Thursday 27 August 2015

Meeting, cuore e incontro

Voi da che parte state? In quale schema politico vi riconoscete? In quale contenitore vi possiamo incasellare? Sono gli interrogativi con cui puntualmente, da anni, si misura il Meeting di Rimini, che ieri ha chiuso la sua trentaseiesima edizione. Ma quegli interrogativi non fanno altro che ridurre la portata di un evento a cui il teatrino della politica italiana sta decisamente stretto. È vero, in questi giorni sono arrivati sei ministri, è arrivato il premier Renzi. I problemi della gente chiedono soluzioni, e il compito delle istituzioni è quello di trovarle. Ma forse mai come quest’anno è apparso chiaro che per indicare soluzioni bisogna capire qual è la direzione di marcia, e per capirlo è necessario interrogarsi su qual è l’idea di uomo e di convivenza che la sottende. 

Domande, dobbiamo tornare a farci domande pesanti, in un tempo in cui molti propongono risposte a buon mercato, falsi infiniti, formule tanto apparentemente efficaci quanto illusorie e di corto respiro, perché parlano alla pancia piuttosto che alla testa, perché non partono dal cuore, quell’unicum di cui ogni uomo è dotato e che è il criterio più autentico per misurare la verità di quanto gli viene proposto. 

Il titolo scelto quest’anno, un verso del poeta Mario Luzi, è andato al fondo della questione: «Di che è mancanza questa mancanza, cuore, che a un tratto ne sei pieno?». La mancanza indica qualcosa che ci è necessario e che non siamo capaci di procurarci con le sole nostre forze. Non è il segno di un’amputazione, ma il campanello che ci avverte che la nostra natura è fatta per cose grandi. E quando le incontra mette in movimento la persona, genera rapporti nuovi,
comincia a cambiare una società.

Il Meeting ha proposto personalità che vivono questa dinamica, provenienti da latitudini culturali, religiose, politiche, artistiche le più diverse. Non ha sciorinato analisi studiate a tavolino, ha messo sotto i riflettori testimoni resi affascinanti e credibili per l’esperienza che vivono e per la capacità di confrontarsi con chi è diverso da loro ma accomunato dalla medesima esigenza di verità. In questo senso, la kermesse riminese può essere considerata come una declinazione significativa di quella cultura dell’incontro che è uno dei capisaldi di questo pontificato. 

Declinazione 'ante litteram', nel senso che la manifestazione nata dall’albero di Comunione e Liberazione ha messo a tema fin dalle sue origini – e nel suo stesso nome – la dimensione dell’incontro come costitutiva della natura umana, e negli anni ha testimoniato che l’amicizia tra i popoli è qualcosa di possibile. Ma questa dinamica, come Papa Francesco ha sapientemente intuito, oggi è diventata una necessità storica, vero spartiacque tra chi predica l’ineluttabilità della contrapposizione con il nemico di turno e quanti preferiscono la ritirata in un 'particulare' solo apparentemente consolatorio. 

Nell’epoca del crollo delle evidenze, quando molto di ciò che sembrava indiscutibile patrimonio comune viene messo in discussione e sacrificato sull’altare di molteplici verità, i cristiani sono chiamati a offrire una testimonianza radicale e disarmata di ciò che dà significato all’esistenza. A loro, come ha scritto Francesco nel messaggio inviato a Rimini dal segretario di Stato Parolin, spetta il compito di iniziare processi più che occupare spazi. Per farlo in maniera efficace e utile al bene comune, è necessario che l’approfondimento della propria identità non si trasformi nell’edificazione di una roccaforte in cui attestarsi per resistere alle insidie del mondo, ma generi una capacità di incontro con l’altro.

Perché l’altro non è un incidente di percorso da evitare, l’altro mi è necessario per capire di più chi sono io. Non è un caso che il titolo scelto per l’edizione 2016 del Meeting sia «Tu sei un bene per me». Un percorso che continua, più che uno schema in cui essere incasellati.

Thursday 27 August 2015 07:09

Il Nobel di Francesco alle mamme e ai papà

hissà se qualche grande matematico, sfidato dal Papa, ora si cimenterà con il "problema di Bergoglio". Un quesito da spaccare la testa: come aumentare le ore del giorno da 24 a 48? Come raddoppiare il tempo che sta fra un’alba e la successiva per farci stare tutto – figli, lavoro e casa, per citare solo l’essenziale? Ebbene, ha suggerito Francesco nella catechesi di ieri in piazza San Pietro, se i geni matematici non trovano una soluzione, tante mamme e tanti papà «potrebbero vincere il Nobel, per questo». Per molti genitori la giornata è già doppia: «si muovono» in un «tempo delle famiglie» che è «complicato e affollato, occupato e preoccupato: è sempre poco, non basta mai, ci sono tante cose da fare».hissà se qualche grande matematico, sfidato dal Papa, ora si cimenterà con il "problema di Bergoglio". Un quesito da spaccare la testa: come aumentare le ore del giorno da 24 a 48? Come raddoppiare il tempo che sta fra un’alba e la successiva per farci stare tutto – figli, lavoro e casa, per citare solo l’essenziale? Ebbene, ha suggerito Francesco nella catechesi di ieri in piazza San Pietro, se i geni matematici non trovano una soluzione, tante mamme e tanti papà «potrebbero vincere il Nobel, per questo». Per molti genitori la giornata è già doppia: «si muovono» in un «tempo delle famiglie» che è «complicato e affollato, occupato e preoccupato: è sempre poco, non basta mai, ci sono tante cose da fare».

È un’esperienza comune e difficilmente chi la vive è portato a pensare di meritare un premio speciale. Tutt’al più si sente affaticato, imprigionato in un meccanismo – anche lavorativo, ma non solo – che stritola, che accelera continuamente il suo ritmo, che non dà respiro, che esige sempre di più, a cui non si riesce a sottrarsi. (Particolare molto significativo: il Papa non parla solo di madri ma anche di padri, a conferma che alla Chiesa è ben chiara la trasformazione in atto nella famiglia, con una condivisione di compiti sempre maggiore e una forte aspirazione di uomini e donne a una vera parità educativa e di cura).
C’è però una prospettiva che salva dallo scoraggiamento del "tempo che manca". È quella indicata, con la consueta semplicità e profondità, da Francesco. Si tratta di calpestare la terra con gli occhi rivolti al cielo. Lo «spirito della preghiera», lo chiama il Papa. Non significa (soltanto) recitare le Lodi al mattino o i Vespri la sera (e i Salmi quando si può), ma significa vivere ogni piccola incombenza quotidiana – sì, anche le gimcane in auto con i bambini dalla palestra al supermercato, anche gli imprevisti, anche le seccature – con il pensiero che niente è inutile, niente è solo affanno e che la quotidiana lotta contro l’orologio è parte di un progetto più grande.

Nello «spirito della preghiera» c’è anche il ringraziamento a Dio, tutti insieme in famiglia intorno al tavolo della cena. C’è il segno della Croce insegnato ai figli. C’è un bacio mandato a Gesù davanti a una chiesa, un pensiero di gratitudine senza parole. C’è un passo del Vangelo letto prima di addormentarsi. Niente di eroico o di complicato, come è evidente, ma nello stesso tempo qualcosa di davvero essenziale, che coglie una dimensione spirituale vivificante. È il cuore del «tempo della famiglie», quel nocciolo di significato senza il quale rimangono unicamente affanno e senso di oppressione e grazie al quale, al contrario, ogni fatica trova un senso preciso.

Il Papa non ha suggerito ai genitori di sfrondare gli impegni non rimandabili, perché in fondo è implicito, ognuno lo sa e sceglie ogni giorno a che cosa rinunciare senza troppi rimpianti. In più, nell’esperienza odierna di molte famiglie, (quasi) nulla, compreso purtroppo il lavoro festivo, è comprimibile. Papa Francesco si rivolge con tenerezza e comprensione alle madri e ai padri in affanno e li conforta: è proprio lo «spirito della preghiera» a fare «uscire dall’ossessione di una vita alla quale manca sempre il tempo» e a far ritrovare «la pace della cose necessarie».

Come dire: se le incombenze quotidiane sembrano stritolare, c’è però pur sempre una dimensione di libertà, dove poter trovare la luce e il senso del tempo che passa. E, in fondo, della vita intera.

Wednesday 26 August 2015

Valdesi, il comune cammino

Con qualche fretta eccessiva, e senza una comprensione profonda di un cammino di riconciliazione complesso e delicato tra la Chiesa cattolica e quella valdese, alcuni organi di stampa hanno ieri titolato che i valdesi e i metodisti rifiutavano la richiesta di perdono fatta da papa Francesco lo scorso 22 giugno nella sua visita alla chiesa valdese di Torino. Il fraintendimento giornalistico è nato da un passaggio della lettera aperta indirizzata al Papa dal Sinodo valdese riunito in questi giorni a Torre Pellice: «Questa nuova situazione non ci autorizza però a sostituirci a quanti hanno pagato col sangue o con altri patimenti la loro testimonianza alla fede evangelica e perdonare al loro posto». Da qui la semplificazione: i valdesi non accettano la mano tesa e la richiesta di perdono di Francesco.

Non è così. Tale interpretazione è stata decisamente respinta dal pastore Eugenio Bernardini, moderatore della Tavola valdese: «Chi ha interpretato così non ha nessuna sensibilità religiosa, teologica, filosofica. Forse è un passaggio troppo teologicamente raffinato che invece il Papa comprenderà benissimo». Insomma, una tempesta in un bicchiere d’acqua, prontamente placata con vivo senso di responsabilità dal moderatore della Tavola. Non è però un temporale estivo, ma un fatto storico. Anche perché il perdono cristiano non consiste in scuse formali o rituali, una specie di sorry inglese.

È un episodio che fa riflettere sulla necessità di analizzare con cura certi fatti, soprattutto quando si tratta di vicende lunghe, dolorose, che hanno portato a divisioni, a separazioni anche violente. Molto significativo è il gesto del Sinodo valdese: un gesto diretto al Papa, una lettera in cui lo si chiama «caro fratello in Cristo Gesù». Il perdono si inserisce in una storia di cristiani che si riconoscono fratelli: «Le nostre Chiese (valdese e metodista, ndr) sono disposte a cominciare a scrivere insieme questa storia, nuova anche per noi». Questo sì che appare un fatto nuovo: è una notizia? In tanti crediamo di sì: le Chiese evangeliche italiane sono disposte a scrivere una storia nuova insieme alla Chiesa cattolica. Finora questa storia comune non era esistita, salva l’amicizia e la fraternità realizzate tra singoli valdesi e cattolici.

Per ottocento anni ha pesato un’estraneità densa di divisione, anche perché il papato si è coinvolto in alcuni fatti storici che hanno duramente ferito la comunità valdese. La decisione di una rinnovata storia comune – ha dichiarato Bernardini – è meditata e impegnativa, non estemporanea. Nasce da un evento storico: le parole di Francesco nel tempio valdese di Torino. Tra l’altro è la prima volta che un Sinodo valdese si rivolge direttamente a un Papa. È il segno di una comunicazione fraterna che, se non cancella come un colpo di spugna la storia, mostra il livello di fiducia tra cattolici e valdesi.

Sono fatti cristiani, che vanno analizzati con debita attenzione nella loro complessità e profondità. Non si possono capire attraverso semplificazioni. Sono stati possibili per la Chiesa cattolica grazie alla lunga strada intrapresa cinquant’anni fa dal Concilio Vaticano II e dal lavoro di tanti cristiani che hanno fatto dell’impegno ecumenico una vocazione, aprendo nuove strade di comprensione e di unità.
 
Nella Chiesa valdese si possono ricordare i pastori Valdo Vinay, che tanti legami anche personali ha intessuto con i cattolici e che per anni ha predicato regolarmente alla preghiera della Comunità di Sant’Egidio, e Renzo Bertalot, generoso pioniere dell’ecumenismo e tra i fondatori della Società Biblica in Italia. Al Sinodo valdese sono presenti pastori, come Paolo Ricca, che con grande gioia vivono questa nuova stagione di amicizia. Questa è una storia del cristianesimo italiano con lacerazioni più antiche di quelle della Riforma, ma anche oggi una vicenda grande nella storia religiosa del nostro Paese. Insomma, in Italia, sta succedendo qualcosa d’importante.

Wednesday 26 August 2015 07:08

La povertà secondo Luciani. Un inedito del 1970

Sabato 26 agosto 1978, dopo sole ventisei ore di conclave, il cardinale protodiacono Pericle Felice annunciava l’elezione di Albino Luciani come successore di Paolo VI. Sbaragliando le tabelle dei valori stabiliti dai canali dell’informazione giornalistica e non, i cardinali avevano scelto quasi all’unanimità un padre e un pastore di note virtù che viveva nel gregge e per il gregge, esperto di umanità e delle ferite del mondo, delle esigenze dell’immensa moltitudine dei derelitti, un sacerdote di vasta e profonda sapienza che sapeva coniugare in felice e geniale sintesi nova et vetera.
 
Avevano scelto un apostolo del Concilio, che aveva fatto del Concilio il suo noviziato episcopale, di cui spiegò con cristallina lucidità gli insegnamenti e ne tradusse rettamente e con coraggio in pratica le direttive. Anzi le incarnava. In primis la povertà che per Luciani costituiva la fibra del suo essere sacerdotale. 

È stato osservato che non si può ignorare l’humus sociale di quella storia di povertà rurale e operaia del Veneto dal quale proveniva. Tuttavia non è la povertà del populismo, non è la vicenda romantica e paternalistica del modesto prete di montagna, ma quella storica ed esistenziale che si assimila anche con l’educazione e che per Luciani, sacerdote di solida formazione teologica, affondava le radici nel mai dimenticato fondamento di una Chiesa antichissima, senza trionfi mondani, vicina agli insegnamenti dei Padri, sul modello di Cristo e della predilezione per i poveri, e senza la quale poco si capirebbe dello spirito di governo di Giovanni Paolo I.

Luciani aveva sposato la povertà, ne aveva fatto la dote più importante, e da essa aveva tratto alimento anche la sua cura d’anime. Ed è proprio l’abito non usato come slogan, non ostentato e non occasionale della povertà che ha dato alla sua stessa parola il senso della concretezza e che ha conferito alla sua persona di vescovo credibilità e le qualità di indulgenza e severità, di comprensione umana e del saper attendere, unite alla fermezza nella custodia del depositum fidei. 
 
L'adesione di Luciani sia sul piano teologico che pastorale alle linee del magistero montiniano in materia sociale, espresse in particolare nella
Populorum progressio, è totale e diviene per Giovanni Paolo I l’orientamento della Chiesa nello sguardo sul mondo. A questo richiama da Pontefice anche nell’ultima udienza generale riprendendo l’affermazione che «la proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto» e «che i popoli della fame interpellano oggi in maniera drammatica i popoli dell’opulenza». Del motivo della Chiesa povera al servizio degli ultimi è intessuto il suo magistero. Nel 1966 scrivendo Il sacerdote diocesano alla luce del Vaticano II,
affermava: «Qualcuno aveva detto: 'Se il Concilio di Trento di Trento è stato il Concilio della castità del clero, il Vaticano II sarà il Concilio della povertà del clero'. È forse un’esagerazione, ma è vero che su questo punto siamo sorvegliati: qui la gente ci aspetta oggi». 

Ed è proprio sul tema della povertà ecclesiale che s’incentrano anche le note autografe che qui riportiamo, titolate da Luciani «Chiesa povera». Sono pagine che appartengono alla documentazione inedita rinvenuta grazie alla ricerca sostenuta e allo studio intrapreso dalla Causa di canonizzazione di Giovanni Paolo I, la cui Positio – che raccoglie tutte le prove documentali e testamentali inerenti alla figura del Servo di Dio, tra le quali la testimonianza del papa emerito Benedetto XVI (un unicum nella storia della Chiesa per quanto concerne i processi di canonizzazione) – è ormai completata si avvia alla fase di giudizio conclusiva presso la Congregazione delle cause dei Santi. 
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Due pagine di un'agenda personale scritte a Venezia nell'estate 1970 con riflessioni dell'allora Patriarca di Venezia Albino Luciani sul tema "Chiesa povera"

 Il documento, risalente all’estate del 1970, primo anno del suo patriarcato a Venezia, è una riflessione per un intervento verosimilmente destinato a sacerdoti o religiosi, vergato su una delle numerose agende che egli usava come quaderni per annotare schemi di omelie, pronunciamenti, conferenze. E nel quale, riprendendo ancora una volta citazioni di Paolo VI e il decreto conciliare
Presbyterorum ordinis, scrive: «Paolo VI: gli uomini – specie quelli che guardano la Chiesa dal di fuori – non la vogliono 'potenza economica, rivestita di apparenze agiate, dedita a speculazioni finanziarie, insensibile ai bisogni delle persone, delle categorie, delle nazioni dell’indigenza'. Ha aggiunto: per attuare tale istanza il Papa sta lavorando 'con graduali, ma non timide riforme'... 'con il rispetto dovuto a legittime situazioni di fatto, ma con la fiducia d’essere compresi e aiutati dal popolo fedele'.

Criterio: la necessità dei 'mezzi' economici e materiali, con le conseguenze che essa comporta: di cercarli, di richiederli, di amministrarli, non soverchi mai il concetto dei 'fini' a cui essi devono servire». E ancora, richiamando il decreto conciliare sul ministero e la vita dei sacerdoti, al punto 17, risponde in merito ai fini: «Quali fini?
Po 17: 'organizzazione del culto divino, il dignitoso mantenimento del clero, l’esercizio di opere di apostolato e di carità, specialmente a favore dei poveri'». Non manca qui anche un accenno alle «'finanze del Vaticano'. Non sono quelle che ci si immagina. Cfr. Or. Se – però – fosse possibile che l’amministrazione delle medesime diventasse 'una casa di vetro' ne verrebbe probabilmente un vantaggio.  La bandiera della povertà ecclesiale. I. L’ha inalberata Cristo con tutti i veri riformatori (da san Francesco a Charles de Foucauld). II. Ma anche i falsi riformatori: richiamavano la Chiesa, ma senza amore per la Chiesa; richiamavano la Chiesa, con orgoglio, negando parecchie verità di fede spirituali... I 'poveri' del Vangelo sono una categoria in primo luogo religiosa e solo secondariamente sociologica», appunta Luciani. «Senza beni copiosi (o distaccati dai beni copiosi) si rivolgono al Signore: In Te la mia fiducia, non nei beni terreni, che lascio o da cui mi distacco!». E nel 'nota bene' a seguire chiarisce: «'Povertà' comporta una condizione modesta (mai miseria: questa è contraria al Vangelo. Condizione disumana non voluta da Dio) ma non si identifica con essa. Uno può essere di modesta condizione, ma se aspira alla ricchezza avidamente, invidia o odia i ricchi, non è povero evangelicamente». 
 
Poi scrive: «Essere sociologicamente povero ha valore o no? Non in se stesso, ma in quanto dispone naturalmente alla povertà evangelica-spirituale di cui sopra: chi è povero è più disposto a confidare in Dio, chi è ricco è portato a dimenticare Dio: per questo Cristo è duro con la ricchezza (non è che fosse risentito contro i ricchi per motivi populistici, ma per motivo religioso: la ricchezza vi impedisce di aprire il cuore al desiderio del Regno di Dio)». E così conclude riguardo alla povertà ecclesiale: «Dovere della povertà evangelica per tutti i cristiani... Più per i vescovi, preti, religiosi. La ragione: rappresentano – agli occhi del mondo – la Chiesa di più. Ad hoc 'convertirsi' interiormente ed esteriormente, passando dalla retorica della povertà alla povertà reale». 

Non si è chiuso con Giovanni Paolo I un breve capitolo di storia dei Papi. Non si torna indietro né si incomincia da capo. Ciò che la Chiesa sta rivivendo dal suo interno, da Giovanni XXIII, dal Concilio Vaticano II, da Paolo VI, non è una parentesi. Se il governo di Albino Luciani non si è potuto dispiegare nella storia, egli ha concorso decisamente a rafforzare il disegno di questa Chiesa del Concilio che, ricca «di Cristo povero», nella povertà evangelica, si fa prossima alle ferite delle realtà umane, al dolore delle genti e alla loro sete di carità, come indeclinabile testimonianza di ciò che è l’essenza, il fondamento autentico del vivere nella Chiesa e per la Chiesa.

Wednesday 26 August 2015 06:53

Agosto, il non-lavoro e l'arrendersi che fa ripartire

Nel nostro Paese, tradizionalmente, nel mese d’agosto ci si vuole dimenticare del lavoro: è il tempo delle ferie, quando possiamo lasciare indietro la 'fatica' per riposare e avere, finalmente, tempo libero, per noi e per le nostre famiglie. Solo che ormai da alcuni anni una delle più grandi fatiche riguarda proprio la mancanza di lavoro: per i molti che un impiego l’hanno perduto e non riescono a ritrovarlo, per i moltissimi – ancora di più – che non l’hanno mai trovato. Che strani tempi i nostri, così oscillanti tra una delirante onnipotenza e un continuo ricadere in una disperata nella disillusione e persino nella rassegnazione. Le cronache ci riportano di continuo questo sentimento ondulatorio, in cui la pretesa di una totale autodeterminazione configge con la scoperta di una realtà avara, almeno in apparenza. 

In tutto ciò, come si muovono le nuove generazioni? I dati continuano a rimandarci l’immagine di una gioventù italiana bloccata, che non riesce a trovare realizzazione nell’ingresso nell’età adulta. Che non trova un lavoro soddisfacente o che, addirittura neppure più lo cerca. Una gioventù che, con troppa frequenza, non ha trovato un suo posto nella scuola e l’ha abbandonata, oppure che ha studiato convinta di poter trovare un impiego corrispondente, che però non c’è o è per pochi.
Spesso ci viene rimandata l’immagine di una generazione sconfitta, che si arrende, che si è arresa, e che per questo non vuole lavorare più. Così ci si arrende al non-lavoro, al non-studio, alla nonvita, magari funestata dal tragico esito di un qualche 'sballo' estivo. 

Che terribile verbo è arrendersi! Nella retorica dell’uomo misura ultima di sé, la resa è l’ultima, definitiva sconfitta, a fronte dell’impossibilità di scegliere il proprio destino. 

Però il lavoro non è una scelta. Il lavoro è la condizione normale di chi è fatto a immagine e somiglianza del Creatore. Poi può accadere che aderire alla propria natura di lavoratore possa portarci in contrasto con un mercato che non tiene necessariamente conto dei nostri desideri. Così ci inventiamo dei meccanismi che ci permettono di negare la realtà, ad esempio un reddito di cittadinanza di tipo assistenzialistico che per alcuni addirittura dovrebbe determinare la possibilità di scegliere se lavorare o meno.
 
Certo, scegliere per il non-lavoro è un possibile frutto della sconfinata libertà dell’uomo, ma porta con sé il frutto avvelenato della negazione della propria identità. 

E a questo punto si ripropone la questione dell’arrendersi. C’è nell’esperienza umana un arrendersi positivo, un cedere alla realtà, non per viltà o rassegnazione, ma per un realismo autentico? La questione evidentemente riguarda, ancora una volta, la dinamica educativa. È solo in virtù di una 'buona' educazione che un ragazzo (ma non è diverso per ciascuno di noi adulti) può reagire allo
Zeitgeist, che propone come unica alternativa la vittoria del proprio particolare o il perdersi rassegnato nella massa delle vittime.

Allora mi viene alla mente la più grande maestra di positiva arrendevolezza: Maria, la donna vestita di sole, di cui proprio in agosto facciamo memoria, che di fronte a una proposta incomprensibile e – immaginiamo – ben diversa da quanto poteva essere desiderabile per una normale ragazza ebrea di due millenni fa, disse «accada di me secondo la tua parola». Si arrese, Maria, a un disegno che la precedeva e così facendo diventò una immensa protagonista della storia. 

C’è dunque un’accezione buona, positiva, generativa dell’arrendersi alle circostanze date. Una resa che ci permette di cogliere fino in fondo la nostra natura e che riempie di ragioni la fatica del nostro vivere quotidiano, così grande quando non riuscendo ad afferrare il nostro desiderio ci pare non ci sia più nulla di desiderabile. Una resa che non conclude, ma da cui è possibile ripartire.

Wednesday 26 August 2015 06:50

Incentivare l'adulterio, ferita per la società

È una lezione tragica ma di profondo significato e che non si può liquidare solo come dibattuto sulla gogna mediatica, quella che ci arriva dalla dolorosa vicenda della Ashley Madison, il sito canadese per incontri clandestini tra persone sposate che conterebbe 37 milioni di iscritti in 46 Paesi del mondo.

La pubblicazione dei dati sottratti dagli hacker, avrebbe causato due suicidi in Canada e uno negli Stati Uniti. Persone che, se venissero confermati i motivi del gesto, avrebbero scelto la morte per sfuggire alla vergogna dell’adulterio, consumato o solo virtualmente auspicato. Al di là della condanna morale del tradimento e del comportamento altrettanto criticabile degli hacker, che non si sa bene se avessero come obiettivo un’azione moralizzatrice o solo ricattatoria – come sta emergendo da non pochi riscontri – quella che si delinea sullo sfondo della vicenda, è in ogni caso la tenuta del profilo sociale del matrimonio.
 
Anche nel pluralismo culturale del Nordamerica, dove perfino gli stili di vita eticamente più liberi sembrano avere cittadinanza, con la fedeltà coniugale non è lecito scherzare. Rimane un valore pubblico che non può essere né svenduto né sottovalutato. Mentre l’adulterio, al di là di alcune tendenze falsamente progressiste che vorrebbero presentarcelo come normalità accettabile o addirittura come terapia efficace per le stanchezze della routine coniugale, continua ad essere guardato come profondo e disastroso vulnus per l’intera società.

Se è vero, come è vero, che ogni relazione umana si fonda sulla fiducia, intaccare e persino sbriciolare con un tradimento pubblicamente annunciato (a un 'pubblico' teoricamente riservato, ma in realtà vastissimo), il più intimo, profondo ed esclusivo dei rapporti, che è appunto quello coniugale, significa anche inserire nel corpo della società germi di inaffidabilità, precarietà, vulnerabilità. Come se quella fiducia promessa e poi tradita nel matrimonio finisse per corrompere, grazie alla sua amplificazione mediatica, porzioni sempre maggiori di società. In ogni caso la vicenda Ashley Madison conferma che l’industrializzazione dell’adulterio per via informatica, nuoce a molti e non giova a nessuno, tranne ai gestori di questi siti ignobili.

E c’è quindi da interrogarsi seriamente sull’opportunità di permettere la divulgazione e la promozione del tradimento coniugale attraverso flussi crescenti di pubblicità web, annunci tv ma anche manifesti murali. Non si tratta di pretese confessionali, ma di attenzione a un bene che è di tutti. Se apparissero siti finalizzati a propagandare la bellezza del furto, sarebbe facile trovare un’opposizione larga e trasversale.

L’adulterio non è più un reato. Ma rimane un danno sociale che ha conseguenze e costi sempre meno sostenibili. Possiamo permetterci di continuare a tollerare l’apologia di un comportamento che diffonde ovunque un male oscuro e profondo e, come sta capitando in America, finisce anche per indurre al suicidio?

Wednesday 26 August 2015 04:00

Quando Bergoglio era peronista. E lo è ancora

Ferve la discussione sulla visione politica di Francesco. Il giudizio di uno studioso argentino di Perón e le ammissioni dello stesso papa

Tuesday 25 August 2015

Balotelli e l'illusione di chi vuole cambiarlo

​È un giocatore per cui si stappa lo champagne quando arriva, e anche quando parte. La perfetta didascalia creata per Mario Balotelli non è inedita ma calza sempre a pennello per un ragazzo che più che calciatore ha scelto (più o meno volontariamente) di essere personaggio, trovando in questo il suo primo, invalicabile limite.
L’eterno incompiuto ora riapproda al Milan: una marcia indietro in parte intrigante - finalmente un italiano di ritorno in un campionato povero che parla solo lingue diverse - ma comunque farsesco, un brodino acido riscaldato appena un anno dopo averlo felicemente versato nel piatto del Liverpool. Con tanto di festeggiamenti presidenziali per l’addio (indimenticabile il berlusconiano «Balotelli mela marcia») che ora, alla faccia della coerenza, diventa un imbarazzante riaccoglimento del figliolo tutt’altro che prodigo.

Ma se motivi elettorali e di immagine furono probabilmente alla base dell’ingaggio a gennaio 2013, sfuggono le ragioni attuali dell’operazione. A stento corroborate dalla formula (prestito più o meno gratuito) e dalle modalità (stipendio pagato solo per metà dal Milan). Toccherà al campo dire se nell’indisponente Balotelli, eterna promessa eletto fuoriclasse da un sistema mediatico che ha smarrito il senso delle proporzioni, il talento riuscirà finalmente a prevalere sul suo cronico bisogno di trasgessività.

Quella che invece sarebbe senz’altro bello evitare è la già avviata operazione salvifica che ogni volta ammanta i trasferimenti del giovane Balo. Eccessivo sempre, in campo e fuori, giocatore di tutti diventato giocatore di nessuno, Mario continua a essere considerato un oggetto di recupero, affidato alle cure miracolose dell’allenatore di turno che ha necessariamente l’obbligo morale di riportarlo alla retta via. Missione meritoria e obbligatoria di fronte ad un povero ragazzo traviato dalla droga, dall’alcol o dalle storture della vita, ma impegno un tantino fuori luogo nel caso di un indisciplinato endemico di 25 anni che guadagna 6 milioni di euro a stagione e che se ha perso per strada l’occasione di diventare adulto, lo ha fatto per scelta volontaria, ripetuta e precisa.

«Questa volta Balotelli non può sbagliare», si è già letto e sentito. Perchè chiunque ha diritto a una seconda possibilità, certo. Un po’ meno però se l’occasione è la quinta. Inter, Manchester City, Milan, Liverpool, ancora Milan: l’illusione di voler cambiare gli altri è spesso un’ambizione supponente e pericolosa. Che diventa stucchevole quando manca l’impegno di chi di cambiare non ha probabilmente intenzione alcuna. Balotelli era un ottimo calciatore senza carattere, probabilmente lo è ancora e continuerà ad esserlo. Di tutto il resto in un calcio che purtroppo consente ogni cosa o quasi, lui dovrà ancora una volta, se vuole, rispondere solo e soltanto alla sua coscienza.

Monday 24 August 2015

La lettera del Sinodo valdese al Papa

Caro fratello in Cristo Gesù,
il Sinodo della Chiesa Evangelica Valdese (Unione delle Chiese metodiste e valdesi) riceve con profondo rispetto, e non senza commozione, la richiesta di perdono da Lei rivolta, a nome della sua Chiesa, per quelli che Lei ha definito «gli atteggiamenti non cristiani, persino non umani» assunti in passato nei confronti delle nostre madri e dei nostri padri nella fede evangelica.

Si apre con queste parole la lettera inviata a Papa Francesco dal Sinodo della Chiesa Valdese. Un messaggio che rispecchia il dibattito interno e pur facendo emergere segnali di novità e l’apertura di una fase nuova, tiene conto delle posizioni di quanti continuano a guardare con notevole diffidenza alla Chiesa cattolica. Ecco come continua il messaggio:

Accogliamo le Sue parole come ripudio non solo dalle tante iniquità compiute ma anche del modo di vivere la dottrina che le ha ispirate. Nella Sua richiesta di perdono cogliamo inoltre la chiara volontà di iniziare con la nostra Chiesa una storia nuova, diversa da quella che sta alle nostre spalle in vista di quella “diversità riconciliata” che ci consenta una testimonianza comune al nostro comune Signore Gesù Cristo. Le nostre Chiese sono disposte a cominciare a scrivere insieme questa storia, nuova anche per noi.

La nostra comune fede in Cristo ci rende fratelli nel Suo Nome, e questa fraternità noi già la sperimentiamo e viviamo in tante occasioni con sorelle e fratelli cattolici: è un grande dono che ci viene fatto e che speriamo possa essere condiviso da un numero crescente di membri delle due Chiese. Questa nuova situazione non ci autorizza però a sostituirci a quanti hanno pagato col sangue o con altri patimenti la loro testimonianza alla fede evangelica e perdonare al posto loro.

Fin qui la lettera al Papa. Ecco invece il passaggio chiave del discorso di Francesco al Tempio valdese di Torino, lo scorso 22 giugno:

Riflettendo sulla storia delle nostre relazioni, non possiamo che rattristarci di fronte alle contese e alle violenze commesse in nome della propria fede, e chiedo al Signore che ci dia la grazia di riconoscerci tutti peccatori e di saperci perdonare gli uni gli altri. È per iniziativa di Dio, il quale non si rassegna mai di fronte al peccato dell’uomo, che si aprono nuove strade per vivere la nostra fraternità, e a questo non possiamo sottrarci. Da parte della Chiesa Cattolica vi chiedo perdono. Vi chiedo perdono per gli atteggiamenti e i comportamenti non cristiani, persino non umani che, nella storia, abbiamo avuto contro di voi. In nome del Signore Gesù Cristo, perdonateci!

Insomma, i valdesi hanno apprezzato il gesto e le parole del Papa, pronunciate al tempio di Torino, affermano di voler iniziare una nuova pagina di storia (e questo segna certamente un importante passo in avanti nelle relazioni tra le due chiese) ma mettono anche in chiaro di non poter offrire il perdono richiesto sostituendosi a quanti hanno subito persecuzioni. È interessante notare che l’argomento addotto è speculare a quello che aveva fatto storcere il naso ad alcuni alti prelati nel momento in cui san Giovanni Paolo II stabilì la «purificazione della memoria» per il Giubileo dell’anno 2000. La sensazione, leggendo il messaggio di oggi, è che quelle persecuzioni e quelle uccisioni siano avvenute non secoli fa, ma di recente. Insomma, una ferita ancora viva oggi.

I fedeli valdesi dicono dunque di non aver titolo per accogliere la richiesta di perdono fatta dal Papa per gli eventi del passato, non potendo sostituirsi a chi ha sofferto e non c’è più. Certo, portando alle estreme conseguenze questa logica, si potrebbe arrivare a dire che in fondo neanche il Papa avrebbe avuto titolo a chiedere perdono per i fatti del passato, perché né lui né i cattolici del 2015 hanno alcuna responsabilità per quei fatti.

Due considerazioni finali. La prima riguarda il cammino intrapreso dalla Chiesa cattolica con san Giovanni Paolo II e la purificazione della memoria: come abbiamo visto, ad esempio nel caso dei greci ortodossi durante la visita di Papa Wojtyla ad Atene, il perdono viene chiesto incondizionatamente, senza far conto sulla risposta o sul passo che eventualmente compirà l’interlocutore. Nel 2001 Giovanni Paolo II riconobbe semplicemente che il sacco di Costantinopoli da parte dei crociati (condannati anche dal Papa di allora), fu una manifestazione del mistero del male. Riconoscere il peccato, riconoscersi peccatori e bisognosi di perdono è caratteristica fondamentale del cristiano.

La seconda riguarda la risposta del Sinodo di Torre Pellice. Va dato atto ai valdesi di non aver voluto addomesticare la realtà dietro atteggiamenti diplomatici. Ma di aver reso evidente quanto ancora possano pesare le ferite del passato.

