Friday 27 February 2015

I 42 anni del dittatore Gheddafi

Mentre la Libia sprofonda nel caos e abbiamo l’Isis a 350 Km. di mare, è istruttivo ricordare brevemente i 42 anni della dittatura di Gheddafi, crollata nel 2011 per i bombardamenti dei popoli cristiani contro le forze armate nazionali, gettando il paese nell’instabilità e nel caos. In Italia e in Europa è comune l’opinione che l’islam e i musulmani sono i nemici dell’Occidente, come nel mondo islamico molti pensano che il cristianesimo e i cristiani sono nemici dell’islam. Noi cristiani non capiamo l’islam e viceversa, perché noi viviamo nel 2000 dopo Cristo e loro nel 1400 dopo Maometto, il nostro profeta è Gesù Cristo col suo Vangelo, il loro è Maometto col suo Corano. C’è un abisso religioso, storico e culturale fra popoli cristiani e popoli musulmani. Papa Francesco, parlando al Pisai nel gennaio scorso, ha detto che per incontrare l’islam senza terrorismi e scontri, la guerra non serve, anzi peggiora le situazioni. Occorre il “dialogo della vita” (in Italia abbiamo due milioni di musulmani), cioè da parte nostra l’accoglienza, il dialogo, la comprensione dell’altro. la solidarìetà fraterna. I bombardamenti occidentali della Libia nel 2011 sono stati l’opposto e la storia ha purtroppo dimostrato il tragico disastro che hanno causato..
Dittatore dal 1969 (colpo di stato contro il re Idriss, amico degli italiani) Gheddafi all’inizio ha seguito Nasser nella linea anti-occidentale e anti-italiana, fino a finanziare le moschee e madrasse d’ispirazione estremista in tutto il mondo. Ha espulso dalla Libia i 25-30.000 italiani che tenevano in piedi l’economia e i servizi pubblici, riducendo il popolo alla miseria. Nel 1986, Reagan bombardò le sei tende, all’interno di caserme, in una delle quali viveva il leader libico, che scampò per miracolo. Isolato fra Egitto e Tunisia filo-occidentali, capì che la linea rivoluzionaria era fallimentare, a poco a poco, pur continuando a fare discorsi rivoluzionari e anti-occidentali, in pratica, specie dopo che nel 1998 venne tolto l’embargo economico e nel 2004 l’embargo sulla vendita di armi alla Libia, ha iniziato un cammino di avvicinamento all’Occidente e, quel che più importa, di faticosa educazione del suo popolo con la scuola al rispetto dei diritti dell’uomo e della donna. I proventi del petrolio li ha usati per sviluppare la Libia: strade, scuole, ospedali, università, case popolari a bassissimo prezzo, inizio di industrializzazione, sviluppo agricolo con l’acqua tirata su nel deserto ad una profondità di 600-800 metri! Due acquedotti (costruiti dai sud-coreani) portavano l’acqua “fossile” dal deserto alla costa, 900 km. a nord.

Gheddafi privilegiava negli aiuti allo sviluppo le sue kabile (tribù) della Tripolitania; nel 2011 quelle della Cirenaica si sono ribellate e hanno conquistato il potere a Bengasi e in altre città. Non una rivolta causata dalla miseria, ma da rivalità tribali e da una dittatura che non lasciava spazi di libertà politica e di coinvolgimento popolare nella guida del paese. L’Occidente è intervenuto con bombardamenti aerei e navali nella guerra civile di un paese islamico!

Ma non possiamo dimenticare quel il dittatore ha fatto per il suo popolo: ha mandato le bambine a scuola e le ragazze all’Università, ha abolito la poligamia e fatto leggi sul matrimonio favorevoli alla donna. C’era in Libia una politica di libertà religiosa. I cristiani (nessun libico, tutti stranieri), pur con molti limiti, godevano di libertà di culto e di riunione. La Caritas libica era un organismo stimato e richiesto di interventi. Due fatti eccezionali. Nel 1986 Gheddafi ha scritto a Giovanni Paolo II chiedendo suore italiane per i suoi ospedali. Costruiva ospedali e dispensari, ma non aveva ancora infermiere libiche. La richiesta veniva dal buon esempio delle due francescane infermiere italiane che hanno assistito il padre di Gheddafi fino alla morte. Nel 2007 (l’anno della mia visita) c’erano in Libia80 suore cattoliche (soprattutto filippine, indiane, ma anche italiane) e 10.000 infermiere e medici cattolici filippini e indiani. Il vescovo Martinelli mi diceva: “La presenza di queste donne cristiane, professionalmente preparate, gentili, attente alle necessità del malato che curano con amore, stanno cambiando l’immagine del cristianesimo fra i musulmani”.
Secondo fatto. Sono stato nel deserto a 900-1000 km. da Tripoli, dove sta fiorendo una regione ex-desertica per l’acqua tirata su dalle profondità della terra. Un lago di 35 km. di lunghezza, campagne coltivate e cittadine, dove vent’anni fa non c’era nulla. La città di Sebha capitale della regione aveva 80.000 abitanti, dove viveva un sacerdote medico italiano, don Giovanni Bressan (di Padova) che è stato uno dei fondatori dell’ospedale. Don Bressan ha riunito i molti africani profughi dai paesi a sud del deserto (Nigeria, Camerun, Ciad, ecc.) fondando per essi una parrocchia, una scuola, un centro di riunioni e di gioco. Gli africani lavorano e sono pagati, per tre o più anni rimangono nel sud, poi hanno soldi a sufficienza per tentare il passaggio in Italia! Fanno tutti i lavori e sono ammirati perché lavoratori onesti e forti. Don Vanni (Giovanni) riesce a fermare alcune famiglie, le altre vogliono venire in Italia, in Europa. Il cammino della Libia verso la piena integrazione nel mondo moderno e nella Carta dei diritti dell’uomo e della donna, era cominciato. Non difendo Gheddafi e la sua dittatura, credo però di poter testimoniare anche aspetti del suo operato, del tutto ignorati in questi giorni.
Gheddafi aveva nazionalizzato tutto, anche l’islam. Controllava l’estremismo in due modi. A Tripoli aveva creato la direzione dell’islam libico, formata da una dozzina di imam autorevoli, che nominavano gli imam delle moschee e scuole coraniche. Da Tripoli partiva ogni settimana, in anticipo, il testo della catechesi religiosa del venerdì che gli imam delle varie moschee dovevano solo leggere senza aggiungere o togliere nulla;  chi trasgrediva quest’ordine, era licenziato e sostituito da altri.  Fino al 2011 i cristiani in Libia erano circa mezzo milione, specialmente lavoratori copti egiziani; i cattolici circa 80.000, in maggioranza italiani, dirigenti e lavoratori nei pozzi di petrolio, impresari e tecnici in numerose industrie, filiali di industrie italiane..
A Tripoli ho incontrato suor Giannina Catto della congregazione del De Foucauld, infermiera che lavora in Libia dal 1966 (nata a Cavaglià, vicino al mio paese di Tronzano vercellese!). Mi dice: “Noi suore del De Foucauld viviamo in mezzo ai popolo libico e ci rendiamo conto che questo è essenziale per capirli e anche apprezzarli. C’è in Europa una grande paura dell’islam e dei musulmani, noi possiamo testimoniare che il popolo libico è buono e rispettoso verso lo straniero; noi siamo accolte cordialmente, ci aiutano e la nostra presenza è importante per far evolvere le donne. Siamo due donne sole in un quartiere totalmente islamico, in periferia di Tripoli e contente di fare questa vita. Lavoriamo per guadagnarci da vivere. Io ho 64 anni, sono infermiera e ho lavorato in ospedale fra i bambini prematuri, ma come pensione qui non ho nulla, vivo con la pensione minima italiana. L’altra suora che sta con me ha qualche anno più di me e anche lei ha lavorato. Invece nella nostra seconda casa c’è una sorella più giovane dottore in medicina specializzata in pediatria che lavora in ambulatorio. Vive lontano da Tripoli dove la sanità è quasi a zero: i malati vengono tutti da lei, è impegnatissima. Viviamo in una casetta come tutte le altre, aiutiamo in quel che possiamo e loro ci aiutano. Siamo come una grande famiglia”.

Che messaggio vuoi trasmettere in Italia? “In Europa c’è una grande diffidenza e sospetto verso i musulmani e non mi pare giusto. La fede comune nell’unico Dio deve aiutarci a superare i pregiudizi perché con i musulmani si può vivere bene, rispettandoci e aiutandoci a vicenda. Anche loro, di fronte ad un occidentale hanno dei pregiudizi e sono sospettosi, vivendoci assieme capiscono che noi siamo come loro”. Ma l’islam fa paura per il terrorismo e lo spirito anti-occidentale di molti musulmani. “L’islam è fatto di persone non di teorie. In Europa si ha paura per Bin Laden e altri terroristi, che sono sono una minima percentuale. E tutte queste buone persone con le quali viviamo, non sono musulmani? Io temo che i giornali e le televisioni in Italia insegnano l’odio verso lo straniero. Noi siamo amiche di tutti, nella vita quotidiana sono molto umani. Io dico agli italiani che non possiamo andare avanti con l’odio, con lo spirito di inimicizia, di sospetto. I libici non hanno bisogno di aiuti materiali, hanno bisogno di amicizia, di considerazione, di fraternità. Anche loro debbono liberarsi dei loro pregiudizi, per questo noi siamo qui ed è un segno negativo che in Italia diminuiscono le vocazioni alla vita consacrata”.

Friday 27 February 2015 08:10

Ecco il welfare possibile per i nuovi professionisti

Un’imposizione fiscale meno punitiva, un trattamento malattia più lungo e consistente, una pensione che sia tale, un regime di compensi minimi e, possibilmente, una sorta di sussidio di disoccupazione per sopravvivere nei tempi magri. Per il mondo delle Partite Iva si apre una nuova fase. Quella della costruzione di una proposta concreta di un nuovo welfare "su misura" per professionisti e freelance. Un progetto su cui si stanno impegnando, con un nuovo protagonismo, il cartello di associazioni Alta partecipazione, Acta e Confprofessioni. Ma rispetto al quale è coinvolta una buona fetta del Partito Democratico e pure del governo, con il consigliere economico di Renzi, Tommaso Nannicini, a cercare di tradurre le istanze del mondo autonomo in un disegno che sia organico e realizzabile.

Dopo l’«autogol» – come lo definì lo stesso premier – del cambio di regime fiscale dei minimi, l’esecutivo si è persuaso che vada varato un provvedimento specifico da portare al Consiglio dei ministri nel giro di qualche mese, comunque prima della prossima legge di stabilità. «Assieme a Grecia e Portogallo siamo gli unici Paesi europei a non avere una legge sul lavoro autonomo. È il momento quindi di ricostruire un nuovo patto con questo mondo.

Con un testo condiviso che non ghettizzi i professionisti, renda più omogeneo il loro trattamento rispetto a commercianti e artigiani, ma nel contempo colga alcune specificità», spiega l’onorevole Pd Chiara Gribaudo. Tradotto, significa anzitutto riportare indietro al 24% l’aliquota contributiva dei professionisti iscritti alla gestione separata Inps, oggi al 27,72% e destinata ad arrivare al 29% nel 2017. «Una richiesta minima e dovuta», la definisce il presidente della commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano (Pd), «dopo che il governo con il Jobs act ha riordinato i contratti e distinto fra lavoro subordinato e autonomo. Ora tutti quelli che restano autenticamente autonomi devono avere la stessa aliquota di commercianti e artigiani». Insieme andrebbero rivisti, per i lavoratori iscritti a Casse professionali, anche i versamenti dei minimali «ai quali non corrisponde come contropartita neppure un minimo di pensione».
Riordinare la giungla contributiva, però, sarebbe solo un primo passaggio. La vera sfida è costruire per questi professionisti un vero sistema di welfare. Ma come? E con quali coperture finanziarie? Al grido (virtuale) di #riapriamolapartita Alta partecipazione ha convocato per domani a Milano (Energolab, via Plinio 38) una densa giornata di confronto tra tavoli tecnici e dibattito con il mondo politico per arrivare a mettere nero su bianco una piattaforma di richieste.
Il primo e più dolente punto è quello del trattamento di malattia. Oggi i professionisti sono coperti solo per 61 giorni con una indennità intorno ai 20 euro giornalieri.

La richiesta è quella di «allungare il periodo per le malattie più gravi e lunghe che hanno maggiore necessità di tutele e ridefinire le indennità su valori che siano effettivamente sostitutivi del reddito (ad esempio l’80% per la malattia ospedalizzata e il 30% per quella domiciliare), utilizzando come parametro il reddito percepito prima della malattia». Ancora, la copertura di questi periodi di malattia con contributi previdenziali figurativi. Si tratta di una richiesta portata avanti in maniera particolare da Acta, che sostiene in proposito la petizione di Daniela Fregosi, professionista colpita da tumore e che si è trovata a dover scegliere se versare acconti e contributi Inps o utilizzare quei soldi per curarsi e mantenersi.

Proprio perciò la richiesta "minimale" a proposito del trattamento malattia prevede la sospensione del pagamento di contributi e imposte per chi fosse colpito da gravi patologie. Le misure, sempre secondo Acta, sarebbero già "coperte" dal contributo dello 0,72% attualmente versato e «di cui meno della metà viene restituito sotto forma di servizi».

Una seconda proposta riguarda poi il problema dei compensi. Negli anni della grande crisi i redditi di freelance e autonomi si sono assottigliati. I committenti, compresa la pubblica amministrazione, utilizzano spesso questi lavoratori individuali per risparmiare sui costi. Senza più un regime di tariffe minime stabilite, occorre allora ragionare di come la contrattazione possa fissare dei compensi minimi, rapportati a orari e prestazioni, al di sotto dei quali un’azienda non possa ricompensare un lavoratore autonomo. Qualcosa di simile è stato già fatto per una parte dei collaboratori a progetto, si tratta di allargare e "istituzionalizzare" l’esperienza. Sulla maternità il decreto attuativo del Jobs act relativo alla conciliazione ha già accolto le richieste principali di rendere facoltativa l’astensione dal lavoro delle puerpere e delle neo-mamme autonome, nonché di assicurare il pagamento delle indennità anche in assenza del versamento dei contributi da parte del committente.
Più complesso è invece ridisegnare il regime fiscale per questi lavoratori. L’errore sui minimi, come dicevamo, è stato corretto all’ultimo minuto con il decreto Milleproroghe ma resta il problema di favorire non solo le fasce marginali o il momento d’avvio dell’attività. «Il basso limite posto per le professioni intellettuali (15.000 euro) assieme all’impossibilità di dedurre le spese per gli oneri legati all’attività, paradossalmente rende questo strumento utile alle sole Partite Iva di comodo, quelle che nascondono un lavoro subordinato – spiega Rosangela Lapadula di Alta partecipazione –. Chiediamo invece che venga elevato almeno a 30.000 euro il limite dei ricavi per le professioni intellettuali e che il coefficiente di redditività sia contemperato con la possibilità di dedurre gli oneri tipici del genuino lavoro professionale».
Infine, la questione che richiederà maggiore approfondimento: quella di un «fondo per il sostegno del reddito dei lavoratori autonomi iscritti alla gestione separata Inps e all’ex Enpals finanziato anche con un contributo di solidarietà generazionale». Secondo le stime di Alta partecipazione il sussidio – da calcolare in base ai mesi di contribuzione e rapportato ai redditi – costerebbe meno di 50 milioni di euro l’anno. Ma questa e le altre misure indicate non inciderebbero sui conti pubblici potendo invece essere coperte da un prelievo di solidarietà.

«Per i pensionati con assegni superiori a quattro volte il minimo che continuano a lavorare una volta andati in quiescenza andrebbe introdotto un divieto parziale di cumulo da realizzarsi tramite un prelievo di solidarietà del 30% sulla quota parte di pensione che eccede il livello indicato», propongono i professionisti di Alta partecipazione. Le risorse così raccolte, circa 145 milioni di euro l’anno, confluirebbero in un fondo destinato ai giovani per finanziare appunto il sussidio e la diminuzione dell’aliquota previdenziale.

Far passare un contributo di solidarietà per i pensionati-lavoratori non sarà certo facile. Ma l’alleggerimento fiscale e la costruzione di un nuovo welfare per questi lavoratori del terziario avanzato e del terzo millennio sono questioni non più eludibili. E il governo ormai lo ha ben compreso.

Friday 27 February 2015 07:56

Quella nera miseria di chi vende e compra figli

​Che cosa avrà avuto in cuore quella madre, una donna rumena, raccogliendo le poche cose di suo figlio in una valigia e partendo con lui per l’Italia, sapendo bene che a casa sarebbe tornata senza di lui? Con che animo avrà chiuso la porta, conscia che non sarebbe più rientrato? E a lui, al suo bambino, che cosa avrà spiegato? Perché forse gli avrà detto di salutare per l’ultima volta il padre e i fratelli, prima di cedere alla miseria nera, quella che affama ma ancor più anestetizza i sentimenti, e di venderlo a una ricca coppia di italo-svizzeri.

Un dramma emerso ieri in Sicilia, dove il traghetto è approdato a Messina con a bordo il piccolo, sua madre e la coppia di italiani. Se non che i carabinieri erano già lì, pronti ad arrestare gli otto adulti, tutti in maniera diversa complici e colpevoli di quel turpe baratto: un essere umano indifeso in cambio di trentamila euro. In carcere sono finiti i due coniugi acquirenti, la madre e il fratello maggiore del bambino, i pregiudicati messinesi autori della tratta e i loro intermediari italiani. Un’operazione “brillante”, come si usa dire, cui i militari dell’Arma sono arrivati intercettando le telefonate in un’indagine su un traffico di auto rubate.

Quale allora la loro sorpresa quando, durante una di queste telefonate, si sono resi conto che il «pacchetto» di cui si parlava non era una macchina ma un figlio. Perché così i trafficanti chiamavano Angelo (nome di fantasia), «pacchetto», o in alternativa «cosetto».

E quel pacco, quella cosa, non sapeva di avere il destino già segnato dalla nascita, se è vero che la coppia di ricchi acquirenti, abituati a pensare che il denaro compra tutto, fin dal 2008 aveva dichiarato la nascita di un figlio “fantasma”, in realtà mai esistito, pre-meditando con agghiacciante cinismo quel baratto avvenuto solo adesso. Così si spiega anche la strana scelta di “comprarsi” un bambino in fondo attempato, forse difficile da “far affezionare”, che solo con gli anni avrebbe finalmente dimenticato il volto di quella madre che un tempo lo aveva tenuto per mano salendo su una nave bianca e poi si era dissolta fino a confondersi con un pallido sogno.

Non chiamiamolo amore, non "desiderio di avere un figlio": la ricca coppia siciliana, che in Svizzera gestisce alberghi e night club, e ha già una figlia maggiorenne, non volendo perder tempo con procedure legali di adozione, si è rivolta ai due ladri di auto, che a loro volta hanno coinvolto i complici in Romania.

Pago e compro, pago e ho diritto. Nessuna pena per quel figlio preteso, non un attimo di compassione pensando che anche lui, come ogni bambino, amava sua mamma e l’avrebbe invocata per giorni e notti, disperato e impaurito. E che cosa gli avrebbero spiegato, una volta in Svizzera? Che se n’era andata abbandonandolo con loro, che era cattiva ed era meglio dimenticarla, che gli conveniva il prima possibile affezionarsi a loro, i nuovi padroni, perché se compri una cosa questa è tua... Lo avrebbero consolato, certamente, comprando (di nuovo questo verbo) i suoi sorrisi: è facile – si saranno detti – con un bambino così povero che non ha avuto mai un vestito nuovo, figuriamoci un iPad.

Perché è questa, infatti, la vigliaccata: il sottile ricatto del ricco verso il povero. Per nera miseria la mamma di Angelo ha accettato di cederlo ad altri, forse ascoltando chi le diceva che con quei signori sarebbe stato meglio. La stessa nera miseria che convince altre madri, tutte del Terzo Mondo, a separarsi dal figlio non appena lascia il loro grembo: utero in affitto, lo chiamano, come fosse un lecito commercio, un contratto alla pari, tu produci io ti pago. Ma il “prodotto” (il “cosetto”, il “pacchetto”) è un figlio. E nessuna madre arriverebbe a venderlo se non fosse sadicamente sfruttata nella sua povertà.

Certo mondo ricco lo chiama “diritto”: infastidito da quell’“utero a noleggio” troppo realista, preferisce parlare di “madre portante” o “gestazione di sostegno”. Lo denuncia la più bella, e non a caso la meno pubblicata, tra le vignette di Charlie: una donna nera, gravida, è tenuta al guinzaglio da due opulenti gay occidentali. Loro sorridono con fare filantropico e si definiscono genitori, lei spezza l’ipocrita eufemismo: «Io sono una schiava». Schiava lei, schiavo il suo bambino: che sia comprato al concepimento o invece a otto anni.

Friday 27 February 2015 07:49

Sotto quel cappuccio c'è ancora un uomo

Quella sagoma nera senza un volto, con un pugnale che luccica nella mano sinistra e accanto, in ginocchio, un prigioniero atterrito, era diventata per noi occidentali una sorta di spettro. Il simbolo di un terrore cieco e di una barbarica violenza. Il boia, peraltro, parlava un inglese perfetto, e anche questo ci smarriva: dunque, in quell’oscuro esercito militano uomini nati e cresciuti fra noi. E ora 'Jihadi John', il boia della decapitazione dei giornalisti americani James Foley e Steven Sotloff e di almeno altri quattro ostaggi, ha un nome, ha rivelato la Bbc. Mohamed Emwazi, 27 anni, cittadino britannico originario del Kuwait.
 
Cresciuto a Londra, in un tranquillo quartiere che niente ha a che fare con le periferie degli emarginati, in una dignitosa casa di mattoni rossi, in una famiglia della classe media. Laureato in informatica alla Università di Westminster. Per il resto, poco è rimasto di lui nel suo quartiere: un ragazzo gentile, dicono, con un debole per i bei vestiti.
Musulmano praticante, andava alla moschea di Greenwich, come migliaia di pacifici islamici londinesi. Fin qui il ritratto del boia della porta accanto. Fino ai vent’anni e oltre, un ragazzo così normale. Poi Emwazi si fa irrequieto: va in Tanzania, lo espellono, va a lavorare in Kuwait e vuole sposarsi, ma, rientrato a Londra, gli viene vietato l’espatrio. I servizi ormai lo tengono d’occhio. Non si sa come, poi, riesca a raggiungere la Siria. 

Ma quest’ultima parte della storia è per noi meno misteriosa della prima, di quel 'prima' da studente londinese di informatica: la più nuova delle scienze, l’alfabeto del futuro. Uno studia per anni la tecnologia digitale, diventa un maestro della comunicazione virtuale, e poi lo ritroviamo come un unno: con un pugnale in mano, mentre si prepara a sgozzare un uomo inerme. 

C’è un salto, fra la storia occidentale di 'Jihadi John' e quella violenza barbarica, che non riusciamo a comprendere. Che ci smarrisce, come un beffardo tornare indietro della storia; dove la scienza e la tecnologia compiono meraviglie, e gli uomini, invece, possono restare bestiali come millenni d’anni fa. Un poco, forse, ci conforta che il boia jihadista dall’ottimo accento londinese abbia ora un nome. Con un nome, un passato, una famiglia, è un po’ meno un fantasma. Tuttavia, indecrittabile e sbalorditivo ci resta il suo percorso: gli studi, i vestiti firmati, il metrò mattina e sera, e poi? Poi che succede, in questi ragazzi come gli altri? Potremmo capire un malvivente, e perfino forse un terrorista, ma ammutoliamo di fronte all’odio totale per il nostro mondo che quel boia in nero, cittadino britannico, rappresenta.
Che virus è, quale pestilenza? 

Ieri su 'Le Monde' un ex militante di un gruppo islamico armato raccontava la sua storia. Un ragazzo di provincia, la madre impiegata, il padre che non c’è, una vita noiosa. L’ex terrorista non spiega chiaramente la sua scelta, ma pronuncia una frase che colpisce. L’idea del 'martirio' islamico, racconta, a un certo punto comincia ad affascinarlo: gli succede, dice, di arrivare a desiderare di «dare un senso alla morte, piuttosto che alla vita». Affascinati dalla morte, dunque, una morte spettacolare, sfidata nella guerra, se non addirittura cercata e corteggiata? 

Riguardando i video delle decapitazioni si nota che, alle spalle di vittima e carnefice, c’è solo il deserto. Né vegetazione né villaggi né uomini, solo sassi e polvere, soltanto il nulla. Così come la maschera nera nasconde e rinnega ogni fattezza umana. L’adorazione del nulla. Cosicché, saputo il nome del boia dal perfetto accento British, ci resterebbe un desiderio: vederne la faccia. La guarderemmo a lungo, ostinatamente. Certi di trovare, alla fine, un tratto ancora quasi infantile, un segno di espressione, o uno spiraglio nello sguardo ostile: che ci dicano che sotto il cappuccio del boia, nascosto e censurato e negato, tuttavia c’è ancora un uomo.

Friday 27 February 2015 07:48

Slancio agli ultimi

Da qualche tempo diversi indicatori economici segnalano che sull’Italia si sta finalmente per aprire una fase meno cupa. Le esportazioni, la produzione delle industrie, l’occupazione, mostrano cenni di ripresa che, nel contesto reso più favorevole dagli stimoli della Banca centrale europea, dall’euro più debole e dal calo dei prezzi petroliferi, possono far pensare a un 2015 di "ripartenza". Un altro elemento si è aggiunto ieri al quadro di moderato ottimismo, la fiducia dei consumatori tornata a salire dopo anni di depressione. La fiducia è un elemento decisivo in economia, e il segnale non è da sottovalutare, tuttavia questo scatto è più legato alle prospettive di lungo periodo che alla situazione attuale. Che resta abbastanza complicata, in molti casi drammatica.

Prima che i segnali positivi possano trasformarsi in una condizione strutturale risollevando un Paese in ginocchio, dove un italiano su quattro è a rischio povertà, servirà del tempo. Saranno necessarie, soprattutto, piccole e grandi azioni capaci di aiutare dal basso, di tenere unite le comunità, di rafforzare le reti di sostegno vicino alle famiglie, di dare una mano in senso letterale alle persone quando il loro stato di bisogno diventa di ostacolo alla sopravvivenza e alla dignità. È, questo, il terreno dell’impegno delle nostre parrocchie, delle Caritas e delle migliaia di persone di buona volontà che fanno ricca l’Italia, persino più di tanti altri Paesi con Pil brillanti e conti pubblici virtuosi.

Ed è l’esatta prospettiva nella quale si inserisce, coronando tante iniziative avviate nelle diocesi, il "Prestito della speranza", il progetto di microcredito sociale promosso dalla Conferenza episcopale italiana in collaborazione con Banca Intesa Sanpaolo-Banca Prossima. Proposto la prima volta nel 2009, a "Grande crisi" appena iniziata, il progetto ha erogato nelle sue prime fasi prestiti a 4.500 famiglie altrimenti escluse dal credito. Ora la Chiesa italiana assieme alla Banca partner, alimentando con l’8 per mille un fondo di garanzia di 25 milioni, punta molto più in alto: arrivare a prestare in due anni almeno 100 milioni di euro a 15mila soggetti, famiglie e coppie di fidanzati, ma anche piccole imprese, artigiani, nuove attività, giovani impegnati nel cercare o costruirsi un lavoro.

Ci sono molti segnali di ripresa, oggi in Italia, ma la realtà, come ha ricordato il presidente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco, resta quella di «un Paese in affanno, che fatica a interpretare la ripresa e, quindi, a costruire il suo domani». Un contesto ancora caratterizzato, nonostante le previsioni incoraggianti, da disperazione, da una forte «incidenza della povertà e una diseguaglianza nella distribuzione del reddito».

È per questo che il "Prestito della speranza", nella sua riproposizione, ha deciso di portare in primo piano l’emergenza drammatica del lavoro. Perché se la fiducia è una forma di credito che si attribuisce fondamentalmente a qualcun altro, una sorta di patto tra adulti destinato a migliorare la superficie dei rapporti, la speranza – virtù spontanea per natura – è come un credito che si concede alla propria anima, nella più profonda delle relazioni, ciò che rende possibile non solo rimettersi in cammino, ma l’idea stessa di futuro.

Il microcredito è uno strumento semplice. Occorrono una dotazione iniziale e un istituto bancario disposto a superare gli schemi tradizionali dell’attività creditizia, oltre alla disponibilità di persone desiderose e capaci di accompagnare – e non di abbandonare, come accade in altri casi – chi ottiene il sostegno (qui i volontari di "Vobis", tutti bancari in pensione). L’esemplarità del "Prestito della speranza" è nella sua spinta a rendere universale l’accesso al credito, guardando in basso, tra i più deboli del tessuto sociale ed economico, dove la positività degli indicatori non riesce a farsi sentire né a essere capita. Ma dove è la rinascita della speranza, in genere, ad anticipare ogni altro tipo di ripresa, nella consapevolezza che se non si riparte dagli ultimi, nessuno di noi riparte veramente.

Thursday 26 February 2015

Chiesa contro le mafie: denunce e testimonianza

Non si può non restare quanto meno sorpresi davanti alle affermazioni contenute nella relazione annuale del procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, là dove egli parla, fra l’altro, del ruolo della Chiesa e del suo atteggiamento nei confronti della criminalità organizzata.
«Sono convinto – ha detto il magistrato – che la Chiesa potrebbe moltissimo contro le mafie. E che grande responsabilità per i silenzi sia della Chiesa. Viene ammazzato don Diana, poi don Puglisi: reazioni zero. Siamo dovuti arrivare al 2009 per iniziare a parlarne timidamente. Ora finalmente si è mossa qualcosa con Papa Francesco ma per decenni la Chiesa avrebbe potuto fare ma non ha fatto nulla. 

Papa Francesco ne parla apertamente ma sono dovuti passare altri 6 anni per la scomunica dei mafiosi». Si stenta a credere che una persona mediamente informata – a maggior ragione un magistrato rispettabilissimo investito di una delicatissima funzione e quindi di una particolare responsabilità – abbia potuto fornire, in un’occasione pubblica, una simile ricostruzione del rapporto tra la Chiesa e la mafia nel periodo storico che precede l’attuale pontificato. 

Vero è che, contraddittoriamente, lo stesso Roberti menziona di passaggio la denuncia di Giovanni Paolo II nella Valle dei templi di Agrigento, ma è un accenno volto a sottolineare il silenzio che, a suo avviso, ha caratterizzato l’atteggiamento della Chiesa nei confronti della criminalità organizzata. 
 
Siamo di fronte, semplicemente, a un esempio (grave) di disinformazione. Roberti non sa quello che avrebbe potuto apprendere leggendo uno qualunque dei libri o dei saggi dedicati all’argomento, e cioè che già a partire dalla seconda metà del secolo scorso, con l’emergere, nella coscienza civile, della gravità del fenomeno mafioso, la Chiesa siciliana lo ha denunciato con fermezza e senza ambiguità.
Quando si scorrono i comunicati della Conferenza episcopale siciliana (Cesi), si nota – osserva uno dei più attenti e documentati studiosi del problema – «la frequenza con cui a partire dal 1973 i vescovi siciliani, sotto la presidenza dell’Arcivescovo Salvatore Pappalardo, segnalarono senza eufemismi il male della mafia nella realtà siciliana» (F. M. Stabile, Chiesa e mafia, in U. Santino [a cura di], L’antimafia difficile, Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato, Palermo 1989).

È troppo nota, per doverla qui ricordare minuziosamente, l’opera di denunzia svolta dal suddetto cardinale di Palermo, Salvatore Pappalardo, negli anni ottanta del secolo scorso. Può essere utile, invece, ricordare il dato, riportato da un autore assolutamente 'laico', e che riguarda i pastori di altre diocesi, secondo cui «nel gennaio 1990 (...) i vescovi di Agrigento e di Catania, fino ad allora prudenti e discreti, dichiararono senza mezzi termini che 'la mafia è segno del potere di Satana' e che 'il mafioso è scomunicato'» (D. Gambetta, La mafia siciliana. Un’industria della protezione privata, Einaudi, 1992, p.60). E così è stato anche nel nuovo millennio. Da parte dei vescovi siciliani (e non solo: anche quelli delle altre regioni del Sud in tutti questi anni hanno parlato) le denunzie sono state chiare e ripetute. 
 
