venerdì 27 gennaio 2012

Ecco perché la Chiesa vive di dialogo e misericordia invece di puntare il dito, di lanciare anatemi e di accendere roghi (una pagina formidabile su Gesù: leggetela!!!)

Sono rimasto folgorato! Federico Ferraù, del sussidiario.net, ha fatto un’intervista a Tat’jana Kasatkina, studiosa di letteratura russa, tra i maggiori esperti al mondo di Fëdor Dostoevskij.

Potete leggerla tutta sul sito del Sussidiario. Ma qui ne trascrivo un brano sulla “leggenda del grande Inquisitore”, perché mi pare di eccezionale bellezza.

Domanda – Gesù (nella “leggenda del Grande inquisitore” di Dostoevskij) non dice parola, ma alla fine bacia il vecchio. Qual è la sua lettura di questo artificio finale dello scrittore?

 Risposta – Qui si commette sempre un errore fondamentale. Perché Cristo non tace: al contrario, dice due sole parole, importantissime: talità kumi, «fanciulla, alzati». Le si può capire solo in relazione all’inizio di questo straordinario capitolo, che ha un andamento circolare.

All’inizio della «Leggenda» Ivan racconta della madre di Gesù, che si getta in ginocchio davanti a Dio implorandolo di perdonare tutti i peccatori senza eccezione. Quando Dio le mostra i piedi e le mani trafitti del Figlio, chiedendole: Come faccio a perdonare i suoi carnefici?, lei ordina a tutti i santi e gli arcangeli di mettersi in ginocchio con lei e di pregare per tutti.

È questo il vero inizio della Leggenda, che finisce col bacio di Cristo. Le due parti parlano della stessa cosa: del fatto che Cristo non ha nemici. Cristo torna sulla Terra per cercare l’umanità come figlia e come sposa. Perciò, quando dice «fanciulla, alzati» non lo sta dicendo solo alla ragazza che giace davanti a lui, ma a tutta l’umanità e a tutta la Chiesa.

Domanda – Compreso l’inquisitore?

Risposta –  Sì, perché egli non è solo un avversario, ma anche un membro del corpo di Cristo che è la Chiesa. Anche lui «è» questa fanciulla che Cristo è venuto a risvegliare. Per questo, alla fine, lo bacia.

Il grande inquisitore lotta contro Cristo, ma Cristo non lotta contro il grande inquisitore; il bacio vuol dire che Cristo è venuto per adottare i propri nemici, per diventare loro fratello. Noi possiamo essere nemici di Cristo, ma egli non può essere nostro nemico. Si può aggiungere: i veri cristiani non hanno nemici; possono combattere solo per qualcosa, mai contro.

Domanda – Che cosa rappresenta per lei questo testo?

Risposta – Ha chiarito definitivamente in me una domanda che avevo sul senso della salvezza. Sappiamo che si salverà chi percorrerà la «via stretta», non la «via larga». Ma le spiegazioni che ho sentito per queste espressioni non mi hanno mai soddisfatto, fino a che non ho trovato la risposta nella «Leggenda». Ognuno deve andare a Cristo seguendo la strada che è fatta solo per lui. La via larga mi pare quella delle regole comuni, mentre la via stretta è quella che appartiene solo a me come singolo. Nessuno può fare la mia strada, come io non posso fare quella di un altro.

Domanda – Perché la «Leggenda del grande inquisitore» è sempre attuale?

Risposta – Perché non siamo ancora compiutamente cristiani.

Mio commento finale:  non vi pare che dobbiamo tutti meditare su queste parole?

Un grazie a Federico Ferraù e al Sussidiario.net

Antonio Socci

venerdì 27 gennaio 2012 17:06

CEI: nulla in contrario a modifiche su ICI

La Conferenza Episcopale Italiana (CEI) non ha nulla in contrario affinchè siano analizzate, ed eventualmente cambiate, alcune norme circa l'applicazione dell'ICI (o IMU...come la si voglia chiamare) agli enti ecclesiastici.

«Può essere utile la correzione di qualche aspetto della legge che riguarda le esenzioni sull'Ici, da parte nostra non c'è alcuna riserva o contrarietà», l'importante è che si conservi il carattere di sostegno e aiuto da parte del settore no profit «alle fasce sociali più deboli».

È quanto ha affermato infatti questa mattina il Segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata, nella conferenza stampa conclusiva dedicata ai lavori del Consiglio episcopale permanente svoltasi nella sede della Radio Vaticana.

Inoltre è stata ricordata una cosa molto importante, sulla quale certa stampa nei mesi scorsi ha fatto, usiamo un eufemismo, un po' di confusione.

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venerdì 27 gennaio 2012 10:26

Fede e scienza dentro il tunnel

cern-comitato-progetto-culturale-cei.jpgPeter Higgs, che ha ‘inventato’ l’inafferrabile bosone, non sopporta che lo chiamino ‘la particella di Dio’, eppure all’interno del Lhc, il grande acceleratore del Cern che sta dando la caccia alla particella più sfuggente dell’univer­so, molto parla del Creatore. A mag­gior ragione da quando il centro eu­ropeo di ricerca nucleare è diventa­to la méta di uomini di chiesa. Una visita privata, quella organizzata ieri dal fisico italiano Ugo Amaldi, destinata ad aprire un dialogo tra due mondi che, a centinaia di anni dal processo a Galileo e malgrado gli sforzi di revisione storica, ancora si guardano con sospetto. «Per tanto tempo, la Chiesa è stata alma mater della scienza – raccontava il cardi­nale Camillo Ruini uscendo dal tun­nel sotterraneo del Large Hadron Collider –; da Galileo in poi si è regi­strato un grave ritardo, ma nel con­trapporre scienza e fede c’è stata u­na forzatura, sottolineando le di­stanze e non le sinergie».