Sunday 23 August 2015

LA CHIESA CATTOLICA DA UNA PARTE E IL “PARTITO DI BERGOGLIO” DALL’ALTRA

Al coraggioso titolo di “Libero” di ieri (“Il partito del Papa. La svolta politica del Vaticano”), va aggiunto solo un concetto: una cosa è il partito di Bergoglio (che fa i suoi danni, ma tramonterà con lui), un’altra cosa è la Chiesa Cattolica.

L’ha giustamente notato in queste ore Matteo Salvini nella polemica con monsignor Galantino. E in controluce l’ha fatto capire anche la durissima intervista di Giovanni Sartori, il re dei politologi: “Per me, è una sciagura questo Vaticano che straparla. Se ne infischiano dei fatti veri e pensano a queste cosucce”.

Sartori ha sempre detto peste e corna della politica italiana, ma al partito bergogliano dice: “il politologo fallo fare a me… tu occupati delle cose di cui si occupano i preti”.

Quali sarebbero i “fatti veri” di cui i preti dovrebbero occuparsi? Sartori è impietoso: “per due anni” – dice – quelli della “Chiesa di Bergoglio non hanno fiatato sugli stermini dei cristiani, sulle stragi dei cattolici in Africa e nel resto del mondo, sulla continua persecuzione dei curdi. Pensino a quelle cose lì e lascino perdere i temi che non competono a loro”.

E’ vero che ci sono casi clamorosi di cristiani condannati a morte per la fede – come Asia Bibi o Meriem – su cui Bergoglio si è sempre rifiutato di parlare.

Ma sul tema generale degli stermini dei cristiani ha parlato diverse volte. Tuttavia lo ha fatto sempre con molto ritardo, in modo generico, senza nominare le cause o condannare i carnefici e addirittura – quel che è peggio – delegittimando l’ipotesi di interventi di “polizia internazionale” a protezione delle popolazioni minacciate di strage (interventi che erano richiesti disperatamente dai vescovi di quei luoghi).

Quando Bergoglio tiene a un tema ne parla in modo accorato, vigoroso, continuo e tagliente, come per l’immigrazione che noi – secondo lui – dovremmo accogliere in blocco e senza fiatare, pagandone i costi.

Niente del genere si è visto in difesa dei cristiani massacrati. Del resto non ha mai lesinato parole di stima verso il mondo musulmano arrivando pure a pronunciare concetti ecumenici di dubbia ortodossia.

Le tardive e generiche parole spese per le comunità cristiane perseguitate non sono nemmeno paragonabili all’impegno che ha profuso – ad esempio – sull’ecologia.

Per difendere la sopravvivenza di “alghe, vermi, piccoli insetti e rettili” ha scritto un’enciclica, ma per i cristiani perseguitati no. Ha indetto per il 1° settembre una giornata mondiale di preghiera per l’ecosistema, ma per i cristiani massacrati no (e sono il gruppo umano più perseguitato del pianeta).

Ovviamente nell’enciclica ecologica non si è occupato solo di vermi e rettili, ma ha anche tuonato contro l’uso dei bicchieri di plastica e dei condizionatori d’aria (che lui però adopera a Santa Marta). Invece tuoni e fulmini contro i massacratori dei cristiani non li lancia mai.

Perché il partito di Bergoglio interviene a gamba tesa contro i politici italiani, ma non contro i regimi islamisti o comunisti dove i cristiani sono in croce?

“La verità è che è più facile (cioè più comodo, nda) sparare sui politici che difendere i cristiani”, tuona Sartori che dice di Bergoglio: “è un argentino furbacchione e avrebbe immense questioni su cui concentrarsi”.

In effetti Sartori pone al Vaticano questioni drammatiche: “è più importante parlare dell’harem dei partiti, del governo e del Parlamento o delle guerre di religione che divampano sul pianeta terra?”

Per la Chiesa cattolica è più importante occuparsi dei suoi perseguitati. Ma per il partito di Bergoglio pare di no. E questo – per dirla col politologo – espone “la Chiesa alle brutte figure che sta facendo”.

Il partito di Bergoglio (che non si cura di fede e dottrina) è concentrato sulla politica, ma non solo italiana. Vogliono costruire per Bergoglio una sorta di leadership politica mondiale delle sinistre noglobal ed ecologiste, come peraltro i reduci della Sinistra italica ripetono (uno per tutti Bertinotti, fan di Bergoglio).

Ecco il motivo della riabilitazione e glorificazione a Roma di quella vecchia e disastrosa Teologia della liberazione che Giovanni Paolo II e Ratzinger avevano giustamente condannato.

Ma l’evento che ha meglio chiarito questo progetto – anticipato nel 2014 dall’incontro in Vaticano con i movimenti noglobal (c’era pure il Centro sociale Leoncavallo) – è stato il recente viaggio di Bergoglio in Ecuador, Bolivia e Paraguay.

Sandro Magister ha notato che in questo viaggio “Francesco non ha nascosto la sua simpatia per i presidenti populisti dei primi due paesi, mentre col terzo, conservatore, ha mostrato freddezza, fino a rimproverarlo pubblicamente di un crimine mai commesso, clamorosamente equivocato dal papa”.

Del resto l’immagine emblematica di tale viaggio è stata la “Falce e Martello” (con crocifisso annesso) che Bergoglio non solo ha accettato in dono da Morales (portando tutto in Vaticano), ma che – nella riproduzione su medaglione – ha addirittura tenuto al collo davanti ai media di tutto il mondo. E al collo – sempre dono di Morales – ha tenuto pure il tradizionale contenitore boliviano di foglie di coca. Cose mai viste.

Inoltre in quel viaggio è stato esplicitato il “manifesto politico di papa Bergoglio”. Come ha riferito Magister, è accaduto col discorso di Santa Cruz “ai ‘movimenti popolari’ no global dell’America latina e del resto del mondo, da lui convocati attorno a sé per la seconda volta in meno di un anno…in entrambi i casi con in prima fila il presidente ‘cocalero’ della Bolivia Evo Morales”.

Il centro di questo “manifesto” di Bergoglio è stato ben spiegato da un suo confratello gesuita, padre James V. Schall, già docente di filosofia politica alla Georgetown University di Washington: “Per quanto io possa giudicare, in questo peculiare discorso non troviamo quasi più traccia dell’attenzione cristiana per la virtù personale, la salvezza, il peccato, il sacrificio, la sofferenza, il pentimento, la vita eterna, né per una perenne valle di lacrime. Peccati e mali sono trasformati in questioni sociali o ecologiche che richiedono rimedi politici e strutturali”.

Il messaggio è arrivato forte e chiaro. Il 13 marzo scorso a Buenos Aires, al Foro Internacional della contestazione anticapitalista, hanno parlato – scrive Magister – “Leonardo Boff, teologo della liberazione convertitosi alla religione della madre terra, l’italiano Gianni Vattimo, filosofo del ‘pensiero debole’, e l’argentino Marcelo Sánchez Sorondo, arcivescovo cancelliere delle accademie pontificie delle scienze e delle scienze sociali e gran consigliere di papa Bergoglio. Applauditissimo e con al fianco un compiaciuto Sánchez Sorondo, Vattimo ha perorato la causa di una nuova Internazionale comunista e insieme ‘papista’, con Francesco come suo indiscusso leader”.

Però più che comunista Bergoglio è peronista, con il mito teologico del popolo e la “furbizia” che lo porta a lanciare strali generici contro il capitalismo e la finanza, ma – per esempio – senza mai attaccare precisamente nessuno, né il Fondo monetario internazionale, né la Banca centrale europea, né gli Stati Uniti.
Anzi, Obama è il primo grande fan e sponsor di Bergoglio, il quale evita di accuratamente (“chi sono io per giudicare?”) di attaccare la fanatica politica laicista dello stesso Obama che sulla vita, la famiglia o sul gender, è frontalmente contro la Chiesa Cattolica.

Ma – come dicevo – il partito di Bergoglio è una cosa, la Chiesa Cattolica è un’altra. Sono realtà contrapposte?

Di fatto Bergoglio picchia duro sui punti di rinascita della fede (per esempio contro Medjugorje o i Francescani dell’Immacolata o i vescovi e i cardinali ratzingeriani). Inoltre, con il Sinodo, ha messo una sorta di bomba a orologeria sotto la cattedrale dottrinale del cattolicesimo.

Ha perfino dichiarato a Scalfari che “non esiste un Dio cattolico”. Esiste Bergoglio. E il suo partito.

 

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 23 agosto 2015

Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

 

 

Friday 21 August 2015

Ecumenismo politico. Con i tecnocrati e con i no global

Papa Francesco s'è messo alla testa dei "movimenti popolari" anticapitale. Ma intanto ha consegnato lo IOR alla multinazionale Promontory, messa al bando nei giorni scorsi dallo Stato di New York

Saturday 15 August 2015

ALLA RICERCA DEL SENSO DELLA VITA (CI VORREBBE UN NUOVO DON BOSCO…)

 

E’ stata chiamata “la triste gioventù” e pare la protagonista delle cronache estive di quest’anno. Nell’inverno scorso sui giornali era rappresentata come una gioventù dal presente precario e dal futuro incerto, che sconta i debiti dei padri e deve lasciare l’Italia per potersi costruire qualcosa.

In questi giorni è diventata pure una “gioventù consumata” che “esaurisce la vitalità e la vita stessa in discoteca e nei dintorni. Questi giovani: che si avvelenano con pasticche e droghe”, come scrive Ilvo Diamanti.

Ma c’è qualcosa che nessuno dice: estate o inverno, tutti sono sempre alla ricerca del senso della vita, sia la ragazzina adolescente che si riempie di piercing per “gridare” il bisogno di essere notata, cioè di esistere per qualcuno, di essere amata; sia il laureato in Informatica che deve fare il pizzaiolo, ma ora ha messo da parte i soldi per cercare a Londra la sua vera opportunità di lavoro.

Ed è drammatico, ma vero, che nessuno, nessun padre, nessun maestro, nessun amico, nessun prete, si fa loro incontro e li accompagna alla scoperta del senso della vita e li sostiene nella quotidiana costruzione della propria umanità.

Il mercato offre solo surrogati tossici, come mettere kerosene nel biberon del neonato. Prendiamo l’amore. E’ naturale e umano che quella sia la prima strada dove si cerca.

E lì cosa trovano gli adolescenti e i giovani? Il mercato globale della pornocrazia e del consumo compulsivo, la violenza di un dispotismo ideologico mascherato da tolleranza, di un’ossessione collettiva, di una sessuomania patologica tipica delle civiltà al tramonto.

Così, per fuggire in un’altra dimensione, per scappare dalla propria solitudine, dal vuoto interiore ed esteriore, resta lo “sballo”, l’illusione chimica della felicità.

A dire il vero questo è un articolo su san Giovanni Bosco, perché il 16 agosto si celebrano i duecento anni dalla sua nascita. Ma è proprio di lui che ho parlato finora. O meglio: della sua assenza. Dell’attuale deserto nichilista. Del vuoto di padri veri e di maestri veri come lui.

Perché lui nella Torino di metà Ottocento si trovò davanti un panorama giovanile altrettanto devastato, a causa degli sconvolgimenti sociali della rivoluzione industriale.

E prima era quasi peggio. Ancora bambino Giovanni perde il padre contadino che aveva solo 33 anni: a quel tempo la vita media delle popolazioni rurali era sui 40 anni. Così lui a 12 anni, nel 1827, deve già andarsene di casa, con un fagotto e tanta fame addosso, a cercare un qualche lavoro.

Karl Marx descrive il turbolento movimento di masse in Inghilterra: “1834: grande aumento di fabbriche e di macchine, deficienza di mano d’opera. La nuova ‘legge sui poveri’ dà incremento alla migrazione dei lavoratori agricoli nei distretti industriali. I bambini vengono strappati dalle contee rurali. Tratta degli schiavi bianchi”.

Giovanni fa il garzone. Non possiede niente. Ma ha un tesoro che nessuno può rubargli: la granitica fede cattolica trasmessagli dalla madre, un temperamento allegro e cordiale e una fine intelligenza.

“All’inizio in città non conoscevo nessuno”, racconterà nelle “Memorie”. Sottrarsi alle mafie, ai clan, ai caporali delle varie bande giovanili è dura.

Ma per i coetanei lui ha un forte carisma e pian piano attorno alla sua persona si crea una bella compagnia, che chiamò “Società dell’allegria”, evocando le parole bibliche “servite Domino in laetitia”. Già nel 1832 “mi trovai così alla testa di un gran numero di giovani”.

Qui matura la sua vocazione sacerdotale e nasce il primo Oratorio dove raccoglie tanti ragazzi, spesso dai bassifondi della città. Comincia a dare un tetto a quelli soli e sbandati, a curare la loro istruzione umana e professionale. E poi si dedica all’educazione di tanti altri. Così nascono scuole professionali, laboratori, officine e botteghe artigiane.

L’oratorio salesiano a Torino diventa in breve una rete di intraprese che strappano i giovani all’emarginazione e allo sfruttamento (ma anche alle seduzioni del nascente socialismo rivoluzionario), dando loro una solida formazione cristiana e una moderna preparazione professionale.

Altre vocazioni fioriscono attorno a don Bosco, così i salesiani (questo il nome della sua famiglia religiosa, posta sotto la protezione della Madonna) diventano a Torino una realtà all’avanguardia anche dal punto di vista tecnologico, per la nascente industria piemontese.

Ma sono soprattutto una forte presenza culturale perchè don Bosco dalla formazione dei giovani è passato anche alla formazione del popolo con la fondazione di tipografie e case editrici che pubblicano i suoi scritti, molto vivaci e cattolicissimi (oggi sarebbero un pugno alla mentalità “politically correct”).

Nella sua passione di far conoscere Cristo don Bosco non si ferma di Torino o alle altre città piemontesi, ma spedisce i suoi giovani, diventati sacerdoti, in altre città italiane e fino alle lontane Americhe.

Una fede cattolica fervorosa e lieta, la sua, che fin dall’inizio si esprime nella carità, nella cultura e nella missione (ma la carità è diventata subito promozione umana, lavoro, prosperità economica e costruzione civile).

Naturalmente un santo così suscitò molte ostilità (anche delle gerarchie ecclesiastiche) e odi violenti. Fu accusato di essere affarista, faccendiere, fanatico e visionario. Fu perfino fatto oggetto di aggressioni e attentati.

Tuttavia perfino i laicisti lo riconobbero come un formidabile sacerdote di Cristo, uomo ammirevole e padre dei giovani.

L’anticlericale Urbano Rattazzi, importante politico piemontese, ebbe a dire: “Don Bosco è la più grande meraviglia del XIX secolo”.

Univa un concreto realismo a carismi soprannaturali che talora fecero clamore, come quando predisse pubblicamente una serie di lutti nella famiglia reale.

Negli infuocati anni del Risorgimento anticipò quella che sarebbe diventata la presenza politica dei cattolici.

Ecco cosa accadde. Il popolo, cattolico e contadino, non aveva né diritti politici, né assistenza sanitaria, né istruzione. Era solo carne da cannone per le mire espansionistiche dei Savoia (contrapposte al saggio federalismo di Cattaneo e Pio IX).

Il bilancio dello Stato sabaudo gronda le lacrime e il sangue dei contadini se è vero che dal 1830 al 1845 le spese militari non scesero mai sotto il 40 per cento della spesa statale complessiva e con le guerre di conquista piemontese tali spese militari arrivarono a superare il 60 per cento.

Mentre per l’assistenza sociale, la pubblica istruzione, l’igiene e la sanità quello Stato nell’insieme non spese mai più del 2 per cento del suo bilancio.

Per la conquista militare della penisola il regime sabaudo ricorre al debito pubblico, a una tassazione che è il quintuplo dell’Inghilterra e agli espropri dei beni ecclesiastici (tutte misure che aggravano le condizioni del popolo).

Prima e dopo l’Unità d’Italia si perpetrò una massiccia confisca di beni della Chiesa (che erano anche una rete di welfare per la povera gente), con arresti e deportazione di un centinaio di vescovi.

La confisca divenne colossale con la conquista di Roma e si può dire sia stata la Chiesa a fornire la base per le finanze pubbliche dello stato italiano (per questo col successivo Concordato – come parziale indennizzo – lo Stato si fece carico del mantenimento degli ecclesiastici).

Ebbene, don Bosco fu in prima linea nel denunciare l’arbitrio di questa politica e nel fare la battaglia culturale per i diritti della Chiesa e del popolo, ma fu anche colui che – per conto del Papa – tenne un realistico dialogo riservato con il potere politico.

Grazie ai suoi doni mistici ebbe rivelazioni drammatiche sul futuro della Chiesa (ovvero sul nostro tempo) e sempre insisté sulla necessità di ancorarsi all’eucarestia e alla protezione della Madonna.

Fu un vero padre per tantissimi giovani. Non solo la Chiesa, ma il nostro Paese avrebbe bisogno di un nuovo don Bosco.

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 15 agosto 2015

Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

(per chi è interessato ho scritto su don Bosco, il Risorgimento e i cattolici il libro “La società dell’allegria”, ripubblicato ampliato con un saggio sulla conquista piemontese di Roma col titolo “La dittatura anticattolica”, entrambi da Sugarco).

Tuesday 11 August 2015

Da Perón a Bergoglio. Col popolo contro la globalizzazione

Le elezioni presidenziali in Argentina richiamano l'attenzione sulla visione politica di papa Francesco. Il suo entusiasmo per i "movimenti popolari". L'utopia di una nuova Internazionale comunista e "papista"

Sunday 09 August 2015

ERANO I GIORNI DELLA VENDEMMIA, GESU’ CAMMINAVA PER LA CAMPAGNA….

Quel giorno le colline della Galilea erano in festa. Campagne piene di vendemmiatori, filari, allegria, colori accesi, grappoli d’uva, canti.

Gesù, con la sua piccola compagnia, cammina tra i campi e sorride mentre in tanti lo salutano (“Rabbi! Rabbi!”). Va verso una fattoria sulla riva del lago di Genezaret.

Il padrone di casa gli corre incontro: “Quanto gioia porti!”. Poi chiede: “Quella è tua madre?”.

Sì, quella donna, bionda e bellissima, che è con Gesù e sembra quasi sua coetanea, è Maria. Viene accolta con molto riguardo e tanti le fanno domande.

Lei risponde con semplicità e dolcezza. Una sua frase colta fra le altre: “è l’amore quello che rende facile ogni impresa”.

Ormai siamo al tramonto. I coloni arrivano dalla campagna. Il cortile è pieno di sacchi e attrezzi agricoli. Gli apostoli, sotto una pergola di gelsomini, gustano pane e uva.

Gesù con un sorriso radioso, mentre la brezza gli accarezza le chiome, sale fino a un loggiato. Tutti gli occhi sono puntati su di lui. La gente si siede per ascoltarlo.

Quando Gesù comincia a parlare, Maria, seduta su uno scalino sottostante, lo guarda come un’innamorata. Lui spiega di essere venuto a benedire il lavoro dell’uomo, come gli è stato chiesto.

Dice che al timore di Dio deve succedere l’amore per il Padre. Prende spunto dalla gioia di quella vendemmia e dice: “in verità vi dico che questo vostro giubilo è men che minuto granello di rena rispetto al giubilo senza misura che sarà vostro quando l’Eterno Padre vi dirà: ‘Venite, miei fecondi tralci innestati con la vera Vite….’. Tendete a questa eterna letizia. Con fedeltà perseguite questo bene, con riconoscenza benedite l’Eterno che vi aiuta a raggiungerlo… Amate con riconoscenza il Signore e non temete. Dio dà il cento per uno a chi lo ama”.

Tutti sono incantati e starebbero per ore ad ascoltarlo e a guardarlo parlare. Alla fine tutti chiedono una sua benedizione. Lui per ognuno ha una parola, un sorriso, una carezza, una benedizione.

Ma d’improvviso si fa silenzio e la folla si apre al passaggio di una madre. E’ una giovane donna, porta sulle braccia il suo bambino, di circa dieci anni. E’ paralitico. Lo porta fino sotto alla scalinata dove si trova Gesù.

Il padrone di casa sussurra al Maestro: “è una mia serva. Lo scorso anno quel figlio cadde dalla terrazza e si spezzò le reni. Resterà tutta la vita paralizzato…”. La padrona aggiunse: “In questi mesi ha tanto sperato in te”.

Gesù subito le rispose: “Dille che venga a me”. Ma la giovane donna è sopraffatta dal dolore e dall’emozione e non riesce nemmeno a salire il primo scalino.

Prima di chiunque altro, la madre di Gesù capisce la situazione e le corre incontro piena di compassione: “Vieni, non temere. Mio figlio ti ama! Dammi la tua creatura, vieni figlia. Anche io sono madre come te”.

Maria prende il ragazzino fra le sue braccia e gli sorride con tenerezza. La giovane mamma le va dietro piangendo.

Maria arriva ai piedi di Gesù, si inginocchia e dice: “Figlio, per questa madre!”, mentre la ragazza si accosta tutta a lei.

Gesù con tenerezza pone una mano sul capo di quella giovane mamma piangente e le dice: “Sii lieta!”.

Non ha nemmeno finito di dire queste parole che il bambino, fino a quel momento pesantemente riverso sulle braccia di Maria, di scatto si erge e con voce gioiosa chiama: “Mamma!”, buttandosi tra le braccia della donna.

Tutta la fattoria esplode in grida di gioia e di benedizioni. E’ una festa incontenibile. La donna, ridendo e piangendo al tempo stesso, dice a Gesù: “come faccio a dirti quanto sono felice?”.

Gesù le accarezza la guancia: “Devi solo essere buona, amare Dio e il tuo prossimo e allevare il figlio tuo in questo amore”.

Poi bacia il bambino. E dà una spiegazione importante agli apostoli che in tutti gli altri casi – a chi chiedeva un miracolo – avevano sentito il Maestro che chiedeva: “Che cosa vuoi che ti faccia? Credi che io lo possa fare?”.

Stavolta, spiega Gesù, “egli era nelle braccia di mia Madre. Non è occorso di più. Anche senza nessuna parola lo avrei sanato, perché Ella è felice quando può consolare un’afflizione e io la voglio far felice”.

E’ un episodio commovente. Ma inutilmente lo cerchereste nei vangeli canonici. Non c’è neanche in quelli apocrifi, tanto meno in quelli gnostici dei secoli successivi che periodicamente i mass media accreditano e che non hanno nessuna fondatezza storica.

Questo episodio, con molti altri, si trova in quell’opera straordinaria che s’intitola “L’Evangelo come mi è stato rivelato”.

Sono dieci volumi sconvolgenti. Raccolgono la cronaca precisa della mistica Maria Valtorta (1897-1961) che – per grazia, dal suo letto di dolore (su cui è stata immobilizzata per anni) – poté rivedere e rivivere giorno per giorno tutta la vita di Gesù.

Non è un quinto Vangelo, ma è un racconto completo che comprende tutti i quattro vangeli canonici e riempie tutti gli spazi bianchi della scarna narrazione degli evangelisti.

E’ come seguire l’avventura di Gesù giorno per giorno. Una lettura unica, non c’è nulla di paragonabile al mondo. Esaudisce il desiderio di chiunque si sia accostato ai Vangeli e sia rimasto con la fame e la sete di saperne di più, col desiderio di conoscere tutto quello che Gesù ha detto e ha fatto.

Non a caso san Giovanni conclude il suo Vangelo scrivendo: “Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere” (21, 24-25).

Ma l’Opera della Valtorta contiene anche la spiegazione di tanti punti interrogativi che sorgono nella lettura dei Vangeli canonici.

Emilio Pisani, storico editore e curatore degli scritti valtortiani, ha appena dato alle stampe un libro che illustra proprio una ventina di questi enigmatici passaggi evangelici. S’intitola: “Quello che i Vangeli non dicono. Le private rivelazioni a Maria Valtorta” (Centro editoriale valtortiano, euro 16).

Uno dei capitoli del libro si annuncia così: “La tentazione di poter essere un re di questo mondo”. Si riferisce a una piccola, enigmatica frasetta del Vangelo di Giovanni: “Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte”.

A cosa si riferiva? Nell’opera valtortiana – ci mostra Pisani – troviamo spiegata tutta quella spericolata macchinazione, ai danni di Gesù, ordita nei palazzi del potere, a Gerusalemme. Una vicenda molto avvincente di cui solo Giovanni era stato testimone, lasciandone una traccia nel suo Vangelo.

Un altro capitolo del libro di Pisani: “Come poté Giuda di Keriot diventare discepolo di Gesù?”. In effetti, ripercorrendo la narrazione della Valtorta tutto si chiarisce (non è stato affatto un errore di Gesù).

Ancora un altro capitolo: “Cosa scriveva Gesù con il dito sulla terra?”. Si riferisce al gesto compiuto da lui quando scribi e farisei gli portano la donna sorpresa in adulterio per essere lapidata. Alle richieste di una condanna – dice il Vangelo di Giovanni – “Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra”.

Giovanni non dice cosa egli scrivesse. Riporta solo le poche parole che pronunciò a voce alta: “chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra contro di lei”. Nell’opera valtortiana l’enigma si chiarisce. Ascoltando gli accusatori dell’adultera, Gesù scriveva per terra: “Usuraio”, “Falso”, “Fornicatore”, “Assassino”, “Ladro”, “Profanatore della Legge”. Una scena drammatica da cui si comprende meglio perché alla fine gli accusatori evitarono di lapidare l’adultera.

Pisani, come editore, aveva già pubblicato un altro libro, “La Maddalena”, dedicato per intero a raccogliere tutti gli episodi, tratti dall’ “Evangelo come mi è stato rivelato”, dove compare la Maddalena, così da fare la narrazione completa del suo incontro con Gesù e della sua conversione. E’ una storia stupenda e sconosciuta che smentisce categoricamente tutte le fantasie propalate anche in recenti romanzi.

Più che libri sono veri tesori nascosti.

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 9 agosto 2015

Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

Thursday 06 August 2015

Benedetto XVI come nessuno l'ha mai visto prima. Dal Giappone

Nel paese del Sol Levante, un grande libro con un'interpretazione nuova di Ratzinger teologo e papa. Scritto da uno specialista di storia e cultura tedesche. E titolato in latino: "Renovatio Europae Christianae"

Tuesday 04 August 2015

Il «nuovo umanesimo» sta conquistando le librerie

logo FIIl Convegno ecclesiale nazionale di Firenze è già iniziato in libreria. Sono numerosi, infatti, i volumi pubblicati negli ultimi mesi sul «nuovo umanesimo » posto al centro dei lavori. Un tema che, come scrive il vescovo Nunzio Galantino nella prefazione a Le beatitudini. Vangelo del nuovo umanesimo, invita tutta la comunità cristiana «a chiedersi che cosa oggi significhi essere uomini e che cosa aiuti a divenirlo ». Il libro, ad opera delle Edizioni Messaggero di Padova, ospita le riflessioni dei docenti Adriano Fabris, Chiara Giaccardi, Simone Morandini, membri della giunta preparatoria del Convegno, e di Fabio Scarsato, direttore del Messaggero di Sant’Antonio.

Il discorso della montagna è visto come il manifesto dell’umanesimo cristiano: «Le beatitudini – riconosce Fabris – sono il modo in cui uomini e donne possono attuare pienamente la loro umanità». Per ciascuna di esse, dopo un essenziale inquadramento biblico, è offerta un’attualizzazione nel contesto del continente digitale, pervaso di promesse e di opportunità. Alla riflessione fa seguito il racconto di esperienze tratte dalla quotidianità della vita familiare e parrocchiale. «Le beatitudini sono un grande esercizio di libertà», riassume Giaccardi. Una proposta attraversata dal paradosso dell’essere riempiti svuotandosi, non puntando tutto sulla propria autonomia, ma scommettendo su una scelta «insieme semplice e difficilissima: l’affidamento, che poi è il principio della fede».

Le cinque «azioni» emerse nel cammino preparatorio al Convegno ecclesiale sono il filo conduttore de Il giardino del principio. Cinque vie per un nuovo umanesimo in famiglia, in uscita a settembre per le edizioni Città Nuova. A firmare il testo è don Paolo Gentili, direttore dell’Ufficio nazionale della Cei per la pastorale della famiglia. L’appuntamento di Firenze si snoda attorno a cinque verbi, scelti in risposta alle sollecitazioni di papa Francesco: uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare. Nella sua riflessione, don Gentili cerca di rendere queste proposte delle «vie familiari», capaci di trasformare la Chiesa in un’esperienza di famiglia, di fraternità, di maternità e di paternità. L’intento dell’autore è quello di «offrire una carezza alle famiglie che sono in Italia, con la consapevolezza che proprio loro, con le gioie e le fatiche quotidiane, sono la più idonea palestra per allenarsi al nuovo umanesimo». Se è vero, come ama ricordare il Papa, che per educare un uomo occorre un intero villaggio, allora «la questione vera è scoprire le radici sponsali della persona umana, costruendo il villaggio dell’umano», in cui annunciare la verità sull’uomo, restituire dignità alle famiglie e curare le ferite di una cultura che mira a cancellare le differenze.

Di un umanesimo «del dono di sé» parla il cardinale Angelo Scola nel suo Un nuovo umanesimo. Per Milano e le terre ambrosiane, edito dal Centro Ambrosiano nel dicembre scorso. L’arcivescovo del capoluogo lombardo sottolinea la costitutiva relazionalità dell’essere umano e propone una «amicizia civica» per dare forma alla città metropolitana. In una società in grande trasformazione – sempre più meticcia per l’arrivo dei popoli da tutti i contenenti – e in una stagione del disincanto verso le grandi narrazioni e le ideologie convenzionali, gli uomini e le donne rischiano infatti di accomodarsi nel proprio «io» narcisistico, più forte dei suoi dubbi che delle proprie certezze. Ciò che si chiede al nuovo umanesimo, dunque, è un profilo di vita buona molto concreto e quotidiano: «Si tratta di amare e generare, di lavorare e di riposare, di educare, di condividere gioie e dolori, di entrare nei processi storici, di accompagnare e prendersi cura della fragilità, di promuovere la libertà e la giustizia».

Agile e prezioso è anche Il futuro ha un cuore antico. Il contributo di Firenze per un nuovo umanesimo, pubblicato dalle Edizioni Feeria della Comunità fiesolana di San Leolino. La visita di Giovanni Paolo II a Firenze, il 18 e 19 ottobre 1986, nell’anno in cui la città era stata proclamata capitale europea della cultura, fu un evento di grande portata spirituale e culturale. Il volumetto ripropone alcuni discorsi tenuti in quei giorni da papa Wojtyla, insieme al saluto che il poeta Mario Luzi, a nome del mondo culturale fiorentino, indirizzò al Pontefice nel salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio. La «cima svettante dell’umanesimo » – riconosceva Luzi in quella occasione – è «l’amore nella sua specie più alta e gratuita di carità». Parole a cui Giovanni Paolo II rispose con un discorso lungo e intenso sulla vocazione culturale di Firenze e la centralità dell’uomo nella sua soggettività materiale e trascendente. «La verità che tanto ci sublima concludeva il pontefice con le parole di Dante Alighieri – è un valore incommensurabile».

Ernesto Diaco – Avvenire, 2 agosto 2015

Monday 03 August 2015

Al cinema, per tornare a riflettere

logo acec bluIl nuovo umanesimo va al cinema. L’iniziativa dell’Acec, che riguarda le sale di comunità, si lega al Convegno ecclesiale di Firenze. Con il titolo “Esseri umani”, la rassegna è promossa congiuntamente dall’Acec e dalla Fondazione comunicazione e cultura della Cei in collaborazione con l’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali e il Servizio nazionale per il Progetto culturale della Cei, arriva in occasione del 5° Convegno ecclesiale nazionale In Gesù Cristo il nuovo umanesimo. Francesco Giraldo, segretario generale Acec, spiega che «la dimensione spirituale è un ambito che guadagna un livello di attenzione superiore alle attese, sia quantitativamente, sia per il significato che le si attribuisce. Il progetto cercherà nei film e negli spettacoli teatrali un chiaro riferimento allo spirituale come a una dimensione essenziale dell’umano. Prendersi cura della persona comporta prendersi a cuore la sua interiorità, liberando la spiritualità dalle maschere del devozionismo, dalle asfissie della religione etica e dalle caricature della fede».

L’approccio dunque «è quello di ricercare nella cinematografia (oggi particolarmente sensibile e prolifica), nella letteratura, nel teatro contemporaneo dei percorsi che focalizzino il tema dell’umano, della ricerca di senso e della spiritualità, privilegiando il versante pastorale e culturale». Questa proposta – aggiunge – vuole «indicare la strada di una sfida dell’incontro con l’uomo contemporaneo. Non vogliamo presentarci con la ‘teca delle grazie ricevute’, ma guardare al futuro, seguendo non un cinema consolatorio bensì il racconto di una umanità che riflette». L’iniziativa è giunta alla sua undicesima edizione e sarà realizzata all’interno di 50 sale della comunità e 10 circoli del cinema. Prevede la proiezione di un ciclo di film (almeno 2) e/o uno spettacolo teatrale/musicale (I Teatri del Sacro) più lo svolgimento di una tavola rotonda sul tema della manifestazione. Tra i 19 film proposti (altri se ne potranno aggiungere) ci sono opere come Se chiudo gli occhi, La terra dei santi, Wild, Sei vie per Santiago. La scelta, insiste Giraldo, «è andata verso film che raccontino vicende che riguardano ognuno di noi, capaci di farci andare verso le persone reali, perché Dio è presente nelle situazioni della vita e va trovato attraverso l’incontro tra persone». Grazie alla collaborazione con il Servizio per la promozione del sostegno economico alla Chiesa italiana, saranno messi a disposizione supporti video, inerenti al tema della scelta dell’8×1000, da proiettare prima dei film o dello spettacolo teatrale/musicale.

Fabrizio Mastrofini – Avvenire, 2 agosto 2015

Monday 03 August 2015 04:00

Sinodo. La domanda chiave: Gesù ammette o no il divorzio?

Innocenzo Gargano, illustre esegeta, spiega che sì, e il cardinale Kasper concorda con lui. Ma il Nuovo Testamento e la tradizione della Chiesa dicono l'opposto, obiettano i critici. In anteprima, un libro del biblista Gonzalo Ruiz Freites

Sunday 02 August 2015

INDIGNAZIONE PLANETARIA PER IL LEONE CECIL. MA PER I BAMBINI SGOZZATI ?

Non c’è partita, fra il leone Cecil e il dentista americano che l’ha ammazzato durante un safari. E’ ovvio che stiamo tutti dalla parte del leone.

Particolare indignazione ha suscitato il fatto che il felino, una volta ucciso, sia stato decapitato così da diventare un trofeo di caccia.

Lo sdegno planetario è esploso su internet e sui media. Così ieri una petizione con 146 mila firme è stata consegnata al governo americano: “Sollecitiamo il segretario di Stato John Kerry e il ministro della Giustizia, Loretta Lynch, a cooperare pienamente con le autorità dello Zimbabwe e ad estradare tempestivamente Walter Palmer”.

Nel frattempo il dentista Palmer ha dovuto eclissarsi perché davanti alla sua casa si svolgono continui sit-in di manifestanti indignati.

Ha pure dovuto chiudere lo studio dentistico comunicando ai suoi pazienti l’impossibilità, in questo momento, di continuare l’attività.

Bene. Nulla da dire. Solidarietà al leone Cecil anche da parte mia e sdegno per il dentista.