Si potrebbe obiettare che in passato, prima degli anni Settanta, il silenzio c’era stato. È nota l’accusa, spesso rivolta nei confronti del cardinale Ruffini, arcivescovo di Palermo negli anni del dopoguerra, di aver misconosciuto, fino a negarla, l’esistenza stessa della mafia. Ma siamo in anni in cui erano in molti – anche tra personalità con responsabilità istituzionali – a non aver compreso, allora, la pericolosità del fenomeno mafioso. È impressionante che ancora nel 1955 il Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, Giuseppe Guido Loschiavo, in occasione della morte di Calogero Vizzini, considerato il capo indiscusso della mafia siciliana, potesse scrivere in una rivista: «Si è detto che la mafia disprezza polizia e magistratura: è una inesattezza. La mafia ha sempre rispettato la magistratura, la Giustizia, e si è inchinata alle sue sentenze e non ha ostacolato l’opera del giudice. Nella persecuzione ai banditi e ai fuorilegge (...) ha affiancato addirittura le forze dell’ordine (...). Oggi si fa il nome di un autorevole successore nella carica tenuta da Don Calogero Vizzini in seno alla consorteria occulta. Possa la sua opera essere indirizzata sulla via del rispetto alle leggi dello Stato e del miglioramento sociale della collettività» (Cit. in P. Arlacchi, La mafia imprenditrice. L’etica mafiosa e lo spirito del capitalismo, Il Mulino, 1992, pp.5960). Come rimproverare al cardinale Ruffini, che non era un magistrato, di avere sottovalutato il problema? 

Roberti non sa neppure, evidentemente, che già da tempo, nell’autunno del 1982, la Conferenza episcopale siciliana ha comminato la scomunica per gli autori di crimini di stampo mafioso (cfr. D. Mogavero, 'Giornale di Sicilia' del 9 giugno 1989), che dunque non è una novità. Questa informazione lo avrebbe forse rassicurato sul fatto che le denunzie sono state fatte, e come, ben prima di papa Francesco. Che le ha certo ribadite e confermate, ma partendo dalle prese di posizione dei suoi predecessori e dei vescovi meridionali. Ma non sono stati solo i vescovi. 

Nel 1993, al terzo convegno delle chiese di Sicilia, fu invitato a parlare il procuratore di Palermo, Giancarlo Caselli, che della lotta alla mafia in quel momento era il simbolo vivente. Per applaudire il suo discorso, tutta l’assemblea (duemila delegati provenienti da tutte le diocesi della Sicilia) si alzò in piedi, – «come davanti al Vangelo», commentò con un sorriso il cardinale Pappalardo. E in quello stesso 1993 fu un sacerdote qualsiasi, non un 'prete-antimafia', don Pino Puglisi, a testimoniare con la sua vita la radicale contrapposizione tra il Vangelo predicato dalla Chiesa e la mafia. Una testimonianza che la Chiesa stessa ha voluto solennemente consacrare quando il 25 maggio 2013, sul prato del Foro Italico di Palermo, davanti ad una folla di circa centomila fedeli, don Puglisi è stato riconosciuto martire della fede e proclamato beato. 
 
No, non sono le denunzie che, 'per decenni', sono mancate. Piuttosto qualcos’altro, forse, che la sorprendente presa di posizione di Roberti rischia di far perdere di vista, sollevando un polverone su un falso obiettivo. Quella che in parte è mancata è una pastorale capillare capace di fare cultura e di trasformare la mentalità e il modo di sentire della gente comune. Perché le denunzie non bastano. Quelle riguardano il 'piano nobile' della vita della Chiesa. Come i convegni, le lettere e i piani pastorali, le dichiarazioni ufficiali. Ma c’è il 'piano terra', costituito dalla vita reale delle parrocchie, dove spesso prevale la routine di un ritualismo devozionale: messe, con omelie spesso ininfluenti, battesimi, prime comunioni, matrimoni, funerali. La sfera del 'sacro' si pone allora come un momento a se stante, una parentesi, rispetto alle scelte della vita di ogni giorno, che finisce per essere dominata da logiche estranee al Vangelo. Basta guardare alla cultura diffusa e agli stili di vita della nostra società, dove pure la grande maggioranza ancora si riconosce, in un modo o nell’altro, nel cattolicesimo, per rendersi conto che questa scarsa incisività della fede sulla cultura non riguarda solo il Sud e non si rileva solo nei confronti della mafia. È questo, non le denunzie, il vero problema che le comunità cristiane oggi devono affrontare e risolvere. Gli 'Orientamenti pastorali' della Cei per il decennio 2010-2020 sono centrati sul tema dell’educazione, non solo alla fede, ma a una più autentica umanità. Possa questa sfida essere vinta, rinnovando profondamente la pastorale del 'piano terra' e rendendola capace di trasformare il modo di pensare e di vivere delle persone fuori dal tempio. Anche la mafia, allora, diventerà solo un ricordo.

Thursday 26 February 2015 09:18

Una riforma dovuta

Una riforma dovuta. Questo è la legge sulla responsabilità civile dei magistrati che è stata approvata martedì notte in via definitiva dalla Camera. La politica la doveva al Paese, per almeno due motivi. Il primo motivo è ormai divenuto storico: nel lontano 1987, oltre l’80% degli elettori italiani sollecitò, attraverso un referendum abrogativo promosso da tre partiti (radicale, liberale e socialista), una disciplina che chiamasse i giudici a rispondere degli errori commessi per dolo o colpa grave. La risposta del Parlamento arrivò l’anno dopo, con una legge ("firmata" per altro da un eminente giurista, il socialista Giuliano Vassalli, allora Guardasigilli) che era nata per accogliere tale indicazione, ma finì con il neutralizzare la volontà popolare, rendendo di fatto quasi impossibile per il cittadino ottenere il riconoscimento del torto subito.

Il secondo motivo, senza il quale probabilmente la riforma non avrebbe visto la luce, risale "soltanto" a quattro anni fa: l’Unione Europea ha ingiunto all’Italia, pena una salatissima procedura d’infrazione che aveva il suo termine ultimo nella data di oggi, di adeguarsi al principio generale di responsabilità degli Stati membri in caso di violazione del diritto comunitario. Se a qualcuno sembra di aver già sentito una storia simile, sappia che non sbaglia. È accaduto anche con le carceri: per riportare quanto meno sotto controllo il numero dei detenuti (ma moltissimo resta da fare in termini di sovraffollamento e di condizioni di vita) è stato necessario arrivare in prossimità della scadenza dell’ultimatum del Consiglio d’Europa.

Ma tant’è. In attesa che in Italia si cominci a uscire dal vizio della legislazione "d’emergenza", è importante che, a distanza di quasi 30 anni dal referendum scaturito dall’indignazione per lo scandaloso caso Tortora, la legge sulla responsabilità civile dei giudici sia cambiata. Come? All’insegna dell’equilibrio, assicura il ministro della Giustizia Andrea Orlando. Non senza ragioni, perché se è vero che il sistema precedente non funzionava e andava perciò modificato, è altrettanto vero che per ben due volte sono stati sventati in Parlamento i tentativi promossi dal deputato leghista Gianluca Pini (e sostenuti, trasversalmente, da non pochi parlamentari) che avrebbero introdotto la responsabilità diretta del magistrato: da uno sbilanciamento evidente a favore dell’ordine giudiziario si sarebbe così passati a uno sbilanciamento di segno opposto. Uno squilibrio che l’Associazione nazionale magistrati continua a vedere e contro il quale protesta.

Gli argomenti utilizzati sono, anche questi, già sentiti: è una legge «contro la magistratura», che presenta aspetti «intimidatori» in grado di metterne a rischio l’autonomia e l’indipendenza sancite dalla Costituzione; i cittadini più ricchi potranno permettersi di ricorrere contro il giudice ogni volta che non gradiranno un provvedimento; i tribunali saranno intasati da un diluvio di ricorsi.

Ora, considerando che di italiani ricchi ce n’erano anche in passato (e forse in numero maggiore rispetto all’attuale periodo di crisi economica) e che era comunque possibile fare ricorso pure con la precedente normativa, la seconda e la terza motivazione appaiono piuttosto fragili: dal 1988 a ieri le domande accolte sono state soltanto 7 e quelle ammesse (e quindi discusse) sono state circa 400, non si può quindi sostenere che i tribunali distrettuali siano stati assorbiti da questo genere di attività. Non va ignorato certo che la nuova legge amplia i possibili casi di ricorso e allarga il concetto di «colpa grave», né che il filtro di ammissibilità non è più previsto e perciò tutte le istanze dovranno essere giudicate direttamente nel merito, e nemmeno che i cittadini avranno più tempo a disposizione per far valere le proprie ragioni.

È possibile, perciò, che le domande aumentino, però resta da vedere quali proporzioni avrà il fenomeno. È davvero difficile pensare, infatti, che ci si imbarchi con faciloneria in una causa in cui si dovrà dimostrare almeno una delle seguenti circostanze: il giudice ha violato «manifestamente» la legge italiana o della Ue, ha travisato fatti o prove, ha assunto il falso per vero, ha preso decisioni non motivate o contro la legge.

Non è uno scherzo da ragazzi, per quanto bravo possa essere l’avvocato e per quanto caro possa essere il suo onorario. Forse era il caso di prevedere comunque un freno normativo alle richieste "temerarie" al fine di scoraggiare i più disinvolti, come ha osservato l’ex-magistrato ed ex-presidente della Camera Luciano Violante. Ma solo il tempo potrà confermarlo. Bene ha fatto perciò l’Anm a resistere finora alla "tentazione" dello sciopero. È più ragionevole aspettare di vedere se e come funzionerà la riforma per poi correggere eventuali distorsioni, come hanno proposto il governo e il Consiglio superiore della magistratura.

Thursday 26 February 2015 09:14

Libertà vs ragione. Ma l’uomo è fuorigioco

Nel carrozzone culturale dell’Occidente si pretende che riusciamo a parlare contemporaneamente, e senza batter ciglio, due linguaggi contrari. Uno dice che, se vogliamo essere veramente umani, dobbiamo cercare di essere totalmente liberi; l’altro che, se vogliamo essere razionali, dobbiamo accettare di essere totalmente condizionati.

l primo linguaggio istruisce la politica (corretta e democratica, s’intende) e parla secondo la grammatica della libertà come valore assoluto: tutto deve essere scelta, decisione, autocoscienza, autonomia, creatività. Nel suo mondo ideale di riferimento, l’uomo è un individuo senza vincoli condizionanti e senza moralità precostituita, dove la regola d’oro per costruire regole è: la mia libertà finisce solo là dove incomincia la libertà dell’altro (avete mai pensato quale straordinario incentivo è nascosto qui, per infinite guerre di conquista di tutti i nostri piccoli «ego», in cerca di spazio vitale a spese dell’altro?).

La seconda grammatica parla il linguaggio della scienza (dura e pura, si capisce). In questa lingua si lascia ormai intendere che le pretese di libertà e di auto-dominio sono destinate a cadere, una ad una, sotto i colpi di un sapere rigoroso che svela le condizioni pre-umane o post-umane – biochimiche, neurogenetiche, ecologiche, cibernetiche – dei nostri comportamenti, pensieri, intenzioni. La cognizione di questi determinismi (complessi e flessibili, certo, in ogni caso organici e materiali) in realtà non svelerebbe semplicemente le cause (è già una grossa pretesa!), ma rivelerebbe anche il senso di tutto il mondo umano che, fino a ieri, abbiamo riconosciuto come mondo dello spirito, della coscienza, del pensiero. Ossia il mondo della libertà creatrice e della legalità del senso. Non pensate subito e solo a religione e morale. Vale anche per l’arte, il diritto, i legami sociali, l’educazione dell’uomo, l’affinamento dello spirito, la grandezza d’animo.

Mi pare abbastanza evidente che questa pretesa di un pensiero unico che ci impone di tenere gli opposti diffonde un disagio innominabile e, al tempo stesso, è fonte (inconsapevole) di aggressività e frustrazione. Quella strana politica della libertà ci appare sempre più illusoria. Cerchiamo di volerne di più, perché ci sentiamo sempre più ingabbiati. E al tempo stesso ci lamentiamo perché pensiamo che ce ne sia anche troppa, per chi ormai fa quello che vuole. Siamo tentati di rifugiarci nelle certezze della scienza e nelle risorse della tecnica. Sappiamo bene che le loro soluzioni sono di livello molto più basso, rispetto alle attese che nutriamo nei confronti della politica e della società. Però almeno – si dice – abbiamo qualcosa di sicuro (purtroppo non così sicuro).

Il messaggio subliminale che ci arriva da quelle parti, oltretutto, contiene un veleno nella coda. Forse possiamo darti più gradi di benessere, ci dicono, però devi rinunciare totalmente ai valori che hai coltivato sin qui: altruismo, affetti, senso della vita e della morte, dignità del sacrificio e onore della giustizia. E molte altre qualità ancora (per non parlare della fede e della morale). Si tratta solo di calcolare vantaggi e svantaggi del destino genetico e ambientale che ti è assegnato, e giocarteli con la migliore astuzia possibile.

In realtà, né la politica né la scienza sono nate in questo modo. Né potrebbero vivere in questo modo. Il fatto è che a parlare sono le parti di una filosofia rozza e prepotente, inventata dall’economia, che si è appoggiata come un parassita alla politica e alla scienza. Ora, poiché la politica e la scienza hanno perso dimestichezza con la filosofia (per non parlare di teologia, musica, poesia e in generale dei racconti della vita reale degli umani), esse sono diventate poco scaltre nel riconoscere la cattiva filosofia che le abita.

E la teologia? Certo, di parassiti ne ha contratti. Eppure anche oggi l’esistenza di un pensiero, abbastanza sofisticato e scaltro da non cadere nella trappola dei due linguaggi parassiti, è corposa. Parti cospicue e intelligenti del pensiero laico mettono a fuoco con grande profondità l’improponibilità di un umanesimo che voglia costruirsi annullando l’ascolto dell’esperienza religiosa e separandosi dalla ricerca di un’etica comune. È necessario che la teologia resista alla tentazione di arroccarsi sul glorioso passato di una visione del mondo omogenea con la religione; ma è anche necessario che si disincanti dall’interlocutore fasullo che i tromboni mediatici indicano come ambasciatore della ragione politica e scientifica che pretende di rappresentare l’umano che avanza.

Pierangelo Sequeri – Avvenire, 22 febbraio 2015

Thursday 26 February 2015 08:32

Abusi tra minori lasciati soli

​Una tredicenne viene portata in un garage e ripetutamente coinvolta in attività sessuali da parte di altri coetanei che, nel frattempo, la riprendono. Poi la ricattano, proprio utilizzando quelle immagini che documentano l’abuso di cui lei è vittima. Immagini che possono essere diffuse, se lei non fa tutto quello che le viene chiesto. E così la vittimizzazione dura per settimane e mesi. Fino a quando lei non ce la fa più. Gli eventi di Torino che hanno avuto giovanissimi adolescenti come protagonisti sono davvero sconvolgenti.

Ci colpisce che la sessualità sia usata in modo violento, quasi bestiale, senza più alcun freno inibitorio, da ragazzini che, alla loro età, dovrebbero avere appena  cominciato a immaginarla e a sognarla. E che invece la stanno già agendo nel più perverso e criminale dei modi. Usare una ragazza come si usa una cosa, per prendere dal suo corpo briciole di piacere ricorrendo alla forza e al ricatto, senza alcuna preoccupazione rispetto alle implicazione relazionali, emotive – e anche penali – che questo comporta è terribile e la bestiale superficialità con cui tutto questo si è verificato è probabilmente frutto dei nostri tempi. Tempi in cui a chi cresce si racconta che "fare sesso" è meglio che "fare l’amore".

Tempi in cui la pornografia ha contaminato ogni spazio del nostro vivere e propone un solo stereotipo di genere amplificato all’infinito: quello dell’uomo che non pensa ad altro e della donna che ci sta, senza condizioni. Forse è proprio questo il modello di sessualità che i giovanissimi torinesi hanno attuato sulla sventurata coetanea: non hanno fatto altro che riprodurre su di lei ciò che per molte volte hanno visto fare nei filmati pornografici che troppi ragazzi consumano sempre più precocemente e sempre più intensamente nella solitudine della loro stanza, condividendoli, magari attraverso WhatsApp, in una pornografica babele dove nessun adulto mette regoli e confini e si offre disponibile a educare, ad accompagnare e a dare significati. Perché senza significati, la sessualità rimane sesso, dominato dall’eccitazione pulsionale e svuotato di ogni valore relazionale ed emotivo. Stiamo crescendo figli che usano le nuove tecnologie per eccitarsi, per spiare in modo compulsivo sesso pornografico.

Figli ai quali nessuno offre un’idea affettiva e complessa, ricca e integrata della sessualità. Così loro rimangono eccitati e confusi, disorientati e soli. Nella storia di Torino, personalmente, mi ha anche colpito il fatto che tutti sapessero, nel gruppo dei pari, tranne gli adulti. Loro erano tenuti all’oscuro di tutto. Nessuno ha chiesto aiuto, nessuno ha denunciato, nessuno ha pensato di parlarne con un adulto significativo: un genitore, un prete, un allenatore, un insegnante. Perché li lasciamo così soli? Perché i nostri figli e studenti non ci vedono come riferimento quando in gioco c’è il loro sviluppo affettivo e sessuale, oppure quando nel loro gruppo di coetanei succede qualcosa di "sessuale" che rischia di essere pericoloso e lesivo? Il silenzio intorno alla sessualità che ha connotato le generazioni passate oggi non è più sostenibile. In un mondo così pornizzato, così ipereccitante, dove il mercato vende il sesso come se fosse un prodotto, gli adulti devono riappropriarsi di un ruolo educativo e presidiare in modo intelligente e consapevole il percorso di crescita dei giovanissimi. Che altrimenti restano soli, confusi ed eccitati. A volte addirittura violenti. Proprio come i ragazzi di Torino.

Wednesday 25 February 2015

Ma ci sono ancora educatori?

crociata seminare futuroSi intitola «Seminare futuro: La Chiesa di fronte alla sfida educativa» il volume di monsignor Mariano Crociata, vescovo di Latina-Terracina-Sezze-Priverno, che esce in questi giorni in libreria per i tipi delle Edizioni Dehoniane di Bologna (pagine 296, euro 26), con la prefazione di monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei e vescovo di Cassano all’Jonio. Gli interventi raccolti nel volume, curato da Salvatore Mazza, si propongono di mostrare la stretta implicazione tra educazione cristiana ed educazione tout court, e soprattutto la connessione tra educazione e questione antropologica, assumendo come sfondo gli Orientamenti pastorali decennali dell’episcopato italiano. La riflessione si articola in tre parti. La prima approfondisce i temi connessi all’educazione dal punto di vista sociale, pastorale, familiare e scolastico. La seconda raccoglie alcuni saggi su aspetti specifici come il ruolo della teologia in quanto sapere della fede. L’ultima parte raccoglie in un’intervista l’insieme delle tematiche affrontate. Dal volume pubblichiamo una parte del capitolo intitolato «Educare, via del futuro».

L’idea di futuro è strutturalmente associata a quella di educazione, per la semplice ragione che nella sua forma propria educare significa portare, o meglio, accompagnare a maturità una persona. Educare, dunque, è una attività che si compie sempre nella prospettiva di una maturità a venire, che si spera di vedere liberamente conseguita, ma che niente garantisce in assoluto che sia raggiunta. Come tutte le speranze umane, pur nutrite da una fiducia magari fondata, anche l’educazione getta l’ancora su un futuro che ancora non si conosce, che in certi momenti può profilarsi realizzabile ma in altri far temere il più rovinoso fallimento.

A questa dimensione di futuro insita nella natura stessa dell’educazione si aggiunge, oggi, un clima sociale e culturale largamente deprimente. La perdurante crisi economica fa apparire a molti giovani sempre più remota la possibilità di trovare una condizione dignitosa di vita con un proprio adeguato lavoro e una famiglia dotata del minimo di sicurezze necessarie. Aumenta lo scoraggiamento e a volte si arriva alla depressione; si cercano facilmente ripieghi, ma il tutto annega dentro un presente opprimente, che lascia ben poco spazio per guardare al futuro.

Dobbiamo riscontrare un ulteriore aspetto che caratterizza il rapporto delle nuove generazioni – ma spesso anche di quelle non più giovani – con il futuro, ed è una concezione dell’esistenza che – a prescindere dalla crisi o dalle condizioni economiche e sociali – sistematicamente rimuove il pensiero del futuro (e preferisce anche lasciar cadere nell’oblio il passato), ripiegando su un presente frammentato in una serie di attimi, di momenti isolati, consumati in una condizione narcotizzata, nella dimenticanza, se non nella attiva rimozione, dei problemi che la vita presenta e delle domande che salgono dal cuore, dalla coscienza, dall’esperienza. (…)

In che modo il compito educativo può aprire la via al futuro? Per rispondere a tale domanda dobbiamo mettere in luce la distinzione tra educazione cristiana ed educazione umana in generale. Tra le due non c’è affatto separazione, poiché una buona educazione cristiana forma tutto l’uomo a partire dai suoi atteggiamenti fondamentali, e una educazione umana che pregiudizialmente si chiuda all’orizzonte trascendente è di per sé già una cattiva educazione, una sorta di falso dal punto di vista antropologico.

Bisogna nondimeno evitare quella sorta di cortocircuito prodotto da un passaggio improprio, e cioè un vero e proprio salto dal problema alla soluzione. Ciò si verifica quando, di fronte alle difficoltà del compito educativo, si pensa che la soluzione sia semplicemente l’offerta della proposta cristiana senza alcuna mediazione antropologica. Come se tra umano e cristiano ci sia una scissione tale da escludere qualsiasi punto di contatto. In realtà il peccato non ha annullato la bontà dell’opera creatrice di Dio e la redenzione interviene a elevare una umanità caduta ma non svuotata. Bisogna riconoscere l’esistenza di un ‘paradigma educativo’ inscritto nella struttura dell’essere umano. Esso è radicato nell’evento della generazione, la quale per gli umani non è solo un fatto biologico isolato, ma un processo interamente personale che si può considerare compiuto se si distende nel tempo fino al raggiungimento della capacità autonoma di condurre la propria vita da parte della creatura messa al mondo. La prima risposta al problema educativo sta nel recupero di questa dimensione costitutiva della generatività, inscritta dal creatore nell’essere umano .

Non ci può essere educazione cristiana che non abbia come presupposto questa fondamentale relazione educativa, che nasce e trova la sua prima forma nella famiglia, e poi a partire da essa via via in tutte le forme di relazione e di vita sociale. L’interiorità stessa della persona si modella dentro una rete di relazioni e la fede cristiana non può trovare modo di sgorgare se non dentro tale rete, poiché essa è per eccellenza relazione e compimento di tutte le relazioni. In questo senso allora fare educazione in maniera adeguata significa qualificare le relazioni, e qualificare le relazioni crea futuro. Dall’individualismo non scaturisce nessun futuro, il quale al contrario si profila sempre più inaffidabile e inospitale. Una educazione che voglia diventare via di futuro ha bisogno di educatori all’altezza del compito di trasmettere il senso di compimento della maturità umana; ha bisogno di comunità capaci di sostenere il cammino di chi sta crescendo e di una proposta cristiana che faccia riscoprire la presenza dello Spirito e l’orizzonte escatologico del futuro intravisto dal cristiano.

Mons. Mariano Crociata

Wednesday 25 February 2015 08:27

Masullo: il nichilismo del vivere quotidiano

pensieroAldo Masullo, tra i filosofi italiani più conosciuti sul piano internazionale, abita al Vomero di Napoli, in una casa-studio colma di libri e di rasserenante silenzio. A novantadue anni egli è ancora attivissimo, costantemente impegnato in conferenze, dibattiti, convegni, collaborazioni giornalistiche. Sta per uscire il suo ultimo libro: Stati di nichilismo (Edizioni Paparo, pagine 128, euro 12,00).

Perché si è occupato del nichilismo?

«Il nichilismo non è più scandalo teorico della ragione e reazione speculativa, ma effettivo esito patologico della nostra civiltà: è nichilismo reale, è nientificazione di sé e del mondo. Il nichilismo in sostanza è diventato una stato di esistenza generalizzato. Mentre prima il suo principio era “nulla è vero, quindi tutto è lecito” adesso è “tutto è lecito, quindi nulla è vero”. È il nostro modo di vivere, di esistere e rivela una situazione profondamente drammatica. Ora la condizione del nostro odierno esistere esige non tanto una discussione sull’essenza del nichilismo, quanto un’esplorazione di effettivi stati di nichilismo, di “focolai nichilistici” accesi nella nostra estenuata modernità, di “sintomi” della cultura europea affetta da nichilismo».

Può fare qualche esempio?

«Uno dei sintomi è la profonda trasformazione dei nostri rapporti con il tempo. Oggi la velocizzazione dei cambiamenti (travolgente esito tecnologico), l’accelerazione del quotidiano, l’immediatezza del repentino, insomma il dissolversi della durata nel delirio di eventi puntiformi, esaltano l’istantaneo senza ragione e il vuoto del presente. Gli uomini, come si sa, s’incontrano non quando s’incrociano per la strada fugacemente, ma quando hanno buone occasioni per fermarsi a dialogare, mettere su un comune tavolo le proprie esperienze, scoprirne i nascosti rapporti e così riempire d’inaspettato senso la propria vita. Nel momento in cui l’estrema accelerazione frantuma la durata temporale in mille sconnessi frammenti noi perdiamo noi stessi».

In particolare lei scrive che il nichilismo reale sta mettendo sul trono il “favoloso”. In che senso?

«Ormai la nostra vita si svolge tutta come una serie di momenti i cui legami sfuggono alla comprensione autentica della ragione. C’è uno iato tra la vita e ciò che rende possibile la vita. La razionalità che sembrava essere la gloria dell’uomo, la sua capacità di comprendere l’ordine temporale e le condizioni della propria esistenza, sembra scomparsa dall’orizzonte del quotidiano. Io vivo e basta. E questo sembra un carattere preoccupante della nostra epoca».

Lei scrive ancora nel suo libro che il nichilismo reale ha comportato la rovina del “medio”. Cosa intende dire?

«Il “medio” è la funzione razionale per eccellenza, l’operazione logica grazie a cui si collegano due elementi isolati e perciò muti e, facendoli giocare insieme in una relazione dinamica, li si rende inseparabilmente comprensibili. Intorno al tema del medio ruotò tutta la metafisica greca. Per la metafisica è il medio a fondare la realtà, ed è perciò il fondamento, l’assoluto che lega insieme i relativi. Attraverso la crisi della filosofia antica prima e della stessa modernità si giunge poi alla consapevolezza che la ragione, la quale è la relazione che media, non è riducibile a un astratto operatore logico, ma è la stessa concretezza del processo storico. Si tratta del faticoso lavoro che la mente umana compie per mantenere legate tra loro le cose, e quindi connesso il mondo, la realtà insomma che altrimenti resterebbe ciecamente vissuta e non conosciuta».

Altra sua espressione forte è che la «potenza del dubbio oggi si è trasformata nella impotenza della negazione».

«Affermare un principio e fermarsi dogmaticamente a tale affermazione è sterile. Dubitare è potenza, perché significa riuscire a venire fuori dalla gabbia dell’immediato vivere o peggio, abusando della ragione, credere di sapere, pur non sapendo. Dubitare significa avventurarsi alla ricerca della comprensione di sé. La potenza della ragione è il dubbio. Purtroppo, quando ci troviamo in uno stato di nichilismo reale, il potere razionale risulta indebolito, ridotto a prendere per valori irrigidite abitudini o a restare senza criteri di valutazione. Dalla debolezza del potere razionale nascono gli estremismi e le guerre».

Come riemergere dalla palude generata dal vuoto di valori?

«Si può riemergere solo se si riattiva il con-senso. Il che vuol dire sanando le separatezze dei momenti vissuti, dei pensieri balenati, delle esistenze patite. Il problema non è trovare la verità, ma costruirla insieme. Non si deve pretendere di essere l’altro, ma acquisire la piena consapevolezza che solo perseguendo la ricerca di me, il senso della vita e in qualche modo comunicandolo all’altro, posso realizzare una compagnia di sofferenza e di gioia, costruire una moralità che è intreccio di relazioni, e perciò è l’incunabolo del senso della vita. Il rifiuto del con-senso inevitabilmente finisce in un deserto di senso. Contro il totalitario dissenso e l’inimicizia assoluta, contro la guerra come malattia dell’esistere, va oggi riattivata la “volontà di verità” in quanto “volontà di con-senso” cioè, inseparabilmente, di eros e di grazia».

Giorgio Agnisola – Avvenire, 21 febbraio 2015

Tuesday 24 February 2015

All’Expo “per dialogare con tutti gli Stati”

logo-patrocinio-EXPO-2015Circa 900 metri quadrati in tutto, all’insegna della “sobrietà”, parola-chiave “legata al tema dell’Expo e al pontificato di Papa Francesco”. È il padiglione della Santa Sede all’Expo 2015, in programma a Milano dal 1° maggio al 31 ottobre sul tema: “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. Con il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della cultura e commissario generale della Santa Sede all’Expo, abbiamo il privilegio di fare una sorta di “visita guidata” in anteprima, scoprendo anche – con tre mesi di anticipo – il calendario degli eventi “sotto l’ombrello” della Santa Sede, organizzati in collaborazione con la Conferenza episcopale italiana, l’arcidiocesi di Milano e l’ospedale pediatrico Bambin Gesù. Ma “la richiesta è fortissima, anche da parte degli Stati”, spiega il cardinale Ravasi, e così la Santa Sede ha concesso il patrocinio a numerosi altri eventi. “Dobbiamo dialogare con tutti gli altri padiglioni, e quindi idealmente con tutti gli Stati, perché in ognuno di essi esiste una presenza cattolica”, precisa il cardinale. Pur non essendo uno Stato, infatti, la Santa Sede celebra – come tutti gli Stati presenti alla kermesse milanese – il suo “national day”: la data scelta è l’11 giugno, con un momento istituzionale e un’edizione speciale del “Cortile dei Gentili”. Anche la Cei celebrerà a Milano la Giornata del Creato, all’interno del padiglione della Santa Sede, il 5 settembre. “Speriamo che ci sia già l’enciclica del Papa sull’ecologia”, l’auspicio del porporato.

Eminenza, cosa vedremo visitando il padiglione della Santa Sede all’Expo?

“Prima di tutto c’è l’impatto esterno, con due scritte, che sono le due frasi fondamentali di natura biblica attinenti al tema dell’Expo e scelte come titolo specifico del padiglione della Santa Sede: ‘Non di solo pane vive l’uomo’ e ‘Dacci oggi il nostro pane’. Sono i due aspetti del simbolo del pane: da una parte, la dimensione materiale, fisica, concreta, con tutti i problemi sociali che comporta e, dall’altra parte, l’aspetto più simbolico, quello che ha a che fare con la complessità della persona umana, che ha bisogno anche di nutrimento interiore. All’interno del padiglione, nella zona centrale c’è una grande mensa: un lungo tavolo interattivo proporrà ai visitatori un itinerario di scoperta dei ‘tavoli’ della nostra vita quotidiana e del legame di solidarietà che si crea perché si possano soddisfare le diverse forme di ‘fame’ dell’umanità’. Sulle due pareti laterali, alcuni video raccontano quello che la carità cristiana già realizza in diversi Paesi: c’è l’ambiente africano, con il Burkina Faso, la Siria, con le istantanee di un’umanità che soffre, e le immagini di Papa Francesco con le sue dichiarazioni essenziali attorno al tema centrale. Due grandi opere d’arte, infine, si alterneranno sulla parete di fondo: la prima è una originalissima ‘Ultima cena’ di Tintoretto, che viene dalla chiesa di san Trovaso a Venezia, dove il tema è affrontato con accenti molto umani, alquanto diversi dalla sacralità a cui ci ha abituati Leonardo; la seconda è un arazzo molto rilevante di Rubens che viene da Ancona, sempre sulla cena di Gesù”.