Se si consi­dera che il sincrotrone di 27 chilo­metri realizzato da venti Paesi per scoprire l’origine della materia e confermare o smentire il Modello Standard su cui si regge la fisica del­le particelle, costituisce l’opera scientifica più grande del mondo, la visita del Comitato per il progetto culturale della Cei, accompagnato dal rappresentante della Santa Sede presso l’Onu, monsignor Silvano Tomasi, rappresenta un passo ‘esplo­rativo’ di una certa importanza. E suggestivo: «In questi grandi labora­tori – ha commentato monsignor I­gnazio Sanna, teologo e arcivescovo di Oristano – si sente la ricerca di un contatto primordiale con il Creatore che portò alla costruzione delle grandi cattedrali cattoliche. L’espe­rienza di tanti giovani di tante na­zionalità che lavorano insieme è un grande esempio di pace». E commo­vente: «Vedere di cosa sia capace l’uomo – ha ammesso il cardinale Angelo Scola – è un clamoroso se­gno di speranza». E incoraggiante: «I giovani che lavorano con Fabiola Gianotti sul bosone di Higgs – ha proseguito l’arcivescovo di Milano – hanno una media di 28 anni e que­sto ci dice che i ragazzi hanno anco­ra il senso del rischio legato alla pas­sione per il sapere. Dobbiamo in­contrarli dove vivono i loro interes­si ».

Una giornata a cento metri di profondità, tra macchine costruite per riprodurre il vuoto lunare e il freddo cosmico, apparecchi che creano il ‘fluido perfetto’ e rilevato­ri in grado di scattare ad ogni secon­do milioni di fotografie alle particel­le elementari. Ruini e Scola, Tomasi e Sanna, il paleoantropologo monsi­gnor Fiorenzo Facchini e il demo­grafo Gian Carlo Blangiardo, i filosofi morali Francesco Botturi e Paola Ricci Sindoni, la preside di Psicolo­gia della Cattolica Eugenia Scabini, il giurista Francesco D’Agostino, il filosofo Sergio Belardinelli e il diret­tore di Tvsat 2000 Dino Boffo si sono confrontati con la culla del naturali­smo, interrogandone la struttura an­cipite. A guidarli Amaldi, anch’egli membro del comitato, uno dei più noti fisici italiani, già coordinatore di un esperimento del Lep e da un ventennio impegnato con la fonda­zione per adroterapia oncologica Tera, a trasferire il know how del Cern nella lotta contro i tumori (l’ul­timo nato è il centro Idra pediatri­co): «Uno scienziato – ha spiegato – può interpretare la realtà esclusiva­mente attraverso il dato naturale, re­legando l’uomo in un ruolo margi­nale, oppure può credere che esista un Creatore che mantiene nell’esse­re la natura com’è, creata e libera di evolversi, affinché vi si sviluppino forme di intelligenza sempre più complesse, fino alla condizione u­mana che è abitata dal libero arbi­trio e dall’anima. Questa visione non è in contrasto con il metodo scientifico: purtroppo la nostra so­cietà è imbevuta di questo naturali­smo che afferma che tutto è solo na­tura, mentre il naturalismo aperto al trascendente ha un minore appeal».

Riflessioni di spessore filosofico e teologico su cui il Comitato sta di­scutendo. «Noi cristiani abbiamo sempre parlato di liber naturae e di liber scripturae – ha detto Scola – e San Paolo sosteneva che i Romani non potessero essere giustificati perché avrebbero dovuto riconosce­re la presenza di Dio dal creato». Il porporato ha parlato anche di un ‘ripensamento’ teologico sulla base della «trama meravigliosa dei risul­tati che queste scienze ci danno; di­versamente, il tentativo di relegare Cristo al di fuori del creato risulta fa­cile », giungendo ad auspicare «una teologia meno separata». Per Ruini «nulla implica che lo studio della natura precluda una dimensione di­versa. Tommaso d’Aquino introdus­se il concetto di media via per risol­vere la grande questione del rappor­to tra il cristianesimo e il pensiero a­ristotelico. Tommaso è ancora attua­le. Aggiungo che le scienze aiutano gli epistemologi e i filosofi a studiare il funzionamento dell’intelligenza u­mana, come mi insegnava Bernard Lonergan». A due passi, il direttore della ricerca del Cern Sergio Berto­lucci: «Scienza e fede sono mosse dallo stesso desiderio di ricerca», ha assicurato. Poi tra il serio e il faceto: «Al Cern non produciamo atei».

Paolo Viana – Avvenire, 27 gennaio 2012

venerdì 27 gennaio 2012 08:55

Biffi convince il Papa. Un siriano a Venezia

La spinta decisiva l’ha data il cardinale Giacomo Biffi. Ha pesato molto il parere dell’emerito di Bologna nella scelta fatta dal Papa (la nomina sarà comunicata a giorni) del nuovo patriarca di Venezia: tre degli ultimi sette pontefici italiani (Pio X, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo I) sono stati eletti in conclavi in cui erano entrati come cardinali di Venezia.

La scelta del Papa è Francesco Moraglia, vescovo di La Spezia, 59 anni, genovese, fine teologo in dogmatica ordinato sacerdote dal cardinale Giuseppe Siri.

Pubblicato sul Foglio venerdì 27 gennaio 2011

venerdì 27 gennaio 2012 06:23

In memoriam

Oggi si celebra la Giornata della Memoria della Shoah, lo sterminio sistematico degli ebrei perpetrato dai nazisti. C’è sempre il rischio, in queste circostanze, di scadere nella ripetività, nel trasformare in cerimonia la memoria.

