Friday 29 August 2014

Le liberazioni e le spine

L’incontro decisivo della vita di Mosè avviene durante un ordinario giorno di lavoro: «Mentre Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l’Oreb» (Esodo 3,1). Mosè era un uomo straniero che lavorava per vivere. Come Giacobbe presso Laban, come tanti uomini del suo tempo e del nostro. Ed è dentro questo lavoro umile e dipendente, che accade l’evento che cambierà la sua storia e la nostra. Le fabbriche, gli uffici, le aule, i campi, le case, possono essere e sono il luogo degli incontri fondamentali della vita, persino delle teofanie. Gli appuntamenti decisivi ci raggiungono nei luoghi del nostro vivere ordinario, e quindi mentre lavoriamo (lavorare è importante anche per questo). Possiamo partecipare a mille liturgie, fare cento pellegrinaggi e decine di ritiri spirituali, e così vivere esperienze splendide; ma gli eventi che veramente ci cambiano accadono nella quotidianità, quando senza cercarla né attenderla, una voce ci chiama per nome nei luoghi umili del vivere. Facendo i piatti, correggendo un compito, guidando un tram. O pascolando un gregge, nei pressi dei roveti che bruciano nelle nostre periferie.
Tutta la prima parte della vita di Mosè è all’insegna della normalità. Le vocazioni bibliche non sono spettacolari, né legate alla straordinarietà dei chiamati né al loro merito (chi ama la "meritocrazia" non trova alleati nella Bibbia). Mosè non è scelto perché buono o migliore degli altri uomini. Come Noè, è chiamato a costruire un’arca di salvezza: «Dio gridò a lui dal roveto: "Mosè, Mosè!". Rispose: "Eccomi!". Riprese: "Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!". E disse: "Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe"» (3,4-6).

Un altro grido, questa volta di Dio, che Mosè sa ascoltare; una voce alla quale crede, riconoscendola senza conoscerla. Mosè, infatti, non era stato educato nella sua gente. Era cresciuto con gli egiziani (da cui aveva preso il nome), poi aveva vissuto presso un popolo straniero e idolatra. Non aveva ascoltato le storie dei patriarchi nelle lunghe sere sotto la tenda. Forse gli stessi nomi di Abramo, Isacco, Giacobbe, gli dicevano poco, o niente. Di chi era allora quella voce che gli parlava dal roveto? Come distinguerla dalla voce dei tanti dei che popolavano la terra di Madian? Diversamente dai patriarchi, Mosè dialoga direttamente con Dio, ci discute, gli domanda il nome (JHWH), vuole dei segni, recalcitra, e infine parte: «Va’! Io ti mando dal faraone. Fa’ uscire dall’Egitto il mio popolo, gli Israeliti!». Mosè dice a Dio: «Chi sono io per andare dal faraone e far uscire gli Israeliti dall’Egitto? … Non mi crederanno, non daranno ascolto alla mia voce» (3,9-11; 4,1). Dio allora gli dà dei segni (4,2-9), ma Mosè non è ancora convinto: «Perdona, Signore, io non sono un buon parlatore» (4,10). Ora Mosè mette in discussione la sua capacità di svolgere il compito. Non sa parlare, forse è balbuziente («sono impacciato di bocca e di lingua»), mancante quindi del principale strumento del profeta. Dio lo convince dicendogli che il primo e vero strumento del profeta non è la bocca, ma la sua persona: la voce gliela presterà suo fratello Aronne: «Tu gli parlerai e porrai le parole sulla sua bocca» (4,15). E così, «Mosè partì» (4,18).

In questo dialogo ci si svela una dimensione essenziale di ogni autentica vocazione profetica (ogni vocazione, se è autentica, è anche profetica). Non sono i mezzi verbali né le tecniche comunicative a dare contenuto e forza alla profezia. Ci sono profeti che hanno salvato e salvano molti senza saper né parlare né scrivere, che hanno parlato e scritto parole di vita. La profezia è gratuità, e la sua prima espressione è riconoscere che la vocazione che si è ricevuta è tutto dono, non un proprio manufatto. È eccedenza, e chi è chiamato non è il padrone della voce. La sola parola necessaria al profeta è «Eccomi».

Il parlare eloquente spesso accompagna i falsi profeti, i sofisti che usano talenti e tecniche per manipolare gli altri e le promesse. Cembali risonanti. La percezione soggettiva (e a volte oggettiva) della propria inadeguatezza a svolgere il compito cui si è chiamati, è il primo segnale dell’autenticità di una vocazione. Dubitare della propria voce è essenziale per credere alla verità della Voce che ci chiama. Occorre allora guardare con sospetto chi attende di essere inviato a salvare qualcuno perché si è formato a tale scopo, ha appreso il "mestiere del profeta" e si sente pronto per esercitarlo. Mosè riconosce quella voce difficile come una voce buona di salvezza. In tutto il suo dialogo non mette mai in discussione la verità della voce che lo chiama. Saper riconoscere la voce buona che ci parla negli incontri decisivi della vita è una capacità che possediamo, che fa parte del repertorio dell’umano. Quando arriva, quella voce è inconfondibile. Possiamo non rispondere, negarla perché ci chiede cose scomode, tapparci le orecchie e l’anima, ma la riconosciamo sempre.
Questo dialogo ci dice molto anche del Dio biblico: non è un sovrano che dà ordini ai suoi sudditi. È il Dio dell’Alleanza, che dialoga, ci convince, si arrabbia, argomenta. È un "logos". E ha bisogno del "sì" di Mosè per agire nella storia; come ai tempi del diluvio, per salvare il suo popolo ha bisogno della risposta di un uomo. Ha bisogno di diventare amico e compagno dell’uomo - senza le grandi vocazioni bibliche, e senza le vocazioni che continuano a riempire la terra, Dio sarebbe troppo lontano. La grande vocazione di Mosè ci dice allora che per tornare liberi non è sufficiente trovare la forza e la fede per gridare il nostro dolore dal profondo delle nostre schiavitù. Non basta neanche che questo grido di dolore sia raccolto dal Cielo («Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido»: 3,7). Per uscire dalle schiavitù profonde e da quelle collettive c’è bisogno che qualcuno risponda "sì" a una vocazione di liberazione di altri.

Mosè è l’immagine, la più grande, di chi è chiamato a liberare altri dalle schiavitù, senza essere egli stesso schiavo. Mosè non è ai lavori forzati in Egitto, ma è un lavoratore emigrato e salariato nella terra di Madian. È però parte del popolo oppresso, un suo figlio, un fratello. Si trova fuori dalla "buca" dove sono precipitati gli altri, e così può liberarli. Non è schiavo ma soffre per la condizione di schiavitù dei "suoi fratelli", al punto di uccidere un egiziano che aveva colpito uno di loro.
Non liberiamo nessuno se prima non sentiamo nella nostra carne il dolore per la sua sofferenza. Gandhi, Madre Teresa, Don Oreste, e migliaia di altri ’liberatori’, sono stati capaci di rispondere un giorno «Eccomi» a una chiamata di liberazione di altri, perché prima avevano sofferto e sentito il dolore per la condizione di schiavitù del loro popolo. Erano fuori dalla fossa, ma soffrivano per e con chi era dentro, si sentivano parte dello stesso popolo, provavano veramente lo stesso dolore.

Non sono i faraoni a liberarci dai lavori forzati. La liberazione degli oppressi viene dagli oppressi: dal popolo, da un suo figlio, da un "fratello" naturale o da chi diventa fratello per vocazione – fratelli si può diventare. Senza provare indignazione, dolore, mal di cuore e di anima, per la sorte dei nostri fratelli oppressi da qualsiasi forma di "schiavitù", senza vivere esuli per fuggire dai faraoni, senza rischiare di finire in tribunale per le denunce dei potenti (e spesso finirci realmente), non si libera nessuno - e qualche volta si scopre che i "liberatori" erano sul libro-paga dei faraoni. Gli imprenditori o i politici che hanno liberato e liberano veramente poveri dalle trappole in cui si trovano, sono quelli che hanno provato dolore spirituale e fisico incontrando e abbracciando gli abitanti delle periferie del mondo. Si sono sentiti solidali, qualche volta sono diventati loro fratelli, e quando hanno udito forte una voce sono stati capaci di diventare altro, di rispondere e di partire. Senza questi dolori, abbracci, ascolti, fraternità, si può fare forse un po’ di filantropia o lanciare una campagna mediatica. Ma le vere liberazioni nascono da un grido, da un ascolto, da un dolore, e da un «Eccomi».

Non vediamo abbastanza liberazioni perché non gridiamo abbastanza, o perché non riusciamo a gridare al posto di chi non ha più la forza di gridare. Ma il mondo soffre soprattutto per mancanza di persone che sanno soffrire per il loro popolo oppresso, ascoltare la voce buona, lasciarsi convertire, e poi rispondere. Soffrire per le ingiustizie che ci circondano è un’alta forma di amore-"agape", la premessa di ogni liberazione.
Ci sono molte spine che ardono nelle periferie dei nostri pascoli. Bruciano da anni, da secoli, e non si consumano mai. Da esse partono voci che ci chiamano, che attendono il nostro «Eccomi».

Friday 29 August 2014 07:10

Sempre per servizio (non per carriera)

«Pastori con l’odore delle pecore». La frase che il Papa ripete spesso ai sacerdoti per raccomandare loro di essere vicini alle persone – e che vale vieppiù per i vescovi – è anche la stella polare di cui avvalersi per
interpretare la duplice scelta operata ieri da Francesco all’interno dell’episcopato spagnolo. Un cardinale attualmente alla guida di un dicastero di Curia, nominato arcivescovo di Valencia – Antonio Cañizares Llovera, finora prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti –; e l’attuale arcivescovo valenciano, Carlos Osoro Sierra – che pratica nella sua diocesi quello stile di 'Chiesa in uscita' tanto caro a Bergoglio –, trasferito a Madrid. Sarebbe facile, infatti, seguendo la vecchia (e spesso davvero miope) scuola di pensiero che ha sempre guardato a questo tipo di decisioni papali in termini di 'carriera', emettere giudizi sommari sulla base dell’assioma secondo cui un incarico al vertice di un dicastero di Curia costituisce per un ecclesiastico una sorta di 'dorato' capolinea che non prevede il ritorno al servizio in diocesi, evidentemente considerato di rango inferiore.
Sarebbe facile, se il magistero e l’esempio di Francesco non dimostrassero l’esatto contrario. Il Papa, infatti, sta attuando anche da questo punto di vista un cambiamento di stile in continuità di fondo con quanto operato da Benedetto XVI (ricordiamo a tal proposito il precedente del cardinale Crescenzio Sepe, già prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli e dal 2006 arcivescovo di Napoli). Le scelte di ieri dicono infatti che per il Pontefice non esistono cattedre di serie A o di serie B, ma un unico irrinunciabile servizio a Dio e al suo popolo che si può esprimere in forme, latitudini e incarichi diversi, ma che deve comunque conservare la sua caratteristica di servizio (e non di potere) e che ha alla sua radice la santità di vita. Emblematico sotto questo profilo è il passaggio dell’omelia dello scorso 23 febbraio, quando ai nuovi cardinali del suo primo Concistoro il Pontefice ricordò: «Il cardinale – lo dico specialmente a voi – entra nella Chiesa di Roma, fratelli, non entra in una corte.
Evitiamo tutti e aiutiamoci a vicenda a evitare abitudini e comportamenti di corte: intrighi, chiacchiere, cordate, favoritismi, preferenze. Il nostro linguaggio sia quello del Vangelo: 'sì, sì; no, no'; i nostri atteggiamenti quelli delle Beatitudini, e la nostra via quella della santità». Un brano che si potrebbe leggere in parallelo con i tanti discorsi fin qui rivolti ai confratelli vescovi, da quello programmatico del luglio 2013 all’episcopato brasiliano, all’intervento paradigmatico del maggio di quest’anno all’assemblea della Cei, dove l’accento posto sulla santità di vita del vescovo era accompagnato dalla messa in guardia contro tutta una serie di «tentazioni» che possono distoglierlo dal progredire su questa via. Prima tra tutte «l’ambizione che genera correnti, consorterie, settarismo». «Quant’è vuoto il cielo di chi è ossessionato da se stesso», aveva quindi aggiunto il Papa. Mettendo in sostanza una pietra tombale sul 'carrierismo' e sulla mentalità di chi continua a guardare tutto secondo tale ottica.
Un’ulteriore prova viene poi dal discorso alla Curia romana del 21 dicembre 2013, in cui il Papa ricorda che le principali doti di chi lavora nella struttura che assiste il Pastore della Chiesa universale devono essere «la professionalità e il servizio». Salvo poi proseguire subito dopo: «A queste due qualità vorrei aggiungerne una terza, che è la santità della vita. Sappiamo bene che questa è la più importante nella gerarchia dei valori.
In effetti, è alla base anche della qualità del lavoro, del servizio».
Le decisioni di ieri danno a queste affermazioni magisteriali la concretezza dell’applicazione sul campo, che si inquadra – tra l’altro – nell’ampio scenario della riforma della Curia romana, attualmente allo studio da parte del Consiglio dei cardinali appositamente nominato dal Papa. E allora nessuno deve stupirsi se un cardinale di Curia viene inviato alla guida di una diocesi, allo stesso modo in cui nessuno si sorprende quando avviene il contrario. Il cardinale Cañizares, ad esempio, questa strada l’ha percorsa nei due sensi (prima di essere chiamato a Roma era stato alla guida delle diocesi di Avila, Granada e Toledo). Anzi, fonti vicine allo stesso porporato spagnolo fanno notare che era stato lui stesso a chiedere al Papa di tornare in diocesi, nella convinzione – pienamente condivisa con Francesco – che pur con differenti modalità l’importante è essere «pastori con l’odore delle pecore». Perché ovunque si venga chiamati a svolgerlo, c’è un unico irrinunciabile servizio a Dio e al suo popolo.

Friday 29 August 2014 07:09

Non di sola scuola si nutre l'educazione

Più educazione non significa necessariamente più scuola. In questi mesi si è assistito a diversi interventi o vicende che dovrebbero
mettere in guardia da una troppo facile equazione. Che occorra, specie in un momento di tensioni e di creazione di nuovi meticciati, uscire dalla retorica ormai ventennale della 'emergenza educativa' e finalmente intervenire in modo forte in favore della educazione, è fuori di dubbio.
Ma con che disegno generale occorre davvero intendersi, se non si vuole aggravare la situazione. Nei giorni scorsi, su queste colonne, l’insegnante e critico letterario Roberto Carnero indicava alcuni rischi e pregi presenti nel provvedimento sulla scuola promesso dal governo. Tra i rischi, indicava saggiamente una tendenza a metter la scuola, e solo la scuola, al centro del processo educativo dei giovani. Su questa idea si mobilitano risorse e strumenti chiedendo spesso alla scuola stessa di diventare una specie di fornitrice di ogni servizio educativo e anche di intrattenimento. Ma come ci insegnano alcune questioni che oggi campeggiano sui media (ad esempio i disordini di Ferguson, con le violenze commesse e con le tensioni giovanili e razziali che vi esplodono) non è detto che sia la scuola l’unico modo con cui la società si prende cura dei propri ragazzi e di come crescono. Quando si punta in tal modo esclusivo su di essa non è detto che funzioni. Ci sono altri ambiti che vanno sostenuti nel compito educativo su cui la società gioca se stessa.
Innanzitutto le famiglie, vessate da costi e sacrifici. E poi i gruppi, le associazioni, che in questi anni hanno peraltro subito contrazioni di sostegno da parte di ogni tipo di ente. E si guardi anche il grande mondo dello sport. Che coinvolge centinaia di migliaia di ragazzi. Quanta
influenza educativa ha un 'mister' su un ragazzino di 10-15 anni? A volte molto più di una professoressa. E una allenatrice o maestra di danza su una ragazzina? Forse, come si è operato un prelievo di solidarietà sulle cosiddette 'pensioni d’oro' (e si fa balenare e si smentisce l’intenzione di ampliarlo), in ambito sportivo si potrebbe pensare a un prelievo 'per l’educazione' da certi ingaggi stellari...
Basta girare per la strada, vedere quanti ragazzi e ragazzini patiscono la solitudine e l’infantilismo magari con il fuggevole sorriso sulle labbra garantito dai mille sistemi di intrattenimento portatili. Mancano loro occasioni e luoghi in cui adulti li provochino e li seguano in un percorso libero, critico e personale di crescita. Pensare che l’educazione dei ragazzi sia compito quasi esclusivo della scuola è un modo vecchio, inefficace e comodo di pensare.
Infatti, per fronteggiare l’emergenza educativa occorre la disponibilità e la creatività di adulti ben oltre gli insegnanti che lo fanno per mestiere, spesso stressati, altre volte svogliati e non messi in condizione di svolgere il proprio compito al meglio. Per rispondere all’emergenza educativa – e non fermarsi alla retorica di riaffermarla ogni volta –, occorre un nuovo disegno dell’assetto educativo della società, alimentato da pensieri nuovi, da voglia di rischiare e da assunzioni di responsabilità più libere e vaste. Ad esempio, c’è un mondo della cultura – dal teatro, alla musica, dalla letteratura all’artigianato di qualità – che potrebbe esser mobilitato in campo educativo. Esperienze come i Colloqui Fiorentini, il Giffuni Film festival o i vari Atelier delle arti indicano una strada da percorrere. La scuola merita più attenzione e giuste risorse. Ma no, non c’è la caveremo con una pur meritoria ennesima 'riforma'.

Friday 29 August 2014 06:33

Il segno di contraddizione

Il quadro politico internazionale odierno è altamente critico, nel moltiplicarsi di aspri conflitti, ciascuno dei quali capace di destabilizzare in profondità il Pianeta. L’elenco è lungo e coinvolge perfino l’Europa dove, neppure ai tempi dello smembramento dell’ex Jugoslavia, si era mai verificata una situazione potenzialmente così pericolosa, essendo lo scontro tra Ucraina e Russia non più regionale, ma suscettibile di destabilizzare l’equilibrio tra l’intera Unione Europea e la Russia di Putin.
Ma anche oltre i confini europei, l’elenco è drammatico: il conflitto tra Israele e Hamas, la minaccia devastatrice dell’autoproclamatosi Califfato, la cronicizzazione della guerra civile in Siria, le tensioni e le insurrezioni che travagliano o disfano addirittura, come in Libia, i fragili tessuti statali dei Paesi del Nord Africa, le ostilità che spaccano il mondo musulmano, il ritorno dei taleban in Afghanistan e la loro influenza in Pakistan, Paese detentore di potenziale nucleare, le guerre mai sopite in troppe Stati africani, dal Niger al Mali al nord della Nigeria di Boko Haram al riproporsi della guerra civile in Sud Sudan all’indomani di un’indipendenza conquistata dopo decenni di lotte...
La rassegna, incompleta, è terrificante e l’incapacità di trovare soluzioni pacifiche alla maggioranza di tali conflitti è ben esemplificata dalla guerra israelo-palestinese che (malgrado la recente tregua) dimostra a chiare lettere tanto il tragico avvitamento delle logiche fondamentaliste e di contrapposizione identitaria, quanto la sterilità dell’antico adagio si vis pacem para bellum. Gli arsenali di Israele sono e saranno –fino a quando tuttavia? – in grado di proteggerne la sopravvivenza, ma non certo di assicurare la pace, mentre la strategia della tensione di Hamas ne causerà la resurrezione politica ma a costo di distruzioni e di perdite tali di vite umane tali da mettere in pericolo la sopravvivenza stessa dei palestinesi come popolo.
Tanta violenza autodistruttiva va ricondotta principalmente a due paradigmi culturali che spesso si intrecciano tra loro: fondamentalismo e nazionalismo, spesso moltiplicati nei loro effetti da corposi interessi economici e declinati come violente affermazioni identitarie. Abituati come siamo a vivere in contesti altamente secolarizzati e desacralizzati, dobbiamo chiederci che cosa provochi la trasformazione di sentimenti religiosi nella direzione distruttiva del fondamentalismo per trovare la ragione di una delle grandi e più trascurate tragedie del nostro tempo: il rinnovarsi apparentemente privo di motivazioni, ma sempre più diffuso, di drammatiche violenze contro i cristiani, ridiventati da tempo i credenti più perseguitati al mondo.
La religione diviene fondamentalismo quando, invece di indicare all’uomo la strutturale carenza della sua natura e la necessità di aprirsi all’ulteriorità della trascendenza – dimensione nella quale solo si radica in modo convincente l’uguaglianza fraterna degli esseri umani, tutti creati per e dall’amore universale che costituisce il senso e il fine di e per ciascun uomo – pretende di stabilire nella storia un regime assoluto di verità. Da questo e su questo soltanto scaturirebbe il bene di popoli, individui, relazioni, Stati.
Con ciò si nega la natura stessa della religione, il cui etimo dice la sua funzione di legame – mai completamente realizzato, sempre
perfezionando
– tra immanenza e trascendenza, e si pretende, invece, di fissare
nella storia
la realizzazione di un modello esemplare dalle pretese salvifiche per il qui e l’ora mentre l’al di là diviene tanto più lontano, quanto più forti e immediate si fanno le pretese politiche. È evidente che, in questo quadro, non vi è spazio per i cristiani, destinati, come avviene in Medio Oriente, in Pakistan, in Nigeria, a essere espunti violentemente come corpi estranei da tali sistemi politico-religiosi. Essi, infatti, sono i testimoni scomodi di un modello di umanità – quello di Cristo – che indica con estrema chiarezza la radicale insufficienza del mondo e delle sue pretese salvifiche, rivendicando un’identità che per l’appunto non discende da un sistema politico e politico-religioso, ma,
in primis, dalla somiglianza ontologica con il Figlio dell’Uomo.
Nello stesso modo i nazionalismi sfociano nel razzismo o nell’intolleranza quando, invece di custodire e far vivere creativamente la storia, le tradizioni, i costumi di un popolo, consapevoli del valore identitario e delle ricchezze che vi sono racchiuse,
ma anche dell’evoluzione che le future generazioni e il mutare delle relazioni internazionali imprimeranno loro, perdono la consapevolezza della inevitabile settorialità che contraddistingue la storia di ogni popolo rispetto ad altre e diverse tradizioni. Questa consapevo-lezza, chiaramente conservata dal senso comune che, nelle più banali storielle sulle caratteristiche salienti e ridicole di ciascun popolo, ne fotografa scherzosamente la ricca diversità, dovrebbe, invece, essere presente alla coscienza di ciascun popolo a fondamento della reciproca tolleranza e rispetto.
Il ruolo dei cristiani oggi, è più che mai singolare segno di contraddizione, stretto tra le pressioni culturali di un orientamento radicalmente antinaturalistico e nichilistico e la violenta rinascita di fondamentalismi intrisi di nazionalismo. Tuttavia, la richiesta crescente di recupero di significati universalizzanti - a superamento dell’eccesso di individualismo autoreferenziale che ha dominato l’orientamento globale degli ultimi decenni - sembra dischiudere proprio per loro, magari a costo del loro sangue, un ruolo di fondamentale responsabilità, culturale e personale.

Thursday 28 August 2014

Ma a 9 anni è meglio "impugnare" bambole invece che mitragliette

La follia viaggia ben accompagnata. Nella tragedia accaduta ieri a Lake Havasu City, in Arizona, le follie sono almeno quattro. La follia dei genitori della piccola Jane (nome di fantasia), di 9 anni appena, che la portano con loro al poligono di tiro e decidono che è bello, divertente, istruttivo farle provare una mitraglietta Uzi. La follia (e la dabbenaggine) del povero istruttore che accetta di addestrare Jane, la quale spara, ma il rinculo dell’arma fa ruotare il mitra verso la testa dell’uomo: il colpo successivo lo raggiunge e lo uccide. La follia di una cultura delle armi che genera incidenti, lutti e rovina. 

C’è poi una quarta follia che schizza dall’Arizona e contagia e lorda il mondo intero. La follia che corre sul web tramite i social network. La scena del poligono di tiro è stata filmata. E il film di Jane che spara e del suo istruttore che muore si disperde come mille coriandoli al vento, impossibili da riafferrare. Perché? Perché sentire il bisogno di esibire l’orrore? 

Perché mostrare incidenti mortali, teste mozzate, orrori assortiti? Per intenerire i cuori meno sensibili o per indurire anche quelli più teneri? Che cosa aggiunge l’esibizione dell’orrore alla verità? 

Verrebbe da chiamare tutto ciò con un termine brutale: pornografia (anche se per fortuna il video è stato fermato un attimo prima dell’uccisione). C’è la pornografia in senso stretto, quella che
esibisce i corpi che si accoppiano. E la pornografia in senso lato, che esibisce i sentimenti più personali e ne fa compravendita, di cui la tv è maestra: pianti, lacrime, abbandoni e riconciliazioni. I nostri momenti più intimi comprati e venduti, come se fosse l’unico modo per farli esistere davvero. 

Ma più malefica e furbastra è l’esibizione dell’orrore. Ci fanno credere che evitarla, distogliendo lo sguardo, sia un atto di insensibilità. «Guarda qua e convidivi!» è il verbo del web. Vogliono farci credere che la scelta del pudore sia censura. In realtà viene solleticato il mostro che dorme dentro di noi e che è attratto dall’orrore.  Lo stesso mostriciattolo che ci spinge a rallentare in autostrada quando incrociamo un incidente stradale, e che ci paralizza davanti al sangue: agghiacciati dall’orrore, impossibilitati dal distogliere lo sguardo. Tutto ciò non ci rende migliori, semmai peggiori, non ci sensibilizza ma ci anestetizza. E allora a che cosa serve? 

Non serve a nulla, se non a far aumentare i “contatti”, i “mi piace”, ringalluzzendo l’ego di chi l’orrore lo sbatte in rete. Sono così sensibili, gli spacciatori di orrore, da non pensare alle vere vittime. A Jane. Tra qualche anno è inevitabile che il ricordo di quel giorno al poligono riaffiorerà. Ed è possibile, anzi probabile, che rivedrà se stessa “ammazzare”, senza colpa alcuna, un uomo. Quel giorno, la pornografia spacciata per verità avrà compiuto il suo ultimo, estremo delitto. Nel frattempo, i suoi genitori si saranno forse chiesti se non sarebbe stato meglio mettere in mano a Jane una bambola o un orsacchiotto, affinché lei riversasse su di loro il proprio desiderio di cura, e imparasse ad amare. Altro che sparare.

Thursday 28 August 2014 06:45

Un passo necessario

Pare dunque essere diventata una questione di “tempi”. O forse negli ultimi vent’anni lo è sempre stata. Complice la gelata primaverile del Pil e un’Italia di nuovo in recessione, il tema “priorità del Paese” ha coagulato il dibatto politico-economico di questa breve estate. Sollevando un quesito di fondo a elevata intensità amletica: gettare per prima cosa le fondamenta delle riforme istituzionali e completare poi, in un secondo momento, quelle economiche finora solo abbozzate? O meglio invertire l’ordine? Spendere subito il dividendo elettorale per cambiare il Palazzo – come da agenda governativa – o puntare soprattutto a rimettere l’economia in carreggiata nei “mille giorni”? Per la scuola di pensiero che “con il nuovo Senato non si mangia” la tabella di marcia dell’esecutivo è sballata. Renzi avrebbe dovuto varare immediatamente e a colpi di fiducia un corposo – e costoso, sul piano politico – programma economico da presentare a Bruxelles quale merce di scambio per allentare le cinghie del Fiscal Compact. E solo dopo cimentarsi con il superamento del bicameralismo perfetto e le nuove regole di voto.

All’opposto, c’è chi non solo contempla e “pesa” l’impatto economico immediato delle riforme istituzionali: le considera, anzi, struttura indispensabile sulla quale provare a erigere tutto il resto. A questo filone sottende una nuova scuola di pensiero economico ben rappresentata dal libro “Perché le nazioni falliscono, alle origini di prosperità, potenza e povertà” scritto dall’economista del Mit Daron Acemoglu e dal politologo di Harvard James Robinson. Prendendo, fra i tanti, quali esempi la città di Nogales, divisa fra Messico e Stati Uniti, o il 38° parallelo che separa le due Coree, Acemoglu e Robinson ricostruiscono come nella storia centenaria dell’economia moderna il successo di un Paese dipenda quasi sempre dalle regole istituzionali e giuridiche che si è dato.

Ebbene: il presidente del Consiglio, che pure non intende rinunciare a muovere le sue pedine anche sulla scacchiera dell’economia (e in questo senso gioca una cruciale partita in Europa), sembra condividere questo approccio istituzionale. Reputando, in sostanza, fattibili riforme economiche profonde come quelle di cui ha bisogno il Paese solamente qualora vengano incardinate in un assetto politico-istituzionale diverso da quello della Prima e della cosiddetta Seconda Repubblica. Impostazione condivisa dallo stesso ministro dell’Economia: Pier Carlo Padoan ritiene infatti – e lo ha più volte ribadito – che le riforme istituzionali garantiscono la semplificazione del processo legislativo e la certezza della durata dei governi.

Condizioni preliminari, queste ultime, per interventi strutturali come la riforma di una burocrazia cresciuta smisuratamente di peso negli anni della debolezza della politica, l’abbattimento della pressione fiscale e la profonda riorganizzazione del mercato del lavoro. Interventi che richiedono tempi politici lunghi non solo per essere “cantierati”, ma anche per dispiegare il loro effetto. In fondo la scommessa di Renzi è provare a costruire una macchina nuova, non a ripararne il motore.
C’è tuttavia una riforma che potrebbe mettere d’accordo tutti sulla questione “tempi”, sia i fautori dell’emergenza economica sia i sostenitori del riassetto istituzionale: quella del titolo V della Costituzione. Il “federalismo” sbilenco e rissoso che ha scatenato un conflitto dai costi economici oramai insostenibili tra potere centrale e poteri periferici. Considerare proprio tale riforma una priorità – e accelerarne pertanto la ricalibratura all’interno dei lavori in corso sulla seconda parte della Legge fondamentale dello Stato – significherebbe intervenire da subito e in profondità su ampie porzioni sclerotizzate del corpo economico italiano: dal Fisco al lavoro, passando per la spesa pubblica. 

Qualche esempio in materia: il federalismo fiscale ha prodotto dal 1997 a oggi un aumento della tassazione locale pari al 191% contro il 42% di quella centrale (secondo un’elaborazione dell’Ufficio Studi Cgia di Mestre su dati Istat e Mef). Ma il decentramento di parte delle funzioni dallo Stato alla periferia non è riuscito a frenare la spesa pubblica, che ha continuato a crescere in misura superiore alle entrate, tanto che quest’anno – secondo le proiezioni – saranno versati quasi 700 miliardi di tasse e contributi sociali contro una spesa al netto degli interessi di 726 miliardi di euro. E che dire dei milioni di cittadini tuttora ignari sull’esborso previsto a metà ottobre per la Tasi, nuova Tassa sui servizi indivisibili, visto che finora solo 3.625 sindaci su 8.000 hanno pubblicato la delibera di competenza sul portale ufficiale delle Finanze? Peccato che nel frattempo quegli stessi cittadini abbiano iniziato a ricevere il conto della tariffa Tari sulla produzione di rifiuti, seconda gamba della nuova Iuc, Imposta unica comunale, che inglobando anche l’Imu sul possesso degli immobili a esclusione della prima casa è diventata una “Service Tax”.