La tavola come fulcro intorno al quale ruota la visita e il “protiro” come Cortile dei Gentili “ante litteram”. È il dialogo il modo con cui la Santa Sede ha scelto di “prendere posizione” sull’Expo?

“La Santa Sede non è uno Stato, è di supporto allo Stato della Città del Vaticano, però ha una caratteristica che nessuno Stato può vantare: l’80% del suo territorio è costituito da parchi e da opere d’arte, che sono il cibo dello spirito. Non è nella natura della Santa Sede, dunque, identificarsi o caratterizzarsi per interessi particolari: dobbiamo invece dialogare idealmente con tutti gli altri padiglioni, e quindi con tutti gli Stati, perché in ognuno di essi esiste una presenza cattolica”.

Che tipo di eventi “animeranno” il padiglione?

“Gli eventi promossi dalla Santa Sede nei sei mesi dell’Expo – su quattro ambiti tematici: ‘un giardino da custodire’, ‘un cibo da condividere’, ‘un pasto che educa’, ‘un pane che rende Dio presente nel mondo’ – sono di due tipi: caritativi e spirituali. Il primo evento caritativo è un evento Caritas, in programma il 19 maggio, con la collaborazione di Caritas Internationalis. L’ospedale pediatrico Bambin Gesù proporrà tre incontri – il 5 giugno, il 19 settembre e il 22 settembre – sul rapporto tra bambino e cibo: il primo sulle allergie, il secondo sull’alimentazione, il terzo sulle malattie metaboliche. La Cei, il 5 settembre, celebrerà all’interno del nostro padiglione la Giornata del creato, sul tema della destinazione universale dei beni, ma anche del creato come ‘tempio’, come componente trascendente in cui l’uomo è inserito per coltivarlo e custodirlo, secondo il dettato di Genesi. Tra gli eventi di carattere più spirituale rientrano il ‘National day’ della Santa Sede – in programma l’11 giugno con una speciale edizione del Cortile dei Gentili, all’interno del Padiglione – e due eventi da realizzare in città, in collaborazione con l’arcidiocesi di Milano: uno probabilmente al Teatro Del Verme, in centro, e l’altro in uno spazio laico – ancora da decidere – per trattare un argomento di confronto tra credenti e non credenti, legato alla prossima enciclica del Papa, ed in particolare al tema dell’ecologia umana. All’Università Cattolica, il 7 ottobre, è in programma l’evento ‘A tavola con Dio e con gli uomini’, mentre il giorno precedente, nella stessa sede, ci sarà ‘Mind-eat’, una giornata sul tema: ‘Alimentazione e salute mentale, tra miti e pregiudizi’. Il 27 ottobre, infine, una Giornata a carattere interreligioso, organizzata dall’arcidiocesi di Milano”.

M. Michela Nicolais, Sir, 24 febbraio 2015

 

 

Tuesday 24 February 2015 04:00

Diario Vaticano / Caccia al canguro e altre storie

Il cardinale australiano Pell accerchiato dagli avversari. Sant'Egidio che eclissa la segreteria di Stato. Un nuovo vicario argentino per l'Opus Dei

Monday 23 February 2015

TU …

“Era nato perché tutto il mondo Lo cercasse”

Don Luigi Giussani

 

“Abituati ad innamorarti della Sua umanità, abituati a portarLo sempre con te, a parlare con Lui, a chiederGli aiuto, a lamentarti con Lui, a rallegrarti con Lui (…). Non vi dico che di guardarLo anche solo per un momento se non potete di più. Egli non aspetta che un vostro sguardo”.

Santa Teresa d’Avila

Monday 23 February 2015 10:26

Il vero ecumenismo

«Per un vero ecumenismo è importante riconoscere il primato dell’azione divina e due sono le conseguenze di tale atteggiamento. La prima: l’ecumenismo esige pazienza, il vero successo dell’ecumenismo» non consiste in sempre nuovi accordi, in nuovi «contratti» sui diversi elementi di separazione. Ma «consiste nella perseveranza, nell’andare insieme, nell’umiltà che rispetta l’altro, anche dove la compatibilità in dottrina o in prassi della Chiesa non è ancora ottenuta; consiste nella disponibilità ad imparare dall’altro e a lasciarsi correggere dall’altro, nella gioia e nella gratitudine per le ricchezze spirituali dell’altro, in una permanente essenzializzazione della propria fede, dottrina e prassi, sempre di nuovo da purificare e da nutrire alla Scrittura, tenendo fisso lo sguardo al Signore e nello Spirito Santo col Signore al Padre».

«Consiste nella disponibilità a perdonare e a cominciare sempre di nuovo nella ricerca dell’unità e finalmente nella collaborazione nelle opere di carità e nella testimonianza al Dio rivelato davanti al mondo… In altre parole, ecumenismo è innanzitutto un atteggiamento fondamentale, un modo di vivere il cristianesimo».

Sono considerazioni che l’allora cardinale Joseph Ratzinger fece nel gennaio 1993 nel corso di un colloquio presso la comunità valdese di Roma. Qui l’articolo che ho appena pubblicato su Vatican Insider. Come spesso capita, rileggendo il futuro Benedetto XVI si coglie la distanza a volte siderale rispetto a certi cliché nei quali certi suoi interpreti hanno cercato di rinchiuderlo.

Monday 23 February 2015 07:50

Siloe Film Festival: aperte le iscrizioni per la seconda edizione

Al via la seconda edizione del Siloe Film Festival, che si terrà a Poggi del Sasso (GR), presso il Monastero di Siloe, dal 23 al 25 luglio 2015. La manifestazione è organizzata dal Centro Culturale San Benedetto, in collaborazione con Fondazione Ente dello Spettacolo, l’Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali, l’Ufficio Nazionale per i problemi sociali e il lavoro e il Servizio Nazionale per il progetto culturale della Conferenza Episcopale Italiana (CEI).

Il Festival è dedicato a cortometraggi (a soggetto e d’animazione, di lunghezza massima 30 minuti) e ai documentari (lunghezza massima 60 minuti). Le iscrizioni per partecipare al concorso sono già aperte e la domanda dovrà essere presentata entro e non oltre il 31 maggio 2015. I titoli selezionati verranno poi resi noti il 19 giugno 2015.

Tema del Siloe Film Festival 2015 è Alla ricerca del Volto tra i volti, una riflessione sull’uomo moderno: un modo per riportare l’uomo a non avere un rapporto strumentale e utilitaristico nei confronti degli altri, specialmente della natura. In questo processo l’uomo è portato a perdere coscienza del volto degli altri, sino a dimenticare anche il proprio volto. Così la ricerca del Volto diventa la ricerca di Dio. Per maggiori informazioni è possibile scaricare il bando dalla sezione Concorso del sito.

Friday 20 February 2015

Chicercate.net, una Chiesa in uscita anche nella comunicazione

logo chi cercate33333Immaginare qualcosa di nuovo nel panorama della comunicazione partendo da un cammino che da secoli scandisce la vita della Chiesa. Un gruppo di giornalisti e blogger che decidono di esplorare a 360 gradi il web prendendo come bussola il cammino verso la Pasqua. Un incontro inedito tra informazione e spiritualità, pagine evangeliche e cirenei nell’Italia di oggi.

Sono gli ingredienti di ChiCercate.net un nuovo sito internet al via dal 18 febbraio 2015: on line quindi dal mercoledì della Ceneri, giorno che apre la Quaresima, il tempo di preparazione alla Pasqua per i cristiani. A promuoverlo è la squadra di VinoNuovo.it, blog collettivo su Chiesa e cattolici in Italia che dal maggio 2010 è uno spazio di discussione vivace su molti di quei temi che il Pontificato di papa Francesco ha portato in cima all’agenda del cattolicesimo globale.

Cinquanta giorni abbondanti per lanciare una sfida: provare – proprio a partire dall’evento centrale per il cristianesimo – a immaginare un «tempo forte» di rinnovamento anche per i linguaggi dei media di ispirazione cattolica. «L’idea è nata dall’insistenza di papa Francesco sulla “Chiesa in uscita” - spiega Giorgio Bernardelli, coordinatore di VinoNuovo.it -. Ci siamo chiesti: oltre a discutere di riforme della Curia e a intervistare i preti di strada, non sarebbe ora di cominciare anche a noi a interrogarci su quale volto potrebbe avere una comunicazione cattolica diversa, pensata davvero come un’esperienza “in uscita”, capace di parlare anche con chi sta “fuori”?». 

Con il suo itinerario attraverso la Quaresima e la Pasqua, ChiCercate.net vuole essere un tentativo in questo senso. Scandirà il tempo liturgico giorno dopo giorno, ma non sarà un sussidio pastorale on line. Giocando fino in fondo la carta della contaminazione, sarà un giornale vero e proprio che leggerà le notizie del giorno a partire da una serie di parole chiave del cammino quaresimale.

Ma sarà anche un blog che farà incrociare le ricerche di oggi (da quelle su Google a quelle, molto concrete, di chi è relegato ai margini della nostra società, fino a quelle simboliche espresse dall’arte contemporanea…) con la domanda evangelica che nella Pasqua trova il suo culmine. Rimescolando pure un po’ le carte – ad esempio – aiuterà a riscoprire che il tempo «spirituale» per eccellenza in realtà, dal suo primo giorno fino all’ultimo, parla tantissimo del corpo.

«ChiCercate.net sarà un sito molto ricco di proposte – continua Bernardelli -. Giocheremo a tutto campo con i linguaggi: dai video alle infografiche, dai monologhi teatrali alla musica. Ci saranno proposte ad hoc pensate dalle famiglie per le famiglie. Il tutto con un’attenzione particolare alla dimensione social: gli account Facebook e Twitter (già attivi) non saranno solo una vetrina, ma uno spazio aperto per cercare insieme. Proporremo anche un concorso fotografico, rivolto in maniera particolare alla generazione che ama esprimersi con le immagini». A scandire la giornata del venerdì sarà infine una Via Crucis un po’ particolare: verrà costruita a partire dalle notizie della settimana, per far incrociare la Passione di Gesù con i Calvari piccoli e grandi di oggi.

Contatti: info@chicercate.net

Friday 20 February 2015 04:00

Aggrediti da Mosca e abbandonati da Roma

Nell'Ucraina occupata dai russi per i cattolici è di nuovo persecuzione. Ma per loro papa Francesco ha avuto parole non di conforto ma di rimprovero. Il fattore Putin in Vaticano

Thursday 19 February 2015

Libertà indivisibile

C’è qualcosa di nuovo nell’anniversario del Concordato del 1984-85 che ricorre oggi e consiste nel contrasto tra la memoria d’un traguardo importante per la libertà religiosa nel nostro Paese e le grandi sofferenze che persone e nazioni intere patiscono per l’intolleranza e la violenza che continuano a riversarsi su di loro. La nostra è una memoria positiva. Nel 1985 il Parlamento approvò la riforma del Concordato con la Santa Sede, poi la Legge sull’amministrazione ecclesiastica che introduceva anche il nuovo sistema di finanziamento delle Chiese. A trent’anni da quella svolta, seguita da Intese con altre confessioni, e accordi sull’insegnamento religioso nelle scuole e sui beni culturali, possiamo dire che le relazioni ecclesiastiche in Italia poggiano su basi solide, e su un vasto consenso sociale.

Quelle riforme hanno vissuto decenni di trasformazioni sociali e politiche senza essere scalfite nella sostanza, non hanno subito censure giurisdizionali, le rare volte che sono state oggetto di controversie, la giurisprudenza le ha confermate anche nei dettagli. Registriamo successivi sviluppi, con il riconoscimento del 2012 della Chiesa Ortodossa Romena che aspira a stipulare con lo Stato un’Intesa che soddisfi le esigenze di quasi un milione di ortodossi che provengono dal mondo dell’immigrazione. Infine, diversi Paesi europei, anche dell’area ex comunista, si sono ispirati al Concordato italiano per mutuarne punti essenziali, la collaborazione per la promozione dell’uomo e il bene del Paese, il sistema di finanziamento per le attività religiose e sociali delle Confessioni, attivato sulla base delle scelte dei cittadini. Il modello italiano è divenuto di fatto punto di riferimento per una comune prospettiva europea di rispetto della libertà dei culti, e rifiuto di ogni conflitto o discriminazione confessionale.

Le radici di questa impostazione sono nella Costituzione italiana, aperta a una visione positiva della laicità, che riconosce l’eguale libertà per tutte le confessioni. Alle religioni e alle Chiese lo Stato si presenta come Stato-comunità, che ha abbandonato le diffidenze del passato, e propone loro di partecipare alla vita collettiva con la propria identità, riconoscersi nei valori di libertà religiosa garantita a tutte le fedi, respingere ogni estremismo e fondamentalismo che costituiscono oggi il maggior pericolo per la società. L’impianto della legislazione ecclesiastica ha trovato il sostegno pieno della Chiesa cattolica, anche perché coerente con l’insegnamento del Concilio Vaticano II, e conferma la previsione di allora dei cardinali Agostino Casaroli e Achille Silvestrini, per i quali il nuovo Concordato avrebbe mantenuto a lungo fecondità e potenzialità. Le scelte di quegli anni hanno risolto questioni specifiche, connesse alla presenza storica della sede pontificia in Roma, col suo significato universale che si riverbera sull’Italia e il suo ruolo internazionale; ma delineano un orizzonte valido per le relazioni tra le religioni che affrontano oggi la dimensione della globalizzazione dei rapporti umani e istituzionali.

Però, il contrasto tra la nostra memoria e la realtà odierna è enorme, perché l’anniversario del 1985 cade in un momento terribile per la libertà religiosa nel mondo, per l’attivazione di gruppi estremisti e terroristi che si fanno scudo della religione islamica per i propri fini, e uccidono, violentano, sequestrano e schiavizzano, persone e popolazioni nel vicino Oriente, in alcuni Paesi africani, spingendosi fino al cuore dell’Europa. Questa drammatica concomitanza deve far riflettere l’Europa e l’Occidente, a volte freddi e distaccati verso le proprie radici e identità cristiane, incapaci di elaborare una risposta comune nei confronti dell’uso violento della religione praticato da altri. La libertà religiosa è frutto di un lungo cammino storico, avviato nelle società antiche dal cristianesimo e giunto a compimento con le Costituzioni moderne, e richiede oggi il contributo di tutte le componenti sociali e culturali per garantire i diritti umani nel mondo, anzitutto ponendo un argine a quel regresso di civiltà provocato da alcuni settori dell’estremismo islamico.

Ciò comporta una scelta strategica che comprenda la partecipazione delle religioni all’edificazione di uno Stato laico che sia la casa comune di tutti, capace di assicurare la convivenza di ogni fede e opinione. L’Italia ha saputo trovare la strada dell’emancipazione dall’intolleranza, come l’hanno trovata l’Europa e l’Occidente, ma questo approdo storico, nell’epoca dell’interdipendenza, non può essere patrimonio solo di alcuni Paesi e ordinamenti. L’esperienza totalitaria del Novecento ha insegnato che i diritti umani sono indivisibili, e che libertà religiosa è la prima tra tutte le libertà; oggi verifichiamo che se non diviene reale e operativa a livello internazionale, essa corre rischi dovunque. Il vescovo armeno-cattolico di Aleppo, Boutros Marayati, ha parlato nei giorni scorsi a Roma nella Basilica di Santa Maria in Trastevere della drammatica situazione delle guerre del vicino Oriente, ha aggiunto con amarezza che i cristiani di Siria si sentono abbandonati, dimenticati, dall’Occidente.

Più volte papa Francesco ha evocato l’urgenza di correre in soccorso degli aggrediti, di fermare i progetti di sterminio e cancellazione d’intere comunità cristiane (e non solo) dalle loro terre. Il contributo migliore che si può dare nel celebrare l’anniversario delle riforme realizzate in Italia è quello di prendere coscienza che l’impegno per la libertà religiosa supera oggi i confini di ogni nazione, ha carattere internazionale, chiede di salvare e aiutare le vittime di devastazioni e massacri che avvengono sotto gli occhi di tutto il mondo.

Carlo Cardia – Avvenire, 18 febbraio 2015

 

Wednesday 18 February 2015

L’EROISMO DEI MARTIRI CRISTIANI E LE MISERIE VATICANE

IL PAPA FACCIA EVACUARE I 300 CRISTIANI DI TRIPOLI COL LORO VESCOVO PER SALVARLI DAL MASSACRO

Bisogna guardarli in faccia quei 21 giovani cristiani che, in Libia, per non rinnegare Cristo, hanno subito il martirio e che prima di essere sgozzati dall’Isis – secondo la decifrazione del labiale che è stata fatta – hanno continuamente pronunciato il nome di Gesù. Come gli antichi martiri.

IL NOME DI GESÙ

Dice il loro vescovo: “Quel nome sussurrato nell’ultimo istante è stato come il sigillo del loro martirio”. I cristiani copti sono gente forte, temprata da quattordici secoli di persecuzioni islamiche. Sono eredi di quel S. Atanasio di Alessandria che salvò la vera fede cattolica dall’eresia ariana della maggior parte dei vescovi. Sono cristiani tosti, non smidollati come noi catto-tiepidi d’Occidente.

Ecco qual è la vera forza: non quella di chi odia e uccide gli inermi (anche i bambini) e crocifigge chi ha una fede diversa e violenta le donne, sventolando la bandiera nera e nascondendo la faccia.

La vera forza è quella degli inermi che accettano anche il martirio per non rinnegare la propria dignità, cioè la loro fede, per testimoniare la meraviglia del “Bell’Amore” come dice un’antica definizione del Figlio di Dio.

Una grande testimonianza. Questi sono i veri martiri: i cristiani. Non coloro che vanno a massacrare gli innocenti inermi.

Questa è la gloria dei cristiani: seguire un Dio che ha salvato il mondo facendosi ammazzare, non ammazzando gli altri, come hanno fatto tutti i condottieri, caporioni e ideologi (o rivoluzionari) di questo mondo che nei libri di storia vengono osannati.

LA LEZIONE

Una grande lezione a un Occidente ubriaco di “politically correct” che – come il disastroso Obama – si è autoimposto di non pronunciare nemmeno la parola “islam” e “musulmani” quando parla dei massacri di questi mesi, dal Nord Iraq a Parigi alla Libia. Un Occidente nichilista che si vergogna delle sue radici cristiane e non perde occasione per coprirle di disprezzo.

E’ una dolorosa lezione, infine, soprattutto alla Chiesa. A una Chiesa che non testimonia più il fuoco ardente della fede.

Alla chiesa di Bergoglio che – mentre ci sono uomini e donne che danno la vita per Cristo – definisce “una solenne sciocchezza” l’annuncio cristiano e il proselitismo; quella chiesa di Bergoglio che – mentre i cristiani sono perseguitati e massacrati in tutto il mondo musulmano – va a fare atto di adorazione alla Moschea, che si accoda all’ideologia obamiana dominante evitando accuratamente di pronunciare la parola “Islam” se non in termini laudatori (d’altra parte il suo portavoce a Buenos Aires attaccò Benedetto XVI per il discorso di Ratisbona sull’Islam).

E soprattutto quel papa Bergoglio il quale dice che la grande emergenza attuale della Chiesa non è la fede, ma è l’ambiente e poi l’accoglienza alle nuove coppie e la comunione ai divorziati risposati. Un po’ come nel film di Benigni dove si diceva che il vero, grande problema di Palermo…”è il traffico!”.

Tanto che presto avremo l’enciclica bergogliana sull’ecologia e i pregi della spazzatura differenziata invece di un grido di amore a Dio in questo mondo senza fede e senza speranza. Avremo un appello contro l’inquinamento invece della denuncia dell’odio anticristiano in tutto il pianeta (del resto già alla sua messa di insediamento parlò di ambiente, come nel discorso all’Expo, invece che di Cristo).

E’ il papa Bergoglio che riceve e arringa i centri sociali tipo Leoncavallo, non i cristiani che eroicamente e pacificamente si battono per testimoniare la salvezza, subendo il disprezzo e le accuse del mondo.

E’ il Bergoglio che sceglie i nuovi cardinali in base alla sua ideologia (e fa vedere che se vuole può pure decidere di fare cardinale – che so – il vescovo di Ancona), invece di dare la porpora – segno del martirio – a quei vescovi che proprio in questi giorni, concretamente ed eroicamente – vivono con le loro comunità minacciate e rischiano veramente la vita insieme con loro.

SALVARE QUEI CRISTIANI

E’ il caso del vescovo di Tripoli, padre Martinelli, quel vescovo che nel 2011, quasi unico (con l’appoggio del solo Benedetto XVI), gridò ogni giorno contro la guerra spiegando che si sarebbe aperto il Vaso di Pandora, come poi è puntualmente accaduto.

Una tragedia di cui dobbiamo ringraziare il “Premio Nobel per la pace” Obama e Sarkozy.

E mentre oggi, in Italia e all’estero, coloro che acclamarono quella guerra fanno gli gnorri (esemplare quanto hanno scritto ieri Maurizio Belpietro e “Libero”), mentre in questi giorni la Libia rischia di diventare una base dell’Isis, il vescovo Martinelli ha deciso di rimanere lì, esponendosi alla morte: “Ho visto delle teste tagliate – racconta – e ho pensato che anch’io potrei fare quella fine. E se Dio vorrà che quel termine sia la mia testa tagliata, così sarà […]. Poter dare testimonianza è una cosa preziosa. Io ringrazio il Signore che mi permette di farlo, anche con il martirio. Non so fino a dove mi porterà questo cammino. Se mi porterà alla morte, vorrà dire che per me Dio ha scelto così… Io da qui non mi muovo. E non ho paura”.

Lui non vuole abbandonare la sua piccola comunità costituita da circa trecento lavoratori filippini che sono comprensibilmente terrorizzati. Il vescovo è l’unico italiano rimasto a Tripoli, con alcune suore e religiosi non italiani.

Fino a ieri sera nessuna telefonata gli era giunta da papa Bergoglio, di solito prodigo di telefonate (chiamò pure Pannella, oltreché – diverse volte – l’amico Scalfari). Forse, vista la pressione mediatica, lo chiamerà in queste ore.

Ma più che le parole servono i fatti. Vorrei proporre una cosa al papa. Anche con l’aiuto del governo italiano il Vaticano potrebbe chiedere un ponte umanitario, un’operazione lampo di salvataggio di questi cristiani rimasti lì, con il loro vescovo. Sono solo trecento e rischiano tutti la vita per la loro fede. Il Vaticano potrebbe ospitarli e poi decideranno loro se tornare nelle Filippine.

La cosa è possibile. Perché non farla? E’ questa la mia preghiera a papa Bergoglio per salvare dal massacro un’intera comunità cristiana e il suo pastore.

Questa sarebbe davvero una cosa degna della Santa Sede. Non quel clima da caccia alle streghe e da epurazioni che da qualche giorno circola nell’establishment vaticano contro quei “grandi cardinali” (Ratzinger) che, fedeli alla Chiesa, hanno osato opporsi a Kasper nel Sinodo di ottobre.

Sarebbe incredibile che il Vaticano si dedicasse alle purghe mentre i cristiani vengono martirizzati nel mondo.

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 18 febbraio 2015

Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

(nella foto: i volti dei 21 cristiani copti martirizzati in Libia)

Tuesday 17 February 2015

Il Califfato in Libia pericolo per Italia

In Libia si sta affermando lo Stato Islamico (IS) del Califfato, troppo vicino all’Italia per non preoccupare il popolo italiano. Il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, ha dichiarato: “Se la mediazione dell’Onu dovesse fallire, siamo pronti a combattere in un quadro di legalità internazionale”. Il servizio radiofonico dell’IS, da Mosul in Irak, ha subito definito Gentiloni “il Ministro degli Esteri dell’Italia, il crociato”, spiegando che “Roma è pronta ad unirsi alla forza guidata dalle Nazioni atee per combattere lo Stato Islamico”. Personalmente sono contrario a inviare militari occidentali e italiani in Libia per una guerra che riporti la pace e l’ordine in Libia, combattendo contro il Califfato. Nel 2011 l’Occidente ha già fatto una guerra in Libia,mandando aerei a bombardare Tripoli e l’esercito del dittatore Gheddafi, col risultato opposto a quel che si pensava. Quei bombardamenti hanno scardinato la barriera che ostacolava l’estremismo islamico, favorendo una guerra civile che ha portato il Califfato alla vittoria, come già prevedeva chi conosceva la Libia. Il Vicario apostolico di Tripoli, mons. Giovanni Innocente Martinelli (uno dei pochi italiani rimasti in Libia per difendere circa 300 cattolici filippini), condannava “la folle guerra di alcuni paesi europei e americani contro il popolo libico” che, com’è noto,finiva con l’uccisione di Gheddafi il 23 ottobre 2011. L’opinione pubblica europea e italiana applaudiva alla morte del dittatore, ma ricordo che quando Gheddafi venne a Roma nel 2009 per firmare il “Patto fra Italia e Libia”, politico, economico e militare, proposto dal governo Berlusconi (lodato dello storico Angelo Del Boca), la Sapienza lo invitò a tenere una “lectio magistralis” nell’aula magna, che era stata rifiutata poco prima a Benedetto XVI!

Un’altra guerra degli occidentali in Libia avrebbe sicuramente il risultato di allargare l’influsso dell’IS a tutte le masse popolari islamiche (un miliardo e 400 milioni di persone!), senza riuscire a riportare libertà e ordine in Libia, come è successo negli altri interventi armati dell’Occidente col mandato dell’ONU in vari paesi islamici, Somalia, Afghanistan, Iraq, Siria. L’Occidente non capisce l’islam (vedi il mio Blog precedente) e prende sempre la via sbagliata, come in Persia (Iran) quando nel 1979 appoggiò le rivolte popolari contro il dittatore, lo Scià Reza Pahlevi (alleato degli Usa), applaudendo la salita al potere dell’Imam Khomeini, che ha lanciato “il martirio per l’islam” e la “guerra santa” contro l’Occidente! Il popolo iraniano oggi rimpiange lo Scià, quello libico Gheddafi e gli iracheni Saddam Hussein.

E allora, cosa fare? Questo è il compito della politica e della diplomazia dei paesi occidentali: ad esempio, convincere i governi dei paesi confinanti (Egitto, Tunisia, Algeria, Sudan e altri), che se la Libia diventa tutta uno Stato Islamico, l’estremismo e il terrorismo si affermeranno anche tra i loro popoli. Spetta loro, anche con interventi militari, bloccare questo pericolo; secondo, agire con incontri diplomatici tra le varie fazioni armate che si contendono il paese; ed eventualmente con aiuti o sanzioni economiche, ad esempio non acquistando più il petrolio libico (sono solo ipotesi). Ma non iniziare, noi popoli occidentali e cristiani, una guerra contro il Califfato in Libia.

Rimane però il problema di proteggere il nostro popolo e “rispondere ad un ingiusto aggressore”, come ha detto Papa Francesco. In questo momento l’Italia e l’Europa sono invase da una marea di profughi africani: 174.000 salvati e accolti nel 2014, altri 200.000 pronti a partire su gommoni o carrette del mare, che provengono per il 90% dalla Libia. In questo caso un intervento militare dell’Europa (su mandato dell’Onu) sulle coste e porti libici, ad esempio affondando tutti i gommoni e navi fatiscenti, penso possa essere lecito e compreso da tutti. Ma una guerra in Libia iniziata e condotta da forze occidentali, per riportare il paese alla pace e all’ordine, sarebbe un’impresa utopica e dannosa per lo stesso Occidente, anche solo perché la Libia è grande cinque volte l’Italia, abitata da circa 6 milioni di libici, divisi in più di cento kabile (tribù), confraternite religiose e gruppi armati che combattono l’uno contro l’altro per la conquista del potere!

 

Tuesday 17 February 2015 04:00

Omelie di Quaresima. Un'antologia d'autore

Esercizi di predicazione liturgica per il mercoledì delle ceneri e per le cinque domeniche di preparazione alla Pasqua. Dall'archivio di Benedetto XVI. In obbedienza a papa Francesco

Monday 16 February 2015

CHI HA RAGIONE SULLA CONDANNA ETERNA ?

GESÙ INSEGNA:
«Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridor di denti» (Mt. 13, 41-42). 

«Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridor di denti»(Mt. 13,49-50).

«…E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna» (Mt. 25,45-46).
«Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per gli angeli suoi» (Mt.25,41).

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PAPA BERGOGLIO DICE:
“La strada della Chiesa è quella di non condannare eternamente nessuno”
(15 febbraio 2015)

MARTINI DICE:
“Io nutro la speranza che presto o tardi tutti siano redenti. Sono un grande ottimista… La mia speranza che Dio ci accolga tutti, che sia misericordioso, è diventata sempre più forte… D’altra parte, è naturale, non riesco a immaginare come Hitler o un assassino che ha abusato di bambini possano essere vicini a Dio. Mi riesce più facile pensare che gente simile venga semplicemente annientata”.
Card. Carlo Maria Martini, Conversazioni notturne a Gerusalemme

SCALFARI DICE
“Da quando ho letto ciò che scrive e dice e soprattutto da quando ho potuto parlare direttamente con lui, mi sono convinto che la sua non è una riforma della Chiesa, ma una rivoluzione.  Il Papa (Francesco) ritiene che, se l’anima d’una persona si chiude in se stessa e cessa d’interessarsi agli altri, quell’anima non sprigiona più alcuna forza e muore. Muore prima che muoia il corpo, come anima cessa di esistere. La dottrina tradizionale insegnava che l’anima è immortale. Se muore nel peccato lo sconterà dopo la morte del corpo. Ma per Francesco evidentemente non è così. Non c’è un inferno e neppure un purgatorio”.
Da “La Repubblica” 21 settembre 2014

• * *

IO CREDO ALLE PRECISE E DRAMMATICHE PAROLE DI GESU’ E MEDITO QUESTI PENSIERI DI DON BARSOTTI

“Chi rigetta l’inferno non crede alla serietà dell’amore divino”
Don Divo Barsotti

“Quello che importa è questo: che noi non vogliamo essere piú sapienti d Dio né piú misericordiosi di Lui, perché chi volesse essere misericordioso contro il Signore, lo sarebbe andando all’inferno, dal momento che vorrebbe essere solidale coi dannati”
Don Divo Barsotti

Nella foto: Gesù nel Giudizio universale (Michelangelo, Cappella Sistina)

Sunday 15 February 2015

DUBBI NUOVI E CRESCENTI SULLA “RINUNCIA” DI BENEDETTO XVI

Ho conosciuto personalmente numerosi preti internati nelle prigioni e nei gulag staliniani. Sacerdoti che sono tuttavia rimasti fedeli alla Chiesa… conducendo una vita degna alla sequela di Cristo, loro divino Maestro.

Si presenta così l’arcivescovo cattolico Jan Pawel Lenga, vescovo emerito di Karaganda (Kazakhistan) in una lettera accorata che in queste ore rimbalza su vari siti cattolici dall’America all’Italia.

 

IL TESTIMONE

 

“Io stesso” prosegue “ho compiuto gli studi in un seminario clandestino nell’Unione Sovietica, lavorando con le mie mani per guadagnarmi il pane quotidiano. Sono stato ordinato prete in segreto, di notte, da un Vescovo che aveva a sua volta sofferto a causa della sua fede. Dopo il mio primo anno di sacerdozio sono stato espulso dal Tagikistan ad opera del Kgb”.

Monsignor Lenga, che ha partecipato a due Sinodi con Giovanni Paolo II, sente il dovere di esprimersi “circa la crisi attuale della Chiesa Cattolica”. E ha scelto “la forma della lettera aperta, dato che qualsiasi altro metodo di comunicazione si scontrerebbe con un muro di silenzio totale e con la volontà di ignorare”.

