di visibilità e di voti, ma che si giustificano in chi ha perso un familiare in un modo così insensato. Proprio per questo la semplice testimonianza del fratello di Corazón è una boccata d’ossigeno.

Thursday 28 May 2015

Il primo anno del Califfato islamico

Nel luglio 2014 nasceva in Irak l’Isis (Stato islamico di Siria e Irak) che ben presto si è definito Is (Stato islamico) con ambizioni di diffusione a livello mondiale, come infatti sta avvenendo. Nell’Occidente cristiano, specie nell’Unione Europea compresa la nostra Italia, si è letto la presenza dell’Is solo come la “guerra santa dell’islam contro i cristiani”. Ma c’è anche un’altra lettura più realistica: l’Is (o Califfato) è il tentativo disperato di portare i popoli islamici alla rinascita dalla decadenza attuale, ritornando alle radici dell’islam come vissuto da Maometto e dai primi Califfi (cioè successori di Maometto). Il sicuro fallimento di questo progetto sta portando a guerre intestine tra fazioni e popoli islamici, imponendo le uniche soluzioni logiche per salvare i valori dell’islam e permettere ai popoli islamici di entrare nel mondo moderno: leggere il Corano in modo critico, accettare la separazione fra islam e politica e la Carta dei diritti dell’uomo (e della donna) proclamata dall’Onu nel 1948, che i paesi a maggioranza islamica ancora non hanno accettato, ecc. L’Is è anzitutto un conflitto interno fra musulmani, non una guerra contro l’Occidente, anche se i cristiani ne sono le vittime.

Perché “sicuro fallimento” del Califfato? Anzitutto perché oggi nessun musulmano vorrebbe vivere in uno Stato islamico. L’Is si impone solo con la violenza e chi è costretto a viverci dentro, appena può scappa. Inoltre è visibile a tutti che non c’è alcun paese islamico, che possa rappresentare un modello di paese in cui si vorrebbe vivere. Il confronto fra paesi cristiani e paesi islamici è umiliante per questi ultimi: in politica, libertà, cultura, giustizia sociale, istruzione, rapporto uomo-donna, solidarietà con gli ultimi e i poveri, ecc. i cristiani hanno creato paesi molto più vivibili che non i paesi islamici. Anche nei paesi ricchissimi per il petrolio, la minoranza che ha in mano le ricchezze petrolifere non è interessata ad uno sviluppo umano integrale del suo popolo. Nel 2004 l’ho visto in Brunei, il Sultanato islamico nel Borneo (grande come la Liguria) dove il Pime ha lavorato nel 1856-1862 (poi Propaganda Fide ci ha mandati ad Hong Kong): spese pazze del Sultano e delle classi dirigenti e migliaia di lavoratori stranieri in gran parte anch’essi musulmani (indonesiani, bengalesi, malaysiani) che dicevano: “Qui siamo trattati quasi come schiavi e nei nostri paesi i poveri sono aiutati dai cristiani, non da questi ricchissimi musulmani”.

Il Bangladesh è un paese quasi totalmente islamico, con un popolo finora tollerante anche verso la piccola minoranza cristiana. Oggi non è più così. Padre Franco Cagnasso (già superiore generale del Pime, tornato in missione nel 2001) ha pubblicato su “Missionline” (20 marzo 2015) una breve testimonianza intitolata “Odio”, nella quale lamenta la continua lotta fratricida tra le varie fazioni politiche e religiose che rovinano l’economia e la stabilità politica del paese: “I commenti alla situazione politica del Bangladesh si fanno sempre più scoraggiati e laconici. Non si sa più che dire, e non si può neppur più ripetere che “così non si va avanti a lungo” perché ormai si va avanti da 2 mesi esatti (5 gennaio – 5 marzo) e non ci sono cenni che la faccenda si risolva. Fra le poche osservazioni che ho raccolto, ecco quella di un medico di Dhaka: “Apparentemente stiamo attraversando una delle molte, abituali fasi di crisi a cui il Bangladesh è abituato. Ma c’è qualcosa di diverso, questa volta la lotta è diventata più cattiva, si sta seminando odio a piene mani. Nei villaggi, ma anche in città, la lotta politica non distruggeva i rapporti umani, a volte anche di amicizia fra membri di partiti avversari. Ora però le bottiglie incendiarie che rovinano la gente vanno ben oltre le scazzottature cui eravamo abituati. Il tessuto sociale si sta sfilacciando, e chissà come si potrà ricostruire”.

L’odio religioso fra sunniti e sciiti porta alla ribalta le due potenze islamiche dell’Arabia Saudita e dell’Iran, sempre più coinvolte nella lotta fra le varie fazioni politiche e religiose da loro dipendenti. Così avviene in Yemen con l’intervento militare dell’Arabia Saudita e anche in Bahrein dove la rivolta degli sciiti è stata schiacciata dall’esercito Saudita, in Libano dove gli Hezbollah sono un braccio militare degli sciiti libanesi, in Siria fra alauiti e sunniti, in Irak dove gli sciiti sono più numerosi, ma i sunniti hanno sempre avuto il potere politico e adesso lo stanno perdendo, ecc. ,

Il 15 maggio scorso (vedi AsiaNews) il fondatore del Califfato Al Baghdadi ha dichiarato che l’islam “è una religione della guerra” ed ha chiesto a “ogni musulmano di ogni luogo di attuare la hijrah (emigrazione) verso lo Stato islamico o di combattere nel proprio Paese, ovunque esso sia” e di attuare la “guerra santa” (jihad) per passare da un islam di pace a uno di guerra, imitando Maometto e la sua Egira (nel 622 d.C.), perché “l’islam non è mai stato una religione della pace. L’islam è una religione della lotta”. L’Egira segna l’inizio dell’era islamica, quando Maometto, capo religioso, diventa capo militare, converte le tribù arabiche all’islam e inizia le guerre di conquista che estendono le terre e i popoli dell’islam portandolo al tempo del suo massimo splendore.

Di fronte a situazioni come queste, noi cristiani cosa possiamo fare? Tre cose:

1) Anzitutto escludere nei confronti dell’islam e dei musulmani ogni atteggiamento bellico; un conto è difendere un paese o un popolo da un ingiusto aggressore, un altro è pensare che le guerre dell’Occidente (come quelle in Irak, in Afghanistan, in Libia) possano risolvere il problema dell’islam salafita, cioè estremista. La guerra la vincerebbero sicuramente i musulmani, per il solo fatto che loro sono popoli giovani, noi siamo popoli vecchi!

2) Papa Francesco, parlando nel gennaio scorso al Pisai (Pontificio Istituto di Studi arabi e d’islamistica), ha detto: “Mai come ora” si avverte la necessità del dialogo con i musulmani, “perché l’antidoto più efficace contro ogni forma di violenza è l’educazione alla scoperta e all’accettazione della differenza come ricchezza e fecondità”. Ciò richiede un atteggiamento di “ascolto” per essere capaci di capire i valori dei quali l’altro è portatore e di conseguenza “un’adeguata formazione affinché, saldi nella propria identità, si possa crescere nella conoscenza reciproca”; ma esige anche di “non cadere nei lacci di un sincretismo conciliante e, alla fine, vuoto e foriero di un totalitarismo senza valori”. E’ il cosiddetto “dialogo della vita”, cioè l’incontro fraterno fra popoli islamici e cristiani, che ha come motivazione fondamentale non la politica o l’economia, ma la religione.

3) Per incontrare e dialogare con l’islam l’Europa deve capire che l’islam ci stimola a ritornare alle nostre radici cristiane, non solo, ma ad una vita cristiana, La nostra società, tutta tesa al progresso economico-scientifico-tecnico e all’avere sempre di più, è cieca di fronte ai fatti culturali e religiosi: tutto è ricondotto all’economia, alla scienza-tecnica e alla politica, della religione non si parla quasi mai! Oggi questi popoli profondamente religiosi sia pure in un modo condannabile (perché hanno un concetto di Dio opposto al nostro, che “Dio è Amore”) ci richiamano alla realtà. Ci vedono come popoli praticamente atei, popoli senz’anima da riportare a Dio anche con la violenza. Giovanni XXIII, il “Papa Buono” di Sotto il Monte, nell’enciclica “Mater et Magistra” (nn. 47 e 69) va alla radice della nostra crisi di civiltà con parole molto dure per lui, che era conosciuto come “il Papa buono”: “L’aspetto più sinistramente tipico dell’epoca moderna – scrive – sta nell’assurdo di voler ricomporre un ordine temporale solido e fecondo prescindendo da Dio, unico fondamento nel quale soltanto può reggersi; e di voler celebrare la grandezza dell’uomo disseccando la fonte da cui quella grandezza scaturisce e della quale si alimenta”. Il primo ministro inglese Tony Blair, parlando al Parlamento europeo all’inizio degli anni 2000 ha detto: “L’Occidente deve difendere i nostri valori….Abbiamo creato una civiltà senz’anima, dove ritrovare quest’anima se non tornando al Vangelo che ha fatto grande l’Occidente?”.

Piero Gheddo

28 maggio 2015

Thursday 21 May 2015

Un vescovo di fronte al peccatore

A proposito dell’Anno Santo della misericordia, e a proposito della preoccupazione che muove alcuni nella Chiesa sui possibili rischi di «buonismo» e di «lassismo», come pure dell’atteggiamento di coloro che dai pulpiti telematici si dedicano al «giudizio permanente effettivo» attaccando a destra e a manca fratelli nella fede, diversamente credenti o non credenti.

Può essere di qualche utilità l’atteggiamento dimostrato da un vescovo assai noto qualche tempo fa. Un vescovo che nell’attuale dibattito dei tanti Sant’Uffizi virtuali, quei circoli e dei circoletti auto-eccitati in vista del prossimo Sinodo sulla famiglia, passerebbe per essere un pericoloso progressista.

Ecco le sue parole, rivolte a Dio: «Soprattutto concedimi la grazia di condividere con intima comunione il dolore dei peccatori: questa è la virtù più alta (…) Ogni volta che si tratti del peccato di uno che è caduto, concedimi di provarne compassione, di non rimproverarlo altezzosamente, ma di gemere e di piangere con lui, così che, mentre soffro per un altro, io pianga su me stesso, dicendo “Tamar è più giusta di me”».

Questo vescovo (che oggi, verrebbe detto da alcuni, parlava troppo di misericordia) risponde al nome di Ambrogio. È stato pastore di Milano, è santo ed è uno dei Padri della Chiesa. (De paenitentia, II, 73).

Thursday 07 May 2015

Spaemann e quei cardinali “sconosciuti”

Il filosofo tedesco Robert Spaemann, amico di Benedetto XVI, non è tra coloro che si trincerano dietro l’anonimato, come certi cuor di leone curiali, scandalizzati per l’esame di coscienza che Francesco ha proposto a se stesso, alla Curia romana e in fondo a tutti noi lo scorso dicembre, o perché il Papa parla di misericordia. Spaemann, conversando con Herder Korrespondenz, ha mosso alcune critiche a Papa Bergoglio.

Una di queste mi ha colpito particolarmente. Riguarda le decisioni di Francesco in merito ai concistori, alle creazioni cardinalizie, che hanno puntato in molti casi alle periferie del mondo, alle singole persone più che alle sedi “tradizionalmente” cardinalizie. Ecco le parole di Spaemann: “Sono stati fatti entrare nel governo della chiesa vescovi completamente sconosciuti, che a volte hanno 15 mila cattolici nelle loro diocesi”.

Spaemann è un noto filosofo, è amico di Benedetto XVI, ma queste sue affermazioni lasciano davvero basiti. Che cosa significa “vescovi completamente sconosciuti“? Che ci sono vescovi di serie A, B, C e riserve? Molti vescovi sono stati “sconosciuti” prima di venir conosciuti o riconosciuti. E il fatto di dare la berretta cardinalizia non è un modo per farli conoscere? I concistori per la nomina di nuovi porporati si chiamano “creazioni” perché la decisione su chi includere nel collegio cardinalizio spetta unicamente al Papa.

E perché mai ci si dovrebbe indignare se diventano cardinali vescovi che hanno un popolo di soli 15mila fedeli cattolici e magari si trovano ad annunciare il Vangelo in avamposti, nelle trincee, in mezzo a mille problemi, spesso a rischio della loro vita? Applicando il ragionamento statistico di Spaemann, quanti porporati latinoamericani, africani, filippini bisognerebbe allora nominare, togliendo cappelli rossi ai paesi europei?

L’idea che il cardinalato sia un premio per chi è in vista, è un volto noto, magari è un intellettuale conosciuto, pur provenendo da un autorevole filosofo cattolico tedesco, mi sembra un esempio di quello spirito di mondanità di cui spesso parla Francesco. Nella Chiesa del Dio che “ha deposto i potenti dai troni, e ha esaltato gli umili” già da molti secoli vengono “fatti entrare nel governo della Chiesa vescovi completamente sconosciuti”. E i primi a essere inseriti nel collegio degli apostoli furono sconosciuti pescatori ed esattori delle tasse. Anche i filosofi se ne faranno una ragione.

Tuesday 05 May 2015

Fame, la grande domanda

Questo Blog sulla fame nel mondo è stato pubblicato dal mensile di Avvenire “I luoghi dell’Infinito” del 5 maggio, dedicato all’EXPO 2015. L’ho ripreso come uno dei miei Blog perché penso interessi anche ai miei lettori. Piero Gheddo.

Perché 800 e più interessi milioni di uomini soffrono la fame? E’ la grande domanda che molti si fanno, ma non c’è una risposta semplice e univoca. Nei miei numerosi viaggi in paesi extra-europei ho visto quanto è difficile risolvere questa tragedia. Nel 1969 a Moroto, capitale della regione dei Karimojon nel nord dell’Uganda, nella vasta area cintata dei Comboniani si erano rifugiati più di mille indigeni, seduti per terra in attesa di avere acqua e cibo. Un anno di siccità e quasi senza raccolto, li avevano portati a soffrire fame e sete. I pozzi della missione davano acqua e le riserve di mais e grano permettevano di sfamarli. Centinaia di uomini, donne e bambini scheletriti e sconvolti da dolori atroci, fino a non aver quasi più aspetto di persone umane. Ho pensato a Gesù crocifisso. Tutti quei miei fratelli e sorelle, quei bambini per i quali le mamme non avevano più latte, erano crocifissi e io mi sentivo impotente, quasi colpevole. Ricordo indimenticabile, vista anche in India, Bangladesh, Somalia, Namibia, Mozambico, Burkina Faso…. Pregavo e mi chiedevo: Perché, o Signore?

Due le cause del sottosviluppo africano:.

1) L’arretratezza dell’agricoltura e la corruzione delle elites locali. I paesi poveri non producono abbastanza cibo. Il senegalese Jacques Diouf, segretario della Fao, nel 2008 affermava: “Servono circa 44 miliardi di dollari l’anno per sconfiggere la fame”. Ma poco prima avevo intervistato a Ouagadougou (capitale del Burkina Faso) l’arcivescovo card. Paul Zoungrana che diceva: “I soldi sono necessari, ma dati ad un popolo che non ha la mentalità e la capacità di produrre con tecniche nuove, non creano sviluppo ma corruzione”. Infatti, molti paesi africani hanno più del 50% di analfabeti, spendono il 2% del bilancio nazionale nell’agricoltura e il 20% nelle armi, ecc. In Africa sono aumentati gli abitanti (oltre un miliardo), ma in proporzione non la produzione agricola. Europa e Stati Uniti producono troppo cibo di base e le leggi limitano la produzione, ma l’Africa nera produce troppo poco cibo. I due motori dello sviluppo sono l’agricoltura e l’educazione.

Da mezzo secolo visito le missioni, il ritornello che spesso sento ripetere da missionari e volontari italiani tra i contadini meno istruiti è questo: “Qui si produce troppo poco per mantenere un paese la cui popolazione aumenta rapidamente”. Il rapporto annuale della FAO del 2001 scriveva che l’Africa nera importa circa il 30% del cibo di base che consuma (riso, grano, mais). Ecco la mia significativa esperienza: a Vercelli produciamo 80 quintali di riso all’ettaro (in Sardegna di più perché c’è più sole), nell’agricoltura africana a sud del Sahara (escluso il Sud Africa e in passato lo Zimbabwe) 5 quintali! La differenza tra 80 e 5 è l’abisso che c’è tra ricchi e poveri del mondo. E la minor produzione non è data dalla mancanza di macchine, ma dalla poca istruzione del contadino. Le campagne africane sono un cimitero di trattori che non funzionano, di pozzi da cui non si sa più tirar su l’acqua, di “progetti” fatti dall’Occidente, che i locali non hanno imparato a mantenere.