Però permettetemi di accostare questo episodio – che è diventato un affare di stato di cui si occupa la Casa Bianca – a un altro fatto accaduto negli stessi giorni.

SACRIFICI UMANI

Martedì scorso, nel villaggio nepalese di Kudiya, al confine con l’India, un ragazzino di 10 anni, Jivan Kohar, è stato sgozzato da un gruppo di adulti – a loro dire – per scacciare degli spiriti da un’altra persona.

Secondo le testimonianze raccolte dalla Cnn il “sacrificio umano” sarebbe stato perpetrato in un tempietto indù. Il bambino è stato costretto a terra mentre un uomo gli tagliava la gola con un falcetto.

La pratica dei “sacrifici umani”, tipica delle religioni pagane spazzate via dal cristianesimo (per il quale i sacrifici umani sono degli abominevoli crimini satanici), non è solo un orrore del passato. La Bbc, riportando la denuncia di una ong inglese, ha affermato che solo in Uganda negli ultimi anni si sono verificati circa 900 casi.

Domanda: avete visto per il bambino Jivan Kohar (o per un’altra vittima di questi crimini rituali) qualche manifestazione di sdegno e protesta? Avete notato un moto di pietà e solidarietà anche lontanamente paragonabile a quella per il leone? C’è stata una sollevazione popolare sulla rete?

A me non risulta. Per restare all’Africa, dove è stato ucciso il leone, va detto che quel continente è martoriato da violenze e massacri quotidiani di esseri umani innocenti e di fronte a questo oceano di dolore, a cui siamo pressoché disinteressati, francamente appare singolare che in Occidente diventi un affare di stato l’uccisione di un leone.

Un esempio.

CRISTIANI MASSACRATI

Lunedì scorso i terroristi islamici di Boko Aram, in un villaggio del nord della Nigeria, hanno ucciso e decapitato venti pescatori cristiani originari del Ciad. Fra loro anche un ragazzo di 16 anni.

Le vittime stavano gettando le reti nel lago Ciad quando sono arrivati i jihadisti armati.

Abubakar Gamandi, l’unico che è riuscito a scappare (è fratello del sedicenne ucciso), ha testimoniato che gli assassini sono piombati sui pescatori e li hanno accusati di essere “seguaci di Gesù, un profeta che con le sue parole ha attirato molte persone stolte, tentando di corrompere il mondo”.

Dopodiché hanno ucciso i poveretti a colpi di kalashnikov. Un dettaglio agghiacciante: alcuni che erano rimasti vivi sono stati recuperati dalle acque del lago e decapitate.

Come il leone, ma da vivi. Per loro però nessuna indignazione planetaria, nessuna sollevazione sulla rete e sui media. Nulla di nulla.

D’altronde nei primi mesi del 2015 sono già centinaia in Nigeria le vittime di Boko Aram, ma non fanno notizia. Nessun clamore. Nessun moto di pietà o di solidarietà collettiva.

I terorristi islamisti sono all’attacco in diverse zone dell’Africa con l’ambizione di sradicare il cristianesimo come ormai stanno riuscendo a fare in Medio Oriente.

Vogliono islamizzare l’intero continente africano a furia di massacri. Tutto questo nell’indifferenza del mondo.

Ora mi chiedo: è accettabile che l’uccisione (per quanto esecrabile e assurda) di un leone scateni una reazione così spropositata rispetto alla quotidiana uccisione di tanti esseri umani innocenti?

Si può sommessamente far notare che c’è un doppiopesismo etico?

ORRIDO MONDO

Periodicamente su queste colonne proviamo a segnalarlo. Nel settembre scorso mi aveva colpito la sollevazione generale di protesta per l’uccisione (oltretutto accidentale) di un orso in Trentino, con servizi nei tg della sera, per diversi giorni.

Una sorta di tragedia nazionale impressionante se paragonata al disinteresse collettivo per l’uccisione di tre suore italiane in Burundi (Africa), avvenuta nelle stesse ore.

L’episodio dell’orso era pure concomitante con le stragi dell’Isis nel Nord Iraq. Anche in quel caso il doppio standard dell’indignazione collettiva fu palese.

Cosa dobbiamo concludere da tutto questo? Che tipo di società stiamo diventando? Che mentalità sta vincendo?

A me un mondo così fa paura e orrore.

Ovviamente simpatizziamo tutti per l’orsa e per il leone. Ma gli esseri umani? Se non c’è una pietà almeno paragonabile per le vittime umane di violenze atroci, a me sembra che ci sia un problema. Un grosso problema.

A voi no? Non vi pare che in tutto questo ci sia qualcosa di inquietante?

 

Antonio Socci

(nella foto: Jivan Zohar, il bambino vittima di un “sacrificio umano”)

Da “Libero”, 2 agosto 2015

Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

 

 

Friday 31 July 2015

Cristiani perseguitati, più di cento milioni che lottano per la fede

cristiani perseguitatiTestimonianze di fede e di persecuzione, storie di «vasi di coccio che custodiscono un tesoro»: cita S. Paolo la Caritas Italia, e dà un’idea efficace del contenuto del dossier diffuso ieri sulle minoranze religiose vittime di discriminazioni e violenze. «Perseguitati» è l’eloquente titolo del documento che non si ferma al martirio dei cristiani, ma dà voce a tutti i testimoni che lottano per la loro fede, e ai membri di un’etnia diversa o semplicemente non funzionale al regime di turno.

I cristiani restano la minoranza più avversata: 100 milioni quelli perseguitati in tutto il mondo, tra i 50 e i 70mila solo nei campi di detenzione nordcoreani. È al regime di Pyonyang che spetta il triste primato dei Paesi dove la violenza contro i cristiani è più «intensa», almeno secondo la World watch list stilata da Open doors (organizzazione internazionale che si occupa di persecuzione ai cristiani). Ma la situazione non è migliore in Somalia (secondo posto), o in Iraq, Siria e Afghanistan. Sempre secondo Open doors, tra il novembre 2013 e l’ottobre 2014, i cristiani uccisi per ragioni «strettamente legate alla loro fede» sono stati 4.344. E sono state 1.062 le chiese attaccate. Il fondamentalismo islamico è tra le prime cause di violenza, ma la fede non è l’unico motivo di persecuzione. Spesso i cristiani appartengono a minoranze etniche – come nel caso dei gruppi Chin e Karen in Birmania, considerati dissidenti dal regime. A volte poi “cristiano” è sinonimo di “occidentale”, il che offre ai nemici del “Grande Satana” un obiettivo «a chilometro zero» – come si legge nel rapporto –: un bersaglio che non richiede un viaggio o un’azione eclatante per la sua distruzione, ma la cui eliminazione sortisce comunque l’effetto sperato.

Certo l’Is entra prepotentemente nelle dinamiche di persecuzione ai danni dei cristiani e non solo (si pensi agli sciiti e agli alauiti siriani), e il caso di Mosul e della Piana di Ninive, in Iraq, è emblematico. Da qui sono fuggiti in pochi mesi 1,3 milioni di persone (di cui 130mila cristiani), che hanno trovato rifugio in Kurdistan. Tra questi c’è anche Kharya Yossuf Abood, 55 anni. La sua è solo una delle tante testimonianze raccolte nel dossier. Fuggita da Mosul prima ancora che la città venisse presa dall’Is, si è rifugiata nel villaggio di Hamadania. Ma solo per scappare nuovamente, questa volta a Erbil, dopo dieci giorni di prigionia e vessazioni da parte dell’esercito di al-Bagdadi. Ma è in Siria che l’Is mostra il suo lato più violento. Qui alla persecuzione contro i cristiani si somma la discriminazione degli sciiti, degli alauiti, dei curdi e dei palestinesi, oppositori politici prima ancora che confessionali. Secondo il rapporto, il Paese risulta al primo posto della lista di luoghi con il più alto numero di persecuzioni. Il documento segnala peraltro che anche prima dell’avvento dello Stato islamico l’identità cristiana in Siria si qualificava come una fragile appartenenza politico-sociale in un quadro dominato dal regime da una parte e dai gruppi armati rivoluzionari

L’estremismo islamico è tra le prime cause di violenza. Ma le prepotenze sono spesso motivate anche da precisi interessi politici ed egemonici dall’altra. Non sfugge all’analisi neanche l’Europa. Secondo il rapporto, Paesi tradizionalmente tolleranti come Francia, Norvegia, Danimarca, Svezia o Regno Unito registrano un andamento «preoccupante e in peggioramento» del grado di violazione della libertà di pensiero e confessione. Il caso francese, in particolare, è oggetto di un approfondimento: dalle rivolte delle Banlieue del 2005 fino all’attacco contro la redazione di Charlie Ebdo, in gennaio.

In questo quadro continua l’impegno di Caritas Italiana. «La Chiesa locale si è subito mobilitata dando accoglienza nei cortili, nelle chiese e in ogni spazio disponibile», sottolinea il direttore dell’ente, don Francesco Soddu, che insieme al Segretario generale della Conferenza episcopale italiana, monsignor Nunzio Galantino, lo scorso ottobre ha visitato i campi profughi a Erbil. Dopo la missione, l’attenzione si è concentrata sui progetti di assistenza nelle diocesi di Erbil e Dohuk, con un programma di gemellaggi per oltre un milione di euro a favore di 13mila famiglie di cristiani e della minoranza degli yazidi. Dal 2003 a oggi, il sostegno economico di Caritas Italiana ai progetti di Caritas Iraq e della rete delle organizzazioni collegate alla Chiesa locale è stato di 3,3 milioni di euro.

Matteo Marcelli – Avvenire, 31 luglio 2015

 

Wednesday 29 July 2015

Arte sacra a Firenze, creare con il tatto

arte sacra firenze scultori non vedentiIl vero limite è solo nel pensare di non poterlo fare, il resto si impara. Per questo i diplomati di oggi sono alunni speciali di una scuola unica: alla Scuola di arte sacra di Firenze, con la presenza del sindaco Dario Nardella, della presidente della Scuola Stefania Fuscagni e del vicepresidente Paolo Blasi, si consegnano i diplomi a 13 scultori non vedenti. “Un corso di scultura per non vedenti – dice il direttore artistico della Sacred Art School Firenze, Giancarlo Polenghi - potrebbe suonare come un ossimoro. Invece siamo qui per imparare: il corso apre nuove prospettive di insegnamento della scultura per tutti, sia vedenti che non. La formazione artistica che proponiamo vuole aiutare a esprimere con la scultura i loro sentimenti e le aspirazioni più profonde”. E scorrendo la fotogallery sul sito della scuola http://sas-f.com/sacred-art-4-senses/ oppure sulla loro pagina Facebook non si può non emozionarsi davanti alla concentrazione e ai sorrisi intorno al tavolo di lavoro e alla soddisfazione una volta finite le opere. Un’esperienza originale, inclusiva e per nulla scontata, che ha fatto incontrare una delle eccellenze del nostro Paese con motivatissimi studenti che non si sono fatti scoraggiare da un diverso modo di “vedere” la composizione di una scultura.

Percorso didattico impegnativo. Grazie alla collaborazione di molti privati e alcune istituzioni pubbliche, gli allievi hanno potuto usufruire gratuitamente del corso, mentre l’Unione italiana ciechi e l’Unitalsi hanno facilitato gli spostamenti mettendo a disposizione i loro pulmini. Un corso intensivo, in cui gli studenti non vedenti hanno potuto avvalersi di un percorso didattico impegnativo, arricchito da visite di studio dedicate alla scoperta della bellezza delle opere d’arte con approfondimenti mirati su aspetti più peculiari. Così, i 13 studenti hanno visitato il Museo del Bargello e la Galleria degli Uffizi a Firenze, con la possibilità di “osservare con il tatto” alcuni dei capolavori qui custoditi e hanno ricevuto l’accoglienza della Scuola di Musica di Fiesole con un concerto del quartetto per archi Taag. Non solo, hanno anche seguito un laboratorio dal titolo “Luce dal sepolcro, la Sacra Sindone” con la sindonologa Emanuela Marinelli, e Monica Michelotti dell’Accademia di Belle Arti di Carrara per la realizzazione di un libro d’artista tattile. Sotto la direzione del maestro Marco Augusto Duenas, scultore spagnolo coadiuvato dallo scultore Fernando Cidoncha e dagli scultori Marino Ceccarelli e Nicola Hornaecker, gli artisti stanno dando vita alle loro opere d’arte che a settembre – grazie al supporto della Regione Toscana – saranno esposte all’Expo di Milano.

Opere realizzate. La Scuola di arte sacra di Firenze, fondata da un gruppo di artisti e artigiani su idea dello scultore irlandese Dony MacManus, raccoglie adesioni da tutto il mondo e a ottobre inizierà il suo quarto anno accademico. Gli studenti potranno frequentare il nuovo corso biennale con indirizzi pittura, scultura e oreficeria che si affianca al corso in artigianato e arte sacra della durata di un anno con laboratori di pittura, disegno, scultura, ebanisteria ed oreficeria. Così come caratteristico di una scuola-bottega, gli studenti hanno iniziato anche a lavorare su commissione. Tra le opere realizzate spicca la partecipazione alla costruzione della nuova chiesa di Concordia sulla Secchia, paese distrutto dal sisma del maggio 2012: oltre al dono di una Via Crucis in terracotta, è stata progettata e realizzata la cappella del S. Sacramento e quello della Madonna. Nel 2014 sono invece stati realizzati due dipinti di santi (San Josemaria Escrivá e la Beata Maria Cristina di Savoia) per la Chiesa parrocchiale di S. Maria Maddalena a Ischia. Infine, nel laboratorio di oreficeria si sta lavorando per un ostensorio per la cappella universitaria del Campus BioMedico a Roma. A conferma della vocazione internazionale dell’istituto, è stato siglato un accordo internazionale tra la Sacred Art School e il Museu de Arte Sacra Sao Paulo del Brasile per la formazione di allievi nell’arte sacra: i primi due studenti seguono il corso in artigianato e arte sacra attualmente in svolgimento.

Emanuela Vinai – Sir, 25 luglio 2015

Tuesday 28 July 2015

Padre Lombardi, la bocca della verità

Dà di Francesco una descrizione molto lontana da quelle elogiative correnti, e molto più credibile. Su questioni come la riforma della curia e la diplomazia. Ma lascia aperto un dubbio: questo papa agisce più per istinto o per calcolo?

Monday 27 July 2015

La sedia di cartone vince il Siloe film festival

siloe 2014Si è conclusa sabato 25 luglio la seconda edizione del Siloe Film Festival – www.siloefilmfestival.it –, tenutosi presso il Monastero di Siloe (Poggi del Sasso, Grosseto) e organizzato dal Centro Culturale San Benedetto, in collaborazione con Fondazione Ente dello Spettacolo, l’Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali, l’Ufficio Nazionale per i problemi sociali e il lavoro e il Servizio Nazionale per il progetto culturale della Conferenza Episcopale Italiana (CEI).

Tra le dodici opere in concorso (cortometraggi e documentari) dedicate al tema “Alla ricerca del Volto tra i volti”, la Giuria del Festival – presieduta dal prof. Umberto Curi e composta da Teresa Saponangelo, Nino Giammarco, Ernesto Diaco e Sergio Perugini – ha premiato il cortometraggio di Marco Zuin, La sedia di cartone, con la seguente motivazione: “Per l’originalità del tema, l’incisività del linguaggio, la sobrietà della narrazione, e soprattutto per l’orizzonte di speranza evocato, la Giuria – unanime – indica La sedia di cartone”.

Jeoffrey è un bimbo africano che non si può muovere autonomamente e ha bisogno di un’attrezzatura specialistica. Come può essere garantita in un paese rurale del Kenya dove mancano i servizi di base? La sedia di cartone risponde a questa domanda con un’esperienza unica al mondo: per Jeoffrey, così come per altri bimbi, vengono costruiti ausili impiegando materiali poveri come il cartone riciclato. A ritirare il Premio Pierino Martinelli (Direttore Generale Fondazione Fontana e produttore del cortometraggio).

Il documentario Merci de me répondre, di Morgan Menegazzo e Mariachiara Pernisa, riceve il riconoscimento da parte della Comunità Monastica di Siloe “per l’aver dato voce al bisogno dell’uomo – così nella motivazione – di essere ascoltato/incontrato nella gratuità disinteressata”. Il film affronta il misterioso messaggio portato da un palloncino, che scatena numerosi dubbi, interrogativi e un viaggio inaspettato verso il sud della Francia.

Infine, a incontrare il favore del pubblico è Senza figli – Storie di paternità controcorrente di Enrico Cassanelli e Fabrizio Marini. Il documentario racconta l’attualità dell’esperienza educativa salesiana ripercorrendo i primi passi dell’itinerario formativo di San Giovanni Bosco, attraverso tre originali testimonianze.

I riconoscimenti sono stati conferiti nel corso della cerimonia di sabato 25 luglio, moderata dal Direttore artistico della rassegna Fabio Sonzogni, con la partecipazione speciale delle attrici Valentina Carnelutti e Teresa Saponangelo che hanno premiato i vincitori insieme a fra Roberto Lanzi (delegato della Comunità Monastica di Siloe per il Festival).

La serata di premiazione è stata preceduta dall’incontro Il Volto, il Cinema durante il quale Fabio Sonzogni ha inoltre intervistato le due ospiti, Valentina Carnelutti e Teresa Saponangelo. Le attrici hanno svelato alcuni particolari sul loro percorso artistico, soffermandosi sul rapporto tra il Volto del personaggio e quello della persona. L’evento è terminato con la proiezione del cortometraggio pluripremiato Recuiem di Valentina Carnelutti, alla sua prima esperienza da regista.

A chiudere il Siloe Film Festival la proiezione sotto le stelle nell’arena del Monastero del film Forza Maggiore (Turist, 2014) di Ruben Östlund, vincitore del Premio della Giuria ‘Un Certain Regard’ al 67. Festival di Cannes (2014) e candidato al Golden Globe 2015 come Miglior film straniero.

Il Festival ha il patrocinio della Diocesi di Grosseto, della Regione Toscana, della Provincia di Grosseto, del Comune di Cinigiano, così come della Banca della Maremma e di Toscana Oggi.

Monday 27 July 2015 00:05

LE PICCOLE VENDETTE DEL “PAPA MISERICORDIOSO” CHE NON PERDONA

Sebbene culturalmente lontano dal giornale di Ezio Mauro, voglio esprimere la mia solidarietà a “Repubblica” e al suo vaticanista Marco Ansaldo, escluso, per punizione (ma senza nessuna colpa personale), dall’aereo papale per il prossimo viaggio a Cuba e negli Usa, in base a una sconcertante decisione pontificia.

Sono stupito che nessun giornale e nessun rappresentante della categoria abbia profferito parola. Mi chiedo anche perché Eugenio Scalfari, fondatore di “Repubblica” e ostentatamente amico fraterno del papa argentino, non dice quello che pensa di questa punitiva estromissione di “Repubblica” da parte di Bergoglio.

Inoltre mi pare che nessuno dei vaticanisti del seguito papale abbia fatto obiezione. Non avrebbero dovuto rifiutarsi tutti di imbarcarsi in segno di solidarietà con il collega e in difesa della libertà di stampa?

Mi pongo pure altre domande: e se lo avesse fatto Benedetto XVI? Quale cataclisma mediatico sarebbe stato scatenato?

Quante vestali della libera stampa si sarebbero stracciate le vesti? Quante vergini violate sarebbero insorte contro quello che avrebbero definito l’oscurantismo inquisitoriale del Vaticano?

Solo che sotto Benedetto XVI un caso simile, con questa assurda logica punitiva, non è mai accaduto e invece sta accadendo ora, con il campione della tolleranza, papa Bergoglio, pastore idolo del progressismo mondiale.

Così tutti tacciono, tutti se ne stanno accucciati e perfino i diretti interessati protestano – sì – ma senza nemmeno osare chiamare in causa il vero censore – papa Bergoglio – preferiscono prendersela con l’incolpevole padre Federico Lombardi, capo della sala stampa vaticana.

Ecco, in sintesi, di cosa si tratta.

ESPULSIONE

Come si ricorderà, il sito internet dell’Espresso, nel pomeriggio del 15 giugno, mise online il testo, pressoché definitivo, della nuova enciclica bergogliana, quel confuso e contraddittorio pateracchio eco-terzomondista, in salsa pressappochista, che sarebbe stata pubblicata tre giorni dopo.

Lo scoop dell’Espresso non recava alcun danno alle tesi di Bergoglio che – oltretutto – ha sempre avuto dalla sua parte il gruppo editoriale Espresso-Repubblica. Cionondimeno Bergoglio, il quale ha molto più a cuore la propria efficacia mediatica che la coerenza dottrinale, rispose con una cannonata senza precedenti: Sandro Magister, veterano dei vaticanisti, fu sospeso “a tempo indeterminato” dalla sala stampa vaticana.

Misura punitiva senza precedenti. E tanto pesante quanto assurda, perché – a quanto pare – non era stato Magister a procurarsi e a pubblicare quel testo (così fece capire sul suo blog), bensì la direzione dell’Espresso.

Inoltre non era stato violato nessun embargo – come sosteneva il Vaticano – perché quel testo non era stato consegnato “sotto condizione di riservatezza” ai giornalisti.

Nonostante la “punizione” senza precedenti, non vi è stata nessuna reazione del mondo giornalistico per l’estromissione di Magister dalla sala stampa.

Eppure il vaticanista americano John Allen sul sito Crux del Boston Globe, ha fatto notare che “non è certo la prima volta che un importante documento vaticano trapela prima della pubblicazione”.

E Nicoletta Tiliacos ha ricordato che anche sotto Benedetto XVI un giornale pubblicò tre giorni prima due paragrafi della “Caritas in veritate”, ma non vi fu nessuna misura punitiva. Infatti papa Ratzinger è un pastore davvero tollerante e misericordioso: lui era tutto concentrato sui contenuti del proprio magistero, non si è mai interessato ai trucchi e alle strategie per fare notizia nel circo mediatico.

VENDETTA

Si pensava che il “caso Magister” fosse chiuso. Invece – come si è detto – nei giorni scorsi padre Lombardi ha comunicato, evidentemente su mandato del superiore, che Marco Ansaldo, vaticanista di “Repubblica”, è escluso dall’aereo papale nel prossimo viaggio oltreoceano.

Al mattino padre Lombardi ha motivato il pesante provvedimento con la necessità di selezionare fra le troppe richieste. Ma nel pomeriggio ha spiegato che nel caso di Repubblica “ha inciso in modo determinante anche l’intenzione di applicare una ‘sanzione’ per la pubblicazione dell’Enciclica da parte dell’Espresso (con link sul sito di Repubblica) che fa parte del Gruppo, cosicché la non ammissione in questo caso ci sarebbe stata comunque”.

L’altroieri con un editoriale non firmato la direzione di Repubblica ha criticato il fatto che il Vaticano si ritenga “addirittura in diritto di ‘sanzionare’ un giornale perché un settimanale dello stesso gruppo editoriale ha deciso nella sua libertà e nella sua autonomia di anticipare l’Enciclica (…). Un controsenso ridicolo e anacronistico”.

L’editoriale riconosce che la Santa Sede ha il diritto di far salire chi vuole sull’aereo papale “ma non può irrogare ‘sanzioni’, tanto più per arbitraria estensione”.

La conclusione, un po’ tonitruante (“non le riconosciamo questo titolo”) lanciava solo un vagito di battaglia che restava appeso al nulla: “difendiamo il nostro lavoro e pretendiamo di non essere discriminati”.

A questo proclama infatti non faceva seguito niente. Nemmeno un appello agli altri giornali, ai giornalisti e alle organizzazioni di categoria. Infatti non sembra che ci siano state reazioni.

RIVELAZIONE

La cosa singolare è che “Repubblica” è il giornale prediletto di papa Bergoglio e c’è una comunanza di sentimenti che si è manifestata in questi mesi specialmente nelle interviste e negli articoli del fondatore, Eugenio Scalfari.

Ma evidentemente in questo caso è emerso il carattere dispotico dell’attuale vescovo di Roma che non ha tollerato l’anticipazione dell’Espresso perché ha involontariamente “sabotato” lo studiatissimo effetto mediatico del lancio dell’enciclica.

Un’ultima considerazione. Nelle interviste al papa sudamericano, Scalfari ha attribuito a Bergoglio dichiarazioni che sono al limite dell’ortodossia, se non oltre.

E molti fan bergogliani da mesi ripetono che quei pensieri sarebbero da attribuire a Scalfari e non al papa.

Però, se così fosse, almeno per le dichiarazioni al limite dell’eresia, ci sarebbero state dure e precise smentite vaticane.

Invece Bergoglio non ha mai smentito quelle sconcertanti espressioni, anzi le ha poi ripubblicate lui stesso in un libro a sua firma che raccoglie tutte le sue interviste.

Oggi, con il caso Magister-Ansaldo abbiamo capito il carattere di Bergoglio. E abbiamo capito definitivamente che se quelle interviste avessero travisato e tradito il suo pensiero non solo egli avrebbe smentito (cosa che non ha fatto), ma avrebbe pure fatto seguire misure “punitive”, giacché quelle tesi dottrinalmente eterodosse, o almeno discutibili, sono – per un papa – molto più gravi e pericolose che la pubblicazione di un’enciclica con tre giorni di anticipo.

Invece non risulta che il rapporto fra Scalfari e il papa ne abbia risentito. Anzi, è più cordiale e fraterno che mai.

Una delle conclusioni che si può trarre da questa curiosa vicenda è questa: se il papa intollerante è progressista, nessuno si straccia le vesti. Nessuno protesta. Restano tutti papalini, anche gli atei. Atei papalini.

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 26 luglio 2015

Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

Friday 24 July 2015

Finanze vaticane. Chi accelera e chi frena

Il cardinale australiano George Pell è l'uomo chiave del nuovo corso. Ma la contraerea della vecchia curia non gli dà tregua. Le titubanze di papa Francesco

Thursday 23 July 2015

Al via il Siloe Film Festival

Tante le novità per la seconda edizione del Siloe Film Festival – www.siloefilmfestival.it –, che si terrà dal 23 al 25 luglio 2015 presso il Monastero di Siloe (Poggi del Sasso, Grosseto), organizzato dal Centro Culturale San Benedetto, in collaborazione con Fondazione Ente dello Spettacolo, l’Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali, l’Ufficio Nazionale per i problemi sociali e il lavoro e il Servizio Nazionale per il progetto culturale della Conferenza Episcopale Italiana (CEI).

Dodici opere tra cortometraggi e documentari, dedicate al tema “Alla ricerca del Volto tra i volti”, verranno proiettate durante le tre giornate di rassegna cinematografica presso il Monastero, alla presenza degli autori che incontreranno così il pubblico: Counsellor, Facing off, Gaiwan, I’m Festival, Memorial, Merci de me répondre, La sedia di cartone, Senza figli – Storie di paternità controcorrente, Sinuaria, Teatro, L’uomo del fiume e Uomo in mare.

Per la seconda giornata del Festival, venerdì 24 luglio, è prevista la proiezione speciale fuori concorso del cortometraggio Monoxili di Siloe di Alfonso Mongiu con la partecipazione della Comunità Monastica di Siloe. Anche quest’anno al Siloe Film Festival non mancheranno momenti di riflessione e incontro. Relatori per l’occasione: S.E. Mons. Rodolfo Cetoloni (Vescovo di Grosseto), che giovedì 23 luglio interverrà sul tema Il tuo volto, Signore, io cerco; il filosofo Salvatore Natoli, che parlerà venerdì 24 luglio sul tema La visitazione: il volto dell’altro; il Direttore artistico del Festival Fabio Sonzogni, sabato 25 luglio affronterà il tema Il Volto, il Cinema.

Sabato 25 luglio verranno assegnati i seguenti premi: Premio Giuria Siloe Film Festival – tra i giurati il filosofo Umberto Curi e l’attrice Teresa Saponangelo –, Premio del pubblico e Premio Comunità di Siloe. I vincitori riceveranno un’opera artistica, a tiratura limitata, creata per l’occasione. Sarà inoltre conferita la menzione della Giuria Giovani, novità della II edizione del Festival. Sempre sabato 25 luglio alle ore 22.00, il Festival si concluderà con la proiezione nell’arena all’aperto del Monastero del film Forza Maggiore (Turist, 2014) di Ruben Östlund, vincitore del Premio della Giuria ‘Un Certain Regard’ al 67. Festival di Cannes (2014) e candidato al Golden Globe 2015 come Miglior film straniero.

L’accesso al Siloe Film Festival è libero e le proiezioni sono gratuite. La Comunità Monastica di Siloe per favorire la partecipazione di studenti e appassionati di cinema ha attrezzato anche un’area nel parco del Monastero con una tenda, per garantire piena e libera accoglienza durante il Festival. Sarà possibile consumare i pasti con un’offerta alla Comunità Monastica (per informazioni: Monastero di Siloe, tel. 0564 990415; monasterodisiloe@infinito.it). Il Festival ha il patrocinio della Diocesi di Grosseto, della Regione Toscana, della Provincia di Grosseto, del Comune di Cinigiano, così come della Banca della Maremma e di Toscana Oggi.

 

Sunday 19 July 2015

Il Pime in Cina: uomini nuovi in strutture nuove

Ecco una sintesi commentata della lettera che il Superiore generale del Pime ha mandato ai suoi confratelli, dopo un viaggio in Cina. Piero Gheddo.

Il padre Ferruccio Brambillasca di Agrate Brianza (MB), dopo cinque anni di India e 15 in Giappone, nel 2013 è stato eletto Superiore generale del Pime ed ha visitato le missioni in cui è presente l’Istituto. Nel-giugno scorso è stato in Cina, visitando le sei diocesi fondate dal Pime dal 1858 al 1949 quando Mao prese il potere nel continente cinese: la prima è Hong Kong e poi le altre cinque nell’interno del paese.

Nella lettera ai confratelli, padre Ferruccio nota che la Cina attraversa un tempo di grandi cambiamenti e scrive: “E’ interessante notare come in Cina la Chiesa ha bisogno di missionari in grado di costruire non più grosse strutture o progetti insostenibili, ma missionari-formatori innamorati di Cristo, capaci di costruire personalità, cioè formare sacerdoti e religiosi e anche laici che sappiano portare avanti la propria chiesa e il proprio carisma”. Padre Ferruccio aggiunge che la presenza di missionari stranieri “dev’essere molto discreta e umile, capace di un annuncio silenzioso che sembra non cambiare nessuno, ma cambia te stesso e cambiando te trasforma le realtà che ti circondano, anche in Cina!”.

Il Superiore generale non entra in particolari tecnici (come si può entrare in Cina, che professione svolgere, ecc.), ma dichiara: “Il Pime credo che abbia ancora qualcosa da dire in Cina: non solo nelle grandi città dove forse è più facile una presenza come la nostra, ma anche nelle nostre ex-missioni dove la presenza (anche saltuaria…) di qualcuno di noi può essere un aiuto al clero e ai religiosi locali (ci sono ancora istituti religiosi femminili fondati dai nostri padri)”. Insomma, c’è in Cina “un piccolo posto per una testimonianza evangelica che sicuramente non è inutile”.

Poi descrive le visite alle ex-missioni del Pime e ai luoghi del martirio del Santo Alberico Crescitelli (ucciso nel 1900), dei sei missionari in Cina e uno ad Hong Kong uccisi negli anni della guerra mondiale e scrive: “Buona parte del viaggio in Cina, è stata una vera esperienza spirituale (quasi un pellegrinaggio per una formazione continua…) che ha sicuramente da insegnare qualcosa a tutti noi”. Cosa ci insegnano i martiri e le ex-missioni della Cina?

Primo, i nostri missionari, fin dall’inizio, “erano sempre attenti, nei modi di vestire e costruire strutture, alla cultura e ai costumi locali.” Secondo, nei villaggi cristiani la pastorale era “fondata su due caposaldi: la vita comunitaria e la preghiera”.

Padre Ferruccio è rimasto impressionato da questo fatto: nei luoghi del martirio dei nostri missionari non è rimasto nulla di cristiano e scrive: “Mi chiedevo: a cosa è servito il loro martirio? Ha ancora valore per l’evangelizzazione un martirio del genere? Cosa ci ha “guadagnato” l’Istituto con il martirio dei nostri confratelli?”. Sono domande “nude e crude” che, se viste positivamente, “potrebbero farci riflettere seriamente sulla nostra vita missionaria”.

Nel settembre 2016, ad Hong Kong si svolgerà il Consiglio plenario dell’Istituto, con superiori e rappresentanti di tutte le missioni, che ha il compito di monitorare il cammino del Pime e dare un orientamento forte per la nostra vita personale di missionari e le iniziative di evangelizzazione che si portano avanti. Viviamo in un tempo in cui non si capisce più bene cos’è la “missione alle genti”, cioè la Chiesa “in uscita” verso i popoli più poveri in tutti i sensi, a partire dalla povertà spirituale che faceva dire alla santa Madre Teresa: “La più grande disgrazia dell’India è di non conoscere Gesù Cristo”. Era impegnatissima per aiutare i poveri, ma anzitutto per annunziare la salvezza in Cristo, poi tutto il resto.

Padre Ferruccio scrive: “I nostri martiri in Cina (e non solo…) hanno dato una risposta precisa: hanno donato la vita intera con una grande fedeltà quotidiana… L’Istituto serve alla missione della Chiesa quando in ogni luogo ad esso assegnato, anche insignificante, noi missionari ci coinvolgiamo pienamente con amore e dedizione per le persone (anche poche…) che vivono in quel luogo e in quel periodo storico. Io, come missionario del PIME, “servo” all’Istituto e alla Chiesa quando le mie parole, i miei progetti e le mie aspirazioni sono in armonia con l’amore pieno e sincero che l’Istituto riversa nei luoghi e nei tempi storici della sua missione, anche quando questo sembra non portare a nessun risultato concreto o non ha cambiato situazioni che mai cambieranno”.

Padre Ferruccio e i suoi consiglieri, discutendo per trovare una sintesi tematica, che aiuti tutti i missionari a riflettere fino al prossimo Consiglio Plenario, lanciano questo slogan: “Uomini nuovi in strutture nuove”, che riflette bene la presenza dei nostri missionari nell’interno della Cina (e anche dell’Algeria e di altre missiomi).

“Ecco cosa serve alla Chiesa e al Pime, per riprendere la riflessione iniziata in questa lettera. Certamente, il martirio di S. Alberico e degli altri nostri confratelli uccisi in Cina è servito a me in quanto padre del Pime e a tanti altri nostri confratelli. Non in quanto questo martirio è una “gloria” per l’Istituto, ma perché pone a tutti noi la domanda fondamentale che dobbiamo porci: come il nostro Istituto sta servendo oggi la missione della Chiesa e come io, missionario del Pime, servo oggi l’Istituto e la Chiesa? In questi giorni, noi della Direzione Generale, stiamo preparando il programma del prossimo Consiglio Plenario che si terrà ad Hong Kong nel settembre 2016”…. Per spiegare brevemente il tema principale del prossimo Consiglio Plenario, penso che il Pime abbia bisogno di uomini nuovi che sappiano ascoltare molto, per imparare le parole che le persone a cui siamo mandati possono capire; parole di senso che toccano il cuore di chi ci ascolta e non uomini che calunniano o offendono le persone con le quali lavorano o vivono. Solo missionari con spirito nuovo possono rinnovare le nostre strutture (ancora troppe e difficili da gestire…), che hanno bisogno di essere rinnovate attraverso un nuovo modo di concepire la nostra presenza e la nostra missione.