Come europei, che vivono nel Vecchio Continente, cioè nel cuore di quella che fu la civiltà cristiana, nel continente in cui quell’indicibile barbarie ha potuto essere perpetrata, credo dobbiamo imparare a guardare all’esempio, al coraggio, all’amore e alla testimonianza autenticamente evangelica di quei cristiani che misero a repentaglio la loro vita – e in alcuni casi la persero – per cercare di salvare le vittime innocenti della persecuzione.

Quei “giusti” che è importante ricordare, perché solo guardando alla luce di quelle perle spesso nascoste di bene possiamo stare di fronte all’abisso del male, a quella tragedia avvenuta nel cuore dell’Europa solo settant’anni fa.

giovedì 26 gennaio 2012

Quei tesori da «vedere»

È facile essere d’accordo con la politica di liberalizzazioni che è stata avviata. Sono infatti molte le ragioni che portano tanti ad avere uno sguardo fiducioso, generoso e simpatetico nei confronti dell’operato del Governo Monti, comprese le liberalizzazioni, necessarie in un’Italia bloccata da troppi interessi di parte che finiscono per diventare «male comune». Ma proprio per questo sguardo complessivo positivo è importante portare l’attenzione su una domanda di fondo, che riprende discorsi già impostati su queste pagine: quale idea di modello economico e sociale per l’Italia di oggi e di domani ha in mente questo governo?

Liberalizzare un sistema economico significa, in estrema sintesi, aumentare il peso del mercato all’interno della vita civile. L’Italia ha sempre avuto meno mercato dei Paesi anglosassoni (Inghilterra e Usa in particolare), perché il posto del mercato lo hanno occupato non solo uno Stato spesso inefficiente e ipertrofico, ma anche la famiglia e le comunità. È, infatti, questa terza dimensione, che possiamo chiamare «società civile di tipo comunitario», che caratterizza il modello italiano, e in un modo più marcato degli altri Paesi europei di cultura latina. È, il nostro, un modello diverso dal capitalismo americano, ma anche da quello dei Paesi scandinavi, poiché in questi due modelli la dimensione comunitario-familiare è di fatto relegata nella sfera privata delle persone, senza che le venga riconosciuta la natura di principio e di ambito di carattere pubblico e politico. Nelle politiche economiche che stiamo osservando, allo stato delle cose, non è purtroppo chiaro quale sia la visione relativa a questa terza dimensione, che, giova ripeterlo, è una colonna della nostra identità e storia, e che ha anche importanti effetti economici. Anche se le categorie culturali per "vedere" questa dimensione dell’Italia ci sono – ci sarebbero – si ha come l’impressione che la cura che si sta approntando per il malato Italia potrebbe essere applicata a qualsiasi altro Paese: dall’Argentina alla Finlandia. Se invece si vedesse davvero questa terza dimensione, ad esempio, si dovrebbero considerare diversamente le varie realtà del cosiddetto Terzo Settore. Innanzitutto, si capirebbe che le cooperative o le imprese sociali sono imprese a tutti gli effetti, poiché la cosiddetta economia sociale o civile in Italia non ha la stessa funzione – e, quindi, natura – del non-profit anglosassone.

Il Terzo Settore italiano ha essenzialmente una natura produttiva, non redistributiva come nel modello filantropico-restitutivo degli Usa. In Italia la cooperazione, la finanza etica, il commercio equo, il variegato mondo dell’economia comunitaria è la fioritura moderna della cultura civile che ha prodotto i Monti di Pietà nel Quattrocento, e poi le casse rurali e di risparmio, e quindi la cooperazione di produzione, rurale, di consumo. Oggi come ieri, l’economia civile è l’espressione economica di questa terza dimensione civile-comunitaria del nostro modello di sviluppo. Ma, di questi tempi, quando si sente parlare di impresa è forte l’impressione che nel Governo, in Parlamento e sui giornali ci sia chi ha in mente soltanto l’impresa capitalistica – grande, media o piccola – e che si collochi nel mondo del "sociale" o del "volontariato" quell’altra miriade di soggetti economici che pure creano ricchezza, valore aggiunto e posti di lavoro (oggi più di un milione), attingendo proprio alla nostra vocazione comunitario-famigliare. Occorre, invece, tenere ben presente che l’impresa tradizionale non potrà più creare posti di lavoro come prima della crisi, né, tantomeno, potrà farlo lo Stato. In simili momenti è stata la società civile che ha inventato nuovi lavori e nuova ricchezza (si pensi, ancora, alla cooperazione tra Ottocento e Novecento); qualcosa di simile dovrà avvenire anche oggi, purché il Governo lo veda e agisca di conseguenza anche sul piano fiscale.

È in questo contesto culturale ed economico più generale e profondo che va anche inserita la valutazione della liberalizzazione dell’orario degli esercizi commerciali.

Gli effetti di breve periodo di questa forma di liberalizzazione (diversa dalle altre, ripeto, necessarie e opportune), possono forse essere benèfici per i consumi e quindi per il Pil, anche se, dobbiamo ricordarlo, uno stile di vita centrato sull’aumento dei consumi è la malattia del nostro modello, non la cura. Ma ciò che è certo è che nel medio periodo (3-5 anni) scompariranno tutti quei negozi a conduzione famigliare che già soffrono da decenni, e che da domani non potranno certo tenere il passo di chi ha forza e capitali per gestire personale per turni "24h/7g". È il modello del grande-lontano-anonimo che prenderà sempre più piede, come sta già accadendo nei Paesi anglosassoni. Ma il piccolo-vicino-personale non è soltanto sinonimo di prezzi più alti, è anche espressione di un modello economico-civile che fa parte del nostro Dna borghigiano e cittadino, di città che si chiamano Offida e Lodi, non Miami né San Francisco. E che fa sì, tra l’altro, che i centri storici siano ancora (sebbene con fatica) abitati da persone e da incontri e non solo da uffici, e che gli anziani possano trovare merci e persone sottocasa.