2) Le responsabilità dell’Occidente cristiano, storiche e attuali, sono certamente tante. Lo sviluppo dell’Europa viene da Gesù Cristo e dal Vangelo che hanno cambiato il cammino dell’uomo, con il precetto dell’amore al prossimo e del perdono e tanti valori nuovi: il monoteismo, la monogamia, tutti gli uomini creati ad immagine di Dio e la natura a servizio dell’uomo, i Dieci Comandamenti e la Beatitudini del Vangelo, la certezza che dopo la morte ci attende il giudizio di Dio e il Paradiso, ecc. Molti dicono che lo sviluppo viene invece dall’Illuminismo, ma l’ipotesi è ridicola. L’Europa era molto più avanti degli altri continenti già nel Medio Evo e poi nei secoli seguenti: i cristiani hanno colonizzato gli altri continenti e non viceversa. La colonizzazione ha aperto i popoli al mondo moderno, ma era fatta non per sviluppare i popoli, ma per arricchire l’Occidente.

La radice del sottosviluppo è storico-culturale-religiosa, prima che economica e tecnica. Nel Congresso di Berlino (1884-1885), le potenze europee si spartivano il continente nero. I popoli dell’Africa nera (senza lingue scritte), vivevano più o meno in un’epoca preistorica. Il ritardo storico è evidente e non è possibile che popoli interi (non le loro élites) abbiano potuto, in cento anni, cambiare radicalmente le loro culture e religioni e introdursi nel mondo moderno! Ecco la radicale colpa storica dell’Occidente! Luci e ombre che conosciamo. Lo schiavismo, con decine di milioni di africani portati nelle Americhe per lavorare da schiavi; la scarsa istruzione data ai locali: quasi ovunque in Africa le scuole (specialmente superiori) erano quelle dei missionari cattolici e protestanti. Quasi tutti i capi politici dell’Africa nera che hanno ottenuto l’indipendenza venivano dalle scuole missionarie!

Ma anche dopo l’indipendenza negli anni sessanta, ancor oggi, l’Occidente continua a sfruttare quei popoli con un sistema economico ingiusto: prezzi delle materie prime che penalizzano le risorse dei poveri, corruzione delle classi dirigenti africane favorita dall’Occidente; la vendita di armi; il “land grabbing”, acquisto di terreni agricoli africani da parte dei paesi ricchi per produrre cibo che viene esportato; il disboscamento delle foreste africane, la rapina di oro, diamanti, metalli preziosi, ecc. Perché “rapina”? Perché privano l’Africa di queste ricchezze e poi i dollari, lo sanno tutti, vengono divorati dalla corruzione delle classi dirigenti. All’inizio del 2000, la Nigeria aveva un debito esterno di 92 miliardi di dollari, ma i depositi delle élites nigeriane nelle banche occidentali era di circa 130 miliardi!

L’Occidente materialista non capisce l’Africa, perchè ignora i fattori culturali, educativi, religiosi dei popoli, che danno all’uomo la sua identità, il senso di appartenenza, le motivazioni per vivere e agire. Non mi è possibile entrare nei particolari, ma chi vive e lavora in Africa (come i missionari che danno la vita per i loro popoli) ritengono che le cause storico-culturali- religiose sono fondamentali per spiegare il mancato o il troppo lento sviluppo dell’Africa nera. Ma la culture europea le ignora o le considera ininfluenti . C’è un abisso fra cosa pensiamo noi europei degli africani, delle loro culture e religioni, e le realtà dell’Africa.

3) Quali sono le nostre responsabilità attuali verso i fratelli africani? Cosa fare? Due punti:

a) La ferma convinzione che il maggior dono che possiamo fare all’Africa è l’annunzio di Cristo e del Vangelo. Nella “Redemptoris Missio” di Giovanni Paolo II (1990, l’ultima enciclica missionaria) si legge (n. 59): “Lo sviluppo dell’uomo viene da Dio, dal modello di Gesù uomo-Dio e deve portare a Dio. Ecco perché tra annunzio evangelico e promozione dell’uomo c’è una stretta connessione”. Alla radice del sottosviluppo ci sono mentalità, culture e religioni fondate su visioni inadeguate di Dio, dell’uomo e della donna, del creato. La santa Madre Teresa di Calcutta diceva: “La più grande disgrazia dell’India è di non conoscere Gesù Cristo”.

Nella “R.M.” si legge: “Il Vangelo è il primo contributo che la Chiesa può dare allo sviluppo dei popoli ….E’ l’uomo il protagonista dello sviluppo, non il denaro o la tecnica. La Chiesa educa le coscienze rivelando ai popoli quel Dio che non conoscono… il dovere di impegnarsi per lo sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini” (R.M. 58). Questa la realtà: fra i popoli arretrati: i cristiani, a parità di condizioni, si sviluppano prima e meglio di altri. Il cristiano ha questo ideale: non essere egoista ma altruista, imitare Gesù Cristo e i missionari che danno la vita per gli altri. Padre Giuseppe Fumagalli del Pime, dal 1968 nella tribù dei Felupe in Guinea-Bissau, mi diceva: “Sono i cristiani che pensano al bene pubblico e non solo della propria famiglia e tribù: parlano di pace e portano la pace, tengono apèrte le strade in modo che la nostra auto-ambulanza possa andare in tutti i villaggi, combattono contro i capi-villaggio e gli anziani corrotti, danno l’esempio di famiglie monogamiche e di figli educati bene, accettano per primi le nuove tecniche dell’agricoltura,ecc.

b) Cosa posso fare per aiutare i poveri? Giovanni Paolo II risponde: “Contro la fame cambia la vita” (R.M. 59). Per essere fratello dei poveri, devo cambiare il mio “stile di vita”, secondo il comando di Gesù: “Il vostro superfluo datelo ai poveri” (Luc. 11,41). “Chi ha più ricevuto deve dare di più” diceva l’industriale Marcello Candia che ha venduto le sue fabbriche a Milano andando in Amazzonia a spendere la sua vita e i suoi capitali per i poveri.

Il cristiano deve testimoniare un “modello di sviluppo” alternativo. Cambiare la convinzione che sviluppo è uguale alla continua crescita economica e ricerca di un benessere più opulento, mentre è dare a tutti gli uomini il necessario alla vita. Ecco l’impegno politico del cristiano, convinto che Gesù e il suo Vangelo indicano l’ideale di una umanità nuova secondo le volontà di Dio e che la “Dottrina sociale della Chiesa” traduce al meglio cosa dicono il Vangelo e la Tradizione cristiana riguardo ai problemi dell’uomo. Però non bastano soldi e macchine, leggi e giustizia internazionale, ci vogliono persone, perché lo sviluppo è problema di educazione, di formazione delle mentalità, di evoluzione delle culture, di condivisione. Il nostro modello attuale è materialista, volto all’avere sempre di più, al migliorare il nostro livello di vita e di consumi. Impossibile, con questo ideale, essere fratelli dei poveri. Un giovane che crede in Cristo deve interrogarsi su cosa può fare nella vita. Se Dio ti chiama a dare tutto te stesso agli altri, specialmente ai più poveri e abbandonati, non dirgli di no: sappi che è bello fare il prete o la suora, perchè il Signore Gesù ti chiede sacrifici e rinunzie, ma ti dà il cento per uno di gioia e di realizzazione personale, già in questa vita e poi nella vita eterna in Paradiso.

Piero Gheddo

Wednesday 29 April 2015

Il tesoro dei poveri e la carne di Cristo

Mi hanno colpito queste parole di Papa Francesco, contenute nel videomessaggio che ieri sera ha inviato ai partecipanti alla serata «Se non fosse per te», lo spettacolo proposto dagli ospiti dei centri di accoglienza della Caritas della diocesi romana.

«La povertà è grande insegnamento» che ci ha dato Gesù quando scese nelle acque del Giordano per essere battezzato. «Non lo ha fatto per bisogno di penitenza, di conversione; lo ha fatto per mettersi in mezzo alla gente, la gente bisognosa di perdono, in mezzo a noi peccatori, e caricarsi del peso dei nostri peccati. È questa la via che ha scelto per consolarci, salvarci, liberarci dalla nostra miseria. Ciò che ci dà vera libertà, vera salvezza e vera felicità è il suo amore di compassione, di tenerezza e di condivisione. Il Buon Samaritano che raccoglie noi, malmenati dai briganti».

Francesco ha offerto alcune significative citazioni dei Padri della Chiesa: «Scriveva san Gregorio di Nissa, un grande teologo dell’antichità: “Considerate bene chi sono i poveri nel Vangelo e scoprirete la loro dignità: essi hanno rivestito il volto del Signore. Nella sua misericordia egli ha donato loro il suo proprio volto”. E sant’Agostino diceva: “Sulla terra Cristo è indigente nella persona dei suoi poveri. Bisogna dunque temere il Cristo del cielo e riconoscerlo sulla terra: nella terra egli è povero, in cielo è ricco. Nella sua stessa umanità è salito al cielo in quanto ricco, ma rimane ancora qui tra noi nel povero che soffre”».

«Anch’io – ha continuato il Papa – desidero fare mie queste parole. Voi per noi non siete un peso. Siete la ricchezza senza la quale i nostri tentativi di scoprire il volto del Signore sono vani. Pochi giorni dopo la mia elezione, ho ricevuto da voi una lettera di auguri e di offerta di preghiere. Ricordo di avervi immediatamente risposto dicendovi che vi porto nel cuore e che sono a vostra disposizione. Confermo quelle parole. In quell’occasione vi avevo chiesto di pregare per me. Rinnovo la richiesta. Ne ho veramente bisogno».

Francesco ha così concluso: «Quanto vorrei che questa città, costellata in ogni tempo di persone impregnate di amore di Dio – pensiamo a san Lorenzo (i suoi gioielli erano i poveri), san Pammachio (senatore romano, convertito, dedicatosi completamente al servizio degli ultimi), santa Fabiola (la prima che a Porto ha costruito un ostello per i poveri), san Filippo Neri, il beato Angelo Paoli, san Giuseppe Labre (uomo della strada), fino a Don Luigi di Liegro (il fondatore della nostra Caritas di Roma) – dicevo, quanto vorrei che Roma potesse brillare di “pìetas” per i sofferenti, di accoglienza per chi fugge da guerra e morte, di disponibilità, di sorriso e di magnanimità per chi ha perduto la speranza».

«Quanto vorrei – ha aggiunto – che la Chiesa di Roma si manifestasse sempre più madre attenta e premurosa verso i deboli. Tutti abbiamo debolezze, tutti ne abbiamo, ciascuno le proprie. Quanto vorrei che le comunità parrocchiali in preghiera, all’ingresso di un povero in chiesa, si inginocchiassero in venerazione allo stesso modo come quando entra il Signore! Quanto vorrei questo, che si toccasse la carne di Cristo presente nei bisognosi di questa città!».

Monday 27 April 2015

“L’Agenzia culturale” di Milano e la sua missione

Penso che molti ricordino il “Progetto culturale” che il Card. Camillo Ruini, allora Presidente della CEI, lanciò negli anni novanta, per sollecitare i cattolici ad essere più presenti nella comunicazione, nei mass media e nei circoli culturali che influenzano l’opinione pubblica in misura crescente. Negli ultimi tempi infatti si stanno moltiplicando i Siti internet  cattolici, di diocesi, parrocchie, centri culturali, associazioni, istituti religiosi e missionari, ecc. Il Pime, in Italia, ha 20-25 Siti internet, senza contare quelli dei singoli missionari e delle missioni! Ciascun Sito ha i suoi lettori ma, come abbiamo sperimentato con la stampa missionaria, è molto difficile coordinare e sintetizzare. Questo vale anche per i Circoli culturali cattolici, oggi molto numerosi, per dibattere e diffondere una lettura evangelica dei temi d’attualità.

L’idea di iniziare un Sito che ha per oggetto la ricerca e la diffusione di articoli, che possano costituire un orientamento e una guida nell’agire quotidiano, è venuta ad un gruppo di amici cattolici milanesi, presieduti dal notaio Angelo Giordano, nel 2003 si sono costituiti in associazione senza fini di lucro col  nome di “L’agenzia culturale” (www.lagenziaculturale.it  Mail: info@agenziaculturale.it ).  Prima è nata l’edizione cartacea dell’Agenzia, di recente l’edizione on line, ancora ai primi passi ma già merita una segnalazione per i suoi contenuti. Fin dall’inizio l’Agenzia pubblica il bollettino settimanale  (formato A4) “La Nostra Rassegna Stampa” , che consiste in tre parti:

-         le prime sei pagine riportano una decina di articoli dai quotidiani nazionali meritevoli di lettura da parte di un cattolico che voglia essere informato su temi religiosi, etici, sociali, culturali e d’attualità;

-         le due pagine centrali sono dedicate alle parole del Papa la domenica mezzogiorno prima dell’Angelus;

-         le ultime sette pagine contengono uno studio de “La Civiltà Cattolica”, il quindicinale dei gesuiti (le cui bozze sono riviste e approvate dalla Santa Sede), che approfondisce i temi d’attualità interessanti per la Chiesa.

Ecco gli ultimi fascicoli: il 218 riporta il testo del padre Jorge Mario Bergoglio su “Il pluralismo teologico” (com’è possibile avere una fede unica e varie correnti teologiche?); il 219  presenta  “Il caso Malala, L’istruzione contro la violenza”, che illustra bene la situazione del Pakistan, con tanti bambini e bambine senza scuola e sfruttati per lavori pesanti. Il 10 dicembre 2014, una ragazza di 17 anni, Malala, ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace. Condannata a morte dai talebani (che nel 1912 le hanno sparato in volto tre colpi) è riuscita a mandare a scuola tante bambine e ragazze, portando alla ribalta nel suo paese il diritto dei minori, e specialmente delle femmine, alla scuola; il n. 220 ha un interessante studio su “L’Isis e la tattica della spettacolarizzazione della violenza”; e il n. 221 (19 aprile 2015) è un testo, oggi di eccezionale interesse, su “La questione armena negli Archivi ecclesiastici”, partendo dai primi massacri sistematici degli armeni (1894-1896) e poi negli anni seguenti, fino  al 1915-1918 e anche dopo. Una documentazione impressionante con lettere di Papi e Nunzi apostolici, Patriarchi  e Vescovi cristiani, sacerdoti e semplici fedeli, in maggioranza testimoni oculari che raccontano crudeltà raccapriccianti. L’Autore del IV volume, il gesuita Georges-Henri Ruyssen, non parla mai di “genocidio”, riporta solo i testi dei documenti in modo imparziale (ci sono anche notizie di capi islamici che hanno salvato gli armeni a rischio della vita!). Al termine del volume si interroga su chi era il responsabile di questa mattanza organizzata e sistematica. Avanza diverse ipotesi e chiude scrivendo: “La cosa certa è che l’ampiezza della repressione tanto sproporzionata e l’entità dei massacri non erano mai state raggiunte nella storia moderna”.

Leggo da diversi anni la Rassegna Stampa che pubblica l’Agenzia culturale e trovo sempre materiale interessante, per le “buone notizie” che danno ottimismo e speranza (quante novità positive ci sono anche in Italia che spesso sfuggono) e per i testi che descrivono e giudicano i temi di attualità secondo la logica del Vangelo. La Rassegna Stampa è un vaccino intellettuale e spirituale. Ci lamentiamo per l’“inquinamento dell’aria”, pericolo di cui siamo ben  avvertiti, ma non teniamo presente l’”inquinamento dello spirito” che viene dalla congerie di “notizie negative” che ci intossicano. Ogni storia di persone o di paesi è una storia sacra, perché Dio è presente. L’importante, per me piccolo uomo, è vedere in profondità la storie umane, là dove Dio è presente.

