Wednesday 27 May 2015

Uber (al palo) e i suoi fratelli

Hanno vinto i tassisti, per ora. Gli autisti di Uber non potranno più andare a caricare e scaricare passeggeri per le strade d’Italia a costi ridotti perché - ha stabilito il Tribunale di Milano - stanno facendo 'concorrenza sleale' ai taxi, che costretti al rispetto di regole e tariffe non possono (e comprensibilmente non vogliono) abbassare i prezzi. Quindi entro 15 giorni il servizio 'Uber pop' dovrà chiudere e gli italiani che si erano messi al volante improvvisandosi autisti a chiamata per gli utenti dell’app Uber pop dovranno trovare un altro sistema per arrotondare le entrate. 

Almeno fino a un eventuale contrordine. Uber ha già fatto ricorso contro l’ordinanza, così come si è appellata contro simili divieti in Spagna, Germania e Francia. Intanto aspetta novità da Bruxelles, dove Elzbieta Bienkowska, commissario europeo al Mercato interno, ha una dichiarata simpatia per il suo servizio e sta lavorando per definire una regolamentazione unica. 

Il fatto è che appare un po’ semplicistico sminuire la novità portata da questa nuova potenza nata nella Silicon Valley (una società che sta preparando uno sbarco a Wall Street da 50 miliardi di dollari) a 'un salto di qualità nell’incrementare e sviluppare il fenomeno dell’abusivismo', come ha scritto il giudice Claudio Marangoni. Uber ha sfruttato le evoluzioni della tecnologia (gli smartphone e i Gps, in questo caso) per creare una rete in cui chiunque con una fedina penale pulita e un’automobile decente può mettersi a disposizione per trasportare da un posto a un altro sconosciuti che impostano sul telefonino l’itinerario desiderato.

È un servizio più simile a quello delle auto a noleggio con conducente che a quello dei taxi. Però il sistema di prenotazione garantisce tempi rapidissimi e le tariffe, in parte legate ai chilometri e in parte al tempo, sono prestabilite e sensibilmente più basse di quelle di un Ncc o di un taxi. 

Questi autisti non professionisti privi di licenze comunali e di altri vincoli oltre al rispetto del Codice della strada non sono semplici abusivi. Sono qualcosa di nuovo. Così come sono qualcosa di nuovo i 'passaggi' offerti (a pagamento) dai pendolari dell’automobile di BlaBlaCar, le camere da letto trasformate in stanze di hotel per una notte da AirBnb, le sale da pranzo convertite in ristorante per una sera nei nuovi home restaurant.

Dalle nuove tecnologie continuano a spuntare campioni di un’innovativa economia non convenzionale in cui il confine tra professione, lavoretto occasionale e hobby redditizio è più confuso che mai. È un mondo nuovo che per i più giovani è già abitudine ma che per molti settori tradizionali è una minaccia reale. Ed è un mondo nuovo al quale sarà sempre più difficile applicare leggi pensate per funzionare in un contesto ormai troppo diverso. Servono regole altrettanto innovative, che non soffochino nella culla questa economia non convenzionale ma che non la lascino divorare in un paio d’anni mercati consolidati e con più storia. Sarà dura, per i legislatori. E Uber è solo il caso più urgente.

Wednesday 27 May 2015 06:56

Gli ultrà stranieri: violenza premeditata, non calcio

La storia, ai “soliti noti”, a quest’orda di bamboccioni mascherati, che si fanno chiamare “ultrà”, non ha insegnato proprio niente. Era di maggio, il 29, di trent’anni fa, quando a Bruxelles, 39 civilissime persone, non solo tifosi italiani della Juventus, morivano allo stadio Heysel prima della sanguinosa finale con il Liverpool. Per commemorare i nostri “martiri da stadio”, sono stati scritti saggi, romanzi (da leggere nelle scuole Il giorno perduto di Favetto e Cartwright), sono state promosse tavole rotonde e seminari nei circoli culturali e nelle università. Ma l’ultrà violento non sente e non parla, agisce nell’ombra e colpisce duro, alle spalle. 

Quelle della guerriglia dell’Olimpico, prima e dopo il derby Lazio-Roma, sono scene già viste. Era sempre di maggio, il 1° scorso, a Milano quando il centro della città è stato assediato e distrutto dai “black bloc”, i sedicenti oppositori di Expo 2015, giunti da ogni dove. Sono gli stessi che, ogni maledetta domenica, ma anche di lunedì sera, in tutta Europa, dalla loro porzione riservata di Curva dividono e imperano, indisturbati. Hanno facoltà di ferire a morte il tifoso avversario, di catturare e poi torturare il poliziotto, il loro primo, vero, nemico giurato.
È inutile anticipare i derby romani del futuro a mezzogiorno – onde evitare le tenebre, perché le “iene” si mimetizzano meglio – , qui serve un definitivo e rapido cambiamento di rotta. Serve far capire, una volta per tutte, specie ai signori della politica, che il calcio è solo un pretesto di un cancro sociale più profondo e radicato. Per la sociologia da ultimo stadio, anche la maglietta sfottò del “Pupone” Totti o il ditino medio alzato a tradimento dall’altro tribuno romanista De Rossi possono alimentare i focolai violenti. Ma siamo seri, queste sono goliardate.

Al limite, tempi supplementari di adolescenze maleducate che, da sole, non possono accendere la già incendiaria “torcida” mascherata.
I bollenti spiriti ultrà hanno un loro preciso codice bellico, fanno dell’organizzazione premeditata il loro marchio e il comune grido di battaglia. Come si è visto, esistono pericolose e striscianti alleanze internazionali: polacchi, inglesi, greci e bulgari, chiamati a raccolta dagli “Irriducibili” della Lazio.

Bastano cinquanta di questi legionari incappucciati per trascinare nel terrore la maggioranza silenziosa. Sono teppisti, alcuni, aspiranti terroristi, che parlano lingue diverse, ma che possiedono un linguaggio universale - diffuso in Rete - , quello del caos violento. Trattasi di “infiltrati”, tutt’altro che inediti. Anche all’Heysel gli scontri mortali pare vennero innescati da infiltrati, hooligans londinesi («in quanto gelosi dei successi del nostro Liverpool», ha rivelato a 'Repubblica' il portiere Bruce Grobbelaar) rimasti ancora impuniti.

Ecco cosa fa più paura dell’ultrà-infiltrato, la loro perenne impunità. La t-shirt di Totti non ha ucciso nessuno, mentre per i coltelli e le pistole di questa peggiore gioventù si muore tutti i giorni, fuori e dentro lo stadio. «Io so...» – urlerebbe con noi il calciofilo Pasolini – i nomi e i cognomi, e perfino i numeri civici delle tane in cui risiedono gli infiltrati, spettro del terzo millennio.

Wednesday 27 May 2015 06:51

Referendum irlandese, una "terza via" per le unioni gay

Caro direttore,
il referendum popolare in Irlanda, che ha sancito a larga maggioranza dei votanti il sì ai matrimoni omosessuali, entra come un tornado anche nel dibattito italiano. Era più che prevedibile, così come era prevedibile una reazione uguale e contraria. Da un lato si esulta, parlando di una pietra miliare sulla via della civiltà e dall’altro ci si dispera, preconizzando un irreversibile declino. Due schieramenti, più baldanzoso il primo, più sconcertato e rassegnato il secondo: probabile che abbiano torto entrambi. Il referendum non è che l’ennesima espressione di una mutazione, radicale, veloce e confusa della società europea e dei suoi fondamenti antropologici. Ma è più sintomo di crisi dell’identità tradizionale che avamposto di nuovi modelli valoriali e civili. Dovrebbe perciò sorgere una domanda: come mai in una Europa che sconta una progressiva e drammatica crisi demografica i temi prevalenti nell’opinione pubblica sembrano diventare il matrimonio tra persone dello stesso sesso e le misure per contenere l’arrivo di immigrati? Difficile rispondere che si tratta di un nuovo ciclo della civiltà europea. È più plausibile riflettere circa il venir meno di alcuni elementi costitutivi dell’identità collettiva sedimentata in secoli di storia comune.
 
Perdono senso i segni, i riti e gli istituti attraverso i quali si era consolidato l’equilibrio tra diritti individuali e doveri comunitari. Le questioni eticamente sensibili vengono declinate con la categoria dell’«io» e non del «noi». Si pensi, per esempio, alla trasformazione del valore sociale della maternità, che rischia di essere ridotto, per un crescente numero di persone e di movimenti, alla pretesa di vedere corrisposta l’aspirazione individuale a un figlio, a prescindere da ogni altro elemento, ivi compresa l’età della donna e i diritti del bambino, che non sono solamente quelli della vita biologica. Non dobbiamo vivere però con disperata angoscia questa fase storica; lo penso anche da cristiano. Si tratta di mutazioni antropologiche che pretese dogmatiche e anatemi non possono contrastare.

Occorre piuttosto partire da una dialogante consapevolezza: queste mutazioni antropologiche stanno avvenendo senza il minimo supporto di una cultura che ne interpreti il senso, ne indichi i limiti invalicabili, ne armonizzi il portato rispetto ai valori costitutivi della società europea. Papa Francesco ha avvertito perfettamente questi segni dei tempi e testimonia, dal punto di vista della Chiesa, un nuovo inedito mix tra apertura pastorale, sensibilità ai processi sociali e dolce fermezza nei princìpi, quelli veri. Analogo impegno, francamente, non è dato di vedere nel mondo intellettuale e nella politica. Il mondo intellettuale appare prigioniero, su questa come su altre tematiche, di un approccio di maniera, appiattito su posizioni di acritica partigianeria.

La politica, dissociata dalla sua cultura, naviga con la sola bussola del pragmatismo esasperato: per questo rischia di dividersi tra la furbesca attitudine ad aderire agli umori della pubblica opinione e la scelta di arroccarsi in difesa dell’antico regime. Magari con la tentazione di trasformare le questioni etiche in comode basi per marcare uno spazio elettorale. La politica dovrebbe invece percorrere la difficile ma ineludibile via della mediazione, dell’approfondimento, dell’accompagnamento attivo, consapevole e non arrendevole. Tra l’altro, questa dovrebbe essere segnatamente la vocazione dei cattolici democratici. 

Abbiamo un banco di prova in Parlamento. La discussione delle varie proposte in tema di unioni civili sarà un’occasione per vedere se la politica italiana sceglie di rincorrere gli umori, di arroccarsi chiudendo occhi e orecchie, oppure di tentare la via della ragionevolezza, nel rispetto delle diverse sensibilità. Noi siamo per la terza via. Abbiamo presentato da mesi una nostra proposta di legge alla Camera e ci muoveremo secondo l’impianto in essa contenuto: pieno riconoscimento dei diritti delle persone e totale sostegno alle unioni affettive a prescindere dagli orientamenti sessuali e dalla tipologia del legame ma, assieme, esplicita e convinta contrarietà a ogni tentativo di introdurre nel nostro ordinamento forme surrettizie di matrimonio e di famiglia diverse da quella prevista nella nostra Costituzione.
*Presidente dei deputati di 'Per l’Italia-Centro Democratico' ed esponente di Democrazia Solidale

Wednesday 27 May 2015 06:41

Visione e generosità per l'Europa

Spagna, Polonia, Grecia, Regno Unito: i segni di disgregazione in Europa sono tanti, troppi per non capire che abbiamo bisogno di uno stile di rapporti e di una "narrazione" europea diversa. La logica utilitaristica miope e l’approccio ragionieristico - che calcola col bilancino costi e benefici economici per il singolo Paese non tenendo conto delle interdipendenze - non producono afflati, distruggono capitale sociale europeista e non portano da nessuna parte. Solo un salto di qualità politico e culturale verso il modello dello "scambio di doni" stile piano Marshall e la capacità di comunicarlo efficacemente possono consentirci di superare l’attuale situazione, invertendo la rotta. Un salto di qualità che renda percepibile ai cittadini europei, a tutti i cittadini europei, che i benefici dell’integrazione sono superiori ai costi.

Il "caso greco" è emblematico. Unione e Grecia hanno entrambe molto da perdere in caso di fallimento dell’accordo, ma ciascuna sta cercando di portare a casa il risultato migliore ritardando la conclusione della trattativa. Il ritardo però costa perché la situazione greca rischia di deteriorarsi. Il salto di qualità politico consiste nel domandarsi che cosa ciascuna parte può "donare" all’altra ovvero che cosa può fare per andare oltre la propria convenienza a breve. La Ue potrebbe e dovrebbe fare la prima mossa offrendo un accordo "generoso" che ponga fine ai costi dell’austerità e rilanci la domanda interna nel Paese.
 
Una delle paure maggiori nel compiere questo passo sta nel temere che altri Paesi possano domani seguire la Grecia nel chiedere concessioni alla Ue. La soluzione semplice è rendere il "caso greco" un caso unico e non appetibile dagli altri paesi del Sud (geografico e politico) dell’Eurozona. L’intervento generoso di salvataggio scatterebbe, infatti, solo dopo che Atene è passata attraverso le forche caudine di un crollo del Pil (un quarto per la Grecia) e una crisi sociale profondissima, che ha aumentato povertà e disoccupazione. Definendo con chiarezza queste condizioni-limite nessun altro Paese avrà alcuna convenienza politica a precipitare verso una tale emergenza per ottenere aiuti e condono del debito.

Stabilire che chi ha un incidente stradale ha diritto a un ambulanza e a un ricovero d’emergenza in ospedale non invoglia alcuno a cercare incidenti... Nel nostro caso "incidente" significa un profondo stato di prostrazione del Paese, che non favorisce certo la permanenza al potere delle classi dirigenti.

La nuova fase della crisi euro-greca arriva in uno scenario continentale profondamente mutato. Il debito greco è prevalentemente in mano a istituzioni e non a banche private, e ciò riduce i rischi di contagio. L’esposizione dell’Italia, in particolare, si aggira attorno ai 40 miliardi e anche un default totale aumenterebbe il nostro debito di non più di 2-3 punti di Pil. Ma ciò che mette l’Italia abbastanza al riparo è l’avvio del "quantitative easing" (una delle misure auspicata dall’appello dei 340 professori per l’Europa lanciato sulle colonne di "Avvenire") che ha profondamente modificato la traiettoria del debito creando le premesse per la ripresa economica, l’eliminazione della deflazione e la riduzione del costo del debito.

Già oggi con inflazione zero, Pil sotto l’1% e avanzo primario sopra il 3% siamo in situazione di rapporto debito/Pil stabile. Basterebbe che la riduzione del costo del finanziamento del debito pubblico provocata dal "quantitative easing" (anche senza l’esagerazione di tassi vicini allo zero per i nostri Btp) proseguisse portando il costo medio del debito al 2% per creare le condizioni di una riduzione progressiva e significativa del rapporto debito/Pil negli anni a venire anche con tassi di crescita moderata.

Tuttavia, è bene ripeterlo, il problema non è tecnico-contabile ma politico e culturale. I partner europei sono in mezzo al guado non avendo scelto né di separarsi né di mettere veramente assieme le proprie risorse in un’ottica di condivisione simile a quella che avviene negli Stati federali. Senza un passo in avanti che viene da una riscoperta profonda delle ragioni dello stare insieme la vera soluzione del problema rimane lontana.

Tuesday 26 May 2015

Sortino: «Perché porto in televisione le beatitudini»

Quando mi viene chiesto perché abbia sentito l’urgenza di approfondire le 'beatitudini', dunque di costruire un programma televisivo sulla proposta di felicità all’uomo da parte di Gesù di Nazareth su una collina, o ai piedi di essa, presso il Lago di Tiberiade,
sempre mi trovo nella difficoltà di descrivere una dimensione invisibile eppure presente che ho cominciato a percepire da qualche tempo nel mio lavoro da inviato.

Non so dire esattamente quando questa percezione è iniziata, magari quando realizzavo interviste al seguito di una manifestazione di protesta, o attendendo nella calca di cronisti che uscissero dal palazzo i membri di una qualche direzione politica, oppure mentre spulciavo le carte di un’inchiesta che illuminava la sostanza cinica e brutale delle relazioni economiche e politiche di chi detiene il potere. Fatto sta che guardandomi intorno, il che è il mio mestiere, ho cominciato ad avvertire come una patina di gelo che si posava sulle cose e le persone.

L’affannarsi e il dibattere di ciascuno nella nostra vita pubblica, lungi dal modificare le cose, le pietrificava. Ma questo spazio pietrificato, in cui ciascuno arriva a coincidere con la sua smorfia di dolore o di scherno, non era esattamente reale. Ciascuno reca il suo altrove al deserto, ed esso si espande. Ho provato a esaminare questo altrove, cioè lo spazio di irrealtà che ciascuno coltiva, un giardino del nulla sul retro del cuore. Vi ho trovato tristezza e paura. Il mondo è cambiato e poiché non sappiamo interpretarlo, replichiamo gli schemi che interpretavano il mondo di ieri. Penso alla fabbrica, alla famiglia, allo Stato. Tre dimensioni fondanti della percezione dello spazio pubblico dell’altro secolo. Oggi la fabbrica è vuota, oppure è invisibile, sezionata in mille altre fabbriche sparse per il mondo, ciascuna responsabile di una particella di prodotto, dunque il conflitto, sociale o ambientale, che la fabbrica esprime oggi è impraticabile, non perché risolto ma perché disincarnato. La crisi si presenta nel nostro mondo come una crescita costante della ricchezza e della povertà, dunque della diseguaglianza. Tali fenomeni avvengono sereni senza freni e conflitti, nell’altrove intangibile della finanza. La famiglia è nuda, sempre più spogliata delle norme che la costruivano come un presidio dell’uomo, negata e scimmiottata dalla cultura dominante, oppure rimpianta e venerata come un’immaginetta. Per questo proprio alle famiglie, cioè al motore di bene della società, è riservato un destino di povertà che invece scansa meglio chi sceglie di stare da solo. Infine lo Stato, via via sbranato dalla sua stessa ombra: il debito pubblico, il quale è una voragine che si fa ogni giorno più profonda nonostante le manovre, le svolte e i proclami. È il nostro passato di cattivo benessere che ora risucchia il futuro.


Se siamo per l’uguaglianza oppure se siamo per la libertà, se siamo gli alfieri della laicità oppure se siamo per fondare il diritto su una legge che lo precede, insomma comunque la pensiamo, avvertiamo come la realtà presente sfugga alla nostra capacità di modificarla, a maggior ragione se persino i potenti fanno costantemente professione di impotenza, costretti a obbedire a una necessità economica immodificabile nei suoi presupposti, tanto distruttiva quanto indistruttibile, perché prodotta da meccanismi presentati come sottratti all’agire dell’uomo, ancorché dall’uomo determinati.


L’ex ceto medio, in televisione, sui giornali, in rete, assiste a un racconto della realtà che essendo permanente si sovrappone alla realtà sostituendola, frantumandola e insieme ricomponendola in una dimensione spettacolare, dunque falsa. Il pubblico si intrattiene partecipando a un costante conflitto su decisioni che non gli spettano più, si raccoglie sghignazzante di fronte al potente di turno, svergognato dall’ultima indagine, additato come l’emblema di ogni male, e poi lasciato tornare in sella col suo vestito di fango che insozza anche la sedia dove siede, e il palazzo, e l’istituzione.


Per sopravvivere in questo tempo allora edifichiamo il tempio dell’altrove, come sostituto della speranza che non sappiamo più concepire. O vi cadiamo addormentati per la tristezza, la tristezza di chi non sa affrontare il dolore e la sconfitta dunque non sa superarli. Oppure riempiamo questo altrove di oggetti e di idoli, persino il lavoro o l’amore li trasformiamo così, cercando di farci assorbire da essi, di perdere la nostra libertà e la nostra coscienza di uomini, finiamo per vivere trascinati dal tempo della vita ma ad esso estranei, come relitti in un fiume.

Penso che gli ebrei e gli altri abitanti della Palestina di allora dovessero vivere un tempo 'apocalittico' simile al nostro. Schiacciati dalla dominazione romana, che era la forma di globalizzazione che quel tempo visse. E oppressi dalla 'casta' di allora, che si divideva e si ricomponeva intorno a una legge di cui venerava la forma ma non comprendeva la sostanza. Immagino quali risposte cercasse la folla della provincia di Cafarnao, una cittadina piena di stranieri, di fronte al lago di Tiberiade, ai piedi di una montagnola, mi sono immaginato all’interno di quella folla fattasi intorno a quello strano personaggio, un carpentiere di una città poco conosciuta, che parlava al mondo con inspiegabile autorità. Immaginiamo che la scena avvenga oggi, che ne so, dalle parti di Pescara, un carpentiere trentenne di Frosinone, guarisce, parla e raccoglie discepoli al porto, tra i pescherecci. Accorre una folla di diseredati, immigrati, contaminati, esodati, disoccupati, cassaintegrati, precari, traditi dal marito, dalla moglie, delusi dai partiti, dai sindacati, dalle ideologie, dalle mode, magari dalla Chiesa stessa. E in mezzo a loro ci sono io, giornalista cinico e insolente, che non sa credere a niente. Tutti con il nostro fagotto sulle spalle, speriamo che questo nuovo guru, il carpentiere capellone, ci consenta di riempirlo di un nuovo altrove collettivo, meno depresso del nostro. Una prospettiva, una bandiera, una soluzione, una ricetta politica, oppure spirituale e religiosa, qualche pratica mistica, che ci tiri fuori dal nostro dolore, dalla nostra preoccupazione, dalla nostra miseria, dalla nostra rabbia. Tutti sperano insomma di sentirsi aggregati in una nuova prospettiva, contro un nuovo nemico. E invece...


E invece il carpentiere coi capelli lunghi tiene un discorso diverso, che non sottrae le persone alla loro condizione, né le reclude all’interno di essa, ma le spinge a sperimentarla come una nuova possibilità in rapporto con gli altri e con Dio. «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli, beati gli afflitti perché saranno consolati, beati i miti perché erediteranno la terra». Sembra un paradosso, quasi una presa in giro. Ciò che il mondo e ciascuno considera una sventura qui è indicato come un’occasione di felicità, al punto da doverlo cercare. Il limite di ciascuno non è più ciò che lo imprigiona ma lo spazio dentro il quale è possibile sperimentare l’amore senza limiti. L’altrove irreale, del possesso, della felicità isterica, della tristezza viene soppiantato dalla realtà dell’uomo incluso nello sguardo di Dio. L’uomo è – se riconosce il suo limite e in virtù di esso – proiettato già oggi verso l’infinito e l’eterno.


È chiamato a includere gli altri costantemente in una relazione con lui e a lasciarsi includere contemporaneamente in una relazione con Dio. La beatitudine, cioè la felicità non carpita ai danni della coscienza ma sperimentata dall’uomo nella sua interezza, carnale e spirituale, diventa la nuova dimensione della realtà, contemporaneamente esistenziale, sociale e religiosa. Dunque l’impoverimento delle nostre esistenze, l’affermazione di valori estranei ai nostri, la fame di giustizia che cresce, il dolore per le guerre e per le malattie, il ripetersi di catastrofi naturali, cioè la prospettiva che stiamo determinando con le nostre azioni, possono essere affrontati e risolti senza fuggire dalla realtà, senza riunire le proprie comunità nel nome del nemico, rimpiangendo gli antichi schemi e cercando protezione nel ricordo un po’ indignato di un bene perduto.

Ma proprio affermando la realtà dell’uomo beato, che anticipa oggi ciò che ha ricevuto come promessa per il domani, perché sa che la sua realtà appartiene sia all’oggi che al domani. Realizza la realtà di Gesù che lo ha incluso nella sua vita, includendo a sua volta gli altri nella propria realtà. E dunque anticipa la salvezza che ha ottenuto. È per questo che il discorso della montagna mi è parso un discorso realistico, cioè un discorso che libera l’uomo dal suo altrove, e inaugura la realtà come spazio di libertà e possibilità. Al punto da tentare l’impossibile impresa di realizzare intorno alle beatitudini una trasmissione televisiva.


Ovviamente non sono io che possiedo le risposte giuste alle domande che questa parte del Vangelo pone. Nella nostra trasmissione si alterneranno testimoni, personaggi delle più varie estrazioni, donne e uomini di spettacolo e catechisti, scelti in virtù della loro capacità di parlar chiaro e diretto. Insomma, è uno spettacolo nel quale si incontrano persone, si raccontano storie e si ascoltano canzoni, e soprattutto si suscitano domande, per chi crede e per chi non crede. Vi aspetto domani alle 21, su Tv2000. Il programma si chiama «Beati voi!».

Tuesday 26 May 2015 09:07

Capitalismo di relazione. Se trasparente ha chance

​Da un po’ di tempo si è tornati a parlare di «capitalismo di relazione». In particolare, dalla visita del premier Renzi alla Borsa di Milano ospite del “Programma Elite” che, in sette edizioni, ha avvicinato al mondo finanziario più di 250 aziende nazionali di varia dimensione, con una certa prevalenza per le piccole e medie. Da questo punto di vista, un programma di buon successo tanto da essere replicato in Europa, con i buoni uffici della Borsa di Londra, proprietaria di quella di Milano.


Che poi solo una di queste aziende in tre anni sia approdata al mercato borsistico principale e qualcun’altra all’Aim, segmento dedicato alle pmi, è tutto un altro tema, non certo di completa responsabilità del soggetto promotore di questa interessante iniziativa. In quella sede, dunque, il presidente del Consiglio rispolverò un termine, «capitalismo di relazione», ben noto ai frequentatori delle pagine economiche dei media, ma ormai un po’ desueto. Renzi voleva così contrapporre alla positività del “Programma Elite” il comportamento amorale, ma assai conveniente, di tante imprese operanti in Italia, nazionali e non, che da sempre fanno di frequentazioni ristrette e partecipazioni a salotti e network il vero motore della propria azione economica che tante ricadute negative ha sull’economia di tutti gli altri.


Per intenderci, basta accennare alla realtà di certe banche dove – secondo un interessante e documentato studio di Confartigianato di qualche anno fa – la maggior parte dei crediti incagliati difficilmente esigibili (di fatto delle perdite) sono verso grandi imprese pubbliche e private alle quali sono stati concessi, verrebbe da pensare, tra un primo e un secondo di un pranzo tra sodali. Queste perdite sono poi spesso utilizzate per spiegare, insieme ad altri fattori, una politica creditizia restrittiva verso le altre aziende, spesso di minori dimensioni ma di meno interessanti frequentazioni, che, invece, i propri debiti li hanno nel passato quasi sempre onorati.


Tutti d’accordo, allora, nel mettere all’indice questi comportamenti, ben sapendo peraltro che sempre ci saranno perché, un po’ alla stregua del too big to fail (troppo grandi per fallire), tra potenti e prepotenti ci si comporta così. A quel punto però mi sarei aspettato un capovolgimento dei piani che, purtroppo, non c’è stato. C’è invece, mi sarebbe piaciuto sentire affermare, una relazione quotidiana, dal basso, fiduciaria e concreta che coinvolge sul territorio, almeno dagli anni Settanta del precedente secolo, migliaia di imprenditori, a piccoli gruppi e in forme continuamente rinnovate con pragmatismo e fantasia, per realizzare obiettivi economici che garantiscono poi ricadute positive per tutti in termini di occupazione, export, immagine, in sintesi ricchezza.

Questo è, deve essere il nostro vero e positivo «capitalismo di relazione». Un fare impresa che oltre alle buone idee e pratiche elaborate all’interno dei propri confini con il supporto dell’autorità e del coordinamento, si apre alla collaborazione, spesso di lungo periodo, sul territorio o a molte centinaia di chilometri di distanza, a monte o a valle con altre aziende manifatturiere, di servizio o di credito per migliorare la qualità del proprio prodotto. Si chiamano, in particolare, distretti industriali o contratti di rete.

I primi, sorti un po’ per caso e comunque in difesa nei primi anni Settanta, godono tuttora, contro il parere di molti, di grande vitalità e concorrono a migliorare continuamente la capacita esportativa delle nostre imprese. I secondi, più recentemente, hanno coinvolto in pochi anni migliaia di aziende nelle diverse forme possibili rendendo praticabile una proficua collaborazione. La relazione, quando è trasparente, fiduciaria e operativa permette di fare buona economia soprattutto in un Paese di piccole e medie imprese che solo con un’intensa interazione possono “diventare grandi restando piccole”.

Tuesday 26 May 2015 08:18

Siloe Film Festival, parla il direttore artistico

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Tuesday 26 May 2015 08:09

Libano in stallo in un'area in fiamme

Prima di ogni notiziario, la speaker de “La Voce del Libano” elenca, uno dopo l’altro, i nomi di 45 deputati del Parlamento aggiungendo: «Questi sono i responsabili della vacanza della carica presidenziale». Gli “astensionisti” appartengono in particolare al gruppo parlamentare cristiano capeggiato dal generale Michel Aoun – lui stesso candidato alla presidenza – che conta 21 deputati, e a quello dei suoi alleati sciiti di Hezbollah. Per loro, si tratta di una pressione tesa a eleggere “un candidato forte” che goda di una solida base popolare cristiana. Una motivazione, questa, che non convince una buona parte dei libanesi. A cominciare dallo stesso patriarca maronita che paragona spesso la vacanza della maggiore carica istituzionale assegnata a un cristiano libanese a “un corpo senza capo”, altri a un crimine, altri ancora a un tradimento. Tutti lamentano la totale mancanza del senso di responsabilità nei confronti dei cristiani orientali che considerano il Libano l’ultimo baluardo del cristianesimo in questa regione.
 
Dell’impasse politica abbiamo parlato con l’ex presidente Amine Gemayel, che proprio ieri ha ricevuto l’ultimo presidente in carica, Michel Suleiman per coordinare una nuova strategia contro il cosiddetto “vuoto istituzionale”.

Presidente Gemayel, come pensate di affrontare la crisi istituzionale in cui versa il Libano da ormai un anno?
Il Libano ha visto in passato simili crisi, ma mai per una durata così lunga. Si tratta di un ritardo eccessivo, e oltretutto ingiustificato. Con il presidente Suleiman abbiamo deciso di convocare per domani (oggi per chi legge, ndr) una marcia dei deputati cristiani verso la sede del patriarcato maronita, per sollecitare l’intervento della Chiesa.

Il patriarca Béchara Rai ha fatto tutto il possibile per spingere i quattro leader maroniti (oltre a Gemayel, Michel Aoun, Samir Geagea e Suleiman Frangieh) a trovare un accordo. Non trova che la responsabilità ricada su di voi?

Ammetto che una parte di responsabilità ricada sulle divisioni tra cristiani. Abbiamo cercato, infatti, durante le nostre riunioni con il patriarca, di arrivare a una visione comune. Ma è stato invano. Detto ciò, una parte della responsabilità ricade su altre parti, dato che a boicottare le elezioni non ci sono soltanto deputati cristiani.

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E come spiega questa impasse. E quali sono le sue conseguenze?

La Costituzione libanese prevede l’elezione del nuovo presidente nei due mesi precedenti alla scadenza del mandato. Ma stranamente, e per motivi non dichiarati, assistiamo a un’astensione da parte di alcuni gruppi parlamentari, in flagrante violazione delle regole democratiche più elementari. Questa vacanza sta provocando uno stallo nelle altre istituzioni con il Parlamento che non riesce a deliberare e il governo che lavora al minimo delle sue potenzialità. L’unica spiegazione che posso fornire è che assistiamo a una sorta di “civetteria politica” da parte di un candidato – Michel Aoun – le cui ambizioni illimitate coincidono con gli interessi strategici di un altro partito – Hezbollah – che non nasconde i suoi legami con un determinato asse regionale.

Pensa che il proseguimento del boicottaggio sia legato a uno sviluppo preciso, come la conclusione dell’accordo americano-iraniano il prossimo mese?

Non ho la risposta. Se ci fossero interessi regionali influenti, è evidente che il Libano non avrebbe i mezzi di contrastarli. Peccato però che alcuni libanesi non abbiano ben presente che, all’ora decisiva del compromesso, gli interessi strategici delle potenze regionali non tengono in alcun conto i veri interessi del Libano.

C’è chi afferma che, in fin dei conti, l’elezione di un presidente non è mai stata un mero affare libanese…

Non sono d’accordo. Al di fuori del periodo di occupazione siriana, nel quale Damasco eleggeva i suoi uomini a tutte le cariche istituzionali del Libano, le elezioni presidenziali sono state un affare prevalentemente libanese che godeva soltanto di un sostegno dall’estero. Oggi, siccome alcune potenze regionali (leggi l’Iran, ndr) non riescono a imporre il proprio candidato, assistiamo al blocco dell’intero processo elettorale attraverso due mezzi: quello del boicottaggio delle sedute e quello della pressione esercitata dalle milizie sulla popolazione.

La Corrente patritottica libera (Cpl) di Aoun ha proposto di sondare le preferenze del popolo prima di passare in Parlamento…

Ho detto alla delegazione del Cpl che mi ha illustrato la proposta che essa non mi convince affatto. Introdurre un nuovo meccanismo per eleggere il presidente, come il referendum popolare, richiede oltre, allo spreco di spese ed energie, anche una modifica della Costituzione. Non vedo una logica dietro questa proposta surreale. La cosa più urgente adesso è quella di andare in Parlamento e agevolare l’elezione di un nuovo presidente. Punto e basta. Solo dopo possiamo pensare a eventuali emendamenti alla Costituzione.

