Sunday 26 April 2015

QUELLO CHE HO SCOPERTO OGGI SULLA SINDONE

In questi anni, per circostanze note e dolorose, sono diventato il destinatario di un fiume di lettere e ora navigo in un mare di storie, piene di vita vissuta, di croci inimmaginabili, di eroismi spesso totalmente nascosti al mondo, di naufragi e di speranze indomabili dentro il buio più fitto.

Sono testimonianze che fanno ammutolire. Chi e come può stare davanti a tutto questo dolore e tutta questa speranza? Chi può custodirli veramente?

Spesso sui media si denuncia lo scandalo della sofferenza innocente. E si resta impietriti davanti alla disperazione e all’impotenza.

Ma c’è qualcosa che è ancora più sconvolgente, qualcosa che è totalmente imprevisto e fa addirittura baluginare il divino perché è davvero “una cosa dell’altro mondo”.

Sono quelle storie, quei volti, quelle persone che – inspiegabilmente – non soccombono sotto prove terrificanti, che non sprofondano sotto croci disumane, ma hanno la luce negli occhi. Brillano di un amore pietoso e carico di una misteriosa letizia. Hanno una forza inspiegabile.

BAMBINI

Sono storie apparentemente semplici, ma immense.

“Cara famiglia che stai soffrendo in un modo tanto simile alla mia”, mi scriveva una mamma, “nelle due settimane di coma profondo della mia piccola, una città intera ha pregato per lei. Amici e conoscenti, miscredenti e persone lontane da Dio si sono inginocchiate nelle tante veglie notturne organizzate per la mia piccina. Hanno strappato a Dio una promessa che ora si sta compiendo. Noi, in sala rianimazione, l’abbiamo sollecitata continuamente, pregando su di lei a voce alta, cantando i canti della messa domenicale che lei, anche se piccolissima, aveva ascoltato, facendole sentire tanto Mozart. Un cervello che dorme va risvegliato! Le ho raccontato tutto quello che avevamo fatto insieme e le ho descritto tutte le cose belle che avremmo fatto ancora e tutte le meraviglie del creato che avrebbero visto i suoi occhi una volta guarita. Si é svegliata. A dispetto delle sue condizioni definite gravissime”.

Un vecchio missionario, che da quarant’anni è in Africa, che si è letteralmente consumato fra bambini ammalati di lebbra, mi scrive dei canti e della felicità di quei fanciulli, vestiti di stracci, per i doni e le preghiere che si sono scambiati con noi e del loro far festa.

Ma la cosa più straordinaria accade quando s’incontrano persone che letteralmente offrono se stessi, in olocausto, per la salvezza e la felicità degli altri esseri umani e perché venga il regno di Dio, la felicità per tutti.

OLOCAUSTO

La testimonianza più struggente per me è quella di una giovane ragazza che da anni è sul Calvario, un succedersi di malattie e atrocità senza eguali.

Ha sopportato una quantità di sofferenze che forse pochissimi esseri umani hanno vissuto, da tempo è inchiodata su un letto e i medici da settimane le hanno detto che non c’è più nessuna possibilità di sopravvivenza.

Mi scrive:

“Sono a brandelli nel corpo e nel cuore… Ma anche se straziata, dilaniata in modo inimmaginabile – non posso descrivertelo perché ti sentiresti male e non c’è fondo – sono lieta di poter dare il mio contributo per la salvezza di questa umanità che sta sprofondando… Gesù dà senso a tutto questo massacro terrificante e umanamente indicibile per la salvezza di questi tempi nerissimi… Offro anche per la tua carissima Caterina. Ricorda che l’Amore avrà l’ultima parola. La preghiera ottiene tutto da Dio, anche l’impensabile. Io sono serena, cerco solo di resistere ancora un po’ per poter offrire ancora qualcosa al mio amato Gesù, per aiutarlo a portare il peso di tutta l’umanità e a salvare tanti nostri fratelli e sorelle. Forza! Sii sempre testimone coraggioso del Signore”.

Davanti a storie e volti così si può veramente capire qual è (e perché ci riguarda) il mistero di quella Sindone che – ancora una volta – in questi giorni viene esposta e offerta alla venerazione dei pellegrini, a Torino.

Quell’antico lino non è solo una preziosa reliquia della passione e della morte di Gesù. Non è solo una clamorosa conferma letterale dei resoconti evangelici. Della loro storicità, fin nei minimi, drammatici dettagli.

UN EVENTO UNICO

La Sindone mostra l’abisso della sofferenza umana raccolta tutta in un corpo, concentrata tutta su un uomo. Perché non c’è un centimetro quadrato di quel corpo che non sia macellato, seviziato, triturato. Con l’inevitabile sofferenza interiore prodotta dall’odio, dal disprezzo, dalle umiliazioni.

Ma la Sindone mostra pure la formidabile resistenza fisica di quell’Uomo, senza la quale sarebbe bastata la selvaggia flagellazione a farlo morire: resistenza fisica che può essere prodotta solo da una sovrumana forza interiore, quindi da una titanica decisione di sopportare tutto, di espiare per tutti, perciò da un oceano di compassione. Egli si è preso sulle spalle le sofferenze di noi tutti.

Infine la Sindone è anche un formidabile fenomeno scientifico che parla soprattutto a questo nostro tempo, il primo della storia che ha la possibilità e gli strumenti per decifrare i tantissimi messaggi che contiene.

Proviamo allora a elencare alcuni di questi elementi.

Anzitutto è un “unicum”, perché non si è trovata alcuna spiegazione scientifica alla formazione di questa immagine che non è data da pigmento, ma da una bruciatura superficiale del lino e – sottolineo – una bruciatura non per contatto (altrimenti nel lenzuolo aperto l’immagine sarebbe apparsa deformata): gli scienziati ipotizzano un gigantesco, istantaneo e inspiegabile sprigionarsi di energia da quel corpo.

Quindi la Sindone porta le tracce di un avvenimento unico nella storia, un fatto non naturale e che non è possibile riprodurre nemmeno oggi.

Inoltre la Sindone contiene informazioni e dati – per esempio la tridimensionalità – che oggi sono strumentalmente decifrabili, ma che non potevano essere conosciuti e prodotti dagli uomini dei secoli scorsi, né in tutti i secoli precedenti (così pure le tracce microscopiche di polline dell’area di Gerusalemme, come lo Zygophyllum dumosum, che non si possono collocare o rilevare senza i moderni microscopi).

LE PROVE

Infine le analisi medico legali hanno appurato

1) che quel lenzuolo ha sicuramente avvolto il corpo di un uomo morto, come dimostrato dal sangue cadaverico e dalla rigidità cadaverica delle gambe (peraltro quella ferita al costato è incompatibile con la vita);

2) l’équipe di scienziati americani dello STURP che analizzarono ogni centimetro del lenzuolo nel 1978 ha accertato inoltre che quel corpo morto è stato contenuto dentro al lenzuolo meno di 40 ore, perché non c’è alcuna traccia di putrefazione;

infine 3) la stessa équipe ha scoperto che i contorni della macchie di sangue rivelano che non vi fu alcun movimento fra il corpo e il lenzuolo, quindi quel corpo è uscito dal lenzuolo senza strappo dei coaguli ematici, cioè senza movimento, senza spostarsi, come passando attraverso il lenzuolo.

Quindi quel corpo risuscitando ha acquisito delle proprietà che nessun altro corpo normale possiede (proprio come dicono i Vangeli).

E tutto è accaduto con un’esplosione di luce che ha impresso – con modalità sconosciute – l’immagine sul lenzuolo. Arnaud-Aaron Upinsky nota che, scientificamente parlando, “la Sindone porta la prova di un fatto metafisico”. E’ la resurrezione.

LA FORZA

L’Uomo della Sindone ha preso su di sé tutta la debolezza e le sofferenze degli uomini e le ha investite con tutta la Potenza di Dio, che spazza via la morte.

E quell’Uomo-Dio ora è vivo. La sua è la luce che brilla sui volti di tanti che oggi non soccombono alle croci. Misteriosamente presente fra noi, dona, con la sua amicizia, la sua stessa forza.

Cosicché già qui sulla terra è possibile sperimentare – anche fra le lacrime e le prove della vita – la misteriosa letizia della vittoria.

Quell’eroica ragazza in croce, che ho citato, accennando alla Sindone, mi ha detto: “Che commozione sentir parlare del nostro Salvatore! Con il suo folle amore ha voluto rendere libero e felice ognuno di noi”.

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 26 aprile 2015

www.antoniosocci.com

Friday 24 April 2015

Sinodo. Una lettera quasi dalla fine del mondo

Questa volta dall'Australia e da Papua Nuova Guinea: "Padre Santo, non si limiti ad ascoltare ma dica anche lei cosa pensa, in aula e fuori. E poi decida"

Tuesday 21 April 2015

Corpus Hominis e il nuovo umanesimo

xfiction bresciaOggi più che mai, data la disponibilità pressoché protesica e ubiquitaria di mezzi espressivi di base, è diffusa la pratica di appropriarsi di “temi” di ogni sorta per dare un titolo troppo spesso di gran lunga superiore ai contenuti che in realtà si esprimono. Tra questi temi rientra l’umanesimo, il presunto nuovo umanesimo. Teorie, rifacimenti, esercizi di stile, e tutti i copia incolla possibili con cui si tenta di riempire il vuoto assoluto di visione, una qualsiasi.

In questo panorama esistono invece delle vere e proprie intuizioni di grande valore concreto e potenziale che possono gettare le basi di una riflessione seria e costruttiva. Quando mi è stato chiesto dagli ideatori e organizzatori di “Corpus Hominis”, festival triennale della città di Brescia (http://corpushominis.it/) di utilizzare come simbolo un frame della mia opera video Xfiction, non avevo ancora idea di quanto il corpo di quella idea, di quel progetto fosse lo scrigno di una serie di intuizioni che in definitiva rendevano concreto quello che è anche uno dei fulcri del mio lavoro : il Corpus Hominis è il corpo che incontra, incarna, racchiude, espande nel corpo dell’Uomo-uomo il corpo stesso della citta, della comunità, della relazione, del pensiero.

E ho pensato: ecco un’esperienza che di umanesimo nuovo possibile parla in concreto, tentando di farlo partire e rientrare nel corpo e nei corpi dell’individuo facendo in modo che attraverso questa esperienza si possa tentare di ripensare anche il tessuto stesso del fare città, del fare comunità, del fare dialogo. Il fatto che tra le varie modalità espressive nel festival ci sia il teatro, lo interpreto come una necessità che il pensare “umanistico” non rimanga relegato all’obsoleta ma tanto di moda tendenza alla concettualizzazione, ma diventi un gesto, un gesto vero, nello spazio di relazione, che interessi veramente l’uomo fino all’ultima fibra dell’essere, che è indiscutibilmente e irrimediabilmente corpo.

Un nuovo umanesimo è pensabile solo a partire dal porre nuovamente la corporeità  al centro  del dibattito. Certo una corporeità estesa, ma comunque corporeità. In questo, “Corpus Hominis” ha una ulteriore sorpresa. Il superamento dei confini artificiosi e sorpassati che in questi decenni si sono costruiti, relegando le varie realtà della “città degli uomini” a sommatorie di isole non comunicanti, esattamente come si è fatto con la compartimentazione dei saperi. La prima esperienza realizzata insieme è stata la proiezione di Xfiction sulla enorme parete di Largo Formentone che dà su piazza della Loggia, simbolo del melting pot e città senza eufemismi ed edulcorazioni. Spostare l’arte non pensata come decorazione o arredo (come nella quasi totalità delle opere video pubbliche), ma come riflessione intima in un luogo così pubblico e vibrante di contaminazioni contraddittorie , è un messaggio chiaro: la città stessa diviene santuario laico della riflessione, la città stessa diviene intimità espansa, la città stessa diviene luogo della formazione umanistica e del dialogo di identità che per dialogare devono fare tutto tranne che appiattirsi nella melassa anestetica della indistinguibilità.

Don Adriano Bianchi, la prof. Carla Bino, con Don Marco Mori e tutti i loro numerosi collaboratori sono riusciti ad avviare una esperienza di una grande complessità e ricchezza, che non è solo locale ma potenzialmente un progetto che va oltre i confini per diventare una possibile proposta metodologica finalmente concreta di cosa può essere un umanesimo rinnovato: il Corpus Hominis.

Raul Gabriel

Tuesday 21 April 2015 04:00

Terremoto tra i gesuiti, al Pontificio Istituto Orientale

Esautorati dal generale della Compagnia di Gesù il rettore e i due decani. L'islamologo Samir Khalil Samir nuovo reggente provvisorio. Un disastro preannunciato da anni

Monday 20 April 2015

Harry Potter e il mistero della Redenzione

harry potter redenzioneCos’hanno in comune i testi biblici e la letteratura fantasy? La domanda sembrerebbe irriverente se non fosse che a chiederselo sono stati teologi e matematici nel corso di un dibattito pubblico («La teologia tra scienza e fantascienza. Da Guerre Stellari a Harry Potter») tenutosi il 15 aprile alla Pontificia Università Lateranense che, in collaborazione con il Servizio Nazionale della Cei per il Progetto Culturale, se ne è fatta promotrice attraverso l’area di ricerca interdisciplinare Sefir (Scienza e fede, sull’interpretazione del reale) diretta da Giandomenico Boffi. «La Teologia non è fantascienza ma rigorosa disciplina scientifica – spiega Boffi, che è anche ordinario di Algebra e direttore del Laboratorio di Scienze matematiche all’Università degli Studi Internazionali di Roma -. Eppure, come ogni scienza, ha bisogno di fantasia non essendo sufficiente la sola logica. Nel caso della matematica, ad esempio, l’enunciato del teorema va prima immaginato e solo successivamente va dimostrato».

La teologia, in fondo, «è intelligenza della fede – chiarisce Giuseppe Lorizio, ordinario di Teologia fondamentale – e nell’intelligenza entra anche l’immaginazione. A ciò si aggiunga che il tema del simbolico e della narrazione rivolta al futuro è già presente nella biblica Apocalisse». E come nella fantascienza, anche nel racconto apocalittico «si fa strada in un momento preciso: dinanzi, cioè, alle speranze di salvezza disattese e alle profezie mancate». A chi si chiede se allora c’è una rivalutazione della magia da parte del cristianesimo, Lorizio risponde con un esempio: «Il magico viene condannato solo perché diventa mercato. Simon Mago non è additato perché è mago ma perché vende la magia. Al contrario, nella favola di Cenerentola viene detto che “il coraggio e la gentilezza possono operare magie”». Dunque valori monetari contro valori morali.

Il gesuita Michael Fuss, che all’Università Gregoriana tiene corsi su buddhismo e culti new age, offre una carrellata di “religioni” presenti oggi nella fantascienza il cui successo, spiega, si deve al suo essere «orientata al romanticismo, sapendo offrire un immaginario caldo nel momento in cui l’uomo si trova nel freddo dell’inospitalità dello spazio». Nella discussione non poteva non finire anche il geniale maghetto creato da J. K. Rowling, Harry Potter, protagonista di una serie editoriale in sette volumi che in soli 10 anni, dal 1997 al 2007, ha venduto circa 450 milioni di copie. «La vicenda di Harry Potter è una declinazione semplice del mistero della Redenzione», spiega Antonio Sabetta, ordinario di Teologia fondamentale e preside dell’Istituto superiore di Scienze religiose Ecclesia Mater. «Nei libri, a parte due citazioni bibliche poste nel settimo, non ci sono riferimenti espliciti al cristianesimo. Eppure è molto interessante leggere in chiave cristiana le tematiche che attraversano la saga, prime fra tutte quella della lotta tra bene e male». Chiarisce: «C’è una dimensione buona e cattiva in ogni uomo che è chiamato ogni giorno a scegliere tra ciò che è giusto e ciò che è facile».

Compito arduo ma Rowling sa mostrare la grandezza dell’amore, «che è abbracciare liberamente la possibilità della morte». Harry accetta infatti di andare incontro al suo destino (“Devo morire perché tutto finisca”) «ed è qui il tratto più “cristiano” della serie, cioè l’idea che la vittoria sul male richieda il coraggio di una vita che prende su di sé il peso e le conseguenze di ogni decisione». In questo sacrificio accettato avviene un cambiamento che è poi l’inizio d’ogni nuova storia. «Hegel – conclude Sabetta – nelle sue “Lezioni sulla filosofia della religione” definisce la morte di Cristo la “morte della morte”, la negazione della negazione», e dunque l’affermazione della vita.

Mariaelena Finessi – RomaSette, 19 aprile 2015

Sunday 19 April 2015

LA SINISTRA DI MAOMETTO

Ecco alcune notizie degli ultimi giorni:

1) la strage di 147 studenti cristiani compiuta dagli islamisti all’Università di Garissa in Kenya;

2) le minacciose invettive del presidente islamico turco per l’evocazione da parte di papa Bergoglio del “genocidio” di un milione e mezzo di cristiani armeni, un secolo fa;

3) un ragazzo bruciato vivo in Pakistan perché cristiano;

4) i combattenti islamisti in Siria bombardano i quartieri cristiani di Aleppo facendo decine di morti;

5) secondo alcune notizie dalla Nigeria, le 200 studentesse cristiane rapite da Boko Aram sarebbero state uccise;

6) quindici migranti islamici fermati dalla polizia a Palermo per aver buttato in mare dodici migranti cristiani a causa della loro fede.

E’ un orrore che va avanti da tempo. Ricordo un numero della rivista di geopolitica “Limes” che già nel 2000 scriveva: “Il cristianesimo è la religione più perseguitata del mondo. Conta migliaia di vittime; i suoi fedeli subiscono torture e umiliazioni di ogni tipo. Ma l’opinione pubblica occidentale… non concede a questo dramma alcuna attenzione”.

Ha un bel chiedere – in questi giorni – Lucia Annunziata “dov’è la sinistra” davanti al massacro degli studenti cristiani in Kenya. La risposta è “non pervenuta”.

VICINANZA ALL’ISLAM

Del resto l’opinione pubblica che conta, quella sinistra liberal o ancora marxisteggiante che dilaga sui media e nelle istituzioni scolastiche, manifesta di frequente disprezzo verso quei principi e quella storia cristiana su cui sono fondati la nostra libertà e il nostro benessere. L’Europa tecnocratica poi sembra smaniosa di cancellare le tracce di tutto ciò che è cristiano (in Francia siamo al ridicolo: si epura perfino la toponomastica).

Si progettano pure disegni di legge che potrebbero limitare proprio la libertà di espressione dei cristiani magari in nome delle nuove bandiere ideologiche della sinistra, come l’omofobia.

Ma la stessa sinistra che qua è pronta a fare le barricate per i cosiddetti “diritti civili” appare muta di fronte – non dico ai cristiani perseguitati – ma all’umiliante condizione delle donne nei paesi islamici e al brutale trattamento lì riservato alle persone omosessuali.

L’astioso pregiudizio contro il cristianesimo delle élite “progressiste” va di pari passo con il loro benevolo pregiudizio verso l’Islam. Del quale non si vogliono riconoscere nemmeno i massacri.

D’altronde cosa fece la Sinistra marxista di un tempo con i crimini del comunismo? Negò quelle atrocità finché poté, poi pretese di ridurli a degenerazioni locali, scomunicando chi riteneva che invece il problema fosse lo stesso marxismo-leninismo.

Oggi la Sinistra progressista vuol farci credere che il terrorismo non c’entra niente con l’Islam. E ignora le stragi (soprattutto di cristiani) che hanno costellato tutta la storia dell’Islam e della sua sanguinosa espansione.

Si arriva al punto di capovolgere la storia e far passare i cristiani per aggressori evocando a rovescio le crociate (le quali tentarono semplicemente di limitare i danni dell’invasione islamica di terre cristiane).

L’ignoranza storica si accompagna alla cecità ideologica, perché l’Islam più che una religione come il cristianesimo, è una teologia politica come il marxismo.

Il laicissimo Bertrand Russel in un suo saggio sul bolscevismo scriveva che fra le religioni il bolscevismo doveva essere paragonato piuttosto all’Islam che al cristianesimo. Quest’ultimo infatti è una religione personale con una sua spiritualità, una mistica, una teologia. Invece “Islamismo e Bolscevismo sono religioni pratiche, sociali, non spirituali, impegnate a conquistare il dominio del mondo terreno. I loro fondatori non avrebbero resistito alla terza tentazione nel deserto di cui parla il Vangelo”.

L’Islam infatti comporta un’ideologia totalitaria simile al comunismo, ma anche al fascismo e al nazismo (Eric Voegelin ha ampiamente mostrato che sono diverse maschere riemergenti della gnosi).

Come ha spiegato Samir Khalil Samir, “l’Islam nasce fin dall’inizio come progetto socio-politico e anche militare: ciò è evidente sia nel Corano sia nella sunna, nella tradizione che include la vita e i detti di Maometto. Per un musulmano religione e politica sono indissolubili”.

DOMINIO

Maometto è stato un formidabile condottiero e ha fondato una teologia politica universalista funzionale alla conquista dell’Arabia e poi al dominio del mondo.

A chi crede che oggi il problema sia rappresentato solo da pochi fondamentalisti violenti e non dall’Islam in sé, risponde Samuel Huntington: “Millequattrocento anni di storia dimostrano il contrario. L’Islam è l’unica civiltà ad aver messo in serio pericolo, e per ben due volte, la sopravvivenza dell’Occidente”.

“Per quasi mille anni” aggiunge Bernard Lewis “dal primo sbarco moresco in Spagna al secondo assedio turco di Vienna, l’Europa è stata sotto la costante minaccia dell’Islam”.

Credere che siano cose del passato o limitate – oggi – ad Al Qaeda e all’Isis è da illusi (del resto chi ha inventato e sostiene l’Isis?). L’Islam per sua natura punta al mondo intero.

Monsignor Bernardini, arcivescovo di Smirne, al Sinodo dei vescovi del 1999 riferì: “Durante un incontro ufficiale sul dialogo islamo-cristiano, un autorevole personaggio musulmano, rivolgendosi ai partecipanti cristiani, disse a un certo punto con calma e sicurezza: ‘Grazie alle vostre leggi democratiche vi invaderemo; grazie alle nostre leggi religiose vi domineremo’ ”.

Hanno già cominciato con l’enorme pressione dei grandi capitali petroliferi, da una parte, e con l’immigrazione incontrollata dall’altra. Una tenaglia che già si stringe sull’Inghilterra, come pure sulla Francia (vedi il romanzo “Sottomissione” di Houellebecq).

Quanto all’Italia il pensiero dominante ha emarginato una voce profetica come quella di Oriana Fallaci. Chissà come avrebbe tuonato – lei che era stata partigiana – sapendo della controversia sul 25 aprile di quest’anno fra la presenza delle insegne della “Brigata ebraica” (che partecipò alla liberazione dell’Italia) e la bandiera palestinese che “non ha nulla a che vedere con le truppe Alleate e in quel momento storico” ha ricordato Pacifici “era dalla parte dell’occupante”.

IL METODO BIFFI

Oltre alla Fallaci è rimasta inascoltata la voce del cardinale Biffi. Ecco le sue parole del 2000: “Oggi è in atto una delle più gravi e ampie aggressioni al cristianesimo (e quindi alla realtà di Cristo) che la storia ricordi. Tutta l’eredità del Vangelo viene progressivamente ripudiata dalle legislazioni, irrisa dai ‘signori dell’opinione’, scalzata dalle coscienze specialmente giovanili. Di tale ostilità, a volte violenta a volte subdola, non abbiamo ragione di stupirci”, perché era stato profetizzato nel Vangelo, “ci si può meravigliare invece degli uomini di Chiesa che non sanno o non vogliono prenderne atto”.

Poi Biffi ricordò una sua intervista di alcuni anni prima, dove gli fu chiesto: “Ritiene anche lei che l’Europa sarà cristiana o non sarà?”.

Rispose: “Io penso che l’Europa o ridiventerà cristiana o diventerà musulmana. Ciò che mi pare senza avvenire è la ‘cultura del niente’, della libertà senza limiti e senza contenuti, dello scetticismo vantato come conquista intellettuale, che sembra essere l’atteggiamento dominante nei popoli europei, più o meno tutti ricchi di mezzi e poveri di verità. Questa ‘cultura del niente’ (sorretta dall’edonismo e dalla insaziabilità libertaria) non sarà in grado di reggere all’assalto ideologico dell’islam che non mancherà: solo la riscoperta dell’avvenimento cristiano come unica salvezza per l’uomo – e quindi solo una decisa risurrezione dell’antica anima dell’Europa – potrà offrire un esito diverso a questo inevitabile confronto”.

Biffi concluse che i ‘laici’, osteggiando in tutti i modi la Chiesa, non si accorgono di combattere l’ispiratrice più forte e la difesa più valida della civiltà occidentale e dei suoi valori di razionalità e di libertà: potrebbero accorgersene troppo tardi”.

 

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 19 aprile 2015

Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

(nella foto: Costantinopoli, città costruita bellissima dai cristiani e conquistata ferocemente dai turchi che l’hanno cambiata in Istanbul)

Saturday 18 April 2015

IMPRESSIONANTE !

NON AVEVO VISTO IL VIDEO: GUARDATELO. CONTATE QUANTI SECONDI PAPA BERGOGLIO DEDICA ALLA FAMIGLIA DI ASIA BIBI (15 SECONDI !!!).
QUASI SENZA FERMARSI E SENZA ASCOLTARLI !!!
E’ IMPRESSIONANTE PARAGONARE L’ARIA ALLEGRA DI PAPA BERGOGLIO CON LE ESPRESSIONI AFFRANTE DEL MARITO E DELLA FIGLIA DI ASIA BIBI: HANNO UNA MADRE E UNA MOGLIE IN GALERA DA SEI ANNI CONDANNATA A MORTE PERCHE’ CRISTIANA E IL PAPA NON LI DEGNA NEMMENO DI UNA CAREZZA!!!
GUARDATE NEGLI ULTIMI SECONDI DELLA RIPRESA IL VOLTO (CHE SI VEDE D A LONTANO) DELLA FIGLIA DI ASIA BIBI, UN VOLTO SERIO, TRISTE, CHE GUARDA PAPA BERGOGLIO…

LA RAGAZZINA SEMBRA CONSAPEVOLE DI QUANTO SUA MADRE SIA STATA LASCIATA SOLA…

SANTO PADRE, ERA UNA SFORZO TROPPO GRANDE FERMARSI QUALCHE SECONDO, ASCOLTARLI E MAGARI COMPATIRE IL LORO DOLORE (ANCHE SMETTENDO DI SORRIDERE. MAGARI…) ???
E SENTIRE DI COSA HANNO BISOGNO? RICORDA LE BEATITUDINI (“CHI AVRA’ DATO ANCHE UN SOLO BICCHIERE D’ACQUA…”)…
A QUELLA VELOCITA’ E A QUELLA DISTANZA E’ MOLTO DIFFICILE CHE LEI PRENDA L’ODORE DELLE PECORE…

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Saturday 18 April 2015 22:54

IMPRESSIONANTE !!!!!

NON AVEVO VISTO IL VIDEO: GUARDATELO. CONTATE QUANTI SECONDI PAPA BERGOGLIO DEDICA ALLA FAMIGLIA DI ASIA BIBI (15 SECONDI !!!).
QUASI SENZA FERMARSI E SENZA ASCOLTARLI !!!
E’ IMPRESSIONANTE PARAGONARE L’ARIA ALLEGRA DI PAPA BERGOGLIO CON LE ESPRESSIONI AFFRANTE DEL MARITO E DELLA FIGLIA DI ASIA BIBI: HANNO UNA MADRE E UNA MOGLIE IN GALERA DA SEI ANNI CONDANNATA A MORTE PERCHE’ CRISTIANA E IL PAPA NON LI DEGNA NEMMENO DI UNA CAREZZA!!!
GUARDATE NEGLI ULTIMI SECONDI DELLA RIPRESA IL VOLTO (CHE SI VEDE D  A LONTANO) DELLA FIGLIA DI ASIA BIBI, UN VOLTO SERIO, TRISTE, CHE GUARDA PAPA BERGOGLIO…

LA RAGAZZINA SEMBRA CONSAPEVOLE DI QUANTO SUA MADRE SIA STATA LASCIATA SOLA…

SANTO PADRE, ERA UNA SFORZO TROPPO GRANDE FERMARSI QUALCHE SECONDO, ASCOLTARLI E MAGARI COMPATIRE IL LORO DOLORE (ANCHE SMETTENDO DI SORRIDERE. MAGARI…) ???
E SENTIRE DI COSA HANNO BISOGNO? RICORDA LE BEATITUDINI (“CHI AVRA’ DATO ANCHE UN SOLO BICCHIERE D’ACQUA…”)…
A QUELLA VELOCITA’ E A QUELLA DISTANZA E’ MOLTO DIFFICILE CHE LEI PRENDA L’ODORE DELLE PECORE…

 

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Friday 17 April 2015

La prima volta di Francesco. Col nemico ottomano

In due anni da papa non gli era mai avvenuto di essere attaccato così aspramente, come oggi dalla Turchia, per la sua denuncia del genocidio armeno. Una svolta nel pontificato

Friday 17 April 2015 03:32

Un missionario indiano nel Nord Camerun

Il Nord del Camerun è pesantemente infiltrato dai Boko Haram che arrivano dallo stato di Borno nel nord della Nigeria, dove è già vigente la legge coranica “sharia” e quasi ogni giorno ci sono scuole e villaggi cristiani vittime degli estremisti dell’islam. Il confine tra Camerun e Nigeria, lungo più di 2.000 km, passa in foreste e steppe senza alcuna barriera divisoria. I Boko Haram entrano facilmente e reclutano giovani musulmani disoccupati, mandando 250 dollari al mese alle loro famiglie (insegnanti e infermiere guadagnano circa 70-80 dollari); se poi questi giovani vogliono ritirarsi, tagliano la gola a loro e ai loro famigliari in Camerun; assaltano villaggi, fermano pullman di servizio statale facendo strage dei musulmani che non sanno leggere il Corano e degli uomini cristiani; portano in Nigeria le loro donne e i bambini come ostaggi. Le ambasciate occidentali hanno ordinato ai loro cittadini di ritirarsi dal Nord Camerun, diviso dal Sud, dove l’islam è poco presente, da 900 km di foreste.

Chi è rimasto nel Nord? Missionari e suore per assistere i loro cristiani. Il Nord Camerun ha circa 7 milioni di abitanti, 1,5 musulmani e 350.000 cristiani, ma la maggioranza della popolazione è ancora animista e diverse tribù tendono a convertirsi a Cristo. Siamo in una vera missione ad gentes. Se nel Nord non ci fosse personale religioso straniero, le quattro diocesi locali non potrebbero sopravvivere. Dal 1967 il Pime è presente nel Sud Camerun e nel Nord dal 1974, dove lavora in due diocesi (Maroua e Yagoua), soprattutto in due tribù, Ghizigà e Toupurì, con una dozzina di preti e fratelli, fra i quali il sacerdote indiano Xavier Ambati, che ha una storia interessante.

Nato nel 1968 a Nandigama in Andhra Pradesh da genitori che erano insegnanti in scuole luterane e ancor oggi Xavier parla con ammirazione della rigorosa formazione dei luterani. A 22 anni, quando già studiava all’Università, si è convertito alla Chiesa cattolica ed è stato ordinato sacerdote del Pime nel 2003. Da 11 anni è nel Nord Camerun, negli ultimi anni a contatto con l’islam estremista e i Boko Haram. All’inizio è stato a Mouturwa, parrocchia fondata e poi consegnata al vescovo locale. Padre Xavier è andato a Kousseri (città islamica, 100.000 abitanti) ai confini con Ciad e Nigeria, dove padre Giovanni Malvestio stava costruendo chiesa, scuola e varie opere parrocchiali per i pochi cristiani della città. Mentre era a Kousseri, da lunedì a venerdì Xavier andava a fondare la Chiesa a Wazà vicina all’omonimo Parco nazionale e a 7 km dalla Nigeria, sabato e domenica tornava a Kousseri per aiutare nella pastorale domenicale.