Ecco, L’Agenzia culturale compie questa missione. Iscritta tra i Centri Culturali cattolici (che a Milano e dintorni sono 180), intende promuovere una più stretta collaborazione tra questi Centri, segnalando le loro attività nel proprio Sito, rivolgendosi anche a parrocchie, Centri missionari, scuole e case di cura a conduzione cattolica (che sono davvero tante), per diffondere una cultura volta a promuovere il bene comune, di cui il mondo d’oggi ha tanto bisogno.  L’Agenzia Culturale di Milano ha sede in Via Locatelli, 4 e il suo Sito, dal quale è scaricabile integralmente la Rassegna Stampa, è www.lagenziaculturale.it

Piero Gheddo

27 aprile 2015

 

Friday 17 April 2015

Un missionario indiano nel Nord Camerun

Il Nord del Camerun è pesantemente infiltrato dai Boko Haram che arrivano dallo stato di Borno nel nord della Nigeria, dove è già vigente la legge coranica “sharia” e quasi ogni giorno ci sono scuole e villaggi cristiani vittime degli estremisti dell’islam. Il confine tra Camerun e Nigeria, lungo più di 2.000 km, passa in foreste e steppe senza alcuna barriera divisoria. I Boko Haram entrano facilmente e reclutano giovani musulmani disoccupati, mandando 250 dollari al mese alle loro famiglie (insegnanti e infermiere guadagnano circa 70-80 dollari); se poi questi giovani vogliono ritirarsi, tagliano la gola a loro e ai loro famigliari in Camerun; assaltano villaggi, fermano pullman di servizio statale facendo strage dei musulmani che non sanno leggere il Corano e degli uomini cristiani; portano in Nigeria le loro donne e i bambini come ostaggi. Le ambasciate occidentali hanno ordinato ai loro cittadini di ritirarsi dal Nord Camerun, diviso dal Sud, dove l’islam è poco presente, da 900 km di foreste.

Chi è rimasto nel Nord? Missionari e suore per assistere i loro cristiani. Il Nord Camerun ha circa 7 milioni di abitanti, 1,5 musulmani e 350.000 cristiani, ma la maggioranza della popolazione è ancora animista e diverse tribù tendono a convertirsi a Cristo. Siamo in una vera missione ad gentes. Se nel Nord non ci fosse personale religioso straniero, le quattro diocesi locali non potrebbero sopravvivere. Dal 1967 il Pime è presente nel Sud Camerun e nel Nord dal 1974, dove lavora in due diocesi (Maroua e Yagoua), soprattutto in due tribù, Ghizigà e Toupurì, con una dozzina di preti e fratelli, fra i quali il sacerdote indiano Xavier Ambati, che ha una storia interessante.

Nato nel 1968 a Nandigama in Andhra Pradesh da genitori che erano insegnanti in scuole luterane e ancor oggi Xavier parla con ammirazione della rigorosa formazione dei luterani. A 22 anni, quando già studiava all’Università, si è convertito alla Chiesa cattolica ed è stato ordinato sacerdote del Pime nel 2003. Da 11 anni è nel Nord Camerun, negli ultimi anni a contatto con l’islam estremista e i Boko Haram. All’inizio è stato a Mouturwa, parrocchia fondata e poi consegnata al vescovo locale. Padre Xavier è andato a Kousseri (città islamica, 100.000 abitanti) ai confini con Ciad e Nigeria, dove padre Giovanni Malvestio stava costruendo chiesa, scuola e varie opere parrocchiali per i pochi cristiani della città. Mentre era a Kousseri, da lunedì a venerdì Xavier andava a fondare la Chiesa a Wazà vicina all’omonimo Parco nazionale e a 7 km dalla Nigeria, sabato e domenica tornava a Kousseri per aiutare nella pastorale domenicale.

Padre Ambati nei villaggi animisti e musulmani

Intervistato a Milano, padre Xavier racconta: A Wazà un missionario francese aveva costruito una grande sala in muratura che serviva da chiesa e da luogo di riunione e scuola. Non avevo casa e dormivo su un materassino in chiesa. Portavo con me 5-6 giovani cristiani di Kousseri, incontravamo la gente, si parlava di Gesù Cristo e della Chiesa, si girava nei villaggi a cercare i cristiani, ma erano pochi. Ci facevamo conoscere come missione cattolica che doveva nascere a Wazà, lasciando immagini di Gesù e della Madonna nelle loro capanne. Chi era interessato al cristianesimo ci dava il suo nome e promettevamo di ritornare. Io parlavo francese, i giovani traducevano nella lingua locale. A volte celebravo la Messa con la cappella piena di gente ma le comunioni erano poche, oltre a quelle dei miei giovani. In sei-sette villaggi ho costruito la cappella in fango e paglia, come segno che volevano conoscere il cristianesimo. Nel 1913 i Boko Haram si sono infiltrati in Camerun dalla Nigeria, l’esercito camerunese è intervenuto e a Natale e Pasqua 2013 quando celebravo la Messa, i soldati che difendevano la chiesa erano trenta, la gente quasi tutta animista. In quelle regioni di frontiera fra cristianesimo e islam, se non prendiamo subito gli animisti, diventano musulmani. Nel mondo moderno, l’animismo non conta più niente, quindi bisogna scegliere: o diventare cristiani o essere costretti a diventare musulmani. Con i ragazzi cattolici che venivano con me, portavamo da Kousseri qualcosa da mangiare, ma in genere mangiavamo quello che avevano le famiglie dei villaggi. A volte io comperavo nei mercatini locali del miglio e mangiavamo polenta di miglio con qualche famiglia; e con la polenta qualche pesce secco e altri animali di foresta come i topi e qualche erba di foresta bollita. La gente mangiava quello e anche per noi, mattino, mezzogiorno e sera il nostro cibo era quello. Una vera penitenza ma anche i ragazzi con me la facevano volentieri.

Un “Campo di lavoro” per i giovani camerunesi

Il Natale 2012 è stata una delle feste più solenni che ho celebrato a Wazà, poco prima che arrivassero i cinesi. Per prepararci al Natale, ho organizzato, con l’aiuto di padre Giovanni Malvestìo e del sacerdote diocesano don David Menema (suo collaboratore a Kousserì), un “Campo di lavoro per giovani” di cinque giorni come si fa in Italia. In quella cittadina isolata vicina al Parco Nazionale, è stato un successo notevole, anche perché il Natale è sentito dai musulmani come una festa religiosa popolare di tutti.

La vigilia del Natale sono andato da Kousserì a Wazà con un seminarista e sei giovani cristiani, accolti bene dalle autorità civili, dai leader tradizionali e delle altre religioni. Dopo cena, abbiamo preparato la Messa del Natale, spiegando il significato della festa, insegnando alcuni canti e mostrando concretamente come si celebra la Messa del giorno dopo con musica, canti, candele, incenso e una processione alla quale partecipano tutti. Il giorno di Natale che era una domenica, abbiamo celebrato la Messa, alla presenza delle autorità di Wazà, molti giovani e gente del posto. Una cerimonia e una festa così solenne non l’avevano mai vista.

Dopo pranzo si è visitato un villaggio a 15 km dal centro chiamato Tagawa, con abitanti tupurì e massà. Hanno partecipato i giovani di Wazà e Kousserì e alcuni funzionari locali e abbiamo entusiasmato il villaggio con animazioni nella loro lingua e subito dopo parecchie famiglie hanno espresso il desiderio di diventare cristiane. Il leader locale dell’islam ha incoraggiato la gente a costruire una cappella per pregare assieme, cosa che poi abbiamo fatto! Il lunedi siamo andati a visitare altri due villaggi: Jiguina (15 km) con una sola famiglia cattolica e tutti gli altri musulmani; nel secondo, Madà (a 5 km), c’era una donna protestante. In ambedue i villaggi abbiamo presentato il Vangelo, insegnando il Padre Nostro. Il giorno dopo abbiamo visitato il villaggio di Bonderi con un programma simile, ma questo villaggio è composto di 50 famiglie di religione tradizionale e alcune famiglie cristiane di cui tre cattoliche e 1 protestante che desidera entrare nella famiglia cattolica. In questo villaggio c’era più tempo e abbiamo benedetto le capanne e visitato i malati e la gente ha espresso il desiderio di avere una presenza regolare del sacerdote. L’ultimo giorno abbiamo ancora celebrato la Messa a Wazà attirando molte persone e famiglie e poi abbiamo chiuso il Campo con la promessa di farne un altro per Pasqua.

Questi cinque giorni sono stati molto positivi, sia per l’entusiasmo dei giovani locali e di quelli che mi accompagnavano da Kousserì, sia perché si è dimostrata importante la presenza del seminarista della diocesi di Yagoua, mandatoci del suo vescovo, che durante tutto il tempo di permanenza ha guidato la preghiera della sera e il Rosario, facendo una piccola catechesi quotidiana ai giovani presenti. Proprio questi giovani locali hanno preparato la nostra venuta provvedendo al nostro vitto e alloggio nel miglior modo possibile, in quella situazione di grande povertà.

Boko Aram sequestra i cinesi al lavoro

Nei villaggi della futura parrocchia di Wazà il governo del Camerun costruisce una strada che parte da Kousseri e va verso il Sud, anche per determinare il confine con la Nigeria. Nel 2013 sono venuti i cinesi e costruivano la strada per il governo camerunese, da nord a sud, lunga più di 1.000 chilometri; la strada passa proprio vicino alla nostra cappella e sono vissuto per molti mesi con i cinesi, che erano divisi in gruppi lungo quel tracciato. Il gruppo che era a Wazà aveva macchine grosse per lavorare, camion, ruspe, caterpillar, scavatrici, ecc. I cinesi vivevano in da case prefabbricate portate dalla Cina, le montano e poi le smontano e se le portano via e producono la loro energia elettrica.

Nei primi mesi del 2014, dal Parco nazionale di Wazà un giorno sono spuntati all’improvviso circa 300 uomini di Boko Haram, armati e tutti incappucciati. Hanno circondato il campo cinese e hanno portato via una dozzina di capi, direttori e tecnici, ma non i lavoratori cinesi che sono carcerati, liberati in Cina per lavorare in luoghi pericolosi. I carcerati del nostro gruppo erano circa 70, facevano i lavori più difficili e assumevano anche lavoratori locali, ma gli africani vanno poco con loro perché debbono lavorare molto e sono pagati pochissimo. Ho sentito dire che in Cina fanno questa proposta ai carcerati, se vanno a lavorare all’estero per la Cina non so quanti anni, poi sono liberi.

A difendere i cinesi c’erano una trentina di militari camerunesi, qualcuno di loro ha sparato ma è stato ucciso, gli altri, vedendo quella legione di guerriglieri, sono scappati. I Boko Aram, mi hanno detto la gente di Wazà, erano un vero esercito, impossibile fermarli. Per fortuna sono venuti in un giorno in cui io ero a Kousseri con i giovani cristiani, altrimenti rapivano anche noi. Mi hanno detto che hanno portato i capi cinesi nello stato nigeriano di confine dove comandano loro e fino ad oggi so che non li hanno ancora liberati. Dopo questo fatto, il superiore del Pime in Camerun e poi anche il vescovo, mi hanno detto di venir via, troppo pericoloso!

Il vescovo mi manda a fondare una nuova parrocchia

Alcuni mesi dopo, il vescovo di Yagoua mi ha mandato a fondare una parrocchia a Wagà, a circa 120 km dalla Nigeria e ai confini col Ciad, anche questo un territorio infiltrato dai Boko Aram, che nel Nord Camerun è presente ormai ovunque. E anche qui dormo nella grande chiesa di fango e paglia. Sto iniziando a prendere contatto con i villaggi animisti dove trovo alcune famiglie cattoliche che mi ringraziano di essere venuto tra loro.

Sono già stato a Magà nei mesi scorsi con padre Giuseppe Parietti per vedere la situazione, ci siamo fermati qualche giorno e abbiamo girato alcuni villaggi. Mi sono fatto l’idea che è proprio una missione ad gentes, con numerosi animisti che vogliono diventare cristiani. A Magà c’è la situazione che si trova ovunque nel Nord del Camerun. La maggioranza degli abitanti (che appartengono a varie etnie o tribù) sono ancora animisti, Ciascun villaggetto o ciascuna famiglia va per conto suo e non ha alcun punto di riferimento per la vita moderna, nessun appoggio o protezione. Anche i giovani tribali, educati al culto degli spiriti del villaggio, della tribù o della famiglia, si trovano spaesati e isolati, mentre i cristiani e i musulmani hanno il Libro (Bibbia o Corano) e la Chiesa o la “umma”islamica. E’ inevitabile, come avviene in tutto il Nord Camerun, che si impone la scelta di una religione adatta al tempo moderni.

All’inizio di settembre ritorno in Camerun e vado a Magà per iniziare la parrocchia. Dovrebbero esserci alcune centinaia di cristiani dispersi in vari villaggi, ma senza il prete residente da molti anni: non so ancora quanti sono rimasti. Ci sono anche tre suore africane che hanno iniziato una scuola primaria in muratura, costruita dalle suore canadesi. Nella loro casa le suore hanno un cappellina, ma troppo piccola per la parrocchia. Tanti anni fa c’era un missionario francese che veniva a Magà una volta al mese, aveva battezzato molti e usava quel capannone di paglia che oggi è vacillante e col tetto sforato in più parti. Dev’essere riparato, anche perché iodormo in chiesa. Per mangiare non ho nessuno, il padre canadese mangiava con le suore canadesi, ma io mangerò da solo. All’inizio mi porteranno qualcosa i cristiani del villaggio, poi cercherò qualcuno che possa farmi da mangiare, ma ci penserò quando sono sul posto. Di fame credo che non muoio e un missionario anziano mi ha detto che, all’inizio di una missione bisogna sopportare un po’ di penitenze, perché alle fondamenta di una Chiesa c’è la Croce di Gesù Cristo.

Piego Gheddo

17 aprile 2015

 

 

Saturday 25 October 2014

Sinodo, un colpo di mano che non è riuscito

"Il sismografo" (http://ilsismografo.blogspot.it/) in questi giorni si sta rivolgendo a diversi colleghi vaticanisti per chiedere un loro ulteriore contributo di analisi e commento in merito all'importante Assemblea straordinaria sinodale dedicata alla famiglia.

Angela Ambrogetti, Responsabile di Korazym, vaticanista e scrittrice, ci ha offerto la sua riflessione in risposta a questa domanda:

Senza entrare in complessi approfondimenti, quale la caratteristica o riflessione che più ti ha colpito o che ritiene di notevole rilevanza di questo Sinodo?

"Un colpo di mano che non è riuscito. Lo definirei così il Sinodo straordinario sulla famiglia che si è appena concluso. Ma anche l’occasione per alcuni episcopati di mostrare la loro fedeltà al Vangelo e la voglia di emancipazione da un “centro” che non è Roma, ma qualcuno che vorrebbe colonizzarla.

Tuesday 21 October 2014

Un sinodo ancora da capire

Strano questo Sinodo straordinario appena concluso. Una formula che era stata abbandonata nel 1985. Due settimane sono poche per ragionare, e i presidenti delle Conferenze episcopali non sempre sono i più adatti a discutere. Sono abituati a mediare più che a portare idee. Molti dei sinodali è chiaro che un sinodo non lo avevano mai seguito. Ed è stato evidente che un gruppetto lo voleva guidare senza lasciare spazio alle alternative. Cominciamo dalla poca trasparenza. Scegliere di non pubblicare i singoli interventi ha messo in difficoltà parecchi vescovi. Perché i loro fedeli volevano sapere e seguire lo sviluppo del dibattito e soprattutto chi aveva detto cosa. Cosa che del resto si era saputa per decenni. Il Bollettino del Sinodo è base e fonte per la storia della Chiesa. Di questo sinodo invece avremo solo testimonianze di coppie ( ne sentiamo già molte nelle Giornata per la Famiglia) e omelie. Sulla Relatio dopo la discussione c’è poi ancora molto da capire. Lo stesso relatore del Sinodo il cardinale ungherese Erdő ne ha preso le distanze. Il Papa gli ha messo al fianco degli altri collaboratori. Una Relazione che è stata di fatto disconosciuta dai Circoli Minori. In molti all’uscita dei lavori dicevano: “ ma noi non abbiamo detto quelle cose!”

Tuesday 07 October 2014

Sinodo: non giudizio ma verità

La notizia di oggi è che il 20 ottobre il Papa ha deciso che al concistoro si parli di Medio Oriente. Sarà un modo per comunicare ai cardinali i risultati dell’incontro con i nunzi che si è svolto la settimana scorsa. Martedi mattina, secondo quello che riporta l’ Osservatore Romano, si è parlato anche della violenza. “Così è stato messo in risalto come i terroristi di Boko Haram non hanno nulla a che vedere con la visione che in Nigeria, anche da parte dei musulmani stessi, si ha del valore della famiglia. Mentre a Baghdad, è stato reso noto, nonostante tutti i problemi, oltre 1.500 bambini sono accompagnati dai genitori, ogni venerdì, al corso di catechismo: è stata così anche rimarcata la testimonianza di fede e di unità delle famiglie cristiane rimaste in Iraq. Accompagnata pure dall’auspicio che venga sempre rispettato il loro credo come un diritto fondamentale della persona e così non ci debba essere timore nel testimoniarlo. Un discorso simile è stato proposto, poi, a proposito dell’Iran, dove ci sono appena cinquemila cristiani a fronte di settantacinque milioni di musulmani che, è stato affermato, non appartengono al fondamentalismo dell’Is.”

