Thursday 20 June 2013

Teatri del Sacro fra Testori e Mandel’stam

tds_lucca2013.jpgAncora una volta e per una lunga settimana fatta di giornate intense e gioiose, di fede luminosa, Lucca si è rivelata la cittadella esplosiva di quel teatro che trova la sua essenza nella forza della fede. E forse mai come in questa sua terza edizione dei Teatri del Sacro, la rassegna promossa dalla Federgat e sostenuta dalla Cei, ha vissuto di un simile ardore. Tante presenze, tanto fervore, soprattutto di giovani, nel seguire le proposte del variegatissimo programma. Un continuo pellegrinare da un luogo deputato all’altro, cioè quei templi della fede che insieme al suo splendido Duomo sono la bellezza e la ricchezza artistica della città. Una ventina gli appuntamenti e tutti degni di interesse. Sotto i riflettori i grandi temi che toccano lo spirito, la tradizione sacra, la ricerca interiore, anche ciò che fa rivivere la religiosità popolare. Un peccato non aver potuto seguirla interamente, ma quanto visto è bastato per comprendere come la manifestazione sia stata fruttifera e di un valore artistico più che pregevole.

Delicato, struggente, proposto con bella sensibilità da Andrea Nanni, Un po’ di eternità dallo stupendo carteggio fra Osip e Nadezda Maldest’am regalatoci con purezza d’accento da Silvia Pesello e Silvio Castiglioni. Lo spettacolo trae origine dalla vicenda d’amore fra due esseri che negli anni più bui del Novecento, e nelle condizioni meno favorevoli, hanno saputo dire sì alla vita con singolare forza d’animo, per loro un po’ di eternità. È da raccomandare poi la Compagnia Proxima Res, che a lungo ha lavorato incontrando e intervistando mogli, figli, nipoti, amici di persone morte nelle varie stragi che hanno colpito al cuore il nostro Stato negli ultimi cinquant’anni. Il materiale raccolto è diventato oggetto di studio, dando origine ai cinque capitoli di Chi resta: la rabbia e la ricerca di giustizia; l’importanza della memoria; il confronto tra vittime; la concessione del perdono. Tre importanti drammaturghi, Roberto Cavosi, Angela Demattè e Renato Gabrielli, hanno scritto ciascuno un capitolo; Carmelo Rifici, ideatore del progetto, ma anche nelle vesti di drammaturgo firma l’intera regia. Infine il Testori di Passione (da Passio Laetitiae et Felicitatis) sembra toccare il massimo della trasgressione visionaria, sacro e dissacrante a coincidere scandalosamente l’urlo, la visceralità, la bestemmia si direbbe e insieme però è sempre la parola a chiamare in causa il divino, fino a farlo coincidere, come se il sublime si ricavasse solo nell’infinito. E qui a dar voce e restituire con rara “passione” drammatica, non potevano essere che due attori testoriani per eccellenza, Maddalena Crippa e il fratello Giovanni Crippa, guidati da Daniela Nicosia che forse esagera in qualche passaggio in un barocchismo fuori tempo.

Domenico Rigotti – Avvenire, 18 giugno 2013

Wednesday 19 June 2013

Kiko Argüello pittore, musicista, architetto

Mentre alla Biennale di Venezia il Vaticano dialoga con l'arte contemporanea, in migliaia di parrocchie di tutto il mondo si è già installato un particolarissimo modello estetico, ideato dal fondatore del Cammino neocatecumenale

Wednesday 19 June 2013 22:00

Sa dire e sa fare

​Certamente papa Francesco ha imposto uno stile, che ad alcuni, i più vecchi, ha ricordato le novità del pontificato di Giovanni XXIII, nell’affermazione di una semplicità non recitata e bensì immediata, istintiva, che è sembrata in Jorge Mario Bergoglio praticata da così tanto tempo da apparire, semplicemente, come un modo d’essere. È impressionante vedere come ci si è abituati presto a questo stile – a questa immediatezza che è almeno in parte il portato di una cultura e di un costume assai lontani dal nostro – e a questo nuovo rigore che proclama il dire e il fare dover essere la stessa cosa, e comincia subito col dimostrarlo permettendoci di verificarne l’autenticità.

Proprio così, ne verifichiamo l’assenza di recita, il rifiuto della retorica delle belle parole che nascondono atti imperfetti o negativi, di tutte quelle contraddizioni vistose che nei comportamenti pubblici e in quelli di tutti trascinano così lontani da un cristianesimo vissuto, vero. E non è che questa semplicità – dimostra ogni giorno papa Francesco – porti alla perdita di autorevolezza, si direbbe anzi vero il contrario. Un amico prete mi mette in guardia e dice: «Tutto bene, anzi benissimo, ma la Chiesa è un’organizzazione complessa, è anche un sistema di posizioni e di poteri che sono andati consolidandosi nel tempo, e che hanno portato in parte alla scelta di papa Benedetto di lasciare; e non è facile, se si arriva da lontano, comprendere e controllare questi meccanismi. Indirizzarli per il meglio, dargli nuove spinte e una maggiore trasparenza per un papa che viene da lontano. Credimi, non sarà, per lui, affatto semplice».

E però mi pare, da profano assoluto, che il modo di agire di papa Francesco sia, appunto, trasparente, e sappia coniugare l’intelligenza delle decisioni con la necessità delle trasformazioni, che peraltro è l’epoca stessa a imporre. Viviamo infatti in tempi niente affatto semplici, in cui le mutazioni in corso sono così profonde e talora oscure, nascoste, da esigere una grande intelligenza nella comprensione dello "stato delle cose" e nella scelta delle cose da combattere, frontalmente o prendendole da lontano, e di quelle da sostenere o da proporre. Mi sembra che il nuovo papa sia molto cosciente di come oggi va il mondo, e lo abbia dimostrato con i suoi piccoli e grandi gesti, con le parole e con i fatti, con una quotidianità chiara e determinata. E che, anche in ragione delle sue precedenti esperienze in un Paese e in un continente diversi dal nostro, egli sappia bene quali sono i nuovi assetti del mondo. Mi pare – è una mia impressione – che egli sia cosciente dei modi in cui la finanza tenta ovunque, e nei Paesi ricchi c’è già riuscita in pieno, di condizionare la democrazia dando il potere a una oligarchia del denaro cinicamente impersonale, mentre in altri, e davvero in tanti, dà spazio alla corruttrice ricchezza prodotta dal crimine che in molti Paesi ha conquistato le vecchie classi dirigenti e ne ha imposte di nuove. Mi pare che si renda conto della crescente invadenza dei nuovi media che distraggono e al contempo servono al controllo sociale, alla limitazione della capacità di ciascuno di pensare con la propria testa; si renda conto della portata degli scontri in atto tra passato e presente e tra ricchi e poveri in molte parti del mondo, e di come l’occidente susciti con la sua arroganza, rivolte niente affatto limpide, eccetera.

Contiamo cento giorni con questo papa. Affrontati con umiltà e persuasione, tra i pochi motivi di speranza che il futuro ci offre, oggi, e specialmente nel nostro confuso e a lungo malgovernato Paese.

Wednesday 19 June 2013 22:00

Il tocco di Dio

Immaginate di trascrivere, in un volumetto agile e succoso, di ampia divulgazione, ma anche di acuta dottrina, "la prima lezione di ecclesiologia" di Papa Francesco. Cento pagine, un argomento essenziale, molti esempi. (È una ricostruzione non autorizzata, la mia, della quale mi assumo il rischio, sperando che sia utile. E gli esempi non sto a ricordarli, li abbiamo visti tutti, stupiti e lieti, giorno per giorno). La mia percezione è che il tema si potrebbe indicare così. La prossimità di Dio si vede, si ascolta, si tocca persino, nella prossimità di Gesù. E dunque, il primo comandamento della Chiesa è questo: «Va’ e fa’ lo stesso» (Lc 10, 37).

Il primo atto, la prima impressione, la prima emozione che deve accompagnare l’incontro con la Chiesa, è l’immagine della prossimità di Gesù. E la traccia indelebile che dovrebbe rimanere associata a questo incontro, dovrebbe essere quella di un contatto con Dio che rimane segnato nella memoria del corpo, fino a persuaderti che non te lo sei sognato, non te lo sei immaginato, non te lo sei costruito da te nella tua mente. Il primo tocco di Dio è quello che non si scorda mai più. Leggi il vangelo seguendo questo filo d’oro della prossimità di Gesù, in cui si forma l’apprendistato dei Discepoli: in presa diretta con la "fisicità" del contatto fra Gesù, i singoli, le folle. Segui le sue parole, ma anche i suoi toni di voce, i suoi sguardi, i suoi gesti, le sue traiettorie e le sue fermate, il suo modo di mettersi in mezzo e di ritrarsi con discrezione. Segui le sue mani, come si sporcano di terra a scrivere l’inconfessabile, che riporta ognuno all’umiltà del suo limite e del suo giudizio; o come fanno un piccolo impacco di fango che puoi lavare tu stesso, per riacquistare la vista e ogni altra liberazione dal male. Segui il suo corpo, come fa barriera contro il disprezzo per il pubblicano e contro l’avvilimento della donna; come si raccoglie nella preghiera, come sta sereno nella tempesta, come si offre al posto dei discepoli nell’orto del tradimento, del fanatismo, delle lotte di potere. Seguilo e impara come si scrive la parola di Dio nell’anima, lasciando nel corpo il segno della sua giustizia. Seguilo e impara come si annuncia il giudizio di Dio sul mondo, nel segno di una prossimità misericordiosa che non lascia nessuna scusa al risentimento: perché quel giudizio prende anzitutto su di sé i pesi del suo peccato e delle sue ferite.

Per farsi occasione e tramite di questo tocco della prossimità di Dio, la Chiesa non ha che da esporsi essa stessa, in primo luogo, alla prossimità del Corpo del Signore. E scegliere la via del segno più diretto e meno enfatico che esista per renderla trasparente agli abitanti delle periferie di questa moderna città dell’uomo, così piena di sé e così vuota di misericordia. Nessun talento prezioso sarà sprecato, se verrà giocato e speso per la trasparenza di questa eredità. Nessuna sacra dignità sarà ferita, se si farà un punto d’onore della sua conversione a questo stile del ministero. Se quando si dirà "Chiesa", ciò che prima di tutto verrà alla memoria della mente e del cuore sarà il ricordo del tocco di Dio, il Servo di tutti i servi di Dio, per primo, torverà qui la sua ricompensa migliore. E noi tutti – «minimi e peccatori» come dice l’antica liturgia – scopriremo di poter essere veramente, per pura grazia, un sacramento del tocco di Dio. Una Chiesa che ha bisogno di spiegarsi e di giustificarsi troppo è una Chiesa che ha perduto l’efficacia del tocco di Dio, del quale è tramite. Nessuna rendita di posizione può supplire lo svuotamento di questa prima icona. Nessuna strategia di comunicazione può colmare la mancanza di questo primo amore. Ricorda, Chiesa, come si muove il Corpo del Signore. E fa’ lo stesso. La lezione di ecclesiologia dei primi cento giorni è questa.

Wednesday 19 June 2013 21:00

I santi sull’euro: la Ue dice no, ma la Slovacchia “vince”

Una moneta da un euro commemorativa emessa dalla Banca Nazionale Slovacca ha diviso l’Europa: raffigurante i santi Cirillo e Metodio con l’aureola e la croce, sarà finalmente messa in circolazione in luglio, con due mesi di ritardo rispetto al previsto e dopo un lungo braccio di ferro con la Commissione Europea che, in seguito alle proteste di alcuni stati membri, aveva chiesto di rimuovere ogni simbolo religioso.

Disegnata da un artista locale, la moneta celebrerà il 1.150esimo anniversario dell’arrivo della cristianità in terra slovacca, ma nei mesi del contenzioso è diventata il simbolo della progressiva secolarizzazione del Vecchio Continente.

“Posso assicurarvi che la Commissione non è l’Anticristo”, ha detto al New York Times Katharina von Schnurbein, responsabile Ue per il dialogo tra gruppi laici e religiosi, smentendo che da parte della della burocrazia di Bruxelles ci sia un’agenda anti-cristiana: “La Ue è spesso vista come se cercasse di cancellare ogni fede, ma non è così. Trattiamo con gente che crede e con gente che non crede”.

Obbligata dai trattati a consultarsi con gruppi secolari e religiosi la Ue attribuisce grande importanza a questo dialogo, ha detto la Schnurbein. Fatto sta che, su proteste di paesi come la Francia, che attribuisce massima importanza alla netta separazione tra Chiesa e Stato, e della Grecia, che considera i monaci bizantini Cirillo e Metodio come cosa propria, il dipartimento per gli affari monetari della Commissione alla fine dell’anno scorso aveva intimato alla Slovacchia di ridisegnare la moneta nell’interesse “della diversità religiosa”.

Ci sono voluti mesi di trattative e alla fine la Banca ha puntato i piedi: la moneta di euro verrà sfornata dalla zecca con tanto di croce e aureola e alla Commissione europea non è restato che dare luce verde.

Fonte: Avvenire on line, 19/06/2013

Wednesday 19 June 2013 13:50

Sposa e Madre cattolica

Proponiamo l’ascolto di una puntata di Radio Buon Consiglio, la radio dei Francescani dell’Immacolata, interamente dedicata alle Mamme.

Consigli utili e pratici per svolgere con zelo ed amore questo misterioso incarico affidato a tutte le madri da Dio stesso. A partire dall’importanza di vivere coerentemente il Vangelo, in primo luogo con l’esempio di vita, fino ad arrivare all’importanza della preghiera, e in particolare della recita del Santo Rosario.

http://rbuonconsiglio.net/AUDIO/PROGRAMMI/Pianeta-Famiglia/LuciaComi/Sposa-Madre-Catt-01.mp3

Wednesday 19 June 2013 12:03

Presuli contro l’aborto

Ancora un appello contro la legge sull’aborto e un invito a esprimere il proprio rifiuto in occasione del referendum di domenica prossima è stato lanciato dai vescovi dell’Uruguay.

I presuli sono tornati a condannare la normativa che, approvata nell’ottobre scorso con una ristretta maggioranza, prevede l’aborto fino alla dodicesima settimana e in altri casi fino alla quattordicesima, previa consultazione con una commissione di medici, psicologi e assistenti sociali. L’interruzione volontaria di gravidanza può essere, invece, direttamente autorizzata in caso di rischio grave per la salute della madre, stupro o possibili malformazioni del nascituro.

All’inizio del mese scorso sono state presentate più di 68.000 firme per indire il referendum che chiede l’abolizione della legge. Il 23 giugno prossimo gli uruguaiani saranno chiamati a votare per esprimersi sul tema: se 654.000 elettori (il 25 per cento del corpo elettorale) si pronuncerà per l’abolizione della legge, il Parlamento dovrà prenderne atto e affrontare il problema nell’immediato.

La Conferenza episcopale ha «incoraggiato le iniziative legittime che chiedono la cancellazione di questa normativa. I cittadini dell’Uruguay — dicono i vescovi — hanno adesso l’opportunità di cambiare con il loro voto il corso delle cose e dire sì alla vita dei bambini. In questo modo potremo guardare con speranza al nostro futuro come nazione».

Fonte: Osservatore Romano, 18 giugno 2013

Wednesday 19 June 2013 06:27

Una via crucis dell’esistenza

tds_lucca2013.jpg“Considero il teatro una delle espressioni culminanti dell’uomo. È il momento iniziale e più religioso. Il teatro è l’altare, il luogo dove si sgozza l’agnello: un luogo sacro”. Sono parole di Giovanni Testori (1923-1993), scrittore, drammaturgo, poeta, critico d’arte, uomo di teatro. A dieci anni dalla sua morte, la rassegna “I teatri del sacro” (Lucca, 10-16 giugno), ha reso omaggio a un maestro del teatro italiano del Novecento con lo spettacolo “Passione”, interpretato dai fratelli Maddalena e Giovanni Crippa, per la regia di Daniela Nicosia. Una via crucis dell’esistenza, alla ricerca continua, spasmodica, di Cristo.

La carne che si fa verbo. Preghiere, grida, sussurri, bestemmie. La parola di Testori è materia. È corpo con il quale il teatro tenta, perché di tentativo, fallimentare, si tratta, di tornare al “verbo”, al “termine primo”. Il parlare è disperante, mortalmente faticoso, angosciante per i personaggi che agiscono, parlano, si sforzano, in lunghi monologhi, espressione di una immobilità, impossibilità di agire. La parola è, nel teatro di Testori, l’unico mezzo a disposizione dell’uomo per esprimersi. Un mezzo imperfetto, povero, perché la sintassi, la grammatica non possono bastare alla carne, al sangue, e all’anima. Unica soluzione quella di creare, sulla scena, una nuova lingua: è una nascita che avviene sotto gli occhi dello spettatore, che anzi si compie proprio in virtù di esso, di un incontro che diventa l’unica ragione del teatro stesso. In Testori, più che in altri maestri del teatro del Novecento, è espressa la necessità di tornare a un teatro che sia processo vivente, agito davanti e insieme allo spettatore. Non è un teatro che imita la vita, ma un teatro che si fa vita, in un continuo dirsi “siamo a teatro” che ne dichiara l’autenticità, la verità (”Per un attore essere realista vuol dire aver chiaro che si trova in teatro”, scriveva Testori). In questo processo di costruzione, di vita, di autentica creazione, l’attore è colui che si sacrifica, muore per rinascere sulla scena, si annulla per tornare al grumo primordiale dell’esistenza: è un processo quasi cristologico, ma inverso, dal verbo che si fa carne, alla carne che si fa verbo.

La morte e l’infinito. Tratto dal romanzo “Passio Laetitiae et Felicitatis” del 1975, “Passione” è la storia di Felicita, la “disaccentuata”, che in quella mancanza di accento nel nome racchiude tutta la tragicità di un’esistenza monca, imperfetta, in ricerca. Un’esistenza segnata dalla morte improvvisa del fratello, amatissimo, cercato per tutta la vita e, infine, ritrovato nell’immagine del Cristo crocifisso. Da qui, la vocazione ad abbracciare la croce, a farsi sposa di quel Dio fatto uomo e morto per amore. Convinta di poter saziarsi di questo amore mistico, Felicita entra in convento. Ma proprio qui, nel tempio della fede e della ricerca di Dio, Felicita, attraverso l’amore sensuale per la consorella Letizia, scopre la sua vera “felicità”, l’unico assaggio di infinito, l’unica cosa in grado di annullare ogni suo dolore. Nel conflitto insolubile tra santità e peccato, colpa e redenzione, Felicita e Letizia, in un senso allegorico fortissimo, non sono destinate a vivere unite. La morte, come forma di martirio, è l’unica salvezza. Il parto doloroso della carne che si fa verbo, parola viva, metafora della via crucis dell’esistenza, in continua ricerca, è destinata, sempre, a concludersi con la morte. La vita è finitudine. L’unico guizzo, il frammento che ci fa sfiorare l’idea di infinito, è l’amore. Ma questo, espresso in Testori in un Eros primordiale, pura procreazione, nudo di ogni velleità, non è altro che la pulsione verso la nostra sostanza, che è carne, finita. Una ricerca che è tormento, in un processo continuo che vuole indagare il senso, tra la nostra povera condizione di mortali e il bisogno altissimo di Infinito.

Marta Fallani – Sir, 18 giugno 2013

Tuesday 18 June 2013

Un passo necessario Ma non si ceda sui diritti

​Proprio nel giorno in cui le forze dell’Isaf cedono alle forze di polizia afghana la responsabilità della sicurezza su tutto il territorio nazionale, è stata diffusa ufficialmente la notizia che – con il beneplacito della Casa Bianca – emissari del governo del presidente Kharzai voleranno a Doha per incontrare una delegazione dei "nuovi taleban", che proprio nella capitale del Qatar hanno appena aperto un ufficio di rappresentanza.

Domani gli incontri proseguiranno con l’intervento di alcuni inviati americani. Si tratta dell’annuncio di una possibile svolta, decisiva per giungere a quella pacificazione politica di Paese che da molti decenni è sconvolto da interventi militari esterni, rivoluzioni e guerre civili. Sono anni che si parla della necessità di coinvolgere gli eredi dei sedicenti "studenti di teologia" nelle trattative che dovrebbero consentire a questo affascinante e sfortunatissimo Paese di lasciarsi alle spalle oltre 30 anni di guerre. Eppure, molte sono le perplessità e le preoccupazioni circa le caratteristiche che il nuovo Afghanistan potrebbe assumere. A iniziare dai timori che la condizione femminile possa tornare allo stato di barbarie oscurantista che toccò i suoi picchi negativi proprio durante la breve era del dominio del mullah Omar. Su questo e sull’intero impianto dei diritti umani e civili bisogna essere franchi. La Costituzione del 2004 che i taleban saranno chiamati ad accettare non ha mai rappresentato uno scudo efficace. Il rapporto tra legge fondamentale e sharia è stato lasciato volutamente ambiguo, la legislazione ordinaria ha ridotto ulteriormente la protezione di molti diritti, e la stessa giurisprudenza (nelle mani di un corpo giudiziario ultra conservatore) ha fatto il resto.

D’altronde, è la società stessa che è profondamente reazionaria, con la struttura tribale, unita a quella della proprietà terriera, che ha sempre fatto delle donne e del loro corpo una proprietà della famiglia patriarcale allargata. Su questo, lo zelo neo-integralista dei taleban ha semplicemente collocato un moltiplicatore. Assai più significativi politicamente sono gli altri impegni chiesti ai nemici dell’attuale governo: la rottura dei rapporti con al-Qaeda e la fine delle ostilità. E su questo si gioca la partita affinché le trattative di Doha non siano la riproposizione dei colloqui di Parigi che consegnarono il Vietnam del Sud al Viet Minh e alle autorità di Hanoi, all’inizio degli anni 70. Significativamente, questa volta l’ufficio di rappresentanza dei taleban è Doha e non a Peshawar, in Qatar e non in Pakistan, quasi a rendere più evidente lo spostamento del loro polo d’attrazione e più plausibile la rottura dei rapporti coi qaedisti.

Almeno due caveat devono essere rammentati, in tal senso. Il primo riguarda il rischio di un eccesso di "pashtunizzazione" del nuovo Aghanistan: Karzhai è pashtun, i taleban sono pashtun. Non è detto che le minoranze tagika, azare e uzbeka si sentano tutelate e non discriminate da questa evoluzione. E in Afghanistan la reazione alla percezione di minaccia sta nel ricorso alle armi. In secondo luogo, lo spostamento in Qatar del baricentro talebano potrebbe accentuare a sensazione di accerchiamento iraniano, già esacerbato dai fatti siriani e libanesi. E Teheran potrebbe reagire soffiando sul fuoco, a partire dalla regione di Herat (cioè dal settore dove si trovano le truppe italiane) in cui, da sempre, esercita un’importante influenza. Potremmo quindi assistere a un paradosso: un calo della conflittualità nell’Helmand, nel Sud Est e nella stessa zona di Farah (sotto nostra competenza) e un aumento degli episodi di insorgenza nella provincia di Herat. Prepariamoci e rafforziamo la vigilanza.

Un’ultima, doverosa considerazione sulla questione della presunta "inutilità" del sacrificio di tanti nostri soldati di fronte al raggiungimento di un obiettivo inferiore ad alcune alte aspettative: trasformare la società afghana e il suo sistema politico. I soldati vanno, agiscono e muoiono dove sono comandati: l’onore e il rispetto che si guadagnano per quello che fanno non ha nulla a che spartire con la realizzabilità degli obiettivi politici (talvolta irrealistici) loro assegnati. Detto questo, è opportuno ricordare che i nostri soldati sono stati schierati (e in 53 hanno lasciato la vita) in Afghanistan per sostenere le legittime autorità, e non per trasformare i costumi della società o per verificare la tenuta dei processi democratici (sebbene abbiano svolto anche una notevole azione umanitaria). E questo faranno fino all’ultimo giorno del loro impiego.

Tuesday 18 June 2013 22:00

Paula, che si sentì amata dal Papa e tornò a vivere, redimersi e sperare

​Ogni volta che esplode sulla cronaca una nuova condanna a morte in America, e che ci muoviamo per salvare il condannato, ci fanno due obiezioni: 1) il governatore non vi ascolterà, 2) l’assassino tornerà a uccidere. Oggi queste obiezioni vengono smentite entrambe.

Una condannata a morte quando aveva 16 anni, graziata soprattutto per l’intervento del Papa, oggi ha 43 anni ed è libera, e sta imparando il mestiere di cuoca, perché dice che mangiare bene rallegra le persone e le stacca dal fare male. Ha commesso un orrendo delitto quand’era bambina, doveva morire sulla sedia elettrica. La sua sorte dipendeva dal governatore dell’Indiana. L’appello di Giovanni Paolo II ebbe enorme rilievo sulla stampa americana. E grande efficacia sul governatore. La pena di morte per Paula Cooper fu commutata in 60 anni di carcere, ma il sistema giudiziario dell’Indiana condona un anno per ogni anno trascorso in buona condotta.

Morale: oggi Paula è libera. Cos’aveva fatto? Insieme con due amiche, aveva crudelmente ucciso una anziana maestra di catechismo, nel 1985. Paula viveva in un ambiente amorale e violento, era una bambina, non sapeva sottrarsi ai condizionamenti feroci che riceveva, e uccidendo li mise in pratica. La sentenza fu come doveva essere, dato il Diritto vigente nello Stato. A chi andava a trovarla, Paula parlava del «rischio di pazzia».

Diceva che ha corso questo rischio quand’era bambina, e forse non ha soltanto rischiato di diventare pazza, ma lo è diventata davvero, perché non si spiega altrimenti quel che ha fatto. Lei e le sue amiche erano fuori di testa, non erano loro che sfogavano la voglia di morte, era il mondo in cui vivevano, dove o sei crudele o sei morto. Dice ancora Paula che ha rischiato la pazzia nel carcere, prima in attesa della sedia elettrica e poi in attesa del fine pena. Dal modo in cui racconta come pre-sentiva la pazzia quando attendeva la sedia elettrica, si deduce che ciò che le dava disperazione era che, dopo l’esecuzione, nessuno si sarebbe ricordato di lei. Lei era un "nulla omicida", e sarebbe diventata un "nulla giustiziato".

Quel "nulla" significava che non valeva niente per nessuno, né per i poliziotti che la catturarono né per i giudici che la condannarono né per i secondini che la sorvegliavano. Non contare niente significa non essere niente. Sentirsi un essere umano e accorgersi che per gli altri non esisti ti rabbuia il cervello. Lo choc che la rimise in piedi fu l’apprendere che il Papa si era mosso per lei. Capì che lei valeva qualcosa per qualcuno, e poiché a muoversi poi furono molti, lei valeva qualcosa per molti.

Noi, uomini liberi, non possiamo capire l’urto che produce nel cervello dei condannati senza scampo, o dei prigionieri senza prospettiva di liberazione, l’apprendere di colpo, da un giornale o da una radiolina, che qualcuno che è ascoltato parla di te, per te, ti vuole aiutare. Scrivo queste parole e mi vedo davanti la faccia sorridente di Ingrid Betancourt, militante dei Diritti Umani, sequestrata dai guerriglieri delle Farc in Colombia, e tenuta prigioniera nel fondo della giungla, dove nessuno mai avrebbe potuto scoprirla, quando un giorno sentì a una radiolina la voce del Papa che chiedeva la sua liberazione. Ingrid ci spiegò, appena tornò fra noi (fu prigioniera dal 2002 al 2008) lo sblocco del suo cervello, sentendo il proprio nome pronunciato da un’autorità mondiale risuonare nel buio della foresta. Pensò: «Ma allora non sono dimenticata!».

È la scoperta che ti salva. Come una corda calata nel pozzo dentro il quale sei precipitato. Ti aggrappi e risali in superficie. Lo stesso per Paula. Sentendo che per qualcuno tu sei qualcosa, ti rivaluti da te stesso. Ti apprezzi. E cerchi di migliorati. Fu dopo aver appreso che Giovanni Paolo II chiedeva la grazia, che Paula si mise a studiare e diventò prima infermiera, poi anche cuoca. Adesso sta per uscire. Il figlio della vittima si dichiara contento che sia viva e sia libera. Che cosa avremmo di più e di meglio, se fosse stata uccisa? Non potremmo tenerlo a mente, per la prossima volta?

Tuesday 18 June 2013 22:00

I veri deboli da difendere

​C'eravamo anche noi, quelli della petizione europea "Uno di noi", in piazza San Pietro domenica scorsa. Come cittadine e cittadini d’Europa , continuiamo a chiedere che questi vertici politici e istituzionali si impegnino a sospendere nei Paesi Ue la sperimentazione e la commercializzazione degli esseri umani, anche se si trovano ancora allo stadio di embrioni: perché, appunto, ognuno di essi è già "Uno di noi", come ha chiaramente riconosciuto anche la sentenza emessa il 18 ottobre 2011 a Lussemburgo, dalla Ceg, la Corte Europea di Giustizia, esprimendosi a favore della posizione assunta dalla sezione tedesca dell’associazione ambientalista "Green Peace".

Una sentenza, dunque, che appare in linea con certe linee di principio di quella "ecologia umana" di cui si incomincia a trovare traccia in vari, laicissimi, Paesi europei a cominciare dalla Francia. Laicamente, civilmente, questa sentenza ha chiarito una volta per tutte che la vita umana comincia dal concepimento: da quel momento, un uomo o una donna  sono esseri umani viventi, titolari di diritti come gli altri. Fin dall’inizio, dunque, non ci sono "zone grigie", non esistono "pre-embrioni" o altre stravaganti ipotetiche "possibilità" immaginate a carico della peraltro innocente verità biologica, ora riconosciuta anche sul piano giuridico. Ma era questa la fantasiosa linea che pretendeva di affermare, fino a pochissimi anni fa, una certa pubblicistica bioetica molto "ascoltata".

Oggi la sentenza della Ceg fa piazza pulita di tante e tali stranezze. Eppure i contenuti di essa restano ancora largamente ignorati: càpita ancora, ogni giorno, che questo o quello "scienziato/a", si dichiarino caldamente favorevoli alla sperimentazione sugli embrioni umani in quanto «così si eviterebbe la sperimentazione sugli animali». Come se gli embrioni umani fossero meno degni di rispetto e protezione. Tanta e tale resta, sul tema, la confusione sotto il cielo: non solo del nostro continente. E, dunque, se una grande quantità di associazioni europee, non solo cattoliche, non solo legate a una fede religiosa, stanno raccogliendo adesioni per la petizione "Uno di Noi" a favore del riconoscimento dei diritti umani del più debole, una laica ragione c’è, e di gran peso. Per questo motivo , sarebbe bello trovare al nostro fianco in questa battaglia per i "più deboli", anche molti pubblici personaggi che lo fanno per altri scopi, per esempio i diritti delle persone omosessuali e transessuali, secondo loro non ancora abbastanza riconosciuti dalla legge.

