Saturday 28 May 2016

LA VERITA’ SUL TERZO SEGRETO DI FATIMA E PERCHE’ SE NE TORNA A PARLARE (SE NE ASTENGANO I DILETTANTI)

Portugal: A statue of the Holy Virgin Mary of Fatima is carried

In questi giorni è scoppiata una polemica fra il sito cattolico americano OnePeterFive e il Vaticano a proposito del Terzo Segreto di Fatima.

Io me ne sono tenuto al di fuori, ritenendo – come ho scritto – poco credibili le nuove “rivelazioni”, ma siccome in tanti mi chiedete un parere, voglio spiegare come ritengo che stiano le cose. E cosa c’è dietro…

IL FATTO

Dunque il giorno di Pentecoste nel sito Americano OnePeterFive si riportava una rivelazione del teologo tedesco Ingo Döllinger secondo il quale, dopo la pubblicazione del Terzo Segreto di Fatima, nel 2000, l’allora cardinale Ratzinger, suo amico, gli avrebbe confidato, che c’era dell’altro e che in questa parte non pubblicata si parlava di “un cattivo Concilio e di una cattiva messa” che sarebbero arrivati di lì a poco.

Io ho subito osservato che quelle espressioni non mi sembravano attribuibili né a Ratzinger né alla Madonna.

Credevo che la questione sarebbe finita di lì a poco, anche perché era l’ennesima voce, negli anni, che parlava di una parte non rivelata del Terzo Segreto.

Sennonché, con sommo stupore, ho dovuto registrare invece che il 21 maggio è uscito addirittura un comunicato stampa ufficiale del Vaticano che attribuisce a Benedetto XVI, con brevi smozzicati virgolettati, una smentita formale. Ecco qua:

Alcuni articoli apparsi recentemente hanno riportato dichiarazioni attribuite al Prof. Ingo Dollinger, secondo cui il Card. Ratzinger, dopo la pubblicazione del Terzo Segreto di Fatima (avvenuta nel giugno 2000), gli avrebbe confidato che tale pubblicazione non è stata completa.
A tale proposito, il Papa emerito Benedetto XVI comunica “di non aver mai parlato col prof. Dollinger circa Fatima”, afferma chiaramente che le esternazioni attribuite al prof. Dollinger su questo tema “sono pure invenzioni, assolutamente non vere” e conferma decisamente: “la pubblicazione del Terzo Segreto di Fatima è completa”.

Non è nelle consuetudini della Santa Sede fare smentite di questo genere. Su Fatima i media – per decenni – hanno pubblicato miriadi di illazioni, di ogni genere, ma mai il Vaticano ha fatto smentite ufficiali.

Per esempio, è noto che a suo tempo furono attribuite a Giovanni Paolo II clamorose dichiarazioni sul Terzo Segreto che sarebbero da lui state fatte a Fulda. Ma il Papa non smentì mai con un comunicato ufficiale.

Peraltro allo strano comunicato vaticano di questi giorni è seguita subito una replica di OnePeterFive che conferma tutto sostenendo che le precise parole di Ratzinger al suo amico Döllinger sarebbero state, in tedesco “Wirklich gibt es da noch etwas” (In realtà c’è ancora qualcosa [d’altro].”)

Come stanno le cose?

SOTTINTESI

Al di là di questa particolare diatriba personale, chi conosce approfonditamente il dossier Fatima sa che la verità sta tutta nella decifrazione di certe espressioni (e i dilettanti che si avventurano a fare commenti senza sapere nulla, anche in questi giorni, parlano a vanvera).

Infatti – a rigore – il testo pubblicato nel 2000 è TUTTO il Terzo Segreto ufficiale, perché l’altro scritto di suor Lucia (tuttora sconosciuto) che doveva spiegare quella visione e concludere il Segreto, a Giovanni XXIII non sembrò di origine soprannaturale e lui per questo, da allora, impose di secretare tutto.

Attenendosi a questo giudizio di papa Roncalli, nel 2000, è stata pubblicata solo la visione (la parte giudicata di origine soprannaturale). Quindi, a rigore, stando al criterio scelto dal Vaticano, è vero quello che viene attribuito a Ratzinger: il Terzo Segreto è stato pubblicato per intero.

Tuttavia lo scritto di suor Lucia non reso pubblico esiste e resta il mistero sul suo contenuto e sul perché è stato ritenuto non di origine soprannaturale.

COSA ANNUNCIA

E’ assai probabile che papa Roncalli abbia espresso quel giudizio per il contenuto “esplosivo” di quel foglio. Contenuto difficilissimo da gestire, specialmente per un Papa come lui che voleva vedere tutto roseo e detestava i “profeti di sventura” (come li definiva lui stesso).

Presumibilmente è a quel foglio, tuttora inedito, che si riferiva il card. Ciappi quando dichiarò: “nel terzo segreto viene predetto, fra le altre cose, che la grande apostasia nella Chiesa inizierà dalla sua sommità”.

E’ chiaro che una cosa simile è alquanto imbarazzante per un Pontefice.

Un grande esperto di Fatima, Frère Michel de la Sainte Trinité, nella sua monumentale opera su Fatima in tre volumi, “Toute la verité sur Fatima”, usciti fra 1984 e 1985, così riassume – dopo accurate indagini – gli elementi che questa parte non ancora rivelata del Segreto dovrebbe contenere:

“Mentre ‘nel Portogallo si conserverà sempre il dogma della fede’, in molte nazioni, forse quasi nel mondo intero, la fede si perderà. I pastori della Chiesa mancheranno gravemente ai doveri delle loro cariche. Per colpa loro, le anime consacrate e i fedeli si lasceranno sedurre in gran numero da errori rovinosi diffusi dappertutto. Questo sarà il tempo del combattimento definitivo tra la Vergine e il Demonio. Un’ondata di disorientamento diabolico dilagherà nel mondo. Satana si introdurrà fino al più alto vertice della Chiesa. Accecherà gli spiriti, indurirà i cuori dei Pastori. Poiché Dio li avrà abbandonati a se stessi in castigo del loro rifiuto di obbedire alle richieste del Cuore Immacolato di Maria. Questa sarà la grande apostasia annunziata per gli ultimi tempi, il ‘Falso agnello’, ‘Falso profeta’, che tradisce la Chiesa a profitto della ‘Bestia’, secondo la profezia dell’Apocalisse. Forse il Segreto annunzia anche il tale o tal’altro dei castighi profetizzati dalle Scritture per gli ‘ultimi tempi’ ?”.

E’ sempre a quel foglio che, con tutta evidenza, doveva riferirsi Giovanni Paolo II quando disse a suor Lucia, nel 1982, che non intendeva rivelare il Terzo Segreto “perché potrebbe essere mal interpretato”.

Del resto, il 13 ottobre 1996, lo stesso cardinal Ratzinger a Fatima tenne una conferenza stampa in cui gli fu chiesto quando sarebbe stato pubblicato il terzo segreto, e lui rispose così: “La divulgazione del segreto deve essere fatta solo quando non potrà creare unilateralità e squilibri, concentrati solo su dettagli; la rivelazione deve essere fatta solo quando si potrà capire che questo fatto aiuta il progresso della fede”.

Ciò significa che ci sono “dettagli” esplosivi che potrebbero essere “male interpretati” e potrebbero essere usati da qualcuno contro la Chiesa (o meglio contro la gerarchia).

Infine molte testimonianze dicono che vi sono anche contenuti apocalittici, in quel misterioso foglio, e si può dunque immaginare che pure questi creassero difficoltà ai vertici ecclesiastici.

Come si vede è tutto molto complesso e complicato.

RATZINGER 2010

Il mio libro “Il quarto segreto di Fatima”, che uscì nel 2006, offriva una gran quantità di indizi e testimonianze che dimostravano obiettivamente l’esistenza di uno scritto non pubblicato di suor Lucia, a commento della visione del Terzo Segreto.

Il cardinal Bertone – sentendosi preso di mira – rispose con un libro polemico. Sostenendo che tutto era stato pubblicato e che tutto il messaggio profetico di Fatima si era già realizzato prima del 2000. Egli scrisse testualmente: “la profezia non è aperta sul futuro, si è realizzata nel passato, nell’evento indicato (l’attentato al Papa, ndr). Non ci si vuole arrendere all’evidenza”.

A smentirlo fu lo stesso papa Benedetto XVI che, nell’improvviso pellegrinaggio a Fatima del 13 maggio 2010, affermò: Si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa”.

Poi papa Ratzinger aggiunse che oltre questa grande visione” – quella del martirio rivelata nel 2000 – “sono indicate realtà del futuro della Chiesa che man mano si sviluppano e si mostrano. Perciò è vero che oltre il momento indicato nella visione, si parla, si vede la necessità di una passione della Chiesa, che naturalmente si riflette nella persona del Papa, ma il Papa sta per la Chiesa e quindi sono sofferenze della Chiesa che si annunciano”.

Infine aggiungeva:

“quanto alle novità che possiamo oggi scoprire in questo messaggio” (dunque c’erano delle “novità”) c’è anche il fatto che “le sofferenze della Chiesa vengono proprio dall’interno della Chiesa, dal peccato che esiste nella Chiesa. Anche questo si è sempre saputo, ma oggi lo vediamo in modo realmente terrificante: che la più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa”.

Non si può certo dire che questo fosse contenuto – con chiarezza – nella visione rivelata nel 2000. Pare evidente che si allude a qualche altro testo.

In questo senso c’è chi ha osservato che nel comunicato vaticano di questi giorni le frasi attribuite a Benedetto XVI contraddicono quanto Benedetto stesso affermò nel 2010 a Fatima. Ed è vero. Perché questa contraddizione? Lo capiremo in futuro…

Intanto va sottolineato che quel pellegrinaggio del 2010 fu concluso da Benedetto XVI con questa frase enigmatica: “Possano questi sette anni che ci separano dal centenario delle Apparizioni affrettare il preannunciato trionfo del Cuore Immacolato di Maria a gloria della Santissima Trinità”.

Questo sguardo al 2017 come data in cui potrebbero concludersi le sofferenze e le prove della Chiesa fa riflettere. Ricorda la famosa visione di Leone XIII, dove Satana diceva che avrebbe messo a dura prova la Chiesa per 100 anni (la grande profezia di Fatima data al 1917…). E induce a chiedersi: se nel 2017 può concludersi la prova della Chiesa, quel terribile spettacolo di martirio contenuto nella visione dovrebbe verificarsi prima del 2017? Oppure significa altro?

Io nel mio ultimo libro “La profezia finale” ho provato a suggerire un’interpretazione “spirituale” della visione del Terzo Segreto rivelata nel 2000. Ma resta da capire quale spiegazione dette la Madonna di quell’immagine della Chiesa annichilita e distrutta.

Dunque se è vero che è stato pubblicato TUTTO quello che è stato ritenuto, da Giovanni XXIII (e dal Vaticano) il Terzo Segreto, è anche vero che resta quel misterioso scritto di suor Lucia, così impressionante che hanno pensato di “neutralizzarlo” definendolo “non soprannaturale”.

L’esistenza di quel documento risulta da tante testimonianze.

MADRE ANGELICA

Ultimamente se n’è aggiunta una sorprendente, di una figura stimatissima da tutti i papi come la famosa Madre Angelica, che è morta proprio nel giorno di Pasqua di quest’anno. Lei riteneva che ci fosse una parte del Terzo Segreto che non era ancora stato pubblicato “perché io penso che sia spaventoso”.

E lei disponeva di fonti di informazione molto, molto in alto: “As for the  Secret, well I happen to be one of those individuals who thinks we  didn’t get the whole thing. I told ya! I mean, you have the right to  your own opinion, don’t you, Father? There, you know, that’s my  opinion. Because I think it’s scary. And I don’t think the  Holy See is going to say something that does not happen, that might happen. And  then what does it do if it doesn’t happen? I mean the Holy See cannot  afford to make prophecies” (vedi qui )

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Antonio Socci

 

Saturday 28 May 2016 21:00

Il paradosso della fedeltà

Salvami, o Dio,
dalle molte parole
Sant'Agostino, De Trinitate

​Gli effetti più rilevanti delle nostre azioni sono quelli non intenzionali, che generiamo non pensandoci, o volendo esattamente l’opposto di quanto finisce poi per accadere. La radice di questa distanza tra intenzioni e risultati sta nella impossibilità di controllare i processi cui diamo vita, che sono più complessi e liberi della nostra capacità di dominarli. Ogni nostro atto è un seme che fiorisce, cresce e muore secondo leggi che ci sfuggono. Se i risultati di quanto facciamo nascere fossero tutti inscritti nella nostra volontà e intelligenza e da queste catturati, il mondo sarebbe un luogo troppo triste e povero in cui vivere, ci perderemmo le sorprese più grandi "sotto il sole". La vita vera è libertà, non segue le regole che noi le imprimiamo, non si lascia ingabbiare dalla nostra volontà di dominarla.


Gli effetti non intenzionali delle nostre azioni sono sempre importanti, ma sono decisivi nelle organizzazioni a movente ideale e con comunità e movimenti nati da carismi o da valori spirituali. Qui molto spesso gli esiti più felici nascono da eventi casuali non previsti né cercati, e quelli peggiori sono il risultato di scelte e regole originate dall’intenzione ottima di assicurare sviluppo e successo futuri. Dove l’eccedenza degli effetti delle azioni sulle loro intenzioni è particolarmente importante, è nel rapporto reciproco tra i fondatori e le future generazioni. Chi dà vita una organizzazione o comunità ideale, a un certo punto avverte forte il bisogno profondo di scrivere una "regola".

Questa regola svolge diverse funzioni. È una carta d’identità di quella comunità nuova e unica, con foto e generalità. Ma è anche una costituzione che contiene le regole di governance affinché la gestione delle relazioni tra i suoi membri sia coerente con la specificità del carisma, perché il "vino nuovo" trovi "nuovi otri" capaci di contenerlo e farlo maturare. Il primo scopo di ogni buona regola è assicurare la fedeltà al carisma da parte di chi verrà dopo. Ed è proprio attorno a questa grande parola, fedeltà, che si gioca molto, quasi tutto, della qualità ideale, umana, comunitaria e spirituale della vita delle future generazioni.
 
Nella vita, in ogni vita, la fedeltà è quasi tutto. È fiducia, è alleanza, è patto nuziale, come dice anche il nome portoghese dell’anello nuziale – aliança – che in italiano chiamiamo fede. E come in ogni fede, la fedeltà è un cammino libero dietro la voce che un giorno ci ha chiamato verso una terra promessa e una grande liberazione. È un esodo, un pellegrinaggio verso un monte più alto di noi, sconosciuto e misterioso, un luogo di rigenerazione e di salvezza personale e collettiva. È un andare cui non segue mai un semplice tornare, perché la casa che ci attende al ritorno è sempre nuova e diversa.

Ogni volta non la riconosciamo, dobbiamo reimparare a rivederla e risentirla dentro un’anima che cambia per sempre dopo ogni viaggio; che cresce con il cammino, fino, un giorno, a coincidere col tutta la terra e tutto il cielo. La casa che custodisce e accudisce una alleanza vera e grande cambia mille volte nel corso della vita, e se non diventa troppo grande finisce sempre per essere troppo piccola. Nessuna casa nata da una chiamata coincide con la misura del nostro cuore, anche se è sempre forte la tentazione di abbassare il tetto e rimpicciolire le stanze per abitarla comodamente.
 
La fedeltà non è un processo semplice, neanche quella fedeltà originaria a noi stessi, che tutti cerchiamo e che ci sfugge, perché il giorno che dovessimo raggiungerla sarebbe solo l’inizio del "grande tradimento". Siamo fedeli a noi stessi finché, con una energia morale che ci era sconosciuta, riusciamo a tornare a casa dopo l’ennesimo tradimento, e finché teniamo l’uscio aperto per accogliere gli ospiti sempre nuovi che vengono a visitarci e onorarci, senza che il dolore per aver fatto entrare qualche persona sbagliata chiuda per sempre la porta del cuore.

Anche la fedeltà al fondatore e al carisma è molto delicata, è un cammino in un bosco meraviglioso, ma pieno di pericoli e di insidie. Le prime insidie sono quelle che lo stesso fondatore dissemina lungo la strada, anche se nel costruirle è mosso soltanto dalla volontà di bene, dalla certezza morale di star creando le condizioni per salvare il futuro. Per la inevitabile e necessaria paura che la tradizione del carisma si trasformi in tradimento, i fondatori quasi sempre finiscono per inserire nella loro regola dei dispositivi di protezione che si trasformano in trappole. Fanno qualcosa di simile a quelle mogli o quei mariti che per timore di essere traditi danno vita a un sistema di controllo della vita dell’altro che uccide la libertà reciproca e presto anche la coppia, che vive e cresce finché resta reale e concreta l’opzione del tradimento che liberamente viene ogni volta scartata.
 
L’unica gestione buona della naturale paura dei tradimenti sta nell’accogliere l’assoluta vulnerabilità di ogni vera fedeltà. La costruzione di una fedeltà invulnerabile è il primo tradimento di ogni alleanza, anche se è un tradimento non voluto né pensato. Non sappiamo di essere fedeli finché non ci troviamo sulla soglia della porta sbagliata e scopriamo di poter ancora tornare a casa. Blindare una regola per proteggerla da futuri possibili abusi è la strada sicura verso la sterilità spirituale della comunità. Ogni vulnus (ferita) è anche una fessura e la possibilità di fecondità. Una buona alleanza comunitaria inizia con una regola che non ha paura della vulnerabilità e dell’esposizione all’abuso della fiducia e della fede.
 
Ma anche quando il fondatore ha scritto buone regole coraggiose e quindi vulnerabili, non più semplice è la parte che devono svolgere le future generazioni, perché non sono minori le trappole che esse stesse costruiscono lungo la loro strada. Una molto comune sta nell’interpretazione del verbo ricordare. Nel Vangelo troviamo uno stupendo passaggio che dovrebbe ispirare il comportamento di ogni comunità nella gestione della fedeltà. Nel suo ultimo discorso ai discepoli dopo la resurrezione, Gesù dice: «Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il paraclito, lo Spirito ... vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto» (Giovanni 14, 25-26). Nel tempo dopo i fondatori è lo Spirito che svolge tre funzioni fondamentali: è paraclito, insegna e ricorda.
 
Lo Spirito è il Paraclito, cioè l’avvocato, il difensore, colui che sta dalla nostra parte, ci protegge e ci salva. È poi colui che ci insegna "ogni cosa": il maestro dell’età che segue il fondatore è lo Spirito, è il carisma stesso. Questo insegnamento si compie tramite l’esercizio di una particolare dimensione della memoria. Ricordare è qui un’operazione fondamentale, perché non è un atto mnemonico, ma un evento spirituale essenziale per comprendere nel tempo presente lo spirito delle parole antiche, oltre la loro lettera. Il ricordare le parole fondative è allora un processo complesso e plurale, che conosce più protagonisti distinti e coessenziali: le prime parole storiche, lo Spirito e una comunità capace di ricordare nello Spirito.

L’errore più comune è confondere il ricordare nello Spirito con la ricostruzione esatta delle parole pronunciate. E così le comunità si bloccano in nome di una fedeltà assoluta alle parole che fa smarrire il loro Spirito, che è difesa e creatività. La perfetta e totale fedeltà diventa tradimento totale e assoluto. In queste fedeltà del ricordo spirituale aiutano poco i documenti che hanno registrato le ipsissima verba dei fondatori, che finiscono invece con l’impedire il buon ricordo operato dal Paraclito.
 
Nel libro di Giobbe (capitolo 19) il Paraclito è invocato da Giobbe perché lo difenda da Elohim che lo aveva ingiustamente condannato. Lo spirito difende le comunità dal loro fondatore, perché consente di ricordare soltanto quelle parole e quei fatti che fanno vivere qui ed ora.
Non tutte le parole devono essere ricordate nello Spirito. Le eresie nascono spesso da parole effettivamente pronunciate da un fondatore, ma non ricordate nello spirito. Ogni buon ricordare è sempre parziale, perché la vita e la salvezza stanno nel ricordare le poche parole che solo un saggio e rischioso processo comunitario può generare. È creazione di parole vive e incarnate, non è mai un nostalgico ricordare gli eventi passati. È rivivere lo stesso miracolo dell’inizio con parole tutte antiche e tutte nuove.

Le comunità vive e feconde sono quelle dove ogni generazione ha osato decidere quali parole ricordare e quali lasciare riposare in attesa del tempo propizio del ricordo. Quando invece manca questo lavoro di ricordo parziale – che confina sempre con la regione del tradimento e qualche volta l’attraversa –, le ottime intenzioni di fedeltà incondizionale generano inintenzionalmente il risultato peggiore.
 
I Vangeli non sono una cronaca di tutte le parole di Gesù, ma solo di quelle poche ricordate nello Spirito. Ogni carisma vive finché la comunità non pretende di ricordare tutte le parole dei fondatori, e si prende tutti i rischi del ricordo spirituale parziale, anche quando i fondatori avevano raccomandato loro il ricordo totale. Le parole di vita sono poche. È questo il bel paradosso di ogni tradizione e di ogni fedeltà.

Non c’è tradimento più grande di quello di un figlio che decide di aderire perfettamente ai progetti dei suoi genitori. Non c’è incontro più banale di quello che soddisfa perfettamente le nostre aspettative, né lavoratore peggiore di chi esegue perfettamente le prescrizioni del contratto di lavoro. La vita adulta più sfiorita è quella che realizza soltanto i progetti della giovinezza.

l.bruni@lumsa.it

Saturday 28 May 2016 18:39

Marcello, un uomo solo. Morto solo e dimenticato. Che ci interroga. Tutti

Si chiamava Marcello. Era un uomo solo. Ed essere solo è terribilmente triste.

Un signore che non conosco mi ha recentemente scritto: «La solitudine a una certa età è orribile». Credo che sia orribile anche in età giovanile.

Marcello era un uomo solo e in solitudine lo ha trovato sorella morte, cinque anni fa. In questi anni il corpo di Marcello è rimasto in casa senza che qualcuno si accorgesse della sua assenza. Senza che nessuno bussasse alla sua porta. Un uomo solo. Non era vecchio, Marcello, oggi avrebbe all’incirca 60 anni. Viveva a Cagliari.

Ma perché si rimane soli? Certo, ci sono persone simpatiche che tutti vorrebbero avere come amiche, e altre con il carattere più spigoloso, più complicato, più introverso. Con le quali non è facile entrare il dialogo. Accade spesso, però, che se si riesce a penetrare in quella che sembrava essere una corazza, si scopre una persona bella. Magari solo più timida e riservata.

“Il fine è il primo nell’intelletto e l’ultimo a essere raggiunto” scrive Tommaso d’Aquino. L’amicizia, il buon vicinato, i rapporti con i parenti e i colleghi di lavoro sono valori da desiderare, volere, perseguire. Con caparbietà, volontà, spirito di abnegazione.

L’uomo è comunione. Gli altri non sono l’inferno, come qualcuno purtroppo ha scritto, ma lo specchio in cui mi rivedo. Gli altri mi sono indispensabili. Ma gli altri sono diversi da me. Il mio bisogno di dialogare, ragionare, progettare necessita della presenza dell’altro. I miei occhi vogliono contemplare la bellezza e niente è più bello dell’uomo creato a immagine di Dio.

Dobbiamo reimparare a tessere rapporti. “Ciascuno raccoglierà ciò che avrà seminato” dice san Paolo. È vero. C’è chi, per pigrizia o altro, semina poco o niente. Semina loglio e non grano. Magari semina grano ma dimentica di raccoglierlo al momento della mietitura. È tutto vero.

Ma è altrettanto vero che “chi ha ricevuto di più deve dare di più”. In tutti i sensi. Ci sono persone che hanno poca pazienza? Vanno aiutate. C’è chi non ha imparato a esercitare la prudenza? Occorre dargli una mano. O altri che per un nonnulla sono disposti a rompere una amicizia trentennale: occorre impedirglielo.
È probabile che chi resta solo al punto da non essere cercato per anni non abbia saputo amare. O ha ricevuto tante delusioni dalla vita che si è rinchiuso in se stesso come in una fortezza. Magari è affetto da disturbi psichici che gli complicano la vita.

Non conosco Marcello. Ma so che era un mio fratello. Che aveva il diritto di bere alla mia fonte. Che anche verso di lui avevo un debito da pagare. So che, come tutti gli esseri umani, avrebbe desiderato amare ed essere amato.

Penso che Marcello abbia atteso fino all’ultimo qualcuno che bussasse alla sua porta. Che il telefono squillasse e una voce cara gli dicesse: «Ti voglio bene».

È inutile, ingiusto, pericoloso, però, incolpare qualcuno. Chi si sente accusato ingiustamente, soffre. Non deve accadere. La sete di bene deve fare bene a tutti. Purtroppo le luci accese sui drammi della solitudine durano poche ore, poi ritorna il silenzio.

E invece occorre chiederci in che modo possiamo venire incontro a questi fratelli. Come aiutarli a non gettare alle ortiche l’anello che gli fu messo al dito dalla donna che gli disse “sì”. Come stargli accanto quando la depressione, nera come la pece, lo ha fatto prigioniero. Come andargli incontro quando la disoccupazione lo ha tagliato fuori dal mondo civile.

No, non archiviamo frettolosamente il caso.

Marcello non è solo un nome. Marcello è una persona. Marcello è l’emblema della solitudine che uccide. È il grido degli uomini e delle donne soli che ci stanno chiedendo aiuto. Magari a voce bassa e con lo sguardo spento. Lasciamoci interrogare. Senza paure e senza complessi di colpa, ma con il solo desiderio di fare meglio. Vogliamo che nei nostri paesi, nelle nostre città opulente e contraddittorie, nelle nostre parrocchie, nessuno abbia più a soffrire e a morire senza una parola buona sussurrata da una persona cara.

Gesù ci ha raccomandato di prenderci cura delle persone povere, bisognose di pane e di conforto, di farci voce dei deboli perché i potenti non li sfruttino a loro vantaggio, di visitare gli ammalati e i carcerati, perché sono i suoi amici più cari. Facciamolo. Non accada che la troppa delicatezza e il timore di invadere gli spazi altrui possano trasformarsi in una sorta di educata noncuranza.

Saturday 28 May 2016 07:21

Adozioni, si fermino le presunzioni

A 25 anni dalla Convenzione dei diritti dell’infanzia «SSuperiore interesse del minore». È il principio ispiratore della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza che l’Italia ha ratificato il 27 maggio 1991. Venticinque anni dopo cosa è rimasto di quel protocollo illuminato? Sui dati drammatici della situazione mondiale inutile soffermarsi. Basterà ricordare i circa 190 milioni di bambini nel mondo che vivono senza famiglia, per sottolineare il baratro incolmabile tra i buoni princìpi e la realtà. Ma non è che in Italia ce la passiamo tanto meglio. Venticinque anni fa il popolo dei bambini e degli adolescenti al di sotto dei 18 anni, rappresentava quasi un quarto della popolazione.


Oggi siamo scesi al 16,7%. Inevitabile, visto che nascono circa 70mila bambini in meno ogni anno. Un crollo direttamente proporzionale all’efficacia delle nostre politiche per la famiglia. I giuristi che hanno approfondito il senso della Convenzione del 1991 sono concordi nel considerare che, tra i primi diritti da iscrivere in quel «superiore interesse», ci sia quello di relazioni stabili e significative con entrambi i genitori. Vivere cioè in una famiglia composta da un papà uomo e una mamma donna. Era anche il senso della legge 184 del 1983 sulle adozioni che oggi si vorrebbe capovolgere introducendo in modo stabile – come annunciato più volte durante le audizioni in corso alla Commissione giustizia della Camera – il principio della stepchild adoption nella nuova riforma.


Ma chi ha stabilito che nel «superiore interesse del minore» debba essere compresa anche la possibilità di vivere con il partner omosessuale di uno dei due genitori? La giurisprudenza, è bene dirlo subito, non è di grande aiuto. La Cassazione, sul tema, è stata finora sul tema elusiva e ambigua. L’11 gennaio 2013 i giudici di legittimità hanno spiegato che il «superiore interesse del minore» non viene messo in discussione per il fatto di vivere con due genitori omosessuali, almeno fino al momento in cui non si dimostri che la situazione sia «fonte di nocumento per il minore».