Thursday 20 February 2014

Il progetto di Francesco. Dove vuole portare la Chiesa

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È in libreria “Il progetto di Francesco. Dove vuole portare la Chiesa”. Una conversazione di Víctor Manuel Fernández con Paolo Rodari, Collana «Vita di missione – Nuova serie», Editrice Missionaria Italiana, pp. 144, euro 10,90.

Fernández è rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina; è stato uno dei primi vescovi nominati da papa Francesco, elevato nel maggio 2013 alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, uno dei saggisti più letti in America latina in fatto di teologia e spiritualità, ha un rapporto di assoluta fiducia con il papa che vede in lui un valido consulente e collaboratore. Non a caso fu lui, nel 2007, alla V Conferenza dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida, ad aiutare l’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro papa.

Poche persone come Fernández, dunque, possono aiutare a capire chi sia Francesco e verso dove egli vuole che la Chiesa vada. Anzitutto, secondo il teologo argentino, Francesco chiede alla Chiesa un movimento: l’uscita. «Uscire da sé stessi», spiega Fernández, «una categoria-chiave per comprendere a fondo il pensiero e la proposta del papa, perché il Vangelo ha sempre la dinamica dell’esodo e del dono, dell’uscire da sé. È il contrario dell’autorefenzialità che egli tanto deplora». E ancora, su questa idea che è centrale nel magistero dell’attuale pontefice: «Tale uscita richiede di osare, fare il primo passo, non restare seduti sperando che la gente venga ai nostri incontri o ai nostri corsi, avere il coraggio di parlare di Gesù e della propria esperienza di fede a tutti e in ogni luogo. Il papa ci ricorda sempre che la comunità evangelizzatrice non si chiude, ma anzi accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione se necessario, e si fa carico della vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo».

È il programma rivoluzionario del Papa venuto da un Paese «quasi ai confini del mondo» che il teologo argentino declama in queste intense pagine: prima dei princìpi, viene l’annuncio del Vangelo, da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Non ci si può limitare ad annunciare i princìpi morali da seguire. Occorre parlare anzitutto della gioia del Vangelo e del fatto che il Suo annuncio è un annuncio di misericordia. Secondo Fernández l’intento del Papa è di scuotere la Chiesa, di farla uscire dal recinto dei suoi privilegi, oltre le logiche del carrierismo e delle divisioni per arrivare a tutti, specialmente agli ultimi, agli emarginati, a chi non ha nulla. È una Chiesa povera e per i poveri che vuole il Papa, la stessa Chiesa che voleva quando era cardinale a Buenos Aires.

Ecco di seguito la prefazione al libro, firmata da Paolo Rodari:

13 marzo 2013. Verso dove Francesco vuole portare la Chiesa? È la domanda che mi sono fatto nei primi giorni di pontificato di Jorge Mario Bergoglio. E dovendo, da cronista, raccontare il pontificato in corso, è la domanda che ho posto fin dalla chiusura del conclave a tutte le persone che per lavoro ho incontrato o sentito. «Voi sapete che il dovere del conclave era di dare un vescovo a Roma e sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo… ma siamo qui», ha detto papa Francesco, affacciandosi la sera dell’elezione alla loggia centrale della basilica vaticana. Mi sono chiesto: cosa significa avere un papa che viene dalla fine del mondo? Cosa porterà alla Chiesa? E, soprattutto, dove la porterà?

Giorni dopo l’elezione, ho chiamato un amico vescovo. Avevo intenzione di svolgere un’inchiesta fra i gesuiti e gli ho chiesto il suo parere sulle domande da porre e, in particolare, sul nuovo papa. Mi ha risposto: «Hai letto Il cielo e la terra, il libro che Bergoglio ha scritto con il rabbino Abraham Skorka? Per me sono stati illuminanti i capitoli in cui i due affrontano i temi cosiddetti eticamente sensibili, il matrimonio fra uomo e donna, l’aborto, l’eutanasia ecc. Leggendoli, mi sembra di aver capito che per Bergoglio prima dei princìpi e della loro difesa viene il kerygma, ovvero l’annuncio della buona notizia che è il Vangelo. Mi sembra che questo sia il tratto principale del nuovo papa: i princìpi esistono e non si negano, ma prima occorre annunciare che il Vangelo è amore, misericordia, abbraccio. Insistere troppo sui princìpi non serve e può essere controproducente».

19 settembre 2013. È mattina. Mi trovo a Firenze e squilla il telefono. Mi avvisano che sta per uscire una lunga intervista concessa dal papa a padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica. Mi faccio mandare il testo. Gli spunti sono innumerevoli, ma resto colpito più che altro da un passaggio. Il papa dice: «Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione». E ancora: «Gli insegnamenti, tanto dogmatici quanto morali, non sono tutti equivalenti. Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L’annuncio di tipo missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus. Dobbiamo quindi trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l’edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte, di perdere la freschezza e il profumo del Vangelo. La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. È da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali».

Sono parole per me illuminanti. Perché confermano che la prima intuizione suggeritami dall’amico vescovo sembra giusta: Francesco mostra di volere una Chiesa che abbraccia e che non esclude. E ritiene che insistere troppo, quasi ossessivamente, sui princìpi, sia una tattica non consonante con il messaggio evangelico. Beninteso, anche i suoi predecessori volevano una Chiesa siffatta. Ma in Francesco questa sottolineatura pare più accentuata.

21 ottobre 2013. Su Repubblica pubblico una pagina d’intervista a Víctor Manuel Fernández, rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina, una delle prime nomine episcopali di Francesco, elevato nel maggio 2013 alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, ha un rapporto di fiducia con il papa che vede in lui un valido consulente. Non a caso fu lui, nel 2007, alla V Conferenza dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida (San Paolo), ad aiutare Bergoglio a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro papa. Pochi come Fernández, dunque, possono aiutare a capire chi sia Francesco e verso dove egli vuole che la Chiesa vada. Così, a inizio ottobre, lo chiamo a Buenos Aires. Mi risponde una voce cordiale. Gli spiego il mio interesse per il papa, il desiderio di conoscere la sua figura in profondità, le caratteristiche della «sua» Chiesa. Acconsente a che gli invii alcune domande, senza però garantirmi che mi risponderà. Invece, dopo qualche giorno, mi risponde. Non elude nessuna domanda e a quella per me più importante, ovvero se a suo avviso si può dire che Francesco sia il papa che privilegia la misericordia ai princìpi, risponde così: «L’annuncio del cuore del Vangelo prima d’ogni altra cosa è una caratteristica importante di Francesco, ma è da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Il papa pensa che una Chiesa che vuole uscire da sé stessa e raggiungere tutti debba necessariamente adattare il suo modo di predicare. Soprattutto, egli applica un criterio proposto dal Concilio Vaticano II ma spesso dimenticato e trascurato: la “gerarchia delle verità”. Francesco ci invita a riconoscere che spesso i precetti della dottrina morale della Chiesa vengono proposti fuori dal contesto che dà loro significato. Il problema maggiore si ha quando il messaggio che la Chiesa annuncia si identifica soltanto con questi aspetti che tuttavia non manifestano per intero il cuore del messaggio di Gesù Cristo…». E ancora: «Ci deve essere una proporzione adeguata soprattutto nella frequenza con la quale alcuni argomenti o accenti vengono inseriti nella predicazione. Per esempio, se un parroco lungo l’anno liturgico parla dieci volte di morale sessuale e soltanto due o tre volte dell’amore fraterno o della giustizia, vi è una sproporzione. Ugualmente se parla spesso contro il matrimonio fra omosessuali e poco della bellezza del matrimonio. Oppure se parla più della legge che della grazia, più della Chiesa che di Gesù Cristo, più del papa che della parola di Dio».

L’intervista esce su Repubblica il 21 ottobre. L’occasione ci fa conoscere meglio e mi porta a fargli una seconda richiesta: perché non pubblichiamo insieme un libro-conversazione tutto dedicato a Francesco, o meglio al suo «programma»? Con mia grande gioia padre Fernández acconsente una seconda volta. Insieme decidiamo di usare l’esortazione apostolica Evangelii gaudium (EG) come base sulla quale lavorare, avendo ben presente che è stato lo stesso papa a dire che il documento ha un «senso programmatico». E il risultato, dopo il tempo trascorso assieme a Buenos Aires e un’intensa corrispondenza epistolare, sono le pagine di questo libro, un testo che spero risulti utile per chi vuole comprendere fino in fondo la sfida che il papa venuto «dalla fine del mondo» vuole porre alla Chiesa e, insieme, anche a chi è lontano da una vita di fede.

Evangelii gaudium è un programma di pontificato ampio e accurato. L’esortazione apostolica, infatti, firmata dal papa il 24 novembre 2013, festa di Cristo Re dell’universo, formalmente sarebbe dovuta essere «post-sinodale», ovvero semplicemente un approfondimento delle proposizioni che il Sinodo dei vescovi, svoltosi in Vaticano nel 2012 e dedicato alla nuova evangelizzazione, aveva prodotto. In realtà il documento volutamente non riporta la dizione «post-sinodale», proprio perché è, e vuol essere, molto di più, un testo appunto programmatico. E così, partendo da Evangelii gaudium, è stato per noi semplice ampliare l’orizzonte su un papa così sorprendente.

Evangelii gaudium, ovvero la gioia del Vangelo. Sembra essere questa, anzitutto, la direzione. Portare la Chiesa a prendere consapevolezza che il cristianesimo è gioia perché annuncia che Dio è con noi. Una delle azioni maggiormente richieste dal papa è la necessità di «uscire fuori». Uscire dalle proprie convinzioni, comodità, privilegi, idee, per portare il Vangelo di Cristo a tutti senza pregiudizi né preclusioni. Uscire, cambiare, dunque, ripensando daccapo l’intera vita di fede. Il papa non manca di indicare nello specifico alcune riforme e alcuni cambiamenti, esortando «tutti ad applicare con generosità e coraggio gli orientamenti di questo documento, senza divieti né paure». Non è più il tempo della ritrosia. Francesco vuole che tutti, a cominciare dai semplici fedeli, abbandonino «il comodo criterio del “si è fatto sempre così”». Dice: «Invito tutti ad essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità».

Questo libro, dunque, nasce anche dallo stupore per questo testo papale, una vera e propria enciclica, secondo quanto hanno scritto diversi osservatori. Stupore per un papa che decide di mettere per iscritto un programma esigente anche verso sé stesso e la propria persona: «Dal momento che sono chiamato a vivere quanto chiedo agli altri, devo anche pensare a una conversione del papato». Il cantiere che papa Francesco ha aperto con Evangelii gaudium è ampio e può far venire le vertigini. «Tuttavia – scrive Francesco – non c’è maggiore libertà che quella di lasciarci portare dallo Spirito, rinunciando a calcolare tutto, e permettere che Egli ci illumini, ci guidi, ci orienti, ci spinga dove Lui desidera».

Puoi ordinare il libro QUI oppure QUI.

Saturday 15 February 2014

Padre Konrad, le braccia caritatevoli di Papa Francesco

“Tu sai cosa devi fare, hai bisogno di soldi?” E’ la frase che Konrad Krajewski, arcivescovo ed Elemosiniere di sua Santità, si sente ripetere spesso da papa Francesco. Si perché è lui che aiuta il Papa ad essere vicino a chi ha bisogno, con gesti che sembrano piccoli, ma che diventano immensi per chi li riceve. Padre Konrad come lo chiamano tutti, non vive in Vaticano, ma a Borgo Pio, in una casa “con la bandiera polacca”, dice. “Perché così posso essere più vicino alla gente”. Vuole essere chiamato così e il papa gli ha detto: a chi ti chiama eccellenza chiedi 5 euro di tassa per i poveri. Konrad che viene dalla diocesi di Łódź, lui che dal 1998 è stato a fianco di tre papi durante le liturgie, lui che da anni gira la notte per le vie di Roma per dare aiuto a chi ne ha bisogno. “Le mie braccia sono corte adesso, se le prolunghiamo con le tue braccia riesco a toccare i poveri di Roma e d’ Italia, io non posso uscire, tu sì” gli ha detto il papa alla sua nomina.

Wednesday 12 February 2014

Due Papi per una sola Chiesa

Diciamoci la verità, non avremmo mai pensato che la coabitazione funzionasse così bene. Anzi che potesse diventare un modello per il futuro. Quando in un giorno di brutto tempo a febbraio i media di tutto il mondo hanno iniziato a far girare la notizia del secolo, la rinuncia del Papa, l’idea stessa di avere due Papi in Vaticano sembrava roba da Apocalisse. Quel fulmine che colpiva la cupola di San Pietro immortalato da un fotografo fortunato, sembrava davvero l’inizio della fine del mondo secondo i canoni di certi B movies degli anni ’70. Fulmini e saette, l’attacco del Maligno e cose del genere. Qualcuno ha anche cavalcato quest’onda per sferrare l’ultimo colpo a Papa Benedetto XVI colpevole di non aver mai ceduto ai facili popolarismi e di aver sempre predicato la verità del Vangelo con gioiosa e ferma chiarezza. Ma il Vento dello Spirito soffia dove vuole e non segue le regole del meteo.

Wednesday 12 February 2014 09:08

La Quaresima della Chiesa

Quando pensiamo alla Quaresima i laici pensano ad una cosa lunga e triste, i cattolici ad un tempo forte della liturgica che si prepara alla luce della Pasqua. E in effetti quei poco più di quaranta giorni che lo scorso anno abbiamo vissuto tra l’ 11 febbraio, e il 13 marzo e poi fino a Pasqua, sono stati davvero una Quaresima. E in entrambi i sensi. Perché sono stati giorni lunghi, di ansia e di stupore, di attesa di incredulità. E in questo senso giorni di penitenza. Per la prima volta nella storia moderna, un pontefice decideva di rinunciare al governo della Chiesa Universale. Si certo, tutti gli addetti ai lavori sapevano che fin dai tempi di Paolo VI si parlava di come permettere al Papa di essere davvero libero da qualunque condizionamento, di poter esercitare il ministero petrino in pienezza e completezza e quindi di poter “lasciare” qualora non potesse essere in piena coscienza libero

Wednesday 27 November 2013

L'eutanasia ai minori: per la Chiesa un gesto di estrema inciviltà. Occorre riflettere.

Le parole sono forti e sono quelle di un prelato molto autorevole all'interno della Chiesa cattolica.

Mons. Sgreccia è presidente della fondazione Ut Vitam habeant nonchè presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita.

Il tema è uno di quelli che in questoi periodo sta suscitando acceso dibattito in ambito cattolico ed etico: quello dell'eutanasia...anzi, quello dell'eutanasia aperta alle persone minori di età.

«È un salto. Un salto abissale, sotto il livello di civiltà, di umanità». Queste le parole del prelato che commenta il primo sì del parlamento belga all'estensione dell'eutanasia ai minori. 

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Tuesday 05 November 2013

Così pregava Karol Wojtyla. Una lista di nomi (con allegati dossier), l’elenco dei collaboratori in vista, un Atlante sottomano per la “preghiera geografica”

Giovanni Paolo II aveva un segreto, la preghiera. Ore trascorse nel silenzio, in un dialogo nascosto con Dio dal quale traeva la forza per andare, con efficacia, incontro al mondo.

Della preghiera di Karol Wojtyla hanno scritto in tanti. Una testimonianza significativa in merito l’ha data il 4 novembre 2013 un sacerdote riservato e preparato, che ha avuto la possibilità di frequentare molto il Papa polacco durante i suoi ultimi anni di vita.

Si chiama Pawel Ptasznik. Oggi è il responsabile della sezione polacca della segreteria di stato vaticana. Ai tempi di Giovanni Paolo II era colui che saliva nell’Appartamento papale per aiutare lo stesso Wojtyla nella stesura dei suoi testi. È stata l’assidua frequentazione dell’Appartamento a premettergli di conoscere quel segreto, la preghiera appunto, che ha caratterizzato tutta la vita del Papa che la prossima primavera diviene santo.

Monsignor Ptasznik ha dato la sua testimonianza a Roma, durante la presentazione dell’ultimo libro dell’ex segretario di Wojtyla Stanislaw Dziwisz, una conversazione con Gian Franco Svidercoschi intitolata “Ho vissuto con un santo”.

Questa la trascrizione di quanto ha detto:

«Quella di Wojtyla era una preghiera costante e vera. Anche durante i viaggi normalmente voleva rispettare “l’ora santa” dedicata all’adorazione eucaristica, e così la via crucis del venerdì sera e la Messa. Chi organizzava i viaggi doveva tenere presente queste sue esigenze».

