Friday 27 March 2015

La piccola impresa un nuovo rinascimento

La relazione del Garante per le micro, piccole e medie imprese (Mpmi) presentata di recente al Presidente del Consiglio, giunta alla sua terza edizione, parte per la prima volta mettendo in luce alcuni elementi di ottimismo circa l’evoluzione attesa, e in parte già in atto, dell’economia italiana. Di particolare rilievo il fatto che tra le cause di questo cambiamento, quasi tutte di origine internazionale come il calo del prezzo del petrolio, il favorevole cambio euro-dollaro con il deprezzamento del primo, il quantitative easing della Bce, l’unica completamente nazionale sia l’affermarsi sui mercati di un tipo di impresa italiana, quasi sempre di piccola e media dimensione, innovativa, internazionalizzata, coinvolta in aggregazioni interaziendali e con risultati di fatturato e utile superiori alla media del settore di appartenenza. È l’"impresa forte" che, nonostante i molti pregiudizi diffusi in vari ambiti del Paese, economici e non, durante la lunga crisi ha mantenuto la barra dritta pronta a guidare quello che la relazione del Garante identifica come un possibile «rinascimento produttivo».

Non si tratta certo né della totalità delle Mpmi, né della loro maggioranza, ma ciò non ha minore importanza strategica perché nel buio, o ai primi chiarori dell’alba, è importante poter seguire una luce che tracci la strada. Alcuni dati di queste imprese, o più precisamente di quelle citate nella relazione, mostrano spunti di notevole interesse. Vediamone alcuni. Ci sono oltre 190.000 imprese che si internazionalizzano (le stime per il 2016 ne indicano circa 211.000), che affrontano la crisi con una strategia più aggressiva e non difensiva; più di 13.300 imprese estere localizzate in Italia, di cui 12.500 (il 94% del totale) sono Mpmi che vedono il nostro Paese come una opportunità, alimentando e sostenendo le nostre filiere produttive; circa 3.500 medie imprese con fatturato compreso tra 15 e 330 milioni e con livelli di produttività superiori alle analoghe presenti nei principali paesi europei (Germania, Regno Unito, Spagna); circa 3.300 start-up innovative; circa 9.700 imprese in rete attraverso i quasi 2.000 contratti al 31 dicembre 2014, che vedono nell’aggregazione il superamento dei limiti dimensionali; le imprese "diversamente" finanziate che hanno trovato alternative al capitale di debito di origine bancaria: 57 imprese quotate all’Aim di Borsa italiana, 92 operazioni di Mini-bond e più di 200 operazioni di Venture Capital nel 2014; circa 200 "Campioni nascosti", ossia imprese di piccole e medie dimensione innovative e internazionalizzate, generalmente mono-prodotto e mono-mercato (in cui sono leader di nicchia sul fronte estero).
Molto interessanti sono anche gli argomenti degli approfondimenti proposti dalla Relazione: si tratta infatti dei temi all’ordine del giorno per pianificare il futuro di questo segmento di imprese che riguarda, è sempre bene ricordarlo, la quasi totalità delle aziende nostrane: collaborazioni interaziendali, internazionalizzazione, innovazione e tecnologia, finanza per la crescita, economia digitale ed e-commerce, sviluppo professionale e managerialità. Per importanza relativa, concentriamoci sul primo e sull’ultimo punto. Gli accordi interaziendali hanno da sempre l’obiettivo di fare diventare grandi le nostre imprese mantenendole piccole: questo strano gioco di prestigio, di cui la nostra economia ha da sempre estrema necessità, ha trovato nuovo impulso con la legge sul contratto di rete del 2009 e successive modifiche. Dopo l’esperienza dei distretti industriali, tuttora assai viva pur con alcune mutazioni in corso d’opera dopo più di trent’anni di azione, questa del contratto di rete è la forma di maggior successo. Le cifre dimostrano la velocità della sua diffusione tra le micro, piccole e medie imprese e il conseguente gradimento a esso dimostrato. La rete nasce dal bisogno e si fa risposta al bisogno connettendo imprese poste a competere in un mercato sempre più vasto e complesso dove queste, nonostante le loro ridotte dimensioni, hanno saputo/dovuto affacciarsi per sopravvivere. Il problema allora non è "fare rete", ma il riscoprire dentro l’agire imprenditoriale i tratti comuni di questa azione e, dunque, "sentirsi rete", "essere rete".
Alla base di questo successo ci sono sicuramente anche altri fattori, ma il punto di svolta rispetto a tanti tentativi del passato sembra essere il fatto che non si tratti di un disegno, anche perfetto, calato dall’alto, ma di una proposta che nasce dal riconoscimento delle oggettive caratteristiche dell’agire imprenditoriale e che, tenendo conto di queste, intercetta un bisogno. In particolare, quello di mantenere un’elevata autonomia imprenditoriale, fattore tuttora fondamentale per molti piccoli e medi imprenditori: la rete è un soggetto che non paga tasse, che può non avere partita iva, ha solo un codice fiscale ed è la cosa meno burocratica che c’è nel nostro Paese, permettendo a ciascun imprenditore coinvolto di rimanere padrone a casa propria senza vedere diminuite in nulla le proprie prerogative. Nello stesso tempo la rete permette di formalizzare rapporti, di avviare collaborazioni, di ottenere risultati. Molte sono le proposte che la Relazione avanza per dare nell’immediato futuro ulteriore impulso a questo strumento: qui si vuole però sottolineare quella di esportare questo modello in Europa con "l’impostazione di un contratto europeo al fine di favorire l’internazionalizzazione delle reti". Se abbiamo qualcosa di importante a livello economico, a cui il mondo intero guarda con interesse, è infatti il nostro sistema di Mpmi e la sua capacità di evolvere continuamente rispondendo alle sempre nuove sfide della globalizzazione con creatività e fantasia non solo nella qualità dei prodotti e dei servizi ma anche nelle modalità organizzative.
Qualcuno, infine, ha recentemente scoperto l’importanza del capitale umano nelle imprese: anche per chi non ha mai dubitato del valore strategico di questo elemento, è tuttavia chiaro che, come sottolineato dalla Relazione, sta emergendo uno specifico fabbisogno «di nuove figure professionali in grado di creare valore nelle Mpmi». Nella ricerca di un manager adatto a operare in una piccola e media impresa e a diretto contatto con l’imprenditore fondatore o gestore è però più importante la conoscenza delle peculiarità di questa specifica realtà di impresa e la disponibilità-capacità di adattarvisi rispetto al know how tecnico-specialistico detenuto che potrebbe, alla prova dei fatti, non essere sufficiente al buon esito della collaborazione. Chiunque, e a qualunque titolo, voglia dunque facilitare l’incontro tra imprenditori e tecnici-manager esterni deve concentrare i propri sforzi sulla selezione o la formazione di queste figure professionali lasciando in secondo piano interventi economici di supporto diretto o indiretto. Per realizzare questo obiettivo occorre essere estremamente netti nella selezione delle competenze, e a questo processo vanno dedicate elevate risorse temporali e professionali.

Friday 27 March 2015 07:46

Se i giovani s’abbeverano solo a Fb

Nell’immaginario comune Facebook è uno strumento di divertimento e, a volte, di disinformazione, dileggio, volgarità eccetera. Eppure il Rapporto Censis-Ucsi sulla comunicazione, tra le tante sorprese che riserva, ne ha una anche sul più grande social network del mondo. «È il primo strumento usato oggi dai ragazzi italiani per informarsi (lo usa il 71,1%)». Seguito – in ordine di importanza – da Google (68,7%), telegiornali (68,5%), YouTube (53,6%), giornali radio (48,8%) e app per smartphone (46,8%). E i giornali? Li legge solo il 27,5% dei giovani. Anche gli adulti usano Facebook per informarsi, ma dopo telegiornali, giornali radio, Google e tv all news.

Perché Facebook piace così tanto? Perché sul social le notizie arrivano attraverso gli amici o da pagine che abbiamo scelto di seguire. Sono tante e molto diverse. Nelle fonti come nei temi (e persino nella loro autenticità). E poi ci appaiono davanti senza dovere fare lo sforzo di cercarle.

Questi cambiamenti hanno portato Facebook a proporre nei giorni scorsi ai più grandi editori americani di sperimentare un nuovo modo di fare informazione digitale, pubblicando notizie direttamente sul suo social. A differenza di un servizio come Google News, Facebook darebbe una (piccola) percentuale degli incassi pubblicitari agli editori. Se la cosa prendesse piede, il social network diventerebbe la più grande agenzia di informazione del mondo e Google (col suo motore di ricerca e il servizio Google News) farebbe il resto. Ovviamente, al colosso social interessano solo le notizie che «fanno traffico»; quelle che vengono maggiormente lette, commentate e condivise. E tutte le altre? E tutti gli altri giornali? Per loro, in futuro, ci sarebbero delle bacheche a pagamento dove mettere le proprie notizie su Facebook. Chi le comprerà, avrà visibilità. Gli altri, a poco a poco, verranno messi sempre più in ombra.

Ci resta un’unica consolazione: l’altra notte il «New York Times» ha mandato in tilt i media di mezzo mondo (Internet compreso) con uno scoop sul disastro aereo della Germanwings. Come a ricordarci che tecnologie e trucchi digitali si evolvono, ma qualità e notizie contano ancora. Eccome.

Friday 27 March 2015 07:42

Yemen, troppi soffiano su un fuoco rischioso

Ogni giorno un passo in più verso l’abisso dello scontro totale, con il sovraccarico di un’ulteriore deriva settaria regionale. La crisi di sicurezza nello Yemen subisce continue escalation: dopo anni di scontri, prima la conquista della capitale da parte dei ribelli sciiti Huthi e l’estromissione del presidente Hadi, rifugiatosi nell’Oman; poi il terribile attentato qaedista che ha falcidiato più di cento civili sciiti mentre pregavano in moschea e che ha spinto a un’ulteriore avanzata Huthi verso sud, fino a minacciare la città di Aden. Infine, la decisione dell’Arabia Saudita di intervenire direttamente nel conflitto, assumendo il controllo dello spazio aereo yemenita e bombardando i ribelli.

I sauditi, del resto, hanno sempre considerato lo Yemen il loro cortile interno, reagendo con grande allarmismo a ogni interferenza, nonostante si siano sempre dimostrati incapaci di mettere ordine nel ginepraio tribale e jihadista di quel Paese. Ossessionati dall’Iran, hanno sempre visto i ribelli sciiti come null’altro che marionette nelle mani di Teheran (una visione caricaturale di un fenomeno tribale molto più complesso) e, quindi, come nemici da contrastare a ogni costo. Fedeli a questa visione "esclusivista", hanno bloccato un tentativo di mediazione del Qatar fra sunniti e sciiti yemeniti. Mediazione che difficilmente avrebbe avuto successo, ma la cui brutale sconfessione da parte saudita ha paradossalmente spinto l’Iran a muoversi con maggiore decisione in quel quadrante. Insomma, l’ennesima profezia che si auto-avvera e che contribuirà a peggiorare ulteriormente lo scontro settario in tutto il Medio Oriente.

Perché accanto a Riad sono subito scesi in campo le altre monarchie petrolifere del Golfo (con l’esclusione dell’Oman) e l’Egitto di al-Sisi, che tanti debiti (politici ed economici) ha nei confronti dei sauditi e che vede in questa crisi la possibilità di ricollocarsi al centro del sistema politico regionale arabo. Questa coalizione anti-Huthi sembra godere anche dell’appoggio statunitense. Una scelta di campo tutto sommato ovvia, ma di cui forse a Washington non sono chiare tutte le implicazioni politiche regionali.

Perché l’entrata diretta sul campo militare dell’Arabia Saudita e dei suoi alleati non potrà che aggravare le tensioni in tutta l’area del Levante e del Golfo. Per l’Iran è l’ennesimo segnale dell’inutilità degli sforzi del presidente moderato Hassan Rohani di "riagganciare" l’Arabia e allentare lo scontro settario. Il nuovo re saudita Salman appare, se possibile, ancor più ostile agli sciiti e agli iraniani del suo predecessore. Un’animosità che si traduce in una politica di scontro con conseguenze in ogni teatro geo-strategico. Innanzi tutto, in Siria e Iraq, dove i governi vicini all’Iran sono stati da sempre osteggiati dai sauditi e dove una coalizione mal assortita deve combattere il califfato terrorista dell’Is.

Come immaginare di ridurre lo scontro settario nel Levante – unica strada per combattere il jihadismo – in uno scenario di tale contrapposizione? Tanto più che nello Yemen al-Qaeda è molto forte e attiva contro i ribelli sciiti: vi è il pericolo reale che qualche attore regionale finisca con il ritenere le cellule qaediste il minore dei mali, con conseguenze molto pericolose per la lotta al jihad globale.
Ma sullo sfondo vi è anche il tormentato negoziato sul nucleare con l’Iran: un accordo sembra finalmente a portata di mano, nonostante le feroci resistenze dei rispettivi falchi.

Non è un mistero che nella regione siano in molti a tifare per un fallimento di queste trattative. L’Arabia Saudita è in prima fila nel tentativo di boicottare la possibile intesa, assieme alla destra israeliana del premier Netanyahu, che ha rivinto le elezioni cavalcando in modo populista le paure israeliane. E chissà che non vi sia chi spera proprio in una reazione spropositata iraniana nello Yemen che permetta di far saltare il tavolo nucleare. Insomma, quanto è in gioco nel Sud della penisola arabica è molto più di uno scontro tribale.

Friday 27 March 2015 07:34

Una pillola, troppi dubbi

Il dentifricio, i pannolini, le pastiglie per la gola, i fazzoletti di carta, il biberon. E l’anticoncezionale d’emergenza. È l’istantanea del bancone di una qualunque farmacia italiana se il verdetto dell’Agenzia del farmaco (Aifa) sulla "pillola dei cinque giorni" EllaOne dovesse diventare operativo. Eventualità probabile, a meno che il ministro della Salute Beatrice Lorenzin decida di attivarsi per tutelare la salute delle donne. Perché è di questo che si parla. Togliere la prescrizione medica prevista oggi per l’acquisto di EllaOne, pillola di cui non si conoscono gli effetti di un possibile abuso, basata su un principio attivo (ulipristal acetato) del quale non si può escludere l’azione antinidatoria sull’embrione, pare un azzardo difficilmente comprensibile, specie se si considera che per i contraccettivi tradizionali vige da sempre l’obbligo di ricetta. Pillole sì, EllaOne no? Eppure nessuno mette in dubbio il doveroso controllo medico sull’assunzione della comune "pillola", di cui sono arcinoti i possibili effetti avversi.

È dunque indispensabile che l’autorità di farmacovigilanza spieghi questa resa alle disposizioni dell’ente europeo (Ema) – con la sola eccezione delle minorenni – che aveva cancellato l’avvertenza sul potenziale abortivo della pillola dei cinque giorni ingiungendo all’Italia di metterla in vendita accanto al colluttorio e allo shampoo in quanto farmaco "d’emergenza".

L’Aifa dovrebbe anche chiarire perché ha ignorato il parere del più autorevole organismo consultivo per il governo della salute pubblica, quel Consiglio superiore di sanità che aveva appena suggerito al ministro di mantenere le regole attuali. Ma i punti oscuri non finiscono qui. Le disposizioni dell’Ema infatti erano state adottate con 21 voti a favore e 10 contrari, tra i quali anche i rappresentanti dell’Aifa che si erano concentrati sul «profilo della sicurezza del farmaco» lamentando la «mancanza di dati scientifici sufficienti per trarre conclusioni certe circa l’assenza di effetti fetotossici o teratogenetici», come aveva spiegato il 16 gennaio in Parlamento il rappresentante del Governo alludendo alle conseguenze nefaste su una gravidanza già in corso. E allora, perché mettere in commercio senza ricetta un farmaco sul gravano simili, gravi dubbi?

Friday 27 March 2015 07:31

L'abisso più fondo

​Se poi, fra qualche ora o qualche giorno, ci dicessero che il pilota che ha provocato volontariamente la sciagura era un seguace di un qualche integralismo assassino, la tragedia di Seynes-Les-Alpes ci apparirebbe, certo, molto più sinistra e drammatica per l’Occidente: ma, umanamente, meno incomprensibile. Perché sappiamo che le estreme derive del fanatismo politico e/o religioso producono morte e stragi; ma perfino i kamikaze agiscono pur sempre nella logica di una ricompensa, promessa nel loro "paradiso". Agiscono dentro una logica atroce, e tuttavia dentro una logica. Se invece, come assicurano gli inquirenti, Andreas Lubitz, cittadino tedesco, 28 anni, neo-pilota diplomato col massimo dei voti, non era un terrorista, allora ci troviamo di fronte al buio più insondabile.

Perché? Questa domanda ci si pianta davanti, ineludibile, come un treno deragliato sui binari di quella che, pur violenta, perfino criminale, chiamiamo tra noi "normalità" della vita. Follia, è la prima risposta che ci sale alle labbra. Un ragazzo che sogna fin da bambino di volare, che supera tutti gli esami con i voti migliori e ottiene perfino il "marchio" dell’ente americano che indica i piloti eccellenti. Agli occhi dei colleghi, mai un segno di squilibrio. Poi, repentina, la pazzia? Non è impossibile. Ci sono forme di psicosi che esordiscono di colpo, in soggetti spesso molto brillanti, cui mai nessuno attribuirebbe propositi suicidi. Ci sono casi di giovani che si ammazzano e lasciano attoniti gli amici, con cui ridevano la sera prima. Ci sono anche, sempre più diffuse, droghe che possono svegliare dalla latenza una psicosi, in persone predisposte. L’ipotesi follia non è dunque scartabile. Benché quel mattino, nel volo di andata, Lubitz fosse apparso normalissimo. E così al ritorno, fino a quando non è rimasto solo in cabina. Se follia, una follia lucida, che si controlla e non si tradisce.

Ma, come ha detto il magistrato inquirente, "in genere, chi si suicida lo fa da solo". E invece la mostruosità di questo apparente suicidio è che ha chiamato con sé altri 149 uomini. Com’ è possibile che il giovane pilota abbia guardato salire i suoi colleghi e 144 passeggeri, uno ad uno, e abbia visto le facce degli studenti di ritorno da una vacanza, e i neonati in braccio alle madri, e non si sia fermato? Aveva già deciso, forse, mentre salutava sorridendo i viaggiatori?

In realtà, nessuno degli straordinari computer che gestiscono la nostra vita quotidiana, e cui guardiamo con devota deferenza, è complicato e oscuro quanto può esserlo il cuore di un uomo. Di tutti gli abissi, il più profondo. Così che bisogna pur dire - se si scarta la follia - che decidere di portare con sé nella morte una moltitudine di uomini, sconosciuti e tuttavia appena guardati in faccia, è un atto che ha in sé il marchio di una pura, devastante ansia di annientamento.

Muoio io, sì, ma ne porto con me tanti. Muoio io, ma mi faccio padrone onnipotente delle vite degli altri. Come un dio, in fondo. Per odio a un mondo considerato ingiusto, o per rancore, o per chissà quale rabbia o vendetta? Un capriccioso dio del nulla, sotto la divisa di un giovane pilota.

E cosa devono essere stati, quei minuti, tra le grida del comandante impotente, e le montagne sempre più vicine. Nella scatola nera è rimasto il respiro di Lubitz, ma nemmeno una sua parola. Come non valesse la pena di pronunciarne una. Poi, nella registrazione si sentono le urla di quelli che hanno capito. Ma niente smuove quella mano dalla cloche. Davanti alla cabina ora si parano, immense, le Alpi innevate. Le cime candide e gli abissi, vertiginosi, nell’ombra.

"Quando guardi l’abisso, l’abisso ti guarda", scrisse Nietzsche, ma chissà se Andreas Lubitz lo aveva studiato. Se non è stata follia, c’è qualcosa, nel suo gesto, della sfida da superuomo. Decido io, della vita e della morte, per me, e per questa moltitudine ignara. Poi, lo schianto che squarcia il silenzio dell’alpe. E la misericordia di Dio, e non il nulla, sopra quegli uomini, quei ragazzi, quei bambini.

Thursday 26 March 2015

Confusione ad alto rischio

Era difficile concentrare in un solo testo di legge una sfilza così ampia di contraddizioni giuridiche e di incongruenze antropologiche come quelle raccolte dalla senatrice del Pd Monica Cirinnà nel disegno di legge che la Commissione Giustizia di Palazzo Madama ha adottato come testo base sulle «unioni civili». La notizia buona è che il testo, nelle prossime settimane, potrà essere seriamente emendato.
 
Quelle cattive sono tutte le altre. A cominciare dall’apertura alla cosiddetta «adozione interna» alla coppia, che rischierebbe di moltiplicare e confondere le figure genitoriali. Così che un bambino, con l’adozione da parte del genitore partner della coppia omosessuale, si troverebbe ad avere due madri o due padri legali. Esito programmaticamente tragico per la sua crescita equilibrata. Senza considerare che un’apertura così dissennata avrebbe, tra le altre conseguenze, anche quella di offrire praterie per pratiche inaccettabili come l’utero in affitto. E osano chiamarla una scelta coerente di civiltà...

Tartufesco, infine continuare a ripetere che si intende proporre un istituto giuridico «ben distinto» dal matrimonio, quando tutte le prerogative previste dalla legge per i coniugi vengono replicate nel ddl Cirinnà in modo implacabilmente automatico.

Come ciliegina su questa torta assolutamente indigesta c'è l’invenzione di un «titolo secondo» che riconosce alle convivenze – etero o omosessuali – alcuni diritti di base, peraltro già previsti dalla giurisprudenza ordinaria per le persone comunque conviventi. Insomma, un "simil-matrimonio" gay con contorno... Una forzatura spaccatutto, che una parte del Pd ha deciso di tentare, contando sulla sponda di settori di destra e di sinistra. Ma è un gioco di prestigio confuso e confusionario, davvero ad alto rischio. Per il futuro di tutti.

Thursday 26 March 2015 08:32

Lo schianto tra i lupi dell'Airbus: non siamo padroni di niente

Saliamo sui voli low cost con maggior disinvoltura di quella con cui i nostri genitori prendevano un treno. Costano poco, vanno ovunque. Il mondo non ci è mai stato tanto fra le mani: trenta euro, e vai a Londra o a Parigi. I nostri figli salgono su questi aerei senza nemmeno, all’apparenza, quel retropensiero che prendeva noi, ai primi voli; quell’inquietudine legata allo staccarsi da terra che sotterraneamente urta, in chi non ci è abituato, la nostra natura di animali terrestri.

Ma l’altra mattina a Barcellona quei liceali tedeschi, generazione low cost, saranno saliti scherzando fra loro, sereni. E se qualcuno avrà lanciato un’occhiata dentro la cabina dei piloti, al grande cruscotto costellato di pulsanti e spie, certo, si sarà detto, l’aereo è comunque il mezzo più sicuro: revisionato di continuo, monitorato da un computer di ultima generazione, i piloti addestrati a ogni emergenza. Insomma, in nessun luogo come su un aereo tutto è sotto controllo. 

Non sappiamo che cosa sia successo. Ci meraviglia, di quegli otto lunghi minuti di caduta, il silenzio: che né i piloti abbiano lanciato l’allarme, né uno dei passeggeri abbia potuto o saputo inviare, come avvenne sui voli dell’11 settembre, un ultimo sms. Forse non hanno capito, forse hanno perso i sensi? Nel tempo della comunicazione continua e ossessiva, il grosso aereo è stato ingoiato dal silenzio. Lo schianto atroce fra montagne impervie. E dagli elicotteri poi hanno scorto, sulle rocce scoscese, solo frammenti di lamiera, e brandelli di poveri irriconoscibili corpi.

La sera, ha scritto un cronista, grosse jeep cariche di legna si sono inerpicate per la ripida sterrata che conduce al luogo del disastro, seguite, a piedi, da cento uomini esperti della zona, armati di fucili. La legna, i fucili, per far cosa? I lupi. In quelle montagne girano branchi di lupi. E occorreva tenerli lontani dai resti delle vittime e, quindi, accendere grandi falò, come nelle notti di secoli e secoli fa; come al tempo delle caverne, il fuoco, a respingere i predatori. 

Ma, quegli apparecchi straordinari, quei sensori raffinati, quei computer infallibili? L’incrocio, sulle Alpi dell’Alta Provenza, fra la nostra tecnologia perfetta e i falò contro i branchi, come in evi antichi, ci smarrisce. Quasi nell’indicibile dubbio che, in verità, non siamo
padroni di niente.

Thursday 26 March 2015 08:09

Tutti abbiamo bisogno della misericordia di Dio

Il 13 marzo 2015, secondo anniversario della sua elezione a Sommo Pontefice, Francesco ha compiuto un gesto coraggioso e sorprendente: ha indetto l’”Anno Santo della Misericordia” (8 dicembre 2015 – 20 novembre 2016), “affinchè la Chiesa – ha detto – possa rendere più evidente la sua missione di essere testimone della misericordia di Dio”. Parole che richiamano quelle di Giovanni XXXIII l’11 ottobre 1962 quando apriva il Concilio Ecumenico Vaticano II, orientandolo in senso pastorale: “Oggi la sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece che imbracciare le armi del rigore… Così la Chiesa cattolica … vuole mostrarsi madre amorevolissima di tutti, benigna, mossa da misericordia e da bontà verso i figli da lei separati”. Papa Francesco non indice un altro Concilio, ma riforma la Chiesa e i fedeli in senso pastorale, missionario, con atti, gesti e parole caratterizzati dalla misericordia e condivisione verso i lontani, i non credenti, i più poveri in tutti i sensi. Anche Giovanni Paolo II ha sviluppato questo tema nella sua seconda enciclica “Dives in misericordia” (Dio è ricco di misericordia) e Papa Benedetto nell’ enciclica “Deus Caritas est” (Dio è Amore).

Con Papa Francesco, fin dall’inizio la misericordia di Dio è il tema centrale e fondamentale del suo Pontificato. Egli conosce bene l’Occidente cristiano e sa che ben più del 50% dei battezzati non vengono in chiesa, conducono vite lontane da Cristo e capisce che questo rifiuto della misericordia e del perdono di Dio ha imbarbarito le nostre società (oggi espressione massima è il “gender”), i nostri popoli ancora nominalmente cristiani. Ma Francesco crede nello Spirito Santo, “protagonista della missione della Chiesa” ed è convinto che se la Chiesa e i fedeli si convertono veramente a Cristo, lo Spirito può fare cose straordinarie, miracolose, come in altri popoli dove nasce la Chiesa. Nel novembre 2014, parlando al Consiglio delle Conferenze episcopali europee ha ricordato i mali che oggi feriscono l’Europa e la mettono in crisi, ma ha aggiunto che “l’Europa ha tante risorse per andare avanti…. E la risorsa più grande è la persona di Gesù. Europa, torna a Gesù! Questo è il lavoro dei pastori: predicare Gesù in queste ferite… Il Signore ha voglia di salvarci. Io ci credo. Questa è la nostra missione: predicare Gesù Cristo, senza vergogna. Lui è disposto ad aprire le porte del suo cuore, perché Lui manifesta la sua onnipotenza soprattutto nella misericordia e nel perdono…All’Europa ferita soltanto Gesù Cristo può dire oggi una parola di salvezza”.

Tutto il suo pontificato è impostato per riconvertire l’Occidente cristiano a Cristo, come indispensabile passo per annunziare Cristo a tutti gli uomini. Tant’è vero che ha affidato l’organizzazione del Giubileo della Misericordia al Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione. La fede di Papa Francesco è una fede “che sposta le montagne” come dev’essere anche la nostra. Lui sa che nulla è impossibile a Dio e noi dobbiamo sapere che l’Anno della Misericordia è anzitutto indetto per riportare i nostri popoli cristiani a Cristo, cioè ciascuno di noi all’amore e imitazione di Gesù Cristo.

Nell’Anno Santo della Misericordia, Francesco riprende i concetti e le espressioni che ha ripetuto tante volte in questi ultimi due anni: “Dio è buono, vuole bene a tutti e perdona sempre…Non si stanca mai di perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere perdono… Questo è il messaggio più forte del Signore: la misericordia… Se il Signore non perdonasse tutto, il mondo non esisterebbe… E’ la misericordia di Dio che cambia il mondo…La Chiesa accoglie tutti, non rifiuta nessuno”. Chi ha sperimentato nella sua vita la bontà, la tenerezza, la misericordia infinita di Dio, non può non comunicare agli altri questa sua esperienza che lo riempie di gioia.

Misericordia significa perdono, riconoscere le nostre debolezze e colpe e convertire la nostra vita a Cristo. Ecco il n. 10 della “Evangelii Gaudium”. rivolto a tutti noi che crediamo: “10. La proposta è vivere ad un livello superiore: la vita si rafforza donandola e s’indebolisce nell’isolamento e nell’agio. Di fatto, coloro che sfruttano di più le possibilità della vita sono quelli che lasciano la riva sicura e si appassionano alla missione di comunicare la vita agli altri. Quando la Chiesa chiama all’impegno evangelizzatore, non fa altro che indicare ai cristiani il vero dinamismo della realizzazione personale. Qui scopriamo un’altra legge profonda della realtà: la vita cresce e matura nella misura in cui la doniamo per la vita degli altri. La missione, alla fin fine, è questo. […] Possa il mondo del nostro tempo –che cerca ora nell’angoscia, ora nella speranza – ricevere la Buona Novella non da evangelizzatori tristi e scoraggiati, impazienti e ansiosi, ma da ministri del Vangelo la cui vita irradii fervore, che abbiano per primi ricevuto in loro la gioia del Cristo ”.

Francesco è convinto che se l’Occidente ritorna a Cristo, solo così si evangelizza il mondo dei non cristiani. Anche le brevi omelie di Santa Marta sono orientate, giorno per giorno, ad indicare i passi per convertirsi a Gesù e ad una vita secondo il suo Vangelo. Così ha detto per i problemi della famiglia e durante il Sinodo beatificherà diverse famiglie del nostro tempo che si sono santificate pur in situazioni molto difficili.

Temo che questo appello della personale conversione a Dio che perdona e al Vangelo che cì propone il modello della vita cristiana, non venga colto dall’opinione pubblica. I mass media, in genere, leggono le parole e gli atti di Francesco in modo diciamo “laico”, dove non c’è posto per temi come peccato, conversione a Cristo, confessione delle proprie colpe; danno ai suoi atti un significato sociale-politico che non coglie il centro del pontificato di Francesco. Ci si chiede se Francesco è un conservatore o un progressista e non si capisce che questi termini non hanno senso nel giudicare il Papa. Francesco è un uomo peccatore, come tutti noi, innamorato di Gesù Cristo, perchè ha sperimentato nella sua vita la bontà e misericordia infinita del Padre. E chiama tutti a cambiare vita per diventare veri cristiani, cioè innamorati di Gesù e simili a Lui nella nostra vita..

Nella Lettera Apostolica ai Consacrati (21 novembre 2014) si legge: “La domanda che siamo chiamati a rivolgerci in questo Anno è se e come anche noi ci lasciamo interpellare dal Vangelo; è se esso è davvero il vademecum per la vita di ogni giorno e per le scelte che siamo chiamati ad operare. Esso è esigente e chiede di essere vissuto con radicalità e sincerità. Non basta leggerlo, non basta meditarlo, Gesù ci chiede di attuarlo, di vivere le sue parole”.

Piero Gheddo

26 maggio 2015

 

Wednesday 25 March 2015

La gengiva, la lotta, la sorpresa

Dentista. Estrazione di un molare, aroma di disinfettante, quintessenza olfattiva della tensione anestetica dell’occidente dalla chimica dolciastra e accattivante, gorgoglìo dell’aspiratore, il sibilo del trapano e il lavoro corposo delle pinze che colpo dopo colpo minano le resistenze di relitti odontoiatrici. Il suono di un corpo che cade nella ceramica bianca del piccolo minimale lavabo a fianco della sedia dallo scarico cromato e discreto, quasi a dissimulare la sua esistenza. Il corpo caduto è il mio dente con qualcosa in più: un lembo di gengiva che non si è rassegnato al distacco dal suo vicino.

Cerco tra le reazioni istintive… fastidio, rabbia, insofferenza, riflessioni sulla urgenza della igiene dentaria, anche un minimo di disgusto e cosi via. Ma nulla. Sono attraversato (non senza qualche resistenza) da qualcosa di inaspettato: un senso di profonda tenerezza. Quel minimo frammento di gengiva mi ha generato tenerezza, sorprendendo me per primo. Questa piccola carne così inerme e così vera, attraverso cui posso esistere e tentare l’eternità.