Dove vede il pericolo maggiore per il Libano in questo momento?
Lo vedo nella poca perspicacia che si è impadronita della politica libanese. Lo Stato islamico e i conflitti confessionali si propagano a macchia d’olio in tutto il Medio Oriente, mentre noi siamo sprofondati in beghe meschine sul potere. Andare avanti di questo passo significa il suicidio per tutto il Libano. Siamo come un’orchestra senza maestro. Con enormi ripercussioni negative sull’immagine del Paese, sull’economia e sulla sicurezza, specie dopo il flusso di un milione e mezzo di rifugiati siriani. Molti fondi e prestiti internazionali agevolati sono bloccati perché la comunità internazionale non trova un interlocutore ufficiale. Questo non deve durare.

Non pensa che ci sia una sorta di “protezione internazionale” del Libano?

Le potenze regionali hanno attualmente interesse a non estendere il fuoco a nuovi Paesi. Ma tutto può cambiare domani. È evidente a tutti che le divergenze confessionali, in particolare tra sunniti e sciiti, sono in espansione ovunque. Invece di consolidare il Libano di fronte alle minacce regionali, lo stiamo esponendo ad esse.

Lei è un candidato “in pectore” della Coalizione 14 marzo. Ha aperto dei canali con i suoi rivali?

La mia storia personale è improntata al dialogo e all’apertura. Ho mantenuto contatti con Arafat e Assad anche quando palestinesi e siriani bombardavano noi libanesi. Il dialogo è una necessità per un Paese pluralista come il nostro. Oggi, purtroppo, vige il detto “invano grida chi chiama un sordo”.

È pessimista?

Vedo i pericoli, ma sono determinato.

Sunday 24 May 2015

EFFETTO BERGOGLIO IN IRLANDA: LA MESSA E’ FINITA

Che l’Irlanda, antica roccaforte del cattolicesimo, vari a furor di popolo le nozze gay (“e chi sono io per giudicare”, dirà il vescovo di Roma…), è un evento storico. Si avverte un cupo rumore di frana, come se una montagna – effetto Bergoglio? – stesse venendo giù.

Del resto in Sudamerica già da anni la Chiesa sta crollando (i dati sono terribili): ora l’Europa, il cuore della cristianità.

Ciò che rende dominante il laicismo – diceva il cardinal De Lubac – è che si imbatte e strumentalizza “un cristianesimo sempre più minorato, ridotto ad un teismo vago e impotente”.

BARACK E BURATTINI

Oggi solo questo teismo è permesso. Invece della Chiesa cattolica conosciuta finora è minacciata perfino la sopravvivenza.

C’è posto solo per una sua ridicola parodia laicizzata, da “cortigiana” umanitaria (per dirla con Andrea Emo), per una “agenzia religiosa” che sui grandi temi della vita si sottomette al diktat ideologico obamiano, che rinuncia al proselitismo e al “Dio cattolico” (“non esiste un Dio cattolico”, dice Bergoglio), che si scioglie nell’ecumenismo massonizzato delle tante religioni, che si occupa del clima e della spazzatura differenziata, insegnando le buone maniere (buongiorno, buonasera, grazie e scusa) e facendo pipponi assistenziali sui poveri.
Ma per la vera Chiesa Cattolica non c’è più posto, come mostra il dramma dell’ultimo grande papa, Benedetto XVI, “dimissionato”, autorecluso e silenziato.

LA VERA CHIESA

La Chiesa che ha illuminato e vinto il tenebroso mondo degli dèi e ha ribaltato la storia pagana e antiumana, la Chiesa del Verbo di Dio fatto carne che ha la pretesa di annunciare la Verità, la Chiesa dei grandi santi, dei martiri, dei missionari, la Chiesa della liturgia divina e della grande arte, la Chiesa di Madre Teresa e del pensiero forte, dei grandi papi e di padre Pio, con l’irrompere del soprannaturale, la Chiesa che ha tenuto testa per secoli alla ferocia musulmana e ai grandi totalitarismi genocidi del XX secolo, questa Chiesa oggi non ha più diritto di cittadinanza.

Ieri, monsignor Galantino – secondo un tweet di Alberto Mingardi – pare abbia detto in un convegno: “Quando la Chiesa era cattolica e la messa era in latino…”.

Un lapsus freudiano rivelatore ed esplosivo. Infatti ora siamo all’ultimo atto della “liquidazione della Chiesa Cattolica”, come preconizzò Giuseppe Prezzolini, laico ma preoccupato per il baratro verso cui stava correndo il mondo cattolico, ansioso di “modernizzarsi” e arrendersi a tutte le mode ideologiche del momento.

Però a liquidare la Chiesa non sono le persecuzioni, né l’odio laicista, ma – come disse Paolo VI – è “l’autodemolizione” dall’interno.

La via del baratro fu imboccata non con il Concilio – come credono certi lefebvriani – ma alla sua fine, esattamente 50 anni fa, con il “post-Concilio”.

Nei giorni scorsi sui giornali, si è ricordato che sono cinquant’anni anche dalla prima messa in lingua italiana e un altro intellettuale laico come Elémire Zolla, in quei giorni, arrivò a sottolineare l’avvenimento con toni apocalittici: “7 marzo: muore la Messa, muore il Gregoriano. Ascoltato per l’ultima volta. Oramai, come un ramo secco, la Chiesa verrà bruciata”.

In realtà il problema non fu tanto l’uso della lingua volgare nella liturgia (cosa, secondo me, positiva), ma la successiva “riforma liturgica” del 1969 e soprattutto la sostanziale (non legale) messa al bando della precedente, millenaria liturgia cattolica.

Joseph Ratzinger ha fatto capire bene, molti anni dopo, l’enorme errore, anche teologico, che fu commesso allora. Che ebbe conseguenze colossali, anche nel tragico smarrimento della fede.

SALVARE LA CATTEDRALE

Ma curiosamente a quel tempo a lanciare l’allarme in modo drammatico per una Chiesa che di colpo rifiutava il suo rito bimillenario (quello attorno al quale erano state costruite le nostre cattedrali), furono soprattutto gli intellettuali laici.

Che protestarono con la stessa costernazione con cui oggi consideriamo le tragiche devastazioni compiute dall’Isis nell’antico Medio oriente.

Il 5 settembre 1966 uscì un primo appello a Paolo VI per la salvaguardia della liturgia latino-gregoriana (pochi mesi prima che l’alluvione devastasse l’antica bellezza cattolica di Firenze).

Quel manifesto-appello fu firmato da una quarantina di grandi intellettuali e impressiona rileggere oggi alcuni di quei nomi: Jorge Luis Borges, Salvatore Quasimodo, Eugenio Montale, Giorgio De Chirico, Robert Bresson, Jacques Maritain, François Mauriac, Gabriel Marcel, Maria Zambrano, Cristina Campo, Elena Croce, Wystan Hugh Auden, Jorge Guillen, Elémire Zolla, Philip Toynbee, Evelyn Waugh, Salvador De Madariaga, Carl Theodor Dreyer, Julien Green, Elsa Respighi, Francesco Gabrieli, José Bergamin, Fedele D’Amico, Luigi Dallapiccola, Victoria Ocampo, Wally Toscanini, Gertrud von Le Fort, Augusto Del Noce, Lanza Del Vasto.

L’appello fece molta impressione, anche in Vaticano, ma non riuscì a fermare la frana. Così nel 1971 ne uscì un altro e stavolta furono ancora di più gli intellettuali che si aggiunsero.

Ricordo qualche nome: Agatha Christie, Graham Greene, Harold Acton, Mario Luzi, Andrés Segovia, William Rees-Mogg (il direttore del Times), Joan Sutherland, Guido Piovene, Giorgio Bassani, Adolfo Bioy Casares, Ettore Paratore, Gianfranco Contini, Giacomo Devoto, Giovanni Macchia, Massimo Pallottino, Rivers Scott, Wladimir Ashkenazy, Colin Davis, Robert Graves, Yehudi Menuhin, Kenneth Clark, Malcolm Muggeridge.

AUTODEMOLIZIONE

Fu pressoché inutile, ma di lì a poco lo stesso Paolo VI si rese conto della tragedia in corso: il crollo della frequenza religiosa, migliaia di preti e religiosi che lasciavano l’abito, intellettuali cattolici subalterni all’ideologia marxista, gran parte dei giovani sedotti dai miti della rivoluzione (da Fidel Castro a Mao, dai Vietcong a Che Guevara, fino a Stalin), il dilagare della Teologia della liberazione e di teologie moderniste che demolivano la dottrina cattolica.

Paolo VI negli ultimi anni pronunciò parole sempre più drammatiche: “Credevamo che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. E’ venuta invece una giornata di nuvole e tempeste, e di buio”, “da qualche parte il fumo di Satana è entrato nel tempio di Dio”, “l’apertura al mondo fu una vera invasione del pensiero mondano nella Chiesa… Noi siamo stati forse troppo deboli e imprudenti”.

Paolo VI denunciò “coloro che tentano di abbattere la Chiesa dal di dentro” e prese a citare i libri di Louis Bouyer, “La décomposition du catholicisme” e “Religieux et Clercs contre Dieu”.

All’amico Jean Guitton confidò: “C’è un grande turbamento in questo momento nel mondo e nella Chiesa, e ciò che è in questione è la fede. Capita ora che mi ripeta la frase oscura di Gesù nel Vangelo di san Luca: ‘Quando il Figlio dell’uomo tornerà, troverà ancora la fede sopra la terra?’. Ciò che mi colpisce quando considero il mondo cattolico”, proseguiva il papa, “è che all’interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non-cattolico, e può avvenire che questo pensiero non-cattolico all’interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa”.

Poi, grazie a Dio, arrivarono Giovanni Paolo II e Joseph Ratzinger. La barca di Pietro venne faticosamente riparata, la bussola della fede ritrovò la via e una generazione di giovani sperimentò di nuovo la bellezza del cristianesimo.

Ma questa primavera è stata gelata da qualcosa di potente e di oscuro che, per la prima volta nella storia della Chiesa, ci pone davanti al dramma di un “papa emerito” autorecluso in Vaticano e di “un vescovo vestito di bianco” che viene acclamato da tutti i nemici di sempre della fede cattolica e che ha riportato la Chiesa alla subalternità alle ideologie mondane degli anni Settanta (è stata riesumata perfino la Teologia della liberazione e il suo fondatore Gutierrez ora pontifica dal Vaticano).

Sembra il baratro finale. A meno che Dio….

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 24 maggio 2015

Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

 

Friday 22 May 2015

Diari di martiri nella Cina di Mao

Quattro testimonianze dirette delle persecuzioni degli anni Cinquanta e Sessanta, per la prima volta raccolte in un libro. Con il racconto di messe e comunioni celebrate e vissute anche in proibitive condizioni di prigionia

Thursday 21 May 2015

Un vescovo di fronte al peccatore

A proposito dell’Anno Santo della misericordia, e a proposito della preoccupazione che muove alcuni nella Chiesa sui possibili rischi di «buonismo» e di «lassismo», come pure dell’atteggiamento di coloro che dai pulpiti telematici si dedicano al «giudizio permanente effettivo» attaccando a destra e a manca fratelli nella fede, diversamente credenti o non credenti.

Può essere di qualche utilità l’atteggiamento dimostrato da un vescovo assai noto qualche tempo fa. Un vescovo che nell’attuale dibattito dei tanti Sant’Uffizi virtuali, quei circoli e dei circoletti auto-eccitati in vista del prossimo Sinodo sulla famiglia, passerebbe per essere un pericoloso progressista.

Ecco le sue parole, rivolte a Dio: «Soprattutto concedimi la grazia di condividere con intima comunione il dolore dei peccatori: questa è la virtù più alta (…) Ogni volta che si tratti del peccato di uno che è caduto, concedimi di provarne compassione, di non rimproverarlo altezzosamente, ma di gemere e di piangere con lui, così che, mentre soffro per un altro, io pianga su me stesso, dicendo “Tamar è più giusta di me”».

Questo vescovo (che oggi, verrebbe detto da alcuni, parlava troppo di misericordia) risponde al nome di Ambrogio. È stato pastore di Milano, è santo ed è uno dei Padri della Chiesa. (De paenitentia, II, 73).

Tuesday 19 May 2015

Verso il Siloe Film Festival

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Tuesday 19 May 2015 04:00

Sinodo. Una voce controcorrente dall'Argentina

Un giurista e padre di 14 figli demolisce le tesi del cardinale Kasper a favore della comunione ai divorziati risposati, non approvate dai padri sinodali ma già diventate pratica effettiva in molti luoghi

Sunday 17 May 2015

COME LA CHIESA DI SEMPRE (NON QUELLA BERGOGLIANA) CI HA RIEMPITO DI DELIZIE DA GUSTARE E BELLEZZE DA GODERE

Si parla di 500 mila visitatori all’Expo nella prima settimana e di 11 milioni di biglietti già venduti nel mondo.

Al di là dei numeri l’Expo è ormai un fenomeno di costume perché ha messo a tema ciò che in quest’epoca più appassiona, il cibo: una delle cose che esprime la nostalgia del paradiso perduto e il desiderio delle delizie di quel giardino adamitico, simbolo della perfetta armonia fra corpo, mente, natura e spirito.

E’ una fissa collettiva. Come dimostrano il proliferare di programmi televisivi, le vendite dei libri di ricette e le pagine che giornali e rotocalchi dedicano alle specialità di questo o quell’angolo d’Italia, mentre i tiggì – perfino quello satirico di Antonio Ricci – si sono riempiti di succulente rubriche di degustazione.

Tuttavia non si capisce il segreto della nostra civiltà del mangiare e del bere. All’Expo la si mette soltanto in mostra.

Poi si riflette sul dramma dell’alimentazione nel Terzo Mondo. Ma (come ho già scritto) il problema della fame viene affrontato soprattutto con banali luoghi comuni anti-industriali che ripropongono vecchie e fallimentari ideologie.

Non considerando un fatto essenziale: per gli uomini il cibo non è la mera risposta materiale a un bisogno fisiologico come per gli animali, ma è un fatto eminentemente culturale.

Infatti il cibo per noi in natura quasi non esiste: non solo non esistevano in natura il pane e il vino, ma nemmeno il grano e l’uva erano, nella preistoria, quello che sono diventati oggi grazie alla selezione umana.

E’ il lavoro, quindi un’intelligente capacità di adattamento e di trasformazione, poi di produzione, a dare il cibo commestibile per gli uomini e in quantità sovrabbondante.

L’uomo non è ciò che mangia, come voleva Feuerbach, ma mangia ciò che la sua intelligenza, la sua essenza spirituale sa cogliere, coltivare e trasformare in vita per tutti.

L’uomo trasforma il mondo in cultura, in cose buone e belle per sé, quindi in spiritualità. Le colline toscane, trasfigurate dal lavoro e dall’intelligenza, sono tanto cultura quanto natura e i casolari di pietra e i muri a secco e le vigne e le pievi romaniche sono tutt’uno col paesaggio. Coltura e cultura.

Ecco ciò che l’Expo dovrebbe far capire: l’alimentazione non è solo materia che riempie lo stomaco, ma è un fatto culturale ed è uno dei modi più interessanti per conoscere e capire le civiltà.

IL VINO E LE ROSE

In Italia infatti il turismo enogastronomico s’intreccia, ormai sempre di più, con la spettacolare offerta di arte, borghi, chiese, paesaggi, castelli, abbazie, torri, affreschi, piazze, colline, sole e spiagge.

A Siena il maiale di cinta che gusti nel piatto lo ritrovi rappresentato nella celebre Allegoria del Buongoverno di Ambrogio Lorenzetti, sotto la Torre del Mangia.

Negli agriturismi toscani la degustazione di vini – conservati in cantine che somigliano a volte a chiese gotiche o sono capolavori di architettura moderna – viene fatta dopo l’esecuzione di arie d’opera o letture di poesie. E i pregiati vini di Bolgheri convivono benone con le poesie del Carducci, con i viali di cipressi e gli arrosti di cacciagione maremmana.

Perché il turista – forma moderna del pellegrino medievale (del viaggiare, della ricerca dell’Altro fa parte da sempre la ricerca di se stessi) – desidera avidamente di gustare pure col palato la bellezza che vede con gli occhi, la profondità della storia che coglie con la mente e il sole e il vento che sente sulla pelle.

Così il Brunello di Montalcino è tutt’uno con l’alabastro trasparente alla luce su cui sono stati scolpiti i favolosi capitelli dell’Abbazia carolingia di Sant’Antimo, che risuona ancora oggi del gregoriano dei monaci premostratensi, e si trova su quella via Francigena dei pellegrini che nella bassa Toscana è inseparabile dai pici, dalla ribollita, dalla “fiorentina” e dai panorami mozzafiato sulla Valdorcia, che a sua volta è inseparabile dal pecorino di Pienza, piccola “città ideale” pensata dal papa umanista Pio II.

Umanesimo che letteralmente “fondò la scienza dell’alimentazione e la ‘liturgia’ della tavola” (Cardini), lanciandoci, col suo patrimonio di conoscenze scientifiche, addirittura alla scoperta del Nuovo mondo, sia per evangelizzare popoli sia in cerca di spezie (pepe, cannella, noce moscata, chiodo di garofano, cumino e coriandolo) che avevano il pregio di insaporire e anche di conservare i cibi.

GENIO DEL MONACHESIMO

Del resto molte delle specialità italiane, dal parmigiano al prosciutto (ma anche lo “champagne” francese) vengono da quei monaci benedettini che dissodarono le campagne d’Europa sottraendole alla foresta e alle paludi, che riempirono di mulini le campagne perché il cristianesimo aveva spazzato via la schiavitù.

Monaci che insegnarono all’Europa barbarica la dignità del lavoro, che esercitavano l’architettura e l’ingegneria idraulica mentre salvavano l’antica cultura classica, approfondendo la scienza delle erbe medicinali e della farmacologia e realizzando l’idea del chiostro e del giardino come immagine del “paradiso perduto” (tanto che l’abbazia di Vallombrosa sarà l’Eden del “Paradise Lost” di John Milton).

Tutti sentono il fascino di queste radici se ieri, sulla “Repubblica”, è uscita una bella lettera del professor Luciano Verdone dove si raccontano le abbazie benedettine in cui “la cultura classica è entrata in osmosi con quella germanica grazie all’elaborazione cristiana”.

In quelle abbazie l’ “ora, labora et lege” aveva “ripristinato il triangolo aristotelico dell’uomo composto di spirito, psiche, intelletto e ‘soma’, cura del corpo, attività fisica. Il monastero benedettino” spiega Verdone “riproduceva la ‘città platonica’, in cui ciascuno viene valorizzato per le proprie abilità. Dove al lavoro intellettuale della trascrizione dei codici antichi, si affiancava l’attività chimica dei ‘laboratoria’, che precorre quella moderna, e l’attività manuale di artigiani, allevatori e contadini. Grandezza dei monaci contadini che” conclude Verdone “dopo l’ondata barbarica, ci hanno restituito la dieta mediterranea degli antichi, i montepulciani, i trebbiani, l’olio delle nostre colline”.

Tutto fiorito in quel silenzio che era preghiera, un ordine e una bellezza che volevano evocare i “cieli e terra nuova” della “Gerusalemme celeste”.

Perfino il laico Corrado Augias ha risposto confermando l’apologia della cultura benedettina di questa splendida lettera. Poi ha ricordato il film sui “monaci di Tibhrine, in Algeria, massacrati da fanatici musulmani”, perché è un film capace di “una restituzione così intensa dell’atmosfera monacale da risvegliare quella nostalgia del sacro che la modernità occidentale ha ormai perduto”.

LA RISPOSTA

Per quanto possa sorprendere tutto questo è anche la vera risposta al primo problema dell’Expo, quello della fame.

E’ quanto dimostra uno straordinario articolo pubblicato nei giorni scorsi da padre Piero Gheddo, un missionario del Pime che ha trascorso la vita a viaggiare nel Terzo Mondo e a studiarlo.

La sua accurata analisi va letta per intero, ma ecco la conclusione:

“il maggior dono che possiamo fare all’Africa è l’annuncio di Cristo e del Vangelo”.

Spiega:

Alla radice del sottosviluppo ci sono mentalità, culture e religioni fondate su visioni inadeguate di Dio, dell’uomo e della donna, del creato. La santa Madre Teresa di Calcutta diceva: ‘La più grande disgrazia dell’India è di non conoscere Gesù Cristo’ ”.

La fame si risolve solo con un cambiamento culturale in quelle terre: ecco perché proprio i cristiani dovrebbero dire che occorre aiutarli a casa loro.

Scriveva don Gianni Baget Bozzo: “Uomini di Occidente, non vedete che abbandonate le popolazioni africane a un destino di morte, che lo fate perché non siete più cristiani, che non avete più il desiderio di salvare i loro corpi perché non avete il desiderio di salvare le loro anime?”.

Occorrerebbero dunque nuovi benedettini, per la fame del Terzo Mondo, ma anche per far rifiorire il nostro deserto spirituale.

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 17 maggio 2015

Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

Saturday 16 May 2015

Omelie di Pentecoste

E dell'Ascensione, della Trinità, del Corpus Domini. Modelli di predicazione liturgica dall'archivio di Benedetto XVI

Friday 15 May 2015

I due Francesco, quello dei media e quello reale

Sempre più distanti tra loro. La narrazione pubblica continua a dipingere il papa come un rivoluzionario. Ma i fatti provano il contrario

Thursday 14 May 2015

Se il mondo digitale incontra la carità della bellezza

beweb nuovoC’è un campo in cui valorizzare non fa rima con ricavare: è quello dei beni culturali ecclesiastici, patrimonio della «Chiesa romana e cattolica che nella storia ha avuto il merito di aver regalato bellezza a tutti, gratuitamente». Questa «è la carità della bellezza», ha sottolineato Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani, che ha messo in guardia dal «pericoloso slittamento del termine valorizzazione verso quello di fruttuosità ». «Oggi va di moda una certa visione economicistica dei beni culturali, ma dobbiamo stare attenti a questa deriva», ha scandito intervenendo all’evento organizzato per celebrare la 22ª Giornata nazionale dei beni culturali ecclesiastici. Per Paolucci, c’è bisogno di «educare alla bellezza» e di riappropriarsi della capacità «di guardare, ricordare, stupire, emozionarsi». In quest’ambito i beni culturali ecclesiastici possono diventare un alleato importante: hanno come caratteristiche «l’estensione, la quantità, la qualità, la varietà» e contano «sull’attaccamento forte e vitale delle loro comunità », ma spesso rappresentano «la faccia in ombra della luna dei beni culturali». Occorre dunque lavorare per migliorarne la conoscenza, l’accesso, la fruibilità. Anche grazie agli strumenti della Rete e del mondo digitale.

L’atteggiamento che ci guida non è usare la tecnologia per la tecnologia o perché tutti lo fanno, ma utilizzarla per presentare una realtà che ha la sua identità», ha chiarito monsignor Stefano Russo, direttore dell’Ufficio Cei per i beni culturali ecclesiastici, presentando i progetti e le sperimentazioni in atto. È ad esempio già online BeWeb (www.chiesacattolica.it/beweb), il portale che mette a disposizione tre milioni e 800mila beni storicoartistici, 65mila edifici di culto, 500 mila record bibliografici, fondi archivistici e un annuario con circa 1500 istituti culturali tra archivi, biblioteche e musei.

BeWeb è stato progettato «in base alle esigenze delle persone, con un’attenzione all’usabilità e alla possibilità di esplorare, ma anche di ricercare e consultare, e con la capacità di adattarsi a diversi dispositivi», ha spiegato Federico Parrella del Centro servizi per i beni culturali. Al portale, gli ha fatto eco Leo Spadaro, si affiancano le app “Cattedrali d’Italia” e “Istituti culturali” che saranno disponibili a breve, mentre sono in fase di sperimentazione alcuni progetti diocesani. «L’app che consente la visita della chiesa dei Santi Apostoli di Firenze – ha annunciato Spadaro – sarà presentata in anteprima ai partecipanti al Convegno ecclesiale nazionale di novembre».

Stefania Careddu – Avvenire, 14 maggio 2015

Tuesday 12 May 2015

Editoria religiosa? 4 lettori su 10 sono non credenti

Sempre di più e sempre più giovani. Ma – e questa è la vera novità – anche sempre più non praticanti (o non credenti). Sono anche loro il nuovo “pubblico” dell’editoria religiosa, che si affianca a quello più “tradizionale”, così come emerge dal Quinto osservatorio sull’editoria cattolica, commissionato dall’Unione editori e librai cattolici italiani (UELCI) e curato dall’Ufficio studi dell’Associazione Italiana editori (AIE) e dal Consorzio Editoria Cattolica (CEC) che per la prima volta, eccezionalmente, sarà presentato a tutti nell’ambito dell’incontro Editoria religiosa tra dinamiche di mercato e ricerca di senso, in programma per giovedì 14 maggio alle 14 nell’Area Professionale del Padiglione 1 del Salone internazionale del Libro di Torino. Interverranno, moderati da Giovanni Peresson, Andrea Angiolini (direttore editoriale de Il Mulino), Pier Luigi Cabri (direttore editoriale di EDB), Enzo Pagani (libreria Ancora e Vice presidente Uelci), Antonio Spadaro (direttore di «Civiltà Cattolica»).

Un osservatorio e un’indagine unica perché mettono a sistema tutti i dati reali di editori e distributori del settore ma soprattutto un esempio significativo di uno dei più evidenti casi di trasformazione di un settore, quello dell’editoria religiosa. Anche questa ha attraversato – e attraversa – la tempesta che ha investito tutta l’editoria italiana, non solo nelle dinamiche di mercato. L’editoria religiosa, anche con le sue librerie, si trova infatti oggi a fare i conti con la concorrenza di quella “laica”, con gli store on-line e gli e-book, tutti elementi che segnalano da un’altra angolazione le trasformazioni del suo pubblico.

Appunto, il pubblico, i lettori. Chi legge oggi i libri religiosi? Tanti, sempre di più. Se si mettono a confronto due indagini sulla lettura – quella Istat del 2000 (che rilevava gli italiani con più di 6 anni di età lettori di almeno un libro all’anno) e quella Ipsos 2014 (che rileva quella degli italiani con più di 18 anni lettori) – si vede chiaramente che, pur con metodologie diverse di ricerca, in 14 anni i lettori di libri di argomento religioso sono letteralmente raddoppiati. E raggiungono oggi quota 5,7 milioni.

Non basta. La vera curiosità nasce dal fatto che una fetta consistente di questi quasi 6 milioni di lettori è composta da non praticanti e non credenti. Parliamo di ben 4 italiani su 10: il 37,7% per la precisione. È l’onda lunga della testimonianza di Papa Bergoglio e dei fenomeni mediatici legati alla rinuncia di Benedetto XVI o invece il bisogno di ricerca di un senso ad allargare la platea del mercato? E come giocano in questo processo editori “laici” e librerie sia laiche che religiose? O lo stesso e-commerce (fisico o digitale)?

Monday 11 May 2015

La porta chiusa di papa Francesco

Dalla fine del sinodo del 2014 è intervenuto decine di volte su aborto, divorzio e omosessualità. Ma non ha più detto una sola parola a sostegno delle "aperture" reclamate dai novatori

Sunday 10 May 2015

IL (VERO) DANTE CHE NON SENTITE DA BENIGNI

In altri tempi a celebrare solennemente in Senato, alla presenza del Capo dello Stato, il 750° anniversario della nascita di Dante Alighieri, sarebbero state chiamate personalità del calibro di Francesco De Sanctis o Benedetto Croce.

Ma ogni epoca ha i vati che merita. Così, pare per volontà del presidente Grasso, il Senato nei giorni scorsi ha fatto tenere la suddetta prolusione al comico di Vergaio, Roberto Benigni. E’ lui il nuovo vate della nazione?

POLITICI E COMICI

Non è facile capire com’è che – per gli attuali vertici dello Stato – un gigante del pensiero e della storia nazionale come Dante debba essere illustrato in Senato da un attore comico.

Perché Benigni questo è: un ottimo comico, divertente, ma pur sempre un comico che va benissimo per la tv e per le piazze.

Ma non risulta che abbia titoli o meriti filosofici, letterari o storici per tenere la prolusione in Senato. Del “Benigni poeta” del resto ricordo solo l’“Inno del corpo sciolto” sulle cui strofe è meglio sorvolare.

Evidentemente il presidente Grasso al nome di Dante riesce ad associare solo quello di Benigni, segno di una “cultura” non proprio vastissima e perlopiù televisiva.

In fondo avrebbe potuto reperire anche sui giornali (non dico sui libri) nomi di intellettuali contemporanei – da Ernesto Galli della Loggia a Umberto Eco, al cardinale Giacomo Biffi – a cui affidare una riflessione che avesse un’autorevolezza adeguata all’aula del Senato.

Ma i vertici dello Stato ritengono che Benigni sia l’oratore più adatto per gli attuali parlamentari. Qualcuno ha notato che di questo passo potrebbero chiamare in Senato a celebrare il Petrarca un Alvaro Vitali e Checco Zalone per il Manzoni.

Forse il paragone non è giusto. Bernigni ha fatto obiettivamente una buona opera di divulgazione popolare con le sue letture dantesche. Sono molto divertenti gli spettacoli che ha dedicato alla Divina Commedia. Ma sono appunto spettacoli di un ottimo attore comico.

IL NOSTRO DESTINO

Altra cosa dovrebbe essere una solenne riflessione in Senato sul 750° anniversario della nascita di un poeta così grande e così importante per il nostro Paese da aver letteralmente coniato la nostra lingua italiana (perché – se non lo si sa – la Divina Commedia fu scelta come il canone della nostra lingua).

Possibile che delle nostre istituzioni e della nostra identità culturale millenaria si abbia una considerazione che non va oltre gli esilaranti spettacoli di un attor comico?

Possibile che nessuno abbia sentito, nell’occasione, la necessità di una riflessione seria sulla nostra identità nazionale?

Sarebbe questo il “senso delle istituzioni” che viene sempre sbandierato da lorsignori?

Ed è questa la consapevolezza culturale che le nostre classi dirigenti hanno della storia e del destino di questo Paese?

POLITICALLY CORRECT

Da Benigni, in Senato, per questa nostra Italia del cazzeggio, è arrivata la solita raffica di battute. Simpatica quella secondo cui PD significherebbe “Partito di Dante”.

Lui l’ha detta ridendo, ma si sa che Arlecchino si confessa burlando e – in fin dei conti – l’operazione fatta in questi anni da Benigni è stata proprio questa: trasformare Dante in un autore “politically correct”.

Infatti si è verificato questo singolare e buffo fenomeno: negli ultimi quindici anni Dante – o meglio il Dante benignesco – è entrato nel Pantheon del progressista italico.

Curioso no? Con il ’68 la Divina Commedia fu di fatto spazzata via dalla scuola, Dante era considerato un barboso bigotto reazionario.

Poi Benigni, per la sua Italia progressista, l’ha tirato fuori dal lazzeretto in cui era stato relegato. Ma non che oggi Dante venga letto o davvero riproposto a scuola e studiato e amato. No.

Quanti fra coloro che si dicono appassionati dantisti sulla scorta di Benigni hanno mai sentito parlare o letto Auerbach o Contini o Singleton? Ancor più si tengono a distanza dalla dottrina cattolica di Tommaso d’Aquino e Bernardo di Chiaravalle che struttura tutta la Commedia.

Figuriamoci.

Il Dante dell’intellettuale collettivo e della Sinistra benpensante in realtà è Benigni, non il poeta della Divina Commedia che resta – ai loro occhi – un indigeribile trombone cattolico-reazionario.

Infatti Benigni, per renderlo digeribile al delicato stomaco della sinistra salottiera, ha “appannato” il vero Dante, quello “politicamente scorretto”, scomodo e urticante.

IL VERO DANTE

Oggi il vero Dante, redivivo, sarebbe letteralmente schifato e considerato quasi un appestato, sia nelle curie ecclesiastiche che in quelle laiche, come del resto gli accadde in vita.

Infatti visse ramingo e braccato. Fu considerato un fallito come politico e pure come intellettuale se – lui vivente (già circolavano l’Inferno e il Purgatorio) – fu data l’incoronazione di poeta (che era un po’ il Nobel di allora) a un tal Albertino Mussato, per aver scritto una tragedia, l’ “Ecerinis”, che nessuno ricorda più.

Dante fu esiliato da Firenze e morì in contumacia (come Craxi!) con l’accusa di “barattiere”, cioè tangentista. Dunque o Dante era un ladro (perciò sarebbe considerato col disprezzo riservato ai politici corrotti) o – ed è certo – non lo era e allora fu vittima di una giustizia di parte (politicizzata), davanti alla quale – fra l’altro – non volle comparire disprezzandola (così guadagnandosi la condanna al rogo).