Che tradotto significa: vediamo se il piccolo riporta qualche conseguenza nel suo processo di crescita e nel suo equilibrio psicologico e cognitivo, e poi decidiamo. Conclusione discutibile dal punto di vista educativo, perché qualsiasi esperimento antropologico che abbia come oggetto un bambino non è soltanto inaccettabile, ma rischia di diventare scelta irresponsabile. Ma se il diritto non ci aiuta, quali altri strumenti abbiamo in mano per valutare se il «superiore interesse del minore» possa o meno venire intaccato dalle conseguenze di una convivenza con il partner omosessuale del genitore? Le tante ricerche sul campo realizzate a livello internazionale - quasi esclusivamente tra Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia - sono del tutto inservibili. Per i quasi cento dossier proposti nell’ultimo decennio dalle associazioni Lgbt, che vorrebbero teorizzare la tesi della 'nessuna differenza' tra genitori etero e omosessuali, ce ne sono altrettanti di opinione opposta che smontano regolarmente quelle conclusioni: campioni scientificamente inaffidabili, presupposti non verificabili, utilizzo di riferimenti sociologici viziati da appartenenza a gruppi e associazioni ben definiti.


Chi ha voglia di verificare e, soprattutto, di approfondire il tema senza occhiali ideologici, non potrà che adottare l’unica decisione coerente: sospendere il giudizio. Scelte esattamente opposte a quelle decise negli ultimi sei mesi da diversi nostri tribunali, che sembrano aver innescato una poco edificante competizione per approvare tutte le possibili richieste di stepchild adoption. L’ultima ancora ieri dal Tribunale di Torino che ha dato il via libera alla domanda avanzata da due coppie di donne. 


«Semplicemente la tutela di una situazione di fatto», ha commentato la presidente della Corte d’appello. Peccato che questa «tutela» venga realizzata con l’interpretazione estensiva di un articolo della legge sulle adozioni – in particolare il comma 'd' dell’articolo 44 – che trent’anni fa non era certo stato concepito con questo obiettivo. Qual è allora la strategia di questa corsa ad anticipare la riforma della legge sulle adozioni? Si vogliono blindare le decisioni del legislatore, tracciando una strada preordinata e a senso unico? Si intendono amplificare le dimensioni di una domanda che rimane comunque minoritaria per dimostrare la necessità di 'aprire' a ogni costo? Bene, si portino argomenti convincenti e si dimostri che quello è l’approdo più opportuno e più utile per tutti.


A cominciare dai bambini. In ogni caso, sembra certo che questa spinta giuridico-mediatica a trascurare in modo preventivo il principio di precauzione, non serve alla riflessione comune in vista della riforma della legge sulle adozioni. Intervenire in un settore così complesso e così delicato con l’accetta dell’ideologia non potrà che tradursi nel meno confortante dei risultati: peggiorare la legge esistente e ignorare le richieste ragionevoli delle famiglie e delle associazioni – quelle che hanno a cuore davvero il «superiore interesse del minore» – per approvare quelle modifiche finalizzate a offrire, in modo più agevole e più razionale, la possibilità di vivere in una famiglia a un bambino che non ce l’ha. Unico principio accettabile. E che non è ammesso rovesciare.

Saturday 28 May 2016 07:13

Dall'Egitto alla Turchia attacco alla stampa libera

Nel 2015, la libertà di stampa ha toccato il punto più infimo degli ultimi 12 anni. In ogni angolo del pianeta, forze politiche, criminali, terroristiche hanno tentato di zittire i mezzi di comunicazione per tutelare o accrescere il proprio potere. Solo il 13% della popolazione mondiale ha potuto godere di una 'stampa libera'. E in questa espressione rientrano: una copertura delle notizie politiche accurata e plurale, condotta da giornalisti che lavorano in modo sereno, senza essere minacciati; e perché la stampa sia libera, è necessario che le pressioni sull’editoria, economiche e anche legali, non si facciano sentire e lo Stato si intrometta il meno possibile. Poi, vi è un 41% di popolazione mondiale che ha fruito di media 'parzialmente liberi' (anche l’Italia, sì). E infine, il 46% è stato circondato da organi di informazione 'non liberi'. È questo l’affresco che Freedom of the press 2016, rapporto annuale elaborato da Freedom house, organizzazione indipendente per la difesa dei diritti umani, tratteggia su base globale, segnalando alcune situazioni più allarmanti per intensità o sorprendente accelerazione.


In particolare, nell’area Mena (Nord Africa e Medio Oriente), su 19 Paesi nessuno ha le caratteristiche per essere definito 'libero' dalla suddetta ricerca e solo 4 godono di una stampa 'parzialmente libera'. I rimanenti sono del tutto 'non liberi'. In questa cornice, però, al netto di Siria e Yemen, per ovvie ragioni difficile da catalogare, Egitto e Turchia sono stati protagonisti delle impennate anti-media più agguerrite. Per acrimonia verso i rappresentanti del quarto potere, l’Egitto di Abdel Fattah al-Sisi ha il primato nei Paesi dell’ex Primavera araba: archiviato un 2015 feroce (citiamo, fra i numerosi casi, la condanna all’ergastolo ad Abdullah al-Farkharany e Samhi Mustafa, direttore e cofondatore del sito di informazione Rassd, rei di aver seguito i sit-in dei sostenitori di Morsi nell’estate del 2013), nel solo mese di aprile 2016, 30 giornalisti sono stati arrestati per impedire loro di raccontare le proteste contro la cessione delle isole di Tiran e Sanafir, nel Mar Rosso, all’Arabia saudita. Migliaia di persone – non solo sostenitori della Fratellanza musulmana – hanno sfidato la legge anti-protesta (in vigore dalla fine del 2013, ndr) per dire no alla svendita del territorio ai padrini wahhabiti. Il regime ha cercato di nascondere la rivolta, così come i numerosi scioperi indetti dai sindacati indipendenti da sei mesi a questa parte in tutto il Paese. Con l’incursione nella sede del Sindacato dei giornalisti, il primo maggio, si è assistito a un’escalation.


Due giornalisti del sito informativo Bawabet Yanair, che hanno seguito le manifestazioni, sono stati arrestati mentre si trovavano dentro alla sede sindacale, perquisita da un’ottantina di gendarmi. La stretta delle autorità sui giornalisti non risparmia i corrispondenti stranieri: il reporter francese Remy Pigaglio, corrispondente al Cairo da metà 2014 per il quotidiano cattolico La Croix e l’emittente radio Rtl, non è potuto entrare in Egitto al ritorno da una trasferta. Nessuna motivazione è stata addotta al suo arresto all’aeroporto del Cairo: passaporto e telefono gli sono stati sequestrati e restituiti il giorno successivo, dopo una notte trascorsa in cella. La diplomazia francese non ha potuto niente contro la misura di rimpatrio; i colleghi al Cairo, invece, denunciano «la crescente repressione dalle autorità esercitata sui media egiziani e stranieri». Nel frattempo, il regime ha affinato i propri strumenti di controllo: mentre riunioni a porte chiuse fra presidenza, editori e direttori di testata avvengono in modalità ormai routinaria, l’informazione su web è il grande osservato speciale. Nei mesi precedenti il voto parlamentare (un lungo processo elettorale che ha richiesto oltre 60 giorni, nell’autunno del 2015), la creazione di un Consiglio superiore per la cybersicurezza ha messo in evidenza il grado di allarme degli apparati statali nei confronti di internet, il mezzo di comunicazione che ha coadiuvato le Primavere.


Tipica degli altri media è, invece, l’autocensura degli operatori, inferta a se stessi per non incorrere in multe salate o, ancor peggio, in pene detentive senza ritorno. Cioè quelle previste dalla Legge antiterrorismo entrata in vigore nell’agosto del 2015 (ma già concepita a fine 2013), di ampia copertura e ambiguità linguistica: nel mirino c’è qualsiasi comportamento lesivo dell’unità dello Stato, della sua dignità, immagine, sicurezza, stabilità e altro ancora. Ecco dunque che la tragedia del volo EgyptAir A320 da Parigi a Il Cairo, precipitato al largo della costa egiziana, è l’ennesima occasione in cui verificare in quale terreno minato si muovano i giornalisti egiziani nello svolgere il loro lavoro: le informazioni pubblicate dai mezzi filo-governativi sono solo quelle autorizzate dagli Interni; siccome però non c’è ancora una versione ufficiale definitiva, gli stessi esperti del ministero ed investigatori, seppure assai parchi nelle loro dichiarazioni e spesso anonimi, sono continuamente smentiti dallo stesso ministero. Non solo Freedom of the press, ma anche Reporters without borders assegna a Il Cairo uno degli ultimi posti della classifica della libertà d’espressione, seguito da Riad, Sanaa, Tehran e Manama.


E' tristemente famoso il blogger attivista per i diritti umani Saif Badawi, saudita, che sconta una pena di mille frustate per offesa all’islam (una modalità di punizione sempre più frequente anche in Bangladesh, in questa prima metà del 2016). I dati sull’Iran invece contrastano con la visione rosea che la stampa occidentale ha dato della recente affermazione dei moderati alle elezioni parlamentari. E riportano alla brusca realtà gli osservatori: ad aprile di quest’anno, 4 giornalisti sono stati condannati a pene detentive comprese fra i 5 e i 10 anni per «aver fatto propaganda contro lo Stato e attentato alla sicurezza nazionale». I mezzi di comunicazione 'liberi di parlare' sono quelli che veicolano le informazioni plasmate dai Guardiani della rivoluzione. O, come ribadiscono gli esuli, quelli editi all’estero. Ma è nella Turchia 'quasi europea' che si registra un precipitare della situazione: muovere una qualsiasi critica nei confronti del presidente Recep Tayyep Erdogan è sempre più rischioso, vista la facilità con cui giornalisti, blogger, utenti del web incorrono nell’accusa di diffamazione, ingiuria, attentato ai simboli della nazione.


Nel 2015, le autorità turche, segnala Freedom house, hanno inquisito persino un medico che aveva messo in rete un’immagine ironica del presidente in versione Gollum (celebre 'cattivo' della saga 'Il signore degli anelli'). Detto questo, la questione è assai seria: dai primi anni Duemila in poi, decine di giornalisti sono stati incarcerati in Turchia con svariate accuse: di base, crimini connessi con il terrorismo, curdo o islamista. L’ultima vittima di un meccanismo liberticida collaudato è Can Dundar, direttore del quotidiano Cumhuriyet, condannato a 5 anni e 10 mesi di reclusione per spionaggio, minaccia alla sicurezza dello Stato e sostegno a gruppi terroristici. La testata ha svelato in un’inchiesta la connivenza fra servizi turchi e Stato islamico. Sulla sfondo di questa vicenda ci sono centinaia di reporter che, nel tempo, sono stati convinti ad abbandonare il mestiere. Alle testate 'irriducibili', che hanno continuato ad essere critiche nei confronti dell’Akp, il partito di maggioranza Giustizia e sviluppo, dal 2003 sulla cresta dell’onda, sono state bloccate le rotative in modo più sottile: ridotte alla bancarotta, strozzate da multe per presunte evasioni fiscali colossali, sono state comprate da gruppi editoriali o industriali vicini alla presidenza e trasformate in megafoni del potere. 


E tutto questo perché le elezioni sono libere, ha scritto recentemente l’editorialista di Hürriyet Daily News Mustafa Akyol: «Poiché (Erdogan e i suoi sostenitori) non possono controllare le urne, allora devono influenzare i principali canali di accesso alle menti degli elettori». La Turchia di oggi, conclude amaramente la nota penna, «è una democrazia illiberale».

Saturday 28 May 2016 07:00

Civilizzare la concorrenza in quattro regole

La concorrenza è nell’ottica dell’economia di mercato una virtù di grande valore. Attraverso la competizione tra le imprese la somma degli interessi “egoistici” e delle pulsioni al profitto dei singoli produttori viene trasformata dalla mano invisibile del mercato in prezzi più bassi che aumentano il surplus dei consumatori (ovvero la differenza tra il prezzo massimo che gli stessi sarebbero stati disposti a pagare per un determinato prodotto e quello che effettivamente pagano sul mercato). Peccato che la concorrenza intesa in questo modo produce degli effetti collaterali poco piacevoli. 


La corsa al ribasso dei prezzi può essere infatti perseguita comprimendo costi del lavoro e benessere dei lavoratori, chiudendo un occhio sulle normative ambientali (le indagini recenti sul petrolio in Basilicata sono l’ennesima prova), spostando con pratiche legali ma elusive la propria sede in paradisi fiscali per non pagare le tasse nei Paesi in cui realmente si produce e si opera. Infine mercati dove le imprese illegali competono con quelle legali, la capacità delle prime di attingere a fonti di finanziamento a costo ridotto attraverso il riciclaggio di proventi illegali rischia di creare un vantaggio competitivo indebito a loro favore.


E la moneta cattiva scaccia quella buona. La concorrenza in questa cornice produce sì vetrine piene di prodotti a prezzi molto accessibili ma anche umiliazione del lavoro, risorse in calo per sanità e welfare a disposizione degli Stati nazionali, ambiente insostenibile che mette a rischio la nostra salute e la stabilità del Pianeta e diffusione dell’economia illegale. La concorrenza per poter funzionare in modo virtuoso richiede dunque regole molto severe in grado di tutelare legalità, sostenibilità sociale ed ambientale. Cosa quasi impossibile in un’economia globale dove le imprese possono scegliere di andare a produrre nei Paesi dove queste regole sono più lasche e continuiamo ad assistere a casi di politica condizionata dalle lobbies. Se vogliamo trasformare la concorrenza da spettacolo di gladiatori a partita di rugby (se vogliamo civilizzare la concorrenza) dobbiamo fare almeno quattro cose. Primo, rinforzare regole e istituzioni globali. Secondo, premiare fiscalmente, utilizzando in modo opportuno l’imposta sul consumo, le filiere più sostenibili facendo pagare il costo a quelle meno sostenibili. Terzo, nelle regole degli appalti abbandonare la logica del prezzo al massimo ribasso combinandola con quella della qualità, della reputazione dell’azienda, della premialità per la responsabilità sociale ed ambientale (la direzione verso la quale timidamente muove la recente riforma degli appalti).


Quarto, noi cittadini dobbiamo votare con il portafoglio premiando con le nostre scelte di consumo e risparmio le aziende che sanno creare valore economico in modo socialmente ed ambientalmente sostenibile. Il potere più forte nell’economia globale non sono le grandi lobbies ma siamo noi che decidiamo con le nostre scelte il successo o il fallimento delle imprese. Sta a noi imparare ad usare questo potere mettendo in competizione le aziende sulla loro capacità di creare lavoro, di rispettare l’ambiente, di pagare le tasse nel nostro Paese senza metter sede nei paradisi fiscali. Solo se questo avverrà la concorrenza diventerà virtuosa e supererà la dimensione primitiva in cui oggi si svolge. Agonismo e competizione esistevano negli spettacoli dei gladiatori e nelle partite di rugby. Ma è il modo in cui queste energie sono incanalate nelle due differenti competizioni a fare la differenza.

Saturday 28 May 2016 06:52

Bagnasco e la pensione d'oro-bufala

Una pensione d’oro. Una pensione da fare invidia. Una pensione di cui è lecito indignarsi, perbacco, additando il beneficiario al pubblico ludibrio. Lo sproposito di 650,50 euro lordi al mese! Questa è la pensione del cardinale Angelo Bagnasco. Quella vera. Poi c’è quella di fantasia, che corre giuliva dalle rotative al web, grazie al tetragono impegno di tanti solerti divulgatori di disinvolte menzogne: quattromila euro, anzi forse di più, la pensione per i tre anni da ordinario militare.
Bum. La trombetta squilla da sinistra, le risponde il trombone da destra.
 
Si sa quanto la gente sia sensibile, a ragione, di fronte a pensioni sproporzionate, esagerate, faraoniche. Perché non far credere che tra i pensionati nababbi ci sia anche l’arcivescovo di Genova e presidente della Cei, ma sì, un prete e cardinale? Pezze d’appoggio? Nessuna, ma che importa? Intanto tromboniamo, poi si vedrà. Chi comincia per primo? Abbiamo risalito la corrente putrida fino a febbraio.

Il 17 su Change.org (la piattaforma di petizioni on-line) l’impavido Ciro Verrati, presidente di Laicitalia e vicesegretario nazionale di Democrazia Atea, tuona: «Lo Stato italiano toglie alle vedove, per dare a Bagnasco. Ora basta!». A nessuno sfugge la raffinatezza dell’immagine, il grifagno Bagnasco che ruba alle vedove. Il testo ha alcuni passaggi da manuale del non-giornalismo. Ad esempio questo: «Bagnasco ha diritto a una pensione che si aggira, secondo alcune fonti attorno a 4.000 euro, ma secondo alcuni la pensione erogata dall’Inps in suo favore sarebbe addirittura di 7.000 euro, nonostante abbia "prestato servizio" nell’esercito per soli tre anni». "Alcune fonti" quali? "Secondo alcuni" chi?

Il meglio, o il peggio, arriva a maggio. Prima "il Messaggero", "Libero" e infine "il Giornale", che soffre di palese schizofrenia tra chi scrive l’articolo e chi lo titola. Il testo recita: «La pensione (di un ordinario militare, ndr) è di oltre 4mila euro lordi al mese. Bagnasco prende di meno perché non è arrivato ai 20 anni di servizio». «Quanto» di meno? Mistero. Ma il titolista tromboneggia: «La pensione d’oro di Bagnasco: quattromila euro come militare». Da parte sua "Libero" riprende pari pari Change.org e, senza verifiche, fa da trombetta a Verrati: quattromila, settemila; e se un errore c’è, «è in difetto». Perepè!
Quali saranno mai le preziose e infallibili fonti di costoro? Qualcuno ha telefonato alla Cei, o all’Istituto centrale sostentamento clero, o all’Inps per sincerarsi di tale pensione da nababbo? Nessuno, ci mancherebbe, a parte la tardiva correzione a giochi fatti del "Messaggero", riprendendo il comunicato della Cei diffuso ieri dall’Ansa.

Riassumendo: il cardinale Angelo Bagnasco percepisce un «unico trattamento previdenziale, quello standard del Fondo Clero, pari a 650,50 euro lordi». Lordi, neanche netti. Il resto è fuffa, rigurgito anticlericale, pessimo giornalismo improntato alla norma non scritta, ma praticata, del cinismo ottuso: sparala grossa, poi si vedrà. Esattamente il contrario, ironia della vicenda, di quanto da quasi due anni tutti i giornalisti si sentono ripetere alla nausea ai corsi obbligatori d’aggiornamento dove ancor più obbligatorie sono le lezioni di deontologia: verifica, controlla, senti tutti gli interessati. Sì, buonanotte.
Una domanda rimane sospesa sulla palude fetida. Perché? Qual è il senso? È in atto una strategia per ottenere che cosa? Vien voglia di citare Vasco Rossi: «Voglio trovare un senso a questa storia / anche se questa storia un senso non ce l’ha». Oppure affidarsi alla psicopatologia, almeno per quel "Giornale" che sette anni fa si accanì, con modalità compulsive a tutta pagina, contro l’allora direttore di "Avvenire", un caso da manuale di character assassination, salvo poi chiedergli malvolentieri scusa in un piedino di pagina imbarazzato.

Forse è delirio da onnipotenza mediatica. Forse è calcolo. O forse solo andare nella corrente di un laicismo cialtrone: "Dagli al vescovo!". Tanto i preti non querelano (finora), mica sono star o politici. E gli editori possono stare tranquilli (finora).

Nel frattempo la calunnia della pensione d’oro del cardinale, perché di calunnia si tratta, si è diffusa imprendibile nel web. Viene in mente la penitenza che Filippo Neri, santo con il raro dono dell’umorismo, affibbiò a una nota chiacchierona: prendi una gallina e gira per Roma spargendo penne e piume. La donna lo fa, e torna già sollevata da san Filippo, ma la penitenza è appena cominciata: e adesso, le dice il santo, vai a recuperare tutte le penne e le piume. Ecco la pena adeguata per chi sappiamo.

Friday 27 May 2016

Non si gioca col «mostro»

Nel giorno in cui Donald Trump ha raggiunto ufficialmente il numero minimo di delegati per ottenere la nomination repubblicana, il suo fantasma si è materializzato al vertice giapponese del G7, cosa inusuale per un candidato alla presidenza che non ha ancora l’investitura ufficiale. Barack Obama, inquilino uscente della Casa Bianca, si è fatto interprete dello stato d’animo degli altri leader, dicendo che sono rattled, qualcosa di simile all’italiano "scossi", per l’«ignoranza delle questioni mondiali» esibita dal tycoon. Ovviamente, un esponente democratico non tifa per lo schieramento opposto, tuttavia un certo galateo istituzionale di solito impedisce ai presidenti in carica prese di posizione così esplicite e divisive.


Ma Trump si è posto fin dall’inizio come divisivo e, grazie alla studiata strategia mediatica, ha raggiunto il suo primo obiettivo, cosa che ben pochi avrebbero pronosticato. Il miliardario alfiere del politicamente scorretto ha polarizzato la scena politica, si è scientemente costruito un profilo scomodo e irriverente rispetto all’establishment, per avvicinarsi all’uomo della strada deluso dagli attuali rappresentanti. Un populista, certo. Che forse non crede in tutto quello che proclama (a partire dai muri e dalle deportazioni), che però è riuscito a ritagliarsi un consenso e ad accrescerlo proprio grazie allo stizzito senso di superiorità che i suoi avversari gli hanno spesso opposto e che l’ha reso più popolare tra coloro che gli erano potenzialmente vicini ma ancora non l’avevano eletto a proprio campione.


Ne è un esempio il tweet lanciato ieri del capo di gabinetto del presidente della Commissione europea Juncker. Martin Selmayr ha scritto: «Con Trump, Le Pen, Boris Johnson e Beppe Grillo, avremmo uno scenario dell’orrore». Si possono certamente coltivare precise idee su leader e aspiranti tali, così come sui loro programmi, non necessariamente, però, si è nel giusto e, soprattutto, non si può semplicemente mettere in un unico fascio anche partiti che hanno raccolto grandi consensi nel proprio Paese e non hanno deragliato dall’alveo della democrazia, come i conservatori britannici dell’ex sindaco di Londra Johnson e i Cinque Stelle italiani.


La demonizzazione preventiva o continuata non fa che alimentare il fuoco dei populismi, allargando la frattura negli elettorati e nelle culture politiche. Restando a Trump, prima lo si è considerato una specie di macchietta, destinata a finire presto la propria corsa nelle primarie, poi si è cercato di dipingerlo come un impresentabile che non poteva entrare nel salotto buono, infine si è tentata da parte dei repubblicani una conventio ad excludendum che ha miseramente fallito nel suo intento.

Anzi, ha probabilmente aumentato il richiamo di The Donald, com’è familiarmente chiamato l’imprenditore di edilizia e casinò. Oggi bisogna fare i conti con la possibilità che Trump arrivi alla Casa Bianca. Non è per nulla un’ipotesi auspicabile, ma è diventato uno scenario concreto. Soprattutto se lo si guarda non dalle stanze chiuse, e forse un po’ snob, della Commissione europea, ma dalla prospettiva dei cittadini statunitensi. Hillary Clinton è sì sostenuta dall’élite della Silicon Valley, icona del progresso tecnologico e del progressismo politico, ma incarna per tutti gli altri aspetti un passato che non scalda più i cuori.


Il candidato spaccone e volgare, xenofobo e dalle promesse irrealizzabili sta dalla parte degli 'atomi' contro i 'bit', rappresenta un’idea di economia materiale (ieri ha persino difeso il carbone come fonte energetica) contrapposta alla frontiera digitale, ma si appoggia su una retorica di riscatto, di rinascita, di 'America di nuovo grande' che suscita il facile entusiasmo di chi è rimasto ai margini dalla rivoluzione economica e sociale degli ultimi decenni. In mancanza di una narrazione alternativa,  a chi, legittimamente, vuole contrastare Trump, sarà più utile smontare con pacatezza i falsi miti (su migranti, islam e ambiente, in primo luogo) che alimentano la sua campagna e proporre programmi credibili che non gridare al mostro. E non solo per il fatto che il 'mostro' potrebbe, nel prossimo gennaio, essere a capo della superpotenza mondiale.


Ma perché, in generale, l’inadeguatezza di una politica degli slogan, di un segno o dell’altro, è ormai sotto gli occhi di tutti e non può che premiare chi la spara più grossa (infatti, il tycoon si è rallegrato di avere 'scosso' i leader del G7). Forse i numerosi Trump che affollano la scena mondiale, non ultimo il neopresidente filippino Duterte, più che il parto di un elettorato 'cattivo' con cui tanti non vogliono avere a che fare, sono il risultato di errori e inadeguatezze proprio di coloro che poi deprecano il crescente populismo. Una lezione che si può imparare anche prima che si aprano le urne americane del fatidico 8 novembre

Friday 27 May 2016 14:31

La rinuncia di Ratzinger un anno prima. Era il marzo del 2012 quando disse: “Mi sento monaco”

Immagine tratta da "Il grande silenzio", documentario di Philip Gröning (2005)

Immagine tratta da “Il grande silenzio”, documentario di Philip Gröning (2005)

In questi giorni ho potuto rileggermi l’intervento che Georg Gänswein ha tenuto una settimana fa in occasione della presentazione del volume “Oltre la crisi della Chiesa. Il pontificato di Benedetto XVI” (Lindau 2016) di Roberto Regoli.

Sono tornato in particolare sul passaggio nel quale il segretario di Ratzinger e prefetto della Casa Pontificia parla di come Benedetto XVI ha concepito il suo ritiro dal soglio di Pietro. Gänswein, con parole che hanno sorpreso anche me, racconta di «un ministero allargato», di Francesco «membro attivo» di questo ministero e di Benedetto «membro contemplativo».

Non voglio entrare in disquisizioni teologiche in merito a queste riflessioni, piuttosto semplicemente riportarvi l’incipit di un mio piccolo libro che feci uscire per Giunti poco dopo l’elezione di Francesco (“La Chiesa ferita. Papa Francesco e la sfida del futuro”), nel quale il monaco camaldolese Guido Innocenzo Gargano svela (lo incontrai durante la sede vacante, quando ancora Francesco non era stato eletto) un piccolo segreto riguardante Papa Ratzinger.

Un anno prima della rinuncia Benedetto XVI si recò in visita alla comunità guidata da Gargano a Roma, San Gregorio al Celio. E qui, ai monaci riuniti ad ascoltarlo disse in forma privata e riservata di «sentirsi a casa», e anche di «sentirsi monaco», facendo per la prima volta capire che il suo desiderio era quello di fare un passo indietro per guidare la Chiesa in altro modo, nel silenzio della preghiera. Non so se prima di quella visita Ratzinger avesse mai pensato così chiaramente alla possibilità della rinuncia. Di fatto in quel giorno qualcosa accadde dentro di lui, qualcosa che poi lo portò al ritiro annunciato l’11 febbraio del 2013.

 

Ecco qui di seguito il racconto di quanto avvenne quel giorno, dal prologo del mio libro:

«Sabato 10 marzo 2012. Benedetto XVI si trova su uno dei sette colli di Roma, il Celio, nel monastero dei benedettini camaldolesi dove ha appena incontrato l’arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams.

C’è molto che lega Papa Ratzinger a questa chiesa e al convento. Più di tutto c’è Gregorio Magno, ricco possidente romano che, convertitosi alla vita monastica nel 574-575, trasformò la casa paterna sul Celio in un monastero dedicato a sant’Andrea apostolo. È lo stesso monastero nel quale Ratzinger si trova in visita.

Grande ammiratore di Benedetto da Norcia, Gregorio si dedicò con assiduità alla contemplazione dei misteri di Dio nella lettura della Bibbia. Per lui leggere la Bibbia era entrare in rapporto con Dio, era sentire la voce di Dio.

Non poté dimorare a lungo nel suo convento del Celio poiché, dopo essere stato ordinato diacono, Papa Pelagio II lo inviò presso la corte di Costantinopoli, dove restò per sei anni, e si guadagnò la stima dell’imperatore Maurizio I, di cui tenne a battesimo il figlio Teodosio.

Rientrato a Roma, nel 586, tornò nel monastero sul Celio; vi rimase però per pochissimo tempo, perché il 3 settembre 590 fu chiamato al soglio pontificio dall’entusiasmo dei credenti e dalle insistenze del clero e del senato di Roma, dopo la morte di Pelagio II di cui era stato segretario. Gregorio cercò di resistere alle insistenze del popolo, inviando una lettera all’imperatore Maurizio in cui lo pregava di non ratificare l’elezione, ma il praefectus urbi di Roma, di nome Germano o forse fratello di Gregorio, intercettò la lettera e la sostituì con la petizione del popolo che chiedeva che Gregorio fosse eletto Papa.