Quasi un rompicapo che calpesta ogni diritto stabilito dallo Statuto del contribuente. Difficile infine e per chiunque digerire il fatto che 1.424 partecipate degli enti locali – società pubbliche, quindi – brucino risorse degli italiani invece di generarle come in passato è anche stato e come oggi sarebbe ancor più possibile. Il presidente del Consiglio sembra avere bene in mente quanto sia urgente sbrogliare questa matassa in cui s’intrecciano nodi istituzionali ed economici, morali e di civiltà. Ma molto dipenderà dal “ritmo” che sceglierà d’imprimere all’orchestra. Naturalmente il pubblico non sono le élite culturali che discettano di priorità, né i suggeritori interessati di (s)vendite frettolose anche di servizi essenziali, né i partiti di maggioranza o di opposizione e nemmeno l’inafferrabile Europa: sono le famiglie italiane. E la musica che a queste più servirebbe, oggi, è buona musica capace di far passare la paura.

Thursday 28 August 2014 06:39

Resta la verità del matrimonio

dagostino fSi moltiplicano a dismisura, nei mass-media, le attestazioni di simpatia, se non di vera e propria promozione, nei confronti dei movimenti omosessuali, bisessuali, transgender, quelli insomma che amano essere ricompresi sotto l’etichetta Lgbt, ormai ben conosciuta da (quasi) tutti. Citiamo alcune attestazioni tra le più recenti (e più indicative): la decisione del segretariato generale dell’Onu di riconoscere lo statuto di coniugi ai propri dipendenti omosessuali che lo richiedano e che vivano vita di coppia e l’annuncio da parte di una notissima catena di ristorazione (perché citarne il nome? non ha certo bisogno di ulteriore pubblicità) di commercializzare un panino ‘arcobaleno’, che dovrebbe avere un particolare successo presso tutti coloro che utilizzano appunto i colori dell’arcobaleno come emblema della loro polimorfa identità sessuale.

Ho citato intenzionalmente due esempi molto distanti tra loro e di diversissimo rilievo sociale, per mostrare quanto sia dilagante nel mondo occidentale la perdita di spessore del matrimonio uomo-donna e della famiglia che su questo matrimonio (e su di esso soltanto) si fonda. Non possiamo certo restare indifferenti di fronte a questo fenomeno. Ma come fronteggiarlo? Adottando le stesse metodologie dei movimenti Lgbt (manifestazioni di piazza, boicottaggi commerciali, pressioni mediatiche)? Possiamo anche farlo, a condizione però di non considerare queste e altre simili iniziative come prioritarie o risolutive. I compiti davvero urgenti che ci aspettano e di cui dobbiamo farci carico sono altri e li sintetizzerei in tre punti.

Punto primo (il più difficile!). Dobbiamo assumere adeguata consapevolezza di quali siano le cause del recente e inaspettato successo dei movimenti Lgbt. Sono cause ben più complesse di quanto non si creda comunemente. Per capirle tutti devono abbandonare atteggiamenti emotivi e cognitivamente sterili: l’ostilità, il disprezzo, il sarcasmo, il disgusto non aiutano e anzi possono indurre a cedere a estremismi ideologici ingiustificabili (si è letto perfino che dietro questi movimenti ci sarebbe l’azione di gruppi satanisti!). Solo quando avremo capito che il problema degli omosessuali, bisessuali, transgender, ecc. è solo apparentemente sessuale, mentre è in realtà un serissimo problema identitario e generazionale, riusciremo a entrare in possesso dei necessari strumenti cognitivi adeguati per fronteggiare questo nuovo ‘paradigma’ e mostrarne l’inconsistenza.

Secondo punto. Va evitata la confessionalizzazione della questione, non perché essa non abbia un rilievo religioso, ma perché la difesa del matrimonio e della famiglia eterosessuale è un problema in prima battuta antropologico, che coinvolge allo stesso titolo credenti e non credenti, uomini di tutte le culture e di tutte le tradizioni.

Terzo punto (che concerne in particolare il nostro Paese). Va depoliticizzato il dibattito sul gender e vanno smentiti coloro che in nome di un malinteso progressismo ideologico si ritengono obbligati a battersi per la legalizzazione del matrimonio omosessuale. La posta in gioco non concerne pretese nuove frontiere di diritti civili, ma l’individuazione nel matrimonio eterosessuale e generativo dell’unica istituzione giuridico-sociale in grado di garantire un corretto rapporto intergenerazionale.

È molto faticoso riportare le riflessioni su questi tre punti cruciali, in una società come la nostra, caratterizzata da impressionanti fragilità teoretiche e dall’emergenza di emotivismi di ogni tipo. Ma bisogna riuscire a farlo, perché le buone ragioni non si fanno strada gridando più forte di colui che non la pensa come noi, ma invitandolo a pensare assieme a noi sulla verità delle cose, con onestà e apertura mentale. E la verità delle cose, rispetto all’ideologia, ha questo vantaggio: è resistente e non può, nemmeno alla lunga, essere falsificata.

Francesco D’Agostino – Avvenire, 28 agosto 2014

Wednesday 27 August 2014

Lo stupore che io sogno

​Eccoci nuovamente alla vigilia di un nuovo piano di rilancio della scuola, come annunciato dal premier Renzi. Verrebbe da dire l’ennesimo. Ma forse non è più il caso (e il tempo) di cedere al pessimismo o all’idea che comunque alla fine "nulla cambierà". E allora vale la pensa di sognare ancora una volta (non ci si può stancare di farlo) la scuola nella quale sperare per rilanciare un sistema che è fondamentale per il futuro del Paese.

Immagino lo stupore se questo piano di rilancio ponesse davvero al primo posto i docenti, in cattedra e aspiranti. Serve un sistema capace di valorizzarli: di premiare i capaci e  meritevoli e, nello stesso tempo, di spronare chi ha perso motivazioni ed entusiasmo. Il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini ha parlato di merito e di percorso di formazione nuovi per i futuri docenti. Bene. Soprattutto se guarderà a un percorso di formazione degli aspiranti prof che in corso d’opera verifichi non solo la preparazione, ma anche il saper insegnare.
Soltanto così la scuola può tornare a essere "fucina" nella quale costruire il futuro della nostra società. Servono, perciò, piani di studio calibrati in considerazione dei tempi attuali, senza dimenticare però che servono basi solide (gli "antichi" saper leggere, scrivere e far di conto) anche per affrontare le novità. Troppo spesso si parla della necessità di fare informatica sin dalle elementari, ma poi ci si dimentica che molti adolescenti nelle prove internazionali dell’Ocse-Pisa raggiungono scarsi risultati nella comprensione di un testo in italiano.

Nella scuola in cui spero un posto lo occupa la formazione professionale, vittima di stereotipi e pregiudizi. Premesso che anche in passato l’Italia ha beneficiato delle capacità di molti ragazzi passati da quei centri, oggi la formazione professionale deve recuperare davvero un ruolo paritario con il percorso scolastico tradizionale. "Imparare facendo" non è uno slogan, ma una realtà educativa che ha già dimostrato di essere fertile di successi e di motivazioni.

In questi anni sulla scuola e sui docenti si sono riversate una marea di "educazioni", complice la frequente latitanza della famiglia. Spero, invece, che la scuola possa tornare a essere il luogo dell’inclusione (si pensi agli studenti provenienti dall’estero e a quelli disabili) là dove non si lascia solo e indietro nessuno (sostenendo i meritevoli e aiutando chi è in difficoltà). Un’utopia? Non credo. La scuola al suo interno ha donne e uomini disposti a mettersi in gioco tutti i giorni, con passione e dedizione verso i ragazzi a loro affidati. Si tratta di riconoscerlo, di sostenerli e di attuare davvero l’autonomia scolastica, in cui ogni istituto diventi protagonista del proprio lavoro. Così il sogno può diventare realtà.

Wednesday 27 August 2014 07:22

Dall’antropocentrismo al neurocentrismo

cervello uomo“L’uomo è la misura di tutte le cose” affermava il sofista Protagora già nel V secolo a.C., testimoniando così la tendenza , antica quanto la filosofia, a mettere al centro della riflessione etica, ontologica ed epistemologica gli esseri umani ed il loro agire. Da allora, la prospettiva dell’antropocentrismo ha guidato, con accenti diversi, il cammino delle civiltà euroasiatiche praticamente fino ai nostri giorni, resistendo a svariate critiche. Neanche Charles Darwin (XIX sec.), che con la sua teoria evoluzionista ha sicuramente sferrato all’antropocentrismo il colpo più duro, è riuscito di fatto a distogliere il focus dalla centralità dell’essere umano nella conduzione della storia. Tantomeno le correnti ambientaliste contemporanee più spinte (antispecismo, ecologia profonda) o moderate (cultura “green”, sviluppo sostenibile), riescono a proporre per la loro  visione etica un fondamento in ultima analisi diverso dall’uomo e il suo benessere. Insomma, l’antropocentrismo nella sua accezione più generale, da più di venticinque secoli, continua a contraddistinguere ed ispirare la civiltà globale contemporanea. Ma anch’esso evolve e conosce mutamenti interpretativi, dovendo fare i conti con uno dei fattori di maggiore impatto del mondo attuale, l’inarrestabile ed esponenziale sviluppo delle scienze sperimentali applicate all’uomo, e tra queste, in particolare, le neuroscienze. I crescenti risultati ottenuti da queste discipline, infatti, spingono a verificare ed affinare le differenti visioni antropologiche, spostando progressivamente l’accento sulla centralità del cervello umano.

E man mano che le conoscenze sul cervello si accrescono, rivelando aspetti inediti del suo ruolo nelle diverse attività umane, all’interesse degli scienziati si aggiunge anche quello degli antropologi e dei filosofi, sempre più interessati ad interpretare l’eventuale rapporto di interconnessione tra attività cerebrali e “mente” (pensiero, coscienza, spiritualità).

Ma torniamo alle neuroscienze. Specialmente negli ultimi dieci anni si è registrato un imponente avanzamento delle conoscenze in questo affascinante settore della medicina, anche grazie allo sviluppo di nuove e sofisticate tecniche di neuroimaging funzionale, di primaria importanza per le neuroscienze cognitive e la neuropsicologia, oltre che per la clinica e la diagnostica neurologica, consentendo lo studio delle alterazioni encefaliche conseguenti a patologie traumatiche, oncologiche, vascolari e neurodegenerative.

Negli ultimi anni, l’impiego di queste metodiche si è concentrato sull’effettuazione dei cosiddetti studi di “attivazione”,  che permettono di individuare le aree del cervello attivate quando il soggetto compie un determinato compito, fornendo una chiave interpretativa del complesso rapporto tra comportamento, emozioni, funzioni cognitive e substrato neuronale.

L’attenzione allo studio del cervello umano ha ovviamente attratto anche gli interessi internazionali. Gli Usa per primi hanno deciso di investire cospicue risorse per promuovere studi in questo settore così affascinante. “The Decade of the Brain”, il decennio del cervello, così fu denominata la campagna promozionale promossa negli Usa, dal 1990 al 1999, dall’amministrazione Bush (padre), finalizzata ad accrescere nell’opinione pubblica la consapevolezza dei potenziali benefici derivanti dalle ricerche sul cervello umano. Ed è dell’inizio del 2013 la notizia (The New York Times) che l’amministrazione Obama ha stanziato ingenti fondi (si parla di 300 milioni di dollari l’anno) per finanziare per i prossimi dieci anni un’imponente ricerca scientifica, di presunto impatto pari a quello del Progetto Genoma Umano nel settore della genetica, il cui scopo è disegnare la mappa il più possibile completa delle attività del cervello umano nelle sue distinte aree.

Insomma, senza bisogno di scomodare profezie, ce n’è abbastanza per concludere che per i prossimi dieci anni, il tradizionale antropocentrismo, riferimento stabile del pensiero e dell’etica per tanti secoli, avrà sempre più i connotati di un “neurocentrismo”. Ma, occorrerebbe domandarsi, con quali conseguenze?

Maurizio Calipari – Sir, 19 agosto 2014

Tuesday 26 August 2014

Animali o macchine?

antonio rosminiSi intitola ‘Uomini, animali o macchine? Scienze, filosofia e teologia per un nuovo umanesimo’ il XV Corso dei Simposi Rosminiani che si apre domani alle 16  al Collegio Rosmini di Stresa (Verbania), organizzato con il sostegno del Servizio nazionale per il progetto culturale della Cei.

La prolusione, su ‘La sfida del post­umano all’umanesimo che nasce dalla fede’, sarà tenuta da Giuseppe Lorizio. Il programma, che si chiude sabato mattina, vede come relatori il vescovo Nunzio Galantino, segretario generale della Cei (‘L’attualità del personalismo rosminiano nel contesto del post-umanesimo’), l’arcivescovo Ignazio Sanna (‘L’antropologia teologica e gli interrogativi delle neuroscienze’), Claudio Vittorio Grotti (‘La mente violata: la sfida delle neuroscienze’), Francesco Miano (‘Filosofia e neuroscienze: la ragione, la responsabilità, il sentire’), Angelo Montanari (‘Libertà, coscienza e macchine’), Augusto Vitale (‘La sperimentazione animale e il caso dei primati non umani’), Carlo Cirotto (‘Chi inventò la ruota? Le curiose scoperte della biologia molecolare’), Giandomenico Boffi (‘Scienza, tecnica, e homo sapiens sapiens’), Maria Grazia Marciani (‘Coscienza e volontà nella prospettiva delle neuroscienze’), Umberto Muratore (‘L’ontologia rosminiana di fronte alle sfide della scienza odierna’) e Anna Gonzo, che presenterà il primo volume della Biblioteca di Antonio Rosmini.

Andrea Galli – Avvenire, 26 agosto 2014

Tuesday 26 August 2014 06:42

Umanesimo fra bionica e robot

umanesimo robotJustin ha solo pochi anni di vi­ta, ma si allena quotidiana­mente per raggiungere l’obiet­tivo per cui è nato: poter ope­rare sui satelliti in orbita, per controllarli e alla bisogna ripa­rarli. Agisce in base a comandi esterni, teleguidato, ma dovrà diventare sempre più autonomo. Un po’ come lo si vede già fare in cucina, dove è in grado di prepararsi da solo una tazza di caffè, spo­standosi con le sue piccole ruote e affer­rando tazza e cucchiaino con la sue ma­none d’acciaio. Molto ci si attende da lui, anche nelle sue prestazioni sulla Terra, perché è un pargolo speciale: fa parte di una nuova famiglia di robot umanoidi svi­luppata dal Centro aerospaziale tedesco, una delle punte avanzate della robotica a livello mondiale.

Justin è un piccolo ma sorprendente e­sempio di quella tecnologia che si avvici­na a passi accelerati all’’umano’: una frontiera affascinante e rivoluzionaria, spiega Angelo Montanari, del diparti­mento di Matematica e informatica del­l’Università di Udine, di cui fa parte an­che la bionica. Ovvero «non più la sosti­tuzione dell’uomo con il robot, ma uomo e macchina come sistema integrato, con l’obiettivo di impiantare all’interno del corpo umano dei dispositivi artificiali. Fra quelli correntemente in uso o in avanza­ta fase di sperimentazione, finalizzati al recupero di capacità percettive o motorie, trovano posto dispositivi per la stimola­zione riabilitativa per la terapia del dolo­re cronico, le protesi utilizzate per com­pensare i canali neurali, gli impianti per la neurostimolazione, gli impianti cocleari, gli impianti retinici ecc.».

Di questi avanzamenti scientifici e delle loro ricadute antropologiche si parlerà in modo approfondito a Stresa ( Verbania) da domani a sabato, alla presenza di quasi duecento studiosi provenienti da tutta I­talia: matematici, medici, biologi, filosofi e teologi. L’ambito è il Simposio rosmi­niano, l’appuntamento che si tiene inin­terrottamente dal 1967, quando prese il via con il nome di ‘Cattedra Rosmini’ per iniziativa del grande filosofo Michele Fe­derico Sciacca, che voleva riportare ap­punto la voce di Rosmini nel dibattito cul­turale, e che continua a essere organizza­to dal Centro internazionale di Studi ro­sminiani.

A fare da anfitrione, oltre che a interveni­re come relatore, sarà don Umberto Mu­ratore, direttore del Centro internaziona­le. Una sorta di ‘rappresentante’ ufficia­le del beato Rosmini, il cui pensiero po­trebbe apparire estraneo ai problemi sul tappeto: se ci fu una temperie in cui il bea­to di Rovereto visse e con cui si misurò fu quella dell’idealismo, lontana dall’exploit delle scienze e del positivismo di fine Ot­tocento. Ma, spiega don Muratore, per Ro­smini «l’idealismo non è che una versio­ne sofisticata del sensismo, perché le pre­messe erano identiche. L’idealismo pre­para la strada al nichilismo, riduce la vi­sione dell’essere ad un monismo natura­listico, fa della mente e delle idee che so­no nella mente una cosa sola. L’unica dif­ferenza è che l’idealismo tenta di far usci­re la realtà dall’idea, mentre il positivismo farà uscire le idee dalla materia».

Da qui anche il grande interesse che Ro­smini ebbe per le scienze e il suo sguardo su di esse, che, sottolinea sempre don Mu­ratore, può tornare utile anche oggi: «Pren­diamo le neuroscienze e l’identificazione da parte di molti scienziati del pensiero con la mente che lo pensa, o peggio anco­ra della mente con le sinapsi attraverso le quali essa si eserci­ta. È un voler iden­tificare elementi di essere che, direbbe Rosmini, sono ‘ca­tegoricamente di­stanti’. È più ragio­nevole e chiara la solu­zione rosminiana della ’­sinteticità’: gli elementi fisi­ci, atomici e subatomici sono in grado di manifestarci, ma non di creare, la presenza del sentimento, della vita, del pen­siero ». Il Simposio sarà focalizzato sul contributo che filosofia e teologia possono dare al rapporto fra uomo e tecnica. Ignazio Sanna, arcivescovo di Oristano e presidente del Comitato per gli studi superiori di teologia e scienze reli­giose, lo riassume in tre punti, che svilup­perà in un’ampia relazione giovedì: «Il pri­mo – dice – è ricordare di fronte a certo ri­duzionismo che l’uomo è un mistero e che non riusciremo mai del tutto a spiegare e circoscrivere: i perché nella vita umana superano le risposte, anche dal punto di vista scientifico. Il secondo è il contribu­to che può dare il concetto di libertà cri­stiana, fondato sull’uomo creato a imma­gine di Dio, che fa vedere sia i pregi che i limiti di questa libertà: limitata verso l’al­to perché è una libertà partecipata, non as­soluta, e limitata verso il basso per i con­dizionamenti della società e del tempo. Terzo, il concetto di dignità: l’antropolo­gia cristiana scopre la dignità dell’uomo nel momento della sua indegnità. Un con­tributo fondamentale nel momento in cui la società è tentata in certi casi dal passa­re dalla cura della malattia, della debo­lezza o dell’infermità, alla sua selezione». Sembrerebbe di compiere voli pindarici o di saltare tra ambiti lontani e incomuni­canti, ma non è così. Sempre Montanari, che parlerà venerdì su ‘Libertà, coscien­za, macchine’ evidenzia un’evoluzione, verrebbe da dire ‘umanistica’, della ri­cerca sulla cosiddetta intelligenza artifi­ciale: «Una delle acquisizioni più impor­tanti degli ultimi decenni è la consapevo­lezza del ruolo cruciale che gli organi di senso svolgono nell’interazione dell’uo­mo col mondo e della conseguente im­possibilità di un’intelligenza artificiale pri­va di ‘corporeità’. Ciò ha portato all’ab­bandono di modelli astratti-disincarnati dell’intelligenza, quali quello alla base del famoso test di Turing, e allo sviluppo di un rapporto sempre più stretto tra intelli­genza artificiale, ‘cervello senza corpo’ e robotica, ‘corpo senza cervello’. Per pa­radossale che possa suonare, per avvici­narsi all’intelligenza umana l’intelligenza artificiale deve diventare un’intelligenza incarnata».

Andrea Galli – Avvenire, 25 agosto 2014

Monday 25 August 2014

L’islam deve riformarsi dall’interno

Le atrocità del “Califfato islamico” in Iraq e Siria hanno scosso l’Occidente, che nella sua crisi politico-economica e religioso-morale diventa sempre più indifferente a quanto succede in paesi a noi vicini e alle migliaia di profughi disperati (circa 100.000 dall’inizio dell’anno) che la nostra Italia accoglie. Da quando il nascente Isis (Califfato islamico del Levante e dell’Oriente) conquista in Siria e Iraq una vasta base territoriale, affermandosi con violenze orrende e demoniache contro chi non si converte all’islam sunnita, costringendo Stati Uniti e alcuni paesi europei ad intervenire, pare che l’opinione pubblica occidentale prenda coscienza di quanto odio animi quei fantasmi da incubo che sventolano una bandiera nera; odio non solo anti-cristiano, ma contro l’Occidente e il nostro modo di vivere, che vedono come nemico mortale dell’islam, perché distrugge i fondamenti della religione coranica: sviluppo economico-liberale e benessere, democrazia e diritti dell’uomo e della donna, scienze e tecniche, alfabetizzazione universale, libertà di stampa e di costumi, ecc.

La civiltà islamica è fondata sull’obbedienza a Dio (naturalmente il Dio dell’islam), quella occidentale sull’uomo che si costruisce il futuro con la sua ragione, la sua libertà, i suoi diritti. La nostra civiltà, che ha profonde radici cristiane, crede di poter fare a meno di Dio. Islam vuol dire dipendenza da Dio, l’Occidente significa per quei popoli sviluppo umano senza Dio: laicismo, ateismo pratico, “morale laica” (cioè, la “morale fai da te”?, il primato assoluto della coscienza individuale che ignora Dio e Gesù Cristo, ecc.

Se questa analisi molto sommaria è esatta o almeno plausibile, ci indica anche come affrontare le minacce dell’islam radicale all’Occidente ed essere fratelli dei popoli islamici, in grande maggioranza contrari alle violenze del Califfato, che però si stanno diffondendo non solo nel Medio Oriente,ma in Nigeria, Repubblica centro-africana, Mali, Libia, Sudan, Mauritania, e minaccia i governi dell’Egitto e dell’Algeria).

La storia recente ci dimostra alcune cose:

1) la guerra non risolve nulla, anzi peggiora la situazione (vedi le due guerre in Iraq); chi si augura una nuova Crociata e una nuova Lepanto non tiene conto del miliardo e 300 milioni di islamici, che se attaccati ritornano uniti contro l’Occidente;

2) la riforma dell’islam verrà dalla formazione dei popoli islamici attraverso la scuola e la libertà di ricerca storico-critica delle fonti islamiche, per contestualizzare il Corano e Maometto al mondo moderno, come avviene nella Chiesa attraverso i Concili e il succedersi dei 265 Papi che la guidano;

3) L’Occidente può aiutare questo processo di maturazione con l’aiuto ai profughi e ai perseguitati, il dialogo con i musulmani “moderati” e i musulmani in Occidente, il rispetto della verità nel descrivere le atrocità dei guerriglieri e terroristi islamici, denunziando la radice coranica e storica dell’islam, come lo sterminio degli ebrei è attribuito all’ideologia razzista dei nazisti. Il dialogo senza il rispetto della verità storica diventa una finzione ipocrita che non serve e non convince nessuno.

4) Soprattutto, se l’Occidente vuol dialogare e affrontare la sfida dell’islam, deve ritornare Cristo. La civiltà che abbiamo fondato noi cristiani, oggi non accontenta nessuno, nemmeno i nostri popoli che l’hanno iniziata. E’una civiltà senz’anima, senza speranza, senza bambini e senza gioia, di cui sono segno i troppi fallimenti di una società senza Dio. Non si è ancora capito che i Dieci Comandamenti e il Vangelo sono gli orientamenti che Dio ha dato, a noi uomini da lui creati, per vivere una vita che porti alla serenità,, alla fraternità e solidarietà, all’autentico sviluppo, alla giustizia e alla pace (vedi la sintesi nella “Populorum Progressio”). Se l’Occidente non ricupera le sue “radici cristiane” e le mette a fondamento della sua vita e della sua cultura, rimane solo la guerra e l’autodistruzione dei nostri popoli.

Piero Gheddo

Sunday 24 August 2014

LEGGETE QUA E RIFLETTETE !!!! QUESTA E’ LA VOCE DELLA CHIESA !!! I Patriarchi orientali: “Legittimo l’uso della forza per difendere i cristiani in Iraq” Una parola dei patriarchi anche per Papa Francesco perché faccia “un uso più audace della propria influenza per la causa dei cristiani iracheni”.

Ecco la voce dei Patriarchi orientali, cattolici e ortodossi. Da leggere e meditare attentamente

http://www.zenit.org/it/articles/i-patriarchi-orientali-legittimo-l-uso-della-forza-per-difendere-i-cristiani-in-iraq

Nei giorni scorsi la stessa mia osservazione critica sulla dichiarazione di papa Bergoglio è stata fatta da un  osservatore che è stato sul luogo e che è certamente di sinistra e non neocon né tecocon, Adriano Sofri, sicuramente simpatizzante di questo Papa.

Dunque Sofri scriveva: “Caro Papa Francesco, ti dirò una cosa ovvia, ma vera, che la tua idea che sia lecito ‘fermare gli aggressori’ è giusta (non è solo lecito, è doveroso), ma che la condizione, ‘che non significa bombardare’, annulla la premessa… Il desiderio umanissimo e cristiano di fermare gli aggressori senza impiegare mezzi adeguati alla loro brutalità, lascerebbe alla loro mercé donne bambini vecchi e uomini, di tutte le fedi e nazioni”.
Questo è il punto. E lo centra perfettamente uno che certamente non è un fan della crociata, né un guerrafondaio.

Friday 22 August 2014

Avviso ai naviganti di www.chiesa

Sandro Magister è in viaggio e per qualche giorno il sito fa tregua. A presto!

Friday 22 August 2014 08:32

L’ultima bufala sul Papa

La quotidiana e ricerca di qualunque appiglio utile per attaccare Papa Francesco da parte di quegli ex papisti che appena due anni fa s’indignavano per qualunque mancanza di rispetto verso Benedetto XVI mentre ora bombardano con sarcasmo e talora con disprezzo il suo successore, sta raggiungendo livelli comici.

E’ vero, non c’è proprio nulla da ridere, pensando a ciò di cui si parla. Hanno pesantemente criticato il Papa (meglio Bergoglio, come lo definiscono, senza mai ricordare una volta il nome pontificale di Francesco, dato che per qualcuno di costoro il vero Papa è l’emerito) per i suoi presunti “silenzi” circa l’Iraq, con le stesse identiche motivazioni per le quali esattamente mezzo secolo fa, pochi anni dopo la sua morte, venne messo alla berlina Pio XII. Dimenticano di rileggersi le dichiarazioni analoghe fatte dai predecessori negli ultimi decenni in casi di persecuzioni, guerre, emergenze umanitarie (scoprirebbero che il Papa quando interviene in questi casi, evita sempre di additare con nome e cognome i “cattivi” e la loro eventuale appartenenza religiosa, si vedano gli interventi di Papa Wojtyla sul Kosovo).

Finiscono per mettere erroneamente sullo stesso piano gli appelli papali lanciati in occasioni di crisi internazionali e di emergenze umanitarie con un passaggio dell’importante discorso accademico di Papa Ratzinger dedicato al dialogo tra fede e ragione (la lectio di Ratisbona): frasi che vennero distorte e male interpretate, sulle quali lo stesso Benedetto XVI volle fare chiarezza spiegandone il significato con una lettura che nulla concesse ai desiderata dei fautori dello “scontro di civiltà”.

L’ultima – nel senso della più recente – puntata di questa “guerra” contro il successore di Pietro combattuta con la carta e il web s’inventa un’opposizione tra l’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, e Papa Benedetto, proprio sul caso Ratisbona. La presunta “notizia”, “scoperta” dal Telegraph, è stata subito rilanciata sui social network da quanti si sentono investiti della missione di cantargliele al Papa qualunque cosa dica, faccia o non faccia.

I fatti sono questi: padre Guillermo Marcó, giornalista, incaricato dei rapporti con la stampa dell’arcidiocesi di Buenos Aires, nel 2006, dopo il discorso di Benedetto XVI a Ratisbona, si fece intervistare dal “Newsweek” (nella sua versione in lingua spagnola), criticando Ratzinger: disse di non sentirsi rappresentato da quelle parole sull’islam, affermò di ritenere quello di Ratisbona un passo indietro rispetto all’atteggiamento di Giovanni Paolo II. L’intervista fece ovviamente scalpore, anche in Vaticano. Marcó spiegò di aver rilasciato l’intervista non in quanto incaricato dei media della diocesi, ma come presidente dell’Istituto per il dialogo interreligioso. Leggendola appare del tutto evidente che il sacerdote parlava a titolo personale (“quelle parole non MI rappresentano”), senza alcun mandato della diocesi né tantomeno dell’allora arcivescovo di Buenos Aires.

Ciononostante, visto il comprensibile imbarazzo che quell’intervista – e anche altre dichiarazioni – avevano provocato, padre Marcó, venne rimosso dal suo incarico di responsabile dei rapporti con la stampa, per volere del cardinale Bergoglio, e destinato altrove. Una circostanza che quanti hanno scovato e rilanciato la presunta notizia si guardano dal raccontare, perché rovinerebbe questa nuova pretestuosa accusa.

Attribuire al futuro Papa le parole di Marcó, per contrapporlo a Benedetto XVI è dunque un’operazione propagandistica. Non dissimile da quelle messe in atto da Horacio Verbitsky, che per anni ha cercato di attribuire a Bergoglio una qualche vicinanza con il regime argentino durante la dittatura (venendo peraltro magistralmente smentito dalla documentata inchiesta di Nello Scavo, pubblicata col titolo “La lista di Bergoglio”). O da quella infelice tentata subito dopo l’Habemus Papam del 13 marzo 2013 dal regista americano Michael Moore, che twittò la foto di un anziano prelato mentre dava la comunione a Videla dicendo che si trattava del nuovo Papa e fu sbugiardato nel giro di pochi minuti.

Friday 22 August 2014 04:00

Un esercito per fare pace. La geopolitica di Francesco

Fermare l'aggressore ingiusto. Con le armi se necessario. Gli appelli del papa creduto pacifista per la protezione militare delle popolazioni aggredite dal califfato islamico

Wednesday 20 August 2014

ANCHE SU IRAQ E CRISTIANI PERSEGUITATI BERGOGLIO ROMPE CON LA TRADIZIONE (LO DICE ANCHE CACCIARI)

Qua sotto troverete un articolo che ho pubblicato stamani  e che approfondisce le frasi sull’Iraq pronunciate in aereo da papa Bergoglio.

A chi però continua a dire o pensare che sia un mio puntiglio, quasi frutto di un pregiudizio, segnalo anche l’intervista che oggi il filosofo Massimo Cacciari ha dato alla Repubblica.

Le persone che riflettono colgono la realtà.

Riporto qualche passaggio di Cacciari:

“Si tratta di una svolta radicale nella teologia politica della Chiesa… ma questo è un bel problema… Francesco considera legittimo un intervento nella misura in cui viene deciso dall’Onu – siamo in presenza di una laicizzazione dell’idea cattolica di ‘guerra giusta’… La posizione di Francesco è fragilissima. La sua è una posizione che potrebbe sostenere un Renzi o una Merkel. Se mi permette, io dal Papa mi aspetto qualcosa di più, ossia che mi dica che bisogna intervenire sulla base di valori considerati assoluti”.

Fin qui la riflessione di Cacciari. Ora ecco il mio articolo.

 

 

*                                                               *                                                       *

 

 

“Ahimé, basta tacere! Gridate con centomila lingue. Vedo che, per lo tacere, lo mondo è guasto, la Sposa di Cristo è impallidita”. Con queste parole tuonava santa Caterina da Siena scrivendo a un alto prelato.

Si sente il bisogno anche oggi nella Chiesa di donne e uomini di fede ardente e di cuore libero che – come Caterina – si rivolgano così a un papa (Gregorio XI) pieno di timori, che non faceva quello che avrebbe dovuto: “Io, se fussi in voi, temerei che il divino giudicio venisse sopra di me”.