«La segreteria di stato consegnava al Papa la lista con le richieste di preghiere arrivate da tutto il mondo. Pregava consultando quella lista, che spesso aveva degli allegati, delle cartelle che spiegavano meglio la situazione di coloro che chiedevano preghiere».

«Una volta l’ho visto pregare in cappella. Aveva aperto davanti a sé l’Osservatore Romano su una pagina in cui c’erano tutti i nomi dei capi dicastero della Curia Romana con anche gli “officiali” di lingua polacca. Pregava per tutti i suoi collaboratori».

«Sulla sua scrivania aveva un Atlante. Ogni giorno posava lo sguardo su una parte concreta del mondo, per poi pregare per tutta la giornata per le popolazioni di quella stessa porzione. Era la sua preghiera geografica».

«Si confessava ogni due settimane. Una macchina arriva in centro a Roma per “prelevare” monsingor Stanislaw Michalski, il suo confessore, che veniva accompagnato appositamente in Vaticano».

«Quando doveva scrivere un testo faceva tutti i giorni un’ora di meditazione sul camminamento situato sul tetto del palazzo apostolico. Poi scendeva in Appartamento e mi dettava il testo. Citava a memoria passi della Scrittura e dei padri della Chiesa. Dopo un’ora, un’ora e mezza, il testo era pronto».

Friday 01 November 2013

«Ho l’impressione che Gesù è stato rinchiuso all’interno della Chiesa e che bussa perché vuole uscire». Ecco cosa disse Jorge Mario Bergoglio prima del Conclave secondo il cardinale Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione

«Durante il suo intervento alle congregazioni generali che hanno preceduto il conclave, il cardinale Jorge Mario Bergoglio ha parlato con insistenza della necessità che la Chiesa “esca fuori” da se stessa. Egli ha detto che la Chiesa è malata, che deve prendersi cura di se stessa. Il suo breve discorso ha colpito tutti. Ha detto testualmente: “Ho l’impressione che Gesù è stato rinchiuso all’interno della Chiesa e che bussa perché vuole uscire, vuole andare via”».

«Bergoglio ha chiesto ai vescovi di essere veramente pastori e non degli amministratori. Del resto, è ciò che egli ha fatto a Buenos Aires rifiutando, ad esempio, di andare ad abitare nella residenza vescovile. Così ora che è Papa con la decisione di abitare nel convitto di Santa Marta. Egli ha bisogno di vedere gente e incontrare semplicemente la gente per parlare con loro nei corridoi, durante i pasti … La parola “fuori”, si sa, è importante. Possiamo dire che questa è la parola che meglio definisce la missione di Gesù, egli è uscito fuori in qualche modo da se stesso per andare in periferia, dove l’uomo vive perso e in difficoltà”».

Così l’arcivescovo di Lione, il cardinale Philippe Xavier Ignace Barbarin – in tempo di sede vacante arrivava in Vaticano in bicicletta –, rivela come già nelle riunioni pre-conclave Bergoglio abbia usato parole dure per descrivere la situazione della Chiesa. «Cristo è rinchiuso in prigione», ha detto il futuro Papa durante le Congregazioni generali. Parole che hanno convinto i cardinali a sceglierlo perché, dice Barbarin, «quel discorso ha colpito tutti».

È stato il discorso durante le congregazioni a convincere i cardinali a votare Bergoglio oppure il suo nome era nella mente dei cardinali già da prima?
«Il nome del cardinale Bergoglio circolava molto fra i cardinali. Tutti però siamo rimasti colpiti durante le congregazione generali dal suo discorso. Parlava della necessità di guardare altrove. Ha raccontato dell’America Latina, dove il 40 per cento della popolazione è cattolica. Egli è stato in grado di governare la provincia gesuita affidatagli durante il difficile periodo della dittatura militare. Ben presto si è trovato a capo dell’arcidiocesi di Buenos Aires, dove ha mostrato un grande zelo missionario, in un vero spirito di povertà e di vicinanza verso tutte le persone che gli erano state affidate. Ci è apparso come un uomo di grande autorità che sa come impostare il proprio cammino e prendere le decisioni giuste. Già in questi mesi vediamo come tutte queste qualità siano state messe in campo. Soprattutto colpisce la semplicità e la chiarezza delle sue omelie, e insieme il grande programma lanciato per la riforma della curia romana. Questa è la riforma che la Chiesa si aspetta e di cui essa ha grande bisogno».

È urgente questa riforma secondo lei?
«La riforma deve certamente avvenire. Il Consiglio dei cardinali saprà come fare. Ha l’obiettivo di riorganizzare la Chiesa, servendo le chiese locali e collaborando collegialmente con i vescovi del mondo. Possiamo dire della curia ciò che il Papa ha detto della Chiesa: “È buono e sano se essa si occupa prima di se stessa che degli altri”».

Cosa pensa delle riforma dello Ior? È giusto che il Vaticano abbia una banca?
«La questione non è se ci deve essere una banca in Vaticano o meno. È ovvio che il Vaticano ha bisogno di soldi, come ogni diocesi o istituzione della Chiesa. Ma piuttosto la questione è se e come il denaro entra in Vaticano, se tutto è trasparente o meno, verificabile, come le spese sono organizzate».

In questi giorni un sito web cileno ha riportato le parole che il Papa avrebbe detto a dei religiosi sudamericani circa l’esistenza di una “lobby gay” in Vaticano. Esiste davvero secondo lei questa lobby? Perché il Papa ne ha parlato?
«Ovviamente, su questo argomento non so nulla. Quel che è certo è che tutti gli uomini sono peccatori, e quindi anche in Vaticano ci sono uomini che sbagliano. Sarebbe sciocco dire: “Non credete, in Vaticano è impossibile!”. Ma io non voglio amplificare voci e dicerie. Se il Papa ha qualcosa di chiaro da dire in proposito, lo sapremo. E se si decide di agire, lo farà senz’altro».

Ratzinger nella Via Crucis del 2005 al Colosseo parlò della “sporcizia” presente nella Chiesa. Ancora Francesco parla spesso dei “mali” interni alla Chiesa. A cosa si riferiscono?
«Sì, è una triste realtà. La Chiesa, da semplice fedele al vertice della gerarchia è danneggiata e talvolta screditata dai peccati e dagli scandali di coloro che la compongono. Questa è una grande ferita interiore. Naturalmente, siamo tutti peccatori, ma se uno non lascia Cristo fuori di questo peccato, se lui non si assoggetterà alla misericordia di Dio, il danno potrà essere grande, e soprattutto se la persona che pecca si trova in una posizione di notevole responsabilità. Certo, nella storia, abbiamo visto molti Papi non essere di esempio ma crediamo che, nonostante i tanti peccati, la Chiesa goda del sostegno costante dello Spirito Santo. Egli ha parole di vita eterna».

Spesso la Chiesa è chiamata a rapportarsi con i problemi anche più scomodi della gente. Sempre più fedeli vicino situazioni difficili. Le famiglie spesso si sfasciano. Sono tanti i divorziati risposati che non possono accedere alla comunione. Come si comporta con questi problemi a Lione? Quali soluzioni?
«Sì, la sofferenza è sempre più pesante, in generale, sia nella Chiesa di Lione che altrove. Si ha l’impressione che non solo le famiglie, ma l’intera società stia arrivando ad annullarsi, e ci si chiede con una certa ansia dove si andrà in futuro. È in atto una decostruzione quasi desiderata, programmata per staccare le radici ai giovani e qualche volta anche alle famiglie.Ma ognuno ha un suo posto nella Chiesa. Benedetto XVI lo ha ripetuto spesso. Il Signore ha scelto come uno dei pilastri della sua Chiesa un rinnegato, Pietro, che aveva vilmente abbandonato al momento della passione, e un “parassita!” della Chiesa, come Paolo, ed entrambi sono diventati pilastri della costruzione. Così egli saprà utilizzare tutti noi, qualunque siano le nostre debolezze e peccati. Dobbiamo spostare gradualmente (questa è la legge della gradualità, in modo spesso spiegato da Giovanni Paolo II) su un percorso dove la misericordia e l’attenzione per ogni persona sono illimitate. E dove la Parola di Dio è accolta come una verità la luce e in assoluto, anche se ci porta attraverso momenti di sofferenza e angoscia, certamente porta ad un cammino di felicità».

Tuesday 22 October 2013

Prima il Vangelo e poi la dottrina. Il segreto di Jorge Mario Bergoglio secondo Victor Manuel Fernández, uno dei teologi più vicini al Papa

Victor Manuel Fernández, rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina, è una delle prime nomine di Jorge Mario Bergoglio, elevato lo scorso maggio alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, ha un filo diretto col Papa che vede in lui un valido “consulente”. Nel 2007 alla conferenza dei vescovi latino americani ad Aparecida, fu Fernández ad aiutarlo a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro Papa.

Monsignore, vorrei entrare subito “in medias res”. Nel libro con Abraham Skorka, Jorge Mario Beroglio svolge una breve introduzione nella quale parla dell’importanza della “cultura dell’incontro”. E dice che a volte l’uomo arriva a identificarsi di più con “i costruttori di mura che con quelli di ponti”. I media di tutto il mondo lodano le “aperture” di Francesco, stupìti più che altro del fatto che egli non insiste anzitutto sui princìpi ma – come ha detto lui stesso nell’intervista concessa il 19 settembre a Civiltà Cattolica – su “ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus”, insomma sull’essenziale, sul Vangelo. È a suo avviso questo il tratto fondamentale del nuovo pontificato? L’annuncio del Vangelo prima della morale? Oppure qual è il suo tratto caratteristico?
L’annuncio del cuore del Vangelo prima d’ogni altra cosa è una caratteristica importante di Francesco, ma è da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Il Papa pensa che una Chiesa che vuole uscire da se stessa e raggiungere tutti debba necessariamente adattare il suo modo di predicare. Soprattutto, egli applica un criterio proposto dal Concilio Vaticano II spesso dimenticato e trascurato: la “gerarchia delle verità”. Francesco ci invita a riconoscere che molte volte, i precetti della dottrina morale della Chiesa vengono proposti fuori dal contesto che dà loro significato. Il problema maggiore si ha quando il messaggio che la Chiesa annuncia si identifica soltanto con questi aspetti che tuttavia non manifestano per intero il cuore del messaggio di Gesù Cristo. Mentre una pastorale missionaria non può essere ossessionata dalla trasmissione disorganizzata di un insieme di dottrine da imporre con la forza dell’insistenza. Quando la Chiesa assume uno stile missionario diretto a tutti, senza eccezioni o esclusioni, l’annuncio si concentra sull’essenziale, su ciò che c’è di più bello, di più grande, di più attraente e nello stesso tempo di più necessario. Certo, tutte le verità rivelate sono credute con la medesima fede, ma alcune di loro sono più importanti perché esprimono più direttamente il nucleo fondamentale che è la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo. Ci deve essere una proporzione adeguata soprattutto nella frequenza con la quale alcuni argomenti o accenti vengono inseriti nella predicazione. Per esempio, se un parroco lungo l’anno liturgico parla dieci volte di morale sessuale e soltanto due o tre volte dell’amore fraterno o della giustizia, vi è una sproporzione. Ugualmente se parla spesso contro il matrimonio fra omosessuali e poco della bellezza del matrimonio. Oppure se parla più della legge che della grazia, più della Chiesa che di Gesù Cristo, più del Papa che della parola di Dio. Insomma, ogni verità si comprende meglio se posta in relazione armoniosa con tutto il messaggio cristiano, perché in tale contesto tutte le verità si illuminano a vicenda. Il Vangelo invita soprattutto a rispondere all’amore salvifico di Dio, riconoscendolo negli altri e in se stessi, al fine di cercare il bene di tutti. Questo invito non dovrebbe essere posto per nessun motivo in secondo piano! Se questo invito non brilla con forza e appeal, la morale della Chiesa rischia di diventare come un castello di carta: è qui che risiede il nostro più grande pericolo. Il messaggio perde la sua freschezza e cessa di avere il cosidetto “odore del Vangelo”. Certo, c’è poi anche lo stile del Papa, che non solo mira all’essenziale, ma lo esprime in modo chiaro e con segni. E a giudicare dagli effetti di questo fenomeno, non possiamo che guardarlo con occhi positivi, seppure esso dia fastidio in alcuni luoghi minoritari e poco rappresentativi dell’intera Chiesa.

In Italia è recentemente uscito un retroscena secondo il quale nel 2005, se Bergoglio fosse stato eletto Papa, si sarebbe chiamato Giovanni XXIV. Così, infatti, lo stesso Bergoglio avrebbe risposto al cardinale Francesco Marchisano, dalle radici piemontesi come il futuro Francesco, all’atto dell’elezione di Ratzinger. Marchisano era allora arciprete della Basilica di San Pietro. Al di là della veridicità o meno del retroscena, è papa Roncalli il Papa al quale Bergoglio ispira il suo pontificato? E in particolare, a suo avviso cosa pensa egli del Concilio Vaticano II? Si dice che dopo anni di tentativi di interpretare in senso conservatore o progressista il Concilio (le grandi “battaglie” sull’ermeneutica) egli ritenga che sia arrivato il momento di “farlo” il Concilio. È così?
Francesco è diverso da tutti i Papi che l’hanno preceduto. Certo, può avere caratteristiche di uno o dell’altro, ma sempre nella strada aperta dal Concilio. Senza dubbio egli rimane al di fuori delle discussioni teoriche sul Concilio perché semplicemente interessato a continuare lo spirito di rinnovamento e riforma che viene dal Concilio. In questo senso si pone fuori da ogni ossessione ideologica, senza pause o giravolte, con l’intenzione di portare la Chiesa fuori da se stessa così da raggiungere tutti. Ciò che ho detto sul criterio della “gerarchia delle verità” vale anche per molti altri percorsi di riforma che ha aperto il Concilio e che sono rimasti a metà strada.

Per quel che si sa la giornata di papa Francesco ha tre momenti fissi: la meditazione della Scrittura il mattino presto prima della Santa Messa; la recita del Rosario il pomeriggio; un’ora di adorazione eucaristica la sera. Nell’intervista a Civiltà Cattolica ha detto che la sua preghiera è “memoriosa”. Cosa intende? Cosa significa pregare per Francesco? Lo ha mai visto pregare? Come pregava in Argentina?
Il tema della memoria è una cosa su cui egli insiste molto ed è una chiave per conoscerlo. Non dobbiamo guardare le novità che egli porta come uno sradicamento, come un oblìo della storia viva della Chiesa. Egli spiega spesso che la memoria è una dimensione della nostra fede, in analogia alla memoria di Israele. Cita spesso gli Apostoli che non dimenticarono mai il momento in cui Gesù toccò il loro cuore: “Erano circa le quattro del pomeriggio”, dice Giovanni. E spesso ricorda le persone che sono state toccate in modo speciale, così da mostrare a tutti la gioia del credere. A volte si tratta di persone semplici e a noi vicine nella vita di fede. Bergoglio ama ricordare la seconda lettera a Timoteo: “Ho in mente la sincerità della vostra fede, una fede che fu prima in tua nonna Loide e in tua madre Eunice”. Perciò egli crede che la Chiesa non possa rinunciare alla propria ricca tradizione e che sarebbe sciocco pretendere di ripartire da zero. Egli non è un progressista senza radici, come qualcuno vorrebbe presentarlo. La sua preghiera è “memoriosa”, perché quando prega ricorda le persone che ha incontrato nel corso della giornata e cerca di raccogliere il messaggio che gli ha lasciato ciò che ha vissuto. La sua preghiera è piena di volti e nomi. Quando incontra la gente egli si mostra vicino, attento, affettuoso, e porta nella preghiera tutte quelle persone. In questo senso la sua è una preghiera “memoriosa”.