Come Papa si dimostrò uomo di azione, pratico e intraprendente (per questo chiamato “l’ultimo dei Romani”), nonostante fosse fisicamente abbastanza esile e cagionevole di salute. Fu amministratore energico, sia nelle questioni sociali e politiche intervenendo a favore dei bisognosi di aiuto e protezione, sia nelle questioni interne della Chiesa.

Benedetto XVI si sente legato a questo Papa. Ma più ancora, si sente legato alla vocazione di Gregorio come monaco, che mai questi ha rinnegato anche negli anni del suo papato. Ratzinger ha preso il nome di Benedetto anche in onore di san Benedetto da Norcia, la cui vita conosce grazie a quanto di lui ha scritto san Gregorio Magno. Il libro II dei Dialoghi di Gregorio è, infatti, interamente dedicato alla figura di Benedetto ed è l’unica testimonianza antica sulla vita del santo monaco, la cui bellezza spirituale appare nel testo in tutta evidenza.

Benedetto XVI è affascinato da Gregorio e dalla regola benedettina. Ha desiderato questa visita non soltanto per motivi ecumenici, la preghiera assieme al primate anglicano Williams, ma anche per un altro motivo: per toccare con mano la spiritualità benedettina che ama nel profondo. Tanto che a pranzo con i cinque monaci che ancora abitano il convento, a sorpresa dice: “Mi sento monaco come voi. Fra i monaci mi sento a casa”.

Nessuno fa caso più di tanto a queste parole. Perché nessuno ancora sa che in cuor suo Benedetto XVI sta maturando (o forse ha già maturato) una decisione storica: la rinuncia al papato, il ritiro per vivere da monaco come probabilmente nel suo intimo desidera da anni.

«Io mi sento a casa fra voi”, dice Ratzinger. Che probabilmente già in quest’occasione sa che è la stessa vita di questi monaci che presto andrà ad abbracciare. Parole che nessuno ha mai saputo egli abbia pronunziato. A confermarle qui è padre Enzo Gargano, per anni priore di questa piccola comunità. Che dice: “La scelta di Ratzinger di ritirarsi è per abbracciare una dimensione diversa. Ha capito che è nella contemplazione che può governare meglio la Chiesa. Esiste una dimensione diversa e che nessuno considera mai, appunto la contemplazione, che permette di guardare le cose in profondità e a chi deve guidare un popolo di farlo nel modo più alto e vero possibile. Perché si lascia che a entrare dentro le cose sia Dio. Si fa un passo indietro e si lascia spazio a Dio”.

È qui, sul monte Celio, in un sabato invernale del 2012, che Ratzinger matura la sua decisione di rinunciare al pontificato. Ma più che una rinuncia al pontificato, la sua decisione sembra essere la volontà di abbracciare la vocazione monacale per la quale si sente fatto. Gregorio divenne Papa nonostante fosse monaco. Ratzinger ugualmente, soltanto che a differenza di Gregorio, monaco lo era nell’intimo del proprio cuore. Per lui lasciare il pontificato è probabilmente compiere fino in fondo la propria vita. Gli andavano stretti i panni del Papa. Ora, invece, può guidare la Chiesa nel modo che ha sempre desiderato: pregando sul monte in solitudine, pregando ritirato come solo i monaci fanno.

E non è un caso che pochi giorni dopo l’annuncio della rinuncia, il cardinale Gianfranco Ravasi, introducendo gli esercizi spirituali per il Papa e la curia romana, abbia rappresentato il futuro della presenza di Benedetto XVI nella Chiesa citando Mosè che sale sul monte a pregare per il popolo d’Israele mentre giù nella valle combatte contro Amalek. “Questa immagine rappresenta la funzione principale per la Chiesa, cioè l’intercessione, intercedere. Noi rimarremo nella valle, quella valle dove c’è Amalek, dove c’è la polvere, dove ci sono le paure, i terrori anche, gli incubi, ma anche la speranza, dove Lei è rimasto in questi otto anni con noi. D’ora in avanti, però, noi sapremo che, sul monte, c’è la sua intercessione per noi”».

Friday 27 May 2016 14:00

PADRE BERGOGLIO, MA LEI CHE PROBLEMA HA CON LA SANTA EUCARISTIA? NON SA CHE NELLA SPIRITUALITA’ CRISTIANA – COME HA SCRITTO RATZINGER – “L’INCAPACITA’ A INGINOCCHIARSI APPARE ADDIRITTURA COME L’ESSENZA DEL DIABOLICO” ? AIUTIAMOLO CON LA PREGHIERA…

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L’ha rifatto, anche quest’anno ed è sinceramente una pena guardare queste scene. Si è in pena per lui e per i tempi infelici che viviamo…. Tempi di confusione e tenebre.

Ma non c’è niente da fare. Non solo papa Bergoglio – anche quest’anno – dopo la celebrazione ha evitato di partecipare alla processione del Corpus Domini (di ieri) per le vie di Roma, con il popolo cristiano (un pastore che non si vuole mischiare con le pecore), ma anche quest’anno – presentatosi solo all’arrivo – HA EVITATO DI INGINOCCHIARSI DAVANTI AL SANTISSIMO ESPOSTO ALL’ADORAZIONE DI TUTTI I FEDELI ED E’ RIMASTO RITTO IN PIEDI DAVANTI A GESU’ EUCARISTICO.

Proprio non vuole inginocchiarsi davanti al Signore (si può vedere qui nel video dal minuto 39,10 e nella foto).

Non si inginocchia nella celebrazione della Messa e nemmeno stavolta l’ha fatto, nonostante avesse davanti a sé un inginocchiatoio con morbidissimi cuscini di velluto.
Ovviamente è del tutto escluso che eviti di inginocchiarsi per problemi fisici alle ginocchia o alle anche (come pretestuosamente si è detto in passato) perché in diverse circostanze in cui manca il Santissimo, egli non ha alcun problema a inginocchiarsi (è un’impossibilità che insorge solo davanti a Gesù eucaristico…).
Anche nella recente lavanda dei piedi del giovedì santo, fatta a immigrati di varie religioni, si è inginocchiato dodici volte di seguito, addirittura abbassandosi giù per baciare loro i piedi davanti alle telecamere (questo gesto di umiltà in mondovisione ovviamente veicola il SUO messaggio personale relativo all’immigrazione e alle diverse religioni, mentre nella tradizione cattolica quel rito – che il papa dovrebbe celebrare in Laterano con i sacerdoti romani – è legato all’istituzione dei sacramenti del sacerdozio e dell’eucarestia nell’ultima cena di Gesù).

La mancata genuflessione di Bergoglio davanti al Santissimo Sacramento del resto va di pari passo con le sue inquietanti affermazioni relative all’Eucaristia nella sua visita ai luterani di Roma. Ma soprattutto va letta insieme con la sua ostinata battaglia – durata due anni – per cambiare la regola che sta nella Sacra Scrittura e che la Chiesa ha sempre osservato per comunicarsi con il Corpo e Sangue di Cristo.

Infatti l’ “Amoris laetitia” di Bergoglio finisce per legittimare di fatto la profanazione dell’Eucaristia. E non era mai accaduto che il sacrilegio fosse autorizzato dalla stessa gerarchia.

Alla luce di quello che è accaduto nella Chiesa in questi tre anni è possibile comprendere meglio l’episodio della processione del Corpus Domini.
Sappiamo che Giovanni Paolo II, anche quando stava già male, partecipava alla processione del Corpus Domini, inginocchiato davanti al Santissimo, sul veicolo che trasportava l’ostensorio. Come pure Benedetto XVI. E poi, all’arrivo, adoravano il S.S. Sacramento inginocchiati. Bergoglio invece no.
Ma l’inginocchiarsi non è un dettaglio senza significato. Come ci ha insegnato Benedetto XVI, in quel gesto ci sono immensi significati. Esso rappresenta l’essenza del rapporto fra uomo e Dio.
Rifacendosi alla letteratura spirituale cristiana, Ratzinger spiegava che “l’incapacità a inginocchiarsi appare addirittura come l’essenza stessa del diabolico”.

Ecco le parole di Ratzinger:

“Vi sono ambienti, che esercitano notevole influenza, che cercano di convincerci che non bisogna inginocchiarsi. Dicono che questo gesto non si adatta alla nostra cultura (ma a quale, allora?)

In effetti l’atto di inginocchiarsi proprio dei cristiani non si pone come una forma di inculturazione in costumi preesistenti, ma, al contrario, è espressione della cultura cristiana che trasforma la cultura esistente a partire da una nuova e più profonda conoscenza ed esperienza di Dio.
L’atto di inginocchiarsi non proviene da una cultura qualunque, ma dalla Bibbia e dalla sua esperienza di Dio.  L’importanza centrale che l’inginocchiarsi ha nella Bibbia la si può desumere dal fatto che solo nel Nuovo Testamento la parola proskynein compare 59 volte, di cui 24 nell’Apocalisse, il libro della liturgia celeste, che viene presentato alla Chiesa come modello e criterio per la sua liturgia.

L’inginocchiarsi non è solo un gesto cristiano, è un gesto cristologico. Il passo più importante sulla teologia dell’inginocchiarsi è e resta per me il grande inno cristologico di Fil 2,6-11.

La croce è divenuta il segno universale della presenza di Dio, e tutto ciò che noi abbiamo finora udito sulla croce storica e cosmica, deve trovare qui il suo vero senso.

La liturgia cristiana è proprio per questo liturgia cosmica, per il fatto che essa piega le ginocchia davanti al Signore crocifisso e innalzato. È questo il centro della vera «cultura» – la cultura della verità. Il gesto umile con cui noi cadiamo ai piedi del Signore, ci colloca sulla vera via della vita, in armonia con tutto il cosmo.
Si potrebbe aggiungere ancora molto, come, per esempio, (…) il racconto tratto dalle sentenze dei Padri del deserto, secondo cui il diavolo fu costretto da Dio a mostrarsi a un certo abate Apollo, e il suo aspetto era nero, orribile a vedersi, con delle membra spaventosamente magre e, soprattutto, non aveva le ginocchia. L’incapacità a inginocchiarsi appare addirittura come l’essenza stessa del diabolico“.

Forse, visto che il vescovo di Roma chiede spesso di pregare per lui, è veramente il caso di intensificare le preghiere per papa Bergoglio: perché decida finalmente di inginocchiarsi, con le ginocchia e col cuore, davanti al Signore. Per il bene della sua anima e per il bene della Chiesa.

 

Antonio Socci

 

Wednesday 25 May 2016

"Amoris laetitia" ha un autore ombra. Si chiama Víctor Manuel Fernández

Impressionanti somiglianze tra i passaggi chiave dell'esortazione di papa Francesco e due testi di dieci anni fa del suo principale consigliere. Un doppio sinodo per una soluzione che era già scritta

Tuesday 24 May 2016

«Nessun leone ti attraversi la strada»

Cari amici lettori, per la Domenica di Pentecoste ho mandato un augurio per una cresimanda, Francesca, figlia di Elena Terragni, segretaria della stampa al Centro missionario del Pime a Milano. Le ho fatto un augurio che piaciuto. Eccolo.

Carissima Francesca,
nella Domeni...

Monday 23 May 2016

MONS. GAENSWEIN PARLA DI UNA SITUAZIONE ECCEZIONALE E DI UNA MOSSA ECCEZIONALE DI BENEDETTO XVI..

FULMINE

Propongo alla vostra riflessione alcuni brani dal clamoroso discorso di mons. Georg Gaenswein, segretario di Benedetto XVI, tenuto sabato scorso alla Gregoriana: unite i punti e scoprite il disegno.

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“Come ai tempi di Pietro, anche oggi la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica continua ad avere UN UNICO PAPA LEGITTIMO. E tuttavia, da tre anni a questa parte, viviamo con due successori di Pietro viventi tra noi (…). Molti continuano a percepire ancor oggi questa situazione nuova come UNA SORTA DI STATO D’ECCEZIONE VOLUTO DAL CIELO.
…..
Perciò, DALL’UNDICI FEBBRAIO 2013 il ministero papale non è più quello di prima. È e rimane il fondamento della Chiesa cattolica; e tuttavia è un fondamento che BENEDETTO XVI ha profondamente e durevolmente trasformato nel SUO PONTIFICATO D’ECCEZIONE (Ausnahmepontifikat)
….
Era la mattina di quello stesso giorno in cui, di sera, un fulmine chilometrico con un’incredibile fragore colpì la punta della cupola di San Pietro posta sopra la tomba del Principe degli apostoli. DI RADO IL COSMO HA ACCOMPAGNATO IN MODO PIU’ DRAMMATICO UNA SVOLTA STORICA.
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Dall’elezione del suo successore il 13 marzo 2013 NON VI SONO DUNQUE DUE PAPI.
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BENEDETTO XVI NON HA RINUNCIATO DE’ AL SUO NOME, NE’ ALLA TALARE BIANCA. PER QUESTO L’APPELLATIVO CORRETTO CON IL QUALE RIVOLGERGLISI ANCORA OGGI E’ “SANTITA’ ”.
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EGLI NON HA ABBANDONATO L’UFFICIO DI PIETRO (…) EGLI HA INVECE RINNOVATO QUEST’UFFICIO.
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Un passo come quello compiuto da Benedetto XVI fino ad oggi NON C’ERA appunto MAI STATO“.

(dal discorso di Mons. Georg Gänswein alla presentazione del volume “Oltre la crisi della Chiesa. Il pontificato di Benedetto XVI” (Lindau 2016, pp. 512) di Roberto Regoli, direttore del Dipartimento di storia della Chiesa nella Pontificia università Gregoriana).

Sunday 22 May 2016

Quando Papa Ratzinger soffrì di più. In Gregoriana la presentazione del primo lavoro scientifico sul pontificato di Benedetto XVI

Paolo Rodari e Georg Gänswein

Paolo Rodari e Georg Gänswein

Venerdì sera, in Gregoriana, ho moderato la presentazione del primo libro dedicato a uno studio scientifico del pontificato di Benedetto XVI. Scritto da Roberto Regoli ed edito da Lindau, s’intitola “Oltre la crisi della Chiesa”.

Come relatori c’erano Georg Gänswein, prefetto della Casa pontificia e segretario particolare di Ratzinger, e Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio.

Dell’intervento di Gänswein mi ha colpito quando ha parlato del momento di in cui Benedetto XVI ha sofferto di più. Non fu quando scoppiò Vatileaks, con il tradimento di persone a lui vicine, bensì il momento del «tragico incidente nel quale nel 2010 morì Manuela Camagni, una delle Memores Domini» che lo assistevano in casa. «Soffrì anche per il tradimento di Paolo Gabriele ma, lo ribadisco ancora una volta, non si è dimesso a causa del povero e malguidato assistente di camera né per i Vatileaks. Nessun traditore, o corvo, o qualsivoglia giornalista, avrebbe potuto spingerlo alle dimissioni. Era uno scandalo troppo piccolo rispetto a una decisione così grande».

Dell’intervento di Riccardi mi ha colpito quando ha parlato di Carlo Maria Martini e di come il cardinale arcivescovo di Milano abbia visto con favore, nel 2005, l’elezione di Ratzinger. Pur nella diversa sensibilità teologica i due si stimavano.

Io ho fatto una breve presentazione del libro, raccontando di un colloquio avuto con Regoli due settimane prima della presentazione nel quale l’autore del volume mi ha spiegato i motivi che l’hanno spinto, a così poca distanza dalla fine del pontificato di Ratzinger, a cimentarsi con un libro del genere. Buona lettura.

«Quando ho incontrato Roberto Regoli qualche settimana fa per parlare un po’ di questa serata gli ho chiesto il motivo per il quale ha deciso di scrivere un libro così impegnativo. Perché da storico descrivere un intero pontificato, e un pontificato così singolare soprattutto a motivo del fatto che, terminato il 28 febbraio del 2013, esso in qualche modo continua essendo Papa Benedetto ancora vivo, è davvero un grave impegno.

La risposta che Regoli mi ha dato mi ha molto colpito e credo sia utile riportarvela: mi ha detto più o meno così: “Di un pontificato spesso resta ciò che i primi biografi e i primi storici scrivono di esso. Così ho pensato che avrei potuto, da storico, provare io a dare qualche linea interpretativa, con un lavoro scientifico”. Questa risposta mi ha incuriosito perché in effetti è così: cosa sono stati effettivamente i pontificati di Giovanni Paolo II, di Paolo VI e di Giovanni XXIII e cosa di essi pensiamo a motivo degli studi che su di essi sono stati pubblicati?

È tuttavia evidente che questo lavoro, anche per la vicinanza dal pontificato stesso, non è una biografia di Benedetto XVI quanto, come dice lo stesso Regoli nella sua introduzione, “una bozza della storia del suo pontificato”, una bozza utile per facilitare la messa a fuoco di anni decisivi per il presente e il futuro del cattolicesimo contemporaneo. Il compito insomma che Regoli si è preposto è stato quello di storicizzare, è la prima volta che accade per Benedetto XVI, cioè di leggere il pontificato nel contesto ecclesiale e sociale del periodo in cui si è svolto.

Quale il filo che tiene insieme questa “bozza”? E qual è, quindi, la linea interpretativa di questo pontificato che Regoli ci offre? La risposta, ovviamente, la può desumere ognuno di noi dalla lettura di queste oltre quattrocento pagine. Eppure, a mio avviso, una cosa sembra chiara: il pontificato di Benedetto XVI, secondo Regoli, non dovrà essere ricordato soltanto per la sua imprevedibile conclusione, ma anche per le tante questioni che il Papa ha aperto e che ancora non sono state chiuse. Benedetto XVI, infatti, ha aperto dossier centrali per la vita ecclesiale. Si pensi all’attuazione del Concilio Vaticano II, alle relazioni ecumeniche, al rapporto con le grandi religioni, all’ecclesiologia, con quell’attenzione particolare riservata alla fede in Gesù Cristo in netto regresso soprattutto in Occidente.

Una seconda questione che mi ha colpito del breve colloquio che ho avuto con l’autore qualche settimana fa riguarda la casa editrice. Ho chiesto a Regoli perché avesse scelto Lindau. Mi ha risposto che spesso il limite di questi volumi risiede nel fatto che, pubblicati con una certa casa editrice, non vengono letti perché di essi si presume già di sapere tutto. Cioè: spesso le case editrici seguono una linea ecclesiale – diciamo così – conosciuta e ben marcata e dunque pubblicare con loro, anche se il volume magari si discosta da quella linea, crea un pregiudizio nel lettore. Invece Lindau a detta di Regoli non corre questo rischio perché con essa hanno scritto e scrivono autori di provenienze diverse e questo è il motivo della scelta di Regoli».

Sunday 22 May 2016 15:45

IL DISCORSO INTEGRALE DI MONS. GAENSWEIN E’ ANCORA PIU’ ESPLOSIVO DI QUANTO SI IMMAGINAVA: SIAMO A UNA VERA SVOLTA. O IL PAPATO DIVENTA UN ORGANO COLLEGIALE O E’ INVALIDA LA RINUNCIA DI BENEDETTO.

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Il discorso integrale di Mons. Georg Ganswein, pubblicato da Acistampa ( qui ) e tenuto sabato alla presentazione del volume “Oltre la crisi della Chiesa. Il pontificato di Benedetto XVI (Lindau 2016, pp. 512) di Roberto Regoli, è ancora più ESPLOSIVO di quanto si poteva capire dalle agenzie.

Siamo di fronte a una svolta clamorosa che porta di fatto a una radicale mutazione del papato, il quale sarebbe oggi diventato un organo collegiale (ma questo è impossibile per la dottrina cattolica). In alternativa, questo discorso può portare al riconoscimento della “nullità” della rinuncia di Benedetto XVI. Se ci sono terze ipotesi io, sinceramente, non ne vedo.

Riporto qua di seguito alcuni stralci della conferenza di Mons. Ganswein che – è evidente – in questa sede rappresenta molto più di se stesso.

A.S.

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(…)

Come ai tempi di Pietro, anche oggi la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica continua ad avere un unico Papa legittimo. E tuttavia, da tre anni a questa parte, viviamo con due successori di Pietro viventi tra noi – che non sono in rapporto concorrenziale fra loro, e tuttavia entrambi con una presenza straordinaria!

Potremmo aggiungere che lo spirito di Joseph Ratzinger in precedenza ha già segnato in modo decisivo il lungo pontificato di san Giovanni Paolo II, che egli fedelmente servì per quasi un quarto di secolo come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Molti continuano a percepire ancor oggi questa situazione nuova come una sorta di stato d’eccezione voluto dal Cielo.

Ma è già il momento per fare un bilancio del pontificato di Benedetto XVI? In generale, nella storia della Chiesa, solo ex post i papi possono essere giudicati e inquadrati correttamente.

E a riprova di questo, Regoli stesso menziona il caso di Gregorio VII, il grande papa riformatore del Medioevo, che alla fine della sua vita morì in esilio a Salerno – da fallito, a giudizio di tanti suoi contemporanei. E tuttavia, proprio Gregorio VII fu colui che, in mezzo alle controversie del suo tempo, plasmò in modo decisivo il volto della Chiesa per le generazioni che seguirono.

Tanto più audace, perciò, sembra oggi essere il professor Regoli nel tentare di tracciare già un bilancio del pontificato di Benedetto XVI ancora vivente. (…)

E così, quest’opera di Regoli non manca di note a piè di pagina, numerose quanti sono i ricordi che essa risveglia in me. Perché ero presente quando Benedetto XVI, alla fine del suo mandato, depose l’anello piscatorio, come è d’uso all’indomani della morte di un papa, anche se in questo caso egli viveva ancora!

Ero presente quando egli, invece, decise di non rinunciare al nome che aveva scelto, come invece aveva fatto papa Celestino V quando il 13 dicembre 1294, a pochi mesi dall’inizio del suo ministero, era ridiventato Pietro dal Morrone.

Perciò, dall’undici febbraio 2013 il ministero papale non è più quello di prima. È e rimane il fondamento della Chiesa cattolica; e tuttavia è un fondamento che Benedetto XVI ha profondamente e durevolmente trasformato nel suo pontificato d’eccezione (Ausnahmepontifikat), rispetto al quale il sobrio cardinale Sodano, reagendo con immediatezza e semplicità subito dopo la sorprendente Dichiarazione di rinuncia, profondamente emozionato e quasi preso dallo smarrimento, aveva esclamato che quella notizia era risuonata fra i cardinali riuniti “come un fulmine a ciel sereno”.

Era la mattina di quello stesso giorno in cui, di sera, un fulmine chilometrico con un’incredibile fragore colpì la punta della cupola di San Pietro posta sopra la tomba del Principe degli apostoli.

Di rado il cosmo ha accompagnato in modo più drammatico una svolta storica.

Ma la mattina di quell’undici febbraio il decano del Collegio cardinalizio Angelo Sodano concluse la sua replica alla Dichiarazione di Benedetto XVI con una prima e analogamente cosmica valutazione del pontificato, quando alla fine disse: “Certo, le stelle nel cielo continueranno sempre a brillare e così brillerà sempre in mezzo a noi la stella del suo pontificato”.

Ugualmente brillante e illuminante è l’esposizione approfondita e ben documentata di don Regoli delle diverse fasi del pontificato. Soprattutto dell’inizio di esso nel conclave dell’aprile del 2005, dal quale Joseph Ratzinger, dopo una delle elezioni più brevi della storia della Chiesa, uscì eletto dopo solo quattro scrutini a seguito di una drammatica lotta tra il cosiddetto “Partito del sale della terra” (“Salt of Earth Party”) intorno ai cardinali López Trujíllo, Ruini, Herranz, Rouco Varela o Medina e il cosiddetto “Gruppo di San Gallo” intorno ai cardinali Danneels, Martini, Silvestrini o Murphy-O’Connor; gruppo che, di recente, lo stesso cardinal Danneels di Bruxelles in modo divertito ha definito come “una specie di mafia-club”.

L’elezione era certamente l’esito anche di uno scontro, la cui chiave quasi aveva fornito lo stesso Ratzinger da cardinale decano, nella storica omelia del 18 aprile 2005 in San Pietro; e precisamente lì dove a “una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie” aveva contrapposto un’altra misura: “il Figlio di Dio e vero uomo” come “la misura del vero umanesimo”.

Questa parte dell’intelligente analisi di Regoli oggi si legge quasi come un giallo mozzafiato di non troppo tempo fa; mentre invece la “dittatura del relativismo” da tempo si esprime in modo travolgente attraverso i molti canali dei nuovi mezzi di comunicazione che, nel 2005, a stento si potevano immaginare.

Già il nome che il nuovo papa si diede subito dopo la sua elezione rappresentava perciò un programma. Joseph Ratzinger non divenne Giovanni Paolo III, come forse molti si sarebbero augurati.

Si riallacciò invece a Benedetto XV – l’inascoltato e sfortunato grande papa della pace degli anni terribili della Prima guerra mondiale – e a san Benedetto di Norcia, patriarca del monachesimo e patrono d’Europa.

Potrei comparire come superteste per testimoniare come, negli anni precedenti, mai il cardinale Ratzinger aveva premuto per assurgere al più alto ufficio della Chiesa cattolica.

Già sognava invece vivamente una condizione che gli avrebbe permesso di scrivere in pace e tranquillità alcuni, ultimi libri. Tutti sanno che le cose andarono diversamente. Durante l’elezione, poi, nella Cappella Sistina fui testimone che visse l’elezione come un “vero shock” e provò “turbamento”, e che si sentì “come venire le vertigini” non appena capì che “la mannaia” dell’elezione sarebbe caduta su di lui.

Non svelo qui alcun segreto perché fu Benedetto XVI stesso a confessare tutto questo pubblicamente in occasione della prima udienza concessa ai pellegrini venuti dalla Germania. E così non sorprende che fu Benedetto XVI il primo papa che subito dopo la sua elezione invitò i fedeli a pregare per lui, fatto questo che ancora una volta questo libro ci ricorda. (…).

Benedetto non è stato un “papa attore”, e ancor meno un insensibile “papa automa”; anche sul trono di Pietro è stato ed è rimasto un uomo; ovvero, come direbbe Conrad Ferdinand Meyer, non fu un “libro ingegnoso”, fu “un uomo con le sue contraddizioni”. È così che io stesso l’ho potuto conoscere e apprezzare quotidianamente. E così è rimasto sino a oggi.(…)

(…) è bene che io dica una buona volta con tutta chiarezza che Benedetto alla fine non si è dimesso a causa del povero e mal guidato aiutante di camera, oppure a causa delle “ghiottonerie” provenienti dal suo appartamento che nel così detto “affare Vatileaks” circolarono a Roma come moneta falsa ma furono commerciate nel resto del mondo come autentici lingotti d’oro.

Nessun traditore o “corvo” o qualsivoglia giornalista avrebbe potuto spingerlo a quella decisione. Quello scandalo era troppo piccolo per una cosa del genere e tanto più grande il ben ponderato passo di millenaria portata storica che Benedetto XVI ha compiuto.

L’esposizione di questi avvenimenti da parte di Regoli merita considerazione anche perché egli non avanza la pretesa di sondare e spiegare completamente quest’ultimo, misterioso passo (…).

(…) già da tempo (Benedetto) aveva riflettuto a fondo, dal punto di vista teologico, sulla possibilità di papi emeriti per il futuro. Così lo fece.

Le dimissioni epocali del Papa teologo hanno rappresentato un passo in avanti essenzialmente per il fatto che l’undici febbraio 2013, parlando in latino di fronte ai cardinali sorpresi, egli introdusse nella Chiesa cattolica la nuova istituzione del “Papa emerito”, dichiarando che le sue forze non erano più sufficienti “per esercitare in modo adeguato il ministero petrino”.

La parola chiave di quella Dichiarazione è munus petrinum, tradotto – come accade il più delle volte – con “ministero petrino”. E tuttavia, munus, in latino, ha una molteplicità di significati: può voler dire servizio, compito, guida o dono, persino prodigio.

Prima e dopo le sue dimissioni Benedetto ha inteso e intende il suo compito come partecipazione a un tale “ministero petrino”. Egli ha lasciato il Soglio pontificio e tuttavia, con il passo dell’11 febbraio 2013, non ha affatto abbandonato questo ministero.

Egli ha invece integrato l’ufficio personale con una dimensione collegiale e sinodale, quasi un ministero in comune, come se con questo volesse ribadire ancora una volta l’invito contenuto in quel motto che l’allora Joseph Ratzinger si diede quale arcivescovo di Monaco e Frisinga e che poi ha naturalmente mantenuto quale vescovo di Roma: “cooperatores veritatis”, che significa appunto “cooperatori della verità”.

Infatti non è un singolare, ma un plurale, tratto dalla Terza Lettera di Giovanni, nella quale al versetto 8 è scritto: “Noi dobbiamo accogliere queste persone per diventare cooperatori della verità”.