Rendere possibile la vita sia alla grande distribuzione organizzata sia al negozio a conduzione famigliare non è buonismo né nostalgia, ma è questione di democrazia e di libertà, che vivono e si alimentano della biodiversità, anche nelle forme di imprese e di negozi. Trovare un negozio chiuso, magari la domenica, ci ricorda che il mercato è un pezzo di vita, non tutta, che esistono dei limiti al commercio e al consumo, che dietro quelle serrande ci sono non solo merci ma persone, e che i tempi del mercato e del lavoro – come ancora una volta ci ha ricordato lunedì il cardinale Bagnasco – vanno iscritti all’interno dei tempi del vivere e della festa, e non viceversa.

giovedì 26 gennaio 2012 23:00

La memoria è vita

Sacralizzazione dello sterminio, abusi e sfruttamento della memoria: così sono andate moltiplicandosi negli ultimi anni le critiche alla celebrazione del 27 gennaio. Già nel 1998 lo scrittore tedesco Martin Walser aveva dichiarato la «inutilità di ricordare Auschwitz». È emersa a poco a poco una corrente che, mentre rivendica un sano oblio, ammonisce a non cadere in quella che persino il filosofo Paul Ricoeur ha definito la «trappola del dovere della memoria». Dietro queste posizioni non è difficile scorgere un’insofferenza verso un capitolo del passato che avrebbe dovuto essere chiuso già da tempo, sigillato forse da un perdono assolutorio.

La questione, tuttavia, è più complessa. Non solo perché aggressiva è divenuta la mobilitazione di coloro che negano le camere a gas e i forni crematori. La certezza che il ricordo della Shoah avesse permeato le coscienze si è andata erodendo. Man mano che si sono diffuse le celebrazioni della memoria, che si sono inaugurati in gran pompa i musei, la propensione a stigmatizzare gli ebrei si è rafforzata. Non è un paradosso. Il senso di colpa è stato consegnato ai monumenti inerti, mentre, senza troppi scrupoli, e nel rispetto della moralità, si è potuto escludere di nuovo il popolo ebraico. Già mettendone sotto accusa la memoria.

"Condannati" alla conservazione morbosa nei musei, gli ebrei non hanno diritto di esistere se non per la sofferenza subita. Come se la dignità fosse nell’aver perduto la dignità, calpestata nel campo di sterminio, come se la legittimità potesse derivare solo dalla condizione di vittima. L’unico ebreo riconosciuto è allora la vittima anonima, non l’ebreo che è nella vittima. L’Occidente sembra celebrare il popolo disfatto, annientato e nullificato, nell’istante stesso in cui ignora quello vivo.

Ma sbaglia chi accusa il popolo ebraico di profittare della memoria per perseguire i propri interessi, perché al contrario è il ruolo della vittima che impedisce di riacquistare dignità. Senza considerare che l’accusa è una contraddizione: da un canto si rimprovera agli ebrei di installarsi nel ruolo delle vittime, dall’altro, quando tentano di uscirne, vengono tacciati di essere aggressori. Proprio perché gli ebrei sono stati disumanizzati nei campi di sterminio, è forte la tentazione di collocare Israele nel campo dell’inumano. Ma dopo le rampe di Auschwitz le non-persone hanno ritrovato una dignità umana che non può più essere pregiudicata. È bene allora sottolineare che il ricordo non è scontato. E la narrazione della Shoah non può essere né ridotta a un accumulo di documenti, né tanto meno affidata ai musei. Piuttosto deve essere racconto vivo e condiviso. Anche a questo ci richiama la Giornata della memoria. Lo sterminio degli ebrei d’Europa è stato infatti il risultato estremo di una politica del crimine, che non è passata e superata. Lo conferma la contestazione postuma del martirio da parte dei pretesi "revisori della storia". Perciò della Shoah devono essere scrutate le possibilità occulte e inquietanti che la modernità sarebbe ancora in grado di riservare.

Non è un caso che i negazionisti traggano profitto da una politica nazionalistica che parla di «espulsioni» e «rimpatri», che ha il gusto per il marchio e lo statuto speciale, che punta l’indice contro l’immigrato, il clandestino, lo straniero. Come ha detto più volte Emmanuel Lévinas, l’antisemitismo è l’archetipo di ogni internamento.

giovedì 26 gennaio 2012 23:00

Il Rosario e il Volto

Ma qual è, in fondo, il vero scandalo? Su quale pietra inciampa veramente l’uomo che cerca di andare per il mondo sentendo al suo fianco la presenza di Dio? Martedì sera, mentre attorno al Teatro Franco Parenti si celebravano riti di riparazione per la messa in scena del discusso spettacolo Sul concetto del Volto nel Figlio di Dio, a pochi chilometri di distanza, in una parrocchia alla periferia di Milano, un gruppo di fedeli recitava il Rosario per la guarigione di una giovane madre, malata di tumore. Stessi gesti, stesse parole, grosso modo lo stesso numero di persone impegnate a pregare in una sera d’inverno. E qui ci fermiamo, perché non si tratta di distribuire torti e ragioni.

Anzi, uno dei tratti distintivi del credente dovrebbe essere la consapevolezza che il giudizio è prerogativa anzitutto divina, specie quando si affrontano questioni che riguardano l’intenzione e la profondità delle coscienze.