Non è un mistero per nessuno che negli anni passati i rapporti fra il cardinale Bergoglio con la presidente Kirchner sono stati difficili. Di Bergoglio il quotidiano argentino “Il Clarin” ha ricordato la vicinanza al gruppo peronista di destra “Guardia di Hierro”, con cui, negli anni – scrive il quotidiano -, avrebbe continuato a mantenere un legame spirituale. Quanto c’è di vero in questo? E soprattutto: è verosimile che il Papa auspichi in futuro un ritorno in argentina di un peronismo moderato che sappia legare con la Chiesa e i suoi convincimenti?
Penso che il suo rapporto con la presidente Kirchner non sia stato correttamente interpretato. Alcuni hanno creduto che alcune affermazioni delle sue omelie fossero attacchi personali contro di lei. Ma non è così. Del resto nessun politico può dire di avere o di avere avuto Bergoglio come proprio alleato politico, sia di sinistra sia di destra. Perché le sue parole possono soddisfare oggi, ma domani possono essere lette al contrario come pericolosi attacchi. Penso infatti che chiunque ha una qualche forma di potere, anche di potere ecclesiastico, non può non sentire su di sé lo “sperone” di Bergoglio, come una spina nel fianco, perché egli è e sarà sempre l’interprete di coloro che non hanno potere. Nel 2000 Bergoglio ha espresso un suo grande auspicio: “Che il potere non sia un privilegio inespugnabile”. E ciò vale per un presidente, un governatore, un uomo d’affari, un cardinale, e anche per i membri della Curia Romana. Il suo messaggio è il seguente: se hai accettato il potere senza privilegi, è necessario che usi il potere per servire e devi esporti ai reclami di tutti con umiltà, soprattutto i reclami dei deboli sono ascoltati. Se hai accettato una qualche forma di potere, allora devi sottometterti al controllo degli altri. Comunque, una certa affinità di Bergoglio al peronismo c’è e ha a che fare con due fatti: il peronismo assunse con forza la dottrina sociale della Chiesa e i suoi valori e comprese la cultura dei settori più poveri della società. Ma ciò non significa che Bergoglio abbia mai sostenuto un qualche potere politico. Fra l’altro egli ha sempre avuto un dialogo cordiale con tutti i politici.

Nell’intervista a Civiltà Cattolica, Bergoglio cita il beato Pietro Favre come suo modello. Chi fu Favre? Perché è un modello per Bergoglio?
Il beato Favre ha portato alla compagnia di Gesù un particolare modo di accompagnare le persone in un percorso di crescita. Accompagnare è una questione chiave per i gesuiti. Favre ha insistito sulla necessità di dare tempo alla gente, di rispettare i tempi di ognuno. Era un maestro di dolcezza, di pazienza e di dialogo con tutti. Bergoglio ricorda una frase di Favre che dice che “il tempo è il messaggero di Dio”, e la interpreta dicendo che “il tempo è superiore allo spazio”. Favre preferiva non perdere tempo in discussioni teoriche con i protestanti e sottolineava la necessità per la Chiesa di maturare e crescere nella testimonianza del Vangelo. Credo che tutto questo abbia molto a che fare con lo stile di Francesco, lontano da polemiche teoriche e in grado di esprimere le proprie convinzioni in una testimonianza attraente. Le riforme non vengono fatte per forza o in fretta, perché devono essere sempre accompagnate da una riforma interna. Tutto ciò è ben presente in Favre.

Colpisce molto in Francesco la sua ricerca dell’essenziale e anche di una certa austerità. Gira con macchine utilitarie, non ama sfarzi e lussi, visita i profughi e parla ai poveri. A Civiltà Cattolica dice di essere vicino alla corrente mistica di Louis Lallemant e Jean-Joseph Surin. Entrambi predicano la necessità di “spogliarsi” per arrivare a Dio. È questa la strada che Bergoglio vuole compiere?
Il suo non è amore del sacrificio fine a se stesso né un’ossessione per l’austerità. Si tratta di una “spoliazione” interiore, una rinuncia a indugiare troppo su se stessi, così da mettere Dio e gli altri al centro della propria vita e non se stessi. Ciò ha anche un significato pastorale, perché implica stare più vicini ai poveri, ai loro limiti, alla loro condizione sociale, alle loro umiliazioni. Per questo a Bergoglio non piacciono i sacerdoti princìpi o i vescovi “da aeroporto”, o gli ecclesiastici che amano le vacanze troppo costose, le cene nei migliori ristoranti, i preziosi d’oro e d’argento ostentati sui capi di abbigliamento, le continue visite a persone potenti, o coloro che amano parlare molto di se stessi o che si sentono diversi dagli altri. Tutto ciò che è mondanità spirituale che avvelena la Chiesa.

Si parla molto a Roma delle riforma della struttura della Chiesa: una nuova curia romana, una nuovo collegialità nell’esercizio del governo. Di Joseph Ratzinger è famosa la lezione nella quale disse che la vera riforma della Chiesa non è nelle strutture ma nel cuore di ognuno. Qual è a suo avviso l’idea di riforma propria di Bergoglio?
Le due cose insieme, perché la sua idea di riforma non è ideale, ma incarnata. Senza dubbio egli pensa che una riforma esteriore delle strutture non si sostiene senza uno spirito e uno stile di vita adeguato. Ma mi sembra che che la cosa più importante non sia la semplificazione della struttura della Curia romana, ma lo sviluppo di altre forme di partecipazione (sinodi, conferenze episcopali, consultazione dei laici, etc) che negli ultimi anni sono state più formali che reali. Senza dubbio questo sviluppo richiede che alcuni settori della Curia Romana cessino di essere eccessivamente giuridici, inquisitori e insieme maestosi, correndo fra l’altro il rischio di diventare autoreferenziali. Alcune volte ho sentito personalità della in Curia dire “noi” senza includere tutta la Chiesa, e nemmeno il Papa ma soltanto se stessi. Francesco ci ricorda che Gesù in realtà ha dato a Pietro e agli Apostoli una missione speciale, non una struttura centrale che comunque può avere soltanto una funzione ausiliaria.

Più volte papa Francesco ha parlato del Demonio. Nel libro con Skorka vi dedica un capitolo dove afferma: “Credo nell’esistenza del Demonio. Forse il maggior successo in questi tempi è stato farci credere che non esiste, che tutto possa essere risolto su un piano meramente umano. Come dice Giobbe, la vita dell’uomo sulla terra è una lotta…”. Che significato assume nella spiritualità ignaziana la figura del Demonio? Ha mai fatto esorcismi?
Non lo ho mai sentito parlare di esorcismi, ma del Diavolo sì. Penso che il parlare del Diavolo sia un invito a stare attenti, perché se non curiamo la nostra sanità interiore e le nostre reali intenzioni diventiamo facilmente marionette guidate da altre forze di dissoluzione e di menzogna. Significa che la sua visione della vita e della realtà non è ingenua, ma molto realistica. È necessaria una vigilanza serena, fiduciosa nell’amore del Signore, ma costante.

Nelle scorse settimane uno dei pensatori più influenti della cosiddetta teologia della liberazione è stato ricevuto da Francesco. Alcuni commentatori hanno addirittura scritto che con questo gesto “la Chiesa sdogana la teologia della liberazione”. È così? Cosa pensa Bergoglio della teologia della liberazione e in che rapporto sta con essa?
Non è possibile pensare che questo Papa possa sostenere una teologia della liberazione fondata su un’analisi marxista. Tuttavia, egli farà propria ogni difesa della dignità dei poveri e tutte le critiche dei sistemi economici ideologici, di ogni speculazione finanziaria, di ogni assolutizzazione della libertà di mercato, cose che finiscono per creare nuove ingiustizie. D’altra parte i poveri non dovrebbero essere soltanto oggetto di una liberazione operata da altri più illuminati, ma essere rispettati come persone attive, con la propria cultura, un modo proprio di vedere la vita, una religiosità caratteristica.

Come è diventato amico di Bergoglio? Ci sono dei momenti che ricorda in modo particolare della vostra amicizia?
Io non la chiamerei amicizia, ma filiazione. Anche se c’è una grande affinità di idee, per me egli è stato ed è soprattutto un grande padre che è riuscito a riconoscere e promuovere il meglio di me. Così teneramente ha tollerato i miei errori, le vanità e le impazienze, e sempre mi ha spinto, in particolare con la sua testimonianza, a continuare, a maturare e a crescere. Posso citare tre momenti speciali: uno era nel 2007, quando siamo tornati dalla V Conferenza dei vescovi ad Aparecida, dove ho rappresentato i sacerdoti argentini. Viaggiavo con lui sul volo di ritorno verso Buenos Aires e per tre ore abbiamo discusso alcune questioni che mi hanno aiutato a capire il suo pensiero. Un altro momento importante fu nel suo ufficio, quando alcune persone anonime avevano inviato in Vaticano alcune critiche su tre miei articoli. Ma dopo un anno e mezzo le risposte che io inviavo per chiarire sembravano non convincere. In quell’occasione abbiamo avuto un grande colloquio spirituale nel quale egli ha insistito perché io alzassi la testa e non lasciassi che mi togliessero la dignità. Infine, il mio incontro con lui a Santa Marta nel mese di agosto quando gli ho dato un abbraccio già da vescovo.

Wednesday 25 September 2013

Una rosa bianca per papa Francesco

Una rosa bianca. È il dono che papa Francesco ha ricevuto domenica 8 settembre mentre passeggiava nei giardini vaticani. Un giardiniere l’ha colta e gliel’ha donata. Chi era con lui dice che grande è stato il suo stupore, perché per Jorge Mario Bergoglio ricevere una rosa bianca è un segno del cielo. Un «segnale» — è la parola esatta che egli stesso ha usato nel libro intervista “El Jesuita” con Sergio Rubin e Francesca Ambrogetti — proveniente direttamente dalla santa della quale egli è devoto: Teresina di Lisieux, la monaca carmelitana morta a soli 24 anni e che il 19 ottobre 1997 Giovanni Paolo II dichiarò dottore della Chiesa (la terza donna a ricevere tale titolo dopo Caterina da Siena e Teresa d’Avila).

Domenica 8 settembre non era un giorno qualunque per Francesco. La sera prima egli aveva convocato una veglia di preghiera per la pace. Era preoccupato. Ma la rosa ricevuta inaspettatamente gli ha fatto comprendere che la sua preoccupazione era stata accolta in cielo, direttamente da Teresina. Lo Spirito parla spesso così, usando segni che ai più dicono nulla. È il suo linguaggio, un parlare che chiede la fede per essere compreso.

L’episodio è stato raccontato nei giorni scorsi da un vescovo italiano che nelle ore successive alla veglia era stato ricevuto in udienza. Il Papa gli ha permesso di raccontarlo durante la presentazione di un libro dedicato proprio alla giovane santa francese svoltasi a Pedaso in provincia di Fermo: “Teresa di Lisieux. Il fascino della santità. I segreti di una dottrina ritrovata”, di Gianni Gennari (Lindau).

È alle pagine 125 e 126 di “El Jesuita” che Rubin e Ambrogetti, descrivendo la biblioteca di Bergoglio a Buenos Aires, raccontano del «segnale» delle rose bianche. Scrivono: «Ci soffermiamo su un vaso pieno di rose bianche in uno scaffale della biblioteca, davanti a una foto di santa Teresa. “Quando ho un problema”, spiega Bergoglio ai due giornalisti, “chiedo alla santa — Teresina, ndr —, non di risolverlo, ma di prenderlo in mano e aiutarmi ad accettarlo, e come segnale ricevo quasi sempre una rosa bianca”».

Bergoglio, nella veglia del 7 settembre, ha chiesto aiuto a Teresina. Il Papa, infatti, ha recitato i misteri gaudiosi del Rosario e, al termine di ogni mistero, dopo un brano del Vangelo, ha letto cinque brani di una poesia scritta dalla santa: “Perché ti amo o Maria”. È la poesia dove dice fra le altre cose che Gesù «sarà fratello di tanti peccatori tanto da chiamarsi tuo — si riferisce a Maria, ndr — primogenito».

È nel rapporto intimo e personale di Bergoglio con Teresina che si evidenzia uno dei tratti della sua personalità e del suo pontificato. Un filo diretto con il cielo per il Papa, come era per Karol Wojtyla il rapporto con santa Faustina Kowalska.

Mentre era ancora in vita, santa Teresina promise che dopo la sua morte avrebbe fatto piovere dal cielo dei “petali di rose”, ossia delle grazie concesse da Dio per sua intercessione. Diceva: «Un’anima infiammata di amore non può restare inattiva. […] Se voi sapeste quanti progetti faccio su tutte le cose che farò quando sarò in cielo. […] Sì, voglio passare il mio cielo a fare del bene sulla terra».

Il 3 dicembre 1925, un gesuita, padre Putigan, cominciò una novena a santa Teresa chiedendo una grazia importante. Il gesuita domandò anche di ricevere da qualcuno una rosa come segno che ciò che egli chiedeva corrispondeva alla volontà di Dio e che, quindi, la sua preghiera sarebbe stata esaudita. Non fece parola con nessuno della novena che stava facendo. Al terzo giorno ricevette una rosa da una persona sconosciuta e ottenne la grazia. Cominciò un’altra novena. Il quarto giorno di questa seconda novena una suora-infermiera gli portò una rosa bianca dicendogli: «Santa Teresa vi manda questa rosa». Padre Putignan, ricevuta la grazia che aveva chiesto, prese la decisione di diffondere questa novena, detta “Novena delle rose”. Oggi questa novena si pratica in tutto il mondo.

Papa Francesco ha più volte parlato nei primi mesi di pontificato di Teresina. Una volta è stato durante la conferenza stampa (28 luglio 2013) tenuta sull’aereo che lo riportava a Roma dal Brasile, meta del suo primo viaggio apostolico fuori dall’Italia. Quando gli è stato chiesto cosa contenesse una valigia nera che il Papa ha trasportato da solo sull’aereo ha detto: «Non c’era la chiave della bomba atomica! Mah! La portavo perché sempre ho fatto così: io, quando viaggio, la porto. E dentro, cosa c’è? C’è il rasoio, c’è il breviario, c’è l’agenda, c’è un libro da leggere – ne ho portato uno su santa Teresina di cui io sono devoto».

Si è saputo poi che il libro in questione era il libro sopra citato “Teresa di Lisieux. Il fascino della santità. I segreti di una dottrina ritrovata”, di Gianni Gennari.

Tuesday 03 September 2013

Anche S. Francesco pregherà per la Pace in Siria

Papa Francesco ha chiamato...e moltissimi stanno rispondendo.

La mobilitazione chiesta dal Papa per la pace in Siria si sta estendendo a vista d'occhio, coinvolgendo ambienti laici, religiosi, cattolici e non.

Anche i frati francescani di Assisi si uniscono alla preghiera, attraverso il segno grandell'apertura della tomba di S. Francesco.

Come riferisce infatti l'ANSA, la  Basilica Inferiore di San Francesco d'Assisi resterà aperta, in via del tutto eccezionale, da oggi a venerdì fino alle 22 per pregare sulla Tomba del Santo per la pace in Siria e per coloro che sono chiamati a garantire le vie della giustizia nel mondo.

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Monday 15 July 2013

Se vi piacciono i thriller, ne ho scritto uno

«L’empio fugge anche se nessuno lo insegue, mentre il giusto è sicuro come un giovane leone». (Proverbi 28, 1)

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Saturday 18 May 2013

I cristiani parlano troppo...degli altri: parola di Papa Francesco.

Per il papa, che ha pronunciato nuovamente parole forti durante la Messa mattutina a Santa Marta, i cristiani hanno proprio il vizio di parlare troppo degli altri. Pettogolezzi e farsi troppo gli affari degli altri, detto in parole povere, sono una mina vagante costante nella vita della Chiesa.

«Quanto si chiacchiera nella Chiesa! Quanto chiacchieriamo noi cristiani!». Lo ha detto papa Francesco - riferisce Vatican Insider - nella messa di stamane a Santa Marta. Per Bergoglio, «la chiacchiera è proprio spellarsi, farsi male l'uno all'altro». «Le chiacchiere sono distruttive nella Chiesa», ha aggiunto  il Pontefice.  Secondo Bergoglio, il cristiano deve vincere la tentazione di «mischiarsi nella vita degli altri». Il Papa, secondo quanto riferisce la Radio Vaticana, ha inoltre sottolineato che chiacchiere e invidie fanno tanto male alla comunità cristiana e che non si può «dire soltanto la metà che ci conviene».

Ma non ha solo parlato di questo il santo Padre.

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Friday 12 April 2013

Unioni gay: la Consulta chiede di intervenire, ma non con l'equiparazione del matrimonio.

Oggi è arrivata una ammonizione della Consulta su alcuni noti ritenuti irrisolti, nel panorama politico e istituzionale italiano.

La Consulta ha chiesto un intervento sulla legge elettorale, ma - soprattutto - ha chiesto che venga fatto qualche cosa per tutelare i diritti ed i doveri delle persona omosessuali, che intendano costituire una unione stabile.