Ma i nostri sono tempi di clericalismo, di bigottismo e di adulatori. E le voci dei grandi santi (o degli uomini liberi) non ci sono o non si sentono.

Eppure è difficile e – per un cattolico – molto doloroso capire e accettare l’atteggiamento del Vaticano di papa Bergoglio di fronte alla tragedia dei cristiani (e delle altre minoranze) in Iraq, braccati e massacrati dai sanguinari islamisti del califfato anche in queste ore.

Prima, per settimane, un’evidente reticenza, quasi imbarazzo a parlarne. Perfino l’iniziativa di preghiera della Cei del 15 agosto scorso è stata passata sotto silenzio dal Papa che evidentemente ha in antipatia la Chiesa italiana.

Ora, finalmente, dopo una ventina di giorni di massacri di uomini, donne e bambini, e dopo mille pressioni (anzitutto da parte dei vescovi di quella terra e dei diplomatici vaticani), papa Bergoglio si è deciso a pronunciare le fatidiche parole, sia pure in modo assai felpato: “è lecito fermare l’aggressore ingiusto”.

Sai che sforzo… Ci mancava pure che dicesse che è lecito lasciare che l’aggressore massacri la gente inerme e innocente, che crocifigga i “nemici dell’Islam”, che seppellisca vivi i bambini, che stupri e venda le donne come schiave.

Con ben altra tempestività ed energia Giovanni Paolo II nel 1993 tuonava sul dovere di difendere gli inermi dai massacri: “Se vedo il mio vicino perseguitato, io devo difenderlo: è un atto di carità. Questa per me è l’ ingerenza umanitaria”.

Ma non c’è più Giovanni Paolo II e purtroppo nemmeno Benedetto XVI. Dunque dopo aver detto, con incredibile ritardo, che “è lecito fermare l’aggressore ingiusto”, Bergoglio si è affrettato ad aggiungere che però va fatto senza “bombardare” o “fare la guerra”.

Cosicché viene amaramente da chiedersi se egli vuole salvare la faccia (propria) o la vita di quegli innocenti. Qual è infatti il modo per “fermare” una banda di assassini crudeli senza usare le armi? Cosa propone papa Bergoglio per “fermare” quei carnefici? Un tressette col morto? Un thè con monsignor Galantino?

Si dirà che il Papa non può esortare a usare la forza, sia pure per salvare vite innocenti. Sbagliato. Da secoli la dottrina cattolica ha sancito il diritto alla legittima difesa e il principio di “uso della forza” per la legittima difesa.

Proprio i teologi della Scuola di Salamanca come il domenicano Francisco de Vitoria, nel XVI secolo, fondarono sulle basi della legge naturale il diritto internazionale,

Benedetto XVI lo ricordò alle Nazioni Unite evocando “il principio della ‘responsabilità di proteggere’ (che) era considerato dall’antico ius gentium quale fondamento di ogni azione intrapresa dai governanti nei confronti dei governati”.

E aggiunse che “il frate domenicano Francisco de Vitoria, a ragione considerato precursore dell’idea delle Nazioni Unite, aveva descritto tale responsabilità come un aspetto della ragione naturale condivisa da tutte le Nazioni, e come il risultato di un ordine internazionale il cui compito era di regolare i rapporti fra i popoli”.

In questo quadro Giovanni Paolo II nell’Evangelium vitae del 1995 affermava: “la legittima difesa può essere non soltanto un diritto ma un grave dovere per chi è responsabile della vita di altri, del bene comune della famiglia o della comunità civile. Accade purtroppo che la necessità di porre l’aggressore in condizione di non nuocere comporti talvolta la sua soppressione. In tale ipotesi, l’esito mortale va attribuito allo stesso aggressore che vi si è esposto con la sua azione”.

Parole significative perché Giovanni Paolo II si è sempre caratterizzato per la difesa energica della pace (per esempio opponendosi alla guerra americana in Iraq), ma con altrettanta energia ha incitato la comunità internazionale a fermare, anche con l’uso della forza, i carnefici in azione (e si noti bene che a quel tempo la popolazione minacciata era di religione islamica).

Quello che semmai papa Francesco dovrebbe chiedere – sulle orme di Giovanni Paolo II – è che tale “uso della forza” da parte della comunità internazionale sia proporzionato e mirato a disarmare gli aggressori e a salvare la vita dei braccati.

Ma purtroppo non si è sentita nessuna riflessione approfondita. Si nota solo la preoccupazione di Francesco di non uscire dallo stereotipo del papa “politically correct”. Infatti ha sentito il bisogno di ripetere che fra le minoranze minacciate dall’Isis ci sono anche non cristiani “e sono tutti uguali davanti a Dio”. Un’ovvietà che è parsa una “excusatio non petita…”.

Del resto se rileggiamo insieme i vari interventi di papa Bergoglio su questa carneficina non si troverà mai la parola islam, islamisti o musulmani. Se uno disponesse solo delle parole del Papa non capirebbe minimamente a chi si deve questa “tragedia umanitaria” e per quale motivo viene perpetrata.

Una reticenza grave, figlia dell’ideologia cattoprogressista che interpreta erroneamente il dialogo con i musulmani come una resa, anche psicologica. Tanto è vero che ci sono commentatori cattoprogressisti che arrivano perfino a ripetere che i carnefici del Califfato non hanno niente a che vedere con l’Islam.

Peccato che tali carnefici impongano alle minoranze conquistate la conversione immediata all’Islam in alternativa alla morte, come è accaduto nei giorni scorsi a Kocho, un piccolo villaggio del Nord Iraq abitato da yazidi dove i jihadisti hanno massacrato circa 80 uomini che si rifiutavano di convertirsi e incatenato e deportato un centinaio di donne e bambini.

Naturalmente è comprensibile che le autorità della Chiesa non cerchino lo scontro, la polemica o il conflitto religioso. Giusto. Ma è anche un dovere dire la verità e dare ai fedeli un serio “giudizio culturale” su quello che il mondo oggi sta facendo ai cristiani.

Soprattutto considerando la subalternità culturale di tanti cattolici: c’è chi ritiene deprecabile perfino parlare di “cristiani perseguitati” (eppure sono il gruppo umano più perseguitato, nel maggior  numero di paesi del mondo).

Detto questo voglio sottolineare che le dichiarazioni di papa Francesco dell’altroieri sono comunque un passo avanti, sperando che – senza dover aspettare troppo, perché la situazione è drammatica – arrivino presto parole ancora più chiare e decise.

Sono un passo avanti che dovrebbe chiarire le idee ai tanti che nei giorni scorsi, contro chi domandava una parola chiara, ribattevano stizziti che chiedere di fermare gli assassini significava volere la guerra e le crociate.

L’intervento del Papa chiarisce le idee anche a quelli che affermavano: “se il Papa tace significa che vuol evitare ritorsioni più gravi”, oppure “se non dice niente significa che sta operando riservatamente”.
Erano balle. In realtà in Vaticano si sono illusi per settimane che vi fosse ancora una via diplomatica, mentre i carnefici del califfato – come denunciavano i vescovi del posto – volevano solo conquistare, convertire a forza e massacrare. Non sanno nemmeno cosa siano il “dialogo” o la diplomazia.

Un’ultima nota. Negli interventi fatti durante il viaggio in Corea, papa Bergoglio ha anche giustamente invitato tutta la Chiesa alla riflessione sui martiri di ieri e di oggi e alla preghiera. Sacrosanto. Ma è un invito molto blando, senza la mobilitazione di tutta la Chiesa per soccorrere queste vittime e senza quella profonda consapevolezza culturale che sapeva darci Benedetto XVI. Oggi domina lo smarrimento.

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 20 agosto 2014

Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

 

Wednesday 20 August 2014 02:59

La gioia di portare Cristo al mondo

Nei miei giorni di vacanza al mare, nella casa dei Fatebenefratelli a Varazze (Savona), mi sono riletto, meditato e pregato con calma l’Esortazione apostolica di Papa Francesco, “Evangelii Gaudium” (La gioia del Vangelo). Non è una Enciclica, documento solenne e dottrinale, ma una “Esortazione apostolica”, una semplice “lettera” di natura pastorale che rivela l’animo del Papa italo-argentino (pubblicata il 24 novembre 2013, festa di Cristo Re). E’ un testo che bisogna conoscere per entrare in sintonia con Francesco, con l’uomo e il suo programma, poterlo capire e accompagnare con la nostra vita e la nostra preghiera. Tra l’altro si legge bene perché è molto concreto e comprensibile da tutti. Francesco parla col cuore e si sente che racconta la sua esperienza di cristiano, di prete e di vescovo.

La Lettera incomincia con queste parole (n. 1): “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita di coloro che si incontrano con Cristo, coloro che si lasciano salvare da Lui e sono liberati dal peccato, dalla tristezza del vuoto interiore. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia”. E aggiunge che l’Esortazione apostolica è indirizzata ai fedeli cristiani “per invitarli a una nuova tappa evangelizzatrice della Chiesa nei prossimi anni”. Ci provoca rendendoci protagonisti del suo piano di annunziare e testimoniare Cristo agli uomini.

La gioia è la caratteristica del cristiano che vive in comunione con Cristo. Se la nostra vita cristiana è autentica deve essere gioiosa, perché il Vangelo – scrive Francesco (n.5) – “invita con insistenza alla gioia” e porta alcuni esempi. Nella visita a Santa Elisabetta, Maria dice: “Il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore” (Luc 1,17); Gesù promette ai suoi discepoli: “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Giov. 15,19) e garantisce: “E nessuno potrà togliervi la vostra gioia” (Giov. 16,22). Gli Atti degli Apostoli confermano che nella prima comunità cristiana, pur in mezzo alla persecuzione e al martirio, “vi fu grande gioia” (At 13,52); i discepoli “prendevano cibo con letizia” (At 2,46); e persino il carceriere che assiste alla liberazione miracolosa di Pietro, appena battezzato “era pieno di gioia insieme ai suoi familiari per aver creduto in Dio (At 16,34)”.

La parola “gioia” è forse la più importante nella Evangelii Gaudium, che la cita 59 volte! Perchè Francesco apre la sua lettera parlando della gioia di vivere e amare Gesù Cristo? Perché il peccato, qualsiasi peccato, porta tristezza, pessimismo, depressione e conduce alla morte. Gesù Cristo, che morendo in Croce e risorgendo, ci ha liberati dai nostri peccati, ci dà la gioia di vivere. Ecco la grande verità che sperimentiamo nella nostra vita: quando sono in pace con Dio e con il prossimo sono felice e contento, quando ho peccato sono triste, preoccupato, scontroso e scontento.

L’atmosfera dominante nella nostra Italia e nell’Europa cristiana è il pessimismo, il lamento, la mancanza di speranza: quando dall’orizzonte di una persona, di una famiglia, di un paese si toglie il sole di Dio, l’uomo rimane da solo e vede solo buio nel suo futuro. L’11 agosto scorso è morto negli Stati Uniti il grande attore e comico americano, Robin Williams (1951-2014), che si è impiccato nella sua spaziosa e lussuosa residenza. Chi lo conosceva bene ha detto di lui: “Era famoso e pieno di soldi, capace di far ridere tutti gli spettatori dei suoi films e teatri, ma nella sua vita non c’era la luce, nel suo futuro vedeva solo buio”. Noi lo ricordiamo con simpatia e preghiamo per lui, l’ho citato solo come esempio e quasi simbolo della nostra mondo, che ha perso di vista il senso vero della vita: quello che dà gioia, perchè riconosce che siamo stati creati da Dio, dipendiamo e siamo amati e salvati da Gesù Cristo.

Ecco perché una vita serena e gioiosa, vissuta nell’amore di Cristo, è la base di partenza per la missione evangelizzatrice della Chiesa nel nostro mondo benestante, democratico, istruito, che tende al pessimismo e al nichilismo. Papa Francesco si rivolge specialmente agli operatori pastorali: “Un evangelizzatore non dovrebbe avere costantemente una faccia da funerale. Recuperiamo la dolce e confortante gioia di evangelizzare, anche quando occorre seminare nelle lacrime. Possa il mondo del nostro tempo ricevere la Buona Novella non da evangelizzatori tristi e scoraggiati, impazienti e ansiosi, ma da ministri del Vangelo la cui vita irradii fervore, che abbiano per primi ricevuto in loro la gioia del Cristo » (n. 10).

E aggiunge: “Invito ogni cristiano,in qualsiasi luogo e situazione si trovi, a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Cristo, cercarlo ogni giorno senza sosta” (n. 3). Solo in questo “incontro con l’amore di Dio che diventa felice amicizia”, noi ci liberiamo dal nostro egoismo e diventiamo pienamente umani. E aggiunge: “Qui sta la sorgente dell’azione evangelizzatrice” (n. 8).

Piero Gheddo

Tuesday 19 August 2014

E FINALMENTE PAPA BERGOGLIO L’HA DETTO

Ci sono voluti una ventina di giorni e molti poveracci, inermi e innocenti, morti ammazzati, ma alla fine pure papa Bergoglio è arrivato a dire che occorre “fermare” quei sanguinari criminali che squartano, sgozzano, stuprano, crocifiggono e altre orrori…
Fermare, ma – ha precisato – “non bombardare”. E come allora? Con truppe di terra vorrebbe dire “guerra”, proprio ciò che si vuole evitare.
Allora come? Proponendo al sanguinario Califfo una partita a tressette (col morto) e chi vince prende tutto? O con la famosa partita a calcio con Maradona?
Dire “fermarli” ma senza l’uso (ovviamente mirato e proporzionato) della forza è assurdo. Sono queste sottili ipocrisie che a volte inducono a sospettare che si voglia salvare più la faccia (propria) che le vite altrui. Ma spero che sia un sospetto infondato…
In attesa di saperlo siamo comunque grati per questa (sia pur timida e reticente) parola: “fermare gli aggressori”.
Restano, purtroppo, le voci della corte… quelli che fino a ieri chiedere di fermare gli assassini significava volere la guerra e le crociate, quelli che “se il Papa tace significa che vuol evitare ritorsioni più gravi”, quelli che “se non dice niente significa che sta operando riservatamente”….
Tutte balle. In Vaticano si erano semplicemente illusi che vi fosse ancora una via diplomatica mentre quegli assassini – come denunciavano i vescovi del posto – volevano solo conquistare, convertire a forza e massacrare e non hanno mai voluto saperne di “dialoghi”.
Aggiungete a questa illusione l’equivoca ideologia cattoprogressista del dialogo ad ogni costo che ha indotto Bergoglio a mai nominare l’islamismo e il disastro è fatto….
Poveretti quei cristiani macellati…
A proposito, ci sarebbe poi il capitolo triste di chi sostiene che quelli del Califfato non hanno nulla a che fare con l’Islam. Già. Chissà perché allora impongono la conversione a forza all’Islam o la morte…
E poi ci sono quei tristissimi cattoprogressisti che insorgono perché si parla di “cristiani perseguitati”… Che vergogna!

 

Antonio Socci

Sunday 17 August 2014

NOVITA’ APOCALITTICHE DA FATIMA (L’ULTIMO MISTERO: IL SILENZIO DELLE SUORE, MA CHI TACE…)

C’è una novità nel giallo del “terzo segreto di Fatima”, una profezia che attraversa tutto il Novecento e sembra proiettata alla sua realizzazione finale.

La novità è contenuta in una pubblicazione ufficiale del Carmelo di Coimbra, quello dove è vissuta ed è morta (nel 2005) suor Lucia dos Santos, l’ultima veggente. S’intitola “Un caminho sob o olhar de Maria” ed è una biografia di suor Lucia, scritta dalle consorelle, con dei preziosi documenti inediti della stessa veggente.

Prima di vederli bisogna ricordare bene qual è la storia di Fatima.

 

LA STORIA DI UN SECOLO

 

Nel divampare della Grande Guerra, il 13 maggio 1917 la Madonna appare, nel villaggio portoghese, a tre pastorelli.

I giornali laici irridono i “creduloni” sfidando la Vergine a dare un segno pubblico della sua presenza. Lei preannuncia ai tre bimbi che darà il segno e nell’ultima apparizione, quella del 13 ottobre, 70 mila persona accorse alla Cova de Iria assistono terrorizzati al vorticare del sole nel cielo. Un fenomeno che l’indomani sarà riferito sui giornali (pure anticlericali).

Nell’apparizione del 13 luglio la Madonna aveva affidato ai bambini un messaggio per il mondo intero. Era la grande profezia sui decenni successivi se l’umanità non fosse tornata a Dio.

In effetti si realizzò tutto: la rivoluzione bolscevica in Russia, la diffusione del comunismo nel mondo, le sanguinose persecuzioni contro la Chiesa e infine la seconda tragica guerra mondiale.

C’era poi una terza parte di quel segreto che si doveva rivelare – disse la Madonna – nel 1960. Arrivata quella data Giovanni XXIII secretò tutto perché terribile era il suo contenuto.

Provocò così una ridda di ipotesi. Nel 2000 Giovanni Paolo II rese noto il testo del terzo segreto che contiene la famosa visione del “vescovo vestito di bianco”, con il Papa che attraversa una città distrutta, i tanti cadaveri e poi il martirio del Santo Padre, di vescovi, preti e fedeli.

Da molti elementi si poteva intuire che non era tutto. Anche io, come altri autori, nel 2006 pubblicai un libro, “Il quarto segreto di Fatima”, dove mostravo che mancava la parte, scritta e inviata successivamente, con le parole della Madonna che spiegavano la visione medesima.

Lo stesso segretario di Giovanni XXIII, monsignor Capovilla, che aveva vissuto tutto in prima persona, in una conversazione con Solideo Paolini accennò proprio all’esistenza di quel misterioso “allegato”.

Da parte ecclesiastica si è ufficialmente smentito che esista e che vi siano profezie che riguardano i tempi odierni.

 

RATZINGER 2010

 

Ma una clamorosa conferma implicita arrivò dallo stesso Benedetto XVI che durante un improvviso pellegrinaggio a Fatima, il 13 maggio 2010, affermò: “Si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa”.

Aggiunse: “sono indicate realtà del futuro della Chiesa che man mano si sviluppano e si mostrano… e quindi sono sofferenze della Chiesa che si annunciano”.

Ma quali profezie potrebbero trovarsi in quel testo?

Fanno riflettere queste due frasi del Papa pronunciate in quel discorso a Fatima: “L’uomo ha potuto scatenare un ciclo di morte e di terrore, ma non riesce ad interromperlo”. E poi: “La fede in ampie regioni della terra, rischia di spegnersi come una fiamma che non viene più alimentata”.

Dalle parole di papa Benedetto s’intuì dunque che c’è davvero  dell’altro in quel Terzo Segreto ed è drammatico per il mondo e per la Chiesa. Proprio a quella visita del papa è forse dovuta l’uscita di questo libro che fa filtrare un altro pezzetto di verità.

Il volume infatti attinge alle lettere di suor Lucia e al Diario inedito intitolato “Il mio cammino”. Impressionante, fra gli inediti, è il racconto di come suor Lucia superò il terrore che le impediva di scrivere il Terzo Segreto.

 

L’INEDITO

 

Verso le 16 del 3 gennaio 1944, nella cappella del convento, davanti al tabernacolo, Lucia chiese a Gesù di farle conoscere la sua volontà: “sento allora che una mano amica, affettuosa e materna mi tocca la spalla”.

E’ “la Madre del Cielo” che le dice: “stai in pace e scrivi quello che ti comandano, non però quello che ti è stato dato di comprendere del suo significato”, intendendo alludere al significato della visione che la Vergine stessa le aveva rivelato.

Subito dopo – dice suor Lucia – “ho sentito lo spirito inondato da un mistero di luce che è Dio e in Lui ho visto e udito: la punta della lancia come fiamma che si stacca, tocca l’asse della terra ed essa trema: montagne, città, paesi e villaggi con i loro abitanti sono sepolti. Il mare, i fiumi e le nubi escono dai limiti, traboccano, inondano e trascinano con sé in un turbine, case e persone in un numero che non si può contare, è la purificazione del mondo dal peccato nel quale sta immerso. L’odio, l’ambizione, provocano la guerra distruttrice. Dopo ho sentito nel palpitare accelerato del cuore e nel mio spirito una voce leggera che diceva: ‘nel tempo, una sola fede, un solo battesimo, una sola Chiesa, Santa, Cattolica, Apostolica. Nell’eternità  il Cielo!’. Questa parola ‘Cielo’ riempì il mio cuore di pace e felicità, in tal modo che, quasi senza rendermi conto, continuai a ripetermi per molto tempo: il cielo, il cielo!”.

Così le viene data la forza per scrivere il Terzo Segreto.

L’inedito che ho appena citato è un documento molto interessante, dove gli addetti ai lavori trovano facilmente conferma alla ricostruzione storica per cui il Terzo segreto è composto di due parti: una, la visione, fu scritta e inviata prima, mentre l’altra – quella che nelle parole della Madonna è “il significato” della visione stessa – fu scritta e inviata successivamente.

E’ il famoso e misterioso “allegato” a cui accennò Capovilla. E’ il testo, tuttora non pubblicato, dove presumibilmente sta la parte che più spaventava suor Lucia. La stessa parte che spaventò Giovanni XXIII (ma anche, prima di lui, Pio XII) e che Roncalli decise di non rendere nota perché – a suo avviso – poteva essere solo un pensiero di suor Lucia e non avere origine soprannaturale.

E’ una parte così esplosiva che si continua tuttora, ufficialmente a negarne l’esistenza. E l’apertura di Benedetto XVI nel 2010, che ha portato anche alla pubblicazione di questo volume, oggi si è richiusa.

 

CHI TACE….

 

Lo dimostra quanto è accaduto a Solideo Paolini, il maggiore studioso italiano di Fatima che, viste le pagine di questo libro che gli ho inviato, ha scritto al Carmelo di Coimbra chiedendo di poter consultare le due opere inedite menzionate nel volume, ritenendo che lì vi siano ulteriori dettagli sulla parte secretata.

La lettera è arrivata a destinazione (ne fa fede la ricevuta), ma non ha avuto risposta. Paolini allora ha scritto di nuovo entrando nel merito e chiedendo se suor Lucia ha mai messo nero su bianco quel “significato della visione” che dall’Alto le era stato dato di comprendere e che quel 3 gennaio evitò di annotare su suggerimento della Madonna: “nelle opere che vi avevo chiesto di consultare c’è nessun riferimento a ‘qualcosa di più’ a riguardo del Segreto di Fatima, a tutt’oggi testualmente inedito?”.

La lettera risulta pervenuta il 6 giugno. Ma anch’essa non ha avuto risposta. Eppure sarebbe stato semplice rispondere di no. Evidentemente la risposta era “sì”, ma non si può dare, perché sarebbe esplosiva. Così tacciono.

Tuttavia la visione che ho appena citato rimanda ai due elementi che presumibilmente sono contenuti nel testo inedito del Segreto: la profezia di un’immane sciagura per il mondo e una grande apostasia e crisi della Chiesa. Una prova apocalittica al termine della quale – disse la Madonna stessa a Fatima – “il mio Cuore Immacolato trionferà”.

A questo sperato “trionfo” fece riferimento nel 2010 Benedetto XVI: “Possano questi sette anni che ci separano dal centenario delle Apparizioni (2017) affrettare il preannunciato trionfo del Cuore Immacolato di Maria a gloria della Santissima Trinità”.

Significa che oggi, 2014, siamo già entrati nella spaventosa prova? In effetti se si guarda la cronaca…

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 17 agosto 2014

Facebook : “Antonio Socci pagina ufficiale”

Wednesday 13 August 2014

VIVA IL CONCILIO (CONTRO LA PAPOLATRIA DEI BIGOTTI). RATZINGER: LA COSCIENZA E’ AL DI SOPRA DEL PAPA ED E’ QUESTO CHE DISTINGUE L’OBBEDIENZA DEI CRISTIANI DA QUELLA (ABERRANTE) CHE PRETENDEVANO HITLER, STALIN EC. E’ SULLA COSCIENZA CHE SAREMO GIUDICATI (IL CATECHISMO AFFERMA CHE ABBIAMO L’OBBLIGO DI OBBEDIRE ALLA COSCIENZA). QUESTA E’ LA NOSTRA LIBERTA’ DI FIGLI DI DIO. NON SIAMO SUDDITI NELLA CHIESA, MA FIGLI DI DIO!

“Certamente se io dovessi portare la religione in un brindisi dopo un pranzo (…) allora io brinderei per il Papa. Ma prima per la coscienza e poi per il Papa”
John Henri Newman – Lettera al Duca di Norfolk

“(La coscienza) è la messaggera di colui che, nel mondo della natura come in quello della grazia, ci parla velatamente, ci istruisce e ci guida. La coscienza è il primo di tutti i vicari di Cristo”

John Henri Newman – Lettera al Duca di Norfolk

 

“Per Newman la coscienza rappresenta un completamento intimo e una limitazione del principio della Chiesa. Al di sopra del papa, come espressione della pretesa vincolante dell’autorità ecclesiastica, resta comunque la coscienza di ciascuno, che deve essere obbedita prima di ogni altra cosa, se necessario anche contro le richieste dell’autorità ecclesiastica. L’enfasi sull’individuo, a cui la coscienza si fa innanzi come supremo e ultimo tribunale, e che in ultima istanza è al di là di ogni pretesa da parte di gruppi sociali, compresa la Chiesa ufficiale, stabilisce inoltre un principio che si oppone al crescente totalitarismo e che distingue la vera obbedienza ecclesiale da una tale pretesa totalitaria”
Joseph Ratzinger

(questo brano di Ratzinger è tratto dal suo commento alla “Gaudium et Spes”, numero 16, che dice Ratzinger, con il Concilio Vaticano II, è proprio sulla linea di Newman)

 

 

Mi sembra significativo che Newman, nella gerarchia delle virtù sottolinei il primato della verità sulla bontà o, per esprimerci più chiaramente: egli mette in risalto il primato della verità sul consenso, sulla capacità di accomodazione di gruppo.

Direi quindi: quando parliamo di un uomo di coscienza, intendiamo qualcuno dotato di tali disposizioni interiori.

Un uomo di coscienza è uno che non compra mai, a prezzo della rinuncia alla verità, l’andar d’accordo, il benessere, il successo, la considerazione sociale e l’approvazione da parte dell’opinione dominante.

In questo Newman si ricollega all’altro grande testimone britannico della coscienza: Tommaso Moro, per il quale la coscienza non fu in alcun modo espressione di una sua testardaggine soggettiva o di eroismo caparbio.

Egli stesso si pose nel numero di quei martiri angosciati, che solo dopo esitazioni e molte domande hanno costretto se stessi ad obbedire alla coscienza: ad obbedire a quella verità, che deve stare più in alto di qualsiasi istanza sociale e di qualsiasi forma di gusto personale.

Si evidenziano così due criteri per discernere la presenza di un’autentica voce della coscienza: essa non coincide con i propri desideri e coi propri gusti; essa non si identifica con ciò che è socialmente più vantaggioso, col consenso di gruppo o con le esigenze del potere politico o sociale.
Joseph Ratzinger, La Chiesa una comunità sempre in cammino, pp.123

Sunday 10 August 2014

MASSACRO IN CORSO DI CRISTIANI (COMPRESI DONNE E BAMBINI). QUALCUNO IN VATICANO DEVE VERGOGNARSI DAVANTI A DIO E AGLI UOMINI. VERGOGNA!!!!!!!

Il dramma in corso dei cristiani perseguitati vede i laici (perfino governi anticlericali come quello francese) quasi più sensibili del mondo cattolico ed ecclesiastico. Dove si trattano con poca sensibilità e qualche fastidio le vittime, mentre si usa una reticente cautela – cioè i guanti bianchi – verso i carnefici.

Duecentomila cristiani (ma anche altre minoranze) sono in fuga, cacciati dai miliziani islamisti che crocifiggono, decapitano e lapidano i nemici. In queste ore mi giungono pure notizie ufficiose di efferatezze indicibili su donne e bambini (speriamo non siano vere).

Considerando questo martirio dei cristiani che sono marchiati come “nazareni” senza diritti, braccati, uccisi, con le chiese bruciate e la distruzione di tutto ciò che è cristiano, la voce del Vaticano e del Papa – di solito molto interventista e vigoroso – è stata appena un flebile vagito.

Neanche paragonabile rispetto al suo tuonare cinque o sei volte “vergogna! Vergogna! Vergogna!” per gli immigrati di Lampedusa, quando peraltro gli italiani non avevano proprio nulla di cui vergognarsi perché erano corsi a salvare quei poveretti la cui barca si era incendiata e rovesciata mentre erano in mare.

 

LA NOTA (STONATA)

 

Ha ragione Giuliano Ferrara. Che di fronte all’orrore che si sta consumando nella pianura di Ninive, il Vaticano abbia partorito, giovedì (in grave ritardo oltretutto), una semplice “nota” di padre Federico Lombardi dove, a nome del Papa, si chiede alla “comunità internazionale” di porre fine al “dramma umanitario in atto” in Iraq, è quel minimo sindacale che ha l’unico obiettivo di salvare la faccia.

Anche perché è ben più di un “dramma umanitario” e nulla si dice su cosa bisognerebbe fare. Inoltre – osserva Ferrara – “nulla, nella dichiarazione freddina, viene detto su chi siano i responsabili di questi ‘angosciosi eventi’. Non un accenno alle cause che hanno costretto le ‘comunità tribolate’ a fuggire dai propri villaggi”.

Ormai la forza con cui Giovanni Paolo II difendeva i cristiani perseguitati è cosa passata e dimenticata. E anche la limpidezza del grande discorso di Ratisbona di Benedetto XVI – che era una mano tesa all’Islam perché riflettesse criticamente su se stesso – è cosa rimossa.

Quella dell’attuale pontificato è una reticenza sconcertante di fronte a dei criminali sanguinari con i quali – dicono i vescovi del posto – non c’è nessuna possibilità di dialogo perché nei confronti dei cristiani loro stessi han detto “non c’è che la spada”.

Una reticenza che è ormai diventata consueta nell’atteggiamento di papa Bergoglio, che non pronuncia una sola parola in difesa di madri cristiane condannate a morte per la loro fede in Pakistan o in Sudan (penso ad Asia Bibi o a Meriam), che si rifiuta perfino di invitare pubblicamente a pregare per loro, che quando c’è costretto parla sempre genericamente dei cristiani perseguitati e arriva ad affermare, come nell’intervista a “La Vanguardia” del 13 giugno: “i cristiani perseguitati sono una preoccupazione che mi tocca da vicino come pastore. So molte cose sulla persecuzione che non mi sembra prudente raccontare qui per non offendere nessuno”.

Per non offendere chi? I criminali sanguinari che crocifiggono i “nemici dell’Islam”? Non è sconcertante?

Ci sono migliaia di innocenti inermi in pericolo di vita, braccati e laceri, in fuga dagli assassini e Bergoglio si preoccupa di “non offendere” i carnefici?

Perché tutti questi riguardi quando si tratta del fanatismo islamista? Perché nemmeno si osa nominarlo? E perché si chiede alla comunità internazionale di mettere fine al “dramma umanitario” senza dire come?

 

L’ESEMPIO DI WOJTYLA

 

Oltretutto il papa poteva seguire l’esempio di Giovanni Paolo II. Ci aveva già pensato questo grande pontefice infatti a elaborare la nozione di “ingerenza umanitaria”, venti anni fa: quando si deve impedire un crimine contro l’umanità e non vi sono più altri mezzi diplomatici è doveroso, da parte della comunità internazionale, un intervento militare mirato e proporzionato che scongiuri il perpetrarsi di orrori incombenti.

Bastava a Bergoglio ripetere questo principio che è stato già recepito a livello internazionale.