Quella che conta, al contrario, è la domanda iniziale: qual è, agli occhi dell’uomo, il vero scandalo? Il dolore dell’innocente (perché questo ha di straordinario, il dolore: restituisce innocenza a chi patisce) oppure il gesto artistico che tenta, in modo sempre imperfetto e talvolta persino fallimentare, di rappresentare quello stesso dolore? La sofferenza è un abisso che non si illumina mai del tutto, come testimoniano molte pagine della Scrittura, dall’invettiva di Qoelet fino al grido di Gesù che, sulla croce, sembra addirittura lamentare l’abbandono da parte del Padre. Anche un gigante come Dostoevskij, quando si inoltra in quella tenebra, impugna un lumicino pericolante e lascia, da ultimo, che siano le ombre ad avere la meglio, salvo far trapelare – magari da una delle tante porte sconnesse che si incontrano nell’Idiota o in Delitto e castigo – un filo di luce che richiami l’estrema possibilità della speranza. Diciamolo con parole più semplici: è l’esperienza del dolore che, nella maggior parte dei casi, induce l’uomo alla bestemmia.

La piaga, non la sua rappresentazione. Il male che tocca la carne, secondo la sfida che Satana lancia al Signore nella vicenda misteriosa di Giobbe, è il vero male, al quale letteratura e pittura, poesia e teatro, cinema e fotografia riescono tutt’al più ad alludere. È un centro terribile e vitale, che non può essere disgiunto dalla bellezza stessa dell’umanità. È, in definitiva, il carico che Cristo ha assunto su di sé nell’Incarnazione, per innalzarlo poi sul Golgota nella Passione. Si crede o non si crede al cospetto di questo che è lo scandalo autentico e che appartiene – sia pure in modi e per occasioni differenti – alla storia di ciascuno. L’arte, anche in questo, fa quello che può e agisce, semmai, come strumento di riconoscimento e di autocomprensione: un’opera mi convince oppure mi irrita tanto quanto riesce a ripetere in me qualcosa di quello che ho conosciuto.

Non si tratta di scegliere tra i due Rosari, dunque, né di contrapporli l’uno all’altro. Si prega nella convinzione che tutte le preghiere salgano al Cielo allo stesso modo e ci si affida a Maria perché, nella sua maternità, saprà lei come amministrare il potere di intercessione. Ma se un miracolo ci dev’essere, noi tutti vorremmo che fosse per la vita dell’uomo, nel quale Dio stesso manifesta la propria gloria, in un Volto il cui splendore nulla, su questa terra, ha la forza di scalfire.

giovedì 26 gennaio 2012 17:00

Diario Vaticano / Viganò, l'intoccabile

L'attuale nunzio a Washington non sopporta d'essere stato cacciato da Roma. E reagisce contro il suo arcinemico, il cardinale Bertone. In curia ha molti sostenitori. E lo scontro lambisce il papa

giovedì 26 gennaio 2012 15:04

Affari cardinali, le cordate in lotta della finanza color porpora. Sanità, Ior e nomine eccellenti. Il ruolo di Sodano e quel consiglio al Papa di tenersi il “ripulitore” Viganò

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Il comitato permanente dell’Istituto Toniolo, la “cassaforte” dell’Università Cattolica e dell’ospedale Gemelli, si riunisce domani per sancire l’entrata del cardinale Angelo Scola tra i suoi membri.

L’arcivescovo di Milano prende il posto del notaio Giuseppe Camadini, storico rappresentante del cattolicesimo bresciano e della sua “finanza bianca”, recentemente dimessosi assieme all’economista Alberto Quadrio Curzio.

L’entrata ufficiale di Scola è significativa non soltanto perché porterà presto il nuovo arcivescovo di Milano ad assumere la presidenza dell’Istituto al posto del cardinale Dionigi Tettamanzi, ma anche perché affossa definitivamente le aspirazioni del Vaticano che intendeva portare alla presidenza del Toniolo un suo uomo di fiducia, l’ex presidente della Corte costituzionale Giovanni Maria Flick.

Il piano del Vaticano era ambizioso: conquistare il Toniolo e insieme l’ospedale Gemelli, unendo in un unico polo d’eccellenza anche il San Raffaele, il Bambin Gesù e la Casa Sollievo di San Giovanni Rotondo.

Al progetto stavano lavorando, con la supervisione del segretario di stato Tarcisio Bertone, il manager Giuseppe Profiti, il presidente dello Ior Ettore Gotti Tedeschi e l’industriale Vittorio Malacalza, colui che più di altri avrebbe dovuto impegnarsi economicamente.

Tra i primi a sfilarsi c’è stato Malacalza il quale, a poche ore dalla morte di don Luigi Verzé, disse a chi gli chiedeva se la cordata era ancora decisa a restare dentro il San Raffaele: “Forse non ne saremo degni”. Il più lesto a cogliere il cambiamento di rotta è stato Flick il quale, svanita la possibilità di entrare nel Toniolo, è riuscito a divenire presidente del cda del San Raffaele legandosi a stretto giro con l’altra cordata, quella dell’imprenditore della sanità Giuseppe Rotelli che coi suoi 405 milioni di euro si è aggiudicato l’ospedale.