Parliamo, ad esempio, del ministro Josefa Idem, della presidente della Camera, Laura Boldrini, del neosindaco di Roma, Ignazio Marino; ma anche di deputati e senatori appartenenti ad altri schieramenti politici quali Giancarlo Galan, Sandro Bondi, Irene Tinagli, etc. Tutti vogliono che nel nostro Paese siano laicamente riconosciuti diritti che definsicono «dei più deboli». Anche noi lo facciamo. L’unica differenza sta nel fatto che i diritti umani ancora negati di cui ci occupiamo noi, non rendono alcun vantaggio sul piano del consenso elettorale, in quanto gli embrioni umani sono talmente più deboli di chiunque altro, da non poter neppure votare. Per il resto, non si vede per quale motivo costoro, assieme a tutte le persone sensibili all’affermazione dell’uguaglianza fra gli esseri umani, senza distinzione alcuna, non possano sottoscrivere anche la Petizione Europea "Uno di Noi".

Sarebbe ragionevole che lo facessero: tanto più che, per gli alti incarichi che ricoprono per mandato popolare, avrebbero anche il compito di rappresentare pure noi che, sui banchetti, nelle famiglie, nelle associazioni, nelle pubbliche piazze di tanti Paesi europei, lo stiamo già facendo. Con più di qualche gradevole sorpresa, come quella fornitaci dall’Olanda, dove il numero minimo di adesioni legalmente richiesto è già stato superato, ma la raccolta di firme continua. Coraggio, signore e signori, se battersi per i "diritti dei più deboli" è davvero la vostra battaglia, fate anche questa. Facciamola insieme.

Tuesday 18 June 2013 22:00

Arrivederci e grazie?

​«Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico, incappò nei briganti che lo lasciarono mezzo morto…». Alcuni passanti lo videro e tirarono dritto, uno solo si fermò a soccorrerlo. Ma, chiunque tu sia, anche se non hai commesso il misfatto, hai pur sempre la responsabilità di fermarti per lenire le sofferenze altrui. Credo di avere, in quanto prete campano, il dovere di continuare a gridare agli italiani il dolore immenso, la paura, la rabbia cui sono sottoposti da anni gli abitanti della "terra dei fuochi".

A Casalnuovo, nel Napoletano, pochi giorni fa si sono svolti i funerali del piccolo Antonio. Aveva solo nove anni. Inutile dire da quale morbo sia stato colpito. Intanto la mamma di una stupenda tredicenne, Delia, scrive sulla pagina Facebook, da noi creata per raccogliere storie e foto delle "vittime del triangolo della morte": «Oggi a scuola hanno inaugurato una biblioteca in tuo onore, Delia. Mi hanno consegnato il diploma per te e raccontato della tua tenacia e forza d’animo che neppure la malattia è riuscita a spegnere. Non è giusto. Nella biblioteca avresti dovuto studiare, nutrire la tua sete di conoscenza insaziabile. Il diploma avresti dovuto conquistarlo tu, che odiavi quando ti veniva regalato qualcosa perché dovevi sempre sentirti meritevole e fiera. Se penso che qualcuno ti ha strappato via il futuro, che ti hanno tolto anche il diritto a respirare, mi assale una rabbia… Tu volevi studiare tanto, volevi diventare dottoressa perché volevi scoprire nuove cure per salvare la vita dei bimbi malati. Ironia della sorte, ti sei ammalata tu e nessuno ha saputo salvarti. A me resta un dolore immane, inimmaginabile e il ricordo della promessa che ti ho fatto, quando mi hai chiesto tre giorni prima di volare via: "Mamma mi aiuti a cambiare il mondo?". E io voglio mantenere la promessa. Per questo parlo qui di te, pubblico le tue foto, sperando che tu da lassù mi veda e sia felice che qualcuno – tanti per fortuna – dà voce a te e a tanti altri angeli che volevano solo diventare grandi... Ti amo all’infinito. La tua mamma».

Un lettore di Avvenire, da Udine, giorni fa ha scritto al direttore: «… ciò che è avvenuto e avviene nella "terra dei fuochi" è un vero e proprio sabotaggio contro l’Italia… se ci fosse il pericolo di un attentato, subito interverrebbero per proteggere i punti a rischio. E questo che succede in Campania non è forse un attentato, con bombe pestifere, a deflagrazione ritardata?». Mercoledì, a termine di una concelebrazione, una donna si è avvicinata al vescovo di Aversa, Angelo Spinillo, e, piangendo, gli ha sussurrato che suo figlio, operato di tumore, è costretto ogni notte a respirare i miasmi velenosi che si sprigionano da montagne di ritagli di stoffe che, regolarmente, all’alba, vengono bruciati a poca distanza da casa sua. Intanto, le speranze accumulate in attesa dei processi per i reati ambientali, vanno lasciando di volta in volta il passo a una amarezza senza fine.

Successe già con il processo Cassiopea, dove la prescrizione rimandò a casa tutti, colpevoli e no. Tutti liberi. Tutto prescritto. Tutto come prima. Abbiamo scherzato. Perdete ogni speranza. Incredibile. Orripilante. Fu poi la volta del processo "Carosello ultimo atto", contro gli inquinatori di Acerra. Anche qui la maggior parte dei reati era già caduta come foglie gialle al soffio dei primi venti. Nonostante la buona volontà, la preparazione, la caparbietà del pubblico ministero, Cristina Ribera, si era arrivati tardi. Prescrizione. Termine che odiamo. Adesso sta accadendo con il maxi processo per il disastro rifiuti in Campania. Il 10 giugno, il pubblico ministero, Paolo Sirleo, dopo 20 ore di requisitoria, all’udienza del maxiprocesso per il disastro dei rifiuti in Campania ha detto: «Ritengo che Antonio Bassolino abbia concorso alla perpetrazione dei reati, ma si chiede la pronuncia di prescrizione per tutti i capi di imputazione a lui attribuiti». E così per altri 19 imputati. Arrivederci e grazie? Le cose stanno così, purtroppo. Ma noi non possiamo né tacere né scappare via. Il nostro posto è qua. A sostenere e consolare chi, per colpa di coloro che riescono a farla in barba allo Stato e alle sue leggi – si ammala, soffre e muore. Resteremo. Almeno fino a quando non verrà il nostro turno.

Tuesday 18 June 2013 17:08

La danza della vita

La danza è creatività.

La vita è l’atto creativo per eccellenza, che rimanda al Creatore.

La danza è energia del corpo in movimento.

La vita concepita, si muove con inarrestabile energia, verso la formazione di un nuovo corpo, un nuovo essere, una nuova vita.

La danza è grazia e armonia a tempo di musica.

La vita è grazia di Dio, che avanza e si forma dentro la donna al tempo ritmico di due cuori.

 

La danza crea figure nello spazio attorno.

Due cellule che si fondono insieme, nel loro piccolo spazio, creano la vita.

 

La danza è forza e bellezza.

Anche la vita concepita è “forza” e bellezza, ma è indifesa…

 

non fermare la musica,

non interrompere la danza,

non interrompere la graviDanza,

dì: alla vita.

Tuesday 18 June 2013 14:55

Tommaso Moro, il politico: fedele servo del re, ma prima servo di Dio

di Giovanni Fighera

Il 5 luglio 1535 Tommaso Moro scriveva alla figlia Margherita: «Dubitare di Lui [Dio], mia piccola Margherita, io non posso e non voglio, sebbene mi senta tanto debole. E quand’anche io dovessi sentire paura al punto da esser sopraffatto, allora mi ricorderei di san Pietro, che per la sua poca fede cominciò ad affondare nel lago al primo colpo di vento, farei come fece lui, invocherei cioè Cristo e lo pregherei di aiutarmi. Senza dubbio allora Egli mi porgerebbe la sua santa mano per impedirmi di annegare nel mare tempestoso».

Quando indirizzava queste parole alla figlia, Moro era già stato condannato a morte, ma non sapeva ancora che il giorno dopo sarebbe stato condotto al patibolo e giustiziato. Per gentile concessione del Re, forse in nome dell’antica amicizia, non venne sottoposto alla pena di alto tradimento, di cui era stato accusato, che prevedeva l’impiccagione e lo squartamento del condannato ancora vivo. Venne pregato dal Re di pronunciare poche parole prima di morire. Allora disse: «Chiedo di pregare per me. Testimoniate che sono morto nella fede e per la fede della santa chiesa cattolica. Muoio fedele servo del re, ma prima servo di Dio». Non gli venne meno neppure il suo tradizionale senso dell’umorismo. Si rivolse così al luogotenente che lo accompagnava al patibolo: «Per favore aiutatemi a salire, poi per scendere non disturberò nessuno».

Era il 6 luglio 1535, festa di san Tommaso Beckett, uno dei santi più famosi di Inghilterra, l’Arcivescovo assassinato nel 1190 nella Cattedrale di Canterbury. La sua testa, esposta sul ponte di Londra, sostituì quella del cardinale Fisher, giustiziato il 22 giugno.

Nato a Londra nel 1478, Tommaso Moro era cresciuto con una salda cultura umanistica, nutrita dello studio del Latino, del Greco, della Filosofia, del Francese, nonché delle discipline del quadrivio. Divenuto avvocato nel 1501, si sposò nel 1504 con Jane Colt, da cui ebbe quattro figli. Poi nel 1511, alla morte della prima moglie, si risposò con Alice Middleton. Si distinse come giudice giusto, rapido ed equo, come letterato (chi non ricorda la sua Utopia del 1516). Ma ancor più, pur amando le lettere, diede la propria disponibilità al bene comune, mostrando capacità e percorrendo un rapido cursus honorum che lo portò ad entrare a far parte del Parlamento, a diventare speaker nella Camera dei Comuni, Cavaliere del regno e, infine, Cancelliere. Fu incerto se accettare la carica o meno. Sapeva bene che il re avrebbe barattato volentieri la sua testa per un castello in Francia. Pur tuttavia, il 25 ottobre giurò fedeltà al re, ma prima ancora a Dio. Seguendo i consigli dell’astuto quanto crudele Oliver Cromwell, che dall’Italia era tornato in Inghilterra con una copia del Principe di Machiavelli e una del Defensor pacis di Marsilio da Padova, Enrico VIII, non avendo ottenuto il divorzio da Caterina da Aragona, cercò di ottenere il riconoscimento in altro modo per convolare a nuove nozze con Anna Bolena.

Il piano si orchestrò in pochi anni. Nel 1531 il Re perdonò il clero «suo debitore», purché lo riconoscesse unico e supremo capo della Chiesa di Inghilterra, «fin dove lo» consentisse «la legge di Cristo». Il 16 maggio Tommaso Moro diede le dimissioni con il pretesto di motivi di salute. Il primo giugno del 1533 l’ex cancelliere, pur se invitato, non presenzia all’insediamento di Anna Bolena come regina. Fu un’onta che mai venne perdonata. Intanto, nominato nuovo Arcivescovo di Canterbury, anche se in odore di eresia e filo luterano e sposatosi di nascosto in Germania, Thomas Cranmer annullò il matrimonio di Enrico VIII con Caterina d’Aragona e riconobbe valido il nuovo matrimonio con Anna Bolena. In seguito all’Atto di successione e con l’Atto di supremazia (1534) furono costretti tutti a giurare fedeltà al Re capo della Chiesa di Inghilterra. Con l’Atto di tradimento (1535) che comminava la condanna di alto tradimento (pena di squartamento) a chiunque non avesse giurato vennero uccisi certosini, francescani, sudditi fedeli al Papa.

Pochi si ricordano di loro, infangati come furono dalla propaganda di Enrico VIII che li bollò come traditori. Il Cardinale Fisher e Tommaso Moro vennero fin da subito venerati come santi dalla Chiesa cattolica. Tommaso Moro venne beatificato da Papa Leone XIII nel 1889 e canonizzato nel 1935 (quarto centenario del supplizio) da Pio XI. Il 31 ottobre del 2000, in occasione del Giubileo, Giovanni Paolo II lo dichiarò patrono di politici e governanti. Purtroppo, in pochi anni, dopo la morte di Moro, si assistette alla «dissoluzione» (per usare i termini utilizzati successivamente, che non rendono conto di quanto accadde) dei monasteri, che vennero distrutti. Gli abati vennero squartati e i beni espropriati. Il Re divenne ricchissimo. Anche se la maggior parte dei libri di testo dicono che Enrico VIII rimase sempre cattolico, come poteva definirsi cattolico chi si era separato da Roma e dal Papa, aveva demolito la centenaria storia del monachesimo, dei francescani, dei certosini in pochi anni di delirio e aveva assunto una politica spesso filo luterana? Alla morte di Enrico VIII l’Inghilterra divenne di fatto protestante e non certo per decisione del popolo.

Attuali sono l’insegnamento e la figura di Tommaso Moro che è «ammirato da credenti e non credenti per l’integrità con cui fu capace di seguire la propria coscienza, anche a costo di dispiacere il sovrano, di cui era “buon servitore”, poiché aveva scelto di servire Dio per primo» (Benedetto XVI). Le questioni che affrontò Moro ancora oggi si ripresentano «in termini sempre nuovi, con il mutare delle condizioni sociali. Ogni generazione, mentre cerca di promuovere il bene comune, deve chiedersi sempre di nuovo: quali sono le esigenze che i governi possono ragionevolmente imporre ai propri cittadini, e fin dove essi possono estendersi? A quale autorità ci si può appellare per risolvere i dilemmi morali?».

Ogni uomo, che è persona prima che individuo, può ricorrere sempre e comunque alla propria ragione, che gli permette di riconoscere il bene (qualora sia alla ricerca della verità). Per questo ognuno di noi è responsabile, la stessa ignoranza è colpevole, come afferma Traudl Junge che diviene segretaria di Hitler a ventidue anni nel 1942. Finita la guerra, scopre che una sua coetanea, Sophie Scholl, ha dato la vita per diffondere la verità dello sterminio, mentre lei è rimasta ignara di tutto. Allora scrive: «Il fatto che fossimo giovani non ci giustifica dal non aver saputo».

Vàclav Havel, drammaturgo, Presidente della Cecoslovacchia prima e della Repubblica Ceca poi, scrisse: «Tutti siamo complici della situazione politica permettendo con la nostra demoralizzazione il consolidamento del sistema. Tutti siamo responsabili (anche se naturalmente in misura diversa) del funzionamento del meccanismo totalitario. Nessuno è solo vittima, tutti contemporaneamente ne prendiamo parte».
Il delirio di onnipotenza di Enrico VIII è quanto mai attuale. «Molto moderna è anche la confusione tra legalismo e giustizia: se uno Stato approva una legge omicida, chi sceglie di avvalersene (compiendo così un atto omicida) ritiene di avere il diritto di farlo in quanto l’approvazione del governo rende quell’atto automaticamente lecito; in realtà, invece, non è che un omicidio legalizzato» (E. Sala, L’ira del re è morte).

Non siamo ipocriti. Non sorprendiamoci di quanto è accaduto nel Cinquecento per poi chiudere gli occhi o, peggio, chiamare con il nome di diritto l’utilizzo dell’aborto, dell’eutanasia, del suicidio assistito. Come affermava sempre Havel basta un gesto di verità di un singolo io che abbia il cuore risvegliato e che strappi il velo della menzogna e della falsità del sistema per generare effetti imprevedibili sulla società e sulle istituzioni.
In questi mesi una mostra intitolata «Il sorriso della libertà», realizzata dalla Fondazione «Costruiamo il Futuro» in occasione dell’anno della fede e dedicata alla straordinaria figura di san Tommaso Moro, sta facendo il giro dell’Italia. Ne consigliamo a tutti la visione.

Fonte: Tempi.it, 17/6/2013

Tuesday 18 June 2013 07:06

Civiltà “resettata”

Al Gay pride di Palermo la ministra Idem e la Presidente Boldrini hanno dato il loro contributo di donne moderne. “Oggi parliamo di diritti – ha detto la Presidente – qui non vedo nè carnevalate, nè pagliacciate”.

Intanto Ignazio Marino, pur non andando al Roma pride, fa sapere: “sono con voi” e parla di “diritti non negoziabili”, giusto per fare il verso ai famosi “principi” di ratzingeriana memoria. A questo punto si potrebbe discutere sulla differenza che c’è tra “principio” e “diritto”, ma farlo, purtroppo, sarebbe come mettersi a pettinare le bambole, direbbe Bersani. Sì perché ormai, dopo la proposta di legge Galan (Pdl) sulle unioni per persone dello stesso sesso, la questione è archiviata. La destra non sa più cosa fa la sinistra e viceversa, sono tutti sulla stessa gaia barca e l’unico giaguaro che è stato smacchiato è quello del diritto naturale.

Secondo il ministro Idem l’Italia deve “approntare nuovi strumenti legislativi, ispirandosi alle buone prassi di altre nazioni”. In fondo basta affacciarsi al di là dalle Alpi per avere suggerimenti, peccato ci si dimentichi del fatto che sono sei mesi che in Francia continua un’ininterrotta protesta contro la legge Toubira per le unioni di persone dello stesso sesso.

Di fronte a questo panorama aspettiamoci presto che i nostri figli a scuola si trovino una bella settimana di iniziative – convegni, seminari, assemblee e riflessioni – per combattere la discriminazione contro giovani lesbiche, gay, bisex e trans (lgtb). Sarebbe interessante capire cosa si racconterà ai bambini, ma sono proprio queste le intenzioni manifestate dal ministro Idem a Palermo. D’altra parte basta guardarsi in giro per capire che nel Bel Paese dobbiamo aggiornarci ed educare i nostri figli a vivere il loro orientamento sessuale in piena libertà.

In Canada non si parla più di genitore naturale, ma di genitore legale, nel Massachussets non ci sono più moglie e marito, ma “parte A” e “parte B”, in Spagna “progenitore A” e progenitore B”, in Francia hanno appena tolto dal codice civile le parole “padre” e “madre”. Tutto ciò, in ultima battuta, per cancellare il significato di “maschio” e “femmina”, il vero obiettivo di tanta fantasia legislativa.

Fino ad ora qualcuno ribatteva che comunque c’era sempre bisogno di uno spermatozoo e un ovulo per poter procreare, sebbene con traffico di sperma e uteri in affitto, ma adesso qualche benpensante ha avanzato anche la possibilità tecnica di procreare a partire dalle potenzialità delle cellule staminali adulte. Il dott. Lawrence Alexander, sul quotidiano francese Le Monde, ha detto: “è già possibile fare un piccolo topo con due padri, il passaggio alla razza umana di queste tecniche è solo questione di tempo”. Concettualmente siamo già alla fabbrica di essere umani.

Da un lato si fabbricano, mentre dall’altro, nel caso in cui il prodotto non funzionasse al meglio, si propone l’eutanasia per bambini. In Olanda, infatti, è stata recentemente proposta dall’associazione dei medici, per bambini malformati o malati terminali. Della serie: come morire con il permesso dei genitori.

L’inganno più grande che il nostro tempo sta vivendo è quello che inietta nel corpo sociale dosi massicce di pietismo a buon mercato, una droga potente e seducente. Per le coppie dello stesso sesso si dice: “Si amano dategli dei bambini”; per i malati terminali: “Soffrono, fateli smettere”.

Nel primo caso suggerirei di guardare il corpo e riflettere sul fatto che i bambini per essere fatti hanno bisogno di un maschio e una femmina. L’amore romantico non basta, neanche per educare, dicono molte ricerche scientifiche. Nel caso dell’eutanasia, invece, bisognerebbe aver il coraggio di guardare oltre il corpo per interrogarsi su chi è un essere umano. Questi sembrano pensieri troppo antiquati, demodé, eppure, sono quelli che fino ad ora hanno contribuito a costruire la nostra civiltà. C’è ancora qualcuno disposto a difenderli? (La Voce di Romagna, 17/06/2013)

Monday 17 June 2013

Maturità, buoni motivi per farne una prova di umanità

​Si avvicina l’inizio dell’esame di maturità (lunedì si sono insediate le commissioni e domani avrà luogo la prima prova scritta, quella di Italiano) e puntuali, come ogni anno, si riaccendono le polemiche sull’utilità di questo appuntamento. Le critiche sono note: è un esame dalle maglie così larghe (il 94,4 % degli studenti lo scorso anno erano stati ammessi e il 98,9 degli ammessi erano poi stati promossi), che ci si chiede se abbia ancora senso mantenerlo in vita. Coloro che lo ritengono un esame superato (tra questi anche molti docenti e presidi) avanzano diverse proposte: sostituirlo con una verifica finale interna, chiudere con una semplice certificazione delle competenze o addirittura – come sostiene il pedagogista Giuseppe Bertagna – accorciare di un anno le superiori, per allinearci a quanto avviene in molti Paesi europei dove all’università ci si iscrive a 18 anni (e non come da noi a 19).

Si discuta pure, per carità: nulla, in un campo così soggetto a una delicata interazione con i mutamenti storico-sociali qual è l’istruzione, può essere ritenuto immutabile. Detto ciò, ci sono diverse buone ragioni capaci di dare un senso a questa prova che 497mila studenti italiani si troveranno ad affrontare. Innanzitutto si tratta di un fondamentale rito di passaggio: in una società sempre più povera di momenti di questo tipo (anche a scuola: l’esame di quinta elementare non c’è più e quello di terza media è ormai una semplice formalità), l’esame di Stato continua ad assolvere almeno a questa funzione.

C’è poi un’altra ragione di tipo pedagogico: si tratta di un primo momento di confronto con una tipologia di prova (quella davanti a una commissione almeno in parte sconosciuta: ricordiamo che attualmente metà dei commissari d’esame sono esterni) che sarà sempre più frequente nella vita futura dei ragazzi, a partire dall’università, per proseguire poi con esperienze ancora più impegnative (concorsi, colloqui di selezione ecc.). Quando si cominciano a dare i primi esami all’università, può essere un pensiero rassicurante ricordare che in fondo, alcuni mesi prima, si è sostenuto un esame serio e lo si è superato con successo, magari anche al di là delle proprie più ottimistiche previsioni.

Insomma, l’esame di maturità come allenamento per quello che aspetta dopo e come motivo di rafforzamento interiore. Tanto più in un periodo in cui i nostri ragazzi appaiono spesso psicologicamente fragili e preoccupati in maniera eccessiva di fronte alla richiesta di particolari performance, soprattutto per quanto riguarda le prove e le verifiche, al punto che gli psichiatri parlano di una specifica sindrome da "blocco della performance" connessa con la scuola. Come spiega bene lo psicoterapeuta Alessandro Bartoletti in un recente saggio intitolato "Lo studente strategico" (Ponte alle Grazie), si tratta di difficoltà spesso intrecciate, in casi purtroppo neanche tanto estremi, allo spettro patologico che include le fobie e i disturbi ossessivo-compulsivi.

È il caso dei ragazzi che mettono in atto tutta una serie di comportamenti volti a evitare la performance (il momento della verifica visto come una minaccia insostenibile) o di quelli che affrontano l’esecuzione dei compiti in maniera eccessivamente perfezionistica, al punto da inibire, paradossalmente, un positivo risultato del processo di apprendimento. L’idea di un esame finale, se adeguatamente gestita da docenti dotati di buon senso (come sappiamo essere la grande maggioranza di loro), può servire a disinnescare, lungo tutto l’anno scolastico in cui ci si prepara a sostenerlo, queste derive fobiche, insegnando una sana gestione dell’ansia. Una cosa che, anche qui, servirà molto in futuro.

C’è, infine, a favore dell’esame di Stato, un ultimo motivo che potremmo definire di tipo educativo. In un mondo che spesso illude i giovani (per poi disilluderli anche drammaticamente) di poter ottenere tanto con poca fatica, l’idea che per conseguire un risultato importante (nella fattispecie il diploma) serva mettere in campo una certa dose di impegno, che verrà puntualmente verificata, non può che essere salutare.

Monday 17 June 2013 20:35

Islanda, Europa e il bando del porno online

di Giuseppe-Brienza

Nel febbraio scorso il ministro dell’interno islandese, Ögmundur Jónasson, ha istituito un gruppo di lavoro che sta lavorando ad un progetto di legge con l’obiettivo di bandire totalmente la pornografia online dall’isola nordica. In Islanda, una legge in vigore già da diversi anni proibisce la stampa e la distribuzione di materiale pornografico ma il divieto, finora, non è mai stato esteso anche ai contenuti digitali.

«Dobbiamo poter discutere del divieto della pornografia violenta la quale, siamo tutti d’accordo, ha effetti molto nocivi sui giovani e può avere un evidente collegamento con i casi di crimine violento sulle donne», ha dichiarato il ministro appartenente ad un partito ecologista di sinistra, giustificando l’istituzione del suo gruppo di tecnici che sta lavorando ad un “filtro” per l’internet nazionale che dovrebbe assomigliare alla “Great Firewall” cinese, la muraglia digitale che il Governo di Pechino utilizza per filtrare i contenuti sgraditi al regime di Pechino, ma che sarà tarato sui contenuti pornografici. Tra le norme proposte vi sarebbe anche un blocco delle carte di credito islandesi che vengano colte ad acquistare materiale pornografico online.
Lo stesso governo a guida socialdemocratica al quale appartiene Jónasson aveva due anni fa convinto il Parlamento islandese a dichiarare fuorilegge i locali al luci rosse (c.d. “strip-club”), colpevoli di violare i diritti civili delle donne che vi “lavorano”. La legge era stata fortemente voluta dal Primo ministro in persona, la sessantenne Jóhanna Sigurðardóttir, primo capo di governo al mondo dichiaratamente omosessuale.

Il fatto è che, dal 23 maggio scorso, un nuovo governo di centro-destra è subentrato a quello a guida Sigurðardóttir, formato da una coalizione fra il liberal-centrista “Partito Progressista” e l’euroscettico “Independence Party”, dal quale proviene il sostituto di Jónasson al Ministero dell’interno, la giovane (45enne) politologa Hanna Birna Kristjánsdóttir. Come si legge sul sito ufficiale del governo islandese, il punto centrale della politica del nuovo esecutivo consisterà nel «miglioramento della condizione della famiglia islandese» che, unitamente alla «promozione del commercio e dell’occupazione, creerà un valore aggiunto per il benessere della nazione nel suo complesso» (cit. in “New Icelandic Government takes office”, 23.5.2013).
Paiono quindi esserci, da queste premesse, forti possibilità per il proseguimento del lavoro del precedente governo con l’introduzione a breve del bando alla pornografia on line, provvedimento che non potrebbe lì essere accusato di favorire l’industria pornografica “tradizionale” perché, come detto, nel Paese nordico esiste anche il contemporaneo divieto della pornografia tout court. Altrove, se l’esempio islandese si concretizzasse e fosse imitato, ne guadagnerebbero invece realmente i produttori di riviste e dvd hard che, da tempo, vanno lamentandosi della mancata convenienza di comprare film e affini dal contenuto pornografico da quando su internet circola la grande messe di materiale gratuito di facile accesso. E, fra l’altro, per la “legge dell’estremizzazione” che connota tali “appetiti”, si tratta di materiale molto più attraente di quello commerciabile poiché totalmente privo di controlli.
Quanto succede in Islanda è osservato con grande attenzione da una parte non irrilevante dell’opinione pubblica britannica, Paese con il quale come noto l’isola nordica è strettamente collegato dal punto di vista sia culturale sia economico. Infatti, se il bando al porno on line fosse approvato dal Governo islandese, non è improbabile che anche nel Parlamento britannico possano farsi avanti proposte del genere, dato che, nell’aprile 2012, quando fu approvata la relazione finale dell’Inchiesta Parlamentare sulla “Child Online Protection”, fu pressoché unanime fra gli operatori del settore e l’associazionimo la conclusione è che i Provider di Servizi Internet (ISP) e il governo avrebbero dovuto fare di più per tenere al sicuro i bambini durante la navigazione in rete (cfr. John Flynn, Internet e pornografia. Un rapporto britannico richiede nuove misure, in “Agenzia Zenit”, 30 aprile 2012).

E in Italia? Il problema della pornografia minorile, dopo l’ubriacatura sessantottina, è ritornata all’attenzione dell’opinione pubblica negli anni Ottanta. Nel 1984 viene ad esempio pubblicato il 1° Rapporto sulla Pornografia in Italia dell’Eurispes, la prima ricerca del genere nel nostro Paese, realizzata dall’Istituto di ricerca diretto da Gian Maria Fara con il patrocinio del Pontificio Consiglio per le Comunicazioni sociali. Purtroppo, dopo la pubblicazione nel 2005 del 5° Rapporto, non ne sono più usciti e, l’argomento, è oggetto solo “di passaggio” negli studi dell’Eurispes, nell’ambito dei Rapporti Nazionali sulla Condizione dell’Infanzia e dell’Adolescenza. Anche la rappresentanza della Santa Sede negli organismi internazionali, da qualche anno a questa parte, sembra abbia “mollato l’osso”. Non si ricordano, infatti, successive importanti prese di posizioni ufficiali da quando, nell’ottobre 2010, la consulente della Missione vaticana presso le Nazioni Unite, Cathy Murphy, davanti al Terzo Comitato dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite durante una discussione generale sul progresso delle donne, invocò «leggi contro la prostituzione, la pedopornografia e lo sfruttamento sessuale devono essere rafforzare per proteggere meglio donne e bambini» (cit. in La Santa Sede esorta a un maggior rispetto per le donne. Chiede leggi contro prostituzione e pornografia, in “Agenzia Zenit”, 13 ottobre 2010).
A questo calo generale (o quasi) di attenzione non corrisponde però una diminuzione del fenomeno che, come documenta il Rapporto sulla criminalità in Italia, negli anni 2000 rimane stabile sia per quanto riguarda il numero di delitti denunciati dalle Forze di polizia all’A.G. per i reati strettamente connessi dello sfruttamento della prostituzione e della pornografia minorile (tasso del 2,2% per 100.000 abitanti, cfr. p. 33 del Rapporto, pubblicato dal Ministero dell’interno nel 2008), sia per quelli relativi al diretto sfruttamento e favoreggiamento della pornografia minorile 2004, attestatosi al 0,2% per 100.000 abitanti (ibidem.), e sia, infine, per i casi di produzione pedopornografica minorile, che registra circa un’incidenza dello 0,3% di casi ogni 100.000 abitanti (cfr. p. 34 del Rapporto cit.).