Ho avuto la forte percezione di una integrità del corpo non interrotta, a dispetto dell’apparenza. La integrità del corpo che non è la sua integrità “geometrica” ma la comunione che attraverso la carne si riesce ad avere con la realtà. Quel lembo di gengiva non era integrità interrotta ma veicolo attivo di una integrità di relazione. Ho realizzato che non sono stato mai in contatto con quella carne come quando la ho vista nella ceramica minimal-asettica del dentista. Quella carne era me e al tempo stesso non era solo me. Quella carne, strumento e sostanza. Punto di contatto e divisione, mezzo di incontro e di separazione. Strumento di coscienza. O forse soggetto di coscienza. E immediatamente mi è apparsa chiara la inversione e perversione che pratichiamo nell’involucro del nostro quotidiano grossolano e indurito.

Sembra follia la tenerezza per la propria carne macerata costantemente alle fatiche dei giorni, la tenerezza per la sofferenza che sembra nemica e invece è lì attaccata alle ultime radici della nostra vitalità, la follia della tenerezza infine per noi stessi. Nessuno insegna questo: la tenerezza per la carne. Ci insegnano la brama, la lotta, la contrapposizione, il rifiuto, l’opposizione e a guardare bene tutto quello che si insegna si riconduce la maggior parte delle volte all’oggetto di quella grande domanda in “Jesus Christ Superstar” che recita“why are you obsessed with fighting”. Quel fighting a cui siamo cosi saldamente avvinghiati non sposta di un millimetro la nostra condizione, e nessuno si sogna di insegnare veramente il possibile ribaltamento della questione.  Perché l’idea della lotta, o almeno quella idea della lotta che era di Giuda come degli oppositori di Gandhi, è confortante, ed è un potente succedaneo alla completezza dell’esistenza.

Per poter accedere al significato di pietà, misericordia, umanità,  e tanti bei valori troppo spesso etichetta vuota di un perbenismo di maniera, o di una religiosità di facciata è necessario sentire altro. Questo sorprendente senso di tenerezza per quella porzione di gengiva mi ha fatto intravedere una strada differente.

 L’azzardo di provare per quel brandello di carne la tenerezza, di provare tenerezza e non opposizione e guerra per il dolore proprio e dell’altro, fa paura, è come un salto nel vuoto senza rete, ma potrebbe segnare una via di  riconciliazione. Entrare nel viaggio piuttosto che rifiutarlo significa una completa rivoluzione di prospettiva. E a dispetto di quel che potrebbe sembrare molto più aderente alla realtà del costante rifiuto di ciò che siamo.  Quella tenerezza non assomigliava a nulla di nostalgico o sentimentale, assomigliava invece a immedesimazione, condivisione, affidamento. E anche accettazione, non passività, ma attesa dell’oltre per cui l’accettazione può rappresentare una potente scorciatoia.

Se sparisce l’opposizione e la schiavitù dall’impossibile pareggio dei conti, l’oltre si mostra immediatamente presente visibile, tangibile esperibile. Come la metamorfosi incredibile di quel piccolo frammento di carne. Tutto questo è stata una sorpresa, inaspettata, un incontro. E ho subito pensato che incontro forse è proprio questo: non le meccaniche relazionali e gli studi comportamentali per apparire “social” e acquisire consensi in stile auditel. Incontro è rientrare nella carne. In molte forme di ricerca mistica molto spesso cannibalizzate dal radical chic “illuminato” e modaiolo, si usa dire  che si “esce dal corpo”. Che uscire dal corpo è condizione e viatico per la trascendenza. Io dico che invece la strada è entrare nel corpo, incontrare la carne, amare quella carne anche quando sembra che tutto faccia per farsi detestare. Ma non è una operazione di ragionamento o di sillogismo. E’… un incontro. E l’incontro non si può progettare. Ci si può solo predisporre. Perché l’incontro è dono, sorpresa, svolta. Uscito dal dentista, la sensazione forte di essere fatti di una unità che nulla, neanche il bisturi può interrompere.

Raul Gabriel

Tuesday 24 March 2015

Sulla Cina i cardinali duellano, ma i mandarini comandano il gioco

"Nessun accordo è meglio che un cattivo accordo", dice Zen, criticando il segretario di Stato Parolin. Il papa tace. E Shanghai continua a restare senza il suo vescovo, da tre anni agli arresti

Sunday 22 March 2015

GUCCINI, PAPA BERGOGLIO ED IO

Caro Francesco Guccini,

già a 16 anni amavo le tue canzoni (e il tuo poetare “di-vino”) e mi fa un po’ ridere scoprire che ti sei messo a parlare di me in tv, perché in fondo mi penso sempre come il figlio di un minatore delle colline senesi.

Tu nel ’74 eri già un mito (disgraziatamente di sinistra) quando io imparavo la fede cattolica e il disgusto del comunismo da mio padre che era un fiero militante democristiano, che aveva rischiato grosso prima con i rastrellamenti dei tedeschi, poi con le elezioni del 1948 ed era scampato in miniera agli scoppi di grisù (lui ebbe “solo” una mano tranciata).

Ed oggi eccoti sulla tv dei vescovi che mi impartisci lezioni di “francescomania” (dove Francesco sta per papa Bergoglio e non per Guccini o per Totti).

LO ZUAVO

Mi fa tenerezza vedere con quanto imbarazzo ti fai vestire da zuavo pontificio, tu che cantavi

“Venite gente vuota, facciamola finita,

voi preti che vendete a tutti un’altra vita;

se c’è, come voi dite, un Dio nell’infinito,

guardatevi nel cuore, l’avete già tradito”.

Proprio nei giorni in cui si scopre la storia tragicomica delle musicassette degli Inti Illimani e di Guccini ascoltate dai brigatisti rossi nei tristi anni Settanta, qualcuno ti vorrebbe – tu, ironico cantastorie d’Appennino – come gentiluomo di Sua Santità.

Cito dalla “Stampa” il resoconto di quell’intervista:

Guccini ribadisce a Tv2000 di non essere ‘mai stato un anticlericale militante’, anche se rivela, a proposito di Francesco, di non avere ‘simpatie per quelle gerarchie ecclesiastiche che lo stanno contrastando. Non capisco neppure il perché addirittura dell’astio’ di alcuni (cita il giornalista e scrittore Antonio Socci) che ‘hanno una visione diversa della Chiesa e del Papa’. Forse, perché, ‘sta rivoluzionando. Dicono che sia una rivoluzione apparente, ma invece credo sia vera e sentita, la sua non è un’operazione furba’ ”.

Intanto le “gerarchie ecclesiastiche” di cui tu parli sono proprio quelle che hanno “vestito di bianco” il cardinal Bergoglio, quelle che oggi lo acclamano, mostrando un duro cipiglio inquisitoriale verso i pochi temerari che osano esprimere qualche perplessità (per me poi c’è già un marchio d’infamia).

Mi spiace sentire che pure tu ti unisci alla reprimenda della Corte contro i rarissimi dissidenti.

In secondo luogo io non ho affatto una “mia” idea del papa e della Chiesa, ma ho semplicemente ricordato l’“idea” di Colui che tu chiami “Cristo la tigre”, Colui che ha istituito la Chiesa e il papato: l’idea che si trova espressa in duemila anni di magistero e che nessuno – nemmeno questo papa – ha il potere di “rivoluzionare”.

Infine, da giornalista, ho segnalato che le procedure seguite al Conclave del 2013 violano le norme e quindi potrebbero aver prodotto un’elezione nulla.

Nell’intervista tu dici: “adesso è nata questa polemica su questo libro che Socci ha scritto; non riesco a capire il perché di questo astio nei confronti del papa”.

Mi piacerebbe sapere se il libro lo hai davero letto, caro Guccini. Parliamone attorno a un bicchier di vino. Ma sentimenti come l’astio appartengono all’album di famiglia delle ideologie (come sai) non al mio.

PAPOLATRIA E LIBERTA’

Io sono semplicemente fedele al cristianesimo che mi è stato insegnato, quello di sempre, quello dei martiri, dei santi, dei nostri avi e dei grandi artisti come il tuo Wiligelmo o Lanfranco o l’Antelami. E per questo ogni giorno, a messa, prego – e offro i pesi che sopporto – per papa Bergoglio.

Questa è un’epoca scristianizzata, ma clericale. Molti credono che essere cattolici significhi praticare una sorta di culto della personalità papale. E molti laici sono ancor più zelanti nella papolatria.

Ma in realtà diventando cristiani ci si scopre uomini liberi e si assapora quella libertà dei figli di Dio che il mondo neanche immagina. Anche libertà dalla corte pontificia.

Nel Medioevo fior di santi ci hanno testimoniato questa libertà, da san Pier Damiani a san Bernardo di Chiaravalle, da san Bruno a santa Caterina e santa Brigida: si rivolgevano ai papi del loro tempo (e alla loro Corte) con parole che a noi scandalizzerebbero.

Dante colloca molti papi nell’Inferno e su quello vivente, Bonifacio VIII, che accusa di simonia, fa dire a san Pietro parole terrificanti:

“Quelli ch’usurpa in terra il luogo mio,

il luogo mio, il luogo mio, che vaca

ne la presenza del Figliuol di Dio,

fatt’ ha del cimitero mio cloaca

del sangue e de la puzza; onde ‘l perverso

che cadde di qua sù, là giù si placa”

(Par. XXVII, 22-27).

I medievali sapevano distinguere l’uomo dall’ufficio e potevano fulminare l’uomo con parole di fuoco, ma rispettando profondamente l’ufficio di Pietro.

Io non userei mai quelle tremende espressioni, ma noto che il poema dantesco è stato esaltato dalla Chiesa come scrigno di teologia cattolica. Questa è la libertà dei figli di Dio.

SOMARELLI

Tu dunque ti dici grande ammiratore di papa Francesco e ciò mi rallegra. Poi aggiungi che sei non credente, agnostico come tanti e non riesco a pensare che il papa possa gioirne.

Un cristiano non è felice di essere preferito a Cristo. Noi cristiani siamo tutti come l’asino su cui Gesù fece l’ingresso messianico a Gerusalemme.

Nessun ciuchino può credere che gli “osanna” siano rivolti a lui: sono per il “Re umile” di Nazaret. E se qualcuno – come oggi accade – rimanesse affascinato da noi somarelli, anziché da Lui, “il più bello fra i figli dell’uomo”, gli chiederemmo di aprire gli occhi, la mente e il cuore perché sta prendendo un abbaglio.

Sulla fede tu hai un’idea sbagliata, quasi che si nascesse credenti o atei, come si nasce alti o bassi per natura. Ma non è così. La fede è un’esperienza per tutti ed è la festa della ragione.

Tu affermi: “Io non sono ateo, ma sono agnostico. L’agnostico è più inquieto, non dice ‘Dio non c’è’, ma piuttosto ‘boh’ ”.

Certo, si può dire “boh” di fronte a una notizia, ma se è una notizia che ci riguarda, che riguarda ciò che abbiamo di più prezioso, è razionale e umano andare a verificarla: perché se è vera cambia tutta la vita.

L’ISOLA NON TROVATA

Una tua canzone dice:

“Ma bella più di tutte

l’isola non trovata…

Il Re di Spagna fece vela

cercando l’isola incantata,

però quell’ isola non c’era

e mai nessuno l’ha trovata:

svanì di prua dalla galea

come un’ idea,

come una splendida utopia,

è andata via e non tornerà mai più…”.

Ricevere l’annuncio cristiano è come essere raggiunti dalla notizia della scoperta di quell’isola che è il senso della vita.

L’atteggiamento razionale è quello di chi vuol capire e verificare, ascolta i testimoni, guarda le immagini di quel mondo, infine parte e va a vedere quella nuova terra di persona.

E’ esattamente quello che Gesù chiede fin dall’inizio del Vangelo: “Vieni e vedi”. Ciò che la Chiesa ha anche tradotto così: “credi per capire”, “coinvolgiti in una vita per toccare con mano”.

Mi pare irrazionale chi, pregiudizialmente, decreta che non è possibile che ci sia quell’isola e si copre gli occhi per non vedere e si tappa le orecchie per non sentire i testimoni e si rifiuta di partire. E dice “boh”, sprofondando in un triste scetticismo.

Eppure è la terra che ci era sempre stata promessa, quella che da sempre avevamo desiderato e cercato con tutto il cuore.

La nostra barca non può restare in porto con le vele arrotolate come nella poesia di Edgar Lee Masters.

Proprio tu, caro Guccini, con le tue canzoni, così intrise di Leopardi e di Gozzano, ci hai risvegliato la nostalgia di quell’isola, hai fatto innamorare la mia generazione delle vere, grandi domande della vita che urgevano nel cuore, sotto la coltre delle ideologie.

Per questo a 18 anni, al liceo, io scrissi il mio primo volantino, firmato “Comunione e liberazione”, tutto con brani delle tue canzoni.

Sorridendo dico che sei stato il mio Virgilio: “Facesti come quei che va di notte,/ che porta il lume dietro e sé non giova,/ ma dopo sé fa le persone dotte” (Pg XXII, 67-69).

Ecco perché mi stringe il cuore quel tuo “boh”. Non è alla tua altezza. Tu sei di più.

 

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 22 marzo 2015-03-22

Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

Friday 20 March 2015

Borsino del sinodo. Giù Kasper, su Caffarra

Anche papa Francesco prende le distanze dal primo e si accosta al secondo. E si tiene caro il cardinale Müller. E promuove l'africano Sarah. Tutti intransigenti difensori della dottrina cattolica del matrimonio

Wednesday 18 March 2015

Ora il Vaticano DEVE smentire Scalfari

L’ha rifatto. E’ chiaro che Eugenio Scalfari ha una curiosità speciale (forse anche una certa inquietudine) per il nostro destino eterno.

Domenica scorsa, 15 marzo, nel suo editoriale su Repubblica, il “fondatore” ha di nuovo attribuito a papa Francesco, di cui è amico, confidente e intervistatore, delle tesi imbarazzanti e a dir poco esplosive.

Ecco cosa scrive Scalfari:

“Chi ha avuto il dono di conoscere papa Francesco sa che l’egoismo è il nemico più pericoloso per la nostra specie. (…) Se l’egoismo soverchia e soffoca l’amore per gli altri, offusca la scintilla divina che è dentro di lui e si autocondanna. Che cosa accade a quell’anima spenta? Sarà punita? E come? La riposta di Francesco è netta e chiara: non c’è punizione ma l’annullamento di quell’anima. Tutte le altre partecipano alla beatitudine di vivere in presenza del Padre. Le anime annullate non fanno parte di quel convito, con la morte del corpo il loro percorso è finito”.

Aveva già scritto la stessa cosa in un altro editoriale uscito su Repubblica il 21 settembre 2014:

Il Papa ritiene che, se l’anima d’una persona si chiude in se stessa e cessa d’interessarsi agli altri, quell’anima non sprigiona più alcuna forza e muore. Muore prima che muoia il corpo, come anima cessa di esistere. La dottrina tradizionale insegnava che l’anima è immortale. Se muore nel peccato lo sconterà dopo la morte del corpo. Ma per Francesco evidentemente non è così. Non c’è un inferno e neppure un purgatorio”.

Questa teoria non nega solo un pilastro fondamentale della fede cattolica, l’immortalità dell’anima (di tutte le anime), ma nega anche un altro cardine della stessa fede, ovvero la concreta possibilità delle pene eterne dell’Inferno di cui Gesù stesso parla molte volte e assai chiaramente nel Vangelo (“poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno” Mt 25,40; “là sarà pianto e stridor di denti” Mt 8, 12).

Scalfari in pratica è tornato ad attribuire al papa una tesi che nega ben due dogmi, cosa gravissima che – se fosse stata davvero formulata da Bergoglio – avrebbe conseguenze colossali.

Siccome il fondatore di Repubblica non è un pinco pallino qualunque, siccome si vanta di essere amico e confidente di papa Bergoglio e da lui è stato ripetutamente accreditato, essendo stato ricevuto per lunghi colloqui, pubblicati come interviste, è doveroso da parte del Vaticano, in una qualsiasi forma, smentire le eresie che vengono attribuite al papa.

Infatti io non voglio credere che Bergoglio pensi questo. Però sarebbe il caso di affermarlo con chiarezza, smentendo Scalfari.

Perché un giornalista così importante e accreditato dal papa che scrive attribuendogli ripetutamente tesi eterodosse crea scandalo fra i fedeli e deve avere una chiara e definitiva smentita.

In caso contrario resterà quantomeno il dubbio che in Vaticano si voglia deliberatamente usare un doppio registro, lasciando temerariamente che circolino all’esterno della Chiesa certe dottrine e idee attribuite al Papa.

Ma spero che nessuno voglia essere annoverato fra coloro che scandalizzano i semplici, considerate le parole che Gesù pronuncia a loro riguardo…

 

Antonio Socci

Tuesday 17 March 2015

Newman-Ratzinger. Il pensiero cristiano secondo Rigobello

C’è molto della visuale interpretativa sulle domande radicali di senso sulla vita e sulle cose ultime di Paul Ricoeur e di Emmanuel Lévinas nell’ultimo saggio del filosofo Armando Rigobello. Un libro che rappresenta soprattutto un bilancio e una sintesi per il filosofo cattolico, classe 1924, sui suoi tanti studi dedicati nel corso della sua lunga vita accademica: da Mounier ad Kant, da Bergson al suo antico maestro Luigi Stefanini. Un piccolo volume che ci permette soprattutto di ripercorrere i temi cruciali della filosofia del Novecento: di quella che Rigobello chiama «l’età ermeneutica della ragione»: dalla sofferenza nel mondo al male, dalla schiavitù alla morte. Il filosofo conferma in questo saggio una verità spesso ribadita in precedenza: il differente percorso tra il mondo dell’ermeneutica e quello della fenomenologia.

Rigobello non dimentica, nel suo articolato ragionamento, il difficile rapporto a volte spesso conflittuale tra filosofia e scienza e indirettamente tra fede e ragione; tanti, a questo proposito, i rimandi di Rigobello a Gadamer per il suo “metodo ermeneutico” e ovviamente a Popper per la filosofia della scienza. L’autore indica però una strada di uscita a tutto questo: ripartire idealmente dal discorso di Ratisbona di Benedetto XVI del 2006. «L’“ampliamento della ragione” di cui parla Benedetto XVI – scrive – potrebbe essere quindi il ritorno a una nozione “forte” di ragione, che non si isoli nell’analitica del fenomeno, ma colga la dialettica che muove la stessa ricerca analitica». Rigobello si affida al grande teologo bavarese Ratzinger per trovare quindi, grazie a un “allargamento della ragione”, un fecondo e possibile dialogo tra la fede, la cultura e la scienza.

L’anziano professore di filosofia morale nelle pagine conclusive del suo saggio ripercorre, quasi in una galleria ideale, i pensatori che più hanno inciso sulla sua personalità di accademico da Gadamer a Marcel a Vico all’importanza di recuperare i principi più attuali dell’intuizione intellettiva di san Tommaso. Ma è al professore di Oxford, ex anglicano e poi sacerdote oratoriano e cardinale Newman, e alla sua Grammatica dell’assenso, che sono dedicate le ultime pagine di questo saggio.

Rigobello individua in questo pensatore di razza e padre nobile del “primato della coscienza” il punto di snodo per riscoprire la modernità del pensiero cristiano e vedere in lui il più autentico anticipatore di una «cultura cattolica aperta».

Filippo Rizzi – Avvenire, 5 marzo 2015

Tuesday 17 March 2015 09:03

Sono repellente, dunque vero cattolico

Leggendo certa produzione di siti web e di certi blog dichiaratamente cattolici si ha l’impressione che l’unica cartina di tornasole, l’unico autentico criterio di verità riconosciuto come tale sia l’antipatia che il «mondo» nutre verso certe loro prese di posizione.

Quanto più sono antipatici, sarcastici, quando più bacchettano, ramazzano o bastonano (verbalmente), tanto più si sentono «veri cattolici». Quanto più strapazzano il mondo ma anche quanto più scherniscono i fratelli nella fede rei di non pensarla esattamente come loro, tanto più si sentono dalla parte giusta, «cattolici» in servizio permanente effettivo. Per esistere, hanno bisogno del nemico.

È la riduzione del cristianesimo a idealismo religioso, a sistema di idee vere a priori, da usare come una clava verso gli altri. Si considerano l’unica elíte che sa come funziona il mondo, che gliele sa cantare, che si sente nel giusto e giustificata. Si ritengono veri cattolici, veri apologeti, perché pronunciano giudizi che sprizzano odio ad intra e ad extra, e risultano repellenti. Peraltro, questo è l’esatto contrario della dinamica che leggiamo nei Vangeli: Gesù i peccatori li attirava.

Don Giovanni Battista Montini consigliava ai suoi figli spirituali nella Fuci di guardare al mondo «come a un campo di messe e non come a un abisso di perdizione». Il mondo rimane il mondo, ciò che cambia il modo con cui lo si guarda. Come a tutti noi, forse anche a questi «guerrieri della fede» che si infastidiscono anche soltanto a sentir parlare di misericordia, farebbe bene ricordare che «Dio esiste, ma non sei tu».

Tuesday 17 March 2015 04:00

Diario Vaticano / Il passo doppio del papa argentino

Perfettamente aderente alla tradizione quando parla di aborto, divorzio, omosessualità. Ma anche aperto a cambiamenti nella dottrina e nella prassi. Un'antologia che accresce il mistero

Monday 16 March 2015

Papa Francesco: “Gli anziani sono una ricchezza”

Nell’udienza generale del 4 marzo scorso, Papa Francesco ha parlato a lungo degli anziani e ha detto: “Gli anziani sono una ricchezza. Una civiltà si giudica dal come tratta gli anziani… andrà avanti se saprà rispettare la saggezza degli anziani. Una civiltà in cui non c’è posto per gli anziani, porta con sé il virus della morte”. Io ormai appartengo alla “terza o quarta età” e ho anche la fortuna di poter scrivere,.. Lasciatemi dire tre esperienze della mia vita.

A Tronzano vercellese, una domenica del marzo 1929, mentre a mezzogiorno rintoccavano le campane dell’Angelus, la maestra Rosa Franzi, moglie del geometra Giovanni Gheddo, dava alla luce il suo primogenito, Piero. Non è una notizia da internet, ma la comunico per condividere con gli amici lettori i sentimenti di un uomo che, sentendosi ancora giovane, compie 86 anni ritenendosi fortunato. Per tre motivi:

1) perché mamma e papà, e poi tutta la nostra “grande famiglia”, mi hanno trasmesso la fede e con i loro esempi lo spirito e la vita cristiana; ho poi scoperto il valore salvifico della fede in Gesù Cristo, unico Salvatore dell’uomo e dell’umanità: la fede cambia il cuore, cambia la vita, comunica la gioia di vivere, anche nelle situazioni più difficili e dolorose; insomma, se la fede è autentica e porta all’imitazione di Gesù, diventa davvero il motore della vita umana. Perché Gesù Cristo è l’uomo nuovo secondo la volontà di Dio, che realizza tutte le aspirazioni umane e dell’umanità.

Nel 1985 sono stato la prima volta in Giappone e mi è capitato di visitare la sede centrale della “Soka Gakkai”, una setta derivata dal buddismo che pare abbia un buon seguito anche in Italia, con l’arcivescovo di Milano card. Carlo Maria Martini, il suo segretario e il mio confratello padre Pino Cazzaniga, allora in Giappone da circa vent’anni. La maestosa e imponente sede centrale della “Soka Gakkai” (che significa “Società creatrice di valori”), espressione del buddismo moderno, è una specie di Vaticano molto esteso con palazzi, giardini, case di abitazione, strutture per lo studio, la riflessione, gli incontri di massa. Tutto ricco e moderno, direi impressionante. I due dirigenti che accolgono e accompagnano il cardinale spiegano cosa è la Soka Gakkai ed esprimono concetti in gran parte condivisibili. Ma al termine della visita il card. Martini ci diceva: “Il buddismo è interessante come tutto il mondo non cristiano al quale le missioni cattoliche annunziano Cristo, ma la sfida al cristianesimo e alla Chiesa cattolica si gioca soprattutto di fronte alla secolarizzazione, al relativismo, individualismo e ateismo consumistico della modernità. Tutti i popoli cercano Dio e anche i giapponesi, come gli altri popoli, faranno scelte come noi occidentali: saranno atei o cristiani”. Noi che abbiamo ricevuto la fede in Gesù Cristo, la nostra vita ha uno scopo preciso,. impegnamoci a mantenerla con la preghiera e l’aiuto di Dio, perché è l’unica e vera ricchezza che abbiamo.

2) Mi ritengo un uomo fortunato perché, quando i miei genitori si sono sposati nel 1928, hanno pregato per avere tanti figli (papà diceva che ne volevano 12) e che almeno un figlio si facesse prete e una figlia suora; che poi non è venuta perchè mamma Rosetta, dopo tre figli maschi (Piero, Francesco e Mario), è morta nel 1934 di polmonite e di parto: con i due gemellini di cinque mesi che in un paese, a quel tempo, non potevano essere salvati. Dio mi ha chiamato fin da bambino e lo ricordo bene. Quando avevo 8-9 anni, a chi mi chiedeva cosa farò da grande rispondevo deciso: il prete! Gli adulti si stupivano, ma non ho mai avuto altra aspirazione nella vita e ne ringrazio Dio e i genitori. Oggi, a 86 anni e 62 di sacerdozio, posso dire che è bello fare il prete e quando mi capita dico ai ragazzi, ai giovani: se Dio ti chiama, non dirgli di no. Devi rinunziare a te stesso e darti tutto a lui. E ne ricevi in cambio la vita eterna e cento volte tanto tutto quello che hai lasciato per seguire il Signore.

Perché è bello fare il prete? Perché sei nella condizione migliore per innamorarti di Gesù. Non hai più problemi di carriera, di soldi, diciamo anche di salute e di età che avanza: il prete non va mai in pensione, si sente sempre utile a tanti che cercano Dio. La fede non è solo intellettuale, è passione, innamoramento per Gesù Cristo e la Chiesa, per le persone che incontri alle quali porti la maggior ricchezza che abbiamo: la fede! Quanti santi preti ho incontrato nella mia vita,che mi hanno aiutato a superare le mie passioni, le mie crisi e le mie sofferenze, perché quando sbagli e cadi nel peccato, il Signore ti fa sentire la sofferenza di essere lontano da Dio e ti perdona!

Un esempio. Una delle peggiori crisi della mia vita è stata quando, nel 1994, dopo 40 anni di giornalismo missionario a Milano, il superiore generale del Pime, padre Franco Cagnasso, mi ha chiamato a Roma per scrivere la storia del Pime, che nel 2000 compiva 150 anni dalla fondazione. Cioè abbandonare Milano (le riviste, i viaggi, la rubrica di spiegare il Vangelo in Tv che avevo in Rai Uno, ecc.) per andare a chiudermi in un Archivio a Roma! La richiesta del superiore, anche ai miei amici giornalisti, pareva un assurdo e ho avuto la forte tentazione di rispondere di no. Mi svegliavo di notte, mi son venuti un po’ di capelli bianchi e mi sono confidato col mio confessore, che mi ha detto deciso: “Ai superiori bisogna obbedire sempre”. Poco dopo sono andato in Birmania, invitato dal vescovo mons. Abramo Than che voleva iniziare la Causa di beatificazione di padre Clemente Vismara e ho scoperto che anche lui aveva avuto una forte crisi per lo stesso motivo: nel 1955, dopo 32 anni di missione a Monglin, dove partendo da zero aveva fondato una cittadella cristiana e decine di villaggi di battezzati, il vescovo di Kengtung, mons. Ferdinando Guercilena, gli chiedeva di andare a Mong Ping, per ricostruire una missione partendo ancora quasi da zero. In una lettera al fratello esprimeva tutta la sua sofferenza e scriveva: “Però debbo obbedire, perchè capisco che se faccio di testa mia, sbaglio”. Questo mi ha convinto e ho poi sperimentato che iniziare un lavoro nuovo a 65 anni è stata la mia fortuna, sono ringiovanito!

3) Mi ritengo un uomo fortunato per un terzo motivo. Durante l’ultima guerra mondiale (1940-1945), facevo le cinque classi del ginnasio nel seminario diocesano di Vercelli a Moncrivello. Attraverso le riviste missionarie (e le lettere di padre Vismara), ho scoperto le missioni. Dio mi ha chiamato a portare il Vangelo di Gesù a tutti i popoli della terra. Nel settembre 1945 sono venuto al Pime di Milano e ordinato sacerdote nel 1953 dal Beato Card. Ildefonso Schuster.. Ho poi visitato poco meno di 100 paesi nel Sud del mondo, incrociando guerre, terremoti, pericoli di vita (in Vietnam, Angola, Uganda, Somalia, Ruanda); ho sofferto la fame e la sete, dormito in capanne africane e indiane, con i topi che mi saltavano sulla brandina; ho passato una notte da solo in foresta, chiuso nell’auto e circondato da animali feroci che si strusciavano contro quel mostro di ferro, immobile perché le ruote della pesante Bentley erano affondate nella sabbia e il mio taxista africano era corso in un villaggio vicino, ritornando però il mattino dopo con una decina di uomini.

La mia vita è stata un’avventura che ho vissuto con passione, tante rinunzie ma anche soddisfazioni perché ho visto dove e come nasce la Chiesa, con le meraviglie dello Spirito Santo come negli Atti degli Apostoli. Mi sono reso conto della verità di quanto diceva la grande Madre Teresa: “I popoli hanno fame di pane e di giustizia, ma soprattutto hanno fame e sete di Gesù Cristo”. E aggiungeva: “La più grande disgrazia dell’India è di non conoscere Cristo”. Giornali e televisioni non lo dicono, ma questa è la verità: il più grande dono che possiamo fare ai popoli e l’annunzio della salvezza in Cristo e di testimoniarlo nella nostra vita. Ecco perchè sono pieno di gioia: mi sento utile agli uomini perchè ho scelto di testimoniare e annunziare Gesù Cristo, di cui tutti hanno bisogno.

Quando ero giovane, chiedevo a Dio di darmi l’entusiasmo per la vocazione sacerdotale e missionaria, e il dono della commozione fino alle lacrime quando parlavo o scrivevo del sacerdozio, della missione, della vocazione alla vita consacrata. Adesso sono ormai nella terza età e chiedo a Dio di non far diminuire in me la passione per il Regno di Dio che ho sperimentato fino ad oggi.

Sono pienamente d’accordo con don Primo Mazzolari, l’indimenticabile “tromba d’argento dello Spirito Santo nella pianura padana” (così Giovanni XXIII), che ha scritto: “Se io non porto Cristo agli uomini sono un prete fallito. Posso fare molte cose buone nella vita, ma l’unica veramente indispensabile nella mia missione di prete è questa, comunicare il Salvatore agli uomini, che hanno fame e sete di Lui”.

16 marzo 2015

 

Monday 16 March 2015 10:34

Cattolici, la forza di essere Glocal

La Chiesa cattolica nell’età globale e secolare. José Casanova, uno dei massimi studiosi di sociologia della religione, docente presso il dipartimento di Sociologia presso la Georgetown University, è uno specialista del pluralismo religioso. Nel suo lavoro più noto, Religioni pubbliche nel mondo moderno (1994), aveva trattato il ruolo delle religioni. «Bisogna accettare che la nostra età è un’età di multi-opzione religiosa e secolare insieme», ha affermato ieri nel suo intervento per il convegno “Renewing the church in a secular age”, svoltosi all’Università Gregoriana.

Professore, la Chiesa cattolica è per sua natura universale, quindi globale: proprio perché è modello di globalità ha forse un’opportunità molto grande di accettare e vivere nella globalizzazione…

«La profonda capacità di intelligenza e la provata dedizione al bene comune rappresentano una delle risorse e degli assets più significativi della Chiesa cattolica nell’età globale. La Chiesa è glocal, universale e particolare insieme, quindi più è se stessa più è fedele alla sua missione. I processi della globalizzazione presentano il popolo di Dio con grandissime opportunità di diventare sempre più “cattolico”, cioè sempre più universale e sempre più globale, nella sua missione di portare la Buona notizia e servire tutta l’umanità. Ma le sue ineguagliabili opportunità possono essere realizzate soltanto se la Chiesa cattolica, riaffermata e guidata dal messaggio di papa Francesco, lascia dietro di se le sue più recenti ossessioni autorefenziali e si muove verso le piazze del mondo, per contribuire alla globalizzazione della fraternità».