A conclusione dell’anno dedicato al nostro Fondatore, chiedo per il nostro Istituto, sull’esempio di mons. Angelo Ramazzotti che ha saputo rinnovare la Chiesa con l’idea di missione “ad extra”, la grazia del rinnovamento, non solo “ad extra”, ma anche “ad intra”, affinché tutti possiamo essere una “cosa sola” nel vivere la missione che la Chiesa ci ha affidato. L’Istituto, nonostante le sue debolezze, continua a servire con fedeltà la missione della Chiesa; e noi missionari del Pime, presi singolarmente, possiamo dire di continuare a servire con spirito sempre rinnovato l’Istituto e la Missione della Chiesa? Buona Missione a tutti!

Piero Gheddo

Sunday 19 July 2015 07:38

CONTINUA IL GIALLO DELLA “RINUNCIA” DI BENEDETTO XVI

C’è un giallo appassionante nella Chiesa. Avvolge i due ultimi conclavi, anzitutto quello da cui uscì eletto Joseph Ratzinger, nell’anno 2005.

Poi il Conclave del 2013 perché – al di là della regolarità della votazione che potrebbe comportarne la nullità – esso non ci sarebbe stato se Benedetto XVI, l’11 febbraio 2013, non avesse fatto il gesto sconvolgente e tuttora immotivato della rinuncia al pontificato.

Rinuncia controversa poiché Benedetto XVI, unico nella storia, ha deciso comunque di restare papa emerito e di mantenere il vestito bianco, il titolo e perfino le insegne pontificie, continuando a vivere “nel recinto di Pietro”.

La domanda sulla rinuncia di Benedetto XVI, posta nel mio libro “Non è Francesco”, è tornata a riproporsi adesso per la pubblicazione di un’intervista a padre Silvano Fausti, che è stato per molti anni il confessore del cardinale Martini.

RIVELAZIONI

Padre Fausti, che è morto circa un mese fa, in questa conversazione registrata nello scorso aprile da alcune persone della sua comunità, pronuncia una frase sorprendente (al minuto 10,51 del video): “le dimissioni di Ratzinger erano già programmate”. Poi dopo qualche secondo aggiunge: “alla sua elezione con Martini”.

Questa è la “rivelazione” più importante. Fausti – per spiegarla – parla del Conclave del 2005 (ma non c’era il segreto? Da dove vengono quelle notizie?).

Secondo Fausti nel 2005 Martini e Ratzinger erano i due candidati contrapposti e Martini aveva qualche voto in più. Però qualcuno voleva bruciare entrambi i candidati per eleggere “uno di Curia, molto strisciante, che non ci è riuscito”.

Così, “scoperto il trucco” racconta Fausti “Martini è andato la sera da Ratzinger e gli ha detto: accetta domani di diventare Papa con i voti miei… accetta tu, che sei in Curia da trent’anni e sei intelligente e onesto: se riesci a riformare la Curia bene, se no te ne vai”.

L’insieme di questa versione è opinabile. Infatti Martini non ebbe in realtà un ruolo importante nel 2005: aveva pochissimi voti, era già malato e sosteneva la candidatura di Bergoglio, il vero antagonista di Ratzinger.

Ma il dettaglio interessante è dove Fausti sostiene che Martini avrebbe prospettato fin da allora le dimissioni a Ratzinger.

Fausti, subito dopo, dice a proposito di Benedetto XVI: “e il primo gesto che ha fatto è andato all’Aquila a porre la sua stola, il suo pallio sopra la tomba di Celestino V già dall’inizio del papato”.

Fausti sembra presentarci una comunanza di idee fra Martini e Ratzinger che però è obiettivamente inverosimile (rappresentarono sempre i poli opposti).

Inoltre Fausti fa pensare che sulle future dimissioni, per irriformabilità della Curia, ci fosse accordo fra i due prelati. Tanto è vero che cita l’episodio relativo a Celestino V (il papa che si dimise nel 1200), anche se, a dire il vero, la visita di Benedetto XVI non è affatto avvenuta all’inizio del pontificato, come dice Fausti (“già dall’inizio del papato”), ma nel 2009.

Bisogna dunque chiedersi: è vero che su quel Conclave aleggiò il tema del “papato a termine”?

MISTERI ED EQUIVOCI

Due vaticanisti, Paolo Rodari e Andrea Tornielli, in un loro libro del 2010, quando su Benedetto XVI si era ormai scatenato un attacco concentrico mai visto prima (il titolo del libro era “Attacco a Ratzinger”) riportavano una “confidenza”, raccolta dalle labbra di un “autorevole porporato” del Vaticano: “Ricordo ancora, come fosse oggi, le parole che sentii dire da un cardinale italiano, allora molto potente nella Curia romana, all’indomani dell’elezione di Benedetto XVI. ‘Due-tre anni, durerà solo due-tre anni…’. Lo diceva accompagnando le parole con un gesto delle mani, come per minimizzare”.

Cosa significavano quelle parole? Che il nuovo papa era di età avanzata o qualcosa d’altro?

Aggiungo una testimonianza personale. Quando io, su queste colonne, nel settembre 2011, lanciai lo scoop che mi guadagnò l’ira risentita dei vaticanisti, una notizia che a quel tempo sembrò folle e falsa, quella delle dimissioni di Benedetto XVI, potei farlo perché la mia fonte era un’importante personalità ecclesiastica della Curia, assolutamente attendibile.

Quello che più mi colpì fu la certezza con cui egli, persona seria e di poche parole, mi “scodellò” la notizia, come fatto assolutamente sicuro, tanto che aggiunse perfino la data: compiuti gli 85 anni.

E’ esattamente quello che accadde (Ratzinger infatti nel febbraio 2013 non aveva ancora compiuto gli 86 anni).

Per questo le “rivelazioni” di padre Fausti – sia pure in una cornice storica opinabile – confermano l’idea che quella “rinuncia” non sia stata un’iniziativa estemporanea e personale: secondo lui ha radici nel Conclave del 2005.

Padre Fausti aggiunge pure un fatto ulteriore avvenuto – dice – “dopo dieci anni”. Secondo i giornali si riferiva al 2 giugno 2012, quando Benedetto XVI andò a Milano per l’incontro mondiale delle famiglie e, fra gli altri, nel pomeriggio, ricevette anche il cardinal Martini, ormai molto malato (morirà dopo tre mesi).

Ebbene, in quella circostanza, dice padre Fausti, l’ex arcivescovo di Milano disse a Benedetto XVI: “è proprio ora, qui non si riesce a fare nulla”.

Secondo me, se pronunciò solo quelle esatte parole, Martini alludeva al proprio stato di salute, ormai grave. Tuttavia padre Fausti sembra darne un’interpretazione diversa, tanto che il “Corriere della sera” ha titolato: “Quando Martini disse a Ratzinger: la Curia non cambia, devi lasciare”.

Ma dove sono i virgolettati? Inoltre padre Fausti ritiene che tali parole esprimessero la vicinanza di Martini al papa. Ma ci sarebbe ben poca consonanza in un tale invito a dimettersi. Inoltre quello era il tempo in cui il cardinal Martini tuonava su “una Chiesa rimasta indietro di 200 anni”. Altro che consonanza…

Martini e Benedetto XVI sono sempre stati su poli opposti. Detto questo, non credo affatto che Martini in quell’occasione abbia invitato il papa a dimettersi (anche se poteva pensarla così). Non sarebbe stato rispettoso verso il pontefice. Lo dico in sua difesa.

CoMe è del tutto inimmaginabile che Ratzinger, al Conclave, abbia dato il suo consenso a un patto o alla semplice prospettiva più o meno tacita di una futura rinuncia. Non è pensabile nemmeno una sorta di “gentlemen’s agreement” che avesse come sfondo comune il duro giudizio sulla Curia romana.

Del resto, diversamente da quanto annunciato da quell’anonimo cardinale citato da Rodari e Tornielli, che sperava durasse solo due o tre anni, il pontificato di Benedetto XVI è durato quasi otto anni.

E – sebbene il tema della rinuncia fosse nell’aria e lui stesso lo avesse preannunciato ai diretti collaboratori nel giugno 2012 – la decisione fu poi presa con qualche precipitazione.

I TEMPI

E’ sorprendente, infatti, conoscendo la mentalità teutonica dell’uomo Ratzinger, che egli abbia lasciato a metà l’enciclica sulla fede (la più importante del suo pontificato) e pure l’ “Anno della fede” da lui indetto.

E’ risaputo che pure coloro che lo avevano incontrato nei giorni precedenti non avevano avuto affatto la sensazione di parlare con un uomo che si sarebbe dimesso di lì a poche ore.

E oggi possiamo dire che il tempo ha smentito pure tutte le voci sulla sua salute giacché, a tre anni dalla rinuncia, papa Benedetto sta bene e la sua perfetta salute intellettuale gli consente di fare discorsi pubblici bellissimi come quello recente a Castelgandolfo.

Cosa c’era allora di così urgente da indurlo a una così precipitosa rinuncia? Questo mi pare sia da capire. Così il giallo continua e le dichiarazioni di padre Fausti lo arricchiscono di interrogativi.

D’altra parte fu lo stesso Benedetto XVI a mostrare la drammaticità del presente. Proprio nel momento più solenne, nel discorso di insediamento, pronunciò infatti quella frase inimmaginabile sulle labbra di un papa, ma che diceva la durezza dei tempi che la Chiesa sta vivendo: “pregate per me, perché non fugga per paura davanti ai lupi”.

Antonio Socci

 

Da “Libero” 19 luglio 2014

Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

 

 

Thursday 16 July 2015

Galantino: un nuovo umanesimo è possibile

galantino nunzio“È possibile costruire un nuovo umanesimo?”. È la domanda che pone monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, nell’editoriale dell’ultimo numero del bimestrale culturale dell’Università Cattolica, “Vita e pensiero”. Per il presule, la risposta è positiva “se sappiamo riconoscere, accogliere e percorrere nuovamente, nel nuovo contesto culturale, la vicenda di Dio con l’umanità”. Nella Chiesa “sacramento di Cristo”, evidenzia monsignor Galantino, “possiamo riscoprire la nostra ‘altissima vocazione’: essere ‘misericordiosi come il Padre’”. “La novità dell’annuncio evangelico – prosegue il segretario generale della Cei – sta proprio nella misericordia”. È “in questa chiave che è possibile incontrare gli uomini feriti, l’umanità negata e aiutarla a guarire”.

In questo modo si può cogliere l’invito contenuto nella Traccia del prossimo convegno nazionale ecclesiale di Firenze, che richiama a “una maggiore responsabilità non solo nei confronti degli uomini del nostro tempo, ma anche della Chiesa”. Infatti, “ciascun cristiano deve farsi carico della propria fedeltà, deve scegliere se seguire o no il Signore”. Per questo, “già il cammino di preparazione, così come la celebrazione e quanto seguirà il convegno di Firenze – cominciando con il Giubileo straordinario della misericordia – chiedono a ciascuno di noi di prendere l’iniziativa”.

Il Vangelo, fa notare monsignor Galantino, “non è un’ideologia, proprio perché al centro c’è il Dio di Gesù, che si è presentato già a Mose come ‘Dio di misericordia’”. Gesù, chiarisce il segretario generale della Cei, “non esalta né condanna a un destino inesorabile: sceglie piuttosto di accompagnare il sofferente e l’abbandonato perché riconosce anche in coloro che sono più deboli la stessa dignità di chi è forte, ricco, sazio. Ci consegna il senso del nostro camminare insieme a lui, da cui viene anzitutto la capacità di guardare alle vicende concrete della nostra vita con occhi diversi”. Gesù, “come un bravo fisioterapista, riabilita le nostre fratture, aiutandoci – se vogliamo – a riscoprire la fisiologia del camminare”. Questo “non cancella la sofferenza”, “ma la rende sopportabile e soprattutto ci mette in grado di camminare di nuovo in modo sano”.

“Lo sguardo misericordioso di Gesù – aggiunge monsignor Galantino – ci mette in grado di incontrare l’uomo anche nell’epoca in cui ogni misura sana dell’umano – la ‘legge naturale’ – rischia di sembrare dimenticata, negata, persa nella confusione”. Il segretario generale della Cei ripercorre anche i cinque verbi proposti dalla Traccia del convegno di Firenze, le “cinque vie da percorrere insieme agli uomini del nostro tempo”: uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare.

Friday 10 July 2015

COCA, “FALCE E MARTELLO”. IL VIAGGIO DI BERGOGLIO

Immerso nella babele carnevalesca delle piazze e dei regimi sudamericani, papa Bergoglio appare a suo agio e il suo personaggio, calato in quel clima, diventa più decifrabile.

La grottesca divinizzazione che ne hanno fatto in Ecuador, dove si vendevano souvenir che lo raffiguravano al posto di Cristo (ma l’adulazione e la papolatria dei media e delle sacrestie nostrane non è poi molto inferiore) ha fatto da cornice a discorsi che somigliano a comizi peronisti, con poco di soprannaturale.

Ieri poi, arrivato in Bolivia, Evo Morales, presidente socialista della Bolivia, ha accolto il “fratello Papa” dandogli in dono il simbolo della falce e martello su cui era raffigurato Cristo crocifisso.

La stessa blasfema raffigurazione campeggiava pure sulla medaglia che ha messo al collo del papa argentino.

VERGOGNA

L’episodio è scandaloso perché proprio sotto l’insegna della “falce e martello” e in nome di quello che essa rappresentava, nell’ultimo secolo, è stata perpetrata la più immane mattanza di cristiani della storia della Chiesa: le vittime si contano in molti milioni.

E’ quello il simbolo di un’ideologia anticristiana e addirittura anticristica che aveva come scopo esplicito la totale cancellazione di Dio dalla terra. E ha costruito un inferno planetario per riuscirci.

Dunque regalare al papa una roba simile, oltraggiosa per i martiri cristiani e sacrilega in riferimento alla figura di Cristo, è inaccettabile.

E’ sconcertante che papa Bergoglio abbia accettato l’omaggio senza obiettare, anzi sorridendo compiacente.

C’è chi sostiene che Morales è stato inopportuno e ha messo in difficoltà il papa, ma non pare proprio che le cose stiano così. Anzitutto mi sembra ovvio supporre che i cerimoniali siano concordati, quindi dubito che quel “dono” abbia colto di sorpresa il Vaticano (ove non vi fosse l’accordo preventivo ci sarebbe da preoccuparsi ancor di più perché vorrebbe dire che il papa è esposto all’affronto di qualunque demagogo).

In secondo luogo è significativo che un capo di stato, sia pure da socialismo surreale, come Morales, ritenga di regalare un simile orrore a papa Bergoglio e a nessuno invece sia venuto in mente di regalarlo  a Giovanni Paolo II o a Benedetto XVI (per esempio durante i viaggi a Cuba).

Evidentemente si è ritenuto che quell’oggetto – che di per sé potrebbe simboleggiare benissimo la teologia della liberazione e il cattocomunismo di ogni latitudine (con Cristo crocifisso come “metafora” dei poveri) – sarebbe stato gradito o apprezzato dal papa argentino.

Morales infatti non aveva l’atteggiamento del “provocatore”, ma dell’estimatore di Bergoglio, che ha lodato continuamente come “papa dei poveri”.

Infine, come ho detto, Bergoglio ha sorriso compiacente alla spiegazione dei simboli e ha portato al collo l’oscena raffigurazione.

Avrebbe fatto lo stesso se gli fosse stato data in dono una ripugnante svastica con sopra rappresentato un “Cristo ariano”? Io credo (e spero) proprio di no. Dunque perché la “falce e martello” sì?

A chi scioccamente dovesse argomentare che il comunismo ormai è cosa passata va detto che anche la svastica è cosa del passato, ma nessuno vorrebbe portarla al collo.

I crimini di comunismo e nazismo non si possono dimenticare. Ma soprattutto va fatto presente che sotto i regimi della “falce e martello” tuttora, nel presente, i cristiani sono perseguitati e massacrati e non si tratta di casi trascurabili dal momento che solo la Cina conta un miliardo e 300 milioni di abitanti. Mentre la Corea del Nord per ferocia è al livello della Cambogia di Pol Pot.

PAPATO STUPEFACENTE

Del resto tra i doni del “socialista surreale” Morales al papa ce n’è pure un altro, altrettanto imbarazzante. Quando Bergoglio è sceso dalla scaletta dell’aereo, Morales gli ha messo al collo la tradizionale “chuspa”, il contenitore per le foglie di coca che si usa nei paesi andini.

Il sito Dagospia, che ha il bernoccolo del trash, ha giustamente commentato: “Mancava solo la maglietta di Che Guevara e un ‘bong’ di Bob Marley”.

Ma il caso è tragicomico. Perché i paesi andini, Perù, Bolivia e Colombia, sono i maggiori produttori di coca nel mondo. E Morales, che è tuttora capo di un sindacato dei coltivatori di coca, ha fatto della legalizzazione della coca la sua principale battaglia politica internazionale.

“Limes” iniziava così un articolo a lui dedicato: “ ‘Viva la coca, morte agli yankee!’, ha gridato Evo Morales lunedì 14 gennaio (2013), festeggiando la vittoria ottenuta all’Onu, nella sua battaglia per la legalizzazione della coca”.

Dunque c’era proprio bisogno che il papa portasse disinvoltamente al collo quell’emblematico contenitore? Non ha pensato che la sua figura veniva strumentalizzata da Morales per una battaglia del tutto discutibile, anzi esecrabile? Non è devastante degradare a tal punto la figura del papa?

Sembra che Bergoglio non ami proprio esercitare la virtù della prudenza. Nei giorni scorsi aveva fatto scalpore la notizia, data dallo stesso governo boliviano, secondo cui il papa intendeva masticare foglie di coca arrivando in Bolivia.

Non si sa se l’abbia fatto, ma in ogni caso il “vescovo di Roma” ha portato senza imbarazzi la “chuspa” che Morales gli ha messo al collo. Oltretutto fino al momento in cui scrivo non risulta che Bergoglio abbia tuonato contro il sistema economico di quei paesi che fanno della coltivazione della coca una delle principali fonti di reddito.

Vedremo. C’è però da dubitare che lo faccia visto che finora ha fatto discorsi di apprezzamento del regime boliviano di Morales, affermando che la Bolivia è sulla strada giusta.

Si legge testualmente su “Repubblica”: “forte appoggio del papa appena giunto a La Paz al cammino di inclusione sociale della Bolivia… Forte sintonia e calore con il presidente Evo Morales”.

In compenso Bergoglio ha tuonato contro chi costruisce muri (“Bisogna costruire ponti piuttosto che erigere muri”). Secondo alcuni osservatori ce l’aveva con Israele e con l’Ungheria (per le barriere con cui proteggono le proprie frontiere).

Non avrebbe fatto meglio, in quel luogo, a tuonare contro chi coltiva e smercia coca?

Con Bergoglio di sana prudenza ecclesiale non c’è traccia, di ardore per le scomode verità nemmeno. E – se è permessa una battuta – è la stessa fede cattolica che va in “fumo”.

DEVASTAZIONE

Il viaggio di Bergoglio in Sudamerica fa capire perché, proprio in quel continente un tempo cattolicissimo, la Chiesa, negli ultimi decenni, è in caduta libera, con un crollo statistico di appartenenza che non ha eguali al mondo.

Dove i preti e i vescovi fanno i sindacalisti e i demagoghi, le persone non provano più nessuna attrattiva per la fede. Se i discorsi che fanno gli ecclesiastici somigliano a quelli di Evo Morales perché andare ancora in Chiesa?

E’ per questo che, nei popoli di quel continente, la domanda religiosa e l’attrattiva del soprannaturale si è convogliata su altre forme di religiosità e tantissimi stanno abbandonando la Chiesa Cattolica.

Ora Bergoglio sta applicando la rovinosa ricetta, già sperimentata in America Latina, anche alla Chiesa universale. In modo da fare gli stessi disastri.

Così lascerà un panorama di rovine fumanti, ma con tanti applausi da parte dei nemici di sempre della Chiesa, da parte dei vari Morales e dei coltivatori di coca.

 

Antonio Socci

Da “Libero”, 10 luglio 2015 – Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

[ NELLA FOTO IL MEDAGLIONE CON FALCE-MARTELLO E CROCIFISSO CHE BERGOGLIO PORTA AL COLLO ]

Post scriptum – Certi “pompieri” clericali – di fronte alla figuraccia fatta da Bergoglio – hanno diffuso la voce che egli, davanti alla falce e martello col Cristo crocifisso, abbia risposto obiettando “No está bien eso”, questo non va bene.

Magari avesse detto così e lo avesse rifiutato…

Ma tale versione è smentita dal video dove si vede che Bergoglio accetta il dono, sorridendo, e non lo rifiuta (del resto porta quella stessa immagine blasfema nel medaglione che ha al collo).

In realtà nel video Bergoglio si sente bene che non ha detto “No está bien eso”, ma “no lo savia, eso”, non lo sapevo.

https://www.youtube.com/watch?v=1m_LmJjs2eM

A cosa si riferivano queste parole? Cos’è che non sapeva?

Ciò che Morales gli stava spiegando, ovvero che quel crocifisso con falce e martello fu disegnato proprio dal gesuita Luis Espinal, che fu ucciso nel 1980 dai paramilitari e sulla cui tomba, a La Paz, Bergoglio si era appena recato per rendere omaggio come si fa alla tomba di un martire.

Lo stesso padre Lombardi, sia pure a mezza bocca, ha confermato: “non lo sapevo neanche io”. Sono stati i gesuiti boliviani a spiegargli che il disegno è dovuto proprio a padre Espinal.

Quindi nessun rifiuto da parte di Bergoglio. Conoscere la paternità di quel simbolo è un flash che fa capire molte cose sulla Chiesa sudamericana… Fa capire i rapporti e l’influenza del mondo marxista su quella Chiesa… Imbarazzante!

Tuesday 07 July 2015

Lo sguardo del Papa sulla famiglia

Vi propongo la lettura di questi brani tratti dalla bellissima omelia tenuta ieri a Guayaquil da Papa Francesco, di fronte a quasi un milione di persone. Emerge tutto lo sguardo evangelico di speranza sulla famiglia. Il Papa non ha il problema di “difenderla”, né di riaffermare dottrine. La descrive a partire dal Vangelo delle nozze di Cana, a partire dalla figura di Maria, per dire che c’è speranza e misericordia anche nelle situazioni più difficili e compromesse. Ancora una volta, il cuore di un pastore.

La famiglia è l’ospedale più vicino: quando uno è malato lo curano lì, finché si può. La famiglia è la prima scuola dei bambini, è il punto di riferimento imprescindibile per i giovani, è il miglior asilo gli anziani. La famiglia costituisce la grande ricchezza sociale, che altre istituzioni non possono sostituire, che dev’essere aiutata e potenziata, per non perdere mai il giusto senso dei servizi che la società presta ai suoi cittadini. In effetti, questi servizi che la società presta ai suoi cittadini non sono una forma di elemosina, ma un autentico “debito sociale” nei confronti dell’istituzione familiare, che è la base e che tanto apporta al bene comune (…).

Nella famiglia – di questo siamo tutti testimoni – i miracoli si fanno con quello che c’è, con quello che siamo, con quello che uno ha a disposizione; e molte volte non è l’ideale, non è quello che sogniamo e neppure quello che “dovrebbe essere”. C’è un particolare che ci deve far pensare: il vino nuovo, quel vino così buono come dice il maestro di tavola alle nozze di Cana, nasce dalle giare della purificazione, vale a dire, dal luogo dove tutti avevano lasciato il loro peccato; nasce dal peggio: «dove abbondò il peccato, ha sovrabbondato la grazia» (Rm 5,20). In ciascuna delle nostre famiglie e nella famiglia comune che formiano tutti, nulla si scarta, niente è inutile. Poco prima di cominciare l’Anno Giubilare della Misericordia, la Chiesa celebrerà il Sinodo Ordinario dedicato alle famiglie, per maturare un vero discernimento spirituale e trovare soluzioni e aiuti concreti alle molte difficoltà e importanti sfide che la famiglia oggi deve affrontare. Vi invito ad intensificare le vostre preghiere per questa intenzione, perché persino quello che a noi sembra impuro – come l’acqua delle giare –, che ci scandalizza o ci spaventa, Dio – facendolo passare attraverso la sua “ora” – lo possa trasformare in miracolo. La famiglia oggi ha bisogno di questo miracolo.

Tutta questa storia ebbe inizio perché “non avevano più vino”, e tutto si è potuto compiere perché una donna – la Vergine – è stata attenta, ha saputo porre nelle mani di Dio le sue preoccupazioni, ed ha agito saggiamente e con coraggio. Però c’è un particolare, non è da meno il dato finale: hanno gustato il vino migliore. E questa è la buona notizia: il vino migliore è quello che sta per essere bevuto, la realtà più amabile, la più profonda e la più bella per la famiglia deve ancora arrivare. Viene il tempo in cui gustiamo l’amore quotidiano, in cui i nostri figli riscoprono lo spazio che condividiamo e gli anziani sono presenti nella letizia di ogni giorno. Il vino migliore è ‘in speranza’, sta per venire per ogni persona che accetta il rischio di amare. E nella famiglia bisogna correre il rischio dell’amore, bisogna arrischiarsi ad amare. E il migliore dei vini sta per venire, anche se tutte le possibili variabili e le statistiche dicessero il contrario.

Il vino migliore sta per venire per quelli che oggi vedono crollare tutto. Sussurratevelo fino a crederci: il vino migliore sta per arrivare. Sussurratevelo ciascuno nel suo cuore: il vino migliore sta per venire. E sussurratelo ai disperati e a quelli con poco amore: abbiate pazienza, abbiate speranza, fate come Maria, pregate, agire, aprite il cuore, perché il migliore dei vini sta per venire. Dio si avvicina sempre alle periferie di coloro che sono rimasti senza vino, di quelli che hanno da bere solo lo scoraggiamento; Gesù ha una preferenza per versare il migliore dei vini a quelli che per una ragione o per l’altra ormai sentono di avere rotto tutte le anfore.

Tuesday 07 July 2015 03:38

Un Premio alla memoria di Giovanni Gheddo

Pubblico volentieri un articolo della signora e scrittrice Cristina Perucca Protti (che ringrazio), fatto per il settimanale diocesano di Vercelli, “Il Corriere Eusebiano”. Questo articolo è più lungo dell’originale, perché nei giornali on line non c’è il limite di spazio della carta stampata.
Piero Gheddo.

In occasione della “Giornata del geometra 2015”, tenutasi venerdì 26 giugno nel salone del seminario a Vercelli, è stato consegnato il Premio alla Memoria del geom. Giovanni Gheddo di Tronzano Vercellese (1900-1942), di cui è in corso la causa di beatificazione insieme alla moglie Rosetta Franzi (1902-1934). Ha ricevuto il premio, dalle mani del sindaco di Tronzano Andrea Chemello, il figlio padre Piero Gheddo missionario del Pime, presente anche il fratello Mario con la figlia Chiara. Una targa d’argento con queste parole:

Premio alla Memoria – al geom. Giovanni Gheddo

Per il particolare amore ed attaccamento alla professione
esercitata con competenza, moralità e giustizia
negli anni 1922-1942, prima di sacrificare la vita
nella campagna di Russia in altissimo dono di carità cristiana.
Grande esempio di uomo e professionista
per l’intera categoria.

Dopo una breve introduzione del presidente del Collegio dei geometri Giuseppe Ghisio, ha parlato mons. Giuseppe Cavallone, che ha portato il saluto dell’arcivescovo e spiegato l’impegno dell’Ufficio Famiglia diocesano, di cui è presidente, nelle due Cause di beatificazione dei coniugi Gheddo; la postulatrice delle due Cause, avv. Lia Lafronte, ha presentato la figura del Servo di Dio Giovanni Gheddo nella sua professione di geometra vissuta con onestà e grande senso del dovere.

Infine padre Piero Gheddo ha raccontato di un papà pieno di attenzioni nei riguardi dei tre figli ancora piccoli, afflitto dalla vedovanza ma sorretto da una fede autentica che gli permetteva di affrontare la vita con grande fiducia e serenità. Dedito al suo lavoro, lo svolgeva con serietà e impegno, ad esempio usava le canne per misurare i terreni, non la corda, più comoda ma molto meno precisa. La sua sorella maggiore, l’insegnante Adelaide tutrice dei tre bambini (quando Giovanni va in guerra nel 1940), lo considerava un santo, ma aggiungeva: “Però vostro papà aveva un difetto: non sapeva farsi pagare. Dopo aver mandato la parcella al committente se questi pagava subito ne ringraziava il Signore, se ritardava diceva che occorre avere pazienza nella vita; e se non pagava? Giovanni lo scusava dicendo: “Si vede che proprio non può”.

Il geometra Gheddo non mirava mai ai soldi, anzi, era generoso con tutti, pur essendo la sua famiglia in una condizione economica medio-bassa. Padre Piero ha detto: “Rosetta e Giovanni non hanno lasciato a noi tre figli né case, né terreni, né conti in banca. Ma ci hanno lasciato qualcosa di molto più importante: la fede e i loro grandi esempi di vita cristiana”.

A Tronzano, papà Giovanni era chiamato “Il geometra dei poveri” e, senza nessuna nomina ufficiale, “Il giudice di pace”. Quando c’erano litigi pesanti in una o fra due famiglie, prima di andare da avvocati e tribunali, chiamavano il geometra Gheddo. Nel volume “Questi santi genitori” (Ed. S. Paolo) vi è la testimonianza di un litigio tra due fratelli per l’eredità del padre. Allora hanno chiamato il geom. Gheddo che ha convocato tutte le due famiglie, dicendo loro: “Vostro padre vi ha lasciato una bella cascina, tanti terreni e altri beni materiali. Ringraziate il buon Dio e vostro padre e non bisticciate per pochi metri di terreno, quando la cosa più importante è di volervi bene”. Poi, dopo aver esaminato le proprietà in questione ed averne fatta una stima del valore, le ha divise in due parti eguali e tirato a sorte tra i fratelli, che hanno accettato la proposta e da allora sono sempre andati d’accordo.

Scoppiata la seconda guerra mondiale il geom. Gheddo è richiamato alle armi e mandato a combattere prima contro la Francia e poi in prima linea nella campagna di Russia. Si tratta di una punizione per il suo ben noto antifascismo, dato che aveva diritto al congedo per l’età, per la salute e per il fatto di essere vedovo con tre figli minorenni. Le sue lettere dal fronte raccontano di come si toglieva il pane di bocca per aiutare quella popolazione, stremata dalla guerra. Della sua fine eroica, invece, ha testimoniato un commilitone. Giovanni, capitano d’artiglieria della divisione Cosseria, era schierato sulle rive del grande fiume Don, che a 35-40 gradi sotto zero era ghiacciato e i carri armati russi potevano attraversarlo.

Il 16 dicembre 1942 si scatena la grande offensiva sovietica, che travolge le povere forze armate italiane, che non avevano nemmeno le armi anti-carro. L’alto comando militare dà l’ordine di ritirarsi per 35 km. dove avevano preparato un baluardo di difesa. Giovanni dice al sottotenente più giovane, che avrebbe dovuto fermarsi nell’ospedaletto da campo con 35 militari feriti e intrasportabili: “Tu sei giovane, devi ancora fare la tua vita! I miei figli sono in buone mani, salvati tu, qui rimango io”. È il 17 dicembre 1942, data “ufficiale” della sua morte nella steppa russa. Quel commilitone era Mino Pretti, divenuto poi sindaco di Vercelli per due mandati. È andato due volte a Tronzano a ringraziare i familiari perché il capitano Giovanni Gheddo gli aveva salvato la vita, con un gesto eroico che ricorda quello di San Massimiliano Kolbe nel 1942 ad Auschwitz.

Un lungo applauso da parte dei geometri presenti ha accompagnato la premiazione del geom. Giovanni Gheddo, ricevuta con commozione dal figlio missionario padre Piero. Una testimonianza di vita piena vissuta da un laico vercellese dell’Azione cattolica, che speriamo di vedere presto agli onori degli altari insieme alla moglie Rosetta. Una coppia di sposi che ha dato un esempio valido soprattutto oggi. In un tempo come il nostro, in cui il matrimonio è in crisi e il “per sempre” fa paura, Rosetta e Giovanni ci mostrano che costruire “La casa sulla roccia” è possibile e che la fede in Cristo, rafforzata dal sacramento nuziale, aiuta a superare i drammi e le sofferenze che la vita, inevitabilmente, ci pone davanti. Con fortezza e grande serenità.

Cristina Perucca

7 luglio 2015

 

Tuesday 30 June 2015

Il Beato Clemente Vismara: “Fare felici gli infelici”

Il 16 giugno 2011 padre Clemente Vismara era beatificato in Piazza Duomo a Milano. Nel dicembre 2012 la Emi pubblicava “Fatto per andare lontano – Clemente Vismara (1897-1988), missionario e beato” (Prefazione di mons. Renato Corti), il romanzo d’avventure non inventate ma vere, di 478 pagine e 32 pagine di fotografie originali (Euro 18). Parecchi lettori hanno sperimentato che “chi incomincia a leggere questo libro, va poi avanti fino alla fine”. E’ la biografia di un missionario (“cacciatore di tigri e di anime”) che va a fondare la Chiesa presso popolazioni tribali che non avevano mai sentito parlare di Cristo, nella Birmania forestale del “Triangolo d’oro” (fra Thailandia, Laos e Cina), dove si produce circa la metà di tutte le droghe che poi arrivano in Occidente, fra contrabbandieri e guerriglieri ribelli al governo birmano.

Dopo questa biografia, fatta in gran parte con le sue lettere, nell’ottobre 2014 la Emi pubblicava un secondo libro che si poteva intitolare “La personalità e la spiritualità del Beato Clemente Vismara”. Invece è il volume “Fare felici gli infelici” (con la prefazione di Roberto Beretta) perché in varie sue lettere padre Clemente scrive che “questo è il motto di ogni missionario”. Il sottotitolo del libro ne spiega bene i contenuti: “Il segreto della vita lunga e vittoriosa di Clemente Vismara, missionario beato”, Il volume è uno studio approfondito sulle testimonianze che hanno dato le persone vissute con Clemente, al Processo canonico per la sua beatificazione (pagg. 300, Euro 16). E’ quasi un manuale di spiritualità missionaria, perché nella prima parte tratta, con esempi, delle virtù di Clemente: fede, speranza, carità, obbedienza, amore ai piccoli e ai poveri, purezza, povertà, gioia di vivere. Ma poi esamina i vari aspetti della sua vita missionaria: buon pastore e fondatore di comunità cristiane, la complessa personalità del Beato Clemente, un santo avventuroso, poetico e sognatore, unica passione: la missione alle genti.