Nel gennaio 2007 è stato l’allora ministro PD delle Comunicazioni Paolo Gentiloni ad approvare un decreto per il diretto contrasto del fenomeno della pedopornografia in Rete. Il provvedimento, realizzato di concerto col ministero per le Riforme e le Innovazioni nella Pubblica Amministrazione, stabiliva che entro 90 giorni dalla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale, i fornitori di connettività – c.d. Internet Provider – avrebbero dovuto dotarsi di sistemi in grado di oscurare entro 6 ore dalla comunicazione ricevuta, i siti che diffondano, distribuiscano o facciano commercio d’immagini pedopornografiche. Nel decreto era anche disposto che il “Centro nazionale per il contrasto della pedopornografia” comunichi ai fornitori di connettività alla rete Internet la lista dei siti cui applicare gli strumenti di filtraggio in maniera da garantire l’integrità, la riservatezza e la certezza del mittente del dato trasmesso.
Con tale provvedimento si completava il percorso delineato fin dal 1998, con la legge n. 269/98 “Norme contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno di minori, quali nuove forme di riduzione in schiavitù”, successivamente integrata dalla legge n. 38/2006 “Disposizioni in materia di lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pedopornografia anche a mezzo Internet”. Quest’ultima in particolare aveva previsto l’istituzione, da parte del Ministero dell’Interno, del citato “Centro nazionale per il contrasto della pedopornografia, sotto la responsabilità della Polizia Postale e delle Comunicazioni, con il compito di raccogliere tutte le segnalazioni, provenienti anche dagli organi di polizia stranieri e da soggetti pubblici e privati impegnati nella lotta alla pornografia minorile, riguardanti siti che diffondono materiale concernente l’utilizzo sessuale dei minori avvalendosi della rete. Il lavoro della Polizia postale, però, nonostante la buona volontà degli operatori e la collaborazione prestata dall’associazionismo, non si dimostra più in grado di arginare il fenomeno, sia per carenza di risorse sia per la “desensibilizzazione” della politica. Lo denuncia ad esempio chi, come don Fortunato di Noto, presidente di “Meter onlus”, collabora istituzionalmente all’interno del Centro nazionale.
Oltre all’azione di repressione penale ed amministrativa, che sicuramente andrebbe incentivata oltre che associata ad un’opera educativa e culturale preventiva, il caso islandese dovrebbe indurre a riconsiderare il tanto deprecato “potere di censura” che, ci insegna la storia, deve essere impiegato con molta cautela, ma forse va ripristinato nei casi dove e’ dimostrabile un danno per la collettività e, soprattutto, su quella parte della società che è più vulnerabile perché meno dotata di maturità e mezzi di difesa come i minori.

Fonte: http://www.formiche.net/, 17/6/2013

Monday 17 June 2013 04:00

Anche Benedetto voleva una Chiesa "povera"

L'enciclica di Francesco pensata e scritta dal suo predecessore non è l'unico segno di continuità tra i due ultimi papi. Anche sulla "povertà" della Chiesa c'è sintonia. Basta rileggere cosa disse Ratzinger a Friburgo nel 2011, in uno dei discorsi capitali del suo pontificato

Sunday 16 June 2013

Ior, il Papa vuol vederci chiaro

Ieri è stata resa nota la nomina del prelato dello Ior, una figura prevista dallo statuto della “banca vaticana”, che era vacante dal 2010, da quando monsignor Piero Pioppo, già segretario particolare del cardinale Sodano e da quest’ultimo nominato allo Ior prima di lasciare la Segreteria di Stato, è stato promosso nunzio in Camerun.

Il nuovo prelato “ad interim” è l’attuale direttore della Casa Santa Marta, il bresciano Battista Ricca, del servizio diplomatico. Si tratta di un uomo di fiducia del Papa. Anche se nel comunicato vaticano si sottolinea come con questa nomina è stato completato l’organigramma dello Ior, dopo la designazione alla presidenza – lo scorso febbraio, con la rinuncia di Benedetto XVI già annunciata – del tedesco Ernst von Freyberg, è evidente che la nomina di ieri non era affatto scontata.

Innanzitutto perché, in modo irrituale, la designazione di Ricca da parte della commissione cardinalizia è avvenuta “con l’approvazione del Papa”. Un’approvazione non necessaria, che sta a indicare chi sia stato davvero a decidere questa nomina. E poi perché ci devono essere dei motivi d’urgenza se Francesco ha deciso di non attendere, per riempire quella casella, le nomine più importanti che farà prossimamente, a partire dal nuovo Segretario di Stato.

Il prelato è una figura chiave nell’Istituto: può vedere tutta la documentazione, ha un suo ufficio all’interno della banca, verbalizza gli incontri della commissione cardinalizia, partecipa a quelli del board dei laici, fa da raccordo tra i cardinali e il consiglio di amministrazione. E nel caso di Ricca, soprattutto, riferisce direttamente a Papa Francesco. Perché dunque questa urgente nomina “ad interim” (formula probabilmente usata per affrettare la designazione, ma che può stare anche ad indicare che non si escludono future riforme per l’istituto)?

E’ evidente che Francesco vuole essere bene informato di quanto sta accadendo allo Ior. Appena ieri è emersa la notizia sull’inchiesta riguardante un giro di assegni sospetto che coinvolge un monsignore salentino che collabora con l’APSA. Con Benedetto XVI e per suo volere l’Istituto ha iniziato un nuovo corso di trasparenza e di adeguamento agli standard internazionali. Ma ci sono ancora inchieste aperte della magistratura italiana che vedono indagati manager Ior. E non bastano le rassicuranti interviste concesse a tappeto alla stampa internazionale dal presidente von Freyberg su consiglio di una società di comunicazione esterna appena ingaggiata, alle quali si è aggiunta un’uscita clamorosa del direttore dello Ior, Paolo Cipriani, che al “Giornale” ha spiegato come la “banca vaticana” sia “essenziale” e “doverosa” per la libertà della Chiesa.

Un’intervista che è sembrata ignorare del tutto le parole di Papa Francesco come pure quelle di diversi autorevoli cardinali intervenuti di recente sulla riforma dello Ior.

Friday 14 June 2013

Un’autentica calamità non investire sui giovani

bagnasco-cisl.jpg“Un contesto sociale incapace di offrire lavoro ad ampie fasce della popolazione si condanna di fatto alla recessione e all’impoverimento”. Economico, culturale e antropologico, “perché non sa mettere a frutto il capitale umano che è la prima e più vera ricchezza”. Intervenendo al congresso della Cisl, il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, ha proposto una vera e propria prolusione sui temi del lavoro, spaziando dalla disoccupazione alla necessità delle riforme - a partire dal ridurre gli “sprechi” e la “burocratizzazione” nel settore pubblico - dalle misure da prendere a favore delle imprese alla tutela sociale di chi perde il lavoro. Su tutto, però, si staglia la necessità di una “profonda riforma morale” che non si limiti alla ricetta semplicistica di combattere la crisi facendo ripartire i consumi: “Il consumo da solo non basta”, se il prezzo da pagare sono quelle che Bauman chiama le “vite di scarto”. Il presidente della Cei entra anche nel merito dell’attuale momento politico, dicendo che i vescovi si sentono “incoraggiati” dalla volontà del presidente del Consiglio di mettere il problema del lavoro al centro delle iniziative del governo e invocando la necessità di “un nuovo patto sociale” tra imprenditori e lavoratori. Questa è l’ora di “smettere di denigrarci a vicenda”, e di combattere “insieme contro i problemi”. Ci vuole, infine, “un sindacato nuovo”, che “sappia avanzare proposte concrete” e difendere “ciò che non è negoziabile”, mettendo da parte “interessi corporativi e particolarismi”.

Autentica calamità. In Italia, è l’analisi del cardinale Bagnasco, “la disoccupazione affligge oggi persone di tutte le età, ma soprattutto i giovani: uno su tre non trova lavoro, e c’è ormai chi rinuncia a cercarlo. Un dato “allarmante” per il suo “impatto psicologico talvolta devastante”, ma soprattutto per il “triste messaggio” veicolato alle nuove generazioni: la società non ha bisogno di voi. Secondo il cardinale, “per il nostro Paese lo scarso investimento sui giovani in termini di formazione scolastica e universitaria, oltre che di inserimento nel mondo lavorativo, assume il carattere di un’autentica calamità, che si trasforma in dramma esistenziale per molti e spinge altri a emigrare in cerca di un inserimento lavorativo”. Quanto all’andamento generale dell’economia, il presidente della Cei punta il dito sull’”autoreferenzialità dei capitali, accumulati ma non reinvestiti, messi in granaio invece che sparsi al fine di produrre un nuovo e più abbondante raccolto”. La crescita economica, in altre parole, “non ha comportato una reale redistribuzione e partecipazione dei benefici raggiunti”, causando così “una polarizzazione nel possesso delle ricchezze e un’inaccettabile forbice tra i salari”. “Davanti a questi squilibri - l’invito del cardinale - i sindacati dovranno far sentire la loro voce, mettendo da parte ogni incertezza”.

Ripensamento radicale. Un “ripensamento radicale del ruolo del pubblico, sia nella dimensione centrale che in quella locale”. È la prima delle riforme da attuare, per il presidente della Cei, che chiede di “attenuare gli effetti di un’eccessiva burocratizzazione”: “Esistono troppi sprechi che la gente, che tira per il giorno dopo, aspetta di vedere azzerati”. No anche all’”illusione del guadagno facile”, vera e propria “piaga morale” - spesso incentivata - che “devasta persone e famiglie mettendo sempre più a rischio la tenuta sociale”. “Per far ripartire il lavoro e l’economia serve il concorso di tutta la società, così come la valorizzazione delle eccellenze di cui l’Italia è ricca, specialmente nell’ambito manifatturiero”: è la “ricetta” del presidente della Cei, che ha rinnovato l’invito a “tenere in casa i gioielli di famiglia che, una volta usciti, non tornano più”. Oltre che sulle imprese, bisogna però investire anche “sui lavori di cura, sul versante assistenziale, educativo e sociale”. Tutti ambiti “che dischiuderebbero enormi potenzialità di lavoro e permetterebbero di realizzare progetti di formazione, insieme alla cura del territorio e alla promozione dei beni culturali, artistici e paesaggistici, di cui il nostro Paese è incomparabilmente il più ricco”.

Friday 14 June 2013 06:31

La custodia del creato si impara in famiglia

creato.jpg“Gratuità”, “reciprocità”, “riparazione del male”: “Tre prospettive da sviluppare nelle nostre comunità”. A proporle è il Messaggio della Cei per la Giornata per la custodia del creato, che sarà celebrata il prossimo 1° settembre sul tema “La famiglia educa alla custodia del creato”. “Come la famiglia può diventare una scuola per la custodia del creato e la pratica di questo valore?”, chiede il Documento preparatorio per la 47ª Settimana Sociale, in programma a Torino dal 12 al 15 settembre su “La famiglia, speranza e futuro della società italiana”: “Come vescovi che hanno a cuore la pastorale sociale e l’ecumenismo - si legge nel messaggio diffuso oggi - indichiamo tre prospettive da sviluppare nelle nostre comunità: la cultura della custodia che si apprende in famiglia si fonda, infatti, sulla gratuità, sulla reciprocità, sulla riparazione del male”. “La famiglia - ricordano i vescovi - è maestra della gratuità del dono”, che sgorga dalla “gratitudine a Dio” che si esprime “nella preghiera a tavola prima dei pasti, nella gioia della condivisione fraterna, nella cura per la casa, la parsimonia nell’uso dell’acqua, la lotta contro lo spreco, l’impegno a favore del territorio. Viviamo in un giardino, affidato alle nostre mani”.

“È in famiglia che la diversità, invece che fonte di invidia e di gelosia, può essere vista fin da piccoli come ricchezza”, osservano i vescovi: “Già nella differenza sessuale della coppia sponsale che genera la famiglia - scrivono - c’è lo spazio per costruire la comunione nella reciprocità. La purificazione delle competizioni fra il maschile e il femminile fonda la vera ecologia umana. Non l’invidia, ma la reciprocità, l’unità nella differenza, il riconoscersi l’uno dono per l’altro”. In famiglia, infine, “si impara anche a riparare il male compiuto da noi stessi e dagli altri, attraverso il perdono, la conversione, il dono di sé. Si apprende l’amore per la verità, il rispetto della legge naturale, la custodia dell’ecologia sociale e umana insieme a quella ambientale”. Da qui, dunque, “può venire un serio e tenace impegno a riparare i danni provocati dalle catastrofi naturali e a compiere scelte di pace e di rifiuto della violenza e delle sue logiche”. Anche “il profumo della domenica”, si impara in famiglia: “È soprattutto nel giorno del Signore - si legge nel messaggio - che la famiglia si fa scuola per custodire il creato. Si tratta di una frontiera decisiva, su cui siamo attesi, come famiglie che vivono scelte alternative”.

Thursday 13 June 2013

Bergoglio, il "papa nero" vestito di bianco

Governa la Chiesa come un generale dei gesuiti. Ascolta, ma decide da solo. Anche un uomo della McKinsey chiamato a studiare la riforma della curia. Che Francesco vuole ripulire dalla corruzione e dalla "lobby gay"

Tuesday 11 June 2013

Sull'aereo di Papa Benedetto- La presentazione alla Radio Vaticana

Sarà presentato giovedì 13 giugno alle ore 17.30 presso la Sala Marconi della Radio Vaticana (Piazza Pia, 3 – Roma), il volume “Sull’aereo di Papa Benedetto. Conversazioni con i giornalisti”, curato per la Libreria Editrice Vaticana dalla giornalistaAngela Ambrogetti, direttrice della testata online Korazym.org.

Insieme alla curatrice, interverranno: padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa della Santa Sede e direttore generale della Radio Vaticana; Salvatore Mazza, giornalista di Avvenire e presidente dell’Aigav; Albert Link, corrispondente del quotidiano tedesco Bild. La presentazione sarà moderata da Javier Martínez-Brocal, direttore di Rome Reports.

 

24 viaggi apostolici in ogni continente. E per ogni volo una conferenza stampa in aereo. “Il Papa non ha mai – dico assolutamente mai – rifiutato o fatto alcuna obiezione circa alcuna domanda che gli fosse stata presentata” afferma padre Federico Lombardinell’introduzione al volume, che presenta le conversazioni tenute da Benedetto XVI con i giornalisti ammessi sul volo papale durante i suoi viaggi in numerosi Paesi del mondo, dal primo a Colonia per la XX Giornata Mondiale della Gioventù, nell’agosto del 2005, a quello in Libano nel settembre del 2012.

Tuesday 11 June 2013 07:41

CENTOMILA “INVISIBILI” A LORETO CON IL PAPA

Quali sono stati gli “eventi” dello scorso fine settimana? Intendo dire quali sono stati gli avvenimenti che hanno attirato e hanno visto la partecipazione di tante persone?

Porsi questa domanda dovrebbe essere una norma ovvia per chi fa informazione.

Allora faccio una rapida rassegna stampa delle cronache relative a sabato e domenica che si potevano leggere ieri, sulle pagine dei giornali più venduti.

Il “Corriere della sera” dedicava una pagina alla protesta che i “No Nav” hanno inscenato a Venezia contro il passaggio delle grandi navi da crociera davanti a Piazza San Marco.

Quanti saranno stati a manifestare? Gli stessi organizzatori dicono qualche centinaio di persone.

Un’altra mezza pagina è dedicata alla protesta “anti nozze gay” che è stata fatta a Parigi, al Roland Garros, dagli attivisti di “Hommen”: una decina di persone.

“La Repubblica”, sempre ieri, ha dedicato ovviamente molte pagine – con l’editoriale del direttore – all’iniziativa fiorentina dello stesso giornale, “La repubblica delle idee”, una manifestazione a cui hanno partecipato personalità molto importanti, la famosa “gente che piace”, quindi con tutti i riflettori su di loro.

Nella cronaca dello stesso quotidiano si leggeva: “gran finale in una Piazza della Signoria invasa dalla gente per il saluto alla città di Ezio Mauro e l’incontro conclusivo del festival che ha portato sul palco Jovanotti”.

Ma dalle foto e dai video non sembrava proprio di vedere una Piazza della Signoria “invasa dalla gente”. Saranno state due o tremila persone (a esagerare). Un bel numero, sia chiaro, ma non certo un’invasione.

Ancora ieri “La Stampa” dedicava alla protesta veneziana dei “No Nav” addirittura due intere pagine, perfino con una foto notizia in prima pagina sotto il titolo “Venezia si ribella ai giganti del mare”. Ripeto: i manifestanti erano qualche centinaio (secondo gli stessi organizzatori).

Ma forse il giornale torinese ha pensato di dare tutto questo spazio all’evento perché – ci informa la cronaca di Silvia Zanardi – “il corteo (era) guidato dalla voce al megafono di Tommaso Cacciari, nipote dell’ex sindaco di Venezia”. Ancora una volta c’era la “gente che piace”. La storia sono loro e pure la cronaca.

Poteva la filosofia sfuggire alla “gente che piace”? No. Infatti “La Stampa” ieri dedicava un’intera pagina anche al “Festival Filosofia” di Modena, arrivato alla tredicesima edizione, un altro evento che i salotti amano frequentare.

Quindi ritenuto meritevole di grande rilievo. E cosa volete che importi se il suddetto Festival non è in corso in questi giorni, ma si svolgerà dal 13 al 15 settembre. Quando si dice stare sulla notizia…

Evidentemente alla “Stampa” non hanno trovato altri eventi significativi, accaduti nello scorso fine settimana, su cui scrivere.

A dire il vero, però, qualche altra cosetta è accaduta fra sabato e domenica. Ma, per una svista collettiva, nessuno dei grandi giornali se n’è accorto.

Si tratta di circa centomila persone (cosa volete che siano centomila persone) che sabato sera, alle 20.30, hanno partecipato alla Santa Messa celebrata a Macerata dal cardinale Marc Ouellet, poi hanno ascoltato il Papa Francesco che ha parlato loro in collegamento e quindi sono partiti per il pellegrinaggio di notte che li ha portati – lungo ventotto chilometri – fino a Loreto, alla Santa Casa di Maria: sono arrivati domenica mattina alle 6.30, stanchissimi, ma felici e radiosi.

E’ il 35° anno. Iniziò come pellegrinaggio degli studenti di Comunione e liberazione di Macerata nel 1978: venne fatto in ringraziamento alla Madonna, alla fine dell’anno scolastico. Allora parteciparono trecento giovani della città.

Poi, anno dopo anno, questo gesto di preghiera e di affidamento è cresciuto ed è diventato ormai un evento caro a tutti i cattolici del nostro Paese.

Così un fiume immenso di persone anche quest’anno ha attraversato la notte e le campagne marchigiane che furono cantate dal Leopardi (il poeta più caro a don Giussani).

Un fiume di persone che alterna il silenzio, al rosario e ai canti. E’ commovente guardarli e la gente che nella notte aspetta il pellegrinaggio e dà ristoro a questi viandanti dell’eterno è profondamente toccata.

Ognuno porta ai piedi di Maria le sue pene, le sue ferite, le sue attese, le sue gioie e, insieme, le fatiche, il dolore e le gioie di tanti altri che – dalle loro case – partecipano spiritualmente.

Il tema di quest’anno era: “Che cosa può davvero saziare il desiderio dell’uomo?”. Una domanda che fa interrogare su ciò che è veramente essenziale nella vita e su ciò che rende felici.

Don Julian Carron ha invitato i pellegrini a “chiedere la fede”, facendo questo cammino. E ha aggiunto:

“Non ci accada con Gesù quello che il Papa ha descritto il giorno di Pentecoste: ‘Spesso lo seguiamo, lo accogliamo, ma fino ad un certo punto; ci è difficile abbandonarci a Lui con piena fiducia, lasciando che sia lo Spirito Santo l’anima, la guida della nostra vita, in tutte le scelte’ ”.

Proprio Papa Francesco – dicevo – ha voluto salutare i pellegrini con un cordialissimo collegamento durante il quale ha detto: Siate aperti alle sorprese di Dio. Anche per voi l’avvenimento di questa notte, che ogni anno cresce, è una sorpresa, è il segno che nulla è impossibile a Dio. Come spiegare altrimenti che da 300 che eravate nel ‘78 siete diventati lo scorso anno 90.000? Anche voi potete appoggiarvi tutti su Gesù, su questa presenza così affascinante e attraente. Quando vi sentirete stanchi e vi verrà la tentazione di andare per conto vostro, pensate a questo: ripetete il vostro sì, pregate perché ciascuno di voi possa riconoscere nella sua carne piagata nel corpo e nello spirito la propria umanità bisognosa dell’umanità di Cristo, l’unica che può saziare davvero il desiderio dell’uomo”.

A questo straordinario evento nessuno dei grandi giornali, ieri, ha ritenuto di dedicare nemmeno una riga di resoconto. A meno che non mi sia sfuggita non è apparsa nemmeno una riga.

Per un’innocente distrazione, si capisce. Con i cristiani capita spesso. Loro sono invisibili. Sabato e domenica c’erano centomila invisibili a Loreto con il Papa.

Si potrebbero fare molte considerazioni sull’astiosa emarginazione del fatto cristiano: un allarme acuto e documentato su questo assurdo fenomeno, che caratterizza l’attuale Europa, è stato lanciato due settimane fa da Ernesto Galli Della Loggia con un bell’editoriale sul Corriere che, purtroppo, è stato fatto cadere nel silenzio anch’esso (a conferma di quanto vi si leggeva).

Del resto credo di poter dire che ai pellegrini di Loreto non importi poi granché dei (mancati) titoli dei giornali. Ognuno di loro aveva nel cuore tante cose più importanti e mendicava solo lo sguardo e l’abbraccio della Madre di Gesù.

In fondo il loro pellegrinaggio voleva affidare alla Madonna tutto il nostro popolo, tutto questo povero Paese, compresi giornali e giornalisti. E a volte dietro il silenzio e l’ostilità dei media si può leggere perfino un malcelato stupore, una segreta ammirazione, un’inconfessabile invidia. Quasi una tacita preghiera, in un momento così cupo e arido per tutti.

Perciò i pellegrini di Loreto – e i cristiani tutti – possono dirsi con un sorriso, ricordando le “Elegie duinesi” di Rilke: “Tutto cospira a tacere di noi/ un po’ come si tace un’onta/ forse un po’ come si tace/ una speranza ineffabile”.

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 11 giugno 2013

Vedi Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

Monday 10 June 2013

S.Marta e i motivi “psichiatrici”

Cari amici, venerdì scorso Francesco ha dialogato con un gruppo di studenti delle scuole dei gesuiti. Un dialogo in gran parte non preparato, con domande spontanee dei bambini e dei ragazzi. Vorrei ricordare che proprio nelle interviste e nei dialoghi estemporanei (anche nel caso le domande fossero conosciute in precedenza), già Benedetto XVI aveva dato il meglio di sé, sapendo comunicare in modo semplice, positivo e diretto: basterebbe rileggersi, a questo proposito, i dialoghi con i sacerdoti a Roma e in Val d’Aosta; il dialogo con i bambini della prima comunione, il commovente dialogo con i carcerati a Rebibbia.

Anche Francesco dà il meglio di sé quando abbandona il testo scritto. E così, nel dialogo, ha avuto la possibilità di spiegare la ragione della sua scelta di continuare a vivere nella Casa Santa Marta, la residenza dov’erano alloggiati i cardinali per il conclave, invece di abitare nell’appartamento papale del palazzo apostolico.

Ha detto il Papa “Io ho necessità di vivere fra la gente, e se io vivessi solo, forse un po’ isolato, non mi farebbe bene. Questa domanda me l’ha fatta un professore: ‘Ma perché Lei non va ad abitare là?’. Io ho risposto: ‘Ma, mi senta, professore: per motivi psichiatrici’. E’ la mia personalità. Anche l’appartamento, quello non è tanto lussuoso, tranquilla… Ma non posso vivere da solo, capisci?“.

Francesco ha così ribadito pubblicamente ciò che in queste settimane è andato ripetendo e scrivendo a chi gli chiedeva conto di questa sua scelta. Non c’entra il “lusso” dell’appartamento papale – che peraltro lussuoso non è. Non si tratta, in questo caso, di una scelta di sobrietà, come invece sono tante altre operate da un Papa che ha detto di sognare una “Chiesa povera e per i poveri”. Si tratta, invece, di una questione di personalità: Francesco non vuole vivere isolato, non vuole farsi isolare là, in alto, nel palazzo apostolico, nell’appartamento papale, perché ama vivere tra la gente.

Questa scelta, e questa sua determinazione, hanno provocato qualche malumore Oltretevere, dove c’è chi preferirebbe avere un Papa più “gestibile”, “sicuro” e “controllato” nell’appartamento del palazzo apostolico. Ma ora la spiegazione è chiara e la scelta non appare temporanea, né Francesco sembra disposto a metterla in discussione: “Se io vivessi solo, forse un po’ isolato, non mi farebbe bene…”

Monday 10 June 2013 04:20

Diario Vaticano / Sei voti in più per le unioni "gay"

Tre cardinali e due arcivescovi, più il portavoce della Santa Sede: aumentano i consensi alla legalizzazione delle unioni tra omosessuali. Quando solo dieci anni fa il magistero ufficiale della Chiesa era per il no assoluto. L'enigma Bergoglio

Sunday 09 June 2013

PAPA FRANCESCO E “IL SIGNORE DEGLI ANELLI”: LA VIA PER LA SALVEZZA

Giovanni Paolo II è stato un grande papa condottiero della libertà. Benedetto XVI è stato il vero illuminista – ha inondato di luce razionale illuminata dalla fede – un occidente ottenebrato dall’irrazionalità nichilista.

Ma né l’uno né l’altro sono stati ascoltati da questa Europa in declino che sembra correre verso il baratro.

Così – per uno spettacolare colpo di fantasia del Conclave (e dello Spirito Santo) – è arrivato papa Francesco che parla più ai piccoli e ai semplici cristiani che alle élite, alle accademie e ai salotti. Col risultato che le élite non lo capiscono. Esce da tutti i loro schemi mentali.

Ebbene, per sintonizzarsi con questo pontificato secondo me bisogna leggere “Il Signore degli Anelli” di John R. R. Tolkien. O meglio rileggerlo attraverso l’interpretazione che ne dà un monaco benedettino, Giulio Meiattini, nel libro “La discrezione di Dio”. Interpretazione che ha, sullo sfondo, il libro di Paolo Gulisano, “Tolkien: il mito e la grazia”, opera che ha il merito di mettere a fuoco la cattolicità di Tolkien.

 

OCCIDENTE

 

Padre Meiattini nota che lo scenario  su cui si muovono le vicende narrate dallo scrittore inglese è “quello, storicamente determinato, della crisi contemporanea della civiltà occidentale”, l’epoca di Spengler, Huizinga, Jasper.

Tolkien scrisse il suo poema epico negli anni fra le due guerre mondiali, quando imperversavano i due orrendi totalitarismi, nazista e comunista, e nuove minacce planetarie – come l’arma atomica – venivano apparecchiate dalla scienza.

La Terra di mezzo “possiede alcuni tratti fondamentali del Vecchio Continente, del mondo occidentale europeo” che – in rovina – si trova a dover “fronteggiare un’immensa forza negativa, violenta e distruttrice, che da Est, dalla terra di Mordor, allarga sempre più il suo raggio d’azione”.

In questo quadro l’ultimo “baluardo a difesa dell’Occidente” – come scrive Tolkien, è rappresentato dalla fortezza di Minas Tirith, eretta degli uomini di Gondor. E’ ciò che rimane di quello che fu il magnifico regno di Numenor (nome che significa appunto “regno dell’Occidente”).

Negli anni in cui l’inglese Tolkien scriveva l’Oriente era il luogo dei totalitarismi, dell’orrore e delle ideologie assassine. Proprio perché egli non volle scrivere un poema allegorico a sfondo politico, morale o religioso, ha creato un capolavoro che contiene tutte insieme queste chiavi di lettura.

Così è attuale anche oggi che la minaccia per l’Europa è cambiata. Infatti nella nostra epoca il tenebroso oriente, la terra di Mordor e l’oscuro Sauron sono impersonati da altre forze. Ma i Sauron di tutte le epoche sono accomunati dalla stessa menzogna: la pretesa di porsi al posto di Dio.

 

LA SPERANZA

 

Per questo – come scrive Gulisano – “Il Signore degli Anelli rappresenta un autentico manuale di sopravvivenza tra gli errori e gli orrori della modernità”.

Anche oggi del resto sentiamo risuonare l’allarme apocalittico di Denethor, re di Gondor: “L’Occidente soccombe. Avvamperà un enorme incendio e tutto scomparirà”.

Qual è dunque – per Tolkien – la via della salvezza? Egli mette sulle labbra del grande e saggio Gandalf  l’intuizione più preziosa: “Le nostre forze sono state appena sufficienti a respingere il primo assalto. Il prossimo sarà più massiccio. Questa guerra è quindi senza speranza, come Denethor aveva intuito. La vittoria non può raggiungersi con le armi”.

Sembrerebbe un’affermazione disperata, ma poi Gandalf precisa: “Ho detto che la vittoria non si potrà raggiungere con le armi. Spero ancora nella vittoria, ma non nelle armi”.

E qui c’è la sorpresa, la grande intuizione di Tolkien, che poi è il paradosso cristiano. In chi Gandalf ripone la sua speranza? In un Eroe solitario? In una pattuglia di arditi? In una qualche stregoneria esoterica? In una nuova arma spettacolare e devastante?

No, nel giovane Frodo Baggins, uno hobbit, un ragazzino inerme, senza alcun potere, senza alcun sapere, un adolescente buono, semplice e inesperto.

E’ lui – la creatura meno tentata dall’Anello (metafora del Potere) – che si prenderà il gravoso incarico di avventurarsi nell’orrida terra del nemico e, in cima al monte Fato, gettare l’Anello nel vulcano.

Quell’Anello va distrutto perché – come dice Gandalf – “se Sauron lo riconquista, il vostro valore è vano e la sua vittoria sarà rapida e totale… se invece l’anello viene distrutto egli soccomberà”.

 

PER VINCERE

 

A prima vista viene da obiettare: perché non usare proprio l’anello di Sauron per sconfiggere lo stesso Sauron? Tolkien mostra che questa è la tentazione di tutti, ma è anche l’inganno più terribile e devastante.

“La salvezza dell’Occidente” scrive padre Meiattini “non è dunque dipendente dal potere militare o tecnologico, cose in cui Sauron non teme rivali e sulle quali edifica il suo regno, distruttivo contemporaneamente della natura e dei legami umani più veri”.

La salvezza è di natura spirituale.

“La salvezza” spiega Meiattini “dipende dal solitario cammino di un hobbit debole e inerme che porta, senza cedervi, il peso della tentazione e che alla fine distrugge la tentazione stessa, insieme all’anello che ne è l’oggetto e la fonte, vincendo non per forza propria, ma per un colpo di scena della Grazia”.

Quella di Frodo, “il Portatore dell’Anello”, è un’autentica Via Crucis, ma – osserva padre Meiattini – “chi sceglie la via della debolezza e della povertà, proprio grazie alla sua totale estraneità ai percorsi storici e mentali dell’autoaffermazione prevaricante del soggetto, sfugge alla presa dell’Occhio e dell’Ombra. Questa è l’unica mossa che Sauron non si aspetterebbe mai, l’unica che lo prenderebbe di sorpresa: che qualcuno decidesse di disfarsi dell’Anello del potere, di distruggerlo, invece di usarlo. Per lui questo sarebbe follia”.