Quali sono le sfide che la globalizzazione presenta?

«Una sfida è la secolarizzazione. Questo significa accettare che l’età secolare è un’età di multi-opzioni religiose e secolari. La seconda è accettare il pluralismo. Pluralismo religioso e secolarità insieme: questo è molto importante. L’umanità globale è un’umanità plura-lista, e sarà pluralista anche in futuro. Il modello di una sola Chiesa per tutta l’umanità può essere un modello escatologico, ma la realtà è del pluralismo religioso e questo significa che la Chiesa non si può chiudere in una setta, ma deve necessariamente aprirsi. Il popolo di Dio è pluralista e può svolgere la sua missione universale nel mondo globale con la diversità di tutti i carismi che ci sono nella Chiesa».

Come si supera il secolarismo?

«Il secolarismo si supera se diventa autocritico. La società post-secolare non significa che è una società post-religiosa, ma una società in cui la secolarità è una opzione con altre opzioni. La secolarità non è un alternativa alla religione ma è insieme e contemporaneamente ad essa. Questo significa che la regione deve avere uno spazio pubblico, uno spazio comune insieme alla altre voci».

Negli Stati Uniti la religione ha avuto sempre una rilevanza pubblica…

«Perché da sempre è una società del pluralismo religioso e lo Stato secolare non era uno Stato confessionale; secolare ma non secolarista, nel senso di proteggere sia il pluralismo religioso sia il pluralismo non religioso. Il modello americano è la società che ha avuto tutte le religiose del mondo. Oggi anche la realtà europea si sta avvicinando a questo, a causa dell’emigrazione. In America il pluralismo religioso è un fattore positivo».

Non così in Europa?

«La questione, per la società europea, è che noi abbiamo lasciato la religione per una società omogenea secolare. L’Europa deve riconoscere che la sua è solo una forma tra altre forme di società moderna. Questo è il problema, è la sfida per la società europea: essere postsecolare – cioè noi dobbiamo riconoscere che il processo storico che ha portato alla modernizzazione europea è particolare, che siamo solo una forma di una società globale. Il resto del mondo è arrivato alla modernizzazione non attraverso la secolarizzazione, evolvendosi dalla religione come di fatto è avvenuto in Europa. Altre società moderne avanzate sono società religiose. Questo è un fenomeno che è molto differente dal fenomeno europeo e noi dobbiamo prendere atto».

A quali si riferisce?

«Lo sviluppo e l’avanzamento ad esempio di Paesi come il Brasile, in cui si assiste oggi ad un’esplosione di pluralismo religioso, del-l’India,della Corea del Sud, dove lo sviluppo del cristianesimo è coinciso con l’industrializzazione e la modernizzazione del Paese. Anche diverse società musulmane sono molto più moderne oggi che cinquant’anni fa e sono molto più religiose oggi che cinquant’anni fa».

Il nostro futuro è quello di crescere in società sempre più multireligiose ma, come vediamo, crescono sempre più anche forme di fondamentalismo religioso…

«Il fondamentalismo non è un’esclusiva della religione. È una problematica della società globale che non riguarda solamente le religioni. Ci sono tanti fondamentalismi. Esiste un fondamentalismo politico secolare. C’è il fondamentalismo delle ideologie secolariste. Uno dei fondamentalismi in seno all’Europa è quello della laicità, esiste un fondamentalismo laicista, o all’opposto quello del nazionalismo religioso, dell’identitarismo cristiano dell’Europa. Anche quest’ultimo può essere un fondamentalismo, che paradossalmente è difeso dagli ateisti».

Stefania Falasca – Avvenire, 5 marzo 2015

Sunday 15 March 2015

IL PRIMO GIUBILEO DELLA STORIA CHE NON CELEBRERA’ GESU’ (E AVRA’ AL CENTRO BERGOGLIO)

L’Anno Santo appena indetto sarà centrato su Gesù Cristo, come i precedenti, o su papa Bergoglio?

Dovranno essere molto decisi, il papa e la Chiesa, nel chiarire l’equivoco perché ieri i titoli dei maggiori giornali, tutti laicisti, ma entusiasticamente bergogliani, erano unanimi.

Corriere della sera: “Il Giubileo di papa Francesco”. Repubblica: “L’Anno Santo di Francesco”. La Stampa: “E’ il Giubileo di Francesco”.

Concetto assurdo perché non si celebra col Giubileo un papa, ma il Signore. Il papa deve essere il “Servo dei servi di Dio” e non si può mettere al posto di Dio.

FRANCESCOMANIA

Si dirà che sono i media a fraintendere. In parte è vero, ma nessuno smentisce questi giornali che peraltro – caso curioso – fanno capo a potenti banche, a grandi finanzieri e multinazionali, e sono tutti sfegatati fan del cosiddetto “papa dei poveri” che lancia fulmini contro il capitalismo.

Inoltre – a parte i giornali laici – anche la corte pontificia, in senso lato, contribuisce nel mondo cattolico alla trasformazione del papa in un Divo.

Tanto è vero che lo stesso Bergoglio, in una intervista dei primi mesi, deprecò la “francescomania” dicendo: “Non mi piacciono le interpretazioni ideologiche, una certa mitologia di papa Francesco… Sigmund Freud diceva, se non sbaglio, che in ogni idealizzazione c’è un’aggressione. Dipingere il Papa come una sorta di superman, una specie di star, mi pare offensivo”.

Bergoglio dunque all’inizio ha capito che questa fanatica “divizzazione” della sua persona è per lui un pericolo.

Ma invece di “decentrare” la Chiesa rispetto a se stesso e centrarla su Cristo, presto ha mostrato una certa condiscendenza e infine molto compiacimento.

Di fatto oggi la sua corte è una fabbrica di trionfalismo adulatorio e i media cattolici, come quelli laici, solcano i mari di una fanatica “francescomania”.

Non solo. Nella Chiesa tale “francescomania” viene imposta (anche a vescovi e cardinali) come il pensiero unico a cui uniformarsi se non si vuole correre il rischio di prendere “randellate” ed essere messi all’Indice.

Qui nasce il problema dell’Anno Santo.

Si spera che non sia Bergoglio a voler fare “il Giubileo di papa Francesco”. Lui stesso una volta, agli inizi, invitò a gridare “Viva Gesù” invece di “Viva Francesco”. Però lo ha fatto una volta sola. In seguito ha lasciato che la “francescomania” dilagasse.

Oggi non sopporta diversità di vedute e di accenti, elargisce poltrone e riconoscimenti a chi lo applaude, punisce i dissidenti e lascia che la corte imponga nella Chiesa una plumbea papolatria.

I giornali di ieri sono stati indotti in errore anche perché Bergoglio ha scelto di annunciare il Giubileo proprio nel giorno del secondo anniversario della sua elezione, quando tutti i quotidiani avevano pagine celebrative per lui.

Inoltre è uscita nelle stesse ore una sua intervista in cui dice che il suo sarà un papato breve (per forza: ha 78 anni) mettendosi così al centro delle attenzioni dei media. E’ stato dunque naturale per i giornali fare quei titoli sul Giubileo centrandolo su di lui.

Si dirà che non era questa la volontà di Bergoglio. Me lo auguro. Ma chiediamoci: perché un Anno Santo straordinario nel 2016 ?

CRISTO CANCELLATO

Il Giubileo – fin dal primo, nel 1300 – è sempre stato indetto nelle date che rimandano agli anni della nascita o della morte di Gesù Cristo. Anche i giubilei straordinari (pochissimi).

Quello del 2016 è il primo Giubileo nella storia della Chiesa che non ha al centro l’avvenimento storico di Gesù Cristo, della sua vita terrena.

Siccome una qualche ragione per convocarlo nel 2016 si doveva trovare, Bergoglio ha deciso che è indetto per i 50 anni dalla chiusura del Concilio Vaticano II.

Ma che anniversario è? Non si è mai fatto un Giubileo per un Concilio. E poi il Vaticano II è finito nel 1965 quindi nel 2016 non si celebra il 50° ma il 51° dalla conclusione del 21° Concilio della Chiesa.

E’ dunque un pretesto, oltretutto ideologico e pure autoreferenziale perché centrato su un fatto ecclesiastico anziché su Cristo (se dovessimo considerare simili ricorrenze della storia della Chiesa, ogni anno si potrebbe indire un Anno Santo).

Il primo Giubileo della storia che non ha al centro l’avvenimento di Cristo, avrà, come protagonista mediatico indiscusso, papa Bergoglio, il papa che, del resto, non saluta i fedeli con la tradizionale espressione “Sia lodato Gesù Cristo”, ma con “Buongiorno” e “Buonasera”, venendo per questo elogiato dai media come “papa affabile”.

Sarà dunque un anno di trionfalismo bergogliano. Anche il richiamo alla “misericordia”, voluto dal papa, va in questa direzione. Scrive il “Corriere” in prima pagina: “Sarà dedicato alla misericordia”.

Ma è del tutto pleonastico perché tutti i Giubilei, per loro stessa natura, sono dedicati alla misericordia.

La cattedrale di Siena ha sul portale una lapide scolpita che riporta le parole con cui Bonifacio VIII indisse il primo Giubileo della storia, nel 1300, e la parola chiave è proprio “misericordia”.

Allora perché si è voluto affermare che il Giubileo del 2016 sarà in modo particolare centrato sulla misericordia e si caratterizza per questo?

S’intende annunciare e donare – come in tutti gli altri Giubilei – la Misericordia di Dio o piuttosto si vuol celebrare la misericordia di papa Bergoglio, che è ritenuta dai media più grande?

La domanda è di scottante attualità visto che per tutto il 2014 Francesco ha provato a fare, tramite il cardinale Kasper, una rivoluzione sull’accesso alla comunione dei divorziati risposati proprio in nome della sua idea di “misericordia”.

Il papa argentino è stato sostanzialmente messo in minoranza sia al Concistoro del febbraio 2014 che al Sinodo successivo, perché la Chiesa gli ha ricordato che la Misericordia non può implicare la cancellazione della legge di Dio e delle parole di Cristo sul sacramento del matrimonio.

Tuttavia al nuovo Sinodo del prossimo ottobre avremo la partita di ritorno. C’è chi pensa che l’indizione del Giubileo “della misericordia” possa essere una forma di pressione per far passare al Sinodo le innovazioni bergogliane.

E c’è chi ritiene che serva invece, a Bergoglio, per porre in secondo piano un Sinodo in cui ormai sa di non riuscire a realizzare la rivoluzione prospettata.

Quindi un grande diversivo per eludere la delusione dei tifosi e dei media laicisti.

Le ipotesi sono le più diverse. Ma oggi il problema che s’impone, e che il Giubileo amplifica, è anzitutto questo: la Chiesa deve essere centrata su Gesù Cristo o sull’attuale pontefice?

CULTO DELLA PERSONALITA’

Giovanni Paolo I, nei suoi 33 giorni di pontificato, fu circondato da un grande affetto dei fedeli. Ma fu un fenomeno che non è nemmeno lontanamente paragonabile all’attuale “francescomania” planetaria (soprattutto laicista).

Cionondimeno quel calore del popolo cristiano bastò a papa Luciani per mettere in guardia tutti dal rischio della papolatria: “ho l’impressione” disse “che la figura del papa sia troppo lodata. C’è qualche rischio di cadere nel culto della personalità, che io non voglio assolutamente. Il centro di tutto è Cristo, è la Chiesa. La Chiesa non è del papa, è di Cristo… Il papa è un umile servitore di Cristo”.

Gesù stesso, nei Vangeli, mise in guardia gli apostoli dagli applausi del mondo ed elogiò chi sfida l’odio mondano e cerca piuttosto il consenso di Dio.

Anche ai papi di oggi, ai papi dell’era mediatica, s’impone la scelta più drammatica: fra la testimonianza (eroica) della Verità e la ricerca del consenso mondano. O Dio o Mammona.

Già il cardinale Ratzinger, alla morte di Papa Montini, nel 1978, disse: “Paolo VI ha resistito alla telecrazia e alla demoscopia, le due potenze dittatoriali del presente. Ha potuto farlo perché non prendeva come parametro il successo e l’approvazione, bensì la coscienza, che si misura sulla verità, sulla fede”.

Così hanno fatto, fino a sfiorare il linciaggio mediatico, anche Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Finora Francesco ha fatto l’opposto.

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 15 marzo 2015

Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

 

 

Friday 13 March 2015

L’AGGHIACCIANTE VISIONE PROFETICA DI PAPA LEONE XIII

C’è un altro «dettaglio» temporale importantissimo che la mistica tedesca (la Beata Anna Caterina Emmerich) ci fornisce: «Se non sbaglio sentii che Lucifero sarà liberato e gli verranno tolte le catene, cinquanta o sessant’anni prima degli anni 2000 dopo Cristo, per un certo tempo».

Questa è una rivelazione importantissima perché la si ritrova, negli stessi termini, nella terribile visione che ebbe papa Leone XIII a fine ottocento (…).

Leone XIII, fu Papa dal 1878 al 1903 (…). Ebbene il fatto misterioso di cui parliamo gli accadde il 13 ottobre 1884.

Quel giorno, assistendo a una seconda messa di ringraziamento «a un tratto lo si vide drizzare energicamente il capo, poi fissare qualche cosa al di sopra del capo del celebrante. Guardava fisso, senza batter palpebra, ma con un senso di terrore e di meraviglia, cambiando co- lore e lineamenti».

Dicono i testimoni che «finalmente, come rivenendo in sé, dando un leggero, ma energico tocco di mano, si alza. Lo si vede avviarsi verso il suo studio privato. I familiari lo seguono con premura e ansiosi. Gli dicono sommessamente: “Santo Padre, non si sente bene? Ha bisogno di qualco- sa?”. Risponde: “Niente, niente”. Dopo una mezz’ora fa chiamare il Segretario della congregazione dei riti e, porgendogli un foglio, gli ingiunge di farlo stampare e di farlo pervenire a tutti gli ordinari del mondo».

Si trattava della famosa preghiera a san Michele Arcangelo, protettore della chiesa, che da allora fu fatta recitare alla fine della Santa Messa in tutte le chiese del mondo: era una lunga invocazione al capo delle milizie celesti perché incatenasse Satana all’inferno impedendogli di dilagare nel mondo contro la chiesa e le anime (questa preghiera fu inopinatamente cancellata dopo il concilio).

(…) Ma per quale motivo Leone XIII scrisse quella preghiera? E cosa gli era successo durante la messa? Cosa aveva visto e sentito?

Il Papa disse che si trattava del futuro della Chiesa. In effetti Leone XIII ebbe la visione dei demoni che si addensavano sul Vaticano e sulla basilica di San Pietro che – assalita dalle forze infernali – tremava paurosamente.

Il Papa udì un misterioso e agghiacciante dialogo nel quale Satana sfidava il Signore affermando che se avesse avuto mano libera avrebbe distrutto la sua Chiesa in cento anni.

Si può cogliere in questa «sfida» apocalittica il disprezzo di sempre che Lucifero ha verso gli uomini che accusa davanti al creatore di essere al servizio suo, di Satana, e non figli di Dio.

Mentre, nel consentire questa sfida, da parte del Signore c’è il suo amore appassionato ed eterno che vuole le sue creature liberamente capaci – con la sua grazia – di opporsi al Maligno, vincerlo e ottenere così l’immenso dono della salvezza e della divinizzazione. (…)

Dunque Leone XIII non solo scrisse quella preghiera a san Michele Arcangelo facendola recitare, da quel momento in poi, alla fine della messa in tutte le chiese, ma – come sottolineò il cardinale Nasalli Rocca – il Papa «scrisse di sua mano uno speciale esorcismo contenuto nel rituale romano. Questi esorcismi egli raccomandava ai vescovi e ai sa- cerdoti di recitarli spesso nelle loro diocesi e parrocchie. Egli lo recitava spessissimo lungo il giorno».

Dunque nella redazione originale di questo misterioso esorcismo ‘in satanam et angelos apostaticos’ (contro Satana e gli angeli apostati), scritto da Leone XIII e inserito obbligatoriamente nel rituale romanum, si leggeva questa enigmatica formula: «Ecco la chiesa, Sposa dell’Agnello Immacolato, saturata di amarezza e abbeverata di veleno da nemici molto astuti; essi hanno posato le loro empie mani su tutto ciò che c’è di più sacro. Laddove fu istituita la sede del beato Pietro e la cattedra della Verità, là hanno posto il trono della loro abominazione nell’empietà; in modo che colpito il pastore, il gregge possa essere disperso».

E’ una formula che sconcerta e per questo, alcuni decenni dopo, sotto il Pontificato di Pio XI, quell’esorcismo venne accorciato e questa fu una delle frasi cancellate. Per prudenza.

Perché poteva essere «male interpretata» come si disse anche di quella parte del Segreto di Fatima che non è mai stata rivelata.

 

Da Antonio Socci, “Non è Francesco” (Mondadori)

Friday 13 March 2015 04:00

La lezione del perfetto diplomatico

"Lectio magistralis" del cardinale Pietro Parolin su come costruire la pace con la diplomazia. La proposta di un nuovo "ufficio per la mediazione pontificia". Una sorprendente offerta di dialogo all'Arabia Saudita

Thursday 12 March 2015

DOPO L’IMPIETOSO PAPAGNO DI BERGOGLIO VACILLA IL CAPO PRO TEMPORE DI CL

E’ un terremoto (per ora) sotterraneo quello che scuote “Comunione e liberazione” dopo la turbolenta udienza con papa Bergoglio di sabato scorso, ma potrebbe (e forse dovrebbe) portare anche alle dimissioni di don Julian Carron, responsabile pro tempore del movimento.

UN POPOLO NON AMATO

Il più autorevole e libero osservatore delle cose della Chiesa, Sandro Magister, ha colto in tutta la sua portata l’anomalia dell’evento.

Infatti ha scritto: “Con i carismatici (il papa) va a mille, siano o no cattolici. Con i  focolarini altrettanto, li ha incitati a proseguire nel solco della fondatrice Chiara Lubich e nel dialogo ecumenico e interreligioso. Persino con i neocatecumenali è ora più caloroso che mai… È con Comunione e liberazione, invece, l’ultimo dei movimenti a cui ha dato udienza, che papa Francesco si è mostrato freddo e burbero”.

La “bastonata” è stata riferita da tutti i media ed appare ancor più clamorosa se – come ha invitato a fare Robi Ronza, una personalità storica di CL – si va a confrontare la reprimenda di sabato scorso, con le espressioni di elogio e stima pronunciate dallo stesso papa, nelle altre udienze, verso tutti gli altri movimenti.

Colpisce il fatto – rileva giustamente Ronza – che non una sola parola di apprezzamento sia stata spesa verso la vasta e radicata presenza cristiana di Comunione e liberazione nel mondo, una presenza che, fra l’altro, riempiva festosamente piazza San Pietro (erano circa centomila).

Ronza, collaboratore di lunga data di don Giussani, ha scritto: “almeno tecnicamente, quello che il Papa ha fatto a CL è in sostanza un discorso di ammonimento… non si rileva in tutto il discorso alcun cenno positivo, anzi alcun cenno in assoluto, alla realtà attuale del Movimento e alla sua antica e rilevante presenza in quelle periferie del mondo che tanto stanno a cuore a Papa Francesco (…). Il Papa ne sarà di certo informato, ma non ne ha fatto parola nella circostanza”.

VISIONI

C’è ora, da parte di don Carron, responsabile pro tempore di CL, una corsa a minimizzare l’accaduto e addirittura a trasformare la bastonata in una “carezza” di plauso, ma si tratta di un tentativo un po’ patetico di “raccontarsela”.

Un tentativo lontano dalla realtà dei fatti, che sottovaluta la capacità di giudizio dei ciellini.

Carron, nel comunicato successivo all’udienza, arriva arrampicarsi su nuvole misticheggianti, proclamando di aver visto Gesù in piazza san Pietro, “lo abbiamo visto davanti ai nostri occhi”, “lo stesso sguardo che duemila anni fa ha conquistato Matteo, ma oggi!”.

Ma papa Bergoglio, nella sua profondissima umiltà che notoriamente rifugge da qualunque lode, non è uno che si fa confondere da simili espressioni misticheggianti. Preferisce essere ascoltato.

Resta dunque – come rileva anche Magister – “il duro rimbrotto papale” con cui CL – e solo CL fra tutti i movimenti – si trova a fare i conti. Un duro rimbrotto che il movimento di don Giussani non può ignorare o minimizzare o nascondere facendo finta di aver ricevuto un segno di approvazione.

Certo, è un dolore per tantissimi ciellini che generosamente testimoniano Cristo da decenni nelle periferie del mondo e da cinquant’anni mostrano fedeltà alla Chiesa e a Pietro, sentirsi bastonare da quello stesso papa Bergoglio che, per esempio, ha avuto sperticate parole di elogio per certi gruppi protestanti, andando lui stesso a trovarli e intrattenendosi amabilmente con loro (cosa che sabato è stata limitata a qualche saluto e qualche foto, senza “incontrare” davvero i centomila di CL che lo aspettavano).

Tuttavia – se si tratta di Pietro – bisogna prendersi la bastonata e capirla. A cosa è riferita e perché? E perché questo cambiamento nelle parole del Magistero verso CL ?

ELOGI FINO AL 2005

Riassumiamo: fino al 2005, anno della morte di don Giussani, dopo la quale fu don Carron ad assumere la guida del movimento, le parole del papa verso CL erano sempre state di elogio e di grandissima stima.

Giovanni Paolo II, in una lettera a don Giussani per il 50° anniversario della nascita del movimento, nel 2004, parlava così di CL: “La Provvidenza divina ha realizzato, in questo mezzo secolo, un’opera che, diffondendosi rapidamente in Italia e nel mondo, ha recato abbondanti frutti di bene per la Chiesa e per la società.
Essa è oggi presente in settanta Paesi, e propone un’esperienza di fede capace di attecchire nelle culture più diverse; un’esperienza che cambia in profondità la vita delle persone, perché spinge ad un incontro personale con Cristo. ‘Comunione e Liberazione’ è un Movimento che può essere giustamente considerato, insieme ad una grande varietà di altre Associazioni e nuove Comunità, come uno dei germogli della promettente ‘primavera’ suscitata dallo Spirito Santo negli ultimi cinquant’anni”.

E il cardinale Ratzinger, inviato da papa Wojtyla a celebrare i funerali di Giussani, nel febbraio 2005, alla vigilia della sua elezione a papa, così ricordava gli anni difficili del ‘68 nei quali Giussani fu tra i pochi, nel mondo cattolico, a non arrendersi alle ideologie:

Monsignor Giussani, con la sua fede imperterrita e immancabile, ha saputo, che, anche in questa situazione, Cristo e l’incontro con Lui rimane centrale, perché chi non dà Dio, dà troppo poco e chi non dà Dio, chi non fa trovare Dio nel volto di Cristo, non costruisce, ma distrugge, perché fa perdere l’azione umana in dogmatismi ideologici e falsi. Don Giussani ha conservato la centralità di Cristo e proprio così ha aiutato con le opere sociali, con il servizio necessario l’umanità in questo mondo difficile”.

Anche Ratzinger, come Giovanni Paolo II, identificava don Giussani con il popolo che da lui era nato:

“Con le sue fondazioni (Giussani) ha anche interpretato di nuovo il mistero della Chiesa. Comunione e Liberazione ci fa subito pensare a questa scoperta propria dell’epoca moderna, la libertà, e ci fa pensare anche alla parola di sant’Ambrogio ‘Ubi fides est libertas’Il Cardinale Biffi ha attirato la nostra attenzione sulla quasi coincidenza di questa parola di sant’Ambrogio con la fondazione di Comunione e Liberazione. Mettendo in rilievo così la libertà come dono proprio della fede, ci ha anche detto che la libertà, per essere una vera libertà umana, una libertà nella verità, ha bisogno della comunione. Una libertà isolata, una libertà solo per l’Io, sarebbe una menzogna e dovrebbe distruggere la comunione umana. La libertà per essere vera, e quindi per essere anche efficiente, ha bisogno della comunione, e non di qualunque comunione, ma ultimamente della comunione con la verità stessa, con l’amore stesso, con Cristo, col Dio trinitario. Così si costruisce comunità che crea libertà e dona gioia”.

BOCCIATA L’EPOCA CARRON

Oggi invece, dopo dieci anni di “gestione” Carron (che per volontà di Giussani doveva restare in carica tre anni) abbiamo un pronunciamento del Papa che suona come una sonora bocciatura di CL, senza una parola di plauso.

Egli bastona in particolare l’incapacità di “uscire” in missione nel mondo (autoreferenzialità), perché in effetti con Carron si è verificato un ripiegamento intimistico che ha fatto sparire la presenza pubblica di CL da tutti gli ambienti sociali in cui per decenni è stata vivissima e missionaria.

Si tratta dunque non di una bocciatura del Movimento di don Giussani, ma della sua attuale leadership. Che purtroppo cerca di sostenersi spesso con una dura critica del passato.

Però questa propensione era stata già fulminata, in anticipo, dallo stesso don Giussani con una meravigliosa citazione di Antonio Gramsci: “Un periodo storico può essere giudicato dal suo stesso modo di giudicare il periodo da cui è stato preceduto. Una generazione che deprime la generazione precedente, che non riesce a vederne le grandezze e il significato necessario, non può che essere meschina e senza fiducia in se stessa… Nella svalutazione del passato è implicita una giustificazione della nullità del presente”.

Cosa accadrà ora dentro CL ?

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 12 marzo 2015

Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

(nella foto: don Julian Carron)

Wednesday 11 March 2015

I Teatri del Sacro conquistano Roma: la spiritualità “Tra Cielo e Terra”

Lo Spirito è estatico, non statico, produce estasi, non stasi, induce all’azione non all’ebetudine. Cogliendo appieno questa verità e coniugandola con le sempre più impellenti necessità del teatro di ricercare nelle inquietudini quotidiane una spiritualità incarnata e con quelle dello spettatore ormai da tempo bisognoso di confrontarsi con spettacoli che vadano oltre il gesto estetico e creino condivisione e relazione, facendo quindi interagire queste concomitanti e confluenti spinte, un festival è riuscito negli ultimi anni per tre volte a trasformare “la città delle cento chiese”, Lucca, in un grande palcoscenico e a realizzare «un’avventura dello Spirito».

È I Teatri del Sacro che prima di proporre la sua quarta edizione che si terrà, sempre nella cittadina toscana, dall’8 al 14 giugno, ripresenta quattro spettacoli, vincitori dell’edizione 2013, in una rassegna, Tra Cielo e Terra, ospitata dal Teatro di Roma all’interno del suo funzionale e suggestivo spazio scenico del Teatro India. Si va da “Paranza, Il Miracolo” di Katia Ippaso e Clara Gebbia (10-15 marzo) a “Storie del Buon Dio” con Danilo Nigrelli e Laura Nardi (17-19 marzo), per poi proseguire con “In Canto e In Veglia” di Elena Bucci (20-22 marzo) e chiudere con “Clarel” portato in scena da Valter Malosti (27-29 marzo). Raggiunto pertanto uno degli obiettivi de I Teatri del Sacro, ovvero «il superamento da parte dei teatri nazionali – come ci confida il direttore artistico del festival Fabrizio Fiaschini – di una sorta di stigma culturale che guardava con diffidenza un certo tipo di ricerche teatrali legate alla spiritualità connotandole pregiudizialmente in senso confessionale ».

Non c’è, infatti, nulla di agiografico, devozionale o contemplativo nelle quattro messinscene tutte invece impegnate in un “corpo a corpo” dello spirito in cui crisi, dubbio e speranza sono motori di azioni e reazioni epifaniche. È il caso innanzitutto di Clarel, il colossale poema in diciottomila versi e 150 canti di Melville, abilmente sintetizzato e trasformato da Valter Malosti in un «concerto per voce e musica elettronica». La ricerca, che spinge il giovane studente di teologia in crisi, Clarel, verso i luoghi dove la fede ha origine, ha provocato nello stesso Malosti evidenti trasalimenti: «L’immagine del sepolcro e del deserto – ci svela il regista e attore – e quella finale del protagonista che da teologo si fa pellegrino e prende la sua piccola croce per unirsi alla processione sono le visioni che animano e vivificano tuttora il mio percorso di uomo e di artista».

Michele Sciancalepore – Avvenire, 8 marzo 2015

 

Wednesday 11 March 2015 04:00

L'ora dell'Africa

Ha il più alto numero di convertiti alla fede cattolica. E ha anche il più alto numero di martiri. Come agli albori del cristianesimo. Passato e presente di un continente che ha sempre più peso nella Chiesa mondiale

Tuesday 10 March 2015

UN ALTRO “CAVILLO” DI TROIA PER FINIRE SOTTOMESSI

Il nostro futuro è quello tratteggiato nel romanzo “Sottomissione” da Michel Houellebecq? In realtà già il nostro presente europeo mostra scene di allarmante sottomissione ideologica, politica ed economica all’Islam. E non c’è neanche bisogno (per ora) di un partito islamico.

L’ultimissimo esempio di questa tendenza alla resa ci è fornito dal dibattuto in corso in Senato sulla ratifica della Convenzione dell’Aja sui diritti dei minori del 1996.

EURABIA

Tutti gli altri paesi europei l’hanno già recepita senza batter ciglio, un po’ perché alla fine degli anni Novanta non si poneva ancora, con l’attuale gravità, il problema islamico o almeno non si notava il già disastroso dilagare della sharia nelle legislazioni dei paesi musulmani.

Un po’ perché l’Europa è ormai a tutti gli effetti quello che Bat Ye’Or definiva l’Eurabia (neologismo che dà anche il titolo al suo famoso libro) e ha abbassato le difese culturali nei confronti dell’aggressività e dell’espansionismo islamico.

In Italia c’è stata nel corso di questi anni qualche resistenza perché, pur trattandosi di una questione particolare e apparentemente limitata (riguarda le adozioni, o meglio gli affidi di minori), la ratifica di quella Convenzione rappresenterebbe di fatto la prima introduzione ufficiale e formale nella legislazione italiana della “legge islamica”.

Con tutte le conseguenze che oggi, anno di grazia 2015, con l’islamismo all’arrembaggio, possiamo prefigurare.

Perché un simile precedente giuridico è una sorta di cavallo (o – se preferite – un cavillo) di Troia, che apre la strada a problemi futuri.

KAFALA

In breve si tratta di questo. Il diritto islamico non prevede l’istituto dell’adozione.

Un bambino rimasto orfano di padre e di madre è islamico per natura e irrevocabilmente (perché secondo i musulmani tutti gli uomini nascono islamici) e non può essere dato in adozione, ma solo in affido, anche internazionale, unicamente se la coppia affidataria – secondo la cosiddetta “kafala” – è islamica o si converte all’Islam e si islamizza.

Il senatore Giovanardi – uno dei pochi a suonare l’allarme fra tanti spensierati colleghi – ha usato parole gravi che dovrebbero far riflettere tutti: “l’introduzione della ‘kafala’ nel nostro ordinamento” ha dichiarato “significa la sottomissione del nostro ordinamento al diritto islamico”.

Giovanardi ha poi fatto riferimento alle note elaborate in proposito dagli uffici legislativi di Palazzo Chigi negli anni passati, “in cui si scrive, nero su bianco, che poiché è obbligatorio per chi prende in affidamento un bambino che professi la religione musulmana o che comunque si islamizzi e quindi si converta, si configurano evidenti profili di contrasto con il diritto di professare liberamente la propria fede, sancito dall’articolo 19 della Costituzione, nonché con il principio costituzionalmente garantito, e affermato anche a livello comunitario, del divieto di discriminazioni fondate sulla religione di appartenenza”.

In pratica sarebbe come se ratificassimo una convenzione col vecchio Sudafrica secondo la quale si possono fare in quello Stato adozioni e affidi internazionali solo se si è “ariani” o “bianchi”.

Un’aberrazione.

Ma se fosse proposta una convenzione di questo tipo tutti griderebbero allo scandalo. Mentre oggi sembra che l’introduzione della “kafala” nel sistema giuridico italiano ed europeo non faccia problema a nessuno.

VULNUS

Naturalmente di fronte a chi evidenzia il “vulnus” giuridico e morale che questa ratifica rappresenterebbe ci sono sempre i faciloni, i superficiali che minimizzano sostenendo che una famiglia italiana nel caso può fare una dichiarazione formale (cioè fasulla) di conversione all’Islam e così ottenere l’affido senza bisogno poi di essere veramente musulmani.