Del resto ha lasciato nella Commedia parole di fuoco contro chi lo condannò. Ed insieme il suo alto lamento sull’Italia che vede come un “bordello” e come una nave senza timoniere, sbattuta qua e là dalle tempeste e rovinata da classi dirigenti miserabili.

Ma il Poema sacro – che non ha eguali nella letteratura mondiale (in questo Benigni ha ragione: “non è l’apice della letteratura italiana, è l’apice di tutte le letterature, non c’è niente di più alto”) – contiene pure un’impressionante e “spudorata” serie di violazioni del politically correct, tale da fare impallidire l’odierna mentalità dominante.

Tempo fa un’associazione internazionale – riferiva il Corriere della sera – ne chiese la cancellazione dai programmi scolastici o la “correzione” dei suoi presunti contenuti “islamofobici, razzisti ed omofobici”.

In realtà non c’è nessun razzismo, ma è vero che il poema dantesco può sembrare urticante a due “partiti” oggi agguerritissimi, il mondo musulmano e il movimento gay, in riferimento a coloro che il poeta pone all’Inferno.

Del resto, da “cattolico integralista” come oggi lo si definirebbe (ma in realtà è solo cattolico), mette all’inferno pure gli eretici, i bestemmiatori, gli adulatori e (pur essendo lui alquanto sensibile alle grazie femminili) anche i lussuriosi.

PAPI ALL’INFERNO

Infine, come se non bastasse, condanna con parole di fuoco diversi papi del suo tempo, mettendoli all’inferno e sparando a zero sulla corte pontificia, pur professandosi cattolicissimo. Anzi, proprio perché cattolico.

Cosa che oggi, in tempo di bigottismo imperante, sarebbe ritenuta inammissibile: ma lui era cattolico, non clericale, né papolatra, mentre oggi tutti sono clericali e papolatri, senza però professare la fede cattolica.

Il cardinale Giacomo Biffi ha scritto: “La cristianità ha un esempio ammirevole del connaturale connubio tra fede e libertà in Dante Alighieri. Proprio la sua indubitabile adesione alla verità cattolica consente e illumina la sua perfetta autonomia di giudizio, svincolata da ogni timore o condizionamento umano. Dante non teme di criticare l’operato dei papi e le loro scelte operative, fino a collocarne diversi nel profondo dell’inferno. Ma in lui non viene mai meno e mai minimamente s’attenua ‘la reverenza delle somme chiavi’ (Inf. XIX, 101). Quando si tratta di esprimere riserve o biasimi che egli ritiene dovuti, non ci sono sconti né per i laici, né per gli ecclesiastici, né per i monarchi, né per i semplici cittadini… tenuti tutti, senza eccezioni, ad attenersi alla legge evangelica”.

Dante non fu solo il più grande dei poeti, ma – essendo davvero cristiano – fu un uomo libero. E per questo scomodo.

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 10 marzo 2015

Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

 

 

Thursday 07 May 2015

«Silenti» o «plaudenti»… il mondo della cultura che guarda a Bergoglio

Il mondo della cultura coltiva ancora una sorta di pregiudizio verso papa Francesco, dettato dall’incomprensione. L’ha detto chiaramente ieri pomeriggio lo storico Agostino Giovagnoli («c’è chi vede in lui una certa estraneità al mondo della cultura») spiegando perché l’Università Cattolica abbia deciso di dedicare, nell’ambito del percorso di avvicinamento al convegno ecclesiale di Firenze, un convegno alla ‘cultura dell’incontro’, centrale nel magistero di Bergoglio. «In genere l’accademia è convinta che certi contenuti o passano attraverso quel dato linguaggio oppure non ne permette il transito. Non si capisce, ad esempio, che in ogni cosa che fa Papa Francesco, vi è la convinzione che nel gesto c’è l’incontro con Cristo e che il gesto è un’esperienza profonda di reciprocità»: il nodo era intricato e monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, l’ha sciolto così, al termine del dibattito aperto dai saluti del rettore Franco Anelli e dell’assistente generale dell’ateneo monsignor Claudio Giuliodori.

Giovagnoli è partito dal tema della ‘estraneità’ per spiegare che Papa Francesco utilizza un linguaggio nuovo, che valorizza l’unità rispetto alle antinomie. Un’innovazione non sempre apprezzata, e non solo nel mondo laico, come ha commentato Maurizio Ambrosini, sociologo dell’università di Milano, secondo il quale esiste un «prevalente consenso verso il messaggio di Bergoglio, che stenta però a tradursi in un impegno attivo» e genera varie reazioni, «dagli apocalittici ai continuisti, dai silenti ai plaudenti, agli incamminati…». Una ‘demoscopia’ su cui poco dopo si sarebbe soffermato, tra il serio e il faceto, anche il segretario della Cei. Secondo Luciano Eusebi, giurista della Cattolica, invece, con questo papato «la Chiesa è ridiventata un interlocutore di tutti proprio nel momento in cui sembrava all’angolo» e ciò perché papa Francesco rifugge la lamentela e «riesce a comunicare che il Vangelo ha a che fare con la realtà umana concreta di chiunque». Eusebi colloca la ‘rivoluzione’ innanzi tutto dentro la Chiesa, auspicando che Francesco conduca a «riproporre i contenuti dogmatici della fede non per cambiarli ma per renderli comprensibili all’uomo di oggi».

Il pensiero di Bergoglio è stato analizzato sul piano epistemologico da Mauro Ceruti, docente dello Iulm, secondo il quale il «nuovo umanesimo» è organizzato intorno a una «cultura dell’incontro», che non appartiene all’armamentario corrente (‘inedita’) ma che le dinamiche storiche, con la loro discontinuità, rendono inevitabile. Il mondo che, per la prima volta, corre realmente il rischio dell’autoannientamento, è «costretto» a superare il paradigma dei giochi a somma nulla – vinci tu, perdo io – che informano ogni attività umana per adottare quello dei giochi a somma positiva, in cui si vince entrambi. In questo processo, il ‘nuovo umanesimo’ di Francesco riesce a fondare un «universalismo concreto», cui si richiama la «coscienza dei volti», e a superare «il volto oscuro» dell’umanesimo tradizionale, sedotto dall’illusione di «rendere l’uomo padrone e possessore della natura».

«Il Papa rimette in moto la voglia di fare cose – ha confermato Galantino – che non possono essere schematizzate e che sovente sorprendono. Lui stesso è capace di tornare sulle proprie decisioni. Eppure, non si resterebbe sorpresi se si ricordasse che per Francesco tutto nasce dall’incontro con Cristo che lui fa seriamente. Essere una Chiesa in uscita significa incontrare e farsi incontrare, un luogo dove imparo sempre qualcosa, non uno slogan». Infine, tornando al concetto guardiniano di reciprocità ( Gegenseitigkeit, l’incontro che trasforma) ha aggiunto: «Quanto sarebbe bello se i sacramenti fossero sempre e davvero questo incontro. Immaginate se questa figura antropologica riuscissimo sempre a coniugarla nell’Eucaristia, nella Riconciliazione…».

Paolo Viana – Avvenire, 7 maggio 2015

Thursday 07 May 2015 08:16

Spaemann e quei cardinali “sconosciuti”

Il filosofo tedesco Robert Spaemann, amico di Benedetto XVI, non è tra coloro che si trincerano dietro l’anonimato, come certi cuor di leone curiali, scandalizzati per l’esame di coscienza che Francesco ha proposto a se stesso, alla Curia romana e in fondo a tutti noi lo scorso dicembre, o perché il Papa parla di misericordia. Spaemann, conversando con Herder Korrespondenz, ha mosso alcune critiche a Papa Bergoglio.

Una di queste mi ha colpito particolarmente. Riguarda le decisioni di Francesco in merito ai concistori, alle creazioni cardinalizie, che hanno puntato in molti casi alle periferie del mondo, alle singole persone più che alle sedi “tradizionalmente” cardinalizie. Ecco le parole di Spaemann: “Sono stati fatti entrare nel governo della chiesa vescovi completamente sconosciuti, che a volte hanno 15 mila cattolici nelle loro diocesi”.

Spaemann è un noto filosofo, è amico di Benedetto XVI, ma queste sue affermazioni lasciano davvero basiti. Che cosa significa “vescovi completamente sconosciuti“? Che ci sono vescovi di serie A, B, C e riserve? Molti vescovi sono stati “sconosciuti” prima di venir conosciuti o riconosciuti. E il fatto di dare la berretta cardinalizia non è un modo per farli conoscere? I concistori per la nomina di nuovi porporati si chiamano “creazioni” perché la decisione su chi includere nel collegio cardinalizio spetta unicamente al Papa.

E perché mai ci si dovrebbe indignare se diventano cardinali vescovi che hanno un popolo di soli 15mila fedeli cattolici e magari si trovano ad annunciare il Vangelo in avamposti, nelle trincee, in mezzo a mille problemi, spesso a rischio della loro vita? Applicando il ragionamento statistico di Spaemann, quanti porporati latinoamericani, africani, filippini bisognerebbe allora nominare, togliendo cappelli rossi ai paesi europei?

L’idea che il cardinalato sia un premio per chi è in vista, è un volto noto, magari è un intellettuale conosciuto, pur provenendo da un autorevole filosofo cattolico tedesco, mi sembra un esempio di quello spirito di mondanità di cui spesso parla Francesco. Nella Chiesa del Dio che “ha deposto i potenti dai troni, e ha esaltato gli umili” già da molti secoli vengono “fatti entrare nel governo della Chiesa vescovi completamente sconosciuti”. E i primi a essere inseriti nel collegio degli apostoli furono sconosciuti pescatori ed esattori delle tasse. Anche i filosofi se ne faranno una ragione.

Wednesday 06 May 2015

Sinodo. I vescovi tedeschi mettono il carro davanti ai buoi

Le risposte della conferenza episcopale al questionario presinodale descrivono ciò che in Germania si fa già: comunione ai divorziati risposati, tolleranza per le seconde nozze, approvazione delle unioni omosessuali

Tuesday 05 May 2015

Fame, la grande domanda

Questo Blog sulla fame nel mondo è stato pubblicato dal mensile di Avvenire “I luoghi dell’Infinito” del 5 maggio, dedicato all’EXPO 2015. L’ho ripreso come uno dei miei Blog perché penso interessi anche i miei lettori. Piero Gheddo.

Perché 800 milioni di uomini soffrono la fame? È la domanda che molti si fanno, ma non c’è una risposta semplice e univoca. Nei miei numerosi viaggi ho visto quanto è difficile risolvere questa tragedia. Nel 1969 a Moroto, in Uganda, nella vasta area cintata dei Comboniani si erano rifugiati più di mille indigeni, seduti per terra in attesa di avere acqua e cibo. Un anno di siccità li aveva portati a soffrire fame e sete. I pozzi della missione invece davano acqua e le riserve di mais e grano permettevano di sfamarli. Centinaia di uomini, donne e bambini scheletriti e sconvolti da dolori atroci. Ho pensato a Gesù crocifisso. Tutti quei miei fratelli e sorelle, quei bambini per i quali le mamme non avevano più latte, erano crocifissi e io mi sentivo impotente, quasi colpevole. Pregavo e mi chiedevo: perché, o Signore?
Due sono le cause del sottosviluppo africano. Innanzitutto l’arretratezza dell’agricoltura e la corruzione delle élites locali. I paesi poveri non producono abbastanza cibo. Il senegalese Jacques Diouf, segretario della FAO, nel 2008 affermava: «Servono circa 44 miliardi di dollari l’anno per sconfiggere la fame». Ma poco prima avevo intervistato a Ouagadougou l’arcivescovo cardinal Paul Zoungrana che diceva: «I soldi sono necessari, ma dati a un popolo che non ha la mentalità e la capacità di produrre con tecniche nuove, non creano sviluppo ma corruzione». Molti paesi africani spendono il 2% del bilancio nazionale nell’agricoltura e il 20% nelle armi. I due motori dello sviluppo sono l’agricoltura e l’educazione. Il rapporto annuale della FAO del 2001 scriveva che l’Africa nera importa circa il 30% del cibo di base che consuma (riso, grano, mais). Ecco la mia significativa esperienza: a Vercelli produciamo 80 quintali di riso all’ettaro, nell’agricoltura africana a sud del Sahara 5 quintali! E la minor produzione non è data dalla mancanza di macchine, ma dalla poca istruzione del contadino. Le campagne africane sono un cimitero di trattori che non funzionano, di pozzi da cui non si sa più tirar su l’acqua, di “progetti” fatti dall’Occidente, che i locali non hanno imparato a mantenere.
La seconda causa sta nelle tante responsabilità dell’Occidente cristiano, storiche e attuali. Lo sviluppo dell’Europa viene da Gesù Cristo e dal Vangelo che hanno cambiato il cammino dell’uomo, con il precetto dell’amore al prossimo e del perdono e tanti valori nuovi. La colonizzazione ha aperto i popoli al mondo moderno, ma non era fatta per favorire il loro sviluppare bensì per arricchire l’Occidente. La radice del sottosviluppo è storico-culturale-religiosa, prima che economica e tecnica. Nel Congresso di Berlino (1884-1885) le potenze europee si spartirono l’Africa nera. Il ritardo storico è evidente e non è possibile che popoli interi (non le loro élites) possano in cento anni cambiare radicalmente culture e religioni. Ecco la radicale colpa storica dell’Occidente che ancora oggi, anche dopo l’indipendenza raggiunta negli anni Sessanta, continua a sfruttare quei popoli con un sistema economico ingiusto: i prezzi eccessivi delle materie prime; la vendita di armi; il “land grabbing” ossia l’acquisto di terreni agricoli per produrre cibo da esportare; il disboscamento; la rapina di oro, diamanti, metalli preziosi. E poi i dollari vengono divorati dalla corruzione delle classi dirigenti. All’inizio del 2000, la Nigeria aveva un debito estero di 92 miliardi di dollari, ma i depositi delle élites nigeriane nelle banche occidentali era di circa 130 miliardi!
Quali sono le nostre responsabilità attuali verso i fratelli africani? E che cosa fare, dunque? Vorrei proporre due spunti di riflessione. Il primo è la convinzione che il maggior dono che possiamo fare all’Africa è l’annunzio di Cristo e del Vangelo. Nella Redemptoris Missio di Giovanni Paolo II, del 1990, si legge (n. 59): «Lo sviluppo dell’uomo viene da Dio, dal modello di Gesù uomo-Dio e deve portare a Dio. Ecco perché tra annunzio evangelico e promozione dell’uomo c’è una stretta connessione». Alla radice del sottosviluppo ci sono mentalità, culture e religioni fondate su visioni inadeguate di Dio, dell’uomo e della donna, del creato. Madre Teresa di Calcutta diceva: «La più grande disgrazia dell’India è di non conoscere Gesù Cristo».Ancora nella Redemptoris Missio si legge: «Il Vangelo è il primo contributo che la Chiesa può dare allo sviluppo dei popoli (…). È l’uomo il protagonista dello sviluppo, non il denaro o la tecnica. La Chiesa educa le coscienze rivelando ai popoli quel Dio che non conoscono (… e) il dovere di impegnarsi per lo sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini» (n. 58). Questa la realtà: fra i popoli arretrati i cristiani, a parità di condizioni, si sviluppano prima e meglio di altri. Il secondo punto riguarda ciò che posso fare in prima persona. Giovanni Paolo II dice: «Contro la fame cambia la vita» (R.M. 59). Per essere fratello dei poveri devo cambiare il mio “stile di vita”, secondo il comando di Gesù: «Il vostro superfluo datelo ai poveri» (Lc 11,41). Il cristiano deve testimoniare un “modello di sviluppo” alternativo. Cambiare la convinzione che sviluppo è uguale alla continua crescita economica e alla ricerca di un benessere più opulento, quando invece è dare a tutti gli uomini il necessario alla vita. Però non bastano soldi e macchine, leggi e giustizia internazionale, servono persone, perché lo sviluppo è un problema di educazione, di formazione delle mentalità, di evoluzione delle culture, di condivisione.

Tuesday 05 May 2015 10:36

Galantino: «Firenze, così saremo ancora lievito»

Il fine è quello di sempre: «L’evangelizzazione del nostro tempo». Ma le modalità sono nuove. Perché nuova è la stagione che stiamo vivendo e diverso è lo stile di Papa Francesco, che non può non essere punto di riferimento per la Chiesa in Italia. Monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, fa il punto sulla preparazione del Convegno di Firenze, a partire dal suo scopo. «In sostanza – afferma – verificare il nostro cammino di fedeltà al rinnovamento conciliare e aprire nuove strade all’annuncio del Vangelo nel nostro Paese, alla luce dell’Evangelii Gaudium. Dunque si tratta della tappa di avvio per un percorso nuovo.

Nuovo rispetto a che cosa?

Innanzitutto rispetto all’approfondimento del contenuto dell’evangelizzazione, ma anche riguardo allo stile dell’annuncio. Il Papa ci indica uno stile sinodale che coinvolge tutti, sia in riferimento all’analisi della situazione del Paese sia per i percorsi che come Chiesa possono portarci a dare risposte significative a ciò che emerge dall’analisi.

Dunque è il «cammino» l’”icona” del Convegno di Firenze?

Nelle diocesi è già in atto un percorso di informazione, formazione e coinvolgimento. E di certo la Chiesa italiana non comincia oggi a parlare di evangelizzazione. Negli anni ’70, ad esempio, ci si rese conto della distanza tra la vita di fede e la quotidianità e si capì che bisognava riprendere in mano l’esperienza dell’annuncio. Anche oggi il mondo cambia e non possiamo restare a fare i guardiani del faro. Dobbiamo inserirci nel processo di rinnovamento per continuare a essere lievito.

L’immagine evangelica del lievito indica anche lo stile di Firenze 2015?

La metafora ci dice che il rapporto quantità-rilevanza non è sempre e necessariamente alla pari. Tante volte pensiamo di essere rilevanti perché gridiamo, perché stiamo da tutte le parti, e su tutto diciamo la nostra parola. La logica del lievito è invece quella di una Chiesa consapevole che la forza trasformante non è legata solo alla quantità e alla visibilità. Il Convegno, spero, ci aiuterà a interiorizzare questa logica.

Ogni Convegno decennale è stato contrassegnato dalla presenza di un Papa. Si può già parlare di un influsso di Francesco su Firenze?

Il Convegno non sarebbe stato lo stesso senza il 13 marzo 2013. Ma voglio precisare che Francesco sta facendo breccia, non perché dica cose nuove rispetto ai suoi predecessori (per favore evitiamo di cedere alla brutta tentazione di vedere il suo pontificato sotto il segno della discontinuità), ma perché utilizza una comunicazione più immediata e un metodo che ha maggiore impatto sulla gente. Il suo è un invito a non fare del Vangelo solo un argomento di annuncio, ma uno stile di vita. Allora non si va a Firenze per rimestare tra gli studiosi che hanno parlato di umanesimo cristiano e riproporre temi triti e ritriti. Lo stile di Francesco ci chiede di volgere lo sguardo alle forme di umanesimo negato e di indicare in Cristo i percorsi per trasformarle in umanesimo riuscito.

Qualche esempio di umanesimo negato?

Ce ne sono sia all’interno della Chiesa, sia nel mondo. Sbaglieremmo se ci limitassimo a questi ultimi. Prendiamo il caso della pedofilia, che è anche un vero e proprio delitto. Dobbiamo fare in modo che simili aberrazioni non avvengano più e che quanti per funzione, ministero e servizio vengono a contatto con i bambini siano formati bene.

E all’esterno?

Ci sono le vecchie e nuove povertà. E non possiamo non chiederci: “La mia fede in Cristo come mi aiuta ad avere cuore e mani per trasformare quegli umanesimi negati in umanesimi riusciti?”. Gli esempi in verità non mancano, e cito per tutti i centri di accoglienza per gli immigrati. Ma non dimentichiamo che le prime ad accorgersi del dramma della tossicodipendenza sono state per lo più realtà del mondo cattolico. Chi si è accorto che le prostitute non erano quasi mai donne che lo facevano per piacere ma persone sfruttate e schiavizzate sono stati sacerdoti e laici cattolici. E chi sta lavorando perché il tema della prostituzione non venga affrontato – come qualche pubblico amministratore vuole fare a Roma – creando i quartieri a luci rosse è proprio la Chiesa. Ecco, dunque: di questi umanesimi concreti parleremo a Firenze.

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Mimmo Muolo – Avvenire, 4 maggio 2015

 

Monday 04 May 2015

Torino, 35 giovani artisti ispirati dal Telo

compianto beato angelicoIl volto sofferente di un bambino africano nelle cui pupille si specchia il volto dell’Uomo delle Sindone; una vecchia che prega e i solchi delle sue rughe richiamano i rivoli di sangue del Crocifisso; la luce accecante della Trasfigurazione che dipinta nella tela rimanda al Sacro Lino impresso del bagliore della Risurrezione; la Madonna che stringe il suo figlio con negli occhi il presagio del Calvario…

Sono alcune delle 35 opere, per lo più pittoriche, degli allievi (numerosi stranieri) delle Accademie italiane che hanno partecipato al concorso promosso dall’Associazione Sant’Anselmo e dalla Fondazione Crocevia in collaborazione con l’Accademia Albertina delle Belle Arti di Torino sul tema «Giovani artisti e senso del sacro». La mostra, allestita nella Pinacoteca Albertina, è stata inaugurata ieri nell’ambito delle numerose iniziative culturali promosse per l’ostensione in corso. Un’iniziativa – come ha sottolineato don Roberto Gottardo, presidente della Commissione diocesana per la Sindone – che è un altro segno di quanto il Sacro Lino stia arricchendo anche culturalmente la città subalpina.

I giovani – ha spiegato Fiorenzo Alfieri, presidente dell’Accademia torinese – sono stati invitati a esprimere liberamente il proprio modo di «pensare il sacro » confrontandosi con la Sindone e con il «Compianto» del Beato Angelico, capolavoro esposto durante tutta l’ostensione presso il Museo diocesano. Il risultato – ha commentato Andrea Gianni, presidente dell’Associazione Sant’Anselmo – contribuisce a sfatare un luogo comune e cioè che «il senso religioso appartenga a una confessione religiosa: Gesù non è venuto a parlare ai cattolici ma agli uomini e nelle opere di questi giovani, dalle provenienze e delle appartenenze religiose più diverse (partecipano artisti iraniani, cinesi, vietnamiti), si percepisce la ricerca di un oltre che è presente dall’inizio della storia dell’umanità».

Giovanni Gazzaneo, presidente della Fondazione Crocevia e coordinatore di “Luoghi dell’Infinito” di Avvenire e nella giuria del concorso, ha ricordato come l’invito agli studenti (i premiati, cui verranno consegnate borse di studio per tremila euro, saranno comunicati a metà giugno) sia in linea con un Paese come l’Italia che è «terra plasmata dall’annuncio cristiano. Una sacralità che ha lasciato il segno nell’arte fin dai tempi delle catacombe e che nella Sindone esprime mistero dell’incarnazione per chi crede, e invita al silenzio nella contemplazione della sofferenza umana per chi non crede». «Quale spunto più intrigante e attuale per dei giovani artisti in formazione? », ha ammesso Laura Valle, docente di Pittura sacra contemporanea all’Accademia torinese che ha coordinato il concorso: «Tutte le opere, sebbene con approcci e tecniche diverse, celano un curioso interrogativo che i giovani artisti ci e si pongono (in molti casi per la prima volta perché non cristiani): è la complessità ma anche il grande fascino di un rinnovato incontro tra arte e sacro».

La mostra si può visitare fino al 24 giugno dalle 10 alle 18 (mercoledì chiuso); informazioni: 011/0897370.

Marina Lomunno – Avvenire, 1 maggio 2015

Sunday 03 May 2015

EXPO. E’ “L’INFAME” CAPITALISMO (non Carlo Petrini o Jeffrey Sachs) A NUTRIRE 7 MILIARDI DI PERSONE (Il ruolo fondamentale del cristianesimo)

Da tanti pulpiti si tuona contro questo mondo infame in cui – si dice – i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Ma è davvero così?

No. Il 26 aprile scorso “Il Sole 24 ore” ha dedicato diverse pagine al primo “Rapporto Fondazione Hume-Sole 24 ore” da cui si evince che “negli ultimi 15 anni si sono ridotti gli squilibri a livello globale”. Seguono numeri e grafici. Ma potete star certi che nessuno si curerà di quei dati.

Anche l’Expo di Milano mostra la realtà che però viene poi contraddetta dalla sua narrazione ideologica, paradossalmente vicina agli slogan dei manifestanti “No Expo” di Milano.

Dopo il comunismo è arrivato il luogocomunismo, un rancido minestrone di banalità catastrofiste contro lo sviluppo, la tecnologia, il mercato, l’industria e il profitto.

Ma un’Esposizione universale che nel 2015 ha come tema “Nutrire il pianeta. Energia per la vita” anzitutto dovrebbe dichiarare ufficialmente morta e sepolta proprio quell’ideologia apocalittica che da Malthus, passando per Darwin e Marx, è arrivata a noi con le teorie del Club di Roma diventate poi pensiero dominante negli organismi internazionali e ora perfino in Vaticano (come dimostra il protagonismo di Jeffrey Sachs oltretevere e ciò che ha detto il cardinal Turkson del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace).

MALTHUS SEPOLTO

Dunque Malthus nel suo “Saggio sul principio della popolazione” del 1798 sosteneva che la crescita naturale della popolazione aveva una progressione geometrica (2, 4, 8, 16…), mentre la produzione di cibo una progressione aritmetica (2, 3, 4, 5…).

Da qui la previsione di sovrappopolazione, carestie, rivolte, epidemie e il collasso finale del sistema.

Che questo teorema fosse balordo lo si poteva capire subito, infatti nel 1870 il filosofo americano Emerson fece notare che Malthus non aveva considerato il vero fattore decisivo dell’economia politica: l’ingegno umano.

Lo ha ricordato in uno splendido articolo, sul sito “Agrarian Sciences”, Luigi Mariani, già docente di Agronomia e Agrometeorologia all’Università di Milano. Egli segnala che il XX secolo presenta dati che seppelliscono Malthus: grazie alla rivoluzione agricola infatti “le produzioni delle grandi colture sono aumentate di 5-6 volte a fronte di un aumento di 4 volte della popolazione mondiale. Questo è stato un fattore decisivo (insieme alle migliori cure mediche ed alle migliori condizioni di vita) per scongiurare la catastrofe malthusiana”.

Aggiornando con gli ultimi dati Fao le statistiche mondiali di produzione delle quattro grandi colture che sono alla base dell’alimentazione umana, Mariani precisa che “le rese dal 1961 ad oggi sono cresciute del 300 per cento per frumento, del 283 per cento per mais, del 240 per cento per riso e del 219 per cento per soia”.

Dunque Malthus ha preso una gran cantonata e il fattore uomo, che poi significa tecnologia, scienza, impresa, investimenti, profitto, commercio, è la più grande delle risorse e non è affatto il cancro del pianeta come crede un certo ecologismo (oltretutto proprio la tecnologia e lo sviluppo riducono drasticamente pure l’inquinamento urbano).

Lo stesso discorso fatto per le colture vale anche per le materie prime e le fonti di energia che – paradossalmente – invece di diminuire, aumentano grazie all’ “ingegno umano” (cioè scienza, tecnologia e impresa); e qui rimando alla montagna di dati fornita da Bjorn Lomborg nel suo “L’ambientalista scettico”.

CONSEGUENZE

Mariani tira tre preziose conclusioni. La prima dice che “al contrario di quanto quasi tutti vanno in questi anni dicendoci, il clima non si è fatto più proibitivo per fare agricoltura”.

La seconda: “le periodiche intemperanze del tempo atmosferico (siccità, piovosità eccessiva, gelo, ecc.) sono ampiamente controbilanciate dai maggiori livelli di CO2 e dalla sempre migliore tecnologia umana (in termini di nuove varietà, concimazioni, irrigazioni, trattamenti fitosanitari, diserbi, tecniche conservazione dei prodotti, ecc.), la quale garantisce un sempre più efficace adattamento alla variabilità climatica”.

La terza conclusione: se grazie alla tecnologia oggi (dati Fao) l’89 per cento della popolazione mondiale gode di sicurezza alimentare, mentre nel 1970 ne godeva solo il 63 per cento e nel 1950 meno del 50 per cento, significa che va estesa a tutto il pianeta.

Questa è la realtà. Poi ci sono le narrazioni ideologiche, oggi dominanti, che dicono l’esatto opposto.

LUOGOCOMUNISTI

Prendo, come esempio, il documento firmato da tre guru del luogocomunismo, Ermanno Olmi, Carlo Petrini e don Luigi Ciotti e intitolato “Per un’Expo che getti un seme contro la fame nel mondo”.

Evitando di citare i dati strepitosi sopra riportati, essi tuonano: “Il pericolo tuttora reale è che l’esposizione universale sia solamente l’occasione strumentale per parlare e promuovere il cibo come merce”.

Ma che significa? Coloro che producono e distribuiscono cibo, dal contadino al dettagliante, hanno diritto a vendere i loro prodotti e ad essere remunerati altrimenti smetterebbero di produrli e faremmo tutti la fame.

Più in generale è proprio la grande rivoluzione industriale relativa all’agricoltura, seguendo la logica degli investimenti, dell’innovazione tecnologica e dei profitti che ha permesso oggi di nutrire gran parte dell’umanità.

Se 60 anni fa vivevano sulla Terra 2 miliardi di persone e 1 miliardo faceva la fame, mentre oggi siamo 7 miliardi e 6,2 miliardi hanno cibo a sufficienza, è proprio grazie al vituperato capitalismo che trasforma il cibo in merce, non è certo grazie a Carlo Petrini, né a Olmi o a don Ciotti. Se non considerassimo “il cibo come merce” moriremmo tutti di fame.

Poi i tre intellettuali si lanciano in filippiche strappalacrime di questo tipo: “Oggi la fame che perseguita grandi parti di mondo, determina migrazioni epocali, bibliche. Il Mediterraneo ogni giorno è tomba di una disperata umanità che cerca… il cibo quotidiano”.

Come abbiamo visto non è affatto vero che “oggi la fame perseguita grandi parti del mondo”, ma è vero il contrario: mai nella storia si è riusciti a nutrire tanta gente.

E gli esodi di massa sono dovuti in parte a guerre e oppressioni. In parte si verificano proprio nelle terre che non hanno “il cibo come merce”, ossia non hanno quello sviluppo fondato su industria, tecnologia e mercato.

Non ce l’hanno spesso per flagelli come l’islamismo che sta letteralmente devastando l’Africa subsahariana, ma su cui i nostri enfatici intellettuali evitano di puntare il dito.

IL FATTORE CRISTIANO

E’ storicamente dimostrabile che i fattori antropologici sono decisivi e – per esempio – un substrato culturale cristiano ha favorito lo sviluppo basato su istruzione, impresa, ricerca scientifica, investimenti e tecnologia, dentro un orizzonte che favorisce la democrazia e il rispetto dei diritti sociali e umani.

Del resto nessuno al mondo è tanto impegnato contro la fame quanto i cristiani, con gli aiuti nelle emergenze umanitarie, ma anche con iniziative di sviluppo che vanno dalla costruzione di pozzi, scuole e ospedali, all’artigianato e alla fondazione di università.

Vale pure per gli sprechi alimentari. In Italia il Banco Alimentare, la più grande iniziativa concreta che convoglia tonnellate di derrate alimentari verso i più bisognosi, nasce in ambito cattolico, ma ha aggregato attorno a sé energie di tutti i tipi e soprattutto è nata dal rapporto con una grande industria alimentare e dalla collaborazione della grande distribuzione.

Che non sono affatto nemici, ma protagonisti della nutrizione dell’umanità.

L’uomo non è il cancro del pianeta, ma la sua più grande risorsa anche per la salvagiardia dell’ambiente, perché nessuno inquina e devasta più della natura stessa.

Tanti si battono per proteggere la biodiversità, ma assai pochi si battono per quella che Benedetto XVI ha chiamato l’ecologia umana, a salvaguardia della vita, dell’integrità e della dignità dell’essere umano. Che è il grande “principio non negoziabile”.

 

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 3 maggio 2015

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Friday 01 May 2015

Sinodo. La proposta di una "terza via"

Inflessibile contro il divorzio, misericordiosa con i peccatori. La suggerisce un teologo francese. È una nuova forma del sacramento della penitenza, sull'esempio della Chiesa antica

Wednesday 29 April 2015

Il tesoro dei poveri e la carne di Cristo

Mi hanno colpito queste parole di Papa Francesco, contenute nel videomessaggio che ieri sera ha inviato ai partecipanti alla serata «Se non fosse per te», lo spettacolo proposto dagli ospiti dei centri di accoglienza della Caritas della diocesi romana.

«La povertà è grande insegnamento» che ci ha dato Gesù quando scese nelle acque del Giordano per essere battezzato. «Non lo ha fatto per bisogno di penitenza, di conversione; lo ha fatto per mettersi in mezzo alla gente, la gente bisognosa di perdono, in mezzo a noi peccatori, e caricarsi del peso dei nostri peccati. È questa la via che ha scelto per consolarci, salvarci, liberarci dalla nostra miseria. Ciò che ci dà vera libertà, vera salvezza e vera felicità è il suo amore di compassione, di tenerezza e di condivisione. Il Buon Samaritano che raccoglie noi, malmenati dai briganti».