E’ precisamente la “follia” cristiana, la “follia” di un Dio onnipotente che si fa uomo e che si lascia crocifiggere.

Conclude Meiattini: “la vera battaglia che salva l’Occidente, perciò, non è quella che si combatte sotto i bastioni di Minas Tirith, ma la battaglia del cuore, della mente e del corpo che in primo luogo Frodo sostiene per tutti”.

 

IL CAMMINO E LA GRAZIA

 

La sua “progressiva purificazione”, il sostegno della Compagnia dell’Anello, preziosa pur essendo anche i suoi membri soggetti alla caduta e al tradimento, come lui del resto (ma ce ne sono anche puri e fedeli come l’amico Sam), infine certi aiuti come quel cibo degli elfi, il “lembas”, che è una chiara metafora dell’eucarestia, segnano un cammino spirituale che porta il giovane Frodo alla salvezza del suo mondo.

Frodo vince non con l’autoaffermazione, ma proprio col sacrificio e la rinuncia. Del resto egli è il vero antieroe.

Il Novecento (quel Novecento delle ideologie che tanto hanno disprezzato il “piccolo borghese”) si è ubriacato con il culto dell’eroe, del superuomo, del Capo, delle forze storiche (la Classe, la Razza), delle entità divinizzate a cui sacrificare i popoli (il Mercato, lo Stato, il Partito, la Rivoluzione, la Scienza). Da qui è venuta e viene la minaccia e la rovina per la loro “pretesa divina”.

Invece la salvezza viene dal piccolo e debole uomo singolo, dalla sua silenziosa offerta di sé. Secondo Meiattini “è presente nell’opera di Tolkien una teologia della sostituzione vicaria che lo avvicina ad altri grandi romanzieri cattolici come Bernanos, Mauriac, Gertrude von le Fort”.

Vorrei aggiungere che lo avvicina ai santi del Novecento (cito padre Kolbe e padre Pio per tutti). Ma Frodo, il vero eroe del nostro tempo, è anzitutto il simbolo del bistrattato uomo semplice, del singolo, il fante delle due guerre mondiali, il padre di famiglia, l’uomo comune, il piccolo borghese, l’adolescente.

E’ soprattutto a lui che parla papa Francesco chiamandolo a salvare il mondo. Non con le proprie forze, ma con la Grazia.

Dice Meiattini: “è la grazia infatti la protagonista invisibile, ma palpabile del Signore degli Anelli”. E’ solo la Grazia che crea eroi veri.

 

Antonio Socci

http://www.youtube.com/watch?v=FmjIaWIDtCk

Da “Libero”, 9 giugno 2013

Vedi Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

Friday 07 June 2013

Genio e dogma, alleanza possibile

verdon.jpgDopo la serata inaugurale, ieri, con la «lectio magistralis» di monsignor Vincenzo Paglia e della storica Lucetta Scaraffia, oggi il Festival biblico di Vicenza propone tra i «piatti forti» gli incontri con il filosofo Roberto Mancini, con il direttore dell’Ufficio Cei per la catechesi monsignor Guido Benzi, col biblista Stefano Romanello e con l’economista Luigino Bruni. Sabato, oltre alla conversazione proposta da «Avvenire» tra Philippe Daverio e don Timothy Verdon (ore 18,30, Tempio di Santa Corona; qui una anticipazione), è prevista la testimonianza della profuga cambogiana Claire Ly. Altri incontri con Paolo Ricca, Eraldo Affinati, Jean-Louis Ska.

L’artista sacro? Obbediente alla teologia, ma soprattutto interprete della Parola

Libertà degli artisti e ortodossia delle immagini sacre. Ovvero creatività e committenza: due poli dialettici che caratterizzano storicamente il rapporto tra arte e Chiesa. Come era risolta la questione nel passato? «Ci dobbiamo allontanare dal concetto greco-romano di libertascome da quello post-illuminista di libertà – suggerisce monsignor Timothy Verdon, storico dell’arte americano naturalizzato fiorentino – per entrare nella dimensione biblica, secondo la quale se non facciamo ciò che Dio vuole non siamo più liberi».

Quali i criteri per capire ruoli e limiti reciproci?

«Basta risalire a come la Sacra Scrittura tratta l’arte. Con più precisione, tra i capitoli 25 e 36 dell’Esodo . Dopo aver pronunciato le 10 parole, dando particolare enfasi al divieto degli idoli, Dio specifica in che modo e con quali materiali dovrà essere costruito il santuario. Viene detto che il Signore dota di saggezza e intelligenza gli artisti chiamati a realizzarlo. Nel racconto della costruzione l’interesse dell’autore è enfatizzare come tutto sia stato eseguito alla lettera. Il concetto biblico viaggia dunque su due livelli: gli artisti sono dotati di creatività propria ma sono chiamati a rispondere a quanto gli interpreti della voce di Dio indicano».

Nel passaggio all’arte cristiana cosa accade?

«Questi due binari sono parte della storia della Chiesa di Occidente. Qui fin dai primi secoli della cristianità la lex orandi lex credendi diviene un’istruzione lasciata alla libera interpretazione iconografica degli artisti. Penso ad Apollinare in Classe, a Ravenna, dove nella scena della moltiplicazione dei pani e dei pesci troviamo un Cristo cruciforme rivestito di porpora imperiale: è intuizione dell’anonimo artista rappresentare esplicitamente il cibo terreno come anticipazione di quello sacrificale eucaristico».

Fino a che punto si possono considerare gli artisti alla stregua di teologi?

«Gli artisti, dopo i religiosi, erano tra coloro che più conoscevano la Bibbia. Erano valutati in base alla loro capacità di interpretare le Scritture. Sarebbe però forse più giusto parlare di una capacità eccezionale di intuire per via creativa la struttura biblica delle realtà da illustrare».

Ci sono però casi in cui la libertà dell’artista è stata giudicata quanto meno eccessiva.

«È noto che La Cena nella casa di Levi era stata dipinta dal Veronese nel 1573 per i domenicani di Venezia come un’Ultima Cena. Tre mesi dopo l’autore viene chiamato dall’Inquisizione per la presenza di ‘buffoni ubriachi, nani’ e soprattutto ‘tedeschi’, ossia luterani. Veronese spiega le sue scelte e aggiunge: ‘Noi artisti siamo come poeti e come i matti’. La soluzione condivisa fu non toccare la tela, ma solo il titolo. La norma però era un’altra. A Firenze, quando si decise di affrescare la cupola del Brunelleschi, del programma iconografico fu incaricato il vallombrosano Vincenzo Borghini. Il quale scrisse una lettera al Vasari spiegando esattamente quello che ci doveva essere, un lungo elenco organizzato a scopi didattici. Ma a un certo punto dice: ‘Io non sono artista: se le cose che ho suggerito sono troppe, togli; se sono poche, aggiungi. Anche in questo caso, dove è dimostrabile un’attenzione maniacale all’ortodossia dei contenuti, si rivela una dose non piccola di libertà all’artista ».

La frattura è nel ’900: tornare «popolari» oltre una bellezza tutta zucchero e miele

«Per un lungo periodo la questione è secca. Gran parte della catastrofe della pittura di Leonardo deriva da lì. La prima versione dalla Vergine delle Rocce viene rifiutata dai francescani di Milano per motivi dottrinali. Ecco perché il Codice da Vinci è una stupidaggine colossale: le pare che Leonardo potesse dipingere eresie davanti ai domenicani, senza che questi se ne accorgessero?». È un rapporto storicamente dinamico quello tratteggiato da Philippe Daverio attorno alla questione sulla libertà degli artisti davanti al compito di interpretare le verità di fede: «Il rapporto con il dogma è perenne, e viene ripreso con maggiore serietà dopo Trento. Ma il problema della libertà, in realtà, non si era mai posto perché esisteva un codice non scritto della percezione dell’arte, valido fino alla modernità. Poi tutto cambia».

Quali i segnali della mutazione?

«Ad esempio la Crocifissione Bianca di Chagall, tanto amata da papa Francesco, è dipinto spia di una trasformazione in corso. Qui la libertà è totale: a partire dal fatto che è una crocifissione dipinta da un ebreo. Oggi accettiamo libertà che un tempo erano inammissibili. Ma sono cambiamenti prodotti fuori dalla Chiesa. Fino alla Controriforma, invece, avvengono secondo gli umori della storia, in cui la realpolitik è più efficace della teologia».

In che senso?

«Penso alla rivoluzione straordinaria dell’arte del XIII secolo, che si inserisce nella lotta contro l’eresia catara. Prima, secondo i canoni della pittura bizantina, il Cristo è sempre trionfante, anche in croce. Il dibattito sugli albigesi rimette al centro la figura umana di Cristo che, portata fuori dal mondo degli eletti, torna a essere sofferente. E lì avviene la rivoluzione della pittura italiana, con Cimabue e Giotto che inventano il Christus dolens e un nuovo modo di pensare le immagini, basato su parametri passionali prima che dottrinali. È, in realtà, qui la vera libertà. Il Gesù veramente morto di Giotto va a concludersi in quello di Grünewald. Questa libertà di interpretazione nella Controriforma non c’è più. Si badi però: Borromeo e Paleotti, autori dei manuali più celebri sull’arte sacra, erano tutt’altro che bacchettoni…».

Ma la Controriforma è anche l’era di Caravaggio.

«Sì, però lì entrano in gioco altre ideologie: tra la pittura angelica di Guido Reni e all’opposto quella del Merisi ha il via il duello tra bello e vero. Vince di fatto il bello, o meglio la sua declinazione più deteriore. E così nel XIX secolo abbiamo un’arte sacra tutta zucchero e miele. I valori espressivi forti ritornano solo nel XX secolo, penso a Rouault. Ma nel Novecento arte e religione perdono contatto. Spesso si è data la colpa alla Chiesa. Ma se dipendesse anche dalla mancanza di identità dell’arte?».

Il problema della libertà dell’artista è però solo dell’arte occidentale.

«Noi non abbiamo un modello stabile. In Cina, ad esempio, non c’è l’identificazione tra creatività e innovazione. Noi invece dobbiamo innovare rispetto alle culture precedenti. È non è dovuto al cristianesimo, semmai è retaggio del mondo greco».

Oggi arte e religione hanno perso contatto, ma il sacro non ha cessato di suscitare interesse, anche se usato con estrema libertà.

«Il distacco in verità è fra le arti tutte e la religione. Anche l’architettura, devo dire, non dà risultati brillanti. L’unico campo dove il dialogo è davvero vivo è il cinema. Che ci riesce però perché è costretto alla verifica della cultura popolare. Un rapporto che anche le arti visive avevano un tempo e oggi non più. Per questo, al di là dei problemi di libertà tra artisti e committenza, il dialogo con la fede è così difficile».

Alessandro Beltrami– Avvenire, 7 giugno 2013daverio.jpg

Thursday 06 June 2013

Diario Vaticano / La piaga del divorzio tra vescovo e diocesi

Papa Francesco martella contro le ambizioni di carriera. Tra cui il voler passare da una cattedra episcopale a un'altra e poi a un'altra ancora. Ma il proposito di legare indissolubilmente un vescovo alla sua diocesi è finora caduto nel vuoto. I curriculum dei cardinali ne sono la prova

Wednesday 05 June 2013

“Pregare con la carne”

Anche oggi conforta leggere i brani dell’omelia fatta a braccio da Papa Francesco nella messa mattutina a Santa Marta, divenuta un appuntamento quotidiano per molti. Parlando delle persone che vivono «nel sottosuolo dell’esistenza», in condizioni «al limite», e che hanno perso la speranza e commentando le Lettura del giorno che parlavano delle esperienze di Tobit e di Sara, due persone sofferenti, al limite della disperazione, il Papa ha detto: «Non bestemmiano, ma si lamentano… Lamentarsi davanti a Dio non è peccato».

Bergoglio ha quindi raccontato questo episodio: «Un prete, che io conosco, una volta ha detto a una donna che si lamentava davanti a Dio per le sue calamità: “Ma signora, quella è una forma di preghiera, vada avanti. Il Signore sente, ascolta i nostri lamenti”». Lamentarsi, ha spiegato, «è umano», anche perché «sono tante le persone in questo stato di sofferenza esistenziale».

Il Papa ha quindi parlato del brano evangelico di Marco, nel quale si racconta dei sadducei che interrogano Gesù sulla donna vedova di sette fratelli. I sadducei, ha detto il Pontefice, la presentavano come in «un laboratorio, tutto asettico, un caso di morale». Invece «quando noi parliamo di queste persone, che sono in situazioni al limite», dobbiamo farlo «con il cuore vicino a loro». Dobbiamo pensare «a questa gente, che soffre tanto, con il nostro cuore, con la nostra carne». E ha detto di non apprezzare «quando si parla di queste situazioni in maniera accademica e non umana», ricorrendo magari solo a statistiche.

«Nella Chiesa ci sono tante persone in questa situazione» e a chi chiede cosa si debba fare la risposta del Pontefice è «quello che dice Gesù: pregare, pregare per loro». Le persone che soffrono — ha aggiunto — «devono entrare nel mio cuore, devono essere un’inquietudine per me. Il mio fratello soffre, la mia sorella soffre; ecco il mistero della comunione dei santi. Pregare: Signore guarda quello, piange, soffre. Pregare, permettetemi di dirlo, con la carne». Pregare con la nostra carne, dunque, «non con le idee; pregare con il cuore» ha ribadito.

Wednesday 05 June 2013 06:32

Lucca, va in scena la sfida della fede

tds_lucca2013.jpgI Teatri del Sacro è una iniziativa ideata quattro anni or sono, alimentata con grande impegno dalla Chiesa italiana e inserita rapidamente fra le attività che si propongono di scrutare i segni dei tempi e interpretarli alla luce del Vangelo. Una rassegna in piena regola con cadenza biennale e il prossimo 10 giugno si apre a Lucca la terza di una serie che già dimostra di aver conquistato un posto di primo piano nel panorama teatrale italiano. Gli spettacoli di questa terza edizione (tutti gratuiti e in prima assoluta) che vedono coinvolti artisti più significativi della scena nazionale e le migliori compagnie amatoriali verranno rappresentati nel breve giro d’una settimana. Ma non si tratta solo di un festival e neppure una semplice vetrina di nuove produzioni. I Teatri del Sacro è soprattutto un’avventura artistica e culturale dedicata alle intersezioni, sempre più diffuse, fra il teatro e la ricerca spirituale e religiosa: un ‘corpo a corpo’ libero e sincero con le domande della fede, acceso dall’azione drammatica.

Ventidue rappresentazioni, i soggetti più vari, storie celebri ma anche temi sociali attualissimi. «Perché – osserva monsignor Domenico Pompili, sottosegretario della Cei e direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali – il teatro è il luogo metaforico dove si rappresentano i drammi del nostro vivere. Drammi che possono essere tradotti e condivisi perché anche il teatro è un luogo per esprimere le nostre inquietudini e le speranze». Pompili ha sottolineato, fra i temi di questa terza rassegna, quello della Passione. «La sofferenza dell’uomo e il dolore di Gesù – ha detto – sottolineano il mistero di questa singolare relazione che, facendoci riconoscere come fratelli in Cristo, ci rende pienamente figli di Dio. Una messa in scena dunque che non è mai una rappresentazione puramente esteriore o commemorativa».

Ruolo importante nell’organizzazione della rassegna è quello ricoperto dalla Federgat (Federazione Gruppi Attività Teatrali). In ambito cattolico si occupa di teatro amatoriale nella consapevolezza che esso non sia teatro minore, ma dello stesso gioco creativo con cui l’uomo ha da sempre cercato di conoscere se stesso e di incontrare gli altri. Federgat si è anche aperta alla formazione e alla valorizzazione del teatro come strumento di promozione sociale e di mediazione culturale, e da quattro anni è uno dei capofila de I Teatri del Sacro. Il suo presidente, Fabrizio Fiaschini, ha rivendicato al teatro l’essere «luogo autentico di una funzione che libera e fa crescere, aiuta a scoprire se stessi e a comunicare con gli altri, favorendo la maturazione di una identità, individuale e collettiva, aperta al dialogo e al cambiamento». Qualche titolo. Passione, dal romanzo di Giovanni Testori, protagonisti Maddalena Crippa e suo fratello Giovanni; La luce dei secoli bui, cioè la storia di Ildegarda von Bingen (di Angelica Di Franco con Laura Legrottaglie) che non esitò a uscire dal convento per incontrare il Barbarossa; La radio e il filo spinato (di e con Roberto Abbiati) la vicenda di padre Kolbe e dell’ufficiale medico di Auschwitz che testimoniò al processo di beatificazione; Colpo di… Grazia , di Michele Sciancalepore, le vicissitudini di una coppia che ritrova l’intesa e l’unità perdute grazie a un evento traumatico che ridarà loro lo spirito dell’infanzia; Guasto ( di Marcello Chiarenza) il risveglio di alcuni personaggi dopo l’esplosione di Chernobyl; Chi resta, progetto di Carmelo Rifici, un colloquio con le mogli, i figli, gli amici delle vittime di mafia.

Virgilio Celletti – Avvenire, 5 giugno 2013

Tuesday 04 June 2013

Teatro, riserva di libertà

lucca-2013.jpg“In un momento in cui la partecipazione empatica tende a essere ridotta a meccanismi neuronali e la comunicazione a un passaggio d’informazione che può avvenire anche tra oggetti, il teatro rappresenta un potente antidoto, e dunque una riserva di libertà rispetto alle derive tecnocratiche e riduttive della comunicazione”. Così mons. Domenico Pompili, direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della Cei, è intervenuto questa mattina alla conferenza stampa di presentazione della terza edizione de “I teatri del sacro” (www.iteatridelsacro.it), la rassegna teatrale sui temi della spiritualità promossa da Federgat, Fondazione comunicazione e cultura, Ufficio nazionale comunicazioni sociali e Servizio nazionale per il progetto culturale Cei, in collaborazione con Acec, che si svolgerà a Lucca dal 10 al 16 giugno 2013. Quella operata dal teatro, autentico “contrambiente formativo” capace di ritessere la “socialità perduta”, è una “riforma dello sguardo - ha rimarcato mons. Pompili - che passa attraverso gli affetti oltre che i significati e i concetti”. “Uno sguardo - ha precisato - capace di tenere insieme pathos e logos, più che mai necessario in un’epoca di dualismi che spinge verso l’astrazione tecnicizzante o verso la passione disordinata”.

Mons. Pompili ha poi parlato della funzione del teatro, come “luogo peculiare della comunicazione corpo a corpo”, e per questo “laboratorio dove sperimentare collettivamente ipotesi di soluzioni non individuali alle crisi sistemiche”. Il perdono, la morte, la bellezza del creato, la passione dell’uomo, la mistica alcuni dei temi che saranno affrontati nella settimana lucchese attraverso 22 spettacoli che debutteranno in prima assoluta alla rassegna lucchese: un “corpo a corpo libero e sincero con le domande dello spirito”, ha precisato Fabrizio Fiaschini, presidente Federgat presentando gli spettacoli in cartellone. Spettacoli molto diversi, ha detto Fiaschini, ma “uniti nell’urgenza di rispondere alle inquietudini e alle speranze del tempo presente”. Non solo una vetrina ma un’esperienza da vivere con il pubblico: attivati per questa edizione due laboratori per spettatori in contemporanea alla rassegna. Dopo il debutto al festival, gli spettacoli saranno sostenuti nella circuitazione nei teatri nazionali e nelle oltre mille Sale della comunità diffuse sul territorio.

L’intervento di mons. D. Pompili: teatri-del-sacro-2013-pompili.doc

La cartella stampa dell’evento: cartella_stampa-teatri-del-sacro-2013.pdf

Monday 03 June 2013

"Così ricostruirò la reputazione dello IOR"

Il presidente della "banca" della Santa Sede apre con questa intervista alla Radio Vaticana la sua campagna per ridare credibilità al discusso istituto. Con più pulizia, più trasparenza, più comunicazione

Friday 31 May 2013

Il Papa e la Chiesa italiana

Quando si vede Papa Francesco all’udienza del mercoledì lasciarsi volentieri inghiottire dai gorghi di folla, sembra che non abbia niente di meglio da fare. Incontrare, benedire, abbracciare, mostrare vicinanza… E’ un tratto che si accompagna a una predicazione profonda e semplice, immediata, efficace. Questo stile, questo esempio che cosa dicono ai vescovi italiani? E come è stato colto e accolto il discorso che lo scorso 23 maggio Francesco ha voluto tenere all’assemblea della CEI ricevuta in San Pietro?

Ho cercato di rispondere a queste domande in un articolo che viene pubblicato oggi su La Stampa e che potete leggere integralmente qui su Vatican Insider. A me sembra che dalle parole del Papa emerga una novità, un cambio di passo, di prospettiva. Che dovrebbe far interrogare anche la Chiesa italiana e i suoi pastori. Questo tema non è stato affrontato durante l’ultima assemblea della CEI e ho talvolta l’impressione che invece di chiedersi che cosa significhi il nuovo pontificato si cerchi soltanto di trovarvi conferma della linea sin qui seguita.

A mio parere la meditazione di Francesco ai vescovi è stata dirompente, tanto quanto il suo esempio (quello di un vescovo che confessa, dà la prima comunione ai bambini, fa catechismo), ma rischia di essere anestetizzata. Ciò che ha fatto notizia, infatti, è stata una frase con la quale il Papa ha ribadito che il dialogo con le istituzioni politiche spetta alla CEI, subito presentata come una vittoria di Bagnasco su Bertone: quest’ultimo infatti nel 2007 aveva scritto al neo-presidente dei vescovi una lettera con la quale intendeva riportare sotto l’egida della Segreteria di Stato la gestione dei rapporti con la politica.

In realtà quel progetto di Bertone, espresso nella lettera, non si è mai veramente realizzato. Ma la “rivincita” del vertice CEI sul Segretario di Stato ha finito per far passare in secondo piano le parole fortissime che il Papa stesso aveva preparato per i vescovi italiani.

Friday 31 May 2013 04:10

La prima volta di Francesco in periferia

Confessa, dà la prima comunione, fa il catechismo ai bambini… Le cinque novità della prima domenica trascorsa dal papa in una parrocchia di Roma

Sunday 26 May 2013

FRANCESCO RINNOVA LA CHIESA (e pure la Segreteria di Stato): ECCO I VOLTI CHE INDICA (e lasciamo ai media gli idoli dei salotti anticattolici: un Requiem e poi che i morti seppelliscano i morti)

Quando sento dire “il prete degli ultimi” io penso al grande e umile fratel Ettore Boschini che, lontano da tutti i salotti e i riflettori, per anni, portando in giro la statua della Madonna di Fatima e col crocifisso rosso dei camilliani sulla veste, ogni notte nei gironi infernali di Milano raccoglieva, lavava amorevolmente, nutriva e curava barboni, clochard, sbandati, tossici e disperati, in un “rifugio” ricavato nel tunnel sotto la stazione centrale di Milano.

Non aveva tempo né per dormire, né per mangiare, tanto ardeva di compassione per Gesù crocifisso che vedeva nei suoi fratelli sofferenti, nelle loro piaghe coperte di sporcizia maleodorante.

E’ morto in fama di santità nel 2004. Sconosciuto ai salotti tv, ma conosciutissimo dai più poveri e dagli angeli di Dio (inizia ora a Milano il processo di beatificazione).

Mi è tornato in mente molte volte in queste settimane, sentendo ripetere a papa Francesco l’esortazione ai cristiani ad uscire dalle sacrestie e andare per le strade a portare la carezza del Nazareno a tutte le creature ferite dalla vita.

 

I VOLTI DA GUARDARE

 

Fratel Ettore era davvero “il prete degli ultimi”, come don Oreste Benzi, don Puglisi, padre Aldo Trento. E’ a figure come queste che occorre pensare quando si ascolta l’invito di papa Francesco a far risplendere la misericordia di Cristo nelle periferie esistenziali del mondo.

E non sono solo preti, ma anche religiosi come le suore di Madre Teresa, come suor Elvira della comunità Cenacolo, o come padre Cantalamessa che predica a migliaia di persone nei raduni carismatici, laici come Chiara Amirante, Andrea Aziani, Kiko Arguello, Paola Bonzi (quella del centro di aiuto alla vita della Mangiagalli), opere come Radio Maria (che il papa ha recentemente elogiato per la sua splendida opera) o Cometa di Como o i tanti sacerdoti che passano le ore nel confessionale (dove vorrebbe stare anche papa Bergoglio).

E poi i meravigliosi missionari sparsi ai quattro angoli del pianeta o i preti e religiosi, ancora meno conosciuti, che in tanti oratori, parrocchie, santuari accompagnano migliaia di giovani nel cammino della vita, alla ricerca del senso dell’esistenza, dell’amare, del lavorare, del soffrire.

Certo, nelle mani di fratel Ettore si trovava il rosario, non la sciarpa rossa, il sigaro e il pugno chiuso esibiti invece da don Gallo, il personaggio che i media di questi giorni osannano come “prete degli ultimi”, ovvero degli ultimi salotti conformisti.

Fu un frequentatore acclamato dei potenti salotti del pensiero dominante, che tracimano di arroganza ideologica e di bile anticattolica. Pace all’anima sua. Un prece.

Ma i funerali di don Gallo segnano la fine simbolica di un mondo, quello del cattoprogressismo degli anni Settanta.

 

UN PASSATO DA SEPPELLIRE

 

Ci sono ancora vecchi conati di cattoprogressismo, come quelli messi in pagina ieri da “Avvenire”, dove un certo De Giorgi faceva suo lo strale anticattolico per cui la Chiesa sarebbe “indietro di duecento anni”.

Ma nulla è più antiquato e ammuffito di queste ideologie clericali, relitti del secolo scorso. Dominano ancora nei giornali dove si continuano a dividere i cattolici fra intransigenti e conciliatori, fra progressisti e conservatori, fra conciliari e anticonciliari.

Tuttavia la realtà è altrove.

Perché nel frattempo la fantasia dello Spirito Santo ha portato la Chiesa nel terzo millennio e le ha donato un papa, Francesco, che non rientra in nessuno degli schemi mondani e che parla al cuore della gente.

I salotti sono sbalorditi e non capiscono. Mentre il semplice popolo di Dio e le persone comuni, affaticate dalla vita, lo capiscono benissimo. E si commuovono quando lui ripete accoratamente “Dio perdona sempre, perdona tutto, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere perdono”.

Non a caso i confessionali, che già negli ultimi anni stavano tornando a riempirsi (e ci sono statistiche sorprendenti), hanno ripreso ad accogliere più che mai cuori e anime, lacrime e gemiti.

 

STUPORE PER FRANCESCO

 

Alcuni polemisti ideologizzati hanno fatto qualche tentativo di contrapporre Francesco a Benedetto XVI, ma si sono dovuti arrendere perché Bergoglio non fa che mostrare, da pastore, da parroco del mondo, da padre quello che papa Ratzinger – col suo limpido insegnamento teologico – aveva raccomandato alla Chiesa (basta con l’autoreferenzialità, il carrierismo, la burocrazia, la mondanità, il clericalismo).

Non solo. Fa tesoro di ciò che il predecessore ha scritto per l’enciclica sulla fede e addirittura mette continuamente in guardia dal diavolo, secondo la più autentica via della tradizione cristiana. Arriva perfino a consacrare il pontificato alla Madonna di Fatima (inorridiscono i progressisti).

D’altra parte papa Francesco sconcerta pure tradizionalisti e reazionari, quelli che si fissano nelle forme, i velluti e le formule. E – secondo la  dottrina sociale cristiana – spiazza i potenti della finanza e della politica tuonando contro le ingiustizie del sistema economico planetario, in difesa delle sue vittime.

 

FERRARA E DINTORNI

 

Allegramente sorpreso e sconcertato si è detto anche Giuliano Ferrara che – da una prospettiva “ateodevota” – pensava di aver trovato, in Ratzinger, il condottiero di una Chiesa in armi contro il nichilismo e il multiculturalismo e poi se n’è detto deluso. Giuliano non ha capito che il discorso di Ratisbona non fu un manifesto teocon, ma – al contrario – una formidabile e incompresa demolizione della “teologia politica”. Ogni teologia politica.

Forse per comprendere questo pontificato bisogna leggere proprio un libro, appena uscito, che porta questo titolo, “Critica della teologia politica” e che ha la firma del maggior intellettuale cattolico italiano di oggi, quel Massimo Borghesi, allievo e collaboratore di Augusto Del Noce, figlio spirituale di don Giussani, che ha incontrato l’allora cardinale Bergoglio attorno all’affasciante personalità di don Giacomo Tantardini, alla rivista “30 Giorni”.

Un libro, quello di Borghesi, con cui significativamente converge oggi anche la riflessione del cardinale Angelo Scola nel suo – appena uscito – “Non dimentichiamoci di Dio”.

Sono certo che il pontificato di papa Francesco saprà trarre profitto dalla ricchezza di pensiero che fiorisce in queste pagine e anche in altre parti del mondo cattolico. Che – non tema Ferrara – non si arrende al nichilismo. Solo che lo combatte con armi diverse e stavolta davvero vincenti.

 

IL PADRE

 

Papa Francesco si sottrae ad ogni schema pure nelle controversie curiali. Basti vedere il candore e la leggerezza evangelica con cui, nei giorni scorsi, ha messo fine a un’annosa diatriba fra Cei e Segreteria di Stato vaticana su chi dovesse tenere i rapporti con la politica e le istituzioni (ovviamente i vescovi, ha spiegato il papa).

Con la stessa ponderata serenità si appresta – a giugno, secondo le voci – all’avvicendamento del Segretario di Stato, che ha ormai raggiunto la scadenza del suo mandato e delle proroghe.

Si tratta certamente di un evento di grande importanza, che chiude con un passato controverso e segnerà il futuro.

Eppure tutto sta avvenendo in una luce nuova, profondamente cristiana, anche grazie alla pastorale delle omelie quotidiane in Santa Marta, dove il Papa, come parroco del mondo, ogni giorno guida il suo popolo nel cammino, alla scoperta dei tesori di Gesù. Parole semplici che arrivano al cuore sia di chi – lavorando in Curia – è lì presente e magari riscopre la sua vocazione, sia di tutti i cristiani che vi si abbeverano ogni giorno.

Anni fa Thomas Wolfe ha scritto: “Ciò che più profondamente si cerca nella vita, la cosa che in un modo o nell’altra è stata al centro di ogni esistenza, è la ricerca dell’uomo per trovare un padre. Non soltanto il padre della propria carne, non soltanto il padre perduto della propria gioventù, ma l’immagine di una forza e di una sapienza alle quali la fede e la forza della propria esistenza possano essere unite”.