Ma si tratta di un’enormità.

Anzitutto perché anche un volontario atto di conversione finalizzato al raggiungimento dell’affido sarebbe frutto di un’imposizione religiosa, quindi sarebbe una grave coartazione morale, che viola le coscienze e i principi costituzionali.

In secondo luogo – come nota Giovanardi – per una coppia che “si converte per avere il bambino, dopo è difficile dire che si tratta di una conversione coatta e ancora più difficile è ottenere la revoca della conversione perché in questo caso subentra l’apostasia, la pena di morte prevista per chi dovesse giocare sulla questione di una falsa conversione”.

Il varco che si aprirebbe nella nostra giurisprudenza potrebbe diventare una voragine dove si perde lo stato democratico, considerata la massiccia immigrazione musulmana che si stabilizza da noi e considerato il fatto che – come nota Giovanardi – “i movimenti fondamentalisti musulmani degli ultimi anni hanno accentuato la loro pretesa di imporre, anche extra territorialmente (vedi Inghilterra), la ‘sharia’ nelle corti islamiche di quel Paese”.

Possibile che nessuno si avveda che tutto questo rischia di essere il classico buco nella diga?

MA QUALI LAICI ?

E’ davvero singolare che soprattutto la Sinistra, la quale fa sempre altisonanti professioni di laicità, trangugi senza batter ciglio una simile imposizione religiosa da parte di stati nei quali – evidentemente – la religione islamica è il fondamento della legge civile e delle istituzioni statali.

Ieri sulla “Repubblica” sono uscite due pagine contenenti un proclama di Paolo Flores d’Arcais che iniziava così: “La laicità è diventata una questione di vita o di morte, alla lettera. Costituisce, non a caso, la questione cruciale della democrazia”.

Dopodiché, senza problemi, recepiamo la “kafala” nel nostro ordinamento costringendo delle coppie italiane a convertirsi all’Islam per prendere un minore in affido?

L’aspetto singolare del laicismo nostrano è che anzitutto fa di tutta l’erba un fascio e non distingue una religione per la quale le leggi dello stato e la religione non sono distinte, come l’Islam, dal cristianesimo che invece ha addirittura fondato la distinzione fra lo Stato (Cesare) e il tempio di Dio.

Ha scritto Joseph Ratzinger: La moderna idea di libertà è perciò un legittimo prodotto dello spazio vitale cristiano…bisogna anzi aggiungere: essa non è affatto separabile da esso e piantabile in qualsiasi altro sistema, come si può oggi constatare con chiara evidenza nel rinascimento dell’Islam… la costruzione sociale dell’islam è teocratica, quindi monistica e non dualistica. Il dualismo, che è la condizione previa della libertà, presuppone a sua volta la logica cristiana [date a Cesare…]”.

Paradossalmente – ma lo hanno capito da sempre i grandi pensatori liberali – per mantenersi laico l’Occidente ha bisogno di non recidere le proprie radici cristiane.

Senza le quali dà vita a una laicità ideologica e totalitaria (come quella giacobina o quella dei totalitarismi novecenteschi).

Oppure decade in quel nichilismo relativista che oggi si mostra incapace di dare spazio a forti proposte ideali per le giovani generazioni e che si trova disarmato e inerte di fronte all’arrembaggio aggressivo dell’islamismo.

Invece la cultura laicista – che è davvero masochista – odia le radici cristiane, rischiando di tagliare il ramo su cui stanno sedute in trono la laicità e la libertà.

Quella cultura laicista arriva al punto di essere indulgente (o reticente o indifferente) verso l’intolleranza islamista e invece mostrarsi implacabile contro la (non violenta) proposta cristiana.

Come sottolineò don Luigi Giussani già vent’anni fa, prevedendo una persecuzione in arrivo per i cristiani.

Parlando dell’odio che sentiva nell’aria da parte della cultura dominante, osservò: “il fondamentalismo islamico, anche quando non rispetta le scelte di chi si vuol sottrarre alle sue pretese, è comprensibile. Il cattolicesimo, che accetta e rispetta il no, è (considerato) peggio del nazismo”.

L’episodio odierno della “kafala” sembra una delle tante conferme.

 

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 10 marzo 2015

Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

(nella foto: l’interno della cattedrale di Santa Sofia a Istanbul, trasformata prima in moschea e poi in museo)

Tuesday 10 March 2015 11:57

“Compianto”, la visione del Beato Angelico

compianto beato angelicoIn occasione dell’Ostensione della Santa Sindone, il Museo diocesano di Torino espone, dal 16 aprile al 30 giugno, una preziosa tavola del Beato Angelico: il “Compianto sul Cristo morto” conservato presso il Museo di San Marco. La mostra è curata da Timothy Verdon, di cui proponiamo qui un’anticipazione dell’ampio servizio che verrà pubblicato sul monografico “Luoghi dell’Infinito” dedicato all’Uomo della Sindone, in edicola con “Avvenire” domenica 19 aprile. L’esposizione è ideata dall’Associazione Sant’Anselmo-Imago Veritatis e promossa e realizzata insieme con il Museo diocesano e la Consulta per la valorizzazione dei beni artistici e culturali di Torino.

Il Compianto sul Cristo morto del Beato Angelico è un’opera nata dalla stessa fede intensa che caratterizza il pellegrinaggio sindonico. Realizzato tra la fine del quarto e l’inizio del quinto decennio del XV secolo, il dipinto appartiene al periodo in cui la Sindone cominciò a essere conosciuta fuori della Francia, e forse a essa allude il telo bianco finissimo che si vede sotto il corpo del Salvatore. Eseguito su tavola, il Compianto era in origine una pala d’altare, e sotto questo telo dobbiamo immaginare la tovaglia della mensa eucaristica, come sotto il corpo di Cristo raffigurato dobbiamo immaginare l’ostia e il calice del vino: il Corpus Christi sacramentale in cui la fede vede realmente presente il Figlio di Dio e di Maria.

Celebre tra i teologi del Sacramento fu il domenicano Tommaso d’Aquino, la cui idea viene tradotta qui in immagine da un altro celebre domenicano, frate Giovanni da Fiesole, noto già nel Quattrocento come il “pittore angelico”. Vasari lo presenta come modello per «gli ecclesiastici»: un religioso di «somma e straordinaria virtù», «di santissima vita», «umanissimo e sobrio», il quale «non avrebbe messo mano ai pennelli, se prima non avesse fatto orazione» e «non fece mai crocifisso che non si bagnasse le gote di lagrime». Sempre secondo il Vasari, l’Angelico soleva dire «che chi faceva quest’arte, aveva bisogno di quiete e di vivere senza pensieri; e che chi fa cose di Cristo, con Cristo deve stare sempre». Ecco una chiave di lettura fondamentale. L’Angelico, che faceva solo soggetti sacri – «cose di Cristo» – stava sempre con Cristo.

Membro del ramo riformato del suo Ordine – la cosiddetta “Osservanza” – e presbitero, la sua santità è stata riconosciuta dalla Chiesa, che nel 1984 lo ha dichiarato formalmente e non solo popolarmente “beato”. Dipingeva “cose” – eventi, persone, soprattutto la persona Cristo – in base all’intima conoscenza di chi cerca di «stare sempre» con il promesso Sposo, l’Agnello di Dio che è anche il Sole di Giustizia. Per capire l’Angelico, infatti, bisogna rientrare in queste categorie, in questo linguaggio esprimente nel contempo intimità e universalità, mitezza e grandezza. Per dare un giusto peso ai colori solari, alla bellezza purissima, agli sguardi carichi di brama mistica, bisogna riscoprire l’ardore e l’innocenza del contemplativo. Nel caso del Compianto, Angelico metteva la propria “innocenza” a servizio di uomini ritenuti colpevoli di gravi crimini.

L’opera fu eseguita per una confraternita laicale, la Compagnia di Santa Maria della Croce al Tempio: specificamente per la loro chiesa presso una delle porte urbiche di Firenze, detta Porta della Giustizia perché al suo esterno venivano eseguite le condanne a morte. Il pio sodalizio si dedicava al conforto spirituale dei condannati, che i confratelli scortavano dal carcere fino alla Porta della Giustizia e quindi al patibolo, a qualche centinaio di metri dalle mura. L’unica sosta in questa “ via crucis” era presso l’oratorio della confraternita, il cosiddetto “tempio”, demolito nel XIX secolo, dove il prigioniero ascoltava la Messa. Ed ecco sull’altare il dipinto dell’Angelico, con Gesù deposto da una croce a tau (con la forma cioè di una forca), a qualche centinaia di metri dalle mura di Firenze, raffigurata sullo sfondo in maniera inconfondibile, con una grande porta urbica aperta: proprio quella attraverso la quale il “povero Cristo” condannato doveva passare. Piange Gesù morto un gruppo di quattordici santi. Tra le donne l’Angelico dà grande importanza a Maria, la madre di Gesù, che, abbracciandolo, contempla il volto del figlio, e Maria Maddalena che gli bacia i piedi insanguinati.

Questi personaggi, ognuno dei quali esprime una diversa qualità e intensità di dolore, diventano per l’artista una sorta di laboratorio delle emozioni, che qui e in altre opere analizza con esattezza scientifica. Fra i temi del coevo umanesimo fiorentino vi era infatti quello della struttura psicofisica della persona per cui l’essere umano rivela con l’espressione del volto e con i gesti corporei i “moti della mente”, come Leonardo da Vinci chiamerà poi i sentimenti.

Timothy Verdon

Tuesday 10 March 2015 04:58

Sulla strada a cercare chi è solo

Nel “Messaggio per la Quaresima 2015” Papa Francesco parla della “globalizzazione dell’indifferenza”, dei ricchi e benestanti verso i più poveri e cita San Paolo (1Cor 12, 26): “Se un membro soffre tutte le membra soffrono”. Questa è la Chiesa e questa “la tentazione anche per i cristiani…quando noi stiamo bene e ci sentiamo comodi, ci dimentichiamo degli altri…di quelli che non stanno bene”. In questo spirito della Quaresima, presento un’associazione diocesana di Torino alla quale sono molto legato: “Gli Amici di Lazzaro”. Il titolo dice già tutto, la realtà di questa compagnia di cattolici di Borgo Vittoria a Torino è un bell’esempio di cosa può nascere in una parrocchia di periferia nella capitale piemontese. Personalmente sono grato al fondatore e direttore degli Amici di Lazzaro, Paolo Botti (sposato con due figli), perchè una dozzina di anni ha mi ha proposto di farmi gratis il mio Sito Internet, che oggi ha un alto numero di amici lettori

Gli Amici di Lazzaro hanno aperto nel quartiere una casa con la porta sempre aperta per chiunque abbia bisogno di una mano. Ma ciò che rende i circa 80 volontari dei veri “amici” è soprattutto l’attività che svolgono per le strade di Torino e provincia, in giro coi propri mezzi per portare la loro presenza accanto alle prostitute nigeriane e ai senza tetto. Due cose vanno notate in questa associazione di volontariato: lo spirito di preghiera, pregano sempre assieme prima di ogni azione; e lo spirito missionario, sono convinti che anche offrendo la propria amicizia e qualche aiuto ai poveri, debbono comunicare quanto di più prezioso hanno nella loro vita: la fede in Gesù Cristo e la devozione alla Madre di Dio, Maria. Gli Amici di Lazzaro non cercano notorietà, ma preghiere e aiuti per poter aiutare. Ecco come li presenta l’amico Paolo nell’intervista ad una giornalista torinese.

Piero Gheddo

 

a cura di Patrizia Spagnolo

Ho incontrato Paolo Botti, responsabile dell’associazione “Amici di Lazzaro” (www.amicidilazzaro.it, tel. 340/4817498), nella minuscola sede al pianterreno di via Bibiana 29, dove si svolgono ogni giorno le più disparate attività.

Quando e come è nata l’associazione?

Siamo nati nel 1997 da un incontro di preghiera e ascolto con i senza casa nella stazione Porta Nuova. Lì abbiamo incontrato anche le prime nigeriane, che prendevano il treno per andare a prostituirsi in altre città. Adesso ogni settimana due gruppi vanno a portare a queste persone conforto e amicizia. Poi abbiamo organizzato corsi di italiano per ragazze sfruttate, oggi aperti alle donne straniere in generale, e i doposcuola elementari e medie. Successivamente abbiamo iniziato a proporre attività di svago e animazione per bambini di famiglie disagiate o che vivono in comunità. Inoltre, seguiamo circa 100 famiglie in difficoltà, soprattutto ex vittime della tratta.

Perché proprio le nigeriane?

Perché, rispetto ad altre etnie, possiamo incontrarle più facilmente in quanto nessuno le controlla a vista. È più difficile, però, tirarle fuori dal giro a causa delle minacce che subiscono, della paura che venga fatto del male ai loro familiari, anche a quelli che vivono nei Paesi di provenienza. Nel 2013 ne abbiamo seguite 370.

Il vostro impegno prioritario non è quello di portare cibo e coperte a chi trascorre la notte in strada…

Di servizi del genere ce ne sono già tanti a Torino. Noi puntiamo sull’amicizia. Ogni anno incontriamo circa 100 persone senza tetto, molte delle quali non cercano aiuto perché hanno perso interesse per la vita: stando loro vicino, ricominciano a prendersi cura di sé, frequentano le mense e i dormitori, si tirano su. A coloro che si lasciano andare noi offriamo amicizia e preghiera, facendoli sentire “accolti”. Loro sanno che siamo lì per loro, ci conoscono come persone, non come associazione. Tutte le settimane andiamo in 15 alla stazione Porta Nuova: prima ci sediamo per terra nell’atrio o all’aperto e preghiamo insieme, poi, in piccoli gruppi, raggiungiamo le diverse zone. Certo, ci portiamo sempre dietro una coperta o il tè caldo, ma andiamo soprattutto a parlare con loro, a creare rapporti di amicizia: è più facile, quindi, che portiamo un libro o cioccolatini piuttosto che vestiti.

Chi sono i volontari?

Hanno tutti tra i 20 e i 30 anni, studenti e lavoratori provenienti da ogni parte di Torino. Sono attratti soprattutto dall’aspetto dell’amicizia: in tutte le attività che proponiamo, compreso il doposcuola. L’amicizia si intreccia con gli aiuti concreti (ad esempio i pacchi per le famiglie bisognose) che distribuiamo grazie alle offerte di supermercati, del banco alimentare, di parrocchie, persone che ogni anno organizzano collette all’interno delle aziende in cui lavorano… Conosciamo bene tutte le persone che seguiamo, le loro storie, le loro difficoltà. L’amicizia è importante soprattutto per chi è solo, in particolare le vittime della tratta, che fanno riferimento a noi per tutti i loro bisogni. Per gli operatori di strada proponiamo corsi di formazione per capire il mondo della tratta, per sapere come aiutare queste donne e cosa possiamo e non possiamo fare per loro. Si insiste sul fatto che non devono pretendere che le persone incontrate accettino il nostro aiuto; viene sottolineato l’aspetto della gratuità: donare gratuitamente senza aspettarsi risultati o ringraziamenti. Perché se non c’è gratuità ti scoraggi, patisci le delusioni. È un messaggio che riusciamo a far passare ed è questo che rafforza il volontario e lo spinge a continuare. E la continuità è importante per costruire autentici rapporti di amicizia.

Il servizio che l’associazione svolge è nutrito dalla preghiera, dall’annuncio. Come “curate” questa dimensione?

In sede abbiamo volantini con la catechesi in tutte le lingue; ai bambini del doposcuola ogni anno diamo un dvd o un libro che spiegano il Natale e la Pasqua. Quella volta che abbiamo ricevuto in dono numerosi CD sulla vita di Gesù in arabo, sono venute a chiedercelo tantissime famiglie, conosciute e non. Coltiviamo molto l’aspetto missionario di annuncio agli stranieri. Ogni anno delle suore ci regalano migliaia di rosari di loro produzione (che inviano ai missionari) a cui sono allegati libretti in tutte le lingue. Li vogliono tutti. A Natale e Pasqua, inoltre, distribuiamo alle ragazze prostitute (non solo nigeriane) il Vangelo o preghiere nella loro lingua: sono preghiere scelte da noi per incoraggiarle, per aiutarle a uscire dalla disperazione. E ancora, l’8 marzo regaliamo a tutte le donne con cui entriamo in contatto una mimosa, del cioccolato e la preghiera di Giovanni Paolo II “Grazie a te donna”.

Patrizia Spagnolo

 

 

Monday 09 March 2015

Il corpo a corpo dello spirito in scena a Roma

teatri romaÈ la processione propiziatoria di “Paranza, il miracolo” (10-15 marzo) ad aprire la rassegna “Tra cielo e terra” con cui il Teatro di Roma, in collaborazione con la Federgat, porta in scena quattro spettacoli fra i vincitori de “I teatri del sacro” 2013, dedicati alla dimensione più autentica, fragile e per questo “sacra” dell’uomo contemporaneo (per il calendario degli spettacoli in scena a Roma clicca qui).

La crisi economica, che morde e corrode l’esistenza di chi ha perso il lavoro – come i protagonisti dello spettacolo firmato da Clara Gebbia, Katia Ippaso, Enrico Roccaforte e Antonella Talamonti, che reclamano in una processione popolare il diritto alla casa, alla salute, al lavoro, insomma al riconoscimento della propria cittadinanza nella società – è il nocciolo di “Paranza, il miracolo” in cui la preghiera si fa canto corale e immagine della solidarietà: un valore da recuperare, anzi da esigere.  Quando sembrano prevalere la sofferenza e la paura, la ricerca di un senso profondo dell’esistenza rappresenta per tutti un motivo di speranza, e per tutti è uno spunto di riflessione e di approfondimento.

Così sul palcoscenico Laura Nardi e Danilo Nigrelli ripartono dalle domande semplici e spiazzanti dei bambini mettendo in scena le “Storie del Buon Dio” di Rilke (17-19 marzo): in un surreale “ufficio domande rimaste senza risposta” il teatro affida alla poesia delle ombre cinesi e dei burattini la descrizione del “Buon Dio” che i grandi hanno il compito di rivelare ai più piccoli.
Parlare dell’anima, parlare dello spirito è oggi una necessità che emerge con forza dalla crisi sociale e individuale che attraversa il nostro tempo, e che si acuisce nel momento in cui si vive un lutto. Al recupero dei riti e delle tradizioni che legano “i vivi con i morti” ma anche (e forse soprattutto) “i vivi con i vivi” è dedicato lo spettacolo “In canto e in veglia” (20-22 marzo), in cui Elena Bucci porta con sé lo spettatore attraverso le veglie funebri, con i loro carichi di pianti e risate, le soste silenziose della vita, i passaggi delle stagioni, ripercorrendo riti che la società ha sacrificato a un senso di libertà assoluta che sembra ora vacillare…

Come vacilla, alle porte di Gerusalemme, Clarel, giovane eroe in viaggio alla ricerca della fede, protagonista dello spettacolo realizzato da Valter Malosti (regista e interprete) sulla partitura dell’opera di Herman Melville “Clarel, poema e pellegrinaggio in Terra Santa” (27-29 marzo): 18mila versi che danno le vertigini e riecheggiano l’esperienza che Melville stesso fece in prima persona.

Una rassegna, quella realizzata dal Teatro di Roma insieme a Federgat e in collaborazione con l’Acec, che punta coraggiosamente i riflettori sulle questioni fondamentali dell’uomo, alle prese oggi più di ieri con domande di senso universali ed eterne eppure “drammaticamente” incarnate nel tempo e nello spazio. E non poteva che essere il teatro il luogo di questo “corpo a corpo” dello spirito: il palcoscenico si riappropria così della sua funzione sociale di agorà, di spazio per la dialettica, la riflessione, l’introspezione e il dubbio.

Risiede forse in questa inalienabile tensione vitale la forza del progetto de “I teatri del sacro”, che è arrivato alla sua quarta edizione (Lucca, 8-14 giugno 2015) confermando l’ambizione di provocare ogni uomo, protagonista o spettatore che sia, con le domande fondamentali dell’esistenza e della fede. Attraverso un bando di concorso biennale, aperto alle compagnie italiane e non, ”I teatri del sacro” seleziona infatti progetti di spettacolo inediti, con la possibilità di usare ogni registro e ogni linguaggio teatrale (comico o drammatico, danza, prosa, circense o di figura non ci sono limiti), la cui unica necessaria costante è il gancio forte con il “sacro” nelle sue mille declinazioni ed emergenze.

Dalla fortunata intuizione di Federgat, della Fondazione comunicazione e cultura, dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali e del Servizio nazionale per il progetto culturale della Cei, che con la collaborazione dell’Acec hanno la paternità dell’iniziativa, è nato un progetto destinato a una ricaduta sociale e culturale di ampia portata, di cui la rassegna in programma a marzo al Teatro India sembra essere solo l’esempio più recente.

Tiziana Vox – Sir, 9 marzo 2015

Sunday 08 March 2015

Quella misericordia che si sembra “ingiusta”

Cari amici, vi propongo un brano del discorso che Papa Francesco ha fatto sabato agli 80mila ciellini in piazza San Pietro.

«Voi sapete quanto importante fosse per Don Giussani l’esperienza dell’incontro: incontro non con un’idea, ma con una Persona, con Gesù Cristo. Così lui ha educato alla libertà, guidando all’incontro con Cristo, perché Cristo ci dà la vera libertà. Parlando dell’incontro mi viene in mente “La vocazione di Matteo”, quel Caravaggio davanti al quale mi fermavo a lungo in San Luigi dei Francesi, ogni volta che venivo a Roma. Nessuno di quelli che stavano lì, compreso Matteo avido di denaro, poteva credere al messaggio di quel dito che lo indicava, al messaggio di quegli occhi che lo guardavano con misericordia e lo sceglievano per la sequela. Sentiva quello stupore dell’incontro. E’ così l’incontro con Cristo che viene e ci invita».

«Tutto, nella nostra vita, oggi come al tempo di Gesù, incomincia con un incontro. Un incontro con quest’Uomo, il falegname di Nazaret, un uomo come tutti e allo stesso tempo diverso. Pensiamo al Vangelo di Giovanni, là dove racconta del primo incontro dei discepoli con Gesù (cfr 1,35-42). Andrea, Giovanni, Simone: si sentirono guardati fin nel profondo, conosciuti intimamente, e questo generò in loro una sorpresa, uno stupore che, immediatamente, li fece sentire legati a Lui… O quando, dopo la Risurrezione, Gesù chiede a Pietro: «Mi ami?» (Gv 21,15), e Pietro risponde: «Sì»; quel sì non era l’esito di una forza di volontà, non veniva solo dalla decisione dell’uomo Simone: veniva prima ancora dalla Grazia, era quel “primerear”, quel precedere della Grazia. Questa fu la scoperta decisiva per san Paolo, per sant’Agostino, e tanti altri santi: Gesù Cristo sempre è primo, ci primerea, ci aspetta, Gesù Cristo ci precede sempre; e quando noi arriviamo, Lui stava già aspettando. Lui è come il fiore del mandorlo: è quello che fiorisce per primo, e annuncia la primavera».

«E non si può capire questa dinamica dell’incontro che suscita lo stupore e l’adesione senza la misericordia. Solo chi è stato accarezzato dalla tenerezza della misericordia, conosce veramente il Signore. Il luogo privilegiato dell’incontro è la carezza della misericordia di Gesù Cristo verso il mio peccato. E per questo, alcune volte, voi mi avete sentito dire che il posto, il luogo privilegiato dell’incontro con Gesù Cristo è il mio peccato. È grazie a questo abbraccio di misericordia che viene voglia di rispondere e di cambiare, e che può scaturire una vita diversa».

«La morale cristiana è risposta, è la risposta commossa di fronte a una misericordia sorprendente, imprevedibile, addirittura “ingiusta” secondo i criteri umani, di Uno che mi conosce, conosce i miei tradimenti e mi vuole bene lo stesso, mi stima, mi abbraccia, mi chiama di nuovo, spera in me, attende da me. La morale cristiana non è non cadere mai, ma alzarsi sempre, grazie alla sua mano che ci prende. E la strada della Chiesa è anche questa: lasciare che si manifesti la grande misericordia di Dio».

Sunday 08 March 2015 11:11

BERGOGLIO BASTONA LE PECORE PIU’ FEDELI ALLA CHIESA (E CONTRADDICE I PREDECESSORI)

Cosa è accaduto ieri in piazza San Pietro fra papa Bergoglio e gli aderenti a Comunione e liberazione?

Per capirlo bisogna fare un passo indietro.

IL FARE

Il 3 marzo scorso, nell’omelia di santa Marta, il papa disse: “Ma come posso convertirmi? La sporcizia del cuore non si toglie come si toglie una macchia… Si toglie col ‘fare’… cioè la strada del fare il bene. E come faccio il bene? E’ semplice! ‘Cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova’ ”.

In quelle stesse ore don Julian Carron, responsabile pro tempore di CL, sul tema della conversione scriveva l’esatto opposto: “ogni volta che davanti a questa o quella situazione ci chiediamo che cosa dobbiamo fare, dimostriamo che non abbiamo ancora risposto a quella domanda. Niente lo documenta più di questo ‘che cosa fare?’. Abbiamo una cosa da fare, solo una: convertirci”.

Bergoglio identifica la conversione con un “fare”, con un attivismo sociale che abbiamo già visto in America Latina e qui negli anni Settanta in certi gruppi cattolici di sinistra, dove alla fine Cristo si riduceva a “pretesto” per un attivismo sempre più politico e ideologizzato.

Invece don Carron percorre la via di un ripiegamento intimistico che toglie alla fede e alla comunità cristiana ogni dinamica umana espressiva e si risolve in quella “scelta religiosa” che decenni fa venne fatta dall’Azione Cattolica e fu sempre combattuta da don Giussani come il suicido del cattolicesimo.

Giussani aborrì allo stesso modo la riduzione “sociale” e attivistica del cristianesimo che considerava succube delle ideologie.

LA VIA GIUSTA

Fra la risposta bergogliana del “fare” e quella carroniana dell’intimismo psicoanalitico, c’è infatti una terza risposta, quella giusta, che è sempre stata espressa, potentemente, da don Giussani, da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI.

Si potrebbe sintetizzare così: l’incontro con Cristo, attraverso il volto dei suoi amici, della comunità cristiana, dà senso e bellezza alla vita, abbraccia e cambia tutta la persona, tutta la sua esistenza e genera un popolo che ha uno sguardo originale su tutto, che ha un giudizio cristiano su ogni aspetto della vita personale e sociale, proponendo a tutti un orizzonte più umano e più vero di quello delle ideologie dominanti.

Ieri, in piazza San Pietro, papa Bergoglio e don Carron, pur da posizioni contrapposte, si sono trovati convergenti nel tentativo di liquidare proprio questa via, che Giussani ha percorso dando vita a Comunione e liberazione, la via che Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno riconosciuto e sostenuto, essendo anche la loro e quella della Chiesa.

CONTRO CL

Certo, ieri a Roma si è reso omaggio all’uomo Giussani, ma trasformato in un santino e isolato dalla sua storia.

Tentando di delegittimare e archiviare l’opera che da lui è nata, il popolo di Comunione e liberazione e la sua formidabile presenza sociale e culturale, la sua originale creatività che dagli anni Settanta ha incontrato e coinvolto tantissimi giovani e molti non credenti.

Oggi restare fedeli con il cuore a quella storia, “a quella forma di insegnamento, alla quale siamo stati consegnati” (Ratzinger), significa, secondo Bergoglio, essere “guide da museo e adoratori di ceneri”.

E purtroppo don Carron converge su questa “liquidazione” di una storia comunitaria e di una presenza eccezionale.

Così però Bergoglio dice il contrario di quanto hanno affermato Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e don Giussani. E’ innegabile, se non si vuol nascondere la testa sotto la sabbia.

Faccio due esempi.

AUTOREFERENZIALI ?

Una delle bastonate di Bergoglio a CL è sull’autoreferenzialità.

In effetti CL, come altre realtà ecclesiali, oggi ha questo grave problema, tanto è vero che la sua presenza pubblica è pressoché svaporata, ma Bergoglio non ha colpito solo l’attuale CL carroniana, ma anche e soprattutto il forte senso di appartenenza che Giussani ha insegnato, cioè l’identità comunitaria tuttora viva dei ciellini.

Infatti ha detto: “Quando siamo schiavi dell’autoreferenzialità finiamo per coltivare una ‘spiritualità di etichetta’: ‘Io sono CL’. Questa è l’etichetta. E poi cadiamo nelle mille trappole che ci offre il compiacimento autoreferenziale”.

Ma è facile ricordare parole opposte di Giussani sull’ “essere di CL”. Proprio l’altroieri il portavoce di CL, Alberto Savorana, in una intervista, ricordava che il nome del Movimento nacque da un volantino degli universitari nel 1969: “Un giorno, entrando in uno dei locali frequentati da questi studenti, in via Ariosto a Milano, don Giussani vede quel volantino appeso, con riferimento al nome scelto da quelli della Statale, e dice: ‘ecco, noi siamo il nome che si sono dati gli universitari, perché comunione è liberazione’ ”.

GAFFE TEOLOGICA

La seconda bastonata bergogliana è arrivata quando ha contrapposto il carisma a Gesù Cristo, mentre invece – come ha spiegato mille volte don Giussani – “il carisma è l’avvenimento di Cristo secondo la modalità con cui investe il mio presente… facilita l’appartenenza a Cristo, cioè è l’evidenza dell’avvenimento presente oggi… In questo senso il carisma introduce alla totalità del dogma”.

Giussani spiegava bene la parola: “Un carisma si può definire come un dono dello Spirito dato a una persona in un determinato contesto storico, affinché quell’individuo dia inizio a una esperienza di fede che possa risultare in qualche modo utile alla vita della Chiesa. Sottolineo il carattere esistenziale del carisma: esso rende più convincente, più persuasivo, più ‘abbordabile’ il messaggio cristiano proprio della tradizione apostolica. Un carisma è un terminale ultimo dell’Incarnazione, cioè una modalità particolare attraverso la quale il Fatto di Gesù Cristo uomo-Dio mi raggiunge e, per il tramite della mia persona, può raggiungere altri”.

Invece Bergoglio contrappone le due cose: “Ricordate che il centro non è il carisma, il centro è uno solo, è Gesù, Gesù Cristo! Quando metto al centro il mio metodo spirituale, il mio cammino spirituale, il mio modo di attuarlo, io esco di strada”.

Il messaggio implicito era il seguente: adesso dimenticate la vostra storia e il vostro carisma per seguire me e le mie idee.

In realtà, nella storia della Chiesa, la ricchezza è stata proprio nella diversità di carismi: i benedettini sono diversi dai francescani, i domenicani dai gesuiti, i carmelitani dai comboniani. E tutti sono centrati su Cristo.

Anche i papi dei nostri anni hanno affermato cose opposte all’idea bergogliana.

Per esempio, Giovanni Paolo II, in una lettera a Giussani per il 50° anniversario della nascita del Movimento, nel febbraio 2004, volle ripetere ai ciellini ciò che già tante volte aveva detto: “Rinnovate continuamente la scoperta del carisma che vi ha affascinati ed esso vi condurrà più potentemente a rendervi servitori di quell’unica potestà che è Cristo Signore!”.

Poi espresse un altro giudizio diametralmente opposto a quello pronunciato ieri da Bergoglio: “Il vostro Movimento ha voluto e vuole indicare non una strada, ma la strada per arrivare alla soluzione di questo dramma esistenziale. La strada, quante volte Ella lo ha affermato, è Cristo”.

WOJTYLA SU CL

Papa Wojtyla definiva il Movimento “uno dei germogli della promettente ‘primavera’ suscitata dallo Spirito Santo negli ultimi cinquant’anni”.

E, considerato che erano stati anni segnati “da una sofferta contrapposizione con le ideologie imperanti, da una crisi dei progetti utopistici e, più recentemente, da una diffusa tendenza al relativismo, allo scetticismo, al nichilismo, che rischiano di estinguere i desideri e le speranze delle nuove generazioni”, il grande papa Wojtyla invitava tutti i ciellini “a risalire all’esperienza sorgiva da cui il Movimento ha preso le mosse, rinnovando l’entusiasmo delle origini. E’, infatti, importante mantenersi fedeli al carisma degli inizi per poter rispondere efficacemente alle attese e alle sfide dei tempi”.

L’opposto di quello che si è sentito ieri.