Suor Chiara Amata Ruggiero, del Monastero Buon Gesù di Orvieto (Viterbo) , mi scrive una bella lettera: “La ringrazio dell’ultimo libro su padre Vismara che ci ha mandato: “Fare felici gli infelici”. Lei ci fa conoscere un missionario eccezionale in santità e nell’amore ai poveri, attraverso le fonti documentarie e le testimonianze di quelli che hanno avuto conoscenza diretta di lui. Non solo quest’ultimo libro, ma anche gli altri che riportavano gli scritti di Clemente, straordinario testimone di Cristo. Oggi la missione si concepisce e si esercita in modo diverso, ma non cambia la passione del dono di sé per Gesù Cristo, l’Unico che davvero ne vale la pena. Solo questo può innamorare un giovane, una giovane!Lo sapeva bene e lo viveva profondamente padre Clemente, se tanti, leggendo i suoi scritti e conoscendo la sua vita, hanno scelto di consacrare la propria vita al Signore”.

In una recensione su “Il Corriere del Sud”, Andrea Bartelloni scrive: “Il segreto della vita di Vismara è questo: per “Fare felici gli infelici”, il missionario deve dare tutto sé stesso perché solo questo convince i pagani.

Padre Gheddo, che ha al suo attivo molte biografie di santi e beati missionari, si è fatto una precisa idea del concetto di santità: il santo è un uomo felice, è un esempio di promozione umana che rende l’uomo più uomo e la donna più donna; la santità è alla portata di tutti, i santi sono la dimostrazione “che il Vangelo può essere vissuto in ogni situazione umana e in ogni tempo. “Fare felici gli infelici” è la storia del percorso spirituale che ha portato il beato Vismara verso la santità e l’autentica promozione umana e religiosa del suo popolo”.

Piero Gheddo

30 giugno 2015

 

Friday 19 June 2015

Laudato si’

L’uomo non è il cancro del pianeta. La soluzione dei problemi dell’ambiente non è la riduzione della presenza degli esseri umani sulla terra, ma passa attraverso una responsabilità comune: cibo e risorse ci sono per tutti, basterebbe non sprecarle, non depredarle, distribuirle più equamente. E così come è umana la responsabilità del degrado ecologico, delle disuguaglianze, dello sfruttamento indiscriminato, allo stesso modo è umana la via d’uscita dalla crisi.

La grande apertura manifestata da Francesco nell’enciclica «Laudato si’» verso molte istanze dei movimenti ambientalisti non è incondizionata. Tutt’altro. In diverse e puntuali pagine del nuovo documento, che lega indissolubilmente la questione ambientale ed ecologica alla questione sociale, Papa Bergoglio mette bene in chiaro le contraddizioni di quanti combattono la manipolazione genetica delle sementi e si battono contro la sperimentazione sugli animali. Ma al tempo stesso giustificano l’aborto o la manipolazione sugli embrioni umani vivi, interessandosi molto delle balenottere e per nulla dei migranti che affogano, di chi muore di fame e di sete. Nell’enciclica pubblicata ieri, la prima dedicata all’ecologia, il Papa contesta le teorie sulla denatalità propugnate da quanti, «invece di risolvere i problemi dei poveri e pensare a un mondo diverso», si limitano a dire che bisogna ridurre il numero di esseri umani e attraverso «pressioni internazionali» condizionano gli aiuti economici ai Paesi in via di sviluppo» all’attuazione di queste politiche.

Il principale contributo del nuovo documento è rappresentato dalla critica globale all’attuale modello di sviluppo che sembra portare il mondo e tutto ciò che contiene verso il baratro. Non esiste un’emergenza ecologica separabile dall’affronto dei problemi strutturali della povertà e del sottosviluppo, perché «è certo che l’attuale sistema mondiale è insostenibile da diversi punti di vista».

Con lo stesso coraggio con cui da due anni continua a far domande sull’ipocrisia di quei potenti della terra che parlano di pace e poi guadagnano fornendo armi sottobanco a guerriglieri e terroristi, Francesco descrive i legami tra le crisi finanziarie, le epocali migrazioni dei popoli, le guerre per il controllo delle fonti di energia esauribili e dell’acqua. Puntuale e forte, con parole difficili da ascoltare oggi anche dai politici di sinistra, è la denuncia di un sistema nel quale «la finanza soffoca l’economia reale» e «la sottomissione della politica alla tecnologia e alla finanza» fa prevalere «l’interesse economico sul bene comune» arrivando «a manipolare l’informazione». Un dato peraltro dimostrato da certi pronunciamenti dalla parvenza scientifica, finanziati dalle grandi multinazionali dell’energia per far credere che l’allarme ambientale sia una bugia, che il sistema in cui viviamo è il migliore e sarebbe una follia pensare di cambiarlo.

Il Papa non propone un idealismo romantico, non auspica un ritorno alle caverne né fa il catastrofista. Propone invece soluzioni concrete e praticabili a tutti i livelli, con realismo e uno sguardo integrale, capace di leggere tutte le connessioni. A partire dall’affermazione della positività e della bontà del creato come dono da «coltivare» e «custodire» per le generazioni future. Sono tanti i suggerimenti e le proposte in un testo che invita a uscire dall’immobilismo, dal senso di impotenza, dal disinteresse. E chiede – anche valorizzando parole di Benedetto XV frettolosamente archiviate da tanti intellettuali sedicenti ratzingeriani – maggiore sobrietà, un contenimento dei consumi e la costituzione di autorità politiche internazionali capaci di porre dei limiti all’evidente strapotere dei mercati. L’invito della «Laudato si’» non prescinde dall’impegno comune di ciascuno: propone un cambiamento degli stili di vita e valorizza i movimenti dal basso, come quelli, efficaci, di consumatori che si mettono insieme per condizionare con il loro portafoglio la sostenibilità delle aziende produttrici.

Come osserva il vescovo Bruno Forte in un commento al testo papale nell’edizione che sarà pubblicata da «La Scuola», l’enciclica è «un dono e una provocazione all’umanità intera, a cui mi sembra nessuno potrà moralmente sottrarsi».

Tuesday 16 June 2015

I 119 anni di Cesano Boscone

La domenica 14 giugno 2015 l’Istituto della Sacra Famiglia di Cesano Boscone ha celebrato i suoi 119 anni. Nata nel 1896 dal parroco don Domenico Pogliani per accogliere “i poveri e i derelitti della campagna”, oggi è inglobata a nord-ovest nella città di Milano, una vasta cittadella con molto verde, che ospita circa 900 persone “diversamente abili”. Ma la Fondazione Sacra Famiglia si è estesa anche fuori Milano, in Lombardia, Piemonte e Liguria con 15 sedi, 1.900 posti letto, 1950 dipendenti, 840 volontari (dati del 2013). Oggi la Fondazione è alle prese con sfide sempre nuove ed esigenti , tecnicamente ed economicamente: è consolante vedere che custodisce bene la ricchezza della sua missione.

La Santa Messa solenne delle ore 10 è stata celebrata da mons. Paolo Martinelli, cappuccino e vescovo ausiliare di Milano per le persone consacrate, che ha parlato della Festa della Famiglia, com’è l’Istituto Sacra Famiglia: volersi bene, aiutarsi a vicenda, perdonarsi, camminare insieme. Questa la caratteristica fondamentale della cittadella cristiana, opera diocesana col sacerdote don Vincenzo Barbante presidente del Consiglio di amministrazione e con sacerdoti e fratelli Cappuccini per l’assistenza religiosa,

In tutte le S. Messe della domenica la splendida forza dello Spirito Santo si manifesta in questa comunità di “diversamente abili”. All’inizio la chiesa è al buio e quasi in silenzio, un’atmosfera che richiama la Chiesa nascente o perseguitata (alcuni gridano il loro saluto a Dio). La processione dei chierichetti (anch’essi adulti disabili) avanza con le candele, la Croce, il Vangelo e una torcia ondeggiante, lo Spirito Santo. Giunti all’altare, il Vangelo viene alzato e mostrato più volte in ogni lato, la torcia lo illumina nel buio e nel silenzio. Quando la fiaccola è sistemata accanto alla Croce, si accendono tutte e le luci e scoppia l’interminabile applauso. Gesù e lo Spirito Santo sono qui tra noi.

La Messa dura un’ora e mezzo, in rito ambrosiano, ma adattato per far esplodere la gioia dei partecipanti al rito. Un cappuccino guida i canti con la chitarra elettrica e il coro di giovani e ragazze volontari, che vengono anche da lontano per un mese o due di servizio. I sacerdoti concelebranti e i fedeli accompagnano le parole che cantano alzando insieme la mano e il dito destro verso l’alto per indicare Dio (un gesto che commuove chi lo pratica), allargano le braccia come segno di accoglienza, ondeggiano le mani verso l’alto come segno di festa, si piegano a destra e a sinistra come per fare la ola; nel dono della pace c’è un generale spostamento delle persone per salutate tutti quelli che conoscono e nel Padre Nostro tutti si tengono per mano in una gigantesca catena di fraternità, non solo tra i vicini di banco, ma fra tutti i presenti.

Il cappuccino rettore della Chiesa, padre Giuseppe, parlando a braccio e spiegando il Vangelo, provoca gli ascoltatori, suscitando battimani e cori di risposta; nella consacrazione, alza l’ Ostia e il calice e dice “Questo è il Signore Gesù” e tutti ripetono forte scandendo le parole: “Questo è il Signore Gesù”. L’Eucarestia è poi distribuita dai sacerdoti e dalle suore di quattro istituti (le Ancelle della Sacra Famiglia, le suore di Maria Bambina e altri due ordini)

E’ una Messa davvero partecipata, che entusiasma e commuove, come le processioni che si fanno per le vie, le piazze, i giardini della cittadella, con l’Eucarestia o la statua della Mamma del Cielo. Commovente vedere un’umanità sofferente che pregando e cantando, lo Spirito li rinfranca nella fede, nella speranza e nell’amore e aiuto vicendevole.

Io pensavo, ma guarda un po’: nella società, i “diversamente abili” (o handicappati, down) sono spesso mal visti, messi da parte e considerati una disgrazia in famiglia. Cesano Boscone è una cittadella in cui i disabili sono amati, curati, si sentono a casa loro, anche per strada si salutano tutti e acquistano la loro dignità di persone anche utili, perché ci sono numerosi laboratori e servizi alla comunità. Ebbene, nella Chiesa nascono continuamente nuovi istituti dedicati agli ultimi, ai più poveri in tutti i sensi. Sono tutte prove della Divinità e Risurrezione di Cristo! Senza la grazia di Dio, l’esempio di Cristo e la forza del fuoco d’amore accesa e sostenuta dallo Spirito Santo, queste istituzioni di amore e di attenzione agli ultimi non esisterebbero.

Piero Gheddo

16 giugno 2015

 

Wednesday 10 June 2015

Francesco alle POM: non diventate una Ong

Il 5 giugno scorso Papa Francesco ha ricevuto i partecipanti all’Assemblea generale delle Pontificie Opere Missionarie (POM), ringraziandoli cordialmente per il servizio che rendono alla Chiesa nel “realizzare il mandato missionario di evangelizzare le genti fino agli estremi confini della terra”. L’annuncio del Vangelo è “la prima e costante preoccupazione della Chiesa”, “il suo impegno essenziale”, “la sua sfida maggiore, e la fonte del suo rinnovamento”.
Poi Francesco continua: “Davanti ad un compito così bello e importante, la fede e l’amore di Cristo hanno la capacità di spingerci ovunque per annunciare il Vangelo dell’amore, della fraternità e della giustizia. E questo si fa con la preghiera, con il coraggio evangelico e con la testimonianza delle beatitudini.
“Per favore, state attenti a non cadere nella tentazione di diventare una ONG, un ufficio di distribuzione di sussidi ordinari e straordinari. I soldi sono di aiuto ma possono diventare anche la rovina della Missione… Per favore, con tanti piani e programmi non togliete Gesù Cristo dall’Opera Missionaria, che è opera sua. Una Chiesa che si riduca all’efficientismo degli apparati è già morta”.  Parole brevi ma dure di Papa Francesco e il suo richiamo non riguarda solo le POM, ma anche tutta la cosiddetta “animazione missionaria”, i Centri missionari diocesani, gli Istituti missionari, le associazioni di laicato missionario.
Per capire bene la situazione attuale e le parole di Papa Francesco, occorre ricordare il beato padre Paolo Manna (1872-1952), che Giovanni XXIII definiva “Il Cristoforo Colombo della cooperazione missionaria” (nel Congresso missionario dei seminaristi, novembre 1960). Missionario in Birmania e poi direttore di “Le Missioni Cattoliche”, padre Manna ha dato una svolta all’animazione missionaria con la sua Unione Missionaria del Clero fondata nel 1916 e assunta da san Guido Maria Conforti, Vescovo di Parma e Fondatore dei missionari Saveriani, che ha presentato l’associazione a Benedetto XV. Nel gennaio 1917 gli “Acta Apostolicae Sedis” pubblicano l’approvazione del Papa e i giornali ne danno notizia. Nasce così l’Unione missionaria del Clero (Conforti presidente e Manna segretario), che ha subito un ottimo successo in Italia e all’estero. Nel dicembre 1917 i soci erano 1.254, fra i quali Achille Ratti (Pio XI) e Angelo Roncalli (Giovanni XXIII); 4.035 nel 1919, 10.255 nel 1920 e 23.000 nel 1924.
Delle quattro Pontificie opere missionarie, tre delle quali nate nell’ottocento francese (Propagazione della Fede 1822, Sant’Infanzia 1843 e Clero Indigeno 1889), l’”Unione missionaria del Clero” (1916) è la più attuale. A quasi un secolo dalla sua fondazione, siamo ancora ben lontani dall’ideale di padre Manna, che la missione alle genti sia sentita come propria da tutte le persone consacrate e quindi da diocesi, parrocchie, seminari, ordini religiosi. Per questo l’Unione è stata così definita da Paolo VI nella Lettera apostolica “Graves et increscentes” (5 giugno 1966, nel 50° di fondazione): “La Pontificia Unione Missionaria ha un ruolo di primaria importanza fra le Opere Pontificie. Se è l’ultima in ordine di tempo, non è l’ultima per il suo valore spirituale. Essa dev’essere considerata come l’anima delle Pontificie Opere”.
Manna voleva un’associazione che trasmettesse ai sacerdoti l’entusiasmo per l’ideale missionario; animando il clero si sarebbe raggiunto tutto il popolo cristiano. In Birmania aveva sperimentato quanto fosse necessario il denaro per l’opera missionaria, ma sul rapporto fra “propaganda missionaria” e denaro scriveva in due articoli mentre stava iniziando l’Unione Missionaria del Clero:
“Oggi parlare di missioni è quasi come parlare di denaro. Se prendiamo in mano qualsiasi periodico missionario non vi troviamo che appelli per avere denaro; si escogitano mille industrie per tirar su soldi… Non diamo troppo valore al denaro come mezzo di apostolato… La cooperazione missionaria non è solo questione di denaro: è una questione squisitamente, sovranamente spirituale… è soprattutto questione di personale. La più urgente forma di cooperazione è di favorire le vocazioni all’apostolato, di dare operai alla Chiesa”.
Un altro suo articolo è un accorato invito alla preghiera: “Non tutti possono sempre mandare soccorsi di elemosine, tutti però possono pregare e tutti ne hanno il dovere. La preghiera per la conversione degli infedeli è anche più importante e necessaria dell’elemosina, in affare tanto spirituale e soprannaturale quale è quello della conversione delle anime… Preghiamo e invitiamo tutti i nostri parenti, conoscenti e dipendenti a pregare per questa santissima causa di Dio e della Chiesa”.

Nel 1934 “Il Pensiero missionario” pubblica uno studio di padre Manna intitolato: “La cooperazione cristiana alla conversione del mondo e l’Unione missionaria del clero”. E’ il testo fondamentale per comprendere il suo pensiero e la sua passione missionaria, Se i preti non vivono la passione di portare Cristo a tutti gli uomini, anche il mondo cristiano non potrà fare miracoli; “Quale triste spettacolo offriamo noi sacerdoti quando, sfiduciati, lamentiamo impotenti la deplorevole condizione di gran parte del mondo e dei nostri stessi paesi cristiani, quasi per piangere il fallimento del nostro ministero, il fallimento di Dio! Ma Dio non fallisce mai e non può venir meno la Chiesa; può però fallire un ministero di uomini deboli e inetti per un’opera sì soprannaturale e divina…”.
L’Unione missionaria del clero è nata sulla base di questa convinzione: la cooperazione dei fedeli alla missione della Chiesa è in rapporto alla fede e alla passione missionaria dei preti. Manna grida con forza: “Una diocesi, una parrocchia in cui si coltivino nelle anime queste divine idealità, non perderà mai la fede e avrà l’intelligenza di ogni opera buona… Teniamo come assioma indiscutibile – suffragato dalla prova dei fatti – che tutto quanto si fa per le missioni, prima di arrecar bene agli infedeli, cade in benedizioni sulle nostre cristianità; mentre al contrario, una fede che non si propaga, o è morta o è destinata a morire… Il risveglio missionario in tutta la Chiesa è oggi più che mai urgente”.
Manna continua: “L’Unione non ha mantenuto il suo carattere originale di associazione altamente spirituale e apostolicamente educativa, quale deve essere secondo l’ispirazione che ne diede il Signore…Per parlare bene e utilmente delle missioni bisogna parlarne da apostoli, da uomini che amano molto Dio e le anime, come ne parlano i santi missionari. Il frutto vero, sostanziale che l’Unione missionaria trarrà dai suoi corsi di studi, dalle sue conferenze, sarà proporzionato allo spirito con cui tale propaganda sarà fatta. Parlerà lo Spirito di Dio? Si avranno infallibilmente frutti di vita. Parlerà lo spirito dell’uomo? Si avrà del fracasso, ma gli interessi che si vogliono favorire non progrediranno di un passo”.
Il beato Paolo Manna è convinto che “Bisogna spiritualizzare la propaganda…La missione è opera di fede e di grazia dello Spirito Santo, è la Pentecoste che si perpetua attraverso i tempi…L’Unione missionaria deve essere vivificata dallo stesso Spirito. Solo animata da Esso deve operare e produrre frutti di salute e di vita. Guai se nell’Unione missionaria si insinua lo spirito umano… Le missioni fanno appello al cuore dei fedeli e li spronano a pregare ed a sacrificarsi per esse, solo se sono presentate quale cosa del tutto divina… Nella nostra predicazione facciamo parlare l’amore che ha avuto Dio per il mondo, facciamo parlare il Sangue che Gesù Cristo ha sparso per le anime, facciamo parlare la miserevole condizione degli infedeli… sono le voci che il nostro popolo comprende meglio di ogni altro parlare…. “.

Piero Gheddo

10 giugno 2015

Monday 08 June 2015

Un giorno a Sarajevo con il Papa

 

Se si arriva per la prima volta a Sarajevo sembra di scorrere le pagine di un libro di storia. A Sarajevo la storia è lì, aperta davanti ai tuoi occhi con la sua tragicità. Ci sono la case in stile ottomano nel centro storico, i palazzi in stile austriaco e i giardini come a Vienna, i casermoni in stile sovietico e le vecchie case senza stile ancora crivellate di colpi che ti ricordano la guerra più recente. Come i cimiteri, dislocati qua e là, macchie bianche che segnano la città dallo stadio ai parchi pubblici. E ci sono gli impianti sportivi che ricordano le ultime glorie comuniste ridotti a miseri resti, a fianco dei centri commerciali iper moderni dove troneggiano le insegne dei maggiori brand specialmente italiani.

Monday 08 June 2015 07:11

Chi si lascia ferire dalla realtà

Il momento più intenso del viaggio-lampo di sole undici ore di Papa Francesco a Sarajevo è stato l’incontro con i preti, i religiosi e le religiose avvenuto nella cattedrale della capitale bosniaca il pomeriggio di sabato 6 giugno. Qui Bergoglio ha ascoltato tre testimonianze. Quelle di don Zvonomir Matijevic, del francescano fra’ Jozo Puskaric e di suor Ljubica Sekerija: un prete, un frate, una suora. Tre racconti semplici delle sofferenze che quei consacrati hanno subito durante la guerra fratricida degli anni Novanta. E i persecutori avevano in due casi il volto dei miliziani serbi, dunque di altri cristiani: un significativo monito a non cadere nelle semplificazioni di chi è abituato a leggere tutto, spesso interessatamente, in chiave di scontro tra cristianesimo e islam. Mentre in un altro caso, quello di suor Ljubica, si trattava di miliziani musulmani (anche se la religiosa ci ha tenuto a precisare che si trattava di guerriglieri «d’importazione», dunque non bosniaci).

I tre testimoni hanno parlato con la voce rotta dall’emozione, a volte incespicando nella lettura, come quando fra’ Jozo, dopo aver descritto la vita nel campo di concentramento, ha detto al Papa: «Confesso davanti a lei che una volta ho desiderato morire per porre fine alla mia agonia. Mi hanno minacciato di scorticarmi vivo, di strapparmi le unghie e di mettere il sale sulle mie ferite… Una volta mi è stato talmente difficile resistere che ho pregato la guardia di uccidermi». E ha concluso dicendo: «Sono particolarmente grato al Signore perché non ho mai provato odio per i miei aguzzini. Io li ho perdonati…». O come quando don Zvonomir ha raccontato di essere sopravvissuto anche grazie all’aiuto di una donna musulmana di nome Fatima, che gli portava di nascosto del cibo. O ancora, quando suor Ljubica ha raccontato di quando uno dei suoi aguzzini, invece di percuoterla, le ha portato un frutto.

Proprio com’era accaduto a Tirana, durante l’incontro con altri preti e suore martiri, le parole di questi testimoni non contenevano neanche un accento di rivalsa, di ripicca, di vendetta, di odio. Soltanto amore e perdono. E la capacità di scorgere semi di bene anche nei persecutori. O in quella donna musulmana che portava aiuto di nascosto a un prete cristiano perseguitato da altri cristiani.

Francesco ha ascoltato in silenzio, commosso. Ha abbracciato a lungo i tre consacrati, ai due sacerdoti si è chinato a baciare la mano e i polsi con le cicatrici delle ferite. Poi ha rigirato tra le mani fogli del discorso «pre-fatto», e ha deciso di consegnarlo al cardinale Vinko Puljic senza leggerne nemmeno una riga. Non perché ci fossero problemi di contenuto, ma perché il Papa si è lasciato «ferire» dalla realtà, dal racconto vivo impastato di lacrime di quei testimoni della fede che hanno subito la persecuzione. Si è lasciato mettere in discussione, si è lasciato spiazzare dalle loro parole semplici e vere nelle quali era descritto il cuore del martirio dei cristiani che si conformano al «primo martire» Gesù e salgono il loro Calvario senza mai odiare. Francesco ha considerato semplicemente inadeguate le parole giù scritte di fronte alla circostanza, al momento, all’accadere di quella comunicazione così autentica. E ha deciso, altrettanto semplicemente, di reagire lasciando fluire dal cuore «ferito» la sua risposta.

Ha parlato della necessità di ricordare sempre la fede «degli antenati», di chi ci ha preceduto, di chi ha sofferto. Per relativizzare – ecco il sano relativismo cristiano – tanti problemi, tante piccole e grandi beghe, tante rivendicazioni di bottega, tante questioni autoreferenziali che assillano il corpo ecclesiale. Di fronte a quella sofferenza e a quella fede semplice e vera testimoniata, molto dell’affanno quotidiano di tanti nella Chiesa appare semplicemente ridicolo, anzi «mondano», come ha detto Francesco.

Il Papa ha aggiunto: «Vorrei dirvi che questa è stata una storia di crudeltà, che oggi in questa guerra mondiale vediamo tante, tante crudeltà! Fate sempre il contrario della crudeltà. Abbiate atteggiamenti di tenerezza, di fratellanza, di perdono, e portate la croce di Gesù Cristo. La Chiesa, la santa Madre Chiesa vi vuole così: piccoli, piccoli martiri davanti a questi martiri, piccoli testimoni della croce di Gesù». È un’indicazione a non rispondere con la vendetta, e a non mostrare i muscoli, ma a seguire la via del «primo martire». È l’invito a non strumentalizzare mai le persecuzioni dei cristiani per fini ideologici, a non cadere del «persecuzionismo», a rivestirsi degli stessi sentimenti di Cristo.

Ma la decisione del Papa di lasciarsi «ferire» e mettere in discussione dalla realtà contiene un’indicazione che va al di là dell’esempio specifico dei perseguitati e dei martiri. Un’indicazione per tutti, che potrebbero far propria ad esempio quei vescovi e quei preti che invece di lasciarsi «ferire» e mettere in discussione dalla testimonianza del Papa e dal suo modo di essere vicino alle persone, si preoccupano di ribadire le loro preoccupazioni sulla gente che non li segue, oppure di far rientrare tutto nelle loro pre-comprensioni. Riportando sempre ogni cosa, ogni provocazione, ogni realtà spiazzante, ai propri schemi predefiniti. Perché tutto continui come prima. Magari in attesa che l’«anomalia» rappresentata da una parola o da un esempio del Papa, come da ogni altra provocazione che arriva dalla realtà, passi senza lasciare traccia. Scorra via senza lasciare un segno. E tutto possa al più presto tornare come prima, nel guscio delle piccole certezze acquisite, dietro la rassicurante corteccia delle frasi fatte sulla pastorale, sull’evangelizzazione, sui valori, sul mondo.

Dimenticando che anche Gesù si è lasciato commuovere fin nelle viscere, si è lasciato «ferire» dalla realtà, si è lasciato strappare miracoli. Ha saputo dire «donna, non piangere», ha saputo abbracciare, perdonare, effondere misericordia. Ha pianto. Perché era un Dio con il cuore di carne, che ai drammi umani non rispondeva con la fredda elencazione delle perfette dottrine dei dottori della legge, con la ripetitività delle formule o l’algida geometria degli schemi pastorali che ancora oggi, nella Chiesa, creano tanta auto-occupazione e fanno sì che il Verbo, invece di farsi carne, si faccia troppo spesso soltanto carta.

Thursday 04 June 2015

Quando i neocon sono toccati sul vivo…

Nel libro «Papa Francesco: Questa economia uccide» (Piemme), scritto con Giacomo Galeazzi, abbiamo cercato di presentare e allineare in modo sistematico le parole di Papa Bergoglio in materia sociale ed economica, tentando anche di contestualizzarle e di farle discutere. Abbiamo dato uno spazio amplissimo alle critiche, pubblicando quasi integralmente un lungo e argomentato articolo di Michael Novak, e sull’argomento abbiamo dato voce, attraverso due lunghe interviste, a Ettore Gotti Tedeschi e a Stefano Zamagni. Come si ricorderà, come conclusione del libro, viene pubblicata un’intervista con Francesco interamente focalizzata su questi temi.

Ora, c’era da aspettarselo che il libro suscitasse un dibattito e anche delle reazioni critiche: in questi ultimi mesi abbiamo partecipato a tante presentazioni, molte volte in presenza di esperti o di docenti di economia. E c’era anche da aspettarsi la reazione stizzita di quanti, anche in casa cattolica, sono i portabandiera del «pensiero unico» o meglio del «dogma» che predica il matrimonio (indissolubile, ça va sans dire) tra il modo con cui certi intellettuali concepiscono l’economia liberista e il cattolicesimo. Parlo di «dogma» con cognizione di causa, perché chi osa soltanto mettere in discussione certe affermazioni fideistiche viene attaccato personalmente e in sostanza gli si dice: tu non hai diritto di parlare.

La riprova si può leggere in queste parole scritte dal signor Kishore Jayabalan, direttore dell’ufficio romano dell’Acton Institute (guidato dal sacerdote Robert Sirico), che prima di entrare in argomento sui temi del libro ha ritenuto di dover scrivere che noi… non avevamo titolo per scrivere il libro. Il signor Jayabalan ci tiene a far sapere di aver collaborato con il Pontificio consiglio per la Giustizia e la Pace, in particolare alla stesura del Compendio della dottrina sociale della Chiesa.

Recensendo il nostro libro, prima sulla rivista americana Crisis e poi con lo stesso articolo tradotto in italiano sul sito dell’Acton Institute, Jayabalan così comincia:

«Andrea Tornielli e Giacomo Galeazzi sono due famosi vaticanisti. Sono “Vatican Insiders” nel senso che sono esperti della gestione di fonti anonime (a volte nel caso delle votazioni in corso durante un Conclave, pratica espressamente vietata dal diritto ecclesiastico), facendo filtrare storie compromettenti e altre attività scellerate che sono diventate una prassi standard del cosiddetto quarto potere. Significa anche che sono molto abili nel difendere i loro “protettori” contro tutte le domande impertinenti sulla rettitudine o la competenza».

A queste prime frasi, sono linkati due articoli, che evidentemente l’autore considera «prove» della nostra colpevolezza: il primo è tratto dalla rivista «Formiche» e vi si riporta uno stralcio di un altro articolo di Giacomo Galeazzi nel quale si dice che la candidatura di Bergoglio è emersa fin dall’inizio delle votazioni. Jayabalan considera questa informazione come un vulnus, un attentato al segreto del conclave: sapendo poco o nulla di giornalismo e ricordandosi del suo ruolo di consulente vaticano, afferma che scrivere di queste cose e per di più usando fonti anonime è «pratica espressamente vietata dal diritto ecclesiastico» (evidentemente le fonti anonime sono rispettabili soltanto quando vengono usate contro Papa Francesco).

Ma Jayabalan risulta ancora più esilarante quando scrive che io e Galeazzi facciamo «filtrare storie compromettenti e altre attività scellerate», mettendo come link un articolo a firma di Fittipaldi pubblicato sull’Espresso. Ora, è comprensibile che all’Acton Insistitue abbiano le idee un po’ confuse quando si parla di lingua italiana, ma che c’entriamo noi con un articolo pubblicato da un altro collega su un’altra testata? Mi sfugge poi il significato di questa frase: «Sono molto abili nel difendere i loro “protettori” contro tutte le domande impertinenti sulla rettitudine o la competenza», oggettivamente confusa, che viene peraltro dopo una citazione sbagliata (a proposito di competenza: il consulente di Giustizia e Pace Jayabalan non ne dimostra molta linkando a nostro carico un articolo scritto da altri).

Il culmine del ridicolo però Jayabalan lo raggiunge quando aggiunge:

«Non sto affatto suggerendo che Papa Francesco sia uno dei protettori di Tornielli e Galeazzi, ma quando ho iniziato a leggere Papa Francesco. Questa economia uccide (2015 – Edizioni Piemme) ho cominciato a chiedermi perché due giornalisti italiani avranno deciso di scrivere un libro in difesa delle dichiarazioni in materia economica fatte da un papa argentino contro i conservatori americani che lo criticavano. Che cosa ci guadagnano in questa battaglia? Oppure, come direbbe lo stesso papa, chi sono loro per giudicare?».

Signor Jayabalan, comincerei col risponderle che non abbiamo scritto un libro per «difendere» Papa Francesco da accuse e analisi così rozze e così interessante – come quella di essere «marxista» – che fanno semplicemente ridere. Abbiamo scritto un libro dando voce – e ampio spazio – a quelle critiche, intervistando persone di sensibilità diverse, e soprattutto raccogliendo e contestualizzando gli interventi di Francesco. Jayabalan evidentemente non concepisce che due giornalisti possano scrivere un libro per informare e per far riflettere. Non abbiamo difeso qualcuno, né abbiamo cercato di «spiegare» ciò che il Papa ha detto e scritto (non c’era peraltro alcun bisogno di spiegazioni e comunque noi non abbiamo alcun titolo per fare gli «esegeti» né di questo Pontefice né dei suoi predecessori). Non partecipiamo dunque ad alcuna «battaglia» e prima di scrivere ogni giorno i nostri articoli e i nostri libri non ci chiediamo «che cosa ci guadagnamo?» (cosa che forse è abituato a fare Jayabalan con i suoi interventi sul sito di Acton Institute). Cerchiamo notizie, le verifichiamo, le pubblichiamo. Sbagliamo? Certamente, non siamo infallibili come le think tank neocon o come l’Acton Institute, che in materia economica pronunciano «dogmi» indiscutibili e irreformabili, secondo i quali viviamo nel migliore dei sistemi possibili, il problema della povertà si risolve da solo permettendo ai ricchi di diventare sempre più ricchi, bisogna abbattere il welfare e lasciare l’assoluta autonomia ai mercati finanziari che già ci governano, etc. etc.

Infine, ecco la frecciata che rivela per bene l’atteggiamento di Kishore Jayabalan: «Come direbbe lo stesso papa, chi sono loro per giudicare?». Vale a dire: come si permettono Tornielli e Galeazzi di scrivere su questo? Che titoli hanno per farlo? Non sanno che solo noi siamo titolati a propagare il «pensiero unico» sull’economia di stampo cattolico?

Ecco, la prossima volta che scriverò un libro (con o senza Galeazzi), prima di farlo chiederò il permesso all’Acton Institute, dove si predicano l’assoluta libertà dei mercati e la bellezza della globalizzazione, ma alla libertà di stampa e di opinione si reagisce non con argomenti, ma con attacchi personali (e citazioni sbagliate) arrivando a dire: voi dovete stare zitti!

Scherzi a parte, credo che questa reazione stia a indicare che davvero con il suo magistero sociale Papa Francesco abbia colto nel segno, come dimostrano anche tante reazioni preoccupate (è la dottrina della guerra preventiva) alla prossima enciclica papale sulla custodia del creato.

Tuesday 02 June 2015

La lezione del fratello di Corazon

Non ho mai apprezzato il fatto che ai parenti stretti della vittima appena uccisa si faccia la domanda se perdonano l’assassino. Bisogna avere rispetto per le persone e per le situazioni. E ci sono situazioni nelle quali il perdono è l’ultima cosa che viene in mente, anche per chi ha fede. Proprio per questo spiccano le parole e la testimonianza del fratello di Corazón “Corina” Abordo, la madre filippina falciata qualche giorno fa dall’auto guidata dal giovane rom nelle vie del quartiere Boccea.

Sono parole che spiccano per la naturalezza con cui sono state pronunciate, per la grande fede che lasciano trasparire, per l’insegnamento che ci arriva. «Il nostro cuore è troppo spezzato. Io posso perdonare perché Dio perdona…». Certo, chiede giustizia il fratello di Corazón, ma dice di poter perdonare chi gli ha assassinato la sorella. E a chi gli chiede conto, durante la veglia in piazza del Campidoglio, del razzismo contenuto in certi messaggi riguardanti i rom, il fratello della vittima dice: «Non c’è più rabbia, né odio. Anche loro sono umani».

Una grande e semplice lezione di cristianesimo sul modo di guardare e trattare gli immigrati che ci arriva da un immigrato ormai da lungo tempo diventato cittadino italiano. Non era tenuto a dire queste parole, tutti avremmo capito se avesse usato altri toni e altri argomenti, quei toni e quegli argomenti che suonano barbari in bocca a politici in cerca di visibilità e di voti, ma che si giustificano in chi ha perso un familiare in un modo così insensato. Proprio per questo la semplice testimonianza del fratello di Corazón è una boccata d’ossigeno.