Questo è Francesco per il nostro tempo. Un padre. Che poi significa “papa”.

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 26 maggio 2013

Vedi Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

Saturday 25 May 2013

Bambini, malati e… protocollo

Nell’omelia della messa celebrata questa mattina nella Casa Santa Marta Papa Francesco ha parlato delle fede dei semplici, la fede del popolo di Dio “che non può sbagliarsi nel credere”. Vi invito a leggere il resoconto pubblicato dalla Radio Vaticana: Bergoglio ha detto che “siamo tante volte controllori della fede, invece di diventare facilitatori della fede della gente”.

Qui volevo soffermarmi su questi due passaggi. Commentando l’episodio evangelico che narra dei bambini che vanno verso Gesù, Francesco ha ricordato che il Nazareno abbracciava e baciava i piccoli che la gente gli portava. E ha ricordato come i discepoli si preoccupassero. Pensavano che Gesù si stancasse troppo. E per questo cercavano di limitare l’entusiasmo della gente, impedendogli di arrivare al Signore. Il Papa ha detto che Gesù si arrabbiava per questo loro atteggiamento: “Lasciate che vengano a me, non glielo impedite. A chi è come loro, infatti, appartiene il Regno di Dio”.

Francesco ha poi fatto riferimento al racconto evangelico che parla del cieco di Gerico, rimproverato dai discepoli perchè gridava: “Gesù, Figlio di Davide, abbi pietà di me!”. “Il Vangelo dice che volevano che non gridasse, – ha aggiunto il Papa – volevano che non gridasse e lui gridava di più, perché? Perché aveva fede in Gesù! Lo Spirito Santo aveva messo la fede nel suo cuore. E loro dicevano: No, non si può! Al Signore non si grida. Il protocollo non lo permette”.

I discepoli preoccupati perché Gesù si stancava incontrando le persone che volevano toccarlo, i discepoli che rimproverano il cieco che non rispetta il protocollo… Forse mi sbaglierò, ma non è escluso che si possano applicare queste affermazioni anche a Papa Bergoglio: i collaboratori si preoccupano perché si stanca e si espone troppo, incontrando e abbracciando la gente, i malati, i piccoli (ormai la maggior parte dell’udienza del mercoledì è dedicata a questo contatto con i fedeli).

Intorno al Pontefice ci sarà qualcuno che si preoccupa per le continue infrazioni al “protocollo”, e Oltretevere qualcuno starà temendo che questo stile e i gesti del nuovo Papa finiscano per de-sacralizzare la sua figura. Invece Francesco ritiene questa vicinanza alla gente, questo essere a capo del gregge ma anche in mezzo ad esso e dietro di esso, un aspetto irrinunciabile del suo ministero.

Thursday 23 May 2013

Exorcismus

Per un paio di giorni, sulla scena mediatica – Tv, carta stampata e Internet – è tornato alla ribalta il diavolo. O meglio un presunto «esorcismo» che sarebbe stato compiuto da Papa Francesco, su un giovane sofferente e a quanto pare «disturbato» da presenze demoniache. Le immagini della brevissima preghiera che Bergoglio ha fatto tenendo entrambe le mani sul capo di questa persona e la reazione del giovane, hanno fatto il giro del mondo. Padre Federico Lombardi, portavoce vaticano, ha precisato che il Papa non aveva intenzione di fare alcun esorcismo ma solo di pregare per una persona sofferente. Esorcismo si, esorcismo no, esorcismo forse. O meglio, «giallo» sull’esorcismo del Papa.

Poco più di un anno fa era accaduta la stessa cosa con Benedetto XVI, anche se in quel caso non c’erano immagini. Padre Gabriele Amorth, decano degli esorcisti italiani e non nuovo a interviste shock sul suo rapporto conflittuale con il principe delle tenebre, aveva concesso una lunga intervista trasformata in libro dal vaticanista Paolo Rodari e raccontava di un episodio accaduto nel maggio 2009 in piazza San Pietro, quando due indemoniati avevano cominciato a dimenarsi e a dare in escandescenze mentre Papa Ratzinger si avvicinava. Benedetto XVI, in lontananza, su era limitato a tracciare un segno di croce, una benedizione a distanza, che però era bastata per far infuriare i due soggetti. Anche un anno fa, dopo che il settimanale «Panorama» aveva parlato di «esorcismo del Papa», padre Lombardi aveva ridimensionato e smentito: «Si tratta di un racconto senza fondamento. Non si può dire che il Papa abbia effettuato un esorcismo perché non era stato informato» della presenza dei due uomini.

Che cosa è dunque accaduto con Francesco? Perché l’episodio è stato ridimensionato, spiegando che il Papa non aveva alcuna intenzione di fare un esorcismo? Se un tempo la più grande vittoria di satana era quella di far credere che non esiste, oggi si può dire che la sua più grande vittoria sia quella di far credere che esiste solo in queste manifestazioni eccezionali e spettacolari: negli indemoniati, nelle messe nere, nelle sette sataniche talvolta tristemente famose perché balzate al disonore della cronaca. Guardare queste manifestazioni comodamente seduti davanti alla TV, dà l’idea che il diavolo sia solo lì e dunque la sua azione non ci riguardi mai da vicino.

L’esorcismo è un rito da non sottovalutare. Le testimonianze di chi ha avuto in qualche modo a che fare con le possessioni diaboliche sono raccapriccianti. L’esorcismo non può essere reso noto, né tantomeno può svolgersi in presenza di telecamere o registratori. La Chiesa fugge o dovrebbe fuggire da ogni sensazionalismo al riguardo, non perché ritenga questi fenomeni un retaggio medioevale politicamente scorretto, ma proprio perché conosce serietà e gravità della materia trattata. Senza contare la privacy a cui ha diritto chi ne è vittima. È più che comprensibile dunque che venga ribadito che il Papa non aveva intenzione di compiere un esorcismo (non conosceva il caso, era la prima volta che si trovava di fronte quella persona, si è trattato di un passaggio durato pochi secondi), anche se una preghiera o una benedizione del vescovo di Roma può avere conseguenze oggettive che vanno al di là dell’intenzione.

L’altra faccia del sensazionalismo, l’esito non voluto, è la ridicolizzazione. Ma il Papa che ha citato spesso il diavolo nelle sue prediche, come ogni sincero credente, sa bene che con il maligno e con le sue manifestazioni non si scherza.

Sunday 19 May 2013

Il Papa ai movimenti

Vi trascrivo un passaggio dell’omelia della messa di Pentecoste che il Papa ha celebrato stamattina in piazza San Pietro davanti a un’enorme folla di fedeli appartenenti a più di 150 movimenti, associazioni e nuove comunità ecclesiali che provenivano da tutto il mondo

Uno dei Padri della Chiesa ha un’espressione che mi piace tanto: lo Spirito Santo “ipse harmonia est”. Solo Lui può suscitare la diversità, la pluralità, la molteplicità e, nello stesso tempo, operare l’unità. Anche qui, quando siamo noi a voler fare la diversità e ci chiudiamo nei nostri particolarismi, nei nostri esclusivismi, portiamo la divisione; e quando siamo noi a voler fare l’unità secondo i nostri disegni umani, finiamo per portare l’uniformità, l’omologazione. Se invece ci lasciamo guidare dallo Spirito, la ricchezza, la varietà, la diversità non diventano mai conflitto, perché Egli ci spinge a vivere la varietà nella comunione della Chiesa. Il camminare insieme nella Chiesa, guidati dai Pastori, che hanno uno speciale carisma e ministero, è segno dell’azione dello Spirito Santo; l’ecclesialità è una caratteristica fondamentale per ogni cristiano, per ogni comunità, per ogni movimento. E’ la Chiesa che mi porta Cristo e mi porta a Cristo; i cammini paralleli sono tanto pericolosi! Quando ci si avventura andando oltre la dottrina e la Comunità ecclesiale e non si rimane in esse, non si è uniti al Dio di Gesù Cristo.

Consiglio a chi ieri non avesse visto la diretta dello straordinario incontro della veglia di Pentecoste, di leggere la trascrizione delle parole pronunciate a braccio da Papa Francesco. La chiamata a uscire dall’autoreferenzialità riguarda tutta la Chiesa, riguarda tutti, a partire dalle parrocchie, non soltanto – ovviamente – i movimenti e le nuove aggregazioni ecclesiali. Ma è indubbio che il messaggio di questi primi mesi di pontificato chiede anche ai movimenti un cambiamento di passo.

Sunday 19 May 2013 07:42

LA GEMMA DI KIKO ARGUELLO

Le giornate di ieri e di oggi del Papa con i movimenti colpiscono i media soprattutto per il fiume immenso di persone che arriva in Piazza San Pietro.

I movimenti nati nella Chiesa sono ormai come bei rami frondosi della grande quercia che abbraccia tutte le miserie umane.

Ma la cosa più rivelatrice è scoprire quella piccola “gemma d’aprile” da cui nascono questi rami. Perché nell’inizio è contenuta l’essenza di una cosa.

E senza il rinnovarsi di quella piccola gemma – come diceva Péguy – tutto il grande albero non sarebbe che legna secca. Da ardere.

Su queste colonne di recente ho raccontato la vicenda di Chiara Amirante e di Nuovi Orizzonti. Altre volte ho parlato di don Luigi Giussani e di Comunione e liberazione. In diverse occasioni ho ripercorso dall’inizio le apparizioni di Medjugorje riferendo dell’immenso popolo che da lì è nato.

Anche all’inizio di uno dei movimenti più grandi e vitali di oggi, il Cammino Neocatecumenale, c’è lo stesso “segreto”, la piccola gemma.

Tutto nasce sempre nel silenzio di un cuore umano affascinato da Cristo, trasformato e riempito delle sue grazie dallo Spirito Santo (è ciò che si chiama carisma).

Non c’erano finora libri che ripercorressero la storia del Cammino, ma nelle scorse settimane è uscito un preziosissimo memoriale dove è lo stesso Kiko Arguello, il fondatore, a raccontarla.

Quello di Kiko è un nome che alle cronache dei giornali forse dice poco (perché l’uomo non frequenta salotti), ma è invece molto importante per la Chiesa e per la vita del suo immenso popolo.

Kiko dunque racconta cosa gli è accaduto, come è stato sorpreso da Gesù e “chiamato”: il suo bel libro, “Kerigma”, è stato tradotto dalla San Paolo.

 

IL SUCCESSO E IL VUOTO

 

Francisco, detto Kiko, nasce a Léon, in Spagna, il 9 gennaio 1939, in una famiglia dell’alta borghesia. Dotato di buone doti artistiche da giovane frequenta l’Accademia di Belle Arti a Madrid. E naturalmente si trova immerso nel clima culturale delle élite del tempo che avevano i loro riferimenti esistenziali in autori come Sartre e Camus.

“Ho provato a vivere così, ma presto mi sono reso conto che, quando la vita diventa insopportabile, c’è solo un’uscita: suicidarsi. Dicono che ogni secondo si uccide una persona nel mondo”.

Nonostante la pittura lo avesse portato al successo, Kiko ricorda che ogni mattina si alzava con queste domande: “Vivere, perché? Per guadagnare soldi? Per essere felice? Perché? Avevo già soldi, già avevo fama, e non ero felice; ero come morto dentro. Ho capito subito che, se continuavo così, mi sarei ucciso”.

Ma, annota, “in questo cielo chiuso, Dio ha avuto pietà di me”. Infatti, nonostante il nichilismo respirato dovunque, “qualcosa dentro di me non era d’accordo che tutto fosse assurdo: la bellezza, l’arte, l’acqua, i fiori, gli alberi… Qualcosa non quadrava”.

Insomma “per me non era indifferente se Dio c’è o non c’è; era una questione di vita o di morte”.

Così “in un momento tragico della mia esistenza, entrai nella mia stanza, chiusi la porta e gridai a Dio: Se esisti, vieni, aiutami, perché avanti a me ho la morte!”.

Era una “discesa” nel baratro che Dio aveva permesso “per farmi umile”, spiega Kiko, “per farmi capace di gridare, di chiedere aiuto. E in quel momento avvenne un incontro”.

 

L’INCONTRO

 

Non c’è qui lo spazio per seguire, passo dopo passo, il cammino di Kiko. L’amicizia con i “Cursillos de Cristianidad” lo aiuta a liberarsi da “tanti pregiudizi che avevo contro la Chiesa” e che “venivano dai miei amici marxisti”.

Che contestava con un argomento molto acuto: “volete creare un paradiso comunista in cui ci sia giustizia per tutti. Ma se non date una risposta a tutta la storia, nel fondo siete dei borghesi”.

Chi darà giustizia – per esempio – alla massa di schiavi schiacciati come bestie per millenni? “E’ assurdo” obiettava Kiko “che per alcuni ci sia giustizia e per altri no”. Se non c’è un’altra vita e una giustizia suprema e totale per tutti non può esserci nessuna giustizia.

Poi Kiko fa l’esperienza del deserto e dell’adorazione con i Piccoli Fratelli di De Foucauld. Infine un episodio. Un giorno di Natale, in una casa facoltosa, trova la donna di servizio a piangere.

Lei gli racconta il suo dramma, un marito violento e alcolizzato, orrori vari, la vita in un quartiere spaventoso. Da qual momento Kiko scopre “una sofferenza umana inaudita… Ho capito che c’è una presenza di Cristo in coloro che soffrono, soprattutto nella sofferenza degli innocenti”.

 

LA BARACCA

 

Così il giovane artista, ricco e famoso, lascia tutto e va a vivere fra i poveri. In baracche terrificanti. E lì, alla periferia estrema di Madrid, in “una piccola valle piena di grotte, dove c’erano zingari, ‘quinquis’, barboni, clochard, mendicanti, vecchie prostitute…una zona orribile”, proprio lì nasce il Cammino neocatecumenale, una delle realtà più straordinarie della Chiesa di oggi.

Ma, attenzione, Kiko andò lì solo per condividere quella povertà, per amore di Gesù, non andò affatto lì per fare qualche opera sociale, né per fondare un movimento ecclesiale. Neanche ci pensava.

Anzi, era refrattario ogni volta che – all’inizio – qualcuno di quei poveracci a cui raccontava di Cristo voleva che parlasse in pubblico, a tutti.

Kiko all’inizio non voleva saperne, “ma il Signore mi ha obbligato, in quell’ambiente” a catechizzare “perché volevano che parlassi loro di Gesù Cristo”.

Questa è una caratteristica di ogni movimento ai suoi inizi. Non è un progetto umano, non nasce per la volontà di un uomo. E’ sempre Cristo che si rende presente con potenza attraverso la povera umanità di un uomo.

 

LE LACRIME DEL VESCOVO

 

Gli aneddoti che Kiko racconta su questo periodo sono freschi, a volte drammatici e struggenti, a volte divertenti. Un giorno arriva la polizia, vuole sgomberare le baracche. Per una serie di circostanze viene chiamato lì pure l’arcivescovo di Madrid, monsignor Morcillo, e “scopre” Kiko, vede dove e come vive, quello che fa. E si commuove profondamente.

Gli dice: “Kiko, io non sono cristiano. Guarda, da oggi il mio palazzo episcopale è sempre aperto per te”.

Siamo attorno al 1965-66. E’ appena finito il Concilio. La predicazione di Kiko comincia a diffondersi a Madrid. Poi valica i confini. Dopo il ’68 arrivano dall’Italia quelli delle comunità di base, affascinati da ciò che hanno sentito di lui. Ma quando Kiko, barba lunga e giacca verde alla Che Guevara, arriva a Roma, “lì, in un’assemblea, tutta di giovani di sinistra, ho detto che Lenin e Che Guevara erano falsi profeti e ho parlato di Cristo che non resiste al male, gettando a terra tutte le loro idee. Sono rimasti di stucco”.

Poi alcuni lo hanno portato a “una messa beat” e alla fine gli hanno chiesto: “che te ne sembra?”. Risposta fulminante: “Non si rinnova la Chiesa con le chitarre”. “No? E con cosa?”. Risposta: “Con il Mistero Pasquale, con il kerigma”.

Il kerigma, che è il cuore dell’annuncio di Kiko, è la notizia – data con la forza dello Spirito Santo – di Dio fatto uomo, morto per noi e risorto. E’ iniziata così un’avventura straordinaria.

 

VERSO IL MONDO

 

Oggi a Roma il Cammino è presente in cento parrocchie e ci sono circa 500 comunità. Il movimento ormai vive in cento nazioni del mondo. Tantissime sono le famiglie del Cammino che partono per la missione ai quattro angoli della Terra.

“Il Signore” dice Kiko “ci ha ispirato che dobbiamo preparare 20 mila sacerdoti per la Cina”. Di recente, in un grande incontro, ha invitato i giovani presenti a offrirsi per l’evangelizzazione di quel Paese “dove ci sono un miliardo e 300 milioni di persone che non conoscono Cristo… si sono alzati e sono venuti verso il palco circa 5.000 giovani. Non sapevamo dove metterli. Era un fiume enorme di ragazzi… E dopo si sono alzate circa 3.000 ragazze”.

La Sacra Scrittura annuncia che “il Signore compie meraviglie”. Ma tutto comincia sempre attraverso il semplice “sì”, personale, intimo, che una creatura gli dice. Nel silenzio del mondo. Così la Chiesa rinasce e attraversa i millenni e abbraccia i continenti riempiendoli della luce del Salvatore.

 

Antonio Socci

Ps  Faccio sommessamente notare che stamani per i giornali italiani (con rarissime eccezioni) l’incontro di 300 mila persone dei movimenti con il papa in Piazza San Pietro, non è una notizia degna della prima pagina….
C’è d ridere o da piangere per questo sistema mediatico?

 

Da “Libero”, 19 maggio 2013

Vedoi Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

 

 

 

 

Saturday 18 May 2013

I cristiani parlano troppo...degli altri: parola di Papa Francesco.

Per il papa, che ha pronunciato nuovamente parole forti durante la Messa mattutina a Santa Marta, i cristiani hanno proprio il vizio di parlare troppo degli altri. Pettogolezzi e farsi troppo gli affari degli altri, detto in parole povere, sono una mina vagante costante nella vita della Chiesa.

«Quanto si chiacchiera nella Chiesa! Quanto chiacchieriamo noi cristiani!». Lo ha detto papa Francesco - riferisce Vatican Insider - nella messa di stamane a Santa Marta. Per Bergoglio, «la chiacchiera è proprio spellarsi, farsi male l'uno all'altro». «Le chiacchiere sono distruttive nella Chiesa», ha aggiunto  il Pontefice.  Secondo Bergoglio, il cristiano deve vincere la tentazione di «mischiarsi nella vita degli altri». Il Papa, secondo quanto riferisce la Radio Vaticana, ha inoltre sottolineato che chiacchiere e invidie fanno tanto male alla comunità cristiana e che non si può «dire soltanto la metà che ci conviene».

Ma non ha solo parlato di questo il santo Padre.

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Friday 17 May 2013

Francesco contro i «cristiani da salotto». Bruno Forte: «Ce l’ha con chi cerca carriera e privilegi»

Dice l’Apocalisse che Dio vomiterà «i tiepidi», perché non sono né «freddi» né «ferventi». Più o meno la medesima “accusa” formulata ieri da Papa Francesco che ha chiesto di guardarsi dai «cristiani da salotto».

Bruno Forte, teologo di pregio, arcivescovo di Chieti – Vasto consacrato dal cardinale Joseph Ratzinger, già membro della commissione teologica internazionale, chi sono i «cristiani da salotto»?
«L’ha detto il Papa. Sono coloro che non hanno il coraggio di dare fastidio. Che vivono per la comodità e gli agi, appiattendosi sulle logiche del potere e della convenienza, le logiche proprie del mondo. Sono coloro che rifiutano lo scandalo della vita cristiana: la croce di Cristo, Dio che si fa servo dell’uomo».

Un richiamo anzitutto a Roma e alla sua curia?
«Un richiamo a tutta la Chiesa. Affinché si torni alla radicalità del Vangelo. Non è questo il tempo di una Chiesa che cerchi nella comodità dei salotti il proprio tornaconto, una Chiesa che rinunci allo Spirito nel nome del potere o della convenienza politica».

La Chiesa vive troppo di carrierismo e privilegi?
«Il Papa chiede che si abbandoni ogni autoreferenzialità. Chi vive riferendo tutto a se stesso non ama, e vive quindi per la carriera, per i privilegi. Questa Chiesa non è la Chiesa di Gesù Cristo. Il Papa chiede che ogni fedele – e l’intero popolo di Dio – esca da se stesso e abbracci ogni periferia del mondo e anche del cuore, geografica e spirituale».

Insomma, non vuole una Chiesa tranquilla?
«Esatto. Vorrei citare qui san Bernardo che dice che “Amaritudo Ecclesiae sub tyrannis est amara; sub haereticis est amarior; sed in pace est amarissima”. E cioè: “È amara la vita della Chiesa quando è perseguitata dai tiranni; di più lo è quando è divisa a causa degli eretici; ma raggiunge il suo culmine quando se ne sta tranquilla e in pace”. Se la Chiesa è tranquilla significa che c’è qualcosa che non va…».

L’arrivo di Francesco ha cambiato e sta cambiando molte cose.
«Il suo arrivo chiede un rinnovamento certamente anche interno. È il tempo della Chiesa dei poveri, della Chiesa che sappia servire tutti gli uomini, a cominciare dagli ultimi. Se le priorità sono altre, la Chiesa non è fedele alla sua vocazione e missione».

Per essere aiutato in questo servizio il Papa ha chiamato accanto a sé otto cardinali di continenti diversi. Una svolta anche qui, affinché si conduca la Chiesa più collegialmente e ascoltando tutti?
«Già la sera dell’elezione, affacciandosi dalla loggia delle benedizioni, Francesco aveva citato sant’Ignazio d’Antiochia, che all’inizio del II secolo si riferisce alla Chiesa di Roma come a quella “che presiede nella carità”. La convocazione del consiglio dei cardinali risponde alla logica della Chiesa unita nella fede, capace di tenere presente e valorizzare ogni diversità nella comunione collegiale dei vescovi intorno al vescovo di Roma e con la sua guida. Veramente una e cattolica».

Thursday 16 May 2013

Il point break dell’anima. Dopo anni di declino i fedeli tornano a confessarsi. Più che espiazione delle colpe, un nuovo inizio

Punto di rottura. O nuovo inizio. Da un anno a questa parte le chiese italiane, in testa i santuari mariani, registrano un fenomeno che pare senza sosta: il ritorno della confessione.

Uomini, donne, soprattutto quaranta-cinquantenni, tornano a inginocchiarsi davanti a un sacerdote che, come scrisse nel XIII secolo il chierico inglese Tommaso di Chobham, «siede nel confessionale come Dio e non come uomo».

Tornano a chiedere perdono perché – spiega il padre gesuita Francesco Occhetta – vedono soltanto in questo sacramento l’appiglio per rompere col passato, per ricominciare daccapo, fare nuova la propria esistenza».

Non si tratta, dunque, di mera espiazione delle colpe. Anche, ma non solo. Né di trovare «una nuova etica» dentro il vivere quotidiano. Si tratta, soprattutto, «di cambiare cammino una volta per tutte». Spesso, dice Occhetta, «i peccati sono dolori che macerano nel profondo. Aborti mai confessati, ad esempio. Il sacramento permette di ricominciare, nonostante il dolore permanga. Ma i peccati sono diversi. E oggi, come secoli fa, è sempre il decalogo a essere disatteso».

Dice monsignor Gianfranco Girotti, per anni numero due della Penitenzieria apostolica: «Al di là delle colpe gravi del passato – fra questi anche i tradimenti, le menzogne pronunciate a danno di altri, i torti comminati con l’intento di ferire e fare male – i fedeli cadono principalmente sui sette vizi capitali. È così da sempre: superbia, avarizia, lussuria (qui c’è la dedizione al piacere e al sesso), l’invidia, la gola, l’ira, e l’accidia (che non è depressione, quanto lasciarsi andare al torpore dell’animo fino a provare fastidio per le cose spirituali) albergano nella maggior parte delle confessioni di oggi».

Ancora prima dell’elezione al soglio di Pietro di Jorge Mario Bergoglio, le chiese italiane hanno registrato un aumento di persone che chiedono di confessarsi attestabile circa intorno al venti per cento. Numeri certi non esistono, perché non esistono registri in merito nelle diocesi.

Lo scorso febbraio, però, la Civiltà Cattolica – la storica rivista italiana dei gesuiti – chiudeva un numero con un articolo intitolato proprio “Il ritorno della confessione”. Lo spunto era l’aumento dei penitenti riscontrato nelle principali basiliche romane, e insieme nei santuari italiani. Un aumento circoscrivibile all’ultimo anno, visibile a occhio nudo semplicemente contando le ore che i confessori hanno dovuto trascorrere chiusi all’interno dei confessionali.

«La crisi economica è anzitutto crisi di valori», spiegano i gesuiti della Chiesa del Gesù, in centro a Roma. «Viviamo in una società in cui manca la figura del padre. Negli ultimi mesi la sofferenza causata da questo vuoto si è acuita inesorabilmente. E i nostri confessionali sono tornati a riempirsi. Dietro questo fenomeno c’è una nuova domanda di spiritualità. La domanda preme, finché rompe gli argini e implora risposte». Point break, lo chiamano i surfisti. «Il punto di rottura di un’anima alla ricerca di Dio», la definisce padre Occhetta.

Dice san Gregorio di Narek, poeta, monaco, teologo e filosofo mistico armeno che «anche nella più oscura cisterna, brucia sempre una piccola fiamma. Voluta da Dio». È questa fiamma che spinge a uscire di casa e a entrare in un confessionale. Ma per dire cosa? Quali i peccati ricorrenti? La risposa non è semplice. Qualche giorno fa Papa Francesco ha ricordato che il confessionale «non è una lavanderia». Molti, evidentemente, la usano così. Un luogo in cui lavare le proprie colpe indicando uno dopo l’altro quali dei dieci comandamenti sono stati disattesi. «Tante volte – dice Bergoglio – pensiamo che andare a confessarci è come andare in tintoria per pulire la sporcizia sui nostri vestiti. Ma Gesù nel confessionale non è una tintoria. Confessarsi è un incontro con Gesù, ma con questo Gesù che ci aspetta, ma ci aspetta come siamo».

Non per tutti confessarsi è smacchiare i vestiti sporchi in una tintoria a gettoni. Esiste anche una tendenza opposta: la confessione come se fosse una seduta di analisi dallo psicologo. Scrisse anni fa in merito più pagine monsignor Mario Canciani, ai tempi confessore di Giulio Andreotti, spiegando che i penitenti parlano soprattutto di «stress, impazienza e depressione». Dice: «Quasi ne chiedono scusa. Senza rendersi conto che non sono peccati».

Ancora Girotti spiega che «sempre più il confessionale viene usato come luogo in cui parlare di sé, dei propri problemi, in effetti un po’ come se si fosse a una seduta di analisi. Ma al di là di questi casi, e ai casi di coloro che confessano i peccati che potremmo impropriamente definire “classici”, noto che si offende Dio anche per altre vie, ad esempio con azioni di inquinamento sociale, rovinando l’ambiente, compiendo esperimenti scientifici moralmente discutibili. Per non dire poi della sfera dell’etica pubblica dove pure entrano in gioco nuovi peccati come la frode fiscale, l’evasione, la corruzione».

Ma quel è il peccato più confessato? Girotti non ha dubbi: «Sempre lui, il peccato contro il sesto comandamento: non commettere atti impuri. La sfera sessuale sembra essere quella più difficile da domare, o forse rode la coscienza più di altre offese». Lo disse ancora Canciani: «Al di là di tutto, il peccato più disatteso resta quello relativo al sesto comandamento. È un peccato che si riferisce alla vita privata della gente. In questo campo, purtroppo, si nota un distacco tra ciò che insegna la Chiesa e il disordine nel quale vivono tante persone. Mi riferisco quindi non solo alla sfera sessuale, ma anche ai divorziati o a situazioni familiari complesse. La Chiesa deve però accogliere tutti con amore».

Recentemente il Centro Studi sulle Nuove Religioni ha pubblicato un’indagine sul sacramento della penitenza a seguito dell’elezione di Papa Francesco. L’insistenza del Papa sulla parola «misericordia» ha spinto molti a tornare a confessarsi, in scia al trend precedente all’elezione. Fra questi, dice l’indagine, tante coppie per la Chiesa «irregolari» che spinte dal “fuoco” di Bergoglio si sono decise per un nuovo cammino.
Aumentano i penitenti, certo, ma diminuiscono i confessori. La crisi di vocazioni sacerdotali rischia sempre più di far sì che la Chiesa non sappia rispondere alla domanda.

Così, in alcune diocesi, c’è chi abbozza nuove soluzioni. Una di queste, molto discussa ma prevista dal canone 961 del codice di diritto canonico, è l’assoluzione a più penitenti insieme senza la previa confessione individuale. Il codice dice che essa non può essere impartita se non vi sia imminente pericolo di morte e al sacerdote o ai sacerdoti non basti il tempo per ascoltare le confessioni dei singoli penitenti.

Insieme, può essere concessa se «vi sia grave necessità, ossia quando, dato il numero dei penitenti, non si ha a disposizione abbondanza di confessori per ascoltare, come si conviene, le confessioni dei singoli entro un tempo conveniente». La pratica comunitaria nacque in Belgio, nel 1947-48, in una comune parrocchia di operai. Durante la messa i fedeli, su invito del sacerdote, riflettevano sui propri peccati, se ne pentivano e venivano collettivamente assolti. Poi il Concilio Vaticano II ricalibrò la spinta, ribadendo che la confessione auricolare resta l’unica via di remissione dei peccati gravi. Ma intanto il ritorno alla confessione individuale da parte di molti fedeli lascia in secondo piano altre dispute. Anche perché, come scrive sempre Civiltà Cattolica, coloro che tornano a confessarsi lo fanno dopo aver dialogato «con la propria coscienza». Dice la rivista: «Si assiste a un ritorno silenzioso ma significativo alla confessione da parte della generazione dei quarantenni e cinquantenni, che ridanno valore al sacramento, a volte dopo anni di lontananza. Coloro che ritornano a confessarsi dichiarano di averlo fatto dopo aver riletto il Vangelo, dialogato con la voce della propria coscienza, incontrato testimoni credenti e credibili».

Thursday 16 May 2013 07:29

813 CRISTIANI DECAPITATI, UNO DOPO L’ALTRO, PERCHE’ NON VOLLERO RINNEGARE GESU’

Ma noi siamo ancora un popolo? Abbiamo ancora un’identità nazionale, un vero senso di appartenenza? E’ ancora permesso parlare di “identità”? O il solo patriottismo sentito, consentito e vissuto è quello per la “nazionale” per antonomasia, ossia per gli azzurri?