D’altra parte che di questo ci sia bisogno lo dicono i vescovi di quelle terre: “Temo che non ci siano alternative in questo momento a un’azione militare, la situazione è ormai fuori controllo, e da parte della comunità internazionale c’è la responsabilità di non aver fatto nulla per prevenire o fermare tutto questo”.

Lo ha dichiarato Bashar Matti Warda, l’arcivescovo di Erbil che si trova in prima linea, immerso nel dramma.

E’ troppo comodo – da parte di certi cattolici – lanciare generiche denunce contro l’Occidente, contro il “silenzio colpevole” (di chi?), quando da anni fra i notabili cattolici si evita accuratamente di denunciare i fanatici islamisti con nome e cognome, quando si ha cura solo di sottolineare che il loro non è il vero Islam (che com’è noto è rose e fiori), quando non si richiama mai energicamente il mondo islamico al dovere di rispettare le minoranze cristiane e si evita di chiedere un intervento concreto della comunità internazionale per mettere fine al massacro.

 

L’INAUDITO

 

Del resto Bergoglio non solo non ha chiesto ingerenze umanitarie, ma nemmeno ha lanciato operazioni di soccorso umanitario o iniziative di solidarietà a livello internazionale che coinvolgessero il vasto mondo cattolico. Tardiva è stata anche l’attivazione della diplomazia.

Domenica scorsa, all’Angelus, non ha detto una sola parola sulla tragedia in corso e ha perfino taciuto sull’iniziativa della Chiesa italiana che ha indetto una giornata di preghiera per il 15 agosto a favore dei cristiani perseguitati.

Anche pregare per i cristiani perseguitati è “offensivo” verso i musulmani?

Quantomeno quella dei vescovi italiani sarà una vera e seria preghiera cristiana. E non capiterà di rivedere l’imam che, invitato in Vaticano per l’iniziativa di pace dell’8 giugno scorso con Abu Mazen e Peres, ha scandito un versetto del Corano dove si invoca Allah dicendo “dacci la vittoria sui miscredenti”.

Quasi un inno alla “guerra santa” islamica nei giardini vaticani. Un incidente inaudito.

Alla preghiera indetta dalla Cei non accadrà. Ora ci si aspetta almeno che il Papa, prima o poi, si associ all’iniziativa dei vescovi, magari replicando la preghiera in piazza San Pietro per la pace in Siria che, come ricordiamo, combinata con la diplomazia, qualche buon effetto lo ebbe.

Auspicabile sarebbe anche un’attivazione di tutta la cristianità per iniziative di aiuto e di solidarietà ai perseguitati.

Ma pare proprio che non sia questa l’aria. Sembra di essere tornati indietro allo smarrimento dei cupi anni Settanta, alla subalternità ideologica dei cristiani, a quel buio che fu dissolto solo dall’irrompere del grande pontificato di Giovanni Paolo II.

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 10 agosto 2014

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Thursday 07 August 2014

Vicini ai cristiani di Ninive

La notte scorsa gli uomini dell’autoproclamato “Califfato” sono entrati nella piana di Ninive e hanno cacciato via le migliaia di cristiani che vivono nei villaggi della zona. La notizia è stata data dal cardinale Fernando Filoni ed è rilanciata dall’Agenzia Fides della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli. “I cristiani hanno dovuto abbandonare tutto, persino le scarpe, e scalzi sono stati instradati a forza verso l’area del Kurdistan. La situazione dei cristiani cacciati è disperata - ha detto Filoni – perché ad Arbil, la capitale del Kurdistan iracheno, non sono intenzionati ad accoglierli perché non sanno come ospitare queste migliaia di persone. Queste notizie mi sono state riferite dalle Suore Caldee Figlie di Maria Immacolata” ha precisato il porporato, che in precedenza era stato nunzio apostolico in Iraq.

“Siamo di fronte ad una grave situazione umanitaria. Queste persone sono lasciate a loro stesse di fronte ad un confine chiuso e non sanno dove andare. Già si contano i primi morti, tre o quattro ragazzi hanno perso la vita. Occorre intervenire subito in loro aiuto” ha concluso Filoni.

Thursday 07 August 2014 04:00

Diario Vaticano / Riforma del papato, cantiere aperto

Il priore di Bose Enzo Bianchi e l'arcivescovo emerito di San Francisco John R. Quinn danno per certo che Francesco rinnoverà a fondo il ruolo del papa. Ma alcuni atti di questo pontificato contraddicono le loro attese

Sunday 03 August 2014

IL CATTOLICESIMO PRODUCE EVASORI? NIENT’AFFATTO. ED E’ ANZITUTTO LO STATO CHE VIOLA IL PATTO SOCIALE

Rossella Orlandi, il nuovo direttore dell’Agenzia delle entrate, ha esordito con una gaffe: “In Italia sanatorie, scudi, condoni, sono pane quotidiano. Siamo un paese a forte matrice cattolica, abituato a fare peccato e ad avere l’assoluzione”.

Parole che hanno indignato “Libero” e suscitato l’ovvia reazione dei cattolici a cui ha dato voce “Avvenire”. E proprio con una lettera al quotidiano dei vescovi la Orlandi si è scusata per la “battuta ironica”, spiegando che “era indirizzata a tutti coloro che non rispettano le leggi ma confidano sempre in una sanatoria o in un condono per espiare i propri comportamenti scorretti. Nessun riferimento, quindi, ai princìpi solidaristici della cultura cattolica che hanno sempre ispirato i miei comportamenti e la mia vita. Mi scuso se le mie parole possano aver creato fraintendimenti o aver urtato la sensibilità di qualcuno”.

 

PREGIUDIZIO

 

Può essere che la Orlandi sia stata fraintesa. Può capitare e non è il caso di farne una tragedia. In fondo lei ha solo ripetuto un luogo comune che è davvero radicato, nella pubblicistica liberal, per la quale il cattolicesimo avrebbe corrotto il carattere nazionale degli italiani.

Si ritrova questo pregiudizio già nella “Storia delle Repubbliche italiane del medioevo”  dello storico ed economista svizzero, calvinista, Sismondo de’ Sismondi (1773-1842).

Gli rispose il nostro Alessandro Manzoni con un’opera formidabile, le “Osservazioni sulla  morale cattolica”, dove intese dimostrare che – lungi dall’essere “cagione di corruttela per l’Italia” – la morale cattolica era “la sola morale santa e ragionata in ogni sua parte” e che “ogni corruttela viene anzi dal trasgredirla, dal non conoscerla o dall’interpretarla alla rovescia”.

Manzoni portò molti argomenti storici, a cominciare dal fiume di sante e santi generati dalla Chiesa, uomini e donne che non hanno eguali quanto a moralità, ardente carità, rigore ascetico ed eroismo. Uomini e donne che, anche con le loro opere, hanno dato forma alla nostra storia e alla nostra civiltà.

Più banalmente mi permetto anche io di proporre un argomento “storico” – o cronachistico – per confutare la “teologia” del fisco.

Siamo proprio sicuri che l’“Italia cattolica” sia la patria dell’evasione fiscale? Che succede, per esempio, nella rigorosa, laica e luterana Germania?

Tempo fa, in una ricerca dell’Università di Linz e della Visa, è emerso che in termini assoluti la Germania è il paese europeo che ha la più vasta area di economia sommersa: è stata valutata circa in 350 miliardi di euro, ovvero il 13 per cento del Pil tedesco (nel periodo della crisi teutonica, attorno al 2003, il “nero” era valutato perfino di più, circa 370 miliardi). E sono circa 8 milioni i cittadini tedeschi che lavorano in nero.

Sarebbe meglio, perciò, che esattori e politici lasciassero stare la teologia. E casomai ascoltassero davvero chi di teologia morale è un grande esperto.

 

I DOVERI DELLO STATO

 

Come il cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna, il quale tempo fa, celebrando la messa per la Guardia di finanza nel giorno del suo santo patrono, san Matteo, spiegò alcune cose preziose.

Il cardinale aveva già sottolineato che è un dovere morale – oltreché legale – pagare le tasse. Tuttavia, con una pressione fiscale che in Italia, nel 2013, ha raggiunto il livello del 54 per cento del pil (a cui va aggiunto l’aumento dell’Iva), il record fra le economie più sviluppate, Caffarra ha sottolineato che pure lo Stato, come gli evasori, viola il “patto sociale”.

Per esempio quando impone un abnorme livello di pressione fiscale, specie in un tempo di crisi come quello attuale in cui “la tassazione è talmente elevata da rendere impossibile la tutela e la promozione di beni umani fondamentali, quale il lavoro”.

Poi ci sono gli sprechi. “Lo Stato” afferma il cardinale “viola il patto sociale e diventa ingiusto se la spesa pubblica, cioè l’uso di quanto i cittadini  hanno versato al fisco, è esorbitante”.

Ma lo Stato viola il patto sociale anche quando “non rende i servizi” o li fornisce “di pessima qualità” perché “il cittadino ha il diritto di avere quei servizi pubblici in ragione dei quali paga le tasse”.

Con una differenza: se il cittadino viola le regole ha a che fare con la giustizia, se lo Stato tradisce i suoi “gravi doveri” verso i cittadini non succede niente.

Il nesso doveroso fra le tasse pagate e i servizi da erogare è anche il principio di ogni stato liberale. Perché la tassa non è un tributo che il cittadino deve allo Stato “a prescindere”.

Lo Stato non può essere lo Sceriffo di Nottingham che taglieggia i sudditi, o l’antica, crudele divinità pagana che pretende sacrifici umani.

La tassazione è parte di un “patto sociale” che deve avere una contropartita in servizi efficienti. Per questo è del tutto assurda ed inaccettabile l’idea che lo Stato “a prescindere” abbia diritto di tassare certi cittadini perché “ricchi” e per questo da punire.

Eppure questa è la mentalità dominante soprattutto a sinistra. Non a caso nel gergo giornalistico, quando arriva il tempo delle stangate (e arriva sempre), si dice che verranno “colpiti” questi o quelli.

Come se lo Stato avesse il diritto di “colpire” qualcuno, come se i cittadini fossero sudditi e non sovrani (così ci definisce la Costituzione). Come se l’aver prodotto ricchezza fosse una colpa, anziché un merito che poi genera benessere per tutti. Sia perché produce lavoro, sia perché – col criterio della progressività della tassazione – contribuisce più di altri (e questa si chiama solidarietà).

E’ lo Stato a fare le leggi, anzitutto quelle fiscali, ma – secondo la Chiesa – non è affatto detto che una norma, solo perché è legale, sia automaticamente anche giusta e morale. Perché prima dello Stato c’è la legge naturale e le persone hanno diritti naturali che lo Stato non può violare.

Esso non ha un potere illimitato e assoluto sui cittadini e sui loro beni. Per questo il Magistero della Chiesa, pur avendo sempre richiamato al dovere di pagare le tasse, ha anche tuonato contro gli Stati che pretendono di tassare i cittadini oltre i giusti limiti. Così dissanguandoli

 

I PAPI E LE TASSE

 

Leone XIII, nella “Rerum novarum” che inaugurò, nel 1891, la presenza sociale dei cattolici, scrisse:

La privata proprietà non venga oppressa da imposte eccessive. Siccome il diritto della proprietà privata deriva non da una legge umana, ma da quella naturale, lo Stato non può annientarlo, ma solamente temperarne l’uso e armonizzarlo col bene comune. È ingiustizia ed inumanità esigere dai privati più del dovere sotto pretesto di imposte”.

Quarant’anni dopo Pio XI tuonò:

[Dichiariamo] non essere lecito allo Stato di aggravare tanto con imposte e tasse esorbitanti la proprietà privata, da renderla quasi stremata” (Quadragesimo anno).  

E Pio XII nel 1948:

“Astenetevi da queste misure [tributarie] che, a dispetto della loro elaboratezza tecnica, urtano e feriscono nel popolo il senso del giusto e dell’ingiusto, o che rilegano la sua forza vitale, la sua legittima ambizione di raccogliere il frutto del suo lavoro, la sua cura della sicurezza familiare: tutte considerazioni, queste, che meritano di occupare nell’animo del legislatore, il primo posto anziché l’ultimo”.

Lo stesso Pio XII nel 1956 aggiunse:

“L’imposta non può mai diventare, per opera dei poteri pubblici, un comodo metodo per colmare i deficit provocati da un’amministrazione imprevidente”.  

Mi è capitato di trovare in diversi siti cattolici, sulla rete, un’antologia di questi pronunciamenti. Che in fin dei conti non mirano solo a proteggere i risparmi e i beni delle famiglie, ma la stessa libertà personale. E a prospettare uno stato leggero (valorizzando la sussidiarietà) ed efficiente.

Sarebbero i capisaldi per una seria presenza politica liberale e cattolica e per il rilancio vero dell’economia. Gli italiani che ne sentono il bisogno sono tanti. Ma le forze politiche che rappresentano davvero queste idee quali e dove sono?

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 3 agosto 2014

Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

Friday 01 August 2014

Gli strani silenzi di un papa tanto loquace

Non una parola per le studentesse nigeriane rapite, né per la pakistana Asia Bibi condannata a morte con l'accusa d'aver offeso l'islam. E poi le udienze negate all'ex presidente dello IOR Gotti Tedeschi, cacciato per aver voluto far pulizia

Wednesday 30 July 2014

Migranti a teatro!

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Wednesday 30 July 2014 06:54

Commercio di donne e figli: la battaglia non è già persa

madri figli mercatoLa lettera aperta di Jacques Delors, Lionel  Jospin, e altre personalità della sinistra francese al presidente Hollande perché rifiuti la deriva antropologica che porta alle madri in affitto e, dunque, al mercato delle donne e dei figli, induce a una riflessione più ampia che nel prossimo futuro prenderà spazi crescenti nel pensiero e nella politica occidentali. Può affermarsi come una rassegnazione sul fatto che questa deriva è inarrestabile. Per il cedimento non d’oggi della cultura anglosassone, in specie negli Stati Uniti, l’approvazione in Francia del cosiddetto  «mariage pour tous»», l’incrinarsi recente della diga anche in Italia con la sentenza sulla fecondazione eterologa, e le annunciate e non abbastanza chiare riforme del diritto di famiglia che dovrebbero seguirne.

Qualcuno dice che non c’è più niente da fare, la battaglia sarebbe ‘persa ovunque’: è a rischio la prospettiva cristiana che dall’antichità ha introdotto valori nuovi di solidarietà per un umanesimo che s’è costruito e affinato nei secoli; sono all’angolo le culture che affondano radici nel pensiero classico, difendendo la persona strutturata nella comunità familiare naturale. C’è motivo per essere pessimisti, ma occorre approfondire la questione per scorgere anche altro, per valutare ciò che si può e si deve fare.

L’appello di esponenti della gauche francese non è la prima eccezione al conformismo individualista che pervade l’Europa e l’Occidente. Esso fa seguito alla mobilitazione di uomini e donne d’ogni orientamento, in Francia, Spagna, Usa e altri Paesi, alla partecipazione in Italia di personalità e correnti di pensiero religiose e laiche contro un orizzonte definito super-individualista, al ripensamento che filosofi del relativismo stanno avendo sugli esiti delle proprie teorie, come riferito spesso su ‘Avvenire’. Una prima considerazione emerge da questo ripensamento, che è solo agli inizi. L’impegno per una legislazione che, nell’ambito della famiglia e della genitorialità, metta al centro la persona e la sua relazionalità, può essere un impegno trasversale, che attinge linfa da radici comuni che sono alla base dell’evoluzione storica del pensiero e del diritto che promuovono una società solidale. Valutiamo due aspetti di questa riflessione.

Il concetto di genitorialità, oggi frammentato, ridotto a segmento effimero dell’esperienza umana, succube delle leggi di mercato primordiali, con scambi di persone, baratti, vendite di esseri umani, frantuma un tessuto essenziale di relazioni umane. Esso finisce per coinvolgere i genitori (in ottica relativista s’è giunti ad auspicare in Italia il limite di dieci possibili genitorialità nascoste dei donatori, quasi una forma di calmiere mercatista…), che avvertiranno paternità e maternità come variabili indipendenti delle situazioni più diverse, con la caduta di legami forti propri dei rapporti naturali, e la perdita del significato etico e solidale dell’adozione. Ne soffrono soprattutto i figli, privati di una struttura antropologica d’amore che segue alla genitorialità completa, permanente, che alimenta la vita intera, e già oggi (per la privatizzazione del matrimonio, il divorzio breve, la fine di centralità dei rapporti affettivi) quasi sfuma nell’indebolimento generale della famiglia. Non è poca cosa che i guasti siano avvertiti, proclamati, denunciati, anche da quanti non muovono da postulati di fede, ma avvertono le crepe sociali che alla lunga determinano danni per tutti.

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Carlo Cardia – Avvenire, 29 luglio 2014

Tuesday 29 July 2014

”Mi racconti una favola?”. Laboratorio teatrale di tutti i mondi possibili

federgat laboratorio 2014La “Fiaba di Tableto e PCinzia”, “L’annegato più bello del mondo” (dall’omonimo racconto di Gabriel Garcia Marquez), “Lupus in fabula” e “Storie in viaggio”. Quattro brevissimi atti unici e totalmente originali, andati in scena la sera di venerdì 25 luglio, presso il salone dell’Istituto Emiliani di Fognano (frazione di Brisighella, in provincia di Ravenna), sono il risultato della settimana di formazione teatrale che ha coinvolto 80 tra ragazzi, giovani e qualche adulto provenienti da tutta Italia.

La favola al centro. Cinque giorni di lavoro intenso, in cui i partecipanti, seguiti da professionisti del mondo del teatro, hanno affondato mani e testa nel complicato magma del racconto e della narrazione di storie. Tema del laboratorio, infatti, era la favola; un punto di partenza chiaro ma anche sufficientemente solido per prendere il largo ed esplorare le sfumature, le variazioni sul tema, le potenzialità immaginifiche delle “storie” che ogni partecipante porta con sé – per formazione, tradizione o Dna – senza perdere la rotta.

La luna e il sole. Così, accade di vedere in scena un maturo Ulisse con accento tarantino essere il mentore di un attor giovane adolescente in fuga dalla figura paterna e in cerca prima del vero amore, poi della propria identità: è la “Fiaba di Tableto e PCinzia” (dei ragazzi condotti da Gilberto Colla), in cui gli elementi più classici del melodramma (i riferimenti al cibo, gli inseguimenti amorosi e la natura magica di luoghi fuori dal tempo – che tanto ricordano Shakespeare e Marivaux) vivono nelle opposizioni tra verosimile e assurdo, teatro e metateatro, antico e contemporaneo (con una luna che rimpiange l’appeal romantico ormai perduto e un sole disturbato dal buco dell’ozono, con la fama – facile sia da raggiungere sia da perdere – che è il falso obiettivo, fatale distrazione sulla via della salvezza).

Esteban venuto dal mare. Ancora, un secondo gruppo di ragazzi, seguiti da Lorena Nocera, rende in forma teatrale il racconto di Marquez, “L’annegato più bello del mondo”, marcando a ritmo di canti popolari scritti e musicati da loro stessi, la vicenda dell’enorme Esteban, annegato venuto dal mare per far ritrovare agli abitanti del villaggio il senso di comunità. Una fune, un catino d’acqua, un ramo alto e lungo e un cappello sono i simboli materiali di una storia che viene consegnata allo spettatore dalle parole e dai gesti dei giovani e delle donne in scena. Un gruppo eterogeneo che trova sorprendente affiatamento nel canone del coro finale.

Il lupo cattivo. Si rifà invece a “Cappuccetto Rosso”, una delle fiabe europee più popolari, “Lupus in fabula”, la pièce in cui protagonista è il “lupo cattivo”, visto anche come “lato oscuro” di ogni uomo e rappresentato attraverso maschere rozze, di cartone, realizzate dai ragazzi in scena: ognuno quella del proprio lupo, con le sue caratteristiche, i suoi difetti, la sua espressività. E il percorso di costruzione della maschera, durante il laboratorio, condotto da Francesco Fiaschini, è stato anche un tempo per affrontare le sfaccettature del personaggio: ogni lupo ha particolari paure, difetti, frustrazioni, ma tutti hanno un desiderio, costantemente frustrato dalle favole: mangiare. L’intervento del cacciatore, infatti, garantito da ogni mamma che racconta tutta intera la storia di “Cappuccetto Rosso”, tiene al sicuro i bambini e al tempo stesso rende i lupi condannati a restare a pancia vuota. Una favola noir, dunque, che consegna allo spettatore tutti i riferimenti alla psicanalisi di rito.

C’era una volta. Infine le “Storie in viaggio” del gruppo condotto da Luigi Arpini ha sviluppato le suggestioni del “c’era una volta”, applicando la consueta formula di apertura delle favole alla storia di ciascuno. La foresta oscura di Dante, in cui un ignaro protagonista sembra essersi perso, si sovrappone all’immagine di una stazione affollata, annunci di treni in partenza, valigie, ricordi e sogni: il percorso di ogni uomo è un viaggio, un itinerario di crescita ed educazione.

Il valore dell’improvvisazione. La settimana di formazione teatrale residenziale, che la Federgat (Federazione Gruppi Attività Teatrali) organizza da dodici anni, chiama a raccolta ragazzi di tutte le età e di ogni parte della Penisola (le quote di partecipazione sono, infatti, democraticamente accessibili grazie al contributo della Cei) e ha per metodo l’improvvisazione: con l’improvvisazione nascono tutti i materiali che costituiscono la drammaturgia originale del saggio conclusivo. È stato merito dei formatori e della direzione scientifica del laboratorio (a cura di Fabrizio Fiaschini, presidente Federgat, e del Teatro Alkaest) di indirizzare i partecipanti dando loro gli strumenti per ascoltare se stessi e gli altri, riflettere, ed esprimersi attraverso il linguaggio teatrale. Gli enormi saloni e i lunghi corridoi dell’Istituto delle Suore Domenicane di Fognano rappresentano una struttura particolarmente accogliente: in quel silenzio, in quegli spazi vuoti, i ragazzi sono stati liberi di inventare e raccontare, attraverso il teatro, tutti i mondi possibili.

Tiziana Vox – Sir, 28 luglio 2014

Tuesday 29 July 2014 04:00

Müller: "Queste teorie sono radicalmente errate"

Il prefetto della congregazione per la dottrina della fede confuta le tesi di chi vorrebbe consentire le seconde nozze con il primo coniuge in vita. Gli dà man forte il cardinale Sebastián, anche lui contro il cardinale Kasper. Ma papa Francesco con chi sta?

Wednesday 23 July 2014

I bambini e il massacro di Gaza

Cari amici, in questi giorni le notizie che arrivano dal Medio Oriente sono terribili. Mi ha molto colpito questo articolo del Telegraph con l’elenco dei bambini rimasti uccisi negli ultimi giorni a Gaza: una lista purtroppo già superata. Come sapete, l’esercito israeliano accusa i militanti di Hamas di usare bambini e civili come scudi umani. Non sono in grado di giudicare la fondatezza di questa accusa. Mi chiedo soltanto come si possano giustificare così tante vittime civili, così tanti bambini uccisi, così tante persone innocenti a cui viene tolta la vita. Come pure mi chiedo come sia possibile giustificare il fatto che per eliminare un capo di Hamas si uccida tutta la sua famiglia, bambini compresi.

Wednesday 23 July 2014 04:00

L'amico segreto di Francesco a Caserta

Non è cattolico ma pentecostale. Fa parte cioè di quelle comunità cristiane che sono in più stupefacente espansione nel mondo. Il papa sta man mano incontrando i loro capi. Da rivali vuole farseli amici, fino al punto di chiedere loro perdono

Saturday 19 July 2014

Francesco parla, Scalfari trascrive, Brandmüller boccia

Come storico della Chiesa, il cardinale tedesco confuta la tesi secondo cui il celibato del clero sarebbe un'invenzione del secolo X. No, obietta: ha origine già con Gesù e gli apostoli. E spiega perché

Tuesday 15 July 2014

Marcello Candia, l’industriale per i poveri

L’8 luglio 2014, la Congregazione dei Santi ha promulgato il decreto sul riconoscimento delle virtù eroiche del servo di Dio dott. Marcello Candia, missionario laico in Amazzonia brasiliana dal 1965 al 1983, dove ha speso la sua vita di volontario fra i poveri e i lebbrosi e tutte le sue sostanze. Marcello Candia (1916-1983), figlio di un industriale milanese, nato a Portici (Napoli), eredita dal padre la fabbrica di acido carbonico la dirige per 18 anni con successo, fondando tre nuovi stabilimenti. Ma Dio lo chiamava ad essere “l’industriale della carità”. Fin da giovane studente (tre lauree in chimica, biologia e farmacologia), divideva il suo tempo fra l’industria paterna e le opere di carità nella sua Milano: il “Villaggio della madre e del fanciullo”, l’assistenza ai profughi dai campi di concentramento tedeschi, un dispensario medico gratuito per i poveri, l’aiuto ai baraccati delle periferie milanesi (dove da adolescente mamma Luigia portava i cinque figli alla domenica pomeriggio), il “Collegio degli studenti d’Oltremare” voluto dal Card. Montini.

Non si era sposato per fare opere di bene e sentiva profondamente anche la chiamata alle missioni. Fonda la scuola di medicina per missionari (all”Università di Milano) e sostiene i primi organismi di laicato missionario in Italia. Nel 1949 incontra mons. Aristide Pirovano, missionario del Pime e fondatore della diocesi di Macapà alle foci del Rio delle Amazzoni, che lo invita ad andare con lui per fondare un ospedale per i poveri. Marcello va in Amazzonia e si appassiona di quel popolo, ma solo nel 1964, a 49 anni, riesce a vendere la sua fiorente industria e va a Macapà con i missionari del Pime, donandosi totalmente a quella missione. La sua vita, nei 19 anni di Amazzonia (muore nel 1983 di cancro al fegato, è tutta una corsa contro il tempo per realizzare e finanziare molte opere di bene: l’ospedale di Macapà, allora il più grande e moderno dell’Amazzonia brasiliana, il rifacimento del lebbrosario di Marituba (con 2000 lebbrosi), nella foresta presso Belem, centri sociali e casette per i poveri, scuola per infermiere, aiuti a tutte le missioni del Brasile povero che ricorrevano a lui.

All’inizio, in Amazzonia aveva più d’un miliardo di lire (del 1964), spende tutto e incominciano ad arrivargli le offerte dei suoi ex-dipendenti, di molti amici e di tanti altri che venivano a conoscenza della sua avventura. Marcello mandava foto e lettere e tornava un mese l’anno in Italia per rispondere a inviti di conferenze e interviste. Avendo venduto anche la sua casa a Milano, in Italia era ospite del Pime, che gli organizzava gli incontri e le interviste a giornali, radio e televisioni.
Dove sta la grandezza di questo “santo” del nostro tempo, modello per i laici missionari? Nella sua profonda vita di fede e di pietà e nella sua carità. Si definiva “un semplice battezzato”: non apparteneva ad alcuna associazione o movimento ecclesiale; un uomo libero, con una spiritualità profonda ma elementare, che s’è santificato con le preghiere del “Manuale del buon cristiano”. Era il santo della carità, il santo della Croce e il santo della gioia. In quel tempo di dittatura in Brasile, i militari sospettavano di questo riccone che va a spendere i suoi soldi in una regione ai confini del Paese e vive poveramente. Lo sorvegliavano, ostacolavano, umiliavano e lui sopportava con pazienza. Il governatore militare di Macapà dice al vescovo mons. Giuseppe Maritano: “”Mi spieghi lei questo mistero. Vedo che il dottor Candia s’interessa solo dell’ospedale e spende tutto quel che ha per i poveri.. Però, quando gli parlo mi sembra una persona normale”. Mons. Maritano ha testimoniato: “Voleva che l’ospedale fosse per i poveri, perchè questo era l’unico scopo per il quale l’aveva costruito. Diceva: ‘Se c’è un malato povero e uno ricco, prima ospitiamo il povero e poi, se c’è posto, il ricco, che può rivolgersi all’ospedale governativo. Io voglio un ospedale missionario per i poveri e quindi dev’essere per forza passivo. Se è in attivo vuol dire che non è più missionario e per i poveri’. Marcello pagava tutte le spese e i passivi”.

Il mistero della sua vita sta tutto nella sua preghiera. Pregava molto, una preghiera semplice e continua, aveva sempre il pensiero rivolto a Dio e ha portato in Brasile le Carmelitane di Firenze, costruendo due loro conventi, perché diceva: “La preghiera è il carburante delle opere di bene”.
Ho accompagnato Marcello nella visita a diversi lebbrosi. Si inginocchiava vicino al letto, baciava quei malati e mi diceva: “In ogni malato c’è Gesù”. Faceva una vita di grandi rinunzie e sofferenze, anche per visitare le sue opere in tutti il Brasile dei poveri (quando è morto finanziava 14 opere da lui fondate). In Brasile ha avuto cinque infarti e un’operazione al cuore, non avrebbe dovuto tornare in Amazzonia, ma lui è stato fedele alla chiamata di Dio.

Nel 1975 il presidente del Brasile dà a Marcello Candia l’onorificenza più importante del paese “Cruzeiro do Sul” e il più importante settimanale illustrato brasiliano, “Manchete” di Rio de Janeiro, gli dedicò un articolo intitolato: “L’uomo più buono del Brasile”, che incominciava con queste parole: “Il nostro Paese è terra di conquista per finanzieri e industriali italiani. Molti vengono da noi ad impegnare i loro capitali allo scopo di guadagnarne altri. Marcello Candia, ricco industriale milanese, vive in Amazzonia da dieci anni, vi ha speso tutte le sue sostanze, con uno scopo ben diverso: aiutare gli indios, i caboclos, i lebbrosi, i poveri. L’abbiamo eletto l’uomo più buono del Brasile per l’anno 1975″.

Nel 1982, un anno prima di morire, Marcello ha istituito la Fondazione Candia per continuare a mantenere le opere da lui fondate; oggi la Fondazione finanzia più opere di quante ne ha lasciate Marcello. Indirizzo: Fondazione dott. Marcello Candia – Via P. Colletta, 21, 20135 Milano, tel. 02.546.37.89. Chiedere DVD e filmati, immaginette e il bollettino “Lettera agli Amici di Marcello Candia”.
Per conoscere Marcello Candia: P. Gheddo, “Marcello dei lebbrosi”, la biografia che è un romanzo d’avventure e le sue “Lettere dall’Amazzonia”, una lettura appassionante e commovente. Chiedere questi libri a P. Piero Gheddo, Pime, Via Monterosa,81 – 20149 Milano – Tel. 02.43.82.04.18.

Domani 16 luglio vado in vacanza al mare e ritorno a Milano il 4 agosto. Auguro buona estate nel Signore a tutti i miei amici lettori e per i Blog ci vediamo dopo il 15 agosto. Grazie.