Dall’elezione del suo successore Francesco il 13 marzo 2013 non vi sono dunque due papi, ma de facto un ministero allargato – con un membro attivo e un membro contemplativo. Per questo Benedetto XVI non ha rinunciato né al suo nome, né alla talare bianca. Per questo l’appellativo corretto con il quale rivolgerglisi ancora oggi è “Santità”; e per questo, inoltre, egli non si è ritirato in un monastero isolato, ma all’interno del Vaticano – come se avesse fatto solo un passo di lato per fare spazio al suo successore e a una nuova tappa nella storia del papato che egli, con quel passo, ha arricchito con la “centrale” della sua preghiera e della sua compassione posta nei Giardini vaticani.

(…) Con un atto di straordinaria audacia egli ha invece rinnovato quest’ufficio (anche contro l’opinione di consiglieri ben intenzionati e senza dubbio competenti) e con un ultimo sforzo lo ha potenziato (come spero). Questo certo lo potrà dimostrare unicamente la storia.

Ma nella storia della Chiesa resterà che nell’anno 2013 il celebre Teologo sul Soglio di Pietro è diventato il primo “Papa emeritus” della storia.

Da allora il suo ruolo – mi permetto ripeterlo ancora una volta – è del tutto diverso da quello, ad esempio, del santo papa Celestino V, che dopo le sue dimissioni nel 1294 avrebbe voluto ritornare eremita, divenendo invece prigioniero del suo successore Bonifacio VIII (al quale oggi dobbiamo nella Chiesa l’istituzione degli anni giubilari). Un passo come quello compiuto da Benedetto XVI fino ad oggi non c’era appunto mai stato.

(…) Non ai papi ma a Cristo, al Signore stesso e a nessun altro appartiene la navicella di Pietro frustata dalle onde del mare in tempesta, quando sempre di nuovo temiamo che il Signore dorma e che non gli importi delle nostre necessità, mentre gli basta una sola parola per far cessare ogni tempesta; quando invece a farci cadere di continuo nel panico, più che le alte onde e l’ululato del vento, sono la nostra incredulità, la nostra poca fede e la nostra impazienza.

Sunday 22 May 2016 07:05

ESPLOSIVE DICHIARAZIONI DI MONS. GAENSWEIN: C’E’ UN “MINISTERO ALLARGATO” E BENEDETTO XVI E’ ANCORA PAPA. COM’E’POSSIBILE? COSA C’E’ DIETRO? ED E’ QUESTO CHE ANCORA “IMPEDISCE” A BERGOGLIO DI AFFONDARE IL COLPO DEFINITIVO SULLA CHIESA INDUCENDOLO A MILLE AMBIGUITA’?

Benedetto-XVI-in-preghiera

Il giallo continua e – nella bandiera vaticana – sta ormai sommergendo il bianco. Infatti le dichiarazioni di ieri di mons. Georg Gaenswein, sullo “status” di Benedetto XVI e di Francesco, sono dirompenti (don Georg è segretario di uno e Prefetto della Casa pontificia per l’altro).

A questo punto non si capisce più cosa è accaduto in Vaticano nel febbraio 2013 e cosa sta accadendo oggi.

Prima di vedere queste dichiarazioni riassumo la vicenda che ha messo la Chiesa in una situazione mai vista.

STRANA RINUNCIA

Dopo anni di durissimi attacchi, l’11 febbraio 2013 Benedetto XVI annuncia la sua clamorosa “rinuncia”, sui cui motivi reali sono lecite molte domande (aveva iniziato il suo pontificato con una frase clamorosa: “Pregate per me, perché io non fugga per paura davanti ai lupi”).

Peraltro, a tre anni e mezzo di distanza, si è potuto appurare che non c’erano problemi di salute incombenti, né di lucidità.

La sua “rinuncia” fu formalizzata con una “declaratio”, in un latino un po’ sgangherato (quindi non scritto da lui) e senza richiamare – come sarebbe stato ovvio – il canone del Codice di diritto canonico che regola la stessa rinuncia al papato.

Una svista? Una scelta? Non si sa. In ogni caso la rinuncia al papato non era una novità assoluta. Ce ne sono state altre, in duemila anni, seppure molto rare. Quello che non c’è mai stato è un “papa emerito” perché tutti quelli che hanno lasciato sono tornati al loro status precedente.

Invece Benedetto, circa dieci giorni dopo la rinuncia, e prima dell’inizio della sede vacante, fece sapere – sconfessando anche il portavoce – che egli sarebbe diventato “papa emerito” e sarebbe rimasto in Vaticano.

UNO SCRITTO RISERVATO?

Tale inedita scelta non è stata accompagnata da un atto che la formalizzasse e definisse il “papato emerito” dal punto di vista canonistico e teologico.

E questo è molto strano. Così è rimasta indefinita una situazione delicatissima e dirompente. A meno che vi sia qualcosa di scritto che però è rimasto riservatissimo…

Del resto secondo gli addetti ai lavori la figura del “papato emerito” non c’entra nulla con l’episcopato emerito, istituito dopo il Concilio, in quanto l’episcopato è il terzo grado del sacramento dell’ordine e – quando un vescovo a 75 anni rinuncia alla giurisdizione su una diocesi – resta sempre vescovo (la Chiesa ha precisamente codificato in un atto ufficiale tutte le prerogative dell’episcopato emerito).

Il papato invece non è un quarto grado dell’ordine e i canonisti hanno sempre ritenuto che rinunciandovi si potesse tornare solo vescovi (così è stato per duemila anni).

Invece papa Ratzinger – uomo di raffinata dottrina – è “papa emerito” e ha conservato sia il nome Benedetto XVI che il titolo “Santo Padre” e pure le insegne pontificie nello stemma (cosa che ha stupito perché in Vaticano i simboli sono molto importanti).

Tutto questo non certo per vanità personale. Ratzinger è famoso per il contrario: ha sempre vissuto come un peso le cariche e fece di tutto per non essere eletto papa.

La domanda che dunque rimbalza, da tre anni, nei palazzi vaticani, è questa: si è dimesso davvero o – per ignote ragioni è ancora papa, sia pure in una forma inedita?

Ad alimentare il mistero c’è pure il discorso di commiato che egli fece nell’udienza del 27 febbraio 2013, nel quale – rievocando il suo “sì” all’ elezione, nel 2005 – disse che era “per sempre” e spiegò:

Il ‘sempre’ è anche un ‘per sempre’ – non c’è più un ritornare nel privato. La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, non revoca questo”.

Erano parole che avrebbero dovuto mettere tutti sul chi va là (si trattava di una rinuncia al solo “esercizio attivo” del minister petrino? Era plausibile?).

Ma, in quel febbraio-marzo 2013, tutti si guardarono bene dall’andare a chiedere al papa il perché della sua rinuncia, il senso di quelle sue parole del 27 febbraio e la definizione della carica di “papa emerito”.

DUE PAPI?

Lo stesso papa Francesco – eletto il 13 marzo 2013 – si trovò in una situazione inedita che poi lui contribuì a rendere ancora più enigmatica, fin dalla sera dell’elezione, perché si affacciò dalla loggia di San Pietro senza paramenti pontifici e definendosi sei volte “vescovo di Roma”, ma mai papa (oltretutto non ha messo il pallio – simbolo dell’incoronazione pontificia – nello stemma).

Come se non bastasse Francesco ha continuato a chiamare Joseph Ratzinger: “Sua Santità Benedetto XVI”.

Insomma c’era un papa regnante che non si definiva papa, ma vescovo e che poi chiamava papa colui che – stando all’ufficialità – non era più papa, ma era tornato vescovo. Un groviglio incomprensibile.

La Chiesa, per la prima volta nella storia, si trovava con due papi: a dirlo fu lo stesso Bergoglio, nel luglio 2013, sul volo che dal Brasile lo riportava in Italia.

In seguito qualcuno deve avergli spiegato che – per la divina costituzione della Chiesa – non possono esserci due papi contemporaneamente e allora ha ripiegato, nelle successive occasioni, sull’analogia con l’“episcopato emerito”. Ma anche lui sa che non c’è nessuna analogia, per le ragioni che ho detto sopra e perché non c’è nessun atto formale di istituzione del “papato emerito”.

IPOTESI

Qualche canonista ha cercato di decifrare – dal punto di vista giuridico e teologico – la nuova, inaudita situazione.

Stefano Violi, studiando la “declaratio” di papa Benedetto, conclude:

“(Benedetto XVI) dichiara di rinunciare al ‘ministerium’. Non al Papato, secondo il dettato della norma di Bonifacio VIII; non al ‘munus’ secondo il dettato del can. 332 § 2, ma al ‘ministerium’, o, come specificherà nella sua ultima udienza, all’‘esercizio attivo del ministero’…”.

Poi Violi prosegue:

“Il servizio alla chiesa continua con lo stesso amore e la stessa dedizione anche al di fuori dell’esercizio del potere. Oggetto della rinuncia irrevocabile infatti è l’ ‘executio muneris’ mediante l’azione e la parola (agendo et loquendo) non il ‘munus’ affidatogli una volta per sempre”.

Le conseguenze di un fatto simile però sarebbero dirompenti.

Un altro canonista, Valerio Gigliotti ha scritto che la situazione di Benedetto apre una nuova fase, che definisce “mistico-pastorale”, una “nuova configurazione dell’istituto” del Papato che “è attualmente al vaglio della riflessione canonistica”. Anche questo è dirompente.

LA BOMBA DI DON GEORG

Ieri poi, mons. Gaenswein, alla presentazione di un libro su Benedetto XVI, ha spiegato che il suo pontificato va letto a partire dalla sua battaglia contro “la dittatura del relativismo”.

Poi ha testualmente dichiarato:

“Dall’elezione del suo successore, Papa Francesco – il 13 marzo 2013 – non ci sono dunque due Papi, ma di fatto un ministero allargato con un membro attivo e uno contemplativo. Per questo, Benedetto non ha rinunciato né al suo nome né alla talare bianca. Per questo, l’appellativo corretto con il quale bisogna rivolgersi a lui è ancora ‘Santità’. Inoltre, egli non si è ritirato in un monastero isolato, ma all’interno del Vaticano, come se avesse fatto solo un passo di lato per fare spazio al suo Successore e a una nuova tappa della storia del Papato che egli, con quel passo, ha arricchito con la centralità della preghiera e della compassione posta nei Giardini vaticani”.

Si tratta di dichiarazioni esplosive, il cui significato è tutto da capire. Che vuol dire infatti che dal 13 marzo 2013 c’è “un ministero (petrino) allargato con un membro attivo e uno contemplativo”?

E dire che Benedetto ha fatto “solo” (sottolineo quel “solo”) un “passo di lato per fare spazio al Successore”? Addirittura parla di “una nuova tappa nella storia del Papato”.

E tutto questo – dice Gaenswein – fa capire perché Benedetto “non ha rinunciato né al suo nome né alla talare bianca” e perché “l’appellativo corretto con il quale bisogna rivolgersi a lui è ancora ‘Santità’”.

Una cosa è certa: è una situazione anomala e misteriosa. E c’è qualcosa di importante che non viene detto.

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Antonio Socci

Da “Libero”, 22 maggio 2016

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Twitter: @AntonioSocci1

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Friday 20 May 2016

Ma, caro padre Bergoglio, il Vangelo dice esattamente l’opposto di quanto dice lei… Così lei diventa “Lo principe d’i novi Farisei” (Inf. XXVII, 85)

aaaaa

La lettura del Vangelo di oggi era molto imbarazzante per colui che ha firmato l’ “Amoris laetitia”, perché è la pagina in cui Gesù proclama l’indissolubilità del matrimonio. Ecco infatti cosa dice:
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In quel tempo, Gesù, partito da Cafarnao, si recò nel territorio della Giudea e oltre il Giordano. La folla accorse di nuovo a lui e di nuovo egli l’ammaestrava, come era solito fare.
E avvicinatisi dei farisei, per metterlo alla prova, gli domandarono: «E’ lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?».
Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?».
Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di rimandarla».
Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma all’inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola. Sicché non sono più due, ma una sola carne. L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto».
Rientrati a casa, i discepoli lo interrogarono di nuovo su questo argomento. Ed egli disse: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio» (Mc 10, 1-12) 
.
Come lo ha commentato papa Bergoglio? Era immaginabile che si arrampicasse sugli specchi, ma non pensavo che arrivasse a capovolgere totalmente questa pagina evangelica e le parole di Gesù.
Infatti i farisei, in quel passo evangelico, hanno esattamente la posizione oggi vagheggiata da Bergoglio: sostengono una (errata) “misericordia”, predicano una “comprensione” che arriva a legittimare moralmente il ripudio e un secondo matrimonio.
Al contrario Gesù rientra nella categoria, sempre randellata da Bergoglio, dei “rigoristi”, dei “senza misericordia”, dei “dottrinari”, anzi è l’iniziatore di questa categoria, perché è Lui stesso che cancella la “misericordiosa” concessione di Mosè per proclamare l’indissolubilità del matrimonio.
Le sue parole sono esigentissime: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio».
Allora Bergoglio come commenta questa pagina? Ribaltando completamente le parti e il testo evangelico.
Lui (ormai è un’ossessione) identifica i farisei con coloro che – ai due Sinodi – si sono opposti alle sue innovazioni “misericordiose”. Infatti li definisce alla stessa maniera: un «piccolo gruppetto di teologi illuminati», convinti «di avere tutta la scienza e la saggezza del popolo di Dio», che ripetono continuamente “Non si può! Non si può!”.

Qui c’è la prima falsificazione perché – al contrario – i farisei ripetevano che “si può! si può!” dare l’atto di ripudio e risposarsi di nuovo. Era Gesù che diceva: “Non si può! Non si può!”

Ma Bergoglio cambia le carte in tavola. Certo, dice che – in effetti – Gesù proclama “la verità sul matrimonio” e “mai negozia sulla verità”, però distingue sempre tra la verità e la «debolezza umana».

E a questo punto arriva a far dire a Gesù l’esatto contrario di quanto si legge nel vangelo. Ecco le parole di Bergoglio:

“Gesù però è tanto misericordioso  è tanto grande che mai, mai, mai chiude la porta ai peccatori”. Lo si capisce quando domanda ai farisei: “Cosa vi ha comandato Mosè? Cosa vi ha ordinato Mosè?”. Quello rispondono che “Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio”. Ed “è vero, è vero”. Allora Gesù risponde così: “Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma”…

Ebbene “in questo riferimento a Mosè”, secondo Bergoglio, Gesù “lascia un po’ qualcosa per il perdono della gente che non è riuscita a portare avanti questo compromesso”. Del resto, anche “oggi, in questo mondo in cui viviamo, con questa cultura del provvisorio, questa realtà di peccato è tanto forte”.

Gesù, “ricordando Mosè, ci dice che c’è la durezza del cuore, c’è il peccato”. Ma “qualcosa si può fare: il perdono, la comprensione, l’accompagnamento, l’integrazione, il discernimento di questi casi”.
ORA: IN QUELLA PAGINA DEL VANGELO GESU’ NON ASSECONDA AFFATTO LA “CONCESSIONE” MOSAICA E NON PARLA MAI DEL “DISCERNIMENTO DI QUESTI CASI” A PROPOSITO DELL’INDISSOLUBILITA’ DEL MATRIMONIO.
GESU’ E’ CATEGORICO, AFFERMA IL COMANDAMENTO DI DIO: NON SI PUO’ MAI DIVORZIARE E RISPOSARSI CON UN’ALTRA PERSONA.
E’ INVECE BERGOGLIO CHE PARLA DI “DISCERNIMENTO DI QUESTI CASI”, E’ BERGOGLIO CHE SOSTIENE L’IDEA (CHE ERA LA STESSA DEI FARISEI ANTICHI) SECONDO CUI LA VERITA’ DEL MATRIMONIO E’ “ASTRATTA” E TROPPO ESIGENTE, PERCIO’ DEVE ESSERE POI, NEL CONCRETO, SOPPIANTATA DALLA VALUTAZIONE DELLA SITUAZIONE E DELLE ESIGENZE SOGGETTIVE DI CIASCUNO.

Questi sono i contenuti dell’Amoris laetitia! Con questo intervento Bergoglio chiarisce ancora meglio quello che ha fatto con questo documento: in sostanza par di capire che, in qualche modo, duemila anni dopo, Bergoglio torna a dar ragione ai farisei e torto a Gesù. Ripristinando la prassi mosaica.

SONO PROPRIO I FARISEI ANTICHI INFATTI A SOSTENERE – COME BERGOGLIO – CHE BISOGNA ESSERE “COMPRENSIVI” CON IL DIVORZIO E AMMETTERE IL SECONDO MATRIMONIO.
DUNQUE “LA CASISTICA” CHE BERGOGLIO IMPUTA AGLI ALTRI E’ TUTTA E SOLO SUA CHE INFATTI ORA HA INTRODOTTO ADDIRITTURA LA POSSIBILITA’ – CASO PER CASO – DI ACCEDERE ALLA COMUNIONE PER I DIVORZIATI RISPOSATI.
Invece Gesù, che è la Misericordia fatta carne, davvero Lui perdona sempre ogni peccatore pentito, ma invitandolo a non peccare più (a uscire dalla condizione di peccato). Lui perdona tutto, ma lo fa elevando il peccatore pentito all’altezza della Legge di Dio, non abbassando la Legge di Dio a suo uso e consumo. Lui non stravolge la verità per giustificare i peccati umani, ma divinizza il peccatore pentito lavando le sue colpe col proprio sangue. Lui insegna cosa è Bene e cosa è Male: non confonde mai il Bene con il Male.

Gesù, che è il vero amore e la vera comprensione, si preoccupa anzitutto della salvezza eterna delle anime (ha dato addirittura la vita per la nostra salvezza) e quindi richiama sempre alla verità e alla Legge di Dio, che è la sola via che porta in Paradiso.

Bergoglio – al contrario – non si occupa della salvezza eterna delle anime (provate a cercare questo tema nell’Amoris laetitia…). Lui si occupa del benessere terreno (con una sua anacronistica ideologia)…
Prima ha fatto un’enciclica sulla raccolta differenziata dell’immondizia e sulla salvaguardia delle biodiversità (sopravvivenza piccoli vermi e zanzare), ora una Esortazione apostolica che elogia l’erotismo (come se oggi ce ne fosse bisogno).
Dunque si trova in imbarazzo davanti a pagine del Vangelo come quella di oggi e, per questo, cerca di attribuire a Gesù la SUA personale idea. Finendo per ribaltare le parti fra Gesù e i farisei.

Bergoglio definisce, sprezzantemente, i farisei «teologi illuminati» che sarebbero chiusi nella trappola del «Si può? Non si può?» e quindi “incapaci sia di orizzonti grandi sia di amore per la debolezza umana”.

Ma è vero il contrario. Gesù non rimprovera affatto ai farisei di aver posto quella domanda e risponde assai volentieri spiegando cosa “si può” e cosa “non si può”. Gesù rimprovera loro proprio l’opposto di Bergoglio: Gesù cioè sostiene che essi sono “indulgenti” col peccato e hanno voluto cambiare la legge di Dio a proprio comodo.

Ecco dunque la surreale conclusione di Bergoglio: “Che Gesù ci insegni ad avere con il cuore una grande adesione alla verità e anche con il cuore una grande comprensione e accompagnamento a tutti i nostri fratelli che sono in difficoltà. E questo è un dono, questo lo insegna lo Spirito Santo, NON QUESTI DOTTORI ILLUMINATI, CHE PER INSEGNARCI HANNO BISOGNO DI RIDURRE LA PIENEZZA DI DIO A UNA EQUAZIONE CASISTICA”.
In realtà – come si è visto – è proprio Bergoglio che fa la “casistica” e la fa andando CONTRO le parole di Gesù e CONTRO ciò che lo Spirito Santo ha sempre insegnato alla Chiesa.
Quindi viene da concludere: “Medico cura te stesso”….. Da sottolineare che in questa pagina del Vangelo di Marco, Gesù – dopo – viene interrogato sull’argomento dai suoi apostoli e a loro ribadisce categoricamente qual è il comandamento di Dio sul matrimonio, perché NELLA SUA CHIESA sia chiaro per sempre!

Quindi è soprattutto ai successori degli apostoli che non è consentito disobbedire a queste parole del Signore, per tornare alle idee dei farisei.

E, a proposito di farisei, vengono in mente – COME MONITO PER BERGOGLIO – i versi che Dante – nella Divina Commedia – dedicò al papa del suo tempo, Bonifacio VIII, che destinò all’Inferno definendolo “Lo principe d’i novi Farisei” (Inf. XXVII, 85)…

 

Antonio Socci

Thursday 19 May 2016

L’INCREDIBILE ELOGIO FUNEBRE VATICANO A MARCO PANNELLA….

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Davvero sorpreso riporto questa dichiarazione di padre Federico Lombardi, “portavoce” di papa Bergoglio. Lombardi ha ritenuto di dover commentare la morte di Marco Pannella e di farlo così:

“Lo ricordo con STIMA E SIMPATIA, pensando che CI LASCIA UNA EREDITA’ UMANA E SPIRITUALE IMPORTANTE, di rapporti franchi, di espressione libera e di IMPEGNO civile e politico GENEROSO, per gli altri e IN PARTICOLARE PER I DEBOLI E I BISOGNOSI di solidarietà. Pannella è una persona con cui ci siamo trovati spesso in passato su posizioni discordanti, ma di cui non si poteva non apprezzare l’impegno totale e disinteressato PER NOBILI CAUSE“.

Non faccio commenti. Mi basta la sottolineatura (col maiuscolo) di quelle espressioni che molti cattolici oggi hanno trovato sconcertanti.
Premesso che – ovviamente – a ogni essere umano che muoia è dovuta la “pietas” e – da noi cristiani – è giusto aspettarsi anche la preghiera, c’era proprio bisogno di un commento del “portavoce del papa” e di un commento così fatto?
Non si dovrebbe osservare la saggia regola del silenzio (orante) almeno davanti alla morte, o almeno una certa sobrietà?
In Vaticano – al tempo dello spettacolo bergogliano – sono così tarantolati dallo stare sui media che non resistono alla tentazione di mettersi davanti ai microfoni nemmeno se si tratta della morte?
Verrebbe quasi da chiedersi perché Lombardi – se era tanto smanioso di stare “sulla notizia” – non ha commentato pure la morte di Lino Toffolo, scomparso oggi anche lui. O – se vogliamo stare alla cronaca – perché non ha commentato la tragedia dell’aereo egiziano caduto con 66 poveracci a bordo….
Il Vaticano chiacchierone che commenta la notizia del giorno è anche quello che da tre anni è ostinatamente muto sulla tragedia di Asia Bibi, povera martire cristiana!
Pannella ha elogiato Bergoglio per la sua sensibilità verso i carcerati, ma di certo non si trova traccia della sollecitudine di Bergoglio per i CARCERATI CRISTIANI, che marciscono in una lurida galera a causa della fede.
L’omaggio del Vaticano a Pannella è – a ben vedere – un omaggio allo spirito del tempo, un omaggio al mondo e alla mondanità. E la ragione è evidente.

Dice Lombardi che Pannella aveva “una grandissima ammirazione” per papa Bergoglio… Lo credo! Un papa che finalmente assesta duri colpi a quella Chiesa Cattolica che Pannella ha sempre combattuto, non poteva che entusiasmarlo. Per la stessa ragione entusiasma Scalfari…
Ma pare che in Vaticano non si chiedano perché tanti appassionati applausi arrivano a Bergoglio da tutti i nemici della Chiesa e della fede cattolica. Anzi, lo considerano un successo. In effetti lo è, ma per l’uomo Bergoglio. Il plauso del Mondo è un successo mondano suo, ma è un disastro per la Chiesa.
In Vaticano il plauso per Bergoglio è dunque diventato il criterio del Bene e del Male. I poveri cattolici che seguono la fede ricevuta e insegnata fino a Benedetto XVI, sono dei “dottrinari” e “farisei” che vanno bastonati ogni giorno da Bergoglio.
Pannella e Scalfari sono invece anime elette (e la Bonino e Napolitano – sempre secondo Bergoglio – sono gli italiani modello che dovremmo imitare).
A QUESTO PUNTO (QUANTOMENO PER LA CHIAREZZA) VIENE QUASI DA PREFERIRE PANNELLA, AVVERSARIO DICHIARATO DELLA CHIESA, A QUESTI CLERICALI CHE NON HANNO IL CORAGGIO DELLA VERITA’…
VIENE DA PREFERIRE L’OSTILITA’ DI UN NEMICO ESPLICITO COME PANNELLA CHE HA COMBATTUTO LA SUA DEVASTANTE BATTAGLIA LAICISTA A VISO APERTO, AL CLERICALISMO BERGOGLIANO CHE DEMOLISCE LA CHIESA DALL’INTERNO DANDO A INTENDERE CHE VUOLE MODERNIZZARLA; E’ PIU’ PERNICIOSO IL SECONDO!
IL PANNELLA CHE AVEVA L’ORGOGLIO DI QUELLA SUA TERRIBILE IDEOLOGIA ANTICATTOLICA, QUANTO MENO NON ERA UN “TIEPIDO” COME QUEI CATTOLICI CHE SI VERGOGNANO DELLA PROPRIA FEDE E ALLA FINE SI VERGOGNANO DI CRISTO. 

Antonio Socci

Thursday 19 May 2016 04:00

I quattro chiodi a cui Bergoglio appende il suo pensiero

Erano i suoi criteri guida fin dalla gioventù. E ora ispirano il suo modo di governare la Chiesa. Eccoli per la prima volta analizzati da un filosofo e missionario di frontiera

Wednesday 18 May 2016

Le parole di Negri su «Amoris laetitia»

Ho ascoltato la conferenza tenuta nei giorni scorsi dall’arcivescovo di Ferrara Luigi Negri al centro culturale Rosetum di Milano sull’esortazione post-sinodale «Amoris laetitia» di Papa Francesco.

Negri ha proposto un’ampia presentazione del documento. Al momento delle domande (siamo circa a un’ora e 11 minuti dall’inizio), uno dei presenti ha chiesto all’arcivescovo qualche spiegazione sulle note 336 e 351 dell’esortazione. La prima nota è quella che parla delle circostanze che in alcuni casi possono diminuire la responsabilità personale in situazioni di peccato. La seconda è quella che cita esplicitamente l’aiuto dei sacramenti. Il tema è quello delle famiglie ferite e delle persone che dopo il fallimento del loro matrimonio hanno formato delle nuove unioni, talvolta con nozze civili.

Negri ha innanzitutto precisato che il senso delle note, ciò che vogliono dire «è ciò che vi è scritto». Quindi ha aggiunto: «Ci sono delle realtà nelle quali la responsabilità subisce delle riduzioni». Nell’accompagnare le persone ci sono dunque casi nei quali si possono «assumere atteggiamenti di maggior comprensione e di maggiore accoglienza». L’arcivescovo di Ferrara ha aggiunto: «Guai però a dire che non c’è responsabilità perché se non ci fosse responsabilità nel male, Dio non sarebbe misericordia», perché non ci sarebbe nulla da perdonare. «Sulla seconda nota: tirare da questo come conseguenza il fatto che si può o si deve dare l’eucaristia a tutti quelli che la chiedono, è indebito».

«È giusto – ha riconosciuto Negri – richiamare i pastori al fatto che la pastorale ha una serie di strumenti che possono aiutare il cammino della fede. Questo il Papa non lo dice, lo dico io: l’eucaristia non è un diritto, ma può essere un aiuto che in certe situazioni potrebbe essere anche dato, con certe attenuanti e condizioni di discrezione e riservatezza, ma per aiutare la fede, non come qualcosa da ottenere in base a un diritto».

Sono parole che lasciano trasparire come «Amoris laetitia», con il suo capitolo sul discernimento, offra spunti e strumenti che si inseriscono in prassi già in atto nel rapporto con il confessore. Mi sembra che l’arcivescovo di Ferrara non abbia dunque escluso che anche in situazioni «irregolari» si possa arrivare a dare i sacramenti – assoluzione ed eucaristia – a certe condizioni e con certe precauzioni: ha citato ad esempio la discrezione e la riservatezza. Senza però che nessuno possa accampare diritti o avanzare pretese in proposito. E senza che queste situazioni particolari vengano codificate in modo casuistico.