L’unico che sui media continua a porre questi interrogativi – solo apparentemente accademici – è Ernesto Galli Della Loggia. Lo fa da anni, ma ben pochi sembrano capire quanto profondamente queste domande abbiano a che fare con la situazione attuale del nostro Paese (anche quella economica) e con il suo sognato o sperato “rinascimento”.

Infatti aver dilapidato un patrimonio morale, culturale, civile e religioso è ancor più grave dell’aver dilapidato un patrimonio economico, anzi a ben vedere ne rappresenta l’antefatto, la premessa.

Ho ripensato allo smarrimento della nostra memoria in questi giorni perché mi ha scritto una signora polacca, che si è sposata in Italia e vive qui da vent’anni.

La sua lettera prendeva spunto dalla solenne canonizzazione – domenica scorsa, in Piazza San Pietro, da Roma – degli 813 abitanti di Otranto, che nel 1480 – per non rinnegare il loro battesimo e per non passare all’Islam, come pretendeva l’invasore musulmano – furono decapitati “in odio alla fede” cristiana uno dopo l’altro (mentre donne e bambini della città pugliese venivano deportati come schiavi).

L’invasione era stata voluta da Maometto II (1430-1481), il sultano che già nel 1453, alla guida di 260 mila turchi, aveva  conquistato Bisanzio, mettendo a ferro e fuoco la “seconda Roma”, quindi spazzando via quella che era stata per più di mille anni la capitale del cristianesimo orientale.

Il passo successivo programmato dal sultano era la conquista della nostra Roma: la basilica di San Pietro era destinata a diventare una moschea come Santa Sofia.

L’invasione dell’Italia cominciava dunque dallo sbarco sulle coste salentine. Ma la resistenza della città di Otranto permise al re di Napoli, Ferdinando, di organizzare le forze e di riconquistare Otranto.

Così il martirio di quella città salvò l’Italia meridionale e la stessa Roma. A quel sacrificio il nostro Paese deve moltissimo.

Alfredo Mantovano, che è salentino e particolarmente affezionato alla memoria dei martiri di Otranto, di cui ha scritto la storia, ha fatto un’osservazione importante:

“Ciò che rende questo straordinario episodio pieno di significato, anche per l’europeo di oggi, è che nella storia della cristianità non sono mai mancate testimonianze di fede e di valori civili, né sono mai mancati gruppi di uomini che hanno affrontato con coraggio prove estreme. Mai però è accaduto un episodio di proporzioni così vaste: un’intera città dapprima combatte come può, e tiene testa per più giorni all’assedio; poi risponde con fermezza alla proposta di abiura. Sul Colle della Minerva, al di fuori del vecchio Primaldo, non emerge alcuna individualità, se è vero che degli altri martiri non si conosce il nome, a riprova del fatto che non sono pochi eroi, bensì è una popolazione intera che affronta la prova”.

La signora polacca mi scrive, nella sua lettera, che non conosceva quell’antica vicenda (prima della canonizzazione di domenica) che l’ha molto colpita. Probabilmente – osserva – la stragrande maggioranza degli italiani non ne sa nulla e non ne ha mai sentito parlare a scuola.

Poi aggiunge:

“Penso che, se un fatto simile fosse accaduto nel mio paese, anche i ragazzi ne conoscerebbero la  data a memoria, tanto ne sentirebbe parlare durante le lezioni di storia. Un fatto così straordinario e glorioso dovrebbe essere motivo di orgoglio anche patriottico. E’ singolare che gli italiani abbiano dovuto aspettare tre papi stranieri: Giovanni Paolo II per la beatificazione, Benedetto XVI per confermare il fatto di martirio e Francesco per la canonizzazione, per venirne a conoscenza…”.

Certamente il popolo polacco ha un rapporto con la propria storia e la propria identità molto più vivo del nostro. Ed è questo che gli ha permesso di trovare le forze morali per superare tragedie enormi come la simultanea invasione da parte della Germania nazista e dell’Urss, nel 1939, e il tentato annientamento nazista della nazione polacca, a cui poi han fatto seguito 45 anni di dittatura “sovietica”.

Papa Wojtyla ci ha mostrato quanto bella e grande possa essere la memoria viva delle proprie radici nazionali, quante energie spirituali e umane sprigioni. E ci ha fatto capire che avere una forte identità non significa affatto intolleranza verso le identità altrui (il nazionalismo infatti è la caricatura pervertita del vero patriottismo).

Anzi, significa amore e comprensione per le identità degli altri: in mille occasioni Giovanni Paolo II ha mostrato a noi italiani la bellezza e la grandezza della nostra storia. Esortandoci a non dimenticarla e a non tradirla.

Ma il martirio degli abitanti di Otranto testimonia anzitutto la forza della fede cristiana: c’è qualcosa che vale più della vita ed è per questo che vale la pena vivere, è questo che dà senso all’esistenza, al lavorare, all’amare, al soffrire, al gioire.

Infatti quello di Otranto non fu il sacrifico di una pattuglia di soldati ardimentosi o di un pugno di eroi. Ma di un’intera popolazione, della gente più semplice di cui neanche si tramandano i nomi, se si eccettua quello del loro eroico vescovo Stefano Pendinelli e del sarto Antonio Primaldo, colui che parlò a nome di tutti: “Credere tutti in Gesù Cristo, figlio di Dio, ed essere pronti a morire mille volte per lui”.

Secondo le cronache antiche egli si rivolse ai suoi concittadini con queste parole:

“Fratellimiei, sino oggi abbiamo combattuto per defensione della patria e per salvar lavita e per li signori nostri temporali,ora è tempo che combattiamo per salvarl’anime nostre per il nostro Signore,quale essendo morto per noi in croceconviene che noi moriamo per esso,stando saldi e costanti nella fede e conquesta morte temporale guadagneremola vita eterna e la gloria del martirio”.

Dallo scritto di Mantovano colgo un’altra perla significativa. Giovanni Paolo II, nel 1980, parlando dei martiri di Otranto disse: “i Beati Martiri ci hanno lasciato – e in particolare hanno lasciato a voi – due consegne fondamentali: l’amore alla patria terrena; l’autenticità della fede cristiana. Il cristiano ama la sua patria terrena. L’amore della patria è una virtù cristiana”.

C’è di che riflettere.

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 16 maggio 2013

Vedi Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

 

Monday 06 May 2013

Giulio Andreotti, “il segretario di stato vaticano permanente”

Giulio Andreotti e il Vaticano. Più che una lunga amicizia, un feeling strutturale. “Per anni ha vissuto come fosse un segretario di Stato Vaticano permanente”, disse di lui Francesco Cossiga, volendo significare che tutto si può dire di Andreotti ma non che si muovesse senza cercare sempre e costantemente il confronto con il Vaticano, la Chiesa, i suoi governanti. Non solo, negli anni della grande Ostpolitik verso i regimi del blocco comunista, Andreotti faceva sul fronte laico ciò che i cardinali Casaroli e Silvestrini facevano sul fronte ecclesiale.

“Andreotti ascoltava la Santa Sede e la Santa Sede ascoltava lui”, disse in occasione dei suoi novant’anni il cardinale Ersilio Tonini, che raccontò delle tante amicizie che Andreotti poteva vantare oltre il Tevere. “Il suo più grande amico in Vaticano fu il cardinale Fiorenzo Angelini. Nacque a campo Marzio, nel cuore della vecchia Roma. Forse per questo Andreotti lo sentiva particolarmente amico”.

Già, la vecchia Roma. È qui che Andreotti tesse i primi rapporti coi monsignori d’oltre il Tevere. Impara a conoscerli, a stimarli, a capire che per lui, per il suo modo d’essere, la loro amicizia era importante. Conobbe il futuro Pio XII, allora monsignor Pacelli, in casa della sorella di quest’ultimo, Elisabetta sposata Rossignani. Disse Andreotti: “Abitavamo vicini in via dei Prefetti. Pacelli vi portava del cioccolato per le nipoti. E me lo offriva pure a me sul loro terrazzo. Per la verità, l’allora monsignor Eugenio mi diceva poco. Nella zona di via dei Prefetti ero molto più interessato ai giocatori della Roma che mangiavano da sora Emma”.

L’amicizia con Pacelli continuò per anni. Per lui Pacelli, al di là delle accuse di non aver fatto abbastanza per gli ebrei nel corso della seconda guerra mondiale, “era un sant’uomo”. Disse: “Metteva un po’ soggezione. Era ieratico. Trasmetteva austerità ma anche regalità. Era insieme sacerdote e sovrano. Non credo che amasse molto i preamboli nelle conversazioni. E poi voleva sempre risposte molto precise. Era un Papa innovatore, seppure attaccato alla tradizione. Per lui la tradizione era una forza a cui aggrapparsi. Insieme non amava le devianze. Una devianza che combatté con forza fu quella dei comunisti cattolici di Franco Rodano. Un giorno la polizia fascista arrestò Rodano perché anti-fascista. Poco tempo dopo Pio XII dovette fare un discorso rivolto agli operai. Gli scrissi: “Per favore, non parli di Rodano. È in prigione e la considererebbe una pugnalata alle spalle”. E, infatti, Pio XII, non ne parlò. Qualche giorno dopo andai col consiglio superiore della Fuci dal Papa. Mi guardò con occhi severi e mi chiese: “Andava bene il discorso?”".

Ricordi appesi al filo della memoria. Parole che dicono quanto stretto fosse, per Andreotti, il legame con il Vaticano. Ma più che con il Vaticano, coi Papi. Disse di lui ancora Tonini: “Assieme a Giorgio La Pira, Aldo Moro, Luigi Gedda e altri fu tra i primi a rispondere all’appello di Pio XII rivolto ai politici: “Fatevi valere”. E quella classe di nuovi dirigenti politici si fece davvero valere nell’immediato dopo guerra”.

Prima di Pacelli, Andreotti conobbe Pio XI. A dodici anni si trovò in un’udienza nell’aula concistoriale. Raccontò: “Quando lo vidi rimasi di stucco. Gridava e si mise pure a piangere. Ero atterrito tanto che svenni e finii dietro una tenda bianca. Piangeva perché tutti lo accusavano di aver sbagliato a fare il concordato con Mussolini tanto che, nonostante l’accordo, i circoli cattolici erano ancora perseguitati”.

Dopo Pacelli invece, Giovanni XXIII. I due s’incontrarono un giorno a Venezia. “Mi trattenne a colazione e mi disse: “Riposati un po’. Ti faccio fare la pennichella nel letto di Pio X”. E così fu”, raccontò ancora lo stesso Andreotti.

Montini, futuro Paolo VI, fu invece assistente alla Fuci, l’associazione dei giovani cattolici della quale Andreotti fu presidente. Con Montini, dunque, egli aveva una certa familiarità. Disse: “Ricordo un discorso al Campidoglio in cui disse che fu una provvidenza per la Chiesa la caduta dello Stato Pontificio: piovvero critiche inverosimili”.

Poi Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II. Il primo Andreotti non fece a tempo a conoscerlo. Wojtyla invece lo conobbe bene. Disse: “Quando compii ottant’anni mi chiamò. Pensai fosse lo scherzo di qualcuno e invece era lui. Mi disse: “Non dica ottanta ma dica che è entrato nel nono decennio di vita”".

Poi Joseph Ratzinger. Quando era cardinale andò al Senato, in quel momento presieduto da Marcello Pera. Andreotti ricordava sempre quel giorno: “Alla fine tutti dissero: “Abbiamo ascoltato il cardinale Pera e il presidente Ratzinger”. Fece, infatti, un discorso di alta politica”. Dopo l’elezione i due s’incontrarono e Ratzinger gli disse: “Lei non invecchia mai”.

E con Bergoglio. Un’amicizia “filtrata” da don Giacomo Tantardini. Andreotti per anni ha diretto 30Giorni, il mensile che Tantardini ispirava e sul quale Bergoglio è stato più volte intervistato. Ma il legame fu anche precedente l’esperienza di 30Giorni, riconducibile agli anni in cui Pio Laghi, amico di Casaroli e Silvestrini (e dunque indirettamente di Andreotti) era nunzio in Argentina.

Certo, non sempre i rapporti col Vaticano furono idilliaci. Nel 1978 fu Andreotti a firmare la legge sull’aborto. Disse in merito Tonini:”Non lo critico per questo. Credo non avesse altra scelta. E così molti hanno pensato in Vaticano. Abdicare come probabilmente avrebbe voluto fare, avrebbe voluto dire consegnare il paese non si sa a chi. Ne eravamo tutti consapevoli. E la cosa andava evitata. Fu un grande dolore consumato in anni difficilissimi. Ma quella firma non intaccò la stima vaticana nei suoi confronti”. E ancora: “Insomma, ha sempre saputo come muoversi oltre il Tevere. Diciamo che sapeva come tenere i rapporti senza compromettere nessuno. In tanti anni non ha mai compromesso nessuno della Santa Sede. Cosa non da poco e non da tutti. Non è stato con la Santa Sede un “furbetto”, uno che faceva i propri interessi alle spalle altrui. Tutt’altro. Consigliava e si lasciava consigliare”.

Monday 06 May 2013 14:33

Donne diacono nella Chiesa tedesca. Ritorno alle origini del cristianesimo

Un ritorno alle origini. Senza strappi né salti in avanti. Tanto che questa volta in Vaticano non si sono registrati particolari malumori.

Si tratta dell’ ultima richiesta avanzata da una delle Chiese ritenute fra le più anti-romane d’ Europa, quella tedesca. Anche oltre il Tevere, insomma, sembrano aver compreso che Robert Zollitsch, vescovo di Friburgo e presidente dei vescovi di Germania, vuole sì portare la Chiesa su nuove strade, ma senza rompere con la dottrina. I vescovi tedeschi vogliono «un diaconato specifico per le donne», titolavano pochi giorni fa i quotidiani del Paese, in scia appunto a una richiesta formalizzata dallo stesso Zollitsch. Dove nella parola «specifico» viene espressa la volontà di concedere il diaconato alle donne senza necessariamente prevedere l’ imposizione delle mani. E, dunque, senza equiparare questo nuovo diaconato alla “classica” ordinazione diaconale alla quale sono ammessi solo gli uomini.

Disse non a caso già tre mesi fa il cardinale Walter Kasper – grande innovatore ed “elettore” di Papa Francesco nell’ ultimo conclave – durante l’ assemblea generale di primavera dei vescovi riunita a Treviri: occorre riflettere «su una specifica funzione diaconale femminile, una specie di “diaconessa di comunità” come era nelle comunità primitive».

La richiesta è chiara: una qualifica nuova e «specifica», che però ha il sapore dell’ antico. Era in epoca apostolica che diverse forme di assistenza diaconale agli apostoli e alle comunità erano esercitate da donne. Non a caso, San Paolo raccomandò alla comunità di Roma «Febe, nostra sorella, diaconessa della Chiesa di Cencre».

Ma anche più avanti, a partire dal III secolo, in alcune regioni è attestato un ministero ecclesiale specifico attribuito alle «diaconesse». In Siria orientale e a Costantinopoli, il vescovo era capo di una comunità che egli dirigeva soprattutto con l’ aiuto di diaconi e diaconesse.

È qui che vogliono arrivarei vescovi tedeschi. È a questo livello che il presidente di un episcopato fra i più autorevoli e indipendenti al mondo intende portare la Chiesa. Dice non a caso il portavoce dell’ episcopato Robert Eberle: Zollitsch siè espressoa favore di «nuovi servizi e incarichi ecclesiali, che siano aperti anche alle donne, come ad esempio un diaconato specifico per le donne». Ma egli vuole fare ciò «sulla base della dottrina della Chiesa cattolica».

Certo, qualche malumore nei settori più tradizionalisti l’ annuncio di Zollitsch l’ ha provocato. Il vescovo di Ratisbona Rudolf Voderholzer, ad esempio, ha reagito dicendo sul sito internet della sua diocesi che «non c’ è nessuna possibilità per l’ ordinazione di donne a diaconesse». Ma proprio qui sta il punto, spiega Eberle. Ciò che Zollitsch dice di volere è un diaconato «specifico», che sorpassa lo scoglio dell’ ordinazione. Un concetto sostenuto anche da diversi fedeli in Germania che hanno celebrato il “giorno della diaconessa”.

La vicepresidente del Comitato centrale dei laici cattolici tedeschi Claudia Lucking-Michel, infatti, ha fatto riferimentoa Papa Francesco per sostenere l’ idea della necessità di diaconesse nella Chiesa cattolica. Dice che il Papa ha esortato i cattolici già nelle prime dichiarazioni ad accogliere «con amore e tenerezza l’ intera umanità, specialmente i più poveri, i più deboli, i più piccoli». A suo avviso, Francesco vuole una Chiesa orientata più fortemente «in senso diaconico e caritativo». L’ ammissione di donne al diaconato «rafforzerà questa funzione e quindi anche la Chiesa».

Ieri a Santa Maria Maggiore, a Roma, il Papa ha chiesto che tutti, a iniziare dagli adolescenti, non siano «eterni adolescenti» ma si mettano in gioco «con responsabilità. «Quanto è difficile nel nostro tempo prendere decisioni definitive, ci seduce il provvisorio, come se desiderassimo rimanere adolescenti per tutta la vita».

Friday 03 May 2013

VOCI SU RATZINGER A MEDJUGORJE. IL MIO SOGNO.

Col ritorno del papa emerito in Vaticano ho fatto una sorta di sogno, uno di quei sogni a occhi aperti che sono talora ispirati da voci e boatos che circolano in diversi ambienti.

Ho dunque “sognato” di ricevere la notizia secondo cui Joseph Ratzinger intende recarsi a Medjugorje.

Un simile clamoroso evento sarebbe considerato bellissimo da milioni di pellegrini e devoti della “Regina della pace”. Ma – è ovvio – solleverebbe anche molte opposizioni.

Perché tanto clamore? Anzitutto perché una simile visita potrebbe essere considerata da alcuni come un’implicita approvazione delle apparizioni della Madonna che da trent’anni avvengono nel villaggio della Bosnia Erzegovina.

Già questo susciterebbe alcuni malumori. Tuttavia c’è una risposta che confuta tali obiezioni: Ratzinger infatti non è più il Pontefice in carica e Medjugorje è pur sempre una parrocchia della Chiesa Cattolica, anzi un Santuario mariano, che vede arrivare tantissimi sacerdoti, pellegrini e anche diversi vescovi.

Quindi la visita privata del vescovo emerito di Roma di per sé non significherebbe uno “strappo”. Da Papa non avrebbe potuto farlo con un viaggio ufficiale. Come non poté farlo Giovanni Paolo II. E’ noto che papa Wojtyla credeva all’autenticità delle apparizioni di Medjugorje (lo ha dichiarato più volte, durante colloqui personali, a tanti interlocutori diversi).

Tuttavia – pur desiderandolo – non si è mai recato nel villaggio proprio perché il suo arrivo lì come Papa avrebbe significato una sorta di riconoscimento formale, mentre gli eventi erano (e sono) tuttora in corso.

Un giorno ad alcuni vescovi e sacerdoti da lui ricevuti in udienza, che dopo sarebbero andati in pellegrinaggio a Medjugorje, papa Wojtyla disse: “Medjugorje, Medjugorje. E’ il centro spirituale del mondo”. Tante volte manifestò il suo desiderio di recarvisi.

Ratzinger è sempre stato più cauto su queste apparizioni. Io stesso nell’ottobre 2004 ne parlai a lungo, personalmente, con lui. Mi sembrò che non avesse pregiudizi, ma fosse anche molto attento a valutare tutte le testimonianze e le diverse posizioni (positive e negative) in campo.

Mi parve molto toccato dalle tante conversioni. Ma il suo atteggiamento era improntato a grande cautela.

Proprio per questa prudenza, per questo suo atteggiamento che vuole capire, da papa aveva istituito una commissione di studio su quegli eventi. Commissione che ha lavorato e sta lavorando con molta serietà e attenzione.

Ripensando a queste premesse il “sogno” di un suo eventuale viaggio, se si realizzasse, sorprenderebbe. E si potrebbe interpretare in diversi modi.

Una prima ipotesi: andare a vedere di persona, a verificare con i propri occhi, nel luogo dove – ancor prima dei miracoli – si verificano tantissime conversioni.

Oppure – seconda ipotesi – Ratzinger potrebbe voler ringraziare là dove la Madonna ha incessantemente chiesto ai fedeli digiuni e preghiere per i pastori della Chiesa, in primis per i pontefici.

Tuttavia questo potrebbe significare che qualcosa di clamoroso è accaduto. Infatti cosa potrebbe provocare una svolta e una decisione così stupefacente se non un segno soprannaturale inequivocabile che Joseph Ratzinger potrebbe aver ricevuto, cioè una ‘chiamata’ che non si può non ascoltare”?

Riflettendoci mi sono tornate in mente le parole del suo ultimo Angelus da papa, il 24 febbraio 2013, che – alla luce di questo mio “sogno” – acquisterebbero una risonanza tutta particolare.

Spiegando ai fedeli a cosa si sentiva chiamato, dopo la rinuncia al pontificato, prendendo spunto dal Vangelo di quella domenica, sulla Trasfigurazione, Benedetto XVI disse:

“Meditando questo brano del Vangelo, possiamo trarne un insegnamento molto importante. Innanzitutto, il primato della preghiera, senza la quale tutto l’impegno dell’apostolato e della carità si riduce ad attivismo… Inoltre, la preghiera non è un isolarsi dal mondo e dalle sue contraddizioni, come sul Tabor avrebbe voluto fare Pietro, ma l’orazione riconduce al cammino, all’azione. ‘L’esistenza cristiana – ho scritto nel Messaggio per questa Quaresima – consiste in un continuo salire il monte dell’incontro con Dio, per poi ridiscendere portando l’amore e la forza che ne derivano, in modo da servire i nostri fratelli e sorelle con lo stesso amore di Dio’ (n. 3)”.

Poi concluse:

“Cari fratelli e sorelle, questa Parola di Dio la sento in modo particolare rivolta a me, in questo momento della mia vita. Il Signore mi chiama a ‘salire sul monte’, a dedicarmi ancora di più alla preghiera e alla meditazione. Ma questo non significa abbandonare la Chiesa, anzi, se Dio mi chiede questo è proprio perché io possa continuare a servirla con la stessa dedizione e lo stesso amore con cui ho cercato di farlo fino ad ora, ma in un modo più adatto alla mia età e alle mie forze. Invochiamo l’intercessione della Vergine Maria: lei ci aiuti tutti a seguire sempre il Signore Gesù, nella preghiera e nella carità operosa”.

C’è anzitutto il tema della preghiera, il suo primato, che è pure il cuore del messaggio di Medjugorje. In secondo luogo c’è  quell’espressione “il Signore mi chiama a salire sul monte”, che già fece riflettere quando fu pronunciata.

L’eventuale pellegrinaggio a Medjugorje e la salita del papa emerito sul monte delle apparizioni darebbero un significato ancora più profondo a quelle parole. E farebbero riflettere seriamente tutti sulle apparizioni della “Regina della pace”.

Di certo possiamo dire ciò che pensano i milioni di fedeli che vanno in pellegrinaggio in questo paesino della ex Jugoslavia: la presenza quotidiana della Madonna fra noi da più di trent’anni può avere un solo significato, un soccorso straordinario alla Chiesa per un tempo terribile.

Un soccorso che forse già era stato preannunciato nel 1830 dalla Madonna stessa a santa Caterina Labouré, all’inizio delle grandi apparizioni pubbliche che hanno caratterizzato gli ultimi duecento anni.

Lì a Parigi, a Rue du Bac, disse testualmente: “Il momento verrà, il pericolo sarà grande. Tutto sembrerà perduto. Allora io sarò con voi”.

Non sembra una prefigurazione di questo nostro tempo?

Che si realizzi o meno il mio “sogno” sul viaggio del papa emerito, che si dimostrino fondate o no quelle voci, i fatti di Medjugorje e le parole che lì pronuncia la Vergine sono reali, straordinari, e inducono a meditare su noi stessi, sulla nostra vita e sull’ora presente dell’umanità.

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 3 maggio 2013

Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

 

 

 

 

Wednesday 01 May 2013

UNO DEI COMPITI DEI CRISTIANI. “DOV’E’ ODIO FAI CHE IO PORTI AMORE…”

Qual è stato (ed è ancora) il compito principale dei cristiani nell’organizzazione politica del mondo? La domanda non è accademica e c’entra addirittura con la nascita del nuovo governo italiano e col ruolo che in esso hanno i cattolici.

La risposta – che forse sorprenderà – è questa: la desacralizzazione del mondo. La sua laicizzazione.

Questa missione è stata iniziata dal popolo d’Israele. C’è un bellissimo saggio di Joseph Ratzinger sulla “Genesi” che sottolinea l’aspetto rivoluzionario del racconto della creazione.

Il cardinale spiega che narrare il sole, la luna e il mondo naturale come creature di un Dio totalmente trascendente, significava desacralizzare il cosmo che invece tutte le religioni sacralizzavano.

Se il sole è semplicemente un astro misuratore del tempo, l’universo è una creazione razionale che l’uomo può conoscere, usare e dominare.

Quindi  – come Ratzinger spiegò poi in un memorabile discorso a Parigi – la prima conseguenza della rivelazione biblica è la liberazione dalle superstizioni.

Anche da quelle politiche. La desacralizzazione del mondo compiuta dai cristiani infatti ha riguardato pure il potere che – dice Ratzinger – tutte le religioni pagane sacralizzavano.

Infatti il cristianesimo entra nel mondo romano – che era tollerante verso tutti i culti – essendo denunciato e perseguitato curiosamente come “ateismo”.

Perché?

I cristiani erano leali alle autorità e allo stato, ma si rifiutavano di omaggiare l’imperatore come dio. Infatti Gesù stesso aveva posto i diritti di Dio come limite invalicabile per i diritti di Cesare (“date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”).

Così ha creato lo spazio della libera coscienza individuale (e quanti martiri!), ha portato alla demolizione di assolutismi e teocrazie e in seguito alla svolta costantiniana, che è anzitutto la desacralizzazione dello Stato e l’inizio della vera laicità e della libertà di coscienza.

Poi nel corso dei secoli lo stesso Impero cristiano è stato più volte tentato di riproporsi come assoluto (e di prevaricare la Chiesa stessa), così come il ceto ecclesiastico medesimo è stato tentato dalla teocrazia, ponendosi come potere mondano sacralizzato.

Ma il dramma dell’irriducibile alterità cristiana (“il mio Regno non è di questo mondo”) si è sempre riproposto e ha prevalso, purificando anche la Chiesa. Specie attraverso il formidabile irrompere dei santi.

Talora la Provvidenza – che sa scrivere diritto su righe storte – ha “usato” anche i nemici della Chiesa, scismi o persecuzioni per purificare la Chiesa stessa riportandola alla sua vera natura (essa è “primizia”, anticipo profetico, felice e inerme del Regno “che non è di questo mondo”).

Con la fine della cristianità e l’inizio della modernità gli stati sono tornati all’assolutismo e – nel corso dei secoli XIX e XX la pretesa messianica ha connotato le ideologie totalitarie e i regimi sanguinari che hanno partorito.

Ancora una volta la Chiesa si è trovata – quasi da sola – a combattere contro tutte questi fenomeni che erano una forma di risacralizzazione pagana del potere.

Il paradosso – spiegato di nuovo da Ratzinger in “Chiesa ecumenismo e politica” – è che lo spazio della laicità, cioè di uno Stato e di un potere che non pretendono di rappresentare tutta la speranza umana, ma riconoscono il limite rappresentato dalla coscienza e da Dio, è sempre stato prodotto dalla presenza della Chiesa.

Cosicché più si ha a cuore la laicità della politica e dello Stato, più servirebbe un rapporto intimo e vitale col cristianesimo. E’ paradossale, ma vero.

Infatti il voler recidere totalmente quel legame porta a un laicismo che a sua volta diventa ideologia, “dittatura del relativismo” e tradisce le sue premesse umanistiche.

La deformazione mitologica e sacrale della politica assume forme sempre nuove. Per esempio negli ultimi trent’anni, nel mondo, i contrapposti fondamentalismi religiosi (ma anche laici).

Infine nella vita del nostro Paese è andata in scena una guerra civile permanente che – pur senza le antiche ideologie – ha visto perdurare (su entrambi i fronti) vecchie mentalità: la demonizzazione dell’avversario, la necessità del Nemico apocalittico in politica, la politica come scontro fra Bene assoluto e Male assoluto, la radicale impossibilità del dialogo, dell’accordo, del compromesso come contaminazione demoniaca, l’antipolitica (che è una delle forme della politica) come necessità di sradicamento totale del passato, di disinfestazione, di decontaminazione da un virus.

Chi ha letto Eric Voegelin sa decifrare la natura antica di queste mitologie.

Ebbene, provvidenzialmente nelle ultime settimane qualcosa è accaduto. Sembra affacciarsi una pacificazione storica e non è un caso che a guidare questa “laicizzazione” della politica siano tre giovani politici cattolici (Letta, Alfano e Mauro).

Anche nel dopoguerra era stata una classe dirigente cattolica a salvarci dalle pericolose forme mitologiche della politica.

Ma la domanda è: basta un governo per realizzare una svolta simile? Nella nostra società e nelle élite corrono da anni fiumi di veleno. Gli odiatori, i fanatici e gli apocalittici sono tanti e su ogni fronte.

Chi può pacificare e sminare questa terra?

Proprio i cattolici – facendo tesoro del magistero di Ratzinger e dell’evangelica predicazione di papa Francesco – potrebbero e dovrebbero far dilagare nella società l’antivirus che neutralizza l’odio: il riconoscimento dell’altro, il dialogo, il desiderio di pacificazione, di costruzione comune, con la gradualità e il realismo.

Si può scommettere sui cattolici?

 

Antonio Socci

 

Da “Il Foglio”, 1 maggio 2013

Vedi Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

Tuesday 30 April 2013

Ratzinger (coi suoi libri) torna in Vaticano. Da un mese Bergoglio ha in mano la sua enciclica

Mancano poche ore al ritorno di Benedetto XVI in Vaticano. Da quando il Papa emerito metterà piede nel suo nuovo alloggio, il monastero Mater Ecclesiae, inizierà entro le mura leonine l’inedita “coabitazione” col suo successore Papa Francesco.

S’incontreranno i due? Bergoglio, quando ne sentirà il bisogno, lascerà la residenza di Santa Marta per andare dall’altra parte dei giardini vaticani a trovare il suo predecessore? Difficile rispondere. Di certo c’è che una certa collaborazione fra i due è già iniziata, almeno sul piano teologico.