Padre Ambati nei villaggi animisti e musulmani

Intervistato a Milano, padre Xavier racconta: A Wazà un missionario francese aveva costruito una grande sala in muratura che serviva da chiesa e da luogo di riunione e scuola. Non avevo casa e dormivo su un materassino in chiesa. Portavo con me 5-6 giovani cristiani di Kousseri, incontravamo la gente, si parlava di Gesù Cristo e della Chiesa, si girava nei villaggi a cercare i cristiani, ma erano pochi. Ci facevamo conoscere come missione cattolica che doveva nascere a Wazà, lasciando immagini di Gesù e della Madonna nelle loro capanne. Chi era interessato al cristianesimo ci dava il suo nome e promettevamo di ritornare. Io parlavo francese, i giovani traducevano nella lingua locale. A volte celebravo la Messa con la cappella piena di gente ma le comunioni erano poche, oltre a quelle dei miei giovani. In sei-sette villaggi ho costruito la cappella in fango e paglia, come segno che volevano conoscere il cristianesimo. Nel 1913 i Boko Haram si sono infiltrati in Camerun dalla Nigeria, l’esercito camerunese è intervenuto e a Natale e Pasqua 2013 quando celebravo la Messa, i soldati che difendevano la chiesa erano trenta, la gente quasi tutta animista. In quelle regioni di frontiera fra cristianesimo e islam, se non prendiamo subito gli animisti, diventano musulmani. Nel mondo moderno, l’animismo non conta più niente, quindi bisogna scegliere: o diventare cristiani o essere costretti a diventare musulmani. Con i ragazzi cattolici che venivano con me, portavamo da Kousseri qualcosa da mangiare, ma in genere mangiavamo quello che avevano le famiglie dei villaggi. A volte io comperavo nei mercatini locali del miglio e mangiavamo polenta di miglio con qualche famiglia; e con la polenta qualche pesce secco e altri animali di foresta come i topi e qualche erba di foresta bollita. La gente mangiava quello e anche per noi, mattino, mezzogiorno e sera il nostro cibo era quello. Una vera penitenza ma anche i ragazzi con me la facevano volentieri.

Un “Campo di lavoro” per i giovani camerunesi

Il Natale 2012 è stata una delle feste più solenni che ho celebrato a Wazà, poco prima che arrivassero i cinesi. Per prepararci al Natale, ho organizzato, con l’aiuto di padre Giovanni Malvestìo e del sacerdote diocesano don David Menema (suo collaboratore a Kousserì), un “Campo di lavoro per giovani” di cinque giorni come si fa in Italia. In quella cittadina isolata vicina al Parco Nazionale, è stato un successo notevole, anche perché il Natale è sentito dai musulmani come una festa religiosa popolare di tutti.

La vigilia del Natale sono andato da Kousserì a Wazà con un seminarista e sei giovani cristiani, accolti bene dalle autorità civili, dai leader tradizionali e delle altre religioni. Dopo cena, abbiamo preparato la Messa del Natale, spiegando il significato della festa, insegnando alcuni canti e mostrando concretamente come si celebra la Messa del giorno dopo con musica, canti, candele, incenso e una processione alla quale partecipano tutti. Il giorno di Natale che era una domenica, abbiamo celebrato la Messa, alla presenza delle autorità di Wazà, molti giovani e gente del posto. Una cerimonia e una festa così solenne non l’avevano mai vista.

Dopo pranzo si è visitato un villaggio a 15 km dal centro chiamato Tagawa, con abitanti tupurì e massà. Hanno partecipato i giovani di Wazà e Kousserì e alcuni funzionari locali e abbiamo entusiasmato il villaggio con animazioni nella loro lingua e subito dopo parecchie famiglie hanno espresso il desiderio di diventare cristiane. Il leader locale dell’islam ha incoraggiato la gente a costruire una cappella per pregare assieme, cosa che poi abbiamo fatto! Il lunedi siamo andati a visitare altri due villaggi: Jiguina (15 km) con una sola famiglia cattolica e tutti gli altri musulmani; nel secondo, Madà (a 5 km), c’era una donna protestante. In ambedue i villaggi abbiamo presentato il Vangelo, insegnando il Padre Nostro. Il giorno dopo abbiamo visitato il villaggio di Bonderi con un programma simile, ma questo villaggio è composto di 50 famiglie di religione tradizionale e alcune famiglie cristiane di cui tre cattoliche e 1 protestante che desidera entrare nella famiglia cattolica. In questo villaggio c’era più tempo e abbiamo benedetto le capanne e visitato i malati e la gente ha espresso il desiderio di avere una presenza regolare del sacerdote. L’ultimo giorno abbiamo ancora celebrato la Messa a Wazà attirando molte persone e famiglie e poi abbiamo chiuso il Campo con la promessa di farne un altro per Pasqua.

Questi cinque giorni sono stati molto positivi, sia per l’entusiasmo dei giovani locali e di quelli che mi accompagnavano da Kousserì, sia perché si è dimostrata importante la presenza del seminarista della diocesi di Yagoua, mandatoci del suo vescovo, che durante tutto il tempo di permanenza ha guidato la preghiera della sera e il Rosario, facendo una piccola catechesi quotidiana ai giovani presenti. Proprio questi giovani locali hanno preparato la nostra venuta provvedendo al nostro vitto e alloggio nel miglior modo possibile, in quella situazione di grande povertà.

Boko Aram sequestra i cinesi al lavoro

Nei villaggi della futura parrocchia di Wazà il governo del Camerun costruisce una strada che parte da Kousseri e va verso il Sud, anche per determinare il confine con la Nigeria. Nel 2013 sono venuti i cinesi e costruivano la strada per il governo camerunese, da nord a sud, lunga più di 1.000 chilometri; la strada passa proprio vicino alla nostra cappella e sono vissuto per molti mesi con i cinesi, che erano divisi in gruppi lungo quel tracciato. Il gruppo che era a Wazà aveva macchine grosse per lavorare, camion, ruspe, caterpillar, scavatrici, ecc. I cinesi vivevano in da case prefabbricate portate dalla Cina, le montano e poi le smontano e se le portano via e producono la loro energia elettrica.

Nei primi mesi del 2014, dal Parco nazionale di Wazà un giorno sono spuntati all’improvviso circa 300 uomini di Boko Haram, armati e tutti incappucciati. Hanno circondato il campo cinese e hanno portato via una dozzina di capi, direttori e tecnici, ma non i lavoratori cinesi che sono carcerati, liberati in Cina per lavorare in luoghi pericolosi. I carcerati del nostro gruppo erano circa 70, facevano i lavori più difficili e assumevano anche lavoratori locali, ma gli africani vanno poco con loro perché debbono lavorare molto e sono pagati pochissimo. Ho sentito dire che in Cina fanno questa proposta ai carcerati, se vanno a lavorare all’estero per la Cina non so quanti anni, poi sono liberi.

A difendere i cinesi c’erano una trentina di militari camerunesi, qualcuno di loro ha sparato ma è stato ucciso, gli altri, vedendo quella legione di guerriglieri, sono scappati. I Boko Aram, mi hanno detto la gente di Wazà, erano un vero esercito, impossibile fermarli. Per fortuna sono venuti in un giorno in cui io ero a Kousseri con i giovani cristiani, altrimenti rapivano anche noi. Mi hanno detto che hanno portato i capi cinesi nello stato nigeriano di confine dove comandano loro e fino ad oggi so che non li hanno ancora liberati. Dopo questo fatto, il superiore del Pime in Camerun e poi anche il vescovo, mi hanno detto di venir via, troppo pericoloso!

Il vescovo mi manda a fondare una nuova parrocchia

Alcuni mesi dopo, il vescovo di Yagoua mi ha mandato a fondare una parrocchia a Wagà, a circa 120 km dalla Nigeria e ai confini col Ciad, anche questo un territorio infiltrato dai Boko Aram, che nel Nord Camerun è presente ormai ovunque. E anche qui dormo nella grande chiesa di fango e paglia. Sto iniziando a prendere contatto con i villaggi animisti dove trovo alcune famiglie cattoliche che mi ringraziano di essere venuto tra loro.

Sono già stato a Magà nei mesi scorsi con padre Giuseppe Parietti per vedere la situazione, ci siamo fermati qualche giorno e abbiamo girato alcuni villaggi. Mi sono fatto l’idea che è proprio una missione ad gentes, con numerosi animisti che vogliono diventare cristiani. A Magà c’è la situazione che si trova ovunque nel Nord del Camerun. La maggioranza degli abitanti (che appartengono a varie etnie o tribù) sono ancora animisti, Ciascun villaggetto o ciascuna famiglia va per conto suo e non ha alcun punto di riferimento per la vita moderna, nessun appoggio o protezione. Anche i giovani tribali, educati al culto degli spiriti del villaggio, della tribù o della famiglia, si trovano spaesati e isolati, mentre i cristiani e i musulmani hanno il Libro (Bibbia o Corano) e la Chiesa o la “umma”islamica. E’ inevitabile, come avviene in tutto il Nord Camerun, che si impone la scelta di una religione adatta al tempo moderni.

All’inizio di settembre ritorno in Camerun e vado a Magà per iniziare la parrocchia. Dovrebbero esserci alcune centinaia di cristiani dispersi in vari villaggi, ma senza il prete residente da molti anni: non so ancora quanti sono rimasti. Ci sono anche tre suore africane che hanno iniziato una scuola primaria in muratura, costruita dalle suore canadesi. Nella loro casa le suore hanno un cappellina, ma troppo piccola per la parrocchia. Tanti anni fa c’era un missionario francese che veniva a Magà una volta al mese, aveva battezzato molti e usava quel capannone di paglia che oggi è vacillante e col tetto sforato in più parti. Dev’essere riparato, anche perché iodormo in chiesa. Per mangiare non ho nessuno, il padre canadese mangiava con le suore canadesi, ma io mangerò da solo. All’inizio mi porteranno qualcosa i cristiani del villaggio, poi cercherò qualcuno che possa farmi da mangiare, ma ci penserò quando sono sul posto. Di fame credo che non muoio e un missionario anziano mi ha detto che, all’inizio di una missione bisogna sopportare un po’ di penitenze, perché alle fondamenta di una Chiesa c’è la Croce di Gesù Cristo.

Piego Gheddo

17 aprile 2015

 

 

Thursday 16 April 2015

NESSUNA UDIENZA PER LA FAMIGLIA DI ASIA BIBI

NESSUNA UDIENZA DEL PAPA, SOLO UN SUO SALUTO FUGACE E FORMALE IN PIAZZA. COSI’ SI LIQUIDA IN UN MINUTO UNA FASTIDIOSA INCOMBENZA…. (E LA MISERICORDIA, LA TENEREZZA, LA COMPASSIONE DEL PADRE???)

In udienza privata Papa Bergoglio riceve (e più volte) Eugenio Scalfari, riceve Maradona, riceve Paolo Brosio (con la mamma), riceve il cantante argentino, riceve il transessuale spagnolo (con la fidanzata) che doveva lamentarsi del suo parroco, riceve un mare di altra gente.
Ma il marito e la figlia di Asia Bibi, venuti a Roma, no. Per loro solo un saluto fugace, dopo l’Udienza generale, in Piazza San Pietro, in piedi, dietro le transenne…
Una povera donna cristiana che da sei anni giace in una lurida cella buia, con una condanna a morte sulle spalle, solo perché cristiana, non merita nemmeno questa piccola cosa…

In tutti questi anni Bergoglio non ha mai voluto spendere una parola in difesa di questa mamma cristiana, martire innocente. Né ha risposto alla sua lettera-appello.

Ma sinceramente credevo (volevo credere con tutto il cuore) che arrivando i suoi familiari dal Pakistan, da migliaia di chilometri di distanza, a Roma,  e desiderando parlare col Papa, avrebbero avuto un’udienza privata. Niente da fare.

Questo sarebbe il pastore che vuol prendere l’odore delle pecore?

La tragedia di Asia Bibi è un’ingiustizia così scandalosa che lo stesso mondo laico occidentale si mobilita per la sua liberazione (chiesta anche dal Patriarca ortodosso di Mosca al regime pakistano). Perfino nella laica Francia la città di Parigi le ha dato  la cittadinanza onoraria. Ma il papa argentino preferisce telefonare a destra e a manca a suo capriccio, piuttosto che occuparsi di lei…

La tristezza di questi tempi è infinita.

Comunque ricordo che UN GIORNO TUTTI (PROPRIO TUTTI) DOVREMO COMPARIRE DAVANTI AL GIUDIZIO DI DIO…

 

Antonio Socci

Thursday 16 April 2015 10:05

Papa: teoria del gender, un passo indietro

papa francesco aprile 2015Il Papa ha dedicato la catechesi di mercoledì 15 aprile durante l’udienza generale in Piazza San Pietro “a un aspetto centrale del tema della famiglia: quello del grande dono che Dio ha fatto all’umanità con la creazione dell’uomo e della donna e con il sacramento del matrimonio. Questa catechesi e la prossima riguardano la differenza e la complementarità tra l’uomo e la donna, che stanno al vertice della creazione divina”. Le due che seguiranno saranno sul Matrimonio.

Differenza tra uomo e donna è per la comunione. Papa Francesco ha iniziato con un breve commento al primo racconto della creazione, nel Libro della Genesi. “Qui leggiamo che Dio, dopo aver creato l’universo e tutti gli esseri viventi, creò il capolavoro, ossia l’essere umano, che fece a propria immagine: «a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò» (Gen 1,27). Come tutti sappiamo – ha detto – la differenza sessuale è presente in tante forme di vita, nella lunga scala dei viventi. Ma solo nell’uomo e nella donna essa porta in sé l’immagine e la somiglianza di Dio: il testo biblico lo ripete per ben tre volte in due versetti (26-27): uomo e donna sono immagine e somiglianza di Dio. Questo ci dice che non solo l’uomo preso a sé è immagine di Dio, non solo la donna presa a sé è immagine di Dio, ma anche l’uomo e la donna, come coppia, sono immagine di Dio. La differenza tra uomo e donna non è per la contrapposizione, o la subordinazione, ma per la comunione e la generazione, sempre ad immagine e somiglianza di Dio”.

L’essere umano ha bisogno della reciprocità tra uomo e donna. “L’esperienza ce lo insegna: per conoscersi bene e crescere armonicamente l’essere umano ha bisogno della reciprocità tra uomo e donna. Quando ciò non avviene, se ne vedono le conseguenze. Siamo fatti per ascoltarci e aiutarci a vicenda. Possiamo dire che senza l’arricchimento reciproco in questa relazione – nel pensiero e nell’azione, negli affetti e nel lavoro, anche nella fede – i due non possono nemmeno capire fino in fondo che cosa significa essere uomo e donna”.

Teoria del gender, espressione di frustrazione: è passo indietro. “La cultura moderna e contemporanea ha aperto nuovi spazi, nuove libertà e nuove profondità per l’arricchimento della comprensione di questa differenza. Ma ha introdotto anche molti dubbi e molto scetticismo. Per esempio, io mi domando, se la cosiddetta teoria del gender non sia anche espressione di una frustrazione e di una rassegnazione, che mira a cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa. Eh, rischiamo di fare un passo indietro. La rimozione della differenza, infatti, è il problema, non la soluzione. Per risolvere i loro problemi di relazione, l’uomo e la donna devono invece parlarsi di più, ascoltarsi di più, conoscersi di più, volersi bene di più. Devono trattarsi con rispetto e cooperare con amicizia. Con queste basi umane, sostenute dalla grazia di Dio, è possibile progettare l’unione matrimoniale e familiare per tutta la vita. Il legame matrimoniale e familiare è una cosa seria, e lo è per tutti, non solo per i credenti. Vorrei esortare gli intellettuali a non disertare questo tema, come se fosse diventato secondario per l’impegno a favore di una società più libera e più giusta”.

La voce della donna abbia peso reale nella società e nella Chiesa. “Dio ha affidato la terra all’alleanza dell’uomo e della donna: il suo fallimento inaridisce il mondo degli affetti e oscura il cielo della speranza. I segnali sono già preoccupanti, e li vediamo. Vorrei indicare, fra i molti, due punti che io credo debbono impegnarci con più urgenza. Il primo. E’ indubbio che dobbiamo fare molto di più in favore della donna, se vogliamo ridare più forza alla reciprocità fra uomini e donne. E’ necessario, infatti, che la donna non solo sia più ascoltata, ma che la sua voce abbia un peso reale, un’autorevolezza riconosciuta, nella società e nella Chiesa. Il modo stesso con cui Gesù ha considerato la donna, – ma diciamo che il Vangelo è così – in un contesto meno favorevole del nostro, perché in quei tempi la donna era proprio al secondo posto , no? E Gesù l’ha considerata in una maniera che dà una luce potente, che illumina una strada che porta lontano, della quale abbiamo percorso soltanto un pezzetto. Ancora non abbiamo capito in profondità quali sono le cose che ci può dare il genio femminile, le cose che la donna può dare alla società e anche a noi, che sa vedere le cose con altri occhi che completano il pensiero degli uomini. E’ una strada da percorrere con più creatività e audacia”.

Crisi di fiducia in Dio genera crisi alleanza uomo-donna. “Una seconda riflessione riguarda il tema dell’uomo e della donna creati a immagine di Dio. Mi chiedo se la crisi di fiducia collettiva in Dio, che ci fa tanto male, ci fa ammalare di rassegnazione all’incredulità e al cinismo, non sia anche connessa alla crisi dell’alleanza tra uomo e donna. In effetti il racconto biblico, con il grande affresco simbolico sul paradiso terrestre e il peccato originale, ci dice proprio che la comunione con Dio si riflette nella comunione della coppia umana e la perdita della fiducia nel Padre celeste genera divisione e conflitto tra uomo e donna. Da qui viene la grande responsabilità della Chiesa, di tutti i credenti, e anzitutto delle famiglie credenti, per riscoprire la bellezza del disegno creatore che inscrive l’immagine di Dio anche nell’alleanza tra l’uomo e la donna. La terra si riempie di armonia e di fiducia quando l’alleanza tra l’uomo e la donna è vissuta nel bene. E se l’uomo e la donna la cercano insieme tra loro e con Dio, senza dubbio la trovano. Gesù ci incoraggia esplicitamente alla testimonianza di questa bellezza che è l’immagine di Dio”.

Dare a uomo e donna stessa dignità e uguaglianza. Infine, salutando i fedeli di lingua araba, ‎il Papa ha detto: “Dio creò l’uomo, maschio e femmina, a ‎sua ‎immagine, dando ad entrambi la stessa dignità e uguaglianza: ‎lavoriamo, nella ‎Chiesa e nella società, affinché tale uguaglianza ‎venga rispettata, rifiutando ogni ‎forma di‏ ‏sopruso o di ‎ingiustizia, in particolare contro le donne”.

Thursday 16 April 2015 09:31

Giornalista, il lavoro peggiore? È bellissimo

Siamo al duecentesimo posto. Su duecento. Cioè, ultimi. Il peggior lavoro del cosiddetto mondo occidentale. Peggio che tagliare boschi, fare gli sguatteri in cucina, buttarsi in mezzo agli incendi, vivere tutto il giorno tra i criminali o rischiare la vita in guerra. Se non fosse considerata dai media americani una ricerca seria, ci sarebbe da dubitare parecchio. Eppure nella sua annuale classifica dedicata alle professioni, la società specializzata “CareerCast. com” non usa mezzi termini: quella del giornalista è oggi considerata l’occupazione peggiore. 

Che la crisi economica, i tagli e le incertezze abbiano tolto una parte del suo fascino a questo lavoro (e a tanti altri) non ci piove. A nessuno fa piacere sapere di essere seduto su un ramo che comincia a scricchiolare. Per non parlare di quanto sia ancora incerto il futuro economico dell’informazione tra “vecchio” mondo cartaceo e “nuovo” mondo digitale. E tuttavia, la prima cosa che ti chiedi non è se tu, giornalista, sei felice, ma come sia possibile che «il peggior lavoro del mondo» attiri ancora così tanti giovani che affollano università e corsi e che bussano ogni giorno alle porte delle redazioni. 


 Il motivo è semplice, semplicissimo: quella del giornalista rimane ancora una professione stupenda. Che ti stimola e ti mette continuamente alla prova. Che ti allarga la mente e ti tiene “all’erta”. Cioè, vivo. Curioso. 

Basterebbe solo questo per considerarla una gran bella professione. Ma come ben sappiamo tutti (anche i lettori) fare i giornalisti è molto altro. E allora, come la mettiamo? Come può il giornalismo essere al contempo la peggiore professione e una delle migliori? La risposta è (forse) nella stessa ricerca di “CareerCast.com”. Che non analizza la bellezza e le potenzialità dell’essere giornalisti ma il “valore” della professione. La classifica, infatti, «è stilata considerando parametri come l’ambiente di lavoro, il livello di stress, la richiesta e la possibilità di essere assunti, oltre al guadagno medio». Tutti dati che dovrebbero far riflettere gli esperti del settore (e non solo). Perché la domanda di fondo non è come far sentire quella del giornalista una bella professione ma come ridarle quella forza e quella speranza senza le quali rischia di morire. Perché non c’è delusione più grande che vedere mortificato uno dei mestieri più belli del mondo.

Thursday 16 April 2015 07:12

L'uomo della Sindone il mistero che affascina

Il presente testo è tratto da un articolo più ampio pubblicato su 'Luoghi dell’Infinito' di aprile.

Milioni di persone, nei secoli passati, avvicinandosi alla Sindone hanno potuto scorgere in quella debole immagine dai contorni sfuggenti il rimando alla vicenda storica di Gesù di Nazareth. Ma nel 1898 con la prima fotografia eseguita da Secondo Pia emerse con chiarezza ciò che fino ad allora si poteva solamente intravedere: un volto, in tutta la sua singolarità. L’impressione fu grande; senza tutto l’armamentario critico di noi postmoderni, agli occhi di coloro che guardavano si svelava semplicemente il volto di Cristo: eccolo finalmente. 

Paul Claudel fu tra questi: «È lui! È il suo volto! Questo volto che tanti profeti e tanti santi hanno desiderato ardentemente di contemplare... ciò che traspare meglio su questa nobile fisionomia così tremendamente martoriata è un senso di straordinaria pace, di solennità unita a dolce serenità e a calma profonda, senza tracce di passione umana e senza impronta di debolezza. Si resta conquistati dalla sua nobiltà, dalla sua maestà, dalla sua serietà, dalla sua tristezza. È davvero il volto di un morto che è risuscitato». 
 
Nei decenni successivi gli scienziati hanno cercato la verità di quel volto, ma forse non è questa la strada per svelarne il mistero. Altri, più semplicemente, lo hanno guardato come si guarda qualsiasi volto, e anche la Chiesa ha continuato a mostrarlo nonostante le obiezioni e le critiche. La Sindone è un telo ma anche e soprattutto una immagine; per vederla non occorre essere credenti né scienziati. Quella immagine parla di Gesù, immediatamente. Così, tanto l’umile pellegrino come i pontefici davanti alla Sindone meditano le vicende dei Vangeli e, accompagnati da quel volto, ne ricevono un aiuto di immedesimazione. Paolo VI, nel messaggio in occasione della prima ostensione televisiva del 1973, raccontò la sua impressione quando poté vedere nel 1931 il volto sindonico proiettato su di un grande schermo, e il fascino che ne emanava: «Qualunque sia il giudizio storico e scientifico che valenti studiosi vorranno esprimere circa cotesta sorprendente e misteriosa reliquia… il volto di Cristo, ivi raffigurato, ci apparve così vero, così profondo, così umano e divino, quale in nessuna altra immagine avevamo potuto ammirare e venerare; fu quello per noi un momento d’incanto singolare». 
 
Venticinque anni dopo, in occasione dell’ostensione del 1998, Giovanni Paolo II valorizzò il ruolo della scienza («la Sindone è provocazione alla intelligenza»), ma allo stesso tempo ne indicò anche le condizioni invitando gli studiosi ad agire senza posizioni precostituite, «con libertà interiore e premuroso rispetto sia della metodologia scientifica sia della sensibilità dei credenti».

La sua meditazione ci ha lasciato parole che sono ormai entrate nel lessico di chiunque si accosti alla preziosa immagine: «La Sindone è specchio del Vangelo» e quindi allo stesso tempo riproduzione fedele ma anche e solamente umilissimo segno e rimando. La Sindone è anche «immagine della sofferenza umana», quella esperienza che in varia misura attraversa l’esistenza di ogni persona e permette di riconoscere in quell’uomo uno di noi, ma è anche immagine della violenza e ricordo che il male rimane una possibilità della libertà di ciascuno. Quel discorso si concludeva sul senso di apparente impotenza e sul silenzio cui sembrano richiamare quei tratti tristi ma composti. 

In una specie di ideale passaggio del testimone, papa Benedetto XVI nel 2010 ha voluto ripartire proprio da quel silenzio e da quella impotenza ma riferendoli a Dio stesso: Dio dopo «i lager, i gulag, Hiroshima e Nagasaki». La Sindone 'icona del Sabato Santo', quel misterioso intervallo di tempo in cui Dio stesso sembra tacere e invece è il tempo del seme che germina sotto terra. La Sindone può parlare anche agli uomini di questo tempo proprio perché parte da una apparente negazione: «Il mistero più oscuro della fede è nello stesso tempo il segno più luminoso di una speranza che non ha confini». 

E infine l’ultima meditazione di papa Francesco che nel 2013 offriva il suo messaggio in occasione dell’ostensione televisiva. Col suo stile incisivo, in poche frasi, faceva emergere un’altra esperienza che tanti pellegrini vivono di fronte alla Sindone, quella dell’essere guardati: «Questo Volto ha gli occhi chiusi, è il volto di un defunto, eppure misteriosamente ci guarda, e nel silenzio ci parla». E in effetti forse solo per questo si va alla Sindone, non per chiedere qualche cosa ma per vedere e per essere guardati; essa ci ricorda che alla fine tutto si risolverà nella contemplazione di uno sguardo di amore posato definitivamente su di noi, e non ci sarà più nulla da chiedere.
*Presidente della Commissione diocesana della Sindone

Thursday 16 April 2015 07:05

La maternità, relazione non modello morale

Si vanno moltiplicando i libri, i film, gli articoli sul tema della madre. Tra questi, anche un intervento recente di Massimo Recalcati sulla trasformazione della 'madre coccodrillo' di cui parlava Lacan – che ingoia il figlio senza mai veramente farlo nascere (senza 'departorirlo', direbbe un’altra psicanalista, Catherine Ternink) – in madre-narciso, che vede il figlio come un ostacolo, da superare al più presto, alla propria autorealizzazione. Molte le polemiche da parte di chi, forzando, ha letto in queste parole una nostalgia per il modello materno tradizionale della madrecasalinga dedicata e oblata, non senza irritazione per il disconoscimento delle conquiste e delle fatiche di una conciliazione che in tantissimi casi, pur tra mille difficoltà, regge. Ma davvero siamo al bivio tra madre che uccide la donna (posizione tradizionale) e donna che uccide la madre (posizione narcisistica)?
Intorno alla questione è fiorito un vivace dibattito in rete, a sostegno del superamento di dualismi che paiono ormai anacronistici: si può essere madri senza essere 'solo' madri, e senza per questo passare nel bestiario dei mostri egocentrici.

Al di là delle polemiche, credo che stia emergendo un punto giusto, ma che abbiamo finalmente l’occasione di riconoscere dell’altro. Il punto giusto è il narcisismo imperante, pacchiano, che ci circonda: l’antropologia del 'tutto in torno a te', il mito del farsi da sé e non aver bisogno di nessuno, l’idolo di un corpo oggetto di cure sacrali e sempre più ridicolo. Persino l’ipotesi di una child free society, una società priva di bambini, come l’ennesimo kit per la liberazione di sé, offerto a buon mercato. E, insieme, un farsi da sé che continua a sognare di poter 'produrre' la vita, prescindendo dal legame, dalle differenze, da quell’alleanza tra uomo e donna che papa Francesco ha richiamato ieri come il luogo che custodisce e valorizza la pienezza dell’umano.
La cultura del narcisismo non riguarda perciò solo le madri bensì potenzialmente tutti: i padri, i nonni, i nipoti, i politici. 

Nemmeno la Chiesa ne è immune, come Benedetto prima e Francesco ora non mancano di denunciare. È il mainstream della contemporaneità globalizzata, segnata da un individualismo esasperato che vede nel legame (e dunque nell’altro) solo uno strumento per la propria realizzazione o un ostacolo che la minaccia. L’altro va bene come specchio che mi restituisce la mia immagine e l’effetto che fa, il mio potere. Se non svolge il compito mi disconnetto, o lo allontano. O
lo sopprimo. La radice del problema è un’antropologia astratta che vede nell’individuo (che significa 'indiviso', e non 'separato') il prius e anche il fine della vita sociale. Che resta così immiserita nel gioco di individualità che si usano o si guardano con sospetto, trovando occasionali momenti di ricomposizione fusionale.
 
E qui ci viene in aiuto il codice materno, per una antropologia alternativa, intrinsecamente duale e relazionale: ripartire dal femminile – da Eva, e soprattutto dalla 'nuova Eva', Maria, e dalla via che ha dischiuso a ciascuna di noi – per trovare un antidoto, positivo e non difensivo, alle derive disumanizzanti del nostro tempo. Non un modello: moralistico, paternalistico, migliore o peggiore di altri, comunque equivalente, una pura questione di scelta. Non un ideale. Non qualcosa che ci sta davanti come un (minaccioso, per qualcuno) dover-essere, ma qualcosa che sta alle nostre spalle, come l’inizio indiscutibile della biografia di ciascuno. Un archetipo. Qualcosa che ci precede e ci consente di essere qui, grati. Radice di una memoria, corporea prima di tutto. E universale. Né astratta, né ideologica. Di tutti, maschi e femmine. Qualcosa che ci ricorda che noi non siamo 'individui' che poi cercano goffamente di costruire relazioni, ma esseri relazionali fin dal principio. Noi siamo relazione, e solo dopo, e grazie a questo, individui.
 
Tutti noi siamo nati da una madre. Per tutti il primo suono è stato il battito del suo cuore, e il primo rapporto col mondo filtrato dal suo liquido amniotico. Nessuno di noi sarebbe qui senza essere passato da quella relazione. Questa non è ideologia! Ideologico è volerla disconoscere. Noi siamo fin dall’inizio esseri relazionali. Che vivono perché hanno ricevuto la vita da altri. Che non si sono fatti da soli.
 
Concepiti grazie a una differenza, tra maschio e femmina. Nati grazie a una relazione, all’ospitalità di un grembo. Se conserviamo questa memoria, che – ripeto – è un 'universale antropologico' e non un dover essere ideologico potremo essere capaci di relazione. Accoglienti, sapendo che siamo stati accolti. Empatici, perché sappiamo che non siamo il centro del mondo, e che guardandoci l’ombelico non vediamo noi stessi, ma il legame che ci ha consentito di essere qui. 

Con questa memoria grata possiamo essere persone che generano vita anche senza mettere al mondo figli, nei tanti modi diversi che la nostra libertà e la nostra responsabilità sapranno trovare.

Thursday 16 April 2015 07:00

Internazionale e la strage di Garissa: quei cristiani "dimenticati"

Difficile, forse impossibile, negare il significativo contributo offerto, in questi anni, da “Internazionale” nell’opera di apertura e “sprovincializzazione” del panorama mediatico italiano. Proprio per questo, sorprende non poco leggere l’ultimo numero del settimanale, che ha dedicato la copertina alla strage di Garissa, in Kenya, nella quale sono stati uccisi 148 studenti. 

Nella titolazione dei pezzi, infatti, mai compare la parola “cristiani”. Mai. Disattenzione? Errore? Censura? Prima di azzardare una risposta, va ricordato che “Internazionale” sceglie e traduce articoli dal meglio della stampa straniera. Anche in questa occasione l’ha fatto, proponendo un reportage di “Le Monde”, un’analisi di “Al Jazeera” (dal Qatar), un commento della statunitense “Foreign Policy”, un approfondimento dell’inglese “The Indipendent” e, per finire, una commuovente testimonianza in prima persona di uno scrittore kenyano. Un menù molto ben assortito, insomma: testate prestigiose, informazione curata, interventi ben scritti. Un mix di competenza ed appeal raramente 
riscontrabile altrove.

Eppure… Eppure salta all’occhio quell’incomprensibile silenzio sull’identità degli uccisi, identità che i pezzi tradotti non dimenticano affatto. Nel drammatico racconto di “Le Monde” ad esempio – che si apre con la testimonianza del vescovo di Garissa – si legge: “Nel rivendicare l’attacco all’università, Al Shahaab ha precisato di aver scelto attentamente le vittime e di aver risparmiato i musulmani per uccidere solo i cristiani”. 

Nel pezzo tratto da “Foreign Policy” si parla esplicitamente di “caccia all’uomo contro i cristiani”. Ma nella titolazione su “Internazionale” tutto questo è sparito. Di nuovo si affaccia – inesorabile – l’interrogativo: distrazione o cancellazione voluta?