Piero Gheddo

Thursday 10 July 2014

Parlare di Dio riscaldando il cuore

Lo dico spesso perché ne sono convinto. La “Evangelii Gaudium” (La gioia del Vangelo) di Papa Francesco è un documento straordinario che specialmente i vescovi e i preti non possono non leggere e meditare. Non è una solenne enciclica, ma una popolare “Lettera apostolica”, perché è il programma del suo pontificato. Per mettersi in sintonia col Papa argentino bisogna leggere e confrontarsi con questo piccolo libretto. Mi hanno colpito queste insolite parole: “Molti sono i reclami in relazione alle omelie domenicali e non possiamo chiudere le orecchie. L’omelia è la pietra di paragone per valutare la vicinanza e la capacità d’incontro di un Pastore con il suo popolo”.
Dopo 61 anni di sacerdozio, ho capito che uno dei momenti più importanti, ma anche più contestati del nostro ministero sacerdotale è proprio l’omelia domenicale e anche il breve commento al Vangelo quotidiano, come fa Francesco a Santa Marta. Basta pensare ai circa 15 milioni di fedeli che ogni domenica ascoltano le nostre prediche! Chi mai in Italia ha la possibilità di parlare tutte le settimane a tanti milioni di ascoltatori? Eppure, dice Francesco, “si sentono lamenti… e non possiamo chiudere le orecchie”! Lui stesso indica la soluzione con il suo modo di parlare. Penso che abbia suscitato tanta simpatia e commozione, anche per i contenuti del suo dire, ma anzitutto perchè parla a braccio, in tono familiare, si riferisce alla gente che ha davanti, la provoca personalmente. Ha un testo da leggere, lui lo legge, ma poi si ferma, fa una battuta e va avanti per conto suo, parla in modo che tutti capiscono e lo ascoltano volentieri. Non fa una lezione, ma parla a me, a ciascuno di noi.
Francesco usa un linguaggio spontaneo e dell’immagine, che si riferisce al vissuto, ha un modo di esprimersi comprensibile a tutti per la sua carica emotiva , usa espressioni che toccano il cuore: “Dio è misericordioso, perdona sempre”, “non abbiate paura della tenerezza, ne abbiamo bisogno”, “le lacrime sono un dono di Dio, non temete di piangere, lasciatevi commuovere”, “Parlate il linguaggio evangelico dei bambini, non quello ipocrita dei corrotti”.
A me il giornalismo ha dato molto. Quando studiavo nel seminario teologico del Pime a Milano (1949-1953), una materia di studio si chiamava omiletica, la scienza sacra che spiega come fare l’omelia. L’insegnante ci diceva che bisogna studiare l’esegesi dei testi biblici da commentare, approfondirne il significato teologico, trovare belle citazioni dei Padri della Chiesa e dei Papi, ambientare il fatto evangelico nella cultura ebraica di quel tempo. Tutto bene ma non spiegava l’elemento fondamentale di una predica: come attirare e mantenere l’attenzione del popolo di Dio che ascolta!
Nella Gaudium et Spes Francesco scrive (n. 156): “ Alcuni credono di poter essere buoni predicatori perché sanno quello che devono dire, però trascurano il come, il modo concreto di sviluppare una predicazione. Si arrabbiano quando gli altri non li ascoltano o non li apprezzano, ma forse non si sono impegnati a cercare il modo adeguato di presentare il messaggio”.
Indro Montanelli diceva a noi giornalisti suoi collaboratori: “All’uomo interessa l’uomo”; non i ragionamenti, le filosofie o teologie, ma l’uomo concreto, cioè la notizia, il fatto, l’esempio, l’esperienza. Il giornalismo mi ha insegnato che la cosa fondamentale per chi scrive è di conquistare l’attenzione di chi legge. “Se non ti leggono – diceva Montanelli – è inutile che tu scrivi!”. Lui conosceva tutte le tecniche e le malizie per farsi leggere. Lo stesso succede per chi predica: se non ti capiscono o non ti ascoltano, è inutile che tu parli! Papa Francesco è ascoltato volentieri perché racconta spesso i buoni esempi di cui è stato testimone, cita sua nonna ed episodi di quand’era arcivescovo di Buenos Aires. Nel nostro ministero noi preti abbiamo una quantità infinita di esperienze positive ed interessanti. Perché le raccontiamo così poco? E’ difficile che la gente non presti attenzione se un prete dice: “Una volta è venuto a trovarmi….”. All’uomo interessa l’uomo!

“Altra caratteristica, si legge nella Evangelii Gaudium (n. 159), è il linguaggio positivo. Non dire tanto quello che non si deve fare ma piuttosto proponi quello che possiamo fare meglio. In ogni caso, se indichi qualcosa di negativo, cerca sempre di mostrare anche un valore positivo che attragga, per non fermarsi alla lagnanza, al lamento, alla critica o al rimorso. Inoltre, una predicazione positiva offre sempre speranza, orienta verso il futuro, non ci lascia prigionieri del negativo”.
In passato, la predica funzionava, per la sensibilità di quel tempo. Alla domenica, sul pulpito andava in scena il predicatore-fustigatore, che tuonava contro la malvagità dei tempi, contro i peccatori che provocavano l’ira di Dio e minacciava l’inferno per quelli che morivano in peccato mortale. Noi ragazzi ne eravamo atterriti, annichiliti. Settant’anni dopo, noi preti ci siamo molto addolciti, ma ancora prevale spesso il tono oratorio, declamatorio di chi insegna qualcosa, non il tono familiare di quando parliamo ad amici. A volte diamo l’impressione di recitare una lezione imparata a memoria. Le parole passano sopra la teste senza entrare nella vita, arrivano alle orecchie senza toccare il cuore. Siamo maestri, ma non testimoni. La gente ascolta ma non si convince e non cambia in conseguenza la propria vita, che è lo scopo finale di tutte le omelie. Alcuni anni fa ho incontrato ad Assisi, il padre Pietro Sonoda, superiore dei francescani conventuali giapponesi, che aveva studiato in Italia e parla bene la nostra lingua. Mi diceva: “Qualche volta in Italia, anche alla televisione, mi capita di sentire le prediche. Se noi facessimo quelle prediche, non ci ascolterebbe nessuno. Il giapponese è pratico, pragmatico e vuol sentire qualcosa che gli dia coraggio e gioia, nella fede e vita cristiana”.

Spesso Papa Francesco suscita commozione parlando della misericordia e della tenerezza di Dio. A mezzogiorno del Natale 2013 parlando dal balcone della Basilica di San Pietro ha detto, scandendo le parole per lasciare alla gente il tempo di entrare nell’onda di commozione che gli viene dal profondo: “Fermiamoci davanti al Bambino Gesù nel Presepio, pensiamo al Figlio di Dio che si è fatto uomo in quella stalla di Betlemme, lasciamo che la commozione invada il nostro cuore e la nostra persona e diventi tenerezza per quel piccolo Bambino appena nato, che porta al mondo la pace, l’amore, la gioia. Non abbiamo paura di questa tenerezza, ne abbiamo bisogno!”.
Caro Papa Francesco, sono scene che tu ripeti spesso, perché ti vengono spontanee, sono il frutto della tua vita di sacerdote abituato a meditare ed a commuoverti quando pensi alla bontà e misericordia di Dio Padre, di Gesù e della Madonna. E quando parli non nascondi questa commozione, ma la comunichi a chi ti ascolta, trasmettendo la gioia della Fede! Questo il segreto delle tue omelie, che ti rendono familiare, popolare, molti pensano: parla proprio a me! Tu parli al cuore di ciascun fedele, di quelle sterminate folle che ti ascoltano anche per radio e televisione. Trasmetti non la dottrina, ma la vita, la tua vita di uomo e spirituale e dai a noi preti un grande esempio. Dobbiamo vivere la gioia e la tenerezza della vita cristiana e trasmetterla. Padre Santo, grazie!

Tuesday 08 July 2014

Testimoni di Geova, al telefono

Non c’è più religione. Questa mattina, mentre stavo a casa piuttosto indaffarato a scrivere, ricevo una telefonata al numero fisso. Non ho riconosciuto la voce, e già mi stavo preparando a dire che mi trovo bene col mio abbonamento telefonico e bla bla bla (riceviamo in media una chiamata al giorno dagli operatori telefonici concorrenti che ci chiedono di cambiare, alle ore più improbabili, anche mentre siamo a pranzo o a cena). Invece la signora o signorina dalla voce calma e gentile, mi dice: “Lei non mi conosce, mi chiamo Laura, volevo chiederle se può essere interessato a una lettura biblica…”.

“Lettura biblica…”, mi ci è voluto qualche secondo per realizzare che non si trattava della quotidiana offerta di Tim o Vodafone. Ho chiesto: “Siete Testimoni di Geova?”. E lei: “Sì”. Allora ho gentilmente risposto che non eravamo interessati e che siamo cattolici. Ho posato la cornetta. E mi son detto che davvero è finita un’epoca se anche i Testimoni di Geova, invece che suonare il campanello o fermarti per strada con l’ultima copia della Torre di Guardia, ti chiamano a casa come Tim, Vodafone, Fastweb o Edison Energia.

Ora che il porta a porta dei Testimoni di Geova si sta trasferendo nei call center, a suonare il campanello di casa rimarranno soltanto i giovani leninisti che offrono (in vendita) una copia di “Lotta comunista”: almeno loro ancora credono che per “evangelizzare” è utile potersi guardare negli occhi.

Tuesday 08 July 2014 06:37

Il Papa e le vittime dei preti pedofili

Cari amici, ieri Papa Francesco ha dedicato l’intera mattinata all’incontro con sei vittime di preti pedofili (tre uomini e tre donne, provenienti da Irlanda, Gran Bretagna e Germania). Ha celebrato la messa con loro alle 7, ha pronunciato un’omelia forte e inequivocabile, li ha salutati al termine della celebrazione come fa di solito. Poi, dalle 9.30 alle 12.30, li ha incontrati personalmente uno ad uno, una ad una.

Più che nelle parole – comunque dirompenti, con un chiaro riferimento non solo al sacrilegio compiuto dagli uomini in tonaca che abusano dei minori, ma anche ai vescovi che hanno fatto finta di niente, hanno sottovalutato, hanno coperto - a contare è stato il tempo. Il tempo dell’ascolto. Il tempo dell’incontro personale. Non si è trattato di un gesto formale. Le vittime che ieri erano a Santa Marta sono rimaste colpite dal fatto che il Papa non guardasse l’orologio.

Dove sta dunque il valore, l’insegnamento di quanto accaduto ieri? Sta innanzitutto nell’esempio. Accogliendo le vittime e ascoltandole, il Papa ha mostrato a tutti i vescovi del mondo come fare in questi casi. Le vittime degli abusi, crimini orrendi che spesso uccidono la fede nei piccoli destinati a portarne le conseguenze indelebilmente incise nella loro anima e nella loro esistenza, vanno accolte, aiutate, assistite. Vanno soprattutto ascoltate. Le vittime sono loro, non i preti accusati (ovviamente se se le accuse sono fondate).

Già due volte Francesco ha detto che non c’è posto per chi commette questi abusi nel ministero sacerdotale e che non si faranno sconti a nessuno. C’è da augurarsi che queste sue indicazioni vengano messe in pratica. E che le amicizie potenti, anche all’interno del Vaticano, o qualche cavillo del diritto canonico, non lascino impuniti coloro che dovrebbero avvertire sulla coscienza il peso del suicidio di qualche loro vittima, e che invece fingono di non rendersi conto del male commesso.

Saturday 05 July 2014

Fare molti figli è possibile anche oggi

In questo “Anno della famiglia”, il quotidiano cattolico Avvenire si sta impegnando a denunziare, con dati e riflessioni, la crisi della famiglia in Italia, che porta all’”agonia del matrimonio” e al “suicidio della società italiana”. Quarant’anni fa (1974) il popolo italiano approvò nel referendum la legge sul Divorzio e il tema è tornato d’attualità. Lamentiamo tutti la crisi dell’Italia, economica, politica, morale, ma ben pochi, fuori della stampa cattolica, affermano che una delle radici di questa crisi sta proprio nella Legge sul Divorzio e poi in quella sull’Aborto, approvata dal referendum (1981). In poche parole,

- l’Italia manca di bambini: ogni anno le morti degli italiani superano di circa 120.000 unità le nascite, proprio il numero (più o meno) degli aborti annuali; e l’anno scorso, per la prima volta, sono calate le nascite tra gli stranieri residenti in Italia:

- la società italiana è una società “liquida”, precaria, instabile, molti giovani sono senza precisi punti di riferimento. Come si può negare che la responsabilità della Legge sul divorzio sia una delle principali cause del pessimismo e della mancanza di speranza che affligge il popolo italiano?

Mi rendo conto che questi problemi sono molto più complessi delle mie affermazioni sommarie. Ma leggo con tristezza l’arrivo di altre leggi che affosseranno ancor più la famiglia naturale riconosciuta dalla Costituzione: divorzio breve, simil-matrimonio fra persone gay, inseminazione artificiale ed eterologa, ecc.

Lasciatemi dire che ho sperimentato la bellezza, la forza e la tenerezza di una vera famiglia cristiana, nella quale i genitori Rosetta e Giovanni (avviati alla santità riconosciuta dalla Chiesa) sono stati e sono la luce, i modelli, l’ispirazione per noi loro figli e oggi lo sono per tanti altri, attraverso il bollettino che pubblica l’arcidiocesi di Vercelli. Nel paese di Tronzano (Vercelli), eravamo una famiglia di condizione economica medio-bassa, durante la guerra si faceva la fame, la mamma era morta di parto con due gemelli nel 1934, il papà disperso nella guerra di Russia, ma l’unità e la solidarietà della nostra grande famiglia ci dava la gioia e la speranza per vivere con serenità la nostra adolescenza.

La “buona notizia” che voglio dare, quasi sempre ignorata dai media “laici”, è che tutto questo è possibile anche oggi. In una cittadina in provincia di Milano, nel maggio scorso è nata Carolina Maria, l’ottava figlia di Davide e Marta nati nel 1977 e 1978, laureati e sposati nel 2002, che hanno deciso fin dall’inizio di prendere tutti i figli che Dio mandava. Eccoli: Benedetta (11 anni), Giuditta (10 anni), Maria Chiara (8), Maddalena (7), Myriam (4), Cecilia (3), Riccardo (2) e Carolina di quasi due mesi. Credetemi, anche solo vedere la foto di questi genitori con le 7 bambine e un maschietto allarga il cuore e commuove. Ma allora, è ancora possibile, per vivere il Vangelo, andare contro corrente e avere molti figli fidandosi della Provvidenza!

Com’è possibile? Hanno genitori ricchissimi? Ho parlato con la signora Elisabetta, mamma di Marta. Dice: “Non hanno avuto veri aiuti economici da nessuno, eccetto dai loro genitori, però appartengono a un movimento (C.L.) e sono aiutati dai loro amici (vestiti e scarpe, giocattoli, interventi per il trasloco, ecc.); aiuti dati anche, a volte, dalle famiglie che conoscono e ammirano questa coppia. E poi hanno risparmiato ed educato i figli ad una vita austera però piena di gioia, di affetti e di amore vicendevole. Pregando, si sono fidati di Dio, si sono sacrificati loro e hanno abituato le bambine, fin da piccole, alle rinunzie e ad una vita di famiglia cristiana che sa andare contro corrente rispetto alle mode mondane”.

La signora Marta mi dice: “Ci siamo sposati a 24 anni poco dopo la laurea, io ho lavorato sei anni poi ho smesso quando ho avuto la quarta bambina. Mio marito è giornalista e viviamo sul suo stipendio che è normale, più gli straordinari che fa. I nostri genitori qualche volta ci aiutano ma sono pensionati normali. Tre anni fa eravamo già in sette in un appartamento di 75 metri quadri ed è nato Riccardo. Adesso siamo in un sottotetto abitabile grande più del doppio di un nuovo palazzo, che abbiamo acquistato pagando un mutuo (ne abbiamo per vent’anni). Questa è l’unica volta che i nostri genitori ci hanno davvero aiutati. Le bambine vivono in stanze con letti a castello, Riccardo in una cameretta da solo e Carolina dorme nella carrozzina in sala e quando sarà più grande vedremo. Per il parto di Carolina ho avuto tante difficoltà e temevo di perderla. Abbiamo fatto una novena a Rosetta e Giovanni e Carolina è nata bene prematura di un mese ma adesso cresce bene.

Debbo dire che le nostre bambine sono più autonome di altre della stessa età, hanno imparato presto a cavarsela da sole. I capricci li fanno anche loro e a volte giocano, bisticciano e se le suonano di santa ragione. Sono bambine del tutto normali, ma imparano a fare a meno del superfluo, ad aiutare gli altri e poi in casa lavorano, lavano, imparano a stirare, a preparare la tavola, ecc. Le più grandi a volte vogliono qualcosa di particolare e vediamo di accontentarle.

Ma qui attorno ci sono altre famiglie che hanno tanti bambini. Una ha dieci figli più grandicelli dei nostri (e un figlio in affido) e anche i loro sono molto più vivaci e maturi dei loro coetanei. Il modo migliore per educare i figli è farne più di uno o due, almeno tre o quattro. Nella nostra famiglia, lo dicono tutti, c’è la gioia che è educativa del carattere. Abbiamo sempre pregato assieme. Se non si cerca la comunione con Dio, non è possibile affrontare la vita e rimanere sereni e pieni di speranza, nelle grandi difficoltà e sofferenze d’oggi.

Piero Gheddo

Monday 30 June 2014

Festa di San Pietro, il primo Papa

San Pietro, l’Apostolo che Gesù ha scelto come suo successore nel dirigere la comunità dei suoi discepoli. Quali sono le qualità umane di Pietro, che hanno convinto Gesù a farne il primo Papa? Pietro era a capo di una compagnia di pescatori, un uomo autentico, onesto e trasparente, aveva leadership, bontà naturale, prudenza e coraggio, esperienza di vita.

1) La caratteristica fondamentale della sua vita è l’amore appassionato a Cristo e la fede in Lui.
Significativa la triplice domanda di Gesù: “Pietro, mi ami tu più di costoro?”. E la sua risposta: “Signore, tu sai tutto. Tu sai quanto ti amo!”. Non era una fede intellettuale, nutrita di studi, ma un amore totale alla persona di Cristo.
“E voi, chi dite che io sia?”. Pietro è stato il primo a dare la risposta giusta: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Il cristianesimo è sostanzialmente la fede e l’amore appassionato a Gesù Cristo, che vuol dire imitarlo e farlo conoscere.
“Volete andarvene anche voi?”. Pietro risponde: “Da chi andremo Signore?Tu solo hai parole di vita eterna”.

La fede e l’amore a Cristo lasciano però a Pietro tutti i suoi limiti e peccati. Si fa dire dal Maestro: “Via da me, o Satana! Tu ragioni come gli uomini, non pensi come Dio”. La notte del Venerdì Santo tradisce Gesù: “Non lo conosco”. E quando Gesù è in agonia appeso in Croce, Pietro non si fa vedere, fugge lontano. Tutto questo avrebbe dovuto scoraggiare Pietro, renderlo pessimista, allontanarlo da Cristo.
Invece, da uomo vero, era umile e riconosce il suo peccato, piange amaramente, crede dell’amore a Cristo che lo purifica, lo redime, lo rinnova. La coscienza del suo peccato non diminuisce anzi aumenta il suo amore appassionato a Cristo. Se mi sento triste per il mio peccato è perchè non sono umile. “Dio perdona sempre, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere eperdono”
Ecco l’esempio più toccante di Pietro. Lo scoprirsi uomo e peccatore (“Allontanati da me – dice a Gesù – che sono un uomo peccatore”) non lo abbatte, sa che l’amore a Cristo vince tutto e riprende il cammino con nuova lena.
Gesù ama le persone autentiche e Pietro lo era. Ritorna sui suoi passi e nel Cenacolo è con Maria e gli altri Apostoli a ricevere lo Spirito Santo. Poi è pieno di coraggio e al Sinedrio, che gli proibiva di parlare ancora di Cristo risponde: “Bisogna obbedire a Dio prima che agli uomini”. Lancia la sfida ed è disposto a ricevere una buona dose di frustate, a farsi incarcerare e poi, alla fine della vita a morire crocifisso come il suo Maestro, addirittura con la testa in basso.

2) Pietro è il primo Papa e rappresenta l’interminabile successione dei 265 Papi che ci tengono uniti a Cristo. Gesù ha lasciato un messaggio da trasmettere nei secoli e ha creato la comunità dei credenti, la Chiesa, con un capo, il Papa. Un uomo come tutti gli altri, debole e peccatore, ma che ha l’assistenza dello Spirito Santo, per conservare la fede e trasmetterla attraverso i vescovi e i sacerdoti nei secoli dei secoli.
Gesù dà a Pietro le chiavi del Regno (Mat 16, 18-19), l’incarico di confermare i suoi fratelli nella fede (Lc 22, 32), la missione di pascere il gregge di Cristo (Gv 21, 15-19). E poi, prima di salire al Cielo ha promesso lo Spirito Santo: “Ho ancora molte cose da divi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però verrà lo Spirito di verità egli vi guiderà alla verità tutta intera e vi annunzierà le cose future” (Gv 16, 7-15).

In duemila anni la Chiesa cattolica, con l’assistenza dello Spirito Santo, è cambiata molte volte, ma sempre nella fedeltà al Vangelo. Il Papa continua a guidare la Chiesa e specialmente negli ultimi tempi ha acquistato una forza di persuasione e di commozione che non ha nessun’altra autorità mondiale.
Quant’è bella la nostra fede! Nella confusione di idee proposte del nostro tempo abbiamo con noi il Vicario di Cristo, il rappresentante di Gesù sulla terra. Non è da solo, ma agisce in comunione con i circa 4.500 vescovi della Chiesa cattolica e ha l’assistenza dello Spirito Santo.
Mons. Aristide Pirovano (1915-1997), fondatore della diocesi di Macapà in Amazzonia brasiliana (1946-1965) e superiore generale del Pime (1965-1977), in tempi di relativismo e divisioni nella Chiesa, parlando e scrivendo ai missionari si riferiva spesso al Papa e diceva: “La mia linea è quella di stare sempre col Papa”. Ai partenti per le missioni diceva (22 settembre 1968):
“Cari confratelli, solo nel Papa e col Papa si realizza quell’unità con Cristo, per la quale Gesù pregò nel Cenacolo: “Ti prego, Padre per quelli che crederanno in me: perché tutti siano una cosa sola. Come tu, Padre, sei in me e io te, siano anch’essi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17, 20-23)”. Così anche noi potremo essere uniti nella Chiesa di Cristo e nel nostro Istituto”.

3) Oggi il Signore ci ha mandato un Papa che sta mettendo le basi per portare la Chiesa sempre più vicina a Cristo e sempre più a servizio del Popolo di Dio. Giovanni XXIII aveva convocato il Concilio Vaticano II, Papa Francesco sta consultando i vescovi e le comunità cristiane per indicare com’è la conversione della Chiesa, cioè di noi tutti, partendo dai vescovi, sacerdoti e persone consacrate.
Francesco è il primo Papa che viene dalle missioni e porta nelle nostre Chiese antiche l’entusiasmo della fede e la collaborazione all’azione evangelizzatrice della Chiesa, che lo Spirito ha suscitato nelle giovani comunità fondate dai missionari.
Non è facile capire e seguire questo Papa, il metodo migliore è leggere e meditare pregando la sua Lettera apostolica. “Evangelii Gaudium” (la Gioia del Vangelo), scritta come Francesco parla, a braccio, e quindi facilmente comprensibile e molto leggibile, concreta, pratica, provocatoria. Dobbiamo capire, amare il Papa, pregare per lui e chiedere allo Spirito Santo di accendere anche in noi il “fuoco della Pentecoste” che può infiammare il mondo e portare i popoli nel gregge di Cristo e l’umanità in un cammino verso il Regno di Dio.

Piero Gheddo

Sunday 29 June 2014

Il Papa e la devozione mariana

Cari amici, vi chiedo scusa per queste due settimane di silenzio, dovute a un trasloco. Oggi festa dei santi Pietro e Paolo, Papa Francesco ha celebrato in San Pietro, ha imposto il pallio a 24 arcivescovi metropoliti e ha fatto una bella omelia sulle paure di Pietro: su Vatican Insider trovate un mio articolo su questo. Qui vorrei riportare un passaggio di una meditazione a braccio che ieri sera il Papa ha fatto davanti alla riproduzione della grotta di Lourdes nei giardini vaticani, incontrando un gruppo di giovani della diocesi di Roma in ricerca vocazionale:

«Quando un cristiano mi dice, non che non ama la Madonna, ma che non gli viene di cercare la Madonna o di pregare la Madonna, io mi sento triste. Ricordo una volta, quasi 40 anni fa, ero in Belgio, in un convegno, e c’era una coppia di catechisti, professori universitari ambedue, con figli, una bella famiglia, e parlavano di Gesù Cristo tanto bene. E ad un certo punto ho detto: “E la devozione alla Madonna?” “Ma noi abbiamo superato questa tappa. Noi conosciamo tanto Gesù Cristo che non abbiamo bisogno della Madonna”. E quello che mi è venuto in mente e nel cuore è stato: “Mah… poveri orfani!”. È così, no? Perché un cristiano senza la Madonna è orfano. Anche un cristiano senza Chiesa è un orfano».

«Un cristiano ha bisogno di queste due donne, due donne madri, due donne vergini: la Chiesa e la Madonna. E per fare il “test” di una vocazione cristiana giusta, bisogna domandarsi: “Come va il mio rapporto con queste due Madri che ho?”, con la madre Chiesa e con la madre Maria. Questo non è un pensiero di “pietà”, no, è teologia pura. Questa è teologia. Come va il mio rapporto con la Chiesa, con la mia madre Chiesa, con la santa madre Chiesa gerarchica? E come va il mio rapporto con la Madonna, che è la mia Mamma, mia Madre?»

Wednesday 25 June 2014

Perchè i coreani si convertono a Cristo e i giapponesi no?

L‘amico Sandro Magister mi ha chiesto di scrivere questo articolo, in vista del prossimo viaggio di Papa Francesco in Corea del sud. Ho risposto volentieri all’invito, avendo visitato e studiato queste due Chiese, che Sandro ha pubblicato sul suo Sito (www.chiesa.espressonline.it) e oggi lo rendo noto ai lettori dei miei Blog.

Giappone e Corea hanno una storia e una cultura molto diverse, per cui la missione cristiana ha prodotto risultati diversissimi. Parlo prima del Giappone dove, quasi cinque secoli dopo l’ingresso dei missionari cattolici, con san Francesco Saverio nel 1549,

- i battezzati nella Chiesa cattolica sono 440.000 su 128 miiioni di giapponesi (lo 0,35%), e circa mezzo milione di protestanti;

- in Corea (la Chiesa entra con alcuni laici alla fine del 1700) i cattolici sono circa 5,3 milioni su 50 milioni di sud-coreani, cioè il 5,4%; i protestanti delle varie Chiese e sette si calcolano il 17%, cioè circa 8 milioni. Seul di notte sembra una città cristiana per l’immenso numero di croci sugli edifici cristiani, chiese, scuole, ospedali, ecc.

La fede cristiana è stata accolta con molte difficoltà in Giappone e oggi con le braccia aperte in Corea del Sud. Le due Chiese locali risentono dell’ambiente in cui vivono e perché sono una minuscola minoranza nel Giappone, che va avanti come un treno, mentre in Corea il cristianesimo sta diventando il motore della nazione. Dagli anni sessanta ad oggi circa la metà dei Presidenti della Corea del sud erano cristiani, compreso il famoso Premio Nobel per la Pace nel 2000, Kim Dae-jung (1925-2009), per il suo vigoroso impegno nella riconciliazione fra Nord e Sud della Corea.

Perché i giapponesi si convertono poco? Essenzialmente per un motivo religioso-culturale. Le religioni del Giappone insegnano, come lo shinto, che l’uomo è uno dei tanti elementi della natura, nella quale si manifesta il Dio sconosciuto; il confucianesimo dà una visione statica della società, dove la suprema norma morale è il rispetto e l’obbedienza per mantenere l‘armonia tra cielo e terra, tra superiori e sudditi, tra politica ed economia. Secondo la morale confuciana ciascuno deve svolgere il proprio lavoro col massimo impegno nel posto che gli è stato assegnato. Il buddhismo, insegnando il distacco da se stessi, il disprezzo delle passioni e delle idee personali, considerate come perniciose illusioni, rende l’individuo disposto a tutto e oltremodo paziente.

Il giapponese è figlio di queste religioni: ottimo lavoratore, sobrio, obbediente alle direttive. In una società dove tutto deve funzionare come una macchina, il giapponese è l’elemento ideale, perché si muove in gruppo. La gente ha una forte coscienza unitaria di popolo, ma una scarsa coscienza dei diritti della persona. La vita comune comincia nella famiglia, continua nella scuola e finisce nella ditta, concepita come una grande famiglia. Lo spirito di collaborazione che predomina nella ditta, rende il lavoro altamente efficiente e produttivo. Il successo della ditta per cui uno lavora è considerato un ideale di vita per il quale vale la pena di sacrificarsi, anche con ore di lavoro straordinario, spesso poco o nulla retribuito.

“L’influsso delle religioni tradizionali – mi diceva padre Alberto Di Bello (in Giappone dal 1972) – hanno educato ad una viva coscienza dei propri doveri, più che dei propri diritti. Il cristianesimo, entrando in Giappone attraverso le moderne missioni cristiane e l’influsso dell’Occidente, ha portato in Giappone il concetto fondamentale del mondo moderno, quello della “Carta dei Diritti dell’uomo” dell’Onu (1948): il valore assoluto della singola persona umana. La società, lo stato, la patria sono a servizio della persona umana, non la persona a servizio della società, dello stato, della patria”.

Però questa rivoluzione fatica ad entrare nella mentalità comune. Padre Giampiero Bruni, in Giappone dal 1973, mi dice: “Se un individuo è consapevole e libero, può fare la sua scelta di convertirsi a Gesù; se non è libero perché è membro di un gruppo, non può. Il giapponese è abituato ad obbedire ed a fare come fanno tutti, finora domina il gruppo, uscire dal gruppo non si può, significa tagliare tutti i rapporti, E io credo che anche oggi le conversioni che avvengono dobbiamo esaminare bene se sono libere o condizionate da qualcosa che non riusciamo a capire”. Questo il concetto di fondo che hanno espresso i missionari che ho interrogato, nei miei viaggi in Giappone e ora qualcuno reduce in Italia per vacanze e cure.

Radicalmente diversa la Corea del Sud. Nell’ultimo mezzo secolo ha registrato una crescita record dei cristiani: dal 1960 al 2011 gli abitanti passano da 20 a circa 50 milioni, reddito pro capite da 1.300 a 23.500 dollari, i protestanti dal 2 al 17%, i cattolici da circa 100.000 (lo 0,5%) a 5.309.964 (10,3%), secondo le statistiche della Conferenza episcopale coreana. Ogni anno si celebrano 130-140.000 battesimi. La Chiesa coreana è al femminile, a partire dal nome: il cattolicesimo è chiamato “La religione della Mamma”, perché davanti a non poche chiese c’è la statua di Maria con le braccia aperte, che invita i passanti ad entrare; e poi perché nel 1011 i fedeli maschi erano 2.193.464 (il 41,5 % del totale), le femmine 3.095.332, ovvero il 58,5%.

Perchè i coreani si convertono a Cristo? Le conversioni avvengono in massima parte nelle città e fra le élites del paese, professionisti, studenti, artisti, politici e militari anche di alto grado. L’uomo simbolo della Chiesa cattolica in Corea è stato il card. Kim Sou-hwang (1922 -2009), arcivescovo di Seul dal 1968 al 1998, fautore di un forte impegno della Chiesa cattolica in campo sociale. Durante la lunga dittatura militare, aveva fatto della cattedrale Myong-dong a Seul un rifugio per gli oppositori non violenti alla dittatura. I militari non osarono mai entrare nella cattedrale, che sapevano difesa dal popolo. Per lunghi anni il card. Kim è stato la personalità più influente della Corea.

Motivo storico che spiega le conversioni. La Corea ha conosciuto mezzo secolo di occupazione giapponese e poi più di tre anni di guerra civile fra Nord e Sud (1950-1953), combattimenti feroci casa per casa, distruzione di molte abitazioni e strutture statali che esistevano. Padre Giovanni Trisolini, uno dei primi salesiani entrati in Corea nel 1959, mi diceva (nel 1986): “Quando sono giunto in Corea c’era una miseria spaventosa. Il paese era ancora distrutto dalla guerra, con gli eserciti che erano passati e ripassati su tutto il territorio della Corea del Sud. Il lavoro principale di noi missionari era di dare da mangiare alla gente (con gli aiuti americani), che letteralmente moriva di fame. Poche strade e ferrovie, non funzionava quasi nulla delle strutture statali. I governi del Sud Corea, col paese occupato dagli americani, hanno privilegiato l’istruzione del popolo, fondando ovunque scuole con un sistema educativo moderno, per far uscire il popolo dall’insegnamento tradizionale, che trasmetteva una visione dell’uomo di natura confuciana, ereditata dalla Cina e poco adatta a formare giovani in un paese moderno”.