Thursday 28 May 2015

Il primo anno del Califfato islamico

Nel luglio 2014 nasceva in Irak l’Isis (Stato islamico di Siria e Irak) che ben presto si è definito Is (Stato islamico) con ambizioni di diffusione a livello mondiale, come infatti sta avvenendo. Nell’Occidente cristiano, specie nell’Unione Europea compresa la nostra Italia, si è letto la presenza dell’Is solo come la “guerra santa dell’islam contro i cristiani”. Ma c’è anche un’altra lettura più realistica: l’Is (o Califfato) è il tentativo disperato di portare i popoli islamici alla rinascita dalla decadenza attuale, ritornando alle radici dell’islam come vissuto da Maometto e dai primi Califfi (cioè successori di Maometto). Il sicuro fallimento di questo progetto sta portando a guerre intestine tra fazioni e popoli islamici, imponendo le uniche soluzioni logiche per salvare i valori dell’islam e permettere ai popoli islamici di entrare nel mondo moderno: leggere il Corano in modo critico, accettare la separazione fra islam e politica e la Carta dei diritti dell’uomo (e della donna) proclamata dall’Onu nel 1948, che i paesi a maggioranza islamica ancora non hanno accettato, ecc. L’Is è anzitutto un conflitto interno fra musulmani, non una guerra contro l’Occidente, anche se i cristiani ne sono le vittime.

Perché “sicuro fallimento” del Califfato? Anzitutto perché oggi nessun musulmano vorrebbe vivere in uno Stato islamico. L’Is si impone solo con la violenza e chi è costretto a viverci dentro, appena può scappa. Inoltre è visibile a tutti che non c’è alcun paese islamico, che possa rappresentare un modello di paese in cui si vorrebbe vivere. Il confronto fra paesi cristiani e paesi islamici è umiliante per questi ultimi: in politica, libertà, cultura, giustizia sociale, istruzione, rapporto uomo-donna, solidarietà con gli ultimi e i poveri, ecc. i cristiani hanno creato paesi molto più vivibili che non i paesi islamici. Anche nei paesi ricchissimi per il petrolio, la minoranza che ha in mano le ricchezze petrolifere non è interessata ad uno sviluppo umano integrale del suo popolo. Nel 2004 l’ho visto in Brunei, il Sultanato islamico nel Borneo (grande come la Liguria) dove il Pime ha lavorato nel 1856-1862 (poi Propaganda Fide ci ha mandati ad Hong Kong): spese pazze del Sultano e delle classi dirigenti e migliaia di lavoratori stranieri in gran parte anch’essi musulmani (indonesiani, bengalesi, malaysiani) che dicevano: “Qui siamo trattati quasi come schiavi e nei nostri paesi i poveri sono aiutati dai cristiani, non da questi ricchissimi musulmani”.

Il Bangladesh è un paese quasi totalmente islamico, con un popolo finora tollerante anche verso la piccola minoranza cristiana. Oggi non è più così. Padre Franco Cagnasso (già superiore generale del Pime, tornato in missione nel 2001) ha pubblicato su “Missionline” (20 marzo 2015) una breve testimonianza intitolata “Odio”, nella quale lamenta la continua lotta fratricida tra le varie fazioni politiche e religiose che rovinano l’economia e la stabilità politica del paese: “I commenti alla situazione politica del Bangladesh si fanno sempre più scoraggiati e laconici. Non si sa più che dire, e non si può neppur più ripetere che “così non si va avanti a lungo” perché ormai si va avanti da 2 mesi esatti (5 gennaio – 5 marzo) e non ci sono cenni che la faccenda si risolva. Fra le poche osservazioni che ho raccolto, ecco quella di un medico di Dhaka: “Apparentemente stiamo attraversando una delle molte, abituali fasi di crisi a cui il Bangladesh è abituato. Ma c’è qualcosa di diverso, questa volta la lotta è diventata più cattiva, si sta seminando odio a piene mani. Nei villaggi, ma anche in città, la lotta politica non distruggeva i rapporti umani, a volte anche di amicizia fra membri di partiti avversari. Ora però le bottiglie incendiarie che rovinano la gente vanno ben oltre le scazzottature cui eravamo abituati. Il tessuto sociale si sta sfilacciando, e chissà come si potrà ricostruire”.

L’odio religioso fra sunniti e sciiti porta alla ribalta le due potenze islamiche dell’Arabia Saudita e dell’Iran, sempre più coinvolte nella lotta fra le varie fazioni politiche e religiose da loro dipendenti. Così avviene in Yemen con l’intervento militare dell’Arabia Saudita e anche in Bahrein dove la rivolta degli sciiti è stata schiacciata dall’esercito Saudita, in Libano dove gli Hezbollah sono un braccio militare degli sciiti libanesi, in Siria fra alauiti e sunniti, in Irak dove gli sciiti sono più numerosi, ma i sunniti hanno sempre avuto il potere politico e adesso lo stanno perdendo, ecc. ,

Il 15 maggio scorso (vedi AsiaNews) il fondatore del Califfato Al Baghdadi ha dichiarato che l’islam “è una religione della guerra” ed ha chiesto a “ogni musulmano di ogni luogo di attuare la hijrah (emigrazione) verso lo Stato islamico o di combattere nel proprio Paese, ovunque esso sia” e di attuare la “guerra santa” (jihad) per passare da un islam di pace a uno di guerra, imitando Maometto e la sua Egira (nel 622 d.C.), perché “l’islam non è mai stato una religione della pace. L’islam è una religione della lotta”. L’Egira segna l’inizio dell’era islamica, quando Maometto, capo religioso, diventa capo militare, converte le tribù arabiche all’islam e inizia le guerre di conquista che estendono le terre e i popoli dell’islam portandolo al tempo del suo massimo splendore.

Di fronte a situazioni come queste, noi cristiani cosa possiamo fare? Tre cose:

1) Anzitutto escludere nei confronti dell’islam e dei musulmani ogni atteggiamento bellico; un conto è difendere un paese o un popolo da un ingiusto aggressore, un altro è pensare che le guerre dell’Occidente (come quelle in Irak, in Afghanistan, in Libia) possano risolvere il problema dell’islam salafita, cioè estremista. La guerra la vincerebbero sicuramente i musulmani, per il solo fatto che loro sono popoli giovani, noi siamo popoli vecchi!

2) Papa Francesco, parlando nel gennaio scorso al Pisai (Pontificio Istituto di Studi arabi e d’islamistica), ha detto: “Mai come ora” si avverte la necessità del dialogo con i musulmani, “perché l’antidoto più efficace contro ogni forma di violenza è l’educazione alla scoperta e all’accettazione della differenza come ricchezza e fecondità”. Ciò richiede un atteggiamento di “ascolto” per essere capaci di capire i valori dei quali l’altro è portatore e di conseguenza “un’adeguata formazione affinché, saldi nella propria identità, si possa crescere nella conoscenza reciproca”; ma esige anche di “non cadere nei lacci di un sincretismo conciliante e, alla fine, vuoto e foriero di un totalitarismo senza valori”. E’ il cosiddetto “dialogo della vita”, cioè l’incontro fraterno fra popoli islamici e cristiani, che ha come motivazione fondamentale non la politica o l’economia, ma la religione.

3) Per incontrare e dialogare con l’islam l’Europa deve capire che l’islam ci stimola a ritornare alle nostre radici cristiane, non solo, ma ad una vita cristiana, La nostra società, tutta tesa al progresso economico-scientifico-tecnico e all’avere sempre di più, è cieca di fronte ai fatti culturali e religiosi: tutto è ricondotto all’economia, alla scienza-tecnica e alla politica, della religione non si parla quasi mai! Oggi questi popoli profondamente religiosi sia pure in un modo condannabile (perché hanno un concetto di Dio opposto al nostro, che “Dio è Amore”) ci richiamano alla realtà. Ci vedono come popoli praticamente atei, popoli senz’anima da riportare a Dio anche con la violenza. Giovanni XXIII, il “Papa Buono” di Sotto il Monte, nell’enciclica “Mater et Magistra” (nn. 47 e 69) va alla radice della nostra crisi di civiltà con parole molto dure per lui, che era conosciuto come “il Papa buono”: “L’aspetto più sinistramente tipico dell’epoca moderna – scrive – sta nell’assurdo di voler ricomporre un ordine temporale solido e fecondo prescindendo da Dio, unico fondamento nel quale soltanto può reggersi; e di voler celebrare la grandezza dell’uomo disseccando la fonte da cui quella grandezza scaturisce e della quale si alimenta”. Il primo ministro inglese Tony Blair, parlando al Parlamento europeo all’inizio degli anni 2000 ha detto: “L’Occidente deve difendere i nostri valori….Abbiamo creato una civiltà senz’anima, dove ritrovare quest’anima se non tornando al Vangelo che ha fatto grande l’Occidente?”.

Piero Gheddo

28 maggio 2015

Thursday 21 May 2015

Un vescovo di fronte al peccatore

A proposito dell’Anno Santo della misericordia, e a proposito della preoccupazione che muove alcuni nella Chiesa sui possibili rischi di «buonismo» e di «lassismo», come pure dell’atteggiamento di coloro che dai pulpiti telematici si dedicano al «giudizio permanente effettivo» attaccando a destra e a manca fratelli nella fede, diversamente credenti o non credenti.

Può essere di qualche utilità l’atteggiamento dimostrato da un vescovo assai noto qualche tempo fa. Un vescovo che nell’attuale dibattito dei tanti Sant’Uffizi virtuali, quei circoli e dei circoletti auto-eccitati in vista del prossimo Sinodo sulla famiglia, passerebbe per essere un pericoloso progressista.

Ecco le sue parole, rivolte a Dio: «Soprattutto concedimi la grazia di condividere con intima comunione il dolore dei peccatori: questa è la virtù più alta (…) Ogni volta che si tratti del peccato di uno che è caduto, concedimi di provarne compassione, di non rimproverarlo altezzosamente, ma di gemere e di piangere con lui, così che, mentre soffro per un altro, io pianga su me stesso, dicendo “Tamar è più giusta di me”».

Questo vescovo (che oggi, verrebbe detto da alcuni, parlava troppo di misericordia) risponde al nome di Ambrogio. È stato pastore di Milano, è santo ed è uno dei Padri della Chiesa. (De paenitentia, II, 73).

Tuesday 05 May 2015

Fame, la grande domanda

Questo Blog sulla fame nel mondo è stato pubblicato dal mensile di Avvenire “I luoghi dell’Infinito” del 5 maggio, dedicato all’EXPO 2015. L’ho ripreso come uno dei miei Blog perché penso interessi anche ai miei lettori. Piero Gheddo.

Perché 800 e più interessi milioni di uomini soffrono la fame? E’ la grande domanda che molti si fanno, ma non c’è una risposta semplice e univoca. Nei miei numerosi viaggi in paesi extra-europei ho visto quanto è difficile risolvere questa tragedia. Nel 1969 a Moroto, capitale della regione dei Karimojon nel nord dell’Uganda, nella vasta area cintata dei Comboniani si erano rifugiati più di mille indigeni, seduti per terra in attesa di avere acqua e cibo. Un anno di siccità e quasi senza raccolto, li avevano portati a soffrire fame e sete. I pozzi della missione davano acqua e le riserve di mais e grano permettevano di sfamarli. Centinaia di uomini, donne e bambini scheletriti e sconvolti da dolori atroci, fino a non aver quasi più aspetto di persone umane. Ho pensato a Gesù crocifisso. Tutti quei miei fratelli e sorelle, quei bambini per i quali le mamme non avevano più latte, erano crocifissi e io mi sentivo impotente, quasi colpevole. Ricordo indimenticabile, vista anche in India, Bangladesh, Somalia, Namibia, Mozambico, Burkina Faso…. Pregavo e mi chiedevo: Perché, o Signore?

Due le cause del sottosviluppo africano:.

1) L’arretratezza dell’agricoltura e la corruzione delle elites locali. I paesi poveri non producono abbastanza cibo. Il senegalese Jacques Diouf, segretario della Fao, nel 2008 affermava: “Servono circa 44 miliardi di dollari l’anno per sconfiggere la fame”. Ma poco prima avevo intervistato a Ouagadougou (capitale del Burkina Faso) l’arcivescovo card. Paul Zoungrana che diceva: “I soldi sono necessari, ma dati ad un popolo che non ha la mentalità e la capacità di produrre con tecniche nuove, non creano sviluppo ma corruzione”. Infatti, molti paesi africani hanno più del 50% di analfabeti, spendono il 2% del bilancio nazionale nell’agricoltura e il 20% nelle armi, ecc. In Africa sono aumentati gli abitanti (oltre un miliardo), ma in proporzione non la produzione agricola. Europa e Stati Uniti producono troppo cibo di base e le leggi limitano la produzione, ma l’Africa nera produce troppo poco cibo. I due motori dello sviluppo sono l’agricoltura e l’educazione.

Da mezzo secolo visito le missioni, il ritornello che spesso sento ripetere da missionari e volontari italiani tra i contadini meno istruiti è questo: “Qui si produce troppo poco per mantenere un paese la cui popolazione aumenta rapidamente”. Il rapporto annuale della FAO del 2001 scriveva che l’Africa nera importa circa il 30% del cibo di base che consuma (riso, grano, mais). Ecco la mia significativa esperienza: a Vercelli produciamo 80 quintali di riso all’ettaro (in Sardegna di più perché c’è più sole), nell’agricoltura africana a sud del Sahara (escluso il Sud Africa e in passato lo Zimbabwe) 5 quintali! La differenza tra 80 e 5 è l’abisso che c’è tra ricchi e poveri del mondo. E la minor produzione non è data dalla mancanza di macchine, ma dalla poca istruzione del contadino. Le campagne africane sono un cimitero di trattori che non funzionano, di pozzi da cui non si sa più tirar su l’acqua, di “progetti” fatti dall’Occidente, che i locali non hanno imparato a mantenere.

2) Le responsabilità dell’Occidente cristiano, storiche e attuali, sono certamente tante. Lo sviluppo dell’Europa viene da Gesù Cristo e dal Vangelo che hanno cambiato il cammino dell’uomo, con il precetto dell’amore al prossimo e del perdono e tanti valori nuovi: il monoteismo, la monogamia, tutti gli uomini creati ad immagine di Dio e la natura a servizio dell’uomo, i Dieci Comandamenti e la Beatitudini del Vangelo, la certezza che dopo la morte ci attende il giudizio di Dio e il Paradiso, ecc. Molti dicono che lo sviluppo viene invece dall’Illuminismo, ma l’ipotesi è ridicola. L’Europa era molto più avanti degli altri continenti già nel Medio Evo e poi nei secoli seguenti: i cristiani hanno colonizzato gli altri continenti e non viceversa. La colonizzazione ha aperto i popoli al mondo moderno, ma era fatta non per sviluppare i popoli, ma per arricchire l’Occidente.

La radice del sottosviluppo è storico-culturale-religiosa, prima che economica e tecnica. Nel Congresso di Berlino (1884-1885), le potenze europee si spartivano il continente nero. I popoli dell’Africa nera (senza lingue scritte), vivevano più o meno in un’epoca preistorica. Il ritardo storico è evidente e non è possibile che popoli interi (non le loro élites) abbiano potuto, in cento anni, cambiare radicalmente le loro culture e religioni e introdursi nel mondo moderno! Ecco la radicale colpa storica dell’Occidente! Luci e ombre che conosciamo. Lo schiavismo, con decine di milioni di africani portati nelle Americhe per lavorare da schiavi; la scarsa istruzione data ai locali: quasi ovunque in Africa le scuole (specialmente superiori) erano quelle dei missionari cattolici e protestanti. Quasi tutti i capi politici dell’Africa nera che hanno ottenuto l’indipendenza venivano dalle scuole missionarie!

Ma anche dopo l’indipendenza negli anni sessanta, ancor oggi, l’Occidente continua a sfruttare quei popoli con un sistema economico ingiusto: prezzi delle materie prime che penalizzano le risorse dei poveri, corruzione delle classi dirigenti africane favorita dall’Occidente; la vendita di armi; il “land grabbing”, acquisto di terreni agricoli africani da parte dei paesi ricchi per produrre cibo che viene esportato; il disboscamento delle foreste africane, la rapina di oro, diamanti, metalli preziosi, ecc. Perché “rapina”? Perché privano l’Africa di queste ricchezze e poi i dollari, lo sanno tutti, vengono divorati dalla corruzione delle classi dirigenti. All’inizio del 2000, la Nigeria aveva un debito esterno di 92 miliardi di dollari, ma i depositi delle élites nigeriane nelle banche occidentali era di circa 130 miliardi!

L’Occidente materialista non capisce l’Africa, perchè ignora i fattori culturali, educativi, religiosi dei popoli, che danno all’uomo la sua identità, il senso di appartenenza, le motivazioni per vivere e agire. Non mi è possibile entrare nei particolari, ma chi vive e lavora in Africa (come i missionari che danno la vita per i loro popoli) ritengono che le cause storico-culturali- religiose sono fondamentali per spiegare il mancato o il troppo lento sviluppo dell’Africa nera. Ma la culture europea le ignora o le considera ininfluenti . C’è un abisso fra cosa pensiamo noi europei degli africani, delle loro culture e religioni, e le realtà dell’Africa.

3) Quali sono le nostre responsabilità attuali verso i fratelli africani? Cosa fare? Due punti:

a) La ferma convinzione che il maggior dono che possiamo fare all’Africa è l’annunzio di Cristo e del Vangelo. Nella “Redemptoris Missio” di Giovanni Paolo II (1990, l’ultima enciclica missionaria) si legge (n. 59): “Lo sviluppo dell’uomo viene da Dio, dal modello di Gesù uomo-Dio e deve portare a Dio. Ecco perché tra annunzio evangelico e promozione dell’uomo c’è una stretta connessione”. Alla radice del sottosviluppo ci sono mentalità, culture e religioni fondate su visioni inadeguate di Dio, dell’uomo e della donna, del creato. La santa Madre Teresa di Calcutta diceva: “La più grande disgrazia dell’India è di non conoscere Gesù Cristo”.

Nella “R.M.” si legge: “Il Vangelo è il primo contributo che la Chiesa può dare allo sviluppo dei popoli ….E’ l’uomo il protagonista dello sviluppo, non il denaro o la tecnica. La Chiesa educa le coscienze rivelando ai popoli quel Dio che non conoscono… il dovere di impegnarsi per lo sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini” (R.M. 58). Questa la realtà: fra i popoli arretrati: i cristiani, a parità di condizioni, si sviluppano prima e meglio di altri. Il cristiano ha questo ideale: non essere egoista ma altruista, imitare Gesù Cristo e i missionari che danno la vita per gli altri. Padre Giuseppe Fumagalli del Pime, dal 1968 nella tribù dei Felupe in Guinea-Bissau, mi diceva: “Sono i cristiani che pensano al bene pubblico e non solo della propria famiglia e tribù: parlano di pace e portano la pace, tengono apèrte le strade in modo che la nostra auto-ambulanza possa andare in tutti i villaggi, combattono contro i capi-villaggio e gli anziani corrotti, danno l’esempio di famiglie monogamiche e di figli educati bene, accettano per primi le nuove tecniche dell’agricoltura,ecc.

b) Cosa posso fare per aiutare i poveri? Giovanni Paolo II risponde: “Contro la fame cambia la vita” (R.M. 59). Per essere fratello dei poveri, devo cambiare il mio “stile di vita”, secondo il comando di Gesù: “Il vostro superfluo datelo ai poveri” (Luc. 11,41). “Chi ha più ricevuto deve dare di più” diceva l’industriale Marcello Candia che ha venduto le sue fabbriche a Milano andando in Amazzonia a spendere la sua vita e i suoi capitali per i poveri.

Il cristiano deve testimoniare un “modello di sviluppo” alternativo. Cambiare la convinzione che sviluppo è uguale alla continua crescita economica e ricerca di un benessere più opulento, mentre è dare a tutti gli uomini il necessario alla vita. Ecco l’impegno politico del cristiano, convinto che Gesù e il suo Vangelo indicano l’ideale di una umanità nuova secondo le volontà di Dio e che la “Dottrina sociale della Chiesa” traduce al meglio cosa dicono il Vangelo e la Tradizione cristiana riguardo ai problemi dell’uomo. Però non bastano soldi e macchine, leggi e giustizia internazionale, ci vogliono persone, perché lo sviluppo è problema di educazione, di formazione delle mentalità, di evoluzione delle culture, di condivisione. Il nostro modello attuale è materialista, volto all’avere sempre di più, al migliorare il nostro livello di vita e di consumi. Impossibile, con questo ideale, essere fratelli dei poveri. Un giovane che crede in Cristo deve interrogarsi su cosa può fare nella vita. Se Dio ti chiama a dare tutto te stesso agli altri, specialmente ai più poveri e abbandonati, non dirgli di no: sappi che è bello fare il prete o la suora, perchè il Signore Gesù ti chiede sacrifici e rinunzie, ma ti dà il cento per uno di gioia e di realizzazione personale, già in questa vita e poi nella vita eterna in Paradiso.

Piero Gheddo

Saturday 25 October 2014

Sinodo, un colpo di mano che non è riuscito

"Il sismografo" (http://ilsismografo.blogspot.it/) in questi giorni si sta rivolgendo a diversi colleghi vaticanisti per chiedere un loro ulteriore contributo di analisi e commento in merito all'importante Assemblea straordinaria sinodale dedicata alla famiglia.

Angela Ambrogetti, Responsabile di Korazym, vaticanista e scrittrice, ci ha offerto la sua riflessione in risposta a questa domanda:

Senza entrare in complessi approfondimenti, quale la caratteristica o riflessione che più ti ha colpito o che ritiene di notevole rilevanza di questo Sinodo?

"Un colpo di mano che non è riuscito. Lo definirei così il Sinodo straordinario sulla famiglia che si è appena concluso. Ma anche l’occasione per alcuni episcopati di mostrare la loro fedeltà al Vangelo e la voglia di emancipazione da un “centro” che non è Roma, ma qualcuno che vorrebbe colonizzarla.

Tuesday 21 October 2014

Un sinodo ancora da capire

Strano questo Sinodo straordinario appena concluso. Una formula che era stata abbandonata nel 1985. Due settimane sono poche per ragionare, e i presidenti delle Conferenze episcopali non sempre sono i più adatti a discutere. Sono abituati a mediare più che a portare idee. Molti dei sinodali è chiaro che un sinodo non lo avevano mai seguito. Ed è stato evidente che un gruppetto lo voleva guidare senza lasciare spazio alle alternative. Cominciamo dalla poca trasparenza. Scegliere di non pubblicare i singoli interventi ha messo in difficoltà parecchi vescovi. Perché i loro fedeli volevano sapere e seguire lo sviluppo del dibattito e soprattutto chi aveva detto cosa. Cosa che del resto si era saputa per decenni. Il Bollettino del Sinodo è base e fonte per la storia della Chiesa. Di questo sinodo invece avremo solo testimonianze di coppie ( ne sentiamo già molte nelle Giornata per la Famiglia) e omelie. Sulla Relatio dopo la discussione c’è poi ancora molto da capire. Lo stesso relatore del Sinodo il cardinale ungherese Erdő ne ha preso le distanze. Il Papa gli ha messo al fianco degli altri collaboratori. Una Relazione che è stata di fatto disconosciuta dai Circoli Minori. In molti all’uscita dei lavori dicevano: “ ma noi non abbiamo detto quelle cose!”

Tuesday 07 October 2014

Sinodo: non giudizio ma verità

La notizia di oggi è che il 20 ottobre il Papa ha deciso che al concistoro si parli di Medio Oriente. Sarà un modo per comunicare ai cardinali i risultati dell’incontro con i nunzi che si è svolto la settimana scorsa. Martedi mattina, secondo quello che riporta l’ Osservatore Romano, si è parlato anche della violenza. “Così è stato messo in risalto come i terroristi di Boko Haram non hanno nulla a che vedere con la visione che in Nigeria, anche da parte dei musulmani stessi, si ha del valore della famiglia. Mentre a Baghdad, è stato reso noto, nonostante tutti i problemi, oltre 1.500 bambini sono accompagnati dai genitori, ogni venerdì, al corso di catechismo: è stata così anche rimarcata la testimonianza di fede e di unità delle famiglie cristiane rimaste in Iraq. Accompagnata pure dall’auspicio che venga sempre rispettato il loro credo come un diritto fondamentale della persona e così non ci debba essere timore nel testimoniarlo. Un discorso simile è stato proposto, poi, a proposito dell’Iran, dove ci sono appena cinquemila cristiani a fronte di settantacinque milioni di musulmani che, è stato affermato, non appartengono al fondamentalismo dell’Is.”

Thursday 20 February 2014

Il progetto di Francesco. Dove vuole portare la Chiesa

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È in libreria “Il progetto di Francesco. Dove vuole portare la Chiesa”. Una conversazione di Víctor Manuel Fernández con Paolo Rodari, Collana «Vita di missione – Nuova serie», Editrice Missionaria Italiana, pp. 144, euro 10,90.

Fernández è rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina; è stato uno dei primi vescovi nominati da papa Francesco, elevato nel maggio 2013 alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, uno dei saggisti più letti in America latina in fatto di teologia e spiritualità, ha un rapporto di assoluta fiducia con il papa che vede in lui un valido consulente e collaboratore. Non a caso fu lui, nel 2007, alla V Conferenza dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida, ad aiutare l’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro papa.

Poche persone come Fernández, dunque, possono aiutare a capire chi sia Francesco e verso dove egli vuole che la Chiesa vada. Anzitutto, secondo il teologo argentino, Francesco chiede alla Chiesa un movimento: l’uscita. «Uscire da sé stessi», spiega Fernández, «una categoria-chiave per comprendere a fondo il pensiero e la proposta del papa, perché il Vangelo ha sempre la dinamica dell’esodo e del dono, dell’uscire da sé. È il contrario dell’autorefenzialità che egli tanto deplora». E ancora, su questa idea che è centrale nel magistero dell’attuale pontefice: «Tale uscita richiede di osare, fare il primo passo, non restare seduti sperando che la gente venga ai nostri incontri o ai nostri corsi, avere il coraggio di parlare di Gesù e della propria esperienza di fede a tutti e in ogni luogo. Il papa ci ricorda sempre che la comunità evangelizzatrice non si chiude, ma anzi accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione se necessario, e si fa carico della vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo».

È il programma rivoluzionario del Papa venuto da un Paese «quasi ai confini del mondo» che il teologo argentino declama in queste intense pagine: prima dei princìpi, viene l’annuncio del Vangelo, da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Non ci si può limitare ad annunciare i princìpi morali da seguire. Occorre parlare anzitutto della gioia del Vangelo e del fatto che il Suo annuncio è un annuncio di misericordia. Secondo Fernández l’intento del Papa è di scuotere la Chiesa, di farla uscire dal recinto dei suoi privilegi, oltre le logiche del carrierismo e delle divisioni per arrivare a tutti, specialmente agli ultimi, agli emarginati, a chi non ha nulla. È una Chiesa povera e per i poveri che vuole il Papa, la stessa Chiesa che voleva quando era cardinale a Buenos Aires.

Ecco di seguito la prefazione al libro, firmata da Paolo Rodari:

13 marzo 2013. Verso dove Francesco vuole portare la Chiesa? È la domanda che mi sono fatto nei primi giorni di pontificato di Jorge Mario Bergoglio. E dovendo, da cronista, raccontare il pontificato in corso, è la domanda che ho posto fin dalla chiusura del conclave a tutte le persone che per lavoro ho incontrato o sentito. «Voi sapete che il dovere del conclave era di dare un vescovo a Roma e sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo… ma siamo qui», ha detto papa Francesco, affacciandosi la sera dell’elezione alla loggia centrale della basilica vaticana. Mi sono chiesto: cosa significa avere un papa che viene dalla fine del mondo? Cosa porterà alla Chiesa? E, soprattutto, dove la porterà?

Giorni dopo l’elezione, ho chiamato un amico vescovo. Avevo intenzione di svolgere un’inchiesta fra i gesuiti e gli ho chiesto il suo parere sulle domande da porre e, in particolare, sul nuovo papa. Mi ha risposto: «Hai letto Il cielo e la terra, il libro che Bergoglio ha scritto con il rabbino Abraham Skorka? Per me sono stati illuminanti i capitoli in cui i due affrontano i temi cosiddetti eticamente sensibili, il matrimonio fra uomo e donna, l’aborto, l’eutanasia ecc. Leggendoli, mi sembra di aver capito che per Bergoglio prima dei princìpi e della loro difesa viene il kerygma, ovvero l’annuncio della buona notizia che è il Vangelo. Mi sembra che questo sia il tratto principale del nuovo papa: i princìpi esistono e non si negano, ma prima occorre annunciare che il Vangelo è amore, misericordia, abbraccio. Insistere troppo sui princìpi non serve e può essere controproducente».

19 settembre 2013. È mattina. Mi trovo a Firenze e squilla il telefono. Mi avvisano che sta per uscire una lunga intervista concessa dal papa a padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica. Mi faccio mandare il testo. Gli spunti sono innumerevoli, ma resto colpito più che altro da un passaggio. Il papa dice: «Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione». E ancora: «Gli insegnamenti, tanto dogmatici quanto morali, non sono tutti equivalenti. Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L’annuncio di tipo missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus. Dobbiamo quindi trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l’edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte, di perdere la freschezza e il profumo del Vangelo. La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. È da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali».

Sono parole per me illuminanti. Perché confermano che la prima intuizione suggeritami dall’amico vescovo sembra giusta: Francesco mostra di volere una Chiesa che abbraccia e che non esclude. E ritiene che insistere troppo, quasi ossessivamente, sui princìpi, sia una tattica non consonante con il messaggio evangelico. Beninteso, anche i suoi predecessori volevano una Chiesa siffatta. Ma in Francesco questa sottolineatura pare più accentuata.

21 ottobre 2013. Su Repubblica pubblico una pagina d’intervista a Víctor Manuel Fernández, rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina, una delle prime nomine episcopali di Francesco, elevato nel maggio 2013 alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, ha un rapporto di fiducia con il papa che vede in lui un valido consulente. Non a caso fu lui, nel 2007, alla V Conferenza dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida (San Paolo), ad aiutare Bergoglio a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro papa. Pochi come Fernández, dunque, possono aiutare a capire chi sia Francesco e verso dove egli vuole che la Chiesa vada. Così, a inizio ottobre, lo chiamo a Buenos Aires. Mi risponde una voce cordiale. Gli spiego il mio interesse per il papa, il desiderio di conoscere la sua figura in profondità, le caratteristiche della «sua» Chiesa. Acconsente a che gli invii alcune domande, senza però garantirmi che mi risponderà. Invece, dopo qualche giorno, mi risponde. Non elude nessuna domanda e a quella per me più importante, ovvero se a suo avviso si può dire che Francesco sia il papa che privilegia la misericordia ai princìpi, risponde così: «L’annuncio del cuore del Vangelo prima d’ogni altra cosa è una caratteristica importante di Francesco, ma è da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Il papa pensa che una Chiesa che vuole uscire da sé stessa e raggiungere tutti debba necessariamente adattare il suo modo di predicare. Soprattutto, egli applica un criterio proposto dal Concilio Vaticano II ma spesso dimenticato e trascurato: la “gerarchia delle verità”. Francesco ci invita a riconoscere che spesso i precetti della dottrina morale della Chiesa vengono proposti fuori dal contesto che dà loro significato. Il problema maggiore si ha quando il messaggio che la Chiesa annuncia si identifica soltanto con questi aspetti che tuttavia non manifestano per intero il cuore del messaggio di Gesù Cristo…». E ancora: «Ci deve essere una proporzione adeguata soprattutto nella frequenza con la quale alcuni argomenti o accenti vengono inseriti nella predicazione. Per esempio, se un parroco lungo l’anno liturgico parla dieci volte di morale sessuale e soltanto due o tre volte dell’amore fraterno o della giustizia, vi è una sproporzione. Ugualmente se parla spesso contro il matrimonio fra omosessuali e poco della bellezza del matrimonio. Oppure se parla più della legge che della grazia, più della Chiesa che di Gesù Cristo, più del papa che della parola di Dio».

L’intervista esce su Repubblica il 21 ottobre. L’occasione ci fa conoscere meglio e mi porta a fargli una seconda richiesta: perché non pubblichiamo insieme un libro-conversazione tutto dedicato a Francesco, o meglio al suo «programma»? Con mia grande gioia padre Fernández acconsente una seconda volta. Insieme decidiamo di usare l’esortazione apostolica Evangelii gaudium (EG) come base sulla quale lavorare, avendo ben presente che è stato lo stesso papa a dire che il documento ha un «senso programmatico». E il risultato, dopo il tempo trascorso assieme a Buenos Aires e un’intensa corrispondenza epistolare, sono le pagine di questo libro, un testo che spero risulti utile per chi vuole comprendere fino in fondo la sfida che il papa venuto «dalla fine del mondo» vuole porre alla Chiesa e, insieme, anche a chi è lontano da una vita di fede.

Evangelii gaudium è un programma di pontificato ampio e accurato. L’esortazione apostolica, infatti, firmata dal papa il 24 novembre 2013, festa di Cristo Re dell’universo, formalmente sarebbe dovuta essere «post-sinodale», ovvero semplicemente un approfondimento delle proposizioni che il Sinodo dei vescovi, svoltosi in Vaticano nel 2012 e dedicato alla nuova evangelizzazione, aveva prodotto. In realtà il documento volutamente non riporta la dizione «post-sinodale», proprio perché è, e vuol essere, molto di più, un testo appunto programmatico. E così, partendo da Evangelii gaudium, è stato per noi semplice ampliare l’orizzonte su un papa così sorprendente.

Evangelii gaudium, ovvero la gioia del Vangelo. Sembra essere questa, anzitutto, la direzione. Portare la Chiesa a prendere consapevolezza che il cristianesimo è gioia perché annuncia che Dio è con noi. Una delle azioni maggiormente richieste dal papa è la necessità di «uscire fuori». Uscire dalle proprie convinzioni, comodità, privilegi, idee, per portare il Vangelo di Cristo a tutti senza pregiudizi né preclusioni. Uscire, cambiare, dunque, ripensando daccapo l’intera vita di fede. Il papa non manca di indicare nello specifico alcune riforme e alcuni cambiamenti, esortando «tutti ad applicare con generosità e coraggio gli orientamenti di questo documento, senza divieti né paure». Non è più il tempo della ritrosia. Francesco vuole che tutti, a cominciare dai semplici fedeli, abbandonino «il comodo criterio del “si è fatto sempre così”». Dice: «Invito tutti ad essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità».

Questo libro, dunque, nasce anche dallo stupore per questo testo papale, una vera e propria enciclica, secondo quanto hanno scritto diversi osservatori. Stupore per un papa che decide di mettere per iscritto un programma esigente anche verso sé stesso e la propria persona: «Dal momento che sono chiamato a vivere quanto chiedo agli altri, devo anche pensare a una conversione del papato». Il cantiere che papa Francesco ha aperto con Evangelii gaudium è ampio e può far venire le vertigini. «Tuttavia – scrive Francesco – non c’è maggiore libertà che quella di lasciarci portare dallo Spirito, rinunciando a calcolare tutto, e permettere che Egli ci illumini, ci guidi, ci orienti, ci spinga dove Lui desidera».

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Saturday 15 February 2014

Padre Konrad, le braccia caritatevoli di Papa Francesco

“Tu sai cosa devi fare, hai bisogno di soldi?” E’ la frase che Konrad Krajewski, arcivescovo ed Elemosiniere di sua Santità, si sente ripetere spesso da papa Francesco. Si perché è lui che aiuta il Papa ad essere vicino a chi ha bisogno, con gesti che sembrano piccoli, ma che diventano immensi per chi li riceve. Padre Konrad come lo chiamano tutti, non vive in Vaticano, ma a Borgo Pio, in una casa “con la bandiera polacca”, dice. “Perché così posso essere più vicino alla gente”. Vuole essere chiamato così e il papa gli ha detto: a chi ti chiama eccellenza chiedi 5 euro di tassa per i poveri. Konrad che viene dalla diocesi di Łódź, lui che dal 1998 è stato a fianco di tre papi durante le liturgie, lui che da anni gira la notte per le vie di Roma per dare aiuto a chi ne ha bisogno. “Le mie braccia sono corte adesso, se le prolunghiamo con le tue braccia riesco a toccare i poveri di Roma e d’ Italia, io non posso uscire, tu sì” gli ha detto il papa alla sua nomina.