Non saremo noi a fare processi. Rimane il fatto che una testata che fa della qualità dell’informazione il suo biglietto da visita non può non interrogarsi su una “svista” di questo tenore. Lo diciamo in ossequio alla verità, non certo per una battaglia confessionale di retroguardia.

Thursday 16 April 2015 06:46

Dopo "Mare Nostrum", vite perse e menzogne

Negli ultimi cinque giorni sono state salvate nel Mediterraneo 10mila persone, cifra tonda. Donne, bambini, uomini. Disperati in fuga da guerre, dittature e miseria che – forse mai come in questi ultimi tre anni – stanno opprimendo e uccidendo nel Vicino Oriente e nell’Africa Subsahariana, dal Sahel al Corno orientale passando per il caos libico, dove il "traffico di morte" di profughi e migranti arricchisce le milizie. Sono stati tratti in salvo dall’insicurezza mortale di decine di barconi e gommoni fatiscenti messi in acqua da trafficanti privi di scrupoli. Merito principalmente di navi militari italiani, oggi le navi di "Triton" (l’operazione di pattugliamento europea), e di diversi mercantili. Comandanti ed equipaggi non si sono chiesti a quante miglia fossero quegli esseri umani dal confine italiano ed europeo che corre sull’acqua, hanno semplicemente obbedito alla legge del mare.

La memoria riporta a poco più di sei mesi fa, quando chiuse i battenti l’operazione "Mare Nostrum", a giudizio di tanti – e anche di "Avvenire" – splendida prova dell’Italia in uno degli anni più drammatici dal dopoguerra nelle acque del Mediterraneo, mare di profughi. Le nostre navi salvarono 150 mila persone in un anno frenetico. Eppure "Mare Nostrum" chiuse tra ingenerose polemiche. Cancellerie europee (Berlino e Londra in testa) refrattarie alla condivisione della solidarietà con l’Italia la osteggiavano, sostenendo che fosse quel meccanismo di salvataggio – predisposto dal governo di Enrico Letta dopo il terribile naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013 (il più grave di questo secolo nel "mare di mezzo") – a provocare e gonfiare il flusso di disperati dalla Libia verso le coste italiane e da lì verso il Nord Europa. Una visione miope e propagandistica, che volutamente ignorava l’imbarbarimento del conflitto in Siria e in Iraq, dovuto ai terroristi dello Stato islamico, che ha messo in fuga centinaia di migliaia di persone, la dittatura in Eritrea e i conflitti in Somalia e Mali.

Nel cortile di casa nostra si accodarono a quelle tesi, persino sopravanzandole, politici che con abilità e cinismo, in tv e/o sui social media, spalleggiati da mass media allarmisti o compiacenti, presero a diffondere menzogne sull’immigrazione raccontando un’«invasione» che non c’è per coagulare consensi elettorali. Il risultato è che ancora oggi il peso dell’accoglienza grava principalmente sulle Regioni del Sud, mentre governanti di quelle più ricche del Nord, a partire dalla Lombardia, dichiarano di volersi smarcare tradendo il proprio Dna solidale. E si tratta di quegli stessi politici che, ieri, non sono stati capaci di accordarsi in Parlamento neppure sull’istituzione di una giornata in memoria delle vittime dei trafficanti di morte.

Populisti che trovano terreno fertile. Secondo il rapporto Ipsos Mori, il Belpaese vanta infatti il primato dell’ignoranza in termini di immigrazione nei 34 Paesi dell’Ocse. Occorre sul tema un mea culpa del sistema dell’informazione, anche se il cuore degli italiani è capace di risvegliarsi autonomamente e con generosità quando intuisce la vera sofferenza e la disperazione.

Ma soprattutto serve un esame di coscienza dei mentitori e dei populisti nostrani, che abbiamo rivisto e risentito in questi giorni di preludio alla campagna elettorale. A loro è lecito chiedere uno sforzo di sincerità, ammettano che non è stata "colpa" di "Mare Nostrum" se sono arrivate decine di migliaia di persone. Diversamente, sulla loro coscienza ricadrebbero i 400 morti, tra cui molti bambini secondo i testimoni, dell’ultimo, maledetto barcone ribaltatosi al largo della Libia. Perché, come ha detto l’Alto commissario delle Nazioni unite Guterres, se ci fosse ancora stato il dispositivo di "Mare nostrum" a operare nel Mediterraneo, questo dramma non sarebbe accaduto.

Guterres lo ha ricordato anche ai partner Ue che continuano indifferenti ad assistere a partenze e sbarchi dalla Libia e alle morti in mare. Quest’anno sono già state mille contro le 17 del primo trimestre del 2014 e i satelliti inquadrano colonne di profughi in marcia verso la costa libica. Temiamo che quando l’Ue si deciderà ad affiancare veramente l’Italia nei salvataggi e nell’accoglienza, i costi umani di questa ignavia che ha portato anche alla fine di "Mare nostrum" saranno comunque troppo alti.

Wednesday 15 April 2015

La Santa Sede all’Expo di Milano «Per la solidarietà e la fratellanza»

logo-patrocinio-EXPO-2015Oltre che un padiglione sarà un messaggio. Quello sintetizzato nelle due frasi bibliche che ne costituiscono il titolo: «Non di solo pane» e «Dacci oggi il nostro pane quotidiano». Come dire, Antico e Nuovo Testamento insieme (e con la scelta non causale della frase dell’Antico citata da Gesù). Lo stesso messaggio che Francesco non si stanca di annunciare agli uomini di oggi. Perché, come ha fatto notare ieri il cardinale Gianfranco Ravasi, il padiglione della Santa Sede all’Expo di Milano avrà al centro «un pane che rende Dio presente nel mondo» e sarà in un certo senso la traduzione «di precise affermazioni e prese di posizione del Papa».

Il presidente del Pontificio Consiglio della cultura e Commissario della Santa Sede per l’ormai imminente kermesse mondiale ha presentato ieri ai giornalisti la struttura che rappresenterà la stessa Santa Sede nella grande esposizione che sta per essere inaugurata. «Un padiglione sobrio – ha detto il porporato – per certi aspetti minimalista, ma che vuole avere un cuore, proprio nello spirito di papa Francesco ». La struttura, ormai già pronta senza ritardi (e Ravasi ha confermato che non è stata neanche sfiorata da recenti inchieste su altri aspetti dell’Expo), avrà una superficie calpestabile interna di soli 360 metri quadrati con poche ma significative opere d’arte (una tradizione questa: nel 1964 a New York fu esposta la Pietà di Michelangelo). «Anche perché – ha fatto notare Ravasi – non abbiamo iniziative di tipo commerciale o prodotti da vendere, bensì un messaggio, che si riassume proprio in quelle due citazioni bibliche». In altri termini «ciò che la Santa Sede propone ai milioni di visitatori di Expo 2015 è un invito a riscoprire le dimensioni della solidarietà e della fratellanza per imparare insieme a custodire il pianeta e dare un futuro di speranza all’umanità».

Tanto è vero, ha sottolineato ancora il cardinale, «che alla fine del percorso nel padiglione i visitatori saranno invitati non a prendere un gadget, ma a lasciare un’offerta per le opere di carità della Chiesa nel mondo». Opere che, secondo i dati più aggiornati dell’Ufficio centrale di statistica del Vaticano, sono 137mila e servono circa 300 milioni di persone ogni anno.

Minimale sarà anche il costo della struttura. Tre milioni di euro, sostenuti in parti uguali dalla Santa Sede, dalla Cei (ieri alla conferenza stampa era presente il sottosegretario, monsignor Domenico Pompili) e dall’arcidiocesi di Milano (rappresentata da monsignor Luca Bressan, vicario episcopale per la cultura, la carità, la missione e l’azione sociale). «Per la fede cristiana – ha detto quest’ultimo – il cibo è il crocevia di tutta una serie di legami (tra Dio e gli uomini, degli uomini tra loro, con il creato) generatori a loro volta di pratiche che maturano le persone e ne arricchiscono l’identità».

Ecco perché, oltre al padiglione vero e proprio, la presenza della Santa Sede all’Expo sarà arricchita da quello che Ravasi ha definito «una sorta di padiglione mobile», cioè una serie di eventi (distribuiti su tutto il territorio milanese) che comprendono concerti, convegni, dibattiti, mostre e anche un Cortile dei gentili, in programma l’11 giugno. Il loro programma può essere consultato sul sito www.expoholysee.org. Ma ieri nel corso della conferenza stampa se ne è avuto un assaggio.

Mariella Enoc, presidente del ‘Bambino Gesù’, ha ricordato che l’ospedale pediatrico della Santa Sede realizzerà un portale web (www.nutrirelavita.it) – già online – e organizzerà nel corso dell’anno di quattro convegni scientifici, più un evento legato alla disabilità nella ristorazione. Verranno in primo piano temi come l’obesità, la malnutrizione, i disturbi del comportamento alimentare; le allergie alimentari, il diabete, le malattie metaboliche. Ma anche il cibo come cura e la riscoperta del ‘gusto’ nelle terapie alimentari. Franco Anelli, rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha annunciato che anche l’ateneo fondato da padre Gemelli promuoverà progetti scientifici e iniziative culturali sulle tematiche dell’Expo. Nelle attività sono coinvolti circa 200 docenti, 80 ricercatori e oltre 300 studenti di tutte le sedi dell’ateneo. Due in particolare gli eventi promossi. Un colloquio su ‘Diritto al cibo, pace e democrazia’ e un convegno internazionale su ‘Il cibo tra antropologia e religione’.

Tra i temi di tutti gli eventi anche la lotta allo spreco alimentare (alcuni chef cucineranno con gli avanzi della sera precedente) e il digiuno. Ravasi ha annunciato che a suonare l’Inno Vaticano nel padiglione sarà l’Orchestra Esagramma, composta prevalentemente da disabili. E anche questo è un messaggio in linea con l’insegnamento della Chiesa e di papa Francesco.

Mimmo Muolo – Avvenire, 15 aprile 2015

Wednesday 15 April 2015 07:30

Crisi aziendali, serve il «noi» per ripartire

Sono ormai in tanti a parlare di ripresa dell’economia e del Pil, come se il Pil fosse capace di parlare da solo di cose buone. La realtà vera della nostra economia dice che le imprese soffrono e continueranno a soffrire a lungo, e con esse il mondo del lavoro. E non soffrono e chiudono soltanto per mancanza di mercati e di vendite. Una causa comune di sofferenza e di fallimento si trova, infatti, in alcuni tipici errori nella gestione dei lavoratori durante le crisi. Quando si attraversano fasi difficili e lunghe, infatti, commettiamo più facilmente molti errori gravi nelle relazioni tra classe dirigente e lavoratori. 

Ci sono sempre più grandi aziende che di fronte a una crisi che comporta una riduzione del personale (non dimentichiamo che ridurre il personale durante le crisi non è un dogma, ma – quasi sempre – una scelta), si muovono interamente sul piano 'politico': la proprietà incontra i sindacati, propone un piano industriale e la crisi si contratta 'politicamente' decidendo quanti lavoratori sacrificare alle esigenze della sopravvivenza, lavoratori che non vengono mai, intenzionalmente, considerati né ascoltati. 
 
Altre imprese, invece, per licenziare seguono la strada del mercato, usando incentivi individuali e compensazioni monetarie per chi viene 'rimosso'. In entrambi i casi manca il soggetto principale: la comunità dei lavoratori, perché nel primo caso sono rappresentati e mediati, nel secondo ci sono solo i singoli individui (spesso messi in conflitto tra di loro). Una impresa, però, non è né un piccolo parlamento né un insieme di individui separati, legati ciascuno dal contratto con la proprietà: le imprese reali vivono se sono capaci di creare un organismo vivo di relazioni virtuose tra tutti i vari componenti dell’organizzazione. Quando un’impresa inizia una crisi seria, ci sono alcune regole fondamentali da seguire, se si vuole tentare un vero coinvolgimento dei lavoratori nel cercare soluzioni e cercare di superarla, a volte uscendone migliori di come vi si era entrati. 

La prima si chiama tempismo: per affrontare bene una crisi è fondamentale intervenire in tempo, non quando il processo è ormai avanzato e grave. Una buona classe dirigente deve anticipare le crisi importanti, e quindi capire quale è il momento giusto per intervenire, cogliendo i segnali deboli che consentano di prevedere l’esplosione della crisi. E poi bisogna iniziare ad ascoltare i lavoratori all’inizio della crisi (esterna o interna) e non alla fine, magari solo per comunicare loro la soluzione già decisa ad altri livelli. I 'coinvolgimenti' dei lavoratori in questa fase terminale, oltre a non essere di giovamento non fanno altro che acuire le sofferenze. 
 
Seconda regola: se si vogliono ascoltare i lavoratori questi vanno ascoltati davvero. Occorre creare un contesto di fiducia, nel quale i lavoratori possano dire e donare il loro pensiero, e percepire di essere ascoltati veramente. Un processo che richiede i suoi spazi e i suoi luoghi, e soprattutto richiede tempo (non si possono fare riunioni di un’ora per iniziare a parlare di una crisi seria). Un coinvolgimento finto è più dannoso di un noncoinvolgimento. E vanno ascoltati i lavoratori veri, possibilmente tutti, non solo i loro rappresentanti. Terzo: occorre presentarsi ai lavoratori con un discorso appena iniziato e ancora tutto
aperto, dicendo che molte soluzioni sono possibili, coinvolgendo i lavoratori nel cercare le soluzioni. Ho conosciuto lavoratori che insieme sono stati capaci di atti eroici (riduzioni significative dello stipendio
per anni, pur di salvare qualche posto di lavoro), che la direzione non aveva neanche immaginato. E questo perché presi sul serio all’inizio della crisi, considerati come il grande valore dell’impresa e non solo come il principale problema. Si capisce che in questi casi il linguaggio e la scelta delle parole sono molto importanti. 
 
Un quarto principio di chiama sussidiarietà. Qualsiasi terapia di una crisi, che voglia arrivare davvero a una guarigione (molte crisi aziendali di questi tempi, purtroppo, vogliono solo portare alla vendita delle aziende a fondi di investimento o alla liquidazione), deve partire dall’assunto che le persone che possono indicare vie possibili di soluzione sono soprattutto quelli che sono a contatto tutti i giorni con il lavoro, e non solo i membri dei Consigli di amministrazione che sono quasi sempre distanti e quindi 'incompetenti' di quel lavoro specifico, anche se sono competenti di strategia e finanza. Senza la stretta collaborazione con chi lavora veramente dentro l’impresa, le soluzioni vere e buone non si trovano, perché la competenza più preziosa è sempre quella incorporata nelle mani e nella mente di chi il lavoro lo vive e non di quelli che il lavoro lo conoscono raccontato dai manager o rappresentato dai numeri. 
 
Infine, il principale errore da evitare è dividere la comunità dei lavoratori. La vera arte di chi deve gestire una crisi difficile in una impresa sta nel non dividere, nel tenere compatta tutta la comunità di lavoro, creare un clima simile a quello che vivono i marinai che stanno affrontando una tempesta. Ma per far questo occorre che scatti una logica del «noi» e non solo la logica dell’«io», che è possibile se i manager sono capaci di far sentire ogni lavoratore come il centro della soluzione, trattarlo come se tutto dipendesse da lei o da lui. Arte rara e difficilissima, soprattutto nel nostro capitalismo finanziario. Ognuno di noi è un intreccio di motivazioni, di interessi, di vizi e di virtù. È la cultura organizzativa, soprattutto nei tempi di crisi, con un ruolo chiave dei manager, che favorisce l’emergere nel posto di lavoro della nostra parte migliore o di quella peggiore. Ogni buon processo di coinvolgimento dei lavoratori è sempre molto rischioso, e ha bisogno di occhi giusti e buoni, della capacità di guardare i lavoratori, tutti i lavoratori, come qualcosa di positivo e di bello, e non come fannulloni e opportunisti. Se l’imprenditore, il manager o magari le stesse organizzazioni sindacali partono dall’ipotesi che i lavoratori sono solo lavativi e opportunisti, è certo che troveranno conferma alle loro ipotesi, anche solo perché creeranno un clima di sfiducia e di negatività che estrarrà dalle persone la loro parte meno cooperativa e più egoistica. La prima ricchezza di ogni impresa e di ogni organizzazione sono le persone, le loro competenze, le loro energie morali, il loro cuore. Le crisi si superano quando si hanno la saggezza e il coraggio di ripartire da questa antica, grande e trascurata verità.
l.bruni@lumsa.it

Wednesday 15 April 2015 07:09

Il "tesoretto" che (non) c'è e i poveri che ci sono

Hanno ragione quanti avvertono che il 'tesoretto' non esiste. E che perciò l’espressione non va usata come «un’arma di distrazione di massa» (vizio tanto dei cronisti quanto dei politici) rispetto a una situazione economica ancora fragile, come notava ieri il Sole 24ore. 

O, peggio, utilizzato per qualche politica spot di corto respiro. Ma, proprio perché sono vere tutte le ragioni appena esposte e non parliamo di qualche una tantum in più, non si può liquidare su due piedi l’ipotesi di destinare – strutturalmente – 1,6 miliardi di euro a un piano nazionale di contrasto alla povertà. Tutto possiamo pensare, infatti, tranne che rispondere per l’ennesima volta: 'non ci sono soldi' o 'non è questa la priorità' di fronte a una platea di 6 milioni di persone in povertà assoluta e per le quali non esiste alcuno strumento di sostegno. 

Meglio allora evitare gli equivoci e parlare chiaro. Soldi 'sicuri' in più, sbucati da chissà dove, non ce ne sono. La posta da 1,6 miliardi di euro deriva da un maggiore deficit dello 0,1% come differenza tra un 2,6% di rapporto deficit/Pil per il quale ci siamo impegnati con la Ue e un andamento tendenziale che dovrebbe fermarsi al 2,5% grazie a un migliore andamento della crescita economica, lasciando quindi quel piccolo margine. Si tratta ovviamente di previsioni, potenzialmente fallaci, in passato rivelatesi perfino azzardate. Ma stiamo parlando ancora solo del Def, il documento di programmazione, che dovrà essere poi tradotto in realtà con tanto di dettaglio delle spese e delle relative coperture con la legge di Stabilità a fine anno. C’è tempo dunque per soppesare le diverse soluzioni e trovare i fondi necessari
anche a finanziare la lotta alla povertà. A patto, appunto di non escluderla a priori dal campo delle scelte politiche possibili. Perché di questo si tratta: di una scelta politica su come allocare delle risorse.
 
D’altro canto, non è che i 10 miliardi di euro spesi per il bonus fiscale da 80 euro fossero un 'tesoretto' spuntato lo scorso anno.
E così pure non lo erano i 9 miliardi di euro destinati a ridurre il peso dell’Irap sulle imprese o altre spese e sconti fiscali via via introdotti. Scelte più o meno felici nel loro esito, più o meno efficaci e necessarie.
Quel che invece a noi pare assolutamente necessario – oggi – è iniziare a costruire un sistema che dia risposta concreta al bisogno di quell’ampia parte della popolazione che «non raggiunge uno standard di vita minimamente accettabile», secondo la definizione con cui l’Istat calcola la povertà assoluta. 

Su come farlo sono già sul tavolo almeno due proposte. La prima, il Sostegno di inclusione attiva, messa a punto da una commissione di esperti su impulso dell’allora ministro del Lavoro Enrico Giovannini durante il governo Letta. La seconda, simile per filosofia d’intervento, è quella del Reddito d’inclusione sociale, elaborata dall’Alleanza contro la povertà promossa da Caritas, Acli, Forum del Terzo settore, Conferenza delle Regioni, sindacati e un’altra ventina di associazioni.

Si tratta di uno strumento universalistico e quindi non limitato ad alcune categorie di lavoratori come ad esempio l’Asdi, il nuovo assegno di disoccupazione su cui punta una parte del Pd. Un mezzo per assicurare ai poveri (assoluti) il raggiungimento di una soglia minima di reddito – 400 euro al mese per una persona sola, rivalutati in base a una scala di equivalenza a seconda dei componenti il nucleo familiare – insieme a una serie di servizi pubblici e del Terzo settore per l’inserimento lavorativo e sociale di chi si trova in difficoltà. Un piano nazionale finalmente strutturale, da completare in quattro anni, con un costo a regime di 7,1 miliardi di euro e un primo impegno di 1,7 miliardi, proprio quello 0,1% di minor deficit/Pil (stimato, per carità) di cui si sta parlando. Se necessario, poi, garanzie e coperture possono essere trovate con riduzioni di spesa o razionalizzazioni fiscali. Ma non si può pensare che l’unica politica non sostenibile, sulla quale non investire, sia sempre e solo quella a favore dei deboli.

Wednesday 15 April 2015 04:00

Indici di sgradimento. L'ambasciatore e il cardinale

Il primo, designato dalla Francia, è rifiutato dal Vaticano perché omosessuale. Il secondo, prefetto della congregazione per la dottrina della fede, è avversato dai fan di papa Francesco. Il quale non sempre si fa capire

Tuesday 14 April 2015

Misericordiae vultus o Misericordiae vulnus ?

Papa Bergoglio ha indetto il “Giubileo della misericordia” (nel 51° anniversario della chiusura del 21° Concilio: fatto insolito perché finora tutti i giubilei erano stati indetti in memoria di date della vita terrena del Signore).

Nella Chiesa il giubileo è sempre stato un evento bello e grande, che permette una grande purificazione e una mirabile liberazione di tante anime del Purgatorio.

Infatti il contenuto specifico del Giubileo è sempre stato la possibilità di lucrare l’indulgenza (che ovviamente presuppone l’esistenza del Purgatorio).

Ebbene: questo è il link alla Bolla bergogliana Misericordiae vultus. Voi riuscite a trovare se e dove si parla di cosa significa lucrare l’indulgenza e come si fa?

Provateci. Io non l’ho trovato, perché il n. 22 che dovrebbe spiegarlo è totalmente oscuro e incomprensibile. Al punto che mi sono chiesto se sul tema si è glissato per non urtare i protestanti (che, memori di Lutero, andrebbero su tutte le furie a sentir parlare di indulgenze) o – peggio – se nella Chiesa di Bergoglio il Purgatorio è stato abolito:

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/apost_letters/documents/papa-francesco_bolla_20150411_misericordiae-vultus.html

Questa è invece la Bolla di indizione dell’Anno Santo del 2000 da parte di Giovanni Paolo II. Vi invito a leggere come parla delle indulgenza ai punti 9 e 10 e nelle DISPOSIZIONI PER L’ACQUISTO DELL’INDULGENZA GIUBILARE, che nella bolla di Bergoglio sembrano totalmente assenti:

http://www.vatican.va/jubilee_2000/docs/documents/hf_jp-ii_doc_30111998_bolla-jubilee_it.html

Ho posto questa domanda giorni fa su Facebook. E ancora nessuno mi ha risposto. Né ha dissolto i dubbi.

Nessuno in Vaticano sente il bisogno di precisare e integrare la bolla…

Ci stiamo abituando a questa situazione surreale al punto da non rilevare neanche più la stranezza di una bolla sul Giubileo che oblitera totalmente le indulgenze e il Purgatorio?

P.S. Nel sito “chiestaepostconcilio” si fa una curiosa osservazione, fra i serio e il faceto. La riporto perché indicativa di come è stata scritta la Bolla:

“Nel paragrafo 18 veniamo avvisati che nella quaresima dell’Anno Giubilare verranno inviati da papa Bergoglio dei sacerdoti «missionari della misericordia», che i vescovi dovranno tassativamente inviare e accogliere. I “missionari della misericordia” avranno addirittura «autorità di perdonare anche i peccati che sono riservati alla Sede Apostolica» (dev’essere un refuso: non si tratta dei peccati che solo la Sede Apostolica può compiere, ma delle scomuniche ad essi connesse)”. 

Antonio Socci

Tuesday 14 April 2015 14:06

La teologia si veste di fantasy

bibbia fantasyCara teologia, spiega le tue ali. Le hai ma forse te ne sei dimenticata, o ne diffidi e non le usi. Sono le ali della fantasia che permettono di esprimerci per immagini, metafore, parabole. Cara teologia, e se t’incontrassi con fantasy e fantascienza? L’invito farà rabbrividire chi ha sempre separato con una linea netta la letteratura alta da quella «di genere» e «popolare». Invito che solleticherà chi quella letteratura, ritenuta di serie B, la legge, magari non la cita per non veder arricciare il naso al professore imbevuto di pregiudizi accademici, però ne ricava piacere e nelle sue pieghe scopre un pensiero tutt’altro che fragile e superficiale, metafore a volte involontarie, tracce “religiose” neanche troppo velate.

Tra chi esce allo scoperto ci sono organizzatori e partecipanti dell’incontro pubblico che si tiene domani all’Università Lateranense, «La teologia tra scienza e fantascienza». Tra di loro ci sono un matematico – Giandomenico Boffi, ordinario di Algebra e direttore del Laboratorio di Scienze matematiche all’Università degli Studi Internazionali di Roma (Unint), e direttore del Sefir (Scienza e fede sull’interpretazione del reale), un’area di ricerca dell’Istituto superiore di scienze religiose «Ecclesia mater» della Lateranense – e Giuseppe Lorizio, ordinario di Teologia fondamentale alla Lateranense.

In questo caso, il Sefir ha assolto egregiamente al suo compito: ha fatto incontrare discipline all’apparenza remote. In nome della fantasia. «Per fare ricerca in matematica – spiega Giandomenico Boffi – non basta logica, ci vuole fantasia. Ma anche la teologia trarrebbe giovamento dal ricorso alle categorie dell’immaginario». Nel gioco di sponda replica Giuseppe Lorizio: «Ricordo la lettera di Ratzinger a Odifreddi: “La teologia non è fantascienza”. Una battuta per sottolineare che quella teologica è a tutti gli effetti scienza. Ma ciò non toglie, con un pizzico di provocazione, che l’immaginario debba trovare spazio nella teologia.

Oggi una teologia che si affidi soltanto a idee e concetti limita se stessa. La teologia classica è ricca di immagini. Si rivolge al futuro dell’uomo e del cosmo. Quanta teologia c’è nelle immagini delle cattedrali gotiche, e quanto ricorso alla fantasia nelle parabole di Gesù?». Nel suo intervento, Lorizio traccerà un filo rosso tra Daniele e l’Apocalisse, i Padri della Chiesa e la teologia medievale. All’incontro della Lateranense ci sarà spazio per due affondo specifici.

Uno lo promette padre Michael Fuss, gesuita che alla Gregoriana tiene corsi su buddhismo e culti new age, che al suo intervento ha dato il titolo: «La forza sia con voi! Religione nella fantascienza contemporanea». L’allusione alla saga di Star Wars è trasparente. L’altro lo garantisce, sul versante fantasy, Antonio Sabetta, ordinario di Teologia fondamentale e preside dell’Issr «Ecclesia Mater», con un titolo promettente e impegnativo: «Per un ascolto teologico della saga di Harry Potter».

«Ammetto che all’uscita del primo volume di Joanne Rowling ero scettico – racconta Sabetta –. Ero in Irlanda a perfezionare il mio inglese. Lessi La pietra filosofale in lingua originale. Ne rimasi catturato. Ho letto l’intera saga più volte e all’ultimo Harry Potter Day ero a Washington. La griglia cristologica di lettura mi appariva evidente. La vicenda di Harry Potter è una declinazione semplice del mistero della Redenzione. Neonato, sopravvive per il dono di un altro, la madre, il cui amore è superiore al più potente dei sortilegi. Harry permette alla storia di ricominciare e al male di non prevalere, morendo a sua volta». Sacrificio, giustizia… Sabetta vi legge le tracce di un cristianesimo anonimo, tipico dell’età post-secolare.

Spogliandoci di ogni supponenza, ammettendo che la distinzione netta tra letteratura “alta” e “bassa” può essere falsa e fuorviante, le piste di ricerca si moltiplicano. Il cinema ne offre di innumerevoli, dalla ricerca del “padre creatore” e dall’accettazione della morte da parte della creatura che accetta di essere “finita” in Blade Runner, alle pulsioni mistiche (che cos’è la realtà? Chi siamo noi e qual è la nostra reale natura?) di Matrix. La letteratura precede il cinema. Guerra al grande nulla di James Blish, azzardata traduzione italiana dell’originale A Case of Conscience (1958), pone domande enormi: può esistere una civiltà non toccata dal peccato originale? Potrebbe Satana annidarsi in ciò che all’apparenza è puro?

Negli anni Sessanta, la saga di Dune di Frank Herbert ha nel protagonista Paul Atreides un Messia, con richiami a Cristo e a Maometto, figlio di una programmazione genetica per obbligare a un balzo in avanti un’umanità sparsa nell’universo e decaduta. Negli anni Novanta la saga di Hyperion di Dan Simmons propone la tentazione più grande a cui potrebbe essere sottoposta la Chiesa: poter garantire ai propri fedeli la vita eterna qui, ora, in questo mondo. Fantasy e fantascienza si servono del proprio linguaggio. Spesso volano basse e non sono memorabili. A volte però pongono le domande e i temi della teologia attraverso intrecci, personaggi e metafore che con la loro forza lasciano una traccia profonda. Se davvero riuscissero a vincere i reciproci pregiudizi, un incontro tra teologia da una parte e fantasy e fantascienza dall’altra potrebbe dare risultati sorprendenti.

Umberto Folena – Avvenire, 14 aprile 2015

Tuesday 14 April 2015 10:08

La Bibbia ci educa alla libertà

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Monday 13 April 2015

La misericordia della Nuova Bussola

Cari amici, leggo ora su La Nuova Bussola Quotidiana un articolo del Direttore Riccardo Cascioli il quale, intervenendo sulla vicenda del candidato ambasciatore francese presso la Santa Sede Laurent Stefanini, e citando questo mio articolo, si afferma: «”È la migliore personalità per quel ruolo”, ripete più volte Vatican Insider citando il Quai d’Orsay, e sottolinea che l’eccezionalità del caso sta nel fatto che Stefanini è un “credente” seguito nel suo cammino dall’arcivescovo di Parigi, “ha sempre vissuto da celibe, non si è mai sposato né religiosamente né civilmente”. “È un cattolico praticante”, insiste Vatican Insider, forse a suggerire che in fondo questo conta molto più di un orientamento sessuale non conforme alla dottrina».

A parte il fatto che a definire la scelta di Stefanini come migliore sono state ovviamente le fonti francesi diplomatiche da noi citate (Vatican Insider non esprime il gradimento sugli ambasciatori, non sappiamo se sia la scelta migliore, così la definisce il governo che la propone), e che sia un praticante è cosa nota, la notizia è un’altra. Apprendiamo infatti oggi dalla Nuova Bussola Quotidiana che anche il solo orientamento, la sola tendenza omosessuale, anche se vissuta cristianamente da praticante, cioè da persona che cerca con la grazia di Dio e con i sacramenti di seguire gli insegnamenti della Chiesa, costituirebbe un problema dottrinale, un peccato, un macigno insormontabile.

Può valere la pena ricordare ciò che il Catechismo della Chiesa cattolica riporta in merito all’omosessualità.

2357 L’omosessualità designa le relazioni tra uomini o donne che provano un’attrattiva sessuale, esclusiva o predominante, verso persone del medesimo sesso. Si manifesta in forme molto varie lungo i secoli e nelle differenti culture. La sua genesi psichica rimane in gran parte inspiegabile. Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, la Tradizione ha sempre dichiarato che «gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati». Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati.

2358 Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione.

2359 Le persone omosessuali sono chiamate alla castità. Attraverso le virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, mediante il sostegno, talvolta, di un’amicizia disinteressata, con la preghiera e la grazia sacramentale, possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana.

A parte il grande rispetto per le persone omosessuali che emerge da queste pagine, è evidente che una cosa sono la tendenza o l’orientamento - che nella stragrande maggioranza dei casi non viene scelto dalle persone, dato che la sua genesi psichica rimane in parte inspiegabile – e altra cosa è la pratica omosessuale.

A essere condannata è la pratica omosessuale, non l’orientamento. Anche perché, se si trattasse soltanto della tendenza o dell’orientamento, quanti sarebbero, anche all’interno del clero e delle gerarchie (anche vaticane), a non dover ricevere il “gradimento”? Non è del tutto chiaro quali siano le ragioni del mancato gradimento della Santa Sede a Laurent Stefanini. Non ci permettiamo di dare giudizi, non essendo a conoscenza di quanto realmente accaduto. Forse però servirebbe un po’ più di cautela nell’esprimersi su uomini e donne che non hanno scelto il loro orientamento sessuale.