Infatti, come Ratzinger scrisse la sua prima enciclica, la “Deus caritas est”, nel Natale del 2005, rimodellando un testo sul quale stava lavorando il suo predecessore Giovanni Paolo II, così Papa Francesco potrebbe dare presto alle stampe – si dice entro il prossimo autunno – la sua prima lettera enciclica intervenendo su una bozza dedicata la tema della fede che Benedetto XVI gli ha consegnato durante il loro ultimo incontro avvenuto a Castel Gandolfo il 23 marzo. Se la pubblicazione avverrà, potrebbe essere l’inizio di una collaborazione, seppur discreta, anche su altri temi. Ratzinger, infatti, entra al Mater Ecclesiae insieme alla maggior parte dei suoi libri – altri rimarranno nell’archivio segreto – per i quali è stato creato un ampio studio, e seppure non si dedicherà a scrivere, consigli anche teologici al suo successore sarà ben attrezzato per darne.

La “bozza Ratzinger” di questa nuova enciclica, un testo di circa 30-40 cartelle, ha avuto una genesi fulminea. Lo scorso ottobre Benedetto XVI, aprendo un anno dedicato alla fede, ha chiesto all’ufficio dottrinale dell’ex Sant’Uffizio di lavorare su una prima bozza che avesse al centro il tema della fede alla luce dei suoi interventi in merito, non soltanto i testi papali ma anche i libri, su tutti il volume del 1968 “Introduzione al cristianesimo”.

I teologi vaticani, dopo poche settimane, gli hanno inviato un testo che egli ha rimandato indietro chiedendo un ulteriore lavoro. La seconda bozza gli è stata consegnata circa un mese prima dell’annuncio della rinuncia al soglio di Pietro. Egli l’ha tenuta con sé, per poi consegnarla a Bergoglio – evidentemente soddisfatto del lavoro dei teologi vaticani – dicendogli di decidere lui cosa farne. Dicono oltre il Tevere: «Il testo è completo. Non è stato scritto di suo pugno da Ratzinger ma è ratzingeriano in tutto. Dottrinalmente è ineccepibile e ben fatto».

La fede è stato il tema principale del pontificato di Ratzinger. “Dove c’è Dio, là c’è futuro”, fu non a caso il titolo che egli volle dare alla sua terza visita in Germania, nel 2011. Il programma del pontificato aveva al centro il tentativo di riavvicinare gli uomini a Dio. Ma la sfida riguardava e riguarda anche la Chiesa, nella consapevolezza più volte esplicitata che la crisi profonda della Chiesa odierna «è una crisi di fede». È anzitutto la Chiesa ad aver perso la bussola, quasi a non conoscere più l’abc della fede. Di qui un anno dedicato al tema. Di qui un’enciclica ora nelle mani di Bergoglio che, dopo un suo intervento, potrebbe renderla pubblica.

Sunday 28 April 2013

Come fa il Papa un gesuita? Inchiesta nella Compagnia alla scoperta delle origini della spiritualità di Bergoglio. Azione e contemplazione in scia a de Lubac e ai padri della Chiesa

«Buonasera, mi passa padre Miguel Yáñez per favore?».
«Chi devo dire?»
«Sono Papa Francesco».
Docente di teologia morale alla Gregoriana, padre Yáñez è stato il secondo gesuita che Jorge Mario Bergoglio ha voluto chiamare appena eletto al soglio di Pietro. Prima di lui, ha telefonato a suo nipote, padre José Luis Narvaja, anch’egli gesuita, direttore dell’Istituto Thomas Falkner per lo studio delle fonti, e docente di teologia e patristica in Salvador, in Germania e alla stessa Gregoriana.

Non si è trattato semplicemente di un saluto, piuttosto della volontà di marcare il terreno, di ricordare anzitutto ai propri confratelli che della Gregoriana, l’università dei gesuiti ritenuta da sempre la più prestigiosa fra quelle pontificie, egli non intende fare a meno.

La sfida, infatti, è improba. Primo Papa religioso dai tempi del camaldolese Gregorio XVI (1831-’46) che seppe respingere gli assalti dei «lupi rapaci» e cioè della stampa che, disse, «divulgava scritti di qualunque genere», Papa Francesco deve fare di più: non solo respingere l’attacco alla fortezza da parte dei lupi più duro di sempre – nessuno ricorda, in tempi recenti, nulla di paragonabile all’affaire Vatileaks – ma anche ribaltare le carte in tavola, rilanciare una Chiesa in affanno anche a motivo di inadeguatezze e scandali di coloro che, per citare Joseph Ratzinger, «nel sacerdozio dovrebbero appartenere completamente a lui».

Ce la farà? «Non ho dubbi in merito», dice padre Rogelio García Mateo, gesuita spagnolo, non soltanto docente fra i più preparati alla Gregoriana di spiritualità ignaziana, ma anche testimone diretto degli esordi di padre Bergoglio in quel di Buenos Aires oltre trent’anni fa: era rettore del «collegio massimo», la facoltà di filosofia e teologia dei gesuiti argentini, il primo incarico di pregio del futuro Papa. Dice: «Allora Bergoglio guidava il collegio come oggi guida la Chiesa. Non era un manager, ma rettore e insieme compagno di cammino dei suoi alunni. Azione e contemplazione nello stesso tempo, in questo del tutto discepolo di sant’Ignazio di Loyola».

Sempre in itinere il rapporto dei gesuiti col papato. Dice Rogelio García: «Pio XII, alunno della Gregoriana, ci amava, anche grazie al suo segretario “nascosto”, il gesuita tedesco Robert Leiber, professore di storia della Chiesa sempre in Gregoriana. Giovanni XXIII forse meno: quando prese possesso del Laterano non si fermò a salutare i padri schierati davanti alla Chiesa del Gesù a Roma: “Che schiaffo!”, commentarono i cronisti del tempo. Paolo VI fu anch’egli alunno della Gregoriana. Molto sostenne la spinta del preposito generale padre Pedro Arrupe verso l’essenzialità e la povertà ignaziana. Giovanni Paolo I avrebbe voluto addirittura farsi gesuita. Era seminarista a Vittorio Veneto quando venne folgorato da una predicazione di un padre. In fila dietro ai futuri padri gesuiti Busa e Strim, chiese al vescovo di poter entrare nella Compagnia. Questi gli disse: “Due sì, tre no, mi spiace”. Prima di Benedetto XVI, col quale abbiamo tutt’ora un rapporto di grande cordialità, Giovanni Paolo II. Con lui fu un riconosciuto rapporto d’incomprensione. Sembra che non capisse la Compagnia, così il suo entourage».

Anni di missione in terre ostili quelli di Wojtyla. La fede conficcata come spada in un mondo chiamato a risorgere dalle grandi ideologie che negavano il divino. Tempi non semplici per padre Arrupe e i suoi gesuiti: il loro modello di Chiesa, infatti, povera ed essenziale, sembrava non piacere al Papa polacco. Prediligeva i Legionari di Cristo, che spesso non mancavano di dire di essere loro «i veri gesuiti», perché retti in modo militare.

Arrupe, invece, aveva preso il vento del Concilio e, riscoprendo il carisma ignaziano, provava a far veleggiare la Compagnia verso lidi al cui centro vi fossero abbassamento evangelico e beatitudini, bisognosi ed ultimi. La Santa Sede, anche per colpa degli stessi gesuiti che non si espressero nei modi migliori, interpretò la svolta come un’apertura alle istanze marxiste vicine a una certa teologia della liberazione e chiuse le porte ad Arrupe che pensò di dimettersi, ma Giovanni Paolo II non accettò le dimissioni.

Dice ancora García Mateo: «Fu un momento difficile. Dopo la malattia che immobilizzò Arrupe, Wojtyla commissariò la Compagnia affidandola ai gesuiti italiani Paolo Dezza e Giuseppe Pittau. I due delegati pontifici furono abili nel “traghettare”, in soli due anni, la Compagnia fino allo svolgimento della trentatreesima Congregazione generale, che il 13 settembre ’83 elesse Peter Hans Kolvenbach preposito generale il quale, successivamente, fu anche il primo “Papa nero” a dimettersi nella storia dei gesuiti. Che dire? Forse in Vaticano non avevano compreso che la svolta di Arrupe, sebbene rischiosa, non mirava ad altro che ad applicare l’opzione preferenziale per i poveri secondo il Vangelo, come missione della Compagnia oggi, senza per questo dimenticare l’apostolato intellettuale nei collegi e nelle università».

L’opzione per i poveri come un ritorno alla purezza dei primi tempi, al fondatore, a Sant’Ignazio. Spiega Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica: «Bergoglio ha il piglio tipico gesuitico. Colpisce subito la sua retorica, plasmata dagli “Esercizi Spirituali” di Ignazio. Ogni suo discorso è diviso in tre punti, spesso tre parole. Le sue omelie in genere sono così, come erano così quelle del cardinale Martini. “Non multa sed multum”. Poche cose ma dense, insomma. E sempre riferite a un interlocutore non generico, ma a un “tu” personale. Nella pedagogia ignaziana il vero criterio è la “cura personale”. Un’altra dimensione ignaziana che mi sembra ben presente in questi primi giorni di papato è legata al fatto che il superiore prima di prendere una decisione si consulta a lungo e ad ampio raggio, ma poi l’ultima parola è sua. È una struttura di governo essenziale e dinamica, molto utile per un “corpo apostolico” come il nostro inviato in missione. Il gesuita è abituato a partire e stare in frontiera, a volte anche in solitudine. I nostri grandi modelli sono Francesco Saverio e Matteo Ricci, abitatori di frontiere fisiche e metaforiche. L’obbedienza per la missione è poi al Papa perché Ignazio vedeva in lui la persona che nella chiesa ha una visione più universale e sa dove sono le urgenze più impellenti. Di qui il nostro quarto voto di obbedienza al Papa, appunto».

Obbedire al Papa, dopo i voti di castità, fedeltà ed obbedienza. Quattro voti che segnano l’adesione a una vita di sacrifici. Si lascia tutto per Cristo, si diventa poveri fra poveri. Un tema, quello della Chiesa povera, che non a caso ritorna spesso nelle parole di Papa Francesco e che magari potrà tornare in futuro in nuovi testi. Così l’ecclesiologia del Vaticano II con quel teologo gesuita citato più volte Henri de Lubac. Questi fu maestro di Hans Urs Von Balthasar, il teologo fondatore di Communio, grande “amore” di Ratzinger. Con Jean Daniélou, altro gesuita poi divenuto cardinale, fondò la collana Sources Chrétiennes, un modo per fomentare lo studio dei padri della Chiesa.

Dice padre Giacomo Costa, gesuita, direttore della rivista Aggiornamenti Sociali che fu di padre Bartolomeo Sorge: «Il riferimento a De Lubac ci riporta soprattutto ai padri della Chiesa, a un’epoca in cui spiritualità e teologia non erano ancora separate. Anche per Papa Francesco, come per molti gesuiti, è vitale far dialogare fede vissuta e teologia, perché la riflessione teologica stia “con i piedi per terra” e l’esperienza di chi crede sia rafforzata e aiutata a dare ragione di sé. Del resto Papa Francesco dice di aver molto imparato dalla fede delle persone semplici che ha incontrato, prime fra tutti sua nonna o la vecchina ricordata in una delle sue prime omelie. Analogamente, ci sono altri due elementi in tensione che Bergoglio mette insieme “in carne e ossa”, anche con la scelta del proprio nome: carisma e istituzione. Scegliere da papa il nome Francesco comunica la volontà di trasformare la tradizionale separazione, e talvolta opposizione, tra Chiesa carismatica e Chiesa istituzionale in una sorgente di fedeltà creativa alla propria missione. La vera sfida non è tanto quella di essere carismatico, ma rendere carismatica l’istituzione. È questo il compito di ogni autentica leadership. La potenzialità irrinunciabile delle istituzioni è, infatti, quella di attivare delle dinamiche in grado di coinvolgere un numero di persone che nessuno, da solo, sarebbe in grado di raggiungere. Alcuni primi segni di come i gesti carismatici possono avere portata istituzionale sono già intuibili e toccano il modo di concepire la Chiesa come sempre in movimento e decentrata da se stessa, le prospettive di un governo maggiormente collegiale, il rapporto con le altre confessioni cristiane non cattoliche e con le altre religioni».

Thursday 18 April 2013

Il silenzio dei vescovi nella sfida del colle. Con Bergoglio finisce l’“interventismo”

Le ultime parole, pronunciate ieri, disegnano un profilo vago: «Per il Quirinale serve una persona di grande livello, di grande onestà, riconosciuta a livello nazionale e internazionale».

Qualche giorno fa, un accenno ugualmente timido. «Vede la possibilità di una donna al Quirinale?», gli hanno chiesto a margine di un convegno a Genova. «Perché no? L’importante è il livello, la capacità personale, il profilo intellettuale e morale», ha risposto il capo della Conferenza episcopale italiana pensando alle uniche due candidate al Colle che non dispiacciono alla Chiesa, il ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri e la guardasigilli Paola Severino.

Per il resto silenzio. La volontà di restare fuori dalla mischia. E di alzare la voce soltanto per chiedere che il Paese si dia in fretta un governo che permetta di uscire dall’«incomprensibile stallo».

Una posizione prudente che riflette però anche un certo timore di sbagliare, di andare oltre il consentito soprattutto agli occhi di Papa Francesco che ancora, rispetto alla Cei, non ha sciolto le riserve: cosa intende fare il nuovo Papa del titolo di “primate d’Italia” che gli permette di indirizzare a suo modo la politica dell’intero episcopato? Quale Cei nascerà nell’era Bergoglio? Si tornerà alla Chiesa di Ruini che, battendo sui valori, restava al centro di un quadro di sostanziale pluralismo politico? Si adotterà il modello del segretario di Stato Bertone nel quale – con Berlusconi premier grazie al lavoro di Gianni Letta, con Monti grazie al supporto di Federico Toniato – la cosa importante era stringere legami con chi aveva il potere per dare, e soprattutto per ricevere, benefici? Oppure nascerà qualcosa di diverso, una Cei il cui capo, come ha auspicato ieri il cardinale Coccopalmerio, non sarà più eletto dal Papa ma dai vescovi stessi?

La risposta ancora non c’è. Ed è per questo che nessuno, nella Chiesa italiana, si sbilancia. E così in Vaticano dove, dicono, la candidatura del cattolico adulto Romano Prodi non è vista dal segretario di Stato Bertone, ma anche da Bagnasco, come il massimo dei sogni possibili. Ma quanto contano oggi Bertone e Bagnasco?

Di certo non come una volta. Sono lontani, infatti, i tempi degli editoriali dell’Osservatore Romano (era il 2008) che spiegavano ai fedeli come i «due colli del Quirinale e del Vaticano» fossero «molto vicini». O quelli in cui lo stesso quotidiano (era il 2006), nel giorno in cui si aprivano le votazioni per il Quirinale, addirittura si spinse a tracciare un identikit del candidato ideale che costituiva una clamorosa bocciatura di Massimo D’Alema e l’indicazione esplicita di una figura in tutto identica a Giorgio Napolitano. Ora tutto questo non c’è più.

Tanto che se è vero che la stessa Cancellieri è stata invitata a Messa nella residenza Santa Marta da Papa Francesco, ciò non costituisce un’indicazione preferenziale da parte del Pontefice che, fra l’altro, si è limitato a porre al Ministro un breve saluto.

Bagnasco conosce Cancellieri dai tempi in cui il ministro era prefetto a Genova. «Sicuramente aiuterà anche Bologna», disse non a caso il porporato nel 2010 quando Cancellieri divenne commissario prefettizio sotto le due torri.

Ma la realtà è che come Cancellieri, anche altri possono vantare solide entrature nei sacri palazzi. Oltre a Severino, avvocato dello Ior, Giuliano Amato può contare su forti legami con maggiorenti di curia che risalgono addirittura agli anni nei quali fu la mente della revisione del Concordato.

E poi il costituzionalista Sabino Cassese, stimato e in più occasioni consultato oltre Tevere per questioni giuridiche controverse in virtù della sua specializzazione di internazionalista. Nomi, dunque, apprezzati e che scavalcano quei due canali istituzionali – dalla Cei alla Segreteria di Stato – che mai come oggi paiono fuori dalla grande partita per il Quirinale.

Non così nei tempi passati. Ricorda Gianni Gennari – teologo romano alle cui messe negli anni ’70, i tempi del compromesso storico, partecipavano tutte le domeniche Franco Rodano e Tonino Tatò – che nel ’78 il Pci di Berlinguer propose Pertini per il Quirinale e che Benigno Zaccagnini, segretario della Dc, era rammaricato del fatto che i Dc non lo volevano votare, e incontrandolo quasi per caso, data la loro amicizia e vicinanza nel periodo della tragedia Moro, gli chiese cosa si pensasse di Pertini in Vaticano.

La risposta fu che era considerato un galantuomo, anche se non credente, e che godeva simpatie negli ambienti della Segreteria di Stato del cardinale Casaroli. Zaccagnini dunque volle insistere, e quasi impose alla Dc il voto favorevole. Infatti, il giorno dopo quel colloquio, Pertini fu Presidente della Repubblica.

Friday 12 April 2013

Unioni gay: la Consulta chiede di intervenire, ma non con l'equiparazione del matrimonio.

Oggi è arrivata una ammonizione della Consulta su alcuni noti ritenuti irrisolti, nel panorama politico e istituzionale italiano.

La Consulta ha chiesto un intervento sulla legge elettorale, ma - soprattutto - ha chiesto che venga fatto qualche cosa per tutelare i diritti ed i doveri delle persona omosessuali, che intendano costituire una unione stabile.

"Il legislatore deve affrontare il nodo delle unioni gay", ha riferito Gallo parlando di fronte alle più alte cariche dello Stato. Queste le parole: "La Corte ha escluso l'illegittimità costituzionale delle norme che limitano l'applicazione dell'istituto matrimoniale alle unioni tra uomo e donna, ma nel contempo  ha affermato che due persone dello stesso sesso hanno comunque il diritto fondamentale di ottenere riconoscimento giuridico, con i connessi diritti e doveri, della loro stabile unione". La Consulta, ha ricordato Gallo, "ha perciò affidato al Parlamento la regolamentazione della materia nei modi e nei limiti più opportuni".

Cosa significa questa frase?

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Thursday 14 March 2013

Papa Francesco: sarà il Papa dell'ecumenismo e del dialogo.

Le parole che Papa Francesco ha pronunciato ieri sera subito dopo l'elezione, sono state poche. Significative, grandemente, insieme ai gesti compiuti.

Una parentesi: dovremo di nuovo abituarci a gesti di questo tipo, ed anche il servizio di sicurezza....che avrà un bel lavoro da fare, con questo Papa che si prefigura già come molto, molto libero...dai protocollo.

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Ma le parole di ieri hanno avuto una grande rilevanza dal punto di vista del dialogo e del'ecumenismo.

Mi riferisco alle parole con le quali il Papa ha parlato di sè: come tutti hanno notato non ha mai citato la parola "papa", ma ha sempre utilizzato la parola "vescovo di Roma".

 

Tra l'altro, anche nel ringraziamento nei confronti di Benedetto XVI chiamato, anch'egli "vescovo emerito di Roma".

 

Dal sito Aleteia.org riporto le parole del Papa:

Fratelli e sorelle, buona sera!

Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un vescovo a Roma, sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo. Ma siamo qui. Vi ringrazio dell'accoglienza. La comunità diocesana di Roma ha il vescovo. Grazie! E prima di tutto vorrei fare una preghiera per il nostro vescovo emerito Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca...

[Preghiera Padre Nostro, Ave Maria, Gloria al Padre]

E adesso incominciamo questo cammino, vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma che è quella che presiede nella carità tutte le chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia fra noi. Preghiamo sempre per noi, l'uno per l'altro. Preghiamo per tutto il mondo perché ci sia una grande fratellanza. Mi auguro che questo cammino di Chiesa che oggi incominciamo e in cui mi aiuterà il mio cardinale vicario qui presente sia fruttuoso per l'evangelizzazione di questa tanto bella città. E adesso vorrei dare la benedizione. Ma prima vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica. La preghiera del popolo perché chieda la benedizione per il suo vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me.

 

Ma perchè il Papa ha parlato così, perchè si è rivolto a Roma, alla sua città...quasi, dimenticando...il mondo che gli stava praticamente tutto davanti?

Non certamente per provincialismo: alcuni forse l'hanno colto così..ma nolla è più distante dalla realtà.

C'è a mio avviso un motivo, cosicnetemente voluto, per il quale il papa ha utilizzato queste parole, e questo motivo non è stato neppure l'umiltà...francescana.

Il motivo è stato l'ecumenismo.

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Wednesday 13 March 2013

Il gabbiano ed il Conclave: quando i media non sanno cosa dire!

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In queste ore è tanta l'apprensione e l'attesa da parte del mondo cattolico (e non solo) per l'esito del Conclave.

Si stanno ascoltando fiumi di parole: trasmissioni televisive e radiofoniche, dirette web, twitter, facebook...e chi più ne ha più ne metta.

Non c'è dubbio che questo sia davvero il Conclave più mediatico degli utlimi anni.

Chiaramente tutti sono con gli occhi all'insù, per seguire, anche in televisione, l'andamento delle votazioni vaticane. Inoltre moltissimi media stanno coprendo con grande intensità gli eventi in diretta oltre che avere realizato molteplici servizi ed interviste.

Oggi poi un nuovo personaggio si è affacciato sul Conclave, con una dirompenza mediatica...quasi sopra le nuvole: un gabbiano.

Un gabbiano che, non credo di sbagliarmi, sta davvero diventando una star della riflessione mediatica di questo evento sul quale, con buona pace di tutti, non si può che dire una parola che abbia senso: ASPETTARE. Punto.

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Tuesday 19 February 2013

Il coraggio, la libertà e il pudore di Benedetto XVI

Ci vuole un grande coraggio a riscoprire il senso del limite. E ci vuole umiltà. La notizia che lunedì 11 febbraio 2013 si è diffusa con la velocità del fulmine, le dimissioni del Papa, è sembrata a molti uno scherzo. Telefoni che squillano, e mail, sms, chat impazzite. Benedetto XVI si dimette dal 28 febbraio alle 20.00. Pazzesco, inaudito. Eppure no, era molto più prevedibile di quanto si potesse immaginare. Non abbiamo saputo leggere i segni, a cominciare da quando, ancora Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, aveva detto che Papa Giovanni Paolo II avrebbe fatto bene a dimettersi negli ultimi mesi della sua vita. Lo avevamo dimenticato. Poi a novembre del 2010 esce un libro intervista di Benedetto XVI “ Luce del Mondo”. Ci sono tanti temi, compreso quello delle dimissioni. Ma in modo chiarissimo. Non per paura, o davanti alle difficoltà , “davanti ai lupi” come aveva detto all’inizio del Pontificato. “Quando il pericolo è grande non si può scappare. Ecco perchè questo sicuramente non è il momento di dimettersi” diceva il Papa nell’estate del 2010. Lo scandalo degli abusi sessuali del clero era al suo massimo livello di mediaticità, nella Chiesa si sentivano strani scricchioliii. No, non si poteva lasciare. E poi le vicende dei lefbreviani, e quella difficile attuazione del Concilio che , dopo anni di entusiasmi, aveva portato a profondi ripensamenti. C’è anche chi racconta che negli anni il teologo Joseph Ratzinger avesse perso non dico la fede ma la speranza. Era stato Luigi Giussani a ridargli la gioia della vita nella Chiesa. Ratzinger il Pessimista? Per certi aspetti forse si, o meglio Ratznger il realista che sa che oggi il compito di un Papa è riportare Dio al centro della storia, nel cuore dell’ uomo.

Monday 11 February 2013

Benedetto XVI si dimette dal pontificato. Notizia shock e approfondimenti.

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La notizia delle dimissioni, o meglio della rinuncia al Pontificato, di Benedetto XVI, sta facendo il giro del mondo e sta creando molto turbamento nella Chiesa.

Così è stata data, e così ce la riporta il sito Aleteia.org.

Carissimi Fratelli,

vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l'età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell'animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l'elezione del nuovo Sommo Pontefice. Carissimi Fratelli, vi ringrazio di vero cuore per tutto l'amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero, e chiedo perdono per tutti i miei difetti. Ora, affidiamo la Santa Chiesa alla cura del suo Sommo Pastore, Nostro Signore Gesù Cristo, e imploriamo la sua santa Madre Maria, affinché assista con la sua bontà materna i Padri Cardinali nell'eleggere il nuovo Sommo Pontefice. Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio.

 

Non c'è dubbio che la notizia è davvero...la notizia del secolo, anzi, forse, del millennio. Per la novità totale di questo gesto, e per la lucidità con cui questa grandissimo Papa ce l'ha proposta. 

Anche diversi siti ci aiutano a entrare in questo evento, ponendoci domande ed aiutandoci a dare delle risposte.

 

Non un gesto di codardia, non un gesto di affaticamento: ma un gesto responsabile, lucidissimo...che probabilmente solo Papa Ratzinger...poteva fare.

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Sunday 10 February 2013

Una Chiesa che "rincorre" perde la profezia

Ubriachi di webmania? Un po’ il rischio c’è. Da quando in Vaticano si sono scoperti i social (con qualche anno di ritardo) sembra che tutto debba essere fatto solo per via informatica. Ovvio, scontato che si debba usare la rete per entrare in contatto con il mondo. Anche perché la rete è un luogo più che un mezzo. E proprio per questo bisogna capirne a fondo le logiche, anche le regole, che non dovrebbero essere dettate dall’alto, ma devono formarsi dal basso. Questa la sfida che deve affrontare la Chiesa quando entra nella piazza mediatica. Aiutare gli abitanti della rete a creare la loro costituzione, che magari sia meglio di quella europea nata e morta perché nessuno voleva accettare le radici cristiane della nostra cultura.

Tuesday 05 February 2013

Anche Londra dice sì alle nozze gay. Passa l'Equal Marriage

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L'equal marriage, il matrimonio tra persone dello stesso sesso, è passato ed anche l'Inghilterra entra tra i paesi che hanno appovato leggi simili in materia di diritto matrimoniale.

Dopo la Francia, anche l'Inghilterrà prende una decisione su uno degli argomenti più spinosi di questo tempo. Argomento soggetto a polemiche in moltissime aree della popolazione europea (non solo inglese o francese). Un argomento che però - a giudicare dai gornali - sembra trattato in modo "più dogmatico dei dogmi".

Ma il confronto e la riflessione, per fortuna, anche in Italia stanno arricchendosi di contributi interessanti.

Uno di questi è stato pubblicato dal sito Aleteia.org, proprio oggi pomeriggio.

L'agregatore cattolico ha proposto una interessante intervista a Francesco D'Agostino, presidente dell'Unione giuristi cattolici italiani. 

"Il matrimonio tra persone dello stesso sesso può diventare un nuovo diritto?". Inizia così l'intervista scritta da Chiara Santomiero. Un incipit che dà anche il tono della riflessione, pacata e seria su un tema così importante, che finalmente inizia ad essere affrontato in modo analitico, riflessivo, con dati alla mano e soprattutto legislazione italiana...alla mano.

La risposta non è semplice. - scrive D'Agostino - Per un giurista positivista un diritto esiste se stabilito dalla legge; per cui se lo Stato francese riconosce il matrimonio tra persone dello stesso sesso, riconosce tale diritto. Tuttavia se attribuiamo al diritto un significato più ampio, rispettando l'oggettività di fenomeni e relazioni interpersonali, ne consegue che il matrimonio ha la funzione di fondare la famiglia come susseguirsi di generazioni, cioè è volto alla generatività. L'unione gay, al contrario, è sterile e quindi esclude la funzione generazionale del matrimonio.

 


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Friday 01 February 2013

Reale e virtuale sono davvero all'opposto? Andiamo oltre il pregiudizio...

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La riflessione sul tema del reale e del virtuale, soprattutto ai tempi di internet, è molto forte e sta pervadendo ogni campo di azione umana. Due realtà opposte? Due strade da intraprendere?

***

Se ne parla a scuola, negli ambienti educativi ed anche...nella Chiesa.

Molte sono le esperienze della Chiesa cattolica nel mondo dei nuovi media, moltissime sono sempre state quelle nel mondo dei media in generale. Ma soprattutto oggi, ai tempi di internet, l'esperienza di incontro che la Chiesa vive con ogni uomo e donna, là dove essi vivono, si sta facendo sempre più "border line".

Non chè questo approccio moderno non abbia posizioni divergenti. Nonostante i forti richiami (e costanti...per dire il vero) del Santo Padre all'utilizzo positivo e fuori dai pregiudizi dei nuovi media, spesso nella Chiesa rimangono sacche di pregiudizi, troppo spesso duri a morire.

Parole sagge e ponderate, sotto questo punto di vista, arrivano da padre Antonio Spadaro, che oggi ha rilasciato una dichiarazione al portale Aleteia.org.

Per padre Antonio Spadaro, direttore della rivista dei gesuiti "La Civiltà Cattolica", «finché si ragionerà in termini strumentali non si capirà nulla della Rete e del suo significato. "Ogni tecnologia crea un nuovo ambiente" ha scritto Marshall McLuhan. La Rete non è uno strumento ma un ambiente. Lo spazio digitale non è inautentico, alienato, falso o apparente, ma è un'estensione del nostro spazio vitale quotidiano, che richiede "responsabilità e dedizione alla verità"».

«Non un "luogo" specifico dentro cui entrare in alcuni momenti per vivere on line, e da cui uscire per rientrare nella vita off line - ha spiegato ancora ad Aleteia il sacerdote gesuita -. Il messaggio del Papa ci invita ad abitare lo spazio digitale. Abitare significa inscrivere i propri significati nello spazio. Ed è proprio questa la sfida: inscrivere i significati e i valori della nostra vita nell'ambiente digitale. Anche i valori della fede».

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Tuesday 29 January 2013

Bagnasco, la prolusione, e Gesù

“Se stasera o domani nell’opinione pubblica echeggeranno solo alcune delle nostre parole, e non precisamente queste, forse perché ritenute ovvie, di maniera, persino scontate, si sappia però che è Gesù Cristo che noi vogliamo porgere, il Suo nome far risuonare”. Angelo Bagnasco, cardinale di Genova, presidente della CEI lo dice subito, lo dice davanti ai vescovi dell’ Assemblea permanente riuniti in consiglio, lo dice davanti a telecamere e giornalisti che attendono inutilmente una parola sulle elezioni italiane. Ovviamente non c’è una indicazione di voto nel discorso del Presidente dei vescovi. Non partitica almeno. Ma c’è molto di più. Si sarà ovvio, di maniera e scontato, ma c’è il Vangelo nelle parole dei vescovi italiani. Ricordo che da ragazzina qualcuno mi disse: il rischio della Chiesa oggi è che spenga la dinamite del Vangelo affondandola nell’acqua santa. Ecco contro questo deve lottare la Chiesa, e tutti i cristiani oggi, quello dell’abitudine e della noia. Chi cerca il metodo per essere nella società lo trova in Gesù

Thursday 10 January 2013

Benedetto XVI: teologia e società nel libro su Gesù

Amore e umiltà, è questo il modus operandi di Dio che il teologo Joseph Ratzinger spiega al lettore del terzo libro dedicato alla figura di Gesù. “L’infanzia di Gesù” è , secondo il titolo originale tedesco, un “prologo”, una “anticamera” per entrare poi nello studio del Vangelo. Infatti , spiega Benedetto XVI nelle ultime righe del libro, l’episodio che chiude i Vangeli dell’infanzia, Gesù dodicenne che insegna nel Tempio di Gerusalemme, apre una porta sulla intera figura di Gesù, che è quello che racconterà il resto del Vangelo. L’autore rilegge i due racconti di Luca e Matteo seguendo l’esegesi patristica e studi classici come quelli di Joachim Gnilka e Gerhard Delling, ma dimostra, come già nei due libri precedenti, di seguire gli studi più aggiornati e usa Rudolf Pesch e Klaus Berger. Ma tra tutti sposa a pieno le idee di Jean Daniélou e René Laurentin. Amore: quello di Dio per gli uomini che si dimostra accettando la decisione di Maria davanti all’ annuncio dell’Angelo. Maria, la giovane vergine che risponde con una domanda cui la esegesi non ha ancora trovato spiegazione. E quell’ annuncio così diverso e nascosto, così poco “mitologico” e quindi così reale. Perchè umile. Ratzinger ci ricorda continuamente che la gloria di Dio si manifesta solo nell’umiltà. Ed è questo il vero amore.