Wednesday 12 February 2014

Due Papi per una sola Chiesa

Diciamoci la verità, non avremmo mai pensato che la coabitazione funzionasse così bene. Anzi che potesse diventare un modello per il futuro. Quando in un giorno di brutto tempo a febbraio i media di tutto il mondo hanno iniziato a far girare la notizia del secolo, la rinuncia del Papa, l’idea stessa di avere due Papi in Vaticano sembrava roba da Apocalisse. Quel fulmine che colpiva la cupola di San Pietro immortalato da un fotografo fortunato, sembrava davvero l’inizio della fine del mondo secondo i canoni di certi B movies degli anni ’70. Fulmini e saette, l’attacco del Maligno e cose del genere. Qualcuno ha anche cavalcato quest’onda per sferrare l’ultimo colpo a Papa Benedetto XVI colpevole di non aver mai ceduto ai facili popolarismi e di aver sempre predicato la verità del Vangelo con gioiosa e ferma chiarezza. Ma il Vento dello Spirito soffia dove vuole e non segue le regole del meteo.

Wednesday 12 February 2014 09:08

La Quaresima della Chiesa

Quando pensiamo alla Quaresima i laici pensano ad una cosa lunga e triste, i cattolici ad un tempo forte della liturgica che si prepara alla luce della Pasqua. E in effetti quei poco più di quaranta giorni che lo scorso anno abbiamo vissuto tra l’ 11 febbraio, e il 13 marzo e poi fino a Pasqua, sono stati davvero una Quaresima. E in entrambi i sensi. Perché sono stati giorni lunghi, di ansia e di stupore, di attesa di incredulità. E in questo senso giorni di penitenza. Per la prima volta nella storia moderna, un pontefice decideva di rinunciare al governo della Chiesa Universale. Si certo, tutti gli addetti ai lavori sapevano che fin dai tempi di Paolo VI si parlava di come permettere al Papa di essere davvero libero da qualunque condizionamento, di poter esercitare il ministero petrino in pienezza e completezza e quindi di poter “lasciare” qualora non potesse essere in piena coscienza libero

Wednesday 27 November 2013

L'eutanasia ai minori: per la Chiesa un gesto di estrema inciviltà. Occorre riflettere.

Le parole sono forti e sono quelle di un prelato molto autorevole all'interno della Chiesa cattolica.

Mons. Sgreccia è presidente della fondazione Ut Vitam habeant nonchè presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita.

Il tema è uno di quelli che in questoi periodo sta suscitando acceso dibattito in ambito cattolico ed etico: quello dell'eutanasia...anzi, quello dell'eutanasia aperta alle persone minori di età.

«È un salto. Un salto abissale, sotto il livello di civiltà, di umanità». Queste le parole del prelato che commenta il primo sì del parlamento belga all'estensione dell'eutanasia ai minori. 

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Tuesday 05 November 2013

Così pregava Karol Wojtyla. Una lista di nomi (con allegati dossier), l’elenco dei collaboratori in vista, un Atlante sottomano per la “preghiera geografica”

Giovanni Paolo II aveva un segreto, la preghiera. Ore trascorse nel silenzio, in un dialogo nascosto con Dio dal quale traeva la forza per andare, con efficacia, incontro al mondo.

Della preghiera di Karol Wojtyla hanno scritto in tanti. Una testimonianza significativa in merito l’ha data il 4 novembre 2013 un sacerdote riservato e preparato, che ha avuto la possibilità di frequentare molto il Papa polacco durante i suoi ultimi anni di vita.

Si chiama Pawel Ptasznik. Oggi è il responsabile della sezione polacca della segreteria di stato vaticana. Ai tempi di Giovanni Paolo II era colui che saliva nell’Appartamento papale per aiutare lo stesso Wojtyla nella stesura dei suoi testi. È stata l’assidua frequentazione dell’Appartamento a premettergli di conoscere quel segreto, la preghiera appunto, che ha caratterizzato tutta la vita del Papa che la prossima primavera diviene santo.

Monsignor Ptasznik ha dato la sua testimonianza a Roma, durante la presentazione dell’ultimo libro dell’ex segretario di Wojtyla Stanislaw Dziwisz, una conversazione con Gian Franco Svidercoschi intitolata “Ho vissuto con un santo”.

Questa la trascrizione di quanto ha detto:

«Quella di Wojtyla era una preghiera costante e vera. Anche durante i viaggi normalmente voleva rispettare “l’ora santa” dedicata all’adorazione eucaristica, e così la via crucis del venerdì sera e la Messa. Chi organizzava i viaggi doveva tenere presente queste sue esigenze».

«La segreteria di stato consegnava al Papa la lista con le richieste di preghiere arrivate da tutto il mondo. Pregava consultando quella lista, che spesso aveva degli allegati, delle cartelle che spiegavano meglio la situazione di coloro che chiedevano preghiere».

«Una volta l’ho visto pregare in cappella. Aveva aperto davanti a sé l’Osservatore Romano su una pagina in cui c’erano tutti i nomi dei capi dicastero della Curia Romana con anche gli “officiali” di lingua polacca. Pregava per tutti i suoi collaboratori».

«Sulla sua scrivania aveva un Atlante. Ogni giorno posava lo sguardo su una parte concreta del mondo, per poi pregare per tutta la giornata per le popolazioni di quella stessa porzione. Era la sua preghiera geografica».

«Si confessava ogni due settimane. Una macchina arriva in centro a Roma per “prelevare” monsingor Stanislaw Michalski, il suo confessore, che veniva accompagnato appositamente in Vaticano».

«Quando doveva scrivere un testo faceva tutti i giorni un’ora di meditazione sul camminamento situato sul tetto del palazzo apostolico. Poi scendeva in Appartamento e mi dettava il testo. Citava a memoria passi della Scrittura e dei padri della Chiesa. Dopo un’ora, un’ora e mezza, il testo era pronto».

Friday 01 November 2013

«Ho l’impressione che Gesù è stato rinchiuso all’interno della Chiesa e che bussa perché vuole uscire». Ecco cosa disse Jorge Mario Bergoglio prima del Conclave secondo il cardinale Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione

«Durante il suo intervento alle congregazioni generali che hanno preceduto il conclave, il cardinale Jorge Mario Bergoglio ha parlato con insistenza della necessità che la Chiesa “esca fuori” da se stessa. Egli ha detto che la Chiesa è malata, che deve prendersi cura di se stessa. Il suo breve discorso ha colpito tutti. Ha detto testualmente: “Ho l’impressione che Gesù è stato rinchiuso all’interno della Chiesa e che bussa perché vuole uscire, vuole andare via”».

«Bergoglio ha chiesto ai vescovi di essere veramente pastori e non degli amministratori. Del resto, è ciò che egli ha fatto a Buenos Aires rifiutando, ad esempio, di andare ad abitare nella residenza vescovile. Così ora che è Papa con la decisione di abitare nel convitto di Santa Marta. Egli ha bisogno di vedere gente e incontrare semplicemente la gente per parlare con loro nei corridoi, durante i pasti … La parola “fuori”, si sa, è importante. Possiamo dire che questa è la parola che meglio definisce la missione di Gesù, egli è uscito fuori in qualche modo da se stesso per andare in periferia, dove l’uomo vive perso e in difficoltà”».

Così l’arcivescovo di Lione, il cardinale Philippe Xavier Ignace Barbarin – in tempo di sede vacante arrivava in Vaticano in bicicletta –, rivela come già nelle riunioni pre-conclave Bergoglio abbia usato parole dure per descrivere la situazione della Chiesa. «Cristo è rinchiuso in prigione», ha detto il futuro Papa durante le Congregazioni generali. Parole che hanno convinto i cardinali a sceglierlo perché, dice Barbarin, «quel discorso ha colpito tutti».

È stato il discorso durante le congregazioni a convincere i cardinali a votare Bergoglio oppure il suo nome era nella mente dei cardinali già da prima?
«Il nome del cardinale Bergoglio circolava molto fra i cardinali. Tutti però siamo rimasti colpiti durante le congregazione generali dal suo discorso. Parlava della necessità di guardare altrove. Ha raccontato dell’America Latina, dove il 40 per cento della popolazione è cattolica. Egli è stato in grado di governare la provincia gesuita affidatagli durante il difficile periodo della dittatura militare. Ben presto si è trovato a capo dell’arcidiocesi di Buenos Aires, dove ha mostrato un grande zelo missionario, in un vero spirito di povertà e di vicinanza verso tutte le persone che gli erano state affidate. Ci è apparso come un uomo di grande autorità che sa come impostare il proprio cammino e prendere le decisioni giuste. Già in questi mesi vediamo come tutte queste qualità siano state messe in campo. Soprattutto colpisce la semplicità e la chiarezza delle sue omelie, e insieme il grande programma lanciato per la riforma della curia romana. Questa è la riforma che la Chiesa si aspetta e di cui essa ha grande bisogno».

È urgente questa riforma secondo lei?
«La riforma deve certamente avvenire. Il Consiglio dei cardinali saprà come fare. Ha l’obiettivo di riorganizzare la Chiesa, servendo le chiese locali e collaborando collegialmente con i vescovi del mondo. Possiamo dire della curia ciò che il Papa ha detto della Chiesa: “È buono e sano se essa si occupa prima di se stessa che degli altri”».

Cosa pensa delle riforma dello Ior? È giusto che il Vaticano abbia una banca?
«La questione non è se ci deve essere una banca in Vaticano o meno. È ovvio che il Vaticano ha bisogno di soldi, come ogni diocesi o istituzione della Chiesa. Ma piuttosto la questione è se e come il denaro entra in Vaticano, se tutto è trasparente o meno, verificabile, come le spese sono organizzate».

In questi giorni un sito web cileno ha riportato le parole che il Papa avrebbe detto a dei religiosi sudamericani circa l’esistenza di una “lobby gay” in Vaticano. Esiste davvero secondo lei questa lobby? Perché il Papa ne ha parlato?
«Ovviamente, su questo argomento non so nulla. Quel che è certo è che tutti gli uomini sono peccatori, e quindi anche in Vaticano ci sono uomini che sbagliano. Sarebbe sciocco dire: “Non credete, in Vaticano è impossibile!”. Ma io non voglio amplificare voci e dicerie. Se il Papa ha qualcosa di chiaro da dire in proposito, lo sapremo. E se si decide di agire, lo farà senz’altro».

Ratzinger nella Via Crucis del 2005 al Colosseo parlò della “sporcizia” presente nella Chiesa. Ancora Francesco parla spesso dei “mali” interni alla Chiesa. A cosa si riferiscono?
«Sì, è una triste realtà. La Chiesa, da semplice fedele al vertice della gerarchia è danneggiata e talvolta screditata dai peccati e dagli scandali di coloro che la compongono. Questa è una grande ferita interiore. Naturalmente, siamo tutti peccatori, ma se uno non lascia Cristo fuori di questo peccato, se lui non si assoggetterà alla misericordia di Dio, il danno potrà essere grande, e soprattutto se la persona che pecca si trova in una posizione di notevole responsabilità. Certo, nella storia, abbiamo visto molti Papi non essere di esempio ma crediamo che, nonostante i tanti peccati, la Chiesa goda del sostegno costante dello Spirito Santo. Egli ha parole di vita eterna».

Spesso la Chiesa è chiamata a rapportarsi con i problemi anche più scomodi della gente. Sempre più fedeli vicino situazioni difficili. Le famiglie spesso si sfasciano. Sono tanti i divorziati risposati che non possono accedere alla comunione. Come si comporta con questi problemi a Lione? Quali soluzioni?
«Sì, la sofferenza è sempre più pesante, in generale, sia nella Chiesa di Lione che altrove. Si ha l’impressione che non solo le famiglie, ma l’intera società stia arrivando ad annullarsi, e ci si chiede con una certa ansia dove si andrà in futuro. È in atto una decostruzione quasi desiderata, programmata per staccare le radici ai giovani e qualche volta anche alle famiglie.Ma ognuno ha un suo posto nella Chiesa. Benedetto XVI lo ha ripetuto spesso. Il Signore ha scelto come uno dei pilastri della sua Chiesa un rinnegato, Pietro, che aveva vilmente abbandonato al momento della passione, e un “parassita!” della Chiesa, come Paolo, ed entrambi sono diventati pilastri della costruzione. Così egli saprà utilizzare tutti noi, qualunque siano le nostre debolezze e peccati. Dobbiamo spostare gradualmente (questa è la legge della gradualità, in modo spesso spiegato da Giovanni Paolo II) su un percorso dove la misericordia e l’attenzione per ogni persona sono illimitate. E dove la Parola di Dio è accolta come una verità la luce e in assoluto, anche se ci porta attraverso momenti di sofferenza e angoscia, certamente porta ad un cammino di felicità».

Tuesday 22 October 2013

Prima il Vangelo e poi la dottrina. Il segreto di Jorge Mario Bergoglio secondo Victor Manuel Fernández, uno dei teologi più vicini al Papa

Victor Manuel Fernández, rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina, è una delle prime nomine di Jorge Mario Bergoglio, elevato lo scorso maggio alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, ha un filo diretto col Papa che vede in lui un valido “consulente”. Nel 2007 alla conferenza dei vescovi latino americani ad Aparecida, fu Fernández ad aiutarlo a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro Papa.

Monsignore, vorrei entrare subito “in medias res”. Nel libro con Abraham Skorka, Jorge Mario Beroglio svolge una breve introduzione nella quale parla dell’importanza della “cultura dell’incontro”. E dice che a volte l’uomo arriva a identificarsi di più con “i costruttori di mura che con quelli di ponti”. I media di tutto il mondo lodano le “aperture” di Francesco, stupìti più che altro del fatto che egli non insiste anzitutto sui princìpi ma – come ha detto lui stesso nell’intervista concessa il 19 settembre a Civiltà Cattolica – su “ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus”, insomma sull’essenziale, sul Vangelo. È a suo avviso questo il tratto fondamentale del nuovo pontificato? L’annuncio del Vangelo prima della morale? Oppure qual è il suo tratto caratteristico?
L’annuncio del cuore del Vangelo prima d’ogni altra cosa è una caratteristica importante di Francesco, ma è da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Il Papa pensa che una Chiesa che vuole uscire da se stessa e raggiungere tutti debba necessariamente adattare il suo modo di predicare. Soprattutto, egli applica un criterio proposto dal Concilio Vaticano II spesso dimenticato e trascurato: la “gerarchia delle verità”. Francesco ci invita a riconoscere che molte volte, i precetti della dottrina morale della Chiesa vengono proposti fuori dal contesto che dà loro significato. Il problema maggiore si ha quando il messaggio che la Chiesa annuncia si identifica soltanto con questi aspetti che tuttavia non manifestano per intero il cuore del messaggio di Gesù Cristo. Mentre una pastorale missionaria non può essere ossessionata dalla trasmissione disorganizzata di un insieme di dottrine da imporre con la forza dell’insistenza. Quando la Chiesa assume uno stile missionario diretto a tutti, senza eccezioni o esclusioni, l’annuncio si concentra sull’essenziale, su ciò che c’è di più bello, di più grande, di più attraente e nello stesso tempo di più necessario. Certo, tutte le verità rivelate sono credute con la medesima fede, ma alcune di loro sono più importanti perché esprimono più direttamente il nucleo fondamentale che è la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo. Ci deve essere una proporzione adeguata soprattutto nella frequenza con la quale alcuni argomenti o accenti vengono inseriti nella predicazione. Per esempio, se un parroco lungo l’anno liturgico parla dieci volte di morale sessuale e soltanto due o tre volte dell’amore fraterno o della giustizia, vi è una sproporzione. Ugualmente se parla spesso contro il matrimonio fra omosessuali e poco della bellezza del matrimonio. Oppure se parla più della legge che della grazia, più della Chiesa che di Gesù Cristo, più del Papa che della parola di Dio. Insomma, ogni verità si comprende meglio se posta in relazione armoniosa con tutto il messaggio cristiano, perché in tale contesto tutte le verità si illuminano a vicenda. Il Vangelo invita soprattutto a rispondere all’amore salvifico di Dio, riconoscendolo negli altri e in se stessi, al fine di cercare il bene di tutti. Questo invito non dovrebbe essere posto per nessun motivo in secondo piano! Se questo invito non brilla con forza e appeal, la morale della Chiesa rischia di diventare come un castello di carta: è qui che risiede il nostro più grande pericolo. Il messaggio perde la sua freschezza e cessa di avere il cosidetto “odore del Vangelo”. Certo, c’è poi anche lo stile del Papa, che non solo mira all’essenziale, ma lo esprime in modo chiaro e con segni. E a giudicare dagli effetti di questo fenomeno, non possiamo che guardarlo con occhi positivi, seppure esso dia fastidio in alcuni luoghi minoritari e poco rappresentativi dell’intera Chiesa.

In Italia è recentemente uscito un retroscena secondo il quale nel 2005, se Bergoglio fosse stato eletto Papa, si sarebbe chiamato Giovanni XXIV. Così, infatti, lo stesso Bergoglio avrebbe risposto al cardinale Francesco Marchisano, dalle radici piemontesi come il futuro Francesco, all’atto dell’elezione di Ratzinger. Marchisano era allora arciprete della Basilica di San Pietro. Al di là della veridicità o meno del retroscena, è papa Roncalli il Papa al quale Bergoglio ispira il suo pontificato? E in particolare, a suo avviso cosa pensa egli del Concilio Vaticano II? Si dice che dopo anni di tentativi di interpretare in senso conservatore o progressista il Concilio (le grandi “battaglie” sull’ermeneutica) egli ritenga che sia arrivato il momento di “farlo” il Concilio. È così?
Francesco è diverso da tutti i Papi che l’hanno preceduto. Certo, può avere caratteristiche di uno o dell’altro, ma sempre nella strada aperta dal Concilio. Senza dubbio egli rimane al di fuori delle discussioni teoriche sul Concilio perché semplicemente interessato a continuare lo spirito di rinnovamento e riforma che viene dal Concilio. In questo senso si pone fuori da ogni ossessione ideologica, senza pause o giravolte, con l’intenzione di portare la Chiesa fuori da se stessa così da raggiungere tutti. Ciò che ho detto sul criterio della “gerarchia delle verità” vale anche per molti altri percorsi di riforma che ha aperto il Concilio e che sono rimasti a metà strada.

Per quel che si sa la giornata di papa Francesco ha tre momenti fissi: la meditazione della Scrittura il mattino presto prima della Santa Messa; la recita del Rosario il pomeriggio; un’ora di adorazione eucaristica la sera. Nell’intervista a Civiltà Cattolica ha detto che la sua preghiera è “memoriosa”. Cosa intende? Cosa significa pregare per Francesco? Lo ha mai visto pregare? Come pregava in Argentina?
Il tema della memoria è una cosa su cui egli insiste molto ed è una chiave per conoscerlo. Non dobbiamo guardare le novità che egli porta come uno sradicamento, come un oblìo della storia viva della Chiesa. Egli spiega spesso che la memoria è una dimensione della nostra fede, in analogia alla memoria di Israele. Cita spesso gli Apostoli che non dimenticarono mai il momento in cui Gesù toccò il loro cuore: “Erano circa le quattro del pomeriggio”, dice Giovanni. E spesso ricorda le persone che sono state toccate in modo speciale, così da mostrare a tutti la gioia del credere. A volte si tratta di persone semplici e a noi vicine nella vita di fede. Bergoglio ama ricordare la seconda lettera a Timoteo: “Ho in mente la sincerità della vostra fede, una fede che fu prima in tua nonna Loide e in tua madre Eunice”. Perciò egli crede che la Chiesa non possa rinunciare alla propria ricca tradizione e che sarebbe sciocco pretendere di ripartire da zero. Egli non è un progressista senza radici, come qualcuno vorrebbe presentarlo. La sua preghiera è “memoriosa”, perché quando prega ricorda le persone che ha incontrato nel corso della giornata e cerca di raccogliere il messaggio che gli ha lasciato ciò che ha vissuto. La sua preghiera è piena di volti e nomi. Quando incontra la gente egli si mostra vicino, attento, affettuoso, e porta nella preghiera tutte quelle persone. In questo senso la sua è una preghiera “memoriosa”.

Non è un mistero per nessuno che negli anni passati i rapporti fra il cardinale Bergoglio con la presidente Kirchner sono stati difficili. Di Bergoglio il quotidiano argentino “Il Clarin” ha ricordato la vicinanza al gruppo peronista di destra “Guardia di Hierro”, con cui, negli anni – scrive il quotidiano -, avrebbe continuato a mantenere un legame spirituale. Quanto c’è di vero in questo? E soprattutto: è verosimile che il Papa auspichi in futuro un ritorno in argentina di un peronismo moderato che sappia legare con la Chiesa e i suoi convincimenti?
Penso che il suo rapporto con la presidente Kirchner non sia stato correttamente interpretato. Alcuni hanno creduto che alcune affermazioni delle sue omelie fossero attacchi personali contro di lei. Ma non è così. Del resto nessun politico può dire di avere o di avere avuto Bergoglio come proprio alleato politico, sia di sinistra sia di destra. Perché le sue parole possono soddisfare oggi, ma domani possono essere lette al contrario come pericolosi attacchi. Penso infatti che chiunque ha una qualche forma di potere, anche di potere ecclesiastico, non può non sentire su di sé lo “sperone” di Bergoglio, come una spina nel fianco, perché egli è e sarà sempre l’interprete di coloro che non hanno potere. Nel 2000 Bergoglio ha espresso un suo grande auspicio: “Che il potere non sia un privilegio inespugnabile”. E ciò vale per un presidente, un governatore, un uomo d’affari, un cardinale, e anche per i membri della Curia Romana. Il suo messaggio è il seguente: se hai accettato il potere senza privilegi, è necessario che usi il potere per servire e devi esporti ai reclami di tutti con umiltà, soprattutto i reclami dei deboli sono ascoltati. Se hai accettato una qualche forma di potere, allora devi sottometterti al controllo degli altri. Comunque, una certa affinità di Bergoglio al peronismo c’è e ha a che fare con due fatti: il peronismo assunse con forza la dottrina sociale della Chiesa e i suoi valori e comprese la cultura dei settori più poveri della società. Ma ciò non significa che Bergoglio abbia mai sostenuto un qualche potere politico. Fra l’altro egli ha sempre avuto un dialogo cordiale con tutti i politici.

Nell’intervista a Civiltà Cattolica, Bergoglio cita il beato Pietro Favre come suo modello. Chi fu Favre? Perché è un modello per Bergoglio?
Il beato Favre ha portato alla compagnia di Gesù un particolare modo di accompagnare le persone in un percorso di crescita. Accompagnare è una questione chiave per i gesuiti. Favre ha insistito sulla necessità di dare tempo alla gente, di rispettare i tempi di ognuno. Era un maestro di dolcezza, di pazienza e di dialogo con tutti. Bergoglio ricorda una frase di Favre che dice che “il tempo è il messaggero di Dio”, e la interpreta dicendo che “il tempo è superiore allo spazio”. Favre preferiva non perdere tempo in discussioni teoriche con i protestanti e sottolineava la necessità per la Chiesa di maturare e crescere nella testimonianza del Vangelo. Credo che tutto questo abbia molto a che fare con lo stile di Francesco, lontano da polemiche teoriche e in grado di esprimere le proprie convinzioni in una testimonianza attraente. Le riforme non vengono fatte per forza o in fretta, perché devono essere sempre accompagnate da una riforma interna. Tutto ciò è ben presente in Favre.

Colpisce molto in Francesco la sua ricerca dell’essenziale e anche di una certa austerità. Gira con macchine utilitarie, non ama sfarzi e lussi, visita i profughi e parla ai poveri. A Civiltà Cattolica dice di essere vicino alla corrente mistica di Louis Lallemant e Jean-Joseph Surin. Entrambi predicano la necessità di “spogliarsi” per arrivare a Dio. È questa la strada che Bergoglio vuole compiere?
Il suo non è amore del sacrificio fine a se stesso né un’ossessione per l’austerità. Si tratta di una “spoliazione” interiore, una rinuncia a indugiare troppo su se stessi, così da mettere Dio e gli altri al centro della propria vita e non se stessi. Ciò ha anche un significato pastorale, perché implica stare più vicini ai poveri, ai loro limiti, alla loro condizione sociale, alle loro umiliazioni. Per questo a Bergoglio non piacciono i sacerdoti princìpi o i vescovi “da aeroporto”, o gli ecclesiastici che amano le vacanze troppo costose, le cene nei migliori ristoranti, i preziosi d’oro e d’argento ostentati sui capi di abbigliamento, le continue visite a persone potenti, o coloro che amano parlare molto di se stessi o che si sentono diversi dagli altri. Tutto ciò che è mondanità spirituale che avvelena la Chiesa.

Si parla molto a Roma delle riforma della struttura della Chiesa: una nuova curia romana, una nuovo collegialità nell’esercizio del governo. Di Joseph Ratzinger è famosa la lezione nella quale disse che la vera riforma della Chiesa non è nelle strutture ma nel cuore di ognuno. Qual è a suo avviso l’idea di riforma propria di Bergoglio?
Le due cose insieme, perché la sua idea di riforma non è ideale, ma incarnata. Senza dubbio egli pensa che una riforma esteriore delle strutture non si sostiene senza uno spirito e uno stile di vita adeguato. Ma mi sembra che che la cosa più importante non sia la semplificazione della struttura della Curia romana, ma lo sviluppo di altre forme di partecipazione (sinodi, conferenze episcopali, consultazione dei laici, etc) che negli ultimi anni sono state più formali che reali. Senza dubbio questo sviluppo richiede che alcuni settori della Curia Romana cessino di essere eccessivamente giuridici, inquisitori e insieme maestosi, correndo fra l’altro il rischio di diventare autoreferenziali. Alcune volte ho sentito personalità della in Curia dire “noi” senza includere tutta la Chiesa, e nemmeno il Papa ma soltanto se stessi. Francesco ci ricorda che Gesù in realtà ha dato a Pietro e agli Apostoli una missione speciale, non una struttura centrale che comunque può avere soltanto una funzione ausiliaria.

Più volte papa Francesco ha parlato del Demonio. Nel libro con Skorka vi dedica un capitolo dove afferma: “Credo nell’esistenza del Demonio. Forse il maggior successo in questi tempi è stato farci credere che non esiste, che tutto possa essere risolto su un piano meramente umano. Come dice Giobbe, la vita dell’uomo sulla terra è una lotta…”. Che significato assume nella spiritualità ignaziana la figura del Demonio? Ha mai fatto esorcismi?
Non lo ho mai sentito parlare di esorcismi, ma del Diavolo sì. Penso che il parlare del Diavolo sia un invito a stare attenti, perché se non curiamo la nostra sanità interiore e le nostre reali intenzioni diventiamo facilmente marionette guidate da altre forze di dissoluzione e di menzogna. Significa che la sua visione della vita e della realtà non è ingenua, ma molto realistica. È necessaria una vigilanza serena, fiduciosa nell’amore del Signore, ma costante.

Nelle scorse settimane uno dei pensatori più influenti della cosiddetta teologia della liberazione è stato ricevuto da Francesco. Alcuni commentatori hanno addirittura scritto che con questo gesto “la Chiesa sdogana la teologia della liberazione”. È così? Cosa pensa Bergoglio della teologia della liberazione e in che rapporto sta con essa?
Non è possibile pensare che questo Papa possa sostenere una teologia della liberazione fondata su un’analisi marxista. Tuttavia, egli farà propria ogni difesa della dignità dei poveri e tutte le critiche dei sistemi economici ideologici, di ogni speculazione finanziaria, di ogni assolutizzazione della libertà di mercato, cose che finiscono per creare nuove ingiustizie. D’altra parte i poveri non dovrebbero essere soltanto oggetto di una liberazione operata da altri più illuminati, ma essere rispettati come persone attive, con la propria cultura, un modo proprio di vedere la vita, una religiosità caratteristica.

Come è diventato amico di Bergoglio? Ci sono dei momenti che ricorda in modo particolare della vostra amicizia?
Io non la chiamerei amicizia, ma filiazione. Anche se c’è una grande affinità di idee, per me egli è stato ed è soprattutto un grande padre che è riuscito a riconoscere e promuovere il meglio di me. Così teneramente ha tollerato i miei errori, le vanità e le impazienze, e sempre mi ha spinto, in particolare con la sua testimonianza, a continuare, a maturare e a crescere. Posso citare tre momenti speciali: uno era nel 2007, quando siamo tornati dalla V Conferenza dei vescovi ad Aparecida, dove ho rappresentato i sacerdoti argentini. Viaggiavo con lui sul volo di ritorno verso Buenos Aires e per tre ore abbiamo discusso alcune questioni che mi hanno aiutato a capire il suo pensiero. Un altro momento importante fu nel suo ufficio, quando alcune persone anonime avevano inviato in Vaticano alcune critiche su tre miei articoli. Ma dopo un anno e mezzo le risposte che io inviavo per chiarire sembravano non convincere. In quell’occasione abbiamo avuto un grande colloquio spirituale nel quale egli ha insistito perché io alzassi la testa e non lasciassi che mi togliessero la dignità. Infine, il mio incontro con lui a Santa Marta nel mese di agosto quando gli ho dato un abbraccio già da vescovo.

Wednesday 25 September 2013

Una rosa bianca per papa Francesco

Una rosa bianca. È il dono che papa Francesco ha ricevuto domenica 8 settembre mentre passeggiava nei giardini vaticani. Un giardiniere l’ha colta e gliel’ha donata. Chi era con lui dice che grande è stato il suo stupore, perché per Jorge Mario Bergoglio ricevere una rosa bianca è un segno del cielo. Un «segnale» — è la parola esatta che egli stesso ha usato nel libro intervista “El Jesuita” con Sergio Rubin e Francesca Ambrogetti — proveniente direttamente dalla santa della quale egli è devoto: Teresina di Lisieux, la monaca carmelitana morta a soli 24 anni e che il 19 ottobre 1997 Giovanni Paolo II dichiarò dottore della Chiesa (la terza donna a ricevere tale titolo dopo Caterina da Siena e Teresa d’Avila).

Domenica 8 settembre non era un giorno qualunque per Francesco. La sera prima egli aveva convocato una veglia di preghiera per la pace. Era preoccupato. Ma la rosa ricevuta inaspettatamente gli ha fatto comprendere che la sua preoccupazione era stata accolta in cielo, direttamente da Teresina. Lo Spirito parla spesso così, usando segni che ai più dicono nulla. È il suo linguaggio, un parlare che chiede la fede per essere compreso.

L’episodio è stato raccontato nei giorni scorsi da un vescovo italiano che nelle ore successive alla veglia era stato ricevuto in udienza. Il Papa gli ha permesso di raccontarlo durante la presentazione di un libro dedicato proprio alla giovane santa francese svoltasi a Pedaso in provincia di Fermo: “Teresa di Lisieux. Il fascino della santità. I segreti di una dottrina ritrovata”, di Gianni Gennari (Lindau).

È alle pagine 125 e 126 di “El Jesuita” che Rubin e Ambrogetti, descrivendo la biblioteca di Bergoglio a Buenos Aires, raccontano del «segnale» delle rose bianche. Scrivono: «Ci soffermiamo su un vaso pieno di rose bianche in uno scaffale della biblioteca, davanti a una foto di santa Teresa. “Quando ho un problema”, spiega Bergoglio ai due giornalisti, “chiedo alla santa — Teresina, ndr —, non di risolverlo, ma di prenderlo in mano e aiutarmi ad accettarlo, e come segnale ricevo quasi sempre una rosa bianca”».

Bergoglio, nella veglia del 7 settembre, ha chiesto aiuto a Teresina. Il Papa, infatti, ha recitato i misteri gaudiosi del Rosario e, al termine di ogni mistero, dopo un brano del Vangelo, ha letto cinque brani di una poesia scritta dalla santa: “Perché ti amo o Maria”. È la poesia dove dice fra le altre cose che Gesù «sarà fratello di tanti peccatori tanto da chiamarsi tuo — si riferisce a Maria, ndr — primogenito».

È nel rapporto intimo e personale di Bergoglio con Teresina che si evidenzia uno dei tratti della sua personalità e del suo pontificato. Un filo diretto con il cielo per il Papa, come era per Karol Wojtyla il rapporto con santa Faustina Kowalska.

Mentre era ancora in vita, santa Teresina promise che dopo la sua morte avrebbe fatto piovere dal cielo dei “petali di rose”, ossia delle grazie concesse da Dio per sua intercessione. Diceva: «Un’anima infiammata di amore non può restare inattiva. […] Se voi sapeste quanti progetti faccio su tutte le cose che farò quando sarò in cielo. […] Sì, voglio passare il mio cielo a fare del bene sulla terra».

Il 3 dicembre 1925, un gesuita, padre Putigan, cominciò una novena a santa Teresa chiedendo una grazia importante. Il gesuita domandò anche di ricevere da qualcuno una rosa come segno che ciò che egli chiedeva corrispondeva alla volontà di Dio e che, quindi, la sua preghiera sarebbe stata esaudita. Non fece parola con nessuno della novena che stava facendo. Al terzo giorno ricevette una rosa da una persona sconosciuta e ottenne la grazia. Cominciò un’altra novena. Il quarto giorno di questa seconda novena una suora-infermiera gli portò una rosa bianca dicendogli: «Santa Teresa vi manda questa rosa». Padre Putignan, ricevuta la grazia che aveva chiesto, prese la decisione di diffondere questa novena, detta “Novena delle rose”. Oggi questa novena si pratica in tutto il mondo.

Papa Francesco ha più volte parlato nei primi mesi di pontificato di Teresina. Una volta è stato durante la conferenza stampa (28 luglio 2013) tenuta sull’aereo che lo riportava a Roma dal Brasile, meta del suo primo viaggio apostolico fuori dall’Italia. Quando gli è stato chiesto cosa contenesse una valigia nera che il Papa ha trasportato da solo sull’aereo ha detto: «Non c’era la chiave della bomba atomica! Mah! La portavo perché sempre ho fatto così: io, quando viaggio, la porto. E dentro, cosa c’è? C’è il rasoio, c’è il breviario, c’è l’agenda, c’è un libro da leggere – ne ho portato uno su santa Teresina di cui io sono devoto».

Si è saputo poi che il libro in questione era il libro sopra citato “Teresa di Lisieux. Il fascino della santità. I segreti di una dottrina ritrovata”, di Gianni Gennari.

Tuesday 03 September 2013

Anche S. Francesco pregherà per la Pace in Siria

Papa Francesco ha chiamato...e moltissimi stanno rispondendo.

La mobilitazione chiesta dal Papa per la pace in Siria si sta estendendo a vista d'occhio, coinvolgendo ambienti laici, religiosi, cattolici e non.

Anche i frati francescani di Assisi si uniscono alla preghiera, attraverso il segno grandell'apertura della tomba di S. Francesco.