Non esiste e non può esistere un «diritto» alla comunione, magari richiesta con spirito rivendicativo da chi frequenta poco o nulla la Chiesa. Esistono invece situazioni oggettive, esiste la responsabilità, esistono circostanze attenuanti che possono ridurre sensibilmente queste responsabilità, esistono storie individuali diversissime ed esistono cammini di fede: un vescovo, un parroco che sanno essere pastori attuano un discernimento. Accompagnano in un cammino. Che in alcuni casi particolari non esclude la possibilità di giungere anche ai sacramenti. Questo almeno mi sembra di aver capito dalla risposta dell’arcivescovo di Ferrara, senza volerlo in alcun modo tirare per la tonaca.

Monday 16 May 2016

Francesco: "Io posso dire: sì. Punto"

È così che il papa ha risposto alla domanda se è cambiato qualcosa rispetto alla disciplina precedente sulla comunione ai divorziati risposati. Un teologo domenicano spiega qual è questa novità. Ma come sarà messa in pratica?

Friday 13 May 2016

Sì, no, non so, fate voi. Il magistero liquido di papa Francesco

Non dice mai tutto ciò che ha in mente, lo lascia solo indovinare. Consente che si rimetta tutto in discussione. Così ogni cosa diventa opinabile, in una Chiesa dove ciascuno fa ciò che vuole

Wednesday 11 May 2016

Esercizi di lettura. La "Amoris laetitia" del cardinale Müller

In un monumentale discorso in Spagna, il prefetto della dottrina della fede riconduce l'esortazione postsinodale nell'alveo della disciplina precedente della Chiesa. Troppo tardi. Perché ormai Francesco l'ha scritta in modo da far capire il contrario

Tuesday 10 May 2016

Lo Spirito Santo protagonista della Missione

Ges aveva promesso agli Apostoli che avrebbe mandato lo Spirito Santo: Non vi lascer soli,vi mander lo Spirito Santo. Io sar con voi tutti i giorni, fino alla fine dei tempi. Pochi giorni dopo lAscensione, gli Apostoli erano nel Cenacolo con Maria per paura dei giudei, l...

Sunday 08 May 2016

Francesco, papa. Più infallibile di lui non c'è nessuno

Si mostra disposto a ridiscutere il dogma dell'infallibilità. Ma in realtà accentra in sé la pienezza dei poteri molto più dei suoi ultimi predecessori. Ed agisce come un monarca assoluto

Thursday 05 May 2016

Istruzioni per non perdere la strada, nel labirinto di "Amoris lætitia"

Volutamente scritta in forma vaga, l'esortazione postsinodale consente due vie d'uscita opposte. Un teologo domenicano indica qui quella giusta. Come in un piccolo catechismo, ad uso dei parroci e dei fedeli

Tuesday 26 April 2016

“Perché non possiamo non dirci cristiani”

Il continuo e consistente afflusso di migranti verso lEuropa sta mettendo in crisi la politica (e non solo) dellUnione Europea:
– se spalanchiamo le porte per accettare tutti quelli che vogliono venire, ben presto saremo costretti a chiuderci in difesa della nostra sopr...

Sunday 17 April 2016

Luigi Soletta: in Giappone il sole splende a mezzanotte

I missionari gettano ponti di comprensione fra i popoli. Padre Luigi Soletta si dedicato al dialogo interreligioso. In 40 anni di missione ha approfondito la conoscenza del buddismo giapponese, lo Zen, diventando un personaggio famoso in Giappone.

Il 4 aprile scorso morto al...

Tuesday 12 April 2016

Non c’è più magistero

Il cardinale Raymond Leo Burke, Patrono dell’Ordine di Malta, ha affermato che l’esortazione post-sinodale «Amoris Laetitia» di Francesco non è un documento magisteriale, ma una semplice riflessione del Papa. Null’altro che un punto di vista, insomma.

Parole sorprendenti, che lasciano aperte molte domande. Il porporato, infatti, non ha parlato di «magistero infallibile», ma semplicemente di «magistero» e basta. Ora, dire che un’esortazione apostolica firmata dal Papa al termine di due Sinodi ai quali hanno preso parte vescovi provenienti da tutto il mondo rappresenti null’altro che l’opinione personale del Pontefice, una semplice raccolta di suoi pensieri, è un’affermazione destinata a far discutere.

Se infatti finisce per essere magistero solo quello «infallibile», cioè definito ex cathedra, se quello che viene considerato magistero ordinario in realtà non è più magistero (e chiunque può decidere se lo sia o no), bisogna allora concludere che neanche l’enciclica «Humanae vitae» è magistero, e che non lo è neppure la «Familiaris consortio» di san Giovanni Paolo II. Tutti testi da leggere con un certo qual rispetto, sicuramente, ma nulla più: tutti punti di vista che i Papi hanno presentato, senza volerli «imporre» a nessuno.

Sarebbe interessante poi rispondere anche alla domanda su chi ha titolo per «interpretare» correttamente i documenti che secondo il cardinale Burke sarebbero «non magisteriali».

Tuesday 12 April 2016 12:14

Il progetto di Francesco arriva negli Stati Uniti

La copertina dell'edizione inglese de "Il progetto di Francesco"

La copertina dell’edizione inglese de “Il progetto di Francesco”

Quando nel febbraio del 2014 uscì “Il progetto di Francesco”, un mio libro con padre Victor Manuel Fernandez, teologo argentino amico di Jorge Mario Bergoglio e in qualche misura suo “consulente” teologico, non sapevo quale strada avrebbe percorso.

Soprattutto non immaginavo che, dopo le edizioni in spagnolo, francese, portoghese e polacco, sarebbe arrivata anche un’edizione in lingua inglese per l’americana Paulist Press. È un bel risultato per un libro certamente di nicchia, ma ritengo ancora utile per comprendere nel profondo un Papa preso dai cardinali – così disse lo stesso Francesco affacciandosi alla loggia centrale della basilica vaticana la sera del 13 marzo 2013 – quasi alla fine del mondo.

Ripropongo qui la prefazione del libro, dove spiego perché, poco tempo dopo l’elezione, cercai di mettermi in contattto con Fernandez, fino alla decisione di recarmi a Buenos Aires e scrivere con lui un libro. Buona lettura.

13 marzo 2013. Verso dove Francesco vuole portare la Chiesa? È la domanda che mi sono fatto nei primi giorni di pontificato di Jorge Mario Bergoglio. E dovendo, da cronista, raccontare il pontificato in corso, è la domanda che ho posto fin dalla chiusura del conclave a tutte le persone che per lavoro ho incontrato o sentito. «Voi sapete che il dovere del conclave era di dare un vescovo a Roma e sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo alla fine del mondo… ma siamo qui», ha detto papa Francesco, affacciandosi la sera dell’elezione alla loggia centrale della basilica vaticana. Mi sono chiesto: cosa significa avere un papa che viene dalla fine del mondo? Cosa porterà alla Chiesa? E, soprattutto, dove la porterà?

Giorni dopo l’elezione, ho chiamato un amico vescovo. Avevo intenzione di svolgere un’inchiesta fra i gesuiti e gli ho chiesto il suo parere sulle domande da porre e, in particolare, sul nuovo papa. Mi ha risposto: «Hai letto Il cielo e la terra, il libro che Bergoglio ha scritto con il rabbino Abraham Skorka? Per me sono stati illuminanti i capitoli in cui i due affrontano i temi cosiddetti eticamente sensibili, il matrimonio fra uomo e donna, l’aborto, l’eutanasia ecc. Leggendoli, mi sembra di aver capito che per Bergoglio prima dei princìpi e della loro difesa viene il kerygma, ovvero l’annuncio della buona notizia che è il Vangelo. Mi sembra che questo sia il tratto principale del nuovo papa: i princìpi esistono e non si negano, ma prima occorre annunciare che il Vangelo è amore, misericordia, abbraccio. Insistere troppo sui princìpi non serve e può essere controproducente».

19 settembre 2013. È mattina. Mi trovo a Firenze e squilla il telefono. Mi avvisano che sta per uscire una lunga intervista concessa dal papa a padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica. Mi faccio mandare il testo. Gli spunti sono innumerevoli, ma resto colpito più che altro da un passaggio.

Il papa dice: «Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione». E ancora: «Gli insegnamenti, tanto dogmatici quanto morali, non sono tutti equivalenti. Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L’annuncio di tipo missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus. Dobbiamo quindi trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l’edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte, di perdere la freschezza e il profumo del Vangelo. La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. È da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali».

Sono parole per me illuminanti. Perché confermano che la prima intuizione suggeritami dall’amico vescovo sembra giusta: Francesco mostra di volere una Chiesa che abbraccia e che non esclude. E ritiene che insistere troppo, quasi ossessivamente, sui princìpi, sia una tattica non consonante con il messaggio evangelico. Beninteso, anche i suoi predecessori volevano una Chiesa siffatta. Ma in Francesco questa sottolineatura pare più accentuata.

21 ottobre 2013. Su Repubblica pubblico una pagina d’intervista a Víctor Manuel Fernández, rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina, una delle prime nomine episcopali di Francesco, elevato nel maggio 2013 alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, ha un rapporto di fiducia con il papa che vede in lui un valido consulente. Non a caso fu lui, nel 2007, alla V Conferenza dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida (San Paolo), ad aiutare Bergoglio a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro papa. Pochi come Fernández, dunque, possono aiutare a capire chi sia Francesco e verso dove egli vuole che la Chiesa vada.

Così, a inizio ottobre, lo chiamo a Buenos Aires. Mi risponde una voce cordiale. Gli spiego il mio interesse per il papa, il desiderio di conoscere la sua figura in profondità, le caratteristiche della «sua» Chiesa. Acconsente a che gli invii alcune domande, senza però garantirmi che mi risponderà.

Invece, dopo qualche giorno, mi risponde. Non elude nessuna domanda e a quella per me più importante, ovvero se a suo avviso si può dire che Francesco sia il papa che privilegia la misericordia ai princìpi, risponde così: «L’annuncio del cuore del Vangelo prima d’ogni altra cosa è una caratteristica importante di Francesco, ma è da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Il papa pensa che una Chiesa che vuole uscire da sé stessa e raggiungere tutti debba necessariamente adattare il suo modo di predicare. Soprattutto, egli applica un criterio proposto dal Concilio Vaticano II ma spesso dimenticato e trascurato: la “gerarchia delle verità”.

Francesco ci invita a riconoscere che spesso i precetti della dottrina morale della Chiesa vengono proposti fuori dal contesto che dà loro significato. Il problema maggiore si ha quando il messaggio che la Chiesa annuncia si identifica soltanto con questi aspetti che tuttavia non manifestano per intero il cuore del messaggio di Gesù Cristo…».

E ancora: «Ci deve essere una proporzione adeguata soprattutto nella frequenza con la quale alcuni argomenti o accenti vengono inseriti nella predicazione. Per esempio, se un parroco lungo l’anno liturgico parla dieci volte di morale sessuale e soltanto due o tre volte dell’amore fraterno o della giustizia, vi è una sproporzione. Ugualmente se parla spesso contro il matrimonio fra omosessuali e poco della bellezza del matrimonio. Oppure se parla più della legge che della grazia, più della Chiesa che di Gesù Cristo, più del papa che della parola di Dio».

L’intervista esce su Repubblica il 21 ottobre. L’occasione ci fa conoscere meglio e mi porta a fargli una seconda richiesta: perché non pubblichiamo insieme un libro-conversazione tutto dedicato a Francesco, o meglio al suo «programma»? Con mia grande gioia padre Fernández acconsente una seconda volta. Insieme decidiamo di usare l’esortazione apostolica Evangelii gaudium (EG) come base sulla quale lavorare, avendo ben presente che è stato lo stesso papa a dire che il documento ha un «senso programmatico».

E il risultato, dopo il tempo trascorso assieme a Buenos Aires e un’intensa corrispondenza epistolare, sono le pagine di questo libro, un testo che spero risulti utile per chi vuole comprendere fino in fondo la sfida che il papa venuto «dalla fine del mondo» vuole porre alla Chiesa e, insieme, anche a chi è lontano da una vita di fede.

Evangelii gaudium è un programma di pontificato ampio e accurato. L’esortazione apostolica, infatti, firmata dal papa il 24 novembre 2013, festa di Cristo Re dell’universo, formalmente sarebbe dovuta essere «post-sinodale», ovvero semplicemente un approfondimento delle proposizioni che il Sinodo dei vescovi, svoltosi in Vaticano nel 2012 e dedicato alla nuova evangelizzazione, aveva prodotto. In realtà il documento volutamente non riporta la dizione «post-sinodale», proprio perché è, e vuol essere, molto di più, un testo appunto programmatico. E così, partendo da Evangelii gaudium, è stato per noi semplice ampliare l’orizzonte su un papa così soprendente.

Evangelii gaudium, ovvero la gioia del Vangelo. Sembra essere questa, anzitutto, la direzione. Portare la Chiesa a prendere consapevolezza che il cristianesimo è gioia perché annuncia che Dio è con noi. Una delle azioni maggiormente richieste dal papa è la necessità di «uscire fuori». Uscire dalle proprie convinzioni, comodità, privilegi, idee, per portare il Vangelo di Cristo a tutti senza pregiudizi né preclusioni. Uscire, cambiare, dunque, ripensando daccapo l’intera vita di fede. Il papa non manca di indicare nello specifico alcune riforme e alcuni cambiamenti, esortando «tutti ad applicare con generosità e coraggio gli orientamenti di questo documento, senza divieti né paure». Non è più il tempo della ritrosia. Francesco vuole che tutti, a cominciare dai semplici fedeli, abbandonino «il comodo criterio del “si è fatto sempre così”». Dice: «Invito tutti ad essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità».

Questo libro, dunque, nasce anche dallo stupore per questo testo papale, una vera e propria enciclica, secondo quanto hanno scritto diversi osservatori. Stupore per un papa che decide di mettere per iscritto un programma esigente anche verso sé stesso e la propria persona: «Dal momento che sono chiamato a vivere quanto chiedo agli altri, devo anche pensare a una conversione del papato». Il cantiere che papa Francesco ha aperto con Evangelii gaudium è ampio e può far venire le vertigini. «Tuttavia – scrive Francesco – non c’è maggiore libertà che quella di lasciarci portare dallo Spirito, rinunciando a calcolare tutto, e permettere che Egli ci illumini, ci guidi, ci orienti, ci spinga dove Lui desidera».

Thursday 07 April 2016

La sapienza dello scriba si deve alle sue ore di quiete

Indro Montanelli

Il mio prossimo libro esce a settembre. C’ho lavorato tre anni: mandavo le bozze alla casa editrice che, puntualmente, me le mandava indietro.

Semplifica, taglia, accorcia, mi dicevano. E avevano ragione. Ma che fatica. Eppure, se potessi tornare indietro anche io, farei il medesimo lavoro con tutti gli altri libri che ho scritto. Alcuni, anzi, non li scriverei nemmeno più. Ero inesperto, anche giovane, e il demone della frenesia mi possedeva.

Dovevo scrivere, pubblicare, fare. Complice questo strano lavoro che è il giornalismo che tutti i maledetti giorni esige cose, cose e ancora cose… ero sempre spinto a dare qualcosa. Che stupido che ero. Non avevo ancora capito che aveva ragione il Siracide: «La sapienza dello scriba si deve alle sue ore di quiete; chi ha poca attività diventerà saggio».

L’ho compreso soltanto adesso. Ma non mi condanno per questo. Non posso condannarmi per ciò che ero. Sarebbe ingiusto. Posso solo ringraziare per ciò che sono ora. E molto, di ciò che sono, lo devo alla casa editrice che mi ha seguito, direi plasmato, in questi tre anni: riscrivi, rifai, accorcia, semplifica, mi hanno detto. Non c’è fretta. C’è tempo. Il tempo della giusta maturazione.

E ho obbedito. Uscirà a settembre. Dopo tre anni. Per me è un nuovo inizio.

Thursday 07 April 2016 10:14

Ana Maria Berti, artista amica del Papa, racconta: «Quando la Vergine che scioglie i nodi colpì l’anima di Bergoglio…»

La Madonna che scioglie i nodi custodita nella chiesa di San José del Talar a Buenos Aires

La Madonna che scioglie i nodi custodita nella chiesa di San José del Talar a Buenos Aires

Due anni fa trascorsi del tempo a Buenos Aires per incontrare padre Victor Manuel Fernandez col quale scrissi “Il progetto di Francesco”.

Girai un po’ per la città e conobbi alcuni amici di Jorge Mario Bergoglio. Fra questi, Ana Maria Berti, artista e pittrice locale, che anni fa, conoscendo la devozione del futuro Papa per la “Knotenloeserin”, e cioè per la Vergine che scioglie i nodi, ne dipinse una riproduzione del quadro originale tedesco e la donò alla parrocchia di San Josè del Talar.

L’8 dicembre del 2011 Bergoglio visitò la parrocchia e sottolineò che la rappresentazione della Madonna illustra il fatto che «Dio, il quale distribuisce la sua Grazia a tutti i suoi figli, vuole che noi ci fidiamo di Lei, che le affidiamo i nodi dei nostri peccati per fare sì che Lei ci avvicini a suo figlio Gesù».

L’immagine, attribuita al pittore settecentesco Johann Georg Melchior Schmidtner, si trova nella chiesa di St. Peter am Perlach ad Augusta, nel Sud della Baviera, e rappresenta la Madonna che scioglie i nodi di un lungo nastro che le è offerto da angeli che si trovano alla destra del quadro, mentre altri angeli a sinistra raccolgono il tessuto ormai liscio.

Il sacerdote Bergoglio, in Germania per motivi di studio, fu colpito da quest’allegoria del ruolo di mediatrice della madre di Gesù e decise così di portarla con sé a Buenos Aires, dove iniziò a distribuirla a sacerdoti e fedeli.

Ad Ana Maria ho chiesto di raccontarmi un po’ del suo rapporto con Bergoglio e dell’idea di dipingere la “Knotenloeserin.

Come ha conosciuto il dipinto della Madonna che scioglie i nodi?
«Ho conosciuto la Madonna da una piccola immagine portata da Bergoglio a Buenos Aires da Ausgurg, Germania, dove si trova l’originale».

Perché ha deciso di riprodurlo?
«Me l’hanno chiesto all’Università del Salvatore, a Buenos Aires, in occasione dell’inaugurazione della cappella della stessa Università».

Quante riproduzioni ha fatto e dove sono ora?
«Ne ho riprodotte cinque. La prima si trova come ho detto nella cappella dell’Università del Salvatore a Buenos Aires; la seconda, nella chiesa San Guiseppe del Talar, a Buenos Aires, dove si venera; la terza, nella cappella della Casa del Governo a Buenos Aires; la quarta nel Rettorato della Lumsa di Roma; e la quinta a Santa Marta, dove abita papa Francesco».

Perché, secondo Lei, Bergoglio è così affezionato a questo quadro?
«Questa domanda dovrebbe essere fatta a lui, ma mi prendo il rischio di dare un’interpretazione della probabile ragione per la quale egli ha avuto l’ispirazione di portare l’immagine a Buenos Aires. Penso che il messaggio della composizione del quadro sia molto forte. Si vede Maria che lavora per noi, sciogliendo i nodi in riferimento ai problemi della nostra vita. Con certezza questa immagine ha colpito nell’anima Bergoglio che ha voluto farla conoscere nel suo Paese senza pensare che da Buenos Aires si sarebbe diffusa in tutto il mondo».

Da quanto tempo conosce Bergoglio?
«Da quarant’anni! Allora eravamo molto giovani».

Si aspettava la sua elezione?
«Tutti noi pensavamo che davvero egli meritasse d’essere eletto. Ma pensavamo anche che l’elezione di un Papa non nato in Italia sarebbe stata molto difficile, nonostante egli sia italiano essendo figlio di italiani».

Cosa ha provato la sera dell’elezione?
«Un’enorme emozione e gioia! Quando egli è apparso al balcone tutti piangevamo per l’emozione e la gioia, mentre il nostro cuore batteva forte nel petto. Tutte le campane di Buenos Aires suonavano insieme e tutte le macchine che c’erano nelle strade suonavano i clacson. In questa miscela di sensazioni, nel fondo dal cuore, c’era una certa nostalgia perché già sapevamo che non avremmo più sentito la sua voce, i suoi consigli, il suo aiuto e la sua cara presenza vicina a noi. Pensavamo che era già diventato vescovo di Roma, tanto caro ma tanto lontano da noi. Ma lo Spirito Santo è lo spirito di Dio e, con suoi progetti e misteri, ha l’ultima parola».

Dopo l’elezione ha più sentito Bergoglio?
«Seguiamo da qui tutte le sue attività, le sue parole, e suoi viaggi attraverso la televisione, e sui giornali. Le domeniche lo guardiamo in piazza San Pietro per l’Angelus. Anche lui, a volte, ha l’infinita gentilezza e delicatezza di dedicarci alcuni minuti attraverso delle brevi telefonate, in alcune occasioni molto speciali. Noi lo ringraziamo di cuore perché capiamo che adesso veramente non ha più tempo libero, attento com’è ai problemi di Roma e del mondo. Non si può chiedere di più a quest’uomo che mette l’anima e tutto l’amore possibile in tutto ciò che fa».

Maria che scioglie i nodi è stata dipinta da Johann Georg Schmidlher. Il suo dipinto è venerato nella Chiesa di San Peter Am Perlach ad Asburgo in Germania dal 1700.
Oggi è conservata nel Santuario di “St. Peter am Perlach”, Rathausplatz, 86159, Augsburg, Germania.

Qui si può trovare la storia del dipinto:
La storia del dipinto

Thursday 07 April 2016 10:13

La felicità dipende da noi, e non da Dio. L’attualità di un’esperienza mistica non pienamente ascoltata

Angela Volpini durante un'apparizione

Angela Volpini durante un’apparizione

Il libro più interessante che ho letto negli ultimi tempi è “Visione mistica”, un dialogo fra Raimon Panikkar e Angela Volpini (Jaka Book). Dopo averlo letto viene da chiedersi come sia possibile che l’esperienza mistica della Volpini sia così poco dibattuta nella Chiesa, come sia possibile che il messaggio affidatole da Maria sia – non del tutto ma in parte sì – caduto nell’oblio.

Ma andiamo con ordine. Chi è Angela Volpini?

Come è riportato sul suo sito (angelavolpini.it), Angela è la protagonista di un’esperienza mistica straordinaria, avvenuta dal ’47 al ’56, che ancora bambina la catapultò al centro della cronaca e dell’attenzione di tantissime persone. Angela si distingue nettamente da ogni altra persona che ha vissuto analoghe esperienze di apparizioni della Madonna, per il coraggio e la capacità di rielaborare questa sua esperienza in un pensiero la cui peculiarità principale è quella di aiutare l’uomo a rendersi consapevole delle sue infinite possibilità di sviluppo, e a riconoscere la felicità nella qualità della relazione con gli altri: «È cambiando la concezione del sacro e del divino che l’uomo può cambiare il modo stesso di guardare al mondo e alla sua vita».

Questa differenza la si nota nettamente quando si va in visita a Casanova Staffora, in provincia di Pavia, il piccolo paese dove tuttora vive e dove le apparse Maria. Qui non si trovano santuari stile Lourdes o Medjugorje. Anche perché la gente che qui arriva, se ciò che cerca sono miracoli o manifestazioni esteriori del sacro resterà delusa. La strada che qui Maria ha insegnato è un’altra: la via per raggiungere la felicità sulla terra è dentro l’uomo. Egli è desiderio di bene e di infinito. Solo se accetta il fatto che questo desiderio che ha dentro sia la strada della sua felicità la sua vita si compie. Maria, del resto, così ha fatto: ha seguito il suo desiderio di amore ed è diventata la madre di Dio. Come lei possiamo essere tutti se siamo fedeli al nostro – e sottolineo nostro – desiderio. Dio vuole soltanto che il nostro desiderio si compia ed egli nulla può senza la nostra libertà e creatività. La felicità, insomma, dipende da noi e non da Dio.

Tutto per Angela inizia all’età di sette anni, il 4 giugno del 1947. Racconta: «Mi trovavo con dei miei coetanei a pascolare le mucche nei pascoli del Bocco, una località distante circa mezz’ora dal paese. Ero seduta sull’erba a confezionare dei mazzetti di fiori quando all’improvviso sentii una persona prendermi sotto le braccia, da dietro, e sollevarmi come per prendermi in braccio. Mi girai, convinta di trovarmi viso a viso con mia zia, ed invece mi trovai di fronte un volto di donna bellissimo, dolcissimo e sconosciuto. Mi distanziai per vedere meglio quel volto: era proprio il viso di una donna sconosciuta e di una bellezza mai vista. Non avevo mai neanche immaginato una bellezza e dolcezza simile».

La prima cosa che balza agli occhi da questo racconto è il corpo: Maria fa sentire ad Angela il suo corpo. Racconta: «Quando si è visto quel corpo non si può più sopportare che un corpo venga ferito, umiliato o assassinato. In ogni più piccolo uomo vedi la sua possibile gloria, e non ci sono più buoni o cattivi, perché tutti sono chiamati all’amore».

In sostanza, nel corpo trasfigurato di Maria così come le appare, Angela vede tutti gli esseri umani: ogni uomo – questo il messaggio che Maria le affida – può essere come lei, può diventare ciò che lei è diventata. Non c’è preferenza, non ci sono privilegiati. Tutti possono trasfigurarsi se sono fedeli al proprio, unico e personale, desiderio di amore. Cosa ha fatto Maria che noi invece non riusciamo a fare? Ha creduto che il suo desiderio di amore poteva realizzarsi. Ha creduto che davvero poteva diventare la madre di Dio. Ha creduto e ha voluto.

Spiega ancora Angela: «Durante le apparizioni, vedevo e leggevo in Maria il mio desiderio di pienezza, di amore infinito, e che questo era il desiderio che hanno tutti gli esseri umani nella loro esistenza. Maria è stata Maria precisamente perché ha messo questo desiderio alla base della sua esistenza. Ed è stata sempre fedele a questo suo desiderio d’amore. Fedele sino al punto di rompere con la legge esterna, con la visione esterna di Dio, per recuperarla dentro di sé, dentro questo desiderio, che è desiderio di amore. Ha potuto conoscere Dio com’è veramente: amore. Questo processo che Maria ha vissuto, e che mi ha fatto conoscere come il suo processo di umanizzazione, me lo ha fatto vedere come il nostro possibile. Lo stesso desiderio è presente in noi, e se anche saremo fedeli a questo desiderio potremo giungere alla nostra pienezza umana».

Questo mi sembra un punto centrale nella visione avuta da Angela: la felicità non viene da un Dio esterno che ci obbliga a una data strada piuttosto che a un’altra. Dio è amore e dunque è il nostro desiderio di amore che dobbiamo cercare di realizzare per essere davvero in sintonia con lui. Egli non ci impone nulla, desidera soltanto che noi coi nostri desideri e le nostre aspirazioni ci realizziamo. Siamo liberi di provarci, almeno. Liberi di dire di sì al nostro desiderio, e non a tutto il resto.

Angela dice anche che all’inizio ha avuto paura: «Paura della scoperta di lei, perché era il nuovo assoluto. Ho cercato di vincere la paura e di esplorare il nuovo che mi veniva offerto». Cos’è questo nuovo? Lo ripeto ancora una volta lasciando parlare Angela: «Dopo che Maria mi ha messo a terra, iniziò a parlare. Mi ha detto: “Sono venuta a insegnarvi la via della felicità sulla terra”. Con queste parole ha trasformato, capovolgendola, la piccola visione che io, bambina di sette anni, potevo avere: che il cielo e lo spirito sono la perfezione, ma non la terra e il corpo. In quella visione, capivo che ciò che stavo vedendo era la mia stessa realtà: il mio corpo, tutta me stessa, compreso il mio corpo, tutta la terra e tutto il cosmo formava la pienezza. Che il cielo era solo una parentesi, contrariamente a quello che intendiamo. Questo mi impressionò molto».

E ancora: «Attraverso Maria ho avuto una visione diversa. Lei non è come ce la mostra la Chiesa, ma una persona molto attiva. Mi dispiace se questo scandalizza qualcuno, però il progetto di Dio e l’Incarnazione sono un desiderio esplicito che Lei ha ottenuto di realizzare. E non perché fosse “lei”. Tuto quello che è nel progetto di Dio si compie anche se “noi” lo vogliamo… Credo che Maria abbia fatto un lavoro creativo su di sé. Ha detto sì al suo desiderio, a “se stessa”, non a “qualcosa”. Ma per dire di sì a se stessa deve avere avuto un grande coraggio».

In questo video Angela spiega meglio di come non abbia fatto io in questa sintesi cosa significhi che la felicità è nelle nostre mani, dipenda solo da una nostra scelta. Dio, Maria, ci sostengono e aiutano, ma la scelta è la nostra.