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 8 marzo 2015

 

Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

 

Friday 06 March 2015

Memoria, identità, sogno. In Luoghi dell’Infinito

luoghi infinito marzo 2015Memoria, identità, sogno: nell’arte del ritratto c’è tutto questo e molto altro, come dimostra lo speciale del nuovo numero di “Luoghi dell’Infinito”, il mensile di itinerari, arte e cultura di “Avvenire”, in edicola da martedì 3 marzo.

Nell’editoriale, Enzo Bianchi riflette sul volto di Cristo, un viso mai visto che pure lo ha accompagnato per tutta la vita: “Ciascuno di noi non solo ha un’immagine personalissima di Gesù, ma con la propria vita tratteggia un aspetto del suo volto, ne dipinge una sfumatura, ne mette in luce un particolare”. Il teologo e critico letterario Massimo Naro offre un excursus sulle sembianze attribuite a Gesù nella letteratura del Novecento, tra distorsioni, reinterpretazioni e trasfigurazioni.

Il ritratto è antico quanto l’arte. L’etimologia della parola rimanda a un’idea di imitazione ma anche di intuizione: la parola ritratto deriva dal latino retrahere che significa “far tornare, trattenere” ma anche “salvare”; mentre il tedesco porträt, il francese portrait, il russo portret derivano da protrahere che significa “portar fuori” e “rivelare”.

Elena Pontiggia propone una carrellata dal Fayyum a de Chirico, mentreMaria Gloria Riva analizza come i volti dei santi segnino la storia del Cristianesimo. I molti approcci della fotografia, tecnica che ha rivoluzionato la storia del ritratto, sono al centro del racconto di Roberto Cassanelli, mentre Giovanni Gazzaneo si concentra sui volti immortalati da Steve McCurry.

Non mancano focus sugli autoritratti di Rembrandt (di Alessandro Beltrami) o sui volti della Belle Époque dipinti da Boldini (di Beatrice Buscaroli). E se Cesare Cavalleri racconta come l’incontro con un ritratto può far nascere una grande “passione” storica, Roberto Mussapi entra nei profili delineati dai grandi poeti. La sezione Arti&Itinerari si apre con un viaggio a Bressanone, la città dei principi-vescovi, piccola capitale posta sul confine tra Settentrione e mondo latino, mentre il poeta Davide Rondonioffre un personalissimo racconto di viaggio in Giordania, tra bagliori della storia e speranze del presente.

Luoghi dell’Infinito
Mensile di itinerari, arte e cultura
Numero 193 – marzo 2015
www.luoghidellinfinito.it

Friday 06 March 2015 04:00

Chi tiene i conti della borsa di Pietro

Gli statuti del nuovo dicastero economico assegnano al cardinale Pell il controllo sui patrimoni di tutti gli uffici vaticani. Ma le proprietà e le gestioni restano separate. Ecco la storia di una battaglia non ancora finita

Monday 02 March 2015

San Milad Saber e i suoi venti compagni

La loro storia è la stessa degli Atti dei Martiri del primi secoli. Uccisi dalla spada dell'islam per puro odio della loro fede cristiana

Friday 27 February 2015

I 42 anni del dittatore Gheddafi

Mentre la Libia sprofonda nel caos e abbiamo l’Isis a 350 Km. di mare, è istruttivo ricordare brevemente i 42 anni della dittatura di Gheddafi, crollata nel 2011 per i bombardamenti dei popoli cristiani contro le forze armate nazionali, gettando il paese nell’instabilità e nel caos. In Italia e in Europa è comune l’opinione che l’islam e i musulmani sono i nemici dell’Occidente, come nel mondo islamico molti pensano che il cristianesimo e i cristiani sono nemici dell’islam. Noi cristiani non capiamo l’islam e viceversa, perché noi viviamo nel 2000 dopo Cristo e loro nel 1400 dopo Maometto, il nostro profeta è Gesù Cristo col suo Vangelo, il loro è Maometto col suo Corano. C’è un abisso religioso, storico e culturale fra popoli cristiani e popoli musulmani. Papa Francesco, parlando al Pisai nel gennaio scorso, ha detto che per incontrare l’islam senza terrorismi e scontri, la guerra non serve, anzi peggiora le situazioni. Occorre il “dialogo della vita” (in Italia abbiamo due milioni di musulmani), cioè da parte nostra l’accoglienza, il dialogo, la comprensione dell’altro. la solidarìetà fraterna. I bombardamenti occidentali della Libia nel 2011 sono stati l’opposto e la storia ha purtroppo dimostrato il tragico disastro che hanno causato..
Dittatore dal 1969 (colpo di stato contro il re Idriss, amico degli italiani) Gheddafi all’inizio ha seguito Nasser nella linea anti-occidentale e anti-italiana, fino a finanziare le moschee e madrasse d’ispirazione estremista in tutto il mondo. Ha espulso dalla Libia i 25-30.000 italiani che tenevano in piedi l’economia e i servizi pubblici, riducendo il popolo alla miseria. Nel 1986, Reagan bombardò le sei tende, all’interno di caserme, in una delle quali viveva il leader libico, che scampò per miracolo. Isolato fra Egitto e Tunisia filo-occidentali, capì che la linea rivoluzionaria era fallimentare, a poco a poco, pur continuando a fare discorsi rivoluzionari e anti-occidentali, in pratica, specie dopo che nel 1998 venne tolto l’embargo economico e nel 2004 l’embargo sulla vendita di armi alla Libia, ha iniziato un cammino di avvicinamento all’Occidente e, quel che più importa, di faticosa educazione del suo popolo con la scuola al rispetto dei diritti dell’uomo e della donna. I proventi del petrolio li ha usati per sviluppare la Libia: strade, scuole, ospedali, università, case popolari a bassissimo prezzo, inizio di industrializzazione, sviluppo agricolo con l’acqua tirata su nel deserto ad una profondità di 600-800 metri! Due acquedotti (costruiti dai sud-coreani) portavano l’acqua “fossile” dal deserto alla costa, 900 km. a nord.

Gheddafi privilegiava negli aiuti allo sviluppo le sue kabile (tribù) della Tripolitania; nel 2011 quelle della Cirenaica si sono ribellate e hanno conquistato il potere a Bengasi e in altre città. Non una rivolta causata dalla miseria, ma da rivalità tribali e da una dittatura che non lasciava spazi di libertà politica e di coinvolgimento popolare nella guida del paese. L’Occidente è intervenuto con bombardamenti aerei e navali nella guerra civile di un paese islamico!

Ma non possiamo dimenticare quel il dittatore ha fatto per il suo popolo: ha mandato le bambine a scuola e le ragazze all’Università, ha abolito la poligamia e fatto leggi sul matrimonio favorevoli alla donna. C’era in Libia una politica di libertà religiosa. I cristiani (nessun libico, tutti stranieri), pur con molti limiti, godevano di libertà di culto e di riunione. La Caritas libica era un organismo stimato e richiesto di interventi. Due fatti eccezionali. Nel 1986 Gheddafi ha scritto a Giovanni Paolo II chiedendo suore italiane per i suoi ospedali. Costruiva ospedali e dispensari, ma non aveva ancora infermiere libiche. La richiesta veniva dal buon esempio delle due francescane infermiere italiane che hanno assistito il padre di Gheddafi fino alla morte. Nel 2007 (l’anno della mia visita) c’erano in Libia80 suore cattoliche (soprattutto filippine, indiane, ma anche italiane) e 10.000 infermiere e medici cattolici filippini e indiani. Il vescovo Martinelli mi diceva: “La presenza di queste donne cristiane, professionalmente preparate, gentili, attente alle necessità del malato che curano con amore, stanno cambiando l’immagine del cristianesimo fra i musulmani”.
Secondo fatto. Sono stato nel deserto a 900-1000 km. da Tripoli, dove sta fiorendo una regione ex-desertica per l’acqua tirata su dalle profondità della terra. Un lago di 35 km. di lunghezza, campagne coltivate e cittadine, dove vent’anni fa non c’era nulla. La città di Sebha capitale della regione aveva 80.000 abitanti, dove viveva un sacerdote medico italiano, don Giovanni Bressan (di Padova) che è stato uno dei fondatori dell’ospedale. Don Bressan ha riunito i molti africani profughi dai paesi a sud del deserto (Nigeria, Camerun, Ciad, ecc.) fondando per essi una parrocchia, una scuola, un centro di riunioni e di gioco. Gli africani lavorano e sono pagati, per tre o più anni rimangono nel sud, poi hanno soldi a sufficienza per tentare il passaggio in Italia! Fanno tutti i lavori e sono ammirati perché lavoratori onesti e forti. Don Vanni (Giovanni) riesce a fermare alcune famiglie, le altre vogliono venire in Italia, in Europa. Il cammino della Libia verso la piena integrazione nel mondo moderno e nella Carta dei diritti dell’uomo e della donna, era cominciato. Non difendo Gheddafi e la sua dittatura, credo però di poter testimoniare anche aspetti del suo operato, del tutto ignorati in questi giorni.
Gheddafi aveva nazionalizzato tutto, anche l’islam. Controllava l’estremismo in due modi. A Tripoli aveva creato la direzione dell’islam libico, formata da una dozzina di imam autorevoli, che nominavano gli imam delle moschee e scuole coraniche. Da Tripoli partiva ogni settimana, in anticipo, il testo della catechesi religiosa del venerdì che gli imam delle varie moschee dovevano solo leggere senza aggiungere o togliere nulla;  chi trasgrediva quest’ordine, era licenziato e sostituito da altri.  Fino al 2011 i cristiani in Libia erano circa mezzo milione, specialmente lavoratori copti egiziani; i cattolici circa 80.000, in maggioranza italiani, dirigenti e lavoratori nei pozzi di petrolio, impresari e tecnici in numerose industrie, filiali di industrie italiane..
A Tripoli ho incontrato suor Giannina Catto della congregazione del De Foucauld, infermiera che lavora in Libia dal 1966 (nata a Cavaglià, vicino al mio paese di Tronzano vercellese!). Mi dice: “Noi suore del De Foucauld viviamo in mezzo ai popolo libico e ci rendiamo conto che questo è essenziale per capirli e anche apprezzarli. C’è in Europa una grande paura dell’islam e dei musulmani, noi possiamo testimoniare che il popolo libico è buono e rispettoso verso lo straniero; noi siamo accolte cordialmente, ci aiutano e la nostra presenza è importante per far evolvere le donne. Siamo due donne sole in un quartiere totalmente islamico, in periferia di Tripoli e contente di fare questa vita. Lavoriamo per guadagnarci da vivere. Io ho 64 anni, sono infermiera e ho lavorato in ospedale fra i bambini prematuri, ma come pensione qui non ho nulla, vivo con la pensione minima italiana. L’altra suora che sta con me ha qualche anno più di me e anche lei ha lavorato. Invece nella nostra seconda casa c’è una sorella più giovane dottore in medicina specializzata in pediatria che lavora in ambulatorio. Vive lontano da Tripoli dove la sanità è quasi a zero: i malati vengono tutti da lei, è impegnatissima. Viviamo in una casetta come tutte le altre, aiutiamo in quel che possiamo e loro ci aiutano. Siamo come una grande famiglia”.

Che messaggio vuoi trasmettere in Italia? “In Europa c’è una grande diffidenza e sospetto verso i musulmani e non mi pare giusto. La fede comune nell’unico Dio deve aiutarci a superare i pregiudizi perché con i musulmani si può vivere bene, rispettandoci e aiutandoci a vicenda. Anche loro, di fronte ad un occidentale hanno dei pregiudizi e sono sospettosi, vivendoci assieme capiscono che noi siamo come loro”. Ma l’islam fa paura per il terrorismo e lo spirito anti-occidentale di molti musulmani. “L’islam è fatto di persone non di teorie. In Europa si ha paura per Bin Laden e altri terroristi, che sono sono una minima percentuale. E tutte queste buone persone con le quali viviamo, non sono musulmani? Io temo che i giornali e le televisioni in Italia insegnano l’odio verso lo straniero. Noi siamo amiche di tutti, nella vita quotidiana sono molto umani. Io dico agli italiani che non possiamo andare avanti con l’odio, con lo spirito di inimicizia, di sospetto. I libici non hanno bisogno di aiuti materiali, hanno bisogno di amicizia, di considerazione, di fraternità. Anche loro debbono liberarsi dei loro pregiudizi, per questo noi siamo qui ed è un segno negativo che in Italia diminuiscono le vocazioni alla vita consacrata”.

Monday 23 February 2015

Il vero ecumenismo

«Per un vero ecumenismo è importante riconoscere il primato dell’azione divina e due sono le conseguenze di tale atteggiamento. La prima: l’ecumenismo esige pazienza, il vero successo dell’ecumenismo» non consiste in sempre nuovi accordi, in nuovi «contratti» sui diversi elementi di separazione. Ma «consiste nella perseveranza, nell’andare insieme, nell’umiltà che rispetta l’altro, anche dove la compatibilità in dottrina o in prassi della Chiesa non è ancora ottenuta; consiste nella disponibilità ad imparare dall’altro e a lasciarsi correggere dall’altro, nella gioia e nella gratitudine per le ricchezze spirituali dell’altro, in una permanente essenzializzazione della propria fede, dottrina e prassi, sempre di nuovo da purificare e da nutrire alla Scrittura, tenendo fisso lo sguardo al Signore e nello Spirito Santo col Signore al Padre».

«Consiste nella disponibilità a perdonare e a cominciare sempre di nuovo nella ricerca dell’unità e finalmente nella collaborazione nelle opere di carità e nella testimonianza al Dio rivelato davanti al mondo… In altre parole, ecumenismo è innanzitutto un atteggiamento fondamentale, un modo di vivere il cristianesimo».

Sono considerazioni che l’allora cardinale Joseph Ratzinger fece nel gennaio 1993 nel corso di un colloquio presso la comunità valdese di Roma. Qui l’articolo che ho appena pubblicato su Vatican Insider. Come spesso capita, rileggendo il futuro Benedetto XVI si coglie la distanza a volte siderale rispetto a certi cliché nei quali certi suoi interpreti hanno cercato di rinchiuderlo.

Tuesday 17 February 2015

Il Califfato in Libia pericolo per Italia

In Libia si sta affermando lo Stato Islamico (IS) del Califfato, troppo vicino all’Italia per non preoccupare il popolo italiano. Il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, ha dichiarato: “Se la mediazione dell’Onu dovesse fallire, siamo pronti a combattere in un quadro di legalità internazionale”. Il servizio radiofonico dell’IS, da Mosul in Irak, ha subito definito Gentiloni “il Ministro degli Esteri dell’Italia, il crociato”, spiegando che “Roma è pronta ad unirsi alla forza guidata dalle Nazioni atee per combattere lo Stato Islamico”. Personalmente sono contrario a inviare militari occidentali e italiani in Libia per una guerra che riporti la pace e l’ordine in Libia, combattendo contro il Califfato. Nel 2011 l’Occidente ha già fatto una guerra in Libia,mandando aerei a bombardare Tripoli e l’esercito del dittatore Gheddafi, col risultato opposto a quel che si pensava. Quei bombardamenti hanno scardinato la barriera che ostacolava l’estremismo islamico, favorendo una guerra civile che ha portato il Califfato alla vittoria, come già prevedeva chi conosceva la Libia. Il Vicario apostolico di Tripoli, mons. Giovanni Innocente Martinelli (uno dei pochi italiani rimasti in Libia per difendere circa 300 cattolici filippini), condannava “la folle guerra di alcuni paesi europei e americani contro il popolo libico” che, com’è noto,finiva con l’uccisione di Gheddafi il 23 ottobre 2011. L’opinione pubblica europea e italiana applaudiva alla morte del dittatore, ma ricordo che quando Gheddafi venne a Roma nel 2009 per firmare il “Patto fra Italia e Libia”, politico, economico e militare, proposto dal governo Berlusconi (lodato dello storico Angelo Del Boca), la Sapienza lo invitò a tenere una “lectio magistralis” nell’aula magna, che era stata rifiutata poco prima a Benedetto XVI!

Un’altra guerra degli occidentali in Libia avrebbe sicuramente il risultato di allargare l’influsso dell’IS a tutte le masse popolari islamiche (un miliardo e 400 milioni di persone!), senza riuscire a riportare libertà e ordine in Libia, come è successo negli altri interventi armati dell’Occidente col mandato dell’ONU in vari paesi islamici, Somalia, Afghanistan, Iraq, Siria. L’Occidente non capisce l’islam (vedi il mio Blog precedente) e prende sempre la via sbagliata, come in Persia (Iran) quando nel 1979 appoggiò le rivolte popolari contro il dittatore, lo Scià Reza Pahlevi (alleato degli Usa), applaudendo la salita al potere dell’Imam Khomeini, che ha lanciato “il martirio per l’islam” e la “guerra santa” contro l’Occidente! Il popolo iraniano oggi rimpiange lo Scià, quello libico Gheddafi e gli iracheni Saddam Hussein.

E allora, cosa fare? Questo è il compito della politica e della diplomazia dei paesi occidentali: ad esempio, convincere i governi dei paesi confinanti (Egitto, Tunisia, Algeria, Sudan e altri), che se la Libia diventa tutta uno Stato Islamico, l’estremismo e il terrorismo si affermeranno anche tra i loro popoli. Spetta loro, anche con interventi militari, bloccare questo pericolo; secondo, agire con incontri diplomatici tra le varie fazioni armate che si contendono il paese; ed eventualmente con aiuti o sanzioni economiche, ad esempio non acquistando più il petrolio libico (sono solo ipotesi). Ma non iniziare, noi popoli occidentali e cristiani, una guerra contro il Califfato in Libia.

Rimane però il problema di proteggere il nostro popolo e “rispondere ad un ingiusto aggressore”, come ha detto Papa Francesco. In questo momento l’Italia e l’Europa sono invase da una marea di profughi africani: 174.000 salvati e accolti nel 2014, altri 200.000 pronti a partire su gommoni o carrette del mare, che provengono per il 90% dalla Libia. In questo caso un intervento militare dell’Europa (su mandato dell’Onu) sulle coste e porti libici, ad esempio affondando tutti i gommoni e navi fatiscenti, penso possa essere lecito e compreso da tutti. Ma una guerra in Libia iniziata e condotta da forze occidentali, per riportare il paese alla pace e all’ordine, sarebbe un’impresa utopica e dannosa per lo stesso Occidente, anche solo perché la Libia è grande cinque volte l’Italia, abitata da circa 6 milioni di libici, divisi in più di cento kabile (tribù), confraternite religiose e gruppi armati che combattono l’uno contro l’altro per la conquista del potere!

 

Monday 09 February 2015

Per incontrare l’islam dobbiamo tornare a Cristo

Da alcuni mesi il terrorismo di radice islamica è balzato alla ribalta dell’attualità come un grave pericolo per l’Europa e per la nostra Italia. Molti si chiedono cosa fare, si discute di leggi adeguate alla gravità della situazione ma gli appelli per una maggior vigilanza e fermezza lasciano il tempo che trovano. Il nostro mondo democratico, ricco e laicizzato, si trova spiazzato. I popoli occidentali e quelli islamici non si capiscono. C’è un abisso tra il nostro desiderio di vivere tranquilli e la violenza dei terroristi. La storia recente, dopo le “Due Torri” di New York (11 settembre 2001), ha dimostrato che le guerre contro l‘estremismo islamico (in Afghanistan e Iraq e oggi contro il Califfato) non solo non risolvono il problema del terrorismo, ma hanno peggiorato la situazione. La “guerra santa” e “il martirio per l’islam” si sono diffusi in molti paesi. Un miliardo e 400 milioni di uomini che vivono con convinzione la loro religione e cultura religiosa, non si sconfiggono con la guerra. E allora, cosa fare?

Papa Francesco, parlando nel gennaio scorso al Pisai (Pontificio Istituto di Studi arabi e d’islamistica), ha messo in primo piano il dialogo con i musulmani, dicendo tra l’altro: “Mai come ora” si avverte la necessità della formazione di operatori del dialogo con i musulmani, “perché l’antidoto più efficace contro ogni forma di violenza è l’educazione alla scoperta e all’accettazione della differenza come ricchezza e fecondità”. Ciò richiede un atteggiamento di “ascolto” per essere capaci di capire i valori dei quali l’altro è portatore e di conseguenza “un’adeguata formazione affinché, saldi nella propria identità, si possa crescere nella conoscenza reciproca”; ma esige anche di “non cadere nei lacci di un sincretismo conciliante e, alla fine, vuoto e foriero di un totalitarismo senza valori”. Questo scontro di due civiltà che non si capiscono, non ha come motivazione fondamentale la politica o l’economia, ma la religione. Ecco perchè:

1) L’ideale dell’Occidente è la “Libertà” dell’uomo, anche dalle leggi di Dio che ha creato il mondo e l’umanità. Noi viviamo in una società praticamente atea e i popoli islamici vedono l’Occidente cristiano come un nemico, un pericolo per la loro fede! Sono attirati dal mondo moderno, ma ne hanno anche paura! La nostra vita li scandalizza, non vogliono vivere in un mondo sempre più disumano come il nostro, ricco e arido, ma vuoto dentro, di cui ci lamentiamo anche noi. Questo il ritornello che si sente nelle moschee e si legge sulla stampa islamica: i credenti nel Corano hanno la missione di riportare a Dio l’Occidente ateo e svirilizzato. Queste idee, inculcate fin dalla più tenera età anche nelle scuole, fanno parte della loro fede e della loro cultura. Solo una minoranza pratica il terrorismo islamico, è vero, ma ci sono milioni di musulmani che condividono la loro ideologia.

Il primo ministro inglese Tony Blair, parlando dopo le Due Torri al Parlamento europeo, ha detto: “L’Occidente deve difendere i nostri valori… Abbiamo creato una civiltà senz’anima e dove ritrovare quest’anima se non tornando al Vangelo che ha fatto grande l’Occidente?”. Nella situazione attuale, che rende la nostra società sempre più priva di ideali, pessimista ed egoista, in crisi perché manca di bambini (quanti milioni di aborti negli ultimi trent’anni?), ecco l’islam che ci provoca con ogni mezzo, dalla crescita demografica al terrorismo, ma anche con la “guerra santa” e il “martirio per l’islam”, per ricondurci allo scopo dichiarato della fede in Dio, sia pure il Dio del Corano che non è certo il Dio del Vangelo! In genere, noi occidentali viviamo come se Dio non esistesse, ma per incontrare e dialogare con l’islam dobbiamo ritornare a Dio e ai dieci Comandamenti, a Gesù Cristo e al suo Vangelo, non solo nella nostra vita personale, ma in quella familiare, sociale, scolastica, massmediatica, ecc. Cioè ritrovare la nostra identità cristiana. L’alternativa è la guerra contro i popoli musulmani, che, a lunga scadenza, perdiamo certamente, per il semplice motivo che i musulmani sono popoli giovani, noi occidentali popoli vecchi!

Dobbiamo formarci una visione più realistica dei musulmani e capire quali gravi responsabilità (storiche ed attuali) abbiamo anche noi, cristiani occidentali nella nascita e il diffondersi del “terrorismo” con radice islamica. Il card. Carlo M. Martini (nel suo discorso del 1990 “Noi e l’islam”) ha detto: “Cosa dobbiamo pensare noi cristiani dell’islam? Che senso può avere nel piano divino il sorgere di una religione, in un certo modo vicina al cristianesimo e insieme così combattiva, così capace di conquista, da fare molti proseliti in un‘Europa infiacchita? Nel mondo occidentale che perde il senso dei valori assoluti e non riesce più ad agganciarli a un Dio Signore di tutto, la testimonianza del primato di Dio su ogni cosa e della sua esigenza di giustizia, ci fa comprendere i valori storici che l’islam ha portato con sè e che può ancora testimoniare nella nostra società”.

2) L’islam si definisce non in termini di “libertà dell’uomo”, ma di “sottomissione a Dio”, ripeto, il Dio del Corano, non quello del Vangelo! Vive e proclama la presenza di Dio (Allah) nella vita del singolo uomo, nella famiglia e nella società; la fede è il più grande dono che Dio ha fatto all’uomo, che dobbiamo conservare con la preghiera e l’osservanza dei Comandamenti; la fede non è solo una scelta personale (come il laicismo e la secolarizzazione esasperata proclamano e impongono), ma crea l’appartenenza alla comunità dei credenti e a tutta l’umanità creata dallo stesso Dio.

L’islam è una religione che viene, almeno in parte, dalla stessa radice cristiana, il Dio di Abramo, tanto che nei suoi primi tempi alcuni Padri della Chiesa lo definivano “una eresia cristiana”. Ma oggi non è certamente una religione umanizzante, sono le stesse realtà islamiche (le violazioni dei diritti dell’uomo e della donna) che offrono un’immagine negativa; ma questo è un altro discorso, senza nulla togliere al dovere che hanno gli stati e ciascuno di noi, di difendere noi stessi e il nostro popolo da aggressioni e invasioni esterne. Ribadisco comunque quel che ho sentito da numerosi vescovi cristiani viventi nei paesi islamici, la convinzione che, nei piani di Dio, anche oggi l’islam ha, nella storia umana, un ruolo che non conosciamo, ma che merita rispetto e attenzione. Per noi cristiani oggi la sfida è l’incontro e non lo scontro con i popoli musulmani, il dialogo e non la guerra, il ritorno alla fede e alla vita in Cristo, non l’ateismo teorico e pratico.

 

Piero Gheddo

Friday 30 January 2015

Se si arriva a dire che il preservativo è più grave dell’aborto

Cari amici, mi scuso se per una volta intervengo su questi temi facendo esplicito riferimento a certe quotidiane polemiche. Ma soprattutto chiedo preventivamente venia al Prof. Antonio Livi, noto teologo, che da pulpiti telematici (ad esempio qui) aveva invitato me in particolare – e i giornalisti in generale – a non occuparsi di teologia e a non scrivere articoli su tali argomenti. Una lezione di Giornalismo Teologico o di Teologia Giornalistica che non dimenticherò. Ma oggi – davvero – non sono riuscito trattenermi dallo scrivere. Proprio per non invadere impropriamente il campo dei Maestri in Teologia, né quello che peraltro indegnamente pratico purtroppo per voi da qualche anno, quello del giornalismo, preferisco rimanere, come vedrete fra un attimo, a un livello più basso. Molto più basso. Ieri, quando ho letto l’ultimo articolo nel noto blog antibergogliano di Sandro Magister, dedito alla quotidiana critica di qualunque cosa Papa Francesco faccia o dica, non mi sono potuto trattenere. Vi invito alla previa lettura, perché ho trovato il titolo – se mi è permesso – un tantino fuorviante. Il contenuto è presto detto: un gesuita con una buona conoscenza delle Filippine, padre Pierre de Charentenay, cooptato di recente fra gli scrittori di Civiltà Cattolica, ha scritto un libro sulle Filippine (non un articolo sulla rivista dei Gesuiti), nel quale sono contenute alcune discutibilissime righe di critica nei confronti dei vescovi di quel paese e delle loro prese di posizione rispetto alle politiche del controllo delle nascite. Tutto questo diventa l’occasione per criticare Papa Francesco. Siccome non è di questo che voglio parlare, lascio agli interessati la lettura e ogni considerazione in merito.

Ciò che invece mi ha colpito, nell’articolo pubblicato ieri sul blog antibergogliano, è stato il contributo di un altro gesuita, lo statunitense padre Joseph Fessio, il quale, per confutare le poche righe del confratello francese rilanciate da Magister, ha scritto un altrettanto breve ma teologicamente denso contributo che vale davvero la pena leggere. Muovendomi in un campo più consono alla mia scarsa preparazione teologica, mi permetterò di fare una citazione cinematografica sicuramente non alta né colta, ma a parer mio alquanto efficace: il ragionier Ugo Fantozzi. Ecco, la mia reazione di fronte alla lettura dell’argomentazione teologica contenuta nell’articolo di Magister-Fessio è stata la stessa liberatoria battuta che l’indimenticabile Fantozzi pronuncia, acclamato dai colleghi, dopo essere rimasto per ore davanti allo scorrere de «La corazzata Potëmkin», film sovietico del grande e irreprensibile Sergej Michajlovič Ėjzenštejn.

A farmi sobbalzare sulla sedia suggerendomi la colorita espressione fantozziana sono state le affermazioni di padre Fessio secondo le quali la contraccezione è uguale o persino più grave dell’aborto. Perché abortendo è vero, si uccide un essere umano non nato, un bambino che si sta formando nel seno materno, un essere unico, fin dall’inizio totalmente altro dalla madre, etc. Ma con la contraccezione si fa in modo che non esista mai un figlio che Dio voleva venisse al mondo. Lascio a padre Fessio la parola, per non travisare il suo pensiero: «Qual è allora il male più grave? Prevenire il concepimento – e l’esistenza – di un essere umano con un’anima immortale, voluto da Dio e destinato alla felicità eterna? O abortire un bambino nel grembo materno? Quest’ultimo è certamente un male grave, “Gaudium et spes” lo definisce un “crimine abominevole”. Ma comunque esiste un bambino che vivrà eternamente. Mentre nella prima circostanza non esisterà mai un figlio che Dio intendeva venisse al mondo».

Con tutto il rispetto dovuto alle opinioni teologiche di Fessio e di Magister, dire che la contraccezione è più grave dell’aborto, o anche soltanto metterle sullo stesso identico piano, a me provoca la reazione espressa dall’indimenticabile Fantozzi di fronte al cinematografico mattone.

Magister ha giustamente presentato padre Fessio come «membro di spicco» del «Ratzinger Schülerkreis», il circolo dei discepoli di Ratzinger. Varrà forse la pena ricordare, a mo’ di chiusura, ciò che Benedetto XVI disse nell’intervista con Peter Seewald «Luce del mondo» a proposito dell’Humanae vitae e anche a proposito del preservativo, «giustificandone l’uso in casi particolari» (cito qui, per non sbagliare, le parole scritte allora dallo stesso Magister, che all’epoca appariva piuttosto favorevole).

Ecco, che per attaccare in modo un po’ contorto Papa Francesco – non sempre è facile trovare argomenti quotidiani – si espongano queste tesi, mettendo sullo stesso piano contraccezione e aborto, e presentando persino la seconda come più grave del primo, dice davvero molto. In particolare dice di come certa teologia, al di qua come al di là dell’Oceano, rischi talvolta di risultare – con rispetto e con la dovuta riverenza parlando – un tantino fantozziana.

Wednesday 28 January 2015

La missione alle genti è in Asia

Nei suoi primi viaggi “missionari”, Papa Francesco ha visitato le Chiese della Corea del Sud, Sri Lanka e Filippine. Una scelta significativa, che deve far riflettere tutti i credenti in Cristo: il Papa vuole orientare la Chiesa universale verso l’ultima “frontiera” della missione alle genti, il continente asiatico, dove vivono il 62% di tutti gli uomini e l’85% dei non cristiani. Su 4 miliardi e 262 milioni di asiatici, i cattolici sono circa 170 milioni, metà dei quali nelle Filippine, l’unico paese a maggioranza cattolica (oltre al piccolo stato di Timor est, ex colonia portoghese). Con le Chiese orientali e protestanti, i cristiani asiatici sono meno di 300 milioni. A duemila anni da Cristo, più di metà del genere umano non ha ancora ricevuto la “buona notizia” che gli angeli davano ai pastori nella notte di Betlemme: “Oggi è nato per voi il Salvatore, il Messia, il Signore, che sarà di grande gioia per tutto il popolo”. Per la Giornata missionaria mondiale 2014 Francesco ha lanciato questo messaggio: “Oggi c’è ancora moltissima gente che non conosce Gesù Cristo. Rimane perciò di grande urgenza la missione ad gentes, a cui tutti i membri della Chiesa sono chiamati a partecipare, in quanto la Chiesa è per sua natura missionaria”.

Nel primo millennio dopo Cristo, il Vangelo ha raggiunto i popoli d’Europa (la Russia nel 900); nel secondo millennio, le Americhe, l’Africa e l’Oceania (il miliardo di africani sono per metà cristiani); nel terzo millennio la Chiesa deve annunziare Cristo nel continente asiatico. In Italia abbiamo un po’ tutti una visione miope del mondo, l’Asia interessa per l’economia, la politica e il turismo, poco o nulla per le religioni. Inutile lamentarsi: stampa e televisione sono lo specchio di un paese e di un popolo. All’inizio del terzo millennio, Giovanni Paolo II diceva: “Il cristiano deve avere la mente e il cuore grandi come il mondo”. La missione alle genti è ancora e sempre di grande attualità, fin che il Salvatore non abbia raggiunto le estreme periferie dell’umanità, dato che tutti i popoli e tutte le culture hanno bisogno di Cristo, della pace c della gioia di Cristo. La Evangelii Gaudium incomincia con queste parole (n. 1): “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita di coloro che si incontrano con Cristo, coloro che si lasciano salvare da Lui e sono liberati dal peccato, dalla tristezza del vuoto interiore. In questa Esortazione desidero indirizzarmi ai fedeli cristiani, per invitarli a una nuova tappa evangelizzatrice marcata da questa gioia e indicare vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni”. Francesco ci provoca rendendoci protagonisti del suo piano di annunziare e testimoniare Cristo a tutti gli uomini.