Francesco ha offerto alcune significative citazioni dei Padri della Chiesa: «Scriveva san Gregorio di Nissa, un grande teologo dell’antichità: “Considerate bene chi sono i poveri nel Vangelo e scoprirete la loro dignità: essi hanno rivestito il volto del Signore. Nella sua misericordia egli ha donato loro il suo proprio volto”. E sant’Agostino diceva: “Sulla terra Cristo è indigente nella persona dei suoi poveri. Bisogna dunque temere il Cristo del cielo e riconoscerlo sulla terra: nella terra egli è povero, in cielo è ricco. Nella sua stessa umanità è salito al cielo in quanto ricco, ma rimane ancora qui tra noi nel povero che soffre”».

«Anch’io – ha continuato il Papa – desidero fare mie queste parole. Voi per noi non siete un peso. Siete la ricchezza senza la quale i nostri tentativi di scoprire il volto del Signore sono vani. Pochi giorni dopo la mia elezione, ho ricevuto da voi una lettera di auguri e di offerta di preghiere. Ricordo di avervi immediatamente risposto dicendovi che vi porto nel cuore e che sono a vostra disposizione. Confermo quelle parole. In quell’occasione vi avevo chiesto di pregare per me. Rinnovo la richiesta. Ne ho veramente bisogno».

Francesco ha così concluso: «Quanto vorrei che questa città, costellata in ogni tempo di persone impregnate di amore di Dio – pensiamo a san Lorenzo (i suoi gioielli erano i poveri), san Pammachio (senatore romano, convertito, dedicatosi completamente al servizio degli ultimi), santa Fabiola (la prima che a Porto ha costruito un ostello per i poveri), san Filippo Neri, il beato Angelo Paoli, san Giuseppe Labre (uomo della strada), fino a Don Luigi di Liegro (il fondatore della nostra Caritas di Roma) – dicevo, quanto vorrei che Roma potesse brillare di “pìetas” per i sofferenti, di accoglienza per chi fugge da guerra e morte, di disponibilità, di sorriso e di magnanimità per chi ha perduto la speranza».

«Quanto vorrei – ha aggiunto – che la Chiesa di Roma si manifestasse sempre più madre attenta e premurosa verso i deboli. Tutti abbiamo debolezze, tutti ne abbiamo, ciascuno le proprie. Quanto vorrei che le comunità parrocchiali in preghiera, all’ingresso di un povero in chiesa, si inginocchiassero in venerazione allo stesso modo come quando entra il Signore! Quanto vorrei questo, che si toccasse la carne di Cristo presente nei bisognosi di questa città!».

Tuesday 28 April 2015

SI ADORA DIO, CARO PAPA BERGOGLIO, NON GLI UOMINI

Papa Bergoglio (in un messaggio di oggi) ha testualmente detto:
«Quanto vorrei che davanti ai poveri in chiesa ci si inginocchiasse in venerazione».
Sinceramente io vorrei che ci si inginocchiasse davanti a Gesù Cristo, nostro Salvatore, soprattutto a Gesù eucaristico, VISTO CHE PAPA BERGOGLIO NON SI INGINOCCHIA ALLA CONSACRAZIONE, COME DOVREBBE FARE, E NON SI INGINOCCHIA ALL’ADORAZIONE EUCARISTICA !!!
Preciso che dico questo avendo a che fare quotidianamente con persone care gravemente ammalate e sofferenti, in cui riconosco la presenza del Signore.
E dico questo sicuro che la penserebbe così anche mio padre che era tanto povero da dover andare a lavorare in miniera a 14 anni e che è morto perché il carbone aveva messo fuori uso i suoi polmoni.
Lui, che era un minatore cattolico, un militante democristiano, ha sempre detestato la demagogia e il populismo, ritenendoli una vergognosa presa in giro dei poveri.
E la frase di Bergoglio è veramente DEMAGOGICA E POPULISTA !!! SOPRATTUTTO SE CONSIDERIAMO COME HA TRATTATO I POVERISSIMI FAMILIARI DI ASIA BIBI !!!!
Sinceramente una frase simile non esprime carità, ma ideologia.
Cominciamo ad inginocchiarci davanti al Tabernacolo, davanti al nostro Salvatore, caro papa Bergoglio e allora sarà credibile anche il nostro inginocchiarci davanti a chi è l’immagine di Cristo crocifisso.
Considerando infine che i poveri non hanno bisogno di gesti simili (che possono nascondere anche orgoglio), ma hanno bisogno del nostro amore, della nostra solidarietà, hanno bisogno di giustizia sociale e, come tutti, anzitutto hanno bisogno del Signore.
Peraltro i poveri si inginocchiano davanti a Gesù Cristo non davanti alla propria immagine (nella foto su www.antoniosocci.com : due poveri contadini che si inginocchiano nel pantano al passaggio di un sacerdote che porta Gesù eucaristico… una lezione per certi prelati!)

 

Antonio Socci

Monday 27 April 2015

“L’Agenzia culturale” di Milano e la sua missione

Penso che molti ricordino il “Progetto culturale” che il Card. Camillo Ruini, allora Presidente della CEI, lanciò negli anni novanta, per sollecitare i cattolici ad essere più presenti nella comunicazione, nei mass media e nei circoli culturali che influenzano l’opinione pubblica in misura crescente. Negli ultimi tempi infatti si stanno moltiplicando i Siti internet  cattolici, di diocesi, parrocchie, centri culturali, associazioni, istituti religiosi e missionari, ecc. Il Pime, in Italia, ha 20-25 Siti internet, senza contare quelli dei singoli missionari e delle missioni! Ciascun Sito ha i suoi lettori ma, come abbiamo sperimentato con la stampa missionaria, è molto difficile coordinare e sintetizzare. Questo vale anche per i Circoli culturali cattolici, oggi molto numerosi, per dibattere e diffondere una lettura evangelica dei temi d’attualità.

L’idea di iniziare un Sito che ha per oggetto la ricerca e la diffusione di articoli, che possano costituire un orientamento e una guida nell’agire quotidiano, è venuta ad un gruppo di amici cattolici milanesi, presieduti dal notaio Angelo Giordano, nel 2003 si sono costituiti in associazione senza fini di lucro col  nome di “L’agenzia culturale” (www.lagenziaculturale.it  Mail: info@agenziaculturale.it ).  Prima è nata l’edizione cartacea dell’Agenzia, di recente l’edizione on line, ancora ai primi passi ma già merita una segnalazione per i suoi contenuti. Fin dall’inizio l’Agenzia pubblica il bollettino settimanale  (formato A4) “La Nostra Rassegna Stampa” , che consiste in tre parti:

-         le prime sei pagine riportano una decina di articoli dai quotidiani nazionali meritevoli di lettura da parte di un cattolico che voglia essere informato su temi religiosi, etici, sociali, culturali e d’attualità;

-         le due pagine centrali sono dedicate alle parole del Papa la domenica mezzogiorno prima dell’Angelus;

-         le ultime sette pagine contengono uno studio de “La Civiltà Cattolica”, il quindicinale dei gesuiti (le cui bozze sono riviste e approvate dalla Santa Sede), che approfondisce i temi d’attualità interessanti per la Chiesa.

Ecco gli ultimi fascicoli: il 218 riporta il testo del padre Jorge Mario Bergoglio su “Il pluralismo teologico” (com’è possibile avere una fede unica e varie correnti teologiche?); il 219  presenta  “Il caso Malala, L’istruzione contro la violenza”, che illustra bene la situazione del Pakistan, con tanti bambini e bambine senza scuola e sfruttati per lavori pesanti. Il 10 dicembre 2014, una ragazza di 17 anni, Malala, ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace. Condannata a morte dai talebani (che nel 1912 le hanno sparato in volto tre colpi) è riuscita a mandare a scuola tante bambine e ragazze, portando alla ribalta nel suo paese il diritto dei minori, e specialmente delle femmine, alla scuola; il n. 220 ha un interessante studio su “L’Isis e la tattica della spettacolarizzazione della violenza”; e il n. 221 (19 aprile 2015) è un testo, oggi di eccezionale interesse, su “La questione armena negli Archivi ecclesiastici”, partendo dai primi massacri sistematici degli armeni (1894-1896) e poi negli anni seguenti, fino  al 1915-1918 e anche dopo. Una documentazione impressionante con lettere di Papi e Nunzi apostolici, Patriarchi  e Vescovi cristiani, sacerdoti e semplici fedeli, in maggioranza testimoni oculari che raccontano crudeltà raccapriccianti. L’Autore del IV volume, il gesuita Georges-Henri Ruyssen, non parla mai di “genocidio”, riporta solo i testi dei documenti in modo imparziale (ci sono anche notizie di capi islamici che hanno salvato gli armeni a rischio della vita!). Al termine del volume si interroga su chi era il responsabile di questa mattanza organizzata e sistematica. Avanza diverse ipotesi e chiude scrivendo: “La cosa certa è che l’ampiezza della repressione tanto sproporzionata e l’entità dei massacri non erano mai state raggiunte nella storia moderna”.

Leggo da diversi anni la Rassegna Stampa che pubblica l’Agenzia culturale e trovo sempre materiale interessante, per le “buone notizie” che danno ottimismo e speranza (quante novità positive ci sono anche in Italia che spesso sfuggono) e per i testi che descrivono e giudicano i temi di attualità secondo la logica del Vangelo. La Rassegna Stampa è un vaccino intellettuale e spirituale. Ci lamentiamo per l’“inquinamento dell’aria”, pericolo di cui siamo ben  avvertiti, ma non teniamo presente l’”inquinamento dello spirito” che viene dalla congerie di “notizie negative” che ci intossicano. Ogni storia di persone o di paesi è una storia sacra, perché Dio è presente. L’importante, per me piccolo uomo, è vedere in profondità la storie umane, là dove Dio è presente.

Ecco, L’Agenzia culturale compie questa missione. Iscritta tra i Centri Culturali cattolici (che a Milano e dintorni sono 180), intende promuovere una più stretta collaborazione tra questi Centri, segnalando le loro attività nel proprio Sito, rivolgendosi anche a parrocchie, Centri missionari, scuole e case di cura a conduzione cattolica (che sono davvero tante), per diffondere una cultura volta a promuovere il bene comune, di cui il mondo d’oggi ha tanto bisogno.  L’Agenzia Culturale di Milano ha sede in Via Locatelli, 4 e il suo Sito, dal quale è scaricabile integralmente la Rassegna Stampa, è www.lagenziaculturale.it

Piero Gheddo

27 aprile 2015

 

Sunday 26 April 2015

QUELLO CHE HO SCOPERTO OGGI SULLA SINDONE

In questi anni, per circostanze note e dolorose, sono diventato il destinatario di un fiume di lettere e ora navigo in un mare di storie, piene di vita vissuta, di croci inimmaginabili, di eroismi spesso totalmente nascosti al mondo, di naufragi e di speranze indomabili dentro il buio più fitto.

Sono testimonianze che fanno ammutolire. Chi e come può stare davanti a tutto questo dolore e tutta questa speranza? Chi può custodirli veramente?

Spesso sui media si denuncia lo scandalo della sofferenza innocente. E si resta impietriti davanti alla disperazione e all’impotenza.

Ma c’è qualcosa che è ancora più sconvolgente, qualcosa che è totalmente imprevisto e fa addirittura baluginare il divino perché è davvero “una cosa dell’altro mondo”.

Sono quelle storie, quei volti, quelle persone che – inspiegabilmente – non soccombono sotto prove terrificanti, che non sprofondano sotto croci disumane, ma hanno la luce negli occhi. Brillano di un amore pietoso e carico di una misteriosa letizia. Hanno una forza inspiegabile.

BAMBINI

Sono storie apparentemente semplici, ma immense.

“Cara famiglia che stai soffrendo in un modo tanto simile alla mia”, mi scriveva una mamma, “nelle due settimane di coma profondo della mia piccola, una città intera ha pregato per lei. Amici e conoscenti, miscredenti e persone lontane da Dio si sono inginocchiate nelle tante veglie notturne organizzate per la mia piccina. Hanno strappato a Dio una promessa che ora si sta compiendo. Noi, in sala rianimazione, l’abbiamo sollecitata continuamente, pregando su di lei a voce alta, cantando i canti della messa domenicale che lei, anche se piccolissima, aveva ascoltato, facendole sentire tanto Mozart. Un cervello che dorme va risvegliato! Le ho raccontato tutto quello che avevamo fatto insieme e le ho descritto tutte le cose belle che avremmo fatto ancora e tutte le meraviglie del creato che avrebbero visto i suoi occhi una volta guarita. Si é svegliata. A dispetto delle sue condizioni definite gravissime”.

Un vecchio missionario, che da quarant’anni è in Africa, che si è letteralmente consumato fra bambini ammalati di lebbra, mi scrive dei canti e della felicità di quei fanciulli, vestiti di stracci, per i doni e le preghiere che si sono scambiati con noi e del loro far festa.

Ma la cosa più straordinaria accade quando s’incontrano persone che letteralmente offrono se stessi, in olocausto, per la salvezza e la felicità degli altri esseri umani e perché venga il regno di Dio, la felicità per tutti.

OLOCAUSTO

La testimonianza più struggente per me è quella di una giovane ragazza che da anni è sul Calvario, un succedersi di malattie e atrocità senza eguali.

Ha sopportato una quantità di sofferenze che forse pochissimi esseri umani hanno vissuto, da tempo è inchiodata su un letto e i medici da settimane le hanno detto che non c’è più nessuna possibilità di sopravvivenza.

Mi scrive:

“Sono a brandelli nel corpo e nel cuore… Ma anche se straziata, dilaniata in modo inimmaginabile – non posso descrivertelo perché ti sentiresti male e non c’è fondo – sono lieta di poter dare il mio contributo per la salvezza di questa umanità che sta sprofondando… Gesù dà senso a tutto questo massacro terrificante e umanamente indicibile per la salvezza di questi tempi nerissimi… Offro anche per la tua carissima Caterina. Ricorda che l’Amore avrà l’ultima parola. La preghiera ottiene tutto da Dio, anche l’impensabile. Io sono serena, cerco solo di resistere ancora un po’ per poter offrire ancora qualcosa al mio amato Gesù, per aiutarlo a portare il peso di tutta l’umanità e a salvare tanti nostri fratelli e sorelle. Forza! Sii sempre testimone coraggioso del Signore”.

Davanti a storie e volti così si può veramente capire qual è (e perché ci riguarda) il mistero di quella Sindone che – ancora una volta – in questi giorni viene esposta e offerta alla venerazione dei pellegrini, a Torino.

Quell’antico lino non è solo una preziosa reliquia della passione e della morte di Gesù. Non è solo una clamorosa conferma letterale dei resoconti evangelici. Della loro storicità, fin nei minimi, drammatici dettagli.

UN EVENTO UNICO

La Sindone mostra l’abisso della sofferenza umana raccolta tutta in un corpo, concentrata tutta su un uomo. Perché non c’è un centimetro quadrato di quel corpo che non sia macellato, seviziato, triturato. Con l’inevitabile sofferenza interiore prodotta dall’odio, dal disprezzo, dalle umiliazioni.

Ma la Sindone mostra pure la formidabile resistenza fisica di quell’Uomo, senza la quale sarebbe bastata la selvaggia flagellazione a farlo morire: resistenza fisica che può essere prodotta solo da una sovrumana forza interiore, quindi da una titanica decisione di sopportare tutto, di espiare per tutti, perciò da un oceano di compassione. Egli si è preso sulle spalle le sofferenze di noi tutti.

Infine la Sindone è anche un formidabile fenomeno scientifico che parla soprattutto a questo nostro tempo, il primo della storia che ha la possibilità e gli strumenti per decifrare i tantissimi messaggi che contiene.

Proviamo allora a elencare alcuni di questi elementi.

Anzitutto è un “unicum”, perché non si è trovata alcuna spiegazione scientifica alla formazione di questa immagine che non è data da pigmento, ma da una bruciatura superficiale del lino e – sottolineo – una bruciatura non per contatto (altrimenti nel lenzuolo aperto l’immagine sarebbe apparsa deformata): gli scienziati ipotizzano un gigantesco, istantaneo e inspiegabile sprigionarsi di energia da quel corpo.

Quindi la Sindone porta le tracce di un avvenimento unico nella storia, un fatto non naturale e che non è possibile riprodurre nemmeno oggi.

Inoltre la Sindone contiene informazioni e dati – per esempio la tridimensionalità – che oggi sono strumentalmente decifrabili, ma che non potevano essere conosciuti e prodotti dagli uomini dei secoli scorsi, né in tutti i secoli precedenti (così pure le tracce microscopiche di polline dell’area di Gerusalemme, come lo Zygophyllum dumosum, che non si possono collocare o rilevare senza i moderni microscopi).

LE PROVE

Infine le analisi medico legali hanno appurato

1) che quel lenzuolo ha sicuramente avvolto il corpo di un uomo morto, come dimostrato dal sangue cadaverico e dalla rigidità cadaverica delle gambe (peraltro quella ferita al costato è incompatibile con la vita);

2) l’équipe di scienziati americani dello STURP che analizzarono ogni centimetro del lenzuolo nel 1978 ha accertato inoltre che quel corpo morto è stato contenuto dentro al lenzuolo meno di 40 ore, perché non c’è alcuna traccia di putrefazione;

infine 3) la stessa équipe ha scoperto che i contorni della macchie di sangue rivelano che non vi fu alcun movimento fra il corpo e il lenzuolo, quindi quel corpo è uscito dal lenzuolo senza strappo dei coaguli ematici, cioè senza movimento, senza spostarsi, come passando attraverso il lenzuolo.

Quindi quel corpo risuscitando ha acquisito delle proprietà che nessun altro corpo normale possiede (proprio come dicono i Vangeli).

E tutto è accaduto con un’esplosione di luce che ha impresso – con modalità sconosciute – l’immagine sul lenzuolo. Arnaud-Aaron Upinsky nota che, scientificamente parlando, “la Sindone porta la prova di un fatto metafisico”. E’ la resurrezione.

LA FORZA

L’Uomo della Sindone ha preso su di sé tutta la debolezza e le sofferenze degli uomini e le ha investite con tutta la Potenza di Dio, che spazza via la morte.

E quell’Uomo-Dio ora è vivo. La sua è la luce che brilla sui volti di tanti che oggi non soccombono alle croci. Misteriosamente presente fra noi, dona, con la sua amicizia, la sua stessa forza.

Cosicché già qui sulla terra è possibile sperimentare – anche fra le lacrime e le prove della vita – la misteriosa letizia della vittoria.

Quell’eroica ragazza in croce, che ho citato, accennando alla Sindone, mi ha detto: “Che commozione sentir parlare del nostro Salvatore! Con il suo folle amore ha voluto rendere libero e felice ognuno di noi”.

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 26 aprile 2015

www.antoniosocci.com

Sunday 19 April 2015

LA SINISTRA DI MAOMETTO

Ecco alcune notizie degli ultimi giorni:

1) la strage di 147 studenti cristiani compiuta dagli islamisti all’Università di Garissa in Kenya;

2) le minacciose invettive del presidente islamico turco per l’evocazione da parte di papa Bergoglio del “genocidio” di un milione e mezzo di cristiani armeni, un secolo fa;

3) un ragazzo bruciato vivo in Pakistan perché cristiano;

4) i combattenti islamisti in Siria bombardano i quartieri cristiani di Aleppo facendo decine di morti;

5) secondo alcune notizie dalla Nigeria, le 200 studentesse cristiane rapite da Boko Aram sarebbero state uccise;

6) quindici migranti islamici fermati dalla polizia a Palermo per aver buttato in mare dodici migranti cristiani a causa della loro fede.

E’ un orrore che va avanti da tempo. Ricordo un numero della rivista di geopolitica “Limes” che già nel 2000 scriveva: “Il cristianesimo è la religione più perseguitata del mondo. Conta migliaia di vittime; i suoi fedeli subiscono torture e umiliazioni di ogni tipo. Ma l’opinione pubblica occidentale… non concede a questo dramma alcuna attenzione”.

Ha un bel chiedere – in questi giorni – Lucia Annunziata “dov’è la sinistra” davanti al massacro degli studenti cristiani in Kenya. La risposta è “non pervenuta”.

VICINANZA ALL’ISLAM

Del resto l’opinione pubblica che conta, quella sinistra liberal o ancora marxisteggiante che dilaga sui media e nelle istituzioni scolastiche, manifesta di frequente disprezzo verso quei principi e quella storia cristiana su cui sono fondati la nostra libertà e il nostro benessere. L’Europa tecnocratica poi sembra smaniosa di cancellare le tracce di tutto ciò che è cristiano (in Francia siamo al ridicolo: si epura perfino la toponomastica).

Si progettano pure disegni di legge che potrebbero limitare proprio la libertà di espressione dei cristiani magari in nome delle nuove bandiere ideologiche della sinistra, come l’omofobia.

Ma la stessa sinistra che qua è pronta a fare le barricate per i cosiddetti “diritti civili” appare muta di fronte – non dico ai cristiani perseguitati – ma all’umiliante condizione delle donne nei paesi islamici e al brutale trattamento lì riservato alle persone omosessuali.

L’astioso pregiudizio contro il cristianesimo delle élite “progressiste” va di pari passo con il loro benevolo pregiudizio verso l’Islam. Del quale non si vogliono riconoscere nemmeno i massacri.

D’altronde cosa fece la Sinistra marxista di un tempo con i crimini del comunismo? Negò quelle atrocità finché poté, poi pretese di ridurli a degenerazioni locali, scomunicando chi riteneva che invece il problema fosse lo stesso marxismo-leninismo.

Oggi la Sinistra progressista vuol farci credere che il terrorismo non c’entra niente con l’Islam. E ignora le stragi (soprattutto di cristiani) che hanno costellato tutta la storia dell’Islam e della sua sanguinosa espansione.

Si arriva al punto di capovolgere la storia e far passare i cristiani per aggressori evocando a rovescio le crociate (le quali tentarono semplicemente di limitare i danni dell’invasione islamica di terre cristiane).

L’ignoranza storica si accompagna alla cecità ideologica, perché l’Islam più che una religione come il cristianesimo, è una teologia politica come il marxismo.

Il laicissimo Bertrand Russel in un suo saggio sul bolscevismo scriveva che fra le religioni il bolscevismo doveva essere paragonato piuttosto all’Islam che al cristianesimo. Quest’ultimo infatti è una religione personale con una sua spiritualità, una mistica, una teologia. Invece “Islamismo e Bolscevismo sono religioni pratiche, sociali, non spirituali, impegnate a conquistare il dominio del mondo terreno. I loro fondatori non avrebbero resistito alla terza tentazione nel deserto di cui parla il Vangelo”.

L’Islam infatti comporta un’ideologia totalitaria simile al comunismo, ma anche al fascismo e al nazismo (Eric Voegelin ha ampiamente mostrato che sono diverse maschere riemergenti della gnosi).

Come ha spiegato Samir Khalil Samir, “l’Islam nasce fin dall’inizio come progetto socio-politico e anche militare: ciò è evidente sia nel Corano sia nella sunna, nella tradizione che include la vita e i detti di Maometto. Per un musulmano religione e politica sono indissolubili”.

DOMINIO

Maometto è stato un formidabile condottiero e ha fondato una teologia politica universalista funzionale alla conquista dell’Arabia e poi al dominio del mondo.

A chi crede che oggi il problema sia rappresentato solo da pochi fondamentalisti violenti e non dall’Islam in sé, risponde Samuel Huntington: “Millequattrocento anni di storia dimostrano il contrario. L’Islam è l’unica civiltà ad aver messo in serio pericolo, e per ben due volte, la sopravvivenza dell’Occidente”.

“Per quasi mille anni” aggiunge Bernard Lewis “dal primo sbarco moresco in Spagna al secondo assedio turco di Vienna, l’Europa è stata sotto la costante minaccia dell’Islam”.

Credere che siano cose del passato o limitate – oggi – ad Al Qaeda e all’Isis è da illusi (del resto chi ha inventato e sostiene l’Isis?). L’Islam per sua natura punta al mondo intero.

Monsignor Bernardini, arcivescovo di Smirne, al Sinodo dei vescovi del 1999 riferì: “Durante un incontro ufficiale sul dialogo islamo-cristiano, un autorevole personaggio musulmano, rivolgendosi ai partecipanti cristiani, disse a un certo punto con calma e sicurezza: ‘Grazie alle vostre leggi democratiche vi invaderemo; grazie alle nostre leggi religiose vi domineremo’ ”.

Hanno già cominciato con l’enorme pressione dei grandi capitali petroliferi, da una parte, e con l’immigrazione incontrollata dall’altra. Una tenaglia che già si stringe sull’Inghilterra, come pure sulla Francia (vedi il romanzo “Sottomissione” di Houellebecq).

Quanto all’Italia il pensiero dominante ha emarginato una voce profetica come quella di Oriana Fallaci. Chissà come avrebbe tuonato – lei che era stata partigiana – sapendo della controversia sul 25 aprile di quest’anno fra la presenza delle insegne della “Brigata ebraica” (che partecipò alla liberazione dell’Italia) e la bandiera palestinese che “non ha nulla a che vedere con le truppe Alleate e in quel momento storico” ha ricordato Pacifici “era dalla parte dell’occupante”.

IL METODO BIFFI

Oltre alla Fallaci è rimasta inascoltata la voce del cardinale Biffi. Ecco le sue parole del 2000: “Oggi è in atto una delle più gravi e ampie aggressioni al cristianesimo (e quindi alla realtà di Cristo) che la storia ricordi. Tutta l’eredità del Vangelo viene progressivamente ripudiata dalle legislazioni, irrisa dai ‘signori dell’opinione’, scalzata dalle coscienze specialmente giovanili. Di tale ostilità, a volte violenta a volte subdola, non abbiamo ragione di stupirci”, perché era stato profetizzato nel Vangelo, “ci si può meravigliare invece degli uomini di Chiesa che non sanno o non vogliono prenderne atto”.

Poi Biffi ricordò una sua intervista di alcuni anni prima, dove gli fu chiesto: “Ritiene anche lei che l’Europa sarà cristiana o non sarà?”.

Rispose: “Io penso che l’Europa o ridiventerà cristiana o diventerà musulmana. Ciò che mi pare senza avvenire è la ‘cultura del niente’, della libertà senza limiti e senza contenuti, dello scetticismo vantato come conquista intellettuale, che sembra essere l’atteggiamento dominante nei popoli europei, più o meno tutti ricchi di mezzi e poveri di verità. Questa ‘cultura del niente’ (sorretta dall’edonismo e dalla insaziabilità libertaria) non sarà in grado di reggere all’assalto ideologico dell’islam che non mancherà: solo la riscoperta dell’avvenimento cristiano come unica salvezza per l’uomo – e quindi solo una decisa risurrezione dell’antica anima dell’Europa – potrà offrire un esito diverso a questo inevitabile confronto”.

Biffi concluse che i ‘laici’, osteggiando in tutti i modi la Chiesa, non si accorgono di combattere l’ispiratrice più forte e la difesa più valida della civiltà occidentale e dei suoi valori di razionalità e di libertà: potrebbero accorgersene troppo tardi”.

 

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 19 aprile 2015

Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

(nella foto: Costantinopoli, città costruita bellissima dai cristiani e conquistata ferocemente dai turchi che l’hanno cambiata in Istanbul)

Friday 17 April 2015

Un missionario indiano nel Nord Camerun

Il Nord del Camerun è pesantemente infiltrato dai Boko Haram che arrivano dallo stato di Borno nel nord della Nigeria, dove è già vigente la legge coranica “sharia” e quasi ogni giorno ci sono scuole e villaggi cristiani vittime degli estremisti dell’islam. Il confine tra Camerun e Nigeria, lungo più di 2.000 km, passa in foreste e steppe senza alcuna barriera divisoria. I Boko Haram entrano facilmente e reclutano giovani musulmani disoccupati, mandando 250 dollari al mese alle loro famiglie (insegnanti e infermiere guadagnano circa 70-80 dollari); se poi questi giovani vogliono ritirarsi, tagliano la gola a loro e ai loro famigliari in Camerun; assaltano villaggi, fermano pullman di servizio statale facendo strage dei musulmani che non sanno leggere il Corano e degli uomini cristiani; portano in Nigeria le loro donne e i bambini come ostaggi. Le ambasciate occidentali hanno ordinato ai loro cittadini di ritirarsi dal Nord Camerun, diviso dal Sud, dove l’islam è poco presente, da 900 km di foreste.

Chi è rimasto nel Nord? Missionari e suore per assistere i loro cristiani. Il Nord Camerun ha circa 7 milioni di abitanti, 1,5 musulmani e 350.000 cristiani, ma la maggioranza della popolazione è ancora animista e diverse tribù tendono a convertirsi a Cristo. Siamo in una vera missione ad gentes. Se nel Nord non ci fosse personale religioso straniero, le quattro diocesi locali non potrebbero sopravvivere. Dal 1967 il Pime è presente nel Sud Camerun e nel Nord dal 1974, dove lavora in due diocesi (Maroua e Yagoua), soprattutto in due tribù, Ghizigà e Toupurì, con una dozzina di preti e fratelli, fra i quali il sacerdote indiano Xavier Ambati, che ha una storia interessante.

Nato nel 1968 a Nandigama in Andhra Pradesh da genitori che erano insegnanti in scuole luterane e ancor oggi Xavier parla con ammirazione della rigorosa formazione dei luterani. A 22 anni, quando già studiava all’Università, si è convertito alla Chiesa cattolica ed è stato ordinato sacerdote del Pime nel 2003. Da 11 anni è nel Nord Camerun, negli ultimi anni a contatto con l’islam estremista e i Boko Haram. All’inizio è stato a Mouturwa, parrocchia fondata e poi consegnata al vescovo locale. Padre Xavier è andato a Kousseri (città islamica, 100.000 abitanti) ai confini con Ciad e Nigeria, dove padre Giovanni Malvestio stava costruendo chiesa, scuola e varie opere parrocchiali per i pochi cristiani della città. Mentre era a Kousseri, da lunedì a venerdì Xavier andava a fondare la Chiesa a Wazà vicina all’omonimo Parco nazionale e a 7 km dalla Nigeria, sabato e domenica tornava a Kousseri per aiutare nella pastorale domenicale.

Padre Ambati nei villaggi animisti e musulmani

Intervistato a Milano, padre Xavier racconta: A Wazà un missionario francese aveva costruito una grande sala in muratura che serviva da chiesa e da luogo di riunione e scuola. Non avevo casa e dormivo su un materassino in chiesa. Portavo con me 5-6 giovani cristiani di Kousseri, incontravamo la gente, si parlava di Gesù Cristo e della Chiesa, si girava nei villaggi a cercare i cristiani, ma erano pochi. Ci facevamo conoscere come missione cattolica che doveva nascere a Wazà, lasciando immagini di Gesù e della Madonna nelle loro capanne. Chi era interessato al cristianesimo ci dava il suo nome e promettevamo di ritornare. Io parlavo francese, i giovani traducevano nella lingua locale. A volte celebravo la Messa con la cappella piena di gente ma le comunioni erano poche, oltre a quelle dei miei giovani. In sei-sette villaggi ho costruito la cappella in fango e paglia, come segno che volevano conoscere il cristianesimo. Nel 1913 i Boko Haram si sono infiltrati in Camerun dalla Nigeria, l’esercito camerunese è intervenuto e a Natale e Pasqua 2013 quando celebravo la Messa, i soldati che difendevano la chiesa erano trenta, la gente quasi tutta animista. In quelle regioni di frontiera fra cristianesimo e islam, se non prendiamo subito gli animisti, diventano musulmani. Nel mondo moderno, l’animismo non conta più niente, quindi bisogna scegliere: o diventare cristiani o essere costretti a diventare musulmani. Con i ragazzi cattolici che venivano con me, portavamo da Kousseri qualcosa da mangiare, ma in genere mangiavamo quello che avevano le famiglie dei villaggi. A volte io comperavo nei mercatini locali del miglio e mangiavamo polenta di miglio con qualche famiglia; e con la polenta qualche pesce secco e altri animali di foresta come i topi e qualche erba di foresta bollita. La gente mangiava quello e anche per noi, mattino, mezzogiorno e sera il nostro cibo era quello. Una vera penitenza ma anche i ragazzi con me la facevano volentieri.

Un “Campo di lavoro” per i giovani camerunesi

Il Natale 2012 è stata una delle feste più solenni che ho celebrato a Wazà, poco prima che arrivassero i cinesi. Per prepararci al Natale, ho organizzato, con l’aiuto di padre Giovanni Malvestìo e del sacerdote diocesano don David Menema (suo collaboratore a Kousserì), un “Campo di lavoro per giovani” di cinque giorni come si fa in Italia. In quella cittadina isolata vicina al Parco Nazionale, è stato un successo notevole, anche perché il Natale è sentito dai musulmani come una festa religiosa popolare di tutti.