Sunday 12 April 2015

COME SARA’ IL GIUBILEO (MENTRE SI SCOPRONO DUE NUOVE IRREGOLARITA’ DEL CONCLAVE)

Il Conclave del 2013 è stato davvero un disastro. Ogni giorno che passa saltano fuori nuove magagne, una più grave dell’altra. E i profili di invalidità si fanno sempre più consistenti.

Lo sanno bene gli addetti ai lavori che però oggi stanno copertissimi a causa di una certa atmosfera repressiva che domina oltretevere in questi mesi.

PAROLE E FATTI

Atmosfera in totale contraddizione pratica con la continua ripetizione della parola “misericordia” da parte del papa argentino.

Ne parla molto, ovviamente, nella bolla “Misericordiae vultus” di indizione del Giubileo firmata ieri. Vi sono passi molto belli che ricordano la compassione di Gesù verso tutti e il viscerale amore materno di Dio verso ciascuno.

Ma si nota anche la solita omologazione all’agenda politically correct. C’è infatti una certa enfasi sui “peccati sociali”.

Pare che mafiosi, corrotti e razzisti siano i soli che si possono giudicare e condannare. L’ovvio dei popoli che permette a tutti noi di sentirci buoni. E’ tutto molto comodo.

Domenico Cacopardo ha notato che nel discorso di Pasqua, all’indomani del massacro di 147 studenti cristiani in Kenya, Bergoglio ha tuonato contro i “trafficanti di armi”, categoria che però è “un nemico oscuro e sfuggente” grazie al quale il papa non nomina “il nemico evidente e visibile” che compie quelle stragi.

Più in generale Bergoglio prende di petto i reati da codice penale, ma quasi per nulla i normali peccati da confessionale che vengono alquanto derubricati: anzi, il papa se la prende con chi evoca la giustizia della legge morale (sfuocata nel magistero del papa argentino è anche la nozione di “peccato originale”).

DISASTRO SUDAMERICANO

Contenuti ancor più “sinistresi” (contro il profitto, le disuguaglianze, la finanza) saranno esposti nell’ormai prossima enciclica sociale, già anticipata nel discorso che Bergoglio fece ai centri sociali (fra cui il Leoncavallo).

Il papa argentino ci riporta così al clima ideologico che in Italia vivevamo negli anni Settanta, il sinistrismo della Chiesa latinoamericana, imbevuta delle diverse teologie della liberazione.

Non è un caso se quella Chiesa da decenni sta andando a picco sia per le defezioni massicce dei fedeli, sia per la voragine delle vocazioni.

Al contrario dove l’insegnamento di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI è stato recepito e si è formato un episcopato – per così dire – saldamente cattolico, i frutti sono straordinari.

Negli Stati Uniti, sono dati di questi giorni, nel 2015 ci saranno circa 600 ordinazioni sacerdotali. L’anno precedente erano state 477: più 25 per cento in un solo anno.

“E’ uno dei più robusti segnali di ripresa vocazionale dopo una crisi pluridecennale iniziata poco dopo la chiusura del Concilio” scrive la rivista “Il Timone”, la quale aggiunge che si tratta di vocazioni fiorite negli anni di Benedetto XVI che hanno la tipica spiritualità di Wojtyla e Ratzinger (“il 70 per cento, prima di entrare in Seminario era solito pregare il Rosario o partecipare all’adorazione eucaristica”).

La Chiesa statunitense, che porta il segno di Wojtyla e Ratzinger, è molto impegnata nello slancio missionario e nelle battaglie di frontiera sui “principi non negoziabili”.

E’ quella che i media laici definirebbero una “Chiesa conservatrice”, come la Chiesa africana, vivacissima e in espansione, i cui vescovi, nello scorso Sinodo, sono stati decisivi per bloccare la “rivoluzione” di Kasper.

E’ chiaro che Bergoglio è su un’altra strada. Con lui si profila un pontificato di rottura. Anche nei gesti e nelle consuetudini.

UN ALTRO PAPOCCHIO

A dire il vero già il Conclave che lo ha eletto andava in quella direzione. E prima se ne discuterà pubblicamente, meglio sarà per tutti. Anche per papa Bergoglio che avrebbe tutto l’interesse a far chiarezza.

Ho ritenuto di ravvisare tre violazioni delle norme, nel mio libro “Non è Francesco”, che già di per sé possono rientrare in quelle che comportano la nullità dell’elezione.

Ora se ne aggiungono altre due, così evidenti che mi sono state segnalate da alcuni lettori.

La prima. Fra l’annuncio della rinuncia, l’11 febbraio 2013, e l’inizio della sede vacante, il 28 febbraio, Benedetto XVI firmò il Motu proprio “Normas nonnullas” per integrare e mutare piccole parti della costituzione che regola l’elezione del papa, la Universi Dominici gregis.

L’articolo 37 veniva così formulato da Ratzinger: “Ordino che, dal momento in cui la Sede Apostolica sia legittimamente vacante, si attendano per quindici giorni interi gli assenti prima di iniziare il Conclave; lascio peraltro al Collegio dei Cardinali la facoltà di anticipare l’inizio del Conclave se consta della presenza di tutti i Cardinali elettori”.

Stando a questo articolo dunque il Conclave doveva iniziare dopo il 15 marzo perché la sede vacante era iniziata il 28 febbraio.

Il Collegio cardinalizio poteva anticipare il Conclave solo con la “presenza di tutti i cardinali elettori” (norma dovuta a incidenti gravi del passato).

In effetti il Conclave del 2013 è stato anticipato, per decisione dell’ottava Congregazione generale del Collegio dei cardinali tenutasi nel pomeriggio dell’8 marzo 2013.

“Il direttore della Sala Stampa aveva ricordato che da ieri i 115 elettori sono tutti presenti” si legge nell’articolo di “Avvenire” del 9 marzo, firmato Mimmo Muolo.

Ma se i cardinali presenti erano 115 e gli elettori erano 117, ne mancavano due: Julius Riyadi Darmaatmadja e, per motivi diversi, Keith Michael Patrick O’Brien che, pur avendo inviato le loro motivazioni, recepite dai cardinali, tuttavia restavano a tutti gli effetti “cardinali elettori”, tanto che in ogni momento potevano venire a Roma ed entrare in Conclave anche dopo il suo inizio (art. 39).

Lo stesso “Avvenire” rilevava la loro assenza. Con tale assenza però il Collegio cardinalizio non era al completo come richiesto dal Motu proprio e non poteva decidere l’anticipo del Conclave che ha eletto il cardinal Bergoglio il 13 marzo, un giorno nel quale il Conclave non doveva nemmeno essere iniziato.

Come è stato possibile allora assumere quella decisione?

FUMO

Ma c’è un’altra violazione. E’ noto che nella quarta votazione del 13 marzo si è trovata una scheda che ne conteneva un’altra, in eccesso, rimasta attaccata.

Applicando l’articolo 68 dell’Universi Dominici gregis, si è deciso di annullare quella votazione e farne subito un’altra.

Nel mio libro ho ravvisato in questa decisione due violazioni delle norme, perché si doveva applicare l’articolo 69 (non annullando quella votazione, ma solo quel voto) e non si poteva votare un’altra volta in quanto le norme pontificie impongono di non fare più di quattro votazioni al giorno (art. 63).

Tuttavia se proprio si voleva applicare l’articolo 68, lo si doveva applicare integralmente.

Esso infatti impone, una volta annullato il voto, di bruciare quelle schede prima di procedere a una nuova votazione (“omnes comburendae sunt, et iterum, id est altera vice, ad suffragia ferenda procedatur”).

C’è un motivo importante per cui Giovanni Paolo II, nell’Universi Dominici gregis, prescrive questo: per eliminare dalla Cappella Sistina qualsiasi scheda votata, cosicché la successiva votazione non possa essere nemmeno ipoteticamente inquinata da schede già votate o da sospetti. Quindi si dovevano bruciare subito.

Ma il pomeriggio del 13 marzo non vi fu quella seconda fumata nera per la quarta votazione annullata.

Vi fu solo, alle 19.06, la fumata bianca della quinta votazione. Perché? E’ necessario appurare se si sono verificate (anche) queste due violazioni, perché – se così fosse – è assai probabile che possano rappresentare causa di nullità dell’elezione.

L’articolo 76 dell’Universi Dominici gregis infatti afferma: “Se l’elezione fosse avvenuta altrimenti da come è prescritto nella presente Costituzione o non fossero state osservate le condizioni qui stabilite, l’elezione è per ciò stesso nulla e invalida”.

In questo campo la misericordia non c’entra. Almeno qui la legge deve regnare sovrana.

 

 

Antonio Socci

 

Da Libero, 12 aprile 2015

Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

 

Friday 10 April 2015

Pregare, un’esperienza umana

preghiera esperienza umanaUna mostra curata da Franco La Cecla e Lucetta Scaraffia dal titolo “Pregare, un’esperienza umana” prenderà l’avvio l’11 aprile alla Reggia di Venaria, nei pressi di Torino, e sarà aperta fino alla fine di giugno. La mostra è sotto il patronato dell’arcivescovo di Torino, monsignor Cesare Nosiglia, del re del Marocco, del rabbino capo di Torino e dell’associazione Sant’Anselmo e si tiene in concomitanza con l’ostensione della Sindone.

Vuole essere un tentativo di allargare lo sguardo all’intera umanità oggi che sembra così divisa. Viene accompagnata da centinaia di oggetti di culto e dalle magnifiche macchine di preghiera che sono i rosari, le ruote di preghiera, i mulinelli, le bandiere di preghiera, gli strumenti musicali, gli abiti per pregare e da immagini, suoni, colori e odori. Un’immensa installazione curata dal regista Stefano Savona avvolgerà i visitatori portandoli come su un tappeto volante in mezzo a folle oranti, nel cuore della fede di altre culture o di culture vicinissime a noi. È una sfida, ovviamente, a non restare impauriti e a pensare che l’umanità sia solo un luogo di odio e di sconfitta. Alla mostra, presentata in queste colonne da uno dei curatori, si accompagna il volume edito da Vita e pensiero “Pregare, un’esperienza umana. L’incontro con il divino nelle culture del mondo” (pagine 216, euro 20,00), a cura degli stessi Franco La Cecla e Lucetta Scaraffia e con scritti di Alberto Fabio Ambrosio, Catherine Aubin, Enzo Bianchi, Sébastien de Courtois, Anna Foa, Gianni Jòraku Gebbia, Mohammed Jamil, Franco La Cecla, Carlo Laurenti, Martin Lönnebo, Manuel Nin, Stefano Piano, Mohammed Rougoui, Lucetta Scaraffia, PierAngelo Sequeri, Ugo Volli e Giuliano Zanchi.

Preghiera. Umanità unita in un gesto

Nepal, città di Katmandu, piazza Durbar: la grande festa d’inizio anno in onore di Shiva. Una donna aggiunge palline di cera ai piccoli ceri che già bruciano da ore di fronte al tempio. Si ferma a mani giunte, recita qualcosa e poi con la mano destra si segna, prima la fronte, poi il petto, poi una tempia. Cosa sta facendo? Ho la presunzione di pensare che stia pregando. Cosa me lo fa pensare? L’intensità del suo sguardo, il raccoglimento e il fatto che con lei migliaia di altre persone ripetono gli stessi gesti, gli stessi mantra e chiedono, mi sembra, qualcosa. Shiva è il dio della creazione e della distruzione allo stesso tempo, principio vitale nella sua danza perenne e distruttore del male. Immagino quindi che la donna si stia “indirizzando” alla divinità per lodarla o per chiederle qualcosa. Immagino. Una buona prudenza mi fa pensare allo stesso tempo che non posso proiettare su di lei quello che io conosco del pregare. Eppure qui, come tra i sufi di una tekkè di Istanbul o tra gli oranti di una sinagoga a Casale Monferrato, come tra i copti di Lalibela in Etiopia vedo gesti e parole, movimenti individuali e collettivi che mi fanno pensare alla stessa cosa: al fatto che pregare non sia un’esclusiva del mondo a cui appartengo, ma qualcosa che ha a che fare con una base comune a tutta l’umanità. Ci vuole del coraggio nel dirlo, sicuramente, perché mai come adesso siamo soggetti alla prova del pensare che le religioni siano luogo di conflitti, che tra induisti e musulmani in India non c’è pace, come non c’è tra copti, cristiani e musulmani in Egitto o in Siria, come non c’è tra buddisti e induisti in Thailandia o a Sri Lanka. Però quell’intensità, quel rivolgersi alla divinità o alle profondità di sé stessi, gli strumenti stessi usati per la concentrazione, rosari che si chiamano mala, tesbih, japamala ma che consentono al fedele di diventare una macchina di preghiera, tutto questo mi spinge a credere che ci sia una base comune. È il contrario di quanto alcuni pensatori hanno dichiarato. Rodney Needham in un famoso libro dal titolo Credere metteva in dubbio che si potesse estendere la categoria del credere a culture che non sono la propria. Ed il laicismo alla francese che oggi manda in carcere i ragazzini che a scuola si rifiutano di dire « Je suis Charlie » professa come credo l’abolizione di tutti i credi. Rispetto a questa posizione come antropologo e come viaggiatore assiduo non posso non pensare che anche gli “altri” preghino.

Me lo dice l’esperienza diretta, l’amicizia con persone di altre culture, la conoscenza dei testi delle preghiere altrui, islamiche, induiste, buddiste, ebraiche e perfino di mondi che sembrano lontani, quelli dell’animismo e dello sciamanesimo, ma che condividono lo stesso anelito a comunicare con la divinità, sia essa rappresentata da spiriti della natura, da una pluralità o da un’unità di forze. Me lo dicono gli studiosi di religioni che da almeno due secoli si arrovellano su questa materia.

E me lo dice l’evidenza della mia esperienza diretta. Ed è per questo che da qualche anno ho coltivato un sogno anticonformista e pericoloso: quello di raccontare la preghiera come qualcosa di universale, di comune nei gesti, nelle parole, nei canti, nelle danze a culture diversissime e lontanissime.

Ho raccolto rosari di tutti i culti e mi sono stupito della loro bellezza e antichità e poi ho scoperto che i rosari “comunicano” tra di loro, raccontano cioè una storia di “prestiti” da una cultura all’altra. Nascono nel Subcontinente indiano, vengono assunti dal buddismo, i sufi dell’Asia centrale se ne appropriano e li passano ai monaci ortodossi anatolici che a loro volta li passano al mondo cattolico. Questi cerchi di preghiera raccontano l’assiduità della preghiera, il bisogno di ripetere, la sua circolarità che abolisce il tempo e lo rende qualcosa di fertile per dare al mondo un aspetto più divino. Ma allo stesso modo ci sono gesti come il “segnarsi”, come il genuflettersi, il tenere le mani giunte, o le braccia aperte nell’invocazione e nella danza che risalgono a tempi antichi e che sono ancora presentissimi nell’umanità. È il grido del Salmo 30, che dice: «Hai trasformato il mio lamento in danza». La preghiera implica, coinvolge e trasforma il corpo nella sua individualità e nella sua comunità con altri corpi, di presenti e di assenti. Contro la tendenza a pensare che le religioni siano luogo dell’antagonismo, una parte di me sa che esse sono anche l’espressione di un anelito comune che produce straordinarie coreografie, architetture, poesie, pratiche quotidiane, quello che gli antropologi chiamano “cultura”. Mi trovavo qualche giorno fa, invitato dal governo del Marocco, a filmare la preghiera all’interno delle magnifiche moschee di Fes. Un privilegio, perché ai non musulmani è interdetto l’ingresso. Adesso sono io l’osservato mentre riprendo. A questi composti fedeli che si genuflettono al richiamo del muezzin e che adempiono cinque volte al giorno uno dei doveri dell’islam, la salat, devo sembrare alquanto singolare. Perché l’altra faccia della medaglia è che ogni orante di ogni religione pensa che la sua sia l’unica maniera di pregare. E si stupisce che, ad esempio, il rosario esista anche in una cultura diversa dalla propria. È difficile testimoniare la base comune della preghiera, ma è anche sempre più urgente perché implica una vera coscienza universale.

Franco La Cecla – Avvenire, 7 aprile 2015

Friday 10 April 2015 04:00

Un papa dall'Africa nera

Sarebbe il primo nella storia. E potrebbe essere il prossimo. Un nome: Robert Sarah. Autore di un libro rivelazione

Sunday 05 April 2015

Omelie pasquali - II

Esercizi di predicazione liturgica per le domeniche di Pasqua. Dall'archivio di Benedetto XVI

Saturday 04 April 2015

Buona Pasqua ai naviganti

Cari amici, Buona Pasqua! Nel silenzio del Sabato Santo abbiamo ancora negli occhi e nel cuore il racconto della Passione di Gesù, la stessa Passione che hanno vissuto gli studenti in Kenya, “colpevoli” soltanto di essere cristiani. La stessa Passione che vivono i perseguitati, i rifugiati, le vittime delle guerre in Medio Oriente, i nostri fratelli che affondano nei barconi sul Mediterraneo, i terremotati, i senzatetto, gli emarginati.

Nel 1973, Joseph Ratzinger, in una meditazione sul Venerdì Santo, scriveva: “Dobbiamo imparare – ancora una volta, non solo a livello teorico, ma nel modo di pensare e di agire – che accanto alla presenza reale di Gesù nella Chiesa e nel sacramento, esiste quell’altra presenza reale di Gesù nei più piccoli, nei calpestati di questo mondo, negli ultimi, nei quali egli vuole essere trovato da noi. E, anno dopo anno, il Venerdì Santo ci esorta in modo decisivo ad accogliere questo nuovamente in noi”. La pietra del sepolcro sta per essere rotolata via dal Crocifisso Risorto, dal Figlio di Dio venuto a condividere le nostre sofferenze.

PS: Mi scuso per il blackout del server del blog, che è rimasto irraggiungibile per oltre due giorni.

Friday 03 April 2015

Auguri di Buona Pasqua anche a chi non crede

La Pasqua è la Festa che ricorda la Risurrezione di Cristo dal sepolcro, dopo tre giorni dalla sua morte in Croce. Chi ha il dono della fede ci crede e proprio la Risurrezione di Cristo è la dimostrazione storica della sua divinità. Che Cristo sia risorto non è una pia credenza, ma un fatto storico confermato da tanti testimoni, molto più di altri fatti del passato dei quali esistono scarse testimonianze.

Per noi che abbiamo avuto da Dio il dono della Fede, La Pasqua porta alla nostra vita la serenità dello spirito, la gioia di vivere, la pace del cuore. Se noi viviamo con Cristo, cari amici, non possiamo essere tristi o pessimisti, senza speranza. Soffriamo certo per le molte croci della nostra vita, ma Gesù è la nostra forza, la nostra speranza.

Un’antica espressione popolare dice: “Sono contento come una Pasqua”. Cristo risorto è fonte di gioia e di speranza, perché ci ha liberati dal peccato e dalla morte, ci dà uno sguardo ottimistico sulla nostra vita e sul mondo in cui viviamo, cioè ci fa vedere la realtà che ci circonda con gli occhi di Dio. Non più con i nostri occhi di uomini e donne peccatori, ma con gli occhi di Dio, che è Padre buono e misericordioso, ama tutti e ciascuno più di quanto noi amiamo noi stessi!

Nella Pasqua 2013, la prima del suo pontificato, Papa Francesco ha detto : “La buona notizia” che Gesù è Risorto, per noi significa “che l’amore di Dio è più forte del male e della stessa morte; significa che l’amore di Dio può trasformare la nostra vita, far fiorire quelle zone di deserto che ci sono nel nostro cuore”.

Gesù ha partecipato alla nostra debolezza umana, ha patito la fame e la sete, la stanchezza e la tristezza, ha conosciuto l’ingiustizia, le crudeltà spaventose della flagellazione e della crocifissione.  La Risurrezione rappresenta la liberazione da tutto questo, è l’inizio di una nuova vita vissuta in intimità con Dio. Vivere con fede la Risurrezione significa anche per noi iniziare una vita nuova, liberandoci da tutti i pesi spirituali, morali e psicologici, da tutti gli attacchi terreni che ostacolano il nostro cammino verso Dio, che è la somma felicità per l’uomo.

Nel 1930, il Servo di Dio Giorgio La Pira, a 26 anni diventa incaricato di Diritto romano all’Università di Firenze. In seguito partecipa al concorso per la cattedra universitaria, i risultati del quale, affissi nella bacheca dell’Università, lo dichiarano vincitore con i voti più alti di quelli degli altri partecipanti. Le autorità universitarie gli chiedono di prendere la tessera del PNF (il Partito Nazionale Fascista) e La Pira risponde che come cattolico non può prenderla. Così, la cattedra non è affidata a lui ma ad un altro. I suoi amici gli dicono di protestare e si dichiarano disposti a firmare con lui la lettera di protesta. La Pira risponde: “Vi ringrazio, ma è inutile. So che sono vittima di un’ingiustizia, ma cosa volete che sia questo quando so che Cristo è risorto?”. Ecco la vita vista non con occhi umani ma con gli occhi di Dio e questo esempio vale anche per tutti i milioni di martiri della fede che ancor oggi accettano di subire una morte ingiusta pur di non tradire la fede in Cristo Risorto.

Ma per i molti che non credono, anche tra i nostri parenti e amici, la Pasqua è solo una festa più meno come le altre, si fa vacanza anche il giorno dopo, si fanno e si ricevono gli auguri di Buona Pasqua, si mangiano le uova di cioccolato e le colombe di pasta dolce, ma il perché di questa Festa che è il fondamento del cristianesimo, rimane per loro un mistero e non se ne curano. Dobbiamo anzitutto pregare per loro, fare qualche sacrificio, sopportare le nostre sofferenze, affinchè lo Spirito Santo tocchi il loro cuore.

Qualche anno fa sono stato per un anno in contatto per posta elettronica con un personaggio che abita a Roma (non ci siamo mai visti né telefonati), dichiaratamente agnostico e ferocemente contro la Chiesa cattolica. Tutto è nato da una sua lunga lettera che, prendendo spunto da un mio articolo su un importante giornale laico, accusava la Chiesa di molti dei mali di cui soffre la nostra Italia. Una lettera ben scritta e ragionata e io ho risposto. Anche lui ha risposto a me e siamo andati avanti per un anno o poco più con due-tre lettere per ciascuno al mese. Lui insisteva sulle colpe e i delitti di Papi e altri uomini di Chiesa, ad esempio all’inizio per Papa Francesco ha espresso qualche sua simpatia, durata poco. Poi ha incominciato a dire che non aveva condannato i militari al potere e rileggeva la sua vita tutta in senso negativo.

Allora ho capito che, con un uomo così informato e credo anche retto, era inutile discutere sulla religione e la Chiesa. Ho cominciato a mandargli i miei Blog (quasi tutti positivi) e altri articoli sui missionari conosciuti nei miei viaggi di visita ai vari continenti. Allora si è addolcito e quando verso Natale mi ha scritto che sua moglie era stata ricoverata in ospedale per una grave malattia, gli ho risposto che pregavo per lei e che Dio è buono e Padre di tutte le creature umane, spero che faccia la grazia della guarigione. Allora mi ha risposto in tono commosso che mi ringraziava e sperava anche lui che la mia preghiera avesse un effetto positivo. Poco dopo è finita la nostra corrispondenza, perché quel caro amico mi ha risposto dicendo che era occupato a curare la moglie e ormai era inutile continuare a scriverci.

Quali auguri di Buona Pasqua possono toccare il cuore a chi non crede? Tutti nella vita abbiamo le nostre sofferenze, le nostre croci, fisiche, psicologiche, affettive, economiche. Penso agli ammalati, agli anziani specialmente se soli, ai disoccupati, ai carcerati e anche a persone giovani che hanno avuto qualche disavventura e attraversano un momento di crisi. Il modo migliore di augurare loro Buona Pasqua è di volergli bene, interessarsi dei loro mali e dire che preghiamo per loro, Gesù Risorto li aiuti a ritrovare la serenità e la gioia di vivere.

Dobbiamo vincere in noi quello che è uno degli effetti della secolarizzazione: in pubblico non si parla di sentimenti religiosi, la fede è una cosa personale, intima e la privacy richiede che non si manifesti la propria fede in pubblico (com’è proibito alle annunziatrici dei telegiornali mettere un crocifissino al collo!). Nel 1973 ho accompagnato con un Carmelitano che conosceva i barboni del Parco del Castello a Milano, Madre Teresa che voleva parlare con uno di loro. Un vecchietto era coricato su una panchina avvolto in una coperta. Il Carmelitano lo chiama e quello si alza. Noi gli avremmo detto: “Come sta?” o qualcosa di simile. Madre Teresa gli dice: “God loves you!”, Dio ti ama, e quel vecchietto si è commosso e ha raccontato un po’ la sua vita, spiegando che aveva tre figli e l’avevano abbandonato. Poi ha concluso dicendo: “Solo Dio mi vuole bene, mi ama!”.

Piero Gheddo

3 aprile 2015

 

Thursday 02 April 2015

"Meglio sposarsi che ardere". Anche in seconde nozze

Le Chiese ortodosse applicano ai divorziati il detto dell'apostolo Paolo. E c'è chi vuole introdurre tale prassi anche nella Chiesa cattolica. Tra questi un teologo della diocesi di Bologna, la stessa del cardinale Caffarra

Friday 27 March 2015

La Chiesa non cambia i governi

La Chiesa non è nel mondo per cambiare i governi. E’ interessante leggere l’intervista del cardinale Ortega y Alamino, arcivescovo dell’Avana, dedicata in particolare a Papa Francesco e alla situazione cubana, con il dialogo in corso e gli ultimi importanti sviluppi, cioè il disgelo con gli Stati Uniti. Il testo contiene una vera e propria chicca, cioè un dialogo avvenuto tra il porporato cubano e Papa Benedetto, alcuni mesi prima della sua rinuncia. Ecco il brano in questione:

«Papa Benedetto XVI nell’ultima conversazione con lui, sette o otto mesi prima delle dimissioni, mi ha chiesto se la Chiesa a Cuba era per il dialogo. Me l’ha chiesto all’improvviso, quando stavamo parlando del suo viaggio a Cuba. Gli ho risposto di sì, e mi ha chiesto se anche i più giovani erano per il dialogo. “Forse i più giovani non hanno vissuto le grandi difficoltà che ha avuto la Chiesa nel passato e non si rendono conto di quanto sia cambiata la situazione oggi” ha commentato il Santo Padre. Gli ho risposto: Santità, c’è anche un altro fattore, coloro che hanno vissuto un’epoca molto difficile, di scuole nelle campagne, di molto indottrinamento ideologico che li affaticava, li stancava, sono diventati forse distanti interiormente, come visceralmente estranei”. E il Papa mi ha risposto: “Ma il dialogo è l’unica strada”. Io gli ho detto di sì, che tutti, come cristiani, comprendiamo che è l’unico cammino. E lui mi ha detto: “La Chiesa non è nel mondo per cambiare i governi, ma per trasformare con il Vangelo il cuore degli uomini, e questi uomini cambieranno il mondo secondo quel che disporrà la provvidenza”».

E’ una prospettiva profondamente evangelica, da tenere ben presente e che forse dovrebbe essere tenuta più in considerazione.

Thursday 26 March 2015

Tutti abbiamo bisogno della misericordia di Dio

Il 13 marzo 2015, secondo anniversario della sua elezione a Sommo Pontefice, Francesco ha compiuto un gesto coraggioso e sorprendente: ha indetto l’”Anno Santo della Misericordia” (8 dicembre 2015 – 20 novembre 2016), “affinchè la Chiesa – ha detto – possa rendere più evidente la sua missione di essere testimone della misericordia di Dio”. Parole che richiamano quelle di Giovanni XXXIII l’11 ottobre 1962 quando apriva il Concilio Ecumenico Vaticano II, orientandolo in senso pastorale: “Oggi la sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece che imbracciare le armi del rigore… Così la Chiesa cattolica … vuole mostrarsi madre amorevolissima di tutti, benigna, mossa da misericordia e da bontà verso i figli da lei separati”. Papa Francesco non indice un altro Concilio, ma riforma la Chiesa e i fedeli in senso pastorale, missionario, con atti, gesti e parole caratterizzati dalla misericordia e condivisione verso i lontani, i non credenti, i più poveri in tutti i sensi. Anche Giovanni Paolo II ha sviluppato questo tema nella sua seconda enciclica “Dives in misericordia” (Dio è ricco di misericordia) e Papa Benedetto nell’ enciclica “Deus Caritas est” (Dio è Amore).

Con Papa Francesco, fin dall’inizio la misericordia di Dio è il tema centrale e fondamentale del suo Pontificato. Egli conosce bene l’Occidente cristiano e sa che ben più del 50% dei battezzati non vengono in chiesa, conducono vite lontane da Cristo e capisce che questo rifiuto della misericordia e del perdono di Dio ha imbarbarito le nostre società (oggi espressione massima è il “gender”), i nostri popoli ancora nominalmente cristiani. Ma Francesco crede nello Spirito Santo, “protagonista della missione della Chiesa” ed è convinto che se la Chiesa e i fedeli si convertono veramente a Cristo, lo Spirito può fare cose straordinarie, miracolose, come in altri popoli dove nasce la Chiesa. Nel novembre 2014, parlando al Consiglio delle Conferenze episcopali europee ha ricordato i mali che oggi feriscono l’Europa e la mettono in crisi, ma ha aggiunto che “l’Europa ha tante risorse per andare avanti…. E la risorsa più grande è la persona di Gesù. Europa, torna a Gesù! Questo è il lavoro dei pastori: predicare Gesù in queste ferite… Il Signore ha voglia di salvarci. Io ci credo. Questa è la nostra missione: predicare Gesù Cristo, senza vergogna. Lui è disposto ad aprire le porte del suo cuore, perché Lui manifesta la sua onnipotenza soprattutto nella misericordia e nel perdono…All’Europa ferita soltanto Gesù Cristo può dire oggi una parola di salvezza”.

Tutto il suo pontificato è impostato per riconvertire l’Occidente cristiano a Cristo, come indispensabile passo per annunziare Cristo a tutti gli uomini. Tant’è vero che ha affidato l’organizzazione del Giubileo della Misericordia al Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione. La fede di Papa Francesco è una fede “che sposta le montagne” come dev’essere anche la nostra. Lui sa che nulla è impossibile a Dio e noi dobbiamo sapere che l’Anno della Misericordia è anzitutto indetto per riportare i nostri popoli cristiani a Cristo, cioè ciascuno di noi all’amore e imitazione di Gesù Cristo.

Nell’Anno Santo della Misericordia, Francesco riprende i concetti e le espressioni che ha ripetuto tante volte in questi ultimi due anni: “Dio è buono, vuole bene a tutti e perdona sempre…Non si stanca mai di perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere perdono… Questo è il messaggio più forte del Signore: la misericordia… Se il Signore non perdonasse tutto, il mondo non esisterebbe… E’ la misericordia di Dio che cambia il mondo…La Chiesa accoglie tutti, non rifiuta nessuno”. Chi ha sperimentato nella sua vita la bontà, la tenerezza, la misericordia infinita di Dio, non può non comunicare agli altri questa sua esperienza che lo riempie di gioia.

Misericordia significa perdono, riconoscere le nostre debolezze e colpe e convertire la nostra vita a Cristo. Ecco il n. 10 della “Evangelii Gaudium”. rivolto a tutti noi che crediamo: “10. La proposta è vivere ad un livello superiore: la vita si rafforza donandola e s’indebolisce nell’isolamento e nell’agio. Di fatto, coloro che sfruttano di più le possibilità della vita sono quelli che lasciano la riva sicura e si appassionano alla missione di comunicare la vita agli altri. Quando la Chiesa chiama all’impegno evangelizzatore, non fa altro che indicare ai cristiani il vero dinamismo della realizzazione personale. Qui scopriamo un’altra legge profonda della realtà: la vita cresce e matura nella misura in cui la doniamo per la vita degli altri. La missione, alla fin fine, è questo. […] Possa il mondo del nostro tempo –che cerca ora nell’angoscia, ora nella speranza – ricevere la Buona Novella non da evangelizzatori tristi e scoraggiati, impazienti e ansiosi, ma da ministri del Vangelo la cui vita irradii fervore, che abbiano per primi ricevuto in loro la gioia del Cristo ”.