La “missio ad gentes” è profondamente cambiata e più ancora cambierà entrando in contatto diretto con le grandi religioni e culture asiatiche, con riflessi positivi su tutta la Chiesa. Il retaggio negativo del periodo coloniale è che in buona parte dell’Asia i cristiani sono ancora considerati minoranze straniere. In India è comune il detto “Il vero indiano è solo l’hindu”, in Thailandia il vero thailandese è solo il buddista (i convertiti dal buddismo al cristianesimo quasi non esistono). Un prete birmano ha scritto su Asianews: “Sebbene la Chiesa cattolica birmana abbia da poco celebrato i 500 anni di presenza in Myanmar,.. la vita di un cristiano in Myanmar è paragonabile a quella di uno straniero nella propria terra…..I pregiudizi contro i cristiani, si riferiscono al “mantra” dell’identità nazionale, secondo cui “Essere birmano è essere buddista”. Allora, noi cristiani chi siamo? Siamo dunque stranieri nella nostra stessa patria, a volte siamo visti come traditori”.

E’ solo una delle difficoltà che la missione alle genti incontra oggi in Asia. Questa la grande sfida al cristianesimo, la prima, vera grande sfida alla nostra visione del mondo, della storia, della fede, della Chiesa e della missione. L’ateismo e il materialismo dell’Occidente sono fenomeni post-cristiani, cioè di rifiuto del Cristo, ma anche di derivazione cristiana, perchè affondano le loro radici nella Bibba e nel Vangelo: “La civiltà dell’Occidente cadrebbe nel nulla, se si togliesse la Bibbia”, afferma il filosofo Karl Jaspers. L’Asia sta entrando nel mondo moderno (esempio classico il Giappone) assumendo i “valori evangelici” (pace, bontà, fraternità, giustizia, libertà, democrazia) ma staccandoli totalmente dalla persona di Cristo e dalla fede nel Dio unico e vero. Il cristianesimo è ridotto ad un codice morale, ad una somma di valori etici e umanizzanti, che già si trovano almeno in parte nel buddhismo, nel confucianesimo, nell’induismo e nell’islam. Ecco la sfida dell’Asia: che senso ha oggi la missione alle genti nel continente asiatico e per il futuro dell’umanità, che si gioca soprattutto in Asia?

Quando si dice che “la missione alle genti è finita, spetta alle giovani Chiese annunziare Cristo ai loro popoli”; oppure: “I missionari, gli istituti missionari non hanno più senso”, si manifesta solo una visione miope della Chiesa. Nella Redemptoris Missio si legge (n. 30): “La missione alle genti è solo agli inizi”, proprio perchè la maggioranza dei quattro e più miliardi di asiatici ancora non conoscono la “buona notizia” che Cristo,il Figlio di Dio, è unico Salvatore dell’uomo. E questo non è un problema delle giovani Chiese, ma di tutti i credenti in Cristo, di tutte le istituzioni della Chiesa cattolica, che è vista come un religione dell’Occidente. Il primo annunzio di Cristo in Asia è compito primario delle giovani Chiese asiatiche e già sono nati istituti missionari dipendenti dalle Conferenze episcopali in India (tre), Corea del Sud, Filippine, Thailandia, Myanmar; ma tutto l’Occidente cristiano deve prendere coscienza che il “dialogo della vita” con l’Oriente comprende anche l’aspetto religioso, caritativo, culturale, educativo.

In una Nota pastorale della Cei del gennaio 1987 (“Gli istituti missionari nel dinamismo della Chiesa italiana”) si legge: “La presenza degli istituti missionari, di stampa e animazione missionaria all’interno della comunità cristiane è finalizzata ad alimentare quella coscienza missionaria che sollecita ogni cristiano e la stessa comunità a sentirsi responsabili dell’annunzio evangelico a tutti gli uomini”.

Nell’Assemblea generale del 1972, il Pime riaffermava la sua “scelta preferenziale per l’Asia”, da cui nascevano l’”Istituto studi asiatici” (collegato con l’Università cattolica di Milano), l’incontro e il dialogo fra monaci cristiani, indù e buddisti; nel 1985 il “Silsilah” nelle Filippine, adottato dalla Conferenza episcopale per il dialogo con l‘islam; e la scuola superiore di formazione pastorale missionaria “Euntes”, per i sacerdoti diocesani, le suore e i catechisti asiatici (da una dozzina di paesi).

Dagli anni novanta, in Myanmar il Pime ha insegnato teologia nel seminario maggiore a Yangon e proposto l’inizio di un anno di formazione spirituale e missionaria prima della teologia, per tutti i seminaristi diocesani a Taunggyi, contribuendo durante l‘anno con propri insegnanti provenienti dalle varie missioni asiatiche.

Dal 1995, in Cina tre padri del Pime si sono inseriti nel “Huiling”, una rete di case riconosciute dal governo che accolgono i disabili, iniziata nel 1985 da Meng Weina (oggi cattolica convinta col nome di Teresa), introducendo metodi nuovi e l’avviamento al lavoro insegnando l’uso del computer. E finalmente, nel 1986  l’agenzia Asia News su carta e in internet dal 2003, che ha acquistato una risonanza mondiale. Anche queste iniziative sono “missione alle genti in  Asia”.

 

Wednesday 21 January 2015

La realtà e i conigli

Dedicato a tutti coloro che fingono di non vedere che cosa è accaduto la scorsa settimana nello Sri Lanka e nelle Filippine, a coloro che non si curano della realtà, degli incontri commoventi, delle parole di Francesco a Tacoblan, all’incontro con le famiglie, all’incontro con i giovani. O del messaggio forte e coraggioso contro la “colonizzazione ideologica” con la quale si cercano di imporre ai popoli, in cambio di aiuti finanziari, visioni e teorie che non appartengono alla loro identità.

Dedicato a tutti coloro che per sostenere quella che ormai è diventata la loro tesi preconcetta – se guardassero alla realtà di ciò che è avvenuto durante il viaggio, dovrebbero ricredersi – censurano regolarmente le parole del Papa. Le ignorano quando non rientrano nel loro schema, facendo esattamente ciò che per decenni hanno imputato a certi giornali di fare con i predecessori di Francesco.

Dedicato a tutti coloro che si attaccano alla battuta sui conigli facendo finta di non capire il messaggio del Papa.

Queste sono le parole di Giovanni Paolo II una delle diverse volte in cui ha espresso lo stesso concetto, all’Angelus del 17 luglio 1994, l’Anno della Famiglia. “Il pensiero cattolico è sovente equivocato come se la Chiesa sostenesse un’ideologia della fecondità ad oltranza, spingendo i coniugi a procreare senza alcun discernimento e alcuna progettualità. Ma basta un’attenta lettura dei pronunciamenti del Magistero per constatare che non è così”.

E intanto, questa mattina, ricordando i giorni del viaggio di fronte ai pellegrini all’udienza del mercoledì, Francesco ha detto: “Dà consolazione e speranza vedere tante famiglie numerose che accolgono i figli come un vero dono di Dio“. Ha aggiunto che “è semplicistico dire che famiglie con molti figli e nascita di tanti bambini sono cause della povertà”, e ha ribadito che “la causa principale della povertà è un sistema economico che ha tolto la persona dal centro e vi ha posto il dio denaro”.

Wednesday 14 January 2015

L’Asia e il futuro della Chiesa

Cari amici, scrivo da Colombo, in Sri Lanka. Si è da poco conclusa la messa per la canonizzazione di José Vaz, il primo santo dello Sri Lanka (originario di Goa, ma vissuto in quella che allora era l’isola di Ceylon per quasi un quarto di secolo). Vedendo più da vicino la realtà di questi paesi, in un continente dove i cattolici sono meno del tre per cento, ma dove vivono più dei due terzi della popolazione, si comprende perché il futuro della Chiesa passi per qui. Nonostante i cattolici siano una piccola minoranza – con l’eccezione delle Filippine, dove ci sposteremo domani – in Asia sono stati celebrati l’anno scorso più battesimi che in Europa. Mi ha colpito stamani la bellezza della liturgia e la partecipazione composta, la stessa che avevo visto in Corea nell’agosto 2014.

Ma è nel rapporto con le altre religioni che si gioca molto del futuro dell’evangelizzazione. Papa Francesco, ieri, all’incontro con i rappresentanti di buddismo, induismo e islam – qui i musulmani sono una minoranza, come i cristiani – ha parlato del dialogo nella verità, chiedendo una “presentazione piena e schietta delle nostre rispettive convinzioni. Certamente tale dialogo farà risaltare quanto siano diverse le nostre credenze, tradizioni e pratiche. E tuttavia, se siamo onesti nel presentare le nostre convinzioni, saremo in grado di vedere più chiaramente quanto abbiamo in comune”. Francesco ha incicato ancora una volta come terreno di lavoro comune l’impegno per chi soffre. Il nuovo santo José Vaz è stato certamente un esempio in questo senso.

Wednesday 24 December 2014

Verità e calunnie su Asia Bibi

Nel rinnovare a tutti gli auguri di Buon Natale – con un pensiero e una preghiera particolare a quei cristiani che vivono la celebrazione della nascita di Gesù in condizioni precarie, cacciati dalle loro case, nei campi profughi o in carcere – vi segnalo un nuovo articolo di Paolo Affatato su Asia Bibi, pubblicato su Vatican Insider.

Sono rimasto colpito e sorpreso da alcune reazioni all’intervista ad Asia Bibi. Non tanto per quelle sguaiate dei “coraggiosi” che su facebook o nei blog si trincerano dietro l’anonimato (poverini, sparano le loro vigliacche pallottole di carta e nascondono la manina), quanto piuttosto per quella di chi ha messo in dubbio l’autenticità dell’intervista stessa, citando fonti quelle sì davvero dubbie.

Forse qualcuno si è sentito chiamato in causa per il fatto che Asia Bibi ha chiesto di non essere strumentalizzata. Eppure sarebbe bastato leggere quest’altro ottimo articolo di Affatato, nel caso ci fosse stato bisogno di delucidazioni sul contesto e sulle strumentalizzazioni alle quali la stessa Asia Bibi faceva riferimento.

Ecco, criticate e attaccate pure, ma riflettete un momento prima di accusare con leggerezza gli altri di produrre testi apocrifi soltanto perché gli intervistati non dicono ciò che qualcuno vorrebbe dicessero: l’autore dell’intervista, giornalista dell’agenzia vaticana Fides e firma di Vatican Insider, ha seguito il caso di Asia Bibi fin dal primo giorno, ha scritto decine di articoli, è in contatto con le persone a lei più vicine. La semplicità cristiana, l’esperienza di fede di Asia che emergeva da quella intervista era ed è una vera perla nella conchiglia.

Saturday 25 October 2014

Sinodo, un colpo di mano che non è riuscito

"Il sismografo" (http://ilsismografo.blogspot.it/) in questi giorni si sta rivolgendo a diversi colleghi vaticanisti per chiedere un loro ulteriore contributo di analisi e commento in merito all'importante Assemblea straordinaria sinodale dedicata alla famiglia.

Angela Ambrogetti, Responsabile di Korazym, vaticanista e scrittrice, ci ha offerto la sua riflessione in risposta a questa domanda:

Senza entrare in complessi approfondimenti, quale la caratteristica o riflessione che più ti ha colpito o che ritiene di notevole rilevanza di questo Sinodo?

"Un colpo di mano che non è riuscito. Lo definirei così il Sinodo straordinario sulla famiglia che si è appena concluso. Ma anche l’occasione per alcuni episcopati di mostrare la loro fedeltà al Vangelo e la voglia di emancipazione da un “centro” che non è Roma, ma qualcuno che vorrebbe colonizzarla.

Tuesday 21 October 2014

Un sinodo ancora da capire

Strano questo Sinodo straordinario appena concluso. Una formula che era stata abbandonata nel 1985. Due settimane sono poche per ragionare, e i presidenti delle Conferenze episcopali non sempre sono i più adatti a discutere. Sono abituati a mediare più che a portare idee. Molti dei sinodali è chiaro che un sinodo non lo avevano mai seguito. Ed è stato evidente che un gruppetto lo voleva guidare senza lasciare spazio alle alternative. Cominciamo dalla poca trasparenza. Scegliere di non pubblicare i singoli interventi ha messo in difficoltà parecchi vescovi. Perché i loro fedeli volevano sapere e seguire lo sviluppo del dibattito e soprattutto chi aveva detto cosa. Cosa che del resto si era saputa per decenni. Il Bollettino del Sinodo è base e fonte per la storia della Chiesa. Di questo sinodo invece avremo solo testimonianze di coppie ( ne sentiamo già molte nelle Giornata per la Famiglia) e omelie. Sulla Relatio dopo la discussione c’è poi ancora molto da capire. Lo stesso relatore del Sinodo il cardinale ungherese Erdő ne ha preso le distanze. Il Papa gli ha messo al fianco degli altri collaboratori. Una Relazione che è stata di fatto disconosciuta dai Circoli Minori. In molti all’uscita dei lavori dicevano: “ ma noi non abbiamo detto quelle cose!”

Tuesday 07 October 2014

Sinodo: non giudizio ma verità

La notizia di oggi è che il 20 ottobre il Papa ha deciso che al concistoro si parli di Medio Oriente. Sarà un modo per comunicare ai cardinali i risultati dell’incontro con i nunzi che si è svolto la settimana scorsa. Martedi mattina, secondo quello che riporta l’ Osservatore Romano, si è parlato anche della violenza. “Così è stato messo in risalto come i terroristi di Boko Haram non hanno nulla a che vedere con la visione che in Nigeria, anche da parte dei musulmani stessi, si ha del valore della famiglia. Mentre a Baghdad, è stato reso noto, nonostante tutti i problemi, oltre 1.500 bambini sono accompagnati dai genitori, ogni venerdì, al corso di catechismo: è stata così anche rimarcata la testimonianza di fede e di unità delle famiglie cristiane rimaste in Iraq. Accompagnata pure dall’auspicio che venga sempre rispettato il loro credo come un diritto fondamentale della persona e così non ci debba essere timore nel testimoniarlo. Un discorso simile è stato proposto, poi, a proposito dell’Iran, dove ci sono appena cinquemila cristiani a fronte di settantacinque milioni di musulmani che, è stato affermato, non appartengono al fondamentalismo dell’Is.”

Thursday 20 February 2014

Il progetto di Francesco. Dove vuole portare la Chiesa

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È in libreria “Il progetto di Francesco. Dove vuole portare la Chiesa”. Una conversazione di Víctor Manuel Fernández con Paolo Rodari, Collana «Vita di missione – Nuova serie», Editrice Missionaria Italiana, pp. 144, euro 10,90.

Fernández è rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina; è stato uno dei primi vescovi nominati da papa Francesco, elevato nel maggio 2013 alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, uno dei saggisti più letti in America latina in fatto di teologia e spiritualità, ha un rapporto di assoluta fiducia con il papa che vede in lui un valido consulente e collaboratore. Non a caso fu lui, nel 2007, alla V Conferenza dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida, ad aiutare l’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro papa.

Poche persone come Fernández, dunque, possono aiutare a capire chi sia Francesco e verso dove egli vuole che la Chiesa vada. Anzitutto, secondo il teologo argentino, Francesco chiede alla Chiesa un movimento: l’uscita. «Uscire da sé stessi», spiega Fernández, «una categoria-chiave per comprendere a fondo il pensiero e la proposta del papa, perché il Vangelo ha sempre la dinamica dell’esodo e del dono, dell’uscire da sé. È il contrario dell’autorefenzialità che egli tanto deplora». E ancora, su questa idea che è centrale nel magistero dell’attuale pontefice: «Tale uscita richiede di osare, fare il primo passo, non restare seduti sperando che la gente venga ai nostri incontri o ai nostri corsi, avere il coraggio di parlare di Gesù e della propria esperienza di fede a tutti e in ogni luogo. Il papa ci ricorda sempre che la comunità evangelizzatrice non si chiude, ma anzi accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione se necessario, e si fa carico della vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo».

È il programma rivoluzionario del Papa venuto da un Paese «quasi ai confini del mondo» che il teologo argentino declama in queste intense pagine: prima dei princìpi, viene l’annuncio del Vangelo, da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Non ci si può limitare ad annunciare i princìpi morali da seguire. Occorre parlare anzitutto della gioia del Vangelo e del fatto che il Suo annuncio è un annuncio di misericordia. Secondo Fernández l’intento del Papa è di scuotere la Chiesa, di farla uscire dal recinto dei suoi privilegi, oltre le logiche del carrierismo e delle divisioni per arrivare a tutti, specialmente agli ultimi, agli emarginati, a chi non ha nulla. È una Chiesa povera e per i poveri che vuole il Papa, la stessa Chiesa che voleva quando era cardinale a Buenos Aires.

Ecco di seguito la prefazione al libro, firmata da Paolo Rodari:

13 marzo 2013. Verso dove Francesco vuole portare la Chiesa? È la domanda che mi sono fatto nei primi giorni di pontificato di Jorge Mario Bergoglio. E dovendo, da cronista, raccontare il pontificato in corso, è la domanda che ho posto fin dalla chiusura del conclave a tutte le persone che per lavoro ho incontrato o sentito. «Voi sapete che il dovere del conclave era di dare un vescovo a Roma e sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo… ma siamo qui», ha detto papa Francesco, affacciandosi la sera dell’elezione alla loggia centrale della basilica vaticana. Mi sono chiesto: cosa significa avere un papa che viene dalla fine del mondo? Cosa porterà alla Chiesa? E, soprattutto, dove la porterà?

Giorni dopo l’elezione, ho chiamato un amico vescovo. Avevo intenzione di svolgere un’inchiesta fra i gesuiti e gli ho chiesto il suo parere sulle domande da porre e, in particolare, sul nuovo papa. Mi ha risposto: «Hai letto Il cielo e la terra, il libro che Bergoglio ha scritto con il rabbino Abraham Skorka? Per me sono stati illuminanti i capitoli in cui i due affrontano i temi cosiddetti eticamente sensibili, il matrimonio fra uomo e donna, l’aborto, l’eutanasia ecc. Leggendoli, mi sembra di aver capito che per Bergoglio prima dei princìpi e della loro difesa viene il kerygma, ovvero l’annuncio della buona notizia che è il Vangelo. Mi sembra che questo sia il tratto principale del nuovo papa: i princìpi esistono e non si negano, ma prima occorre annunciare che il Vangelo è amore, misericordia, abbraccio. Insistere troppo sui princìpi non serve e può essere controproducente».

19 settembre 2013. È mattina. Mi trovo a Firenze e squilla il telefono. Mi avvisano che sta per uscire una lunga intervista concessa dal papa a padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica. Mi faccio mandare il testo. Gli spunti sono innumerevoli, ma resto colpito più che altro da un passaggio. Il papa dice: «Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione». E ancora: «Gli insegnamenti, tanto dogmatici quanto morali, non sono tutti equivalenti. Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L’annuncio di tipo missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus. Dobbiamo quindi trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l’edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte, di perdere la freschezza e il profumo del Vangelo. La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. È da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali».

Sono parole per me illuminanti. Perché confermano che la prima intuizione suggeritami dall’amico vescovo sembra giusta: Francesco mostra di volere una Chiesa che abbraccia e che non esclude. E ritiene che insistere troppo, quasi ossessivamente, sui princìpi, sia una tattica non consonante con il messaggio evangelico. Beninteso, anche i suoi predecessori volevano una Chiesa siffatta. Ma in Francesco questa sottolineatura pare più accentuata.

21 ottobre 2013. Su Repubblica pubblico una pagina d’intervista a Víctor Manuel Fernández, rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina, una delle prime nomine episcopali di Francesco, elevato nel maggio 2013 alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, ha un rapporto di fiducia con il papa che vede in lui un valido consulente. Non a caso fu lui, nel 2007, alla V Conferenza dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida (San Paolo), ad aiutare Bergoglio a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro papa. Pochi come Fernández, dunque, possono aiutare a capire chi sia Francesco e verso dove egli vuole che la Chiesa vada. Così, a inizio ottobre, lo chiamo a Buenos Aires. Mi risponde una voce cordiale. Gli spiego il mio interesse per il papa, il desiderio di conoscere la sua figura in profondità, le caratteristiche della «sua» Chiesa. Acconsente a che gli invii alcune domande, senza però garantirmi che mi risponderà. Invece, dopo qualche giorno, mi risponde. Non elude nessuna domanda e a quella per me più importante, ovvero se a suo avviso si può dire che Francesco sia il papa che privilegia la misericordia ai princìpi, risponde così: «L’annuncio del cuore del Vangelo prima d’ogni altra cosa è una caratteristica importante di Francesco, ma è da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Il papa pensa che una Chiesa che vuole uscire da sé stessa e raggiungere tutti debba necessariamente adattare il suo modo di predicare. Soprattutto, egli applica un criterio proposto dal Concilio Vaticano II ma spesso dimenticato e trascurato: la “gerarchia delle verità”. Francesco ci invita a riconoscere che spesso i precetti della dottrina morale della Chiesa vengono proposti fuori dal contesto che dà loro significato. Il problema maggiore si ha quando il messaggio che la Chiesa annuncia si identifica soltanto con questi aspetti che tuttavia non manifestano per intero il cuore del messaggio di Gesù Cristo…». E ancora: «Ci deve essere una proporzione adeguata soprattutto nella frequenza con la quale alcuni argomenti o accenti vengono inseriti nella predicazione. Per esempio, se un parroco lungo l’anno liturgico parla dieci volte di morale sessuale e soltanto due o tre volte dell’amore fraterno o della giustizia, vi è una sproporzione. Ugualmente se parla spesso contro il matrimonio fra omosessuali e poco della bellezza del matrimonio. Oppure se parla più della legge che della grazia, più della Chiesa che di Gesù Cristo, più del papa che della parola di Dio».

L’intervista esce su Repubblica il 21 ottobre. L’occasione ci fa conoscere meglio e mi porta a fargli una seconda richiesta: perché non pubblichiamo insieme un libro-conversazione tutto dedicato a Francesco, o meglio al suo «programma»? Con mia grande gioia padre Fernández acconsente una seconda volta. Insieme decidiamo di usare l’esortazione apostolica Evangelii gaudium (EG) come base sulla quale lavorare, avendo ben presente che è stato lo stesso papa a dire che il documento ha un «senso programmatico». E il risultato, dopo il tempo trascorso assieme a Buenos Aires e un’intensa corrispondenza epistolare, sono le pagine di questo libro, un testo che spero risulti utile per chi vuole comprendere fino in fondo la sfida che il papa venuto «dalla fine del mondo» vuole porre alla Chiesa e, insieme, anche a chi è lontano da una vita di fede.

Evangelii gaudium è un programma di pontificato ampio e accurato. L’esortazione apostolica, infatti, firmata dal papa il 24 novembre 2013, festa di Cristo Re dell’universo, formalmente sarebbe dovuta essere «post-sinodale», ovvero semplicemente un approfondimento delle proposizioni che il Sinodo dei vescovi, svoltosi in Vaticano nel 2012 e dedicato alla nuova evangelizzazione, aveva prodotto. In realtà il documento volutamente non riporta la dizione «post-sinodale», proprio perché è, e vuol essere, molto di più, un testo appunto programmatico. E così, partendo da Evangelii gaudium, è stato per noi semplice ampliare l’orizzonte su un papa così sorprendente.

Evangelii gaudium, ovvero la gioia del Vangelo. Sembra essere questa, anzitutto, la direzione. Portare la Chiesa a prendere consapevolezza che il cristianesimo è gioia perché annuncia che Dio è con noi. Una delle azioni maggiormente richieste dal papa è la necessità di «uscire fuori». Uscire dalle proprie convinzioni, comodità, privilegi, idee, per portare il Vangelo di Cristo a tutti senza pregiudizi né preclusioni. Uscire, cambiare, dunque, ripensando daccapo l’intera vita di fede. Il papa non manca di indicare nello specifico alcune riforme e alcuni cambiamenti, esortando «tutti ad applicare con generosità e coraggio gli orientamenti di questo documento, senza divieti né paure». Non è più il tempo della ritrosia. Francesco vuole che tutti, a cominciare dai semplici fedeli, abbandonino «il comodo criterio del “si è fatto sempre così”». Dice: «Invito tutti ad essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità».

Questo libro, dunque, nasce anche dallo stupore per questo testo papale, una vera e propria enciclica, secondo quanto hanno scritto diversi osservatori. Stupore per un papa che decide di mettere per iscritto un programma esigente anche verso sé stesso e la propria persona: «Dal momento che sono chiamato a vivere quanto chiedo agli altri, devo anche pensare a una conversione del papato». Il cantiere che papa Francesco ha aperto con Evangelii gaudium è ampio e può far venire le vertigini. «Tuttavia – scrive Francesco – non c’è maggiore libertà che quella di lasciarci portare dallo Spirito, rinunciando a calcolare tutto, e permettere che Egli ci illumini, ci guidi, ci orienti, ci spinga dove Lui desidera».

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Saturday 15 February 2014

Padre Konrad, le braccia caritatevoli di Papa Francesco

“Tu sai cosa devi fare, hai bisogno di soldi?” E’ la frase che Konrad Krajewski, arcivescovo ed Elemosiniere di sua Santità, si sente ripetere spesso da papa Francesco. Si perché è lui che aiuta il Papa ad essere vicino a chi ha bisogno, con gesti che sembrano piccoli, ma che diventano immensi per chi li riceve. Padre Konrad come lo chiamano tutti, non vive in Vaticano, ma a Borgo Pio, in una casa “con la bandiera polacca”, dice. “Perché così posso essere più vicino alla gente”. Vuole essere chiamato così e il papa gli ha detto: a chi ti chiama eccellenza chiedi 5 euro di tassa per i poveri. Konrad che viene dalla diocesi di Łódź, lui che dal 1998 è stato a fianco di tre papi durante le liturgie, lui che da anni gira la notte per le vie di Roma per dare aiuto a chi ne ha bisogno. “Le mie braccia sono corte adesso, se le prolunghiamo con le tue braccia riesco a toccare i poveri di Roma e d’ Italia, io non posso uscire, tu sì” gli ha detto il papa alla sua nomina.

Wednesday 12 February 2014

Due Papi per una sola Chiesa

Diciamoci la verità, non avremmo mai pensato che la coabitazione funzionasse così bene. Anzi che potesse diventare un modello per il futuro. Quando in un giorno di brutto tempo a febbraio i media di tutto il mondo hanno iniziato a far girare la notizia del secolo, la rinuncia del Papa, l’idea stessa di avere due Papi in Vaticano sembrava roba da Apocalisse. Quel fulmine che colpiva la cupola di San Pietro immortalato da un fotografo fortunato, sembrava davvero l’inizio della fine del mondo secondo i canoni di certi B movies degli anni ’70. Fulmini e saette, l’attacco del Maligno e cose del genere. Qualcuno ha anche cavalcato quest’onda per sferrare l’ultimo colpo a Papa Benedetto XVI colpevole di non aver mai ceduto ai facili popolarismi e di aver sempre predicato la verità del Vangelo con gioiosa e ferma chiarezza. Ma il Vento dello Spirito soffia dove vuole e non segue le regole del meteo.

Wednesday 12 February 2014 09:08

La Quaresima della Chiesa

Quando pensiamo alla Quaresima i laici pensano ad una cosa lunga e triste, i cattolici ad un tempo forte della liturgica che si prepara alla luce della Pasqua. E in effetti quei poco più di quaranta giorni che lo scorso anno abbiamo vissuto tra l’ 11 febbraio, e il 13 marzo e poi fino a Pasqua, sono stati davvero una Quaresima. E in entrambi i sensi. Perché sono stati giorni lunghi, di ansia e di stupore, di attesa di incredulità. E in questo senso giorni di penitenza. Per la prima volta nella storia moderna, un pontefice decideva di rinunciare al governo della Chiesa Universale. Si certo, tutti gli addetti ai lavori sapevano che fin dai tempi di Paolo VI si parlava di come permettere al Papa di essere davvero libero da qualunque condizionamento, di poter esercitare il ministero petrino in pienezza e completezza e quindi di poter “lasciare” qualora non potesse essere in piena coscienza libero

Wednesday 27 November 2013

L'eutanasia ai minori: per la Chiesa un gesto di estrema inciviltà. Occorre riflettere.

Le parole sono forti e sono quelle di un prelato molto autorevole all'interno della Chiesa cattolica.

Mons. Sgreccia è presidente della fondazione Ut Vitam habeant nonchè presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita.

Il tema è uno di quelli che in questoi periodo sta suscitando acceso dibattito in ambito cattolico ed etico: quello dell'eutanasia...anzi, quello dell'eutanasia aperta alle persone minori di età.

«È un salto. Un salto abissale, sotto il livello di civiltà, di umanità». Queste le parole del prelato che commenta il primo sì del parlamento belga all'estensione dell'eutanasia ai minori. 

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Tuesday 05 November 2013

Così pregava Karol Wojtyla. Una lista di nomi (con allegati dossier), l’elenco dei collaboratori in vista, un Atlante sottomano per la “preghiera geografica”

Giovanni Paolo II aveva un segreto, la preghiera. Ore trascorse nel silenzio, in un dialogo nascosto con Dio dal quale traeva la forza per andare, con efficacia, incontro al mondo.

Della preghiera di Karol Wojtyla hanno scritto in tanti. Una testimonianza significativa in merito l’ha data il 4 novembre 2013 un sacerdote riservato e preparato, che ha avuto la possibilità di frequentare molto il Papa polacco durante i suoi ultimi anni di vita.

Si chiama Pawel Ptasznik. Oggi è il responsabile della sezione polacca della segreteria di stato vaticana. Ai tempi di Giovanni Paolo II era colui che saliva nell’Appartamento papale per aiutare lo stesso Wojtyla nella stesura dei suoi testi. È stata l’assidua frequentazione dell’Appartamento a premettergli di conoscere quel segreto, la preghiera appunto, che ha caratterizzato tutta la vita del Papa che la prossima primavera diviene santo.

Monsignor Ptasznik ha dato la sua testimonianza a Roma, durante la presentazione dell’ultimo libro dell’ex segretario di Wojtyla Stanislaw Dziwisz, una conversazione con Gian Franco Svidercoschi intitolata “Ho vissuto con un santo”.

Questa la trascrizione di quanto ha detto:

«Quella di Wojtyla era una preghiera costante e vera. Anche durante i viaggi normalmente voleva rispettare “l’ora santa” dedicata all’adorazione eucaristica, e così la via crucis del venerdì sera e la Messa. Chi organizzava i viaggi doveva tenere presente queste sue esigenze».

«La segreteria di stato consegnava al Papa la lista con le richieste di preghiere arrivate da tutto il mondo. Pregava consultando quella lista, che spesso aveva degli allegati, delle cartelle che spiegavano meglio la situazione di coloro che chiedevano preghiere».

«Una volta l’ho visto pregare in cappella. Aveva aperto davanti a sé l’Osservatore Romano su una pagina in cui c’erano tutti i nomi dei capi dicastero della Curia Romana con anche gli “officiali” di lingua polacca. Pregava per tutti i suoi collaboratori».

«Sulla sua scrivania aveva un Atlante. Ogni giorno posava lo sguardo su una parte concreta del mondo, per poi pregare per tutta la giornata per le popolazioni di quella stessa porzione. Era la sua preghiera geografica».

«Si confessava ogni due settimane. Una macchina arriva in centro a Roma per “prelevare” monsingor Stanislaw Michalski, il suo confessore, che veniva accompagnato appositamente in Vaticano».

«Quando doveva scrivere un testo faceva tutti i giorni un’ora di meditazione sul camminamento situato sul tetto del palazzo apostolico. Poi scendeva in Appartamento e mi dettava il testo. Citava a memoria passi della Scrittura e dei padri della Chiesa. Dopo un’ora, un’ora e mezza, il testo era pronto».