Monday 04 April 2016

Qual è il segreto della vita cristiana?

La preghiera non una semplice invocazione per chiedere grazie. Se autentica, deve cambiare la vita di chi prega e portarlo a fare la volont di Dio. Gli esempi di Papa Francesco, le Suore di Madre Teresa e il dott. Marcello Candia.

 

Una volta, ...

Tuesday 29 March 2016

A proposito di presenza e di “nemici”

Uno dei rischi che corre certo cattolicesimo contemporaneo è quello di credere di essere “rilevanti” perché si hanno dei “nemici”. Mi hanno colpito a questo proposito queste parole del Papa alle Acli:

“Con letizia voi oggi dite: noi abbiamo progredito nella nostra via. Noi siamo là, non solo, ma così che nessuno, amico o avversario, ci può ignorare; noi rappresentiamo qualche cosa; tutti devono fare i conti con noi. È vero. La nostra gioia e la nostra soddisfazione non è minore della vostra, specialmente quando pensiamo come questi felici risultati sono stati ottenuti in breve tempo e sempre in concorrenza con avversari implacabili, che spesso avevano occupato il terreno prima di voi”.

“Tuttavia sarebbe un modo di giudicare superficiale, esteriore e, per così dire, puramente sportivo, se voi consideraste il cammino percorso soltanto da quell’aspetto. Le associazioni cattoliche dei lavoratori non sono là, unicamente perché là è l’avversario. Chi lo affermasse, falserebbe la verità storica, misconoscerebbe completamente l’impulso proprio della Chiesa e dei cristiani degni di questo nome per l’azione sociale. Questo impulso non viene loro dal di fuori; non la paura della rivoluzione, né del sollevamento delle masse li spinge al lavoro per il popolo. No. L’amore fa battere il loro cuore, quello stesso amore che faceva battere il cuore di Cristo, e ispira loro la sollecitudine per la difesa e il rispetto della dignità del lavoratore moderno e lo zelo attivo per metterlo in condizioni di vita materiali e sociali in armonia con tale dignità”.*

Ecco, non volontà di contrapposizione o compiacimento per l’avere avversari e nemici a cui controbattere con le rime alzando la voce nei talk show. Non l’evocazione di clima da “persecuzione” per i cristiani anche in Occidente (quasi una bestemmia verso i cristiani davvero perseguitati). Ma l’amore che fa battere il cuore di Cristo. Se c’è questo amore la fede non si trasforma in ideologia: quando agisce o quando parla, il cristiano con questo cuore comunica la verità dello sguardo misericordioso di Dio nel mondo.

* Discorso di Pio XII alle Acli, 29 giugno 1948

Monday 21 March 2016

Auguri di risorgere con Cristo

Piero Gheddo augura una Buona Pasqua missionaria

 

Mancano pochi giorni alla Pasqua, la festa della nostra fede. Noi siamo cristiani, discepoli di Cristo perch Lui risorto dalla morte. Se Cristo non fosse risorto, dice san...

Sunday 20 March 2016

Costruì la chiesa dove Bergoglio scoprì la sua vocazione. Storia di don Feliciano De Vita, prete campano che amava la Vergine della Misericordia

San José de Flores

San José de Flores a Buenos Aires

Quello che tutti sanno è che Jorge Mario Bergoglio, secondo quanto ha raccontato lui stesso in un documento scritto in risposta a una promessa fatta al salesiano Cayetano Bruno – “Storia di una vocazione” è il titolo che l’Osservatore Romano, il 23 dicembre del 2013, ha dato alla pubblicazione del testo – deve la sua vocazione sia a Enrique Pozzoli, il salesiano di origini italiane che lo battezzò il 25 dicembre 1936 e che “convinse” i genitori a farlo entrare in seminario, sia a una confessione avvenuta il 21 settembre 1954 nella chiesa della sua parrocchia, San José de Flores: «Il 21 settembre 1954 mi hanno buttato giù dal cavallo – scrisse Bergoglio –. Ho conosciuto P. Carlos B. Duarte Ibarra a Flores (la mia parrocchia). Mi sono confessato con lui per caso… e lì, senza che io stessi nel banco delle imposte come il santo del giorno (Matteo), mi aspettava il Signore “miserando et eligendo”. Lì non ho avuto dubbi che dovevo essere sacerdote».

Ciò che invece è meno noto è l’origine di questa chiesa, San José de Flores, sorta nel secolo scorso nel cuore di Buenos Aires, a sole quindici fermate di metropolitana da Plaza de Mayo. E cioè il fatto che essa, senza la tenacia di un sacerdote italiano, non avrebbe mai visto la luce. Di lui parla in un libro difficile da trovare, ma ricco di notizie, Giuseppe D’Amico, giornalista pubblicista di Polla (Sa), collaboratore di numerose testate della Campania, ex direttore dell’emittente Televallo e del periodico Il Corriere del Vallo. In “Il coraggio di partire” D’Amico ripercorre alcune tappe dell’emigrazione di alcuni suoi conterranei, tra la fine dell’800 e l’inizio del’900, dal Vallo di Diano nella zone del Rio de La Plata, in Argentina. Fra questi c’è «un parroco indimenticabile», don Feliciano De Vita. Si deve a lui la costruzione della chiesa che la famiglia Bergoglio frequentava quando Jorge Mario era un bambino, quello stesso edificio nel quale il futuro Papa sentirà la spinta a farsi prete.

Nato nel 1827 a Padula (Sa), De Vita entrò nel seminario di Teggiano. Al termine degli studi venne ordinato e “promosso” docente. Predicatore in tutto il Vallo, verso la fine del 1866 decise di trasferirsi in Argentina. Fino a pochi giorni prima della partenza non disse a nessuno che avrebbe lasciato l’Italia. Temeva, infatti, che i familiari si opponessero. Raggiunse l’Argentina il 19 febbraio 1867. Scrive D’Amico: «Poco dopo, tra la sorpresa generale, era già in grado di tenere la prima predica in lingua spagnola dedicando un panegirico alla Vergine della Misericordia». Divenne vice parroco di Ayacucho, quindi parroco di Carmen de Areco. Il 16 aprile 1878 venne trasferito nella parrocchia di San José de Flores dove, in breve tempo, posò la prima pietra «per la costruzione di un grandioso tempio che lascerà come ricordo imperituro ai suoi fedeli». Alla costruzione non contribuirono soltanto i fedeli cattolici, ma anche i protestanti, e con notevoli somme.

Cordiale, dotato di vastissima cultura, presto don De Vita divenne «il prete più popolare della capitale argentina». Nella parrocchia di San José de Flores rimase fino alla morte, avvenuta il 19 ottobre 1890 dopo una malattia di tre mesi. Cosciente della morte vicina chiese preghiere affinché la chiesa venisse ultimata. La morte arrivò quando ancora mancava l’altare centrale. I fedeli, tuttavia, ottennero di seppellirlo all’entrata del tempio.

Bergoglio, a quanto risulta almeno in Italia, non ha mai parlato pubblicamente di De Vita. Né si sa se il Papa della misericordia abbia mai letto quella prima omelia che il sacerdote italiano appena sbarcato in Argentina dedicò alla Vergine della Misericordia. Quello che è certo è che il prete che costruì San José de Flores era molto simile a Bergoglio quanto al desiderio di spendersi per gli altri, missionario nel cuore, cosciente che la vocazione abbracciata era un servizio se necessario da spendere anche molto lontano da casa.

 

Leggi qui “Storia di una vocazione”, l’articolo integrale uscito sull’Osservatore Romano nel quale Bergoglio racconta la nascita della sua vocazione

Qui invece puoi trovare il discorso del Papa al convengo internazionale dei giovani consacrati (17 settembre 2015) nel quale, in risposta alla terza domanda, egli racconta più dettagliatamente cosa accadde nella chiesa di San José de Flores il 21 settembre 1954

E qui un link al libro di Giuseppe D’Amico “Il coraggio di partire

Friday 18 March 2016

Auguri a tutti i papà (anche adottivi)

Auguri a tutti i papà, anche quelli adottivi, che sono veri padri senza paternità carnale, come lo fu san Giuseppe per Gesù.

Vi propongo queste parole pronunciate da Benedetto XVI in Camerun, nei primi Vespri della festa del santo, il 18 marzo 2009, nella Basilica Marie Reine des Apôtres nel quartiere di Mvolyé di Yaoundé. Parlando ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose, Papa Ratzinger tratteggiava quasi con stupore teologico la figura del santo:

«San Giuseppe manifesta ciò in maniera sorprendente, lui che è padre senza aver esercitato una paternità carnale. Non è il padre biologico di Gesù, del quale Dio solo è il Padre, e tuttavia egli esercita una paternità piena e intera. Essere padre è innanzitutto essere servitore della vita e della crescita. San Giuseppe ha dato prova, in questo senso, di una grande dedizione».

Monday 07 March 2016

Misericordia Missione della Chiesa

Il libro di padre Giuseppe Buono presentato da mons. Fisichella nella seconda edizione in tre mesi, il pi originale tra i libri su questo tema

 

Fra i molti libri sulla Misericordia di Dio, questo di padre Giuseppe Buono, missionario del Pime: Mi...

Friday 29 January 2016

Uteri in affitto e dignità della donna

Cari amici, nell’augurarvi in ritardo un buon 2016, mi scuso per l’assenza, determinata anche dalle tante presentazioni del nuovo libro. Oggi solo poche righe per dire che mi stupisce sentir parlare dell’utero in affitto come se si trattasse di una conquista di civiltà. Mi è accaduto l’altro giorno, mentre partecipavo a una trasmissione televisiva: il fatto che una coppia omosessuale avesse fatto nascere così i bambini poi da loro adottati è stato considerato come qualcosa di normale. Non dimentichiamo peraltro che si tratta di una pratica usata anche da coppie eterosessuali.

Ci sono donne che vengono pagate (e se lo fanno significa che hanno bisogno di soldi) per portare in grembo e far crescere un figlio per nove mesi, fino alla nascita, quando il piccolo o la piccola sarà consegnata a coloro che hanno commissionato il figlio. Non giudico qui i sentimenti delle persone, il desiderio di paternità e maternità, la voglia di donare affetto, etc. etc. Guardo alla questione dal punto di vista della dignità della donna, che viene svilita.

E non mi sembra di vedere differenze tra questi casi e quelli di coloro che si vendono un rene al mercato nero per sopravvivere. Anzi, sì, ci sono differenze: perché nel caso dell’utero in affitto (come se si trattasse di un monolocale disponibile a prezzi di mercato) è implicato anche un nuovo essere umano.

Non è un esempio di colonizzazione ideologica e di sfruttamento dei poveri da parte dei ricchi?

Monday 21 December 2015

Buon Natale ai naviganti

Buon Natale a tutti i naviganti!

La tenerezza di Dio che si è fatto carne per salvarci ha il volto di un Bambino, figlio di migranti poi diventati rifugiati. Un Bambino nato nella precarietà di una stalla, che guardiamo con stupore, lasciandoci guardare da Lui.

Per farlo sopravvivere alla violenza del re Erode, i suoi genitori sono stati costretti a cercare scampo in un altro Paese, che li ha accolti.

Grazie a Maria, per aver detto sì, abbandonandosi al disegno di Dio su di Lei

Grazie a Giuseppe per averle creduto, per aver custodito e fatto crescere il Bambino Gesù.

Grazie all’Egitto per aver permesso a questa famiglia di profughi di attraversare il confine e di essere accolti e salvati dalla violenza e dall’odio.

Grazie a tutti quelli che in questi giorni guardando stupiti il presepe e la piccola folla di pastori, barboni, accattoni, border line e povericristi ai quali per primi è stata annunciata la nascita del Salvatore, riconosceranno in tante famiglie in fuga, o bisognose, il riverbero della Natività di Betlemme.

Thursday 10 December 2015

San Pietro, Fiat Lux e le troppe bestie

Cari amici,
la sera dell’8 dicembre, festa dell’Immacolata e giorno di apertura della Porta Santa della Misericordia in San Pietro, sulla facciata della basilica vaticana sono stati proiettati filmati e fotografie scattate da grandi artisti dell’immagine, raffiguranti animali di ogni tipo e paesaggi. Lo spettacolo, offerto come forma di ringraziamento per l’enciclica «Laudato si’» di Francesco, era intitolato «Fiat Lux».

Una premessa, tanto per essere chiari: sono tra coloro che avrebbero fatto volentieri a meno di questo «grande evento» la sera dell’inizio di un Giubileo che non dovrebbe essere incentrato per l’appunto sui «grandi eventi» e sulla spettacolarizzazione. Non se ne sentiva il bisogno, per la giornata bastavano e avanzavano le parole del Papa e il gesto dell’apertura della Porta Santa.

Detto questo, sono rimasto però sorpreso (ma non troppo, in fondo) nel registrare le reazioni scandalizzate e apocalittiche di analisti e commentatori, inorriditi per la proiezione dissacrante che avrebbe trasformato in un trionfo del paganesimo animalista la grande facciata della basilica vaticana. «Fiat Lux» è stato definito una «baracconata» e un «osceno oltraggio» alla Madonna. C’è chi osservato «quanto siamo caduti in basso» e via di questo passo.

Quelle immagini proiettate ritraevano la natura, creazione di Dio. Siamo sicuri che la presenza di leoni, delfini, balene, api e farfalle sulla facciata di San Pietro sia stata una «dissacrazione»? Uno sguardo a ciò che è contenuto all’interno della basilica vaticana, cioè in uno spazio certamente più sacro rispetto alla sua facciata, avrebbe dovuto indurre a un po’ più di prudenza nei commenti di chi si è stracciato le vesti in questa occasione.

Dentro la basilica di San Pietro sono infatti raffigurate, con dovizia di particolari, ben 67 specie diverse di animali. Un primo conteggio lo fece in un mini-saggio un grande maestro del vaticanismo, Arcangelo Paglialunga, corrispondente dal Vaticano per i quotidiani «Il Gazzettino» e «Il Giornale di Brescia». Più recente è lo studio sistematico dello storico dell’arte Sandro Barbagallo, che lavora ai Musei Vaticani e ha pubblicato il libro «Gli animali nell’arte religiosa. La Basilica di San Pietro» (Libreria Editrice Vaticana, 240 pagine, 33 euro), corredato con molte immagini suggestive.

Ebbene, tra le 67 specie di animali figurano rappresentante in sculture, dipinti, mosaici e bassorilievi ben 500 api, 470 colombe, 100 draghi (sì, avete capito bene, proprio draghi, quelli preferiti dagli amanti del Fantasy e di Harry Potter). Ci sono leoni, aquile, farfalle, serpenti, elefanti, delfini, gatti, cani, coccodrilli, giaguari, balene, lucertole. Ci sono anche pipistrelli, e creature mitologiche come unicorni e sfingi. Per questo monsignor Giovanni Fallani, presidente della Commissione di Arte Sacra ai tempi di Giovanni XXIII, amava definire quello di San Pietro un vero e proprio «zoo sacro».

Ora, che a qualcuno possa non essere piaciuto lo spettacolo di luci e immagini sulla facciata perché giudicato inappropriato alla circostanza, è più che comprensibile e, come ho detto, condivido la perplessità. In ogni caso è vero che i giochi di luce non sono una novità per la basilica vaticana: si veda quanto accadde nel 1940, con il mondo in guerra, e San Pietro trasformata in un trionfo di luminarie.

Ed è vero che lo spettacolo non è mai stato del tutto escluso dalla grande piazza vaticana: qualche anno fa venne montato un tendone del circo in occasione di un pellegrinaggio dei circensi.

Quello che suona a mio avviso stonato, in molti commenti, è il ritenere dissacrante la proiezione di immagini di animali sulla facciata di San Pietro. Ne hanno mostrati comunque di meno di quelli che vi sono rappresentati all’interno, mai ritenuti dissacranti neanche ai tempi della Controriforma e tutt’oggi ospitati nel più grande «zoo sacro» della cristianità insieme alle statue di Gesù, della Madonna, dei grandi santi e dei papi (santi e meno santi).

Tuesday 29 September 2015

Sale della comunità, si svolta

adriano bianchiNon si vede, ma accade. In questi primi giorni d’inizio autunno le parrocchie e gli oratori italiani si animano. Famiglie, catechisti, bambini, sport, attività. La Chiesa che è tra la gente declina ancora una volta nel quotidiano la sfida di annunciare il Vangelo per rendere più umano il territorio, i quartieri, la società di cui si sente parte. Prende i ritmi e i tempi della comunità, crea legami promuovendo l’educazione, la carità e la cultura con uno stile libero e sobrio. È un impegno vivo in ogni città e paese italiano e ha il volto di preti, operatori pastorali e persone che nel servizio parrocchiale mettono passione, creatività e competenza.

In circa mille parrocchie italiane questo servizio pastorale trova casa anche nell’animazione delle sale della comunità. Ricomincia il cinema, la musica, il teatro. Non puro intrattenimento, ma con una coscienza sempre più piena che anche le sale della comunità debbano rispondere a una vocazione ecclesiale e culturale. Accanto alla chiesa e all’oratorio, oggi sempre più spesso esse intercettano l’espressività giovanile, la sperimentazione artistica, il protagonismo, il dialogo tra le culture, l’approfondimento nel pensare. Sono uno spazio privilegiato di educazione alla bellezza, alla ricerca e all’incontro. La parrocchia resta la casa del progetto della sala della comunità e ad essa deve rendere conto. È l’indicazione dei vescovi italiani che fin dal 1999 con una nota pastorale sul servizio ecclesiale e culturale delle Sale (ribadito poi nel direttorio Comunicazione e mis- sione del 2004) hanno affidato a questo prezioso spazio di evangelizzazione e promozione culturale.

La sala della comunità è progetto di soglia,’propedeutico al tempio’ diceva all’Acec San Giovanni Paolo II, e l’Associazione cattolica esercenti cinema (Acec), su mandato della Chiesa italiana, continua a promuovere, sostenere e rappresentare questo cammino. Lo fa da associazione, e non da semplice soggetto culturale preposto, nella convinzione che la modalità associativa aiuti a rappresentare meglio i bisogni del territorio, serva a salvaguardare la peculiarità e il contributo di ciascun territorio pur in un percorso unitario.

D’altro canto le sfide, anche per le Sale della comunità, non finiscono mai. L’ultima riguarda il cinema. La trasformazione digitale e la sparizione della pellicola cinematografica ha comportato l’investimento per l’acquisto del nuovo proiettore di circa 50mila euro per ogni sala. Soldi che sono arrivati anzitutto dalla gente delle nostre parrocchie. Qualche bando regionale c’è stato, qualche aiuto da parte di qualche benemerita fondazione è arrivato, qualche diocesi si è mossa. L’ultima, in ordine di tempo è la convenzione stipulata tra Bnl, Acec e Anec per la cedibilità del credito nella digitalizzazione e presentata recentemente alla Mostra di Venezia. Un’opportunità in più che andrà sfruttata al meglio. A oggi 550 sale hanno superato lo scoglio. Altre 150 potrebbero farlo a breve. Almeno 200 hanno mollato la presa. Chi si è digitalizzato lo deve però alla tenacia soprattutto dei volontari. Sono loro che non hanno smesso di fare iniziative e di sollecitarle le istituzioni. In Italia oggi le sale cattoliche ormai all’avanguardia dal punto di vista tecnologico, garantiscono al cinema di raggiungere i piccoli comuni e località più sperdute. Lo fanno con prezzi popolari e con programmazioni sia di qualità che di svago. Le nostre sale si sono anche aperte al teatro, ivi compreso quello sacro (grazie alle circuitazioni nazionali promosse da Acec, Federgat e Cei) e, in accordo con le scuole, fanno crescere con progetti educativi mirati il pubblico del futuro. Dove sono presenti sono certo un’opportunità, ma, soprattutto al Sud, avrebbero bisogno di essere maggiormente integrate anche attraverso l’apporto associativo che l’Acec offre, perché possano esprimere al meglio il loro valore e il servizio che le Chiese. Resta ancora molto da fare, ma la passione e l’impegno non mancano.

Adriano Bianchi, presidente Associazione cattolica esercenti cinema (Acec)

Avvenire, 29 settembre 2015

Monday 28 September 2015

Caro Hawking, il Big Bang non esclude Dio

Dice ancora qualcosa il nome di Dio agli uomini di oggi? Secondo Nietzsche, poco o nulla. Lo stesso annuncio che «Dio è morto» è destinato a cadere nel vuoto. Magari tutti ripetono la frase a proposito di questo o di quello. Ma come se fosse un’ovvietà, una cosa scontata, di cui prendere atto per poi archiviarla senza farsi troppi problemi [...].

Che morte di Dio appaia come un evento che è ormai alle nostre spalle e che ci lascia sostanzialmente indifferenti non è ateismo. È nichilismo. L’ateismo a suo modo tiene ferma l’idea di Dio [...], vede in Dio il nemico dell’uomo. Perciò gli muove guerra. Per il nichilismo niente di tutto ciò. Quella di Dio è una grande idea. Talmente alta e nobile che, come afferma quel perfetto nichilista che è Ivan Karamazov, c’è da stupire che sia venuta in mente a un “animale selvaggio” come l’uomo. Però destinata a dissolversi come rugiada al sole sotto i raggi spietati della scienza.

Rimasto senza Dio, l’uomo deve fare i conti con la realtà. Deve imparare a vivere sotto un cielo da cui non può più venirgli alcun soccorso né consolazione. Quindi, deve riappropriarsi della sua vita terrena e soltanto terrena. Con quanto di buono e prezioso la terra ha da offrire una volta che Dio è uscito di scena. Ma siccome non c’è nulla di buono e prezioso se non in forza dei nostri stessi limiti, diciamo pure in forza del nostro destino di morte (infatti come potremmo amarci gli uni gli altri se fossimo immortali?), sia lode al nulla! Questo dice il nichilismo.

Ma anche più importante di quel che il nichilismo dice, è quel che il nichilismo non dice. Per realizzare il suo progetto di riconciliazione con la mortalità e la finitezza, il nichilismo deve tacere su un punto decisivo: lo scandalo dal male. Precisamente lo scandalo che l’ateismo aveva fatto valere contro Dio, in questo dimostrandosi consapevole del fatto che il male sta e cade con Dio. È di fronte a Dio che il male appare scandaloso. Cancellato del tutto Dio, persino come idea, il male continua a far male, ma rientra nell’ordine naturale delle cose. Ed ecco la parola d’ordine del nichilismo: tranquilli, non è il caso di far tragedie [...].

Spostiamo ora la nostra attenzione su un altro piano. Dove in questione sono scienza e religione. Affermando, come gli è accaduto recentemente, che una “teoria unificata dell’universo” è ormai a portata di mano, Stephen Hawking ha riproposto quello che per Einstein era un sogno irrealizzabile, ossia la riunificazione in un solo campo delle forze dell’infinitamente piccolo (forza nucleare e radioattività) e delle forze dell’infinitamente grande (elettromagnetismo e gravità). Lasciamo stare se Hawking abbia ragione o pecchi di ottimismo. Chiediamoci piuttosto da dove Hawking tragga l’idea che fa da corollario alla sua affermazione: quella per cui tale teoria metterebbe Dio definitivamente fuori gioco. E dire che proprio Hawking solo qualche anno fa ne aveva ammesso la possibilità. Lo stesso vale per Einstein. Per non parlare di Cantor, la cui teoria degli insiemi prospetta gli infiniti (al plurale) l’uno dentro l’altro, come in un gioco di scatole cinesi, ed evoca Dio come infinito degli infiniti (ma anche come ultimo orizzonte in cui la ragione fa naufragio). Sia come sia il problema Dio appariva aperto e invece ora non più. Se non risolto, accantonato su base fisicomatematica prima ancora che su altra base (ad esempio etica).

In altri termini, quel che viene sostenuto da Hawking è che di Dio non c’è alcun bisogno per spiegare il passaggio dallo stato assolutamente inerziale dell’inizio al Big Bang. Nulla infatti vieta di pensare che lo stato iniziale contenga già, prima della sua esplosione – e dunque in un tempo solo immaginario e non ancora reale –, tutte le informazioni necessarie a produrre l’esplosione stessa. Se il successivo processo entropico viene fatto regredire fino al grado zero, dove l’entropia è nulla ma le informazioni ci sono e contengono nel tempo immaginario la totalità delle cose che poi si svilupperanno nel tempo reale, è come se ci fosse dato di giungere al limite estremo dell’universo (per non dire dell’essere) e poi fare ancora un passo. Un passo a nord del Polo Nord, per usare la paradossale metafora di Hawking.

Che cos’è questo? Un salto nel nulla? Un tentativo di costruire, nel cuore stesso del nulla, una postazione da cui osservare il prodursi della realtà, il suo venire alla luce, il suo offrirsi a uno sguardo capace di descriverne perfettamente la manifestazione? Certo è un salto nel grado zero della realtà. Diciamo pure: un salto nello zero. E allora perché stupirsi? Lo zero è un numero. Ma un numero straordinario. Simboleggia ciò che sta prima dell’uno, ma al tempo stesso contiene l’uno, se è vero che zero elevato a potenza zero dà uno. Contiene non solo quel che non è ancora ma addirittura quel che esso nega. Posto lo zero, è posto anche l’uno. E con l’uno la serie infinita dei numeri, con i numeri il prima e il dopo, vale a dire il tempo, col tempo la possibilità che le cose siano… Accade con il numero zero quel che accade con il concetto di nulla: ce ne serviamo per indicare una realtà negativa, realtà che non esiste, eppure grazie a essi compiamo operazioni altrimenti impossibili o riusciamo a pensare ciò che diversamente resterebbe impensato (l’indeterminazione, la libertà, e così via).

Nondimeno… Se ci limitiamo a considerare lo zero un analogo del nulla, quasi che lo zero fosse in matematica quel che il nulla è in metafisica, perdiamo di vista la differenza essenziale. Lo zero è qualcosa. È un numero, appunto. Un simbolo. È qualcosa che ha pur sempre che fare con qualcosa, anche quando questo qualcosa è una realtà puramente negativa o realtà che sta prima della realtà, come il tempo immaginario che sta prima del tempo reale. Invece posto il nulla, non è posto alcunché [...]: il nulla non designa nulla e soprattutto non ha a che fare con dei fatti, ma semmai col senso o col non senso delle cose. Come quando dico: questo non significa nulla. Oppure: il nulla è il senso del tutto. Oppure: Dio ha tratto il mondo fuori dal nulla. Come intendere queste affermazioni? In un solo modo, se si vuole evitare di cadere nell’assurdo: come affermazioni che non riguardano questo o quel fatto, né la totalità dei fatti, né l’essere, ma il senso dell’essere. Quando dico che Dio ha tratto il mondo fuori da nulla, non sto affatto descrivendo il processo che ha innescato il Big Bang, cioè una serie di fatti. Al contrario, sto dicendo (magari a torto, ma questo non è qui in discussione) che il mondo ha senso, visto che Dio, che poteva abbandonarlo al nulla, lo ha invece tratto fuori dal nulla e quindi lo ha “salvato”. Due piani, dunque, da tenere ben distinti. Per gli astrofisici si tratta di spiegare com’è fatto il mondo. Per i filosofi e per i teologi, se il mondo abbia o non abbia un senso. Chiamare o non chiamare Dio quel principio di spiegazione è irrilevante, così come è fuori luogo applicare a una teoria fisica la nozione di disegno salvifico o intelligente che sia.

Sergio Givone

Avvenire, 27 settembre 2015

Thursday 24 September 2015

Ripartire dalla legge di natura

«Per vivere occorre un’identità, ossia una dignità », scriveva Primo Levi ne I sommersi e i salvati (1986), scolpendo con queste parole la verità irrinunciabile di ogni esistenza umana, umiliata e negata nei campi di sterminio nazisti. Ciascuno porta con sé il diritto di essere qualcosa di irriducibile e inviolabile. Il diritto della persona umana coincide con la sua stessa nascita, con quell’“inizio” che riaccade ogni volta che un essere umano viene al mondo, e di cui Hannah Arendt aveva parlato alla fine del suo studio su Le origini del totalitarismo (1951), riprendendo un’intuizione formidabile di Agostino: « Initium ut esset, homo creatus est », l’uomo è stato fatto per poter cominciare, per essere un inizio, per dare inizio a qualcosa di nuovo e di libero. A questo livello si radica la vera resistenza alla distruzione ideologica dell’umano, che è la cifra tragica dei totalitarismi novecenteschi, ma anche la più normalizzata omologazione di una cultura nichilista, in cui l’umano implode per mancanza di un significato reale per cui vivere.