Il vescovo precisa: “Sono del tutto cosciente delle possibili reazioni alla mia lettera aperta. Ma la voce della mia coscienza non mi permette di tacere, mentre l’opera di Dio viene oltraggiata”.

Egli ricorda infatti la lezione degli apostoli martiri, per cui bisogna “obbedire a Dio piuttosto che agli uomini”.

Spiega che “oggi diventa sempre più evidente come in Vaticano attraverso la Segreteria di Stato si è intrapresa la via del politicamente corretto”.

E che si propaga il “modernismo” cosicché gli stessi vescovi non hanno più voce “per difendere la fede e la morale”.

E aggiunge: “In tutti i settori della Chiesa si nota una significativa riduzione del ‘sacrum’. È lo ‘spirito del mondo’ che conduce i pastori”.

Eppure “i pastori sono tenuti – che piaccia loro o no – ad insegnare tutta la verità su Dio e sull’uomo”.

Ma – si chiede – dove sono oggi quelli “che annunciano alle genti chiaramente ed in modo comprensibile i pericoli, minacciosi, che scaturiscono dalla perdita della fede e da quella della salvezza?”

Sono rari perché, secondo questo pastore, la scelta “di nuovi vescovi e persino di cardinali, a volte rispecchia più i criteri di una certa ideologia o anche gli imperativi di gruppi molto distanti dalla Chiesa. Allo stesso modo la benevolenza dei mass media sembra essere un criterio importante”.

Bisogna essere da loro ritenuti “aperti e moderni” e non “troppo santi”.

Purtroppo neanche Benedetto XVI, in cui il vescovo Lenga sperava, è riuscito a invertire questa rotta disastrosa.

Egli aggiunge queste parole: “È difficile credere che Papa Benedetto XVI abbia rinunciato in piena libertà al suo compito di successore di Pietro. Questo papa è stato il capo della Chiesa, ma i suoi collaboratori  praticamente non hanno applicato il suo insegnamento, anzi sono state passate sotto silenzio o bloccate  le sue iniziative”.

Così oggi, conclude l’eroico vescovo, la Chiesa si trova in una situazione drammatica.

Non è un caso che sia un uomo che ha vissuto le persecuzioni comuniste ad avere il coraggio di esprimere pubblicamente dubbi sulla piena libertà della “rinuncia” di Benedetto XVI.

Parole dirompenti che mettono inevitabilmente in discussione la validità della stessa rinuncia (che ha proprio la libertà come requisito essenziale).

Questi dubbi circolano sempre di più in tutte le curie e a volte emergono a sorpresa.

Come il 7 gennaio scorso quando il quotidiano dei vescovi, “Avvenire”, sempre sorvegliatissimo, a pagina 2 pubblicò una stupefacente lettera dove si puntava il dito contro quegli “ambienti che, per i soliti motivi di potere e sopraffazione, hanno tradito e congiurato per eliminare papa Ratzinger, pur riconosciuto ‘fine teologo’, e l’hanno spinto alla rinuncia”.

 

AL CONCISTORO

 

Il mistero di quella rinuncia e della decisione di Ratzinger di restare tuttavia “papa emerito” – cosa mai accaduta in duemila anni e cosa mai spiegata sotto il profilo teologico e canonistico – si è riproposto visivamente anche ieri, al Concistoro in San Pietro (guarda caso papa Benedetto viene chiamato a presenziare ad ogni atto che implica la giurisdizione pontificia…).

Pur in là con gli anni il papa emerito è apparso in forma. Le sue buone condizioni del resto erano già state illustrate giovedì scorso, con un’intervista al Corriere della sera, dal suo segretario, monsignor Georg Gaenswein che è anche Prefetto della Casa pontificia di Francesco.

Gaenswein, per far apparire “normale” una situazione che invece è totalmente anomala, ha ribadito (o ha dovuto ribadire) di nuovo una sorta di “excusatio non petita”, cioè che il papa “ha preso la sua decisione in modo libero, senza alcuna pressione”.

E poi ha ripetuto che si è dimesso perché “le forze del corpo e dell’animo venivano meno”.

Non è per nulla credibile che (a meno di fortissime pressioni) vengano meno le forze dell’animo in un uomo di Dio come Benedetto il quale fin dall’inizio ha confessato pubblicamente la sua certezza nell’aiuto di Dio (“non sono solo, chi crede non è mai solo…Dio mi sostiene e mi porta”). Il Vicario di Cristo poi gode di un’assistenza straordinaria del Cielo.

Ma è anche assurdo dire che si sia dimesso per la banale diminuzione delle forze fisiche.

Anzitutto perché lo stesso Gaenswein si contraddice in quella medesima intervista dove spiega che il papa emerito, a due anni dalla rinuncia, sta sempre bene in salute (salvo “qualche fastidio alle gambe, ogni tanto”) e “la sua mente è formidabile”: legge, scrive, studia, prega, sbriga la corrispondenza, riceve persone, fa ogni giorno la sua passeggiata e suona il pianoforte.

Cosicché non si vede come possa essersi dimesso per ragioni fisiche.

Peraltro invecchiare è normale per ogni papa e il Dio dei cristiani – ci ha insegnato Ratzinger – si compiace di vincere la forza del mondo con l’apparente debolezza dei suoi  apostoli.

Del resto è naturale attendersi da un papa che lasci a Dio la scelta di quando chiamarlo a sé, come ha testimoniato Giovanni Paolo II.

 

DUBBI

 

Infine Ratzinger sa benissimo che nella tradizione della Chiesa la rinuncia per invecchiamento non si è mai verificata ed è anche gravata da un giudizio morale molto negativo.

Il cardinal Fagiolo, canonista di fiducia di Giovanni Paolo II, sentenziò: “Di certo in maniera tassativa e assoluta il Papa non potrà mai dimettersi a motivo della sola età”.

Tutti ribadiscono che occorre un motivo gravissimo per la rinuncia altrimenti l’atto, pur valido, è moralmente colpevole.

Secondo il canonista Carlo Fantappiè la rinuncia al Papato può avvenire solo “in casi davvero eccezionali e per il bene superiore della chiesa”. Questa è “la condizione per rinunciare all’ufficio senza cadere in colpa grave davanti a Dio”.

Dunque per buon senso e per rispetto verso Benedetto XVI non si può ridurre la ragione della sua rinuncia all’invecchiamento.

Proprio il fatto che sia stato lui stesso a dare questa (debole) motivazione ufficiale dovrebbe indurre a porsi delle domande, visto che egli non ignora di certo il diritto canonico.

Del resto se aveva subito pressioni non poteva certo dirlo in maniera esplicita visto che così avrebbe invalidato l’atto a cui era costretto.

E poi egli ha anche dichiarato che era “ben consapevole della gravità di questo atto” e non poteva certo definirlo “grave” se fosse stato un normale pensionamento.

Si ricordi che fin dal suo insediamento Benedetto aveva affermato: “Pregate per me perché io non fugga per paura davanti ai lupi”.

E’ lecito chiederci chi fossero i “lupi” e cosa volessero.

Però sarebbe un grossolano errore pensare che il papa sia fuggito: egli ha scelto di autorecludersi in Vaticano, dichiarando che “la mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, non revoca questo”.

Infatti è rimasto “papa emerito” perché – ebbe a dire in un’altra intervista Gaenswein – “ritiene che questo titolo corrisponda alla realtà”.

 

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 15 febbraio 2015

Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

(nella foto: Benedetto XVI viene omaggiato come papa anche al Concistoro del 14 febbraio 2015)

Thursday 12 February 2015

Mio fratello omosessuale

Come rivelano i suoi diari spirituali, il cardinale Jean Daniélou caricava su di sé i peccati dell'amatissimo suo fratello Alain, perché la sua anima fosse salvata. La lezione di vita di uno dei più grandi teologi del Novecento

Monday 09 February 2015

Per incontrare l’islam dobbiamo tornare a Cristo

Da alcuni mesi il terrorismo di radice islamica è balzato alla ribalta dell’attualità come un grave pericolo per l’Europa e per la nostra Italia. Molti si chiedono cosa fare, si discute di leggi adeguate alla gravità della situazione ma gli appelli per una maggior vigilanza e fermezza lasciano il tempo che trovano. Il nostro mondo democratico, ricco e laicizzato, si trova spiazzato. I popoli occidentali e quelli islamici non si capiscono. C’è un abisso tra il nostro desiderio di vivere tranquilli e la violenza dei terroristi. La storia recente, dopo le “Due Torri” di New York (11 settembre 2001), ha dimostrato che le guerre contro l‘estremismo islamico (in Afghanistan e Iraq e oggi contro il Califfato) non solo non risolvono il problema del terrorismo, ma hanno peggiorato la situazione. La “guerra santa” e “il martirio per l’islam” si sono diffusi in molti paesi. Un miliardo e 400 milioni di uomini che vivono con convinzione la loro religione e cultura religiosa, non si sconfiggono con la guerra. E allora, cosa fare?

Papa Francesco, parlando nel gennaio scorso al Pisai (Pontificio Istituto di Studi arabi e d’islamistica), ha messo in primo piano il dialogo con i musulmani, dicendo tra l’altro: “Mai come ora” si avverte la necessità della formazione di operatori del dialogo con i musulmani, “perché l’antidoto più efficace contro ogni forma di violenza è l’educazione alla scoperta e all’accettazione della differenza come ricchezza e fecondità”. Ciò richiede un atteggiamento di “ascolto” per essere capaci di capire i valori dei quali l’altro è portatore e di conseguenza “un’adeguata formazione affinché, saldi nella propria identità, si possa crescere nella conoscenza reciproca”; ma esige anche di “non cadere nei lacci di un sincretismo conciliante e, alla fine, vuoto e foriero di un totalitarismo senza valori”. Questo scontro di due civiltà che non si capiscono, non ha come motivazione fondamentale la politica o l’economia, ma la religione. Ecco perchè:

1) L’ideale dell’Occidente è la “Libertà” dell’uomo, anche dalle leggi di Dio che ha creato il mondo e l’umanità. Noi viviamo in una società praticamente atea e i popoli islamici vedono l’Occidente cristiano come un nemico, un pericolo per la loro fede! Sono attirati dal mondo moderno, ma ne hanno anche paura! La nostra vita li scandalizza, non vogliono vivere in un mondo sempre più disumano come il nostro, ricco e arido, ma vuoto dentro, di cui ci lamentiamo anche noi. Questo il ritornello che si sente nelle moschee e si legge sulla stampa islamica: i credenti nel Corano hanno la missione di riportare a Dio l’Occidente ateo e svirilizzato. Queste idee, inculcate fin dalla più tenera età anche nelle scuole, fanno parte della loro fede e della loro cultura. Solo una minoranza pratica il terrorismo islamico, è vero, ma ci sono milioni di musulmani che condividono la loro ideologia.

Il primo ministro inglese Tony Blair, parlando dopo le Due Torri al Parlamento europeo, ha detto: “L’Occidente deve difendere i nostri valori… Abbiamo creato una civiltà senz’anima e dove ritrovare quest’anima se non tornando al Vangelo che ha fatto grande l’Occidente?”. Nella situazione attuale, che rende la nostra società sempre più priva di ideali, pessimista ed egoista, in crisi perché manca di bambini (quanti milioni di aborti negli ultimi trent’anni?), ecco l’islam che ci provoca con ogni mezzo, dalla crescita demografica al terrorismo, ma anche con la “guerra santa” e il “martirio per l’islam”, per ricondurci allo scopo dichiarato della fede in Dio, sia pure il Dio del Corano che non è certo il Dio del Vangelo! In genere, noi occidentali viviamo come se Dio non esistesse, ma per incontrare e dialogare con l’islam dobbiamo ritornare a Dio e ai dieci Comandamenti, a Gesù Cristo e al suo Vangelo, non solo nella nostra vita personale, ma in quella familiare, sociale, scolastica, massmediatica, ecc. Cioè ritrovare la nostra identità cristiana. L’alternativa è la guerra contro i popoli musulmani, che, a lunga scadenza, perdiamo certamente, per il semplice motivo che i musulmani sono popoli giovani, noi occidentali popoli vecchi!

Dobbiamo formarci una visione più realistica dei musulmani e capire quali gravi responsabilità (storiche ed attuali) abbiamo anche noi, cristiani occidentali nella nascita e il diffondersi del “terrorismo” con radice islamica. Il card. Carlo M. Martini (nel suo discorso del 1990 “Noi e l’islam”) ha detto: “Cosa dobbiamo pensare noi cristiani dell’islam? Che senso può avere nel piano divino il sorgere di una religione, in un certo modo vicina al cristianesimo e insieme così combattiva, così capace di conquista, da fare molti proseliti in un‘Europa infiacchita? Nel mondo occidentale che perde il senso dei valori assoluti e non riesce più ad agganciarli a un Dio Signore di tutto, la testimonianza del primato di Dio su ogni cosa e della sua esigenza di giustizia, ci fa comprendere i valori storici che l’islam ha portato con sè e che può ancora testimoniare nella nostra società”.

2) L’islam si definisce non in termini di “libertà dell’uomo”, ma di “sottomissione a Dio”, ripeto, il Dio del Corano, non quello del Vangelo! Vive e proclama la presenza di Dio (Allah) nella vita del singolo uomo, nella famiglia e nella società; la fede è il più grande dono che Dio ha fatto all’uomo, che dobbiamo conservare con la preghiera e l’osservanza dei Comandamenti; la fede non è solo una scelta personale (come il laicismo e la secolarizzazione esasperata proclamano e impongono), ma crea l’appartenenza alla comunità dei credenti e a tutta l’umanità creata dallo stesso Dio.

L’islam è una religione che viene, almeno in parte, dalla stessa radice cristiana, il Dio di Abramo, tanto che nei suoi primi tempi alcuni Padri della Chiesa lo definivano “una eresia cristiana”. Ma oggi non è certamente una religione umanizzante, sono le stesse realtà islamiche (le violazioni dei diritti dell’uomo e della donna) che offrono un’immagine negativa; ma questo è un altro discorso, senza nulla togliere al dovere che hanno gli stati e ciascuno di noi, di difendere noi stessi e il nostro popolo da aggressioni e invasioni esterne. Ribadisco comunque quel che ho sentito da numerosi vescovi cristiani viventi nei paesi islamici, la convinzione che, nei piani di Dio, anche oggi l’islam ha, nella storia umana, un ruolo che non conosciamo, ma che merita rispetto e attenzione. Per noi cristiani oggi la sfida è l’incontro e non lo scontro con i popoli musulmani, il dialogo e non la guerra, il ritorno alla fede e alla vita in Cristo, non l’ateismo teorico e pratico.

 

Piero Gheddo

Monday 09 February 2015 04:00

Cinque nuove idee su come selezionare i vescovi

Le propone un teologo ed economista australiano, in una lettera aperta a papa Francesco. Un contributo semplice e concreto alla riforma della curia che è in cantiere

Monday 09 February 2015 00:28

TUTTO È LIQUIDO (SOCIETÀ, POLITICA, CHIESA BERGOGLIANA, IDENTITÀ SESSUALE, POPOLI…). COSI’ TUTTO E’ LIQUIDATO. RESTA SOLO LA TECNOCRAZIA PADRONA DELLA LIQUIDITÀ E LA SUA TIRANNIA POLITICALLY CORRECT

Parafrasando “la società liquida” di Zygmunt Bauman, possiamo ben dire che abbiamo ormai la politica allo stato liquido.

Il banale e prevedibilissimo “scioglimento” nel Pd di quel salotto dei “sobri” che fu Scelta civica (fin dall’inizio ribattezzato “Sciolta civica” dall’irriverente cantore del nostro tempo, Roberto d’Agostino) è solo l’ultima delle liquefazioni.

Il liquido per sua natura è inafferrabile, indefinibile, assume tutte le forme a seconda del contenitore, filtra da tutte le fessure, non ha una sua fisionomia, è l’indistinto, appare inconsistente, ma sa riempire tutto.

Le spericolate metamorfosi che si consumano a Palazzo proseguiranno in futuro con nuove trasmigrazioni.

All’insegna non del “Va’ pensiero – ché pensiero se ne trova poco – semmai del “Va’ dove ti porta il quorum”.

E i giornali dovranno annotare con cura avvenimenti così memorabili.

Come si fa – ad esempio – a non annunciare l’epocale evento della nascita del partito di Corrado Passera?

Tutta l’umanità stava in trepida attesa. E sta col fiato sospeso anche di fronte al profondo travaglio ideologico dei Cinque stelle e dei transfughi del grillismo.

In futuro ci toccherà riflettere su sempre “nuovi responsabili” che andranno a supportare il governo per capire se occorra parlare di Zeitgeist o se va evocata la riflessione di Bobbio sull’etica della responsabilità e l’etica della convinzione o – più semplicemente – se fa scuola il modello Razzi-Scilipoti.

E come non registrare i sommovimenti della sinistra dalle mille sigle, l’una contro l’altra armata, ma tutte abbagliate da Tsipras?

Si dovrà ricorrere pure alla fisica quantistica per capire la maionese impazzita del centrodestra ormai “coriandolizzato” e introvabile.

Finché esploderanno di nuovo le guerre puniche fra le correnti del Pd.

Nel frattempo va tramandata negli annali della repubblica, dopo il caso Mattarella, la sparizione – nell’indifferenza generale – dei (post) comunisti italiani da tutti gli alti scranni, con l’ex “lìder Massimo” D’Alema che paragona il decisionismo fanfaniano di Renzi a quello Stalin (nientemeno) che faceva cancellare dalle foto i dirigenti caduti in disgrazia.

Si dovrebbe raccontare pure questo imprevisto e strano ritorno dal regno dei morti della Balena bianca assurta a nuovo splendore di Palazzo, un’élite senza popolo, ma con tutte le poltrone più pesanti.

Nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma, si ricicla, si camuffa, s’inabissa e poi riemerge sotto altre spoglie.

La politica italiana sembra un blob magmatico in continua trasformazione che ogni cosa inghiotte e riplasma.

Come la materia cieca cantata – non a caso – dai “Sepolcri” foscoliani, dove si ritrova tutto fuorché la speranza che

“ultima Dea, fugge i sepolcri: e involve

tutte cose l’obblío nella sua notte;

e una forza operosa le affatica

di moto in moto; e l’uomo e le sue tombe

e l’estreme sembianze e le reliquie

della terra e del ciel traveste il tempo”.

E’ la fine di qualsiasi barlume di appartenenza, di ogni storia e identità, di ogni certezza culturale e ideale. E pure religiosa.

Infatti questo fenomeno non si verifica solo nella politica.

Perfino la Chiesa – che ha dato i nomi alle cose, cioè identità ai diversi popoli della civiltà occidentale – è diventata liquida col pontificato Bergoglio.

Una sorta di trans-cristianesimo fatto di preghiera alla moschea (con vista sulla Mecca), visita al tempio buddista, abbraccio al pastore pentecostale e accoglienza in basilica alla vescova anglicana, elogio dell’interreligiosità e pure legittimazione oggettiva delle nuove unioni.

A cui si aggiunge la demonizzazione, da parte dell’establishment bergogliano, dei cattolici che intendono restare tali definiti spregiativamente “cattolici identitari”, laddove l’identità diventa una colpa, sospetta di fondamentalismo o pure peggio.

Non è questa “deregulation” delle identità la grande meta utopica del multiculturalismo e perfino nell’affettività?

E’ l’abbattimento di tutte le frontiere, sia nella libera circolazione dei capitali finanziari che nei rapporti umani e nelle identità dei popoli.

Infatti l’élite d’Occidente – sorda alle grida strazianti dei cristiani perseguitati in gran parte del pianeta – preferisce prodigare mezzi, propaganda e impegno nell’abbattimento delle “predefinite” identità sessuali, fino alla scelta di genere come ultima forma di liberazione dell’umanità.

Un segno dei tempi sta in questa sequenza di titoli di giornali del 27 gennaio, metafora della rivoluzione planetaria in corso perché il Vaticano stesso ha permesso all’evento di assumere un significato simbolico: “Un trans con la fidanzata in udienza dal papa” (Corriere della sera); “Un transessuale in Vaticano, l’ultimo strappo di Francesco” (La Repubblica); “Francesco abbatte un altro tabù. Incontro con un trans” (La Stampa).

Dove l’aspetto più importante è la presenza della fidanzata, cioè l’udienza alla coppia, che suona come sdoganamento oggettivo delle “nuove unioni”.

Liquidità della dottrina, delle istituzioni, dei costumi, delle identità. E’ tale “liquidità” il segno dei più drammatici passaggi d’epoca.

E il sesso e la politica sono i sismografi di questi terremoti epocali.

“L’identità è allo stato fluido” scrive Camille Paglia in “Sexual Personae” a proposito delle “Metamorfosi” di Ovidio: “il suo punto di osservazione è quello di chi si trova sul discrimine fra due epoche”.

Sennonché nella modernità il sesso è diventato più di un sismografo simbolico. E’ ancora Bauman a segnalare “l’impiego dell’erotismo nella costruzione postmoderna dell’identità”, che poi è la non-identità, l’abolizione di tutte le identità.

Ciò che resta di solido in questo mare liquidissimo sono le tecnocrazie che gestiscono le altre liquidità, in senso monetario, e hanno declassato le politiche statuali e nazionali a teatrino di maschere e ombre senza poteri.

L’ideologia di riferimento di questo nuovo ordine è quella “dittatura del relativismo” (Ratzinger) che s’impone con i dogmi del “politically correct” di cui la Sinistra è diventata sacerdotessa.

Camille Paglia, pensatrice americana di sinistra (femminista e atea), ma anticonformista, in una recente intervista al Foglio ha dichiarato:

la sinistra è diventata una frode borghese, completamente separata dal popolo che dice di rappresentare. Tutti i maggiori esponenti della sinistra americana oggi sono ricchi giornalisti o accademici che occupano salotti elitari dove si forgia il conformismo ideologico. Questi meschini e arroganti dittatori” aggiunge Camille “non hanno il minimo rispetto per le visioni opposte alle loro. Il loro sentimentalismo li ha portati a credere che devono controllare e limitare la libertà di parola in democrazia per proteggere paternalisticamente la classe delle vittime permanenti di razzismo, sessismo, omofobia eccetera”.

La pensatrice americana offre poi un altro spunto di riflessione:

“siamo in periodo simile a quello del tardo impero romano, quando una élite sofisticata, secolare e con uno stile di vita sessualmente libero, pensava che il suo mondo fosse eterno. Il suo vuoto spirituale era la sua condanna”.

Allora irruppe un avvenimento, la novità del cristianesimo e la Paglia ne avverte tutta la grandezza, perché da lì iniziò una nuova storia dell’umanità. Che oggi si è interrotta.

“L’Occidente ha perso la strada, che cos’ha da offrire oggi?” afferma Camille “non possiamo capire cosa sta succedendo senza tornare alle nostre radici culturali e ricostruire un senso di rispetto per la religione”.

Un’ultima invettiva:

“odio profondamente le becere derisioni alla religione che sono un luogo comune dell’intellighentia occidentale secolarizzata (…). Niente dimostra l’isolamento della sinistra dalla gente quanto la derisione della religione, che per la maggior parte degli uomini rimane una caratteristica vitale per la loro identità”.

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 8 febbraio 2014

Sunday 08 February 2015

TUTTO E’ LIQUIDO (SOCIETA’, POLITICA, CHIESA BERGOGLIANA, IDENTITA’ SESSUALE, POPOLI…). COSI’ TUTTO E’ LIQUIDATO. RESTA SOLO LA TECNOCRAZIA PADRONA DELLA LIQUIDITA’ E LA SUA TIRANNIA POLITICALLY CORRECT

Parafrasando “la società liquida” di Zygmunt Bauman, possiamo ben dire che abbiamo ormai la politica allo stato liquido.

Il banale e prevedibilissimo “scioglimento” nel Pd di quel salotto dei “sobri” che fu Scelta civica (fin dall’inizio ribattezzato “Sciolta civica” dall’irriverente cantore del nostro tempo, Roberto d’Agostino) è solo l’ultima delle liquefazioni.

Il liquido per sua natura è inafferrabile, indefinibile, assume tutte le forme a seconda del contenitore, filtra da tutte le fessure, non ha una sua fisionomia, è l’indistinto, appare inconsistente, ma sa riempire tutto.

Le spericolate metamorfosi che si consumano a Palazzo proseguiranno in futuro con nuove trasmigrazioni.

All’insegna non del “Va’ pensiero – ché pensiero se ne trova poco – semmai del “Va’ dove ti porta il quorum”.

E i giornali dovranno annotare con cura avvenimenti così memorabili.

Come si fa – ad esempio – a non annunciare l’epocale evento della nascita del partito di Corrado Passera?

Tutta l’umanità stava in trepida attesa. E sta col fiato sospeso anche di fronte al profondo travaglio ideologico dei Cinque stelle e dei transfughi del grillismo.

In futuro ci toccherà riflettere su sempre “nuovi responsabili” che andranno a supportare il governo per capire se occorra parlare di Zeitgeist o se va evocata la riflessione di Bobbio sull’etica della responsabilità e l’etica della convinzione o – più semplicemente – se fa scuola il modello Razzi-Scilipoti.

E come non registrare i sommovimenti della sinistra dalle mille sigle, l’una contro l’altra armata, ma tutte abbagliate da Tsipras?

Si dovrà ricorrere pure alla fisica quantistica per capire la maionese impazzita del centrodestra ormai “coriandolizzato” e introvabile.

Finché esploderanno di nuovo le guerre puniche fra le correnti del Pd.

Nel frattempo va tramandata negli annali della repubblica, dopo il caso Mattarella, la sparizione – nell’indifferenza generale – dei (post) comunisti italiani da tutti gli alti scranni, con l’ex “lìder Massimo” D’Alema che paragona il decisionismo fanfaniano di Renzi a quello Stalin (nientemeno) che faceva cancellare dalle foto i dirigenti caduti in disgrazia.

Si dovrebbe raccontare pure questo imprevisto e strano ritorno dal regno dei morti della Balena bianca assurta a nuovo splendore di Palazzo, un’élite senza popolo, ma con tutte le poltrone più pesanti.

Nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma, si ricicla, si camuffa, s’inabissa e poi riemerge sotto altre spoglie.

La politica italiana sembra un blob magmatico in continua trasformazione che ogni cosa inghiotte e riplasma.

Come la materia cieca cantata – non a caso – dai “Sepolcri” foscoliani, dove si ritrova tutto fuorché la speranza che

“ultima Dea, fugge i sepolcri: e involve

tutte cose l’obblío nella sua notte;

e una forza operosa le affatica

di moto in moto; e l’uomo e le sue tombe

e l’estreme sembianze e le reliquie

della terra e del ciel traveste il tempo”.

E’ la fine di qualsiasi barlume di appartenenza, di ogni storia e identità, di ogni certezza culturale e ideale. E pure religiosa.

Infatti questo fenomeno non si verifica solo nella politica.

Perfino la Chiesa – che ha dato i nomi alle cose, cioè identità ai diversi popoli della civiltà occidentale – è diventata liquida col pontificato Bergoglio.

Una sorta di trans-cristianesimo fatto di preghiera alla moschea (con vista sulla Mecca), visita al tempio buddista, abbraccio al pastore pentecostale e accoglienza in basilica alla vescova anglicana, elogio dell’interreligiosità e pure legittimazione oggettiva delle nuove unioni.

A cui si aggiunge la demonizzazione, da parte dell’establishment bergogliano, dei cattolici che intendono restare tali definiti spregiativamente “cattolici identitari”, laddove l’identità diventa una colpa, sospetta di fondamentalismo o pure peggio.

Non è questa “deregulation” delle identità la grande meta utopica del multiculturalismo e perfino nell’affettività?

E’ l’abbattimento di tutte le frontiere, sia nella libera circolazione dei capitali finanziari che nei rapporti umani e nelle identità dei popoli.

Infatti l’élite d’Occidente – sorda alle grida strazianti dei cristiani perseguitati in gran parte del pianeta – preferisce prodigare mezzi, propaganda e impegno nell’abbattimento delle “predefinite” identità sessuali, fino alla scelta di genere come ultima forma di liberazione dell’umanità.

Un segno dei tempi sta in questa sequenza di titoli di giornali del 27 gennaio, metafora della rivoluzione planetaria in corso perché il Vaticano stesso ha permesso all’evento di assumere un significato simbolico: “Un trans con la fidanzata in udienza dal papa” (Corriere della sera); “Un transessuale in Vaticano, l’ultimo strappo di Francesco” (La Repubblica); “Francesco abbatte un altro tabù. Incontro con un trans” (La Stampa).

Dove l’aspetto più importante è la presenza della fidanzata, cioè l’udienza alla coppia, che suona come sdoganamento oggettivo delle “nuove unioni”.

Liquidità della dottrina, delle istituzioni, dei costumi, delle identità. E’ tale “liquidità” il segno dei più drammatici passaggi d’epoca.

E il sesso e la politica sono i sismografi di questi terremoti epocali.

“L’identità è allo stato fluido” scrive Camille Paglia in “Sexual Personae” a proposito delle “Metamorfosi” di Ovidio: “il suo punto di osservazione è quello di chi si trova sul discrimine fra due epoche”.

Sennonché nella modernità il sesso è diventato più di un sismografo simbolico. E’ ancora Bauman a segnalare “l’impiego dell’erotismo nella costruzione postmoderna dell’identità”, che poi è la non-identità, l’abolizione di tutte le identità.

Ciò che resta di solido in questo mare liquidissimo sono le tecnocrazie che gestiscono le altre liquidità, in senso monetario, e hanno declassato le politiche statuali e nazionali a teatrino di maschere e ombre senza poteri.

L’ideologia di riferimento di questo nuovo ordine è quella “dittatura del relativismo” (Ratzinger) che s’impone con i dogmi del “politically correct” di cui la Sinistra è diventata sacerdotessa.

Camille Paglia, pensatrice americana di sinistra (femminista e atea), ma anticonformista, in una recente intervista al Foglio ha dichiarato:

la sinistra è diventata una frode borghese, completamente separata dal popolo che dice di rappresentare. Tutti i maggiori esponenti della sinistra americana oggi sono ricchi giornalisti o accademici che occupano salotti elitari dove si forgia il conformismo ideologico. Questi meschini e arroganti dittatori” aggiunge Camille “non hanno il minimo rispetto per le visioni opposte alle loro. Il loro sentimentalismo li ha portati a credere che devono controllare e limitare la libertà di parola in democrazia per proteggere paternalisticamente la classe delle vittime permanenti di razzismo, sessismo, omofobia eccetera”.

La pensatrice americana offre poi un altro spunto di riflessione:

“siamo in periodo simile a quello del tardo impero romano, quando una élite sofisticata, secolare e con uno stile di vita sessualmente libero, pensava che il suo mondo fosse eterno. Il suo vuoto spirituale era la sua condanna”.

Allora irruppe un avvenimento, la novità del cristianesimo e la Paglia ne avverte tutta la grandezza, perché da lì iniziò una nuova storia dell’umanità. Che oggi si è interrotta.

“L’Occidente ha perso la strada, che cos’ha da offrire oggi?” afferma Camille “non possiamo capire cosa sta succedendo senza tornare alle nostre radici culturali e ricostruire un senso di rispetto per la religione”.

Un’ultima invettiva:

“odio profondamente le becere derisioni alla religione che sono un luogo comune dell’intellighentia occidentale secolarizzata (…). Niente dimostra l’isolamento della sinistra dalla gente quanto la derisione della religione, che per la maggior parte degli uomini rimane una caratteristica vitale per la loro identità”.

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 8 febbraio 2014

FACEBOOK: “Antonio Socci pagina ufficiale”

 

 

Friday 06 February 2015

BAMBINI CROCIFISSI E SEPOLTI VIVI: NULLA DA DIRE ?