La scuola è stata estesa a tutti, quindi anche alle bambine, con un insegnamento di materie totalmente diverse da quelle dell’insegnamento confuciano. Questo cambiamento radicale dell’istruzione, in poco tempo ha risolto il problema dello sviluppo economico e ha contribuito a preparare la strada alla democrazia, ai diritti dell’uomo e della donna e al cristianesimo. Oggi la Corea del sud non ha più analfabeti, la scuola è obbligatoria e gratuita per tutti, dal giardino d’infanzia fino alle scuole superiori, umanistiche o tecniche, che quasi tutti frequentano. Nel 1960 la Corea del Sud era uno dei paesi più sottosviluppati dell’Asia, negli anni ottanta è stata una delle “tigri asiatiche” (con Taiwan, Singapore e Thailandia).

E’ facile comprendere perché un popolo educato da una scuola moderna, che orienta la vita verso la razionalità e i valori del mondo moderno, si converta facilmente al cristianesimo, che è alla base della Carta dei diritti dell’uomo dell’Onu. Il cristianesimo esercita un forte potere di attrazione, rispetto al confucianesimo e al buddhismo, per almeno cinque motivi:

1) Introduce l’idea di uguaglianza di tutti gli esseri umani creati dalle stesso Dio, Padre di tutti gli uomini; e soprattutto il principio dell’uguaglianza nei diritti fra uomo e donna, pur nella diversità e complementarietà fra le persone dei due sessi. Nella società confuciana la donna non ha la stessa dignità e gli stessi diritti dell’uomo. Nella società confuciana la donna era quasi schiava del marito, le bambine non andavano a scuola e la donna è inferiore all’uomo (“è un uomo mal riuscito”, diceva Confucio).

2) Cattolici e protestanti si sono segnalati per la partecipazione attiva al movimento popolare contro la lunga dittatura militare tra il 1961 e il 1987, quando i militari hanno lasciato il potere ad un governo democratico; confucianesimo e buddhismo promuovevano invece l’obbedienza all’autorità costituita. In Corea (e nelle Filippine), le dittature dei militari hanno lasciato il potere a governi eletti non per rivoluzioni violente, ma per la “rivoluzione dei fiori”, cioè principalmente per le pressioni dell’opinione pubblica coscientizzata dalle Chiese cristiane in Corea.

3) Il cristianesimo è la religione del Libro e di un Dio personale, mentre sciamanesimo, buddhismo e confucianesimo non sono nemmeno religioni, ma sistemi di saggezza umana e di vita; soprattutto non hanno un’organizzazione e direzione a livello nazionale, che rappresenti i loro fedeli. Ci sono tentativi di coordinamento fra le varie pagode e monasteri buddisti, ma ciascuno va per conto suo.

4) Cattolici e protestanti hanno costruito e mantengono un grande quantità di scuole a tutti i livelli, fino a numerose università (quelle cattoliche sono 12), che si sono imposte nel paese come le migliori dal punto di vista educativo e dei valori a cui formano i giovani. Tutte le famiglie vorrebbero mandare i loro figli alle scuole cristiane, perché l’educazione dei giovani ispirata al Vangelo si dimostra la più efficace nel formare persone adulte e mature.

5) Infine, la Corea del Sud è ormai un paese evoluto e anche ricco (si dice che “è in ritardo sul Giappone di soli vent’anni”), nel quale le antiche religioni non danno risposte ai problemi della vita moderna: e questo è inevitabile, perché il mondo moderno è nato in Occidente, dalla radice biblico-evangelica, cioè dalla Rivelazione di Dio. Il cristianesimo, e soprattutto il cattolicesimo, si presenta come religione adeguata al nostro tempo, attiva nell’aiuto di poveri.

Però non esiste una risposta risolutiva alla domanda “Perché i coreani si convertono a Cristo?”. Il card. Kim diceva spesso: “Non sappiamo perché abbiamo così tante conversioni a Cristo e alla Chiesa. Ringraziamo lo Spirito Santo e chiediamo la grazia che continui a soffiare forte sul nostro popolo”. Ogg, 28 anni dopo il mio viaggio in Corea, la realtà delle conversioni conferma quanto mi diceva padre Vincent Ri, prefetto degli studi della Facoltà teologica del seminario maggiore di Kwangju: “Il coreano è fiero di definirsi religioso: anche fra gli studenti, gli intellettuali, le persone colte, non esiste lo spirito anti-religioso o ateo comune in Europa. Il fatto religioso è al centro della vita del nostro popolo e questa è un’antica tradizione che lo sviluppo economico e tecnico non ha abolito, anzi contribuisce a rafforzare, dato che oggi aumentano i problemi a cui dare risposta e solo il cristianesimo dà queste risposte”.

Mons. René Dupont, oggi vescovo emerito di Andong, nel novembre 2011 ha scritto: “Oggi in Corea il cristianesimo non è più considerato una religione straniera”, anche perché, ha dichiarato mons. Kang-U vescovo di Cheju e presidente della CBCK, non c’è nessun contrasto fra la tradizione religiosa coreana (soprattutto la pietà filiale e il culto degli antenati) e i valori della Chiesa cattolica. Il segretario della CBCK, mons. Simon E. Chen nell’agosto 1986 mi diceva: “La nostra Chiesa ha tante conversioni, ma siamo ingiustamente trascurati dall’Europa cristiana e dai missionari. Papa Pio XI mandava missionari e religiosi in Cina. Pio XII mandò molti missionari in Giappone dicendo: “Se si converte il Giappone, si converte tutta l’Asia”; poi con l’enciclica “Fidei Donum” chiedeva missionari per l’Africa. Giovanni XXIII e Paolo VI esortavano ad andare in Africa e in America Latina”.

“Noi cristiani di Corea ci sentiamo dimenticati dal mondo cristiano. Quando negli anni cinquanta sono andati migliaia di missionari e suore in Giappone, quasi nessuno è venuto in Corea. La nostra Chiesa è stata scoperta solo con la visita trionfale di Giovanni Paolo II nel maggio 1984. Allora, in Occidente molti si sono meravigliati che qui ci sono tante conversioni e vocazioni. Eppure questo fenomeno dura dagli anni 70 e dopo la visita dal Papa ha assunto dimensioni eccezionali. La sua visita è servita più di tutte le nostre prediche ad annunziare Cristo ai non cristiani ed a fortificare la fede nei nostri battezzati”.

Piero Gheddo

Friday 13 June 2014

Francesco su Pio XII

Cari amici, mi permetto di suggerirvi la lettura dell’intervista che Papa Francesco ha concesso al quotidiano catalano La Vanguardia. Riporto qui due domande e due risposte riguardanti l’annoso problema dell’apertura degli archivi del ruolo di Pio XII durante la Shoah.

Uno dei suoi progetti è quello di aprire gli archivi del Vaticano sull’olocausto.

Porteranno molta luce.

La preoccupa quello che si potrebbe scoprire?

Su questo punto a preoccuparmi è la figura di Pio XII, il Papa che guidò la Chiesa durante la seconda guerra mondiale. Al povero Pio XII è stato buttato addosso di tutto. Ma bisogna ricordare che prima era visto come il grande difensore degli ebrei. Ne nascose molti nei conventi di Roma e di altre città italiane, e anche nella residenza estiva di Castel Gandolfo. Lì, nella stanza del Papa, sul suo stesso letto, nacquero 42 bambini, figli di ebrei e di altri perseguitati rifugiatisi lì. Non voglio dire che Pio XII non abbia commesso errori — anche io ne commetto molti — ma il suo ruolo va letto nel contesto dell’epoca. Era meglio, per esempio, che non parlasse perché non uccidessero più ebrei, o che lo facesse? Voglio anche dire che a volte mi viene un po’ di orticaria esistenziale quando vedo che tutti se la prendono con la Chiesa e con Pio XII e si dimenticano delle grandi potenze. Lo sa che conoscevano perfettamente la rete ferroviaria dei nazisti per portare gli ebrei ai campi di concentramento? Avevano le foto. Ma non bombardarono quei binari. Perché? Sarebbe bene che parlassimo un po’ di tutto.

Thursday 20 February 2014

Il progetto di Francesco. Dove vuole portare la Chiesa

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È in libreria “Il progetto di Francesco. Dove vuole portare la Chiesa”. Una conversazione di Víctor Manuel Fernández con Paolo Rodari, Collana «Vita di missione – Nuova serie», Editrice Missionaria Italiana, pp. 144, euro 10,90.

Fernández è rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina; è stato uno dei primi vescovi nominati da papa Francesco, elevato nel maggio 2013 alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, uno dei saggisti più letti in America latina in fatto di teologia e spiritualità, ha un rapporto di assoluta fiducia con il papa che vede in lui un valido consulente e collaboratore. Non a caso fu lui, nel 2007, alla V Conferenza dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida, ad aiutare l’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro papa.

Poche persone come Fernández, dunque, possono aiutare a capire chi sia Francesco e verso dove egli vuole che la Chiesa vada. Anzitutto, secondo il teologo argentino, Francesco chiede alla Chiesa un movimento: l’uscita. «Uscire da sé stessi», spiega Fernández, «una categoria-chiave per comprendere a fondo il pensiero e la proposta del papa, perché il Vangelo ha sempre la dinamica dell’esodo e del dono, dell’uscire da sé. È il contrario dell’autorefenzialità che egli tanto deplora». E ancora, su questa idea che è centrale nel magistero dell’attuale pontefice: «Tale uscita richiede di osare, fare il primo passo, non restare seduti sperando che la gente venga ai nostri incontri o ai nostri corsi, avere il coraggio di parlare di Gesù e della propria esperienza di fede a tutti e in ogni luogo. Il papa ci ricorda sempre che la comunità evangelizzatrice non si chiude, ma anzi accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione se necessario, e si fa carico della vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo».

È il programma rivoluzionario del Papa venuto da un Paese «quasi ai confini del mondo» che il teologo argentino declama in queste intense pagine: prima dei princìpi, viene l’annuncio del Vangelo, da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Non ci si può limitare ad annunciare i princìpi morali da seguire. Occorre parlare anzitutto della gioia del Vangelo e del fatto che il Suo annuncio è un annuncio di misericordia. Secondo Fernández l’intento del Papa è di scuotere la Chiesa, di farla uscire dal recinto dei suoi privilegi, oltre le logiche del carrierismo e delle divisioni per arrivare a tutti, specialmente agli ultimi, agli emarginati, a chi non ha nulla. È una Chiesa povera e per i poveri che vuole il Papa, la stessa Chiesa che voleva quando era cardinale a Buenos Aires.

Ecco di seguito la prefazione al libro, firmata da Paolo Rodari:

13 marzo 2013. Verso dove Francesco vuole portare la Chiesa? È la domanda che mi sono fatto nei primi giorni di pontificato di Jorge Mario Bergoglio. E dovendo, da cronista, raccontare il pontificato in corso, è la domanda che ho posto fin dalla chiusura del conclave a tutte le persone che per lavoro ho incontrato o sentito. «Voi sapete che il dovere del conclave era di dare un vescovo a Roma e sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo… ma siamo qui», ha detto papa Francesco, affacciandosi la sera dell’elezione alla loggia centrale della basilica vaticana. Mi sono chiesto: cosa significa avere un papa che viene dalla fine del mondo? Cosa porterà alla Chiesa? E, soprattutto, dove la porterà?

Giorni dopo l’elezione, ho chiamato un amico vescovo. Avevo intenzione di svolgere un’inchiesta fra i gesuiti e gli ho chiesto il suo parere sulle domande da porre e, in particolare, sul nuovo papa. Mi ha risposto: «Hai letto Il cielo e la terra, il libro che Bergoglio ha scritto con il rabbino Abraham Skorka? Per me sono stati illuminanti i capitoli in cui i due affrontano i temi cosiddetti eticamente sensibili, il matrimonio fra uomo e donna, l’aborto, l’eutanasia ecc. Leggendoli, mi sembra di aver capito che per Bergoglio prima dei princìpi e della loro difesa viene il kerygma, ovvero l’annuncio della buona notizia che è il Vangelo. Mi sembra che questo sia il tratto principale del nuovo papa: i princìpi esistono e non si negano, ma prima occorre annunciare che il Vangelo è amore, misericordia, abbraccio. Insistere troppo sui princìpi non serve e può essere controproducente».

19 settembre 2013. È mattina. Mi trovo a Firenze e squilla il telefono. Mi avvisano che sta per uscire una lunga intervista concessa dal papa a padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica. Mi faccio mandare il testo. Gli spunti sono innumerevoli, ma resto colpito più che altro da un passaggio. Il papa dice: «Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione». E ancora: «Gli insegnamenti, tanto dogmatici quanto morali, non sono tutti equivalenti. Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L’annuncio di tipo missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus. Dobbiamo quindi trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l’edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte, di perdere la freschezza e il profumo del Vangelo. La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. È da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali».

Sono parole per me illuminanti. Perché confermano che la prima intuizione suggeritami dall’amico vescovo sembra giusta: Francesco mostra di volere una Chiesa che abbraccia e che non esclude. E ritiene che insistere troppo, quasi ossessivamente, sui princìpi, sia una tattica non consonante con il messaggio evangelico. Beninteso, anche i suoi predecessori volevano una Chiesa siffatta. Ma in Francesco questa sottolineatura pare più accentuata.

21 ottobre 2013. Su Repubblica pubblico una pagina d’intervista a Víctor Manuel Fernández, rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina, una delle prime nomine episcopali di Francesco, elevato nel maggio 2013 alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, ha un rapporto di fiducia con il papa che vede in lui un valido consulente. Non a caso fu lui, nel 2007, alla V Conferenza dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida (San Paolo), ad aiutare Bergoglio a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro papa. Pochi come Fernández, dunque, possono aiutare a capire chi sia Francesco e verso dove egli vuole che la Chiesa vada. Così, a inizio ottobre, lo chiamo a Buenos Aires. Mi risponde una voce cordiale. Gli spiego il mio interesse per il papa, il desiderio di conoscere la sua figura in profondità, le caratteristiche della «sua» Chiesa. Acconsente a che gli invii alcune domande, senza però garantirmi che mi risponderà. Invece, dopo qualche giorno, mi risponde. Non elude nessuna domanda e a quella per me più importante, ovvero se a suo avviso si può dire che Francesco sia il papa che privilegia la misericordia ai princìpi, risponde così: «L’annuncio del cuore del Vangelo prima d’ogni altra cosa è una caratteristica importante di Francesco, ma è da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Il papa pensa che una Chiesa che vuole uscire da sé stessa e raggiungere tutti debba necessariamente adattare il suo modo di predicare. Soprattutto, egli applica un criterio proposto dal Concilio Vaticano II ma spesso dimenticato e trascurato: la “gerarchia delle verità”. Francesco ci invita a riconoscere che spesso i precetti della dottrina morale della Chiesa vengono proposti fuori dal contesto che dà loro significato. Il problema maggiore si ha quando il messaggio che la Chiesa annuncia si identifica soltanto con questi aspetti che tuttavia non manifestano per intero il cuore del messaggio di Gesù Cristo…». E ancora: «Ci deve essere una proporzione adeguata soprattutto nella frequenza con la quale alcuni argomenti o accenti vengono inseriti nella predicazione. Per esempio, se un parroco lungo l’anno liturgico parla dieci volte di morale sessuale e soltanto due o tre volte dell’amore fraterno o della giustizia, vi è una sproporzione. Ugualmente se parla spesso contro il matrimonio fra omosessuali e poco della bellezza del matrimonio. Oppure se parla più della legge che della grazia, più della Chiesa che di Gesù Cristo, più del papa che della parola di Dio».

L’intervista esce su Repubblica il 21 ottobre. L’occasione ci fa conoscere meglio e mi porta a fargli una seconda richiesta: perché non pubblichiamo insieme un libro-conversazione tutto dedicato a Francesco, o meglio al suo «programma»? Con mia grande gioia padre Fernández acconsente una seconda volta. Insieme decidiamo di usare l’esortazione apostolica Evangelii gaudium (EG) come base sulla quale lavorare, avendo ben presente che è stato lo stesso papa a dire che il documento ha un «senso programmatico». E il risultato, dopo il tempo trascorso assieme a Buenos Aires e un’intensa corrispondenza epistolare, sono le pagine di questo libro, un testo che spero risulti utile per chi vuole comprendere fino in fondo la sfida che il papa venuto «dalla fine del mondo» vuole porre alla Chiesa e, insieme, anche a chi è lontano da una vita di fede.

Evangelii gaudium è un programma di pontificato ampio e accurato. L’esortazione apostolica, infatti, firmata dal papa il 24 novembre 2013, festa di Cristo Re dell’universo, formalmente sarebbe dovuta essere «post-sinodale», ovvero semplicemente un approfondimento delle proposizioni che il Sinodo dei vescovi, svoltosi in Vaticano nel 2012 e dedicato alla nuova evangelizzazione, aveva prodotto. In realtà il documento volutamente non riporta la dizione «post-sinodale», proprio perché è, e vuol essere, molto di più, un testo appunto programmatico. E così, partendo da Evangelii gaudium, è stato per noi semplice ampliare l’orizzonte su un papa così sorprendente.

Evangelii gaudium, ovvero la gioia del Vangelo. Sembra essere questa, anzitutto, la direzione. Portare la Chiesa a prendere consapevolezza che il cristianesimo è gioia perché annuncia che Dio è con noi. Una delle azioni maggiormente richieste dal papa è la necessità di «uscire fuori». Uscire dalle proprie convinzioni, comodità, privilegi, idee, per portare il Vangelo di Cristo a tutti senza pregiudizi né preclusioni. Uscire, cambiare, dunque, ripensando daccapo l’intera vita di fede. Il papa non manca di indicare nello specifico alcune riforme e alcuni cambiamenti, esortando «tutti ad applicare con generosità e coraggio gli orientamenti di questo documento, senza divieti né paure». Non è più il tempo della ritrosia. Francesco vuole che tutti, a cominciare dai semplici fedeli, abbandonino «il comodo criterio del “si è fatto sempre così”». Dice: «Invito tutti ad essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità».

Questo libro, dunque, nasce anche dallo stupore per questo testo papale, una vera e propria enciclica, secondo quanto hanno scritto diversi osservatori. Stupore per un papa che decide di mettere per iscritto un programma esigente anche verso sé stesso e la propria persona: «Dal momento che sono chiamato a vivere quanto chiedo agli altri, devo anche pensare a una conversione del papato». Il cantiere che papa Francesco ha aperto con Evangelii gaudium è ampio e può far venire le vertigini. «Tuttavia – scrive Francesco – non c’è maggiore libertà che quella di lasciarci portare dallo Spirito, rinunciando a calcolare tutto, e permettere che Egli ci illumini, ci guidi, ci orienti, ci spinga dove Lui desidera».

Puoi ordinare il libro QUI oppure QUI.

Saturday 15 February 2014

Padre Konrad, le braccia caritatevoli di Papa Francesco

“Tu sai cosa devi fare, hai bisogno di soldi?” E’ la frase che Konrad Krajewski, arcivescovo ed Elemosiniere di sua Santità, si sente ripetere spesso da papa Francesco. Si perché è lui che aiuta il Papa ad essere vicino a chi ha bisogno, con gesti che sembrano piccoli, ma che diventano immensi per chi li riceve. Padre Konrad come lo chiamano tutti, non vive in Vaticano, ma a Borgo Pio, in una casa “con la bandiera polacca”, dice. “Perché così posso essere più vicino alla gente”. Vuole essere chiamato così e il papa gli ha detto: a chi ti chiama eccellenza chiedi 5 euro di tassa per i poveri. Konrad che viene dalla diocesi di Łódź, lui che dal 1998 è stato a fianco di tre papi durante le liturgie, lui che da anni gira la notte per le vie di Roma per dare aiuto a chi ne ha bisogno. “Le mie braccia sono corte adesso, se le prolunghiamo con le tue braccia riesco a toccare i poveri di Roma e d’ Italia, io non posso uscire, tu sì” gli ha detto il papa alla sua nomina.

Wednesday 12 February 2014

Due Papi per una sola Chiesa

Diciamoci la verità, non avremmo mai pensato che la coabitazione funzionasse così bene. Anzi che potesse diventare un modello per il futuro. Quando in un giorno di brutto tempo a febbraio i media di tutto il mondo hanno iniziato a far girare la notizia del secolo, la rinuncia del Papa, l’idea stessa di avere due Papi in Vaticano sembrava roba da Apocalisse. Quel fulmine che colpiva la cupola di San Pietro immortalato da un fotografo fortunato, sembrava davvero l’inizio della fine del mondo secondo i canoni di certi B movies degli anni ’70. Fulmini e saette, l’attacco del Maligno e cose del genere. Qualcuno ha anche cavalcato quest’onda per sferrare l’ultimo colpo a Papa Benedetto XVI colpevole di non aver mai ceduto ai facili popolarismi e di aver sempre predicato la verità del Vangelo con gioiosa e ferma chiarezza. Ma il Vento dello Spirito soffia dove vuole e non segue le regole del meteo.

Wednesday 12 February 2014 09:08

La Quaresima della Chiesa

Quando pensiamo alla Quaresima i laici pensano ad una cosa lunga e triste, i cattolici ad un tempo forte della liturgica che si prepara alla luce della Pasqua. E in effetti quei poco più di quaranta giorni che lo scorso anno abbiamo vissuto tra l’ 11 febbraio, e il 13 marzo e poi fino a Pasqua, sono stati davvero una Quaresima. E in entrambi i sensi. Perché sono stati giorni lunghi, di ansia e di stupore, di attesa di incredulità. E in questo senso giorni di penitenza. Per la prima volta nella storia moderna, un pontefice decideva di rinunciare al governo della Chiesa Universale. Si certo, tutti gli addetti ai lavori sapevano che fin dai tempi di Paolo VI si parlava di come permettere al Papa di essere davvero libero da qualunque condizionamento, di poter esercitare il ministero petrino in pienezza e completezza e quindi di poter “lasciare” qualora non potesse essere in piena coscienza libero

Wednesday 27 November 2013

L'eutanasia ai minori: per la Chiesa un gesto di estrema inciviltà. Occorre riflettere.

Le parole sono forti e sono quelle di un prelato molto autorevole all'interno della Chiesa cattolica.

Mons. Sgreccia è presidente della fondazione Ut Vitam habeant nonchè presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita.

Il tema è uno di quelli che in questoi periodo sta suscitando acceso dibattito in ambito cattolico ed etico: quello dell'eutanasia...anzi, quello dell'eutanasia aperta alle persone minori di età.

«È un salto. Un salto abissale, sotto il livello di civiltà, di umanità». Queste le parole del prelato che commenta il primo sì del parlamento belga all'estensione dell'eutanasia ai minori. 

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Tuesday 05 November 2013

Così pregava Karol Wojtyla. Una lista di nomi (con allegati dossier), l’elenco dei collaboratori in vista, un Atlante sottomano per la “preghiera geografica”

Giovanni Paolo II aveva un segreto, la preghiera. Ore trascorse nel silenzio, in un dialogo nascosto con Dio dal quale traeva la forza per andare, con efficacia, incontro al mondo.

Della preghiera di Karol Wojtyla hanno scritto in tanti. Una testimonianza significativa in merito l’ha data il 4 novembre 2013 un sacerdote riservato e preparato, che ha avuto la possibilità di frequentare molto il Papa polacco durante i suoi ultimi anni di vita.

Si chiama Pawel Ptasznik. Oggi è il responsabile della sezione polacca della segreteria di stato vaticana. Ai tempi di Giovanni Paolo II era colui che saliva nell’Appartamento papale per aiutare lo stesso Wojtyla nella stesura dei suoi testi. È stata l’assidua frequentazione dell’Appartamento a premettergli di conoscere quel segreto, la preghiera appunto, che ha caratterizzato tutta la vita del Papa che la prossima primavera diviene santo.

Monsignor Ptasznik ha dato la sua testimonianza a Roma, durante la presentazione dell’ultimo libro dell’ex segretario di Wojtyla Stanislaw Dziwisz, una conversazione con Gian Franco Svidercoschi intitolata “Ho vissuto con un santo”.

Questa la trascrizione di quanto ha detto:

«Quella di Wojtyla era una preghiera costante e vera. Anche durante i viaggi normalmente voleva rispettare “l’ora santa” dedicata all’adorazione eucaristica, e così la via crucis del venerdì sera e la Messa. Chi organizzava i viaggi doveva tenere presente queste sue esigenze».

«La segreteria di stato consegnava al Papa la lista con le richieste di preghiere arrivate da tutto il mondo. Pregava consultando quella lista, che spesso aveva degli allegati, delle cartelle che spiegavano meglio la situazione di coloro che chiedevano preghiere».

«Una volta l’ho visto pregare in cappella. Aveva aperto davanti a sé l’Osservatore Romano su una pagina in cui c’erano tutti i nomi dei capi dicastero della Curia Romana con anche gli “officiali” di lingua polacca. Pregava per tutti i suoi collaboratori».

«Sulla sua scrivania aveva un Atlante. Ogni giorno posava lo sguardo su una parte concreta del mondo, per poi pregare per tutta la giornata per le popolazioni di quella stessa porzione. Era la sua preghiera geografica».

«Si confessava ogni due settimane. Una macchina arriva in centro a Roma per “prelevare” monsingor Stanislaw Michalski, il suo confessore, che veniva accompagnato appositamente in Vaticano».

«Quando doveva scrivere un testo faceva tutti i giorni un’ora di meditazione sul camminamento situato sul tetto del palazzo apostolico. Poi scendeva in Appartamento e mi dettava il testo. Citava a memoria passi della Scrittura e dei padri della Chiesa. Dopo un’ora, un’ora e mezza, il testo era pronto».

Friday 01 November 2013

«Ho l’impressione che Gesù è stato rinchiuso all’interno della Chiesa e che bussa perché vuole uscire». Ecco cosa disse Jorge Mario Bergoglio prima del Conclave secondo il cardinale Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione

«Durante il suo intervento alle congregazioni generali che hanno preceduto il conclave, il cardinale Jorge Mario Bergoglio ha parlato con insistenza della necessità che la Chiesa “esca fuori” da se stessa. Egli ha detto che la Chiesa è malata, che deve prendersi cura di se stessa. Il suo breve discorso ha colpito tutti. Ha detto testualmente: “Ho l’impressione che Gesù è stato rinchiuso all’interno della Chiesa e che bussa perché vuole uscire, vuole andare via”».

«Bergoglio ha chiesto ai vescovi di essere veramente pastori e non degli amministratori. Del resto, è ciò che egli ha fatto a Buenos Aires rifiutando, ad esempio, di andare ad abitare nella residenza vescovile. Così ora che è Papa con la decisione di abitare nel convitto di Santa Marta. Egli ha bisogno di vedere gente e incontrare semplicemente la gente per parlare con loro nei corridoi, durante i pasti … La parola “fuori”, si sa, è importante. Possiamo dire che questa è la parola che meglio definisce la missione di Gesù, egli è uscito fuori in qualche modo da se stesso per andare in periferia, dove l’uomo vive perso e in difficoltà”».

Così l’arcivescovo di Lione, il cardinale Philippe Xavier Ignace Barbarin – in tempo di sede vacante arrivava in Vaticano in bicicletta –, rivela come già nelle riunioni pre-conclave Bergoglio abbia usato parole dure per descrivere la situazione della Chiesa. «Cristo è rinchiuso in prigione», ha detto il futuro Papa durante le Congregazioni generali. Parole che hanno convinto i cardinali a sceglierlo perché, dice Barbarin, «quel discorso ha colpito tutti».

È stato il discorso durante le congregazioni a convincere i cardinali a votare Bergoglio oppure il suo nome era nella mente dei cardinali già da prima?
«Il nome del cardinale Bergoglio circolava molto fra i cardinali. Tutti però siamo rimasti colpiti durante le congregazione generali dal suo discorso. Parlava della necessità di guardare altrove. Ha raccontato dell’America Latina, dove il 40 per cento della popolazione è cattolica. Egli è stato in grado di governare la provincia gesuita affidatagli durante il difficile periodo della dittatura militare. Ben presto si è trovato a capo dell’arcidiocesi di Buenos Aires, dove ha mostrato un grande zelo missionario, in un vero spirito di povertà e di vicinanza verso tutte le persone che gli erano state affidate. Ci è apparso come un uomo di grande autorità che sa come impostare il proprio cammino e prendere le decisioni giuste. Già in questi mesi vediamo come tutte queste qualità siano state messe in campo. Soprattutto colpisce la semplicità e la chiarezza delle sue omelie, e insieme il grande programma lanciato per la riforma della curia romana. Questa è la riforma che la Chiesa si aspetta e di cui essa ha grande bisogno».

È urgente questa riforma secondo lei?
«La riforma deve certamente avvenire. Il Consiglio dei cardinali saprà come fare. Ha l’obiettivo di riorganizzare la Chiesa, servendo le chiese locali e collaborando collegialmente con i vescovi del mondo. Possiamo dire della curia ciò che il Papa ha detto della Chiesa: “È buono e sano se essa si occupa prima di se stessa che degli altri”».

Cosa pensa delle riforma dello Ior? È giusto che il Vaticano abbia una banca?
«La questione non è se ci deve essere una banca in Vaticano o meno. È ovvio che il Vaticano ha bisogno di soldi, come ogni diocesi o istituzione della Chiesa. Ma piuttosto la questione è se e come il denaro entra in Vaticano, se tutto è trasparente o meno, verificabile, come le spese sono organizzate».

In questi giorni un sito web cileno ha riportato le parole che il Papa avrebbe detto a dei religiosi sudamericani circa l’esistenza di una “lobby gay” in Vaticano. Esiste davvero secondo lei questa lobby? Perché il Papa ne ha parlato?
«Ovviamente, su questo argomento non so nulla. Quel che è certo è che tutti gli uomini sono peccatori, e quindi anche in Vaticano ci sono uomini che sbagliano. Sarebbe sciocco dire: “Non credete, in Vaticano è impossibile!”. Ma io non voglio amplificare voci e dicerie. Se il Papa ha qualcosa di chiaro da dire in proposito, lo sapremo. E se si decide di agire, lo farà senz’altro».

Ratzinger nella Via Crucis del 2005 al Colosseo parlò della “sporcizia” presente nella Chiesa. Ancora Francesco parla spesso dei “mali” interni alla Chiesa. A cosa si riferiscono?
«Sì, è una triste realtà. La Chiesa, da semplice fedele al vertice della gerarchia è danneggiata e talvolta screditata dai peccati e dagli scandali di coloro che la compongono. Questa è una grande ferita interiore. Naturalmente, siamo tutti peccatori, ma se uno non lascia Cristo fuori di questo peccato, se lui non si assoggetterà alla misericordia di Dio, il danno potrà essere grande, e soprattutto se la persona che pecca si trova in una posizione di notevole responsabilità. Certo, nella storia, abbiamo visto molti Papi non essere di esempio ma crediamo che, nonostante i tanti peccati, la Chiesa goda del sostegno costante dello Spirito Santo. Egli ha parole di vita eterna».