Friday 01 November 2013

«Ho l’impressione che Gesù è stato rinchiuso all’interno della Chiesa e che bussa perché vuole uscire». Ecco cosa disse Jorge Mario Bergoglio prima del Conclave secondo il cardinale Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione

«Durante il suo intervento alle congregazioni generali che hanno preceduto il conclave, il cardinale Jorge Mario Bergoglio ha parlato con insistenza della necessità che la Chiesa “esca fuori” da se stessa. Egli ha detto che la Chiesa è malata, che deve prendersi cura di se stessa. Il suo breve discorso ha colpito tutti. Ha detto testualmente: “Ho l’impressione che Gesù è stato rinchiuso all’interno della Chiesa e che bussa perché vuole uscire, vuole andare via”».

«Bergoglio ha chiesto ai vescovi di essere veramente pastori e non degli amministratori. Del resto, è ciò che egli ha fatto a Buenos Aires rifiutando, ad esempio, di andare ad abitare nella residenza vescovile. Così ora che è Papa con la decisione di abitare nel convitto di Santa Marta. Egli ha bisogno di vedere gente e incontrare semplicemente la gente per parlare con loro nei corridoi, durante i pasti … La parola “fuori”, si sa, è importante. Possiamo dire che questa è la parola che meglio definisce la missione di Gesù, egli è uscito fuori in qualche modo da se stesso per andare in periferia, dove l’uomo vive perso e in difficoltà”».

Così l’arcivescovo di Lione, il cardinale Philippe Xavier Ignace Barbarin – in tempo di sede vacante arrivava in Vaticano in bicicletta –, rivela come già nelle riunioni pre-conclave Bergoglio abbia usato parole dure per descrivere la situazione della Chiesa. «Cristo è rinchiuso in prigione», ha detto il futuro Papa durante le Congregazioni generali. Parole che hanno convinto i cardinali a sceglierlo perché, dice Barbarin, «quel discorso ha colpito tutti».

È stato il discorso durante le congregazioni a convincere i cardinali a votare Bergoglio oppure il suo nome era nella mente dei cardinali già da prima?
«Il nome del cardinale Bergoglio circolava molto fra i cardinali. Tutti però siamo rimasti colpiti durante le congregazione generali dal suo discorso. Parlava della necessità di guardare altrove. Ha raccontato dell’America Latina, dove il 40 per cento della popolazione è cattolica. Egli è stato in grado di governare la provincia gesuita affidatagli durante il difficile periodo della dittatura militare. Ben presto si è trovato a capo dell’arcidiocesi di Buenos Aires, dove ha mostrato un grande zelo missionario, in un vero spirito di povertà e di vicinanza verso tutte le persone che gli erano state affidate. Ci è apparso come un uomo di grande autorità che sa come impostare il proprio cammino e prendere le decisioni giuste. Già in questi mesi vediamo come tutte queste qualità siano state messe in campo. Soprattutto colpisce la semplicità e la chiarezza delle sue omelie, e insieme il grande programma lanciato per la riforma della curia romana. Questa è la riforma che la Chiesa si aspetta e di cui essa ha grande bisogno».

È urgente questa riforma secondo lei?
«La riforma deve certamente avvenire. Il Consiglio dei cardinali saprà come fare. Ha l’obiettivo di riorganizzare la Chiesa, servendo le chiese locali e collaborando collegialmente con i vescovi del mondo. Possiamo dire della curia ciò che il Papa ha detto della Chiesa: “È buono e sano se essa si occupa prima di se stessa che degli altri”».

Cosa pensa delle riforma dello Ior? È giusto che il Vaticano abbia una banca?
«La questione non è se ci deve essere una banca in Vaticano o meno. È ovvio che il Vaticano ha bisogno di soldi, come ogni diocesi o istituzione della Chiesa. Ma piuttosto la questione è se e come il denaro entra in Vaticano, se tutto è trasparente o meno, verificabile, come le spese sono organizzate».

In questi giorni un sito web cileno ha riportato le parole che il Papa avrebbe detto a dei religiosi sudamericani circa l’esistenza di una “lobby gay” in Vaticano. Esiste davvero secondo lei questa lobby? Perché il Papa ne ha parlato?
«Ovviamente, su questo argomento non so nulla. Quel che è certo è che tutti gli uomini sono peccatori, e quindi anche in Vaticano ci sono uomini che sbagliano. Sarebbe sciocco dire: “Non credete, in Vaticano è impossibile!”. Ma io non voglio amplificare voci e dicerie. Se il Papa ha qualcosa di chiaro da dire in proposito, lo sapremo. E se si decide di agire, lo farà senz’altro».

Ratzinger nella Via Crucis del 2005 al Colosseo parlò della “sporcizia” presente nella Chiesa. Ancora Francesco parla spesso dei “mali” interni alla Chiesa. A cosa si riferiscono?
«Sì, è una triste realtà. La Chiesa, da semplice fedele al vertice della gerarchia è danneggiata e talvolta screditata dai peccati e dagli scandali di coloro che la compongono. Questa è una grande ferita interiore. Naturalmente, siamo tutti peccatori, ma se uno non lascia Cristo fuori di questo peccato, se lui non si assoggetterà alla misericordia di Dio, il danno potrà essere grande, e soprattutto se la persona che pecca si trova in una posizione di notevole responsabilità. Certo, nella storia, abbiamo visto molti Papi non essere di esempio ma crediamo che, nonostante i tanti peccati, la Chiesa goda del sostegno costante dello Spirito Santo. Egli ha parole di vita eterna».

Spesso la Chiesa è chiamata a rapportarsi con i problemi anche più scomodi della gente. Sempre più fedeli vicino situazioni difficili. Le famiglie spesso si sfasciano. Sono tanti i divorziati risposati che non possono accedere alla comunione. Come si comporta con questi problemi a Lione? Quali soluzioni?
«Sì, la sofferenza è sempre più pesante, in generale, sia nella Chiesa di Lione che altrove. Si ha l’impressione che non solo le famiglie, ma l’intera società stia arrivando ad annullarsi, e ci si chiede con una certa ansia dove si andrà in futuro. È in atto una decostruzione quasi desiderata, programmata per staccare le radici ai giovani e qualche volta anche alle famiglie.Ma ognuno ha un suo posto nella Chiesa. Benedetto XVI lo ha ripetuto spesso. Il Signore ha scelto come uno dei pilastri della sua Chiesa un rinnegato, Pietro, che aveva vilmente abbandonato al momento della passione, e un “parassita!” della Chiesa, come Paolo, ed entrambi sono diventati pilastri della costruzione. Così egli saprà utilizzare tutti noi, qualunque siano le nostre debolezze e peccati. Dobbiamo spostare gradualmente (questa è la legge della gradualità, in modo spesso spiegato da Giovanni Paolo II) su un percorso dove la misericordia e l’attenzione per ogni persona sono illimitate. E dove la Parola di Dio è accolta come una verità la luce e in assoluto, anche se ci porta attraverso momenti di sofferenza e angoscia, certamente porta ad un cammino di felicità».

Tuesday 22 October 2013

Prima il Vangelo e poi la dottrina. Il segreto di Jorge Mario Bergoglio secondo Victor Manuel Fernández, uno dei teologi più vicini al Papa

Victor Manuel Fernández, rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina, è una delle prime nomine di Jorge Mario Bergoglio, elevato lo scorso maggio alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, ha un filo diretto col Papa che vede in lui un valido “consulente”. Nel 2007 alla conferenza dei vescovi latino americani ad Aparecida, fu Fernández ad aiutarlo a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro Papa.

Monsignore, vorrei entrare subito “in medias res”. Nel libro con Abraham Skorka, Jorge Mario Beroglio svolge una breve introduzione nella quale parla dell’importanza della “cultura dell’incontro”. E dice che a volte l’uomo arriva a identificarsi di più con “i costruttori di mura che con quelli di ponti”. I media di tutto il mondo lodano le “aperture” di Francesco, stupìti più che altro del fatto che egli non insiste anzitutto sui princìpi ma – come ha detto lui stesso nell’intervista concessa il 19 settembre a Civiltà Cattolica – su “ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus”, insomma sull’essenziale, sul Vangelo. È a suo avviso questo il tratto fondamentale del nuovo pontificato? L’annuncio del Vangelo prima della morale? Oppure qual è il suo tratto caratteristico?
L’annuncio del cuore del Vangelo prima d’ogni altra cosa è una caratteristica importante di Francesco, ma è da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Il Papa pensa che una Chiesa che vuole uscire da se stessa e raggiungere tutti debba necessariamente adattare il suo modo di predicare. Soprattutto, egli applica un criterio proposto dal Concilio Vaticano II spesso dimenticato e trascurato: la “gerarchia delle verità”. Francesco ci invita a riconoscere che molte volte, i precetti della dottrina morale della Chiesa vengono proposti fuori dal contesto che dà loro significato. Il problema maggiore si ha quando il messaggio che la Chiesa annuncia si identifica soltanto con questi aspetti che tuttavia non manifestano per intero il cuore del messaggio di Gesù Cristo. Mentre una pastorale missionaria non può essere ossessionata dalla trasmissione disorganizzata di un insieme di dottrine da imporre con la forza dell’insistenza. Quando la Chiesa assume uno stile missionario diretto a tutti, senza eccezioni o esclusioni, l’annuncio si concentra sull’essenziale, su ciò che c’è di più bello, di più grande, di più attraente e nello stesso tempo di più necessario. Certo, tutte le verità rivelate sono credute con la medesima fede, ma alcune di loro sono più importanti perché esprimono più direttamente il nucleo fondamentale che è la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo. Ci deve essere una proporzione adeguata soprattutto nella frequenza con la quale alcuni argomenti o accenti vengono inseriti nella predicazione. Per esempio, se un parroco lungo l’anno liturgico parla dieci volte di morale sessuale e soltanto due o tre volte dell’amore fraterno o della giustizia, vi è una sproporzione. Ugualmente se parla spesso contro il matrimonio fra omosessuali e poco della bellezza del matrimonio. Oppure se parla più della legge che della grazia, più della Chiesa che di Gesù Cristo, più del Papa che della parola di Dio. Insomma, ogni verità si comprende meglio se posta in relazione armoniosa con tutto il messaggio cristiano, perché in tale contesto tutte le verità si illuminano a vicenda. Il Vangelo invita soprattutto a rispondere all’amore salvifico di Dio, riconoscendolo negli altri e in se stessi, al fine di cercare il bene di tutti. Questo invito non dovrebbe essere posto per nessun motivo in secondo piano! Se questo invito non brilla con forza e appeal, la morale della Chiesa rischia di diventare come un castello di carta: è qui che risiede il nostro più grande pericolo. Il messaggio perde la sua freschezza e cessa di avere il cosidetto “odore del Vangelo”. Certo, c’è poi anche lo stile del Papa, che non solo mira all’essenziale, ma lo esprime in modo chiaro e con segni. E a giudicare dagli effetti di questo fenomeno, non possiamo che guardarlo con occhi positivi, seppure esso dia fastidio in alcuni luoghi minoritari e poco rappresentativi dell’intera Chiesa.

In Italia è recentemente uscito un retroscena secondo il quale nel 2005, se Bergoglio fosse stato eletto Papa, si sarebbe chiamato Giovanni XXIV. Così, infatti, lo stesso Bergoglio avrebbe risposto al cardinale Francesco Marchisano, dalle radici piemontesi come il futuro Francesco, all’atto dell’elezione di Ratzinger. Marchisano era allora arciprete della Basilica di San Pietro. Al di là della veridicità o meno del retroscena, è papa Roncalli il Papa al quale Bergoglio ispira il suo pontificato? E in particolare, a suo avviso cosa pensa egli del Concilio Vaticano II? Si dice che dopo anni di tentativi di interpretare in senso conservatore o progressista il Concilio (le grandi “battaglie” sull’ermeneutica) egli ritenga che sia arrivato il momento di “farlo” il Concilio. È così?
Francesco è diverso da tutti i Papi che l’hanno preceduto. Certo, può avere caratteristiche di uno o dell’altro, ma sempre nella strada aperta dal Concilio. Senza dubbio egli rimane al di fuori delle discussioni teoriche sul Concilio perché semplicemente interessato a continuare lo spirito di rinnovamento e riforma che viene dal Concilio. In questo senso si pone fuori da ogni ossessione ideologica, senza pause o giravolte, con l’intenzione di portare la Chiesa fuori da se stessa così da raggiungere tutti. Ciò che ho detto sul criterio della “gerarchia delle verità” vale anche per molti altri percorsi di riforma che ha aperto il Concilio e che sono rimasti a metà strada.

Per quel che si sa la giornata di papa Francesco ha tre momenti fissi: la meditazione della Scrittura il mattino presto prima della Santa Messa; la recita del Rosario il pomeriggio; un’ora di adorazione eucaristica la sera. Nell’intervista a Civiltà Cattolica ha detto che la sua preghiera è “memoriosa”. Cosa intende? Cosa significa pregare per Francesco? Lo ha mai visto pregare? Come pregava in Argentina?
Il tema della memoria è una cosa su cui egli insiste molto ed è una chiave per conoscerlo. Non dobbiamo guardare le novità che egli porta come uno sradicamento, come un oblìo della storia viva della Chiesa. Egli spiega spesso che la memoria è una dimensione della nostra fede, in analogia alla memoria di Israele. Cita spesso gli Apostoli che non dimenticarono mai il momento in cui Gesù toccò il loro cuore: “Erano circa le quattro del pomeriggio”, dice Giovanni. E spesso ricorda le persone che sono state toccate in modo speciale, così da mostrare a tutti la gioia del credere. A volte si tratta di persone semplici e a noi vicine nella vita di fede. Bergoglio ama ricordare la seconda lettera a Timoteo: “Ho in mente la sincerità della vostra fede, una fede che fu prima in tua nonna Loide e in tua madre Eunice”. Perciò egli crede che la Chiesa non possa rinunciare alla propria ricca tradizione e che sarebbe sciocco pretendere di ripartire da zero. Egli non è un progressista senza radici, come qualcuno vorrebbe presentarlo. La sua preghiera è “memoriosa”, perché quando prega ricorda le persone che ha incontrato nel corso della giornata e cerca di raccogliere il messaggio che gli ha lasciato ciò che ha vissuto. La sua preghiera è piena di volti e nomi. Quando incontra la gente egli si mostra vicino, attento, affettuoso, e porta nella preghiera tutte quelle persone. In questo senso la sua è una preghiera “memoriosa”.

Non è un mistero per nessuno che negli anni passati i rapporti fra il cardinale Bergoglio con la presidente Kirchner sono stati difficili. Di Bergoglio il quotidiano argentino “Il Clarin” ha ricordato la vicinanza al gruppo peronista di destra “Guardia di Hierro”, con cui, negli anni – scrive il quotidiano -, avrebbe continuato a mantenere un legame spirituale. Quanto c’è di vero in questo? E soprattutto: è verosimile che il Papa auspichi in futuro un ritorno in argentina di un peronismo moderato che sappia legare con la Chiesa e i suoi convincimenti?
Penso che il suo rapporto con la presidente Kirchner non sia stato correttamente interpretato. Alcuni hanno creduto che alcune affermazioni delle sue omelie fossero attacchi personali contro di lei. Ma non è così. Del resto nessun politico può dire di avere o di avere avuto Bergoglio come proprio alleato politico, sia di sinistra sia di destra. Perché le sue parole possono soddisfare oggi, ma domani possono essere lette al contrario come pericolosi attacchi. Penso infatti che chiunque ha una qualche forma di potere, anche di potere ecclesiastico, non può non sentire su di sé lo “sperone” di Bergoglio, come una spina nel fianco, perché egli è e sarà sempre l’interprete di coloro che non hanno potere. Nel 2000 Bergoglio ha espresso un suo grande auspicio: “Che il potere non sia un privilegio inespugnabile”. E ciò vale per un presidente, un governatore, un uomo d’affari, un cardinale, e anche per i membri della Curia Romana. Il suo messaggio è il seguente: se hai accettato il potere senza privilegi, è necessario che usi il potere per servire e devi esporti ai reclami di tutti con umiltà, soprattutto i reclami dei deboli sono ascoltati. Se hai accettato una qualche forma di potere, allora devi sottometterti al controllo degli altri. Comunque, una certa affinità di Bergoglio al peronismo c’è e ha a che fare con due fatti: il peronismo assunse con forza la dottrina sociale della Chiesa e i suoi valori e comprese la cultura dei settori più poveri della società. Ma ciò non significa che Bergoglio abbia mai sostenuto un qualche potere politico. Fra l’altro egli ha sempre avuto un dialogo cordiale con tutti i politici.

Nell’intervista a Civiltà Cattolica, Bergoglio cita il beato Pietro Favre come suo modello. Chi fu Favre? Perché è un modello per Bergoglio?
Il beato Favre ha portato alla compagnia di Gesù un particolare modo di accompagnare le persone in un percorso di crescita. Accompagnare è una questione chiave per i gesuiti. Favre ha insistito sulla necessità di dare tempo alla gente, di rispettare i tempi di ognuno. Era un maestro di dolcezza, di pazienza e di dialogo con tutti. Bergoglio ricorda una frase di Favre che dice che “il tempo è il messaggero di Dio”, e la interpreta dicendo che “il tempo è superiore allo spazio”. Favre preferiva non perdere tempo in discussioni teoriche con i protestanti e sottolineava la necessità per la Chiesa di maturare e crescere nella testimonianza del Vangelo. Credo che tutto questo abbia molto a che fare con lo stile di Francesco, lontano da polemiche teoriche e in grado di esprimere le proprie convinzioni in una testimonianza attraente. Le riforme non vengono fatte per forza o in fretta, perché devono essere sempre accompagnate da una riforma interna. Tutto ciò è ben presente in Favre.

Colpisce molto in Francesco la sua ricerca dell’essenziale e anche di una certa austerità. Gira con macchine utilitarie, non ama sfarzi e lussi, visita i profughi e parla ai poveri. A Civiltà Cattolica dice di essere vicino alla corrente mistica di Louis Lallemant e Jean-Joseph Surin. Entrambi predicano la necessità di “spogliarsi” per arrivare a Dio. È questa la strada che Bergoglio vuole compiere?
Il suo non è amore del sacrificio fine a se stesso né un’ossessione per l’austerità. Si tratta di una “spoliazione” interiore, una rinuncia a indugiare troppo su se stessi, così da mettere Dio e gli altri al centro della propria vita e non se stessi. Ciò ha anche un significato pastorale, perché implica stare più vicini ai poveri, ai loro limiti, alla loro condizione sociale, alle loro umiliazioni. Per questo a Bergoglio non piacciono i sacerdoti princìpi o i vescovi “da aeroporto”, o gli ecclesiastici che amano le vacanze troppo costose, le cene nei migliori ristoranti, i preziosi d’oro e d’argento ostentati sui capi di abbigliamento, le continue visite a persone potenti, o coloro che amano parlare molto di se stessi o che si sentono diversi dagli altri. Tutto ciò che è mondanità spirituale che avvelena la Chiesa.

Si parla molto a Roma delle riforma della struttura della Chiesa: una nuova curia romana, una nuovo collegialità nell’esercizio del governo. Di Joseph Ratzinger è famosa la lezione nella quale disse che la vera riforma della Chiesa non è nelle strutture ma nel cuore di ognuno. Qual è a suo avviso l’idea di riforma propria di Bergoglio?
Le due cose insieme, perché la sua idea di riforma non è ideale, ma incarnata. Senza dubbio egli pensa che una riforma esteriore delle strutture non si sostiene senza uno spirito e uno stile di vita adeguato. Ma mi sembra che che la cosa più importante non sia la semplificazione della struttura della Curia romana, ma lo sviluppo di altre forme di partecipazione (sinodi, conferenze episcopali, consultazione dei laici, etc) che negli ultimi anni sono state più formali che reali. Senza dubbio questo sviluppo richiede che alcuni settori della Curia Romana cessino di essere eccessivamente giuridici, inquisitori e insieme maestosi, correndo fra l’altro il rischio di diventare autoreferenziali. Alcune volte ho sentito personalità della in Curia dire “noi” senza includere tutta la Chiesa, e nemmeno il Papa ma soltanto se stessi. Francesco ci ricorda che Gesù in realtà ha dato a Pietro e agli Apostoli una missione speciale, non una struttura centrale che comunque può avere soltanto una funzione ausiliaria.

Più volte papa Francesco ha parlato del Demonio. Nel libro con Skorka vi dedica un capitolo dove afferma: “Credo nell’esistenza del Demonio. Forse il maggior successo in questi tempi è stato farci credere che non esiste, che tutto possa essere risolto su un piano meramente umano. Come dice Giobbe, la vita dell’uomo sulla terra è una lotta…”. Che significato assume nella spiritualità ignaziana la figura del Demonio? Ha mai fatto esorcismi?
Non lo ho mai sentito parlare di esorcismi, ma del Diavolo sì. Penso che il parlare del Diavolo sia un invito a stare attenti, perché se non curiamo la nostra sanità interiore e le nostre reali intenzioni diventiamo facilmente marionette guidate da altre forze di dissoluzione e di menzogna. Significa che la sua visione della vita e della realtà non è ingenua, ma molto realistica. È necessaria una vigilanza serena, fiduciosa nell’amore del Signore, ma costante.

Nelle scorse settimane uno dei pensatori più influenti della cosiddetta teologia della liberazione è stato ricevuto da Francesco. Alcuni commentatori hanno addirittura scritto che con questo gesto “la Chiesa sdogana la teologia della liberazione”. È così? Cosa pensa Bergoglio della teologia della liberazione e in che rapporto sta con essa?
Non è possibile pensare che questo Papa possa sostenere una teologia della liberazione fondata su un’analisi marxista. Tuttavia, egli farà propria ogni difesa della dignità dei poveri e tutte le critiche dei sistemi economici ideologici, di ogni speculazione finanziaria, di ogni assolutizzazione della libertà di mercato, cose che finiscono per creare nuove ingiustizie. D’altra parte i poveri non dovrebbero essere soltanto oggetto di una liberazione operata da altri più illuminati, ma essere rispettati come persone attive, con la propria cultura, un modo proprio di vedere la vita, una religiosità caratteristica.

Come è diventato amico di Bergoglio? Ci sono dei momenti che ricorda in modo particolare della vostra amicizia?
Io non la chiamerei amicizia, ma filiazione. Anche se c’è una grande affinità di idee, per me egli è stato ed è soprattutto un grande padre che è riuscito a riconoscere e promuovere il meglio di me. Così teneramente ha tollerato i miei errori, le vanità e le impazienze, e sempre mi ha spinto, in particolare con la sua testimonianza, a continuare, a maturare e a crescere. Posso citare tre momenti speciali: uno era nel 2007, quando siamo tornati dalla V Conferenza dei vescovi ad Aparecida, dove ho rappresentato i sacerdoti argentini. Viaggiavo con lui sul volo di ritorno verso Buenos Aires e per tre ore abbiamo discusso alcune questioni che mi hanno aiutato a capire il suo pensiero. Un altro momento importante fu nel suo ufficio, quando alcune persone anonime avevano inviato in Vaticano alcune critiche su tre miei articoli. Ma dopo un anno e mezzo le risposte che io inviavo per chiarire sembravano non convincere. In quell’occasione abbiamo avuto un grande colloquio spirituale nel quale egli ha insistito perché io alzassi la testa e non lasciassi che mi togliessero la dignità. Infine, il mio incontro con lui a Santa Marta nel mese di agosto quando gli ho dato un abbraccio già da vescovo.

Wednesday 25 September 2013

Una rosa bianca per papa Francesco

Una rosa bianca. È il dono che papa Francesco ha ricevuto domenica 8 settembre mentre passeggiava nei giardini vaticani. Un giardiniere l’ha colta e gliel’ha donata. Chi era con lui dice che grande è stato il suo stupore, perché per Jorge Mario Bergoglio ricevere una rosa bianca è un segno del cielo. Un «segnale» — è la parola esatta che egli stesso ha usato nel libro intervista “El Jesuita” con Sergio Rubin e Francesca Ambrogetti — proveniente direttamente dalla santa della quale egli è devoto: Teresina di Lisieux, la monaca carmelitana morta a soli 24 anni e che il 19 ottobre 1997 Giovanni Paolo II dichiarò dottore della Chiesa (la terza donna a ricevere tale titolo dopo Caterina da Siena e Teresa d’Avila).

Domenica 8 settembre non era un giorno qualunque per Francesco. La sera prima egli aveva convocato una veglia di preghiera per la pace. Era preoccupato. Ma la rosa ricevuta inaspettatamente gli ha fatto comprendere che la sua preoccupazione era stata accolta in cielo, direttamente da Teresina. Lo Spirito parla spesso così, usando segni che ai più dicono nulla. È il suo linguaggio, un parlare che chiede la fede per essere compreso.

L’episodio è stato raccontato nei giorni scorsi da un vescovo italiano che nelle ore successive alla veglia era stato ricevuto in udienza. Il Papa gli ha permesso di raccontarlo durante la presentazione di un libro dedicato proprio alla giovane santa francese svoltasi a Pedaso in provincia di Fermo: “Teresa di Lisieux. Il fascino della santità. I segreti di una dottrina ritrovata”, di Gianni Gennari (Lindau).

È alle pagine 125 e 126 di “El Jesuita” che Rubin e Ambrogetti, descrivendo la biblioteca di Bergoglio a Buenos Aires, raccontano del «segnale» delle rose bianche. Scrivono: «Ci soffermiamo su un vaso pieno di rose bianche in uno scaffale della biblioteca, davanti a una foto di santa Teresa. “Quando ho un problema”, spiega Bergoglio ai due giornalisti, “chiedo alla santa — Teresina, ndr —, non di risolverlo, ma di prenderlo in mano e aiutarmi ad accettarlo, e come segnale ricevo quasi sempre una rosa bianca”».

Bergoglio, nella veglia del 7 settembre, ha chiesto aiuto a Teresina. Il Papa, infatti, ha recitato i misteri gaudiosi del Rosario e, al termine di ogni mistero, dopo un brano del Vangelo, ha letto cinque brani di una poesia scritta dalla santa: “Perché ti amo o Maria”. È la poesia dove dice fra le altre cose che Gesù «sarà fratello di tanti peccatori tanto da chiamarsi tuo — si riferisce a Maria, ndr — primogenito».

È nel rapporto intimo e personale di Bergoglio con Teresina che si evidenzia uno dei tratti della sua personalità e del suo pontificato. Un filo diretto con il cielo per il Papa, come era per Karol Wojtyla il rapporto con santa Faustina Kowalska.

Mentre era ancora in vita, santa Teresina promise che dopo la sua morte avrebbe fatto piovere dal cielo dei “petali di rose”, ossia delle grazie concesse da Dio per sua intercessione. Diceva: «Un’anima infiammata di amore non può restare inattiva. […] Se voi sapeste quanti progetti faccio su tutte le cose che farò quando sarò in cielo. […] Sì, voglio passare il mio cielo a fare del bene sulla terra».

Il 3 dicembre 1925, un gesuita, padre Putigan, cominciò una novena a santa Teresa chiedendo una grazia importante. Il gesuita domandò anche di ricevere da qualcuno una rosa come segno che ciò che egli chiedeva corrispondeva alla volontà di Dio e che, quindi, la sua preghiera sarebbe stata esaudita. Non fece parola con nessuno della novena che stava facendo. Al terzo giorno ricevette una rosa da una persona sconosciuta e ottenne la grazia. Cominciò un’altra novena. Il quarto giorno di questa seconda novena una suora-infermiera gli portò una rosa bianca dicendogli: «Santa Teresa vi manda questa rosa». Padre Putignan, ricevuta la grazia che aveva chiesto, prese la decisione di diffondere questa novena, detta “Novena delle rose”. Oggi questa novena si pratica in tutto il mondo.

Papa Francesco ha più volte parlato nei primi mesi di pontificato di Teresina. Una volta è stato durante la conferenza stampa (28 luglio 2013) tenuta sull’aereo che lo riportava a Roma dal Brasile, meta del suo primo viaggio apostolico fuori dall’Italia. Quando gli è stato chiesto cosa contenesse una valigia nera che il Papa ha trasportato da solo sull’aereo ha detto: «Non c’era la chiave della bomba atomica! Mah! La portavo perché sempre ho fatto così: io, quando viaggio, la porto. E dentro, cosa c’è? C’è il rasoio, c’è il breviario, c’è l’agenda, c’è un libro da leggere – ne ho portato uno su santa Teresina di cui io sono devoto».

Si è saputo poi che il libro in questione era il libro sopra citato “Teresa di Lisieux. Il fascino della santità. I segreti di una dottrina ritrovata”, di Gianni Gennari.

Tuesday 03 September 2013

Anche S. Francesco pregherà per la Pace in Siria

Papa Francesco ha chiamato...e moltissimi stanno rispondendo.

La mobilitazione chiesta dal Papa per la pace in Siria si sta estendendo a vista d'occhio, coinvolgendo ambienti laici, religiosi, cattolici e non.

Anche i frati francescani di Assisi si uniscono alla preghiera, attraverso il segno grandell'apertura della tomba di S. Francesco.

Come riferisce infatti l'ANSA, la  Basilica Inferiore di San Francesco d'Assisi resterà aperta, in via del tutto eccezionale, da oggi a venerdì fino alle 22 per pregare sulla Tomba del Santo per la pace in Siria e per coloro che sono chiamati a garantire le vie della giustizia nel mondo.

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Saturday 31 August 2013

Un grazie al cardinal Bertone

Forse sarò l’unica ma vorrei dire grazie al cardinale Bertone. Lo posso fare con serenità perchè sono stata la prima forse a criticare il suo modo di fare il Segretario di Stato. Ma oggi a fronte di tante critiche corali nate spesso da una cattiva lettura della vicenda vatileaks credo che il grazie a questo cardinale, che mai ha tradito la fiducia del Papa e della Chiesa, sia doveroso.

Monday 15 July 2013

Se vi piacciono i thriller, ne ho scritto uno

«L’empio fugge anche se nessuno lo insegue, mentre il giusto è sicuro come un giovane leone». (Proverbi 28, 1)

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Saturday 18 May 2013

I cristiani parlano troppo...degli altri: parola di Papa Francesco.

Per il papa, che ha pronunciato nuovamente parole forti durante la Messa mattutina a Santa Marta, i cristiani hanno proprio il vizio di parlare troppo degli altri. Pettogolezzi e farsi troppo gli affari degli altri, detto in parole povere, sono una mina vagante costante nella vita della Chiesa.

«Quanto si chiacchiera nella Chiesa! Quanto chiacchieriamo noi cristiani!». Lo ha detto papa Francesco - riferisce Vatican Insider - nella messa di stamane a Santa Marta. Per Bergoglio, «la chiacchiera è proprio spellarsi, farsi male l'uno all'altro». «Le chiacchiere sono distruttive nella Chiesa», ha aggiunto  il Pontefice.  Secondo Bergoglio, il cristiano deve vincere la tentazione di «mischiarsi nella vita degli altri». Il Papa, secondo quanto riferisce la Radio Vaticana, ha inoltre sottolineato che chiacchiere e invidie fanno tanto male alla comunità cristiana e che non si può «dire soltanto la metà che ci conviene».

Ma non ha solo parlato di questo il santo Padre.

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Friday 12 April 2013

Unioni gay: la Consulta chiede di intervenire, ma non con l'equiparazione del matrimonio.

Oggi è arrivata una ammonizione della Consulta su alcuni noti ritenuti irrisolti, nel panorama politico e istituzionale italiano.

La Consulta ha chiesto un intervento sulla legge elettorale, ma - soprattutto - ha chiesto che venga fatto qualche cosa per tutelare i diritti ed i doveri delle persona omosessuali, che intendano costituire una unione stabile.

"Il legislatore deve affrontare il nodo delle unioni gay", ha riferito Gallo parlando di fronte alle più alte cariche dello Stato. Queste le parole: "La Corte ha escluso l'illegittimità costituzionale delle norme che limitano l'applicazione dell'istituto matrimoniale alle unioni tra uomo e donna, ma nel contempo  ha affermato che due persone dello stesso sesso hanno comunque il diritto fondamentale di ottenere riconoscimento giuridico, con i connessi diritti e doveri, della loro stabile unione". La Consulta, ha ricordato Gallo, "ha perciò affidato al Parlamento la regolamentazione della materia nei modi e nei limiti più opportuni".

Cosa significa questa frase?

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Thursday 14 March 2013

Papa Francesco: sarà il Papa dell'ecumenismo e del dialogo.