STAMANI AVEVO CHIESTO PERCHÈ PAPA BERGOGLIO DIMENTICA SEMPRE I MARTIRI CRISTIANI PURE QUANDO SONO BAMBINI E PERFINO IERI DI FRONTE AL TERRIFICANTE RAPPORTO DELL’ONU SUI BAMBINI CRISTIANI E YAZIDI CROCIFISSI, SEPOLTI VIVI, VIOLENTATI, FATTI SCHIAVI DALL’ISIS IN IRAQ…

Leggi l’articolo

POI HO SAPUTO CHE FINALMENTE NELL’OMELIA A SANTA MARTA OGGI HA PRONUNCIATO PAROLE DI DOLORE PER QUESTI NOSTRI FRATELLI. BENE.
LO RINGRAZIAMO PER QUESTO.
RESTA UN NOSTRO DOLORE E UNA NOSTRA PERPLESSITA’ PER IL FATTO CHE TUTTAVIA, ANCHE STAMANI, NON PRENDE INIZIATIVE (NEMMENO INIZIATIVE DI PREGHIERA RIVOLTE ALLA CHIESA INTERA PER I PERSEGUITATI).
NON DICE NEMMENO DI PREGARE PER LORO (DEL RESTO SI È BEN GUARDATO DAL DARE LA PORPORA AL LORO VESCOVO IN SEGNO DI VICINANZA DELLA CHIESA TUTTA)
INOLTRE MAI DICE CHI SONO I CARNEFICI.
E SOPRATTUTTO NON CHIEDE ALLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE QUELL’ “INGERENZA UMANITARIA” CHE – COME INSEGNO’ PAPA WOJTYLA – E’ DOVEROSA PER SCONGIURARE UILTERIORI MASSACRI DI INNOCENTI.

P.S. Detto questo la preghiera e l’adorazione in Moschea, rivolto alla Mecca, ci potevano anche essere risparmiati, soprattutto in questi mesi di massacri di cristiani e di persecuzioni atroci da parte di musulmani…. Pensiamo come possono essersi sentiti quei poveri cristiani torturati e vessati a vedere che il capo della Chiesa ha fatto questo gesto mentre loro rischiano tutto e soffrono di tutto per non convertirsi all’Islam

Thursday 05 February 2015

Tra un sinodo e l'altro, la battaglia continua

I più attivi sono i cardinali, i vescovi, i teologi che vogliono innovare la dottrina e la prassi della Chiesa su matrimonio e omosessualità. Ma nel primo lotto degli eletti al prossimo sinodo i difensori della tradizione sono molto più numerosi

Monday 02 February 2015

Ecumenismo a porte chiuse

Mentre Benedetto XVI facilitava l'ingresso nella Chiesa cattolica degli anglicani in disaccordo con la svolta "liberal" della loro Chiesa, Francesco no, preferisce che restino dove sono. Le rivelazioni di due anglicani amici del papa

Friday 30 January 2015

Se si arriva a dire che il preservativo è più grave dell’aborto

Cari amici, mi scuso se per una volta intervengo su questi temi facendo esplicito riferimento a certe quotidiane polemiche. Ma soprattutto chiedo preventivamente venia al Prof. Antonio Livi, noto teologo, che da pulpiti telematici (ad esempio qui) aveva invitato me in particolare – e i giornalisti in generale – a non occuparsi di teologia e a non scrivere articoli su tali argomenti. Una lezione di Giornalismo Teologico o di Teologia Giornalistica che non dimenticherò. Ma oggi – davvero – non sono riuscito trattenermi dallo scrivere. Proprio per non invadere impropriamente il campo dei Maestri in Teologia, né quello che peraltro indegnamente pratico purtroppo per voi da qualche anno, quello del giornalismo, preferisco rimanere, come vedrete fra un attimo, a un livello più basso. Molto più basso. Ieri, quando ho letto l’ultimo articolo nel noto blog antibergogliano di Sandro Magister, dedito alla quotidiana critica di qualunque cosa Papa Francesco faccia o dica, non mi sono potuto trattenere. Vi invito alla previa lettura, perché ho trovato il titolo – se mi è permesso – un tantino fuorviante. Il contenuto è presto detto: un gesuita con una buona conoscenza delle Filippine, padre Pierre de Charentenay, cooptato di recente fra gli scrittori di Civiltà Cattolica, ha scritto un libro sulle Filippine (non un articolo sulla rivista dei Gesuiti), nel quale sono contenute alcune discutibilissime righe di critica nei confronti dei vescovi di quel paese e delle loro prese di posizione rispetto alle politiche del controllo delle nascite. Tutto questo diventa l’occasione per criticare Papa Francesco. Siccome non è di questo che voglio parlare, lascio agli interessati la lettura e ogni considerazione in merito.

Ciò che invece mi ha colpito, nell’articolo pubblicato ieri sul blog antibergogliano, è stato il contributo di un altro gesuita, lo statunitense padre Joseph Fessio, il quale, per confutare le poche righe del confratello francese rilanciate da Magister, ha scritto un altrettanto breve ma teologicamente denso contributo che vale davvero la pena leggere. Muovendomi in un campo più consono alla mia scarsa preparazione teologica, mi permetterò di fare una citazione cinematografica sicuramente non alta né colta, ma a parer mio alquanto efficace: il ragionier Ugo Fantozzi. Ecco, la mia reazione di fronte alla lettura dell’argomentazione teologica contenuta nell’articolo di Magister-Fessio è stata la stessa liberatoria battuta che l’indimenticabile Fantozzi pronuncia, acclamato dai colleghi, dopo essere rimasto per ore davanti allo scorrere de «La corazzata Potëmkin», film sovietico del grande e irreprensibile Sergej Michajlovič Ėjzenštejn.

A farmi sobbalzare sulla sedia suggerendomi la colorita espressione fantozziana sono state le affermazioni di padre Fessio secondo le quali la contraccezione è uguale o persino più grave dell’aborto. Perché abortendo è vero, si uccide un essere umano non nato, un bambino che si sta formando nel seno materno, un essere unico, fin dall’inizio totalmente altro dalla madre, etc. Ma con la contraccezione si fa in modo che non esista mai un figlio che Dio voleva venisse al mondo. Lascio a padre Fessio la parola, per non travisare il suo pensiero: «Qual è allora il male più grave? Prevenire il concepimento – e l’esistenza – di un essere umano con un’anima immortale, voluto da Dio e destinato alla felicità eterna? O abortire un bambino nel grembo materno? Quest’ultimo è certamente un male grave, “Gaudium et spes” lo definisce un “crimine abominevole”. Ma comunque esiste un bambino che vivrà eternamente. Mentre nella prima circostanza non esisterà mai un figlio che Dio intendeva venisse al mondo».

Con tutto il rispetto dovuto alle opinioni teologiche di Fessio e di Magister, dire che la contraccezione è più grave dell’aborto, o anche soltanto metterle sullo stesso identico piano, a me provoca la reazione espressa dall’indimenticabile Fantozzi di fronte al cinematografico mattone.

Magister ha giustamente presentato padre Fessio come «membro di spicco» del «Ratzinger Schülerkreis», il circolo dei discepoli di Ratzinger. Varrà forse la pena ricordare, a mo’ di chiusura, ciò che Benedetto XVI disse nell’intervista con Peter Seewald «Luce del mondo» a proposito dell’Humanae vitae e anche a proposito del preservativo, «giustificandone l’uso in casi particolari» (cito qui, per non sbagliare, le parole scritte allora dallo stesso Magister, che all’epoca appariva piuttosto favorevole).

Ecco, che per attaccare in modo un po’ contorto Papa Francesco – non sempre è facile trovare argomenti quotidiani – si espongano queste tesi, mettendo sullo stesso piano contraccezione e aborto, e presentando persino la seconda come più grave del primo, dice davvero molto. In particolare dice di come certa teologia, al di qua come al di là dell’Oceano, rischi talvolta di risultare – con rispetto e con la dovuta riverenza parlando – un tantino fantozziana.

Wednesday 28 January 2015

La missione alle genti è in Asia

Nei suoi primi viaggi “missionari”, Papa Francesco ha visitato le Chiese della Corea del Sud, Sri Lanka e Filippine. Una scelta significativa, che deve far riflettere tutti i credenti in Cristo: il Papa vuole orientare la Chiesa universale verso l’ultima “frontiera” della missione alle genti, il continente asiatico, dove vivono il 62% di tutti gli uomini e l’85% dei non cristiani. Su 4 miliardi e 262 milioni di asiatici, i cattolici sono circa 170 milioni, metà dei quali nelle Filippine, l’unico paese a maggioranza cattolica (oltre al piccolo stato di Timor est, ex colonia portoghese). Con le Chiese orientali e protestanti, i cristiani asiatici sono meno di 300 milioni. A duemila anni da Cristo, più di metà del genere umano non ha ancora ricevuto la “buona notizia” che gli angeli davano ai pastori nella notte di Betlemme: “Oggi è nato per voi il Salvatore, il Messia, il Signore, che sarà di grande gioia per tutto il popolo”. Per la Giornata missionaria mondiale 2014 Francesco ha lanciato questo messaggio: “Oggi c’è ancora moltissima gente che non conosce Gesù Cristo. Rimane perciò di grande urgenza la missione ad gentes, a cui tutti i membri della Chiesa sono chiamati a partecipare, in quanto la Chiesa è per sua natura missionaria”.

Nel primo millennio dopo Cristo, il Vangelo ha raggiunto i popoli d’Europa (la Russia nel 900); nel secondo millennio, le Americhe, l’Africa e l’Oceania (il miliardo di africani sono per metà cristiani); nel terzo millennio la Chiesa deve annunziare Cristo nel continente asiatico. In Italia abbiamo un po’ tutti una visione miope del mondo, l’Asia interessa per l’economia, la politica e il turismo, poco o nulla per le religioni. Inutile lamentarsi: stampa e televisione sono lo specchio di un paese e di un popolo. All’inizio del terzo millennio, Giovanni Paolo II diceva: “Il cristiano deve avere la mente e il cuore grandi come il mondo”. La missione alle genti è ancora e sempre di grande attualità, fin che il Salvatore non abbia raggiunto le estreme periferie dell’umanità, dato che tutti i popoli e tutte le culture hanno bisogno di Cristo, della pace c della gioia di Cristo. La Evangelii Gaudium incomincia con queste parole (n. 1): “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita di coloro che si incontrano con Cristo, coloro che si lasciano salvare da Lui e sono liberati dal peccato, dalla tristezza del vuoto interiore. In questa Esortazione desidero indirizzarmi ai fedeli cristiani, per invitarli a una nuova tappa evangelizzatrice marcata da questa gioia e indicare vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni”. Francesco ci provoca rendendoci protagonisti del suo piano di annunziare e testimoniare Cristo a tutti gli uomini.

La “missio ad gentes” è profondamente cambiata e più ancora cambierà entrando in contatto diretto con le grandi religioni e culture asiatiche, con riflessi positivi su tutta la Chiesa. Il retaggio negativo del periodo coloniale è che in buona parte dell’Asia i cristiani sono ancora considerati minoranze straniere. In India è comune il detto “Il vero indiano è solo l’hindu”, in Thailandia il vero thailandese è solo il buddista (i convertiti dal buddismo al cristianesimo quasi non esistono). Un prete birmano ha scritto su Asianews: “Sebbene la Chiesa cattolica birmana abbia da poco celebrato i 500 anni di presenza in Myanmar,.. la vita di un cristiano in Myanmar è paragonabile a quella di uno straniero nella propria terra…..I pregiudizi contro i cristiani, si riferiscono al “mantra” dell’identità nazionale, secondo cui “Essere birmano è essere buddista”. Allora, noi cristiani chi siamo? Siamo dunque stranieri nella nostra stessa patria, a volte siamo visti come traditori”.

E’ solo una delle difficoltà che la missione alle genti incontra oggi in Asia. Questa la grande sfida al cristianesimo, la prima, vera grande sfida alla nostra visione del mondo, della storia, della fede, della Chiesa e della missione. L’ateismo e il materialismo dell’Occidente sono fenomeni post-cristiani, cioè di rifiuto del Cristo, ma anche di derivazione cristiana, perchè affondano le loro radici nella Bibba e nel Vangelo: “La civiltà dell’Occidente cadrebbe nel nulla, se si togliesse la Bibbia”, afferma il filosofo Karl Jaspers. L’Asia sta entrando nel mondo moderno (esempio classico il Giappone) assumendo i “valori evangelici” (pace, bontà, fraternità, giustizia, libertà, democrazia) ma staccandoli totalmente dalla persona di Cristo e dalla fede nel Dio unico e vero. Il cristianesimo è ridotto ad un codice morale, ad una somma di valori etici e umanizzanti, che già si trovano almeno in parte nel buddhismo, nel confucianesimo, nell’induismo e nell’islam. Ecco la sfida dell’Asia: che senso ha oggi la missione alle genti nel continente asiatico e per il futuro dell’umanità, che si gioca soprattutto in Asia?

Quando si dice che “la missione alle genti è finita, spetta alle giovani Chiese annunziare Cristo ai loro popoli”; oppure: “I missionari, gli istituti missionari non hanno più senso”, si manifesta solo una visione miope della Chiesa. Nella Redemptoris Missio si legge (n. 30): “La missione alle genti è solo agli inizi”, proprio perchè la maggioranza dei quattro e più miliardi di asiatici ancora non conoscono la “buona notizia” che Cristo,il Figlio di Dio, è unico Salvatore dell’uomo. E questo non è un problema delle giovani Chiese, ma di tutti i credenti in Cristo, di tutte le istituzioni della Chiesa cattolica, che è vista come un religione dell’Occidente. Il primo annunzio di Cristo in Asia è compito primario delle giovani Chiese asiatiche e già sono nati istituti missionari dipendenti dalle Conferenze episcopali in India (tre), Corea del Sud, Filippine, Thailandia, Myanmar; ma tutto l’Occidente cristiano deve prendere coscienza che il “dialogo della vita” con l’Oriente comprende anche l’aspetto religioso, caritativo, culturale, educativo.

In una Nota pastorale della Cei del gennaio 1987 (“Gli istituti missionari nel dinamismo della Chiesa italiana”) si legge: “La presenza degli istituti missionari, di stampa e animazione missionaria all’interno della comunità cristiane è finalizzata ad alimentare quella coscienza missionaria che sollecita ogni cristiano e la stessa comunità a sentirsi responsabili dell’annunzio evangelico a tutti gli uomini”.

Nell’Assemblea generale del 1972, il Pime riaffermava la sua “scelta preferenziale per l’Asia”, da cui nascevano l’”Istituto studi asiatici” (collegato con l’Università cattolica di Milano), l’incontro e il dialogo fra monaci cristiani, indù e buddisti; nel 1985 il “Silsilah” nelle Filippine, adottato dalla Conferenza episcopale per il dialogo con l‘islam; e la scuola superiore di formazione pastorale missionaria “Euntes”, per i sacerdoti diocesani, le suore e i catechisti asiatici (da una dozzina di paesi).

Dagli anni novanta, in Myanmar il Pime ha insegnato teologia nel seminario maggiore a Yangon e proposto l’inizio di un anno di formazione spirituale e missionaria prima della teologia, per tutti i seminaristi diocesani a Taunggyi, contribuendo durante l‘anno con propri insegnanti provenienti dalle varie missioni asiatiche.

Dal 1995, in Cina tre padri del Pime si sono inseriti nel “Huiling”, una rete di case riconosciute dal governo che accolgono i disabili, iniziata nel 1985 da Meng Weina (oggi cattolica convinta col nome di Teresa), introducendo metodi nuovi e l’avviamento al lavoro insegnando l’uso del computer. E finalmente, nel 1986  l’agenzia Asia News su carta e in internet dal 2003, che ha acquistato una risonanza mondiale. Anche queste iniziative sono “missione alle genti in  Asia”.

 

Wednesday 21 January 2015

La realtà e i conigli

Dedicato a tutti coloro che fingono di non vedere che cosa è accaduto la scorsa settimana nello Sri Lanka e nelle Filippine, a coloro che non si curano della realtà, degli incontri commoventi, delle parole di Francesco a Tacoblan, all’incontro con le famiglie, all’incontro con i giovani. O del messaggio forte e coraggioso contro la “colonizzazione ideologica” con la quale si cercano di imporre ai popoli, in cambio di aiuti finanziari, visioni e teorie che non appartengono alla loro identità.

Dedicato a tutti coloro che per sostenere quella che ormai è diventata la loro tesi preconcetta – se guardassero alla realtà di ciò che è avvenuto durante il viaggio, dovrebbero ricredersi – censurano regolarmente le parole del Papa. Le ignorano quando non rientrano nel loro schema, facendo esattamente ciò che per decenni hanno imputato a certi giornali di fare con i predecessori di Francesco.

Dedicato a tutti coloro che si attaccano alla battuta sui conigli facendo finta di non capire il messaggio del Papa.

Queste sono le parole di Giovanni Paolo II una delle diverse volte in cui ha espresso lo stesso concetto, all’Angelus del 17 luglio 1994, l’Anno della Famiglia. “Il pensiero cattolico è sovente equivocato come se la Chiesa sostenesse un’ideologia della fecondità ad oltranza, spingendo i coniugi a procreare senza alcun discernimento e alcuna progettualità. Ma basta un’attenta lettura dei pronunciamenti del Magistero per constatare che non è così”.

E intanto, questa mattina, ricordando i giorni del viaggio di fronte ai pellegrini all’udienza del mercoledì, Francesco ha detto: “Dà consolazione e speranza vedere tante famiglie numerose che accolgono i figli come un vero dono di Dio“. Ha aggiunto che “è semplicistico dire che famiglie con molti figli e nascita di tanti bambini sono cause della povertà”, e ha ribadito che “la causa principale della povertà è un sistema economico che ha tolto la persona dal centro e vi ha posto il dio denaro”.

Thursday 15 January 2015

Ermanno Battisti missionario in Guinea Bissau

Il 3 gennaio è morto a Roma padre Ermanno Battisti, missionari del Pime che in 33 anni di Guinea Bissau si è distinto per le sue realizzazioni e per la saggezza umana e cristiana con cui le dirigeva. Ha fatto appena  a tempo a stampare la sua autobiografia (“Un elefantino miracoloso”, Mimep, 2014, con circa 500 foto in 300 pagine!), che è volato al Cielo, dove migliaia di bambini e di giovani africani l’aspettavano,  in compagnia dei loro genitori e di tanti altri. La sua improvvisa scomparsa ha suscitato un’ondata di messaggi di condoglianze sul suo Sito e su Facebook, con molti ricordi che rimangono indimenticabili in chi l’ha conosciuto. E’ stato un autentico missionario che annunziava Cristo con la vita e la parola, anche portando in silenzio e umiltà, con dignità e pazienza, le molte e pesanti croci che hanno manifestato la sua partecipazione alla Passione del suo amato Gesù.

Ermanno Battisti è nato nel 1937 in Alto Adige a Predoi (provincia di  Bolzano),  l’ultimo comune della Valle Aurina e il più a Nord d’Italia, ai piedi della “Vetta d’Italia”, che segna il confine con l’Austria.  Ricorda: “La mia famiglia era povera, avevamo solo un orticello e alcune galline. Durante la guerra, alle volte noi bambini tornavamo a casa pieni di fame, ma non c’era pane, lo stipendio dei genitori non bastava. Allora, mamma Clara ci mandava nel vicino cimitero a pregare per i defunti perché ci aiutassero, cosa che facevamo volentieri, prima di riprendere le nostre scorribande nel paese e, guarda caso, qualche buona contadina ci dava un pezzo di pane di segale fatto in casa”. La povertà, vissuta nella fede autentica della famiglia, ha educato i fratelli Battisti e orientato la vita di Ermanno verso le “periferie dell’umanità”.

Tale infatti è la Guinea Bissau (il Pime è presente dal 1946), uno degli ultimi paesi africani in tutti i sensi (nelle classifiche dell’Onu!), dove padre Ermanno, sacerdote nel 1962 e redattore di “Italia  Missionaria” fino al 1968, è stato missionario dal 1969 al 2010, quando, malandato in salute, è tornato in Italia come direttore-redattore di “Infor- Pime”, il bollettino interno di relazioni, interviste, proposte e dibattiti dei missionari (la rivista ufficiale della direzione generale è “Il Vincolo”).

In “Un elefantino miracoloso”, padre Ermanno racconta la sua missione in Guinea Bissau, interessante perché introduce, raccontando fatti, nella comprensione profonda e amorevole della vita, cultura e mentalità di un popolo africano; e perché fa conoscere le meraviglie sorprendenti che lo Spirito Santo compie là dove nasce la Chiesa: il protagonista della “missione alle genti” è proprio lo Spirito Santo! Il missionario, anche quando realizza numerose e grandi opere (come Battisti), è solo un piccolo e debole strumento di una forza soprannaturale, che lo sorpassa infinitamente. Per cui padre Ermanno ringrazia lo Spirito Santo per tutto quello che è riuscito a fare, anche in campo pastorale.

L’elefantino è una statuetta in legno palissandro. che padre Ermanno (aveva imparato a lavorare il legno da bambino), scolpì all’inizio della sua missione in Africa, quando ancora imparava il criolo, la lingua nazionale col portoghese. A Bissau era incaricato di seguire i ragazzi e i giovani delle scuole cattoliche e vedeva che, finite le elementari e alcuni anche le medie, non trovavano lavoro. Metre studiava l’arte e l’artigianato locali e, con naturale senso artistico, si convinceva che nell’arte tradizionale sta il tesoro nascosto da mettere in luce per produrre lavoro e ricchezza. Raduna i suoi giovani, prende un tronchetto di palissandro e con uno scalpello e un martello scolpisce in pochi giorni un elefantino non ancora lavorato, ma sufficiente per entusiasmare i suoi alunni. Li sfida a fare meglio e scrive: “Ho scoperto che i miei giovani avevano abilità manuale e immaginazione mai immaginate. Mi hanno scolpito elefantini e altre statuette più belli dei miei e abbiamo incominciato a venderli con un banchetto per la strada. Con loro somma felicità, hanno incominciato a guadagnare qualcosa col loro lavoro! Appena si è diffusa la voce di questa nuova attività lavorativa, venivano da tutte le parti con un loro piccolo dono (una gallina, uova, banane, zucche) per diventare miei alunni”.

Così è nato il “Centro artistico nazionale” che prepara scultori, pittori, artigiani che col legno, la paglia, le foglie di palma e altro materiale locale, l’hanno affermato come un’opera di valore nazionale, premiata e visitata dai politici, che  acquistano una  parte dei suoi prodotti da offrire come dono ai personaggi stranieri in visita alla Guinea Bissau.

Il primo “elefantino miracoloso” di padre Ermanno è rimasto anche loggi sulla sua scrivania a Roma, perché da quel piccolo e insignificante oggetto sono nate in seguito, con l’aiuto generoso di molti amici e benefattori italiani, le molte opere del missionario alto atesino: le borse di studio per mandare giovani nelle Università portoghesi o italiane, la parrocchia di Cristo Redentore a Bissau, con tutte le strutture esterne ed interne (porte, finestre, banchi, altare, sedie, candelieri, Crocifissi, Via Crucis, battistero, ecc.) scolpite in legno secondo l’arte locale delle varie etnie guineane; l’”Hospital pediatrico S. José em Bòr”, unico in Guinea (con 60 letti); la “Casa di accoglienza Bambaran” per bambini abbandonati e studenti; la chiesa parrocchiale e le strutture della nuova parrocchia di Bòr, quartiere periferico di Bissau; la scuola di Bòr,  “Ermondade” (fraternità) che arriva fino al Liceo; e altre opere minori.

Nel dicembre 2005 ho potuto visitare le molteplici imprese di padre Ermanno e ho chiesto all’amico missionario come ha fatto a trovare così tanti aiuti. Dice che ha sempre avuto una fiducia totale nella Provvidenza di Dio, com’è nella tradizione dei missionari in paesi poverissimo come la Guinea Bissau. In “Un elefantino miracoloso”  padre Battisti ricorda: “Quando negli anni 2000-2004 ero al Centro missionario Pime di Milano, incaricato dei progetti dei nostri missionari, un mattino mi telefonano dalle televisioni di Mediaset che il programma “La fabbrica del sorriso” ha a disposizione 220.000 Euro per l’ospedale pediatrico di Bòr. Ne ho ringraziato il Signore. Non faccio a tempo a riprendere il mio lavoro, che mi arriva padre Vincenzo, un confratello missionario nel Brasile dei poveri che mi dice: “Vorrei fare nella mia missione un’opera per i bambini ammalati e avrei bisogno di circa 220.000 Euro”. Ho pensato: ecco una prova per la mia fiducia nella Provvidenza  e ho detto a padre Vincenzo: “Questa somma l’ho appena ricevuta per i bambini africani, è venuta dal Cielo e la dò a te per i bambini brasiliani. Sono sicuro che il Signore provvederà anche al mio ospedale per i bambini a Bissau”.

“Vincenzo mi ringrazia e tutto contento esce dal mio studio. Da non credere, ma è la pura verità. Nel pomeriggio, suona il telefono e un signore sconosciuto mi dice che per l’ospedale dei bambini in Guinea Bissau può dare 220.000 Euro, esattamente la cifra che avevo dato a padre Vincenzo poco prima. Potrebbe sembrare una coincidenza ma, francamente, alla luce di tante altre cose successe, lo ritengo davvero un miracolo”.

Wednesday 14 January 2015

L’Asia e il futuro della Chiesa

Cari amici, scrivo da Colombo, in Sri Lanka. Si è da poco conclusa la messa per la canonizzazione di José Vaz, il primo santo dello Sri Lanka (originario di Goa, ma vissuto in quella che allora era l’isola di Ceylon per quasi un quarto di secolo). Vedendo più da vicino la realtà di questi paesi, in un continente dove i cattolici sono meno del tre per cento, ma dove vivono più dei due terzi della popolazione, si comprende perché il futuro della Chiesa passi per qui. Nonostante i cattolici siano una piccola minoranza – con l’eccezione delle Filippine, dove ci sposteremo domani – in Asia sono stati celebrati l’anno scorso più battesimi che in Europa. Mi ha colpito stamani la bellezza della liturgia e la partecipazione composta, la stessa che avevo visto in Corea nell’agosto 2014.

Ma è nel rapporto con le altre religioni che si gioca molto del futuro dell’evangelizzazione. Papa Francesco, ieri, all’incontro con i rappresentanti di buddismo, induismo e islam – qui i musulmani sono una minoranza, come i cristiani – ha parlato del dialogo nella verità, chiedendo una “presentazione piena e schietta delle nostre rispettive convinzioni. Certamente tale dialogo farà risaltare quanto siano diverse le nostre credenze, tradizioni e pratiche. E tuttavia, se siamo onesti nel presentare le nostre convinzioni, saremo in grado di vedere più chiaramente quanto abbiamo in comune”. Francesco ha incicato ancora una volta come terreno di lavoro comune l’impegno per chi soffre. Il nuovo santo José Vaz è stato certamente un esempio in questo senso.

Monday 05 January 2015

“In Cina e Corea ho visto Cristo vivo”

Un amico di Brescia che non conoscevo mi scrive questa lettera da Barcellona, che è il miglior augurio, per tutti noi e per la Chiesa, di una nuova nascita in Cristo nel 2015. Piero Gheddo.

Carissimo padre Piero Gheddo, è con gioia che Le scrivo questa lettera! Innanzi tutto mi presento. Mi chiamo Giovanni Maria (figlio di una famiglia con otto figli, quattro maschi e quattro femmine), ho 24 anni e ho appena terminato gli studi economici presso l’università Bocconi. Lavoro come ricercatore presso la IESE Business School di Barcellona focalizzandomi sull’Africa. Un lavoro appassionante tra la Spagna, il Kenya e la Nigeria, per cercare di comprendere in profondità le potenzialità di quello che fino a qualche anno fa veniva chiamato “the hopeless continent” (“il continente senza speranza”) e ora invece si dice che è “the new growth engine of the world” (il nuovo motore di crescita per l’umanità”).

Era il 2011 e mi trovavo tra i mille colori e le mille luci di Sinchon nel cuore di Seoul in Corea del Sud. Affascinato da quello che vedevo attorno a me, ma ancor più dall’incredibile storia di padre Augusto Gianola, l’eremita del Pime nell’Amazzonia brasiliana, che Lei stava raccontando su Radio Maria. E fu proprio attraverso le sue catechesi, scaricate dal sito di Radio Maria, che venni a conoscenza della trasmissione mensile “La missione continua”, sulla missione alle genti, nella quale lei racconta la vita e lo spirito dei missionari. Da allora non l’ho più abbandonata. Le storie dalla Birmania di Felice Tantardini, il santo col martello, e del grande Clemente Vismara, le avventure di Angelo Campagnoli tra la Birmania e la Thailandia, quelle di Aristide Pirovano e Marcello Candia in Amazzonia, del vescovo  mons. Cesare Bonivento in Papua Nuova Guinea, di padre Maurizio Bezzi fra i ragazzi di strada a Yaoundè in Camerun e via dicendo.

Racconti che mi hanno accompagnato per le strade del mondo. Dopo cinque indimenticabili mesi in scambio universitario presso la Yonsei University di Seoul mi sono recato in Cina per un anno di studio presso la Fudan University di Shanghai. E ancora le Sue catechesi mi hanno accompagnato tra le foreste del Kenya dove mi trovavo per alcuni mesi di lavoro come ricercatore presso la Strathmore Business School di Nairobi.

Grazie padre Piero! Come Lei ha sperimentato, anche io sono rimasto senza parole di fronte alla vitalità, alla gioia, all’entusiasmo di queste giovani Chiese. Sono rimasto affascinato di fronte a quella fede semplice e giovane, che va all’essenziale del messaggio cristiano, cioè a Gesù Cristo, unico Salvatore dell’uomo.

Sono rimasto stupito di fronte al ruolo dei laici. Padri e madri di famiglia, giovani studenti universitari come me che trasmettono la loro fede in ogni ambiente con naturalezza e con il sorriso sulle labbra. In queste giovani Chiese sono proprio i laici il motore delle parrocchie, sono i laici che organizzano al meglio la Messa domenicale, che promuovono le visite ai poveri, i ritiri spirituali, le iniziative culturali e anche la stessa attività economica. La parrocchia è una vera famiglia dove i laici si prendono cura dell’intera comunità cristiana. Il sacerdote è il padre e direttore di tutto, l’animatore dei laici che operano per annunziare Cristo ai non cristiani, con sorprendenti risultati.

Posso dire che furono proprio la Chiesa cinese e quella coreana a convertirmi. Fu proprio nell’Estremo Oriente che vidi forse per la prima volta quel Gesù vivo, quel Gesù che fece dire a san Paolo “non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me”, “per me vivere è Cristo”. Quanti giovani convertiti ho potuto conoscere, quanti neo-battezzati. Mai potrò dimenticare quella luce che fuoriusciva dai loro occhi, una luce che illuminava chiunque passasse per la loro strada. Valentine, giovane ragazza cinese che ora lavora nel marketing per una importante società multinazionale, subito dopo aver ricevuto il battesimo nella cattedrale di sant’Ignazio a Shanghai, mi confidò: “Giovanni. questo è il giorno più bello della mia vita. Da quando ho scoperto Gesù, vivo con lui nel mio cuore e la mia vita ha acquistato un senso”. Ecco l’Evangelii gaudium, ecco quella “gioia del Vangelo che riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù”. Quanto hanno da insegnarci queste Chiese! Grazie, quindi, per quello che sta facendo attraverso le catechesi su Radio Maria e tutti i libri e gli articoli che pubblica. La ricordo sempre nella preghiera. Un caro saluto,

Giovanni Maria Mazzacani

Wednesday 24 December 2014

Verità e calunnie su Asia Bibi

Nel rinnovare a tutti gli auguri di Buon Natale – con un pensiero e una preghiera particolare a quei cristiani che vivono la celebrazione della nascita di Gesù in condizioni precarie, cacciati dalle loro case, nei campi profughi o in carcere – vi segnalo un nuovo articolo di Paolo Affatato su Asia Bibi, pubblicato su Vatican Insider.

Sono rimasto colpito e sorpreso da alcune reazioni all’intervista ad Asia Bibi. Non tanto per quelle sguaiate dei “coraggiosi” che su facebook o nei blog si trincerano dietro l’anonimato (poverini, sparano le loro vigliacche pallottole di carta e nascondono la manina), quanto piuttosto per quella di chi ha messo in dubbio l’autenticità dell’intervista stessa, citando fonti quelle sì davvero dubbie.