Quanto accaduto all’interno del Toniolo e del San Raffaele non è altro che la coda di una battaglia più ampia che si sta giocando tra le pieghe del mondo cattolico e dello stesso Vaticano. Una battaglia per il potere. Le mire di Bertone sulla stanza dei bottoni ambrosiana sono state stoppate non soltanto dai pareri negativi di Scola e del presidente dei vescovi italiani Angelo Bagnasco, ma anche da una nota scritta fatta pervenire in appartamento papale dal cardinale Attilio Nicora, presidente dell’Aif, la nuova authority incaricata di controllare l’attività finanziaria di tutti gli enti del Vaticano, sentito il parere dell’amico porporato bresciano Giovanni Battista Re, ex capo dei Vescovi. Il parere dei quattro porporati è pesato parecchio e alla fine ha convinto il Papa il quale, tra l’altro, vedeva nell’operazione anche un intoppo giuridico: lo Ior non può, per statuto, impegnarsi in un’operazione del genere.

Bertone e i suoi fidati imprenditori da una parte, Scola, Bagnasco e il mondo legato alla finanza ambrosiana cosiddetta “bianca” dall’altra. Il Papa nel mezzo a cercare quelle soluzioni più giuste ed eque per tutti. E un ruolo significativo che viene giocato anche dal segretario particolare del Papa, monsignor Georg Gänswein, che quasi quotidianamente ha dovuto raccogliere notizie, sentire pareri, fare da filtro con il Pontefice.

Diverse le lettere arrivate sul suo tavolo contro Bertone, non tutte anonime. Ieri, all’interno del programma d’inchiesta “Gli intoccabili”, in onda su La7, è stato il giornalista Gianluigi Nuzzi a svelare una lettera di qualche mese fa scritta dall’attuale nunzio negli Stati Uniti, Carlo Maria Viganò. Il presule, allora numero due del Governatorato, non cita il San Raffaele e nemmeno il Toniolo ma parlando di “corruzione” all’interno del Vaticano chiama in causa, seppur indirettamente, il segretario di stato, reo, quantomeno, di un omesso controllo su coloro che all’interno della Santa Sede rubano gonfiando i costi degli appalti.

Le finanze del governatorato, prima del suo arrivo, erano un buco nero, nel 2009 perdevano 8 milioni di euro: in Vaticano venivano fatte lavorare sempre le stesse ditte, che gonfiavano i costi per l’edilizia e l’impiantistica. Su tutti viene citato un caso: il presepe montato nel Natale del 2009 in piazza San Pietro, costato alle casse della Santa Sede 550 mila euro.

Viganò cita i cardinali Velasio De Paolis, Paolo Sardi e Angelo Comastri come persone da lui informate. Dice che della “corruzione” ha parlato con Bertone senza però ricevere l’aiuto che sperava. E dice al Papa di essere preoccupato: Bertone gli aveva promesso la guida del governatorato una volta che l’allora presidente, il cardinale Giovanni Lajolo, fosse andato in pensione, ma alle parole non sono seguiti i fatti. Perché Viganò non viene promosso nel posto che gli è stato promesso? A suo dire per un solo motivo: per bloccare l’opera di pulizia iniziata dentro il Vaticano. Una tesi sostenuta anche da altri cardinali di curia, tra questi l’ex nunzio a Washington Agostino Cacciavillan, uomo del cardinale decano Angelo Sodano. Cacciavillan si è speso personalmente sconsigliando al Papa l’allontanamento di Viganò.

Difficile dire quali conseguenze il Papa deciderà di trarre da tutta questa vicenda. Per molti tutto questo fango potrebbe pregiudicare la posizione di Bertone in sella alla segreteria di stato vaticana, tenuto conto anche del fatto che il prossimo dicembre egli compirà 78 anni, la stessa età che aveva il suo predecessore Angelo Sodano quando il Papa accettò le sue dimissioni. In realtà le dimissioni di Bertone sembrano lontane: è improbabile che Benedetto XVI decida di privarsi di colui che un anno dopo l’elezione al soglio di Pietro ha scelto quale suo uomo di fiducia anche in virtù di un conclave in cui il cardinale di origini piemontesi ha giocato un ruolo decisivo. Già lo scorso agosto un “corvo” aveva provato a fare lo scalpo a Bertone. Sul tavolo del segretario di stato vaticano arrivò una missiva anonima che si apriva con una minacciosa citazione di don Giovanni Bosco, fondatore dei Salesiani, la congregazione a cui appartiene Bertone: “Grandi funerali a corte!”. Con queste parole il santo torinese preannunciava lutti a Vittorio Emanuele II nel caso il regno piemontese avesse continuato con le politiche di confisca dei beni della chiesa.

L’anonimo estensore della missiva mostrava di essere informato sulle vicende della curia, tanto che accusava Bertone di non saper decidere e di scegliere i collaboratori sulla base delle sue simpatie personali. Faceva riferimento alla decisione presa di trasferire Viganò, allontanandolo dal Vaticano.

Ma l’estensore della lettera ometteva un particolare non secondario: lo spostamento di Viganò dal Vaticano a Washington non è stata una decisione unilaterale di Bertone. E’ stata una nomina firmata dal Papa. E’ lui ad aver voluto la promozione di Viganò. E’ lui ad aver scelto Bertone, nonostante già nei primi mesi successivi al suo arrivo in segreteria di stato in molti dicessero: “Non ha la stoffa per fare il segretario di stato. Troppo poco diplomatico”.

Pubblicato sul Foglio giovedì 26 gennaio 2011

mercoledì 25 gennaio 2012

Nell’oggi come agli inizi

Lo si intuiva che c’era filo da tessere. Parlando alle comunità della sua lingua materna, in occasione del viaggio in Germania, Benedetto XVI aveva fatto risuonare un accento nuovo, sul tema fede e Chiesa nella contemporaneità.

È la passione sincera della fede che farà la differenza: senza questa conversione, i discorsi e gli apparati religiosi stanno a zero. Il figlio della famosa parabola, invitato a partire per il lavoro nella vigna, disse «Sì, certo, padre mio». Ma non ci andò. Di fronte a Dio, ha detto il Papa, «non contano le parole, ma l’agire».