Francesco è convinto che se l’Occidente ritorna a Cristo, solo così si evangelizza il mondo dei non cristiani. Anche le brevi omelie di Santa Marta sono orientate, giorno per giorno, ad indicare i passi per convertirsi a Gesù e ad una vita secondo il suo Vangelo. Così ha detto per i problemi della famiglia e durante il Sinodo beatificherà diverse famiglie del nostro tempo che si sono santificate pur in situazioni molto difficili.

Temo che questo appello della personale conversione a Dio che perdona e al Vangelo che cì propone il modello della vita cristiana, non venga colto dall’opinione pubblica. I mass media, in genere, leggono le parole e gli atti di Francesco in modo diciamo “laico”, dove non c’è posto per temi come peccato, conversione a Cristo, confessione delle proprie colpe; danno ai suoi atti un significato sociale-politico che non coglie il centro del pontificato di Francesco. Ci si chiede se Francesco è un conservatore o un progressista e non si capisce che questi termini non hanno senso nel giudicare il Papa. Francesco è un uomo peccatore, come tutti noi, innamorato di Gesù Cristo, perchè ha sperimentato nella sua vita la bontà e misericordia infinita del Padre. E chiama tutti a cambiare vita per diventare veri cristiani, cioè innamorati di Gesù e simili a Lui nella nostra vita..

Nella Lettera Apostolica ai Consacrati (21 novembre 2014) si legge: “La domanda che siamo chiamati a rivolgerci in questo Anno è se e come anche noi ci lasciamo interpellare dal Vangelo; è se esso è davvero il vademecum per la vita di ogni giorno e per le scelte che siamo chiamati ad operare. Esso è esigente e chiede di essere vissuto con radicalità e sincerità. Non basta leggerlo, non basta meditarlo, Gesù ci chiede di attuarlo, di vivere le sue parole”.

Piero Gheddo

26 marzo 2015

 

Tuesday 17 March 2015

Sono repellente, dunque vero cattolico

Leggendo certa produzione di siti web e di certi blog dichiaratamente cattolici si ha l’impressione che l’unica cartina di tornasole, l’unico autentico criterio di verità riconosciuto come tale sia l’antipatia che il «mondo» nutre verso certe loro prese di posizione.

Quanto più sono antipatici, sarcastici, quando più bacchettano, ramazzano o bastonano (verbalmente), tanto più si sentono «veri cattolici». Quanto più strapazzano il mondo ma anche quanto più scherniscono i fratelli nella fede rei di non pensarla esattamente come loro, tanto più si sentono dalla parte giusta, «cattolici» in servizio permanente effettivo. Per esistere, hanno bisogno del nemico.

È la riduzione del cristianesimo a idealismo religioso, a sistema di idee vere a priori, da usare come una clava verso gli altri. Si considerano l’unica elíte che sa come funziona il mondo, che gliele sa cantare, che si sente nel giusto e giustificata. Si ritengono veri cattolici, veri apologeti, perché pronunciano giudizi che sprizzano odio ad intra e ad extra, e risultano repellenti. Peraltro, questo è l’esatto contrario della dinamica che leggiamo nei Vangeli: Gesù i peccatori li attirava.

Don Giovanni Battista Montini consigliava ai suoi figli spirituali nella Fuci di guardare al mondo «come a un campo di messe e non come a un abisso di perdizione». Il mondo rimane il mondo, ciò che cambia il modo con cui lo si guarda. Come a tutti noi, forse anche a questi «guerrieri della fede» che si infastidiscono anche soltanto a sentir parlare di misericordia, farebbe bene ricordare che «Dio esiste, ma non sei tu».

Monday 16 March 2015

Papa Francesco: “Gli anziani sono una ricchezza”

Nell’udienza generale del 4 marzo scorso, Papa Francesco ha parlato a lungo degli anziani e ha detto: “Gli anziani sono una ricchezza. Una civiltà si giudica dal come tratta gli anziani… andrà avanti se saprà rispettare la saggezza degli anziani. Una civiltà in cui non c’è posto per gli anziani, porta con sé il virus della morte”. Io ormai appartengo alla “terza o quarta età” e ho anche la fortuna di poter scrivere,.. Lasciatemi dire tre esperienze della mia vita.

A Tronzano vercellese, una domenica del marzo 1929, mentre a mezzogiorno rintoccavano le campane dell’Angelus, la maestra Rosa Franzi, moglie del geometra Giovanni Gheddo, dava alla luce il suo primogenito, Piero. Non è una notizia da internet, ma la comunico per condividere con gli amici lettori i sentimenti di un uomo che, sentendosi ancora giovane, compie 86 anni ritenendosi fortunato. Per tre motivi:

1) perché mamma e papà, e poi tutta la nostra “grande famiglia”, mi hanno trasmesso la fede e con i loro esempi lo spirito e la vita cristiana; ho poi scoperto il valore salvifico della fede in Gesù Cristo, unico Salvatore dell’uomo e dell’umanità: la fede cambia il cuore, cambia la vita, comunica la gioia di vivere, anche nelle situazioni più difficili e dolorose; insomma, se la fede è autentica e porta all’imitazione di Gesù, diventa davvero il motore della vita umana. Perché Gesù Cristo è l’uomo nuovo secondo la volontà di Dio, che realizza tutte le aspirazioni umane e dell’umanità.

Nel 1985 sono stato la prima volta in Giappone e mi è capitato di visitare la sede centrale della “Soka Gakkai”, una setta derivata dal buddismo che pare abbia un buon seguito anche in Italia, con l’arcivescovo di Milano card. Carlo Maria Martini, il suo segretario e il mio confratello padre Pino Cazzaniga, allora in Giappone da circa vent’anni. La maestosa e imponente sede centrale della “Soka Gakkai” (che significa “Società creatrice di valori”), espressione del buddismo moderno, è una specie di Vaticano molto esteso con palazzi, giardini, case di abitazione, strutture per lo studio, la riflessione, gli incontri di massa. Tutto ricco e moderno, direi impressionante. I due dirigenti che accolgono e accompagnano il cardinale spiegano cosa è la Soka Gakkai ed esprimono concetti in gran parte condivisibili. Ma al termine della visita il card. Martini ci diceva: “Il buddismo è interessante come tutto il mondo non cristiano al quale le missioni cattoliche annunziano Cristo, ma la sfida al cristianesimo e alla Chiesa cattolica si gioca soprattutto di fronte alla secolarizzazione, al relativismo, individualismo e ateismo consumistico della modernità. Tutti i popoli cercano Dio e anche i giapponesi, come gli altri popoli, faranno scelte come noi occidentali: saranno atei o cristiani”. Noi che abbiamo ricevuto la fede in Gesù Cristo, la nostra vita ha uno scopo preciso,. impegnamoci a mantenerla con la preghiera e l’aiuto di Dio, perché è l’unica e vera ricchezza che abbiamo.

2) Mi ritengo un uomo fortunato perché, quando i miei genitori si sono sposati nel 1928, hanno pregato per avere tanti figli (papà diceva che ne volevano 12) e che almeno un figlio si facesse prete e una figlia suora; che poi non è venuta perchè mamma Rosetta, dopo tre figli maschi (Piero, Francesco e Mario), è morta nel 1934 di polmonite e di parto: con i due gemellini di cinque mesi che in un paese, a quel tempo, non potevano essere salvati. Dio mi ha chiamato fin da bambino e lo ricordo bene. Quando avevo 8-9 anni, a chi mi chiedeva cosa farò da grande rispondevo deciso: il prete! Gli adulti si stupivano, ma non ho mai avuto altra aspirazione nella vita e ne ringrazio Dio e i genitori. Oggi, a 86 anni e 62 di sacerdozio, posso dire che è bello fare il prete e quando mi capita dico ai ragazzi, ai giovani: se Dio ti chiama, non dirgli di no. Devi rinunziare a te stesso e darti tutto a lui. E ne ricevi in cambio la vita eterna e cento volte tanto tutto quello che hai lasciato per seguire il Signore.

Perché è bello fare il prete? Perché sei nella condizione migliore per innamorarti di Gesù. Non hai più problemi di carriera, di soldi, diciamo anche di salute e di età che avanza: il prete non va mai in pensione, si sente sempre utile a tanti che cercano Dio. La fede non è solo intellettuale, è passione, innamoramento per Gesù Cristo e la Chiesa, per le persone che incontri alle quali porti la maggior ricchezza che abbiamo: la fede! Quanti santi preti ho incontrato nella mia vita,che mi hanno aiutato a superare le mie passioni, le mie crisi e le mie sofferenze, perché quando sbagli e cadi nel peccato, il Signore ti fa sentire la sofferenza di essere lontano da Dio e ti perdona!

Un esempio. Una delle peggiori crisi della mia vita è stata quando, nel 1994, dopo 40 anni di giornalismo missionario a Milano, il superiore generale del Pime, padre Franco Cagnasso, mi ha chiamato a Roma per scrivere la storia del Pime, che nel 2000 compiva 150 anni dalla fondazione. Cioè abbandonare Milano (le riviste, i viaggi, la rubrica di spiegare il Vangelo in Tv che avevo in Rai Uno, ecc.) per andare a chiudermi in un Archivio a Roma! La richiesta del superiore, anche ai miei amici giornalisti, pareva un assurdo e ho avuto la forte tentazione di rispondere di no. Mi svegliavo di notte, mi son venuti un po’ di capelli bianchi e mi sono confidato col mio confessore, che mi ha detto deciso: “Ai superiori bisogna obbedire sempre”. Poco dopo sono andato in Birmania, invitato dal vescovo mons. Abramo Than che voleva iniziare la Causa di beatificazione di padre Clemente Vismara e ho scoperto che anche lui aveva avuto una forte crisi per lo stesso motivo: nel 1955, dopo 32 anni di missione a Monglin, dove partendo da zero aveva fondato una cittadella cristiana e decine di villaggi di battezzati, il vescovo di Kengtung, mons. Ferdinando Guercilena, gli chiedeva di andare a Mong Ping, per ricostruire una missione partendo ancora quasi da zero. In una lettera al fratello esprimeva tutta la sua sofferenza e scriveva: “Però debbo obbedire, perchè capisco che se faccio di testa mia, sbaglio”. Questo mi ha convinto e ho poi sperimentato che iniziare un lavoro nuovo a 65 anni è stata la mia fortuna, sono ringiovanito!

3) Mi ritengo un uomo fortunato per un terzo motivo. Durante l’ultima guerra mondiale (1940-1945), facevo le cinque classi del ginnasio nel seminario diocesano di Vercelli a Moncrivello. Attraverso le riviste missionarie (e le lettere di padre Vismara), ho scoperto le missioni. Dio mi ha chiamato a portare il Vangelo di Gesù a tutti i popoli della terra. Nel settembre 1945 sono venuto al Pime di Milano e ordinato sacerdote nel 1953 dal Beato Card. Ildefonso Schuster.. Ho poi visitato poco meno di 100 paesi nel Sud del mondo, incrociando guerre, terremoti, pericoli di vita (in Vietnam, Angola, Uganda, Somalia, Ruanda); ho sofferto la fame e la sete, dormito in capanne africane e indiane, con i topi che mi saltavano sulla brandina; ho passato una notte da solo in foresta, chiuso nell’auto e circondato da animali feroci che si strusciavano contro quel mostro di ferro, immobile perché le ruote della pesante Bentley erano affondate nella sabbia e il mio taxista africano era corso in un villaggio vicino, ritornando però il mattino dopo con una decina di uomini.

La mia vita è stata un’avventura che ho vissuto con passione, tante rinunzie ma anche soddisfazioni perché ho visto dove e come nasce la Chiesa, con le meraviglie dello Spirito Santo come negli Atti degli Apostoli. Mi sono reso conto della verità di quanto diceva la grande Madre Teresa: “I popoli hanno fame di pane e di giustizia, ma soprattutto hanno fame e sete di Gesù Cristo”. E aggiungeva: “La più grande disgrazia dell’India è di non conoscere Cristo”. Giornali e televisioni non lo dicono, ma questa è la verità: il più grande dono che possiamo fare ai popoli e l’annunzio della salvezza in Cristo e di testimoniarlo nella nostra vita. Ecco perchè sono pieno di gioia: mi sento utile agli uomini perchè ho scelto di testimoniare e annunziare Gesù Cristo, di cui tutti hanno bisogno.

Quando ero giovane, chiedevo a Dio di darmi l’entusiasmo per la vocazione sacerdotale e missionaria, e il dono della commozione fino alle lacrime quando parlavo o scrivevo del sacerdozio, della missione, della vocazione alla vita consacrata. Adesso sono ormai nella terza età e chiedo a Dio di non far diminuire in me la passione per il Regno di Dio che ho sperimentato fino ad oggi.

Sono pienamente d’accordo con don Primo Mazzolari, l’indimenticabile “tromba d’argento dello Spirito Santo nella pianura padana” (così Giovanni XXIII), che ha scritto: “Se io non porto Cristo agli uomini sono un prete fallito. Posso fare molte cose buone nella vita, ma l’unica veramente indispensabile nella mia missione di prete è questa, comunicare il Salvatore agli uomini, che hanno fame e sete di Lui”.

16 marzo 2015

 

Tuesday 10 March 2015

Sulla strada a cercare chi è solo

Nel “Messaggio per la Quaresima 2015” Papa Francesco parla della “globalizzazione dell’indifferenza”, dei ricchi e benestanti verso i più poveri e cita San Paolo (1Cor 12, 26): “Se un membro soffre tutte le membra soffrono”. Questa è la Chiesa e questa “la tentazione anche per i cristiani…quando noi stiamo bene e ci sentiamo comodi, ci dimentichiamo degli altri…di quelli che non stanno bene”. In questo spirito della Quaresima, presento un’associazione diocesana di Torino alla quale sono molto legato: “Gli Amici di Lazzaro”. Il titolo dice già tutto, la realtà di questa compagnia di cattolici di Borgo Vittoria a Torino è un bell’esempio di cosa può nascere in una parrocchia di periferia nella capitale piemontese. Personalmente sono grato al fondatore e direttore degli Amici di Lazzaro, Paolo Botti (sposato con due figli), perchè una dozzina di anni ha mi ha proposto di farmi gratis il mio Sito Internet, che oggi ha un alto numero di amici lettori

Gli Amici di Lazzaro hanno aperto nel quartiere una casa con la porta sempre aperta per chiunque abbia bisogno di una mano. Ma ciò che rende i circa 80 volontari dei veri “amici” è soprattutto l’attività che svolgono per le strade di Torino e provincia, in giro coi propri mezzi per portare la loro presenza accanto alle prostitute nigeriane e ai senza tetto. Due cose vanno notate in questa associazione di volontariato: lo spirito di preghiera, pregano sempre assieme prima di ogni azione; e lo spirito missionario, sono convinti che anche offrendo la propria amicizia e qualche aiuto ai poveri, debbono comunicare quanto di più prezioso hanno nella loro vita: la fede in Gesù Cristo e la devozione alla Madre di Dio, Maria. Gli Amici di Lazzaro non cercano notorietà, ma preghiere e aiuti per poter aiutare. Ecco come li presenta l’amico Paolo nell’intervista ad una giornalista torinese.

Piero Gheddo

 

a cura di Patrizia Spagnolo

Ho incontrato Paolo Botti, responsabile dell’associazione “Amici di Lazzaro” (www.amicidilazzaro.it, tel. 340/4817498), nella minuscola sede al pianterreno di via Bibiana 29, dove si svolgono ogni giorno le più disparate attività.

Quando e come è nata l’associazione?

Siamo nati nel 1997 da un incontro di preghiera e ascolto con i senza casa nella stazione Porta Nuova. Lì abbiamo incontrato anche le prime nigeriane, che prendevano il treno per andare a prostituirsi in altre città. Adesso ogni settimana due gruppi vanno a portare a queste persone conforto e amicizia. Poi abbiamo organizzato corsi di italiano per ragazze sfruttate, oggi aperti alle donne straniere in generale, e i doposcuola elementari e medie. Successivamente abbiamo iniziato a proporre attività di svago e animazione per bambini di famiglie disagiate o che vivono in comunità. Inoltre, seguiamo circa 100 famiglie in difficoltà, soprattutto ex vittime della tratta.

Perché proprio le nigeriane?

Perché, rispetto ad altre etnie, possiamo incontrarle più facilmente in quanto nessuno le controlla a vista. È più difficile, però, tirarle fuori dal giro a causa delle minacce che subiscono, della paura che venga fatto del male ai loro familiari, anche a quelli che vivono nei Paesi di provenienza. Nel 2013 ne abbiamo seguite 370.

Il vostro impegno prioritario non è quello di portare cibo e coperte a chi trascorre la notte in strada…

Di servizi del genere ce ne sono già tanti a Torino. Noi puntiamo sull’amicizia. Ogni anno incontriamo circa 100 persone senza tetto, molte delle quali non cercano aiuto perché hanno perso interesse per la vita: stando loro vicino, ricominciano a prendersi cura di sé, frequentano le mense e i dormitori, si tirano su. A coloro che si lasciano andare noi offriamo amicizia e preghiera, facendoli sentire “accolti”. Loro sanno che siamo lì per loro, ci conoscono come persone, non come associazione. Tutte le settimane andiamo in 15 alla stazione Porta Nuova: prima ci sediamo per terra nell’atrio o all’aperto e preghiamo insieme, poi, in piccoli gruppi, raggiungiamo le diverse zone. Certo, ci portiamo sempre dietro una coperta o il tè caldo, ma andiamo soprattutto a parlare con loro, a creare rapporti di amicizia: è più facile, quindi, che portiamo un libro o cioccolatini piuttosto che vestiti.

Chi sono i volontari?

Hanno tutti tra i 20 e i 30 anni, studenti e lavoratori provenienti da ogni parte di Torino. Sono attratti soprattutto dall’aspetto dell’amicizia: in tutte le attività che proponiamo, compreso il doposcuola. L’amicizia si intreccia con gli aiuti concreti (ad esempio i pacchi per le famiglie bisognose) che distribuiamo grazie alle offerte di supermercati, del banco alimentare, di parrocchie, persone che ogni anno organizzano collette all’interno delle aziende in cui lavorano… Conosciamo bene tutte le persone che seguiamo, le loro storie, le loro difficoltà. L’amicizia è importante soprattutto per chi è solo, in particolare le vittime della tratta, che fanno riferimento a noi per tutti i loro bisogni. Per gli operatori di strada proponiamo corsi di formazione per capire il mondo della tratta, per sapere come aiutare queste donne e cosa possiamo e non possiamo fare per loro. Si insiste sul fatto che non devono pretendere che le persone incontrate accettino il nostro aiuto; viene sottolineato l’aspetto della gratuità: donare gratuitamente senza aspettarsi risultati o ringraziamenti. Perché se non c’è gratuità ti scoraggi, patisci le delusioni. È un messaggio che riusciamo a far passare ed è questo che rafforza il volontario e lo spinge a continuare. E la continuità è importante per costruire autentici rapporti di amicizia.

Il servizio che l’associazione svolge è nutrito dalla preghiera, dall’annuncio. Come “curate” questa dimensione?

In sede abbiamo volantini con la catechesi in tutte le lingue; ai bambini del doposcuola ogni anno diamo un dvd o un libro che spiegano il Natale e la Pasqua. Quella volta che abbiamo ricevuto in dono numerosi CD sulla vita di Gesù in arabo, sono venute a chiedercelo tantissime famiglie, conosciute e non. Coltiviamo molto l’aspetto missionario di annuncio agli stranieri. Ogni anno delle suore ci regalano migliaia di rosari di loro produzione (che inviano ai missionari) a cui sono allegati libretti in tutte le lingue. Li vogliono tutti. A Natale e Pasqua, inoltre, distribuiamo alle ragazze prostitute (non solo nigeriane) il Vangelo o preghiere nella loro lingua: sono preghiere scelte da noi per incoraggiarle, per aiutarle a uscire dalla disperazione. E ancora, l’8 marzo regaliamo a tutte le donne con cui entriamo in contatto una mimosa, del cioccolato e la preghiera di Giovanni Paolo II “Grazie a te donna”.

Patrizia Spagnolo

 

 

Sunday 08 March 2015

Quella misericordia che si sembra “ingiusta”

Cari amici, vi propongo un brano del discorso che Papa Francesco ha fatto sabato agli 80mila ciellini in piazza San Pietro.

«Voi sapete quanto importante fosse per Don Giussani l’esperienza dell’incontro: incontro non con un’idea, ma con una Persona, con Gesù Cristo. Così lui ha educato alla libertà, guidando all’incontro con Cristo, perché Cristo ci dà la vera libertà. Parlando dell’incontro mi viene in mente “La vocazione di Matteo”, quel Caravaggio davanti al quale mi fermavo a lungo in San Luigi dei Francesi, ogni volta che venivo a Roma. Nessuno di quelli che stavano lì, compreso Matteo avido di denaro, poteva credere al messaggio di quel dito che lo indicava, al messaggio di quegli occhi che lo guardavano con misericordia e lo sceglievano per la sequela. Sentiva quello stupore dell’incontro. E’ così l’incontro con Cristo che viene e ci invita».

«Tutto, nella nostra vita, oggi come al tempo di Gesù, incomincia con un incontro. Un incontro con quest’Uomo, il falegname di Nazaret, un uomo come tutti e allo stesso tempo diverso. Pensiamo al Vangelo di Giovanni, là dove racconta del primo incontro dei discepoli con Gesù (cfr 1,35-42). Andrea, Giovanni, Simone: si sentirono guardati fin nel profondo, conosciuti intimamente, e questo generò in loro una sorpresa, uno stupore che, immediatamente, li fece sentire legati a Lui… O quando, dopo la Risurrezione, Gesù chiede a Pietro: «Mi ami?» (Gv 21,15), e Pietro risponde: «Sì»; quel sì non era l’esito di una forza di volontà, non veniva solo dalla decisione dell’uomo Simone: veniva prima ancora dalla Grazia, era quel “primerear”, quel precedere della Grazia. Questa fu la scoperta decisiva per san Paolo, per sant’Agostino, e tanti altri santi: Gesù Cristo sempre è primo, ci primerea, ci aspetta, Gesù Cristo ci precede sempre; e quando noi arriviamo, Lui stava già aspettando. Lui è come il fiore del mandorlo: è quello che fiorisce per primo, e annuncia la primavera».

«E non si può capire questa dinamica dell’incontro che suscita lo stupore e l’adesione senza la misericordia. Solo chi è stato accarezzato dalla tenerezza della misericordia, conosce veramente il Signore. Il luogo privilegiato dell’incontro è la carezza della misericordia di Gesù Cristo verso il mio peccato. E per questo, alcune volte, voi mi avete sentito dire che il posto, il luogo privilegiato dell’incontro con Gesù Cristo è il mio peccato. È grazie a questo abbraccio di misericordia che viene voglia di rispondere e di cambiare, e che può scaturire una vita diversa».

«La morale cristiana è risposta, è la risposta commossa di fronte a una misericordia sorprendente, imprevedibile, addirittura “ingiusta” secondo i criteri umani, di Uno che mi conosce, conosce i miei tradimenti e mi vuole bene lo stesso, mi stima, mi abbraccia, mi chiama di nuovo, spera in me, attende da me. La morale cristiana non è non cadere mai, ma alzarsi sempre, grazie alla sua mano che ci prende. E la strada della Chiesa è anche questa: lasciare che si manifesti la grande misericordia di Dio».

Friday 27 February 2015

I 42 anni del dittatore Gheddafi

Mentre la Libia sprofonda nel caos e abbiamo l’Isis a 350 Km. di mare, è istruttivo ricordare brevemente i 42 anni della dittatura di Gheddafi, crollata nel 2011 per i bombardamenti dei popoli cristiani contro le forze armate nazionali, gettando il paese nell’instabilità e nel caos. In Italia e in Europa è comune l’opinione che l’islam e i musulmani sono i nemici dell’Occidente, come nel mondo islamico molti pensano che il cristianesimo e i cristiani sono nemici dell’islam. Noi cristiani non capiamo l’islam e viceversa, perché noi viviamo nel 2000 dopo Cristo e loro nel 1400 dopo Maometto, il nostro profeta è Gesù Cristo col suo Vangelo, il loro è Maometto col suo Corano. C’è un abisso religioso, storico e culturale fra popoli cristiani e popoli musulmani. Papa Francesco, parlando al Pisai nel gennaio scorso, ha detto che per incontrare l’islam senza terrorismi e scontri, la guerra non serve, anzi peggiora le situazioni. Occorre il “dialogo della vita” (in Italia abbiamo due milioni di musulmani), cioè da parte nostra l’accoglienza, il dialogo, la comprensione dell’altro. la solidarìetà fraterna. I bombardamenti occidentali della Libia nel 2011 sono stati l’opposto e la storia ha purtroppo dimostrato il tragico disastro che hanno causato..
Dittatore dal 1969 (colpo di stato contro il re Idriss, amico degli italiani) Gheddafi all’inizio ha seguito Nasser nella linea anti-occidentale e anti-italiana, fino a finanziare le moschee e madrasse d’ispirazione estremista in tutto il mondo. Ha espulso dalla Libia i 25-30.000 italiani che tenevano in piedi l’economia e i servizi pubblici, riducendo il popolo alla miseria. Nel 1986, Reagan bombardò le sei tende, all’interno di caserme, in una delle quali viveva il leader libico, che scampò per miracolo. Isolato fra Egitto e Tunisia filo-occidentali, capì che la linea rivoluzionaria era fallimentare, a poco a poco, pur continuando a fare discorsi rivoluzionari e anti-occidentali, in pratica, specie dopo che nel 1998 venne tolto l’embargo economico e nel 2004 l’embargo sulla vendita di armi alla Libia, ha iniziato un cammino di avvicinamento all’Occidente e, quel che più importa, di faticosa educazione del suo popolo con la scuola al rispetto dei diritti dell’uomo e della donna. I proventi del petrolio li ha usati per sviluppare la Libia: strade, scuole, ospedali, università, case popolari a bassissimo prezzo, inizio di industrializzazione, sviluppo agricolo con l’acqua tirata su nel deserto ad una profondità di 600-800 metri! Due acquedotti (costruiti dai sud-coreani) portavano l’acqua “fossile” dal deserto alla costa, 900 km. a nord.

Gheddafi privilegiava negli aiuti allo sviluppo le sue kabile (tribù) della Tripolitania; nel 2011 quelle della Cirenaica si sono ribellate e hanno conquistato il potere a Bengasi e in altre città. Non una rivolta causata dalla miseria, ma da rivalità tribali e da una dittatura che non lasciava spazi di libertà politica e di coinvolgimento popolare nella guida del paese. L’Occidente è intervenuto con bombardamenti aerei e navali nella guerra civile di un paese islamico!

Ma non possiamo dimenticare quel il dittatore ha fatto per il suo popolo: ha mandato le bambine a scuola e le ragazze all’Università, ha abolito la poligamia e fatto leggi sul matrimonio favorevoli alla donna. C’era in Libia una politica di libertà religiosa. I cristiani (nessun libico, tutti stranieri), pur con molti limiti, godevano di libertà di culto e di riunione. La Caritas libica era un organismo stimato e richiesto di interventi. Due fatti eccezionali. Nel 1986 Gheddafi ha scritto a Giovanni Paolo II chiedendo suore italiane per i suoi ospedali. Costruiva ospedali e dispensari, ma non aveva ancora infermiere libiche. La richiesta veniva dal buon esempio delle due francescane infermiere italiane che hanno assistito il padre di Gheddafi fino alla morte. Nel 2007 (l’anno della mia visita) c’erano in Libia80 suore cattoliche (soprattutto filippine, indiane, ma anche italiane) e 10.000 infermiere e medici cattolici filippini e indiani. Il vescovo Martinelli mi diceva: “La presenza di queste donne cristiane, professionalmente preparate, gentili, attente alle necessità del malato che curano con amore, stanno cambiando l’immagine del cristianesimo fra i musulmani”.
Secondo fatto. Sono stato nel deserto a 900-1000 km. da Tripoli, dove sta fiorendo una regione ex-desertica per l’acqua tirata su dalle profondità della terra. Un lago di 35 km. di lunghezza, campagne coltivate e cittadine, dove vent’anni fa non c’era nulla. La città di Sebha capitale della regione aveva 80.000 abitanti, dove viveva un sacerdote medico italiano, don Giovanni Bressan (di Padova) che è stato uno dei fondatori dell’ospedale. Don Bressan ha riunito i molti africani profughi dai paesi a sud del deserto (Nigeria, Camerun, Ciad, ecc.) fondando per essi una parrocchia, una scuola, un centro di riunioni e di gioco. Gli africani lavorano e sono pagati, per tre o più anni rimangono nel sud, poi hanno soldi a sufficienza per tentare il passaggio in Italia! Fanno tutti i lavori e sono ammirati perché lavoratori onesti e forti. Don Vanni (Giovanni) riesce a fermare alcune famiglie, le altre vogliono venire in Italia, in Europa. Il cammino della Libia verso la piena integrazione nel mondo moderno e nella Carta dei diritti dell’uomo e della donna, era cominciato. Non difendo Gheddafi e la sua dittatura, credo però di poter testimoniare anche aspetti del suo operato, del tutto ignorati in questi giorni.
Gheddafi aveva nazionalizzato tutto, anche l’islam. Controllava l’estremismo in due modi. A Tripoli aveva creato la direzione dell’islam libico, formata da una dozzina di imam autorevoli, che nominavano gli imam delle moschee e scuole coraniche. Da Tripoli partiva ogni settimana, in anticipo, il testo della catechesi religiosa del venerdì che gli imam delle varie moschee dovevano solo leggere senza aggiungere o togliere nulla;  chi trasgrediva quest’ordine, era licenziato e sostituito da altri.  Fino al 2011 i cristiani in Libia erano circa mezzo milione, specialmente lavoratori copti egiziani; i cattolici circa 80.000, in maggioranza italiani, dirigenti e lavoratori nei pozzi di petrolio, impresari e tecnici in numerose industrie, filiali di industrie italiane..
A Tripoli ho incontrato suor Giannina Catto della congregazione del De Foucauld, infermiera che lavora in Libia dal 1966 (nata a Cavaglià, vicino al mio paese di Tronzano vercellese!). Mi dice: “Noi suore del De Foucauld viviamo in mezzo ai popolo libico e ci rendiamo conto che questo è essenziale per capirli e anche apprezzarli. C’è in Europa una grande paura dell’islam e dei musulmani, noi possiamo testimoniare che il popolo libico è buono e rispettoso verso lo straniero; noi siamo accolte cordialmente, ci aiutano e la nostra presenza è importante per far evolvere le donne. Siamo due donne sole in un quartiere totalmente islamico, in periferia di Tripoli e contente di fare questa vita. Lavoriamo per guadagnarci da vivere. Io ho 64 anni, sono infermiera e ho lavorato in ospedale fra i bambini prematuri, ma come pensione qui non ho nulla, vivo con la pensione minima italiana. L’altra suora che sta con me ha qualche anno più di me e anche lei ha lavorato. Invece nella nostra seconda casa c’è una sorella più giovane dottore in medicina specializzata in pediatria che lavora in ambulatorio. Vive lontano da Tripoli dove la sanità è quasi a zero: i malati vengono tutti da lei, è impegnatissima. Viviamo in una casetta come tutte le altre, aiutiamo in quel che possiamo e loro ci aiutano. Siamo come una grande famiglia”.

Che messaggio vuoi trasmettere in Italia? “In Europa c’è una grande diffidenza e sospetto verso i musulmani e non mi pare giusto. La fede comune nell’unico Dio deve aiutarci a superare i pregiudizi perché con i musulmani si può vivere bene, rispettandoci e aiutandoci a vicenda. Anche loro, di fronte ad un occidentale hanno dei pregiudizi e sono sospettosi, vivendoci assieme capiscono che noi siamo come loro”. Ma l’islam fa paura per il terrorismo e lo spirito anti-occidentale di molti musulmani. “L’islam è fatto di persone non di teorie. In Europa si ha paura per Bin Laden e altri terroristi, che sono sono una minima percentuale. E tutte queste buone persone con le quali viviamo, non sono musulmani? Io temo che i giornali e le televisioni in Italia insegnano l’odio verso lo straniero. Noi siamo amiche di tutti, nella vita quotidiana sono molto umani. Io dico agli italiani che non possiamo andare avanti con l’odio, con lo spirito di inimicizia, di sospetto. I libici non hanno bisogno di aiuti materiali, hanno bisogno di amicizia, di considerazione, di fraternità. Anche loro debbono liberarsi dei loro pregiudizi, per questo noi siamo qui ed è un segno negativo che in Italia diminuiscono le vocazioni alla vita consacrata”.