Forse qualcuno si è sentito chiamato in causa per il fatto che Asia Bibi ha chiesto di non essere strumentalizzata. Eppure sarebbe bastato leggere quest’altro ottimo articolo di Affatato, nel caso ci fosse stato bisogno di delucidazioni sul contesto e sulle strumentalizzazioni alle quali la stessa Asia Bibi faceva riferimento.

Ecco, criticate e attaccate pure, ma riflettete un momento prima di accusare con leggerezza gli altri di produrre testi apocrifi soltanto perché gli intervistati non dicono ciò che qualcuno vorrebbe dicessero: l’autore dell’intervista, giornalista dell’agenzia vaticana Fides e firma di Vatican Insider, ha seguito il caso di Asia Bibi fin dal primo giorno, ha scritto decine di articoli, è in contatto con le persone a lei più vicine. La semplicità cristiana, l’esperienza di fede di Asia che emergeva da quella intervista era ed è una vera perla nella conchiglia.

Saturday 20 December 2014

Auguri di Natale con Asia Bibi

Cari amici, cari “naviganti”, insieme agli auguri di Buon Natale vi invito a leggere questa bella intervista che Paolo Affatato è riuscito a fare ad Asia Bibi e che potete trovare su Vatican Insider.

Colpisce la fede semplice di questa madre di famiglia pakistana ingiustamente accusata sulla base della legge antiblasfemia, che da cinque anni è in carcere ed è stata condannata a morte.

Al Papa chiede preghiere (non appelli pubblici) e a Dio – oltre alla libertà e al poter essere restituita alla sua famiglia – chiede anche di perdonare coloro che strumentalizzano il suo nome.

Le sue parole mi hanno fatto venire in mente quelle, altrettanto autentiche, semplici e profonde, del sacerdote albanese che ha passato 27 anni nelle carceri del regime comunista, e che lo scorso settembre ha offerto la sua commovente testimonianza a Papa Francesco, facendolo piangere. Non un accento di odio né di risentimento. Ascoltando il suo racconto e leggendo ora quello di Asia Bibi, si percepisce come Gesù sia vicino ai martiri e li conforti.

Thursday 18 December 2014

Lo sviluppo della dottrina

In un articolo su Vatican Insider dedicato agli sviluppi della dottrina sulla famiglia, ho citato uno scritto di Gianni Gennari, il quale faceva notare per l’appunto come vi si stato uno sviluppo, ad esempio in materia di quelli che vengono chiamati i «metodi naturali» che prevedono la continenza periodica nei periodi fecondi della donna al fine di evitare la gravidanza. Viste le molte reazioni – talune scandalizzate – da parte di alcuni difensori della «sacra dottrina», secondo i quali tutto è sempre stato immutabile e immutato ab origine, mi permetto di citare qualche ulteriore riferimento, come contributo al dibattito.

Il 16 marzo 1936, dopo aver discusso a lungo, il Sant’Uffizio – e il Prefetto allora era il Papa – aveva confermato il giudizio contrario alla divulgazione del metodo Ogino-Knaus, per evitare «che anche negli ambienti cattolici si faccia strada la concezione materialistica della vita, visto che anche la Chiesa ammette un controllo delle nascite». Anche se l’enciclica Casti connubi accennava alla al fatto che nulla ostava ai rapporti sessuali nei periodi infecondi, Pio XI non aveva affrontato il tema della possibile metodica e intenzionale regolazione delle nascite. Se invece avesse inteso farlo, non si capisce per quale motivo il Sant’Uffizio in sua presenza ribadì che il metodo della continenza periodica e lo studio dei periodi fertili della donna non dovesse essere divulgato tra i fedeli, come invece accadeva negli Stati Uniti in quel periodo. L’assemblea della Feria IV e V, cui prese parte lo stesso Pio XI, confermò il giudizio della Feria II di condanna della circolazione pubblica di informazioni sull’astinenza periodica. Rifacendosi a una sentenza della Penitenzieria del 1880, senza che venissero introdotti cambiamenti, si ricordava che il metodo poteva essere suggerito solo in confessionale ma come «rimedio al peccato mortale di Onan», ricorda Lucia Pozzi, che ha ricostruito in un documentato saggio l’intera vicenda («Vaticano e controllo delle nascite: l’evoluzione della famiglia negli Stati Uniti degli anni Trenta», in «Storia e futuro», n. 27, novembre 2011).

Il significativo cambiamento venne sancito il 29 ottobre 1951, in un discorso rivolto all’Unione cattolica italiana delle ostetriche, nel quale Pio XII approvò pubblicamente l’astinenza periodica a fini contraccettivi, dicendo che «l’osservanza dei tempi infecondi può essere lecita sotto l’aspetto morale». Cosa che non era mai stata affermata prima. «Quindici anni dopo la discussione nel Sant’Uffizio sul caso statunitense – scrive Lucia Pozzi – con il discorso di Pio XII, la Chiesa cattolica introduceva un sostanziale cambiamento nella dottrina sul matrimonio: l’accettazione dell’idea del controllo delle nascite».

A conferma di quanto riferito nel suo scritto da Gianni Gennari, riporto un passaggio della deposizione di padre Virginio Rotondi agli atti della causa di beatificazione di Pio XII (Summarium dei testi, p. 245), rimasto inedito fino al 2007 e pubblicato nella mia biografia di Papa Pacelli (Pio XII. Un uomo sul trono di Pietro, Mondadori).

Racconta padre Rotondi: «Quanto alla “capacità di mutar parere”, io posso farne testimonianza per esperienza diretta. Ricordo, per esempio, quello che accadde quando io insistetti con lui perché rivedesse un certo decreto del S. Uffizio a proposito della liceità della “continenza periodica”. Nel primo colloquio finì male, ma dopo 15 giorni mi richiamò, mi disse di averci pensato su e mi autorizzò a scrivere un articolo su di un settimanale “mondano” (Settimana Incom). Ricordo bene il titolo: “Senza peccato gli sposi infecondi?”. Questo avveniva nel ’51. Il “ripensamento” di Pio XII diede origine al suo famoso discorso alle ostetriche, col quale si aprì la porta a quella che oggi, auspice il Concilio, si chiama “paternità responsabile”».

Questa è la testimonianza giurata agli atti della causa. Un cambiamento – e significativo – ci fu. Uno sviluppo dottrinale c’è stato in questa come in altre materie, con buona pace di coloro che affermano che tutto è sempre rimasto uguale.

Wednesday 17 December 2014

Con Gesù, anche la vecchiaia è bella

Anzitutto auguro Buon Natale agli amici lettori dei miei Blog, per informarli che sono tornato al Pime di Milano e spero di poter presto riprendere il lavoro che faccio da una vita. Vorrei raccontare in breve la mia esperienza e soprattutto comunicarvi alcune riflessioni che la malattia e la preghiera mi hanno ispirato. Com’è noto (vedi il Blog precedente), a metà ottobre sono caduto sulla scala che porta al mio ufficio, inciampando in un gradino e ho trascorso due mesi alla Clinica Columbus a Milano e nella casa di riposo dell’Istituto a Lecco. Due mesi di malattia mi hanno cambiato. A 85 anni ho iniziato la parabola discendente della vita e voglio assicurare soprattutto gli anziani che mi leggono, che anche il tramonto è bello, se si vive col Signore Gesù che in questi giorni sta rinascendo nei Presepi e nei nostri cuori. Mi spiego.

La prima verità che ho sperimentato è che la sofferenza fisica, fa rientrare l’uomo in se stesso. Noi credenti preghiamo, ma spesso (anche noi preti) facciamo una vita superficiale. Specialmente nel mondo d’oggi, così frenetico e ricco di informazioni e distrazioni, rientrare in se stessi e interrogarsi davvero sulla propria vita è difficile. Ma quando la malattia, il male fisico ti costringe quasi a isolarti dal mondo esterno, ti ritrovi con te stesso e sperimenti la tua miseria, la tua pochezza, la tua impotenza; pregando, ripensi alla tua vita e alle grandi grazie che Dio ti ha fatto, ai tuoi sbagli e peccati; allora, se preghi, capisci in modo profondo che solo Dio conta. Tutto il resto, certo va vissuto con dedizione e amore, ma passa presto.

Quando sono entrato nella “casa di riposo” del Pime a Lecco, con più di trenta missionari anziani e ammalati, il rettore padre Daniele mi ha detto: “Benvenuto in questa casa dalla quale riparte la rinascita del Pime, perché qui si prega e si soffre molto”. Le nostre sofferenze, se sono sopportate in unione alla Passione di Cristo, hanno un valore salvifico per la salvezza del mondo e la rinascita del nostro Pime, che oggi soffre per la scarsezza di vocazioni e per le crescenti difficoltà e persecuzioni in vari paesi di missione alle genti. Nell’ultima S. Messa a Lecco, ho detto ai miei confratelli: “Noi, anziani e ammalati, siamo ancora missionari in azione, con le nostre preghiere e sofferenze”. E ho raccontato di aver visitato più volte tutte le missioni che la Chiesa ha affidato al Pime e ovunque i confratelli mi hanno chiesto di dire ai missionari di Lecco di pregare e di offrire le loro sofferenze per loro.

Ecco quindi il nostro compito, il senso della nostra vita in questa benedetta casa di Lecco. Noi siamo i missionari di prima linea, perché tutto viene da Dio e la sofferenza, la debolezza fisica, l’impotenza, ci mettono in stretto contatto con Gesù che ha salvato l’umanità con la morte in Croce e la Risurrezione. Non è facile, cari amici e lettori, accettare la Croce , “con gioia – ha aggiunto domenica Papa Francesco – perché con Gesù c’è sempre la gioia”. Però questa è la “via stretta” di cui parla Gesù nel Vangelo, che ci aprirà, il più tardi possibile, le porte del Paradiso.

Piero Gheddo

 

Saturday 25 October 2014

Sinodo, un colpo di mano che non è riuscito

"Il sismografo" (http://ilsismografo.blogspot.it/) in questi giorni si sta rivolgendo a diversi colleghi vaticanisti per chiedere un loro ulteriore contributo di analisi e commento in merito all'importante Assemblea straordinaria sinodale dedicata alla famiglia.

Angela Ambrogetti, Responsabile di Korazym, vaticanista e scrittrice, ci ha offerto la sua riflessione in risposta a questa domanda:

Senza entrare in complessi approfondimenti, quale la caratteristica o riflessione che più ti ha colpito o che ritiene di notevole rilevanza di questo Sinodo?

"Un colpo di mano che non è riuscito. Lo definirei così il Sinodo straordinario sulla famiglia che si è appena concluso. Ma anche l’occasione per alcuni episcopati di mostrare la loro fedeltà al Vangelo e la voglia di emancipazione da un “centro” che non è Roma, ma qualcuno che vorrebbe colonizzarla.

Tuesday 21 October 2014

Un sinodo ancora da capire

Strano questo Sinodo straordinario appena concluso. Una formula che era stata abbandonata nel 1985. Due settimane sono poche per ragionare, e i presidenti delle Conferenze episcopali non sempre sono i più adatti a discutere. Sono abituati a mediare più che a portare idee. Molti dei sinodali è chiaro che un sinodo non lo avevano mai seguito. Ed è stato evidente che un gruppetto lo voleva guidare senza lasciare spazio alle alternative. Cominciamo dalla poca trasparenza. Scegliere di non pubblicare i singoli interventi ha messo in difficoltà parecchi vescovi. Perché i loro fedeli volevano sapere e seguire lo sviluppo del dibattito e soprattutto chi aveva detto cosa. Cosa che del resto si era saputa per decenni. Il Bollettino del Sinodo è base e fonte per la storia della Chiesa. Di questo sinodo invece avremo solo testimonianze di coppie ( ne sentiamo già molte nelle Giornata per la Famiglia) e omelie. Sulla Relatio dopo la discussione c’è poi ancora molto da capire. Lo stesso relatore del Sinodo il cardinale ungherese Erdő ne ha preso le distanze. Il Papa gli ha messo al fianco degli altri collaboratori. Una Relazione che è stata di fatto disconosciuta dai Circoli Minori. In molti all’uscita dei lavori dicevano: “ ma noi non abbiamo detto quelle cose!”

Tuesday 07 October 2014

Sinodo: non giudizio ma verità

La notizia di oggi è che il 20 ottobre il Papa ha deciso che al concistoro si parli di Medio Oriente. Sarà un modo per comunicare ai cardinali i risultati dell’incontro con i nunzi che si è svolto la settimana scorsa. Martedi mattina, secondo quello che riporta l’ Osservatore Romano, si è parlato anche della violenza. “Così è stato messo in risalto come i terroristi di Boko Haram non hanno nulla a che vedere con la visione che in Nigeria, anche da parte dei musulmani stessi, si ha del valore della famiglia. Mentre a Baghdad, è stato reso noto, nonostante tutti i problemi, oltre 1.500 bambini sono accompagnati dai genitori, ogni venerdì, al corso di catechismo: è stata così anche rimarcata la testimonianza di fede e di unità delle famiglie cristiane rimaste in Iraq. Accompagnata pure dall’auspicio che venga sempre rispettato il loro credo come un diritto fondamentale della persona e così non ci debba essere timore nel testimoniarlo. Un discorso simile è stato proposto, poi, a proposito dell’Iran, dove ci sono appena cinquemila cristiani a fronte di settantacinque milioni di musulmani che, è stato affermato, non appartengono al fondamentalismo dell’Is.”

Thursday 20 February 2014

Il progetto di Francesco. Dove vuole portare la Chiesa

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È in libreria “Il progetto di Francesco. Dove vuole portare la Chiesa”. Una conversazione di Víctor Manuel Fernández con Paolo Rodari, Collana «Vita di missione – Nuova serie», Editrice Missionaria Italiana, pp. 144, euro 10,90.

Fernández è rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina; è stato uno dei primi vescovi nominati da papa Francesco, elevato nel maggio 2013 alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, uno dei saggisti più letti in America latina in fatto di teologia e spiritualità, ha un rapporto di assoluta fiducia con il papa che vede in lui un valido consulente e collaboratore. Non a caso fu lui, nel 2007, alla V Conferenza dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida, ad aiutare l’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro papa.

Poche persone come Fernández, dunque, possono aiutare a capire chi sia Francesco e verso dove egli vuole che la Chiesa vada. Anzitutto, secondo il teologo argentino, Francesco chiede alla Chiesa un movimento: l’uscita. «Uscire da sé stessi», spiega Fernández, «una categoria-chiave per comprendere a fondo il pensiero e la proposta del papa, perché il Vangelo ha sempre la dinamica dell’esodo e del dono, dell’uscire da sé. È il contrario dell’autorefenzialità che egli tanto deplora». E ancora, su questa idea che è centrale nel magistero dell’attuale pontefice: «Tale uscita richiede di osare, fare il primo passo, non restare seduti sperando che la gente venga ai nostri incontri o ai nostri corsi, avere il coraggio di parlare di Gesù e della propria esperienza di fede a tutti e in ogni luogo. Il papa ci ricorda sempre che la comunità evangelizzatrice non si chiude, ma anzi accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione se necessario, e si fa carico della vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo».

È il programma rivoluzionario del Papa venuto da un Paese «quasi ai confini del mondo» che il teologo argentino declama in queste intense pagine: prima dei princìpi, viene l’annuncio del Vangelo, da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Non ci si può limitare ad annunciare i princìpi morali da seguire. Occorre parlare anzitutto della gioia del Vangelo e del fatto che il Suo annuncio è un annuncio di misericordia. Secondo Fernández l’intento del Papa è di scuotere la Chiesa, di farla uscire dal recinto dei suoi privilegi, oltre le logiche del carrierismo e delle divisioni per arrivare a tutti, specialmente agli ultimi, agli emarginati, a chi non ha nulla. È una Chiesa povera e per i poveri che vuole il Papa, la stessa Chiesa che voleva quando era cardinale a Buenos Aires.

Ecco di seguito la prefazione al libro, firmata da Paolo Rodari:

13 marzo 2013. Verso dove Francesco vuole portare la Chiesa? È la domanda che mi sono fatto nei primi giorni di pontificato di Jorge Mario Bergoglio. E dovendo, da cronista, raccontare il pontificato in corso, è la domanda che ho posto fin dalla chiusura del conclave a tutte le persone che per lavoro ho incontrato o sentito. «Voi sapete che il dovere del conclave era di dare un vescovo a Roma e sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo… ma siamo qui», ha detto papa Francesco, affacciandosi la sera dell’elezione alla loggia centrale della basilica vaticana. Mi sono chiesto: cosa significa avere un papa che viene dalla fine del mondo? Cosa porterà alla Chiesa? E, soprattutto, dove la porterà?

Giorni dopo l’elezione, ho chiamato un amico vescovo. Avevo intenzione di svolgere un’inchiesta fra i gesuiti e gli ho chiesto il suo parere sulle domande da porre e, in particolare, sul nuovo papa. Mi ha risposto: «Hai letto Il cielo e la terra, il libro che Bergoglio ha scritto con il rabbino Abraham Skorka? Per me sono stati illuminanti i capitoli in cui i due affrontano i temi cosiddetti eticamente sensibili, il matrimonio fra uomo e donna, l’aborto, l’eutanasia ecc. Leggendoli, mi sembra di aver capito che per Bergoglio prima dei princìpi e della loro difesa viene il kerygma, ovvero l’annuncio della buona notizia che è il Vangelo. Mi sembra che questo sia il tratto principale del nuovo papa: i princìpi esistono e non si negano, ma prima occorre annunciare che il Vangelo è amore, misericordia, abbraccio. Insistere troppo sui princìpi non serve e può essere controproducente».

19 settembre 2013. È mattina. Mi trovo a Firenze e squilla il telefono. Mi avvisano che sta per uscire una lunga intervista concessa dal papa a padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica. Mi faccio mandare il testo. Gli spunti sono innumerevoli, ma resto colpito più che altro da un passaggio. Il papa dice: «Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione». E ancora: «Gli insegnamenti, tanto dogmatici quanto morali, non sono tutti equivalenti. Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L’annuncio di tipo missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus. Dobbiamo quindi trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l’edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte, di perdere la freschezza e il profumo del Vangelo. La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. È da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali».

Sono parole per me illuminanti. Perché confermano che la prima intuizione suggeritami dall’amico vescovo sembra giusta: Francesco mostra di volere una Chiesa che abbraccia e che non esclude. E ritiene che insistere troppo, quasi ossessivamente, sui princìpi, sia una tattica non consonante con il messaggio evangelico. Beninteso, anche i suoi predecessori volevano una Chiesa siffatta. Ma in Francesco questa sottolineatura pare più accentuata.

21 ottobre 2013. Su Repubblica pubblico una pagina d’intervista a Víctor Manuel Fernández, rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina, una delle prime nomine episcopali di Francesco, elevato nel maggio 2013 alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, ha un rapporto di fiducia con il papa che vede in lui un valido consulente. Non a caso fu lui, nel 2007, alla V Conferenza dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida (San Paolo), ad aiutare Bergoglio a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro papa. Pochi come Fernández, dunque, possono aiutare a capire chi sia Francesco e verso dove egli vuole che la Chiesa vada. Così, a inizio ottobre, lo chiamo a Buenos Aires. Mi risponde una voce cordiale. Gli spiego il mio interesse per il papa, il desiderio di conoscere la sua figura in profondità, le caratteristiche della «sua» Chiesa. Acconsente a che gli invii alcune domande, senza però garantirmi che mi risponderà. Invece, dopo qualche giorno, mi risponde. Non elude nessuna domanda e a quella per me più importante, ovvero se a suo avviso si può dire che Francesco sia il papa che privilegia la misericordia ai princìpi, risponde così: «L’annuncio del cuore del Vangelo prima d’ogni altra cosa è una caratteristica importante di Francesco, ma è da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Il papa pensa che una Chiesa che vuole uscire da sé stessa e raggiungere tutti debba necessariamente adattare il suo modo di predicare. Soprattutto, egli applica un criterio proposto dal Concilio Vaticano II ma spesso dimenticato e trascurato: la “gerarchia delle verità”. Francesco ci invita a riconoscere che spesso i precetti della dottrina morale della Chiesa vengono proposti fuori dal contesto che dà loro significato. Il problema maggiore si ha quando il messaggio che la Chiesa annuncia si identifica soltanto con questi aspetti che tuttavia non manifestano per intero il cuore del messaggio di Gesù Cristo…». E ancora: «Ci deve essere una proporzione adeguata soprattutto nella frequenza con la quale alcuni argomenti o accenti vengono inseriti nella predicazione. Per esempio, se un parroco lungo l’anno liturgico parla dieci volte di morale sessuale e soltanto due o tre volte dell’amore fraterno o della giustizia, vi è una sproporzione. Ugualmente se parla spesso contro il matrimonio fra omosessuali e poco della bellezza del matrimonio. Oppure se parla più della legge che della grazia, più della Chiesa che di Gesù Cristo, più del papa che della parola di Dio».

L’intervista esce su Repubblica il 21 ottobre. L’occasione ci fa conoscere meglio e mi porta a fargli una seconda richiesta: perché non pubblichiamo insieme un libro-conversazione tutto dedicato a Francesco, o meglio al suo «programma»? Con mia grande gioia padre Fernández acconsente una seconda volta. Insieme decidiamo di usare l’esortazione apostolica Evangelii gaudium (EG) come base sulla quale lavorare, avendo ben presente che è stato lo stesso papa a dire che il documento ha un «senso programmatico». E il risultato, dopo il tempo trascorso assieme a Buenos Aires e un’intensa corrispondenza epistolare, sono le pagine di questo libro, un testo che spero risulti utile per chi vuole comprendere fino in fondo la sfida che il papa venuto «dalla fine del mondo» vuole porre alla Chiesa e, insieme, anche a chi è lontano da una vita di fede.

Evangelii gaudium è un programma di pontificato ampio e accurato. L’esortazione apostolica, infatti, firmata dal papa il 24 novembre 2013, festa di Cristo Re dell’universo, formalmente sarebbe dovuta essere «post-sinodale», ovvero semplicemente un approfondimento delle proposizioni che il Sinodo dei vescovi, svoltosi in Vaticano nel 2012 e dedicato alla nuova evangelizzazione, aveva prodotto. In realtà il documento volutamente non riporta la dizione «post-sinodale», proprio perché è, e vuol essere, molto di più, un testo appunto programmatico. E così, partendo da Evangelii gaudium, è stato per noi semplice ampliare l’orizzonte su un papa così sorprendente.

Evangelii gaudium, ovvero la gioia del Vangelo. Sembra essere questa, anzitutto, la direzione. Portare la Chiesa a prendere consapevolezza che il cristianesimo è gioia perché annuncia che Dio è con noi. Una delle azioni maggiormente richieste dal papa è la necessità di «uscire fuori». Uscire dalle proprie convinzioni, comodità, privilegi, idee, per portare il Vangelo di Cristo a tutti senza pregiudizi né preclusioni. Uscire, cambiare, dunque, ripensando daccapo l’intera vita di fede. Il papa non manca di indicare nello specifico alcune riforme e alcuni cambiamenti, esortando «tutti ad applicare con generosità e coraggio gli orientamenti di questo documento, senza divieti né paure». Non è più il tempo della ritrosia. Francesco vuole che tutti, a cominciare dai semplici fedeli, abbandonino «il comodo criterio del “si è fatto sempre così”». Dice: «Invito tutti ad essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità».

Questo libro, dunque, nasce anche dallo stupore per questo testo papale, una vera e propria enciclica, secondo quanto hanno scritto diversi osservatori. Stupore per un papa che decide di mettere per iscritto un programma esigente anche verso sé stesso e la propria persona: «Dal momento che sono chiamato a vivere quanto chiedo agli altri, devo anche pensare a una conversione del papato». Il cantiere che papa Francesco ha aperto con Evangelii gaudium è ampio e può far venire le vertigini. «Tuttavia – scrive Francesco – non c’è maggiore libertà che quella di lasciarci portare dallo Spirito, rinunciando a calcolare tutto, e permettere che Egli ci illumini, ci guidi, ci orienti, ci spinga dove Lui desidera».

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Saturday 15 February 2014

Padre Konrad, le braccia caritatevoli di Papa Francesco

“Tu sai cosa devi fare, hai bisogno di soldi?” E’ la frase che Konrad Krajewski, arcivescovo ed Elemosiniere di sua Santità, si sente ripetere spesso da papa Francesco. Si perché è lui che aiuta il Papa ad essere vicino a chi ha bisogno, con gesti che sembrano piccoli, ma che diventano immensi per chi li riceve. Padre Konrad come lo chiamano tutti, non vive in Vaticano, ma a Borgo Pio, in una casa “con la bandiera polacca”, dice. “Perché così posso essere più vicino alla gente”. Vuole essere chiamato così e il papa gli ha detto: a chi ti chiama eccellenza chiedi 5 euro di tassa per i poveri. Konrad che viene dalla diocesi di Łódź, lui che dal 1998 è stato a fianco di tre papi durante le liturgie, lui che da anni gira la notte per le vie di Roma per dare aiuto a chi ne ha bisogno. “Le mie braccia sono corte adesso, se le prolunghiamo con le tue braccia riesco a toccare i poveri di Roma e d’ Italia, io non posso uscire, tu sì” gli ha detto il papa alla sua nomina.

Wednesday 12 February 2014

Due Papi per una sola Chiesa

Diciamoci la verità, non avremmo mai pensato che la coabitazione funzionasse così bene. Anzi che potesse diventare un modello per il futuro. Quando in un giorno di brutto tempo a febbraio i media di tutto il mondo hanno iniziato a far girare la notizia del secolo, la rinuncia del Papa, l’idea stessa di avere due Papi in Vaticano sembrava roba da Apocalisse. Quel fulmine che colpiva la cupola di San Pietro immortalato da un fotografo fortunato, sembrava davvero l’inizio della fine del mondo secondo i canoni di certi B movies degli anni ’70. Fulmini e saette, l’attacco del Maligno e cose del genere. Qualcuno ha anche cavalcato quest’onda per sferrare l’ultimo colpo a Papa Benedetto XVI colpevole di non aver mai ceduto ai facili popolarismi e di aver sempre predicato la verità del Vangelo con gioiosa e ferma chiarezza. Ma il Vento dello Spirito soffia dove vuole e non segue le regole del meteo.

Wednesday 12 February 2014 09:08

La Quaresima della Chiesa

Quando pensiamo alla Quaresima i laici pensano ad una cosa lunga e triste, i cattolici ad un tempo forte della liturgica che si prepara alla luce della Pasqua. E in effetti quei poco più di quaranta giorni che lo scorso anno abbiamo vissuto tra l’ 11 febbraio, e il 13 marzo e poi fino a Pasqua, sono stati davvero una Quaresima. E in entrambi i sensi. Perché sono stati giorni lunghi, di ansia e di stupore, di attesa di incredulità. E in questo senso giorni di penitenza. Per la prima volta nella storia moderna, un pontefice decideva di rinunciare al governo della Chiesa Universale. Si certo, tutti gli addetti ai lavori sapevano che fin dai tempi di Paolo VI si parlava di come permettere al Papa di essere davvero libero da qualunque condizionamento, di poter esercitare il ministero petrino in pienezza e completezza e quindi di poter “lasciare” qualora non potesse essere in piena coscienza libero

Wednesday 27 November 2013

L'eutanasia ai minori: per la Chiesa un gesto di estrema inciviltà. Occorre riflettere.

Le parole sono forti e sono quelle di un prelato molto autorevole all'interno della Chiesa cattolica.

Mons. Sgreccia è presidente della fondazione Ut Vitam habeant nonchè presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita.

Il tema è uno di quelli che in questoi periodo sta suscitando acceso dibattito in ambito cattolico ed etico: quello dell'eutanasia...anzi, quello dell'eutanasia aperta alle persone minori di età.

«È un salto. Un salto abissale, sotto il livello di civiltà, di umanità». Queste le parole del prelato che commenta il primo sì del parlamento belga all'estensione dell'eutanasia ai minori. 

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Tuesday 05 November 2013

Così pregava Karol Wojtyla. Una lista di nomi (con allegati dossier), l’elenco dei collaboratori in vista, un Atlante sottomano per la “preghiera geografica”

Giovanni Paolo II aveva un segreto, la preghiera. Ore trascorse nel silenzio, in un dialogo nascosto con Dio dal quale traeva la forza per andare, con efficacia, incontro al mondo.

Della preghiera di Karol Wojtyla hanno scritto in tanti. Una testimonianza significativa in merito l’ha data il 4 novembre 2013 un sacerdote riservato e preparato, che ha avuto la possibilità di frequentare molto il Papa polacco durante i suoi ultimi anni di vita.

Si chiama Pawel Ptasznik. Oggi è il responsabile della sezione polacca della segreteria di stato vaticana. Ai tempi di Giovanni Paolo II era colui che saliva nell’Appartamento papale per aiutare lo stesso Wojtyla nella stesura dei suoi testi. È stata l’assidua frequentazione dell’Appartamento a premettergli di conoscere quel segreto, la preghiera appunto, che ha caratterizzato tutta la vita del Papa che la prossima primavera diviene santo.

Monsignor Ptasznik ha dato la sua testimonianza a Roma, durante la presentazione dell’ultimo libro dell’ex segretario di Wojtyla Stanislaw Dziwisz, una conversazione con Gian Franco Svidercoschi intitolata “Ho vissuto con un santo”.

Questa la trascrizione di quanto ha detto:

«Quella di Wojtyla era una preghiera costante e vera. Anche durante i viaggi normalmente voleva rispettare “l’ora santa” dedicata all’adorazione eucaristica, e così la via crucis del venerdì sera e la Messa. Chi organizzava i viaggi doveva tenere presente queste sue esigenze».

«La segreteria di stato consegnava al Papa la lista con le richieste di preghiere arrivate da tutto il mondo. Pregava consultando quella lista, che spesso aveva degli allegati, delle cartelle che spiegavano meglio la situazione di coloro che chiedevano preghiere».

«Una volta l’ho visto pregare in cappella. Aveva aperto davanti a sé l’Osservatore Romano su una pagina in cui c’erano tutti i nomi dei capi dicastero della Curia Romana con anche gli “officiali” di lingua polacca. Pregava per tutti i suoi collaboratori».

«Sulla sua scrivania aveva un Atlante. Ogni giorno posava lo sguardo su una parte concreta del mondo, per poi pregare per tutta la giornata per le popolazioni di quella stessa porzione. Era la sua preghiera geografica».

«Si confessava ogni due settimane. Una macchina arriva in centro a Roma per “prelevare” monsingor Stanislaw Michalski, il suo confessore, che veniva accompagnato appositamente in Vaticano».

«Quando doveva scrivere un testo faceva tutti i giorni un’ora di meditazione sul camminamento situato sul tetto del palazzo apostolico. Poi scendeva in Appartamento e mi dettava il testo. Citava a memoria passi della Scrittura e dei padri della Chiesa. Dopo un’ora, un’ora e mezza, il testo era pronto».

Friday 01 November 2013

«Ho l’impressione che Gesù è stato rinchiuso all’interno della Chiesa e che bussa perché vuole uscire». Ecco cosa disse Jorge Mario Bergoglio prima del Conclave secondo il cardinale Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione

«Durante il suo intervento alle congregazioni generali che hanno preceduto il conclave, il cardinale Jorge Mario Bergoglio ha parlato con insistenza della necessità che la Chiesa “esca fuori” da se stessa. Egli ha detto che la Chiesa è malata, che deve prendersi cura di se stessa. Il suo breve discorso ha colpito tutti. Ha detto testualmente: “Ho l’impressione che Gesù è stato rinchiuso all’interno della Chiesa e che bussa perché vuole uscire, vuole andare via”».