Contano «le azioni di conversione e di fede». Nella stessa omelia della Messa di Freiburg, il Papa aveva commentato senza giri di parole anche la ruvida parola di Gesù sullo slancio di fede e di conversione dei pubblicani e delle prostitute, che precederanno nel regno di Dio i suoi interlocutori devoti e indifferenti. «Tradotta nel linguaggio del nostro tempo - concluse il Papa - l’affermazione potrebbe suonare più o meno così: agnostici, che a motivo della questione su Dio non trovano pace; persone che soffrono a causa dei nostri peccati e hanno desiderio di un cuore puro, sono più vicini al Regno di Dio di quanto lo siano i fedeli di routine, che nella Chiesa vedono ormai soltanto l’apparato, senza che il loro cuore sia toccato dalla fede».
Non ci sfugga il significativo mutamento di intonazione (il nuovo accento, dicevo). Il Papa alza il tiro e punta alla fede: o c’è o non c’è niente. Tutto il resto, in questo momento, per quanto importante, è secondario. Il tempo degli aggiustamenti organizzativi e degli espedienti comunicativi è esaurito. Il futuro dell’evangelizzazione che deve venire si apre solo per la fede.

Nel linguaggio ecclesiastico corrente, di solito, l’atteggiamento che riduce la Chiesa all’apparato religioso, ai discorsi istituzionali, alla gestione organizzativa è indicato come l’ottica deformata dell’osservatore esterno. È quello che non è credente, che non partecipa alla vita della Chiesa. È quello che, comunque, osserva le cose dal di fuori, strumentalmente, secondo la materialità delle apparenze o l’interesse per implicazioni che al credente appaiono secondarie. Qui invece, si riconosce che una sostanziale estraneità del dire e del fare al nucleo caldo della fede può convivere perfettamente con la condizione di un’appartenenza ecclesiale impegnata, con la routine della formazione religiosa e delle dichiarazioni programmatiche. Il Papa rimette in primo piano, non a caso, parole forti: conversione, evangelizzazione. E le indirizza ai suoi, che sono in grado di intenderne la profondità più di ogni altro.

Il messaggio di Benedetto XVI per la Giornata missionaria mondiale del 2012 è totalmente esplicito sul punto. Un nuovo splendore della fede e una nuova evangelizzazione dei popoli germogliano insieme, o soffocano insieme. Non sono la teoria e la pratica, sono un unico gesto, sono l’identico evento. La fede che è viva, si dona. E una fede che si dona, vive. Questo è il tema.

Una postilla. Nel testo del Papa c’è un passaggio, dedicato a un’immagine che, nella congiuntura attuale, mi emoziona sempre di più. Eccolo. «Abbiamo bisogno quindi di riprendere lo stesso slancio apostolico delle prime comunità cristiane, che, piccole e indifese, furono capaci, con l’annuncio e la testimonianza, di diffondere il Vangelo in tutto il mondo allora conosciuto». È verissimo.

L’immagine di questa impensabile grazia degli inizi ci incanterà sempre. Però c’è un fatto nuovo, che mi trafigge. L’immagine di quella grazia si è fatta di nuovo perfettamente contemporanea. Noi abbiamo oggi una percezione insolitamente viva e struggente di questa condizione, in molte parti del mondo. Le nostre comodissime comunità occidentali dovrebbero arrossire delle loro lagne e delle loro liti per futili motivi, volgendo lo sguardo alle mille e mille piccole comunità, in molti modi ferite, che vivono per noi la passione degli inizi. Non dovremmo avvolgerle di mille doni e affetti per la pura fede che ci restituiscono, rendendo questo legame vistoso come le luci di Natale per ogni parte del pianeta? E posso dire, sprofondandomi per primo nell’imbarazzo, che, pur facendo molte cose, non stiamo facendo quasi niente?

mercoledì 25 gennaio 2012 23:00

Rifugiati: l’Unione Europea verso un sistema comune di asilo

Nel 2011 le promesse europee di solidarietà nei confronti delle persone bisognose di aiuto sono state messe alla prova. È preoccupante constatare come l’Europa, nel suo insieme, non abbia superato l’esame. Ora gli Stati devono assumersi le proprie responsabilità e fare in modo che, in quanto ad accoglienza, il 2012 sia un anno migliore.

Due eventi, negli ultimi dodici mesi, vanno segnalati per le profonde conseguenze sul piano globale. In primo luogo, l’aggravarsi della crisi economica, che ha messo a sua volta in crisi la fiducia nella leadership e nella capacità dell’Europa di trovare soluzioni condivise. In secondo luogo, la primavera araba: a Tunisi, al Cairo e altrove, i cittadini si sono sollevati in una lotta per la libertà, la democrazia e i diritti umani, rovesciando, insieme agli oppressori, pregiudizi decennali sulle loro società.

Dal punto di vista dell’Europa, questi due eventi sono strettamente collegati. Mentre nel corso del 2011 la crisi economica obbligava l’Unione Europea a concentrarsi sui problemi interni, le agitazioni nell’Africa settentrionale e in altre regioni costringevano molte persone ad abbandonare il loro Paese. Riuscirà l’Europa a continuare nel suo impegno nei confronti dei profughi e, nel contempo, a gestire la propria crisi?
I dati disponibili per rispondere a questa domanda destano qualche preoccupazione. Nel primo semestre del 2011, più del 75% di tutte le domande di asilo si sono concentrate in sei Stati membri dell’Unione. Resta quindi un consistente numero di Paesi europei che può e deve fare di più. E quando più di 700mila persone sono state costrette a fuggire dalla violenza in Libia, molte di esse sono finite nei campi profughi di Paesi vicini. A fronte di 8mila persone identificate dalle Nazioni Unite come particolarmente bisognose di aiuto, gli Stati membri dell’Unione nel loro insieme si sono impegnati ad accoglierne soltanto 400. La Norvegia, che non fa parte dell’Unione Europea, ne ha accettati da sola quasi altrettanti.