Wednesday 26 December 2012

Il Natale da Roma al Perù

Un ponte di solidarietà che da Roma arriva fino all’estrema periferia di Lima, in Perù: dopo il successo dell’edizione dell’anno scorso che ha visto oltre 4.000 visitatori, torna il Presepe Vivente Missionario promosso dalla Comunità Missionaria di Villaregia, nella sua sede di Roma, in via Antonio Berlese 55, km 18,700 della Laurentina. La manifestazione – sabato 29 dicembre 2012 e sabato 5 gennaio 2013, a partire dalle ore 15.30 – vuole essere l’occasione per riscoprire il senso vero del Natale attraverso la tradizione del Presepe, senza dimenticare i poveri e gli ultimi. Quest’anno il ricavato dell’iniziativa – il cui ingresso è libero – andrà infatti a sostegno della missione di Lima, dove la Comunità di Villaregia opera dal 1986. Un lungo salto indietro nel tempo, oltre 2000 anni fa, per assistere a un evento che unisce arte, spiritualità e solidarietà.

Friday 14 December 2012

Don Georg, un segretario "particolare"

Da qualche tempo don Georg era più tranquillo. Nelle occasioni pubbliche si notava che dopo la bufera iniziata a fine maggio per le vicende legate alla fuga di documenti dalla segreteria del Papa, al monsignore finalmente era tornato il sorriso. Non è certo stato facile per il primo segretario del Papa affrontare il fango che sul suo lavoro aveva gettato la vicenda “vatileaks”. Ora la nomina ad arcivescovo (tra l’altro con l’ex titolo del cardinale Bertello, Urbisaglia in provincia di Macerata) e Prefetto della Casa Pontificia lo rende ancora più saldamente vicino a Benedetto XVI. A dispetto di chi da tempo lo voleva in partenza per qualche diocesi tedesca. In effetti della nomina si cominciò a parlare proprio in primavera. Ad aprile in Vaticano si parlava di questa come imminente, forse per fine giugno. Poi è successo quello che è successo.

Thursday 14 April 2011

L’esperimento di Riace

Una risposta positiva al problema dell’immigrazione

di Lucetta Scaraffia

L’arrivo di questa ondata di migranti ha di nuovo messo in moto nell’opinione pubblica italiana il dibattito fra chi li vuole accogliere e chi li vuole respingere. Questo, mentre davanti ai nostri occhi sfilano immagini drammatiche e coinvolgenti, tra speranza e disperazione: da una parte, la madre che ha partorito nel barcone, riuscendo a salvare sé e la piccola, dall’altra i corpi dei molti che muoiono fra le onde, vittime dei trafficanti di esseri umani, oltre che del maltempo e di imbarcazioni fatiscenti.

La Chiesa predica il dovere, che è umano e cristiano, dell’accoglienza nei confronti di chi è più sventurato di noi — che, oltretutto, di lavoratori immigrati abbiamo assolutamente bisogno — ma non sempre è facile tradurre in fatti queste esortazioni. Ci vuole anche un po’ di inventiva, di coraggio e di fantasia. Come quella che hanno avuto gli abitanti di Riace, paese sulla riva ionica della Calabria, composto, come tutti quelli della zona, di un nucleo antico sul cocuzzolo di una collina, lontano dal mare, e di un nuovo abitato in via di espansione lungo la costa (proprio quella dove sono stati trovati i celeberrimi bronzi).

Oggi, il centro antico, che per decenni era stato abbandonato e si stava deteriorando irrimediabilmente, è tornato alla vita. Lo abitano immigrati di varie provenienze, tutti profughi politici, che i cittadini di Riace hanno accolto, a cominciare dai trecento curdi arrivati una decina di anni fa.

Gli immigrati hanno avuto un tetto, qualcosa da mangiare ma anche, cosa ben più importante, un lavoro: all’interno delle antiche mura, infatti, sono nate tante piccole aziende artigianali — ceramica, tessitura, preparazione di prodotti alimentari — dove lavorano, fianco a fianco, italiani e immigrati.

Così chi attraversa questo centro sereno e laborioso vede bimbi di diverse provenienze giocare tra loro, calabresi e africani lavorare insieme; ma anche una rinascita economica che porta benefici a tutti, indistintamente: i bambini nella scuola sono aumentati, rendendo così necessario un numero maggiore di insegnanti e impiegati; gli operatori culturali, che si occupano dell’integrazione e insegnano l’italiano, sono in maggioranza originari del luogo; sono rinate industrie artigianali locali come la tessitura della ginestra e gli abitanti delle case abbandonate del borgo ricevono un affitto, basso, ma comunque guadagnano qualcosa e hanno chi restaura le loro case altrimenti destinate alla rovina. E il finanziamento che il ministero italiano dell’Interno ha stanziato per questo esperimento — 24 euro per immigrato — è servito a dare nuovo impulso anche all’economia locale.

È insomma una situazione nella quale i benefici reciproci sono chiari a entrambe le comunità e la convivenza non risulta difficile, tanto che il paese proprio per questo è diventato un’attrazione turistica. Per valorizzarla, alcune case sono state destinate a ospitalità diffusa nel tessuto urbano ed è stato aperto un ristorante. Sulla sua porta si vede ancora il segno di due proiettili: non tutti a Riace hanno gradito questa rinascita. Ma molte persone e intere scuole vengono a vedere questo miracolo quotidiano, e cercano di capire il segreto di un’accoglienza riuscita.

Il segreto sta certo nella tenacia di Mimmo Lucano, attuale sindaco e animatore del progetto, che interviene continuamente a migliorarlo. Ma sta anche in una iniziativa, nella diocesi dove è stato vescovo amatissimo monsignor Bregantini, nata dal basso grazie a una associazione — Città futura don Puglisi — fondata nel 1999 da ragazzi del luogo intorno alla chiesa parrocchiale e che oggi ha sede in un palazzo del centro antico, vero cuore della vita di Riace.

Certo, il successo dell’esperimento è dovuto anche al numero abbastanza ridotto degli immigrati, al loro essere profughi politici e quindi desiderosi di integrarsi nel nuovo paese, non potendo tornare in patria. Non è facilmente riproponibile in tutte le situazioni: anzi, in qualche modo, proprio le condizioni della sua riuscita mettono in luce le difficoltà che si incontrano in altre situazioni.

Ma il solo fatto che esista una simile realtà, che qualcuno sia riuscito a creare e mantenere questo difficile equilibrio — che dura da più di dieci anni — costituisce un esempio a cui guardare, un caso che fa pensare. Allora, la soluzione del problema immigrati sta forse proprio nell’inventare qualcosa di positivo. Invece di scrollare le spalle con indifferenza.

Saturday 02 April 2011

Nostro contemporaneo

La seconda parte del «Gesù di Nazaret»

Il nuovo libro di Ratzinger-Benedetto XVI rende Gesù di Nazaret nostro contemporaneo. Nel gran disordine che regna sotto il cielo l’irrompere di un libro tanto appassionante accende interrogativi che toccano in profondità le nostre inquietudini. Ciascuno può trovarvi qualche luce per uscirne. Vi si raccontano i tre giorni cruciali dell’esistenza di Gesù, le sue ultime ore di vita scandite dalla passione e morte; l’inizio del tempo nuovo, la risurrezione, vero spartiacque della storia che origina un pensiero alternativo sul futuro del mondo e delle speranze umane.

L’autore è convinto che il confronto positivo con Gesù di Nazaret possa essere una soluzione anziché un problema per l’umanità. La sua indagine è convincente, ragionevole e rispettosa di culture e punti di vista differenti. Interessarsi a Gesù ha senso — si percepisce tra le righe — perché è l’unico risorto della storia, il Vivente immerso in ogni epoca e perciò nel nostro presente; compagno di viaggio affidabile che ci introduce negli orizzonti sconosciuti della vita oltre la morte.

Chiunque volesse capire questo misterioso Signore può calarsi nei giorni finali della sua vita terrena.

Pagina dopo pagina, dalle parole e dai comportamenti di Gesù, il teologo diventato Papa trae i tasselli di una carta d’identità dell’essere cristiano. Da un lato salda l’esperienza del patire, dell’angoscia e della tenerezza del Nazareno con l’insieme del pianto e del dolore smisurati delle vittime di ogni tempo e, dall’altro, ci aiuta a leggere frammenti del mistero del male e della sofferenza non più invincibili dopo la sua agonia nell’orto degli ulivi e l’abbandono sulla croce. La risurrezione di Gesù non è un tardivo volo pindarico dei suoi discepoli delusi che, non potendolo dimenticare, lo trasformarono in mito.

È una realtà veramente accaduta, alla pari della crocifissione e della morte. Mentre però del dolore e della morte che impastano la storia abbiamo una conoscenza sperimentale, della risurrezione abbiamo una conoscenza per fede. Si tratta di una fede ragionevole, ma sempre fede. Anzi, ci ricorda Papa Ratzinger, la fede cristiana è fondata sulla risurrezione. Poiché è strettamente collegata alla croce, la memoria della risurrezione è altrettanto pericolosa per la sapienza umana. Per i discepoli che attendevano un messia regale e vittorioso, la morte di Gesù è stata sconvolgente; la risurrezione, una volta verificata, ne ha cambiato la prospettiva, decidendoli a seguire il Maestro finalmente compreso.

Nel mistero della passione, morte e risurrezione — ci ricorda l’autore — sono racchiuse alcune delle questioni profonde dell’esistenza. E nel processo a Gesù è presente la critica radicale alle politiche basate sull’inganno e la violenza anziché sulla verità. Il destino del mondo si gioca sulla verità, non sulla forza che rimane una soluzione illusoria. Occuparsi di Gesù è occuparsi di tale destino poiché egli è venuto per rendere la più autorevole testimonianza alla verità che la prospettiva cristiana identifica con Dio.

Nello stile dei Padri della Chiesa, Papa Ratzinger non scrive per puro godimento intellettuale, ma offre un libro per la vita. La lettura ci immerge nella profondità del mistero cristiano, svelandoci quanto poco sia conosciuto e gustato. Con la scelta di una interpretazione dei racconti della passione basata sulla storia e sulla fede non contrapposte ma complementari, l’autore conferma la teologia conciliare e pone fine al pregiudizio nei confronti del popolo ebraico accusato nei secoli di deicidio. Nei vari momenti esaminati, dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Benedetto XVI sceglie un linguaggio nuovo e accessibile senza perdere profondità.

Chiama la Chiesa «la comunità dei discepoli» di Gesù; definisce la caritas «premura per l’altro», non un secondo settore del cristianesimo accanto al culto, «ma radicato proprio in esso e ne fa parte». C’è emozione per la lotta tra bene e male nella notte del Getsemani dove Gesù «trascina la natura recalcitrante in alto verso la sua vera essenza» e porta «il travaglio dell’essere uomini in alto verso Dio». L’ascensione è tradotta in una «vicinanza permanente» di Gesù con noi, un «entrare nel mistero di Dio» e un’altra dimensione dell’essere.

Si descrive, infine, la risurrezione, come fenomeno totalmente nuovo, una nuova dimensione dell’essere uomini, una mutazione decisiva, un salto di qualità; un nuovo genere di futuro per gli uomini, una nuova dimensione dell’esistenza umana, inclusa nell’atto di donare la vita. L’amore e la risurrezione — insiste l’autore — sono i due motivi distintivi dell’essere cristiani. La risurrezione come «mutazione» genetica compiuta da Dio in Gesù e promessa a tutti; l’amore come metodo di vita che distingue i figli di Dio e per il cosmo dischiude già ora un futuro di speranza.

c. d. c.

Tuesday 29 March 2011

Dall’abisso del male

Il pellegrinaggio di Benedetto XVI alle Fosse ardeatine — così l’ha voluto definire lo stesso Papa — per rendere omaggio alle vittime dello spaventoso eccidio, che resta indelebile tra i numerosissimi orrori della seconda guerra mondiale, non ha trovato molto spazio nei media. Forse anche per il succedersi incalzante e drammatico di notizie nel panorama internazionale.

Eppure la visita di Benedetto XVI a questo sacrario «caro a tutti gli italiani» — in continuità con quelle di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, e con la volontà di pregare e «rinnovare la memoria» — ha un significato particolare, che rimane. Il loro successore ha infatti compiuto un altro passo nella ricomposizione della memoria di quel conflitto che contribuì a sprofondare il Novecento nell’abisso del male. Come aveva affermato lo stesso Benedetto XVI un mese esatto dopo la sua elezione riflettendo sulle ultime successioni papali.

In questo modo non bisogna forse considerare, aveva detto il nuovo Papa, «il fatto che sulla cattedra di Pietro, ad un Pontefice polacco sia succeduto un cittadino di quella terra, la Germania, dove il regime nazista poté affermarsi con grande virulenza, attaccando poi le nazioni vicine, tra le quali in particolare la Polonia? Entrambi questi Papi in gioventù — seppure su fronti avversi e in situazioni differenti — hanno dovuto conoscere la barbarie della seconda guerra mondiale e dell’insensata violenza di uomini contro altri uomini, di popoli contro altri popoli».

Alla presenza del rabbino capo della più antica comunità della diaspora occidentale, ferocemente colpita dalla persecuzione razziale anche alle Fosse ardeatine, il vescovo di Roma, «città consacrata dal sangue dei martiri», ha voluto incontrare a lungo i familiari delle vittime — cattolici ed ebrei insieme — e ha reso omaggio alla loro memoria, in un luogo vicino alle catacombe e dal quale ancora una volta si è levata la preghiera dei Salmi, con le parole che da molti secoli ebrei e cristiani innalzano all’unico Dio.

Quel Dio al quale, nell’ora delle tenebre, si rivolsero due caduti, come altri in quei giorni, per affermare la fede «in Dio e nell’Italia» e invocare la protezione degli ebrei «dalle barbare persecuzioni». Benedetto XVI ha citato le loro parole, ricordando il centocinquantesimo anniversario dell’unità del Paese e ripetendo che nel Padre di tutti è possibile un futuro diverso. Che non offenda il Nome santo di Dio e l’essere umano, creato a sua immagine.

g. m. v.

Monday 28 March 2011

Da Gerusalemme a Parigi

L’intuizione di Benedetto XVI di un nuovo spazio dove laici e non credenti possano essere accolti con amicizia per condividere con chi crede la ricerca dell’unico Dio sta prendendo forma. Nella visione papale questa proposta è rappresentata dall’immagine del «cortile dei gentili» nel Tempio di Gerusalemme — dove appunto erano ammessi i pagani attratti dalla religiosità ebraica — ed è stata assunta dall’organismo curiale che si occupa del mondo della cultura con originale creatività.

Carica di simboli è stata così la scelta di Parigi — la «città dei Lumi» emblema di quella modernità contraddittoria e drammatica nata dagli ideali e dagli errori della rivoluzione francese — per l’esordio di questa iniziativa. Che senza dubbio è tra le più importanti decise da un Papa tanto mite quanto coraggioso, uomo di fede e teologo profondo, abituato sin da giovane al confronto, soprattutto nel mondo universitario, con chi è al di fuori dei confini visibili della Chiesa.

Uso dunque a esprimersi con parole comprensibili a tutti, Benedetto XVI ha voluto essere presente a Parigi con un messaggio ai giovani riuniti davanti a Notre-Dame, in uno spazio aperto oggi come venti secoli fa era accessibile ai pagani il cortile esterno del Tempio gerosolimitano. Dal grande santuario di un ebraismo sempre più caratterizzato da aspirazioni universalistiche rimanevano però esclusi i non giudei.

A cambiare tutto è stata la venuta di Cristo, quella luce vista da Giovanni che illumina ogni essere umano e ha abbattuto «il muro di separazione» tra ebrei e gentili, e dunque ogni divisione: anche quella tra credenti e non credenti. E perché non fosse reso difficile l’accesso dei pagani allo spazio loro riservato nel santuario di Gerusalemme Gesù aveva cacciato chi di questo luogo si approfittava per lucro. Per questo Benedetto XVI in molti modi si fa capire. Come hanno dimostrato, diversamente ma con straordinaria efficacia, i suoi ultimi due libri.

Ed efficaci per credenti e non credenti sono risuonate a Parigi le sue parole, rivolte ai giovani, ma più in generale alle donne e agli uomini di oggi. Il Papa ha così rinnovato l’invito che nel succedersi dei secoli e sino alla fine dei tempi la Chiesa di Cristo non si è stancata e non si stancherà di rivolgere: di non aver paura di aprire a Dio i cuori e le società. Senza timore di assumere le parole — libertà, uguaglianza, fraternità — che hanno riassunto gli ideali rivoluzionari, tante volte poi brandite con asprezza contro la Chiesa e il cristianesimo, e che pure dal cristianesimo sono nate.

Comuni sono moltissime aspirazioni di credenti e non credenti, per costruire «un mondo nuovo e più libero, più giusto e più solidale, più pacifico e più felice». Allora — dice Benedetto XVI — tra chi crede e chi non crede deve cadere, nel riconoscimento reciproco, ogni diffidenza: Dio non è un pericolo per la società e la vita umana e non lo è naturalmente la ragione, purché non si pieghi agli interessi e all’utilità, come spesso avviene. Per questo il Papa ha invitato i giovani parigini, riuniti davanti a Notre-Dame, senza distinguere tra credenti e non credenti, a non fermarsi nel cortile dei gentili. E a entrare invece nella cattedrale, dove come incenso si alzava la preghiera della sera.

g.m.v.

Friday 25 March 2011

Una rivoluzione femminile

A tre anni dalla morte la prima biografia di Chiara Lubich

di Lucetta Scaraffia

A tre anni dalla scomparsa, è uscita la prima biografia di Chiara Lubich, scritta da Armando Torno per Città Nuova: un libro che sceglie volutamente un tono non agiografico per descrivere quella che è sicuramente una delle più straordinarie esistenze del Novecento. Una narrazione piana, costruita attraverso le testimonianze delle focolarine e dei focolarini che sono stati più vicini alla loro fondatrice. Un racconto che volutamente mette sullo stesso piano le vicende umane e le esperienze mistiche di Chiara; rispettando, in questo modo, il suo carattere riservato, la sua capacità di stare al centro di tutto ma al tempo stesso di scomparire come persona.

Mi è capitato di incontrarla personalmente una sola volta, l’8 marzo di qualche anno fa, al Quirinale, dove era arrivata per ricevere un’importante onorificenza dal presidente della Repubblica italiana. Era entrata sorridendo, come sempre, senza preoccuparsi se nessuno dei presenti dava segno di riconoscerla e di darle onore. A me, che le ero andata incontro emozionata, ha riservato un sorriso timido e dolce, e ha declinato con semplicità ogni mio tentativo di far sapere ai responsabili del cerimoniale che era arrivata.

La biografia rispetta questo suo atteggiamento umile e ritroso, profondamente disponibile al contatto umano ma del tutto indifferente alla notorietà, e alla ribalta che pure le spettava. A tal punto che si coglie l’importanza di Chiara nella storia del Novecento quasi più dalla cronologia comparata, molto ben fatta, che si trova in appendice al volume e che dà conto della ricchezza delle forme di aggregazione da lei create all’interno del mondo cattolico, della sua straordinaria capacità di costruire momenti di incontro e di vero dialogo con esponenti e fedeli di altre religioni, della fecondità spirituale che ha segnato la sua vita interiore.

Una fecondità che ha sempre condiviso con le sorelle e i fratelli più vicini, e poi con tutti coloro che rivelavano disponibilità all’ascolto, consapevole che i tempi in cui si trovava a vivere richiedevano un’immediata condivisione di quanto lei, strumento di Gesù, arrivava a comprendere illuminata dallo Spirito Santo. Illuminazioni che nascevano dalla lettura continua della Sacra Scrittura: «Ogni volta che Chiara apriva il Vangelo vi scopriva la profondità di quelle parole di vita eterna che mai prima aveva trovato».

In questo modo, Chiara ha anticipato quello che la cultura cattolica avrebbe poi scoperto: l’ingresso nel linguaggio spirituale della parola amore, fino a quel momento riservata più che altro ai discorsi mondani; l’idea della spiritualità dell’unità, che si trasforma in una appassionata forma di dialogo tra le religioni e in una risposta alla «notte culturale» dell’umanità. Senza mai preoccuparsi che fosse ricordato il suo ruolo precorritore.

La proposta di una nuova evangelizzazione, secondo le sue parole, «non significa soltanto che il mondo secolarizzato» ne ha bisogno, ma anche che «l’evangelizzazione va fatta in maniera nuova». E alla ricerca di questa maniera nuova dedica tutte le sue energie: gli incontri, anche quelli apparentemente secondari, si trasformano grazie a lei in nuove vie e nuovi progetti, allargando sempre più la rete dei coinvolgimenti nel suo ideale: la santità a portata di tutti. Il suo movimento si apre a tutti gli ambiti, in un’ottica universale, con particolare attenzione alla cultura e ai media, mentre la sua vita interiore dà un nuovo impulso agli studi teologici.

Ma certamente l’aspetto di novità più forte che ha segnato la sua vicenda è proprio il suo essere donna, una donna che dà un accento fortemente femminile a ogni sua opera: basti pensare al nome più conosciuto del movimento da lei fondato (ufficialmente Opera di Maria) che evoca il focolare, spazio tradizionalmente femminile. Comincia circondandosi di donne, che sanno poi aprirsi alla necessaria presenza maschile, e dà disposizioni che a presiedere il movimento sia sempre una donna.

Anche la spiritualità dell’Opera prende una forma femminile, rappresentando la presenza mistica di Maria nella Chiesa. In questo modo, con la sua straordinaria esperienza, Chiara — che parla alle assemblee dei vescovi, è ascoltata dai Papi, viene accolta con gli onori di un capo di Stato nei Paesi che visita — realizza quello che i tempi richiedono anche alla Chiesa: riconoscere l’importanza del ruolo delle donne.

Ma lo ottiene senza rivendicare diritti, senza nessuna asprezza. Lo ottiene dimostrando di sapersi meritare quell’autorità che le viene riconosciuta, come è stato per le grandi sante nella storia della Chiesa. La sua importanza nel cattolicesimo del Novecento è anche la prova di una rivoluzione femminile compiuta nel silenzio e nella modestia. Rimane il compito di prenderne atto.

Wednesday 23 March 2011

Questione di radicalità evangelica

Il celibato sacerdotale

di Mauro Piacenza

Residuo preconciliare e mera legge ecclesiastica. Sono queste, in definitiva, le principali e più dannose obiezioni che riaffiorano nel periodico riaccendersi del dibattito sul celibato sacerdotale. Eppure, niente di questo ha reale fondamento, sia che si guardi ai documenti del concilio Vaticano II, sia che ci si soffermi sul magistero pontificio. Il celibato è un dono del Signore che il sacerdote è chiamato liberamente ad accogliere e a vivere in pienezza.

Se infatti si esaminano i testi, si nota innanzitutto la radicale continuità tra il magistero che ha preceduto il concilio e quello successivo. Pur con accenti talora sensibilmente differenti, l’insegnamento papale degli ultimi decenni, da Pio XI a Benedetto XVI, è concorde nel fondare il celibato sulla realtà teologica del sacerdozio ministeriale, sulla configurazione ontologica e sacramentale al Signore, sulla partecipazione al suo unico sacerdozio e sulla imitatio Christi che esso implica. Solo, dunque, una scorretta ermeneutica dei testi del Vaticano II – a cominciare dalla Presbyterorum ordinis – potrebbe condurre a vedere nel celibato un residuo del passato di cui liberarsi. E una tale posizione, oltre che errata storicamente, teologicamente e dottrinalmente, è anche dannosa sotto il profilo spirituale, pastorale, missionario e vocazionale.

Alla luce del magistero pontificio bisogna anche superare la riduzione, in taluni ambienti molto diffusa, del celibato a mera legge ecclesiastica. Esso, infatti, è una legge solo perché è un’esigenza intrinseca del sacerdozio e della configurazione a Cristo che il sacramento dell’Ordine determina. In tale senso la formazione al celibato, oltre ogni altro aspetto umano e spirituale, deve includere una solida dimensione dottrinale, poiché non si può vivere ciò di cui non si comprende la ragione.

In ogni caso, il dibattito sul celibato, che periodicamente nei secoli si è riacceso, certamente non favorisce la serenità delle giovani generazioni nel comprendere un dato così determinante della vita sacerdotale.

Giovanni Paolo II nella Pastores dabo vobis (n. 29), riportando il voto dell’assemblea sinodale, afferma: “Il Sinodo non vuole lasciare nessun dubbio nella mente di tutti sulla ferma volontà della Chiesa di mantenere la legge che esige il celibato liberamente scelto e perpetuo per i candidati all’Ordinazione sacerdotale nel Rito latino. Il Sinodo sollecita che il celibato sia presentato e spiegato nella sua piena ricchezza biblica, teologica e spirituale, come dono prezioso dato da Dio alla sua Chiesa e come segno del Regno che non è di questo mondo, segno dell’amore di Dio verso questo mondo nonché dell’amore indiviso del sacerdote verso Dio e il Popolo di Dio”.

Il celibato è questione di radicalismo evangelico. Povertà, castità e obbedienza non sono consigli riservati in modo esclusivo ai religiosi. Sono virtù da vivere con intensa passione missionaria. Non possiamo abbassare il livello della formazione e, di fatto, della proposta di fede. Non possiamo deludere il popolo santo di Dio, che attende pastori santi come il curato d’Ars. Dobbiamo essere radicali nella sequela Christi senza temere il calo del numero dei chierici. Infatti, tale numero decresce quando si abbassa la temperatura della fede, perché le vocazioni sono “affare” divino e non umano. Esse seguono la logica divina che è stoltezza agli occhi umani.

Mi rendo conto, ovviamente, che in un mondo secolarizzato è sempre più difficile comprendere le ragioni del celibato. Ma dobbiamo avere il coraggio, come Chiesa, di domandarci se intendiamo rassegnarci a una tale situazione, accettando come ineluttabile la progressiva secolarizzazione delle società e delle culture, o se siamo pronti a un’opera di profonda e reale nuova evangelizzazione, al servizio del Vangelo e, perciò, della verità sull’uomo. Ritengo, in tal senso, che il motivato sostegno al celibato e la sua adeguata valorizzazione nella Chiesa e nel mondo possano rappresentare alcune tra le vie più efficaci per superare la secolarizzazione.

La radice teologica del celibato, dunque, è da rintracciare nella nuova identità che viene donata a colui che è insignito del sacramento dell’Ordine. La centralità della dimensione ontologica e sacramentale e la conseguente strutturale dimensione eucaristica del sacerdozio rappresentano gli ambiti di comprensione, sviluppo e fedeltà esistenziale al celibato. La questione, allora, riguarda la qualità della fede. Una comunità che non avesse in grande stima il celibato, quale attesa del Regno o quale tensione eucaristica potrebbe vivere?

Non dobbiamo allora lasciarci condizionare o intimidire da chi non comprende il celibato e vorrebbe modificare la disciplina ecclesiastica, almeno aprendo delle fessure. Al contrario, dobbiamo recuperare la motivata consapevolezza che il nostro celibato sfida la mentalità del mondo, mettendo in crisi il suo secolarismo e il suo agnosticismo e gridando, nei secoli, che Dio c’è ed è presente.

Tuesday 22 March 2011

L’orso del Papa

Alla dedicazione della parrocchia romana di San Corbiniano — una liturgia esemplare per la cura e la partecipazione dei fedeli, tra i quali tantissimi bambini — erano presenti ben tre successori del fondatore della diocesi di Frisinga: oltre a Joseph Ratzinger, oggi Papa con il nome di Benedetto XVI, i cardinali Friedrich Wetter e Reinhard Marx. Un fatto eccezionale, che il parroco ha sottolineato nel suo caloroso saluto iniziale.

Nell’omelia il vescovo di Roma, successore del primo degli apostoli, ha improvvisato una breve riflessione su questo monaco francese attratto dalla vita contemplativa che scese a Roma per fondarvi un monastero. Ma qui la sua vita cambiò in modo inatteso: il Papa lo ordinò vescovo per la Baviera, dove la popolazione «voleva farsi cristiana, ma mancava gente colta, mancavano sacerdoti per annunciare il Vangelo».

Una scelta, quella di Gregorio ii, che si rivelò di universalità — il santo infatti «collega la Francia, la Germania, Roma», ha sottolineato il Papa — e nello stesso tempo di unità: Corbiniano ci dice che «la Chiesa è fondata su Pietro» e che era la stessa «come oggi». Per una ragione molto semplice: Cristo è lo stesso, «la Verità, sempre antica e sempre nuova, attualissima, presente, e apre la chiave per il futuro».

Parlando ai fedeli Benedetto XVI ha accennato all’orso che ha scelto di collocare nel suo stemma, episcopale e poi papale. Joseph Ratzinger ne aveva scritto per la prima volta nel libro autobiografico, tanto piccolo quanto prezioso, che pubblicò nel suo settantesimo anno e dove raccolse i suoi ricordi sino alla consacrazione episcopale. Raccontando come all’animale che aveva sbranato il cavallo di Corbiniano, in viaggio per Roma, fu imposto dal monaco di portare il suo fardello.

Ratzinger, sulla traccia del prediletto Agostino, spiegava che quel peso — il carico episcopale di chi «tira il carro di Dio in questo mondo» — venne imposto a Corbiniano e al vescovo africano, attratti entrambi dalla contemplazione e dallo studio. «Ma proprio in questo modo io ti sono vicino, ti servo, tu mi hai nella mano», concludeva il cardinale ormai a Roma. Affidandosi all’unico Signore, come ogni giorno fa Benedetto XVI. Che resta sempre affezionatissimo al suo orso.

g. m. v.