"Il legislatore deve affrontare il nodo delle unioni gay", ha riferito Gallo parlando di fronte alle più alte cariche dello Stato. Queste le parole: "La Corte ha escluso l'illegittimità costituzionale delle norme che limitano l'applicazione dell'istituto matrimoniale alle unioni tra uomo e donna, ma nel contempo  ha affermato che due persone dello stesso sesso hanno comunque il diritto fondamentale di ottenere riconoscimento giuridico, con i connessi diritti e doveri, della loro stabile unione". La Consulta, ha ricordato Gallo, "ha perciò affidato al Parlamento la regolamentazione della materia nei modi e nei limiti più opportuni".

Cosa significa questa frase?

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Thursday 14 March 2013

Papa Francesco: sarà il Papa dell'ecumenismo e del dialogo.

Le parole che Papa Francesco ha pronunciato ieri sera subito dopo l'elezione, sono state poche. Significative, grandemente, insieme ai gesti compiuti.

Una parentesi: dovremo di nuovo abituarci a gesti di questo tipo, ed anche il servizio di sicurezza....che avrà un bel lavoro da fare, con questo Papa che si prefigura già come molto, molto libero...dai protocollo.

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Ma le parole di ieri hanno avuto una grande rilevanza dal punto di vista del dialogo e del'ecumenismo.

Mi riferisco alle parole con le quali il Papa ha parlato di sè: come tutti hanno notato non ha mai citato la parola "papa", ma ha sempre utilizzato la parola "vescovo di Roma".

 

Tra l'altro, anche nel ringraziamento nei confronti di Benedetto XVI chiamato, anch'egli "vescovo emerito di Roma".

 

Dal sito Aleteia.org riporto le parole del Papa:

Fratelli e sorelle, buona sera!

Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un vescovo a Roma, sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo. Ma siamo qui. Vi ringrazio dell'accoglienza. La comunità diocesana di Roma ha il vescovo. Grazie! E prima di tutto vorrei fare una preghiera per il nostro vescovo emerito Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca...

[Preghiera Padre Nostro, Ave Maria, Gloria al Padre]

E adesso incominciamo questo cammino, vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma che è quella che presiede nella carità tutte le chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia fra noi. Preghiamo sempre per noi, l'uno per l'altro. Preghiamo per tutto il mondo perché ci sia una grande fratellanza. Mi auguro che questo cammino di Chiesa che oggi incominciamo e in cui mi aiuterà il mio cardinale vicario qui presente sia fruttuoso per l'evangelizzazione di questa tanto bella città. E adesso vorrei dare la benedizione. Ma prima vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica. La preghiera del popolo perché chieda la benedizione per il suo vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me.

 

Ma perchè il Papa ha parlato così, perchè si è rivolto a Roma, alla sua città...quasi, dimenticando...il mondo che gli stava praticamente tutto davanti?

Non certamente per provincialismo: alcuni forse l'hanno colto così..ma nolla è più distante dalla realtà.

C'è a mio avviso un motivo, cosicnetemente voluto, per il quale il papa ha utilizzato queste parole, e questo motivo non è stato neppure l'umiltà...francescana.

Il motivo è stato l'ecumenismo.

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Wednesday 13 March 2013

Il gabbiano ed il Conclave: quando i media non sanno cosa dire!

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In queste ore è tanta l'apprensione e l'attesa da parte del mondo cattolico (e non solo) per l'esito del Conclave.

Si stanno ascoltando fiumi di parole: trasmissioni televisive e radiofoniche, dirette web, twitter, facebook...e chi più ne ha più ne metta.

Non c'è dubbio che questo sia davvero il Conclave più mediatico degli utlimi anni.

Chiaramente tutti sono con gli occhi all'insù, per seguire, anche in televisione, l'andamento delle votazioni vaticane. Inoltre moltissimi media stanno coprendo con grande intensità gli eventi in diretta oltre che avere realizato molteplici servizi ed interviste.

Oggi poi un nuovo personaggio si è affacciato sul Conclave, con una dirompenza mediatica...quasi sopra le nuvole: un gabbiano.

Un gabbiano che, non credo di sbagliarmi, sta davvero diventando una star della riflessione mediatica di questo evento sul quale, con buona pace di tutti, non si può che dire una parola che abbia senso: ASPETTARE. Punto.

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Monday 11 February 2013

Benedetto XVI si dimette dal pontificato. Notizia shock e approfondimenti.

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La notizia delle dimissioni, o meglio della rinuncia al Pontificato, di Benedetto XVI, sta facendo il giro del mondo e sta creando molto turbamento nella Chiesa.

Così è stata data, e così ce la riporta il sito Aleteia.org.

Carissimi Fratelli,

vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l'età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell'animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l'elezione del nuovo Sommo Pontefice. Carissimi Fratelli, vi ringrazio di vero cuore per tutto l'amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero, e chiedo perdono per tutti i miei difetti. Ora, affidiamo la Santa Chiesa alla cura del suo Sommo Pastore, Nostro Signore Gesù Cristo, e imploriamo la sua santa Madre Maria, affinché assista con la sua bontà materna i Padri Cardinali nell'eleggere il nuovo Sommo Pontefice. Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio.

 

Non c'è dubbio che la notizia è davvero...la notizia del secolo, anzi, forse, del millennio. Per la novità totale di questo gesto, e per la lucidità con cui questa grandissimo Papa ce l'ha proposta. 

Anche diversi siti ci aiutano a entrare in questo evento, ponendoci domande ed aiutandoci a dare delle risposte.

 

Non un gesto di codardia, non un gesto di affaticamento: ma un gesto responsabile, lucidissimo...che probabilmente solo Papa Ratzinger...poteva fare.

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Thursday 14 April 2011

L’esperimento di Riace

Una risposta positiva al problema dell’immigrazione

di Lucetta Scaraffia

L’arrivo di questa ondata di migranti ha di nuovo messo in moto nell’opinione pubblica italiana il dibattito fra chi li vuole accogliere e chi li vuole respingere. Questo, mentre davanti ai nostri occhi sfilano immagini drammatiche e coinvolgenti, tra speranza e disperazione: da una parte, la madre che ha partorito nel barcone, riuscendo a salvare sé e la piccola, dall’altra i corpi dei molti che muoiono fra le onde, vittime dei trafficanti di esseri umani, oltre che del maltempo e di imbarcazioni fatiscenti.

La Chiesa predica il dovere, che è umano e cristiano, dell’accoglienza nei confronti di chi è più sventurato di noi — che, oltretutto, di lavoratori immigrati abbiamo assolutamente bisogno — ma non sempre è facile tradurre in fatti queste esortazioni. Ci vuole anche un po’ di inventiva, di coraggio e di fantasia. Come quella che hanno avuto gli abitanti di Riace, paese sulla riva ionica della Calabria, composto, come tutti quelli della zona, di un nucleo antico sul cocuzzolo di una collina, lontano dal mare, e di un nuovo abitato in via di espansione lungo la costa (proprio quella dove sono stati trovati i celeberrimi bronzi).

Oggi, il centro antico, che per decenni era stato abbandonato e si stava deteriorando irrimediabilmente, è tornato alla vita. Lo abitano immigrati di varie provenienze, tutti profughi politici, che i cittadini di Riace hanno accolto, a cominciare dai trecento curdi arrivati una decina di anni fa.

Gli immigrati hanno avuto un tetto, qualcosa da mangiare ma anche, cosa ben più importante, un lavoro: all’interno delle antiche mura, infatti, sono nate tante piccole aziende artigianali — ceramica, tessitura, preparazione di prodotti alimentari — dove lavorano, fianco a fianco, italiani e immigrati.

Così chi attraversa questo centro sereno e laborioso vede bimbi di diverse provenienze giocare tra loro, calabresi e africani lavorare insieme; ma anche una rinascita economica che porta benefici a tutti, indistintamente: i bambini nella scuola sono aumentati, rendendo così necessario un numero maggiore di insegnanti e impiegati; gli operatori culturali, che si occupano dell’integrazione e insegnano l’italiano, sono in maggioranza originari del luogo; sono rinate industrie artigianali locali come la tessitura della ginestra e gli abitanti delle case abbandonate del borgo ricevono un affitto, basso, ma comunque guadagnano qualcosa e hanno chi restaura le loro case altrimenti destinate alla rovina. E il finanziamento che il ministero italiano dell’Interno ha stanziato per questo esperimento — 24 euro per immigrato — è servito a dare nuovo impulso anche all’economia locale.

È insomma una situazione nella quale i benefici reciproci sono chiari a entrambe le comunità e la convivenza non risulta difficile, tanto che il paese proprio per questo è diventato un’attrazione turistica. Per valorizzarla, alcune case sono state destinate a ospitalità diffusa nel tessuto urbano ed è stato aperto un ristorante. Sulla sua porta si vede ancora il segno di due proiettili: non tutti a Riace hanno gradito questa rinascita. Ma molte persone e intere scuole vengono a vedere questo miracolo quotidiano, e cercano di capire il segreto di un’accoglienza riuscita.

Il segreto sta certo nella tenacia di Mimmo Lucano, attuale sindaco e animatore del progetto, che interviene continuamente a migliorarlo. Ma sta anche in una iniziativa, nella diocesi dove è stato vescovo amatissimo monsignor Bregantini, nata dal basso grazie a una associazione — Città futura don Puglisi — fondata nel 1999 da ragazzi del luogo intorno alla chiesa parrocchiale e che oggi ha sede in un palazzo del centro antico, vero cuore della vita di Riace.

Certo, il successo dell’esperimento è dovuto anche al numero abbastanza ridotto degli immigrati, al loro essere profughi politici e quindi desiderosi di integrarsi nel nuovo paese, non potendo tornare in patria. Non è facilmente riproponibile in tutte le situazioni: anzi, in qualche modo, proprio le condizioni della sua riuscita mettono in luce le difficoltà che si incontrano in altre situazioni.

Ma il solo fatto che esista una simile realtà, che qualcuno sia riuscito a creare e mantenere questo difficile equilibrio — che dura da più di dieci anni — costituisce un esempio a cui guardare, un caso che fa pensare. Allora, la soluzione del problema immigrati sta forse proprio nell’inventare qualcosa di positivo. Invece di scrollare le spalle con indifferenza.

Saturday 02 April 2011

Nostro contemporaneo

La seconda parte del «Gesù di Nazaret»

Il nuovo libro di Ratzinger-Benedetto XVI rende Gesù di Nazaret nostro contemporaneo. Nel gran disordine che regna sotto il cielo l’irrompere di un libro tanto appassionante accende interrogativi che toccano in profondità le nostre inquietudini. Ciascuno può trovarvi qualche luce per uscirne. Vi si raccontano i tre giorni cruciali dell’esistenza di Gesù, le sue ultime ore di vita scandite dalla passione e morte; l’inizio del tempo nuovo, la risurrezione, vero spartiacque della storia che origina un pensiero alternativo sul futuro del mondo e delle speranze umane.

L’autore è convinto che il confronto positivo con Gesù di Nazaret possa essere una soluzione anziché un problema per l’umanità. La sua indagine è convincente, ragionevole e rispettosa di culture e punti di vista differenti. Interessarsi a Gesù ha senso — si percepisce tra le righe — perché è l’unico risorto della storia, il Vivente immerso in ogni epoca e perciò nel nostro presente; compagno di viaggio affidabile che ci introduce negli orizzonti sconosciuti della vita oltre la morte.

Chiunque volesse capire questo misterioso Signore può calarsi nei giorni finali della sua vita terrena.

Pagina dopo pagina, dalle parole e dai comportamenti di Gesù, il teologo diventato Papa trae i tasselli di una carta d’identità dell’essere cristiano. Da un lato salda l’esperienza del patire, dell’angoscia e della tenerezza del Nazareno con l’insieme del pianto e del dolore smisurati delle vittime di ogni tempo e, dall’altro, ci aiuta a leggere frammenti del mistero del male e della sofferenza non più invincibili dopo la sua agonia nell’orto degli ulivi e l’abbandono sulla croce. La risurrezione di Gesù non è un tardivo volo pindarico dei suoi discepoli delusi che, non potendolo dimenticare, lo trasformarono in mito.

È una realtà veramente accaduta, alla pari della crocifissione e della morte. Mentre però del dolore e della morte che impastano la storia abbiamo una conoscenza sperimentale, della risurrezione abbiamo una conoscenza per fede. Si tratta di una fede ragionevole, ma sempre fede. Anzi, ci ricorda Papa Ratzinger, la fede cristiana è fondata sulla risurrezione. Poiché è strettamente collegata alla croce, la memoria della risurrezione è altrettanto pericolosa per la sapienza umana. Per i discepoli che attendevano un messia regale e vittorioso, la morte di Gesù è stata sconvolgente; la risurrezione, una volta verificata, ne ha cambiato la prospettiva, decidendoli a seguire il Maestro finalmente compreso.

Nel mistero della passione, morte e risurrezione — ci ricorda l’autore — sono racchiuse alcune delle questioni profonde dell’esistenza. E nel processo a Gesù è presente la critica radicale alle politiche basate sull’inganno e la violenza anziché sulla verità. Il destino del mondo si gioca sulla verità, non sulla forza che rimane una soluzione illusoria. Occuparsi di Gesù è occuparsi di tale destino poiché egli è venuto per rendere la più autorevole testimonianza alla verità che la prospettiva cristiana identifica con Dio.

Nello stile dei Padri della Chiesa, Papa Ratzinger non scrive per puro godimento intellettuale, ma offre un libro per la vita. La lettura ci immerge nella profondità del mistero cristiano, svelandoci quanto poco sia conosciuto e gustato. Con la scelta di una interpretazione dei racconti della passione basata sulla storia e sulla fede non contrapposte ma complementari, l’autore conferma la teologia conciliare e pone fine al pregiudizio nei confronti del popolo ebraico accusato nei secoli di deicidio. Nei vari momenti esaminati, dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Benedetto XVI sceglie un linguaggio nuovo e accessibile senza perdere profondità.

Chiama la Chiesa «la comunità dei discepoli» di Gesù; definisce la caritas «premura per l’altro», non un secondo settore del cristianesimo accanto al culto, «ma radicato proprio in esso e ne fa parte». C’è emozione per la lotta tra bene e male nella notte del Getsemani dove Gesù «trascina la natura recalcitrante in alto verso la sua vera essenza» e porta «il travaglio dell’essere uomini in alto verso Dio». L’ascensione è tradotta in una «vicinanza permanente» di Gesù con noi, un «entrare nel mistero di Dio» e un’altra dimensione dell’essere.

Si descrive, infine, la risurrezione, come fenomeno totalmente nuovo, una nuova dimensione dell’essere uomini, una mutazione decisiva, un salto di qualità; un nuovo genere di futuro per gli uomini, una nuova dimensione dell’esistenza umana, inclusa nell’atto di donare la vita. L’amore e la risurrezione — insiste l’autore — sono i due motivi distintivi dell’essere cristiani. La risurrezione come «mutazione» genetica compiuta da Dio in Gesù e promessa a tutti; l’amore come metodo di vita che distingue i figli di Dio e per il cosmo dischiude già ora un futuro di speranza.

c. d. c.

Tuesday 29 March 2011

Dall’abisso del male

Il pellegrinaggio di Benedetto XVI alle Fosse ardeatine — così l’ha voluto definire lo stesso Papa — per rendere omaggio alle vittime dello spaventoso eccidio, che resta indelebile tra i numerosissimi orrori della seconda guerra mondiale, non ha trovato molto spazio nei media. Forse anche per il succedersi incalzante e drammatico di notizie nel panorama internazionale.

Eppure la visita di Benedetto XVI a questo sacrario «caro a tutti gli italiani» — in continuità con quelle di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, e con la volontà di pregare e «rinnovare la memoria» — ha un significato particolare, che rimane. Il loro successore ha infatti compiuto un altro passo nella ricomposizione della memoria di quel conflitto che contribuì a sprofondare il Novecento nell’abisso del male. Come aveva affermato lo stesso Benedetto XVI un mese esatto dopo la sua elezione riflettendo sulle ultime successioni papali.

In questo modo non bisogna forse considerare, aveva detto il nuovo Papa, «il fatto che sulla cattedra di Pietro, ad un Pontefice polacco sia succeduto un cittadino di quella terra, la Germania, dove il regime nazista poté affermarsi con grande virulenza, attaccando poi le nazioni vicine, tra le quali in particolare la Polonia? Entrambi questi Papi in gioventù — seppure su fronti avversi e in situazioni differenti — hanno dovuto conoscere la barbarie della seconda guerra mondiale e dell’insensata violenza di uomini contro altri uomini, di popoli contro altri popoli».