Spesso la Chiesa è chiamata a rapportarsi con i problemi anche più scomodi della gente. Sempre più fedeli vicino situazioni difficili. Le famiglie spesso si sfasciano. Sono tanti i divorziati risposati che non possono accedere alla comunione. Come si comporta con questi problemi a Lione? Quali soluzioni?
«Sì, la sofferenza è sempre più pesante, in generale, sia nella Chiesa di Lione che altrove. Si ha l’impressione che non solo le famiglie, ma l’intera società stia arrivando ad annullarsi, e ci si chiede con una certa ansia dove si andrà in futuro. È in atto una decostruzione quasi desiderata, programmata per staccare le radici ai giovani e qualche volta anche alle famiglie.Ma ognuno ha un suo posto nella Chiesa. Benedetto XVI lo ha ripetuto spesso. Il Signore ha scelto come uno dei pilastri della sua Chiesa un rinnegato, Pietro, che aveva vilmente abbandonato al momento della passione, e un “parassita!” della Chiesa, come Paolo, ed entrambi sono diventati pilastri della costruzione. Così egli saprà utilizzare tutti noi, qualunque siano le nostre debolezze e peccati. Dobbiamo spostare gradualmente (questa è la legge della gradualità, in modo spesso spiegato da Giovanni Paolo II) su un percorso dove la misericordia e l’attenzione per ogni persona sono illimitate. E dove la Parola di Dio è accolta come una verità la luce e in assoluto, anche se ci porta attraverso momenti di sofferenza e angoscia, certamente porta ad un cammino di felicità».

Tuesday 22 October 2013

Prima il Vangelo e poi la dottrina. Il segreto di Jorge Mario Bergoglio secondo Victor Manuel Fernández, uno dei teologi più vicini al Papa

Victor Manuel Fernández, rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina, è una delle prime nomine di Jorge Mario Bergoglio, elevato lo scorso maggio alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, ha un filo diretto col Papa che vede in lui un valido “consulente”. Nel 2007 alla conferenza dei vescovi latino americani ad Aparecida, fu Fernández ad aiutarlo a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro Papa.

Monsignore, vorrei entrare subito “in medias res”. Nel libro con Abraham Skorka, Jorge Mario Beroglio svolge una breve introduzione nella quale parla dell’importanza della “cultura dell’incontro”. E dice che a volte l’uomo arriva a identificarsi di più con “i costruttori di mura che con quelli di ponti”. I media di tutto il mondo lodano le “aperture” di Francesco, stupìti più che altro del fatto che egli non insiste anzitutto sui princìpi ma – come ha detto lui stesso nell’intervista concessa il 19 settembre a Civiltà Cattolica – su “ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus”, insomma sull’essenziale, sul Vangelo. È a suo avviso questo il tratto fondamentale del nuovo pontificato? L’annuncio del Vangelo prima della morale? Oppure qual è il suo tratto caratteristico?
L’annuncio del cuore del Vangelo prima d’ogni altra cosa è una caratteristica importante di Francesco, ma è da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Il Papa pensa che una Chiesa che vuole uscire da se stessa e raggiungere tutti debba necessariamente adattare il suo modo di predicare. Soprattutto, egli applica un criterio proposto dal Concilio Vaticano II spesso dimenticato e trascurato: la “gerarchia delle verità”. Francesco ci invita a riconoscere che molte volte, i precetti della dottrina morale della Chiesa vengono proposti fuori dal contesto che dà loro significato. Il problema maggiore si ha quando il messaggio che la Chiesa annuncia si identifica soltanto con questi aspetti che tuttavia non manifestano per intero il cuore del messaggio di Gesù Cristo. Mentre una pastorale missionaria non può essere ossessionata dalla trasmissione disorganizzata di un insieme di dottrine da imporre con la forza dell’insistenza. Quando la Chiesa assume uno stile missionario diretto a tutti, senza eccezioni o esclusioni, l’annuncio si concentra sull’essenziale, su ciò che c’è di più bello, di più grande, di più attraente e nello stesso tempo di più necessario. Certo, tutte le verità rivelate sono credute con la medesima fede, ma alcune di loro sono più importanti perché esprimono più direttamente il nucleo fondamentale che è la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo. Ci deve essere una proporzione adeguata soprattutto nella frequenza con la quale alcuni argomenti o accenti vengono inseriti nella predicazione. Per esempio, se un parroco lungo l’anno liturgico parla dieci volte di morale sessuale e soltanto due o tre volte dell’amore fraterno o della giustizia, vi è una sproporzione. Ugualmente se parla spesso contro il matrimonio fra omosessuali e poco della bellezza del matrimonio. Oppure se parla più della legge che della grazia, più della Chiesa che di Gesù Cristo, più del Papa che della parola di Dio. Insomma, ogni verità si comprende meglio se posta in relazione armoniosa con tutto il messaggio cristiano, perché in tale contesto tutte le verità si illuminano a vicenda. Il Vangelo invita soprattutto a rispondere all’amore salvifico di Dio, riconoscendolo negli altri e in se stessi, al fine di cercare il bene di tutti. Questo invito non dovrebbe essere posto per nessun motivo in secondo piano! Se questo invito non brilla con forza e appeal, la morale della Chiesa rischia di diventare come un castello di carta: è qui che risiede il nostro più grande pericolo. Il messaggio perde la sua freschezza e cessa di avere il cosidetto “odore del Vangelo”. Certo, c’è poi anche lo stile del Papa, che non solo mira all’essenziale, ma lo esprime in modo chiaro e con segni. E a giudicare dagli effetti di questo fenomeno, non possiamo che guardarlo con occhi positivi, seppure esso dia fastidio in alcuni luoghi minoritari e poco rappresentativi dell’intera Chiesa.

In Italia è recentemente uscito un retroscena secondo il quale nel 2005, se Bergoglio fosse stato eletto Papa, si sarebbe chiamato Giovanni XXIV. Così, infatti, lo stesso Bergoglio avrebbe risposto al cardinale Francesco Marchisano, dalle radici piemontesi come il futuro Francesco, all’atto dell’elezione di Ratzinger. Marchisano era allora arciprete della Basilica di San Pietro. Al di là della veridicità o meno del retroscena, è papa Roncalli il Papa al quale Bergoglio ispira il suo pontificato? E in particolare, a suo avviso cosa pensa egli del Concilio Vaticano II? Si dice che dopo anni di tentativi di interpretare in senso conservatore o progressista il Concilio (le grandi “battaglie” sull’ermeneutica) egli ritenga che sia arrivato il momento di “farlo” il Concilio. È così?
Francesco è diverso da tutti i Papi che l’hanno preceduto. Certo, può avere caratteristiche di uno o dell’altro, ma sempre nella strada aperta dal Concilio. Senza dubbio egli rimane al di fuori delle discussioni teoriche sul Concilio perché semplicemente interessato a continuare lo spirito di rinnovamento e riforma che viene dal Concilio. In questo senso si pone fuori da ogni ossessione ideologica, senza pause o giravolte, con l’intenzione di portare la Chiesa fuori da se stessa così da raggiungere tutti. Ciò che ho detto sul criterio della “gerarchia delle verità” vale anche per molti altri percorsi di riforma che ha aperto il Concilio e che sono rimasti a metà strada.

Per quel che si sa la giornata di papa Francesco ha tre momenti fissi: la meditazione della Scrittura il mattino presto prima della Santa Messa; la recita del Rosario il pomeriggio; un’ora di adorazione eucaristica la sera. Nell’intervista a Civiltà Cattolica ha detto che la sua preghiera è “memoriosa”. Cosa intende? Cosa significa pregare per Francesco? Lo ha mai visto pregare? Come pregava in Argentina?
Il tema della memoria è una cosa su cui egli insiste molto ed è una chiave per conoscerlo. Non dobbiamo guardare le novità che egli porta come uno sradicamento, come un oblìo della storia viva della Chiesa. Egli spiega spesso che la memoria è una dimensione della nostra fede, in analogia alla memoria di Israele. Cita spesso gli Apostoli che non dimenticarono mai il momento in cui Gesù toccò il loro cuore: “Erano circa le quattro del pomeriggio”, dice Giovanni. E spesso ricorda le persone che sono state toccate in modo speciale, così da mostrare a tutti la gioia del credere. A volte si tratta di persone semplici e a noi vicine nella vita di fede. Bergoglio ama ricordare la seconda lettera a Timoteo: “Ho in mente la sincerità della vostra fede, una fede che fu prima in tua nonna Loide e in tua madre Eunice”. Perciò egli crede che la Chiesa non possa rinunciare alla propria ricca tradizione e che sarebbe sciocco pretendere di ripartire da zero. Egli non è un progressista senza radici, come qualcuno vorrebbe presentarlo. La sua preghiera è “memoriosa”, perché quando prega ricorda le persone che ha incontrato nel corso della giornata e cerca di raccogliere il messaggio che gli ha lasciato ciò che ha vissuto. La sua preghiera è piena di volti e nomi. Quando incontra la gente egli si mostra vicino, attento, affettuoso, e porta nella preghiera tutte quelle persone. In questo senso la sua è una preghiera “memoriosa”.

Non è un mistero per nessuno che negli anni passati i rapporti fra il cardinale Bergoglio con la presidente Kirchner sono stati difficili. Di Bergoglio il quotidiano argentino “Il Clarin” ha ricordato la vicinanza al gruppo peronista di destra “Guardia di Hierro”, con cui, negli anni – scrive il quotidiano -, avrebbe continuato a mantenere un legame spirituale. Quanto c’è di vero in questo? E soprattutto: è verosimile che il Papa auspichi in futuro un ritorno in argentina di un peronismo moderato che sappia legare con la Chiesa e i suoi convincimenti?
Penso che il suo rapporto con la presidente Kirchner non sia stato correttamente interpretato. Alcuni hanno creduto che alcune affermazioni delle sue omelie fossero attacchi personali contro di lei. Ma non è così. Del resto nessun politico può dire di avere o di avere avuto Bergoglio come proprio alleato politico, sia di sinistra sia di destra. Perché le sue parole possono soddisfare oggi, ma domani possono essere lette al contrario come pericolosi attacchi. Penso infatti che chiunque ha una qualche forma di potere, anche di potere ecclesiastico, non può non sentire su di sé lo “sperone” di Bergoglio, come una spina nel fianco, perché egli è e sarà sempre l’interprete di coloro che non hanno potere. Nel 2000 Bergoglio ha espresso un suo grande auspicio: “Che il potere non sia un privilegio inespugnabile”. E ciò vale per un presidente, un governatore, un uomo d’affari, un cardinale, e anche per i membri della Curia Romana. Il suo messaggio è il seguente: se hai accettato il potere senza privilegi, è necessario che usi il potere per servire e devi esporti ai reclami di tutti con umiltà, soprattutto i reclami dei deboli sono ascoltati. Se hai accettato una qualche forma di potere, allora devi sottometterti al controllo degli altri. Comunque, una certa affinità di Bergoglio al peronismo c’è e ha a che fare con due fatti: il peronismo assunse con forza la dottrina sociale della Chiesa e i suoi valori e comprese la cultura dei settori più poveri della società. Ma ciò non significa che Bergoglio abbia mai sostenuto un qualche potere politico. Fra l’altro egli ha sempre avuto un dialogo cordiale con tutti i politici.

Nell’intervista a Civiltà Cattolica, Bergoglio cita il beato Pietro Favre come suo modello. Chi fu Favre? Perché è un modello per Bergoglio?
Il beato Favre ha portato alla compagnia di Gesù un particolare modo di accompagnare le persone in un percorso di crescita. Accompagnare è una questione chiave per i gesuiti. Favre ha insistito sulla necessità di dare tempo alla gente, di rispettare i tempi di ognuno. Era un maestro di dolcezza, di pazienza e di dialogo con tutti. Bergoglio ricorda una frase di Favre che dice che “il tempo è il messaggero di Dio”, e la interpreta dicendo che “il tempo è superiore allo spazio”. Favre preferiva non perdere tempo in discussioni teoriche con i protestanti e sottolineava la necessità per la Chiesa di maturare e crescere nella testimonianza del Vangelo. Credo che tutto questo abbia molto a che fare con lo stile di Francesco, lontano da polemiche teoriche e in grado di esprimere le proprie convinzioni in una testimonianza attraente. Le riforme non vengono fatte per forza o in fretta, perché devono essere sempre accompagnate da una riforma interna. Tutto ciò è ben presente in Favre.

Colpisce molto in Francesco la sua ricerca dell’essenziale e anche di una certa austerità. Gira con macchine utilitarie, non ama sfarzi e lussi, visita i profughi e parla ai poveri. A Civiltà Cattolica dice di essere vicino alla corrente mistica di Louis Lallemant e Jean-Joseph Surin. Entrambi predicano la necessità di “spogliarsi” per arrivare a Dio. È questa la strada che Bergoglio vuole compiere?
Il suo non è amore del sacrificio fine a se stesso né un’ossessione per l’austerità. Si tratta di una “spoliazione” interiore, una rinuncia a indugiare troppo su se stessi, così da mettere Dio e gli altri al centro della propria vita e non se stessi. Ciò ha anche un significato pastorale, perché implica stare più vicini ai poveri, ai loro limiti, alla loro condizione sociale, alle loro umiliazioni. Per questo a Bergoglio non piacciono i sacerdoti princìpi o i vescovi “da aeroporto”, o gli ecclesiastici che amano le vacanze troppo costose, le cene nei migliori ristoranti, i preziosi d’oro e d’argento ostentati sui capi di abbigliamento, le continue visite a persone potenti, o coloro che amano parlare molto di se stessi o che si sentono diversi dagli altri. Tutto ciò che è mondanità spirituale che avvelena la Chiesa.

Si parla molto a Roma delle riforma della struttura della Chiesa: una nuova curia romana, una nuovo collegialità nell’esercizio del governo. Di Joseph Ratzinger è famosa la lezione nella quale disse che la vera riforma della Chiesa non è nelle strutture ma nel cuore di ognuno. Qual è a suo avviso l’idea di riforma propria di Bergoglio?
Le due cose insieme, perché la sua idea di riforma non è ideale, ma incarnata. Senza dubbio egli pensa che una riforma esteriore delle strutture non si sostiene senza uno spirito e uno stile di vita adeguato. Ma mi sembra che che la cosa più importante non sia la semplificazione della struttura della Curia romana, ma lo sviluppo di altre forme di partecipazione (sinodi, conferenze episcopali, consultazione dei laici, etc) che negli ultimi anni sono state più formali che reali. Senza dubbio questo sviluppo richiede che alcuni settori della Curia Romana cessino di essere eccessivamente giuridici, inquisitori e insieme maestosi, correndo fra l’altro il rischio di diventare autoreferenziali. Alcune volte ho sentito personalità della in Curia dire “noi” senza includere tutta la Chiesa, e nemmeno il Papa ma soltanto se stessi. Francesco ci ricorda che Gesù in realtà ha dato a Pietro e agli Apostoli una missione speciale, non una struttura centrale che comunque può avere soltanto una funzione ausiliaria.

Più volte papa Francesco ha parlato del Demonio. Nel libro con Skorka vi dedica un capitolo dove afferma: “Credo nell’esistenza del Demonio. Forse il maggior successo in questi tempi è stato farci credere che non esiste, che tutto possa essere risolto su un piano meramente umano. Come dice Giobbe, la vita dell’uomo sulla terra è una lotta…”. Che significato assume nella spiritualità ignaziana la figura del Demonio? Ha mai fatto esorcismi?
Non lo ho mai sentito parlare di esorcismi, ma del Diavolo sì. Penso che il parlare del Diavolo sia un invito a stare attenti, perché se non curiamo la nostra sanità interiore e le nostre reali intenzioni diventiamo facilmente marionette guidate da altre forze di dissoluzione e di menzogna. Significa che la sua visione della vita e della realtà non è ingenua, ma molto realistica. È necessaria una vigilanza serena, fiduciosa nell’amore del Signore, ma costante.

Nelle scorse settimane uno dei pensatori più influenti della cosiddetta teologia della liberazione è stato ricevuto da Francesco. Alcuni commentatori hanno addirittura scritto che con questo gesto “la Chiesa sdogana la teologia della liberazione”. È così? Cosa pensa Bergoglio della teologia della liberazione e in che rapporto sta con essa?
Non è possibile pensare che questo Papa possa sostenere una teologia della liberazione fondata su un’analisi marxista. Tuttavia, egli farà propria ogni difesa della dignità dei poveri e tutte le critiche dei sistemi economici ideologici, di ogni speculazione finanziaria, di ogni assolutizzazione della libertà di mercato, cose che finiscono per creare nuove ingiustizie. D’altra parte i poveri non dovrebbero essere soltanto oggetto di una liberazione operata da altri più illuminati, ma essere rispettati come persone attive, con la propria cultura, un modo proprio di vedere la vita, una religiosità caratteristica.

Come è diventato amico di Bergoglio? Ci sono dei momenti che ricorda in modo particolare della vostra amicizia?
Io non la chiamerei amicizia, ma filiazione. Anche se c’è una grande affinità di idee, per me egli è stato ed è soprattutto un grande padre che è riuscito a riconoscere e promuovere il meglio di me. Così teneramente ha tollerato i miei errori, le vanità e le impazienze, e sempre mi ha spinto, in particolare con la sua testimonianza, a continuare, a maturare e a crescere. Posso citare tre momenti speciali: uno era nel 2007, quando siamo tornati dalla V Conferenza dei vescovi ad Aparecida, dove ho rappresentato i sacerdoti argentini. Viaggiavo con lui sul volo di ritorno verso Buenos Aires e per tre ore abbiamo discusso alcune questioni che mi hanno aiutato a capire il suo pensiero. Un altro momento importante fu nel suo ufficio, quando alcune persone anonime avevano inviato in Vaticano alcune critiche su tre miei articoli. Ma dopo un anno e mezzo le risposte che io inviavo per chiarire sembravano non convincere. In quell’occasione abbiamo avuto un grande colloquio spirituale nel quale egli ha insistito perché io alzassi la testa e non lasciassi che mi togliessero la dignità. Infine, il mio incontro con lui a Santa Marta nel mese di agosto quando gli ho dato un abbraccio già da vescovo.

Wednesday 25 September 2013

Una rosa bianca per papa Francesco

Una rosa bianca. È il dono che papa Francesco ha ricevuto domenica 8 settembre mentre passeggiava nei giardini vaticani. Un giardiniere l’ha colta e gliel’ha donata. Chi era con lui dice che grande è stato il suo stupore, perché per Jorge Mario Bergoglio ricevere una rosa bianca è un segno del cielo. Un «segnale» — è la parola esatta che egli stesso ha usato nel libro intervista “El Jesuita” con Sergio Rubin e Francesca Ambrogetti — proveniente direttamente dalla santa della quale egli è devoto: Teresina di Lisieux, la monaca carmelitana morta a soli 24 anni e che il 19 ottobre 1997 Giovanni Paolo II dichiarò dottore della Chiesa (la terza donna a ricevere tale titolo dopo Caterina da Siena e Teresa d’Avila).

Domenica 8 settembre non era un giorno qualunque per Francesco. La sera prima egli aveva convocato una veglia di preghiera per la pace. Era preoccupato. Ma la rosa ricevuta inaspettatamente gli ha fatto comprendere che la sua preoccupazione era stata accolta in cielo, direttamente da Teresina. Lo Spirito parla spesso così, usando segni che ai più dicono nulla. È il suo linguaggio, un parlare che chiede la fede per essere compreso.

L’episodio è stato raccontato nei giorni scorsi da un vescovo italiano che nelle ore successive alla veglia era stato ricevuto in udienza. Il Papa gli ha permesso di raccontarlo durante la presentazione di un libro dedicato proprio alla giovane santa francese svoltasi a Pedaso in provincia di Fermo: “Teresa di Lisieux. Il fascino della santità. I segreti di una dottrina ritrovata”, di Gianni Gennari (Lindau).

È alle pagine 125 e 126 di “El Jesuita” che Rubin e Ambrogetti, descrivendo la biblioteca di Bergoglio a Buenos Aires, raccontano del «segnale» delle rose bianche. Scrivono: «Ci soffermiamo su un vaso pieno di rose bianche in uno scaffale della biblioteca, davanti a una foto di santa Teresa. “Quando ho un problema”, spiega Bergoglio ai due giornalisti, “chiedo alla santa — Teresina, ndr —, non di risolverlo, ma di prenderlo in mano e aiutarmi ad accettarlo, e come segnale ricevo quasi sempre una rosa bianca”».

Bergoglio, nella veglia del 7 settembre, ha chiesto aiuto a Teresina. Il Papa, infatti, ha recitato i misteri gaudiosi del Rosario e, al termine di ogni mistero, dopo un brano del Vangelo, ha letto cinque brani di una poesia scritta dalla santa: “Perché ti amo o Maria”. È la poesia dove dice fra le altre cose che Gesù «sarà fratello di tanti peccatori tanto da chiamarsi tuo — si riferisce a Maria, ndr — primogenito».

È nel rapporto intimo e personale di Bergoglio con Teresina che si evidenzia uno dei tratti della sua personalità e del suo pontificato. Un filo diretto con il cielo per il Papa, come era per Karol Wojtyla il rapporto con santa Faustina Kowalska.

Mentre era ancora in vita, santa Teresina promise che dopo la sua morte avrebbe fatto piovere dal cielo dei “petali di rose”, ossia delle grazie concesse da Dio per sua intercessione. Diceva: «Un’anima infiammata di amore non può restare inattiva. […] Se voi sapeste quanti progetti faccio su tutte le cose che farò quando sarò in cielo. […] Sì, voglio passare il mio cielo a fare del bene sulla terra».

Il 3 dicembre 1925, un gesuita, padre Putigan, cominciò una novena a santa Teresa chiedendo una grazia importante. Il gesuita domandò anche di ricevere da qualcuno una rosa come segno che ciò che egli chiedeva corrispondeva alla volontà di Dio e che, quindi, la sua preghiera sarebbe stata esaudita. Non fece parola con nessuno della novena che stava facendo. Al terzo giorno ricevette una rosa da una persona sconosciuta e ottenne la grazia. Cominciò un’altra novena. Il quarto giorno di questa seconda novena una suora-infermiera gli portò una rosa bianca dicendogli: «Santa Teresa vi manda questa rosa». Padre Putignan, ricevuta la grazia che aveva chiesto, prese la decisione di diffondere questa novena, detta “Novena delle rose”. Oggi questa novena si pratica in tutto il mondo.

Papa Francesco ha più volte parlato nei primi mesi di pontificato di Teresina. Una volta è stato durante la conferenza stampa (28 luglio 2013) tenuta sull’aereo che lo riportava a Roma dal Brasile, meta del suo primo viaggio apostolico fuori dall’Italia. Quando gli è stato chiesto cosa contenesse una valigia nera che il Papa ha trasportato da solo sull’aereo ha detto: «Non c’era la chiave della bomba atomica! Mah! La portavo perché sempre ho fatto così: io, quando viaggio, la porto. E dentro, cosa c’è? C’è il rasoio, c’è il breviario, c’è l’agenda, c’è un libro da leggere – ne ho portato uno su santa Teresina di cui io sono devoto».

Si è saputo poi che il libro in questione era il libro sopra citato “Teresa di Lisieux. Il fascino della santità. I segreti di una dottrina ritrovata”, di Gianni Gennari.

Tuesday 03 September 2013

Anche S. Francesco pregherà per la Pace in Siria

Papa Francesco ha chiamato...e moltissimi stanno rispondendo.

La mobilitazione chiesta dal Papa per la pace in Siria si sta estendendo a vista d'occhio, coinvolgendo ambienti laici, religiosi, cattolici e non.

Anche i frati francescani di Assisi si uniscono alla preghiera, attraverso il segno grandell'apertura della tomba di S. Francesco.

Come riferisce infatti l'ANSA, la  Basilica Inferiore di San Francesco d'Assisi resterà aperta, in via del tutto eccezionale, da oggi a venerdì fino alle 22 per pregare sulla Tomba del Santo per la pace in Siria e per coloro che sono chiamati a garantire le vie della giustizia nel mondo.

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Saturday 31 August 2013

Un grazie al cardinal Bertone

Forse sarò l’unica ma vorrei dire grazie al cardinale Bertone. Lo posso fare con serenità perchè sono stata la prima forse a criticare il suo modo di fare il Segretario di Stato. Ma oggi a fronte di tante critiche corali nate spesso da una cattiva lettura della vicenda vatileaks credo che il grazie a questo cardinale, che mai ha tradito la fiducia del Papa e della Chiesa, sia doveroso.

Thursday 01 August 2013

Lo IOR in bilico tra Curia e outsourcing

“Cari Utenti,

benvenuti nel sito web dell'Istituto per le Opere di Religione (IOR).”  Approccio morbido e friendly per il sito dello IOR. Atteso e promesso sembra più un lavoro di marketing aziendale che un vero sito di informazione. Di fatto le informazioni si trovano tutte nei link al sito della Santa Sede dove erano a disposizione di tutti da parecchio tempo.

Altre informazioni sono le stesse anche se riformulate, che vennero fornite poco più di un anno fa dall’allora direttore generale Paolo Cipriani che decise, dopo il difficile periodo Gotti Tedeschi, di invitare i giornalisti accreditati in Vaticano, ad un tour con tanto di lezione e slides, dell’ Istituto.

Monday 15 July 2013

Se vi piacciono i thriller, ne ho scritto uno

«L’empio fugge anche se nessuno lo insegue, mentre il giusto è sicuro come un giovane leone». (Proverbi 28, 1)

Leggi un capitolo gratis QUI.

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Tuesday 11 June 2013

Sull'aereo di Papa Benedetto- La presentazione alla Radio Vaticana

Sarà presentato giovedì 13 giugno alle ore 17.30 presso la Sala Marconi della Radio Vaticana (Piazza Pia, 3 – Roma), il volume “Sull’aereo di Papa Benedetto. Conversazioni con i giornalisti”, curato per la Libreria Editrice Vaticana dalla giornalistaAngela Ambrogetti, direttrice della testata online Korazym.org.

Insieme alla curatrice, interverranno: padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa della Santa Sede e direttore generale della Radio Vaticana; Salvatore Mazza, giornalista di Avvenire e presidente dell’Aigav; Albert Link, corrispondente del quotidiano tedesco Bild. La presentazione sarà moderata da Javier Martínez-Brocal, direttore di Rome Reports.

 

24 viaggi apostolici in ogni continente. E per ogni volo una conferenza stampa in aereo. “Il Papa non ha mai – dico assolutamente mai – rifiutato o fatto alcuna obiezione circa alcuna domanda che gli fosse stata presentata” afferma padre Federico Lombardinell’introduzione al volume, che presenta le conversazioni tenute da Benedetto XVI con i giornalisti ammessi sul volo papale durante i suoi viaggi in numerosi Paesi del mondo, dal primo a Colonia per la XX Giornata Mondiale della Gioventù, nell’agosto del 2005, a quello in Libano nel settembre del 2012.

Saturday 18 May 2013

I cristiani parlano troppo...degli altri: parola di Papa Francesco.

Per il papa, che ha pronunciato nuovamente parole forti durante la Messa mattutina a Santa Marta, i cristiani hanno proprio il vizio di parlare troppo degli altri. Pettogolezzi e farsi troppo gli affari degli altri, detto in parole povere, sono una mina vagante costante nella vita della Chiesa.

«Quanto si chiacchiera nella Chiesa! Quanto chiacchieriamo noi cristiani!». Lo ha detto papa Francesco - riferisce Vatican Insider - nella messa di stamane a Santa Marta. Per Bergoglio, «la chiacchiera è proprio spellarsi, farsi male l'uno all'altro». «Le chiacchiere sono distruttive nella Chiesa», ha aggiunto  il Pontefice.  Secondo Bergoglio, il cristiano deve vincere la tentazione di «mischiarsi nella vita degli altri». Il Papa, secondo quanto riferisce la Radio Vaticana, ha inoltre sottolineato che chiacchiere e invidie fanno tanto male alla comunità cristiana e che non si può «dire soltanto la metà che ci conviene».

Ma non ha solo parlato di questo il santo Padre.

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Friday 12 April 2013

Unioni gay: la Consulta chiede di intervenire, ma non con l'equiparazione del matrimonio.

Oggi è arrivata una ammonizione della Consulta su alcuni noti ritenuti irrisolti, nel panorama politico e istituzionale italiano.

La Consulta ha chiesto un intervento sulla legge elettorale, ma - soprattutto - ha chiesto che venga fatto qualche cosa per tutelare i diritti ed i doveri delle persona omosessuali, che intendano costituire una unione stabile.

"Il legislatore deve affrontare il nodo delle unioni gay", ha riferito Gallo parlando di fronte alle più alte cariche dello Stato. Queste le parole: "La Corte ha escluso l'illegittimità costituzionale delle norme che limitano l'applicazione dell'istituto matrimoniale alle unioni tra uomo e donna, ma nel contempo  ha affermato che due persone dello stesso sesso hanno comunque il diritto fondamentale di ottenere riconoscimento giuridico, con i connessi diritti e doveri, della loro stabile unione". La Consulta, ha ricordato Gallo, "ha perciò affidato al Parlamento la regolamentazione della materia nei modi e nei limiti più opportuni".

Cosa significa questa frase?

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Thursday 14 March 2013

Papa Francesco: sarà il Papa dell'ecumenismo e del dialogo.

Le parole che Papa Francesco ha pronunciato ieri sera subito dopo l'elezione, sono state poche. Significative, grandemente, insieme ai gesti compiuti.

Una parentesi: dovremo di nuovo abituarci a gesti di questo tipo, ed anche il servizio di sicurezza....che avrà un bel lavoro da fare, con questo Papa che si prefigura già come molto, molto libero...dai protocollo.

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Ma le parole di ieri hanno avuto una grande rilevanza dal punto di vista del dialogo e del'ecumenismo.

Mi riferisco alle parole con le quali il Papa ha parlato di sè: come tutti hanno notato non ha mai citato la parola "papa", ma ha sempre utilizzato la parola "vescovo di Roma".

 

Tra l'altro, anche nel ringraziamento nei confronti di Benedetto XVI chiamato, anch'egli "vescovo emerito di Roma".

 

Dal sito Aleteia.org riporto le parole del Papa:

Fratelli e sorelle, buona sera!

Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un vescovo a Roma, sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo. Ma siamo qui. Vi ringrazio dell'accoglienza. La comunità diocesana di Roma ha il vescovo. Grazie! E prima di tutto vorrei fare una preghiera per il nostro vescovo emerito Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca...

[Preghiera Padre Nostro, Ave Maria, Gloria al Padre]

E adesso incominciamo questo cammino, vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma che è quella che presiede nella carità tutte le chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia fra noi. Preghiamo sempre per noi, l'uno per l'altro. Preghiamo per tutto il mondo perché ci sia una grande fratellanza. Mi auguro che questo cammino di Chiesa che oggi incominciamo e in cui mi aiuterà il mio cardinale vicario qui presente sia fruttuoso per l'evangelizzazione di questa tanto bella città. E adesso vorrei dare la benedizione. Ma prima vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica. La preghiera del popolo perché chieda la benedizione per il suo vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me.

 

Ma perchè il Papa ha parlato così, perchè si è rivolto a Roma, alla sua città...quasi, dimenticando...il mondo che gli stava praticamente tutto davanti?

Non certamente per provincialismo: alcuni forse l'hanno colto così..ma nolla è più distante dalla realtà.

C'è a mio avviso un motivo, cosicnetemente voluto, per il quale il papa ha utilizzato queste parole, e questo motivo non è stato neppure l'umiltà...francescana.

Il motivo è stato l'ecumenismo.

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Wednesday 13 March 2013

Il gabbiano ed il Conclave: quando i media non sanno cosa dire!

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In queste ore è tanta l'apprensione e l'attesa da parte del mondo cattolico (e non solo) per l'esito del Conclave.

Si stanno ascoltando fiumi di parole: trasmissioni televisive e radiofoniche, dirette web, twitter, facebook...e chi più ne ha più ne metta.