Come riferisce infatti l'ANSA, la  Basilica Inferiore di San Francesco d'Assisi resterà aperta, in via del tutto eccezionale, da oggi a venerdì fino alle 22 per pregare sulla Tomba del Santo per la pace in Siria e per coloro che sono chiamati a garantire le vie della giustizia nel mondo.

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Monday 15 July 2013

Se vi piacciono i thriller, ne ho scritto uno

«L’empio fugge anche se nessuno lo insegue, mentre il giusto è sicuro come un giovane leone». (Proverbi 28, 1)

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Saturday 18 May 2013

I cristiani parlano troppo...degli altri: parola di Papa Francesco.

Per il papa, che ha pronunciato nuovamente parole forti durante la Messa mattutina a Santa Marta, i cristiani hanno proprio il vizio di parlare troppo degli altri. Pettogolezzi e farsi troppo gli affari degli altri, detto in parole povere, sono una mina vagante costante nella vita della Chiesa.

«Quanto si chiacchiera nella Chiesa! Quanto chiacchieriamo noi cristiani!». Lo ha detto papa Francesco - riferisce Vatican Insider - nella messa di stamane a Santa Marta. Per Bergoglio, «la chiacchiera è proprio spellarsi, farsi male l'uno all'altro». «Le chiacchiere sono distruttive nella Chiesa», ha aggiunto  il Pontefice.  Secondo Bergoglio, il cristiano deve vincere la tentazione di «mischiarsi nella vita degli altri». Il Papa, secondo quanto riferisce la Radio Vaticana, ha inoltre sottolineato che chiacchiere e invidie fanno tanto male alla comunità cristiana e che non si può «dire soltanto la metà che ci conviene».

Ma non ha solo parlato di questo il santo Padre.

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Friday 12 April 2013

Unioni gay: la Consulta chiede di intervenire, ma non con l'equiparazione del matrimonio.

Oggi è arrivata una ammonizione della Consulta su alcuni noti ritenuti irrisolti, nel panorama politico e istituzionale italiano.

La Consulta ha chiesto un intervento sulla legge elettorale, ma - soprattutto - ha chiesto che venga fatto qualche cosa per tutelare i diritti ed i doveri delle persona omosessuali, che intendano costituire una unione stabile.

"Il legislatore deve affrontare il nodo delle unioni gay", ha riferito Gallo parlando di fronte alle più alte cariche dello Stato. Queste le parole: "La Corte ha escluso l'illegittimità costituzionale delle norme che limitano l'applicazione dell'istituto matrimoniale alle unioni tra uomo e donna, ma nel contempo  ha affermato che due persone dello stesso sesso hanno comunque il diritto fondamentale di ottenere riconoscimento giuridico, con i connessi diritti e doveri, della loro stabile unione". La Consulta, ha ricordato Gallo, "ha perciò affidato al Parlamento la regolamentazione della materia nei modi e nei limiti più opportuni".

Cosa significa questa frase?

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Thursday 14 March 2013

Papa Francesco: sarà il Papa dell'ecumenismo e del dialogo.

Le parole che Papa Francesco ha pronunciato ieri sera subito dopo l'elezione, sono state poche. Significative, grandemente, insieme ai gesti compiuti.

Una parentesi: dovremo di nuovo abituarci a gesti di questo tipo, ed anche il servizio di sicurezza....che avrà un bel lavoro da fare, con questo Papa che si prefigura già come molto, molto libero...dai protocollo.

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Ma le parole di ieri hanno avuto una grande rilevanza dal punto di vista del dialogo e del'ecumenismo.

Mi riferisco alle parole con le quali il Papa ha parlato di sè: come tutti hanno notato non ha mai citato la parola "papa", ma ha sempre utilizzato la parola "vescovo di Roma".

 

Tra l'altro, anche nel ringraziamento nei confronti di Benedetto XVI chiamato, anch'egli "vescovo emerito di Roma".

 

Dal sito Aleteia.org riporto le parole del Papa:

Fratelli e sorelle, buona sera!

Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un vescovo a Roma, sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo. Ma siamo qui. Vi ringrazio dell'accoglienza. La comunità diocesana di Roma ha il vescovo. Grazie! E prima di tutto vorrei fare una preghiera per il nostro vescovo emerito Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca...

[Preghiera Padre Nostro, Ave Maria, Gloria al Padre]

E adesso incominciamo questo cammino, vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma che è quella che presiede nella carità tutte le chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia fra noi. Preghiamo sempre per noi, l'uno per l'altro. Preghiamo per tutto il mondo perché ci sia una grande fratellanza. Mi auguro che questo cammino di Chiesa che oggi incominciamo e in cui mi aiuterà il mio cardinale vicario qui presente sia fruttuoso per l'evangelizzazione di questa tanto bella città. E adesso vorrei dare la benedizione. Ma prima vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica. La preghiera del popolo perché chieda la benedizione per il suo vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me.

 

Ma perchè il Papa ha parlato così, perchè si è rivolto a Roma, alla sua città...quasi, dimenticando...il mondo che gli stava praticamente tutto davanti?

Non certamente per provincialismo: alcuni forse l'hanno colto così..ma nolla è più distante dalla realtà.

C'è a mio avviso un motivo, cosicnetemente voluto, per il quale il papa ha utilizzato queste parole, e questo motivo non è stato neppure l'umiltà...francescana.

Il motivo è stato l'ecumenismo.

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Wednesday 13 March 2013

Il gabbiano ed il Conclave: quando i media non sanno cosa dire!

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In queste ore è tanta l'apprensione e l'attesa da parte del mondo cattolico (e non solo) per l'esito del Conclave.

Si stanno ascoltando fiumi di parole: trasmissioni televisive e radiofoniche, dirette web, twitter, facebook...e chi più ne ha più ne metta.

Non c'è dubbio che questo sia davvero il Conclave più mediatico degli utlimi anni.

Chiaramente tutti sono con gli occhi all'insù, per seguire, anche in televisione, l'andamento delle votazioni vaticane. Inoltre moltissimi media stanno coprendo con grande intensità gli eventi in diretta oltre che avere realizato molteplici servizi ed interviste.

Oggi poi un nuovo personaggio si è affacciato sul Conclave, con una dirompenza mediatica...quasi sopra le nuvole: un gabbiano.

Un gabbiano che, non credo di sbagliarmi, sta davvero diventando una star della riflessione mediatica di questo evento sul quale, con buona pace di tutti, non si può che dire una parola che abbia senso: ASPETTARE. Punto.

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Monday 11 February 2013

Benedetto XVI si dimette dal pontificato. Notizia shock e approfondimenti.

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La notizia delle dimissioni, o meglio della rinuncia al Pontificato, di Benedetto XVI, sta facendo il giro del mondo e sta creando molto turbamento nella Chiesa.

Così è stata data, e così ce la riporta il sito Aleteia.org.

Carissimi Fratelli,

vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l'età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell'animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l'elezione del nuovo Sommo Pontefice. Carissimi Fratelli, vi ringrazio di vero cuore per tutto l'amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero, e chiedo perdono per tutti i miei difetti. Ora, affidiamo la Santa Chiesa alla cura del suo Sommo Pastore, Nostro Signore Gesù Cristo, e imploriamo la sua santa Madre Maria, affinché assista con la sua bontà materna i Padri Cardinali nell'eleggere il nuovo Sommo Pontefice. Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio.

 

Non c'è dubbio che la notizia è davvero...la notizia del secolo, anzi, forse, del millennio. Per la novità totale di questo gesto, e per la lucidità con cui questa grandissimo Papa ce l'ha proposta. 

Anche diversi siti ci aiutano a entrare in questo evento, ponendoci domande ed aiutandoci a dare delle risposte.

 

Non un gesto di codardia, non un gesto di affaticamento: ma un gesto responsabile, lucidissimo...che probabilmente solo Papa Ratzinger...poteva fare.

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Thursday 14 April 2011

L’esperimento di Riace

Una risposta positiva al problema dell’immigrazione

di Lucetta Scaraffia

L’arrivo di questa ondata di migranti ha di nuovo messo in moto nell’opinione pubblica italiana il dibattito fra chi li vuole accogliere e chi li vuole respingere. Questo, mentre davanti ai nostri occhi sfilano immagini drammatiche e coinvolgenti, tra speranza e disperazione: da una parte, la madre che ha partorito nel barcone, riuscendo a salvare sé e la piccola, dall’altra i corpi dei molti che muoiono fra le onde, vittime dei trafficanti di esseri umani, oltre che del maltempo e di imbarcazioni fatiscenti.

La Chiesa predica il dovere, che è umano e cristiano, dell’accoglienza nei confronti di chi è più sventurato di noi — che, oltretutto, di lavoratori immigrati abbiamo assolutamente bisogno — ma non sempre è facile tradurre in fatti queste esortazioni. Ci vuole anche un po’ di inventiva, di coraggio e di fantasia. Come quella che hanno avuto gli abitanti di Riace, paese sulla riva ionica della Calabria, composto, come tutti quelli della zona, di un nucleo antico sul cocuzzolo di una collina, lontano dal mare, e di un nuovo abitato in via di espansione lungo la costa (proprio quella dove sono stati trovati i celeberrimi bronzi).

Oggi, il centro antico, che per decenni era stato abbandonato e si stava deteriorando irrimediabilmente, è tornato alla vita. Lo abitano immigrati di varie provenienze, tutti profughi politici, che i cittadini di Riace hanno accolto, a cominciare dai trecento curdi arrivati una decina di anni fa.

Gli immigrati hanno avuto un tetto, qualcosa da mangiare ma anche, cosa ben più importante, un lavoro: all’interno delle antiche mura, infatti, sono nate tante piccole aziende artigianali — ceramica, tessitura, preparazione di prodotti alimentari — dove lavorano, fianco a fianco, italiani e immigrati.

Così chi attraversa questo centro sereno e laborioso vede bimbi di diverse provenienze giocare tra loro, calabresi e africani lavorare insieme; ma anche una rinascita economica che porta benefici a tutti, indistintamente: i bambini nella scuola sono aumentati, rendendo così necessario un numero maggiore di insegnanti e impiegati; gli operatori culturali, che si occupano dell’integrazione e insegnano l’italiano, sono in maggioranza originari del luogo; sono rinate industrie artigianali locali come la tessitura della ginestra e gli abitanti delle case abbandonate del borgo ricevono un affitto, basso, ma comunque guadagnano qualcosa e hanno chi restaura le loro case altrimenti destinate alla rovina. E il finanziamento che il ministero italiano dell’Interno ha stanziato per questo esperimento — 24 euro per immigrato — è servito a dare nuovo impulso anche all’economia locale.

È insomma una situazione nella quale i benefici reciproci sono chiari a entrambe le comunità e la convivenza non risulta difficile, tanto che il paese proprio per questo è diventato un’attrazione turistica. Per valorizzarla, alcune case sono state destinate a ospitalità diffusa nel tessuto urbano ed è stato aperto un ristorante. Sulla sua porta si vede ancora il segno di due proiettili: non tutti a Riace hanno gradito questa rinascita. Ma molte persone e intere scuole vengono a vedere questo miracolo quotidiano, e cercano di capire il segreto di un’accoglienza riuscita.

Il segreto sta certo nella tenacia di Mimmo Lucano, attuale sindaco e animatore del progetto, che interviene continuamente a migliorarlo. Ma sta anche in una iniziativa, nella diocesi dove è stato vescovo amatissimo monsignor Bregantini, nata dal basso grazie a una associazione — Città futura don Puglisi — fondata nel 1999 da ragazzi del luogo intorno alla chiesa parrocchiale e che oggi ha sede in un palazzo del centro antico, vero cuore della vita di Riace.

Certo, il successo dell’esperimento è dovuto anche al numero abbastanza ridotto degli immigrati, al loro essere profughi politici e quindi desiderosi di integrarsi nel nuovo paese, non potendo tornare in patria. Non è facilmente riproponibile in tutte le situazioni: anzi, in qualche modo, proprio le condizioni della sua riuscita mettono in luce le difficoltà che si incontrano in altre situazioni.

Ma il solo fatto che esista una simile realtà, che qualcuno sia riuscito a creare e mantenere questo difficile equilibrio — che dura da più di dieci anni — costituisce un esempio a cui guardare, un caso che fa pensare. Allora, la soluzione del problema immigrati sta forse proprio nell’inventare qualcosa di positivo. Invece di scrollare le spalle con indifferenza.

Saturday 02 April 2011

Nostro contemporaneo

La seconda parte del «Gesù di Nazaret»

Il nuovo libro di Ratzinger-Benedetto XVI rende Gesù di Nazaret nostro contemporaneo. Nel gran disordine che regna sotto il cielo l’irrompere di un libro tanto appassionante accende interrogativi che toccano in profondità le nostre inquietudini. Ciascuno può trovarvi qualche luce per uscirne. Vi si raccontano i tre giorni cruciali dell’esistenza di Gesù, le sue ultime ore di vita scandite dalla passione e morte; l’inizio del tempo nuovo, la risurrezione, vero spartiacque della storia che origina un pensiero alternativo sul futuro del mondo e delle speranze umane.

L’autore è convinto che il confronto positivo con Gesù di Nazaret possa essere una soluzione anziché un problema per l’umanità. La sua indagine è convincente, ragionevole e rispettosa di culture e punti di vista differenti. Interessarsi a Gesù ha senso — si percepisce tra le righe — perché è l’unico risorto della storia, il Vivente immerso in ogni epoca e perciò nel nostro presente; compagno di viaggio affidabile che ci introduce negli orizzonti sconosciuti della vita oltre la morte.

Chiunque volesse capire questo misterioso Signore può calarsi nei giorni finali della sua vita terrena.

Pagina dopo pagina, dalle parole e dai comportamenti di Gesù, il teologo diventato Papa trae i tasselli di una carta d’identità dell’essere cristiano. Da un lato salda l’esperienza del patire, dell’angoscia e della tenerezza del Nazareno con l’insieme del pianto e del dolore smisurati delle vittime di ogni tempo e, dall’altro, ci aiuta a leggere frammenti del mistero del male e della sofferenza non più invincibili dopo la sua agonia nell’orto degli ulivi e l’abbandono sulla croce. La risurrezione di Gesù non è un tardivo volo pindarico dei suoi discepoli delusi che, non potendolo dimenticare, lo trasformarono in mito.

È una realtà veramente accaduta, alla pari della crocifissione e della morte. Mentre però del dolore e della morte che impastano la storia abbiamo una conoscenza sperimentale, della risurrezione abbiamo una conoscenza per fede. Si tratta di una fede ragionevole, ma sempre fede. Anzi, ci ricorda Papa Ratzinger, la fede cristiana è fondata sulla risurrezione. Poiché è strettamente collegata alla croce, la memoria della risurrezione è altrettanto pericolosa per la sapienza umana. Per i discepoli che attendevano un messia regale e vittorioso, la morte di Gesù è stata sconvolgente; la risurrezione, una volta verificata, ne ha cambiato la prospettiva, decidendoli a seguire il Maestro finalmente compreso.

Nel mistero della passione, morte e risurrezione — ci ricorda l’autore — sono racchiuse alcune delle questioni profonde dell’esistenza. E nel processo a Gesù è presente la critica radicale alle politiche basate sull’inganno e la violenza anziché sulla verità. Il destino del mondo si gioca sulla verità, non sulla forza che rimane una soluzione illusoria. Occuparsi di Gesù è occuparsi di tale destino poiché egli è venuto per rendere la più autorevole testimonianza alla verità che la prospettiva cristiana identifica con Dio.

Nello stile dei Padri della Chiesa, Papa Ratzinger non scrive per puro godimento intellettuale, ma offre un libro per la vita. La lettura ci immerge nella profondità del mistero cristiano, svelandoci quanto poco sia conosciuto e gustato. Con la scelta di una interpretazione dei racconti della passione basata sulla storia e sulla fede non contrapposte ma complementari, l’autore conferma la teologia conciliare e pone fine al pregiudizio nei confronti del popolo ebraico accusato nei secoli di deicidio. Nei vari momenti esaminati, dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Benedetto XVI sceglie un linguaggio nuovo e accessibile senza perdere profondità.

Chiama la Chiesa «la comunità dei discepoli» di Gesù; definisce la caritas «premura per l’altro», non un secondo settore del cristianesimo accanto al culto, «ma radicato proprio in esso e ne fa parte». C’è emozione per la lotta tra bene e male nella notte del Getsemani dove Gesù «trascina la natura recalcitrante in alto verso la sua vera essenza» e porta «il travaglio dell’essere uomini in alto verso Dio». L’ascensione è tradotta in una «vicinanza permanente» di Gesù con noi, un «entrare nel mistero di Dio» e un’altra dimensione dell’essere.

Si descrive, infine, la risurrezione, come fenomeno totalmente nuovo, una nuova dimensione dell’essere uomini, una mutazione decisiva, un salto di qualità; un nuovo genere di futuro per gli uomini, una nuova dimensione dell’esistenza umana, inclusa nell’atto di donare la vita. L’amore e la risurrezione — insiste l’autore — sono i due motivi distintivi dell’essere cristiani. La risurrezione come «mutazione» genetica compiuta da Dio in Gesù e promessa a tutti; l’amore come metodo di vita che distingue i figli di Dio e per il cosmo dischiude già ora un futuro di speranza.

c. d. c.

Tuesday 29 March 2011

Dall’abisso del male

Il pellegrinaggio di Benedetto XVI alle Fosse ardeatine — così l’ha voluto definire lo stesso Papa — per rendere omaggio alle vittime dello spaventoso eccidio, che resta indelebile tra i numerosissimi orrori della seconda guerra mondiale, non ha trovato molto spazio nei media. Forse anche per il succedersi incalzante e drammatico di notizie nel panorama internazionale.

Eppure la visita di Benedetto XVI a questo sacrario «caro a tutti gli italiani» — in continuità con quelle di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, e con la volontà di pregare e «rinnovare la memoria» — ha un significato particolare, che rimane. Il loro successore ha infatti compiuto un altro passo nella ricomposizione della memoria di quel conflitto che contribuì a sprofondare il Novecento nell’abisso del male. Come aveva affermato lo stesso Benedetto XVI un mese esatto dopo la sua elezione riflettendo sulle ultime successioni papali.

In questo modo non bisogna forse considerare, aveva detto il nuovo Papa, «il fatto che sulla cattedra di Pietro, ad un Pontefice polacco sia succeduto un cittadino di quella terra, la Germania, dove il regime nazista poté affermarsi con grande virulenza, attaccando poi le nazioni vicine, tra le quali in particolare la Polonia? Entrambi questi Papi in gioventù — seppure su fronti avversi e in situazioni differenti — hanno dovuto conoscere la barbarie della seconda guerra mondiale e dell’insensata violenza di uomini contro altri uomini, di popoli contro altri popoli».

Alla presenza del rabbino capo della più antica comunità della diaspora occidentale, ferocemente colpita dalla persecuzione razziale anche alle Fosse ardeatine, il vescovo di Roma, «città consacrata dal sangue dei martiri», ha voluto incontrare a lungo i familiari delle vittime — cattolici ed ebrei insieme — e ha reso omaggio alla loro memoria, in un luogo vicino alle catacombe e dal quale ancora una volta si è levata la preghiera dei Salmi, con le parole che da molti secoli ebrei e cristiani innalzano all’unico Dio.

Quel Dio al quale, nell’ora delle tenebre, si rivolsero due caduti, come altri in quei giorni, per affermare la fede «in Dio e nell’Italia» e invocare la protezione degli ebrei «dalle barbare persecuzioni». Benedetto XVI ha citato le loro parole, ricordando il centocinquantesimo anniversario dell’unità del Paese e ripetendo che nel Padre di tutti è possibile un futuro diverso. Che non offenda il Nome santo di Dio e l’essere umano, creato a sua immagine.

g. m. v.

Monday 28 March 2011

Da Gerusalemme a Parigi

L’intuizione di Benedetto XVI di un nuovo spazio dove laici e non credenti possano essere accolti con amicizia per condividere con chi crede la ricerca dell’unico Dio sta prendendo forma. Nella visione papale questa proposta è rappresentata dall’immagine del «cortile dei gentili» nel Tempio di Gerusalemme — dove appunto erano ammessi i pagani attratti dalla religiosità ebraica — ed è stata assunta dall’organismo curiale che si occupa del mondo della cultura con originale creatività.

Carica di simboli è stata così la scelta di Parigi — la «città dei Lumi» emblema di quella modernità contraddittoria e drammatica nata dagli ideali e dagli errori della rivoluzione francese — per l’esordio di questa iniziativa. Che senza dubbio è tra le più importanti decise da un Papa tanto mite quanto coraggioso, uomo di fede e teologo profondo, abituato sin da giovane al confronto, soprattutto nel mondo universitario, con chi è al di fuori dei confini visibili della Chiesa.

Uso dunque a esprimersi con parole comprensibili a tutti, Benedetto XVI ha voluto essere presente a Parigi con un messaggio ai giovani riuniti davanti a Notre-Dame, in uno spazio aperto oggi come venti secoli fa era accessibile ai pagani il cortile esterno del Tempio gerosolimitano. Dal grande santuario di un ebraismo sempre più caratterizzato da aspirazioni universalistiche rimanevano però esclusi i non giudei.

A cambiare tutto è stata la venuta di Cristo, quella luce vista da Giovanni che illumina ogni essere umano e ha abbattuto «il muro di separazione» tra ebrei e gentili, e dunque ogni divisione: anche quella tra credenti e non credenti. E perché non fosse reso difficile l’accesso dei pagani allo spazio loro riservato nel santuario di Gerusalemme Gesù aveva cacciato chi di questo luogo si approfittava per lucro. Per questo Benedetto XVI in molti modi si fa capire. Come hanno dimostrato, diversamente ma con straordinaria efficacia, i suoi ultimi due libri.

Ed efficaci per credenti e non credenti sono risuonate a Parigi le sue parole, rivolte ai giovani, ma più in generale alle donne e agli uomini di oggi. Il Papa ha così rinnovato l’invito che nel succedersi dei secoli e sino alla fine dei tempi la Chiesa di Cristo non si è stancata e non si stancherà di rivolgere: di non aver paura di aprire a Dio i cuori e le società. Senza timore di assumere le parole — libertà, uguaglianza, fraternità — che hanno riassunto gli ideali rivoluzionari, tante volte poi brandite con asprezza contro la Chiesa e il cristianesimo, e che pure dal cristianesimo sono nate.

Comuni sono moltissime aspirazioni di credenti e non credenti, per costruire «un mondo nuovo e più libero, più giusto e più solidale, più pacifico e più felice». Allora — dice Benedetto XVI — tra chi crede e chi non crede deve cadere, nel riconoscimento reciproco, ogni diffidenza: Dio non è un pericolo per la società e la vita umana e non lo è naturalmente la ragione, purché non si pieghi agli interessi e all’utilità, come spesso avviene. Per questo il Papa ha invitato i giovani parigini, riuniti davanti a Notre-Dame, senza distinguere tra credenti e non credenti, a non fermarsi nel cortile dei gentili. E a entrare invece nella cattedrale, dove come incenso si alzava la preghiera della sera.

g.m.v.

Friday 25 March 2011

Una rivoluzione femminile

A tre anni dalla morte la prima biografia di Chiara Lubich

di Lucetta Scaraffia

A tre anni dalla scomparsa, è uscita la prima biografia di Chiara Lubich, scritta da Armando Torno per Città Nuova: un libro che sceglie volutamente un tono non agiografico per descrivere quella che è sicuramente una delle più straordinarie esistenze del Novecento. Una narrazione piana, costruita attraverso le testimonianze delle focolarine e dei focolarini che sono stati più vicini alla loro fondatrice. Un racconto che volutamente mette sullo stesso piano le vicende umane e le esperienze mistiche di Chiara; rispettando, in questo modo, il suo carattere riservato, la sua capacità di stare al centro di tutto ma al tempo stesso di scomparire come persona.

Mi è capitato di incontrarla personalmente una sola volta, l’8 marzo di qualche anno fa, al Quirinale, dove era arrivata per ricevere un’importante onorificenza dal presidente della Repubblica italiana. Era entrata sorridendo, come sempre, senza preoccuparsi se nessuno dei presenti dava segno di riconoscerla e di darle onore. A me, che le ero andata incontro emozionata, ha riservato un sorriso timido e dolce, e ha declinato con semplicità ogni mio tentativo di far sapere ai responsabili del cerimoniale che era arrivata.

La biografia rispetta questo suo atteggiamento umile e ritroso, profondamente disponibile al contatto umano ma del tutto indifferente alla notorietà, e alla ribalta che pure le spettava. A tal punto che si coglie l’importanza di Chiara nella storia del Novecento quasi più dalla cronologia comparata, molto ben fatta, che si trova in appendice al volume e che dà conto della ricchezza delle forme di aggregazione da lei create all’interno del mondo cattolico, della sua straordinaria capacità di costruire momenti di incontro e di vero dialogo con esponenti e fedeli di altre religioni, della fecondità spirituale che ha segnato la sua vita interiore.

Una fecondità che ha sempre condiviso con le sorelle e i fratelli più vicini, e poi con tutti coloro che rivelavano disponibilità all’ascolto, consapevole che i tempi in cui si trovava a vivere richiedevano un’immediata condivisione di quanto lei, strumento di Gesù, arrivava a comprendere illuminata dallo Spirito Santo. Illuminazioni che nascevano dalla lettura continua della Sacra Scrittura: «Ogni volta che Chiara apriva il Vangelo vi scopriva la profondità di quelle parole di vita eterna che mai prima aveva trovato».

In questo modo, Chiara ha anticipato quello che la cultura cattolica avrebbe poi scoperto: l’ingresso nel linguaggio spirituale della parola amore, fino a quel momento riservata più che altro ai discorsi mondani; l’idea della spiritualità dell’unità, che si trasforma in una appassionata forma di dialogo tra le religioni e in una risposta alla «notte culturale» dell’umanità. Senza mai preoccuparsi che fosse ricordato il suo ruolo precorritore.

La proposta di una nuova evangelizzazione, secondo le sue parole, «non significa soltanto che il mondo secolarizzato» ne ha bisogno, ma anche che «l’evangelizzazione va fatta in maniera nuova». E alla ricerca di questa maniera nuova dedica tutte le sue energie: gli incontri, anche quelli apparentemente secondari, si trasformano grazie a lei in nuove vie e nuovi progetti, allargando sempre più la rete dei coinvolgimenti nel suo ideale: la santità a portata di tutti. Il suo movimento si apre a tutti gli ambiti, in un’ottica universale, con particolare attenzione alla cultura e ai media, mentre la sua vita interiore dà un nuovo impulso agli studi teologici.

Ma certamente l’aspetto di novità più forte che ha segnato la sua vicenda è proprio il suo essere donna, una donna che dà un accento fortemente femminile a ogni sua opera: basti pensare al nome più conosciuto del movimento da lei fondato (ufficialmente Opera di Maria) che evoca il focolare, spazio tradizionalmente femminile. Comincia circondandosi di donne, che sanno poi aprirsi alla necessaria presenza maschile, e dà disposizioni che a presiedere il movimento sia sempre una donna.

Anche la spiritualità dell’Opera prende una forma femminile, rappresentando la presenza mistica di Maria nella Chiesa. In questo modo, con la sua straordinaria esperienza, Chiara — che parla alle assemblee dei vescovi, è ascoltata dai Papi, viene accolta con gli onori di un capo di Stato nei Paesi che visita — realizza quello che i tempi richiedono anche alla Chiesa: riconoscere l’importanza del ruolo delle donne.

Ma lo ottiene senza rivendicare diritti, senza nessuna asprezza. Lo ottiene dimostrando di sapersi meritare quell’autorità che le viene riconosciuta, come è stato per le grandi sante nella storia della Chiesa. La sua importanza nel cattolicesimo del Novecento è anche la prova di una rivoluzione femminile compiuta nel silenzio e nella modestia. Rimane il compito di prenderne atto.

Wednesday 23 March 2011

Questione di radicalità evangelica

Il celibato sacerdotale

di Mauro Piacenza

Residuo preconciliare e mera legge ecclesiastica. Sono queste, in definitiva, le principali e più dannose obiezioni che riaffiorano nel periodico riaccendersi del dibattito sul celibato sacerdotale. Eppure, niente di questo ha reale fondamento, sia che si guardi ai documenti del concilio Vaticano II, sia che ci si soffermi sul magistero pontificio. Il celibato è un dono del Signore che il sacerdote è chiamato liberamente ad accogliere e a vivere in pienezza.

Se infatti si esaminano i testi, si nota innanzitutto la radicale continuità tra il magistero che ha preceduto il concilio e quello successivo. Pur con accenti talora sensibilmente differenti, l’insegnamento papale degli ultimi decenni, da Pio XI a Benedetto XVI, è concorde nel fondare il celibato sulla realtà teologica del sacerdozio ministeriale, sulla configurazione ontologica e sacramentale al Signore, sulla partecipazione al suo unico sacerdozio e sulla imitatio Christi che esso implica. Solo, dunque, una scorretta ermeneutica dei testi del Vaticano II – a cominciare dalla Presbyterorum ordinis – potrebbe condurre a vedere nel celibato un residuo del passato di cui liberarsi. E una tale posizione, oltre che errata storicamente, teologicamente e dottrinalmente, è anche dannosa sotto il profilo spirituale, pastorale, missionario e vocazionale.

Alla luce del magistero pontificio bisogna anche superare la riduzione, in taluni ambienti molto diffusa, del celibato a mera legge ecclesiastica. Esso, infatti, è una legge solo perché è un’esigenza intrinseca del sacerdozio e della configurazione a Cristo che il sacramento dell’Ordine determina. In tale senso la formazione al celibato, oltre ogni altro aspetto umano e spirituale, deve includere una solida dimensione dottrinale, poiché non si può vivere ciò di cui non si comprende la ragione.

In ogni caso, il dibattito sul celibato, che periodicamente nei secoli si è riacceso, certamente non favorisce la serenità delle giovani generazioni nel comprendere un dato così determinante della vita sacerdotale.

Giovanni Paolo II nella Pastores dabo vobis (n. 29), riportando il voto dell’assemblea sinodale, afferma: “Il Sinodo non vuole lasciare nessun dubbio nella mente di tutti sulla ferma volontà della Chiesa di mantenere la legge che esige il celibato liberamente scelto e perpetuo per i candidati all’Ordinazione sacerdotale nel Rito latino. Il Sinodo sollecita che il celibato sia presentato e spiegato nella sua piena ricchezza biblica, teologica e spirituale, come dono prezioso dato da Dio alla sua Chiesa e come segno del Regno che non è di questo mondo, segno dell’amore di Dio verso questo mondo nonché dell’amore indiviso del sacerdote verso Dio e il Popolo di Dio”.

Il celibato è questione di radicalismo evangelico. Povertà, castità e obbedienza non sono consigli riservati in modo esclusivo ai religiosi. Sono virtù da vivere con intensa passione missionaria. Non possiamo abbassare il livello della formazione e, di fatto, della proposta di fede. Non possiamo deludere il popolo santo di Dio, che attende pastori santi come il curato d’Ars. Dobbiamo essere radicali nella sequela Christi senza temere il calo del numero dei chierici. Infatti, tale numero decresce quando si abbassa la temperatura della fede, perché le vocazioni sono “affare” divino e non umano. Esse seguono la logica divina che è stoltezza agli occhi umani.

Mi rendo conto, ovviamente, che in un mondo secolarizzato è sempre più difficile comprendere le ragioni del celibato. Ma dobbiamo avere il coraggio, come Chiesa, di domandarci se intendiamo rassegnarci a una tale situazione, accettando come ineluttabile la progressiva secolarizzazione delle società e delle culture, o se siamo pronti a un’opera di profonda e reale nuova evangelizzazione, al servizio del Vangelo e, perciò, della verità sull’uomo. Ritengo, in tal senso, che il motivato sostegno al celibato e la sua adeguata valorizzazione nella Chiesa e nel mondo possano rappresentare alcune tra le vie più efficaci per superare la secolarizzazione.

La radice teologica del celibato, dunque, è da rintracciare nella nuova identità che viene donata a colui che è insignito del sacramento dell’Ordine. La centralità della dimensione ontologica e sacramentale e la conseguente strutturale dimensione eucaristica del sacerdozio rappresentano gli ambiti di comprensione, sviluppo e fedeltà esistenziale al celibato. La questione, allora, riguarda la qualità della fede. Una comunità che non avesse in grande stima il celibato, quale attesa del Regno o quale tensione eucaristica potrebbe vivere?

Non dobbiamo allora lasciarci condizionare o intimidire da chi non comprende il celibato e vorrebbe modificare la disciplina ecclesiastica, almeno aprendo delle fessure. Al contrario, dobbiamo recuperare la motivata consapevolezza che il nostro celibato sfida la mentalità del mondo, mettendo in crisi il suo secolarismo e il suo agnosticismo e gridando, nei secoli, che Dio c’è ed è presente.

Tuesday 22 March 2011

L’orso del Papa

Alla dedicazione della parrocchia romana di San Corbiniano — una liturgia esemplare per la cura e la partecipazione dei fedeli, tra i quali tantissimi bambini — erano presenti ben tre successori del fondatore della diocesi di Frisinga: oltre a Joseph Ratzinger, oggi Papa con il nome di Benedetto XVI, i cardinali Friedrich Wetter e Reinhard Marx. Un fatto eccezionale, che il parroco ha sottolineato nel suo caloroso saluto iniziale.

Nell’omelia il vescovo di Roma, successore del primo degli apostoli, ha improvvisato una breve riflessione su questo monaco francese attratto dalla vita contemplativa che scese a Roma per fondarvi un monastero. Ma qui la sua vita cambiò in modo inatteso: il Papa lo ordinò vescovo per la Baviera, dove la popolazione «voleva farsi cristiana, ma mancava gente colta, mancavano sacerdoti per annunciare il Vangelo».

Una scelta, quella di Gregorio ii, che si rivelò di universalità — il santo infatti «collega la Francia, la Germania, Roma», ha sottolineato il Papa — e nello stesso tempo di unità: Corbiniano ci dice che «la Chiesa è fondata su Pietro» e che era la stessa «come oggi». Per una ragione molto semplice: Cristo è lo stesso, «la Verità, sempre antica e sempre nuova, attualissima, presente, e apre la chiave per il futuro».

Parlando ai fedeli Benedetto XVI ha accennato all’orso che ha scelto di collocare nel suo stemma, episcopale e poi papale. Joseph Ratzinger ne aveva scritto per la prima volta nel libro autobiografico, tanto piccolo quanto prezioso, che pubblicò nel suo settantesimo anno e dove raccolse i suoi ricordi sino alla consacrazione episcopale. Raccontando come all’animale che aveva sbranato il cavallo di Corbiniano, in viaggio per Roma, fu imposto dal monaco di portare il suo fardello.

Ratzinger, sulla traccia del prediletto Agostino, spiegava che quel peso — il carico episcopale di chi «tira il carro di Dio in questo mondo» — venne imposto a Corbiniano e al vescovo africano, attratti entrambi dalla contemplazione e dallo studio. «Ma proprio in questo modo io ti sono vicino, ti servo, tu mi hai nella mano», concludeva il cardinale ormai a Roma. Affidandosi all’unico Signore, come ogni giorno fa Benedetto XVI. Che resta sempre affezionatissimo al suo orso.

g. m. v.