Monday 23 February 2015

Il vero ecumenismo

«Per un vero ecumenismo è importante riconoscere il primato dell’azione divina e due sono le conseguenze di tale atteggiamento. La prima: l’ecumenismo esige pazienza, il vero successo dell’ecumenismo» non consiste in sempre nuovi accordi, in nuovi «contratti» sui diversi elementi di separazione. Ma «consiste nella perseveranza, nell’andare insieme, nell’umiltà che rispetta l’altro, anche dove la compatibilità in dottrina o in prassi della Chiesa non è ancora ottenuta; consiste nella disponibilità ad imparare dall’altro e a lasciarsi correggere dall’altro, nella gioia e nella gratitudine per le ricchezze spirituali dell’altro, in una permanente essenzializzazione della propria fede, dottrina e prassi, sempre di nuovo da purificare e da nutrire alla Scrittura, tenendo fisso lo sguardo al Signore e nello Spirito Santo col Signore al Padre».

«Consiste nella disponibilità a perdonare e a cominciare sempre di nuovo nella ricerca dell’unità e finalmente nella collaborazione nelle opere di carità e nella testimonianza al Dio rivelato davanti al mondo… In altre parole, ecumenismo è innanzitutto un atteggiamento fondamentale, un modo di vivere il cristianesimo».

Sono considerazioni che l’allora cardinale Joseph Ratzinger fece nel gennaio 1993 nel corso di un colloquio presso la comunità valdese di Roma. Qui l’articolo che ho appena pubblicato su Vatican Insider. Come spesso capita, rileggendo il futuro Benedetto XVI si coglie la distanza a volte siderale rispetto a certi cliché nei quali certi suoi interpreti hanno cercato di rinchiuderlo.

Tuesday 17 February 2015

Il Califfato in Libia pericolo per Italia

In Libia si sta affermando lo Stato Islamico (IS) del Califfato, troppo vicino all’Italia per non preoccupare il popolo italiano. Il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, ha dichiarato: “Se la mediazione dell’Onu dovesse fallire, siamo pronti a combattere in un quadro di legalità internazionale”. Il servizio radiofonico dell’IS, da Mosul in Irak, ha subito definito Gentiloni “il Ministro degli Esteri dell’Italia, il crociato”, spiegando che “Roma è pronta ad unirsi alla forza guidata dalle Nazioni atee per combattere lo Stato Islamico”. Personalmente sono contrario a inviare militari occidentali e italiani in Libia per una guerra che riporti la pace e l’ordine in Libia, combattendo contro il Califfato. Nel 2011 l’Occidente ha già fatto una guerra in Libia,mandando aerei a bombardare Tripoli e l’esercito del dittatore Gheddafi, col risultato opposto a quel che si pensava. Quei bombardamenti hanno scardinato la barriera che ostacolava l’estremismo islamico, favorendo una guerra civile che ha portato il Califfato alla vittoria, come già prevedeva chi conosceva la Libia. Il Vicario apostolico di Tripoli, mons. Giovanni Innocente Martinelli (uno dei pochi italiani rimasti in Libia per difendere circa 300 cattolici filippini), condannava “la folle guerra di alcuni paesi europei e americani contro il popolo libico” che, com’è noto,finiva con l’uccisione di Gheddafi il 23 ottobre 2011. L’opinione pubblica europea e italiana applaudiva alla morte del dittatore, ma ricordo che quando Gheddafi venne a Roma nel 2009 per firmare il “Patto fra Italia e Libia”, politico, economico e militare, proposto dal governo Berlusconi (lodato dello storico Angelo Del Boca), la Sapienza lo invitò a tenere una “lectio magistralis” nell’aula magna, che era stata rifiutata poco prima a Benedetto XVI!

Un’altra guerra degli occidentali in Libia avrebbe sicuramente il risultato di allargare l’influsso dell’IS a tutte le masse popolari islamiche (un miliardo e 400 milioni di persone!), senza riuscire a riportare libertà e ordine in Libia, come è successo negli altri interventi armati dell’Occidente col mandato dell’ONU in vari paesi islamici, Somalia, Afghanistan, Iraq, Siria. L’Occidente non capisce l’islam (vedi il mio Blog precedente) e prende sempre la via sbagliata, come in Persia (Iran) quando nel 1979 appoggiò le rivolte popolari contro il dittatore, lo Scià Reza Pahlevi (alleato degli Usa), applaudendo la salita al potere dell’Imam Khomeini, che ha lanciato “il martirio per l’islam” e la “guerra santa” contro l’Occidente! Il popolo iraniano oggi rimpiange lo Scià, quello libico Gheddafi e gli iracheni Saddam Hussein.

E allora, cosa fare? Questo è il compito della politica e della diplomazia dei paesi occidentali: ad esempio, convincere i governi dei paesi confinanti (Egitto, Tunisia, Algeria, Sudan e altri), che se la Libia diventa tutta uno Stato Islamico, l’estremismo e il terrorismo si affermeranno anche tra i loro popoli. Spetta loro, anche con interventi militari, bloccare questo pericolo; secondo, agire con incontri diplomatici tra le varie fazioni armate che si contendono il paese; ed eventualmente con aiuti o sanzioni economiche, ad esempio non acquistando più il petrolio libico (sono solo ipotesi). Ma non iniziare, noi popoli occidentali e cristiani, una guerra contro il Califfato in Libia.

Rimane però il problema di proteggere il nostro popolo e “rispondere ad un ingiusto aggressore”, come ha detto Papa Francesco. In questo momento l’Italia e l’Europa sono invase da una marea di profughi africani: 174.000 salvati e accolti nel 2014, altri 200.000 pronti a partire su gommoni o carrette del mare, che provengono per il 90% dalla Libia. In questo caso un intervento militare dell’Europa (su mandato dell’Onu) sulle coste e porti libici, ad esempio affondando tutti i gommoni e navi fatiscenti, penso possa essere lecito e compreso da tutti. Ma una guerra in Libia iniziata e condotta da forze occidentali, per riportare il paese alla pace e all’ordine, sarebbe un’impresa utopica e dannosa per lo stesso Occidente, anche solo perché la Libia è grande cinque volte l’Italia, abitata da circa 6 milioni di libici, divisi in più di cento kabile (tribù), confraternite religiose e gruppi armati che combattono l’uno contro l’altro per la conquista del potere!

 

Friday 30 January 2015

Se si arriva a dire che il preservativo è più grave dell’aborto

Cari amici, mi scuso se per una volta intervengo su questi temi facendo esplicito riferimento a certe quotidiane polemiche. Ma soprattutto chiedo preventivamente venia al Prof. Antonio Livi, noto teologo, che da pulpiti telematici (ad esempio qui) aveva invitato me in particolare – e i giornalisti in generale – a non occuparsi di teologia e a non scrivere articoli su tali argomenti. Una lezione di Giornalismo Teologico o di Teologia Giornalistica che non dimenticherò. Ma oggi – davvero – non sono riuscito trattenermi dallo scrivere. Proprio per non invadere impropriamente il campo dei Maestri in Teologia, né quello che peraltro indegnamente pratico purtroppo per voi da qualche anno, quello del giornalismo, preferisco rimanere, come vedrete fra un attimo, a un livello più basso. Molto più basso. Ieri, quando ho letto l’ultimo articolo nel noto blog antibergogliano di Sandro Magister, dedito alla quotidiana critica di qualunque cosa Papa Francesco faccia o dica, non mi sono potuto trattenere. Vi invito alla previa lettura, perché ho trovato il titolo – se mi è permesso – un tantino fuorviante. Il contenuto è presto detto: un gesuita con una buona conoscenza delle Filippine, padre Pierre de Charentenay, cooptato di recente fra gli scrittori di Civiltà Cattolica, ha scritto un libro sulle Filippine (non un articolo sulla rivista dei Gesuiti), nel quale sono contenute alcune discutibilissime righe di critica nei confronti dei vescovi di quel paese e delle loro prese di posizione rispetto alle politiche del controllo delle nascite. Tutto questo diventa l’occasione per criticare Papa Francesco. Siccome non è di questo che voglio parlare, lascio agli interessati la lettura e ogni considerazione in merito.

Ciò che invece mi ha colpito, nell’articolo pubblicato ieri sul blog antibergogliano, è stato il contributo di un altro gesuita, lo statunitense padre Joseph Fessio, il quale, per confutare le poche righe del confratello francese rilanciate da Magister, ha scritto un altrettanto breve ma teologicamente denso contributo che vale davvero la pena leggere. Muovendomi in un campo più consono alla mia scarsa preparazione teologica, mi permetterò di fare una citazione cinematografica sicuramente non alta né colta, ma a parer mio alquanto efficace: il ragionier Ugo Fantozzi. Ecco, la mia reazione di fronte alla lettura dell’argomentazione teologica contenuta nell’articolo di Magister-Fessio è stata la stessa liberatoria battuta che l’indimenticabile Fantozzi pronuncia, acclamato dai colleghi, dopo essere rimasto per ore davanti allo scorrere de «La corazzata Potëmkin», film sovietico del grande e irreprensibile Sergej Michajlovič Ėjzenštejn.

A farmi sobbalzare sulla sedia suggerendomi la colorita espressione fantozziana sono state le affermazioni di padre Fessio secondo le quali la contraccezione è uguale o persino più grave dell’aborto. Perché abortendo è vero, si uccide un essere umano non nato, un bambino che si sta formando nel seno materno, un essere unico, fin dall’inizio totalmente altro dalla madre, etc. Ma con la contraccezione si fa in modo che non esista mai un figlio che Dio voleva venisse al mondo. Lascio a padre Fessio la parola, per non travisare il suo pensiero: «Qual è allora il male più grave? Prevenire il concepimento – e l’esistenza – di un essere umano con un’anima immortale, voluto da Dio e destinato alla felicità eterna? O abortire un bambino nel grembo materno? Quest’ultimo è certamente un male grave, “Gaudium et spes” lo definisce un “crimine abominevole”. Ma comunque esiste un bambino che vivrà eternamente. Mentre nella prima circostanza non esisterà mai un figlio che Dio intendeva venisse al mondo».

Con tutto il rispetto dovuto alle opinioni teologiche di Fessio e di Magister, dire che la contraccezione è più grave dell’aborto, o anche soltanto metterle sullo stesso identico piano, a me provoca la reazione espressa dall’indimenticabile Fantozzi di fronte al cinematografico mattone.

Magister ha giustamente presentato padre Fessio come «membro di spicco» del «Ratzinger Schülerkreis», il circolo dei discepoli di Ratzinger. Varrà forse la pena ricordare, a mo’ di chiusura, ciò che Benedetto XVI disse nell’intervista con Peter Seewald «Luce del mondo» a proposito dell’Humanae vitae e anche a proposito del preservativo, «giustificandone l’uso in casi particolari» (cito qui, per non sbagliare, le parole scritte allora dallo stesso Magister, che all’epoca appariva piuttosto favorevole).

Ecco, che per attaccare in modo un po’ contorto Papa Francesco – non sempre è facile trovare argomenti quotidiani – si espongano queste tesi, mettendo sullo stesso piano contraccezione e aborto, e presentando persino la seconda come più grave del primo, dice davvero molto. In particolare dice di come certa teologia, al di qua come al di là dell’Oceano, rischi talvolta di risultare – con rispetto e con la dovuta riverenza parlando – un tantino fantozziana.

Saturday 25 October 2014

Sinodo, un colpo di mano che non è riuscito

"Il sismografo" (http://ilsismografo.blogspot.it/) in questi giorni si sta rivolgendo a diversi colleghi vaticanisti per chiedere un loro ulteriore contributo di analisi e commento in merito all'importante Assemblea straordinaria sinodale dedicata alla famiglia.

Angela Ambrogetti, Responsabile di Korazym, vaticanista e scrittrice, ci ha offerto la sua riflessione in risposta a questa domanda:

Senza entrare in complessi approfondimenti, quale la caratteristica o riflessione che più ti ha colpito o che ritiene di notevole rilevanza di questo Sinodo?

"Un colpo di mano che non è riuscito. Lo definirei così il Sinodo straordinario sulla famiglia che si è appena concluso. Ma anche l’occasione per alcuni episcopati di mostrare la loro fedeltà al Vangelo e la voglia di emancipazione da un “centro” che non è Roma, ma qualcuno che vorrebbe colonizzarla.

Tuesday 21 October 2014

Un sinodo ancora da capire

Strano questo Sinodo straordinario appena concluso. Una formula che era stata abbandonata nel 1985. Due settimane sono poche per ragionare, e i presidenti delle Conferenze episcopali non sempre sono i più adatti a discutere. Sono abituati a mediare più che a portare idee. Molti dei sinodali è chiaro che un sinodo non lo avevano mai seguito. Ed è stato evidente che un gruppetto lo voleva guidare senza lasciare spazio alle alternative. Cominciamo dalla poca trasparenza. Scegliere di non pubblicare i singoli interventi ha messo in difficoltà parecchi vescovi. Perché i loro fedeli volevano sapere e seguire lo sviluppo del dibattito e soprattutto chi aveva detto cosa. Cosa che del resto si era saputa per decenni. Il Bollettino del Sinodo è base e fonte per la storia della Chiesa. Di questo sinodo invece avremo solo testimonianze di coppie ( ne sentiamo già molte nelle Giornata per la Famiglia) e omelie. Sulla Relatio dopo la discussione c’è poi ancora molto da capire. Lo stesso relatore del Sinodo il cardinale ungherese Erdő ne ha preso le distanze. Il Papa gli ha messo al fianco degli altri collaboratori. Una Relazione che è stata di fatto disconosciuta dai Circoli Minori. In molti all’uscita dei lavori dicevano: “ ma noi non abbiamo detto quelle cose!”

Tuesday 07 October 2014

Sinodo: non giudizio ma verità

La notizia di oggi è che il 20 ottobre il Papa ha deciso che al concistoro si parli di Medio Oriente. Sarà un modo per comunicare ai cardinali i risultati dell’incontro con i nunzi che si è svolto la settimana scorsa. Martedi mattina, secondo quello che riporta l’ Osservatore Romano, si è parlato anche della violenza. “Così è stato messo in risalto come i terroristi di Boko Haram non hanno nulla a che vedere con la visione che in Nigeria, anche da parte dei musulmani stessi, si ha del valore della famiglia. Mentre a Baghdad, è stato reso noto, nonostante tutti i problemi, oltre 1.500 bambini sono accompagnati dai genitori, ogni venerdì, al corso di catechismo: è stata così anche rimarcata la testimonianza di fede e di unità delle famiglie cristiane rimaste in Iraq. Accompagnata pure dall’auspicio che venga sempre rispettato il loro credo come un diritto fondamentale della persona e così non ci debba essere timore nel testimoniarlo. Un discorso simile è stato proposto, poi, a proposito dell’Iran, dove ci sono appena cinquemila cristiani a fronte di settantacinque milioni di musulmani che, è stato affermato, non appartengono al fondamentalismo dell’Is.”

Thursday 20 February 2014

Il progetto di Francesco. Dove vuole portare la Chiesa

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È in libreria “Il progetto di Francesco. Dove vuole portare la Chiesa”. Una conversazione di Víctor Manuel Fernández con Paolo Rodari, Collana «Vita di missione – Nuova serie», Editrice Missionaria Italiana, pp. 144, euro 10,90.

Fernández è rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina; è stato uno dei primi vescovi nominati da papa Francesco, elevato nel maggio 2013 alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, uno dei saggisti più letti in America latina in fatto di teologia e spiritualità, ha un rapporto di assoluta fiducia con il papa che vede in lui un valido consulente e collaboratore. Non a caso fu lui, nel 2007, alla V Conferenza dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida, ad aiutare l’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro papa.

Poche persone come Fernández, dunque, possono aiutare a capire chi sia Francesco e verso dove egli vuole che la Chiesa vada. Anzitutto, secondo il teologo argentino, Francesco chiede alla Chiesa un movimento: l’uscita. «Uscire da sé stessi», spiega Fernández, «una categoria-chiave per comprendere a fondo il pensiero e la proposta del papa, perché il Vangelo ha sempre la dinamica dell’esodo e del dono, dell’uscire da sé. È il contrario dell’autorefenzialità che egli tanto deplora». E ancora, su questa idea che è centrale nel magistero dell’attuale pontefice: «Tale uscita richiede di osare, fare il primo passo, non restare seduti sperando che la gente venga ai nostri incontri o ai nostri corsi, avere il coraggio di parlare di Gesù e della propria esperienza di fede a tutti e in ogni luogo. Il papa ci ricorda sempre che la comunità evangelizzatrice non si chiude, ma anzi accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione se necessario, e si fa carico della vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo».

È il programma rivoluzionario del Papa venuto da un Paese «quasi ai confini del mondo» che il teologo argentino declama in queste intense pagine: prima dei princìpi, viene l’annuncio del Vangelo, da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Non ci si può limitare ad annunciare i princìpi morali da seguire. Occorre parlare anzitutto della gioia del Vangelo e del fatto che il Suo annuncio è un annuncio di misericordia. Secondo Fernández l’intento del Papa è di scuotere la Chiesa, di farla uscire dal recinto dei suoi privilegi, oltre le logiche del carrierismo e delle divisioni per arrivare a tutti, specialmente agli ultimi, agli emarginati, a chi non ha nulla. È una Chiesa povera e per i poveri che vuole il Papa, la stessa Chiesa che voleva quando era cardinale a Buenos Aires.

Ecco di seguito la prefazione al libro, firmata da Paolo Rodari:

13 marzo 2013. Verso dove Francesco vuole portare la Chiesa? È la domanda che mi sono fatto nei primi giorni di pontificato di Jorge Mario Bergoglio. E dovendo, da cronista, raccontare il pontificato in corso, è la domanda che ho posto fin dalla chiusura del conclave a tutte le persone che per lavoro ho incontrato o sentito. «Voi sapete che il dovere del conclave era di dare un vescovo a Roma e sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo… ma siamo qui», ha detto papa Francesco, affacciandosi la sera dell’elezione alla loggia centrale della basilica vaticana. Mi sono chiesto: cosa significa avere un papa che viene dalla fine del mondo? Cosa porterà alla Chiesa? E, soprattutto, dove la porterà?

Giorni dopo l’elezione, ho chiamato un amico vescovo. Avevo intenzione di svolgere un’inchiesta fra i gesuiti e gli ho chiesto il suo parere sulle domande da porre e, in particolare, sul nuovo papa. Mi ha risposto: «Hai letto Il cielo e la terra, il libro che Bergoglio ha scritto con il rabbino Abraham Skorka? Per me sono stati illuminanti i capitoli in cui i due affrontano i temi cosiddetti eticamente sensibili, il matrimonio fra uomo e donna, l’aborto, l’eutanasia ecc. Leggendoli, mi sembra di aver capito che per Bergoglio prima dei princìpi e della loro difesa viene il kerygma, ovvero l’annuncio della buona notizia che è il Vangelo. Mi sembra che questo sia il tratto principale del nuovo papa: i princìpi esistono e non si negano, ma prima occorre annunciare che il Vangelo è amore, misericordia, abbraccio. Insistere troppo sui princìpi non serve e può essere controproducente».

19 settembre 2013. È mattina. Mi trovo a Firenze e squilla il telefono. Mi avvisano che sta per uscire una lunga intervista concessa dal papa a padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica. Mi faccio mandare il testo. Gli spunti sono innumerevoli, ma resto colpito più che altro da un passaggio. Il papa dice: «Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione». E ancora: «Gli insegnamenti, tanto dogmatici quanto morali, non sono tutti equivalenti. Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L’annuncio di tipo missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus. Dobbiamo quindi trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l’edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte, di perdere la freschezza e il profumo del Vangelo. La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. È da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali».

Sono parole per me illuminanti. Perché confermano che la prima intuizione suggeritami dall’amico vescovo sembra giusta: Francesco mostra di volere una Chiesa che abbraccia e che non esclude. E ritiene che insistere troppo, quasi ossessivamente, sui princìpi, sia una tattica non consonante con il messaggio evangelico. Beninteso, anche i suoi predecessori volevano una Chiesa siffatta. Ma in Francesco questa sottolineatura pare più accentuata.

21 ottobre 2013. Su Repubblica pubblico una pagina d’intervista a Víctor Manuel Fernández, rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina, una delle prime nomine episcopali di Francesco, elevato nel maggio 2013 alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, ha un rapporto di fiducia con il papa che vede in lui un valido consulente. Non a caso fu lui, nel 2007, alla V Conferenza dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida (San Paolo), ad aiutare Bergoglio a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro papa. Pochi come Fernández, dunque, possono aiutare a capire chi sia Francesco e verso dove egli vuole che la Chiesa vada. Così, a inizio ottobre, lo chiamo a Buenos Aires. Mi risponde una voce cordiale. Gli spiego il mio interesse per il papa, il desiderio di conoscere la sua figura in profondità, le caratteristiche della «sua» Chiesa. Acconsente a che gli invii alcune domande, senza però garantirmi che mi risponderà. Invece, dopo qualche giorno, mi risponde. Non elude nessuna domanda e a quella per me più importante, ovvero se a suo avviso si può dire che Francesco sia il papa che privilegia la misericordia ai princìpi, risponde così: «L’annuncio del cuore del Vangelo prima d’ogni altra cosa è una caratteristica importante di Francesco, ma è da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Il papa pensa che una Chiesa che vuole uscire da sé stessa e raggiungere tutti debba necessariamente adattare il suo modo di predicare. Soprattutto, egli applica un criterio proposto dal Concilio Vaticano II ma spesso dimenticato e trascurato: la “gerarchia delle verità”. Francesco ci invita a riconoscere che spesso i precetti della dottrina morale della Chiesa vengono proposti fuori dal contesto che dà loro significato. Il problema maggiore si ha quando il messaggio che la Chiesa annuncia si identifica soltanto con questi aspetti che tuttavia non manifestano per intero il cuore del messaggio di Gesù Cristo…». E ancora: «Ci deve essere una proporzione adeguata soprattutto nella frequenza con la quale alcuni argomenti o accenti vengono inseriti nella predicazione. Per esempio, se un parroco lungo l’anno liturgico parla dieci volte di morale sessuale e soltanto due o tre volte dell’amore fraterno o della giustizia, vi è una sproporzione. Ugualmente se parla spesso contro il matrimonio fra omosessuali e poco della bellezza del matrimonio. Oppure se parla più della legge che della grazia, più della Chiesa che di Gesù Cristo, più del papa che della parola di Dio».

L’intervista esce su Repubblica il 21 ottobre. L’occasione ci fa conoscere meglio e mi porta a fargli una seconda richiesta: perché non pubblichiamo insieme un libro-conversazione tutto dedicato a Francesco, o meglio al suo «programma»? Con mia grande gioia padre Fernández acconsente una seconda volta. Insieme decidiamo di usare l’esortazione apostolica Evangelii gaudium (EG) come base sulla quale lavorare, avendo ben presente che è stato lo stesso papa a dire che il documento ha un «senso programmatico». E il risultato, dopo il tempo trascorso assieme a Buenos Aires e un’intensa corrispondenza epistolare, sono le pagine di questo libro, un testo che spero risulti utile per chi vuole comprendere fino in fondo la sfida che il papa venuto «dalla fine del mondo» vuole porre alla Chiesa e, insieme, anche a chi è lontano da una vita di fede.

Evangelii gaudium è un programma di pontificato ampio e accurato. L’esortazione apostolica, infatti, firmata dal papa il 24 novembre 2013, festa di Cristo Re dell’universo, formalmente sarebbe dovuta essere «post-sinodale», ovvero semplicemente un approfondimento delle proposizioni che il Sinodo dei vescovi, svoltosi in Vaticano nel 2012 e dedicato alla nuova evangelizzazione, aveva prodotto. In realtà il documento volutamente non riporta la dizione «post-sinodale», proprio perché è, e vuol essere, molto di più, un testo appunto programmatico. E così, partendo da Evangelii gaudium, è stato per noi semplice ampliare l’orizzonte su un papa così sorprendente.

Evangelii gaudium, ovvero la gioia del Vangelo. Sembra essere questa, anzitutto, la direzione. Portare la Chiesa a prendere consapevolezza che il cristianesimo è gioia perché annuncia che Dio è con noi. Una delle azioni maggiormente richieste dal papa è la necessità di «uscire fuori». Uscire dalle proprie convinzioni, comodità, privilegi, idee, per portare il Vangelo di Cristo a tutti senza pregiudizi né preclusioni. Uscire, cambiare, dunque, ripensando daccapo l’intera vita di fede. Il papa non manca di indicare nello specifico alcune riforme e alcuni cambiamenti, esortando «tutti ad applicare con generosità e coraggio gli orientamenti di questo documento, senza divieti né paure». Non è più il tempo della ritrosia. Francesco vuole che tutti, a cominciare dai semplici fedeli, abbandonino «il comodo criterio del “si è fatto sempre così”». Dice: «Invito tutti ad essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità».

Questo libro, dunque, nasce anche dallo stupore per questo testo papale, una vera e propria enciclica, secondo quanto hanno scritto diversi osservatori. Stupore per un papa che decide di mettere per iscritto un programma esigente anche verso sé stesso e la propria persona: «Dal momento che sono chiamato a vivere quanto chiedo agli altri, devo anche pensare a una conversione del papato». Il cantiere che papa Francesco ha aperto con Evangelii gaudium è ampio e può far venire le vertigini. «Tuttavia – scrive Francesco – non c’è maggiore libertà che quella di lasciarci portare dallo Spirito, rinunciando a calcolare tutto, e permettere che Egli ci illumini, ci guidi, ci orienti, ci spinga dove Lui desidera».

Puoi ordinare il libro QUI oppure QUI.

Saturday 15 February 2014

Padre Konrad, le braccia caritatevoli di Papa Francesco

“Tu sai cosa devi fare, hai bisogno di soldi?” E’ la frase che Konrad Krajewski, arcivescovo ed Elemosiniere di sua Santità, si sente ripetere spesso da papa Francesco. Si perché è lui che aiuta il Papa ad essere vicino a chi ha bisogno, con gesti che sembrano piccoli, ma che diventano immensi per chi li riceve. Padre Konrad come lo chiamano tutti, non vive in Vaticano, ma a Borgo Pio, in una casa “con la bandiera polacca”, dice. “Perché così posso essere più vicino alla gente”. Vuole essere chiamato così e il papa gli ha detto: a chi ti chiama eccellenza chiedi 5 euro di tassa per i poveri. Konrad che viene dalla diocesi di Łódź, lui che dal 1998 è stato a fianco di tre papi durante le liturgie, lui che da anni gira la notte per le vie di Roma per dare aiuto a chi ne ha bisogno. “Le mie braccia sono corte adesso, se le prolunghiamo con le tue braccia riesco a toccare i poveri di Roma e d’ Italia, io non posso uscire, tu sì” gli ha detto il papa alla sua nomina.

Wednesday 12 February 2014

Due Papi per una sola Chiesa

Diciamoci la verità, non avremmo mai pensato che la coabitazione funzionasse così bene. Anzi che potesse diventare un modello per il futuro. Quando in un giorno di brutto tempo a febbraio i media di tutto il mondo hanno iniziato a far girare la notizia del secolo, la rinuncia del Papa, l’idea stessa di avere due Papi in Vaticano sembrava roba da Apocalisse. Quel fulmine che colpiva la cupola di San Pietro immortalato da un fotografo fortunato, sembrava davvero l’inizio della fine del mondo secondo i canoni di certi B movies degli anni ’70. Fulmini e saette, l’attacco del Maligno e cose del genere. Qualcuno ha anche cavalcato quest’onda per sferrare l’ultimo colpo a Papa Benedetto XVI colpevole di non aver mai ceduto ai facili popolarismi e di aver sempre predicato la verità del Vangelo con gioiosa e ferma chiarezza. Ma il Vento dello Spirito soffia dove vuole e non segue le regole del meteo.

Wednesday 12 February 2014 09:08

La Quaresima della Chiesa

Quando pensiamo alla Quaresima i laici pensano ad una cosa lunga e triste, i cattolici ad un tempo forte della liturgica che si prepara alla luce della Pasqua. E in effetti quei poco più di quaranta giorni che lo scorso anno abbiamo vissuto tra l’ 11 febbraio, e il 13 marzo e poi fino a Pasqua, sono stati davvero una Quaresima. E in entrambi i sensi. Perché sono stati giorni lunghi, di ansia e di stupore, di attesa di incredulità. E in questo senso giorni di penitenza. Per la prima volta nella storia moderna, un pontefice decideva di rinunciare al governo della Chiesa Universale. Si certo, tutti gli addetti ai lavori sapevano che fin dai tempi di Paolo VI si parlava di come permettere al Papa di essere davvero libero da qualunque condizionamento, di poter esercitare il ministero petrino in pienezza e completezza e quindi di poter “lasciare” qualora non potesse essere in piena coscienza libero

Wednesday 27 November 2013

L'eutanasia ai minori: per la Chiesa un gesto di estrema inciviltà. Occorre riflettere.

Le parole sono forti e sono quelle di un prelato molto autorevole all'interno della Chiesa cattolica.

Mons. Sgreccia è presidente della fondazione Ut Vitam habeant nonchè presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita.

Il tema è uno di quelli che in questoi periodo sta suscitando acceso dibattito in ambito cattolico ed etico: quello dell'eutanasia...anzi, quello dell'eutanasia aperta alle persone minori di età.

«È un salto. Un salto abissale, sotto il livello di civiltà, di umanità». Queste le parole del prelato che commenta il primo sì del parlamento belga all'estensione dell'eutanasia ai minori. 

Continua a leggere L'eutanasia ai minori: per la Chiesa un gesto di estrema inciviltà. Occorre riflettere....

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Tuesday 05 November 2013

Così pregava Karol Wojtyla. Una lista di nomi (con allegati dossier), l’elenco dei collaboratori in vista, un Atlante sottomano per la “preghiera geografica”

Giovanni Paolo II aveva un segreto, la preghiera. Ore trascorse nel silenzio, in un dialogo nascosto con Dio dal quale traeva la forza per andare, con efficacia, incontro al mondo.

Della preghiera di Karol Wojtyla hanno scritto in tanti. Una testimonianza significativa in merito l’ha data il 4 novembre 2013 un sacerdote riservato e preparato, che ha avuto la possibilità di frequentare molto il Papa polacco durante i suoi ultimi anni di vita.

Si chiama Pawel Ptasznik. Oggi è il responsabile della sezione polacca della segreteria di stato vaticana. Ai tempi di Giovanni Paolo II era colui che saliva nell’Appartamento papale per aiutare lo stesso Wojtyla nella stesura dei suoi testi. È stata l’assidua frequentazione dell’Appartamento a premettergli di conoscere quel segreto, la preghiera appunto, che ha caratterizzato tutta la vita del Papa che la prossima primavera diviene santo.

Monsignor Ptasznik ha dato la sua testimonianza a Roma, durante la presentazione dell’ultimo libro dell’ex segretario di Wojtyla Stanislaw Dziwisz, una conversazione con Gian Franco Svidercoschi intitolata “Ho vissuto con un santo”.

Questa la trascrizione di quanto ha detto:

«Quella di Wojtyla era una preghiera costante e vera. Anche durante i viaggi normalmente voleva rispettare “l’ora santa” dedicata all’adorazione eucaristica, e così la via crucis del venerdì sera e la Messa. Chi organizzava i viaggi doveva tenere presente queste sue esigenze».

«La segreteria di stato consegnava al Papa la lista con le richieste di preghiere arrivate da tutto il mondo. Pregava consultando quella lista, che spesso aveva degli allegati, delle cartelle che spiegavano meglio la situazione di coloro che chiedevano preghiere».

«Una volta l’ho visto pregare in cappella. Aveva aperto davanti a sé l’Osservatore Romano su una pagina in cui c’erano tutti i nomi dei capi dicastero della Curia Romana con anche gli “officiali” di lingua polacca. Pregava per tutti i suoi collaboratori».

«Sulla sua scrivania aveva un Atlante. Ogni giorno posava lo sguardo su una parte concreta del mondo, per poi pregare per tutta la giornata per le popolazioni di quella stessa porzione. Era la sua preghiera geografica».

«Si confessava ogni due settimane. Una macchina arriva in centro a Roma per “prelevare” monsingor Stanislaw Michalski, il suo confessore, che veniva accompagnato appositamente in Vaticano».

«Quando doveva scrivere un testo faceva tutti i giorni un’ora di meditazione sul camminamento situato sul tetto del palazzo apostolico. Poi scendeva in Appartamento e mi dettava il testo. Citava a memoria passi della Scrittura e dei padri della Chiesa. Dopo un’ora, un’ora e mezza, il testo era pronto».