Alla presenza del rabbino capo della più antica comunità della diaspora occidentale, ferocemente colpita dalla persecuzione razziale anche alle Fosse ardeatine, il vescovo di Roma, «città consacrata dal sangue dei martiri», ha voluto incontrare a lungo i familiari delle vittime — cattolici ed ebrei insieme — e ha reso omaggio alla loro memoria, in un luogo vicino alle catacombe e dal quale ancora una volta si è levata la preghiera dei Salmi, con le parole che da molti secoli ebrei e cristiani innalzano all’unico Dio.

Quel Dio al quale, nell’ora delle tenebre, si rivolsero due caduti, come altri in quei giorni, per affermare la fede «in Dio e nell’Italia» e invocare la protezione degli ebrei «dalle barbare persecuzioni». Benedetto XVI ha citato le loro parole, ricordando il centocinquantesimo anniversario dell’unità del Paese e ripetendo che nel Padre di tutti è possibile un futuro diverso. Che non offenda il Nome santo di Dio e l’essere umano, creato a sua immagine.

g. m. v.

Monday 28 March 2011

Da Gerusalemme a Parigi

L’intuizione di Benedetto XVI di un nuovo spazio dove laici e non credenti possano essere accolti con amicizia per condividere con chi crede la ricerca dell’unico Dio sta prendendo forma. Nella visione papale questa proposta è rappresentata dall’immagine del «cortile dei gentili» nel Tempio di Gerusalemme — dove appunto erano ammessi i pagani attratti dalla religiosità ebraica — ed è stata assunta dall’organismo curiale che si occupa del mondo della cultura con originale creatività.

Carica di simboli è stata così la scelta di Parigi — la «città dei Lumi» emblema di quella modernità contraddittoria e drammatica nata dagli ideali e dagli errori della rivoluzione francese — per l’esordio di questa iniziativa. Che senza dubbio è tra le più importanti decise da un Papa tanto mite quanto coraggioso, uomo di fede e teologo profondo, abituato sin da giovane al confronto, soprattutto nel mondo universitario, con chi è al di fuori dei confini visibili della Chiesa.

Uso dunque a esprimersi con parole comprensibili a tutti, Benedetto XVI ha voluto essere presente a Parigi con un messaggio ai giovani riuniti davanti a Notre-Dame, in uno spazio aperto oggi come venti secoli fa era accessibile ai pagani il cortile esterno del Tempio gerosolimitano. Dal grande santuario di un ebraismo sempre più caratterizzato da aspirazioni universalistiche rimanevano però esclusi i non giudei.

A cambiare tutto è stata la venuta di Cristo, quella luce vista da Giovanni che illumina ogni essere umano e ha abbattuto «il muro di separazione» tra ebrei e gentili, e dunque ogni divisione: anche quella tra credenti e non credenti. E perché non fosse reso difficile l’accesso dei pagani allo spazio loro riservato nel santuario di Gerusalemme Gesù aveva cacciato chi di questo luogo si approfittava per lucro. Per questo Benedetto XVI in molti modi si fa capire. Come hanno dimostrato, diversamente ma con straordinaria efficacia, i suoi ultimi due libri.

Ed efficaci per credenti e non credenti sono risuonate a Parigi le sue parole, rivolte ai giovani, ma più in generale alle donne e agli uomini di oggi. Il Papa ha così rinnovato l’invito che nel succedersi dei secoli e sino alla fine dei tempi la Chiesa di Cristo non si è stancata e non si stancherà di rivolgere: di non aver paura di aprire a Dio i cuori e le società. Senza timore di assumere le parole — libertà, uguaglianza, fraternità — che hanno riassunto gli ideali rivoluzionari, tante volte poi brandite con asprezza contro la Chiesa e il cristianesimo, e che pure dal cristianesimo sono nate.

Comuni sono moltissime aspirazioni di credenti e non credenti, per costruire «un mondo nuovo e più libero, più giusto e più solidale, più pacifico e più felice». Allora — dice Benedetto XVI — tra chi crede e chi non crede deve cadere, nel riconoscimento reciproco, ogni diffidenza: Dio non è un pericolo per la società e la vita umana e non lo è naturalmente la ragione, purché non si pieghi agli interessi e all’utilità, come spesso avviene. Per questo il Papa ha invitato i giovani parigini, riuniti davanti a Notre-Dame, senza distinguere tra credenti e non credenti, a non fermarsi nel cortile dei gentili. E a entrare invece nella cattedrale, dove come incenso si alzava la preghiera della sera.

g.m.v.

Friday 25 March 2011

Una rivoluzione femminile

A tre anni dalla morte la prima biografia di Chiara Lubich

di Lucetta Scaraffia

A tre anni dalla scomparsa, è uscita la prima biografia di Chiara Lubich, scritta da Armando Torno per Città Nuova: un libro che sceglie volutamente un tono non agiografico per descrivere quella che è sicuramente una delle più straordinarie esistenze del Novecento. Una narrazione piana, costruita attraverso le testimonianze delle focolarine e dei focolarini che sono stati più vicini alla loro fondatrice. Un racconto che volutamente mette sullo stesso piano le vicende umane e le esperienze mistiche di Chiara; rispettando, in questo modo, il suo carattere riservato, la sua capacità di stare al centro di tutto ma al tempo stesso di scomparire come persona.

Mi è capitato di incontrarla personalmente una sola volta, l’8 marzo di qualche anno fa, al Quirinale, dove era arrivata per ricevere un’importante onorificenza dal presidente della Repubblica italiana. Era entrata sorridendo, come sempre, senza preoccuparsi se nessuno dei presenti dava segno di riconoscerla e di darle onore. A me, che le ero andata incontro emozionata, ha riservato un sorriso timido e dolce, e ha declinato con semplicità ogni mio tentativo di far sapere ai responsabili del cerimoniale che era arrivata.

La biografia rispetta questo suo atteggiamento umile e ritroso, profondamente disponibile al contatto umano ma del tutto indifferente alla notorietà, e alla ribalta che pure le spettava. A tal punto che si coglie l’importanza di Chiara nella storia del Novecento quasi più dalla cronologia comparata, molto ben fatta, che si trova in appendice al volume e che dà conto della ricchezza delle forme di aggregazione da lei create all’interno del mondo cattolico, della sua straordinaria capacità di costruire momenti di incontro e di vero dialogo con esponenti e fedeli di altre religioni, della fecondità spirituale che ha segnato la sua vita interiore.

Una fecondità che ha sempre condiviso con le sorelle e i fratelli più vicini, e poi con tutti coloro che rivelavano disponibilità all’ascolto, consapevole che i tempi in cui si trovava a vivere richiedevano un’immediata condivisione di quanto lei, strumento di Gesù, arrivava a comprendere illuminata dallo Spirito Santo. Illuminazioni che nascevano dalla lettura continua della Sacra Scrittura: «Ogni volta che Chiara apriva il Vangelo vi scopriva la profondità di quelle parole di vita eterna che mai prima aveva trovato».

In questo modo, Chiara ha anticipato quello che la cultura cattolica avrebbe poi scoperto: l’ingresso nel linguaggio spirituale della parola amore, fino a quel momento riservata più che altro ai discorsi mondani; l’idea della spiritualità dell’unità, che si trasforma in una appassionata forma di dialogo tra le religioni e in una risposta alla «notte culturale» dell’umanità. Senza mai preoccuparsi che fosse ricordato il suo ruolo precorritore.

La proposta di una nuova evangelizzazione, secondo le sue parole, «non significa soltanto che il mondo secolarizzato» ne ha bisogno, ma anche che «l’evangelizzazione va fatta in maniera nuova». E alla ricerca di questa maniera nuova dedica tutte le sue energie: gli incontri, anche quelli apparentemente secondari, si trasformano grazie a lei in nuove vie e nuovi progetti, allargando sempre più la rete dei coinvolgimenti nel suo ideale: la santità a portata di tutti. Il suo movimento si apre a tutti gli ambiti, in un’ottica universale, con particolare attenzione alla cultura e ai media, mentre la sua vita interiore dà un nuovo impulso agli studi teologici.

Ma certamente l’aspetto di novità più forte che ha segnato la sua vicenda è proprio il suo essere donna, una donna che dà un accento fortemente femminile a ogni sua opera: basti pensare al nome più conosciuto del movimento da lei fondato (ufficialmente Opera di Maria) che evoca il focolare, spazio tradizionalmente femminile. Comincia circondandosi di donne, che sanno poi aprirsi alla necessaria presenza maschile, e dà disposizioni che a presiedere il movimento sia sempre una donna.

Anche la spiritualità dell’Opera prende una forma femminile, rappresentando la presenza mistica di Maria nella Chiesa. In questo modo, con la sua straordinaria esperienza, Chiara — che parla alle assemblee dei vescovi, è ascoltata dai Papi, viene accolta con gli onori di un capo di Stato nei Paesi che visita — realizza quello che i tempi richiedono anche alla Chiesa: riconoscere l’importanza del ruolo delle donne.

Ma lo ottiene senza rivendicare diritti, senza nessuna asprezza. Lo ottiene dimostrando di sapersi meritare quell’autorità che le viene riconosciuta, come è stato per le grandi sante nella storia della Chiesa. La sua importanza nel cattolicesimo del Novecento è anche la prova di una rivoluzione femminile compiuta nel silenzio e nella modestia. Rimane il compito di prenderne atto.

Wednesday 23 March 2011

Questione di radicalità evangelica

Il celibato sacerdotale

di Mauro Piacenza

Residuo preconciliare e mera legge ecclesiastica. Sono queste, in definitiva, le principali e più dannose obiezioni che riaffiorano nel periodico riaccendersi del dibattito sul celibato sacerdotale. Eppure, niente di questo ha reale fondamento, sia che si guardi ai documenti del concilio Vaticano II, sia che ci si soffermi sul magistero pontificio. Il celibato è un dono del Signore che il sacerdote è chiamato liberamente ad accogliere e a vivere in pienezza.

Se infatti si esaminano i testi, si nota innanzitutto la radicale continuità tra il magistero che ha preceduto il concilio e quello successivo. Pur con accenti talora sensibilmente differenti, l’insegnamento papale degli ultimi decenni, da Pio XI a Benedetto XVI, è concorde nel fondare il celibato sulla realtà teologica del sacerdozio ministeriale, sulla configurazione ontologica e sacramentale al Signore, sulla partecipazione al suo unico sacerdozio e sulla imitatio Christi che esso implica. Solo, dunque, una scorretta ermeneutica dei testi del Vaticano II – a cominciare dalla Presbyterorum ordinis – potrebbe condurre a vedere nel celibato un residuo del passato di cui liberarsi. E una tale posizione, oltre che errata storicamente, teologicamente e dottrinalmente, è anche dannosa sotto il profilo spirituale, pastorale, missionario e vocazionale.

Alla luce del magistero pontificio bisogna anche superare la riduzione, in taluni ambienti molto diffusa, del celibato a mera legge ecclesiastica. Esso, infatti, è una legge solo perché è un’esigenza intrinseca del sacerdozio e della configurazione a Cristo che il sacramento dell’Ordine determina. In tale senso la formazione al celibato, oltre ogni altro aspetto umano e spirituale, deve includere una solida dimensione dottrinale, poiché non si può vivere ciò di cui non si comprende la ragione.

In ogni caso, il dibattito sul celibato, che periodicamente nei secoli si è riacceso, certamente non favorisce la serenità delle giovani generazioni nel comprendere un dato così determinante della vita sacerdotale.

Giovanni Paolo II nella Pastores dabo vobis (n. 29), riportando il voto dell’assemblea sinodale, afferma: “Il Sinodo non vuole lasciare nessun dubbio nella mente di tutti sulla ferma volontà della Chiesa di mantenere la legge che esige il celibato liberamente scelto e perpetuo per i candidati all’Ordinazione sacerdotale nel Rito latino. Il Sinodo sollecita che il celibato sia presentato e spiegato nella sua piena ricchezza biblica, teologica e spirituale, come dono prezioso dato da Dio alla sua Chiesa e come segno del Regno che non è di questo mondo, segno dell’amore di Dio verso questo mondo nonché dell’amore indiviso del sacerdote verso Dio e il Popolo di Dio”.

Il celibato è questione di radicalismo evangelico. Povertà, castità e obbedienza non sono consigli riservati in modo esclusivo ai religiosi. Sono virtù da vivere con intensa passione missionaria. Non possiamo abbassare il livello della formazione e, di fatto, della proposta di fede. Non possiamo deludere il popolo santo di Dio, che attende pastori santi come il curato d’Ars. Dobbiamo essere radicali nella sequela Christi senza temere il calo del numero dei chierici. Infatti, tale numero decresce quando si abbassa la temperatura della fede, perché le vocazioni sono “affare” divino e non umano. Esse seguono la logica divina che è stoltezza agli occhi umani.

Mi rendo conto, ovviamente, che in un mondo secolarizzato è sempre più difficile comprendere le ragioni del celibato. Ma dobbiamo avere il coraggio, come Chiesa, di domandarci se intendiamo rassegnarci a una tale situazione, accettando come ineluttabile la progressiva secolarizzazione delle società e delle culture, o se siamo pronti a un’opera di profonda e reale nuova evangelizzazione, al servizio del Vangelo e, perciò, della verità sull’uomo. Ritengo, in tal senso, che il motivato sostegno al celibato e la sua adeguata valorizzazione nella Chiesa e nel mondo possano rappresentare alcune tra le vie più efficaci per superare la secolarizzazione.

La radice teologica del celibato, dunque, è da rintracciare nella nuova identità che viene donata a colui che è insignito del sacramento dell’Ordine. La centralità della dimensione ontologica e sacramentale e la conseguente strutturale dimensione eucaristica del sacerdozio rappresentano gli ambiti di comprensione, sviluppo e fedeltà esistenziale al celibato. La questione, allora, riguarda la qualità della fede. Una comunità che non avesse in grande stima il celibato, quale attesa del Regno o quale tensione eucaristica potrebbe vivere?

Non dobbiamo allora lasciarci condizionare o intimidire da chi non comprende il celibato e vorrebbe modificare la disciplina ecclesiastica, almeno aprendo delle fessure. Al contrario, dobbiamo recuperare la motivata consapevolezza che il nostro celibato sfida la mentalità del mondo, mettendo in crisi il suo secolarismo e il suo agnosticismo e gridando, nei secoli, che Dio c’è ed è presente.

Tuesday 22 March 2011

L’orso del Papa

Alla dedicazione della parrocchia romana di San Corbiniano — una liturgia esemplare per la cura e la partecipazione dei fedeli, tra i quali tantissimi bambini — erano presenti ben tre successori del fondatore della diocesi di Frisinga: oltre a Joseph Ratzinger, oggi Papa con il nome di Benedetto XVI, i cardinali Friedrich Wetter e Reinhard Marx. Un fatto eccezionale, che il parroco ha sottolineato nel suo caloroso saluto iniziale.

Nell’omelia il vescovo di Roma, successore del primo degli apostoli, ha improvvisato una breve riflessione su questo monaco francese attratto dalla vita contemplativa che scese a Roma per fondarvi un monastero. Ma qui la sua vita cambiò in modo inatteso: il Papa lo ordinò vescovo per la Baviera, dove la popolazione «voleva farsi cristiana, ma mancava gente colta, mancavano sacerdoti per annunciare il Vangelo».

Una scelta, quella di Gregorio ii, che si rivelò di universalità — il santo infatti «collega la Francia, la Germania, Roma», ha sottolineato il Papa — e nello stesso tempo di unità: Corbiniano ci dice che «la Chiesa è fondata su Pietro» e che era la stessa «come oggi». Per una ragione molto semplice: Cristo è lo stesso, «la Verità, sempre antica e sempre nuova, attualissima, presente, e apre la chiave per il futuro».

Parlando ai fedeli Benedetto XVI ha accennato all’orso che ha scelto di collocare nel suo stemma, episcopale e poi papale. Joseph Ratzinger ne aveva scritto per la prima volta nel libro autobiografico, tanto piccolo quanto prezioso, che pubblicò nel suo settantesimo anno e dove raccolse i suoi ricordi sino alla consacrazione episcopale. Raccontando come all’animale che aveva sbranato il cavallo di Corbiniano, in viaggio per Roma, fu imposto dal monaco di portare il suo fardello.

Ratzinger, sulla traccia del prediletto Agostino, spiegava che quel peso — il carico episcopale di chi «tira il carro di Dio in questo mondo» — venne imposto a Corbiniano e al vescovo africano, attratti entrambi dalla contemplazione e dallo studio. «Ma proprio in questo modo io ti sono vicino, ti servo, tu mi hai nella mano», concludeva il cardinale ormai a Roma. Affidandosi all’unico Signore, come ogni giorno fa Benedetto XVI. Che resta sempre affezionatissimo al suo orso.

g. m. v.