«Bergoglio ha chiesto ai vescovi di essere veramente pastori e non degli amministratori. Del resto, è ciò che egli ha fatto a Buenos Aires rifiutando, ad esempio, di andare ad abitare nella residenza vescovile. Così ora che è Papa con la decisione di abitare nel convitto di Santa Marta. Egli ha bisogno di vedere gente e incontrare semplicemente la gente per parlare con loro nei corridoi, durante i pasti … La parola “fuori”, si sa, è importante. Possiamo dire che questa è la parola che meglio definisce la missione di Gesù, egli è uscito fuori in qualche modo da se stesso per andare in periferia, dove l’uomo vive perso e in difficoltà”».

Così l’arcivescovo di Lione, il cardinale Philippe Xavier Ignace Barbarin – in tempo di sede vacante arrivava in Vaticano in bicicletta –, rivela come già nelle riunioni pre-conclave Bergoglio abbia usato parole dure per descrivere la situazione della Chiesa. «Cristo è rinchiuso in prigione», ha detto il futuro Papa durante le Congregazioni generali. Parole che hanno convinto i cardinali a sceglierlo perché, dice Barbarin, «quel discorso ha colpito tutti».

È stato il discorso durante le congregazioni a convincere i cardinali a votare Bergoglio oppure il suo nome era nella mente dei cardinali già da prima?
«Il nome del cardinale Bergoglio circolava molto fra i cardinali. Tutti però siamo rimasti colpiti durante le congregazione generali dal suo discorso. Parlava della necessità di guardare altrove. Ha raccontato dell’America Latina, dove il 40 per cento della popolazione è cattolica. Egli è stato in grado di governare la provincia gesuita affidatagli durante il difficile periodo della dittatura militare. Ben presto si è trovato a capo dell’arcidiocesi di Buenos Aires, dove ha mostrato un grande zelo missionario, in un vero spirito di povertà e di vicinanza verso tutte le persone che gli erano state affidate. Ci è apparso come un uomo di grande autorità che sa come impostare il proprio cammino e prendere le decisioni giuste. Già in questi mesi vediamo come tutte queste qualità siano state messe in campo. Soprattutto colpisce la semplicità e la chiarezza delle sue omelie, e insieme il grande programma lanciato per la riforma della curia romana. Questa è la riforma che la Chiesa si aspetta e di cui essa ha grande bisogno».

È urgente questa riforma secondo lei?
«La riforma deve certamente avvenire. Il Consiglio dei cardinali saprà come fare. Ha l’obiettivo di riorganizzare la Chiesa, servendo le chiese locali e collaborando collegialmente con i vescovi del mondo. Possiamo dire della curia ciò che il Papa ha detto della Chiesa: “È buono e sano se essa si occupa prima di se stessa che degli altri”».

Cosa pensa delle riforma dello Ior? È giusto che il Vaticano abbia una banca?
«La questione non è se ci deve essere una banca in Vaticano o meno. È ovvio che il Vaticano ha bisogno di soldi, come ogni diocesi o istituzione della Chiesa. Ma piuttosto la questione è se e come il denaro entra in Vaticano, se tutto è trasparente o meno, verificabile, come le spese sono organizzate».

In questi giorni un sito web cileno ha riportato le parole che il Papa avrebbe detto a dei religiosi sudamericani circa l’esistenza di una “lobby gay” in Vaticano. Esiste davvero secondo lei questa lobby? Perché il Papa ne ha parlato?
«Ovviamente, su questo argomento non so nulla. Quel che è certo è che tutti gli uomini sono peccatori, e quindi anche in Vaticano ci sono uomini che sbagliano. Sarebbe sciocco dire: “Non credete, in Vaticano è impossibile!”. Ma io non voglio amplificare voci e dicerie. Se il Papa ha qualcosa di chiaro da dire in proposito, lo sapremo. E se si decide di agire, lo farà senz’altro».

Ratzinger nella Via Crucis del 2005 al Colosseo parlò della “sporcizia” presente nella Chiesa. Ancora Francesco parla spesso dei “mali” interni alla Chiesa. A cosa si riferiscono?
«Sì, è una triste realtà. La Chiesa, da semplice fedele al vertice della gerarchia è danneggiata e talvolta screditata dai peccati e dagli scandali di coloro che la compongono. Questa è una grande ferita interiore. Naturalmente, siamo tutti peccatori, ma se uno non lascia Cristo fuori di questo peccato, se lui non si assoggetterà alla misericordia di Dio, il danno potrà essere grande, e soprattutto se la persona che pecca si trova in una posizione di notevole responsabilità. Certo, nella storia, abbiamo visto molti Papi non essere di esempio ma crediamo che, nonostante i tanti peccati, la Chiesa goda del sostegno costante dello Spirito Santo. Egli ha parole di vita eterna».

Spesso la Chiesa è chiamata a rapportarsi con i problemi anche più scomodi della gente. Sempre più fedeli vicino situazioni difficili. Le famiglie spesso si sfasciano. Sono tanti i divorziati risposati che non possono accedere alla comunione. Come si comporta con questi problemi a Lione? Quali soluzioni?
«Sì, la sofferenza è sempre più pesante, in generale, sia nella Chiesa di Lione che altrove. Si ha l’impressione che non solo le famiglie, ma l’intera società stia arrivando ad annullarsi, e ci si chiede con una certa ansia dove si andrà in futuro. È in atto una decostruzione quasi desiderata, programmata per staccare le radici ai giovani e qualche volta anche alle famiglie.Ma ognuno ha un suo posto nella Chiesa. Benedetto XVI lo ha ripetuto spesso. Il Signore ha scelto come uno dei pilastri della sua Chiesa un rinnegato, Pietro, che aveva vilmente abbandonato al momento della passione, e un “parassita!” della Chiesa, come Paolo, ed entrambi sono diventati pilastri della costruzione. Così egli saprà utilizzare tutti noi, qualunque siano le nostre debolezze e peccati. Dobbiamo spostare gradualmente (questa è la legge della gradualità, in modo spesso spiegato da Giovanni Paolo II) su un percorso dove la misericordia e l’attenzione per ogni persona sono illimitate. E dove la Parola di Dio è accolta come una verità la luce e in assoluto, anche se ci porta attraverso momenti di sofferenza e angoscia, certamente porta ad un cammino di felicità».

Tuesday 22 October 2013

Prima il Vangelo e poi la dottrina. Il segreto di Jorge Mario Bergoglio secondo Victor Manuel Fernández, uno dei teologi più vicini al Papa

Victor Manuel Fernández, rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina, è una delle prime nomine di Jorge Mario Bergoglio, elevato lo scorso maggio alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, ha un filo diretto col Papa che vede in lui un valido “consulente”. Nel 2007 alla conferenza dei vescovi latino americani ad Aparecida, fu Fernández ad aiutarlo a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro Papa.

Monsignore, vorrei entrare subito “in medias res”. Nel libro con Abraham Skorka, Jorge Mario Beroglio svolge una breve introduzione nella quale parla dell’importanza della “cultura dell’incontro”. E dice che a volte l’uomo arriva a identificarsi di più con “i costruttori di mura che con quelli di ponti”. I media di tutto il mondo lodano le “aperture” di Francesco, stupìti più che altro del fatto che egli non insiste anzitutto sui princìpi ma – come ha detto lui stesso nell’intervista concessa il 19 settembre a Civiltà Cattolica – su “ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus”, insomma sull’essenziale, sul Vangelo. È a suo avviso questo il tratto fondamentale del nuovo pontificato? L’annuncio del Vangelo prima della morale? Oppure qual è il suo tratto caratteristico?
L’annuncio del cuore del Vangelo prima d’ogni altra cosa è una caratteristica importante di Francesco, ma è da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Il Papa pensa che una Chiesa che vuole uscire da se stessa e raggiungere tutti debba necessariamente adattare il suo modo di predicare. Soprattutto, egli applica un criterio proposto dal Concilio Vaticano II spesso dimenticato e trascurato: la “gerarchia delle verità”. Francesco ci invita a riconoscere che molte volte, i precetti della dottrina morale della Chiesa vengono proposti fuori dal contesto che dà loro significato. Il problema maggiore si ha quando il messaggio che la Chiesa annuncia si identifica soltanto con questi aspetti che tuttavia non manifestano per intero il cuore del messaggio di Gesù Cristo. Mentre una pastorale missionaria non può essere ossessionata dalla trasmissione disorganizzata di un insieme di dottrine da imporre con la forza dell’insistenza. Quando la Chiesa assume uno stile missionario diretto a tutti, senza eccezioni o esclusioni, l’annuncio si concentra sull’essenziale, su ciò che c’è di più bello, di più grande, di più attraente e nello stesso tempo di più necessario. Certo, tutte le verità rivelate sono credute con la medesima fede, ma alcune di loro sono più importanti perché esprimono più direttamente il nucleo fondamentale che è la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo. Ci deve essere una proporzione adeguata soprattutto nella frequenza con la quale alcuni argomenti o accenti vengono inseriti nella predicazione. Per esempio, se un parroco lungo l’anno liturgico parla dieci volte di morale sessuale e soltanto due o tre volte dell’amore fraterno o della giustizia, vi è una sproporzione. Ugualmente se parla spesso contro il matrimonio fra omosessuali e poco della bellezza del matrimonio. Oppure se parla più della legge che della grazia, più della Chiesa che di Gesù Cristo, più del Papa che della parola di Dio. Insomma, ogni verità si comprende meglio se posta in relazione armoniosa con tutto il messaggio cristiano, perché in tale contesto tutte le verità si illuminano a vicenda. Il Vangelo invita soprattutto a rispondere all’amore salvifico di Dio, riconoscendolo negli altri e in se stessi, al fine di cercare il bene di tutti. Questo invito non dovrebbe essere posto per nessun motivo in secondo piano! Se questo invito non brilla con forza e appeal, la morale della Chiesa rischia di diventare come un castello di carta: è qui che risiede il nostro più grande pericolo. Il messaggio perde la sua freschezza e cessa di avere il cosidetto “odore del Vangelo”. Certo, c’è poi anche lo stile del Papa, che non solo mira all’essenziale, ma lo esprime in modo chiaro e con segni. E a giudicare dagli effetti di questo fenomeno, non possiamo che guardarlo con occhi positivi, seppure esso dia fastidio in alcuni luoghi minoritari e poco rappresentativi dell’intera Chiesa.

In Italia è recentemente uscito un retroscena secondo il quale nel 2005, se Bergoglio fosse stato eletto Papa, si sarebbe chiamato Giovanni XXIV. Così, infatti, lo stesso Bergoglio avrebbe risposto al cardinale Francesco Marchisano, dalle radici piemontesi come il futuro Francesco, all’atto dell’elezione di Ratzinger. Marchisano era allora arciprete della Basilica di San Pietro. Al di là della veridicità o meno del retroscena, è papa Roncalli il Papa al quale Bergoglio ispira il suo pontificato? E in particolare, a suo avviso cosa pensa egli del Concilio Vaticano II? Si dice che dopo anni di tentativi di interpretare in senso conservatore o progressista il Concilio (le grandi “battaglie” sull’ermeneutica) egli ritenga che sia arrivato il momento di “farlo” il Concilio. È così?
Francesco è diverso da tutti i Papi che l’hanno preceduto. Certo, può avere caratteristiche di uno o dell’altro, ma sempre nella strada aperta dal Concilio. Senza dubbio egli rimane al di fuori delle discussioni teoriche sul Concilio perché semplicemente interessato a continuare lo spirito di rinnovamento e riforma che viene dal Concilio. In questo senso si pone fuori da ogni ossessione ideologica, senza pause o giravolte, con l’intenzione di portare la Chiesa fuori da se stessa così da raggiungere tutti. Ciò che ho detto sul criterio della “gerarchia delle verità” vale anche per molti altri percorsi di riforma che ha aperto il Concilio e che sono rimasti a metà strada.

Per quel che si sa la giornata di papa Francesco ha tre momenti fissi: la meditazione della Scrittura il mattino presto prima della Santa Messa; la recita del Rosario il pomeriggio; un’ora di adorazione eucaristica la sera. Nell’intervista a Civiltà Cattolica ha detto che la sua preghiera è “memoriosa”. Cosa intende? Cosa significa pregare per Francesco? Lo ha mai visto pregare? Come pregava in Argentina?
Il tema della memoria è una cosa su cui egli insiste molto ed è una chiave per conoscerlo. Non dobbiamo guardare le novità che egli porta come uno sradicamento, come un oblìo della storia viva della Chiesa. Egli spiega spesso che la memoria è una dimensione della nostra fede, in analogia alla memoria di Israele. Cita spesso gli Apostoli che non dimenticarono mai il momento in cui Gesù toccò il loro cuore: “Erano circa le quattro del pomeriggio”, dice Giovanni. E spesso ricorda le persone che sono state toccate in modo speciale, così da mostrare a tutti la gioia del credere. A volte si tratta di persone semplici e a noi vicine nella vita di fede. Bergoglio ama ricordare la seconda lettera a Timoteo: “Ho in mente la sincerità della vostra fede, una fede che fu prima in tua nonna Loide e in tua madre Eunice”. Perciò egli crede che la Chiesa non possa rinunciare alla propria ricca tradizione e che sarebbe sciocco pretendere di ripartire da zero. Egli non è un progressista senza radici, come qualcuno vorrebbe presentarlo. La sua preghiera è “memoriosa”, perché quando prega ricorda le persone che ha incontrato nel corso della giornata e cerca di raccogliere il messaggio che gli ha lasciato ciò che ha vissuto. La sua preghiera è piena di volti e nomi. Quando incontra la gente egli si mostra vicino, attento, affettuoso, e porta nella preghiera tutte quelle persone. In questo senso la sua è una preghiera “memoriosa”.

Non è un mistero per nessuno che negli anni passati i rapporti fra il cardinale Bergoglio con la presidente Kirchner sono stati difficili. Di Bergoglio il quotidiano argentino “Il Clarin” ha ricordato la vicinanza al gruppo peronista di destra “Guardia di Hierro”, con cui, negli anni – scrive il quotidiano -, avrebbe continuato a mantenere un legame spirituale. Quanto c’è di vero in questo? E soprattutto: è verosimile che il Papa auspichi in futuro un ritorno in argentina di un peronismo moderato che sappia legare con la Chiesa e i suoi convincimenti?
Penso che il suo rapporto con la presidente Kirchner non sia stato correttamente interpretato. Alcuni hanno creduto che alcune affermazioni delle sue omelie fossero attacchi personali contro di lei. Ma non è così. Del resto nessun politico può dire di avere o di avere avuto Bergoglio come proprio alleato politico, sia di sinistra sia di destra. Perché le sue parole possono soddisfare oggi, ma domani possono essere lette al contrario come pericolosi attacchi. Penso infatti che chiunque ha una qualche forma di potere, anche di potere ecclesiastico, non può non sentire su di sé lo “sperone” di Bergoglio, come una spina nel fianco, perché egli è e sarà sempre l’interprete di coloro che non hanno potere. Nel 2000 Bergoglio ha espresso un suo grande auspicio: “Che il potere non sia un privilegio inespugnabile”. E ciò vale per un presidente, un governatore, un uomo d’affari, un cardinale, e anche per i membri della Curia Romana. Il suo messaggio è il seguente: se hai accettato il potere senza privilegi, è necessario che usi il potere per servire e devi esporti ai reclami di tutti con umiltà, soprattutto i reclami dei deboli sono ascoltati. Se hai accettato una qualche forma di potere, allora devi sottometterti al controllo degli altri. Comunque, una certa affinità di Bergoglio al peronismo c’è e ha a che fare con due fatti: il peronismo assunse con forza la dottrina sociale della Chiesa e i suoi valori e comprese la cultura dei settori più poveri della società. Ma ciò non significa che Bergoglio abbia mai sostenuto un qualche potere politico. Fra l’altro egli ha sempre avuto un dialogo cordiale con tutti i politici.

Nell’intervista a Civiltà Cattolica, Bergoglio cita il beato Pietro Favre come suo modello. Chi fu Favre? Perché è un modello per Bergoglio?
Il beato Favre ha portato alla compagnia di Gesù un particolare modo di accompagnare le persone in un percorso di crescita. Accompagnare è una questione chiave per i gesuiti. Favre ha insistito sulla necessità di dare tempo alla gente, di rispettare i tempi di ognuno. Era un maestro di dolcezza, di pazienza e di dialogo con tutti. Bergoglio ricorda una frase di Favre che dice che “il tempo è il messaggero di Dio”, e la interpreta dicendo che “il tempo è superiore allo spazio”. Favre preferiva non perdere tempo in discussioni teoriche con i protestanti e sottolineava la necessità per la Chiesa di maturare e crescere nella testimonianza del Vangelo. Credo che tutto questo abbia molto a che fare con lo stile di Francesco, lontano da polemiche teoriche e in grado di esprimere le proprie convinzioni in una testimonianza attraente. Le riforme non vengono fatte per forza o in fretta, perché devono essere sempre accompagnate da una riforma interna. Tutto ciò è ben presente in Favre.

Colpisce molto in Francesco la sua ricerca dell’essenziale e anche di una certa austerità. Gira con macchine utilitarie, non ama sfarzi e lussi, visita i profughi e parla ai poveri. A Civiltà Cattolica dice di essere vicino alla corrente mistica di Louis Lallemant e Jean-Joseph Surin. Entrambi predicano la necessità di “spogliarsi” per arrivare a Dio. È questa la strada che Bergoglio vuole compiere?
Il suo non è amore del sacrificio fine a se stesso né un’ossessione per l’austerità. Si tratta di una “spoliazione” interiore, una rinuncia a indugiare troppo su se stessi, così da mettere Dio e gli altri al centro della propria vita e non se stessi. Ciò ha anche un significato pastorale, perché implica stare più vicini ai poveri, ai loro limiti, alla loro condizione sociale, alle loro umiliazioni. Per questo a Bergoglio non piacciono i sacerdoti princìpi o i vescovi “da aeroporto”, o gli ecclesiastici che amano le vacanze troppo costose, le cene nei migliori ristoranti, i preziosi d’oro e d’argento ostentati sui capi di abbigliamento, le continue visite a persone potenti, o coloro che amano parlare molto di se stessi o che si sentono diversi dagli altri. Tutto ciò che è mondanità spirituale che avvelena la Chiesa.

Si parla molto a Roma delle riforma della struttura della Chiesa: una nuova curia romana, una nuovo collegialità nell’esercizio del governo. Di Joseph Ratzinger è famosa la lezione nella quale disse che la vera riforma della Chiesa non è nelle strutture ma nel cuore di ognuno. Qual è a suo avviso l’idea di riforma propria di Bergoglio?
Le due cose insieme, perché la sua idea di riforma non è ideale, ma incarnata. Senza dubbio egli pensa che una riforma esteriore delle strutture non si sostiene senza uno spirito e uno stile di vita adeguato. Ma mi sembra che che la cosa più importante non sia la semplificazione della struttura della Curia romana, ma lo sviluppo di altre forme di partecipazione (sinodi, conferenze episcopali, consultazione dei laici, etc) che negli ultimi anni sono state più formali che reali. Senza dubbio questo sviluppo richiede che alcuni settori della Curia Romana cessino di essere eccessivamente giuridici, inquisitori e insieme maestosi, correndo fra l’altro il rischio di diventare autoreferenziali. Alcune volte ho sentito personalità della in Curia dire “noi” senza includere tutta la Chiesa, e nemmeno il Papa ma soltanto se stessi. Francesco ci ricorda che Gesù in realtà ha dato a Pietro e agli Apostoli una missione speciale, non una struttura centrale che comunque può avere soltanto una funzione ausiliaria.

Più volte papa Francesco ha parlato del Demonio. Nel libro con Skorka vi dedica un capitolo dove afferma: “Credo nell’esistenza del Demonio. Forse il maggior successo in questi tempi è stato farci credere che non esiste, che tutto possa essere risolto su un piano meramente umano. Come dice Giobbe, la vita dell’uomo sulla terra è una lotta…”. Che significato assume nella spiritualità ignaziana la figura del Demonio? Ha mai fatto esorcismi?
Non lo ho mai sentito parlare di esorcismi, ma del Diavolo sì. Penso che il parlare del Diavolo sia un invito a stare attenti, perché se non curiamo la nostra sanità interiore e le nostre reali intenzioni diventiamo facilmente marionette guidate da altre forze di dissoluzione e di menzogna. Significa che la sua visione della vita e della realtà non è ingenua, ma molto realistica. È necessaria una vigilanza serena, fiduciosa nell’amore del Signore, ma costante.

Nelle scorse settimane uno dei pensatori più influenti della cosiddetta teologia della liberazione è stato ricevuto da Francesco. Alcuni commentatori hanno addirittura scritto che con questo gesto “la Chiesa sdogana la teologia della liberazione”. È così? Cosa pensa Bergoglio della teologia della liberazione e in che rapporto sta con essa?
Non è possibile pensare che questo Papa possa sostenere una teologia della liberazione fondata su un’analisi marxista. Tuttavia, egli farà propria ogni difesa della dignità dei poveri e tutte le critiche dei sistemi economici ideologici, di ogni speculazione finanziaria, di ogni assolutizzazione della libertà di mercato, cose che finiscono per creare nuove ingiustizie. D’altra parte i poveri non dovrebbero essere soltanto oggetto di una liberazione operata da altri più illuminati, ma essere rispettati come persone attive, con la propria cultura, un modo proprio di vedere la vita, una religiosità caratteristica.

Come è diventato amico di Bergoglio? Ci sono dei momenti che ricorda in modo particolare della vostra amicizia?
Io non la chiamerei amicizia, ma filiazione. Anche se c’è una grande affinità di idee, per me egli è stato ed è soprattutto un grande padre che è riuscito a riconoscere e promuovere il meglio di me. Così teneramente ha tollerato i miei errori, le vanità e le impazienze, e sempre mi ha spinto, in particolare con la sua testimonianza, a continuare, a maturare e a crescere. Posso citare tre momenti speciali: uno era nel 2007, quando siamo tornati dalla V Conferenza dei vescovi ad Aparecida, dove ho rappresentato i sacerdoti argentini. Viaggiavo con lui sul volo di ritorno verso Buenos Aires e per tre ore abbiamo discusso alcune questioni che mi hanno aiutato a capire il suo pensiero. Un altro momento importante fu nel suo ufficio, quando alcune persone anonime avevano inviato in Vaticano alcune critiche su tre miei articoli. Ma dopo un anno e mezzo le risposte che io inviavo per chiarire sembravano non convincere. In quell’occasione abbiamo avuto un grande colloquio spirituale nel quale egli ha insistito perché io alzassi la testa e non lasciassi che mi togliessero la dignità. Infine, il mio incontro con lui a Santa Marta nel mese di agosto quando gli ho dato un abbraccio già da vescovo.

Wednesday 25 September 2013

Una rosa bianca per papa Francesco

Una rosa bianca. È il dono che papa Francesco ha ricevuto domenica 8 settembre mentre passeggiava nei giardini vaticani. Un giardiniere l’ha colta e gliel’ha donata. Chi era con lui dice che grande è stato il suo stupore, perché per Jorge Mario Bergoglio ricevere una rosa bianca è un segno del cielo. Un «segnale» — è la parola esatta che egli stesso ha usato nel libro intervista “El Jesuita” con Sergio Rubin e Francesca Ambrogetti — proveniente direttamente dalla santa della quale egli è devoto: Teresina di Lisieux, la monaca carmelitana morta a soli 24 anni e che il 19 ottobre 1997 Giovanni Paolo II dichiarò dottore della Chiesa (la terza donna a ricevere tale titolo dopo Caterina da Siena e Teresa d’Avila).

Domenica 8 settembre non era un giorno qualunque per Francesco. La sera prima egli aveva convocato una veglia di preghiera per la pace. Era preoccupato. Ma la rosa ricevuta inaspettatamente gli ha fatto comprendere che la sua preoccupazione era stata accolta in cielo, direttamente da Teresina. Lo Spirito parla spesso così, usando segni che ai più dicono nulla. È il suo linguaggio, un parlare che chiede la fede per essere compreso.

L’episodio è stato raccontato nei giorni scorsi da un vescovo italiano che nelle ore successive alla veglia era stato ricevuto in udienza. Il Papa gli ha permesso di raccontarlo durante la presentazione di un libro dedicato proprio alla giovane santa francese svoltasi a Pedaso in provincia di Fermo: “Teresa di Lisieux. Il fascino della santità. I segreti di una dottrina ritrovata”, di Gianni Gennari (Lindau).

È alle pagine 125 e 126 di “El Jesuita” che Rubin e Ambrogetti, descrivendo la biblioteca di Bergoglio a Buenos Aires, raccontano del «segnale» delle rose bianche. Scrivono: «Ci soffermiamo su un vaso pieno di rose bianche in uno scaffale della biblioteca, davanti a una foto di santa Teresa. “Quando ho un problema”, spiega Bergoglio ai due giornalisti, “chiedo alla santa — Teresina, ndr —, non di risolverlo, ma di prenderlo in mano e aiutarmi ad accettarlo, e come segnale ricevo quasi sempre una rosa bianca”».

Bergoglio, nella veglia del 7 settembre, ha chiesto aiuto a Teresina. Il Papa, infatti, ha recitato i misteri gaudiosi del Rosario e, al termine di ogni mistero, dopo un brano del Vangelo, ha letto cinque brani di una poesia scritta dalla santa: “Perché ti amo o Maria”. È la poesia dove dice fra le altre cose che Gesù «sarà fratello di tanti peccatori tanto da chiamarsi tuo — si riferisce a Maria, ndr — primogenito».

È nel rapporto intimo e personale di Bergoglio con Teresina che si evidenzia uno dei tratti della sua personalità e del suo pontificato. Un filo diretto con il cielo per il Papa, come era per Karol Wojtyla il rapporto con santa Faustina Kowalska.

Mentre era ancora in vita, santa Teresina promise che dopo la sua morte avrebbe fatto piovere dal cielo dei “petali di rose”, ossia delle grazie concesse da Dio per sua intercessione. Diceva: «Un’anima infiammata di amore non può restare inattiva. […] Se voi sapeste quanti progetti faccio su tutte le cose che farò quando sarò in cielo. […] Sì, voglio passare il mio cielo a fare del bene sulla terra».

Il 3 dicembre 1925, un gesuita, padre Putigan, cominciò una novena a santa Teresa chiedendo una grazia importante. Il gesuita domandò anche di ricevere da qualcuno una rosa come segno che ciò che egli chiedeva corrispondeva alla volontà di Dio e che, quindi, la sua preghiera sarebbe stata esaudita. Non fece parola con nessuno della novena che stava facendo. Al terzo giorno ricevette una rosa da una persona sconosciuta e ottenne la grazia. Cominciò un’altra novena. Il quarto giorno di questa seconda novena una suora-infermiera gli portò una rosa bianca dicendogli: «Santa Teresa vi manda questa rosa». Padre Putignan, ricevuta la grazia che aveva chiesto, prese la decisione di diffondere questa novena, detta “Novena delle rose”. Oggi questa novena si pratica in tutto il mondo.

Papa Francesco ha più volte parlato nei primi mesi di pontificato di Teresina. Una volta è stato durante la conferenza stampa (28 luglio 2013) tenuta sull’aereo che lo riportava a Roma dal Brasile, meta del suo primo viaggio apostolico fuori dall’Italia. Quando gli è stato chiesto cosa contenesse una valigia nera che il Papa ha trasportato da solo sull’aereo ha detto: «Non c’era la chiave della bomba atomica! Mah! La portavo perché sempre ho fatto così: io, quando viaggio, la porto. E dentro, cosa c’è? C’è il rasoio, c’è il breviario, c’è l’agenda, c’è un libro da leggere – ne ho portato uno su santa Teresina di cui io sono devoto».

Si è saputo poi che il libro in questione era il libro sopra citato “Teresa di Lisieux. Il fascino della santità. I segreti di una dottrina ritrovata”, di Gianni Gennari.

Tuesday 03 September 2013

Anche S. Francesco pregherà per la Pace in Siria

Papa Francesco ha chiamato...e moltissimi stanno rispondendo.

La mobilitazione chiesta dal Papa per la pace in Siria si sta estendendo a vista d'occhio, coinvolgendo ambienti laici, religiosi, cattolici e non.

Anche i frati francescani di Assisi si uniscono alla preghiera, attraverso il segno grandell'apertura della tomba di S. Francesco.

Come riferisce infatti l'ANSA, la  Basilica Inferiore di San Francesco d'Assisi resterà aperta, in via del tutto eccezionale, da oggi a venerdì fino alle 22 per pregare sulla Tomba del Santo per la pace in Siria e per coloro che sono chiamati a garantire le vie della giustizia nel mondo.

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Saturday 31 August 2013

Un grazie al cardinal Bertone

Forse sarò l’unica ma vorrei dire grazie al cardinale Bertone. Lo posso fare con serenità perchè sono stata la prima forse a criticare il suo modo di fare il Segretario di Stato. Ma oggi a fronte di tante critiche corali nate spesso da una cattiva lettura della vicenda vatileaks credo che il grazie a questo cardinale, che mai ha tradito la fiducia del Papa e della Chiesa, sia doveroso.

Monday 15 July 2013

Se vi piacciono i thriller, ne ho scritto uno

«L’empio fugge anche se nessuno lo insegue, mentre il giusto è sicuro come un giovane leone». (Proverbi 28, 1)

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Saturday 18 May 2013

I cristiani parlano troppo...degli altri: parola di Papa Francesco.

Per il papa, che ha pronunciato nuovamente parole forti durante la Messa mattutina a Santa Marta, i cristiani hanno proprio il vizio di parlare troppo degli altri. Pettogolezzi e farsi troppo gli affari degli altri, detto in parole povere, sono una mina vagante costante nella vita della Chiesa.

«Quanto si chiacchiera nella Chiesa! Quanto chiacchieriamo noi cristiani!». Lo ha detto papa Francesco - riferisce Vatican Insider - nella messa di stamane a Santa Marta. Per Bergoglio, «la chiacchiera è proprio spellarsi, farsi male l'uno all'altro». «Le chiacchiere sono distruttive nella Chiesa», ha aggiunto  il Pontefice.  Secondo Bergoglio, il cristiano deve vincere la tentazione di «mischiarsi nella vita degli altri». Il Papa, secondo quanto riferisce la Radio Vaticana, ha inoltre sottolineato che chiacchiere e invidie fanno tanto male alla comunità cristiana e che non si può «dire soltanto la metà che ci conviene».

Ma non ha solo parlato di questo il santo Padre.

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Friday 12 April 2013

Unioni gay: la Consulta chiede di intervenire, ma non con l'equiparazione del matrimonio.

Oggi è arrivata una ammonizione della Consulta su alcuni noti ritenuti irrisolti, nel panorama politico e istituzionale italiano.

La Consulta ha chiesto un intervento sulla legge elettorale, ma - soprattutto - ha chiesto che venga fatto qualche cosa per tutelare i diritti ed i doveri delle persona omosessuali, che intendano costituire una unione stabile.

"Il legislatore deve affrontare il nodo delle unioni gay", ha riferito Gallo parlando di fronte alle più alte cariche dello Stato. Queste le parole: "La Corte ha escluso l'illegittimità costituzionale delle norme che limitano l'applicazione dell'istituto matrimoniale alle unioni tra uomo e donna, ma nel contempo  ha affermato che due persone dello stesso sesso hanno comunque il diritto fondamentale di ottenere riconoscimento giuridico, con i connessi diritti e doveri, della loro stabile unione". La Consulta, ha ricordato Gallo, "ha perciò affidato al Parlamento la regolamentazione della materia nei modi e nei limiti più opportuni".

Cosa significa questa frase?

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Thursday 14 March 2013

Papa Francesco: sarà il Papa dell'ecumenismo e del dialogo.

Le parole che Papa Francesco ha pronunciato ieri sera subito dopo l'elezione, sono state poche. Significative, grandemente, insieme ai gesti compiuti.

Una parentesi: dovremo di nuovo abituarci a gesti di questo tipo, ed anche il servizio di sicurezza....che avrà un bel lavoro da fare, con questo Papa che si prefigura già come molto, molto libero...dai protocollo.

Paolo_VI_Atenagora.jpg

Ma le parole di ieri hanno avuto una grande rilevanza dal punto di vista del dialogo e del'ecumenismo.