La vigilia del Natale sono andato da Kousserì a Wazà con un seminarista e sei giovani cristiani, accolti bene dalle autorità civili, dai leader tradizionali e delle altre religioni. Dopo cena, abbiamo preparato la Messa del Natale, spiegando il significato della festa, insegnando alcuni canti e mostrando concretamente come si celebra la Messa del giorno dopo con musica, canti, candele, incenso e una processione alla quale partecipano tutti. Il giorno di Natale che era una domenica, abbiamo celebrato la Messa, alla presenza delle autorità di Wazà, molti giovani e gente del posto. Una cerimonia e una festa così solenne non l’avevano mai vista.

Dopo pranzo si è visitato un villaggio a 15 km dal centro chiamato Tagawa, con abitanti tupurì e massà. Hanno partecipato i giovani di Wazà e Kousserì e alcuni funzionari locali e abbiamo entusiasmato il villaggio con animazioni nella loro lingua e subito dopo parecchie famiglie hanno espresso il desiderio di diventare cristiane. Il leader locale dell’islam ha incoraggiato la gente a costruire una cappella per pregare assieme, cosa che poi abbiamo fatto! Il lunedi siamo andati a visitare altri due villaggi: Jiguina (15 km) con una sola famiglia cattolica e tutti gli altri musulmani; nel secondo, Madà (a 5 km), c’era una donna protestante. In ambedue i villaggi abbiamo presentato il Vangelo, insegnando il Padre Nostro. Il giorno dopo abbiamo visitato il villaggio di Bonderi con un programma simile, ma questo villaggio è composto di 50 famiglie di religione tradizionale e alcune famiglie cristiane di cui tre cattoliche e 1 protestante che desidera entrare nella famiglia cattolica. In questo villaggio c’era più tempo e abbiamo benedetto le capanne e visitato i malati e la gente ha espresso il desiderio di avere una presenza regolare del sacerdote. L’ultimo giorno abbiamo ancora celebrato la Messa a Wazà attirando molte persone e famiglie e poi abbiamo chiuso il Campo con la promessa di farne un altro per Pasqua.

Questi cinque giorni sono stati molto positivi, sia per l’entusiasmo dei giovani locali e di quelli che mi accompagnavano da Kousserì, sia perché si è dimostrata importante la presenza del seminarista della diocesi di Yagoua, mandatoci del suo vescovo, che durante tutto il tempo di permanenza ha guidato la preghiera della sera e il Rosario, facendo una piccola catechesi quotidiana ai giovani presenti. Proprio questi giovani locali hanno preparato la nostra venuta provvedendo al nostro vitto e alloggio nel miglior modo possibile, in quella situazione di grande povertà.

Boko Aram sequestra i cinesi al lavoro

Nei villaggi della futura parrocchia di Wazà il governo del Camerun costruisce una strada che parte da Kousseri e va verso il Sud, anche per determinare il confine con la Nigeria. Nel 2013 sono venuti i cinesi e costruivano la strada per il governo camerunese, da nord a sud, lunga più di 1.000 chilometri; la strada passa proprio vicino alla nostra cappella e sono vissuto per molti mesi con i cinesi, che erano divisi in gruppi lungo quel tracciato. Il gruppo che era a Wazà aveva macchine grosse per lavorare, camion, ruspe, caterpillar, scavatrici, ecc. I cinesi vivevano in da case prefabbricate portate dalla Cina, le montano e poi le smontano e se le portano via e producono la loro energia elettrica.

Nei primi mesi del 2014, dal Parco nazionale di Wazà un giorno sono spuntati all’improvviso circa 300 uomini di Boko Haram, armati e tutti incappucciati. Hanno circondato il campo cinese e hanno portato via una dozzina di capi, direttori e tecnici, ma non i lavoratori cinesi che sono carcerati, liberati in Cina per lavorare in luoghi pericolosi. I carcerati del nostro gruppo erano circa 70, facevano i lavori più difficili e assumevano anche lavoratori locali, ma gli africani vanno poco con loro perché debbono lavorare molto e sono pagati pochissimo. Ho sentito dire che in Cina fanno questa proposta ai carcerati, se vanno a lavorare all’estero per la Cina non so quanti anni, poi sono liberi.

A difendere i cinesi c’erano una trentina di militari camerunesi, qualcuno di loro ha sparato ma è stato ucciso, gli altri, vedendo quella legione di guerriglieri, sono scappati. I Boko Aram, mi hanno detto la gente di Wazà, erano un vero esercito, impossibile fermarli. Per fortuna sono venuti in un giorno in cui io ero a Kousseri con i giovani cristiani, altrimenti rapivano anche noi. Mi hanno detto che hanno portato i capi cinesi nello stato nigeriano di confine dove comandano loro e fino ad oggi so che non li hanno ancora liberati. Dopo questo fatto, il superiore del Pime in Camerun e poi anche il vescovo, mi hanno detto di venir via, troppo pericoloso!

Il vescovo mi manda a fondare una nuova parrocchia

Alcuni mesi dopo, il vescovo di Yagoua mi ha mandato a fondare una parrocchia a Wagà, a circa 120 km dalla Nigeria e ai confini col Ciad, anche questo un territorio infiltrato dai Boko Aram, che nel Nord Camerun è presente ormai ovunque. E anche qui dormo nella grande chiesa di fango e paglia. Sto iniziando a prendere contatto con i villaggi animisti dove trovo alcune famiglie cattoliche che mi ringraziano di essere venuto tra loro.

Sono già stato a Magà nei mesi scorsi con padre Giuseppe Parietti per vedere la situazione, ci siamo fermati qualche giorno e abbiamo girato alcuni villaggi. Mi sono fatto l’idea che è proprio una missione ad gentes, con numerosi animisti che vogliono diventare cristiani. A Magà c’è la situazione che si trova ovunque nel Nord del Camerun. La maggioranza degli abitanti (che appartengono a varie etnie o tribù) sono ancora animisti, Ciascun villaggetto o ciascuna famiglia va per conto suo e non ha alcun punto di riferimento per la vita moderna, nessun appoggio o protezione. Anche i giovani tribali, educati al culto degli spiriti del villaggio, della tribù o della famiglia, si trovano spaesati e isolati, mentre i cristiani e i musulmani hanno il Libro (Bibbia o Corano) e la Chiesa o la “umma”islamica. E’ inevitabile, come avviene in tutto il Nord Camerun, che si impone la scelta di una religione adatta al tempo moderni.

All’inizio di settembre ritorno in Camerun e vado a Magà per iniziare la parrocchia. Dovrebbero esserci alcune centinaia di cristiani dispersi in vari villaggi, ma senza il prete residente da molti anni: non so ancora quanti sono rimasti. Ci sono anche tre suore africane che hanno iniziato una scuola primaria in muratura, costruita dalle suore canadesi. Nella loro casa le suore hanno un cappellina, ma troppo piccola per la parrocchia. Tanti anni fa c’era un missionario francese che veniva a Magà una volta al mese, aveva battezzato molti e usava quel capannone di paglia che oggi è vacillante e col tetto sforato in più parti. Dev’essere riparato, anche perché iodormo in chiesa. Per mangiare non ho nessuno, il padre canadese mangiava con le suore canadesi, ma io mangerò da solo. All’inizio mi porteranno qualcosa i cristiani del villaggio, poi cercherò qualcuno che possa farmi da mangiare, ma ci penserò quando sono sul posto. Di fame credo che non muoio e un missionario anziano mi ha detto che, all’inizio di una missione bisogna sopportare un po’ di penitenze, perché alle fondamenta di una Chiesa c’è la Croce di Gesù Cristo.

Piego Gheddo

17 aprile 2015

 

 

Monday 13 April 2015

La misericordia della Nuova Bussola

Cari amici, leggo ora su La Nuova Bussola Quotidiana un articolo del Direttore Riccardo Cascioli il quale, intervenendo sulla vicenda del candidato ambasciatore francese presso la Santa Sede Laurent Stefanini, e citando questo mio articolo, si afferma: «”È la migliore personalità per quel ruolo”, ripete più volte Vatican Insider citando il Quai d’Orsay, e sottolinea che l’eccezionalità del caso sta nel fatto che Stefanini è un “credente” seguito nel suo cammino dall’arcivescovo di Parigi, “ha sempre vissuto da celibe, non si è mai sposato né religiosamente né civilmente”. “È un cattolico praticante”, insiste Vatican Insider, forse a suggerire che in fondo questo conta molto più di un orientamento sessuale non conforme alla dottrina».

A parte il fatto che a definire la scelta di Stefanini come migliore sono state ovviamente le fonti francesi diplomatiche da noi citate (Vatican Insider non esprime il gradimento sugli ambasciatori, non sappiamo se sia la scelta migliore, così la definisce il governo che la propone), e che sia un praticante è cosa nota, la notizia è un’altra. Apprendiamo infatti oggi dalla Nuova Bussola Quotidiana che anche il solo orientamento, la sola tendenza omosessuale, anche se vissuta cristianamente da praticante, cioè da persona che cerca con la grazia di Dio e con i sacramenti di seguire gli insegnamenti della Chiesa, costituirebbe un problema dottrinale, un peccato, un macigno insormontabile.

Può valere la pena ricordare ciò che il Catechismo della Chiesa cattolica riporta in merito all’omosessualità.

2357 L’omosessualità designa le relazioni tra uomini o donne che provano un’attrattiva sessuale, esclusiva o predominante, verso persone del medesimo sesso. Si manifesta in forme molto varie lungo i secoli e nelle differenti culture. La sua genesi psichica rimane in gran parte inspiegabile. Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, la Tradizione ha sempre dichiarato che «gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati». Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati.

2358 Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione.

2359 Le persone omosessuali sono chiamate alla castità. Attraverso le virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, mediante il sostegno, talvolta, di un’amicizia disinteressata, con la preghiera e la grazia sacramentale, possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana.

A parte il grande rispetto per le persone omosessuali che emerge da queste pagine, è evidente che una cosa sono la tendenza o l’orientamento - che nella stragrande maggioranza dei casi non viene scelto dalle persone, dato che la sua genesi psichica rimane in parte inspiegabile – e altra cosa è la pratica omosessuale.

A essere condannata è la pratica omosessuale, non l’orientamento. Anche perché, se si trattasse soltanto della tendenza o dell’orientamento, quanti sarebbero, anche all’interno del clero e delle gerarchie (anche vaticane), a non dover ricevere il “gradimento”? Non è del tutto chiaro quali siano le ragioni del mancato gradimento della Santa Sede a Laurent Stefanini. Non ci permettiamo di dare giudizi, non essendo a conoscenza di quanto realmente accaduto. Forse però servirebbe un po’ più di cautela nell’esprimersi su uomini e donne che non hanno scelto il loro orientamento sessuale.

Saturday 04 April 2015

Buona Pasqua ai naviganti

Cari amici, Buona Pasqua! Nel silenzio del Sabato Santo abbiamo ancora negli occhi e nel cuore il racconto della Passione di Gesù, la stessa Passione che hanno vissuto gli studenti in Kenya, “colpevoli” soltanto di essere cristiani. La stessa Passione che vivono i perseguitati, i rifugiati, le vittime delle guerre in Medio Oriente, i nostri fratelli che affondano nei barconi sul Mediterraneo, i terremotati, i senzatetto, gli emarginati.

Nel 1973, Joseph Ratzinger, in una meditazione sul Venerdì Santo, scriveva: “Dobbiamo imparare – ancora una volta, non solo a livello teorico, ma nel modo di pensare e di agire – che accanto alla presenza reale di Gesù nella Chiesa e nel sacramento, esiste quell’altra presenza reale di Gesù nei più piccoli, nei calpestati di questo mondo, negli ultimi, nei quali egli vuole essere trovato da noi. E, anno dopo anno, il Venerdì Santo ci esorta in modo decisivo ad accogliere questo nuovamente in noi”. La pietra del sepolcro sta per essere rotolata via dal Crocifisso Risorto, dal Figlio di Dio venuto a condividere le nostre sofferenze.

PS: Mi scuso per il blackout del server del blog, che è rimasto irraggiungibile per oltre due giorni.

Friday 03 April 2015

Auguri di Buona Pasqua anche a chi non crede

La Pasqua è la Festa che ricorda la Risurrezione di Cristo dal sepolcro, dopo tre giorni dalla sua morte in Croce. Chi ha il dono della fede ci crede e proprio la Risurrezione di Cristo è la dimostrazione storica della sua divinità. Che Cristo sia risorto non è una pia credenza, ma un fatto storico confermato da tanti testimoni, molto più di altri fatti del passato dei quali esistono scarse testimonianze.

Per noi che abbiamo avuto da Dio il dono della Fede, La Pasqua porta alla nostra vita la serenità dello spirito, la gioia di vivere, la pace del cuore. Se noi viviamo con Cristo, cari amici, non possiamo essere tristi o pessimisti, senza speranza. Soffriamo certo per le molte croci della nostra vita, ma Gesù è la nostra forza, la nostra speranza.

Un’antica espressione popolare dice: “Sono contento come una Pasqua”. Cristo risorto è fonte di gioia e di speranza, perché ci ha liberati dal peccato e dalla morte, ci dà uno sguardo ottimistico sulla nostra vita e sul mondo in cui viviamo, cioè ci fa vedere la realtà che ci circonda con gli occhi di Dio. Non più con i nostri occhi di uomini e donne peccatori, ma con gli occhi di Dio, che è Padre buono e misericordioso, ama tutti e ciascuno più di quanto noi amiamo noi stessi!

Nella Pasqua 2013, la prima del suo pontificato, Papa Francesco ha detto : “La buona notizia” che Gesù è Risorto, per noi significa “che l’amore di Dio è più forte del male e della stessa morte; significa che l’amore di Dio può trasformare la nostra vita, far fiorire quelle zone di deserto che ci sono nel nostro cuore”.

Gesù ha partecipato alla nostra debolezza umana, ha patito la fame e la sete, la stanchezza e la tristezza, ha conosciuto l’ingiustizia, le crudeltà spaventose della flagellazione e della crocifissione.  La Risurrezione rappresenta la liberazione da tutto questo, è l’inizio di una nuova vita vissuta in intimità con Dio. Vivere con fede la Risurrezione significa anche per noi iniziare una vita nuova, liberandoci da tutti i pesi spirituali, morali e psicologici, da tutti gli attacchi terreni che ostacolano il nostro cammino verso Dio, che è la somma felicità per l’uomo.

Nel 1930, il Servo di Dio Giorgio La Pira, a 26 anni diventa incaricato di Diritto romano all’Università di Firenze. In seguito partecipa al concorso per la cattedra universitaria, i risultati del quale, affissi nella bacheca dell’Università, lo dichiarano vincitore con i voti più alti di quelli degli altri partecipanti. Le autorità universitarie gli chiedono di prendere la tessera del PNF (il Partito Nazionale Fascista) e La Pira risponde che come cattolico non può prenderla. Così, la cattedra non è affidata a lui ma ad un altro. I suoi amici gli dicono di protestare e si dichiarano disposti a firmare con lui la lettera di protesta. La Pira risponde: “Vi ringrazio, ma è inutile. So che sono vittima di un’ingiustizia, ma cosa volete che sia questo quando so che Cristo è risorto?”. Ecco la vita vista non con occhi umani ma con gli occhi di Dio e questo esempio vale anche per tutti i milioni di martiri della fede che ancor oggi accettano di subire una morte ingiusta pur di non tradire la fede in Cristo Risorto.

Ma per i molti che non credono, anche tra i nostri parenti e amici, la Pasqua è solo una festa più meno come le altre, si fa vacanza anche il giorno dopo, si fanno e si ricevono gli auguri di Buona Pasqua, si mangiano le uova di cioccolato e le colombe di pasta dolce, ma il perché di questa Festa che è il fondamento del cristianesimo, rimane per loro un mistero e non se ne curano. Dobbiamo anzitutto pregare per loro, fare qualche sacrificio, sopportare le nostre sofferenze, affinchè lo Spirito Santo tocchi il loro cuore.

Qualche anno fa sono stato per un anno in contatto per posta elettronica con un personaggio che abita a Roma (non ci siamo mai visti né telefonati), dichiaratamente agnostico e ferocemente contro la Chiesa cattolica. Tutto è nato da una sua lunga lettera che, prendendo spunto da un mio articolo su un importante giornale laico, accusava la Chiesa di molti dei mali di cui soffre la nostra Italia. Una lettera ben scritta e ragionata e io ho risposto. Anche lui ha risposto a me e siamo andati avanti per un anno o poco più con due-tre lettere per ciascuno al mese. Lui insisteva sulle colpe e i delitti di Papi e altri uomini di Chiesa, ad esempio all’inizio per Papa Francesco ha espresso qualche sua simpatia, durata poco. Poi ha incominciato a dire che non aveva condannato i militari al potere e rileggeva la sua vita tutta in senso negativo.

Allora ho capito che, con un uomo così informato e credo anche retto, era inutile discutere sulla religione e la Chiesa. Ho cominciato a mandargli i miei Blog (quasi tutti positivi) e altri articoli sui missionari conosciuti nei miei viaggi di visita ai vari continenti. Allora si è addolcito e quando verso Natale mi ha scritto che sua moglie era stata ricoverata in ospedale per una grave malattia, gli ho risposto che pregavo per lei e che Dio è buono e Padre di tutte le creature umane, spero che faccia la grazia della guarigione. Allora mi ha risposto in tono commosso che mi ringraziava e sperava anche lui che la mia preghiera avesse un effetto positivo. Poco dopo è finita la nostra corrispondenza, perché quel caro amico mi ha risposto dicendo che era occupato a curare la moglie e ormai era inutile continuare a scriverci.

Quali auguri di Buona Pasqua possono toccare il cuore a chi non crede? Tutti nella vita abbiamo le nostre sofferenze, le nostre croci, fisiche, psicologiche, affettive, economiche. Penso agli ammalati, agli anziani specialmente se soli, ai disoccupati, ai carcerati e anche a persone giovani che hanno avuto qualche disavventura e attraversano un momento di crisi. Il modo migliore di augurare loro Buona Pasqua è di volergli bene, interessarsi dei loro mali e dire che preghiamo per loro, Gesù Risorto li aiuti a ritrovare la serenità e la gioia di vivere.

Dobbiamo vincere in noi quello che è uno degli effetti della secolarizzazione: in pubblico non si parla di sentimenti religiosi, la fede è una cosa personale, intima e la privacy richiede che non si manifesti la propria fede in pubblico (com’è proibito alle annunziatrici dei telegiornali mettere un crocifissino al collo!). Nel 1973 ho accompagnato con un Carmelitano che conosceva i barboni del Parco del Castello a Milano, Madre Teresa che voleva parlare con uno di loro. Un vecchietto era coricato su una panchina avvolto in una coperta. Il Carmelitano lo chiama e quello si alza. Noi gli avremmo detto: “Come sta?” o qualcosa di simile. Madre Teresa gli dice: “God loves you!”, Dio ti ama, e quel vecchietto si è commosso e ha raccontato un po’ la sua vita, spiegando che aveva tre figli e l’avevano abbandonato. Poi ha concluso dicendo: “Solo Dio mi vuole bene, mi ama!”.

Piero Gheddo

3 aprile 2015

 

Friday 27 March 2015

La Chiesa non cambia i governi

La Chiesa non è nel mondo per cambiare i governi. E’ interessante leggere l’intervista del cardinale Ortega y Alamino, arcivescovo dell’Avana, dedicata in particolare a Papa Francesco e alla situazione cubana, con il dialogo in corso e gli ultimi importanti sviluppi, cioè il disgelo con gli Stati Uniti. Il testo contiene una vera e propria chicca, cioè un dialogo avvenuto tra il porporato cubano e Papa Benedetto, alcuni mesi prima della sua rinuncia. Ecco il brano in questione:

«Papa Benedetto XVI nell’ultima conversazione con lui, sette o otto mesi prima delle dimissioni, mi ha chiesto se la Chiesa a Cuba era per il dialogo. Me l’ha chiesto all’improvviso, quando stavamo parlando del suo viaggio a Cuba. Gli ho risposto di sì, e mi ha chiesto se anche i più giovani erano per il dialogo. “Forse i più giovani non hanno vissuto le grandi difficoltà che ha avuto la Chiesa nel passato e non si rendono conto di quanto sia cambiata la situazione oggi” ha commentato il Santo Padre. Gli ho risposto: Santità, c’è anche un altro fattore, coloro che hanno vissuto un’epoca molto difficile, di scuole nelle campagne, di molto indottrinamento ideologico che li affaticava, li stancava, sono diventati forse distanti interiormente, come visceralmente estranei”. E il Papa mi ha risposto: “Ma il dialogo è l’unica strada”. Io gli ho detto di sì, che tutti, come cristiani, comprendiamo che è l’unico cammino. E lui mi ha detto: “La Chiesa non è nel mondo per cambiare i governi, ma per trasformare con il Vangelo il cuore degli uomini, e questi uomini cambieranno il mondo secondo quel che disporrà la provvidenza”».

E’ una prospettiva profondamente evangelica, da tenere ben presente e che forse dovrebbe essere tenuta più in considerazione.

Thursday 26 March 2015

Tutti abbiamo bisogno della misericordia di Dio

Il 13 marzo 2015, secondo anniversario della sua elezione a Sommo Pontefice, Francesco ha compiuto un gesto coraggioso e sorprendente: ha indetto l’”Anno Santo della Misericordia” (8 dicembre 2015 – 20 novembre 2016), “affinchè la Chiesa – ha detto – possa rendere più evidente la sua missione di essere testimone della misericordia di Dio”. Parole che richiamano quelle di Giovanni XXXIII l’11 ottobre 1962 quando apriva il Concilio Ecumenico Vaticano II, orientandolo in senso pastorale: “Oggi la sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece che imbracciare le armi del rigore… Così la Chiesa cattolica … vuole mostrarsi madre amorevolissima di tutti, benigna, mossa da misericordia e da bontà verso i figli da lei separati”. Papa Francesco non indice un altro Concilio, ma riforma la Chiesa e i fedeli in senso pastorale, missionario, con atti, gesti e parole caratterizzati dalla misericordia e condivisione verso i lontani, i non credenti, i più poveri in tutti i sensi. Anche Giovanni Paolo II ha sviluppato questo tema nella sua seconda enciclica “Dives in misericordia” (Dio è ricco di misericordia) e Papa Benedetto nell’ enciclica “Deus Caritas est” (Dio è Amore).

Con Papa Francesco, fin dall’inizio la misericordia di Dio è il tema centrale e fondamentale del suo Pontificato. Egli conosce bene l’Occidente cristiano e sa che ben più del 50% dei battezzati non vengono in chiesa, conducono vite lontane da Cristo e capisce che questo rifiuto della misericordia e del perdono di Dio ha imbarbarito le nostre società (oggi espressione massima è il “gender”), i nostri popoli ancora nominalmente cristiani. Ma Francesco crede nello Spirito Santo, “protagonista della missione della Chiesa” ed è convinto che se la Chiesa e i fedeli si convertono veramente a Cristo, lo Spirito può fare cose straordinarie, miracolose, come in altri popoli dove nasce la Chiesa. Nel novembre 2014, parlando al Consiglio delle Conferenze episcopali europee ha ricordato i mali che oggi feriscono l’Europa e la mettono in crisi, ma ha aggiunto che “l’Europa ha tante risorse per andare avanti…. E la risorsa più grande è la persona di Gesù. Europa, torna a Gesù! Questo è il lavoro dei pastori: predicare Gesù in queste ferite… Il Signore ha voglia di salvarci. Io ci credo. Questa è la nostra missione: predicare Gesù Cristo, senza vergogna. Lui è disposto ad aprire le porte del suo cuore, perché Lui manifesta la sua onnipotenza soprattutto nella misericordia e nel perdono…All’Europa ferita soltanto Gesù Cristo può dire oggi una parola di salvezza”.

Tutto il suo pontificato è impostato per riconvertire l’Occidente cristiano a Cristo, come indispensabile passo per annunziare Cristo a tutti gli uomini. Tant’è vero che ha affidato l’organizzazione del Giubileo della Misericordia al Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione. La fede di Papa Francesco è una fede “che sposta le montagne” come dev’essere anche la nostra. Lui sa che nulla è impossibile a Dio e noi dobbiamo sapere che l’Anno della Misericordia è anzitutto indetto per riportare i nostri popoli cristiani a Cristo, cioè ciascuno di noi all’amore e imitazione di Gesù Cristo.

Nell’Anno Santo della Misericordia, Francesco riprende i concetti e le espressioni che ha ripetuto tante volte in questi ultimi due anni: “Dio è buono, vuole bene a tutti e perdona sempre…Non si stanca mai di perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere perdono… Questo è il messaggio più forte del Signore: la misericordia… Se il Signore non perdonasse tutto, il mondo non esisterebbe… E’ la misericordia di Dio che cambia il mondo…La Chiesa accoglie tutti, non rifiuta nessuno”. Chi ha sperimentato nella sua vita la bontà, la tenerezza, la misericordia infinita di Dio, non può non comunicare agli altri questa sua esperienza che lo riempie di gioia.

Misericordia significa perdono, riconoscere le nostre debolezze e colpe e convertire la nostra vita a Cristo. Ecco il n. 10 della “Evangelii Gaudium”. rivolto a tutti noi che crediamo: “10. La proposta è vivere ad un livello superiore: la vita si rafforza donandola e s’indebolisce nell’isolamento e nell’agio. Di fatto, coloro che sfruttano di più le possibilità della vita sono quelli che lasciano la riva sicura e si appassionano alla missione di comunicare la vita agli altri. Quando la Chiesa chiama all’impegno evangelizzatore, non fa altro che indicare ai cristiani il vero dinamismo della realizzazione personale. Qui scopriamo un’altra legge profonda della realtà: la vita cresce e matura nella misura in cui la doniamo per la vita degli altri. La missione, alla fin fine, è questo. […] Possa il mondo del nostro tempo –che cerca ora nell’angoscia, ora nella speranza – ricevere la Buona Novella non da evangelizzatori tristi e scoraggiati, impazienti e ansiosi, ma da ministri del Vangelo la cui vita irradii fervore, che abbiano per primi ricevuto in loro la gioia del Cristo ”.

Francesco è convinto che se l’Occidente ritorna a Cristo, solo così si evangelizza il mondo dei non cristiani. Anche le brevi omelie di Santa Marta sono orientate, giorno per giorno, ad indicare i passi per convertirsi a Gesù e ad una vita secondo il suo Vangelo. Così ha detto per i problemi della famiglia e durante il Sinodo beatificherà diverse famiglie del nostro tempo che si sono santificate pur in situazioni molto difficili.

Temo che questo appello della personale conversione a Dio che perdona e al Vangelo che cì propone il modello della vita cristiana, non venga colto dall’opinione pubblica. I mass media, in genere, leggono le parole e gli atti di Francesco in modo diciamo “laico”, dove non c’è posto per temi come peccato, conversione a Cristo, confessione delle proprie colpe; danno ai suoi atti un significato sociale-politico che non coglie il centro del pontificato di Francesco. Ci si chiede se Francesco è un conservatore o un progressista e non si capisce che questi termini non hanno senso nel giudicare il Papa. Francesco è un uomo peccatore, come tutti noi, innamorato di Gesù Cristo, perchè ha sperimentato nella sua vita la bontà e misericordia infinita del Padre. E chiama tutti a cambiare vita per diventare veri cristiani, cioè innamorati di Gesù e simili a Lui nella nostra vita..

Nella Lettera Apostolica ai Consacrati (21 novembre 2014) si legge: “La domanda che siamo chiamati a rivolgerci in questo Anno è se e come anche noi ci lasciamo interpellare dal Vangelo; è se esso è davvero il vademecum per la vita di ogni giorno e per le scelte che siamo chiamati ad operare. Esso è esigente e chiede di essere vissuto con radicalità e sincerità. Non basta leggerlo, non basta meditarlo, Gesù ci chiede di attuarlo, di vivere le sue parole”.

Piero Gheddo

26 marzo 2015

 

Tuesday 17 March 2015

Sono repellente, dunque vero cattolico

Leggendo certa produzione di siti web e di certi blog dichiaratamente cattolici si ha l’impressione che l’unica cartina di tornasole, l’unico autentico criterio di verità riconosciuto come tale sia l’antipatia che il «mondo» nutre verso certe loro prese di posizione.

Quanto più sono antipatici, sarcastici, quando più bacchettano, ramazzano o bastonano (verbalmente), tanto più si sentono «veri cattolici». Quanto più strapazzano il mondo ma anche quanto più scherniscono i fratelli nella fede rei di non pensarla esattamente come loro, tanto più si sentono dalla parte giusta, «cattolici» in servizio permanente effettivo. Per esistere, hanno bisogno del nemico.

È la riduzione del cristianesimo a idealismo religioso, a sistema di idee vere a priori, da usare come una clava verso gli altri. Si considerano l’unica elíte che sa come funziona il mondo, che gliele sa cantare, che si sente nel giusto e giustificata. Si ritengono veri cattolici, veri apologeti, perché pronunciano giudizi che sprizzano odio ad intra e ad extra, e risultano repellenti. Peraltro, questo è l’esatto contrario della dinamica che leggiamo nei Vangeli: Gesù i peccatori li attirava.

Don Giovanni Battista Montini consigliava ai suoi figli spirituali nella Fuci di guardare al mondo «come a un campo di messe e non come a un abisso di perdizione». Il mondo rimane il mondo, ciò che cambia il modo con cui lo si guarda. Come a tutti noi, forse anche a questi «guerrieri della fede» che si infastidiscono anche soltanto a sentir parlare di misericordia, farebbe bene ricordare che «Dio esiste, ma non sei tu».

Monday 16 March 2015

Papa Francesco: “Gli anziani sono una ricchezza”

Nell’udienza generale del 4 marzo scorso, Papa Francesco ha parlato a lungo degli anziani e ha detto: “Gli anziani sono una ricchezza. Una civiltà si giudica dal come tratta gli anziani… andrà avanti se saprà rispettare la saggezza degli anziani. Una civiltà in cui non c’è posto per gli anziani, porta con sé il virus della morte”. Io ormai appartengo alla “terza o quarta età” e ho anche la fortuna di poter scrivere,.. Lasciatemi dire tre esperienze della mia vita.

A Tronzano vercellese, una domenica del marzo 1929, mentre a mezzogiorno rintoccavano le campane dell’Angelus, la maestra Rosa Franzi, moglie del geometra Giovanni Gheddo, dava alla luce il suo primogenito, Piero. Non è una notizia da internet, ma la comunico per condividere con gli amici lettori i sentimenti di un uomo che, sentendosi ancora giovane, compie 86 anni ritenendosi fortunato. Per tre motivi:

1) perché mamma e papà, e poi tutta la nostra “grande famiglia”, mi hanno trasmesso la fede e con i loro esempi lo spirito e la vita cristiana; ho poi scoperto il valore salvifico della fede in Gesù Cristo, unico Salvatore dell’uomo e dell’umanità: la fede cambia il cuore, cambia la vita, comunica la gioia di vivere, anche nelle situazioni più difficili e dolorose; insomma, se la fede è autentica e porta all’imitazione di Gesù, diventa davvero il motore della vita umana. Perché Gesù Cristo è l’uomo nuovo secondo la volontà di Dio, che realizza tutte le aspirazioni umane e dell’umanità.

Nel 1985 sono stato la prima volta in Giappone e mi è capitato di visitare la sede centrale della “Soka Gakkai”, una setta derivata dal buddismo che pare abbia un buon seguito anche in Italia, con l’arcivescovo di Milano card. Carlo Maria Martini, il suo segretario e il mio confratello padre Pino Cazzaniga, allora in Giappone da circa vent’anni. La maestosa e imponente sede centrale della “Soka Gakkai” (che significa “Società creatrice di valori”), espressione del buddismo moderno, è una specie di Vaticano molto esteso con palazzi, giardini, case di abitazione, strutture per lo studio, la riflessione, gli incontri di massa. Tutto ricco e moderno, direi impressionante. I due dirigenti che accolgono e accompagnano il cardinale spiegano cosa è la Soka Gakkai ed esprimono concetti in gran parte condivisibili. Ma al termine della visita il card. Martini ci diceva: “Il buddismo è interessante come tutto il mondo non cristiano al quale le missioni cattoliche annunziano Cristo, ma la sfida al cristianesimo e alla Chiesa cattolica si gioca soprattutto di fronte alla secolarizzazione, al relativismo, individualismo e ateismo consumistico della modernità. Tutti i popoli cercano Dio e anche i giapponesi, come gli altri popoli, faranno scelte come noi occidentali: saranno atei o cristiani”. Noi che abbiamo ricevuto la fede in Gesù Cristo, la nostra vita ha uno scopo preciso,. impegnamoci a mantenerla con la preghiera e l’aiuto di Dio, perché è l’unica e vera ricchezza che abbiamo.