Non c'è dubbio che questo sia davvero il Conclave più mediatico degli utlimi anni.

Chiaramente tutti sono con gli occhi all'insù, per seguire, anche in televisione, l'andamento delle votazioni vaticane. Inoltre moltissimi media stanno coprendo con grande intensità gli eventi in diretta oltre che avere realizato molteplici servizi ed interviste.

Oggi poi un nuovo personaggio si è affacciato sul Conclave, con una dirompenza mediatica...quasi sopra le nuvole: un gabbiano.

Un gabbiano che, non credo di sbagliarmi, sta davvero diventando una star della riflessione mediatica di questo evento sul quale, con buona pace di tutti, non si può che dire una parola che abbia senso: ASPETTARE. Punto.

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Tuesday 19 February 2013

Il coraggio, la libertà e il pudore di Benedetto XVI

Ci vuole un grande coraggio a riscoprire il senso del limite. E ci vuole umiltà. La notizia che lunedì 11 febbraio 2013 si è diffusa con la velocità del fulmine, le dimissioni del Papa, è sembrata a molti uno scherzo. Telefoni che squillano, e mail, sms, chat impazzite. Benedetto XVI si dimette dal 28 febbraio alle 20.00. Pazzesco, inaudito. Eppure no, era molto più prevedibile di quanto si potesse immaginare. Non abbiamo saputo leggere i segni, a cominciare da quando, ancora Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, aveva detto che Papa Giovanni Paolo II avrebbe fatto bene a dimettersi negli ultimi mesi della sua vita. Lo avevamo dimenticato. Poi a novembre del 2010 esce un libro intervista di Benedetto XVI “ Luce del Mondo”. Ci sono tanti temi, compreso quello delle dimissioni. Ma in modo chiarissimo. Non per paura, o davanti alle difficoltà , “davanti ai lupi” come aveva detto all’inizio del Pontificato. “Quando il pericolo è grande non si può scappare. Ecco perchè questo sicuramente non è il momento di dimettersi” diceva il Papa nell’estate del 2010. Lo scandalo degli abusi sessuali del clero era al suo massimo livello di mediaticità, nella Chiesa si sentivano strani scricchioliii. No, non si poteva lasciare. E poi le vicende dei lefbreviani, e quella difficile attuazione del Concilio che , dopo anni di entusiasmi, aveva portato a profondi ripensamenti. C’è anche chi racconta che negli anni il teologo Joseph Ratzinger avesse perso non dico la fede ma la speranza. Era stato Luigi Giussani a ridargli la gioia della vita nella Chiesa. Ratzinger il Pessimista? Per certi aspetti forse si, o meglio Ratznger il realista che sa che oggi il compito di un Papa è riportare Dio al centro della storia, nel cuore dell’ uomo.

Monday 11 February 2013

Benedetto XVI si dimette dal pontificato. Notizia shock e approfondimenti.

BXVI dimissioni.jpg

La notizia delle dimissioni, o meglio della rinuncia al Pontificato, di Benedetto XVI, sta facendo il giro del mondo e sta creando molto turbamento nella Chiesa.

Così è stata data, e così ce la riporta il sito Aleteia.org.

Carissimi Fratelli,

vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l'età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell'animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l'elezione del nuovo Sommo Pontefice. Carissimi Fratelli, vi ringrazio di vero cuore per tutto l'amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero, e chiedo perdono per tutti i miei difetti. Ora, affidiamo la Santa Chiesa alla cura del suo Sommo Pastore, Nostro Signore Gesù Cristo, e imploriamo la sua santa Madre Maria, affinché assista con la sua bontà materna i Padri Cardinali nell'eleggere il nuovo Sommo Pontefice. Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio.

 

Non c'è dubbio che la notizia è davvero...la notizia del secolo, anzi, forse, del millennio. Per la novità totale di questo gesto, e per la lucidità con cui questa grandissimo Papa ce l'ha proposta. 

Anche diversi siti ci aiutano a entrare in questo evento, ponendoci domande ed aiutandoci a dare delle risposte.

 

Non un gesto di codardia, non un gesto di affaticamento: ma un gesto responsabile, lucidissimo...che probabilmente solo Papa Ratzinger...poteva fare.

Continua a leggere Benedetto XVI si dimette dal pontificato. Notizia shock e approfondimenti....

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Thursday 14 April 2011

L’esperimento di Riace

Una risposta positiva al problema dell’immigrazione

di Lucetta Scaraffia

L’arrivo di questa ondata di migranti ha di nuovo messo in moto nell’opinione pubblica italiana il dibattito fra chi li vuole accogliere e chi li vuole respingere. Questo, mentre davanti ai nostri occhi sfilano immagini drammatiche e coinvolgenti, tra speranza e disperazione: da una parte, la madre che ha partorito nel barcone, riuscendo a salvare sé e la piccola, dall’altra i corpi dei molti che muoiono fra le onde, vittime dei trafficanti di esseri umani, oltre che del maltempo e di imbarcazioni fatiscenti.

La Chiesa predica il dovere, che è umano e cristiano, dell’accoglienza nei confronti di chi è più sventurato di noi — che, oltretutto, di lavoratori immigrati abbiamo assolutamente bisogno — ma non sempre è facile tradurre in fatti queste esortazioni. Ci vuole anche un po’ di inventiva, di coraggio e di fantasia. Come quella che hanno avuto gli abitanti di Riace, paese sulla riva ionica della Calabria, composto, come tutti quelli della zona, di un nucleo antico sul cocuzzolo di una collina, lontano dal mare, e di un nuovo abitato in via di espansione lungo la costa (proprio quella dove sono stati trovati i celeberrimi bronzi).

Oggi, il centro antico, che per decenni era stato abbandonato e si stava deteriorando irrimediabilmente, è tornato alla vita. Lo abitano immigrati di varie provenienze, tutti profughi politici, che i cittadini di Riace hanno accolto, a cominciare dai trecento curdi arrivati una decina di anni fa.

Gli immigrati hanno avuto un tetto, qualcosa da mangiare ma anche, cosa ben più importante, un lavoro: all’interno delle antiche mura, infatti, sono nate tante piccole aziende artigianali — ceramica, tessitura, preparazione di prodotti alimentari — dove lavorano, fianco a fianco, italiani e immigrati.

Così chi attraversa questo centro sereno e laborioso vede bimbi di diverse provenienze giocare tra loro, calabresi e africani lavorare insieme; ma anche una rinascita economica che porta benefici a tutti, indistintamente: i bambini nella scuola sono aumentati, rendendo così necessario un numero maggiore di insegnanti e impiegati; gli operatori culturali, che si occupano dell’integrazione e insegnano l’italiano, sono in maggioranza originari del luogo; sono rinate industrie artigianali locali come la tessitura della ginestra e gli abitanti delle case abbandonate del borgo ricevono un affitto, basso, ma comunque guadagnano qualcosa e hanno chi restaura le loro case altrimenti destinate alla rovina. E il finanziamento che il ministero italiano dell’Interno ha stanziato per questo esperimento — 24 euro per immigrato — è servito a dare nuovo impulso anche all’economia locale.

È insomma una situazione nella quale i benefici reciproci sono chiari a entrambe le comunità e la convivenza non risulta difficile, tanto che il paese proprio per questo è diventato un’attrazione turistica. Per valorizzarla, alcune case sono state destinate a ospitalità diffusa nel tessuto urbano ed è stato aperto un ristorante. Sulla sua porta si vede ancora il segno di due proiettili: non tutti a Riace hanno gradito questa rinascita. Ma molte persone e intere scuole vengono a vedere questo miracolo quotidiano, e cercano di capire il segreto di un’accoglienza riuscita.

Il segreto sta certo nella tenacia di Mimmo Lucano, attuale sindaco e animatore del progetto, che interviene continuamente a migliorarlo. Ma sta anche in una iniziativa, nella diocesi dove è stato vescovo amatissimo monsignor Bregantini, nata dal basso grazie a una associazione — Città futura don Puglisi — fondata nel 1999 da ragazzi del luogo intorno alla chiesa parrocchiale e che oggi ha sede in un palazzo del centro antico, vero cuore della vita di Riace.

Certo, il successo dell’esperimento è dovuto anche al numero abbastanza ridotto degli immigrati, al loro essere profughi politici e quindi desiderosi di integrarsi nel nuovo paese, non potendo tornare in patria. Non è facilmente riproponibile in tutte le situazioni: anzi, in qualche modo, proprio le condizioni della sua riuscita mettono in luce le difficoltà che si incontrano in altre situazioni.

Ma il solo fatto che esista una simile realtà, che qualcuno sia riuscito a creare e mantenere questo difficile equilibrio — che dura da più di dieci anni — costituisce un esempio a cui guardare, un caso che fa pensare. Allora, la soluzione del problema immigrati sta forse proprio nell’inventare qualcosa di positivo. Invece di scrollare le spalle con indifferenza.

Saturday 02 April 2011

Nostro contemporaneo

La seconda parte del «Gesù di Nazaret»

Il nuovo libro di Ratzinger-Benedetto XVI rende Gesù di Nazaret nostro contemporaneo. Nel gran disordine che regna sotto il cielo l’irrompere di un libro tanto appassionante accende interrogativi che toccano in profondità le nostre inquietudini. Ciascuno può trovarvi qualche luce per uscirne. Vi si raccontano i tre giorni cruciali dell’esistenza di Gesù, le sue ultime ore di vita scandite dalla passione e morte; l’inizio del tempo nuovo, la risurrezione, vero spartiacque della storia che origina un pensiero alternativo sul futuro del mondo e delle speranze umane.

L’autore è convinto che il confronto positivo con Gesù di Nazaret possa essere una soluzione anziché un problema per l’umanità. La sua indagine è convincente, ragionevole e rispettosa di culture e punti di vista differenti. Interessarsi a Gesù ha senso — si percepisce tra le righe — perché è l’unico risorto della storia, il Vivente immerso in ogni epoca e perciò nel nostro presente; compagno di viaggio affidabile che ci introduce negli orizzonti sconosciuti della vita oltre la morte.

Chiunque volesse capire questo misterioso Signore può calarsi nei giorni finali della sua vita terrena.

Pagina dopo pagina, dalle parole e dai comportamenti di Gesù, il teologo diventato Papa trae i tasselli di una carta d’identità dell’essere cristiano. Da un lato salda l’esperienza del patire, dell’angoscia e della tenerezza del Nazareno con l’insieme del pianto e del dolore smisurati delle vittime di ogni tempo e, dall’altro, ci aiuta a leggere frammenti del mistero del male e della sofferenza non più invincibili dopo la sua agonia nell’orto degli ulivi e l’abbandono sulla croce. La risurrezione di Gesù non è un tardivo volo pindarico dei suoi discepoli delusi che, non potendolo dimenticare, lo trasformarono in mito.

È una realtà veramente accaduta, alla pari della crocifissione e della morte. Mentre però del dolore e della morte che impastano la storia abbiamo una conoscenza sperimentale, della risurrezione abbiamo una conoscenza per fede. Si tratta di una fede ragionevole, ma sempre fede. Anzi, ci ricorda Papa Ratzinger, la fede cristiana è fondata sulla risurrezione. Poiché è strettamente collegata alla croce, la memoria della risurrezione è altrettanto pericolosa per la sapienza umana. Per i discepoli che attendevano un messia regale e vittorioso, la morte di Gesù è stata sconvolgente; la risurrezione, una volta verificata, ne ha cambiato la prospettiva, decidendoli a seguire il Maestro finalmente compreso.

Nel mistero della passione, morte e risurrezione — ci ricorda l’autore — sono racchiuse alcune delle questioni profonde dell’esistenza. E nel processo a Gesù è presente la critica radicale alle politiche basate sull’inganno e la violenza anziché sulla verità. Il destino del mondo si gioca sulla verità, non sulla forza che rimane una soluzione illusoria. Occuparsi di Gesù è occuparsi di tale destino poiché egli è venuto per rendere la più autorevole testimonianza alla verità che la prospettiva cristiana identifica con Dio.

Nello stile dei Padri della Chiesa, Papa Ratzinger non scrive per puro godimento intellettuale, ma offre un libro per la vita. La lettura ci immerge nella profondità del mistero cristiano, svelandoci quanto poco sia conosciuto e gustato. Con la scelta di una interpretazione dei racconti della passione basata sulla storia e sulla fede non contrapposte ma complementari, l’autore conferma la teologia conciliare e pone fine al pregiudizio nei confronti del popolo ebraico accusato nei secoli di deicidio. Nei vari momenti esaminati, dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Benedetto XVI sceglie un linguaggio nuovo e accessibile senza perdere profondità.

Chiama la Chiesa «la comunità dei discepoli» di Gesù; definisce la caritas «premura per l’altro», non un secondo settore del cristianesimo accanto al culto, «ma radicato proprio in esso e ne fa parte». C’è emozione per la lotta tra bene e male nella notte del Getsemani dove Gesù «trascina la natura recalcitrante in alto verso la sua vera essenza» e porta «il travaglio dell’essere uomini in alto verso Dio». L’ascensione è tradotta in una «vicinanza permanente» di Gesù con noi, un «entrare nel mistero di Dio» e un’altra dimensione dell’essere.

Si descrive, infine, la risurrezione, come fenomeno totalmente nuovo, una nuova dimensione dell’essere uomini, una mutazione decisiva, un salto di qualità; un nuovo genere di futuro per gli uomini, una nuova dimensione dell’esistenza umana, inclusa nell’atto di donare la vita. L’amore e la risurrezione — insiste l’autore — sono i due motivi distintivi dell’essere cristiani. La risurrezione come «mutazione» genetica compiuta da Dio in Gesù e promessa a tutti; l’amore come metodo di vita che distingue i figli di Dio e per il cosmo dischiude già ora un futuro di speranza.

c. d. c.

Tuesday 29 March 2011

Dall’abisso del male

Il pellegrinaggio di Benedetto XVI alle Fosse ardeatine — così l’ha voluto definire lo stesso Papa — per rendere omaggio alle vittime dello spaventoso eccidio, che resta indelebile tra i numerosissimi orrori della seconda guerra mondiale, non ha trovato molto spazio nei media. Forse anche per il succedersi incalzante e drammatico di notizie nel panorama internazionale.

Eppure la visita di Benedetto XVI a questo sacrario «caro a tutti gli italiani» — in continuità con quelle di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, e con la volontà di pregare e «rinnovare la memoria» — ha un significato particolare, che rimane. Il loro successore ha infatti compiuto un altro passo nella ricomposizione della memoria di quel conflitto che contribuì a sprofondare il Novecento nell’abisso del male. Come aveva affermato lo stesso Benedetto XVI un mese esatto dopo la sua elezione riflettendo sulle ultime successioni papali.

In questo modo non bisogna forse considerare, aveva detto il nuovo Papa, «il fatto che sulla cattedra di Pietro, ad un Pontefice polacco sia succeduto un cittadino di quella terra, la Germania, dove il regime nazista poté affermarsi con grande virulenza, attaccando poi le nazioni vicine, tra le quali in particolare la Polonia? Entrambi questi Papi in gioventù — seppure su fronti avversi e in situazioni differenti — hanno dovuto conoscere la barbarie della seconda guerra mondiale e dell’insensata violenza di uomini contro altri uomini, di popoli contro altri popoli».

Alla presenza del rabbino capo della più antica comunità della diaspora occidentale, ferocemente colpita dalla persecuzione razziale anche alle Fosse ardeatine, il vescovo di Roma, «città consacrata dal sangue dei martiri», ha voluto incontrare a lungo i familiari delle vittime — cattolici ed ebrei insieme — e ha reso omaggio alla loro memoria, in un luogo vicino alle catacombe e dal quale ancora una volta si è levata la preghiera dei Salmi, con le parole che da molti secoli ebrei e cristiani innalzano all’unico Dio.

Quel Dio al quale, nell’ora delle tenebre, si rivolsero due caduti, come altri in quei giorni, per affermare la fede «in Dio e nell’Italia» e invocare la protezione degli ebrei «dalle barbare persecuzioni». Benedetto XVI ha citato le loro parole, ricordando il centocinquantesimo anniversario dell’unità del Paese e ripetendo che nel Padre di tutti è possibile un futuro diverso. Che non offenda il Nome santo di Dio e l’essere umano, creato a sua immagine.

g. m. v.

Monday 28 March 2011

Da Gerusalemme a Parigi

L’intuizione di Benedetto XVI di un nuovo spazio dove laici e non credenti possano essere accolti con amicizia per condividere con chi crede la ricerca dell’unico Dio sta prendendo forma. Nella visione papale questa proposta è rappresentata dall’immagine del «cortile dei gentili» nel Tempio di Gerusalemme — dove appunto erano ammessi i pagani attratti dalla religiosità ebraica — ed è stata assunta dall’organismo curiale che si occupa del mondo della cultura con originale creatività.

Carica di simboli è stata così la scelta di Parigi — la «città dei Lumi» emblema di quella modernità contraddittoria e drammatica nata dagli ideali e dagli errori della rivoluzione francese — per l’esordio di questa iniziativa. Che senza dubbio è tra le più importanti decise da un Papa tanto mite quanto coraggioso, uomo di fede e teologo profondo, abituato sin da giovane al confronto, soprattutto nel mondo universitario, con chi è al di fuori dei confini visibili della Chiesa.

Uso dunque a esprimersi con parole comprensibili a tutti, Benedetto XVI ha voluto essere presente a Parigi con un messaggio ai giovani riuniti davanti a Notre-Dame, in uno spazio aperto oggi come venti secoli fa era accessibile ai pagani il cortile esterno del Tempio gerosolimitano. Dal grande santuario di un ebraismo sempre più caratterizzato da aspirazioni universalistiche rimanevano però esclusi i non giudei.

A cambiare tutto è stata la venuta di Cristo, quella luce vista da Giovanni che illumina ogni essere umano e ha abbattuto «il muro di separazione» tra ebrei e gentili, e dunque ogni divisione: anche quella tra credenti e non credenti. E perché non fosse reso difficile l’accesso dei pagani allo spazio loro riservato nel santuario di Gerusalemme Gesù aveva cacciato chi di questo luogo si approfittava per lucro. Per questo Benedetto XVI in molti modi si fa capire. Come hanno dimostrato, diversamente ma con straordinaria efficacia, i suoi ultimi due libri.

Ed efficaci per credenti e non credenti sono risuonate a Parigi le sue parole, rivolte ai giovani, ma più in generale alle donne e agli uomini di oggi. Il Papa ha così rinnovato l’invito che nel succedersi dei secoli e sino alla fine dei tempi la Chiesa di Cristo non si è stancata e non si stancherà di rivolgere: di non aver paura di aprire a Dio i cuori e le società. Senza timore di assumere le parole — libertà, uguaglianza, fraternità — che hanno riassunto gli ideali rivoluzionari, tante volte poi brandite con asprezza contro la Chiesa e il cristianesimo, e che pure dal cristianesimo sono nate.

Comuni sono moltissime aspirazioni di credenti e non credenti, per costruire «un mondo nuovo e più libero, più giusto e più solidale, più pacifico e più felice». Allora — dice Benedetto XVI — tra chi crede e chi non crede deve cadere, nel riconoscimento reciproco, ogni diffidenza: Dio non è un pericolo per la società e la vita umana e non lo è naturalmente la ragione, purché non si pieghi agli interessi e all’utilità, come spesso avviene. Per questo il Papa ha invitato i giovani parigini, riuniti davanti a Notre-Dame, senza distinguere tra credenti e non credenti, a non fermarsi nel cortile dei gentili. E a entrare invece nella cattedrale, dove come incenso si alzava la preghiera della sera.

g.m.v.

Friday 25 March 2011

Una rivoluzione femminile

A tre anni dalla morte la prima biografia di Chiara Lubich

di Lucetta Scaraffia

A tre anni dalla scomparsa, è uscita la prima biografia di Chiara Lubich, scritta da Armando Torno per Città Nuova: un libro che sceglie volutamente un tono non agiografico per descrivere quella che è sicuramente una delle più straordinarie esistenze del Novecento. Una narrazione piana, costruita attraverso le testimonianze delle focolarine e dei focolarini che sono stati più vicini alla loro fondatrice. Un racconto che volutamente mette sullo stesso piano le vicende umane e le esperienze mistiche di Chiara; rispettando, in questo modo, il suo carattere riservato, la sua capacità di stare al centro di tutto ma al tempo stesso di scomparire come persona.

Mi è capitato di incontrarla personalmente una sola volta, l’8 marzo di qualche anno fa, al Quirinale, dove era arrivata per ricevere un’importante onorificenza dal presidente della Repubblica italiana. Era entrata sorridendo, come sempre, senza preoccuparsi se nessuno dei presenti dava segno di riconoscerla e di darle onore. A me, che le ero andata incontro emozionata, ha riservato un sorriso timido e dolce, e ha declinato con semplicità ogni mio tentativo di far sapere ai responsabili del cerimoniale che era arrivata.

La biografia rispetta questo suo atteggiamento umile e ritroso, profondamente disponibile al contatto umano ma del tutto indifferente alla notorietà, e alla ribalta che pure le spettava. A tal punto che si coglie l’importanza di Chiara nella storia del Novecento quasi più dalla cronologia comparata, molto ben fatta, che si trova in appendice al volume e che dà conto della ricchezza delle forme di aggregazione da lei create all’interno del mondo cattolico, della sua straordinaria capacità di costruire momenti di incontro e di vero dialogo con esponenti e fedeli di altre religioni, della fecondità spirituale che ha segnato la sua vita interiore.

Una fecondità che ha sempre condiviso con le sorelle e i fratelli più vicini, e poi con tutti coloro che rivelavano disponibilità all’ascolto, consapevole che i tempi in cui si trovava a vivere richiedevano un’immediata condivisione di quanto lei, strumento di Gesù, arrivava a comprendere illuminata dallo Spirito Santo. Illuminazioni che nascevano dalla lettura continua della Sacra Scrittura: «Ogni volta che Chiara apriva il Vangelo vi scopriva la profondità di quelle parole di vita eterna che mai prima aveva trovato».

In questo modo, Chiara ha anticipato quello che la cultura cattolica avrebbe poi scoperto: l’ingresso nel linguaggio spirituale della parola amore, fino a quel momento riservata più che altro ai discorsi mondani; l’idea della spiritualità dell’unità, che si trasforma in una appassionata forma di dialogo tra le religioni e in una risposta alla «notte culturale» dell’umanità. Senza mai preoccuparsi che fosse ricordato il suo ruolo precorritore.

La proposta di una nuova evangelizzazione, secondo le sue parole, «non significa soltanto che il mondo secolarizzato» ne ha bisogno, ma anche che «l’evangelizzazione va fatta in maniera nuova». E alla ricerca di questa maniera nuova dedica tutte le sue energie: gli incontri, anche quelli apparentemente secondari, si trasformano grazie a lei in nuove vie e nuovi progetti, allargando sempre più la rete dei coinvolgimenti nel suo ideale: la santità a portata di tutti. Il suo movimento si apre a tutti gli ambiti, in un’ottica universale, con particolare attenzione alla cultura e ai media, mentre la sua vita interiore dà un nuovo impulso agli studi teologici.

Ma certamente l’aspetto di novità più forte che ha segnato la sua vicenda è proprio il suo essere donna, una donna che dà un accento fortemente femminile a ogni sua opera: basti pensare al nome più conosciuto del movimento da lei fondato (ufficialmente Opera di Maria) che evoca il focolare, spazio tradizionalmente femminile. Comincia circondandosi di donne, che sanno poi aprirsi alla necessaria presenza maschile, e dà disposizioni che a presiedere il movimento sia sempre una donna.

Anche la spiritualità dell’Opera prende una forma femminile, rappresentando la presenza mistica di Maria nella Chiesa. In questo modo, con la sua straordinaria esperienza, Chiara — che parla alle assemblee dei vescovi, è ascoltata dai Papi, viene accolta con gli onori di un capo di Stato nei Paesi che visita — realizza quello che i tempi richiedono anche alla Chiesa: riconoscere l’importanza del ruolo delle donne.

Ma lo ottiene senza rivendicare diritti, senza nessuna asprezza. Lo ottiene dimostrando di sapersi meritare quell’autorità che le viene riconosciuta, come è stato per le grandi sante nella storia della Chiesa. La sua importanza nel cattolicesimo del Novecento è anche la prova di una rivoluzione femminile compiuta nel silenzio e nella modestia. Rimane il compito di prenderne atto.

Wednesday 23 March 2011

Questione di radicalità evangelica

Il celibato sacerdotale

di Mauro Piacenza

Residuo preconciliare e mera legge ecclesiastica. Sono queste, in definitiva, le principali e più dannose obiezioni che riaffiorano nel periodico riaccendersi del dibattito sul celibato sacerdotale. Eppure, niente di questo ha reale fondamento, sia che si guardi ai documenti del concilio Vaticano II, sia che ci si soffermi sul magistero pontificio. Il celibato è un dono del Signore che il sacerdote è chiamato liberamente ad accogliere e a vivere in pienezza.

Se infatti si esaminano i testi, si nota innanzitutto la radicale continuità tra il magistero che ha preceduto il concilio e quello successivo. Pur con accenti talora sensibilmente differenti, l’insegnamento papale degli ultimi decenni, da Pio XI a Benedetto XVI, è concorde nel fondare il celibato sulla realtà teologica del sacerdozio ministeriale, sulla configurazione ontologica e sacramentale al Signore, sulla partecipazione al suo unico sacerdozio e sulla imitatio Christi che esso implica. Solo, dunque, una scorretta ermeneutica dei testi del Vaticano II – a cominciare dalla Presbyterorum ordinis – potrebbe condurre a vedere nel celibato un residuo del passato di cui liberarsi. E una tale posizione, oltre che errata storicamente, teologicamente e dottrinalmente, è anche dannosa sotto il profilo spirituale, pastorale, missionario e vocazionale.

Alla luce del magistero pontificio bisogna anche superare la riduzione, in taluni ambienti molto diffusa, del celibato a mera legge ecclesiastica. Esso, infatti, è una legge solo perché è un’esigenza intrinseca del sacerdozio e della configurazione a Cristo che il sacramento dell’Ordine determina. In tale senso la formazione al celibato, oltre ogni altro aspetto umano e spirituale, deve includere una solida dimensione dottrinale, poiché non si può vivere ciò di cui non si comprende la ragione.

In ogni caso, il dibattito sul celibato, che periodicamente nei secoli si è riacceso, certamente non favorisce la serenità delle giovani generazioni nel comprendere un dato così determinante della vita sacerdotale.

Giovanni Paolo II nella Pastores dabo vobis (n. 29), riportando il voto dell’assemblea sinodale, afferma: “Il Sinodo non vuole lasciare nessun dubbio nella mente di tutti sulla ferma volontà della Chiesa di mantenere la legge che esige il celibato liberamente scelto e perpetuo per i candidati all’Ordinazione sacerdotale nel Rito latino. Il Sinodo sollecita che il celibato sia presentato e spiegato nella sua piena ricchezza biblica, teologica e spirituale, come dono prezioso dato da Dio alla sua Chiesa e come segno del Regno che non è di questo mondo, segno dell’amore di Dio verso questo mondo nonché dell’amore indiviso del sacerdote verso Dio e il Popolo di Dio”.

Il celibato è questione di radicalismo evangelico. Povertà, castità e obbedienza non sono consigli riservati in modo esclusivo ai religiosi. Sono virtù da vivere con intensa passione missionaria. Non possiamo abbassare il livello della formazione e, di fatto, della proposta di fede. Non possiamo deludere il popolo santo di Dio, che attende pastori santi come il curato d’Ars. Dobbiamo essere radicali nella sequela Christi senza temere il calo del numero dei chierici. Infatti, tale numero decresce quando si abbassa la temperatura della fede, perché le vocazioni sono “affare” divino e non umano. Esse seguono la logica divina che è stoltezza agli occhi umani.

Mi rendo conto, ovviamente, che in un mondo secolarizzato è sempre più difficile comprendere le ragioni del celibato. Ma dobbiamo avere il coraggio, come Chiesa, di domandarci se intendiamo rassegnarci a una tale situazione, accettando come ineluttabile la progressiva secolarizzazione delle società e delle culture, o se siamo pronti a un’opera di profonda e reale nuova evangelizzazione, al servizio del Vangelo e, perciò, della verità sull’uomo. Ritengo, in tal senso, che il motivato sostegno al celibato e la sua adeguata valorizzazione nella Chiesa e nel mondo possano rappresentare alcune tra le vie più efficaci per superare la secolarizzazione.

La radice teologica del celibato, dunque, è da rintracciare nella nuova identità che viene donata a colui che è insignito del sacramento dell’Ordine. La centralità della dimensione ontologica e sacramentale e la conseguente strutturale dimensione eucaristica del sacerdozio rappresentano gli ambiti di comprensione, sviluppo e fedeltà esistenziale al celibato. La questione, allora, riguarda la qualità della fede. Una comunità che non avesse in grande stima il celibato, quale attesa del Regno o quale tensione eucaristica potrebbe vivere?

Non dobbiamo allora lasciarci condizionare o intimidire da chi non comprende il celibato e vorrebbe modificare la disciplina ecclesiastica, almeno aprendo delle fessure. Al contrario, dobbiamo recuperare la motivata consapevolezza che il nostro celibato sfida la mentalità del mondo, mettendo in crisi il suo secolarismo e il suo agnosticismo e gridando, nei secoli, che Dio c’è ed è presente.

Tuesday 22 March 2011

L’orso del Papa

Alla dedicazione della parrocchia romana di San Corbiniano — una liturgia esemplare per la cura e la partecipazione dei fedeli, tra i quali tantissimi bambini — erano presenti ben tre successori del fondatore della diocesi di Frisinga: oltre a Joseph Ratzinger, oggi Papa con il nome di Benedetto XVI, i cardinali Friedrich Wetter e Reinhard Marx. Un fatto eccezionale, che il parroco ha sottolineato nel suo caloroso saluto iniziale.

Nell’omelia il vescovo di Roma, successore del primo degli apostoli, ha improvvisato una breve riflessione su questo monaco francese attratto dalla vita contemplativa che scese a Roma per fondarvi un monastero. Ma qui la sua vita cambiò in modo inatteso: il Papa lo ordinò vescovo per la Baviera, dove la popolazione «voleva farsi cristiana, ma mancava gente colta, mancavano sacerdoti per annunciare il Vangelo».

Una scelta, quella di Gregorio ii, che si rivelò di universalità — il santo infatti «collega la Francia, la Germania, Roma», ha sottolineato il Papa — e nello stesso tempo di unità: Corbiniano ci dice che «la Chiesa è fondata su Pietro» e che era la stessa «come oggi». Per una ragione molto semplice: Cristo è lo stesso, «la Verità, sempre antica e sempre nuova, attualissima, presente, e apre la chiave per il futuro».

Parlando ai fedeli Benedetto XVI ha accennato all’orso che ha scelto di collocare nel suo stemma, episcopale e poi papale. Joseph Ratzinger ne aveva scritto per la prima volta nel libro autobiografico, tanto piccolo quanto prezioso, che pubblicò nel suo settantesimo anno e dove raccolse i suoi ricordi sino alla consacrazione episcopale. Raccontando come all’animale che aveva sbranato il cavallo di Corbiniano, in viaggio per Roma, fu imposto dal monaco di portare il suo fardello.

Ratzinger, sulla traccia del prediletto Agostino, spiegava che quel peso — il carico episcopale di chi «tira il carro di Dio in questo mondo» — venne imposto a Corbiniano e al vescovo africano, attratti entrambi dalla contemplazione e dallo studio. «Ma proprio in questo modo io ti sono vicino, ti servo, tu mi hai nella mano», concludeva il cardinale ormai a Roma. Affidandosi all’unico Signore, come ogni giorno fa Benedetto XVI. Che resta sempre affezionatissimo al suo orso.

g. m. v.