In questa identità, in questo inizio è il seme di ogni diritto, nato non semplicemente dalla rivendicazione di qualcosa che non ci viene riconosciuto o per cui siamo discriminati (questo verrà dopo, certo, come inevitabile conseguenza dell’essere al mondo), ma dal non esserci fatti da noi stessi. Paradossalmente, il nostro primo diritto è la nostra provenienza, nei confronti della quale noi siamo sempre “in debito”, in quanto “dati” a noi stessi. Forse è proprio ripartendo da qui che possiamo comprendere nuovamente il significato di “legge di natura”, un’espressione diventata per molti troppo ingombrante, nel migliore dei casi così scontata da non essere più interessante. Nel dibattito culturale contemporaneo assistiamo infatti a una strana contraddizione: da un lato i diritti individuali delle persone e i diritti collettivi dei gruppi sociali, vengono sempre più concepiti – e rivendicati – come il test dell’affermazione o della negazione della dignità dell’essere umano. Dall’altro lato però diventa sempre più problematico fondare tali diritti su di una “base” naturale oggettiva e universale. Temi caldi come il diritto a decidere della propria morte o della propria identità di genere in base alle condizioni fisico-ambientali e al sentimento di sé che segna i singoli soggetti in maniera diversificata, portano piuttosto a considerare l’essere umano non tanto un “dato” naturale, ma una costruzione storica e culturale. Assicurare la libertà di potersi costruire la propria esistenza, adeguando anche la legislazione in maniera tale che garantisca la realizzazione di tali opzioni, sembra un punto essenziale non solo per il diritto ma anche per la pietà (emblematica l’onda di discussioni dopo il referendum irlandese sul matrimonio omosessuale). Questa tendenza sembra ormai inarrestabile nella cultura contemporanea, chiamata appunto dei “diritti”. Ma non sembrano efficaci i richiami ad una legge naturale vista come un ordine oggettivo che semplicemente limiti l’auto-determinazione dei singoli individui. E questo non perché non ci si debba riferire ad una base intangibile per la natura identitaria della persona umana; a risultare inadeguata è piuttosto la contrapposizione tra legge naturale e diritti umani come tra un ordine “assoluto” e un ordine “relativistico”. Nel momento in cui l’alternativa è questa, sembra quasi scontato che prevalga e infine vinca il “relativo”, così come vince l’esperienza fatta di incontri, eventi, occasioni perse o guadagnate, rispetto ad un ordine avvertito (ingiustamente) come fisso e immutabile. Insomma la preferenza va quasi sicuramente alla libertà dell’io piuttosto che ad una verità percepita come una zavorra.

La dialettica “ideologica” tra legge naturale e diritti rischia seriamente di compromettere la comprensione adeguata di fenomeni che vengono troppo affrettatamente contrapposti – la libertà dell’io e la verità delle cose – e apre una questione bruciante: è possibile ancora comprendere e per così dire riconquistare, non per teoria ma per esperienza, l’amicizia e l’unità tra questi due fenomeni? La natura è una legge assoluta o una realtà che “accade” nella storia e si avvera nell’esperienza? La difficoltà ad accettare oggi la legge naturale come qualcosa di astratto, può essere fronteggiata solo se essa viene riscoperta come qualcosa di concreto, addirittura come un bisogno, un’esigenza degli stessi diritti umani. La posta in gioco è alta e affascinante: accorgersi di nuovo della propria natura, scoprendo dall’interno dei propri diritti un bisogno irriducibile ad ogni diritto, ma radicato e condiviso in ogni vita cosciente e libera: il bisogno di accogliere e amare sé stessi e gli altri per il fatto misterioso che “siamo”, che “sono”, infinitamente di più di quello che riusciamo a fare di noi stessi.

Costantino Esposito

 

Tuesday 22 September 2015

Le religioni nello spazio pubblico

differenze e relazioni 3Dal 2012 al 2014 si è tenuto un ciclo di convegni rivolti a giovani filosofi organizzati dal Centro Studi Filosofici di Gallarate con il patrocinio del Servizio Nazionale della CEI per il Progetto Culturale e con la collaborazione del Dipartimento di Filosofia dell’Università di Macerata. Il tema sviluppato nel corso del triennio, “Differenze e relazioni”, è stato svolto il primo anno a partire dalla coppia terminologica “il prossimo e l’estraneo” e il secondo anno a partire dal tema della “cura dei legami”. Il terzo anno ha affrontato la questione delle “religioni nello spazio pubblico”.

È da pochi giorni in libreria il volume che ne contiene i materiali. Intitolato “Differenze e relazioni. Le religioni nello spazio pubblico” (Aracne editore) è stato curato da Carla Canullo. Nel testo compaiono i contributi degli studiosi che hanno partecipato al convegno, la cui apertura è stata affidata a Giovanni Ferretti, e le cui conferenze plenarie sono state tenute da Gerardo Cunico, Graziano Lingua e Andrés Torres Queiruga, e le cui riflessioni conclusive sono state proposte da Roberto Mancini.

Nel volume sono pubblicati inoltre i contributi di Sofia Alunni, Gian Luigi Brena, Elisabetta Colagrossi, Marco Damonte, Cecilia Maria Di Bona, Fabiola Falappa,  Ezio Gamba, Umberto Lodovici, Giulia Maniezzi, Stefano Marchionni, Silvia Maron, Alessandro Paris, Silvia Pierosara, Martina Properzi, Daniele Referza, Claudio Tarditi, Tommaso Valentini, Giovanna Varani, Sofia Vescovelli.

Monday 21 September 2015

Viaggio nel cuore di Firenze tra arte, storia, fede e carità

logo FIGuardare al passato è la strada sicura per costruire un futuro migliore. Riflettere sulla propria storia è sempre motivo di crescita. Lo è soprattutto in questa stagione di cambiamenti in cui non bisogna smarrire la bussola dell’umano secondo la natura profonda della persona e della comunità degli uomini. Per illustrare ai delegati che arriveranno da tutte le diocesi d’Italia la propria specifica identità, la Chiesa fiorentina proporrà, nel corso del Convegno ecclesiale nazionale, trenta incontri in altrettanti luoghi significativi della città per raccontare le proprie origini, le esperienze religiose e le più alte espressioni di spiritualità, caritative, culturali e artistiche oltre alle grandi figure- simbolo del Novecento: il cardinale Elia Dalla Costa, don Giulio Facibeni, Giorgio La Pira e don Lorenzo Milani.

Ma il vero volto di Firenze, che lega insieme fede, verità e carità, non può prescindere dall’intreccio con la vita pastorale nelle parrocchie, come è stato sottolineato ieri dal vicario generale di Firenze, monsignor Andrea Bellandi, nel corso di una conferenza stampa in arcivescovado per presentare l’iniziativa. Ecco allora il secondo gruppo di incontri che narrano di una fede operante nel tempo, alimentata da forme di spiritualità e di vita monastica, non chiuse in se stesse, ma che agiscono come «finestre aperte» su Firenze. Un «tessuto » sul quale si innesta la carità, che è ben radicata nella tradizione fiorentina.

La ricca panoramica, che nel pomeriggio di giovedì 12 novembre qualificati coordinatori, relatori e testimoni presenteranno ai delegati della Chiesa italiana per aprirsi al dialogo con la città, richiamerà pure l’attenzione sulle più significative esperienze sociali e culturali che Firenze oggi offre e che sono sintetizzate nel terzo gruppo di incontri. A partire da quelle che si occupano della salute delle persone, degli anziani, dell’integrazione degli studenti stranieri, del recupero dei detenuti. Dalla solidarietà si passa al rapporto tra fede, arte, cultura e scienza, mettendo in primo piano le grandi basiliche (con il nuovo Museo dell’Opera di Santa Maria del Fiore che sarà inaugurato il 29 ottobre) e il «cuore» del sapere e del dialogo (musei, biblioteche e fondazioni). Senza trascurare esperienze artistiche e culturali meno conosciute che si sono affermate di recente. Tutte espressioni di una realtà sociale viva, con una grande storia, capaci di confrontarsi e di cooperare con la vocazione umanistica della Chiesa.

Andrea Fagioli – Avvenire, 20 settembre 2015

Friday 18 September 2015

Galantino: non c’è vera teologia senza sapienza

galantino nunzio

Non c’è vera teologia senza sapienza. E la sapienza «consiste nella verità esercitata con la carità». Nella tavola rotonda che ha chiuso ieri il seminario per docenti di teologia e assistenti pastorali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore quest’anno ospitato dalla sede di Piacenza dell’ateneo – il segretario generale della Cei Nunzio Galantino ha ripreso la riflessione del beato Antonio Rosmini per tracciare l’orizzonte di una riflessione teologica capace di esprimere il richiamo ad una ‘Chiesa in uscita’ più volte ribadito da papa Francesco. «Oltre la secolarizzazione dei saperi» è il filo conduttore su cui si è lavorato nella tregiorni di seminario, facendo tesoro delle sollecitazioni della Evangelii gaudium come dei recenti interventi che papa Bergoglio ha rivolto alla Facoltà cattolica di Buenos Aires.

«Accogliamo l’invito a una teologia capace di farsi carico delle transizioni difficili, dei conflitti, senza cadere nella tentazione della ‘teologia da tavolino’», ha sottolineato l’assistente ecclesiastico generale dell’Università Cattolica il vescovo Claudio Giuliodori introducendo la tavola rotonda, a cui, insieme al vescovo Galantino, hanno portato il loro contributo Pierangelo Sequeri, preside della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, e Francesco Botturi, filosofo e prorettore dell’Università Cattolica.

Indica l’enciclica Laudato si’ come «esercizio del magistero di una Chiesa in uscita» il professor Botturi, esempio di un approccio all’ecologia che è «inclusivo di competenze diverse» e dunque sa trasformare l’oggetto della ricerca in «ecologia sociale» e, da lì, in «ecologia umana». La critica che il Papa fa sul dominio del paradigma tecnocratico non è altro che l’intuizione di chi, cogliendo la natura trinitaria della realtà, sa portare «la verticalità sapienziale dentro una orizzontalità sapienziale». Indica così la strada per superare la ‘interdisciplinarità’ – che si limita a mettere insieme, al termine della ricerca, risultati a cui i saperi sono giunti in maniera autonoma – e approdare alla ‘transdisciplinarità’, a una «contaminazione trasformativa tra le discipline». Papa Francesco nella Laudato si’ porta dentro l’indagine sulla questione ambientale l’atteggiamento del teologo che «dice il senso e chiede la sua realizzazione » spiega Botturi, in un’esortazione «a trasformare in sofferenza personale quel che accade nel mondo e così individuare il contributo che ciascuno può portare ». È proprio «disinnescare l’accademismo», l’intellettualismo fine a se stesso, per «riabilitare la qualità umana del sapere» il compito più urgente a cui è chiamata oggi la riflessione teologica secondo monsignor Sequeri. Ma l’obiettivo richiede un ritorno «all’esercizio del cristianesimo», perché l’impressione – osserva – è che «il cristianesimo si faccia poco e si spieghi tanto, troppo: il Papa lancia un bel tema e subito la parrocchia organizza un corso». Basta allora fare qualche opera buona in più? Anche questa è una lettura riduttiva. Il centro nevralgico sta nel riattivare le relazioni, «il rapporto tra qualità della conoscenza ed esercizio della intenzionalità», far affiorare «i contenuti affettivi dei saperi», con lealtà e onestà intellettuale.

La teologia – evidenzia, con le parole del Rosmini, Galantino – non è nata «per cacciar fuori frasi pompose» o «per far mostra di ingegno », ma per «guidare l’umanità alla virtù». È questa la sapienza che non perde il legame con la realtà fatta «di persone in polvere e cenere» e si nutre della consapevolezza che si è tutti «condiscepoli» di un unico maestro, Gesù Cristo.

Barbara Sartori – Avvenire, 18 settembre 2015

Thursday 17 September 2015

Bari, presentate le Notti Sacre

«In un tempo in cui vengono evidenziate la caduta dei valori e l’indifferenza, di fatto ci accorgiamo che esiste una sete profonda di partecipazione culturale e la risposta del pubblico a Notti Sacre ne è un esempio ». Lo ha detto ieri l’arcivescovo di Bari- Bitonto, Francesco Cacucci, durante la presentazione della sesta edizione di ‘Notti Sacre’. Dal 19 al 27 settembre, otto delle venti chiese della città vecchia di Bari ospiteranno la rassegna di ventidue eventi culturali, organizzata dall’arcidiocesi barese anche grazie al contributo del Progetto culturale della Chiesa italiana e di Sovvenire, sul tema «Un nuovo umanesimo di misericordia».

Aprirà la rassegna la Messa nella Basilica di San Nicola, presieduta da Cacucci, durante la quale sarà eseguita la Missa n.6 ‘Sancti Nicolai’ di Haydn. Il calendario offre, tra l’altro, occasioni di riflessione come il dialogo tra Giuseppe Giulietti della associazione ‘Articolo 21′, Francesco Occhetta di ‘Civiltà Cattolica’ ed Enzo Quarto, presidente regionale dell’Ucsi, sul rapporto tra giornalismo ed etica. Don Maurizio Patriciello, a partire dall’enciclica di papa Francesco Laudato si’, interverrà sul tema «Noi non siamo Dio. La terra ci precede e ci è stata data». Tra le novità di questa edizione, la presenza di musicisti e artisti stranieri: il coro dell’Università cattolica di Ratisbona e musicisti iraniani e israeliani.

A dieci anni dal Congresso eucaristico nazionale che si svolse a Bari, viene riproposto il testo teatrale ‘I martiri di Abitene’. «Il programma, negli ultimi anni, è sempre più concentrato sulla musica sacra», ha evidenziato il direttore artistico, don Antonio Parisi. Non a caso, la rassegna sarà chiusa dalla prima esecuzione mondiale di una inedita Messa in re maggiore per soli, coro e orchestra, di Niccolò Piccinni.

Antonio Rubino – Avvenire, 17 settembre 2015

Monday 08 June 2015

Un giorno a Sarajevo con il Papa

 

Se si arriva per la prima volta a Sarajevo sembra di scorrere le pagine di un libro di storia. A Sarajevo la storia è lì, aperta davanti ai tuoi occhi con la sua tragicità. Ci sono la case in stile ottomano nel centro storico, i palazzi in stile austriaco e i giardini come a Vienna, i casermoni in stile sovietico e le vecchie case senza stile ancora crivellate di colpi che ti ricordano la guerra più recente. Come i cimiteri, dislocati qua e là, macchie bianche che segnano la città dallo stadio ai parchi pubblici. E ci sono gli impianti sportivi che ricordano le ultime glorie comuniste ridotti a miseri resti, a fianco dei centri commerciali iper moderni dove troneggiano le insegne dei maggiori brand specialmente italiani.

Saturday 25 October 2014

Sinodo, un colpo di mano che non è riuscito

"Il sismografo" (http://ilsismografo.blogspot.it/) in questi giorni si sta rivolgendo a diversi colleghi vaticanisti per chiedere un loro ulteriore contributo di analisi e commento in merito all'importante Assemblea straordinaria sinodale dedicata alla famiglia.

Angela Ambrogetti, Responsabile di Korazym, vaticanista e scrittrice, ci ha offerto la sua riflessione in risposta a questa domanda:

Senza entrare in complessi approfondimenti, quale la caratteristica o riflessione che più ti ha colpito o che ritiene di notevole rilevanza di questo Sinodo?

"Un colpo di mano che non è riuscito. Lo definirei così il Sinodo straordinario sulla famiglia che si è appena concluso. Ma anche l’occasione per alcuni episcopati di mostrare la loro fedeltà al Vangelo e la voglia di emancipazione da un “centro” che non è Roma, ma qualcuno che vorrebbe colonizzarla.

Tuesday 21 October 2014

Un sinodo ancora da capire

Strano questo Sinodo straordinario appena concluso. Una formula che era stata abbandonata nel 1985. Due settimane sono poche per ragionare, e i presidenti delle Conferenze episcopali non sempre sono i più adatti a discutere. Sono abituati a mediare più che a portare idee. Molti dei sinodali è chiaro che un sinodo non lo avevano mai seguito. Ed è stato evidente che un gruppetto lo voleva guidare senza lasciare spazio alle alternative. Cominciamo dalla poca trasparenza. Scegliere di non pubblicare i singoli interventi ha messo in difficoltà parecchi vescovi. Perché i loro fedeli volevano sapere e seguire lo sviluppo del dibattito e soprattutto chi aveva detto cosa. Cosa che del resto si era saputa per decenni. Il Bollettino del Sinodo è base e fonte per la storia della Chiesa. Di questo sinodo invece avremo solo testimonianze di coppie ( ne sentiamo già molte nelle Giornata per la Famiglia) e omelie. Sulla Relatio dopo la discussione c’è poi ancora molto da capire. Lo stesso relatore del Sinodo il cardinale ungherese Erdő ne ha preso le distanze. Il Papa gli ha messo al fianco degli altri collaboratori. Una Relazione che è stata di fatto disconosciuta dai Circoli Minori. In molti all’uscita dei lavori dicevano: “ ma noi non abbiamo detto quelle cose!”

Tuesday 07 October 2014

Sinodo: non giudizio ma verità

La notizia di oggi è che il 20 ottobre il Papa ha deciso che al concistoro si parli di Medio Oriente. Sarà un modo per comunicare ai cardinali i risultati dell’incontro con i nunzi che si è svolto la settimana scorsa. Martedi mattina, secondo quello che riporta l’ Osservatore Romano, si è parlato anche della violenza. “Così è stato messo in risalto come i terroristi di Boko Haram non hanno nulla a che vedere con la visione che in Nigeria, anche da parte dei musulmani stessi, si ha del valore della famiglia. Mentre a Baghdad, è stato reso noto, nonostante tutti i problemi, oltre 1.500 bambini sono accompagnati dai genitori, ogni venerdì, al corso di catechismo: è stata così anche rimarcata la testimonianza di fede e di unità delle famiglie cristiane rimaste in Iraq. Accompagnata pure dall’auspicio che venga sempre rispettato il loro credo come un diritto fondamentale della persona e così non ci debba essere timore nel testimoniarlo. Un discorso simile è stato proposto, poi, a proposito dell’Iran, dove ci sono appena cinquemila cristiani a fronte di settantacinque milioni di musulmani che, è stato affermato, non appartengono al fondamentalismo dell’Is.”

Tuesday 06 May 2014

Cristiani crocifissi: lo scandalo in Siria, mentre l'Italia fa finta di nulla.

Parlare di crocifissione del 2014, parlarne soprattutto non nella dimensione rituale della Settimana Santa ma sulla pelle vera di cristiani veri che vivono, resporano, pregano e credono...è una delle cose più scandalose che possa capitare!

Ne parla in questi giorni "La Bussola Quotidiana", sito on line di informazione ed approfondimento su tematiche eligiose.

Può - si chiede LBQ - la semplice interpretazione di un versetto del Corano legalizzare la crocifissione o l'uccisione come pena per chi sbaglia? Ma soprattutto: può quello stesso principio di fede circolare liberamente in uno dei testi più venduti in Italia ed essere accettato in sede di revisione dall'Unione delle comunità ed Organizzazioni Islamiche in Italia (Ucoii)?

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Saturday 15 February 2014

Padre Konrad, le braccia caritatevoli di Papa Francesco

“Tu sai cosa devi fare, hai bisogno di soldi?” E’ la frase che Konrad Krajewski, arcivescovo ed Elemosiniere di sua Santità, si sente ripetere spesso da papa Francesco. Si perché è lui che aiuta il Papa ad essere vicino a chi ha bisogno, con gesti che sembrano piccoli, ma che diventano immensi per chi li riceve. Padre Konrad come lo chiamano tutti, non vive in Vaticano, ma a Borgo Pio, in una casa “con la bandiera polacca”, dice. “Perché così posso essere più vicino alla gente”. Vuole essere chiamato così e il papa gli ha detto: a chi ti chiama eccellenza chiedi 5 euro di tassa per i poveri. Konrad che viene dalla diocesi di Łódź, lui che dal 1998 è stato a fianco di tre papi durante le liturgie, lui che da anni gira la notte per le vie di Roma per dare aiuto a chi ne ha bisogno. “Le mie braccia sono corte adesso, se le prolunghiamo con le tue braccia riesco a toccare i poveri di Roma e d’ Italia, io non posso uscire, tu sì” gli ha detto il papa alla sua nomina.

Wednesday 12 February 2014

Due Papi per una sola Chiesa

Diciamoci la verità, non avremmo mai pensato che la coabitazione funzionasse così bene. Anzi che potesse diventare un modello per il futuro. Quando in un giorno di brutto tempo a febbraio i media di tutto il mondo hanno iniziato a far girare la notizia del secolo, la rinuncia del Papa, l’idea stessa di avere due Papi in Vaticano sembrava roba da Apocalisse. Quel fulmine che colpiva la cupola di San Pietro immortalato da un fotografo fortunato, sembrava davvero l’inizio della fine del mondo secondo i canoni di certi B movies degli anni ’70. Fulmini e saette, l’attacco del Maligno e cose del genere. Qualcuno ha anche cavalcato quest’onda per sferrare l’ultimo colpo a Papa Benedetto XVI colpevole di non aver mai ceduto ai facili popolarismi e di aver sempre predicato la verità del Vangelo con gioiosa e ferma chiarezza. Ma il Vento dello Spirito soffia dove vuole e non segue le regole del meteo.

Wednesday 12 February 2014 09:08

La Quaresima della Chiesa

Quando pensiamo alla Quaresima i laici pensano ad una cosa lunga e triste, i cattolici ad un tempo forte della liturgica che si prepara alla luce della Pasqua. E in effetti quei poco più di quaranta giorni che lo scorso anno abbiamo vissuto tra l’ 11 febbraio, e il 13 marzo e poi fino a Pasqua, sono stati davvero una Quaresima. E in entrambi i sensi. Perché sono stati giorni lunghi, di ansia e di stupore, di attesa di incredulità. E in questo senso giorni di penitenza. Per la prima volta nella storia moderna, un pontefice decideva di rinunciare al governo della Chiesa Universale. Si certo, tutti gli addetti ai lavori sapevano che fin dai tempi di Paolo VI si parlava di come permettere al Papa di essere davvero libero da qualunque condizionamento, di poter esercitare il ministero petrino in pienezza e completezza e quindi di poter “lasciare” qualora non potesse essere in piena coscienza libero

Wednesday 27 November 2013

L'eutanasia ai minori: per la Chiesa un gesto di estrema inciviltà. Occorre riflettere.

Le parole sono forti e sono quelle di un prelato molto autorevole all'interno della Chiesa cattolica.

Mons. Sgreccia è presidente della fondazione Ut Vitam habeant nonchè presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita.

Il tema è uno di quelli che in questoi periodo sta suscitando acceso dibattito in ambito cattolico ed etico: quello dell'eutanasia...anzi, quello dell'eutanasia aperta alle persone minori di età.

«È un salto. Un salto abissale, sotto il livello di civiltà, di umanità». Queste le parole del prelato che commenta il primo sì del parlamento belga all'estensione dell'eutanasia ai minori. 

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Tuesday 03 September 2013

Anche S. Francesco pregherà per la Pace in Siria

Papa Francesco ha chiamato...e moltissimi stanno rispondendo.

La mobilitazione chiesta dal Papa per la pace in Siria si sta estendendo a vista d'occhio, coinvolgendo ambienti laici, religiosi, cattolici e non.

Anche i frati francescani di Assisi si uniscono alla preghiera, attraverso il segno grandell'apertura della tomba di S. Francesco.

Come riferisce infatti l'ANSA, la  Basilica Inferiore di San Francesco d'Assisi resterà aperta, in via del tutto eccezionale, da oggi a venerdì fino alle 22 per pregare sulla Tomba del Santo per la pace in Siria e per coloro che sono chiamati a garantire le vie della giustizia nel mondo.

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Saturday 18 May 2013

I cristiani parlano troppo...degli altri: parola di Papa Francesco.

Per il papa, che ha pronunciato nuovamente parole forti durante la Messa mattutina a Santa Marta, i cristiani hanno proprio il vizio di parlare troppo degli altri. Pettogolezzi e farsi troppo gli affari degli altri, detto in parole povere, sono una mina vagante costante nella vita della Chiesa.

«Quanto si chiacchiera nella Chiesa! Quanto chiacchieriamo noi cristiani!». Lo ha detto papa Francesco - riferisce Vatican Insider - nella messa di stamane a Santa Marta. Per Bergoglio, «la chiacchiera è proprio spellarsi, farsi male l'uno all'altro». «Le chiacchiere sono distruttive nella Chiesa», ha aggiunto  il Pontefice.  Secondo Bergoglio, il cristiano deve vincere la tentazione di «mischiarsi nella vita degli altri». Il Papa, secondo quanto riferisce la Radio Vaticana, ha inoltre sottolineato che chiacchiere e invidie fanno tanto male alla comunità cristiana e che non si può «dire soltanto la metà che ci conviene».

Ma non ha solo parlato di questo il santo Padre.

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Friday 12 April 2013

Unioni gay: la Consulta chiede di intervenire, ma non con l'equiparazione del matrimonio.

Oggi è arrivata una ammonizione della Consulta su alcuni noti ritenuti irrisolti, nel panorama politico e istituzionale italiano.

La Consulta ha chiesto un intervento sulla legge elettorale, ma - soprattutto - ha chiesto che venga fatto qualche cosa per tutelare i diritti ed i doveri delle persona omosessuali, che intendano costituire una unione stabile.

"Il legislatore deve affrontare il nodo delle unioni gay", ha riferito Gallo parlando di fronte alle più alte cariche dello Stato. Queste le parole: "La Corte ha escluso l'illegittimità costituzionale delle norme che limitano l'applicazione dell'istituto matrimoniale alle unioni tra uomo e donna, ma nel contempo  ha affermato che due persone dello stesso sesso hanno comunque il diritto fondamentale di ottenere riconoscimento giuridico, con i connessi diritti e doveri, della loro stabile unione". La Consulta, ha ricordato Gallo, "ha perciò affidato al Parlamento la regolamentazione della materia nei modi e nei limiti più opportuni".

Cosa significa questa frase?

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Thursday 14 March 2013

Papa Francesco: sarà il Papa dell'ecumenismo e del dialogo.

Le parole che Papa Francesco ha pronunciato ieri sera subito dopo l'elezione, sono state poche. Significative, grandemente, insieme ai gesti compiuti.

Una parentesi: dovremo di nuovo abituarci a gesti di questo tipo, ed anche il servizio di sicurezza....che avrà un bel lavoro da fare, con questo Papa che si prefigura già come molto, molto libero...dai protocollo.

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Ma le parole di ieri hanno avuto una grande rilevanza dal punto di vista del dialogo e del'ecumenismo.

Mi riferisco alle parole con le quali il Papa ha parlato di sè: come tutti hanno notato non ha mai citato la parola "papa", ma ha sempre utilizzato la parola "vescovo di Roma".

 

Tra l'altro, anche nel ringraziamento nei confronti di Benedetto XVI chiamato, anch'egli "vescovo emerito di Roma".

 

Dal sito Aleteia.org riporto le parole del Papa:

Fratelli e sorelle, buona sera!

Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un vescovo a Roma, sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo. Ma siamo qui. Vi ringrazio dell'accoglienza. La comunità diocesana di Roma ha il vescovo. Grazie! E prima di tutto vorrei fare una preghiera per il nostro vescovo emerito Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca...

[Preghiera Padre Nostro, Ave Maria, Gloria al Padre]

E adesso incominciamo questo cammino, vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma che è quella che presiede nella carità tutte le chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia fra noi. Preghiamo sempre per noi, l'uno per l'altro. Preghiamo per tutto il mondo perché ci sia una grande fratellanza. Mi auguro che questo cammino di Chiesa che oggi incominciamo e in cui mi aiuterà il mio cardinale vicario qui presente sia fruttuoso per l'evangelizzazione di questa tanto bella città. E adesso vorrei dare la benedizione. Ma prima vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica. La preghiera del popolo perché chieda la benedizione per il suo vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me.

 

Ma perchè il Papa ha parlato così, perchè si è rivolto a Roma, alla sua città...quasi, dimenticando...il mondo che gli stava praticamente tutto davanti?

Non certamente per provincialismo: alcuni forse l'hanno colto così..ma nolla è più distante dalla realtà.

C'è a mio avviso un motivo, cosicnetemente voluto, per il quale il papa ha utilizzato queste parole, e questo motivo non è stato neppure l'umiltà...francescana.

Il motivo è stato l'ecumenismo.

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Wednesday 13 March 2013

Il gabbiano ed il Conclave: quando i media non sanno cosa dire!