2) Mi ritengo un uomo fortunato perché, quando i miei genitori si sono sposati nel 1928, hanno pregato per avere tanti figli (papà diceva che ne volevano 12) e che almeno un figlio si facesse prete e una figlia suora; che poi non è venuta perchè mamma Rosetta, dopo tre figli maschi (Piero, Francesco e Mario), è morta nel 1934 di polmonite e di parto: con i due gemellini di cinque mesi che in un paese, a quel tempo, non potevano essere salvati. Dio mi ha chiamato fin da bambino e lo ricordo bene. Quando avevo 8-9 anni, a chi mi chiedeva cosa farò da grande rispondevo deciso: il prete! Gli adulti si stupivano, ma non ho mai avuto altra aspirazione nella vita e ne ringrazio Dio e i genitori. Oggi, a 86 anni e 62 di sacerdozio, posso dire che è bello fare il prete e quando mi capita dico ai ragazzi, ai giovani: se Dio ti chiama, non dirgli di no. Devi rinunziare a te stesso e darti tutto a lui. E ne ricevi in cambio la vita eterna e cento volte tanto tutto quello che hai lasciato per seguire il Signore.

Perché è bello fare il prete? Perché sei nella condizione migliore per innamorarti di Gesù. Non hai più problemi di carriera, di soldi, diciamo anche di salute e di età che avanza: il prete non va mai in pensione, si sente sempre utile a tanti che cercano Dio. La fede non è solo intellettuale, è passione, innamoramento per Gesù Cristo e la Chiesa, per le persone che incontri alle quali porti la maggior ricchezza che abbiamo: la fede! Quanti santi preti ho incontrato nella mia vita,che mi hanno aiutato a superare le mie passioni, le mie crisi e le mie sofferenze, perché quando sbagli e cadi nel peccato, il Signore ti fa sentire la sofferenza di essere lontano da Dio e ti perdona!

Un esempio. Una delle peggiori crisi della mia vita è stata quando, nel 1994, dopo 40 anni di giornalismo missionario a Milano, il superiore generale del Pime, padre Franco Cagnasso, mi ha chiamato a Roma per scrivere la storia del Pime, che nel 2000 compiva 150 anni dalla fondazione. Cioè abbandonare Milano (le riviste, i viaggi, la rubrica di spiegare il Vangelo in Tv che avevo in Rai Uno, ecc.) per andare a chiudermi in un Archivio a Roma! La richiesta del superiore, anche ai miei amici giornalisti, pareva un assurdo e ho avuto la forte tentazione di rispondere di no. Mi svegliavo di notte, mi son venuti un po’ di capelli bianchi e mi sono confidato col mio confessore, che mi ha detto deciso: “Ai superiori bisogna obbedire sempre”. Poco dopo sono andato in Birmania, invitato dal vescovo mons. Abramo Than che voleva iniziare la Causa di beatificazione di padre Clemente Vismara e ho scoperto che anche lui aveva avuto una forte crisi per lo stesso motivo: nel 1955, dopo 32 anni di missione a Monglin, dove partendo da zero aveva fondato una cittadella cristiana e decine di villaggi di battezzati, il vescovo di Kengtung, mons. Ferdinando Guercilena, gli chiedeva di andare a Mong Ping, per ricostruire una missione partendo ancora quasi da zero. In una lettera al fratello esprimeva tutta la sua sofferenza e scriveva: “Però debbo obbedire, perchè capisco che se faccio di testa mia, sbaglio”. Questo mi ha convinto e ho poi sperimentato che iniziare un lavoro nuovo a 65 anni è stata la mia fortuna, sono ringiovanito!

3) Mi ritengo un uomo fortunato per un terzo motivo. Durante l’ultima guerra mondiale (1940-1945), facevo le cinque classi del ginnasio nel seminario diocesano di Vercelli a Moncrivello. Attraverso le riviste missionarie (e le lettere di padre Vismara), ho scoperto le missioni. Dio mi ha chiamato a portare il Vangelo di Gesù a tutti i popoli della terra. Nel settembre 1945 sono venuto al Pime di Milano e ordinato sacerdote nel 1953 dal Beato Card. Ildefonso Schuster.. Ho poi visitato poco meno di 100 paesi nel Sud del mondo, incrociando guerre, terremoti, pericoli di vita (in Vietnam, Angola, Uganda, Somalia, Ruanda); ho sofferto la fame e la sete, dormito in capanne africane e indiane, con i topi che mi saltavano sulla brandina; ho passato una notte da solo in foresta, chiuso nell’auto e circondato da animali feroci che si strusciavano contro quel mostro di ferro, immobile perché le ruote della pesante Bentley erano affondate nella sabbia e il mio taxista africano era corso in un villaggio vicino, ritornando però il mattino dopo con una decina di uomini.

La mia vita è stata un’avventura che ho vissuto con passione, tante rinunzie ma anche soddisfazioni perché ho visto dove e come nasce la Chiesa, con le meraviglie dello Spirito Santo come negli Atti degli Apostoli. Mi sono reso conto della verità di quanto diceva la grande Madre Teresa: “I popoli hanno fame di pane e di giustizia, ma soprattutto hanno fame e sete di Gesù Cristo”. E aggiungeva: “La più grande disgrazia dell’India è di non conoscere Cristo”. Giornali e televisioni non lo dicono, ma questa è la verità: il più grande dono che possiamo fare ai popoli e l’annunzio della salvezza in Cristo e di testimoniarlo nella nostra vita. Ecco perchè sono pieno di gioia: mi sento utile agli uomini perchè ho scelto di testimoniare e annunziare Gesù Cristo, di cui tutti hanno bisogno.

Quando ero giovane, chiedevo a Dio di darmi l’entusiasmo per la vocazione sacerdotale e missionaria, e il dono della commozione fino alle lacrime quando parlavo o scrivevo del sacerdozio, della missione, della vocazione alla vita consacrata. Adesso sono ormai nella terza età e chiedo a Dio di non far diminuire in me la passione per il Regno di Dio che ho sperimentato fino ad oggi.

Sono pienamente d’accordo con don Primo Mazzolari, l’indimenticabile “tromba d’argento dello Spirito Santo nella pianura padana” (così Giovanni XXIII), che ha scritto: “Se io non porto Cristo agli uomini sono un prete fallito. Posso fare molte cose buone nella vita, ma l’unica veramente indispensabile nella mia missione di prete è questa, comunicare il Salvatore agli uomini, che hanno fame e sete di Lui”.

16 marzo 2015

 

Tuesday 10 March 2015

Sulla strada a cercare chi è solo

Nel “Messaggio per la Quaresima 2015” Papa Francesco parla della “globalizzazione dell’indifferenza”, dei ricchi e benestanti verso i più poveri e cita San Paolo (1Cor 12, 26): “Se un membro soffre tutte le membra soffrono”. Questa è la Chiesa e questa “la tentazione anche per i cristiani…quando noi stiamo bene e ci sentiamo comodi, ci dimentichiamo degli altri…di quelli che non stanno bene”. In questo spirito della Quaresima, presento un’associazione diocesana di Torino alla quale sono molto legato: “Gli Amici di Lazzaro”. Il titolo dice già tutto, la realtà di questa compagnia di cattolici di Borgo Vittoria a Torino è un bell’esempio di cosa può nascere in una parrocchia di periferia nella capitale piemontese. Personalmente sono grato al fondatore e direttore degli Amici di Lazzaro, Paolo Botti (sposato con due figli), perchè una dozzina di anni ha mi ha proposto di farmi gratis il mio Sito Internet, che oggi ha un alto numero di amici lettori

Gli Amici di Lazzaro hanno aperto nel quartiere una casa con la porta sempre aperta per chiunque abbia bisogno di una mano. Ma ciò che rende i circa 80 volontari dei veri “amici” è soprattutto l’attività che svolgono per le strade di Torino e provincia, in giro coi propri mezzi per portare la loro presenza accanto alle prostitute nigeriane e ai senza tetto. Due cose vanno notate in questa associazione di volontariato: lo spirito di preghiera, pregano sempre assieme prima di ogni azione; e lo spirito missionario, sono convinti che anche offrendo la propria amicizia e qualche aiuto ai poveri, debbono comunicare quanto di più prezioso hanno nella loro vita: la fede in Gesù Cristo e la devozione alla Madre di Dio, Maria. Gli Amici di Lazzaro non cercano notorietà, ma preghiere e aiuti per poter aiutare. Ecco come li presenta l’amico Paolo nell’intervista ad una giornalista torinese.

Piero Gheddo

 

a cura di Patrizia Spagnolo

Ho incontrato Paolo Botti, responsabile dell’associazione “Amici di Lazzaro” (www.amicidilazzaro.it, tel. 340/4817498), nella minuscola sede al pianterreno di via Bibiana 29, dove si svolgono ogni giorno le più disparate attività.

Quando e come è nata l’associazione?

Siamo nati nel 1997 da un incontro di preghiera e ascolto con i senza casa nella stazione Porta Nuova. Lì abbiamo incontrato anche le prime nigeriane, che prendevano il treno per andare a prostituirsi in altre città. Adesso ogni settimana due gruppi vanno a portare a queste persone conforto e amicizia. Poi abbiamo organizzato corsi di italiano per ragazze sfruttate, oggi aperti alle donne straniere in generale, e i doposcuola elementari e medie. Successivamente abbiamo iniziato a proporre attività di svago e animazione per bambini di famiglie disagiate o che vivono in comunità. Inoltre, seguiamo circa 100 famiglie in difficoltà, soprattutto ex vittime della tratta.

Perché proprio le nigeriane?

Perché, rispetto ad altre etnie, possiamo incontrarle più facilmente in quanto nessuno le controlla a vista. È più difficile, però, tirarle fuori dal giro a causa delle minacce che subiscono, della paura che venga fatto del male ai loro familiari, anche a quelli che vivono nei Paesi di provenienza. Nel 2013 ne abbiamo seguite 370.

Il vostro impegno prioritario non è quello di portare cibo e coperte a chi trascorre la notte in strada…

Di servizi del genere ce ne sono già tanti a Torino. Noi puntiamo sull’amicizia. Ogni anno incontriamo circa 100 persone senza tetto, molte delle quali non cercano aiuto perché hanno perso interesse per la vita: stando loro vicino, ricominciano a prendersi cura di sé, frequentano le mense e i dormitori, si tirano su. A coloro che si lasciano andare noi offriamo amicizia e preghiera, facendoli sentire “accolti”. Loro sanno che siamo lì per loro, ci conoscono come persone, non come associazione. Tutte le settimane andiamo in 15 alla stazione Porta Nuova: prima ci sediamo per terra nell’atrio o all’aperto e preghiamo insieme, poi, in piccoli gruppi, raggiungiamo le diverse zone. Certo, ci portiamo sempre dietro una coperta o il tè caldo, ma andiamo soprattutto a parlare con loro, a creare rapporti di amicizia: è più facile, quindi, che portiamo un libro o cioccolatini piuttosto che vestiti.

Chi sono i volontari?

Hanno tutti tra i 20 e i 30 anni, studenti e lavoratori provenienti da ogni parte di Torino. Sono attratti soprattutto dall’aspetto dell’amicizia: in tutte le attività che proponiamo, compreso il doposcuola. L’amicizia si intreccia con gli aiuti concreti (ad esempio i pacchi per le famiglie bisognose) che distribuiamo grazie alle offerte di supermercati, del banco alimentare, di parrocchie, persone che ogni anno organizzano collette all’interno delle aziende in cui lavorano… Conosciamo bene tutte le persone che seguiamo, le loro storie, le loro difficoltà. L’amicizia è importante soprattutto per chi è solo, in particolare le vittime della tratta, che fanno riferimento a noi per tutti i loro bisogni. Per gli operatori di strada proponiamo corsi di formazione per capire il mondo della tratta, per sapere come aiutare queste donne e cosa possiamo e non possiamo fare per loro. Si insiste sul fatto che non devono pretendere che le persone incontrate accettino il nostro aiuto; viene sottolineato l’aspetto della gratuità: donare gratuitamente senza aspettarsi risultati o ringraziamenti. Perché se non c’è gratuità ti scoraggi, patisci le delusioni. È un messaggio che riusciamo a far passare ed è questo che rafforza il volontario e lo spinge a continuare. E la continuità è importante per costruire autentici rapporti di amicizia.

Il servizio che l’associazione svolge è nutrito dalla preghiera, dall’annuncio. Come “curate” questa dimensione?

In sede abbiamo volantini con la catechesi in tutte le lingue; ai bambini del doposcuola ogni anno diamo un dvd o un libro che spiegano il Natale e la Pasqua. Quella volta che abbiamo ricevuto in dono numerosi CD sulla vita di Gesù in arabo, sono venute a chiedercelo tantissime famiglie, conosciute e non. Coltiviamo molto l’aspetto missionario di annuncio agli stranieri. Ogni anno delle suore ci regalano migliaia di rosari di loro produzione (che inviano ai missionari) a cui sono allegati libretti in tutte le lingue. Li vogliono tutti. A Natale e Pasqua, inoltre, distribuiamo alle ragazze prostitute (non solo nigeriane) il Vangelo o preghiere nella loro lingua: sono preghiere scelte da noi per incoraggiarle, per aiutarle a uscire dalla disperazione. E ancora, l’8 marzo regaliamo a tutte le donne con cui entriamo in contatto una mimosa, del cioccolato e la preghiera di Giovanni Paolo II “Grazie a te donna”.

Patrizia Spagnolo

 

 

Saturday 25 October 2014

Sinodo, un colpo di mano che non è riuscito

"Il sismografo" (http://ilsismografo.blogspot.it/) in questi giorni si sta rivolgendo a diversi colleghi vaticanisti per chiedere un loro ulteriore contributo di analisi e commento in merito all'importante Assemblea straordinaria sinodale dedicata alla famiglia.

Angela Ambrogetti, Responsabile di Korazym, vaticanista e scrittrice, ci ha offerto la sua riflessione in risposta a questa domanda:

Senza entrare in complessi approfondimenti, quale la caratteristica o riflessione che più ti ha colpito o che ritiene di notevole rilevanza di questo Sinodo?

"Un colpo di mano che non è riuscito. Lo definirei così il Sinodo straordinario sulla famiglia che si è appena concluso. Ma anche l’occasione per alcuni episcopati di mostrare la loro fedeltà al Vangelo e la voglia di emancipazione da un “centro” che non è Roma, ma qualcuno che vorrebbe colonizzarla.

Tuesday 21 October 2014

Un sinodo ancora da capire

Strano questo Sinodo straordinario appena concluso. Una formula che era stata abbandonata nel 1985. Due settimane sono poche per ragionare, e i presidenti delle Conferenze episcopali non sempre sono i più adatti a discutere. Sono abituati a mediare più che a portare idee. Molti dei sinodali è chiaro che un sinodo non lo avevano mai seguito. Ed è stato evidente che un gruppetto lo voleva guidare senza lasciare spazio alle alternative. Cominciamo dalla poca trasparenza. Scegliere di non pubblicare i singoli interventi ha messo in difficoltà parecchi vescovi. Perché i loro fedeli volevano sapere e seguire lo sviluppo del dibattito e soprattutto chi aveva detto cosa. Cosa che del resto si era saputa per decenni. Il Bollettino del Sinodo è base e fonte per la storia della Chiesa. Di questo sinodo invece avremo solo testimonianze di coppie ( ne sentiamo già molte nelle Giornata per la Famiglia) e omelie. Sulla Relatio dopo la discussione c’è poi ancora molto da capire. Lo stesso relatore del Sinodo il cardinale ungherese Erdő ne ha preso le distanze. Il Papa gli ha messo al fianco degli altri collaboratori. Una Relazione che è stata di fatto disconosciuta dai Circoli Minori. In molti all’uscita dei lavori dicevano: “ ma noi non abbiamo detto quelle cose!”

Tuesday 07 October 2014

Sinodo: non giudizio ma verità

La notizia di oggi è che il 20 ottobre il Papa ha deciso che al concistoro si parli di Medio Oriente. Sarà un modo per comunicare ai cardinali i risultati dell’incontro con i nunzi che si è svolto la settimana scorsa. Martedi mattina, secondo quello che riporta l’ Osservatore Romano, si è parlato anche della violenza. “Così è stato messo in risalto come i terroristi di Boko Haram non hanno nulla a che vedere con la visione che in Nigeria, anche da parte dei musulmani stessi, si ha del valore della famiglia. Mentre a Baghdad, è stato reso noto, nonostante tutti i problemi, oltre 1.500 bambini sono accompagnati dai genitori, ogni venerdì, al corso di catechismo: è stata così anche rimarcata la testimonianza di fede e di unità delle famiglie cristiane rimaste in Iraq. Accompagnata pure dall’auspicio che venga sempre rispettato il loro credo come un diritto fondamentale della persona e così non ci debba essere timore nel testimoniarlo. Un discorso simile è stato proposto, poi, a proposito dell’Iran, dove ci sono appena cinquemila cristiani a fronte di settantacinque milioni di musulmani che, è stato affermato, non appartengono al fondamentalismo dell’Is.”

Thursday 20 February 2014

Il progetto di Francesco. Dove vuole portare la Chiesa

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È in libreria “Il progetto di Francesco. Dove vuole portare la Chiesa”. Una conversazione di Víctor Manuel Fernández con Paolo Rodari, Collana «Vita di missione – Nuova serie», Editrice Missionaria Italiana, pp. 144, euro 10,90.

Fernández è rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina; è stato uno dei primi vescovi nominati da papa Francesco, elevato nel maggio 2013 alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, uno dei saggisti più letti in America latina in fatto di teologia e spiritualità, ha un rapporto di assoluta fiducia con il papa che vede in lui un valido consulente e collaboratore. Non a caso fu lui, nel 2007, alla V Conferenza dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida, ad aiutare l’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro papa.

Poche persone come Fernández, dunque, possono aiutare a capire chi sia Francesco e verso dove egli vuole che la Chiesa vada. Anzitutto, secondo il teologo argentino, Francesco chiede alla Chiesa un movimento: l’uscita. «Uscire da sé stessi», spiega Fernández, «una categoria-chiave per comprendere a fondo il pensiero e la proposta del papa, perché il Vangelo ha sempre la dinamica dell’esodo e del dono, dell’uscire da sé. È il contrario dell’autorefenzialità che egli tanto deplora». E ancora, su questa idea che è centrale nel magistero dell’attuale pontefice: «Tale uscita richiede di osare, fare il primo passo, non restare seduti sperando che la gente venga ai nostri incontri o ai nostri corsi, avere il coraggio di parlare di Gesù e della propria esperienza di fede a tutti e in ogni luogo. Il papa ci ricorda sempre che la comunità evangelizzatrice non si chiude, ma anzi accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione se necessario, e si fa carico della vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo».

È il programma rivoluzionario del Papa venuto da un Paese «quasi ai confini del mondo» che il teologo argentino declama in queste intense pagine: prima dei princìpi, viene l’annuncio del Vangelo, da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Non ci si può limitare ad annunciare i princìpi morali da seguire. Occorre parlare anzitutto della gioia del Vangelo e del fatto che il Suo annuncio è un annuncio di misericordia. Secondo Fernández l’intento del Papa è di scuotere la Chiesa, di farla uscire dal recinto dei suoi privilegi, oltre le logiche del carrierismo e delle divisioni per arrivare a tutti, specialmente agli ultimi, agli emarginati, a chi non ha nulla. È una Chiesa povera e per i poveri che vuole il Papa, la stessa Chiesa che voleva quando era cardinale a Buenos Aires.

Ecco di seguito la prefazione al libro, firmata da Paolo Rodari:

13 marzo 2013. Verso dove Francesco vuole portare la Chiesa? È la domanda che mi sono fatto nei primi giorni di pontificato di Jorge Mario Bergoglio. E dovendo, da cronista, raccontare il pontificato in corso, è la domanda che ho posto fin dalla chiusura del conclave a tutte le persone che per lavoro ho incontrato o sentito. «Voi sapete che il dovere del conclave era di dare un vescovo a Roma e sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo… ma siamo qui», ha detto papa Francesco, affacciandosi la sera dell’elezione alla loggia centrale della basilica vaticana. Mi sono chiesto: cosa significa avere un papa che viene dalla fine del mondo? Cosa porterà alla Chiesa? E, soprattutto, dove la porterà?

Giorni dopo l’elezione, ho chiamato un amico vescovo. Avevo intenzione di svolgere un’inchiesta fra i gesuiti e gli ho chiesto il suo parere sulle domande da porre e, in particolare, sul nuovo papa. Mi ha risposto: «Hai letto Il cielo e la terra, il libro che Bergoglio ha scritto con il rabbino Abraham Skorka? Per me sono stati illuminanti i capitoli in cui i due affrontano i temi cosiddetti eticamente sensibili, il matrimonio fra uomo e donna, l’aborto, l’eutanasia ecc. Leggendoli, mi sembra di aver capito che per Bergoglio prima dei princìpi e della loro difesa viene il kerygma, ovvero l’annuncio della buona notizia che è il Vangelo. Mi sembra che questo sia il tratto principale del nuovo papa: i princìpi esistono e non si negano, ma prima occorre annunciare che il Vangelo è amore, misericordia, abbraccio. Insistere troppo sui princìpi non serve e può essere controproducente».

19 settembre 2013. È mattina. Mi trovo a Firenze e squilla il telefono. Mi avvisano che sta per uscire una lunga intervista concessa dal papa a padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica. Mi faccio mandare il testo. Gli spunti sono innumerevoli, ma resto colpito più che altro da un passaggio. Il papa dice: «Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione». E ancora: «Gli insegnamenti, tanto dogmatici quanto morali, non sono tutti equivalenti. Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L’annuncio di tipo missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus. Dobbiamo quindi trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l’edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte, di perdere la freschezza e il profumo del Vangelo. La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. È da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali».

Sono parole per me illuminanti. Perché confermano che la prima intuizione suggeritami dall’amico vescovo sembra giusta: Francesco mostra di volere una Chiesa che abbraccia e che non esclude. E ritiene che insistere troppo, quasi ossessivamente, sui princìpi, sia una tattica non consonante con il messaggio evangelico. Beninteso, anche i suoi predecessori volevano una Chiesa siffatta. Ma in Francesco questa sottolineatura pare più accentuata.

21 ottobre 2013. Su Repubblica pubblico una pagina d’intervista a Víctor Manuel Fernández, rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina, una delle prime nomine episcopali di Francesco, elevato nel maggio 2013 alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, ha un rapporto di fiducia con il papa che vede in lui un valido consulente. Non a caso fu lui, nel 2007, alla V Conferenza dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida (San Paolo), ad aiutare Bergoglio a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro papa. Pochi come Fernández, dunque, possono aiutare a capire chi sia Francesco e verso dove egli vuole che la Chiesa vada. Così, a inizio ottobre, lo chiamo a Buenos Aires. Mi risponde una voce cordiale. Gli spiego il mio interesse per il papa, il desiderio di conoscere la sua figura in profondità, le caratteristiche della «sua» Chiesa. Acconsente a che gli invii alcune domande, senza però garantirmi che mi risponderà. Invece, dopo qualche giorno, mi risponde. Non elude nessuna domanda e a quella per me più importante, ovvero se a suo avviso si può dire che Francesco sia il papa che privilegia la misericordia ai princìpi, risponde così: «L’annuncio del cuore del Vangelo prima d’ogni altra cosa è una caratteristica importante di Francesco, ma è da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Il papa pensa che una Chiesa che vuole uscire da sé stessa e raggiungere tutti debba necessariamente adattare il suo modo di predicare. Soprattutto, egli applica un criterio proposto dal Concilio Vaticano II ma spesso dimenticato e trascurato: la “gerarchia delle verità”. Francesco ci invita a riconoscere che spesso i precetti della dottrina morale della Chiesa vengono proposti fuori dal contesto che dà loro significato. Il problema maggiore si ha quando il messaggio che la Chiesa annuncia si identifica soltanto con questi aspetti che tuttavia non manifestano per intero il cuore del messaggio di Gesù Cristo…». E ancora: «Ci deve essere una proporzione adeguata soprattutto nella frequenza con la quale alcuni argomenti o accenti vengono inseriti nella predicazione. Per esempio, se un parroco lungo l’anno liturgico parla dieci volte di morale sessuale e soltanto due o tre volte dell’amore fraterno o della giustizia, vi è una sproporzione. Ugualmente se parla spesso contro il matrimonio fra omosessuali e poco della bellezza del matrimonio. Oppure se parla più della legge che della grazia, più della Chiesa che di Gesù Cristo, più del papa che della parola di Dio».

L’intervista esce su Repubblica il 21 ottobre. L’occasione ci fa conoscere meglio e mi porta a fargli una seconda richiesta: perché non pubblichiamo insieme un libro-conversazione tutto dedicato a Francesco, o meglio al suo «programma»? Con mia grande gioia padre Fernández acconsente una seconda volta. Insieme decidiamo di usare l’esortazione apostolica Evangelii gaudium (EG) come base sulla quale lavorare, avendo ben presente che è stato lo stesso papa a dire che il documento ha un «senso programmatico». E il risultato, dopo il tempo trascorso assieme a Buenos Aires e un’intensa corrispondenza epistolare, sono le pagine di questo libro, un testo che spero risulti utile per chi vuole comprendere fino in fondo la sfida che il papa venuto «dalla fine del mondo» vuole porre alla Chiesa e, insieme, anche a chi è lontano da una vita di fede.

Evangelii gaudium è un programma di pontificato ampio e accurato. L’esortazione apostolica, infatti, firmata dal papa il 24 novembre 2013, festa di Cristo Re dell’universo, formalmente sarebbe dovuta essere «post-sinodale», ovvero semplicemente un approfondimento delle proposizioni che il Sinodo dei vescovi, svoltosi in Vaticano nel 2012 e dedicato alla nuova evangelizzazione, aveva prodotto. In realtà il documento volutamente non riporta la dizione «post-sinodale», proprio perché è, e vuol essere, molto di più, un testo appunto programmatico. E così, partendo da Evangelii gaudium, è stato per noi semplice ampliare l’orizzonte su un papa così sorprendente.

Evangelii gaudium, ovvero la gioia del Vangelo. Sembra essere questa, anzitutto, la direzione. Portare la Chiesa a prendere consapevolezza che il cristianesimo è gioia perché annuncia che Dio è con noi. Una delle azioni maggiormente richieste dal papa è la necessità di «uscire fuori». Uscire dalle proprie convinzioni, comodità, privilegi, idee, per portare il Vangelo di Cristo a tutti senza pregiudizi né preclusioni. Uscire, cambiare, dunque, ripensando daccapo l’intera vita di fede. Il papa non manca di indicare nello specifico alcune riforme e alcuni cambiamenti, esortando «tutti ad applicare con generosità e coraggio gli orientamenti di questo documento, senza divieti né paure». Non è più il tempo della ritrosia. Francesco vuole che tutti, a cominciare dai semplici fedeli, abbandonino «il comodo criterio del “si è fatto sempre così”». Dice: «Invito tutti ad essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità».

Questo libro, dunque, nasce anche dallo stupore per questo testo papale, una vera e propria enciclica, secondo quanto hanno scritto diversi osservatori. Stupore per un papa che decide di mettere per iscritto un programma esigente anche verso sé stesso e la propria persona: «Dal momento che sono chiamato a vivere quanto chiedo agli altri, devo anche pensare a una conversione del papato». Il cantiere che papa Francesco ha aperto con Evangelii gaudium è ampio e può far venire le vertigini. «Tuttavia – scrive Francesco – non c’è maggiore libertà che quella di lasciarci portare dallo Spirito, rinunciando a calcolare tutto, e permettere che Egli ci illumini, ci guidi, ci orienti, ci spinga dove Lui desidera».

Puoi ordinare il libro QUI oppure QUI.

Saturday 15 February 2014

Padre Konrad, le braccia caritatevoli di Papa Francesco

“Tu sai cosa devi fare, hai bisogno di soldi?” E’ la frase che Konrad Krajewski, arcivescovo ed Elemosiniere di sua Santità, si sente ripetere spesso da papa Francesco. Si perché è lui che aiuta il Papa ad essere vicino a chi ha bisogno, con gesti che sembrano piccoli, ma che diventano immensi per chi li riceve. Padre Konrad come lo chiamano tutti, non vive in Vaticano, ma a Borgo Pio, in una casa “con la bandiera polacca”, dice. “Perché così posso essere più vicino alla gente”. Vuole essere chiamato così e il papa gli ha detto: a chi ti chiama eccellenza chiedi 5 euro di tassa per i poveri. Konrad che viene dalla diocesi di Łódź, lui che dal 1998 è stato a fianco di tre papi durante le liturgie, lui che da anni gira la notte per le vie di Roma per dare aiuto a chi ne ha bisogno. “Le mie braccia sono corte adesso, se le prolunghiamo con le tue braccia riesco a toccare i poveri di Roma e d’ Italia, io non posso uscire, tu sì” gli ha detto il papa alla sua nomina.

Wednesday 12 February 2014

Due Papi per una sola Chiesa

Diciamoci la verità, non avremmo mai pensato che la coabitazione funzionasse così bene. Anzi che potesse diventare un modello per il futuro. Quando in un giorno di brutto tempo a febbraio i media di tutto il mondo hanno iniziato a far girare la notizia del secolo, la rinuncia del Papa, l’idea stessa di avere due Papi in Vaticano sembrava roba da Apocalisse. Quel fulmine che colpiva la cupola di San Pietro immortalato da un fotografo fortunato, sembrava davvero l’inizio della fine del mondo secondo i canoni di certi B movies degli anni ’70. Fulmini e saette, l’attacco del Maligno e cose del genere. Qualcuno ha anche cavalcato quest’onda per sferrare l’ultimo colpo a Papa Benedetto XVI colpevole di non aver mai ceduto ai facili popolarismi e di aver sempre predicato la verità del Vangelo con gioiosa e ferma chiarezza. Ma il Vento dello Spirito soffia dove vuole e non segue le regole del meteo.

Wednesday 12 February 2014 09:08

La Quaresima della Chiesa

Quando pensiamo alla Quaresima i laici pensano ad una cosa lunga e triste, i cattolici ad un tempo forte della liturgica che si prepara alla luce della Pasqua. E in effetti quei poco più di quaranta giorni che lo scorso anno abbiamo vissuto tra l’ 11 febbraio, e il 13 marzo e poi fino a Pasqua, sono stati davvero una Quaresima. E in entrambi i sensi. Perché sono stati giorni lunghi, di ansia e di stupore, di attesa di incredulità. E in questo senso giorni di penitenza. Per la prima volta nella storia moderna, un pontefice decideva di rinunciare al governo della Chiesa Universale. Si certo, tutti gli addetti ai lavori sapevano che fin dai tempi di Paolo VI si parlava di come permettere al Papa di essere davvero libero da qualunque condizionamento, di poter esercitare il ministero petrino in pienezza e completezza e quindi di poter “lasciare” qualora non potesse essere in piena coscienza libero

Wednesday 27 November 2013

L'eutanasia ai minori: per la Chiesa un gesto di estrema inciviltà. Occorre riflettere.

Le parole sono forti e sono quelle di un prelato molto autorevole all'interno della Chiesa cattolica.

Mons. Sgreccia è presidente della fondazione Ut Vitam habeant nonchè presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita.

Il tema è uno di quelli che in questoi periodo sta suscitando acceso dibattito in ambito cattolico ed etico: quello dell'eutanasia...anzi, quello dell'eutanasia aperta alle persone minori di età.

«È un salto. Un salto abissale, sotto il livello di civiltà, di umanità». Queste le parole del prelato che commenta il primo sì del parlamento belga all'estensione dell'eutanasia ai minori. 

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Tuesday 05 November 2013

Così pregava Karol Wojtyla. Una lista di nomi (con allegati dossier), l’elenco dei collaboratori in vista, un Atlante sottomano per la “preghiera geografica”

Giovanni Paolo II aveva un segreto, la preghiera. Ore trascorse nel silenzio, in un dialogo nascosto con Dio dal quale traeva la forza per andare, con efficacia, incontro al mondo.

Della preghiera di Karol Wojtyla hanno scritto in tanti. Una testimonianza significativa in merito l’ha data il 4 novembre 2013 un sacerdote riservato e preparato, che ha avuto la possibilità di frequentare molto il Papa polacco durante i suoi ultimi anni di vita.

Si chiama Pawel Ptasznik. Oggi è il responsabile della sezione polacca della segreteria di stato vaticana. Ai tempi di Giovanni Paolo II era colui che saliva nell’Appartamento papale per aiutare lo stesso Wojtyla nella stesura dei suoi testi. È stata l’assidua frequentazione dell’Appartamento a premettergli di conoscere quel segreto, la preghiera appunto, che ha caratterizzato tutta la vita del Papa che la prossima primavera diviene santo.

Monsignor Ptasznik ha dato la sua testimonianza a Roma, durante la presentazione dell’ultimo libro dell’ex segretario di Wojtyla Stanislaw Dziwisz, una conversazione con Gian Franco Svidercoschi intitolata “Ho vissuto con un santo”.

Questa la trascrizione di quanto ha detto:

«Quella di Wojtyla era una preghiera costante e vera. Anche durante i viaggi normalmente voleva rispettare “l’ora santa” dedicata all’adorazione eucaristica, e così la via crucis del venerdì sera e la Messa. Chi organizzava i viaggi doveva tenere presente queste sue esigenze».