Friday 01 November 2013

«Ho l’impressione che Gesù è stato rinchiuso all’interno della Chiesa e che bussa perché vuole uscire». Ecco cosa disse Jorge Mario Bergoglio prima del Conclave secondo il cardinale Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione

«Durante il suo intervento alle congregazioni generali che hanno preceduto il conclave, il cardinale Jorge Mario Bergoglio ha parlato con insistenza della necessità che la Chiesa “esca fuori” da se stessa. Egli ha detto che la Chiesa è malata, che deve prendersi cura di se stessa. Il suo breve discorso ha colpito tutti. Ha detto testualmente: “Ho l’impressione che Gesù è stato rinchiuso all’interno della Chiesa e che bussa perché vuole uscire, vuole andare via”».

«Bergoglio ha chiesto ai vescovi di essere veramente pastori e non degli amministratori. Del resto, è ciò che egli ha fatto a Buenos Aires rifiutando, ad esempio, di andare ad abitare nella residenza vescovile. Così ora che è Papa con la decisione di abitare nel convitto di Santa Marta. Egli ha bisogno di vedere gente e incontrare semplicemente la gente per parlare con loro nei corridoi, durante i pasti … La parola “fuori”, si sa, è importante. Possiamo dire che questa è la parola che meglio definisce la missione di Gesù, egli è uscito fuori in qualche modo da se stesso per andare in periferia, dove l’uomo vive perso e in difficoltà”».

Così l’arcivescovo di Lione, il cardinale Philippe Xavier Ignace Barbarin – in tempo di sede vacante arrivava in Vaticano in bicicletta –, rivela come già nelle riunioni pre-conclave Bergoglio abbia usato parole dure per descrivere la situazione della Chiesa. «Cristo è rinchiuso in prigione», ha detto il futuro Papa durante le Congregazioni generali. Parole che hanno convinto i cardinali a sceglierlo perché, dice Barbarin, «quel discorso ha colpito tutti».

È stato il discorso durante le congregazioni a convincere i cardinali a votare Bergoglio oppure il suo nome era nella mente dei cardinali già da prima?
«Il nome del cardinale Bergoglio circolava molto fra i cardinali. Tutti però siamo rimasti colpiti durante le congregazione generali dal suo discorso. Parlava della necessità di guardare altrove. Ha raccontato dell’America Latina, dove il 40 per cento della popolazione è cattolica. Egli è stato in grado di governare la provincia gesuita affidatagli durante il difficile periodo della dittatura militare. Ben presto si è trovato a capo dell’arcidiocesi di Buenos Aires, dove ha mostrato un grande zelo missionario, in un vero spirito di povertà e di vicinanza verso tutte le persone che gli erano state affidate. Ci è apparso come un uomo di grande autorità che sa come impostare il proprio cammino e prendere le decisioni giuste. Già in questi mesi vediamo come tutte queste qualità siano state messe in campo. Soprattutto colpisce la semplicità e la chiarezza delle sue omelie, e insieme il grande programma lanciato per la riforma della curia romana. Questa è la riforma che la Chiesa si aspetta e di cui essa ha grande bisogno».

È urgente questa riforma secondo lei?
«La riforma deve certamente avvenire. Il Consiglio dei cardinali saprà come fare. Ha l’obiettivo di riorganizzare la Chiesa, servendo le chiese locali e collaborando collegialmente con i vescovi del mondo. Possiamo dire della curia ciò che il Papa ha detto della Chiesa: “È buono e sano se essa si occupa prima di se stessa che degli altri”».

Cosa pensa delle riforma dello Ior? È giusto che il Vaticano abbia una banca?
«La questione non è se ci deve essere una banca in Vaticano o meno. È ovvio che il Vaticano ha bisogno di soldi, come ogni diocesi o istituzione della Chiesa. Ma piuttosto la questione è se e come il denaro entra in Vaticano, se tutto è trasparente o meno, verificabile, come le spese sono organizzate».

In questi giorni un sito web cileno ha riportato le parole che il Papa avrebbe detto a dei religiosi sudamericani circa l’esistenza di una “lobby gay” in Vaticano. Esiste davvero secondo lei questa lobby? Perché il Papa ne ha parlato?
«Ovviamente, su questo argomento non so nulla. Quel che è certo è che tutti gli uomini sono peccatori, e quindi anche in Vaticano ci sono uomini che sbagliano. Sarebbe sciocco dire: “Non credete, in Vaticano è impossibile!”. Ma io non voglio amplificare voci e dicerie. Se il Papa ha qualcosa di chiaro da dire in proposito, lo sapremo. E se si decide di agire, lo farà senz’altro».

Ratzinger nella Via Crucis del 2005 al Colosseo parlò della “sporcizia” presente nella Chiesa. Ancora Francesco parla spesso dei “mali” interni alla Chiesa. A cosa si riferiscono?
«Sì, è una triste realtà. La Chiesa, da semplice fedele al vertice della gerarchia è danneggiata e talvolta screditata dai peccati e dagli scandali di coloro che la compongono. Questa è una grande ferita interiore. Naturalmente, siamo tutti peccatori, ma se uno non lascia Cristo fuori di questo peccato, se lui non si assoggetterà alla misericordia di Dio, il danno potrà essere grande, e soprattutto se la persona che pecca si trova in una posizione di notevole responsabilità. Certo, nella storia, abbiamo visto molti Papi non essere di esempio ma crediamo che, nonostante i tanti peccati, la Chiesa goda del sostegno costante dello Spirito Santo. Egli ha parole di vita eterna».

Spesso la Chiesa è chiamata a rapportarsi con i problemi anche più scomodi della gente. Sempre più fedeli vicino situazioni difficili. Le famiglie spesso si sfasciano. Sono tanti i divorziati risposati che non possono accedere alla comunione. Come si comporta con questi problemi a Lione? Quali soluzioni?
«Sì, la sofferenza è sempre più pesante, in generale, sia nella Chiesa di Lione che altrove. Si ha l’impressione che non solo le famiglie, ma l’intera società stia arrivando ad annullarsi, e ci si chiede con una certa ansia dove si andrà in futuro. È in atto una decostruzione quasi desiderata, programmata per staccare le radici ai giovani e qualche volta anche alle famiglie.Ma ognuno ha un suo posto nella Chiesa. Benedetto XVI lo ha ripetuto spesso. Il Signore ha scelto come uno dei pilastri della sua Chiesa un rinnegato, Pietro, che aveva vilmente abbandonato al momento della passione, e un “parassita!” della Chiesa, come Paolo, ed entrambi sono diventati pilastri della costruzione. Così egli saprà utilizzare tutti noi, qualunque siano le nostre debolezze e peccati. Dobbiamo spostare gradualmente (questa è la legge della gradualità, in modo spesso spiegato da Giovanni Paolo II) su un percorso dove la misericordia e l’attenzione per ogni persona sono illimitate. E dove la Parola di Dio è accolta come una verità la luce e in assoluto, anche se ci porta attraverso momenti di sofferenza e angoscia, certamente porta ad un cammino di felicità».

Tuesday 22 October 2013

Prima il Vangelo e poi la dottrina. Il segreto di Jorge Mario Bergoglio secondo Victor Manuel Fernández, uno dei teologi più vicini al Papa

Victor Manuel Fernández, rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina, è una delle prime nomine di Jorge Mario Bergoglio, elevato lo scorso maggio alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, ha un filo diretto col Papa che vede in lui un valido “consulente”. Nel 2007 alla conferenza dei vescovi latino americani ad Aparecida, fu Fernández ad aiutarlo a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro Papa.

Monsignore, vorrei entrare subito “in medias res”. Nel libro con Abraham Skorka, Jorge Mario Beroglio svolge una breve introduzione nella quale parla dell’importanza della “cultura dell’incontro”. E dice che a volte l’uomo arriva a identificarsi di più con “i costruttori di mura che con quelli di ponti”. I media di tutto il mondo lodano le “aperture” di Francesco, stupìti più che altro del fatto che egli non insiste anzitutto sui princìpi ma – come ha detto lui stesso nell’intervista concessa il 19 settembre a Civiltà Cattolica – su “ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus”, insomma sull’essenziale, sul Vangelo. È a suo avviso questo il tratto fondamentale del nuovo pontificato? L’annuncio del Vangelo prima della morale? Oppure qual è il suo tratto caratteristico?
L’annuncio del cuore del Vangelo prima d’ogni altra cosa è una caratteristica importante di Francesco, ma è da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Il Papa pensa che una Chiesa che vuole uscire da se stessa e raggiungere tutti debba necessariamente adattare il suo modo di predicare. Soprattutto, egli applica un criterio proposto dal Concilio Vaticano II spesso dimenticato e trascurato: la “gerarchia delle verità”. Francesco ci invita a riconoscere che molte volte, i precetti della dottrina morale della Chiesa vengono proposti fuori dal contesto che dà loro significato. Il problema maggiore si ha quando il messaggio che la Chiesa annuncia si identifica soltanto con questi aspetti che tuttavia non manifestano per intero il cuore del messaggio di Gesù Cristo. Mentre una pastorale missionaria non può essere ossessionata dalla trasmissione disorganizzata di un insieme di dottrine da imporre con la forza dell’insistenza. Quando la Chiesa assume uno stile missionario diretto a tutti, senza eccezioni o esclusioni, l’annuncio si concentra sull’essenziale, su ciò che c’è di più bello, di più grande, di più attraente e nello stesso tempo di più necessario. Certo, tutte le verità rivelate sono credute con la medesima fede, ma alcune di loro sono più importanti perché esprimono più direttamente il nucleo fondamentale che è la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo. Ci deve essere una proporzione adeguata soprattutto nella frequenza con la quale alcuni argomenti o accenti vengono inseriti nella predicazione. Per esempio, se un parroco lungo l’anno liturgico parla dieci volte di morale sessuale e soltanto due o tre volte dell’amore fraterno o della giustizia, vi è una sproporzione. Ugualmente se parla spesso contro il matrimonio fra omosessuali e poco della bellezza del matrimonio. Oppure se parla più della legge che della grazia, più della Chiesa che di Gesù Cristo, più del Papa che della parola di Dio. Insomma, ogni verità si comprende meglio se posta in relazione armoniosa con tutto il messaggio cristiano, perché in tale contesto tutte le verità si illuminano a vicenda. Il Vangelo invita soprattutto a rispondere all’amore salvifico di Dio, riconoscendolo negli altri e in se stessi, al fine di cercare il bene di tutti. Questo invito non dovrebbe essere posto per nessun motivo in secondo piano! Se questo invito non brilla con forza e appeal, la morale della Chiesa rischia di diventare come un castello di carta: è qui che risiede il nostro più grande pericolo. Il messaggio perde la sua freschezza e cessa di avere il cosidetto “odore del Vangelo”. Certo, c’è poi anche lo stile del Papa, che non solo mira all’essenziale, ma lo esprime in modo chiaro e con segni. E a giudicare dagli effetti di questo fenomeno, non possiamo che guardarlo con occhi positivi, seppure esso dia fastidio in alcuni luoghi minoritari e poco rappresentativi dell’intera Chiesa.

In Italia è recentemente uscito un retroscena secondo il quale nel 2005, se Bergoglio fosse stato eletto Papa, si sarebbe chiamato Giovanni XXIV. Così, infatti, lo stesso Bergoglio avrebbe risposto al cardinale Francesco Marchisano, dalle radici piemontesi come il futuro Francesco, all’atto dell’elezione di Ratzinger. Marchisano era allora arciprete della Basilica di San Pietro. Al di là della veridicità o meno del retroscena, è papa Roncalli il Papa al quale Bergoglio ispira il suo pontificato? E in particolare, a suo avviso cosa pensa egli del Concilio Vaticano II? Si dice che dopo anni di tentativi di interpretare in senso conservatore o progressista il Concilio (le grandi “battaglie” sull’ermeneutica) egli ritenga che sia arrivato il momento di “farlo” il Concilio. È così?
Francesco è diverso da tutti i Papi che l’hanno preceduto. Certo, può avere caratteristiche di uno o dell’altro, ma sempre nella strada aperta dal Concilio. Senza dubbio egli rimane al di fuori delle discussioni teoriche sul Concilio perché semplicemente interessato a continuare lo spirito di rinnovamento e riforma che viene dal Concilio. In questo senso si pone fuori da ogni ossessione ideologica, senza pause o giravolte, con l’intenzione di portare la Chiesa fuori da se stessa così da raggiungere tutti. Ciò che ho detto sul criterio della “gerarchia delle verità” vale anche per molti altri percorsi di riforma che ha aperto il Concilio e che sono rimasti a metà strada.

Per quel che si sa la giornata di papa Francesco ha tre momenti fissi: la meditazione della Scrittura il mattino presto prima della Santa Messa; la recita del Rosario il pomeriggio; un’ora di adorazione eucaristica la sera. Nell’intervista a Civiltà Cattolica ha detto che la sua preghiera è “memoriosa”. Cosa intende? Cosa significa pregare per Francesco? Lo ha mai visto pregare? Come pregava in Argentina?
Il tema della memoria è una cosa su cui egli insiste molto ed è una chiave per conoscerlo. Non dobbiamo guardare le novità che egli porta come uno sradicamento, come un oblìo della storia viva della Chiesa. Egli spiega spesso che la memoria è una dimensione della nostra fede, in analogia alla memoria di Israele. Cita spesso gli Apostoli che non dimenticarono mai il momento in cui Gesù toccò il loro cuore: “Erano circa le quattro del pomeriggio”, dice Giovanni. E spesso ricorda le persone che sono state toccate in modo speciale, così da mostrare a tutti la gioia del credere. A volte si tratta di persone semplici e a noi vicine nella vita di fede. Bergoglio ama ricordare la seconda lettera a Timoteo: “Ho in mente la sincerità della vostra fede, una fede che fu prima in tua nonna Loide e in tua madre Eunice”. Perciò egli crede che la Chiesa non possa rinunciare alla propria ricca tradizione e che sarebbe sciocco pretendere di ripartire da zero. Egli non è un progressista senza radici, come qualcuno vorrebbe presentarlo. La sua preghiera è “memoriosa”, perché quando prega ricorda le persone che ha incontrato nel corso della giornata e cerca di raccogliere il messaggio che gli ha lasciato ciò che ha vissuto. La sua preghiera è piena di volti e nomi. Quando incontra la gente egli si mostra vicino, attento, affettuoso, e porta nella preghiera tutte quelle persone. In questo senso la sua è una preghiera “memoriosa”.

Non è un mistero per nessuno che negli anni passati i rapporti fra il cardinale Bergoglio con la presidente Kirchner sono stati difficili. Di Bergoglio il quotidiano argentino “Il Clarin” ha ricordato la vicinanza al gruppo peronista di destra “Guardia di Hierro”, con cui, negli anni – scrive il quotidiano -, avrebbe continuato a mantenere un legame spirituale. Quanto c’è di vero in questo? E soprattutto: è verosimile che il Papa auspichi in futuro un ritorno in argentina di un peronismo moderato che sappia legare con la Chiesa e i suoi convincimenti?
Penso che il suo rapporto con la presidente Kirchner non sia stato correttamente interpretato. Alcuni hanno creduto che alcune affermazioni delle sue omelie fossero attacchi personali contro di lei. Ma non è così. Del resto nessun politico può dire di avere o di avere avuto Bergoglio come proprio alleato politico, sia di sinistra sia di destra. Perché le sue parole possono soddisfare oggi, ma domani possono essere lette al contrario come pericolosi attacchi. Penso infatti che chiunque ha una qualche forma di potere, anche di potere ecclesiastico, non può non sentire su di sé lo “sperone” di Bergoglio, come una spina nel fianco, perché egli è e sarà sempre l’interprete di coloro che non hanno potere. Nel 2000 Bergoglio ha espresso un suo grande auspicio: “Che il potere non sia un privilegio inespugnabile”. E ciò vale per un presidente, un governatore, un uomo d’affari, un cardinale, e anche per i membri della Curia Romana. Il suo messaggio è il seguente: se hai accettato il potere senza privilegi, è necessario che usi il potere per servire e devi esporti ai reclami di tutti con umiltà, soprattutto i reclami dei deboli sono ascoltati. Se hai accettato una qualche forma di potere, allora devi sottometterti al controllo degli altri. Comunque, una certa affinità di Bergoglio al peronismo c’è e ha a che fare con due fatti: il peronismo assunse con forza la dottrina sociale della Chiesa e i suoi valori e comprese la cultura dei settori più poveri della società. Ma ciò non significa che Bergoglio abbia mai sostenuto un qualche potere politico. Fra l’altro egli ha sempre avuto un dialogo cordiale con tutti i politici.

Nell’intervista a Civiltà Cattolica, Bergoglio cita il beato Pietro Favre come suo modello. Chi fu Favre? Perché è un modello per Bergoglio?
Il beato Favre ha portato alla compagnia di Gesù un particolare modo di accompagnare le persone in un percorso di crescita. Accompagnare è una questione chiave per i gesuiti. Favre ha insistito sulla necessità di dare tempo alla gente, di rispettare i tempi di ognuno. Era un maestro di dolcezza, di pazienza e di dialogo con tutti. Bergoglio ricorda una frase di Favre che dice che “il tempo è il messaggero di Dio”, e la interpreta dicendo che “il tempo è superiore allo spazio”. Favre preferiva non perdere tempo in discussioni teoriche con i protestanti e sottolineava la necessità per la Chiesa di maturare e crescere nella testimonianza del Vangelo. Credo che tutto questo abbia molto a che fare con lo stile di Francesco, lontano da polemiche teoriche e in grado di esprimere le proprie convinzioni in una testimonianza attraente. Le riforme non vengono fatte per forza o in fretta, perché devono essere sempre accompagnate da una riforma interna. Tutto ciò è ben presente in Favre.

Colpisce molto in Francesco la sua ricerca dell’essenziale e anche di una certa austerità. Gira con macchine utilitarie, non ama sfarzi e lussi, visita i profughi e parla ai poveri. A Civiltà Cattolica dice di essere vicino alla corrente mistica di Louis Lallemant e Jean-Joseph Surin. Entrambi predicano la necessità di “spogliarsi” per arrivare a Dio. È questa la strada che Bergoglio vuole compiere?
Il suo non è amore del sacrificio fine a se stesso né un’ossessione per l’austerità. Si tratta di una “spoliazione” interiore, una rinuncia a indugiare troppo su se stessi, così da mettere Dio e gli altri al centro della propria vita e non se stessi. Ciò ha anche un significato pastorale, perché implica stare più vicini ai poveri, ai loro limiti, alla loro condizione sociale, alle loro umiliazioni. Per questo a Bergoglio non piacciono i sacerdoti princìpi o i vescovi “da aeroporto”, o gli ecclesiastici che amano le vacanze troppo costose, le cene nei migliori ristoranti, i preziosi d’oro e d’argento ostentati sui capi di abbigliamento, le continue visite a persone potenti, o coloro che amano parlare molto di se stessi o che si sentono diversi dagli altri. Tutto ciò che è mondanità spirituale che avvelena la Chiesa.

Si parla molto a Roma delle riforma della struttura della Chiesa: una nuova curia romana, una nuovo collegialità nell’esercizio del governo. Di Joseph Ratzinger è famosa la lezione nella quale disse che la vera riforma della Chiesa non è nelle strutture ma nel cuore di ognuno. Qual è a suo avviso l’idea di riforma propria di Bergoglio?
Le due cose insieme, perché la sua idea di riforma non è ideale, ma incarnata. Senza dubbio egli pensa che una riforma esteriore delle strutture non si sostiene senza uno spirito e uno stile di vita adeguato. Ma mi sembra che che la cosa più importante non sia la semplificazione della struttura della Curia romana, ma lo sviluppo di altre forme di partecipazione (sinodi, conferenze episcopali, consultazione dei laici, etc) che negli ultimi anni sono state più formali che reali. Senza dubbio questo sviluppo richiede che alcuni settori della Curia Romana cessino di essere eccessivamente giuridici, inquisitori e insieme maestosi, correndo fra l’altro il rischio di diventare autoreferenziali. Alcune volte ho sentito personalità della in Curia dire “noi” senza includere tutta la Chiesa, e nemmeno il Papa ma soltanto se stessi. Francesco ci ricorda che Gesù in realtà ha dato a Pietro e agli Apostoli una missione speciale, non una struttura centrale che comunque può avere soltanto una funzione ausiliaria.

Più volte papa Francesco ha parlato del Demonio. Nel libro con Skorka vi dedica un capitolo dove afferma: “Credo nell’esistenza del Demonio. Forse il maggior successo in questi tempi è stato farci credere che non esiste, che tutto possa essere risolto su un piano meramente umano. Come dice Giobbe, la vita dell’uomo sulla terra è una lotta…”. Che significato assume nella spiritualità ignaziana la figura del Demonio? Ha mai fatto esorcismi?
Non lo ho mai sentito parlare di esorcismi, ma del Diavolo sì. Penso che il parlare del Diavolo sia un invito a stare attenti, perché se non curiamo la nostra sanità interiore e le nostre reali intenzioni diventiamo facilmente marionette guidate da altre forze di dissoluzione e di menzogna. Significa che la sua visione della vita e della realtà non è ingenua, ma molto realistica. È necessaria una vigilanza serena, fiduciosa nell’amore del Signore, ma costante.

Nelle scorse settimane uno dei pensatori più influenti della cosiddetta teologia della liberazione è stato ricevuto da Francesco. Alcuni commentatori hanno addirittura scritto che con questo gesto “la Chiesa sdogana la teologia della liberazione”. È così? Cosa pensa Bergoglio della teologia della liberazione e in che rapporto sta con essa?
Non è possibile pensare che questo Papa possa sostenere una teologia della liberazione fondata su un’analisi marxista. Tuttavia, egli farà propria ogni difesa della dignità dei poveri e tutte le critiche dei sistemi economici ideologici, di ogni speculazione finanziaria, di ogni assolutizzazione della libertà di mercato, cose che finiscono per creare nuove ingiustizie. D’altra parte i poveri non dovrebbero essere soltanto oggetto di una liberazione operata da altri più illuminati, ma essere rispettati come persone attive, con la propria cultura, un modo proprio di vedere la vita, una religiosità caratteristica.

Come è diventato amico di Bergoglio? Ci sono dei momenti che ricorda in modo particolare della vostra amicizia?
Io non la chiamerei amicizia, ma filiazione. Anche se c’è una grande affinità di idee, per me egli è stato ed è soprattutto un grande padre che è riuscito a riconoscere e promuovere il meglio di me. Così teneramente ha tollerato i miei errori, le vanità e le impazienze, e sempre mi ha spinto, in particolare con la sua testimonianza, a continuare, a maturare e a crescere. Posso citare tre momenti speciali: uno era nel 2007, quando siamo tornati dalla V Conferenza dei vescovi ad Aparecida, dove ho rappresentato i sacerdoti argentini. Viaggiavo con lui sul volo di ritorno verso Buenos Aires e per tre ore abbiamo discusso alcune questioni che mi hanno aiutato a capire il suo pensiero. Un altro momento importante fu nel suo ufficio, quando alcune persone anonime avevano inviato in Vaticano alcune critiche su tre miei articoli. Ma dopo un anno e mezzo le risposte che io inviavo per chiarire sembravano non convincere. In quell’occasione abbiamo avuto un grande colloquio spirituale nel quale egli ha insistito perché io alzassi la testa e non lasciassi che mi togliessero la dignità. Infine, il mio incontro con lui a Santa Marta nel mese di agosto quando gli ho dato un abbraccio già da vescovo.

Wednesday 25 September 2013

Una rosa bianca per papa Francesco

Una rosa bianca. È il dono che papa Francesco ha ricevuto domenica 8 settembre mentre passeggiava nei giardini vaticani. Un giardiniere l’ha colta e gliel’ha donata. Chi era con lui dice che grande è stato il suo stupore, perché per Jorge Mario Bergoglio ricevere una rosa bianca è un segno del cielo. Un «segnale» — è la parola esatta che egli stesso ha usato nel libro intervista “El Jesuita” con Sergio Rubin e Francesca Ambrogetti — proveniente direttamente dalla santa della quale egli è devoto: Teresina di Lisieux, la monaca carmelitana morta a soli 24 anni e che il 19 ottobre 1997 Giovanni Paolo II dichiarò dottore della Chiesa (la terza donna a ricevere tale titolo dopo Caterina da Siena e Teresa d’Avila).

Domenica 8 settembre non era un giorno qualunque per Francesco. La sera prima egli aveva convocato una veglia di preghiera per la pace. Era preoccupato. Ma la rosa ricevuta inaspettatamente gli ha fatto comprendere che la sua preoccupazione era stata accolta in cielo, direttamente da Teresina. Lo Spirito parla spesso così, usando segni che ai più dicono nulla. È il suo linguaggio, un parlare che chiede la fede per essere compreso.

L’episodio è stato raccontato nei giorni scorsi da un vescovo italiano che nelle ore successive alla veglia era stato ricevuto in udienza. Il Papa gli ha permesso di raccontarlo durante la presentazione di un libro dedicato proprio alla giovane santa francese svoltasi a Pedaso in provincia di Fermo: “Teresa di Lisieux. Il fascino della santità. I segreti di una dottrina ritrovata”, di Gianni Gennari (Lindau).

È alle pagine 125 e 126 di “El Jesuita” che Rubin e Ambrogetti, descrivendo la biblioteca di Bergoglio a Buenos Aires, raccontano del «segnale» delle rose bianche. Scrivono: «Ci soffermiamo su un vaso pieno di rose bianche in uno scaffale della biblioteca, davanti a una foto di santa Teresa. “Quando ho un problema”, spiega Bergoglio ai due giornalisti, “chiedo alla santa — Teresina, ndr —, non di risolverlo, ma di prenderlo in mano e aiutarmi ad accettarlo, e come segnale ricevo quasi sempre una rosa bianca”».

Bergoglio, nella veglia del 7 settembre, ha chiesto aiuto a Teresina. Il Papa, infatti, ha recitato i misteri gaudiosi del Rosario e, al termine di ogni mistero, dopo un brano del Vangelo, ha letto cinque brani di una poesia scritta dalla santa: “Perché ti amo o Maria”. È la poesia dove dice fra le altre cose che Gesù «sarà fratello di tanti peccatori tanto da chiamarsi tuo — si riferisce a Maria, ndr — primogenito».

È nel rapporto intimo e personale di Bergoglio con Teresina che si evidenzia uno dei tratti della sua personalità e del suo pontificato. Un filo diretto con il cielo per il Papa, come era per Karol Wojtyla il rapporto con santa Faustina Kowalska.

Mentre era ancora in vita, santa Teresina promise che dopo la sua morte avrebbe fatto piovere dal cielo dei “petali di rose”, ossia delle grazie concesse da Dio per sua intercessione. Diceva: «Un’anima infiammata di amore non può restare inattiva. […] Se voi sapeste quanti progetti faccio su tutte le cose che farò quando sarò in cielo. […] Sì, voglio passare il mio cielo a fare del bene sulla terra».

Il 3 dicembre 1925, un gesuita, padre Putigan, cominciò una novena a santa Teresa chiedendo una grazia importante. Il gesuita domandò anche di ricevere da qualcuno una rosa come segno che ciò che egli chiedeva corrispondeva alla volontà di Dio e che, quindi, la sua preghiera sarebbe stata esaudita. Non fece parola con nessuno della novena che stava facendo. Al terzo giorno ricevette una rosa da una persona sconosciuta e ottenne la grazia. Cominciò un’altra novena. Il quarto giorno di questa seconda novena una suora-infermiera gli portò una rosa bianca dicendogli: «Santa Teresa vi manda questa rosa». Padre Putignan, ricevuta la grazia che aveva chiesto, prese la decisione di diffondere questa novena, detta “Novena delle rose”. Oggi questa novena si pratica in tutto il mondo.

Papa Francesco ha più volte parlato nei primi mesi di pontificato di Teresina. Una volta è stato durante la conferenza stampa (28 luglio 2013) tenuta sull’aereo che lo riportava a Roma dal Brasile, meta del suo primo viaggio apostolico fuori dall’Italia. Quando gli è stato chiesto cosa contenesse una valigia nera che il Papa ha trasportato da solo sull’aereo ha detto: «Non c’era la chiave della bomba atomica! Mah! La portavo perché sempre ho fatto così: io, quando viaggio, la porto. E dentro, cosa c’è? C’è il rasoio, c’è il breviario, c’è l’agenda, c’è un libro da leggere – ne ho portato uno su santa Teresina di cui io sono devoto».

Si è saputo poi che il libro in questione era il libro sopra citato “Teresa di Lisieux. Il fascino della santità. I segreti di una dottrina ritrovata”, di Gianni Gennari.

Tuesday 03 September 2013

Anche S. Francesco pregherà per la Pace in Siria

Papa Francesco ha chiamato...e moltissimi stanno rispondendo.

La mobilitazione chiesta dal Papa per la pace in Siria si sta estendendo a vista d'occhio, coinvolgendo ambienti laici, religiosi, cattolici e non.

Anche i frati francescani di Assisi si uniscono alla preghiera, attraverso il segno grandell'apertura della tomba di S. Francesco.

Come riferisce infatti l'ANSA, la  Basilica Inferiore di San Francesco d'Assisi resterà aperta, in via del tutto eccezionale, da oggi a venerdì fino alle 22 per pregare sulla Tomba del Santo per la pace in Siria e per coloro che sono chiamati a garantire le vie della giustizia nel mondo.

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Saturday 31 August 2013

Un grazie al cardinal Bertone

Forse sarò l’unica ma vorrei dire grazie al cardinale Bertone. Lo posso fare con serenità perchè sono stata la prima forse a criticare il suo modo di fare il Segretario di Stato. Ma oggi a fronte di tante critiche corali nate spesso da una cattiva lettura della vicenda vatileaks credo che il grazie a questo cardinale, che mai ha tradito la fiducia del Papa e della Chiesa, sia doveroso.

Monday 15 July 2013

Se vi piacciono i thriller, ne ho scritto uno

«L’empio fugge anche se nessuno lo insegue, mentre il giusto è sicuro come un giovane leone». (Proverbi 28, 1)

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Saturday 18 May 2013

I cristiani parlano troppo...degli altri: parola di Papa Francesco.

Per il papa, che ha pronunciato nuovamente parole forti durante la Messa mattutina a Santa Marta, i cristiani hanno proprio il vizio di parlare troppo degli altri. Pettogolezzi e farsi troppo gli affari degli altri, detto in parole povere, sono una mina vagante costante nella vita della Chiesa.

«Quanto si chiacchiera nella Chiesa! Quanto chiacchieriamo noi cristiani!». Lo ha detto papa Francesco - riferisce Vatican Insider - nella messa di stamane a Santa Marta. Per Bergoglio, «la chiacchiera è proprio spellarsi, farsi male l'uno all'altro». «Le chiacchiere sono distruttive nella Chiesa», ha aggiunto  il Pontefice.  Secondo Bergoglio, il cristiano deve vincere la tentazione di «mischiarsi nella vita degli altri». Il Papa, secondo quanto riferisce la Radio Vaticana, ha inoltre sottolineato che chiacchiere e invidie fanno tanto male alla comunità cristiana e che non si può «dire soltanto la metà che ci conviene».

Ma non ha solo parlato di questo il santo Padre.

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Friday 12 April 2013

Unioni gay: la Consulta chiede di intervenire, ma non con l'equiparazione del matrimonio.

Oggi è arrivata una ammonizione della Consulta su alcuni noti ritenuti irrisolti, nel panorama politico e istituzionale italiano.

La Consulta ha chiesto un intervento sulla legge elettorale, ma - soprattutto - ha chiesto che venga fatto qualche cosa per tutelare i diritti ed i doveri delle persona omosessuali, che intendano costituire una unione stabile.

"Il legislatore deve affrontare il nodo delle unioni gay", ha riferito Gallo parlando di fronte alle più alte cariche dello Stato. Queste le parole: "La Corte ha escluso l'illegittimità costituzionale delle norme che limitano l'applicazione dell'istituto matrimoniale alle unioni tra uomo e donna, ma nel contempo  ha affermato che due persone dello stesso sesso hanno comunque il diritto fondamentale di ottenere riconoscimento giuridico, con i connessi diritti e doveri, della loro stabile unione". La Consulta, ha ricordato Gallo, "ha perciò affidato al Parlamento la regolamentazione della materia nei modi e nei limiti più opportuni".

Cosa significa questa frase?