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In queste ore è tanta l'apprensione e l'attesa da parte del mondo cattolico (e non solo) per l'esito del Conclave.

Si stanno ascoltando fiumi di parole: trasmissioni televisive e radiofoniche, dirette web, twitter, facebook...e chi più ne ha più ne metta.

Non c'è dubbio che questo sia davvero il Conclave più mediatico degli utlimi anni.

Chiaramente tutti sono con gli occhi all'insù, per seguire, anche in televisione, l'andamento delle votazioni vaticane. Inoltre moltissimi media stanno coprendo con grande intensità gli eventi in diretta oltre che avere realizato molteplici servizi ed interviste.

Oggi poi un nuovo personaggio si è affacciato sul Conclave, con una dirompenza mediatica...quasi sopra le nuvole: un gabbiano.

Un gabbiano che, non credo di sbagliarmi, sta davvero diventando una star della riflessione mediatica di questo evento sul quale, con buona pace di tutti, non si può che dire una parola che abbia senso: ASPETTARE. Punto.

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Thursday 14 April 2011

L’esperimento di Riace

Una risposta positiva al problema dell’immigrazione

di Lucetta Scaraffia

L’arrivo di questa ondata di migranti ha di nuovo messo in moto nell’opinione pubblica italiana il dibattito fra chi li vuole accogliere e chi li vuole respingere. Questo, mentre davanti ai nostri occhi sfilano immagini drammatiche e coinvolgenti, tra speranza e disperazione: da una parte, la madre che ha partorito nel barcone, riuscendo a salvare sé e la piccola, dall’altra i corpi dei molti che muoiono fra le onde, vittime dei trafficanti di esseri umani, oltre che del maltempo e di imbarcazioni fatiscenti.

La Chiesa predica il dovere, che è umano e cristiano, dell’accoglienza nei confronti di chi è più sventurato di noi — che, oltretutto, di lavoratori immigrati abbiamo assolutamente bisogno — ma non sempre è facile tradurre in fatti queste esortazioni. Ci vuole anche un po’ di inventiva, di coraggio e di fantasia. Come quella che hanno avuto gli abitanti di Riace, paese sulla riva ionica della Calabria, composto, come tutti quelli della zona, di un nucleo antico sul cocuzzolo di una collina, lontano dal mare, e di un nuovo abitato in via di espansione lungo la costa (proprio quella dove sono stati trovati i celeberrimi bronzi).

Oggi, il centro antico, che per decenni era stato abbandonato e si stava deteriorando irrimediabilmente, è tornato alla vita. Lo abitano immigrati di varie provenienze, tutti profughi politici, che i cittadini di Riace hanno accolto, a cominciare dai trecento curdi arrivati una decina di anni fa.

Gli immigrati hanno avuto un tetto, qualcosa da mangiare ma anche, cosa ben più importante, un lavoro: all’interno delle antiche mura, infatti, sono nate tante piccole aziende artigianali — ceramica, tessitura, preparazione di prodotti alimentari — dove lavorano, fianco a fianco, italiani e immigrati.

Così chi attraversa questo centro sereno e laborioso vede bimbi di diverse provenienze giocare tra loro, calabresi e africani lavorare insieme; ma anche una rinascita economica che porta benefici a tutti, indistintamente: i bambini nella scuola sono aumentati, rendendo così necessario un numero maggiore di insegnanti e impiegati; gli operatori culturali, che si occupano dell’integrazione e insegnano l’italiano, sono in maggioranza originari del luogo; sono rinate industrie artigianali locali come la tessitura della ginestra e gli abitanti delle case abbandonate del borgo ricevono un affitto, basso, ma comunque guadagnano qualcosa e hanno chi restaura le loro case altrimenti destinate alla rovina. E il finanziamento che il ministero italiano dell’Interno ha stanziato per questo esperimento — 24 euro per immigrato — è servito a dare nuovo impulso anche all’economia locale.

È insomma una situazione nella quale i benefici reciproci sono chiari a entrambe le comunità e la convivenza non risulta difficile, tanto che il paese proprio per questo è diventato un’attrazione turistica. Per valorizzarla, alcune case sono state destinate a ospitalità diffusa nel tessuto urbano ed è stato aperto un ristorante. Sulla sua porta si vede ancora il segno di due proiettili: non tutti a Riace hanno gradito questa rinascita. Ma molte persone e intere scuole vengono a vedere questo miracolo quotidiano, e cercano di capire il segreto di un’accoglienza riuscita.

Il segreto sta certo nella tenacia di Mimmo Lucano, attuale sindaco e animatore del progetto, che interviene continuamente a migliorarlo. Ma sta anche in una iniziativa, nella diocesi dove è stato vescovo amatissimo monsignor Bregantini, nata dal basso grazie a una associazione — Città futura don Puglisi — fondata nel 1999 da ragazzi del luogo intorno alla chiesa parrocchiale e che oggi ha sede in un palazzo del centro antico, vero cuore della vita di Riace.

Certo, il successo dell’esperimento è dovuto anche al numero abbastanza ridotto degli immigrati, al loro essere profughi politici e quindi desiderosi di integrarsi nel nuovo paese, non potendo tornare in patria. Non è facilmente riproponibile in tutte le situazioni: anzi, in qualche modo, proprio le condizioni della sua riuscita mettono in luce le difficoltà che si incontrano in altre situazioni.

Ma il solo fatto che esista una simile realtà, che qualcuno sia riuscito a creare e mantenere questo difficile equilibrio — che dura da più di dieci anni — costituisce un esempio a cui guardare, un caso che fa pensare. Allora, la soluzione del problema immigrati sta forse proprio nell’inventare qualcosa di positivo. Invece di scrollare le spalle con indifferenza.

Saturday 02 April 2011

Nostro contemporaneo

La seconda parte del «Gesù di Nazaret»

Il nuovo libro di Ratzinger-Benedetto XVI rende Gesù di Nazaret nostro contemporaneo. Nel gran disordine che regna sotto il cielo l’irrompere di un libro tanto appassionante accende interrogativi che toccano in profondità le nostre inquietudini. Ciascuno può trovarvi qualche luce per uscirne. Vi si raccontano i tre giorni cruciali dell’esistenza di Gesù, le sue ultime ore di vita scandite dalla passione e morte; l’inizio del tempo nuovo, la risurrezione, vero spartiacque della storia che origina un pensiero alternativo sul futuro del mondo e delle speranze umane.

L’autore è convinto che il confronto positivo con Gesù di Nazaret possa essere una soluzione anziché un problema per l’umanità. La sua indagine è convincente, ragionevole e rispettosa di culture e punti di vista differenti. Interessarsi a Gesù ha senso — si percepisce tra le righe — perché è l’unico risorto della storia, il Vivente immerso in ogni epoca e perciò nel nostro presente; compagno di viaggio affidabile che ci introduce negli orizzonti sconosciuti della vita oltre la morte.

Chiunque volesse capire questo misterioso Signore può calarsi nei giorni finali della sua vita terrena.

Pagina dopo pagina, dalle parole e dai comportamenti di Gesù, il teologo diventato Papa trae i tasselli di una carta d’identità dell’essere cristiano. Da un lato salda l’esperienza del patire, dell’angoscia e della tenerezza del Nazareno con l’insieme del pianto e del dolore smisurati delle vittime di ogni tempo e, dall’altro, ci aiuta a leggere frammenti del mistero del male e della sofferenza non più invincibili dopo la sua agonia nell’orto degli ulivi e l’abbandono sulla croce. La risurrezione di Gesù non è un tardivo volo pindarico dei suoi discepoli delusi che, non potendolo dimenticare, lo trasformarono in mito.

È una realtà veramente accaduta, alla pari della crocifissione e della morte. Mentre però del dolore e della morte che impastano la storia abbiamo una conoscenza sperimentale, della risurrezione abbiamo una conoscenza per fede. Si tratta di una fede ragionevole, ma sempre fede. Anzi, ci ricorda Papa Ratzinger, la fede cristiana è fondata sulla risurrezione. Poiché è strettamente collegata alla croce, la memoria della risurrezione è altrettanto pericolosa per la sapienza umana. Per i discepoli che attendevano un messia regale e vittorioso, la morte di Gesù è stata sconvolgente; la risurrezione, una volta verificata, ne ha cambiato la prospettiva, decidendoli a seguire il Maestro finalmente compreso.

Nel mistero della passione, morte e risurrezione — ci ricorda l’autore — sono racchiuse alcune delle questioni profonde dell’esistenza. E nel processo a Gesù è presente la critica radicale alle politiche basate sull’inganno e la violenza anziché sulla verità. Il destino del mondo si gioca sulla verità, non sulla forza che rimane una soluzione illusoria. Occuparsi di Gesù è occuparsi di tale destino poiché egli è venuto per rendere la più autorevole testimonianza alla verità che la prospettiva cristiana identifica con Dio.

Nello stile dei Padri della Chiesa, Papa Ratzinger non scrive per puro godimento intellettuale, ma offre un libro per la vita. La lettura ci immerge nella profondità del mistero cristiano, svelandoci quanto poco sia conosciuto e gustato. Con la scelta di una interpretazione dei racconti della passione basata sulla storia e sulla fede non contrapposte ma complementari, l’autore conferma la teologia conciliare e pone fine al pregiudizio nei confronti del popolo ebraico accusato nei secoli di deicidio. Nei vari momenti esaminati, dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Benedetto XVI sceglie un linguaggio nuovo e accessibile senza perdere profondità.

Chiama la Chiesa «la comunità dei discepoli» di Gesù; definisce la caritas «premura per l’altro», non un secondo settore del cristianesimo accanto al culto, «ma radicato proprio in esso e ne fa parte». C’è emozione per la lotta tra bene e male nella notte del Getsemani dove Gesù «trascina la natura recalcitrante in alto verso la sua vera essenza» e porta «il travaglio dell’essere uomini in alto verso Dio». L’ascensione è tradotta in una «vicinanza permanente» di Gesù con noi, un «entrare nel mistero di Dio» e un’altra dimensione dell’essere.

Si descrive, infine, la risurrezione, come fenomeno totalmente nuovo, una nuova dimensione dell’essere uomini, una mutazione decisiva, un salto di qualità; un nuovo genere di futuro per gli uomini, una nuova dimensione dell’esistenza umana, inclusa nell’atto di donare la vita. L’amore e la risurrezione — insiste l’autore — sono i due motivi distintivi dell’essere cristiani. La risurrezione come «mutazione» genetica compiuta da Dio in Gesù e promessa a tutti; l’amore come metodo di vita che distingue i figli di Dio e per il cosmo dischiude già ora un futuro di speranza.

c. d. c.

Tuesday 29 March 2011

Dall’abisso del male

Il pellegrinaggio di Benedetto XVI alle Fosse ardeatine — così l’ha voluto definire lo stesso Papa — per rendere omaggio alle vittime dello spaventoso eccidio, che resta indelebile tra i numerosissimi orrori della seconda guerra mondiale, non ha trovato molto spazio nei media. Forse anche per il succedersi incalzante e drammatico di notizie nel panorama internazionale.

Eppure la visita di Benedetto XVI a questo sacrario «caro a tutti gli italiani» — in continuità con quelle di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, e con la volontà di pregare e «rinnovare la memoria» — ha un significato particolare, che rimane. Il loro successore ha infatti compiuto un altro passo nella ricomposizione della memoria di quel conflitto che contribuì a sprofondare il Novecento nell’abisso del male. Come aveva affermato lo stesso Benedetto XVI un mese esatto dopo la sua elezione riflettendo sulle ultime successioni papali.

In questo modo non bisogna forse considerare, aveva detto il nuovo Papa, «il fatto che sulla cattedra di Pietro, ad un Pontefice polacco sia succeduto un cittadino di quella terra, la Germania, dove il regime nazista poté affermarsi con grande virulenza, attaccando poi le nazioni vicine, tra le quali in particolare la Polonia? Entrambi questi Papi in gioventù — seppure su fronti avversi e in situazioni differenti — hanno dovuto conoscere la barbarie della seconda guerra mondiale e dell’insensata violenza di uomini contro altri uomini, di popoli contro altri popoli».

Alla presenza del rabbino capo della più antica comunità della diaspora occidentale, ferocemente colpita dalla persecuzione razziale anche alle Fosse ardeatine, il vescovo di Roma, «città consacrata dal sangue dei martiri», ha voluto incontrare a lungo i familiari delle vittime — cattolici ed ebrei insieme — e ha reso omaggio alla loro memoria, in un luogo vicino alle catacombe e dal quale ancora una volta si è levata la preghiera dei Salmi, con le parole che da molti secoli ebrei e cristiani innalzano all’unico Dio.

Quel Dio al quale, nell’ora delle tenebre, si rivolsero due caduti, come altri in quei giorni, per affermare la fede «in Dio e nell’Italia» e invocare la protezione degli ebrei «dalle barbare persecuzioni». Benedetto XVI ha citato le loro parole, ricordando il centocinquantesimo anniversario dell’unità del Paese e ripetendo che nel Padre di tutti è possibile un futuro diverso. Che non offenda il Nome santo di Dio e l’essere umano, creato a sua immagine.

g. m. v.

Monday 28 March 2011

Da Gerusalemme a Parigi

L’intuizione di Benedetto XVI di un nuovo spazio dove laici e non credenti possano essere accolti con amicizia per condividere con chi crede la ricerca dell’unico Dio sta prendendo forma. Nella visione papale questa proposta è rappresentata dall’immagine del «cortile dei gentili» nel Tempio di Gerusalemme — dove appunto erano ammessi i pagani attratti dalla religiosità ebraica — ed è stata assunta dall’organismo curiale che si occupa del mondo della cultura con originale creatività.

Carica di simboli è stata così la scelta di Parigi — la «città dei Lumi» emblema di quella modernità contraddittoria e drammatica nata dagli ideali e dagli errori della rivoluzione francese — per l’esordio di questa iniziativa. Che senza dubbio è tra le più importanti decise da un Papa tanto mite quanto coraggioso, uomo di fede e teologo profondo, abituato sin da giovane al confronto, soprattutto nel mondo universitario, con chi è al di fuori dei confini visibili della Chiesa.

Uso dunque a esprimersi con parole comprensibili a tutti, Benedetto XVI ha voluto essere presente a Parigi con un messaggio ai giovani riuniti davanti a Notre-Dame, in uno spazio aperto oggi come venti secoli fa era accessibile ai pagani il cortile esterno del Tempio gerosolimitano. Dal grande santuario di un ebraismo sempre più caratterizzato da aspirazioni universalistiche rimanevano però esclusi i non giudei.

A cambiare tutto è stata la venuta di Cristo, quella luce vista da Giovanni che illumina ogni essere umano e ha abbattuto «il muro di separazione» tra ebrei e gentili, e dunque ogni divisione: anche quella tra credenti e non credenti. E perché non fosse reso difficile l’accesso dei pagani allo spazio loro riservato nel santuario di Gerusalemme Gesù aveva cacciato chi di questo luogo si approfittava per lucro. Per questo Benedetto XVI in molti modi si fa capire. Come hanno dimostrato, diversamente ma con straordinaria efficacia, i suoi ultimi due libri.

Ed efficaci per credenti e non credenti sono risuonate a Parigi le sue parole, rivolte ai giovani, ma più in generale alle donne e agli uomini di oggi. Il Papa ha così rinnovato l’invito che nel succedersi dei secoli e sino alla fine dei tempi la Chiesa di Cristo non si è stancata e non si stancherà di rivolgere: di non aver paura di aprire a Dio i cuori e le società. Senza timore di assumere le parole — libertà, uguaglianza, fraternità — che hanno riassunto gli ideali rivoluzionari, tante volte poi brandite con asprezza contro la Chiesa e il cristianesimo, e che pure dal cristianesimo sono nate.

Comuni sono moltissime aspirazioni di credenti e non credenti, per costruire «un mondo nuovo e più libero, più giusto e più solidale, più pacifico e più felice». Allora — dice Benedetto XVI — tra chi crede e chi non crede deve cadere, nel riconoscimento reciproco, ogni diffidenza: Dio non è un pericolo per la società e la vita umana e non lo è naturalmente la ragione, purché non si pieghi agli interessi e all’utilità, come spesso avviene. Per questo il Papa ha invitato i giovani parigini, riuniti davanti a Notre-Dame, senza distinguere tra credenti e non credenti, a non fermarsi nel cortile dei gentili. E a entrare invece nella cattedrale, dove come incenso si alzava la preghiera della sera.

g.m.v.

Friday 25 March 2011

Una rivoluzione femminile

A tre anni dalla morte la prima biografia di Chiara Lubich

di Lucetta Scaraffia

A tre anni dalla scomparsa, è uscita la prima biografia di Chiara Lubich, scritta da Armando Torno per Città Nuova: un libro che sceglie volutamente un tono non agiografico per descrivere quella che è sicuramente una delle più straordinarie esistenze del Novecento. Una narrazione piana, costruita attraverso le testimonianze delle focolarine e dei focolarini che sono stati più vicini alla loro fondatrice. Un racconto che volutamente mette sullo stesso piano le vicende umane e le esperienze mistiche di Chiara; rispettando, in questo modo, il suo carattere riservato, la sua capacità di stare al centro di tutto ma al tempo stesso di scomparire come persona.

Mi è capitato di incontrarla personalmente una sola volta, l’8 marzo di qualche anno fa, al Quirinale, dove era arrivata per ricevere un’importante onorificenza dal presidente della Repubblica italiana. Era entrata sorridendo, come sempre, senza preoccuparsi se nessuno dei presenti dava segno di riconoscerla e di darle onore. A me, che le ero andata incontro emozionata, ha riservato un sorriso timido e dolce, e ha declinato con semplicità ogni mio tentativo di far sapere ai responsabili del cerimoniale che era arrivata.

La biografia rispetta questo suo atteggiamento umile e ritroso, profondamente disponibile al contatto umano ma del tutto indifferente alla notorietà, e alla ribalta che pure le spettava. A tal punto che si coglie l’importanza di Chiara nella storia del Novecento quasi più dalla cronologia comparata, molto ben fatta, che si trova in appendice al volume e che dà conto della ricchezza delle forme di aggregazione da lei create all’interno del mondo cattolico, della sua straordinaria capacità di costruire momenti di incontro e di vero dialogo con esponenti e fedeli di altre religioni, della fecondità spirituale che ha segnato la sua vita interiore.

Una fecondità che ha sempre condiviso con le sorelle e i fratelli più vicini, e poi con tutti coloro che rivelavano disponibilità all’ascolto, consapevole che i tempi in cui si trovava a vivere richiedevano un’immediata condivisione di quanto lei, strumento di Gesù, arrivava a comprendere illuminata dallo Spirito Santo. Illuminazioni che nascevano dalla lettura continua della Sacra Scrittura: «Ogni volta che Chiara apriva il Vangelo vi scopriva la profondità di quelle parole di vita eterna che mai prima aveva trovato».

In questo modo, Chiara ha anticipato quello che la cultura cattolica avrebbe poi scoperto: l’ingresso nel linguaggio spirituale della parola amore, fino a quel momento riservata più che altro ai discorsi mondani; l’idea della spiritualità dell’unità, che si trasforma in una appassionata forma di dialogo tra le religioni e in una risposta alla «notte culturale» dell’umanità. Senza mai preoccuparsi che fosse ricordato il suo ruolo precorritore.

La proposta di una nuova evangelizzazione, secondo le sue parole, «non significa soltanto che il mondo secolarizzato» ne ha bisogno, ma anche che «l’evangelizzazione va fatta in maniera nuova». E alla ricerca di questa maniera nuova dedica tutte le sue energie: gli incontri, anche quelli apparentemente secondari, si trasformano grazie a lei in nuove vie e nuovi progetti, allargando sempre più la rete dei coinvolgimenti nel suo ideale: la santità a portata di tutti. Il suo movimento si apre a tutti gli ambiti, in un’ottica universale, con particolare attenzione alla cultura e ai media, mentre la sua vita interiore dà un nuovo impulso agli studi teologici.

Ma certamente l’aspetto di novità più forte che ha segnato la sua vicenda è proprio il suo essere donna, una donna che dà un accento fortemente femminile a ogni sua opera: basti pensare al nome più conosciuto del movimento da lei fondato (ufficialmente Opera di Maria) che evoca il focolare, spazio tradizionalmente femminile. Comincia circondandosi di donne, che sanno poi aprirsi alla necessaria presenza maschile, e dà disposizioni che a presiedere il movimento sia sempre una donna.

Anche la spiritualità dell’Opera prende una forma femminile, rappresentando la presenza mistica di Maria nella Chiesa. In questo modo, con la sua straordinaria esperienza, Chiara — che parla alle assemblee dei vescovi, è ascoltata dai Papi, viene accolta con gli onori di un capo di Stato nei Paesi che visita — realizza quello che i tempi richiedono anche alla Chiesa: riconoscere l’importanza del ruolo delle donne.

Ma lo ottiene senza rivendicare diritti, senza nessuna asprezza. Lo ottiene dimostrando di sapersi meritare quell’autorità che le viene riconosciuta, come è stato per le grandi sante nella storia della Chiesa. La sua importanza nel cattolicesimo del Novecento è anche la prova di una rivoluzione femminile compiuta nel silenzio e nella modestia. Rimane il compito di prenderne atto.

Wednesday 23 March 2011

Questione di radicalità evangelica

Il celibato sacerdotale

di Mauro Piacenza

Residuo preconciliare e mera legge ecclesiastica. Sono queste, in definitiva, le principali e più dannose obiezioni che riaffiorano nel periodico riaccendersi del dibattito sul celibato sacerdotale. Eppure, niente di questo ha reale fondamento, sia che si guardi ai documenti del concilio Vaticano II, sia che ci si soffermi sul magistero pontificio. Il celibato è un dono del Signore che il sacerdote è chiamato liberamente ad accogliere e a vivere in pienezza.

Se infatti si esaminano i testi, si nota innanzitutto la radicale continuità tra il magistero che ha preceduto il concilio e quello successivo. Pur con accenti talora sensibilmente differenti, l’insegnamento papale degli ultimi decenni, da Pio XI a Benedetto XVI, è concorde nel fondare il celibato sulla realtà teologica del sacerdozio ministeriale, sulla configurazione ontologica e sacramentale al Signore, sulla partecipazione al suo unico sacerdozio e sulla imitatio Christi che esso implica. Solo, dunque, una scorretta ermeneutica dei testi del Vaticano II – a cominciare dalla Presbyterorum ordinis – potrebbe condurre a vedere nel celibato un residuo del passato di cui liberarsi. E una tale posizione, oltre che errata storicamente, teologicamente e dottrinalmente, è anche dannosa sotto il profilo spirituale, pastorale, missionario e vocazionale.

Alla luce del magistero pontificio bisogna anche superare la riduzione, in taluni ambienti molto diffusa, del celibato a mera legge ecclesiastica. Esso, infatti, è una legge solo perché è un’esigenza intrinseca del sacerdozio e della configurazione a Cristo che il sacramento dell’Ordine determina. In tale senso la formazione al celibato, oltre ogni altro aspetto umano e spirituale, deve includere una solida dimensione dottrinale, poiché non si può vivere ciò di cui non si comprende la ragione.

In ogni caso, il dibattito sul celibato, che periodicamente nei secoli si è riacceso, certamente non favorisce la serenità delle giovani generazioni nel comprendere un dato così determinante della vita sacerdotale.

Giovanni Paolo II nella Pastores dabo vobis (n. 29), riportando il voto dell’assemblea sinodale, afferma: “Il Sinodo non vuole lasciare nessun dubbio nella mente di tutti sulla ferma volontà della Chiesa di mantenere la legge che esige il celibato liberamente scelto e perpetuo per i candidati all’Ordinazione sacerdotale nel Rito latino. Il Sinodo sollecita che il celibato sia presentato e spiegato nella sua piena ricchezza biblica, teologica e spirituale, come dono prezioso dato da Dio alla sua Chiesa e come segno del Regno che non è di questo mondo, segno dell’amore di Dio verso questo mondo nonché dell’amore indiviso del sacerdote verso Dio e il Popolo di Dio”.

Il celibato è questione di radicalismo evangelico. Povertà, castità e obbedienza non sono consigli riservati in modo esclusivo ai religiosi. Sono virtù da vivere con intensa passione missionaria. Non possiamo abbassare il livello della formazione e, di fatto, della proposta di fede. Non possiamo deludere il popolo santo di Dio, che attende pastori santi come il curato d’Ars. Dobbiamo essere radicali nella sequela Christi senza temere il calo del numero dei chierici. Infatti, tale numero decresce quando si abbassa la temperatura della fede, perché le vocazioni sono “affare” divino e non umano. Esse seguono la logica divina che è stoltezza agli occhi umani.

Mi rendo conto, ovviamente, che in un mondo secolarizzato è sempre più difficile comprendere le ragioni del celibato. Ma dobbiamo avere il coraggio, come Chiesa, di domandarci se intendiamo rassegnarci a una tale situazione, accettando come ineluttabile la progressiva secolarizzazione delle società e delle culture, o se siamo pronti a un’opera di profonda e reale nuova evangelizzazione, al servizio del Vangelo e, perciò, della verità sull’uomo. Ritengo, in tal senso, che il motivato sostegno al celibato e la sua adeguata valorizzazione nella Chiesa e nel mondo possano rappresentare alcune tra le vie più efficaci per superare la secolarizzazione.

La radice teologica del celibato, dunque, è da rintracciare nella nuova identità che viene donata a colui che è insignito del sacramento dell’Ordine. La centralità della dimensione ontologica e sacramentale e la conseguente strutturale dimensione eucaristica del sacerdozio rappresentano gli ambiti di comprensione, sviluppo e fedeltà esistenziale al celibato. La questione, allora, riguarda la qualità della fede. Una comunità che non avesse in grande stima il celibato, quale attesa del Regno o quale tensione eucaristica potrebbe vivere?

Non dobbiamo allora lasciarci condizionare o intimidire da chi non comprende il celibato e vorrebbe modificare la disciplina ecclesiastica, almeno aprendo delle fessure. Al contrario, dobbiamo recuperare la motivata consapevolezza che il nostro celibato sfida la mentalità del mondo, mettendo in crisi il suo secolarismo e il suo agnosticismo e gridando, nei secoli, che Dio c’è ed è presente.

Tuesday 22 March 2011

L’orso del Papa

Alla dedicazione della parrocchia romana di San Corbiniano — una liturgia esemplare per la cura e la partecipazione dei fedeli, tra i quali tantissimi bambini — erano presenti ben tre successori del fondatore della diocesi di Frisinga: oltre a Joseph Ratzinger, oggi Papa con il nome di Benedetto XVI, i cardinali Friedrich Wetter e Reinhard Marx. Un fatto eccezionale, che il parroco ha sottolineato nel suo caloroso saluto iniziale.

Nell’omelia il vescovo di Roma, successore del primo degli apostoli, ha improvvisato una breve riflessione su questo monaco francese attratto dalla vita contemplativa che scese a Roma per fondarvi un monastero. Ma qui la sua vita cambiò in modo inatteso: il Papa lo ordinò vescovo per la Baviera, dove la popolazione «voleva farsi cristiana, ma mancava gente colta, mancavano sacerdoti per annunciare il Vangelo».

Una scelta, quella di Gregorio ii, che si rivelò di universalità — il santo infatti «collega la Francia, la Germania, Roma», ha sottolineato il Papa — e nello stesso tempo di unità: Corbiniano ci dice che «la Chiesa è fondata su Pietro» e che era la stessa «come oggi». Per una ragione molto semplice: Cristo è lo stesso, «la Verità, sempre antica e sempre nuova, attualissima, presente, e apre la chiave per il futuro».

Parlando ai fedeli Benedetto XVI ha accennato all’orso che ha scelto di collocare nel suo stemma, episcopale e poi papale. Joseph Ratzinger ne aveva scritto per la prima volta nel libro autobiografico, tanto piccolo quanto prezioso, che pubblicò nel suo settantesimo anno e dove raccolse i suoi ricordi sino alla consacrazione episcopale. Raccontando come all’animale che aveva sbranato il cavallo di Corbiniano, in viaggio per Roma, fu imposto dal monaco di portare il suo fardello.

Ratzinger, sulla traccia del prediletto Agostino, spiegava che quel peso — il carico episcopale di chi «tira il carro di Dio in questo mondo» — venne imposto a Corbiniano e al vescovo africano, attratti entrambi dalla contemplazione e dallo studio. «Ma proprio in questo modo io ti sono vicino, ti servo, tu mi hai nella mano», concludeva il cardinale ormai a Roma. Affidandosi all’unico Signore, come ogni giorno fa Benedetto XVI. Che resta sempre affezionatissimo al suo orso.

g. m. v.