«La segreteria di stato consegnava al Papa la lista con le richieste di preghiere arrivate da tutto il mondo. Pregava consultando quella lista, che spesso aveva degli allegati, delle cartelle che spiegavano meglio la situazione di coloro che chiedevano preghiere».

«Una volta l’ho visto pregare in cappella. Aveva aperto davanti a sé l’Osservatore Romano su una pagina in cui c’erano tutti i nomi dei capi dicastero della Curia Romana con anche gli “officiali” di lingua polacca. Pregava per tutti i suoi collaboratori».

«Sulla sua scrivania aveva un Atlante. Ogni giorno posava lo sguardo su una parte concreta del mondo, per poi pregare per tutta la giornata per le popolazioni di quella stessa porzione. Era la sua preghiera geografica».

«Si confessava ogni due settimane. Una macchina arriva in centro a Roma per “prelevare” monsingor Stanislaw Michalski, il suo confessore, che veniva accompagnato appositamente in Vaticano».

«Quando doveva scrivere un testo faceva tutti i giorni un’ora di meditazione sul camminamento situato sul tetto del palazzo apostolico. Poi scendeva in Appartamento e mi dettava il testo. Citava a memoria passi della Scrittura e dei padri della Chiesa. Dopo un’ora, un’ora e mezza, il testo era pronto».

Friday 01 November 2013

«Ho l’impressione che Gesù è stato rinchiuso all’interno della Chiesa e che bussa perché vuole uscire». Ecco cosa disse Jorge Mario Bergoglio prima del Conclave secondo il cardinale Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione

«Durante il suo intervento alle congregazioni generali che hanno preceduto il conclave, il cardinale Jorge Mario Bergoglio ha parlato con insistenza della necessità che la Chiesa “esca fuori” da se stessa. Egli ha detto che la Chiesa è malata, che deve prendersi cura di se stessa. Il suo breve discorso ha colpito tutti. Ha detto testualmente: “Ho l’impressione che Gesù è stato rinchiuso all’interno della Chiesa e che bussa perché vuole uscire, vuole andare via”».

«Bergoglio ha chiesto ai vescovi di essere veramente pastori e non degli amministratori. Del resto, è ciò che egli ha fatto a Buenos Aires rifiutando, ad esempio, di andare ad abitare nella residenza vescovile. Così ora che è Papa con la decisione di abitare nel convitto di Santa Marta. Egli ha bisogno di vedere gente e incontrare semplicemente la gente per parlare con loro nei corridoi, durante i pasti … La parola “fuori”, si sa, è importante. Possiamo dire che questa è la parola che meglio definisce la missione di Gesù, egli è uscito fuori in qualche modo da se stesso per andare in periferia, dove l’uomo vive perso e in difficoltà”».

Così l’arcivescovo di Lione, il cardinale Philippe Xavier Ignace Barbarin – in tempo di sede vacante arrivava in Vaticano in bicicletta –, rivela come già nelle riunioni pre-conclave Bergoglio abbia usato parole dure per descrivere la situazione della Chiesa. «Cristo è rinchiuso in prigione», ha detto il futuro Papa durante le Congregazioni generali. Parole che hanno convinto i cardinali a sceglierlo perché, dice Barbarin, «quel discorso ha colpito tutti».

È stato il discorso durante le congregazioni a convincere i cardinali a votare Bergoglio oppure il suo nome era nella mente dei cardinali già da prima?
«Il nome del cardinale Bergoglio circolava molto fra i cardinali. Tutti però siamo rimasti colpiti durante le congregazione generali dal suo discorso. Parlava della necessità di guardare altrove. Ha raccontato dell’America Latina, dove il 40 per cento della popolazione è cattolica. Egli è stato in grado di governare la provincia gesuita affidatagli durante il difficile periodo della dittatura militare. Ben presto si è trovato a capo dell’arcidiocesi di Buenos Aires, dove ha mostrato un grande zelo missionario, in un vero spirito di povertà e di vicinanza verso tutte le persone che gli erano state affidate. Ci è apparso come un uomo di grande autorità che sa come impostare il proprio cammino e prendere le decisioni giuste. Già in questi mesi vediamo come tutte queste qualità siano state messe in campo. Soprattutto colpisce la semplicità e la chiarezza delle sue omelie, e insieme il grande programma lanciato per la riforma della curia romana. Questa è la riforma che la Chiesa si aspetta e di cui essa ha grande bisogno».

È urgente questa riforma secondo lei?
«La riforma deve certamente avvenire. Il Consiglio dei cardinali saprà come fare. Ha l’obiettivo di riorganizzare la Chiesa, servendo le chiese locali e collaborando collegialmente con i vescovi del mondo. Possiamo dire della curia ciò che il Papa ha detto della Chiesa: “È buono e sano se essa si occupa prima di se stessa che degli altri”».

Cosa pensa delle riforma dello Ior? È giusto che il Vaticano abbia una banca?
«La questione non è se ci deve essere una banca in Vaticano o meno. È ovvio che il Vaticano ha bisogno di soldi, come ogni diocesi o istituzione della Chiesa. Ma piuttosto la questione è se e come il denaro entra in Vaticano, se tutto è trasparente o meno, verificabile, come le spese sono organizzate».

In questi giorni un sito web cileno ha riportato le parole che il Papa avrebbe detto a dei religiosi sudamericani circa l’esistenza di una “lobby gay” in Vaticano. Esiste davvero secondo lei questa lobby? Perché il Papa ne ha parlato?
«Ovviamente, su questo argomento non so nulla. Quel che è certo è che tutti gli uomini sono peccatori, e quindi anche in Vaticano ci sono uomini che sbagliano. Sarebbe sciocco dire: “Non credete, in Vaticano è impossibile!”. Ma io non voglio amplificare voci e dicerie. Se il Papa ha qualcosa di chiaro da dire in proposito, lo sapremo. E se si decide di agire, lo farà senz’altro».

Ratzinger nella Via Crucis del 2005 al Colosseo parlò della “sporcizia” presente nella Chiesa. Ancora Francesco parla spesso dei “mali” interni alla Chiesa. A cosa si riferiscono?
«Sì, è una triste realtà. La Chiesa, da semplice fedele al vertice della gerarchia è danneggiata e talvolta screditata dai peccati e dagli scandali di coloro che la compongono. Questa è una grande ferita interiore. Naturalmente, siamo tutti peccatori, ma se uno non lascia Cristo fuori di questo peccato, se lui non si assoggetterà alla misericordia di Dio, il danno potrà essere grande, e soprattutto se la persona che pecca si trova in una posizione di notevole responsabilità. Certo, nella storia, abbiamo visto molti Papi non essere di esempio ma crediamo che, nonostante i tanti peccati, la Chiesa goda del sostegno costante dello Spirito Santo. Egli ha parole di vita eterna».

Spesso la Chiesa è chiamata a rapportarsi con i problemi anche più scomodi della gente. Sempre più fedeli vicino situazioni difficili. Le famiglie spesso si sfasciano. Sono tanti i divorziati risposati che non possono accedere alla comunione. Come si comporta con questi problemi a Lione? Quali soluzioni?
«Sì, la sofferenza è sempre più pesante, in generale, sia nella Chiesa di Lione che altrove. Si ha l’impressione che non solo le famiglie, ma l’intera società stia arrivando ad annullarsi, e ci si chiede con una certa ansia dove si andrà in futuro. È in atto una decostruzione quasi desiderata, programmata per staccare le radici ai giovani e qualche volta anche alle famiglie.Ma ognuno ha un suo posto nella Chiesa. Benedetto XVI lo ha ripetuto spesso. Il Signore ha scelto come uno dei pilastri della sua Chiesa un rinnegato, Pietro, che aveva vilmente abbandonato al momento della passione, e un “parassita!” della Chiesa, come Paolo, ed entrambi sono diventati pilastri della costruzione. Così egli saprà utilizzare tutti noi, qualunque siano le nostre debolezze e peccati. Dobbiamo spostare gradualmente (questa è la legge della gradualità, in modo spesso spiegato da Giovanni Paolo II) su un percorso dove la misericordia e l’attenzione per ogni persona sono illimitate. E dove la Parola di Dio è accolta come una verità la luce e in assoluto, anche se ci porta attraverso momenti di sofferenza e angoscia, certamente porta ad un cammino di felicità».

Tuesday 22 October 2013

Prima il Vangelo e poi la dottrina. Il segreto di Jorge Mario Bergoglio secondo Victor Manuel Fernández, uno dei teologi più vicini al Papa

Victor Manuel Fernández, rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina, è una delle prime nomine di Jorge Mario Bergoglio, elevato lo scorso maggio alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, ha un filo diretto col Papa che vede in lui un valido “consulente”. Nel 2007 alla conferenza dei vescovi latino americani ad Aparecida, fu Fernández ad aiutarlo a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro Papa.

Monsignore, vorrei entrare subito “in medias res”. Nel libro con Abraham Skorka, Jorge Mario Beroglio svolge una breve introduzione nella quale parla dell’importanza della “cultura dell’incontro”. E dice che a volte l’uomo arriva a identificarsi di più con “i costruttori di mura che con quelli di ponti”. I media di tutto il mondo lodano le “aperture” di Francesco, stupìti più che altro del fatto che egli non insiste anzitutto sui princìpi ma – come ha detto lui stesso nell’intervista concessa il 19 settembre a Civiltà Cattolica – su “ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus”, insomma sull’essenziale, sul Vangelo. È a suo avviso questo il tratto fondamentale del nuovo pontificato? L’annuncio del Vangelo prima della morale? Oppure qual è il suo tratto caratteristico?
L’annuncio del cuore del Vangelo prima d’ogni altra cosa è una caratteristica importante di Francesco, ma è da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Il Papa pensa che una Chiesa che vuole uscire da se stessa e raggiungere tutti debba necessariamente adattare il suo modo di predicare. Soprattutto, egli applica un criterio proposto dal Concilio Vaticano II spesso dimenticato e trascurato: la “gerarchia delle verità”. Francesco ci invita a riconoscere che molte volte, i precetti della dottrina morale della Chiesa vengono proposti fuori dal contesto che dà loro significato. Il problema maggiore si ha quando il messaggio che la Chiesa annuncia si identifica soltanto con questi aspetti che tuttavia non manifestano per intero il cuore del messaggio di Gesù Cristo. Mentre una pastorale missionaria non può essere ossessionata dalla trasmissione disorganizzata di un insieme di dottrine da imporre con la forza dell’insistenza. Quando la Chiesa assume uno stile missionario diretto a tutti, senza eccezioni o esclusioni, l’annuncio si concentra sull’essenziale, su ciò che c’è di più bello, di più grande, di più attraente e nello stesso tempo di più necessario. Certo, tutte le verità rivelate sono credute con la medesima fede, ma alcune di loro sono più importanti perché esprimono più direttamente il nucleo fondamentale che è la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo. Ci deve essere una proporzione adeguata soprattutto nella frequenza con la quale alcuni argomenti o accenti vengono inseriti nella predicazione. Per esempio, se un parroco lungo l’anno liturgico parla dieci volte di morale sessuale e soltanto due o tre volte dell’amore fraterno o della giustizia, vi è una sproporzione. Ugualmente se parla spesso contro il matrimonio fra omosessuali e poco della bellezza del matrimonio. Oppure se parla più della legge che della grazia, più della Chiesa che di Gesù Cristo, più del Papa che della parola di Dio. Insomma, ogni verità si comprende meglio se posta in relazione armoniosa con tutto il messaggio cristiano, perché in tale contesto tutte le verità si illuminano a vicenda. Il Vangelo invita soprattutto a rispondere all’amore salvifico di Dio, riconoscendolo negli altri e in se stessi, al fine di cercare il bene di tutti. Questo invito non dovrebbe essere posto per nessun motivo in secondo piano! Se questo invito non brilla con forza e appeal, la morale della Chiesa rischia di diventare come un castello di carta: è qui che risiede il nostro più grande pericolo. Il messaggio perde la sua freschezza e cessa di avere il cosidetto “odore del Vangelo”. Certo, c’è poi anche lo stile del Papa, che non solo mira all’essenziale, ma lo esprime in modo chiaro e con segni. E a giudicare dagli effetti di questo fenomeno, non possiamo che guardarlo con occhi positivi, seppure esso dia fastidio in alcuni luoghi minoritari e poco rappresentativi dell’intera Chiesa.

In Italia è recentemente uscito un retroscena secondo il quale nel 2005, se Bergoglio fosse stato eletto Papa, si sarebbe chiamato Giovanni XXIV. Così, infatti, lo stesso Bergoglio avrebbe risposto al cardinale Francesco Marchisano, dalle radici piemontesi come il futuro Francesco, all’atto dell’elezione di Ratzinger. Marchisano era allora arciprete della Basilica di San Pietro. Al di là della veridicità o meno del retroscena, è papa Roncalli il Papa al quale Bergoglio ispira il suo pontificato? E in particolare, a suo avviso cosa pensa egli del Concilio Vaticano II? Si dice che dopo anni di tentativi di interpretare in senso conservatore o progressista il Concilio (le grandi “battaglie” sull’ermeneutica) egli ritenga che sia arrivato il momento di “farlo” il Concilio. È così?
Francesco è diverso da tutti i Papi che l’hanno preceduto. Certo, può avere caratteristiche di uno o dell’altro, ma sempre nella strada aperta dal Concilio. Senza dubbio egli rimane al di fuori delle discussioni teoriche sul Concilio perché semplicemente interessato a continuare lo spirito di rinnovamento e riforma che viene dal Concilio. In questo senso si pone fuori da ogni ossessione ideologica, senza pause o giravolte, con l’intenzione di portare la Chiesa fuori da se stessa così da raggiungere tutti. Ciò che ho detto sul criterio della “gerarchia delle verità” vale anche per molti altri percorsi di riforma che ha aperto il Concilio e che sono rimasti a metà strada.

Per quel che si sa la giornata di papa Francesco ha tre momenti fissi: la meditazione della Scrittura il mattino presto prima della Santa Messa; la recita del Rosario il pomeriggio; un’ora di adorazione eucaristica la sera. Nell’intervista a Civiltà Cattolica ha detto che la sua preghiera è “memoriosa”. Cosa intende? Cosa significa pregare per Francesco? Lo ha mai visto pregare? Come pregava in Argentina?
Il tema della memoria è una cosa su cui egli insiste molto ed è una chiave per conoscerlo. Non dobbiamo guardare le novità che egli porta come uno sradicamento, come un oblìo della storia viva della Chiesa. Egli spiega spesso che la memoria è una dimensione della nostra fede, in analogia alla memoria di Israele. Cita spesso gli Apostoli che non dimenticarono mai il momento in cui Gesù toccò il loro cuore: “Erano circa le quattro del pomeriggio”, dice Giovanni. E spesso ricorda le persone che sono state toccate in modo speciale, così da mostrare a tutti la gioia del credere. A volte si tratta di persone semplici e a noi vicine nella vita di fede. Bergoglio ama ricordare la seconda lettera a Timoteo: “Ho in mente la sincerità della vostra fede, una fede che fu prima in tua nonna Loide e in tua madre Eunice”. Perciò egli crede che la Chiesa non possa rinunciare alla propria ricca tradizione e che sarebbe sciocco pretendere di ripartire da zero. Egli non è un progressista senza radici, come qualcuno vorrebbe presentarlo. La sua preghiera è “memoriosa”, perché quando prega ricorda le persone che ha incontrato nel corso della giornata e cerca di raccogliere il messaggio che gli ha lasciato ciò che ha vissuto. La sua preghiera è piena di volti e nomi. Quando incontra la gente egli si mostra vicino, attento, affettuoso, e porta nella preghiera tutte quelle persone. In questo senso la sua è una preghiera “memoriosa”.

Non è un mistero per nessuno che negli anni passati i rapporti fra il cardinale Bergoglio con la presidente Kirchner sono stati difficili. Di Bergoglio il quotidiano argentino “Il Clarin” ha ricordato la vicinanza al gruppo peronista di destra “Guardia di Hierro”, con cui, negli anni – scrive il quotidiano -, avrebbe continuato a mantenere un legame spirituale. Quanto c’è di vero in questo? E soprattutto: è verosimile che il Papa auspichi in futuro un ritorno in argentina di un peronismo moderato che sappia legare con la Chiesa e i suoi convincimenti?
Penso che il suo rapporto con la presidente Kirchner non sia stato correttamente interpretato. Alcuni hanno creduto che alcune affermazioni delle sue omelie fossero attacchi personali contro di lei. Ma non è così. Del resto nessun politico può dire di avere o di avere avuto Bergoglio come proprio alleato politico, sia di sinistra sia di destra. Perché le sue parole possono soddisfare oggi, ma domani possono essere lette al contrario come pericolosi attacchi. Penso infatti che chiunque ha una qualche forma di potere, anche di potere ecclesiastico, non può non sentire su di sé lo “sperone” di Bergoglio, come una spina nel fianco, perché egli è e sarà sempre l’interprete di coloro che non hanno potere. Nel 2000 Bergoglio ha espresso un suo grande auspicio: “Che il potere non sia un privilegio inespugnabile”. E ciò vale per un presidente, un governatore, un uomo d’affari, un cardinale, e anche per i membri della Curia Romana. Il suo messaggio è il seguente: se hai accettato il potere senza privilegi, è necessario che usi il potere per servire e devi esporti ai reclami di tutti con umiltà, soprattutto i reclami dei deboli sono ascoltati. Se hai accettato una qualche forma di potere, allora devi sottometterti al controllo degli altri. Comunque, una certa affinità di Bergoglio al peronismo c’è e ha a che fare con due fatti: il peronismo assunse con forza la dottrina sociale della Chiesa e i suoi valori e comprese la cultura dei settori più poveri della società. Ma ciò non significa che Bergoglio abbia mai sostenuto un qualche potere politico. Fra l’altro egli ha sempre avuto un dialogo cordiale con tutti i politici.

Nell’intervista a Civiltà Cattolica, Bergoglio cita il beato Pietro Favre come suo modello. Chi fu Favre? Perché è un modello per Bergoglio?
Il beato Favre ha portato alla compagnia di Gesù un particolare modo di accompagnare le persone in un percorso di crescita. Accompagnare è una questione chiave per i gesuiti. Favre ha insistito sulla necessità di dare tempo alla gente, di rispettare i tempi di ognuno. Era un maestro di dolcezza, di pazienza e di dialogo con tutti. Bergoglio ricorda una frase di Favre che dice che “il tempo è il messaggero di Dio”, e la interpreta dicendo che “il tempo è superiore allo spazio”. Favre preferiva non perdere tempo in discussioni teoriche con i protestanti e sottolineava la necessità per la Chiesa di maturare e crescere nella testimonianza del Vangelo. Credo che tutto questo abbia molto a che fare con lo stile di Francesco, lontano da polemiche teoriche e in grado di esprimere le proprie convinzioni in una testimonianza attraente. Le riforme non vengono fatte per forza o in fretta, perché devono essere sempre accompagnate da una riforma interna. Tutto ciò è ben presente in Favre.

Colpisce molto in Francesco la sua ricerca dell’essenziale e anche di una certa austerità. Gira con macchine utilitarie, non ama sfarzi e lussi, visita i profughi e parla ai poveri. A Civiltà Cattolica dice di essere vicino alla corrente mistica di Louis Lallemant e Jean-Joseph Surin. Entrambi predicano la necessità di “spogliarsi” per arrivare a Dio. È questa la strada che Bergoglio vuole compiere?
Il suo non è amore del sacrificio fine a se stesso né un’ossessione per l’austerità. Si tratta di una “spoliazione” interiore, una rinuncia a indugiare troppo su se stessi, così da mettere Dio e gli altri al centro della propria vita e non se stessi. Ciò ha anche un significato pastorale, perché implica stare più vicini ai poveri, ai loro limiti, alla loro condizione sociale, alle loro umiliazioni. Per questo a Bergoglio non piacciono i sacerdoti princìpi o i vescovi “da aeroporto”, o gli ecclesiastici che amano le vacanze troppo costose, le cene nei migliori ristoranti, i preziosi d’oro e d’argento ostentati sui capi di abbigliamento, le continue visite a persone potenti, o coloro che amano parlare molto di se stessi o che si sentono diversi dagli altri. Tutto ciò che è mondanità spirituale che avvelena la Chiesa.

Si parla molto a Roma delle riforma della struttura della Chiesa: una nuova curia romana, una nuovo collegialità nell’esercizio del governo. Di Joseph Ratzinger è famosa la lezione nella quale disse che la vera riforma della Chiesa non è nelle strutture ma nel cuore di ognuno. Qual è a suo avviso l’idea di riforma propria di Bergoglio?
Le due cose insieme, perché la sua idea di riforma non è ideale, ma incarnata. Senza dubbio egli pensa che una riforma esteriore delle strutture non si sostiene senza uno spirito e uno stile di vita adeguato. Ma mi sembra che che la cosa più importante non sia la semplificazione della struttura della Curia romana, ma lo sviluppo di altre forme di partecipazione (sinodi, conferenze episcopali, consultazione dei laici, etc) che negli ultimi anni sono state più formali che reali. Senza dubbio questo sviluppo richiede che alcuni settori della Curia Romana cessino di essere eccessivamente giuridici, inquisitori e insieme maestosi, correndo fra l’altro il rischio di diventare autoreferenziali. Alcune volte ho sentito personalità della in Curia dire “noi” senza includere tutta la Chiesa, e nemmeno il Papa ma soltanto se stessi. Francesco ci ricorda che Gesù in realtà ha dato a Pietro e agli Apostoli una missione speciale, non una struttura centrale che comunque può avere soltanto una funzione ausiliaria.

Più volte papa Francesco ha parlato del Demonio. Nel libro con Skorka vi dedica un capitolo dove afferma: “Credo nell’esistenza del Demonio. Forse il maggior successo in questi tempi è stato farci credere che non esiste, che tutto possa essere risolto su un piano meramente umano. Come dice Giobbe, la vita dell’uomo sulla terra è una lotta…”. Che significato assume nella spiritualità ignaziana la figura del Demonio? Ha mai fatto esorcismi?
Non lo ho mai sentito parlare di esorcismi, ma del Diavolo sì. Penso che il parlare del Diavolo sia un invito a stare attenti, perché se non curiamo la nostra sanità interiore e le nostre reali intenzioni diventiamo facilmente marionette guidate da altre forze di dissoluzione e di menzogna. Significa che la sua visione della vita e della realtà non è ingenua, ma molto realistica. È necessaria una vigilanza serena, fiduciosa nell’amore del Signore, ma costante.

Nelle scorse settimane uno dei pensatori più influenti della cosiddetta teologia della liberazione è stato ricevuto da Francesco. Alcuni commentatori hanno addirittura scritto che con questo gesto “la Chiesa sdogana la teologia della liberazione”. È così? Cosa pensa Bergoglio della teologia della liberazione e in che rapporto sta con essa?
Non è possibile pensare che questo Papa possa sostenere una teologia della liberazione fondata su un’analisi marxista. Tuttavia, egli farà propria ogni difesa della dignità dei poveri e tutte le critiche dei sistemi economici ideologici, di ogni speculazione finanziaria, di ogni assolutizzazione della libertà di mercato, cose che finiscono per creare nuove ingiustizie. D’altra parte i poveri non dovrebbero essere soltanto oggetto di una liberazione operata da altri più illuminati, ma essere rispettati come persone attive, con la propria cultura, un modo proprio di vedere la vita, una religiosità caratteristica.

Come è diventato amico di Bergoglio? Ci sono dei momenti che ricorda in modo particolare della vostra amicizia?
Io non la chiamerei amicizia, ma filiazione. Anche se c’è una grande affinità di idee, per me egli è stato ed è soprattutto un grande padre che è riuscito a riconoscere e promuovere il meglio di me. Così teneramente ha tollerato i miei errori, le vanità e le impazienze, e sempre mi ha spinto, in particolare con la sua testimonianza, a continuare, a maturare e a crescere. Posso citare tre momenti speciali: uno era nel 2007, quando siamo tornati dalla V Conferenza dei vescovi ad Aparecida, dove ho rappresentato i sacerdoti argentini. Viaggiavo con lui sul volo di ritorno verso Buenos Aires e per tre ore abbiamo discusso alcune questioni che mi hanno aiutato a capire il suo pensiero. Un altro momento importante fu nel suo ufficio, quando alcune persone anonime avevano inviato in Vaticano alcune critiche su tre miei articoli. Ma dopo un anno e mezzo le risposte che io inviavo per chiarire sembravano non convincere. In quell’occasione abbiamo avuto un grande colloquio spirituale nel quale egli ha insistito perché io alzassi la testa e non lasciassi che mi togliessero la dignità. Infine, il mio incontro con lui a Santa Marta nel mese di agosto quando gli ho dato un abbraccio già da vescovo.

Wednesday 25 September 2013

Una rosa bianca per papa Francesco

Una rosa bianca. È il dono che papa Francesco ha ricevuto domenica 8 settembre mentre passeggiava nei giardini vaticani. Un giardiniere l’ha colta e gliel’ha donata. Chi era con lui dice che grande è stato il suo stupore, perché per Jorge Mario Bergoglio ricevere una rosa bianca è un segno del cielo. Un «segnale» — è la parola esatta che egli stesso ha usato nel libro intervista “El Jesuita” con Sergio Rubin e Francesca Ambrogetti — proveniente direttamente dalla santa della quale egli è devoto: Teresina di Lisieux, la monaca carmelitana morta a soli 24 anni e che il 19 ottobre 1997 Giovanni Paolo II dichiarò dottore della Chiesa (la terza donna a ricevere tale titolo dopo Caterina da Siena e Teresa d’Avila).

Domenica 8 settembre non era un giorno qualunque per Francesco. La sera prima egli aveva convocato una veglia di preghiera per la pace. Era preoccupato. Ma la rosa ricevuta inaspettatamente gli ha fatto comprendere che la sua preoccupazione era stata accolta in cielo, direttamente da Teresina. Lo Spirito parla spesso così, usando segni che ai più dicono nulla. È il suo linguaggio, un parlare che chiede la fede per essere compreso.

L’episodio è stato raccontato nei giorni scorsi da un vescovo italiano che nelle ore successive alla veglia era stato ricevuto in udienza. Il Papa gli ha permesso di raccontarlo durante la presentazione di un libro dedicato proprio alla giovane santa francese svoltasi a Pedaso in provincia di Fermo: “Teresa di Lisieux. Il fascino della santità. I segreti di una dottrina ritrovata”, di Gianni Gennari (Lindau).

È alle pagine 125 e 126 di “El Jesuita” che Rubin e Ambrogetti, descrivendo la biblioteca di Bergoglio a Buenos Aires, raccontano del «segnale» delle rose bianche. Scrivono: «Ci soffermiamo su un vaso pieno di rose bianche in uno scaffale della biblioteca, davanti a una foto di santa Teresa. “Quando ho un problema”, spiega Bergoglio ai due giornalisti, “chiedo alla santa — Teresina, ndr —, non di risolverlo, ma di prenderlo in mano e aiutarmi ad accettarlo, e come segnale ricevo quasi sempre una rosa bianca”».

Bergoglio, nella veglia del 7 settembre, ha chiesto aiuto a Teresina. Il Papa, infatti, ha recitato i misteri gaudiosi del Rosario e, al termine di ogni mistero, dopo un brano del Vangelo, ha letto cinque brani di una poesia scritta dalla santa: “Perché ti amo o Maria”. È la poesia dove dice fra le altre cose che Gesù «sarà fratello di tanti peccatori tanto da chiamarsi tuo — si riferisce a Maria, ndr — primogenito».

È nel rapporto intimo e personale di Bergoglio con Teresina che si evidenzia uno dei tratti della sua personalità e del suo pontificato. Un filo diretto con il cielo per il Papa, come era per Karol Wojtyla il rapporto con santa Faustina Kowalska.

Mentre era ancora in vita, santa Teresina promise che dopo la sua morte avrebbe fatto piovere dal cielo dei “petali di rose”, ossia delle grazie concesse da Dio per sua intercessione. Diceva: «Un’anima infiammata di amore non può restare inattiva. […] Se voi sapeste quanti progetti faccio su tutte le cose che farò quando sarò in cielo. […] Sì, voglio passare il mio cielo a fare del bene sulla terra».

Il 3 dicembre 1925, un gesuita, padre Putigan, cominciò una novena a santa Teresa chiedendo una grazia importante. Il gesuita domandò anche di ricevere da qualcuno una rosa come segno che ciò che egli chiedeva corrispondeva alla volontà di Dio e che, quindi, la sua preghiera sarebbe stata esaudita. Non fece parola con nessuno della novena che stava facendo. Al terzo giorno ricevette una rosa da una persona sconosciuta e ottenne la grazia. Cominciò un’altra novena. Il quarto giorno di questa seconda novena una suora-infermiera gli portò una rosa bianca dicendogli: «Santa Teresa vi manda questa rosa». Padre Putignan, ricevuta la grazia che aveva chiesto, prese la decisione di diffondere questa novena, detta “Novena delle rose”. Oggi questa novena si pratica in tutto il mondo.

Papa Francesco ha più volte parlato nei primi mesi di pontificato di Teresina. Una volta è stato durante la conferenza stampa (28 luglio 2013) tenuta sull’aereo che lo riportava a Roma dal Brasile, meta del suo primo viaggio apostolico fuori dall’Italia. Quando gli è stato chiesto cosa contenesse una valigia nera che il Papa ha trasportato da solo sull’aereo ha detto: «Non c’era la chiave della bomba atomica! Mah! La portavo perché sempre ho fatto così: io, quando viaggio, la porto. E dentro, cosa c’è? C’è il rasoio, c’è il breviario, c’è l’agenda, c’è un libro da leggere – ne ho portato uno su santa Teresina di cui io sono devoto».

Si è saputo poi che il libro in questione era il libro sopra citato “Teresa di Lisieux. Il fascino della santità. I segreti di una dottrina ritrovata”, di Gianni Gennari.

Tuesday 03 September 2013

Anche S. Francesco pregherà per la Pace in Siria

Papa Francesco ha chiamato...e moltissimi stanno rispondendo.

La mobilitazione chiesta dal Papa per la pace in Siria si sta estendendo a vista d'occhio, coinvolgendo ambienti laici, religiosi, cattolici e non.

Anche i frati francescani di Assisi si uniscono alla preghiera, attraverso il segno grandell'apertura della tomba di S. Francesco.

Come riferisce infatti l'ANSA, la  Basilica Inferiore di San Francesco d'Assisi resterà aperta, in via del tutto eccezionale, da oggi a venerdì fino alle 22 per pregare sulla Tomba del Santo per la pace in Siria e per coloro che sono chiamati a garantire le vie della giustizia nel mondo.

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Saturday 31 August 2013

Un grazie al cardinal Bertone

Forse sarò l’unica ma vorrei dire grazie al cardinale Bertone. Lo posso fare con serenità perchè sono stata la prima forse a criticare il suo modo di fare il Segretario di Stato. Ma oggi a fronte di tante critiche corali nate spesso da una cattiva lettura della vicenda vatileaks credo che il grazie a questo cardinale, che mai ha tradito la fiducia del Papa e della Chiesa, sia doveroso.

Monday 15 July 2013

Se vi piacciono i thriller, ne ho scritto uno

«L’empio fugge anche se nessuno lo insegue, mentre il giusto è sicuro come un giovane leone». (Proverbi 28, 1)

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Saturday 18 May 2013

I cristiani parlano troppo...degli altri: parola di Papa Francesco.

Per il papa, che ha pronunciato nuovamente parole forti durante la Messa mattutina a Santa Marta, i cristiani hanno proprio il vizio di parlare troppo degli altri. Pettogolezzi e farsi troppo gli affari degli altri, detto in parole povere, sono una mina vagante costante nella vita della Chiesa.

«Quanto si chiacchiera nella Chiesa! Quanto chiacchieriamo noi cristiani!». Lo ha detto papa Francesco - riferisce Vatican Insider - nella messa di stamane a Santa Marta. Per Bergoglio, «la chiacchiera è proprio spellarsi, farsi male l'uno all'altro». «Le chiacchiere sono distruttive nella Chiesa», ha aggiunto  il Pontefice.  Secondo Bergoglio, il cristiano deve vincere la tentazione di «mischiarsi nella vita degli altri». Il Papa, secondo quanto riferisce la Radio Vaticana, ha inoltre sottolineato che chiacchiere e invidie fanno tanto male alla comunità cristiana e che non si può «dire soltanto la metà che ci conviene».

Ma non ha solo parlato di questo il santo Padre.

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Friday 12 April 2013

Unioni gay: la Consulta chiede di intervenire, ma non con l'equiparazione del matrimonio.

Oggi è arrivata una ammonizione della Consulta su alcuni noti ritenuti irrisolti, nel panorama politico e istituzionale italiano.

La Consulta ha chiesto un intervento sulla legge elettorale, ma - soprattutto - ha chiesto che venga fatto qualche cosa per tutelare i diritti ed i doveri delle persona omosessuali, che intendano costituire una unione stabile.