Mi riferisco alle parole con le quali il Papa ha parlato di sè: come tutti hanno notato non ha mai citato la parola "papa", ma ha sempre utilizzato la parola "vescovo di Roma".

 

Tra l'altro, anche nel ringraziamento nei confronti di Benedetto XVI chiamato, anch'egli "vescovo emerito di Roma".

 

Dal sito Aleteia.org riporto le parole del Papa:

Fratelli e sorelle, buona sera!

Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un vescovo a Roma, sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo. Ma siamo qui. Vi ringrazio dell'accoglienza. La comunità diocesana di Roma ha il vescovo. Grazie! E prima di tutto vorrei fare una preghiera per il nostro vescovo emerito Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca...

[Preghiera Padre Nostro, Ave Maria, Gloria al Padre]

E adesso incominciamo questo cammino, vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma che è quella che presiede nella carità tutte le chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia fra noi. Preghiamo sempre per noi, l'uno per l'altro. Preghiamo per tutto il mondo perché ci sia una grande fratellanza. Mi auguro che questo cammino di Chiesa che oggi incominciamo e in cui mi aiuterà il mio cardinale vicario qui presente sia fruttuoso per l'evangelizzazione di questa tanto bella città. E adesso vorrei dare la benedizione. Ma prima vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica. La preghiera del popolo perché chieda la benedizione per il suo vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me.

 

Ma perchè il Papa ha parlato così, perchè si è rivolto a Roma, alla sua città...quasi, dimenticando...il mondo che gli stava praticamente tutto davanti?

Non certamente per provincialismo: alcuni forse l'hanno colto così..ma nolla è più distante dalla realtà.

C'è a mio avviso un motivo, cosicnetemente voluto, per il quale il papa ha utilizzato queste parole, e questo motivo non è stato neppure l'umiltà...francescana.

Il motivo è stato l'ecumenismo.

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Wednesday 13 March 2013

Il gabbiano ed il Conclave: quando i media non sanno cosa dire!

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In queste ore è tanta l'apprensione e l'attesa da parte del mondo cattolico (e non solo) per l'esito del Conclave.

Si stanno ascoltando fiumi di parole: trasmissioni televisive e radiofoniche, dirette web, twitter, facebook...e chi più ne ha più ne metta.

Non c'è dubbio che questo sia davvero il Conclave più mediatico degli utlimi anni.

Chiaramente tutti sono con gli occhi all'insù, per seguire, anche in televisione, l'andamento delle votazioni vaticane. Inoltre moltissimi media stanno coprendo con grande intensità gli eventi in diretta oltre che avere realizato molteplici servizi ed interviste.

Oggi poi un nuovo personaggio si è affacciato sul Conclave, con una dirompenza mediatica...quasi sopra le nuvole: un gabbiano.

Un gabbiano che, non credo di sbagliarmi, sta davvero diventando una star della riflessione mediatica di questo evento sul quale, con buona pace di tutti, non si può che dire una parola che abbia senso: ASPETTARE. Punto.

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Monday 11 February 2013

Benedetto XVI si dimette dal pontificato. Notizia shock e approfondimenti.

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La notizia delle dimissioni, o meglio della rinuncia al Pontificato, di Benedetto XVI, sta facendo il giro del mondo e sta creando molto turbamento nella Chiesa.

Così è stata data, e così ce la riporta il sito Aleteia.org.

Carissimi Fratelli,

vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l'età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell'animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l'elezione del nuovo Sommo Pontefice. Carissimi Fratelli, vi ringrazio di vero cuore per tutto l'amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero, e chiedo perdono per tutti i miei difetti. Ora, affidiamo la Santa Chiesa alla cura del suo Sommo Pastore, Nostro Signore Gesù Cristo, e imploriamo la sua santa Madre Maria, affinché assista con la sua bontà materna i Padri Cardinali nell'eleggere il nuovo Sommo Pontefice. Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio.

 

Non c'è dubbio che la notizia è davvero...la notizia del secolo, anzi, forse, del millennio. Per la novità totale di questo gesto, e per la lucidità con cui questa grandissimo Papa ce l'ha proposta. 

Anche diversi siti ci aiutano a entrare in questo evento, ponendoci domande ed aiutandoci a dare delle risposte.

 

Non un gesto di codardia, non un gesto di affaticamento: ma un gesto responsabile, lucidissimo...che probabilmente solo Papa Ratzinger...poteva fare.

Continua a leggere Benedetto XVI si dimette dal pontificato. Notizia shock e approfondimenti....

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Thursday 14 April 2011

L’esperimento di Riace

Una risposta positiva al problema dell’immigrazione

di Lucetta Scaraffia

L’arrivo di questa ondata di migranti ha di nuovo messo in moto nell’opinione pubblica italiana il dibattito fra chi li vuole accogliere e chi li vuole respingere. Questo, mentre davanti ai nostri occhi sfilano immagini drammatiche e coinvolgenti, tra speranza e disperazione: da una parte, la madre che ha partorito nel barcone, riuscendo a salvare sé e la piccola, dall’altra i corpi dei molti che muoiono fra le onde, vittime dei trafficanti di esseri umani, oltre che del maltempo e di imbarcazioni fatiscenti.

La Chiesa predica il dovere, che è umano e cristiano, dell’accoglienza nei confronti di chi è più sventurato di noi — che, oltretutto, di lavoratori immigrati abbiamo assolutamente bisogno — ma non sempre è facile tradurre in fatti queste esortazioni. Ci vuole anche un po’ di inventiva, di coraggio e di fantasia. Come quella che hanno avuto gli abitanti di Riace, paese sulla riva ionica della Calabria, composto, come tutti quelli della zona, di un nucleo antico sul cocuzzolo di una collina, lontano dal mare, e di un nuovo abitato in via di espansione lungo la costa (proprio quella dove sono stati trovati i celeberrimi bronzi).

Oggi, il centro antico, che per decenni era stato abbandonato e si stava deteriorando irrimediabilmente, è tornato alla vita. Lo abitano immigrati di varie provenienze, tutti profughi politici, che i cittadini di Riace hanno accolto, a cominciare dai trecento curdi arrivati una decina di anni fa.

Gli immigrati hanno avuto un tetto, qualcosa da mangiare ma anche, cosa ben più importante, un lavoro: all’interno delle antiche mura, infatti, sono nate tante piccole aziende artigianali — ceramica, tessitura, preparazione di prodotti alimentari — dove lavorano, fianco a fianco, italiani e immigrati.

Così chi attraversa questo centro sereno e laborioso vede bimbi di diverse provenienze giocare tra loro, calabresi e africani lavorare insieme; ma anche una rinascita economica che porta benefici a tutti, indistintamente: i bambini nella scuola sono aumentati, rendendo così necessario un numero maggiore di insegnanti e impiegati; gli operatori culturali, che si occupano dell’integrazione e insegnano l’italiano, sono in maggioranza originari del luogo; sono rinate industrie artigianali locali come la tessitura della ginestra e gli abitanti delle case abbandonate del borgo ricevono un affitto, basso, ma comunque guadagnano qualcosa e hanno chi restaura le loro case altrimenti destinate alla rovina. E il finanziamento che il ministero italiano dell’Interno ha stanziato per questo esperimento — 24 euro per immigrato — è servito a dare nuovo impulso anche all’economia locale.

È insomma una situazione nella quale i benefici reciproci sono chiari a entrambe le comunità e la convivenza non risulta difficile, tanto che il paese proprio per questo è diventato un’attrazione turistica. Per valorizzarla, alcune case sono state destinate a ospitalità diffusa nel tessuto urbano ed è stato aperto un ristorante. Sulla sua porta si vede ancora il segno di due proiettili: non tutti a Riace hanno gradito questa rinascita. Ma molte persone e intere scuole vengono a vedere questo miracolo quotidiano, e cercano di capire il segreto di un’accoglienza riuscita.

Il segreto sta certo nella tenacia di Mimmo Lucano, attuale sindaco e animatore del progetto, che interviene continuamente a migliorarlo. Ma sta anche in una iniziativa, nella diocesi dove è stato vescovo amatissimo monsignor Bregantini, nata dal basso grazie a una associazione — Città futura don Puglisi — fondata nel 1999 da ragazzi del luogo intorno alla chiesa parrocchiale e che oggi ha sede in un palazzo del centro antico, vero cuore della vita di Riace.

Certo, il successo dell’esperimento è dovuto anche al numero abbastanza ridotto degli immigrati, al loro essere profughi politici e quindi desiderosi di integrarsi nel nuovo paese, non potendo tornare in patria. Non è facilmente riproponibile in tutte le situazioni: anzi, in qualche modo, proprio le condizioni della sua riuscita mettono in luce le difficoltà che si incontrano in altre situazioni.

Ma il solo fatto che esista una simile realtà, che qualcuno sia riuscito a creare e mantenere questo difficile equilibrio — che dura da più di dieci anni — costituisce un esempio a cui guardare, un caso che fa pensare. Allora, la soluzione del problema immigrati sta forse proprio nell’inventare qualcosa di positivo. Invece di scrollare le spalle con indifferenza.

Saturday 02 April 2011

Nostro contemporaneo

La seconda parte del «Gesù di Nazaret»

Il nuovo libro di Ratzinger-Benedetto XVI rende Gesù di Nazaret nostro contemporaneo. Nel gran disordine che regna sotto il cielo l’irrompere di un libro tanto appassionante accende interrogativi che toccano in profondità le nostre inquietudini. Ciascuno può trovarvi qualche luce per uscirne. Vi si raccontano i tre giorni cruciali dell’esistenza di Gesù, le sue ultime ore di vita scandite dalla passione e morte; l’inizio del tempo nuovo, la risurrezione, vero spartiacque della storia che origina un pensiero alternativo sul futuro del mondo e delle speranze umane.

L’autore è convinto che il confronto positivo con Gesù di Nazaret possa essere una soluzione anziché un problema per l’umanità. La sua indagine è convincente, ragionevole e rispettosa di culture e punti di vista differenti. Interessarsi a Gesù ha senso — si percepisce tra le righe — perché è l’unico risorto della storia, il Vivente immerso in ogni epoca e perciò nel nostro presente; compagno di viaggio affidabile che ci introduce negli orizzonti sconosciuti della vita oltre la morte.

Chiunque volesse capire questo misterioso Signore può calarsi nei giorni finali della sua vita terrena.

Pagina dopo pagina, dalle parole e dai comportamenti di Gesù, il teologo diventato Papa trae i tasselli di una carta d’identità dell’essere cristiano. Da un lato salda l’esperienza del patire, dell’angoscia e della tenerezza del Nazareno con l’insieme del pianto e del dolore smisurati delle vittime di ogni tempo e, dall’altro, ci aiuta a leggere frammenti del mistero del male e della sofferenza non più invincibili dopo la sua agonia nell’orto degli ulivi e l’abbandono sulla croce. La risurrezione di Gesù non è un tardivo volo pindarico dei suoi discepoli delusi che, non potendolo dimenticare, lo trasformarono in mito.

È una realtà veramente accaduta, alla pari della crocifissione e della morte. Mentre però del dolore e della morte che impastano la storia abbiamo una conoscenza sperimentale, della risurrezione abbiamo una conoscenza per fede. Si tratta di una fede ragionevole, ma sempre fede. Anzi, ci ricorda Papa Ratzinger, la fede cristiana è fondata sulla risurrezione. Poiché è strettamente collegata alla croce, la memoria della risurrezione è altrettanto pericolosa per la sapienza umana. Per i discepoli che attendevano un messia regale e vittorioso, la morte di Gesù è stata sconvolgente; la risurrezione, una volta verificata, ne ha cambiato la prospettiva, decidendoli a seguire il Maestro finalmente compreso.

Nel mistero della passione, morte e risurrezione — ci ricorda l’autore — sono racchiuse alcune delle questioni profonde dell’esistenza. E nel processo a Gesù è presente la critica radicale alle politiche basate sull’inganno e la violenza anziché sulla verità. Il destino del mondo si gioca sulla verità, non sulla forza che rimane una soluzione illusoria. Occuparsi di Gesù è occuparsi di tale destino poiché egli è venuto per rendere la più autorevole testimonianza alla verità che la prospettiva cristiana identifica con Dio.

Nello stile dei Padri della Chiesa, Papa Ratzinger non scrive per puro godimento intellettuale, ma offre un libro per la vita. La lettura ci immerge nella profondità del mistero cristiano, svelandoci quanto poco sia conosciuto e gustato. Con la scelta di una interpretazione dei racconti della passione basata sulla storia e sulla fede non contrapposte ma complementari, l’autore conferma la teologia conciliare e pone fine al pregiudizio nei confronti del popolo ebraico accusato nei secoli di deicidio. Nei vari momenti esaminati, dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Benedetto XVI sceglie un linguaggio nuovo e accessibile senza perdere profondità.

Chiama la Chiesa «la comunità dei discepoli» di Gesù; definisce la caritas «premura per l’altro», non un secondo settore del cristianesimo accanto al culto, «ma radicato proprio in esso e ne fa parte». C’è emozione per la lotta tra bene e male nella notte del Getsemani dove Gesù «trascina la natura recalcitrante in alto verso la sua vera essenza» e porta «il travaglio dell’essere uomini in alto verso Dio». L’ascensione è tradotta in una «vicinanza permanente» di Gesù con noi, un «entrare nel mistero di Dio» e un’altra dimensione dell’essere.

Si descrive, infine, la risurrezione, come fenomeno totalmente nuovo, una nuova dimensione dell’essere uomini, una mutazione decisiva, un salto di qualità; un nuovo genere di futuro per gli uomini, una nuova dimensione dell’esistenza umana, inclusa nell’atto di donare la vita. L’amore e la risurrezione — insiste l’autore — sono i due motivi distintivi dell’essere cristiani. La risurrezione come «mutazione» genetica compiuta da Dio in Gesù e promessa a tutti; l’amore come metodo di vita che distingue i figli di Dio e per il cosmo dischiude già ora un futuro di speranza.

c. d. c.

Tuesday 29 March 2011

Dall’abisso del male

Il pellegrinaggio di Benedetto XVI alle Fosse ardeatine — così l’ha voluto definire lo stesso Papa — per rendere omaggio alle vittime dello spaventoso eccidio, che resta indelebile tra i numerosissimi orrori della seconda guerra mondiale, non ha trovato molto spazio nei media. Forse anche per il succedersi incalzante e drammatico di notizie nel panorama internazionale.

Eppure la visita di Benedetto XVI a questo sacrario «caro a tutti gli italiani» — in continuità con quelle di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, e con la volontà di pregare e «rinnovare la memoria» — ha un significato particolare, che rimane. Il loro successore ha infatti compiuto un altro passo nella ricomposizione della memoria di quel conflitto che contribuì a sprofondare il Novecento nell’abisso del male. Come aveva affermato lo stesso Benedetto XVI un mese esatto dopo la sua elezione riflettendo sulle ultime successioni papali.

In questo modo non bisogna forse considerare, aveva detto il nuovo Papa, «il fatto che sulla cattedra di Pietro, ad un Pontefice polacco sia succeduto un cittadino di quella terra, la Germania, dove il regime nazista poté affermarsi con grande virulenza, attaccando poi le nazioni vicine, tra le quali in particolare la Polonia? Entrambi questi Papi in gioventù — seppure su fronti avversi e in situazioni differenti — hanno dovuto conoscere la barbarie della seconda guerra mondiale e dell’insensata violenza di uomini contro altri uomini, di popoli contro altri popoli».

Alla presenza del rabbino capo della più antica comunità della diaspora occidentale, ferocemente colpita dalla persecuzione razziale anche alle Fosse ardeatine, il vescovo di Roma, «città consacrata dal sangue dei martiri», ha voluto incontrare a lungo i familiari delle vittime — cattolici ed ebrei insieme — e ha reso omaggio alla loro memoria, in un luogo vicino alle catacombe e dal quale ancora una volta si è levata la preghiera dei Salmi, con le parole che da molti secoli ebrei e cristiani innalzano all’unico Dio.

Quel Dio al quale, nell’ora delle tenebre, si rivolsero due caduti, come altri in quei giorni, per affermare la fede «in Dio e nell’Italia» e invocare la protezione degli ebrei «dalle barbare persecuzioni». Benedetto XVI ha citato le loro parole, ricordando il centocinquantesimo anniversario dell’unità del Paese e ripetendo che nel Padre di tutti è possibile un futuro diverso. Che non offenda il Nome santo di Dio e l’essere umano, creato a sua immagine.

g. m. v.

Monday 28 March 2011

Da Gerusalemme a Parigi

L’intuizione di Benedetto XVI di un nuovo spazio dove laici e non credenti possano essere accolti con amicizia per condividere con chi crede la ricerca dell’unico Dio sta prendendo forma. Nella visione papale questa proposta è rappresentata dall’immagine del «cortile dei gentili» nel Tempio di Gerusalemme — dove appunto erano ammessi i pagani attratti dalla religiosità ebraica — ed è stata assunta dall’organismo curiale che si occupa del mondo della cultura con originale creatività.

Carica di simboli è stata così la scelta di Parigi — la «città dei Lumi» emblema di quella modernità contraddittoria e drammatica nata dagli ideali e dagli errori della rivoluzione francese — per l’esordio di questa iniziativa. Che senza dubbio è tra le più importanti decise da un Papa tanto mite quanto coraggioso, uomo di fede e teologo profondo, abituato sin da giovane al confronto, soprattutto nel mondo universitario, con chi è al di fuori dei confini visibili della Chiesa.

Uso dunque a esprimersi con parole comprensibili a tutti, Benedetto XVI ha voluto essere presente a Parigi con un messaggio ai giovani riuniti davanti a Notre-Dame, in uno spazio aperto oggi come venti secoli fa era accessibile ai pagani il cortile esterno del Tempio gerosolimitano. Dal grande santuario di un ebraismo sempre più caratterizzato da aspirazioni universalistiche rimanevano però esclusi i non giudei.

A cambiare tutto è stata la venuta di Cristo, quella luce vista da Giovanni che illumina ogni essere umano e ha abbattuto «il muro di separazione» tra ebrei e gentili, e dunque ogni divisione: anche quella tra credenti e non credenti. E perché non fosse reso difficile l’accesso dei pagani allo spazio loro riservato nel santuario di Gerusalemme Gesù aveva cacciato chi di questo luogo si approfittava per lucro. Per questo Benedetto XVI in molti modi si fa capire. Come hanno dimostrato, diversamente ma con straordinaria efficacia, i suoi ultimi due libri.

Ed efficaci per credenti e non credenti sono risuonate a Parigi le sue parole, rivolte ai giovani, ma più in generale alle donne e agli uomini di oggi. Il Papa ha così rinnovato l’invito che nel succedersi dei secoli e sino alla fine dei tempi la Chiesa di Cristo non si è stancata e non si stancherà di rivolgere: di non aver paura di aprire a Dio i cuori e le società. Senza timore di assumere le parole — libertà, uguaglianza, fraternità — che hanno riassunto gli ideali rivoluzionari, tante volte poi brandite con asprezza contro la Chiesa e il cristianesimo, e che pure dal cristianesimo sono nate.

Comuni sono moltissime aspirazioni di credenti e non credenti, per costruire «un mondo nuovo e più libero, più giusto e più solidale, più pacifico e più felice». Allora — dice Benedetto XVI — tra chi crede e chi non crede deve cadere, nel riconoscimento reciproco, ogni diffidenza: Dio non è un pericolo per la società e la vita umana e non lo è naturalmente la ragione, purché non si pieghi agli interessi e all’utilità, come spesso avviene. Per questo il Papa ha invitato i giovani parigini, riuniti davanti a Notre-Dame, senza distinguere tra credenti e non credenti, a non fermarsi nel cortile dei gentili. E a entrare invece nella cattedrale, dove come incenso si alzava la preghiera della sera.

g.m.v.

Friday 25 March 2011

Una rivoluzione femminile

A tre anni dalla morte la prima biografia di Chiara Lubich

di Lucetta Scaraffia

A tre anni dalla scomparsa, è uscita la prima biografia di Chiara Lubich, scritta da Armando Torno per Città Nuova: un libro che sceglie volutamente un tono non agiografico per descrivere quella che è sicuramente una delle più straordinarie esistenze del Novecento. Una narrazione piana, costruita attraverso le testimonianze delle focolarine e dei focolarini che sono stati più vicini alla loro fondatrice. Un racconto che volutamente mette sullo stesso piano le vicende umane e le esperienze mistiche di Chiara; rispettando, in questo modo, il suo carattere riservato, la sua capacità di stare al centro di tutto ma al tempo stesso di scomparire come persona.

Mi è capitato di incontrarla personalmente una sola volta, l’8 marzo di qualche anno fa, al Quirinale, dove era arrivata per ricevere un’importante onorificenza dal presidente della Repubblica italiana. Era entrata sorridendo, come sempre, senza preoccuparsi se nessuno dei presenti dava segno di riconoscerla e di darle onore. A me, che le ero andata incontro emozionata, ha riservato un sorriso timido e dolce, e ha declinato con semplicità ogni mio tentativo di far sapere ai responsabili del cerimoniale che era arrivata.

La biografia rispetta questo suo atteggiamento umile e ritroso, profondamente disponibile al contatto umano ma del tutto indifferente alla notorietà, e alla ribalta che pure le spettava. A tal punto che si coglie l’importanza di Chiara nella storia del Novecento quasi più dalla cronologia comparata, molto ben fatta, che si trova in appendice al volume e che dà conto della ricchezza delle forme di aggregazione da lei create all’interno del mondo cattolico, della sua straordinaria capacità di costruire momenti di incontro e di vero dialogo con esponenti e fedeli di altre religioni, della fecondità spirituale che ha segnato la sua vita interiore.

Una fecondità che ha sempre condiviso con le sorelle e i fratelli più vicini, e poi con tutti coloro che rivelavano disponibilità all’ascolto, consapevole che i tempi in cui si trovava a vivere richiedevano un’immediata condivisione di quanto lei, strumento di Gesù, arrivava a comprendere illuminata dallo Spirito Santo. Illuminazioni che nascevano dalla lettura continua della Sacra Scrittura: «Ogni volta che Chiara apriva il Vangelo vi scopriva la profondità di quelle parole di vita eterna che mai prima aveva trovato».

In questo modo, Chiara ha anticipato quello che la cultura cattolica avrebbe poi scoperto: l’ingresso nel linguaggio spirituale della parola amore, fino a quel momento riservata più che altro ai discorsi mondani; l’idea della spiritualità dell’unità, che si trasforma in una appassionata forma di dialogo tra le religioni e in una risposta alla «notte culturale» dell’umanità. Senza mai preoccuparsi che fosse ricordato il suo ruolo precorritore.

La proposta di una nuova evangelizzazione, secondo le sue parole, «non significa soltanto che il mondo secolarizzato» ne ha bisogno, ma anche che «l’evangelizzazione va fatta in maniera nuova». E alla ricerca di questa maniera nuova dedica tutte le sue energie: gli incontri, anche quelli apparentemente secondari, si trasformano grazie a lei in nuove vie e nuovi progetti, allargando sempre più la rete dei coinvolgimenti nel suo ideale: la santità a portata di tutti. Il suo movimento si apre a tutti gli ambiti, in un’ottica universale, con particolare attenzione alla cultura e ai media, mentre la sua vita interiore dà un nuovo impulso agli studi teologici.

Ma certamente l’aspetto di novità più forte che ha segnato la sua vicenda è proprio il suo essere donna, una donna che dà un accento fortemente femminile a ogni sua opera: basti pensare al nome più conosciuto del movimento da lei fondato (ufficialmente Opera di Maria) che evoca il focolare, spazio tradizionalmente femminile. Comincia circondandosi di donne, che sanno poi aprirsi alla necessaria presenza maschile, e dà disposizioni che a presiedere il movimento sia sempre una donna.

Anche la spiritualità dell’Opera prende una forma femminile, rappresentando la presenza mistica di Maria nella Chiesa. In questo modo, con la sua straordinaria esperienza, Chiara — che parla alle assemblee dei vescovi, è ascoltata dai Papi, viene accolta con gli onori di un capo di Stato nei Paesi che visita — realizza quello che i tempi richiedono anche alla Chiesa: riconoscere l’importanza del ruolo delle donne.

Ma lo ottiene senza rivendicare diritti, senza nessuna asprezza. Lo ottiene dimostrando di sapersi meritare quell’autorità che le viene riconosciuta, come è stato per le grandi sante nella storia della Chiesa. La sua importanza nel cattolicesimo del Novecento è anche la prova di una rivoluzione femminile compiuta nel silenzio e nella modestia. Rimane il compito di prenderne atto.

Wednesday 23 March 2011

Questione di radicalità evangelica

Il celibato sacerdotale

di Mauro Piacenza

Residuo preconciliare e mera legge ecclesiastica. Sono queste, in definitiva, le principali e più dannose obiezioni che riaffiorano nel periodico riaccendersi del dibattito sul celibato sacerdotale. Eppure, niente di questo ha reale fondamento, sia che si guardi ai documenti del concilio Vaticano II, sia che ci si soffermi sul magistero pontificio. Il celibato è un dono del Signore che il sacerdote è chiamato liberamente ad accogliere e a vivere in pienezza.

Se infatti si esaminano i testi, si nota innanzitutto la radicale continuità tra il magistero che ha preceduto il concilio e quello successivo. Pur con accenti talora sensibilmente differenti, l’insegnamento papale degli ultimi decenni, da Pio XI a Benedetto XVI, è concorde nel fondare il celibato sulla realtà teologica del sacerdozio ministeriale, sulla configurazione ontologica e sacramentale al Signore, sulla partecipazione al suo unico sacerdozio e sulla imitatio Christi che esso implica. Solo, dunque, una scorretta ermeneutica dei testi del Vaticano II – a cominciare dalla Presbyterorum ordinis – potrebbe condurre a vedere nel celibato un residuo del passato di cui liberarsi. E una tale posizione, oltre che errata storicamente, teologicamente e dottrinalmente, è anche dannosa sotto il profilo spirituale, pastorale, missionario e vocazionale.

Alla luce del magistero pontificio bisogna anche superare la riduzione, in taluni ambienti molto diffusa, del celibato a mera legge ecclesiastica. Esso, infatti, è una legge solo perché è un’esigenza intrinseca del sacerdozio e della configurazione a Cristo che il sacramento dell’Ordine determina. In tale senso la formazione al celibato, oltre ogni altro aspetto umano e spirituale, deve includere una solida dimensione dottrinale, poiché non si può vivere ciò di cui non si comprende la ragione.

In ogni caso, il dibattito sul celibato, che periodicamente nei secoli si è riacceso, certamente non favorisce la serenità delle giovani generazioni nel comprendere un dato così determinante della vita sacerdotale.

Giovanni Paolo II nella Pastores dabo vobis (n. 29), riportando il voto dell’assemblea sinodale, afferma: “Il Sinodo non vuole lasciare nessun dubbio nella mente di tutti sulla ferma volontà della Chiesa di mantenere la legge che esige il celibato liberamente scelto e perpetuo per i candidati all’Ordinazione sacerdotale nel Rito latino. Il Sinodo sollecita che il celibato sia presentato e spiegato nella sua piena ricchezza biblica, teologica e spirituale, come dono prezioso dato da Dio alla sua Chiesa e come segno del Regno che non è di questo mondo, segno dell’amore di Dio verso questo mondo nonché dell’amore indiviso del sacerdote verso Dio e il Popolo di Dio”.

Il celibato è questione di radicalismo evangelico. Povertà, castità e obbedienza non sono consigli riservati in modo esclusivo ai religiosi. Sono virtù da vivere con intensa passione missionaria. Non possiamo abbassare il livello della formazione e, di fatto, della proposta di fede. Non possiamo deludere il popolo santo di Dio, che attende pastori santi come il curato d’Ars. Dobbiamo essere radicali nella sequela Christi senza temere il calo del numero dei chierici. Infatti, tale numero decresce quando si abbassa la temperatura della fede, perché le vocazioni sono “affare” divino e non umano. Esse seguono la logica divina che è stoltezza agli occhi umani.

Mi rendo conto, ovviamente, che in un mondo secolarizzato è sempre più difficile comprendere le ragioni del celibato. Ma dobbiamo avere il coraggio, come Chiesa, di domandarci se intendiamo rassegnarci a una tale situazione, accettando come ineluttabile la progressiva secolarizzazione delle società e delle culture, o se siamo pronti a un’opera di profonda e reale nuova evangelizzazione, al servizio del Vangelo e, perciò, della verità sull’uomo. Ritengo, in tal senso, che il motivato sostegno al celibato e la sua adeguata valorizzazione nella Chiesa e nel mondo possano rappresentare alcune tra le vie più efficaci per superare la secolarizzazione.

La radice teologica del celibato, dunque, è da rintracciare nella nuova identità che viene donata a colui che è insignito del sacramento dell’Ordine. La centralità della dimensione ontologica e sacramentale e la conseguente strutturale dimensione eucaristica del sacerdozio rappresentano gli ambiti di comprensione, sviluppo e fedeltà esistenziale al celibato. La questione, allora, riguarda la qualità della fede. Una comunità che non avesse in grande stima il celibato, quale attesa del Regno o quale tensione eucaristica potrebbe vivere?

Non dobbiamo allora lasciarci condizionare o intimidire da chi non comprende il celibato e vorrebbe modificare la disciplina ecclesiastica, almeno aprendo delle fessure. Al contrario, dobbiamo recuperare la motivata consapevolezza che il nostro celibato sfida la mentalità del mondo, mettendo in crisi il suo secolarismo e il suo agnosticismo e gridando, nei secoli, che Dio c’è ed è presente.

Tuesday 22 March 2011

L’orso del Papa

Alla dedicazione della parrocchia romana di San Corbiniano — una liturgia esemplare per la cura e la partecipazione dei fedeli, tra i quali tantissimi bambini — erano presenti ben tre successori del fondatore della diocesi di Frisinga: oltre a Joseph Ratzinger, oggi Papa con il nome di Benedetto XVI, i cardinali Friedrich Wetter e Reinhard Marx. Un fatto eccezionale, che il parroco ha sottolineato nel suo caloroso saluto iniziale.

Nell’omelia il vescovo di Roma, successore del primo degli apostoli, ha improvvisato una breve riflessione su questo monaco francese attratto dalla vita contemplativa che scese a Roma per fondarvi un monastero. Ma qui la sua vita cambiò in modo inatteso: il Papa lo ordinò vescovo per la Baviera, dove la popolazione «voleva farsi cristiana, ma mancava gente colta, mancavano sacerdoti per annunciare il Vangelo».

Una scelta, quella di Gregorio ii, che si rivelò di universalità — il santo infatti «collega la Francia, la Germania, Roma», ha sottolineato il Papa — e nello stesso tempo di unità: Corbiniano ci dice che «la Chiesa è fondata su Pietro» e che era la stessa «come oggi». Per una ragione molto semplice: Cristo è lo stesso, «la Verità, sempre antica e sempre nuova, attualissima, presente, e apre la chiave per il futuro».

Parlando ai fedeli Benedetto XVI ha accennato all’orso che ha scelto di collocare nel suo stemma, episcopale e poi papale. Joseph Ratzinger ne aveva scritto per la prima volta nel libro autobiografico, tanto piccolo quanto prezioso, che pubblicò nel suo settantesimo anno e dove raccolse i suoi ricordi sino alla consacrazione episcopale. Raccontando come all’animale che aveva sbranato il cavallo di Corbiniano, in viaggio per Roma, fu imposto dal monaco di portare il suo fardello.

Ratzinger, sulla traccia del prediletto Agostino, spiegava che quel peso — il carico episcopale di chi «tira il carro di Dio in questo mondo» — venne imposto a Corbiniano e al vescovo africano, attratti entrambi dalla contemplazione e dallo studio. «Ma proprio in questo modo io ti sono vicino, ti servo, tu mi hai nella mano», concludeva il cardinale ormai a Roma. Affidandosi all’unico Signore, come ogni giorno fa Benedetto XVI. Che resta sempre affezionatissimo al suo orso.

g. m. v.