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Thursday 14 March 2013

Papa Francesco: sarà il Papa dell'ecumenismo e del dialogo.

Le parole che Papa Francesco ha pronunciato ieri sera subito dopo l'elezione, sono state poche. Significative, grandemente, insieme ai gesti compiuti.

Una parentesi: dovremo di nuovo abituarci a gesti di questo tipo, ed anche il servizio di sicurezza....che avrà un bel lavoro da fare, con questo Papa che si prefigura già come molto, molto libero...dai protocollo.

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Ma le parole di ieri hanno avuto una grande rilevanza dal punto di vista del dialogo e del'ecumenismo.

Mi riferisco alle parole con le quali il Papa ha parlato di sè: come tutti hanno notato non ha mai citato la parola "papa", ma ha sempre utilizzato la parola "vescovo di Roma".

 

Tra l'altro, anche nel ringraziamento nei confronti di Benedetto XVI chiamato, anch'egli "vescovo emerito di Roma".

 

Dal sito Aleteia.org riporto le parole del Papa:

Fratelli e sorelle, buona sera!

Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un vescovo a Roma, sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo. Ma siamo qui. Vi ringrazio dell'accoglienza. La comunità diocesana di Roma ha il vescovo. Grazie! E prima di tutto vorrei fare una preghiera per il nostro vescovo emerito Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca...

[Preghiera Padre Nostro, Ave Maria, Gloria al Padre]

E adesso incominciamo questo cammino, vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma che è quella che presiede nella carità tutte le chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia fra noi. Preghiamo sempre per noi, l'uno per l'altro. Preghiamo per tutto il mondo perché ci sia una grande fratellanza. Mi auguro che questo cammino di Chiesa che oggi incominciamo e in cui mi aiuterà il mio cardinale vicario qui presente sia fruttuoso per l'evangelizzazione di questa tanto bella città. E adesso vorrei dare la benedizione. Ma prima vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica. La preghiera del popolo perché chieda la benedizione per il suo vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me.

 

Ma perchè il Papa ha parlato così, perchè si è rivolto a Roma, alla sua città...quasi, dimenticando...il mondo che gli stava praticamente tutto davanti?

Non certamente per provincialismo: alcuni forse l'hanno colto così..ma nolla è più distante dalla realtà.

C'è a mio avviso un motivo, cosicnetemente voluto, per il quale il papa ha utilizzato queste parole, e questo motivo non è stato neppure l'umiltà...francescana.

Il motivo è stato l'ecumenismo.

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Wednesday 13 March 2013

Il gabbiano ed il Conclave: quando i media non sanno cosa dire!

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In queste ore è tanta l'apprensione e l'attesa da parte del mondo cattolico (e non solo) per l'esito del Conclave.

Si stanno ascoltando fiumi di parole: trasmissioni televisive e radiofoniche, dirette web, twitter, facebook...e chi più ne ha più ne metta.

Non c'è dubbio che questo sia davvero il Conclave più mediatico degli utlimi anni.

Chiaramente tutti sono con gli occhi all'insù, per seguire, anche in televisione, l'andamento delle votazioni vaticane. Inoltre moltissimi media stanno coprendo con grande intensità gli eventi in diretta oltre che avere realizato molteplici servizi ed interviste.

Oggi poi un nuovo personaggio si è affacciato sul Conclave, con una dirompenza mediatica...quasi sopra le nuvole: un gabbiano.

Un gabbiano che, non credo di sbagliarmi, sta davvero diventando una star della riflessione mediatica di questo evento sul quale, con buona pace di tutti, non si può che dire una parola che abbia senso: ASPETTARE. Punto.

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Monday 11 February 2013

Benedetto XVI si dimette dal pontificato. Notizia shock e approfondimenti.

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La notizia delle dimissioni, o meglio della rinuncia al Pontificato, di Benedetto XVI, sta facendo il giro del mondo e sta creando molto turbamento nella Chiesa.

Così è stata data, e così ce la riporta il sito Aleteia.org.

Carissimi Fratelli,

vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l'età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell'animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l'elezione del nuovo Sommo Pontefice. Carissimi Fratelli, vi ringrazio di vero cuore per tutto l'amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero, e chiedo perdono per tutti i miei difetti. Ora, affidiamo la Santa Chiesa alla cura del suo Sommo Pastore, Nostro Signore Gesù Cristo, e imploriamo la sua santa Madre Maria, affinché assista con la sua bontà materna i Padri Cardinali nell'eleggere il nuovo Sommo Pontefice. Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio.

 

Non c'è dubbio che la notizia è davvero...la notizia del secolo, anzi, forse, del millennio. Per la novità totale di questo gesto, e per la lucidità con cui questa grandissimo Papa ce l'ha proposta. 

Anche diversi siti ci aiutano a entrare in questo evento, ponendoci domande ed aiutandoci a dare delle risposte.

 

Non un gesto di codardia, non un gesto di affaticamento: ma un gesto responsabile, lucidissimo...che probabilmente solo Papa Ratzinger...poteva fare.

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Thursday 14 April 2011

L’esperimento di Riace

Una risposta positiva al problema dell’immigrazione

di Lucetta Scaraffia

L’arrivo di questa ondata di migranti ha di nuovo messo in moto nell’opinione pubblica italiana il dibattito fra chi li vuole accogliere e chi li vuole respingere. Questo, mentre davanti ai nostri occhi sfilano immagini drammatiche e coinvolgenti, tra speranza e disperazione: da una parte, la madre che ha partorito nel barcone, riuscendo a salvare sé e la piccola, dall’altra i corpi dei molti che muoiono fra le onde, vittime dei trafficanti di esseri umani, oltre che del maltempo e di imbarcazioni fatiscenti.

La Chiesa predica il dovere, che è umano e cristiano, dell’accoglienza nei confronti di chi è più sventurato di noi — che, oltretutto, di lavoratori immigrati abbiamo assolutamente bisogno — ma non sempre è facile tradurre in fatti queste esortazioni. Ci vuole anche un po’ di inventiva, di coraggio e di fantasia. Come quella che hanno avuto gli abitanti di Riace, paese sulla riva ionica della Calabria, composto, come tutti quelli della zona, di un nucleo antico sul cocuzzolo di una collina, lontano dal mare, e di un nuovo abitato in via di espansione lungo la costa (proprio quella dove sono stati trovati i celeberrimi bronzi).

Oggi, il centro antico, che per decenni era stato abbandonato e si stava deteriorando irrimediabilmente, è tornato alla vita. Lo abitano immigrati di varie provenienze, tutti profughi politici, che i cittadini di Riace hanno accolto, a cominciare dai trecento curdi arrivati una decina di anni fa.

Gli immigrati hanno avuto un tetto, qualcosa da mangiare ma anche, cosa ben più importante, un lavoro: all’interno delle antiche mura, infatti, sono nate tante piccole aziende artigianali — ceramica, tessitura, preparazione di prodotti alimentari — dove lavorano, fianco a fianco, italiani e immigrati.

Così chi attraversa questo centro sereno e laborioso vede bimbi di diverse provenienze giocare tra loro, calabresi e africani lavorare insieme; ma anche una rinascita economica che porta benefici a tutti, indistintamente: i bambini nella scuola sono aumentati, rendendo così necessario un numero maggiore di insegnanti e impiegati; gli operatori culturali, che si occupano dell’integrazione e insegnano l’italiano, sono in maggioranza originari del luogo; sono rinate industrie artigianali locali come la tessitura della ginestra e gli abitanti delle case abbandonate del borgo ricevono un affitto, basso, ma comunque guadagnano qualcosa e hanno chi restaura le loro case altrimenti destinate alla rovina. E il finanziamento che il ministero italiano dell’Interno ha stanziato per questo esperimento — 24 euro per immigrato — è servito a dare nuovo impulso anche all’economia locale.

È insomma una situazione nella quale i benefici reciproci sono chiari a entrambe le comunità e la convivenza non risulta difficile, tanto che il paese proprio per questo è diventato un’attrazione turistica. Per valorizzarla, alcune case sono state destinate a ospitalità diffusa nel tessuto urbano ed è stato aperto un ristorante. Sulla sua porta si vede ancora il segno di due proiettili: non tutti a Riace hanno gradito questa rinascita. Ma molte persone e intere scuole vengono a vedere questo miracolo quotidiano, e cercano di capire il segreto di un’accoglienza riuscita.

Il segreto sta certo nella tenacia di Mimmo Lucano, attuale sindaco e animatore del progetto, che interviene continuamente a migliorarlo. Ma sta anche in una iniziativa, nella diocesi dove è stato vescovo amatissimo monsignor Bregantini, nata dal basso grazie a una associazione — Città futura don Puglisi — fondata nel 1999 da ragazzi del luogo intorno alla chiesa parrocchiale e che oggi ha sede in un palazzo del centro antico, vero cuore della vita di Riace.

Certo, il successo dell’esperimento è dovuto anche al numero abbastanza ridotto degli immigrati, al loro essere profughi politici e quindi desiderosi di integrarsi nel nuovo paese, non potendo tornare in patria. Non è facilmente riproponibile in tutte le situazioni: anzi, in qualche modo, proprio le condizioni della sua riuscita mettono in luce le difficoltà che si incontrano in altre situazioni.

Ma il solo fatto che esista una simile realtà, che qualcuno sia riuscito a creare e mantenere questo difficile equilibrio — che dura da più di dieci anni — costituisce un esempio a cui guardare, un caso che fa pensare. Allora, la soluzione del problema immigrati sta forse proprio nell’inventare qualcosa di positivo. Invece di scrollare le spalle con indifferenza.

Saturday 02 April 2011

Nostro contemporaneo

La seconda parte del «Gesù di Nazaret»

Il nuovo libro di Ratzinger-Benedetto XVI rende Gesù di Nazaret nostro contemporaneo. Nel gran disordine che regna sotto il cielo l’irrompere di un libro tanto appassionante accende interrogativi che toccano in profondità le nostre inquietudini. Ciascuno può trovarvi qualche luce per uscirne. Vi si raccontano i tre giorni cruciali dell’esistenza di Gesù, le sue ultime ore di vita scandite dalla passione e morte; l’inizio del tempo nuovo, la risurrezione, vero spartiacque della storia che origina un pensiero alternativo sul futuro del mondo e delle speranze umane.

L’autore è convinto che il confronto positivo con Gesù di Nazaret possa essere una soluzione anziché un problema per l’umanità. La sua indagine è convincente, ragionevole e rispettosa di culture e punti di vista differenti. Interessarsi a Gesù ha senso — si percepisce tra le righe — perché è l’unico risorto della storia, il Vivente immerso in ogni epoca e perciò nel nostro presente; compagno di viaggio affidabile che ci introduce negli orizzonti sconosciuti della vita oltre la morte.

Chiunque volesse capire questo misterioso Signore può calarsi nei giorni finali della sua vita terrena.

Pagina dopo pagina, dalle parole e dai comportamenti di Gesù, il teologo diventato Papa trae i tasselli di una carta d’identità dell’essere cristiano. Da un lato salda l’esperienza del patire, dell’angoscia e della tenerezza del Nazareno con l’insieme del pianto e del dolore smisurati delle vittime di ogni tempo e, dall’altro, ci aiuta a leggere frammenti del mistero del male e della sofferenza non più invincibili dopo la sua agonia nell’orto degli ulivi e l’abbandono sulla croce. La risurrezione di Gesù non è un tardivo volo pindarico dei suoi discepoli delusi che, non potendolo dimenticare, lo trasformarono in mito.

È una realtà veramente accaduta, alla pari della crocifissione e della morte. Mentre però del dolore e della morte che impastano la storia abbiamo una conoscenza sperimentale, della risurrezione abbiamo una conoscenza per fede. Si tratta di una fede ragionevole, ma sempre fede. Anzi, ci ricorda Papa Ratzinger, la fede cristiana è fondata sulla risurrezione. Poiché è strettamente collegata alla croce, la memoria della risurrezione è altrettanto pericolosa per la sapienza umana. Per i discepoli che attendevano un messia regale e vittorioso, la morte di Gesù è stata sconvolgente; la risurrezione, una volta verificata, ne ha cambiato la prospettiva, decidendoli a seguire il Maestro finalmente compreso.

Nel mistero della passione, morte e risurrezione — ci ricorda l’autore — sono racchiuse alcune delle questioni profonde dell’esistenza. E nel processo a Gesù è presente la critica radicale alle politiche basate sull’inganno e la violenza anziché sulla verità. Il destino del mondo si gioca sulla verità, non sulla forza che rimane una soluzione illusoria. Occuparsi di Gesù è occuparsi di tale destino poiché egli è venuto per rendere la più autorevole testimonianza alla verità che la prospettiva cristiana identifica con Dio.

Nello stile dei Padri della Chiesa, Papa Ratzinger non scrive per puro godimento intellettuale, ma offre un libro per la vita. La lettura ci immerge nella profondità del mistero cristiano, svelandoci quanto poco sia conosciuto e gustato. Con la scelta di una interpretazione dei racconti della passione basata sulla storia e sulla fede non contrapposte ma complementari, l’autore conferma la teologia conciliare e pone fine al pregiudizio nei confronti del popolo ebraico accusato nei secoli di deicidio. Nei vari momenti esaminati, dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Benedetto XVI sceglie un linguaggio nuovo e accessibile senza perdere profondità.

Chiama la Chiesa «la comunità dei discepoli» di Gesù; definisce la caritas «premura per l’altro», non un secondo settore del cristianesimo accanto al culto, «ma radicato proprio in esso e ne fa parte». C’è emozione per la lotta tra bene e male nella notte del Getsemani dove Gesù «trascina la natura recalcitrante in alto verso la sua vera essenza» e porta «il travaglio dell’essere uomini in alto verso Dio». L’ascensione è tradotta in una «vicinanza permanente» di Gesù con noi, un «entrare nel mistero di Dio» e un’altra dimensione dell’essere.

Si descrive, infine, la risurrezione, come fenomeno totalmente nuovo, una nuova dimensione dell’essere uomini, una mutazione decisiva, un salto di qualità; un nuovo genere di futuro per gli uomini, una nuova dimensione dell’esistenza umana, inclusa nell’atto di donare la vita. L’amore e la risurrezione — insiste l’autore — sono i due motivi distintivi dell’essere cristiani. La risurrezione come «mutazione» genetica compiuta da Dio in Gesù e promessa a tutti; l’amore come metodo di vita che distingue i figli di Dio e per il cosmo dischiude già ora un futuro di speranza.

c. d. c.

Tuesday 29 March 2011

Dall’abisso del male

Il pellegrinaggio di Benedetto XVI alle Fosse ardeatine — così l’ha voluto definire lo stesso Papa — per rendere omaggio alle vittime dello spaventoso eccidio, che resta indelebile tra i numerosissimi orrori della seconda guerra mondiale, non ha trovato molto spazio nei media. Forse anche per il succedersi incalzante e drammatico di notizie nel panorama internazionale.

Eppure la visita di Benedetto XVI a questo sacrario «caro a tutti gli italiani» — in continuità con quelle di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, e con la volontà di pregare e «rinnovare la memoria» — ha un significato particolare, che rimane. Il loro successore ha infatti compiuto un altro passo nella ricomposizione della memoria di quel conflitto che contribuì a sprofondare il Novecento nell’abisso del male. Come aveva affermato lo stesso Benedetto XVI un mese esatto dopo la sua elezione riflettendo sulle ultime successioni papali.

In questo modo non bisogna forse considerare, aveva detto il nuovo Papa, «il fatto che sulla cattedra di Pietro, ad un Pontefice polacco sia succeduto un cittadino di quella terra, la Germania, dove il regime nazista poté affermarsi con grande virulenza, attaccando poi le nazioni vicine, tra le quali in particolare la Polonia? Entrambi questi Papi in gioventù — seppure su fronti avversi e in situazioni differenti — hanno dovuto conoscere la barbarie della seconda guerra mondiale e dell’insensata violenza di uomini contro altri uomini, di popoli contro altri popoli».

Alla presenza del rabbino capo della più antica comunità della diaspora occidentale, ferocemente colpita dalla persecuzione razziale anche alle Fosse ardeatine, il vescovo di Roma, «città consacrata dal sangue dei martiri», ha voluto incontrare a lungo i familiari delle vittime — cattolici ed ebrei insieme — e ha reso omaggio alla loro memoria, in un luogo vicino alle catacombe e dal quale ancora una volta si è levata la preghiera dei Salmi, con le parole che da molti secoli ebrei e cristiani innalzano all’unico Dio.

Quel Dio al quale, nell’ora delle tenebre, si rivolsero due caduti, come altri in quei giorni, per affermare la fede «in Dio e nell’Italia» e invocare la protezione degli ebrei «dalle barbare persecuzioni». Benedetto XVI ha citato le loro parole, ricordando il centocinquantesimo anniversario dell’unità del Paese e ripetendo che nel Padre di tutti è possibile un futuro diverso. Che non offenda il Nome santo di Dio e l’essere umano, creato a sua immagine.

g. m. v.

Monday 28 March 2011

Da Gerusalemme a Parigi

L’intuizione di Benedetto XVI di un nuovo spazio dove laici e non credenti possano essere accolti con amicizia per condividere con chi crede la ricerca dell’unico Dio sta prendendo forma. Nella visione papale questa proposta è rappresentata dall’immagine del «cortile dei gentili» nel Tempio di Gerusalemme — dove appunto erano ammessi i pagani attratti dalla religiosità ebraica — ed è stata assunta dall’organismo curiale che si occupa del mondo della cultura con originale creatività.

Carica di simboli è stata così la scelta di Parigi — la «città dei Lumi» emblema di quella modernità contraddittoria e drammatica nata dagli ideali e dagli errori della rivoluzione francese — per l’esordio di questa iniziativa. Che senza dubbio è tra le più importanti decise da un Papa tanto mite quanto coraggioso, uomo di fede e teologo profondo, abituato sin da giovane al confronto, soprattutto nel mondo universitario, con chi è al di fuori dei confini visibili della Chiesa.

Uso dunque a esprimersi con parole comprensibili a tutti, Benedetto XVI ha voluto essere presente a Parigi con un messaggio ai giovani riuniti davanti a Notre-Dame, in uno spazio aperto oggi come venti secoli fa era accessibile ai pagani il cortile esterno del Tempio gerosolimitano. Dal grande santuario di un ebraismo sempre più caratterizzato da aspirazioni universalistiche rimanevano però esclusi i non giudei.

A cambiare tutto è stata la venuta di Cristo, quella luce vista da Giovanni che illumina ogni essere umano e ha abbattuto «il muro di separazione» tra ebrei e gentili, e dunque ogni divisione: anche quella tra credenti e non credenti. E perché non fosse reso difficile l’accesso dei pagani allo spazio loro riservato nel santuario di Gerusalemme Gesù aveva cacciato chi di questo luogo si approfittava per lucro. Per questo Benedetto XVI in molti modi si fa capire. Come hanno dimostrato, diversamente ma con straordinaria efficacia, i suoi ultimi due libri.

Ed efficaci per credenti e non credenti sono risuonate a Parigi le sue parole, rivolte ai giovani, ma più in generale alle donne e agli uomini di oggi. Il Papa ha così rinnovato l’invito che nel succedersi dei secoli e sino alla fine dei tempi la Chiesa di Cristo non si è stancata e non si stancherà di rivolgere: di non aver paura di aprire a Dio i cuori e le società. Senza timore di assumere le parole — libertà, uguaglianza, fraternità — che hanno riassunto gli ideali rivoluzionari, tante volte poi brandite con asprezza contro la Chiesa e il cristianesimo, e che pure dal cristianesimo sono nate.

Comuni sono moltissime aspirazioni di credenti e non credenti, per costruire «un mondo nuovo e più libero, più giusto e più solidale, più pacifico e più felice». Allora — dice Benedetto XVI — tra chi crede e chi non crede deve cadere, nel riconoscimento reciproco, ogni diffidenza: Dio non è un pericolo per la società e la vita umana e non lo è naturalmente la ragione, purché non si pieghi agli interessi e all’utilità, come spesso avviene. Per questo il Papa ha invitato i giovani parigini, riuniti davanti a Notre-Dame, senza distinguere tra credenti e non credenti, a non fermarsi nel cortile dei gentili. E a entrare invece nella cattedrale, dove come incenso si alzava la preghiera della sera.

g.m.v.

Friday 25 March 2011

Una rivoluzione femminile

A tre anni dalla morte la prima biografia di Chiara Lubich

di Lucetta Scaraffia

A tre anni dalla scomparsa, è uscita la prima biografia di Chiara Lubich, scritta da Armando Torno per Città Nuova: un libro che sceglie volutamente un tono non agiografico per descrivere quella che è sicuramente una delle più straordinarie esistenze del Novecento. Una narrazione piana, costruita attraverso le testimonianze delle focolarine e dei focolarini che sono stati più vicini alla loro fondatrice. Un racconto che volutamente mette sullo stesso piano le vicende umane e le esperienze mistiche di Chiara; rispettando, in questo modo, il suo carattere riservato, la sua capacità di stare al centro di tutto ma al tempo stesso di scomparire come persona.

Mi è capitato di incontrarla personalmente una sola volta, l’8 marzo di qualche anno fa, al Quirinale, dove era arrivata per ricevere un’importante onorificenza dal presidente della Repubblica italiana. Era entrata sorridendo, come sempre, senza preoccuparsi se nessuno dei presenti dava segno di riconoscerla e di darle onore. A me, che le ero andata incontro emozionata, ha riservato un sorriso timido e dolce, e ha declinato con semplicità ogni mio tentativo di far sapere ai responsabili del cerimoniale che era arrivata.

La biografia rispetta questo suo atteggiamento umile e ritroso, profondamente disponibile al contatto umano ma del tutto indifferente alla notorietà, e alla ribalta che pure le spettava. A tal punto che si coglie l’importanza di Chiara nella storia del Novecento quasi più dalla cronologia comparata, molto ben fatta, che si trova in appendice al volume e che dà conto della ricchezza delle forme di aggregazione da lei create all’interno del mondo cattolico, della sua straordinaria capacità di costruire momenti di incontro e di vero dialogo con esponenti e fedeli di altre religioni, della fecondità spirituale che ha segnato la sua vita interiore.

Una fecondità che ha sempre condiviso con le sorelle e i fratelli più vicini, e poi con tutti coloro che rivelavano disponibilità all’ascolto, consapevole che i tempi in cui si trovava a vivere richiedevano un’immediata condivisione di quanto lei, strumento di Gesù, arrivava a comprendere illuminata dallo Spirito Santo. Illuminazioni che nascevano dalla lettura continua della Sacra Scrittura: «Ogni volta che Chiara apriva il Vangelo vi scopriva la profondità di quelle parole di vita eterna che mai prima aveva trovato».

In questo modo, Chiara ha anticipato quello che la cultura cattolica avrebbe poi scoperto: l’ingresso nel linguaggio spirituale della parola amore, fino a quel momento riservata più che altro ai discorsi mondani; l’idea della spiritualità dell’unità, che si trasforma in una appassionata forma di dialogo tra le religioni e in una risposta alla «notte culturale» dell’umanità. Senza mai preoccuparsi che fosse ricordato il suo ruolo precorritore.

La proposta di una nuova evangelizzazione, secondo le sue parole, «non significa soltanto che il mondo secolarizzato» ne ha bisogno, ma anche che «l’evangelizzazione va fatta in maniera nuova». E alla ricerca di questa maniera nuova dedica tutte le sue energie: gli incontri, anche quelli apparentemente secondari, si trasformano grazie a lei in nuove vie e nuovi progetti, allargando sempre più la rete dei coinvolgimenti nel suo ideale: la santità a portata di tutti. Il suo movimento si apre a tutti gli ambiti, in un’ottica universale, con particolare attenzione alla cultura e ai media, mentre la sua vita interiore dà un nuovo impulso agli studi teologici.

Ma certamente l’aspetto di novità più forte che ha segnato la sua vicenda è proprio il suo essere donna, una donna che dà un accento fortemente femminile a ogni sua opera: basti pensare al nome più conosciuto del movimento da lei fondato (ufficialmente Opera di Maria) che evoca il focolare, spazio tradizionalmente femminile. Comincia circondandosi di donne, che sanno poi aprirsi alla necessaria presenza maschile, e dà disposizioni che a presiedere il movimento sia sempre una donna.

Anche la spiritualità dell’Opera prende una forma femminile, rappresentando la presenza mistica di Maria nella Chiesa. In questo modo, con la sua straordinaria esperienza, Chiara — che parla alle assemblee dei vescovi, è ascoltata dai Papi, viene accolta con gli onori di un capo di Stato nei Paesi che visita — realizza quello che i tempi richiedono anche alla Chiesa: riconoscere l’importanza del ruolo delle donne.

Ma lo ottiene senza rivendicare diritti, senza nessuna asprezza. Lo ottiene dimostrando di sapersi meritare quell’autorità che le viene riconosciuta, come è stato per le grandi sante nella storia della Chiesa. La sua importanza nel cattolicesimo del Novecento è anche la prova di una rivoluzione femminile compiuta nel silenzio e nella modestia. Rimane il compito di prenderne atto.

Wednesday 23 March 2011

Questione di radicalità evangelica

Il celibato sacerdotale

di Mauro Piacenza

Residuo preconciliare e mera legge ecclesiastica. Sono queste, in definitiva, le principali e più dannose obiezioni che riaffiorano nel periodico riaccendersi del dibattito sul celibato sacerdotale. Eppure, niente di questo ha reale fondamento, sia che si guardi ai documenti del concilio Vaticano II, sia che ci si soffermi sul magistero pontificio. Il celibato è un dono del Signore che il sacerdote è chiamato liberamente ad accogliere e a vivere in pienezza.

Se infatti si esaminano i testi, si nota innanzitutto la radicale continuità tra il magistero che ha preceduto il concilio e quello successivo. Pur con accenti talora sensibilmente differenti, l’insegnamento papale degli ultimi decenni, da Pio XI a Benedetto XVI, è concorde nel fondare il celibato sulla realtà teologica del sacerdozio ministeriale, sulla configurazione ontologica e sacramentale al Signore, sulla partecipazione al suo unico sacerdozio e sulla imitatio Christi che esso implica. Solo, dunque, una scorretta ermeneutica dei testi del Vaticano II – a cominciare dalla Presbyterorum ordinis – potrebbe condurre a vedere nel celibato un residuo del passato di cui liberarsi. E una tale posizione, oltre che errata storicamente, teologicamente e dottrinalmente, è anche dannosa sotto il profilo spirituale, pastorale, missionario e vocazionale.

Alla luce del magistero pontificio bisogna anche superare la riduzione, in taluni ambienti molto diffusa, del celibato a mera legge ecclesiastica. Esso, infatti, è una legge solo perché è un’esigenza intrinseca del sacerdozio e della configurazione a Cristo che il sacramento dell’Ordine determina. In tale senso la formazione al celibato, oltre ogni altro aspetto umano e spirituale, deve includere una solida dimensione dottrinale, poiché non si può vivere ciò di cui non si comprende la ragione.

In ogni caso, il dibattito sul celibato, che periodicamente nei secoli si è riacceso, certamente non favorisce la serenità delle giovani generazioni nel comprendere un dato così determinante della vita sacerdotale.

Giovanni Paolo II nella Pastores dabo vobis (n. 29), riportando il voto dell’assemblea sinodale, afferma: “Il Sinodo non vuole lasciare nessun dubbio nella mente di tutti sulla ferma volontà della Chiesa di mantenere la legge che esige il celibato liberamente scelto e perpetuo per i candidati all’Ordinazione sacerdotale nel Rito latino. Il Sinodo sollecita che il celibato sia presentato e spiegato nella sua piena ricchezza biblica, teologica e spirituale, come dono prezioso dato da Dio alla sua Chiesa e come segno del Regno che non è di questo mondo, segno dell’amore di Dio verso questo mondo nonché dell’amore indiviso del sacerdote verso Dio e il Popolo di Dio”.

Il celibato è questione di radicalismo evangelico. Povertà, castità e obbedienza non sono consigli riservati in modo esclusivo ai religiosi. Sono virtù da vivere con intensa passione missionaria. Non possiamo abbassare il livello della formazione e, di fatto, della proposta di fede. Non possiamo deludere il popolo santo di Dio, che attende pastori santi come il curato d’Ars. Dobbiamo essere radicali nella sequela Christi senza temere il calo del numero dei chierici. Infatti, tale numero decresce quando si abbassa la temperatura della fede, perché le vocazioni sono “affare” divino e non umano. Esse seguono la logica divina che è stoltezza agli occhi umani.

Mi rendo conto, ovviamente, che in un mondo secolarizzato è sempre più difficile comprendere le ragioni del celibato. Ma dobbiamo avere il coraggio, come Chiesa, di domandarci se intendiamo rassegnarci a una tale situazione, accettando come ineluttabile la progressiva secolarizzazione delle società e delle culture, o se siamo pronti a un’opera di profonda e reale nuova evangelizzazione, al servizio del Vangelo e, perciò, della verità sull’uomo. Ritengo, in tal senso, che il motivato sostegno al celibato e la sua adeguata valorizzazione nella Chiesa e nel mondo possano rappresentare alcune tra le vie più efficaci per superare la secolarizzazione.

La radice teologica del celibato, dunque, è da rintracciare nella nuova identità che viene donata a colui che è insignito del sacramento dell’Ordine. La centralità della dimensione ontologica e sacramentale e la conseguente strutturale dimensione eucaristica del sacerdozio rappresentano gli ambiti di comprensione, sviluppo e fedeltà esistenziale al celibato. La questione, allora, riguarda la qualità della fede. Una comunità che non avesse in grande stima il celibato, quale attesa del Regno o quale tensione eucaristica potrebbe vivere?

Non dobbiamo allora lasciarci condizionare o intimidire da chi non comprende il celibato e vorrebbe modificare la disciplina ecclesiastica, almeno aprendo delle fessure. Al contrario, dobbiamo recuperare la motivata consapevolezza che il nostro celibato sfida la mentalità del mondo, mettendo in crisi il suo secolarismo e il suo agnosticismo e gridando, nei secoli, che Dio c’è ed è presente.

Tuesday 22 March 2011

L’orso del Papa

Alla dedicazione della parrocchia romana di San Corbiniano — una liturgia esemplare per la cura e la partecipazione dei fedeli, tra i quali tantissimi bambini — erano presenti ben tre successori del fondatore della diocesi di Frisinga: oltre a Joseph Ratzinger, oggi Papa con il nome di Benedetto XVI, i cardinali Friedrich Wetter e Reinhard Marx. Un fatto eccezionale, che il parroco ha sottolineato nel suo caloroso saluto iniziale.

Nell’omelia il vescovo di Roma, successore del primo degli apostoli, ha improvvisato una breve riflessione su questo monaco francese attratto dalla vita contemplativa che scese a Roma per fondarvi un monastero. Ma qui la sua vita cambiò in modo inatteso: il Papa lo ordinò vescovo per la Baviera, dove la popolazione «voleva farsi cristiana, ma mancava gente colta, mancavano sacerdoti per annunciare il Vangelo».

Una scelta, quella di Gregorio ii, che si rivelò di universalità — il santo infatti «collega la Francia, la Germania, Roma», ha sottolineato il Papa — e nello stesso tempo di unità: Corbiniano ci dice che «la Chiesa è fondata su Pietro» e che era la stessa «come oggi». Per una ragione molto semplice: Cristo è lo stesso, «la Verità, sempre antica e sempre nuova, attualissima, presente, e apre la chiave per il futuro».

Parlando ai fedeli Benedetto XVI ha accennato all’orso che ha scelto di collocare nel suo stemma, episcopale e poi papale. Joseph Ratzinger ne aveva scritto per la prima volta nel libro autobiografico, tanto piccolo quanto prezioso, che pubblicò nel suo settantesimo anno e dove raccolse i suoi ricordi sino alla consacrazione episcopale. Raccontando come all’animale che aveva sbranato il cavallo di Corbiniano, in viaggio per Roma, fu imposto dal monaco di portare il suo fardello.

Ratzinger, sulla traccia del prediletto Agostino, spiegava che quel peso — il carico episcopale di chi «tira il carro di Dio in questo mondo» — venne imposto a Corbiniano e al vescovo africano, attratti entrambi dalla contemplazione e dallo studio. «Ma proprio in questo modo io ti sono vicino, ti servo, tu mi hai nella mano», concludeva il cardinale ormai a Roma. Affidandosi all’unico Signore, come ogni giorno fa Benedetto XVI. Che resta sempre affezionatissimo al suo orso.

g. m. v.