"Il legislatore deve affrontare il nodo delle unioni gay", ha riferito Gallo parlando di fronte alle più alte cariche dello Stato. Queste le parole: "La Corte ha escluso l'illegittimità costituzionale delle norme che limitano l'applicazione dell'istituto matrimoniale alle unioni tra uomo e donna, ma nel contempo  ha affermato che due persone dello stesso sesso hanno comunque il diritto fondamentale di ottenere riconoscimento giuridico, con i connessi diritti e doveri, della loro stabile unione". La Consulta, ha ricordato Gallo, "ha perciò affidato al Parlamento la regolamentazione della materia nei modi e nei limiti più opportuni".

Cosa significa questa frase?

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Thursday 14 March 2013

Papa Francesco: sarà il Papa dell'ecumenismo e del dialogo.

Le parole che Papa Francesco ha pronunciato ieri sera subito dopo l'elezione, sono state poche. Significative, grandemente, insieme ai gesti compiuti.

Una parentesi: dovremo di nuovo abituarci a gesti di questo tipo, ed anche il servizio di sicurezza....che avrà un bel lavoro da fare, con questo Papa che si prefigura già come molto, molto libero...dai protocollo.

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Ma le parole di ieri hanno avuto una grande rilevanza dal punto di vista del dialogo e del'ecumenismo.

Mi riferisco alle parole con le quali il Papa ha parlato di sè: come tutti hanno notato non ha mai citato la parola "papa", ma ha sempre utilizzato la parola "vescovo di Roma".

 

Tra l'altro, anche nel ringraziamento nei confronti di Benedetto XVI chiamato, anch'egli "vescovo emerito di Roma".

 

Dal sito Aleteia.org riporto le parole del Papa:

Fratelli e sorelle, buona sera!

Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un vescovo a Roma, sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo. Ma siamo qui. Vi ringrazio dell'accoglienza. La comunità diocesana di Roma ha il vescovo. Grazie! E prima di tutto vorrei fare una preghiera per il nostro vescovo emerito Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca...

[Preghiera Padre Nostro, Ave Maria, Gloria al Padre]

E adesso incominciamo questo cammino, vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma che è quella che presiede nella carità tutte le chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia fra noi. Preghiamo sempre per noi, l'uno per l'altro. Preghiamo per tutto il mondo perché ci sia una grande fratellanza. Mi auguro che questo cammino di Chiesa che oggi incominciamo e in cui mi aiuterà il mio cardinale vicario qui presente sia fruttuoso per l'evangelizzazione di questa tanto bella città. E adesso vorrei dare la benedizione. Ma prima vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica. La preghiera del popolo perché chieda la benedizione per il suo vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me.

 

Ma perchè il Papa ha parlato così, perchè si è rivolto a Roma, alla sua città...quasi, dimenticando...il mondo che gli stava praticamente tutto davanti?

Non certamente per provincialismo: alcuni forse l'hanno colto così..ma nolla è più distante dalla realtà.

C'è a mio avviso un motivo, cosicnetemente voluto, per il quale il papa ha utilizzato queste parole, e questo motivo non è stato neppure l'umiltà...francescana.

Il motivo è stato l'ecumenismo.

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Wednesday 13 March 2013

Il gabbiano ed il Conclave: quando i media non sanno cosa dire!

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In queste ore è tanta l'apprensione e l'attesa da parte del mondo cattolico (e non solo) per l'esito del Conclave.

Si stanno ascoltando fiumi di parole: trasmissioni televisive e radiofoniche, dirette web, twitter, facebook...e chi più ne ha più ne metta.

Non c'è dubbio che questo sia davvero il Conclave più mediatico degli utlimi anni.

Chiaramente tutti sono con gli occhi all'insù, per seguire, anche in televisione, l'andamento delle votazioni vaticane. Inoltre moltissimi media stanno coprendo con grande intensità gli eventi in diretta oltre che avere realizato molteplici servizi ed interviste.

Oggi poi un nuovo personaggio si è affacciato sul Conclave, con una dirompenza mediatica...quasi sopra le nuvole: un gabbiano.

Un gabbiano che, non credo di sbagliarmi, sta davvero diventando una star della riflessione mediatica di questo evento sul quale, con buona pace di tutti, non si può che dire una parola che abbia senso: ASPETTARE. Punto.

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Monday 11 February 2013

Benedetto XVI si dimette dal pontificato. Notizia shock e approfondimenti.

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La notizia delle dimissioni, o meglio della rinuncia al Pontificato, di Benedetto XVI, sta facendo il giro del mondo e sta creando molto turbamento nella Chiesa.

Così è stata data, e così ce la riporta il sito Aleteia.org.

Carissimi Fratelli,

vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l'età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell'animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l'elezione del nuovo Sommo Pontefice. Carissimi Fratelli, vi ringrazio di vero cuore per tutto l'amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero, e chiedo perdono per tutti i miei difetti. Ora, affidiamo la Santa Chiesa alla cura del suo Sommo Pastore, Nostro Signore Gesù Cristo, e imploriamo la sua santa Madre Maria, affinché assista con la sua bontà materna i Padri Cardinali nell'eleggere il nuovo Sommo Pontefice. Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio.

 

Non c'è dubbio che la notizia è davvero...la notizia del secolo, anzi, forse, del millennio. Per la novità totale di questo gesto, e per la lucidità con cui questa grandissimo Papa ce l'ha proposta. 

Anche diversi siti ci aiutano a entrare in questo evento, ponendoci domande ed aiutandoci a dare delle risposte.

 

Non un gesto di codardia, non un gesto di affaticamento: ma un gesto responsabile, lucidissimo...che probabilmente solo Papa Ratzinger...poteva fare.

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Thursday 14 April 2011

L’esperimento di Riace

Una risposta positiva al problema dell’immigrazione

di Lucetta Scaraffia

L’arrivo di questa ondata di migranti ha di nuovo messo in moto nell’opinione pubblica italiana il dibattito fra chi li vuole accogliere e chi li vuole respingere. Questo, mentre davanti ai nostri occhi sfilano immagini drammatiche e coinvolgenti, tra speranza e disperazione: da una parte, la madre che ha partorito nel barcone, riuscendo a salvare sé e la piccola, dall’altra i corpi dei molti che muoiono fra le onde, vittime dei trafficanti di esseri umani, oltre che del maltempo e di imbarcazioni fatiscenti.

La Chiesa predica il dovere, che è umano e cristiano, dell’accoglienza nei confronti di chi è più sventurato di noi — che, oltretutto, di lavoratori immigrati abbiamo assolutamente bisogno — ma non sempre è facile tradurre in fatti queste esortazioni. Ci vuole anche un po’ di inventiva, di coraggio e di fantasia. Come quella che hanno avuto gli abitanti di Riace, paese sulla riva ionica della Calabria, composto, come tutti quelli della zona, di un nucleo antico sul cocuzzolo di una collina, lontano dal mare, e di un nuovo abitato in via di espansione lungo la costa (proprio quella dove sono stati trovati i celeberrimi bronzi).

Oggi, il centro antico, che per decenni era stato abbandonato e si stava deteriorando irrimediabilmente, è tornato alla vita. Lo abitano immigrati di varie provenienze, tutti profughi politici, che i cittadini di Riace hanno accolto, a cominciare dai trecento curdi arrivati una decina di anni fa.

Gli immigrati hanno avuto un tetto, qualcosa da mangiare ma anche, cosa ben più importante, un lavoro: all’interno delle antiche mura, infatti, sono nate tante piccole aziende artigianali — ceramica, tessitura, preparazione di prodotti alimentari — dove lavorano, fianco a fianco, italiani e immigrati.

Così chi attraversa questo centro sereno e laborioso vede bimbi di diverse provenienze giocare tra loro, calabresi e africani lavorare insieme; ma anche una rinascita economica che porta benefici a tutti, indistintamente: i bambini nella scuola sono aumentati, rendendo così necessario un numero maggiore di insegnanti e impiegati; gli operatori culturali, che si occupano dell’integrazione e insegnano l’italiano, sono in maggioranza originari del luogo; sono rinate industrie artigianali locali come la tessitura della ginestra e gli abitanti delle case abbandonate del borgo ricevono un affitto, basso, ma comunque guadagnano qualcosa e hanno chi restaura le loro case altrimenti destinate alla rovina. E il finanziamento che il ministero italiano dell’Interno ha stanziato per questo esperimento — 24 euro per immigrato — è servito a dare nuovo impulso anche all’economia locale.

È insomma una situazione nella quale i benefici reciproci sono chiari a entrambe le comunità e la convivenza non risulta difficile, tanto che il paese proprio per questo è diventato un’attrazione turistica. Per valorizzarla, alcune case sono state destinate a ospitalità diffusa nel tessuto urbano ed è stato aperto un ristorante. Sulla sua porta si vede ancora il segno di due proiettili: non tutti a Riace hanno gradito questa rinascita. Ma molte persone e intere scuole vengono a vedere questo miracolo quotidiano, e cercano di capire il segreto di un’accoglienza riuscita.

Il segreto sta certo nella tenacia di Mimmo Lucano, attuale sindaco e animatore del progetto, che interviene continuamente a migliorarlo. Ma sta anche in una iniziativa, nella diocesi dove è stato vescovo amatissimo monsignor Bregantini, nata dal basso grazie a una associazione — Città futura don Puglisi — fondata nel 1999 da ragazzi del luogo intorno alla chiesa parrocchiale e che oggi ha sede in un palazzo del centro antico, vero cuore della vita di Riace.

Certo, il successo dell’esperimento è dovuto anche al numero abbastanza ridotto degli immigrati, al loro essere profughi politici e quindi desiderosi di integrarsi nel nuovo paese, non potendo tornare in patria. Non è facilmente riproponibile in tutte le situazioni: anzi, in qualche modo, proprio le condizioni della sua riuscita mettono in luce le difficoltà che si incontrano in altre situazioni.

Ma il solo fatto che esista una simile realtà, che qualcuno sia riuscito a creare e mantenere questo difficile equilibrio — che dura da più di dieci anni — costituisce un esempio a cui guardare, un caso che fa pensare. Allora, la soluzione del problema immigrati sta forse proprio nell’inventare qualcosa di positivo. Invece di scrollare le spalle con indifferenza.

Saturday 02 April 2011

Nostro contemporaneo

La seconda parte del «Gesù di Nazaret»

Il nuovo libro di Ratzinger-Benedetto XVI rende Gesù di Nazaret nostro contemporaneo. Nel gran disordine che regna sotto il cielo l’irrompere di un libro tanto appassionante accende interrogativi che toccano in profondità le nostre inquietudini. Ciascuno può trovarvi qualche luce per uscirne. Vi si raccontano i tre giorni cruciali dell’esistenza di Gesù, le sue ultime ore di vita scandite dalla passione e morte; l’inizio del tempo nuovo, la risurrezione, vero spartiacque della storia che origina un pensiero alternativo sul futuro del mondo e delle speranze umane.

L’autore è convinto che il confronto positivo con Gesù di Nazaret possa essere una soluzione anziché un problema per l’umanità. La sua indagine è convincente, ragionevole e rispettosa di culture e punti di vista differenti. Interessarsi a Gesù ha senso — si percepisce tra le righe — perché è l’unico risorto della storia, il Vivente immerso in ogni epoca e perciò nel nostro presente; compagno di viaggio affidabile che ci introduce negli orizzonti sconosciuti della vita oltre la morte.

Chiunque volesse capire questo misterioso Signore può calarsi nei giorni finali della sua vita terrena.

Pagina dopo pagina, dalle parole e dai comportamenti di Gesù, il teologo diventato Papa trae i tasselli di una carta d’identità dell’essere cristiano. Da un lato salda l’esperienza del patire, dell’angoscia e della tenerezza del Nazareno con l’insieme del pianto e del dolore smisurati delle vittime di ogni tempo e, dall’altro, ci aiuta a leggere frammenti del mistero del male e della sofferenza non più invincibili dopo la sua agonia nell’orto degli ulivi e l’abbandono sulla croce. La risurrezione di Gesù non è un tardivo volo pindarico dei suoi discepoli delusi che, non potendolo dimenticare, lo trasformarono in mito.

È una realtà veramente accaduta, alla pari della crocifissione e della morte. Mentre però del dolore e della morte che impastano la storia abbiamo una conoscenza sperimentale, della risurrezione abbiamo una conoscenza per fede. Si tratta di una fede ragionevole, ma sempre fede. Anzi, ci ricorda Papa Ratzinger, la fede cristiana è fondata sulla risurrezione. Poiché è strettamente collegata alla croce, la memoria della risurrezione è altrettanto pericolosa per la sapienza umana. Per i discepoli che attendevano un messia regale e vittorioso, la morte di Gesù è stata sconvolgente; la risurrezione, una volta verificata, ne ha cambiato la prospettiva, decidendoli a seguire il Maestro finalmente compreso.

Nel mistero della passione, morte e risurrezione — ci ricorda l’autore — sono racchiuse alcune delle questioni profonde dell’esistenza. E nel processo a Gesù è presente la critica radicale alle politiche basate sull’inganno e la violenza anziché sulla verità. Il destino del mondo si gioca sulla verità, non sulla forza che rimane una soluzione illusoria. Occuparsi di Gesù è occuparsi di tale destino poiché egli è venuto per rendere la più autorevole testimonianza alla verità che la prospettiva cristiana identifica con Dio.

Nello stile dei Padri della Chiesa, Papa Ratzinger non scrive per puro godimento intellettuale, ma offre un libro per la vita. La lettura ci immerge nella profondità del mistero cristiano, svelandoci quanto poco sia conosciuto e gustato. Con la scelta di una interpretazione dei racconti della passione basata sulla storia e sulla fede non contrapposte ma complementari, l’autore conferma la teologia conciliare e pone fine al pregiudizio nei confronti del popolo ebraico accusato nei secoli di deicidio. Nei vari momenti esaminati, dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Benedetto XVI sceglie un linguaggio nuovo e accessibile senza perdere profondità.

Chiama la Chiesa «la comunità dei discepoli» di Gesù; definisce la caritas «premura per l’altro», non un secondo settore del cristianesimo accanto al culto, «ma radicato proprio in esso e ne fa parte». C’è emozione per la lotta tra bene e male nella notte del Getsemani dove Gesù «trascina la natura recalcitrante in alto verso la sua vera essenza» e porta «il travaglio dell’essere uomini in alto verso Dio». L’ascensione è tradotta in una «vicinanza permanente» di Gesù con noi, un «entrare nel mistero di Dio» e un’altra dimensione dell’essere.

Si descrive, infine, la risurrezione, come fenomeno totalmente nuovo, una nuova dimensione dell’essere uomini, una mutazione decisiva, un salto di qualità; un nuovo genere di futuro per gli uomini, una nuova dimensione dell’esistenza umana, inclusa nell’atto di donare la vita. L’amore e la risurrezione — insiste l’autore — sono i due motivi distintivi dell’essere cristiani. La risurrezione come «mutazione» genetica compiuta da Dio in Gesù e promessa a tutti; l’amore come metodo di vita che distingue i figli di Dio e per il cosmo dischiude già ora un futuro di speranza.

c. d. c.

Tuesday 29 March 2011

Dall’abisso del male

Il pellegrinaggio di Benedetto XVI alle Fosse ardeatine — così l’ha voluto definire lo stesso Papa — per rendere omaggio alle vittime dello spaventoso eccidio, che resta indelebile tra i numerosissimi orrori della seconda guerra mondiale, non ha trovato molto spazio nei media. Forse anche per il succedersi incalzante e drammatico di notizie nel panorama internazionale.

Eppure la visita di Benedetto XVI a questo sacrario «caro a tutti gli italiani» — in continuità con quelle di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, e con la volontà di pregare e «rinnovare la memoria» — ha un significato particolare, che rimane. Il loro successore ha infatti compiuto un altro passo nella ricomposizione della memoria di quel conflitto che contribuì a sprofondare il Novecento nell’abisso del male. Come aveva affermato lo stesso Benedetto XVI un mese esatto dopo la sua elezione riflettendo sulle ultime successioni papali.

In questo modo non bisogna forse considerare, aveva detto il nuovo Papa, «il fatto che sulla cattedra di Pietro, ad un Pontefice polacco sia succeduto un cittadino di quella terra, la Germania, dove il regime nazista poté affermarsi con grande virulenza, attaccando poi le nazioni vicine, tra le quali in particolare la Polonia? Entrambi questi Papi in gioventù — seppure su fronti avversi e in situazioni differenti — hanno dovuto conoscere la barbarie della seconda guerra mondiale e dell’insensata violenza di uomini contro altri uomini, di popoli contro altri popoli».

Alla presenza del rabbino capo della più antica comunità della diaspora occidentale, ferocemente colpita dalla persecuzione razziale anche alle Fosse ardeatine, il vescovo di Roma, «città consacrata dal sangue dei martiri», ha voluto incontrare a lungo i familiari delle vittime — cattolici ed ebrei insieme — e ha reso omaggio alla loro memoria, in un luogo vicino alle catacombe e dal quale ancora una volta si è levata la preghiera dei Salmi, con le parole che da molti secoli ebrei e cristiani innalzano all’unico Dio.

Quel Dio al quale, nell’ora delle tenebre, si rivolsero due caduti, come altri in quei giorni, per affermare la fede «in Dio e nell’Italia» e invocare la protezione degli ebrei «dalle barbare persecuzioni». Benedetto XVI ha citato le loro parole, ricordando il centocinquantesimo anniversario dell’unità del Paese e ripetendo che nel Padre di tutti è possibile un futuro diverso. Che non offenda il Nome santo di Dio e l’essere umano, creato a sua immagine.

g. m. v.

Monday 28 March 2011

Da Gerusalemme a Parigi

L’intuizione di Benedetto XVI di un nuovo spazio dove laici e non credenti possano essere accolti con amicizia per condividere con chi crede la ricerca dell’unico Dio sta prendendo forma. Nella visione papale questa proposta è rappresentata dall’immagine del «cortile dei gentili» nel Tempio di Gerusalemme — dove appunto erano ammessi i pagani attratti dalla religiosità ebraica — ed è stata assunta dall’organismo curiale che si occupa del mondo della cultura con originale creatività.

Carica di simboli è stata così la scelta di Parigi — la «città dei Lumi» emblema di quella modernità contraddittoria e drammatica nata dagli ideali e dagli errori della rivoluzione francese — per l’esordio di questa iniziativa. Che senza dubbio è tra le più importanti decise da un Papa tanto mite quanto coraggioso, uomo di fede e teologo profondo, abituato sin da giovane al confronto, soprattutto nel mondo universitario, con chi è al di fuori dei confini visibili della Chiesa.

Uso dunque a esprimersi con parole comprensibili a tutti, Benedetto XVI ha voluto essere presente a Parigi con un messaggio ai giovani riuniti davanti a Notre-Dame, in uno spazio aperto oggi come venti secoli fa era accessibile ai pagani il cortile esterno del Tempio gerosolimitano. Dal grande santuario di un ebraismo sempre più caratterizzato da aspirazioni universalistiche rimanevano però esclusi i non giudei.

A cambiare tutto è stata la venuta di Cristo, quella luce vista da Giovanni che illumina ogni essere umano e ha abbattuto «il muro di separazione» tra ebrei e gentili, e dunque ogni divisione: anche quella tra credenti e non credenti. E perché non fosse reso difficile l’accesso dei pagani allo spazio loro riservato nel santuario di Gerusalemme Gesù aveva cacciato chi di questo luogo si approfittava per lucro. Per questo Benedetto XVI in molti modi si fa capire. Come hanno dimostrato, diversamente ma con straordinaria efficacia, i suoi ultimi due libri.

Ed efficaci per credenti e non credenti sono risuonate a Parigi le sue parole, rivolte ai giovani, ma più in generale alle donne e agli uomini di oggi. Il Papa ha così rinnovato l’invito che nel succedersi dei secoli e sino alla fine dei tempi la Chiesa di Cristo non si è stancata e non si stancherà di rivolgere: di non aver paura di aprire a Dio i cuori e le società. Senza timore di assumere le parole — libertà, uguaglianza, fraternità — che hanno riassunto gli ideali rivoluzionari, tante volte poi brandite con asprezza contro la Chiesa e il cristianesimo, e che pure dal cristianesimo sono nate.

Comuni sono moltissime aspirazioni di credenti e non credenti, per costruire «un mondo nuovo e più libero, più giusto e più solidale, più pacifico e più felice». Allora — dice Benedetto XVI — tra chi crede e chi non crede deve cadere, nel riconoscimento reciproco, ogni diffidenza: Dio non è un pericolo per la società e la vita umana e non lo è naturalmente la ragione, purché non si pieghi agli interessi e all’utilità, come spesso avviene. Per questo il Papa ha invitato i giovani parigini, riuniti davanti a Notre-Dame, senza distinguere tra credenti e non credenti, a non fermarsi nel cortile dei gentili. E a entrare invece nella cattedrale, dove come incenso si alzava la preghiera della sera.

g.m.v.

Friday 25 March 2011

Una rivoluzione femminile

A tre anni dalla morte la prima biografia di Chiara Lubich

di Lucetta Scaraffia

A tre anni dalla scomparsa, è uscita la prima biografia di Chiara Lubich, scritta da Armando Torno per Città Nuova: un libro che sceglie volutamente un tono non agiografico per descrivere quella che è sicuramente una delle più straordinarie esistenze del Novecento. Una narrazione piana, costruita attraverso le testimonianze delle focolarine e dei focolarini che sono stati più vicini alla loro fondatrice. Un racconto che volutamente mette sullo stesso piano le vicende umane e le esperienze mistiche di Chiara; rispettando, in questo modo, il suo carattere riservato, la sua capacità di stare al centro di tutto ma al tempo stesso di scomparire come persona.

Mi è capitato di incontrarla personalmente una sola volta, l’8 marzo di qualche anno fa, al Quirinale, dove era arrivata per ricevere un’importante onorificenza dal presidente della Repubblica italiana. Era entrata sorridendo, come sempre, senza preoccuparsi se nessuno dei presenti dava segno di riconoscerla e di darle onore. A me, che le ero andata incontro emozionata, ha riservato un sorriso timido e dolce, e ha declinato con semplicità ogni mio tentativo di far sapere ai responsabili del cerimoniale che era arrivata.

La biografia rispetta questo suo atteggiamento umile e ritroso, profondamente disponibile al contatto umano ma del tutto indifferente alla notorietà, e alla ribalta che pure le spettava. A tal punto che si coglie l’importanza di Chiara nella storia del Novecento quasi più dalla cronologia comparata, molto ben fatta, che si trova in appendice al volume e che dà conto della ricchezza delle forme di aggregazione da lei create all’interno del mondo cattolico, della sua straordinaria capacità di costruire momenti di incontro e di vero dialogo con esponenti e fedeli di altre religioni, della fecondità spirituale che ha segnato la sua vita interiore.

Una fecondità che ha sempre condiviso con le sorelle e i fratelli più vicini, e poi con tutti coloro che rivelavano disponibilità all’ascolto, consapevole che i tempi in cui si trovava a vivere richiedevano un’immediata condivisione di quanto lei, strumento di Gesù, arrivava a comprendere illuminata dallo Spirito Santo. Illuminazioni che nascevano dalla lettura continua della Sacra Scrittura: «Ogni volta che Chiara apriva il Vangelo vi scopriva la profondità di quelle parole di vita eterna che mai prima aveva trovato».

In questo modo, Chiara ha anticipato quello che la cultura cattolica avrebbe poi scoperto: l’ingresso nel linguaggio spirituale della parola amore, fino a quel momento riservata più che altro ai discorsi mondani; l’idea della spiritualità dell’unità, che si trasforma in una appassionata forma di dialogo tra le religioni e in una risposta alla «notte culturale» dell’umanità. Senza mai preoccuparsi che fosse ricordato il suo ruolo precorritore.

La proposta di una nuova evangelizzazione, secondo le sue parole, «non significa soltanto che il mondo secolarizzato» ne ha bisogno, ma anche che «l’evangelizzazione va fatta in maniera nuova». E alla ricerca di questa maniera nuova dedica tutte le sue energie: gli incontri, anche quelli apparentemente secondari, si trasformano grazie a lei in nuove vie e nuovi progetti, allargando sempre più la rete dei coinvolgimenti nel suo ideale: la santità a portata di tutti. Il suo movimento si apre a tutti gli ambiti, in un’ottica universale, con particolare attenzione alla cultura e ai media, mentre la sua vita interiore dà un nuovo impulso agli studi teologici.

Ma certamente l’aspetto di novità più forte che ha segnato la sua vicenda è proprio il suo essere donna, una donna che dà un accento fortemente femminile a ogni sua opera: basti pensare al nome più conosciuto del movimento da lei fondato (ufficialmente Opera di Maria) che evoca il focolare, spazio tradizionalmente femminile. Comincia circondandosi di donne, che sanno poi aprirsi alla necessaria presenza maschile, e dà disposizioni che a presiedere il movimento sia sempre una donna.

Anche la spiritualità dell’Opera prende una forma femminile, rappresentando la presenza mistica di Maria nella Chiesa. In questo modo, con la sua straordinaria esperienza, Chiara — che parla alle assemblee dei vescovi, è ascoltata dai Papi, viene accolta con gli onori di un capo di Stato nei Paesi che visita — realizza quello che i tempi richiedono anche alla Chiesa: riconoscere l’importanza del ruolo delle donne.

Ma lo ottiene senza rivendicare diritti, senza nessuna asprezza. Lo ottiene dimostrando di sapersi meritare quell’autorità che le viene riconosciuta, come è stato per le grandi sante nella storia della Chiesa. La sua importanza nel cattolicesimo del Novecento è anche la prova di una rivoluzione femminile compiuta nel silenzio e nella modestia. Rimane il compito di prenderne atto.

Wednesday 23 March 2011

Questione di radicalità evangelica

Il celibato sacerdotale

di Mauro Piacenza

Residuo preconciliare e mera legge ecclesiastica. Sono queste, in definitiva, le principali e più dannose obiezioni che riaffiorano nel periodico riaccendersi del dibattito sul celibato sacerdotale. Eppure, niente di questo ha reale fondamento, sia che si guardi ai documenti del concilio Vaticano II, sia che ci si soffermi sul magistero pontificio. Il celibato è un dono del Signore che il sacerdote è chiamato liberamente ad accogliere e a vivere in pienezza.

Se infatti si esaminano i testi, si nota innanzitutto la radicale continuità tra il magistero che ha preceduto il concilio e quello successivo. Pur con accenti talora sensibilmente differenti, l’insegnamento papale degli ultimi decenni, da Pio XI a Benedetto XVI, è concorde nel fondare il celibato sulla realtà teologica del sacerdozio ministeriale, sulla configurazione ontologica e sacramentale al Signore, sulla partecipazione al suo unico sacerdozio e sulla imitatio Christi che esso implica. Solo, dunque, una scorretta ermeneutica dei testi del Vaticano II – a cominciare dalla Presbyterorum ordinis – potrebbe condurre a vedere nel celibato un residuo del passato di cui liberarsi. E una tale posizione, oltre che errata storicamente, teologicamente e dottrinalmente, è anche dannosa sotto il profilo spirituale, pastorale, missionario e vocazionale.

Alla luce del magistero pontificio bisogna anche superare la riduzione, in taluni ambienti molto diffusa, del celibato a mera legge ecclesiastica. Esso, infatti, è una legge solo perché è un’esigenza intrinseca del sacerdozio e della configurazione a Cristo che il sacramento dell’Ordine determina. In tale senso la formazione al celibato, oltre ogni altro aspetto umano e spirituale, deve includere una solida dimensione dottrinale, poiché non si può vivere ciò di cui non si comprende la ragione.

In ogni caso, il dibattito sul celibato, che periodicamente nei secoli si è riacceso, certamente non favorisce la serenità delle giovani generazioni nel comprendere un dato così determinante della vita sacerdotale.

Giovanni Paolo II nella Pastores dabo vobis (n. 29), riportando il voto dell’assemblea sinodale, afferma: “Il Sinodo non vuole lasciare nessun dubbio nella mente di tutti sulla ferma volontà della Chiesa di mantenere la legge che esige il celibato liberamente scelto e perpetuo per i candidati all’Ordinazione sacerdotale nel Rito latino. Il Sinodo sollecita che il celibato sia presentato e spiegato nella sua piena ricchezza biblica, teologica e spirituale, come dono prezioso dato da Dio alla sua Chiesa e come segno del Regno che non è di questo mondo, segno dell’amore di Dio verso questo mondo nonché dell’amore indiviso del sacerdote verso Dio e il Popolo di Dio”.

Il celibato è questione di radicalismo evangelico. Povertà, castità e obbedienza non sono consigli riservati in modo esclusivo ai religiosi. Sono virtù da vivere con intensa passione missionaria. Non possiamo abbassare il livello della formazione e, di fatto, della proposta di fede. Non possiamo deludere il popolo santo di Dio, che attende pastori santi come il curato d’Ars. Dobbiamo essere radicali nella sequela Christi senza temere il calo del numero dei chierici. Infatti, tale numero decresce quando si abbassa la temperatura della fede, perché le vocazioni sono “affare” divino e non umano. Esse seguono la logica divina che è stoltezza agli occhi umani.

Mi rendo conto, ovviamente, che in un mondo secolarizzato è sempre più difficile comprendere le ragioni del celibato. Ma dobbiamo avere il coraggio, come Chiesa, di domandarci se intendiamo rassegnarci a una tale situazione, accettando come ineluttabile la progressiva secolarizzazione delle società e delle culture, o se siamo pronti a un’opera di profonda e reale nuova evangelizzazione, al servizio del Vangelo e, perciò, della verità sull’uomo. Ritengo, in tal senso, che il motivato sostegno al celibato e la sua adeguata valorizzazione nella Chiesa e nel mondo possano rappresentare alcune tra le vie più efficaci per superare la secolarizzazione.

La radice teologica del celibato, dunque, è da rintracciare nella nuova identità che viene donata a colui che è insignito del sacramento dell’Ordine. La centralità della dimensione ontologica e sacramentale e la conseguente strutturale dimensione eucaristica del sacerdozio rappresentano gli ambiti di comprensione, sviluppo e fedeltà esistenziale al celibato. La questione, allora, riguarda la qualità della fede. Una comunità che non avesse in grande stima il celibato, quale attesa del Regno o quale tensione eucaristica potrebbe vivere?

Non dobbiamo allora lasciarci condizionare o intimidire da chi non comprende il celibato e vorrebbe modificare la disciplina ecclesiastica, almeno aprendo delle fessure. Al contrario, dobbiamo recuperare la motivata consapevolezza che il nostro celibato sfida la mentalità del mondo, mettendo in crisi il suo secolarismo e il suo agnosticismo e gridando, nei secoli, che Dio c’è ed è presente.

Tuesday 22 March 2011

L’orso del Papa

Alla dedicazione della parrocchia romana di San Corbiniano — una liturgia esemplare per la cura e la partecipazione dei fedeli, tra i quali tantissimi bambini — erano presenti ben tre successori del fondatore della diocesi di Frisinga: oltre a Joseph Ratzinger, oggi Papa con il nome di Benedetto XVI, i cardinali Friedrich Wetter e Reinhard Marx. Un fatto eccezionale, che il parroco ha sottolineato nel suo caloroso saluto iniziale.

Nell’omelia il vescovo di Roma, successore del primo degli apostoli, ha improvvisato una breve riflessione su questo monaco francese attratto dalla vita contemplativa che scese a Roma per fondarvi un monastero. Ma qui la sua vita cambiò in modo inatteso: il Papa lo ordinò vescovo per la Baviera, dove la popolazione «voleva farsi cristiana, ma mancava gente colta, mancavano sacerdoti per annunciare il Vangelo».

Una scelta, quella di Gregorio ii, che si rivelò di universalità — il santo infatti «collega la Francia, la Germania, Roma», ha sottolineato il Papa — e nello stesso tempo di unità: Corbiniano ci dice che «la Chiesa è fondata su Pietro» e che era la stessa «come oggi». Per una ragione molto semplice: Cristo è lo stesso, «la Verità, sempre antica e sempre nuova, attualissima, presente, e apre la chiave per il futuro».

Parlando ai fedeli Benedetto XVI ha accennato all’orso che ha scelto di collocare nel suo stemma, episcopale e poi papale. Joseph Ratzinger ne aveva scritto per la prima volta nel libro autobiografico, tanto piccolo quanto prezioso, che pubblicò nel suo settantesimo anno e dove raccolse i suoi ricordi sino alla consacrazione episcopale. Raccontando come all’animale che aveva sbranato il cavallo di Corbiniano, in viaggio per Roma, fu imposto dal monaco di portare il suo fardello.

Ratzinger, sulla traccia del prediletto Agostino, spiegava che quel peso — il carico episcopale di chi «tira il carro di Dio in questo mondo» — venne imposto a Corbiniano e al vescovo africano, attratti entrambi dalla contemplazione e dallo studio. «Ma proprio in questo modo io ti sono vicino, ti servo, tu mi hai nella mano», concludeva il cardinale ormai a Roma. Affidandosi all’unico Signore, come ogni giorno fa Benedetto XVI. Che resta sempre affezionatissimo al suo orso.

g. m. v.