Le parole che Papa Francesco ha pronunciato ieri sera subito dopo l'elezione, sono state poche. Significative, grandemente, insieme ai gesti compiuti.

Una parentesi: dovremo di nuovo abituarci a gesti di questo tipo, ed anche il servizio di sicurezza....che avrà un bel lavoro da fare, con questo Papa che si prefigura già come molto, molto libero...dai protocollo.

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Ma le parole di ieri hanno avuto una grande rilevanza dal punto di vista del dialogo e del'ecumenismo.

Mi riferisco alle parole con le quali il Papa ha parlato di sè: come tutti hanno notato non ha mai citato la parola "papa", ma ha sempre utilizzato la parola "vescovo di Roma".

 

Tra l'altro, anche nel ringraziamento nei confronti di Benedetto XVI chiamato, anch'egli "vescovo emerito di Roma".

 

Dal sito Aleteia.org riporto le parole del Papa:

Fratelli e sorelle, buona sera!

Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un vescovo a Roma, sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo. Ma siamo qui. Vi ringrazio dell'accoglienza. La comunità diocesana di Roma ha il vescovo. Grazie! E prima di tutto vorrei fare una preghiera per il nostro vescovo emerito Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca...

[Preghiera Padre Nostro, Ave Maria, Gloria al Padre]

E adesso incominciamo questo cammino, vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma che è quella che presiede nella carità tutte le chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia fra noi. Preghiamo sempre per noi, l'uno per l'altro. Preghiamo per tutto il mondo perché ci sia una grande fratellanza. Mi auguro che questo cammino di Chiesa che oggi incominciamo e in cui mi aiuterà il mio cardinale vicario qui presente sia fruttuoso per l'evangelizzazione di questa tanto bella città. E adesso vorrei dare la benedizione. Ma prima vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica. La preghiera del popolo perché chieda la benedizione per il suo vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me.

 

Ma perchè il Papa ha parlato così, perchè si è rivolto a Roma, alla sua città...quasi, dimenticando...il mondo che gli stava praticamente tutto davanti?

Non certamente per provincialismo: alcuni forse l'hanno colto così..ma nolla è più distante dalla realtà.

C'è a mio avviso un motivo, cosicnetemente voluto, per il quale il papa ha utilizzato queste parole, e questo motivo non è stato neppure l'umiltà...francescana.

Il motivo è stato l'ecumenismo.

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Wednesday 13 March 2013

Il gabbiano ed il Conclave: quando i media non sanno cosa dire!

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In queste ore è tanta l'apprensione e l'attesa da parte del mondo cattolico (e non solo) per l'esito del Conclave.

Si stanno ascoltando fiumi di parole: trasmissioni televisive e radiofoniche, dirette web, twitter, facebook...e chi più ne ha più ne metta.

Non c'è dubbio che questo sia davvero il Conclave più mediatico degli utlimi anni.

Chiaramente tutti sono con gli occhi all'insù, per seguire, anche in televisione, l'andamento delle votazioni vaticane. Inoltre moltissimi media stanno coprendo con grande intensità gli eventi in diretta oltre che avere realizato molteplici servizi ed interviste.

Oggi poi un nuovo personaggio si è affacciato sul Conclave, con una dirompenza mediatica...quasi sopra le nuvole: un gabbiano.

Un gabbiano che, non credo di sbagliarmi, sta davvero diventando una star della riflessione mediatica di questo evento sul quale, con buona pace di tutti, non si può che dire una parola che abbia senso: ASPETTARE. Punto.

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Monday 11 February 2013

Benedetto XVI si dimette dal pontificato. Notizia shock e approfondimenti.

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La notizia delle dimissioni, o meglio della rinuncia al Pontificato, di Benedetto XVI, sta facendo il giro del mondo e sta creando molto turbamento nella Chiesa.

Così è stata data, e così ce la riporta il sito Aleteia.org.

Carissimi Fratelli,

vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l'età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell'animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l'elezione del nuovo Sommo Pontefice. Carissimi Fratelli, vi ringrazio di vero cuore per tutto l'amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero, e chiedo perdono per tutti i miei difetti. Ora, affidiamo la Santa Chiesa alla cura del suo Sommo Pastore, Nostro Signore Gesù Cristo, e imploriamo la sua santa Madre Maria, affinché assista con la sua bontà materna i Padri Cardinali nell'eleggere il nuovo Sommo Pontefice. Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio.

 

Non c'è dubbio che la notizia è davvero...la notizia del secolo, anzi, forse, del millennio. Per la novità totale di questo gesto, e per la lucidità con cui questa grandissimo Papa ce l'ha proposta. 

Anche diversi siti ci aiutano a entrare in questo evento, ponendoci domande ed aiutandoci a dare delle risposte.

 

Non un gesto di codardia, non un gesto di affaticamento: ma un gesto responsabile, lucidissimo...che probabilmente solo Papa Ratzinger...poteva fare.

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Thursday 14 April 2011

L’esperimento di Riace

Una risposta positiva al problema dell’immigrazione

di Lucetta Scaraffia

L’arrivo di questa ondata di migranti ha di nuovo messo in moto nell’opinione pubblica italiana il dibattito fra chi li vuole accogliere e chi li vuole respingere. Questo, mentre davanti ai nostri occhi sfilano immagini drammatiche e coinvolgenti, tra speranza e disperazione: da una parte, la madre che ha partorito nel barcone, riuscendo a salvare sé e la piccola, dall’altra i corpi dei molti che muoiono fra le onde, vittime dei trafficanti di esseri umani, oltre che del maltempo e di imbarcazioni fatiscenti.

La Chiesa predica il dovere, che è umano e cristiano, dell’accoglienza nei confronti di chi è più sventurato di noi — che, oltretutto, di lavoratori immigrati abbiamo assolutamente bisogno — ma non sempre è facile tradurre in fatti queste esortazioni. Ci vuole anche un po’ di inventiva, di coraggio e di fantasia. Come quella che hanno avuto gli abitanti di Riace, paese sulla riva ionica della Calabria, composto, come tutti quelli della zona, di un nucleo antico sul cocuzzolo di una collina, lontano dal mare, e di un nuovo abitato in via di espansione lungo la costa (proprio quella dove sono stati trovati i celeberrimi bronzi).

Oggi, il centro antico, che per decenni era stato abbandonato e si stava deteriorando irrimediabilmente, è tornato alla vita. Lo abitano immigrati di varie provenienze, tutti profughi politici, che i cittadini di Riace hanno accolto, a cominciare dai trecento curdi arrivati una decina di anni fa.

Gli immigrati hanno avuto un tetto, qualcosa da mangiare ma anche, cosa ben più importante, un lavoro: all’interno delle antiche mura, infatti, sono nate tante piccole aziende artigianali — ceramica, tessitura, preparazione di prodotti alimentari — dove lavorano, fianco a fianco, italiani e immigrati.

Così chi attraversa questo centro sereno e laborioso vede bimbi di diverse provenienze giocare tra loro, calabresi e africani lavorare insieme; ma anche una rinascita economica che porta benefici a tutti, indistintamente: i bambini nella scuola sono aumentati, rendendo così necessario un numero maggiore di insegnanti e impiegati; gli operatori culturali, che si occupano dell’integrazione e insegnano l’italiano, sono in maggioranza originari del luogo; sono rinate industrie artigianali locali come la tessitura della ginestra e gli abitanti delle case abbandonate del borgo ricevono un affitto, basso, ma comunque guadagnano qualcosa e hanno chi restaura le loro case altrimenti destinate alla rovina. E il finanziamento che il ministero italiano dell’Interno ha stanziato per questo esperimento — 24 euro per immigrato — è servito a dare nuovo impulso anche all’economia locale.

È insomma una situazione nella quale i benefici reciproci sono chiari a entrambe le comunità e la convivenza non risulta difficile, tanto che il paese proprio per questo è diventato un’attrazione turistica. Per valorizzarla, alcune case sono state destinate a ospitalità diffusa nel tessuto urbano ed è stato aperto un ristorante. Sulla sua porta si vede ancora il segno di due proiettili: non tutti a Riace hanno gradito questa rinascita. Ma molte persone e intere scuole vengono a vedere questo miracolo quotidiano, e cercano di capire il segreto di un’accoglienza riuscita.

Il segreto sta certo nella tenacia di Mimmo Lucano, attuale sindaco e animatore del progetto, che interviene continuamente a migliorarlo. Ma sta anche in una iniziativa, nella diocesi dove è stato vescovo amatissimo monsignor Bregantini, nata dal basso grazie a una associazione — Città futura don Puglisi — fondata nel 1999 da ragazzi del luogo intorno alla chiesa parrocchiale e che oggi ha sede in un palazzo del centro antico, vero cuore della vita di Riace.

Certo, il successo dell’esperimento è dovuto anche al numero abbastanza ridotto degli immigrati, al loro essere profughi politici e quindi desiderosi di integrarsi nel nuovo paese, non potendo tornare in patria. Non è facilmente riproponibile in tutte le situazioni: anzi, in qualche modo, proprio le condizioni della sua riuscita mettono in luce le difficoltà che si incontrano in altre situazioni.

Ma il solo fatto che esista una simile realtà, che qualcuno sia riuscito a creare e mantenere questo difficile equilibrio — che dura da più di dieci anni — costituisce un esempio a cui guardare, un caso che fa pensare. Allora, la soluzione del problema immigrati sta forse proprio nell’inventare qualcosa di positivo. Invece di scrollare le spalle con indifferenza.

Saturday 02 April 2011

Nostro contemporaneo

La seconda parte del «Gesù di Nazaret»

Il nuovo libro di Ratzinger-Benedetto XVI rende Gesù di Nazaret nostro contemporaneo. Nel gran disordine che regna sotto il cielo l’irrompere di un libro tanto appassionante accende interrogativi che toccano in profondità le nostre inquietudini. Ciascuno può trovarvi qualche luce per uscirne. Vi si raccontano i tre giorni cruciali dell’esistenza di Gesù, le sue ultime ore di vita scandite dalla passione e morte; l’inizio del tempo nuovo, la risurrezione, vero spartiacque della storia che origina un pensiero alternativo sul futuro del mondo e delle speranze umane.

L’autore è convinto che il confronto positivo con Gesù di Nazaret possa essere una soluzione anziché un problema per l’umanità. La sua indagine è convincente, ragionevole e rispettosa di culture e punti di vista differenti. Interessarsi a Gesù ha senso — si percepisce tra le righe — perché è l’unico risorto della storia, il Vivente immerso in ogni epoca e perciò nel nostro presente; compagno di viaggio affidabile che ci introduce negli orizzonti sconosciuti della vita oltre la morte.

Chiunque volesse capire questo misterioso Signore può calarsi nei giorni finali della sua vita terrena.

Pagina dopo pagina, dalle parole e dai comportamenti di Gesù, il teologo diventato Papa trae i tasselli di una carta d’identità dell’essere cristiano. Da un lato salda l’esperienza del patire, dell’angoscia e della tenerezza del Nazareno con l’insieme del pianto e del dolore smisurati delle vittime di ogni tempo e, dall’altro, ci aiuta a leggere frammenti del mistero del male e della sofferenza non più invincibili dopo la sua agonia nell’orto degli ulivi e l’abbandono sulla croce. La risurrezione di Gesù non è un tardivo volo pindarico dei suoi discepoli delusi che, non potendolo dimenticare, lo trasformarono in mito.

È una realtà veramente accaduta, alla pari della crocifissione e della morte. Mentre però del dolore e della morte che impastano la storia abbiamo una conoscenza sperimentale, della risurrezione abbiamo una conoscenza per fede. Si tratta di una fede ragionevole, ma sempre fede. Anzi, ci ricorda Papa Ratzinger, la fede cristiana è fondata sulla risurrezione. Poiché è strettamente collegata alla croce, la memoria della risurrezione è altrettanto pericolosa per la sapienza umana. Per i discepoli che attendevano un messia regale e vittorioso, la morte di Gesù è stata sconvolgente; la risurrezione, una volta verificata, ne ha cambiato la prospettiva, decidendoli a seguire il Maestro finalmente compreso.

Nel mistero della passione, morte e risurrezione — ci ricorda l’autore — sono racchiuse alcune delle questioni profonde dell’esistenza. E nel processo a Gesù è presente la critica radicale alle politiche basate sull’inganno e la violenza anziché sulla verità. Il destino del mondo si gioca sulla verità, non sulla forza che rimane una soluzione illusoria. Occuparsi di Gesù è occuparsi di tale destino poiché egli è venuto per rendere la più autorevole testimonianza alla verità che la prospettiva cristiana identifica con Dio.

Nello stile dei Padri della Chiesa, Papa Ratzinger non scrive per puro godimento intellettuale, ma offre un libro per la vita. La lettura ci immerge nella profondità del mistero cristiano, svelandoci quanto poco sia conosciuto e gustato. Con la scelta di una interpretazione dei racconti della passione basata sulla storia e sulla fede non contrapposte ma complementari, l’autore conferma la teologia conciliare e pone fine al pregiudizio nei confronti del popolo ebraico accusato nei secoli di deicidio. Nei vari momenti esaminati, dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Benedetto XVI sceglie un linguaggio nuovo e accessibile senza perdere profondità.

Chiama la Chiesa «la comunità dei discepoli» di Gesù; definisce la caritas «premura per l’altro», non un secondo settore del cristianesimo accanto al culto, «ma radicato proprio in esso e ne fa parte». C’è emozione per la lotta tra bene e male nella notte del Getsemani dove Gesù «trascina la natura recalcitrante in alto verso la sua vera essenza» e porta «il travaglio dell’essere uomini in alto verso Dio». L’ascensione è tradotta in una «vicinanza permanente» di Gesù con noi, un «entrare nel mistero di Dio» e un’altra dimensione dell’essere.

Si descrive, infine, la risurrezione, come fenomeno totalmente nuovo, una nuova dimensione dell’essere uomini, una mutazione decisiva, un salto di qualità; un nuovo genere di futuro per gli uomini, una nuova dimensione dell’esistenza umana, inclusa nell’atto di donare la vita. L’amore e la risurrezione — insiste l’autore — sono i due motivi distintivi dell’essere cristiani. La risurrezione come «mutazione» genetica compiuta da Dio in Gesù e promessa a tutti; l’amore come metodo di vita che distingue i figli di Dio e per il cosmo dischiude già ora un futuro di speranza.

c. d. c.

Tuesday 29 March 2011

Dall’abisso del male

Il pellegrinaggio di Benedetto XVI alle Fosse ardeatine — così l’ha voluto definire lo stesso Papa — per rendere omaggio alle vittime dello spaventoso eccidio, che resta indelebile tra i numerosissimi orrori della seconda guerra mondiale, non ha trovato molto spazio nei media. Forse anche per il succedersi incalzante e drammatico di notizie nel panorama internazionale.

Eppure la visita di Benedetto XVI a questo sacrario «caro a tutti gli italiani» — in continuità con quelle di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, e con la volontà di pregare e «rinnovare la memoria» — ha un significato particolare, che rimane. Il loro successore ha infatti compiuto un altro passo nella ricomposizione della memoria di quel conflitto che contribuì a sprofondare il Novecento nell’abisso del male. Come aveva affermato lo stesso Benedetto XVI un mese esatto dopo la sua elezione riflettendo sulle ultime successioni papali.

In questo modo non bisogna forse considerare, aveva detto il nuovo Papa, «il fatto che sulla cattedra di Pietro, ad un Pontefice polacco sia succeduto un cittadino di quella terra, la Germania, dove il regime nazista poté affermarsi con grande virulenza, attaccando poi le nazioni vicine, tra le quali in particolare la Polonia? Entrambi questi Papi in gioventù — seppure su fronti avversi e in situazioni differenti — hanno dovuto conoscere la barbarie della seconda guerra mondiale e dell’insensata violenza di uomini contro altri uomini, di popoli contro altri popoli».

Alla presenza del rabbino capo della più antica comunità della diaspora occidentale, ferocemente colpita dalla persecuzione razziale anche alle Fosse ardeatine, il vescovo di Roma, «città consacrata dal sangue dei martiri», ha voluto incontrare a lungo i familiari delle vittime — cattolici ed ebrei insieme — e ha reso omaggio alla loro memoria, in un luogo vicino alle catacombe e dal quale ancora una volta si è levata la preghiera dei Salmi, con le parole che da molti secoli ebrei e cristiani innalzano all’unico Dio.

Quel Dio al quale, nell’ora delle tenebre, si rivolsero due caduti, come altri in quei giorni, per affermare la fede «in Dio e nell’Italia» e invocare la protezione degli ebrei «dalle barbare persecuzioni». Benedetto XVI ha citato le loro parole, ricordando il centocinquantesimo anniversario dell’unità del Paese e ripetendo che nel Padre di tutti è possibile un futuro diverso. Che non offenda il Nome santo di Dio e l’essere umano, creato a sua immagine.

g. m. v.

Monday 28 March 2011

Da Gerusalemme a Parigi

L’intuizione di Benedetto XVI di un nuovo spazio dove laici e non credenti possano essere accolti con amicizia per condividere con chi crede la ricerca dell’unico Dio sta prendendo forma. Nella visione papale questa proposta è rappresentata dall’immagine del «cortile dei gentili» nel Tempio di Gerusalemme — dove appunto erano ammessi i pagani attratti dalla religiosità ebraica — ed è stata assunta dall’organismo curiale che si occupa del mondo della cultura con originale creatività.

Carica di simboli è stata così la scelta di Parigi — la «città dei Lumi» emblema di quella modernità contraddittoria e drammatica nata dagli ideali e dagli errori della rivoluzione francese — per l’esordio di questa iniziativa. Che senza dubbio è tra le più importanti decise da un Papa tanto mite quanto coraggioso, uomo di fede e teologo profondo, abituato sin da giovane al confronto, soprattutto nel mondo universitario, con chi è al di fuori dei confini visibili della Chiesa.

Uso dunque a esprimersi con parole comprensibili a tutti, Benedetto XVI ha voluto essere presente a Parigi con un messaggio ai giovani riuniti davanti a Notre-Dame, in uno spazio aperto oggi come venti secoli fa era accessibile ai pagani il cortile esterno del Tempio gerosolimitano. Dal grande santuario di un ebraismo sempre più caratterizzato da aspirazioni universalistiche rimanevano però esclusi i non giudei.

A cambiare tutto è stata la venuta di Cristo, quella luce vista da Giovanni che illumina ogni essere umano e ha abbattuto «il muro di separazione» tra ebrei e gentili, e dunque ogni divisione: anche quella tra credenti e non credenti. E perché non fosse reso difficile l’accesso dei pagani allo spazio loro riservato nel santuario di Gerusalemme Gesù aveva cacciato chi di questo luogo si approfittava per lucro. Per questo Benedetto XVI in molti modi si fa capire. Come hanno dimostrato, diversamente ma con straordinaria efficacia, i suoi ultimi due libri.

Ed efficaci per credenti e non credenti sono risuonate a Parigi le sue parole, rivolte ai giovani, ma più in generale alle donne e agli uomini di oggi. Il Papa ha così rinnovato l’invito che nel succedersi dei secoli e sino alla fine dei tempi la Chiesa di Cristo non si è stancata e non si stancherà di rivolgere: di non aver paura di aprire a Dio i cuori e le società. Senza timore di assumere le parole — libertà, uguaglianza, fraternità — che hanno riassunto gli ideali rivoluzionari, tante volte poi brandite con asprezza contro la Chiesa e il cristianesimo, e che pure dal cristianesimo sono nate.

Comuni sono moltissime aspirazioni di credenti e non credenti, per costruire «un mondo nuovo e più libero, più giusto e più solidale, più pacifico e più felice». Allora — dice Benedetto XVI — tra chi crede e chi non crede deve cadere, nel riconoscimento reciproco, ogni diffidenza: Dio non è un pericolo per la società e la vita umana e non lo è naturalmente la ragione, purché non si pieghi agli interessi e all’utilità, come spesso avviene. Per questo il Papa ha invitato i giovani parigini, riuniti davanti a Notre-Dame, senza distinguere tra credenti e non credenti, a non fermarsi nel cortile dei gentili. E a entrare invece nella cattedrale, dove come incenso si alzava la preghiera della sera.

g.m.v.

Friday 25 March 2011

Una rivoluzione femminile

A tre anni dalla morte la prima biografia di Chiara Lubich

di Lucetta Scaraffia

A tre anni dalla scomparsa, è uscita la prima biografia di Chiara Lubich, scritta da Armando Torno per Città Nuova: un libro che sceglie volutamente un tono non agiografico per descrivere quella che è sicuramente una delle più straordinarie esistenze del Novecento. Una narrazione piana, costruita attraverso le testimonianze delle focolarine e dei focolarini che sono stati più vicini alla loro fondatrice. Un racconto che volutamente mette sullo stesso piano le vicende umane e le esperienze mistiche di Chiara; rispettando, in questo modo, il suo carattere riservato, la sua capacità di stare al centro di tutto ma al tempo stesso di scomparire come persona.

Mi è capitato di incontrarla personalmente una sola volta, l’8 marzo di qualche anno fa, al Quirinale, dove era arrivata per ricevere un’importante onorificenza dal presidente della Repubblica italiana. Era entrata sorridendo, come sempre, senza preoccuparsi se nessuno dei presenti dava segno di riconoscerla e di darle onore. A me, che le ero andata incontro emozionata, ha riservato un sorriso timido e dolce, e ha declinato con semplicità ogni mio tentativo di far sapere ai responsabili del cerimoniale che era arrivata.

La biografia rispetta questo suo atteggiamento umile e ritroso, profondamente disponibile al contatto umano ma del tutto indifferente alla notorietà, e alla ribalta che pure le spettava. A tal punto che si coglie l’importanza di Chiara nella storia del Novecento quasi più dalla cronologia comparata, molto ben fatta, che si trova in appendice al volume e che dà conto della ricchezza delle forme di aggregazione da lei create all’interno del mondo cattolico, della sua straordinaria capacità di costruire momenti di incontro e di vero dialogo con esponenti e fedeli di altre religioni, della fecondità spirituale che ha segnato la sua vita interiore.

Una fecondità che ha sempre condiviso con le sorelle e i fratelli più vicini, e poi con tutti coloro che rivelavano disponibilità all’ascolto, consapevole che i tempi in cui si trovava a vivere richiedevano un’immediata condivisione di quanto lei, strumento di Gesù, arrivava a comprendere illuminata dallo Spirito Santo. Illuminazioni che nascevano dalla lettura continua della Sacra Scrittura: «Ogni volta che Chiara apriva il Vangelo vi scopriva la profondità di quelle parole di vita eterna che mai prima aveva trovato».

In questo modo, Chiara ha anticipato quello che la cultura cattolica avrebbe poi scoperto: l’ingresso nel linguaggio spirituale della parola amore, fino a quel momento riservata più che altro ai discorsi mondani; l’idea della spiritualità dell’unità, che si trasforma in una appassionata forma di dialogo tra le religioni e in una risposta alla «notte culturale» dell’umanità. Senza mai preoccuparsi che fosse ricordato il suo ruolo precorritore.

La proposta di una nuova evangelizzazione, secondo le sue parole, «non significa soltanto che il mondo secolarizzato» ne ha bisogno, ma anche che «l’evangelizzazione va fatta in maniera nuova». E alla ricerca di questa maniera nuova dedica tutte le sue energie: gli incontri, anche quelli apparentemente secondari, si trasformano grazie a lei in nuove vie e nuovi progetti, allargando sempre più la rete dei coinvolgimenti nel suo ideale: la santità a portata di tutti. Il suo movimento si apre a tutti gli ambiti, in un’ottica universale, con particolare attenzione alla cultura e ai media, mentre la sua vita interiore dà un nuovo impulso agli studi teologici.

Ma certamente l’aspetto di novità più forte che ha segnato la sua vicenda è proprio il suo essere donna, una donna che dà un accento fortemente femminile a ogni sua opera: basti pensare al nome più conosciuto del movimento da lei fondato (ufficialmente Opera di Maria) che evoca il focolare, spazio tradizionalmente femminile. Comincia circondandosi di donne, che sanno poi aprirsi alla necessaria presenza maschile, e dà disposizioni che a presiedere il movimento sia sempre una donna.

Anche la spiritualità dell’Opera prende una forma femminile, rappresentando la presenza mistica di Maria nella Chiesa. In questo modo, con la sua straordinaria esperienza, Chiara — che parla alle assemblee dei vescovi, è ascoltata dai Papi, viene accolta con gli onori di un capo di Stato nei Paesi che visita — realizza quello che i tempi richiedono anche alla Chiesa: riconoscere l’importanza del ruolo delle donne.

Ma lo ottiene senza rivendicare diritti, senza nessuna asprezza. Lo ottiene dimostrando di sapersi meritare quell’autorità che le viene riconosciuta, come è stato per le grandi sante nella storia della Chiesa. La sua importanza nel cattolicesimo del Novecento è anche la prova di una rivoluzione femminile compiuta nel silenzio e nella modestia. Rimane il compito di prenderne atto.

Wednesday 23 March 2011

Questione di radicalità evangelica

Il celibato sacerdotale

di Mauro Piacenza

Residuo preconciliare e mera legge ecclesiastica. Sono queste, in definitiva, le principali e più dannose obiezioni che riaffiorano nel periodico riaccendersi del dibattito sul celibato sacerdotale. Eppure, niente di questo ha reale fondamento, sia che si guardi ai documenti del concilio Vaticano II, sia che ci si soffermi sul magistero pontificio. Il celibato è un dono del Signore che il sacerdote è chiamato liberamente ad accogliere e a vivere in pienezza.

Se infatti si esaminano i testi, si nota innanzitutto la radicale continuità tra il magistero che ha preceduto il concilio e quello successivo. Pur con accenti talora sensibilmente differenti, l’insegnamento papale degli ultimi decenni, da Pio XI a Benedetto XVI, è concorde nel fondare il celibato sulla realtà teologica del sacerdozio ministeriale, sulla configurazione ontologica e sacramentale al Signore, sulla partecipazione al suo unico sacerdozio e sulla imitatio Christi che esso implica. Solo, dunque, una scorretta ermeneutica dei testi del Vaticano II – a cominciare dalla Presbyterorum ordinis – potrebbe condurre a vedere nel celibato un residuo del passato di cui liberarsi. E una tale posizione, oltre che errata storicamente, teologicamente e dottrinalmente, è anche dannosa sotto il profilo spirituale, pastorale, missionario e vocazionale.

Alla luce del magistero pontificio bisogna anche superare la riduzione, in taluni ambienti molto diffusa, del celibato a mera legge ecclesiastica. Esso, infatti, è una legge solo perché è un’esigenza intrinseca del sacerdozio e della configurazione a Cristo che il sacramento dell’Ordine determina. In tale senso la formazione al celibato, oltre ogni altro aspetto umano e spirituale, deve includere una solida dimensione dottrinale, poiché non si può vivere ciò di cui non si comprende la ragione.

In ogni caso, il dibattito sul celibato, che periodicamente nei secoli si è riacceso, certamente non favorisce la serenità delle giovani generazioni nel comprendere un dato così determinante della vita sacerdotale.

Giovanni Paolo II nella Pastores dabo vobis (n. 29), riportando il voto dell’assemblea sinodale, afferma: “Il Sinodo non vuole lasciare nessun dubbio nella mente di tutti sulla ferma volontà della Chiesa di mantenere la legge che esige il celibato liberamente scelto e perpetuo per i candidati all’Ordinazione sacerdotale nel Rito latino. Il Sinodo sollecita che il celibato sia presentato e spiegato nella sua piena ricchezza biblica, teologica e spirituale, come dono prezioso dato da Dio alla sua Chiesa e come segno del Regno che non è di questo mondo, segno dell’amore di Dio verso questo mondo nonché dell’amore indiviso del sacerdote verso Dio e il Popolo di Dio”.

Il celibato è questione di radicalismo evangelico. Povertà, castità e obbedienza non sono consigli riservati in modo esclusivo ai religiosi. Sono virtù da vivere con intensa passione missionaria. Non possiamo abbassare il livello della formazione e, di fatto, della proposta di fede. Non possiamo deludere il popolo santo di Dio, che attende pastori santi come il curato d’Ars. Dobbiamo essere radicali nella sequela Christi senza temere il calo del numero dei chierici. Infatti, tale numero decresce quando si abbassa la temperatura della fede, perché le vocazioni sono “affare” divino e non umano. Esse seguono la logica divina che è stoltezza agli occhi umani.

Mi rendo conto, ovviamente, che in un mondo secolarizzato è sempre più difficile comprendere le ragioni del celibato. Ma dobbiamo avere il coraggio, come Chiesa, di domandarci se intendiamo rassegnarci a una tale situazione, accettando come ineluttabile la progressiva secolarizzazione delle società e delle culture, o se siamo pronti a un’opera di profonda e reale nuova evangelizzazione, al servizio del Vangelo e, perciò, della verità sull’uomo. Ritengo, in tal senso, che il motivato sostegno al celibato e la sua adeguata valorizzazione nella Chiesa e nel mondo possano rappresentare alcune tra le vie più efficaci per superare la secolarizzazione.

La radice teologica del celibato, dunque, è da rintracciare nella nuova identità che viene donata a colui che è insignito del sacramento dell’Ordine. La centralità della dimensione ontologica e sacramentale e la conseguente strutturale dimensione eucaristica del sacerdozio rappresentano gli ambiti di comprensione, sviluppo e fedeltà esistenziale al celibato. La questione, allora, riguarda la qualità della fede. Una comunità che non avesse in grande stima il celibato, quale attesa del Regno o quale tensione eucaristica potrebbe vivere?

Non dobbiamo allora lasciarci condizionare o intimidire da chi non comprende il celibato e vorrebbe modificare la disciplina ecclesiastica, almeno aprendo delle fessure. Al contrario, dobbiamo recuperare la motivata consapevolezza che il nostro celibato sfida la mentalità del mondo, mettendo in crisi il suo secolarismo e il suo agnosticismo e gridando, nei secoli, che Dio c’è ed è presente.

Tuesday 22 March 2011

L’orso del Papa

Alla dedicazione della parrocchia romana di San Corbiniano — una liturgia esemplare per la cura e la partecipazione dei fedeli, tra i quali tantissimi bambini — erano presenti ben tre successori del fondatore della diocesi di Frisinga: oltre a Joseph Ratzinger, oggi Papa con il nome di Benedetto XVI, i cardinali Friedrich Wetter e Reinhard Marx. Un fatto eccezionale, che il parroco ha sottolineato nel suo caloroso saluto iniziale.

Nell’omelia il vescovo di Roma, successore del primo degli apostoli, ha improvvisato una breve riflessione su questo monaco francese attratto dalla vita contemplativa che scese a Roma per fondarvi un monastero. Ma qui la sua vita cambiò in modo inatteso: il Papa lo ordinò vescovo per la Baviera, dove la popolazione «voleva farsi cristiana, ma mancava gente colta, mancavano sacerdoti per annunciare il Vangelo».

Una scelta, quella di Gregorio ii, che si rivelò di universalità — il santo infatti «collega la Francia, la Germania, Roma», ha sottolineato il Papa — e nello stesso tempo di unità: Corbiniano ci dice che «la Chiesa è fondata su Pietro» e che era la stessa «come oggi». Per una ragione molto semplice: Cristo è lo stesso, «la Verità, sempre antica e sempre nuova, attualissima, presente, e apre la chiave per il futuro».

Parlando ai fedeli Benedetto XVI ha accennato all’orso che ha scelto di collocare nel suo stemma, episcopale e poi papale. Joseph Ratzinger ne aveva scritto per la prima volta nel libro autobiografico, tanto piccolo quanto prezioso, che pubblicò nel suo settantesimo anno e dove raccolse i suoi ricordi sino alla consacrazione episcopale. Raccontando come all’animale che aveva sbranato il cavallo di Corbiniano, in viaggio per Roma, fu imposto dal monaco di portare il suo fardello.

Ratzinger, sulla traccia del prediletto Agostino, spiegava che quel peso — il carico episcopale di chi «tira il carro di Dio in questo mondo» — venne imposto a Corbiniano e al vescovo africano, attratti entrambi dalla contemplazione e dallo studio. «Ma proprio in questo modo io ti sono vicino, ti servo, tu mi hai nella mano», concludeva il cardinale ormai a Roma. Affidandosi all’unico Signore, come ogni giorno fa Benedetto XVI. Che resta sempre affezionatissimo al suo orso.

g. m. v.