Nel frattempo, più di 50mila migranti hanno attraversato il Mediterraneo su imbarcazioni di fortuna, diretti verso l’Unione. Molti di loro sono annegati. Altri sono sbarcati a Lampedusa o a Malta. Nell’ambito di una conferenza svoltasi la primavera scorsa, i Paesi europei hanno avuto la possibilità di mostrarsi solidali nei loro confronti. Il risultato? Appena 300 rifugiati trasferiti da Malta in altri Stati membri.

Appena un mese fa, la comunità internazionale si è riunita a Ginevra per una conferenza mondiale sui rifugiati: la più grande riunione di questo genere mai organizzata. Per l’intero anno che ha preceduto questo evento, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati ha invitato tutti i Paesi a presentarsi a Ginevra con le proprie proposte. Purtroppo l’offerta dell’Ue è stata pari a zero, perché gli Stati membri non sono stati in grado di accordarsi su un impegno comune. Uno dei problemi di base è il clima politico di molti Stati membri: Era da prima della seconda guerra mondiale che non si vedevano così tanti partiti populisti e xenofobi nei Parlamenti nazionali europei. Come prevedibile, essi sfruttano la crisi attuale tentando di scaricare le responsabilità di errori economici nazionali sulle popolazioni immigrate. Abbiamo dunque bisogno di una leadership europea e nazionale per evitare che il programma politico sia influenzato dalla logica populista. Infatti, contrariamente a quanto vorrebbero farci credere gli xenofobi, il numero di richiedenti asilo in Europa è molto più basso oggi di dieci anni fa. E l’Europa non è particolarmente aperta nelle sue politiche di asilo: si contano molti più rifugiati nel solo Kenya che nei 27 Stati membri.

Tuttavia, eventi imprevisti come la «primavera araba» possono mettere a dura prova la capacità di asilo di qualsiasi Paese, e l’Europa dev’essere preparata a sostenere gli Stati membri in difficoltà per consentire loro di accogliere i profughi in modo dignitoso.

Malgrado esistano delle norme minime comuni, i sistemi di asilo di molti Stati membri non funzionano efficacemente, mentre le condizioni di accoglienza non sempre sono accettabili. Coloro che cercano asilo si trovano peraltro di fronte a situazioni di grave incertezza, poiché le norme per la concessione dello status di rifugiato differiscono enormemente da un Paese all’altro. Disparità di questo tipo non sono accettabili in un’Unione Europea i cui membri hanno sottoscritto le stesse convenzioni internazionali e aderito agli stessi valori. L’Ue ha bisogno di elevati standard comuni e di una cooperazione più forte, per garantire che i richiedenti asilo, ovunque essi presentino domanda, ricevano un trattamento equo in un sistema aperto e trasparente.

Questo è il motivo per cui da oltre un decennio l’Unione si muove gradualmente verso una politica di asilo europea e ha fissato al 2012 il termine per la creazione di un sistema comune. Nel 2011 sono stati compiuti alcuni passi in avanti, ma i negoziati tra gli Stati membri sono ancora troppo lenti. Nel 2012 questo processo si deve intensificare notevolmente. Ritengo che siamo in grado di gestire le nostre difficoltà economiche rimanendo tuttavia fedeli ai nostri ideali di apertura, tolleranza e solidarietà. Il nostro impegno deve produrre un valore aggiunto. Quest’anno l’Europa dovrà allargare la sua prospettiva e fare in modo che il sistema comune di asilo prenda finalmente vita.

mercoledì 25 gennaio 2012 18:37

Ora si scopre che il Papa nulla sa e nulla ha detto su Castellucci… (lo avevo scritto!!!!!)

Il vaticanista Andrea Tornielli ha appena pubblicato un articolo sul sito “Vatican Insider” nel quale ricostruisce il giallo della lettera della Segreteria di Stato vaticana al padre Cavalcoli, lettera privata che è stata diffusa come fosse una bocciatura – da parte del Papa – della pièce teatrale di Castellucci.

Tornielli scrive:

Le parole della lettera della Segreteria di Stato sono state presentate come un pronunciamento ufficiale della Santa Sede sullo spettacolo e fatte risalire direttamente al Papa.

In realtà, confermano a Vatican Insider diverse autorevoli fonti vaticane, quella a padre Cavalcoli era una risposta di routine, scritta dagli uffici senza coinvolgere l’entourage papale: non soltanto non è stato investito della questione direttamente Benedetto XVI, ma nemmeno il Segretario di Stato Tarcisio Bertone o il Sostituto Giovanni Angelo Becciu. Le prime righe della lettera riferite alla pièce teatrale ‘che risulta offensiva nei confronti del Signore nostro Gesù Cristo’ altro non erano che il riecheggiare, sunteggiato dall’officiale incaricato della risposta, delle parole scritte dallo stesso Cavalcoli. Non l’espressione di un giudizio meditato da parte della Santa Sede.

Allo stesso modo, il pensiero attribuito al Papa, con l’auspicio che ‘ogni mancanza di rispetto verso Dio, i santi e i simboli religiosi’ possa trovare una ‘reazione ferma e composta’, rappresentava un riferimento generico con il quale non si intendeva far pronunciare Benedetto XVI nel merito di questo specifico spettacolo.

La Santa Sede aveva tutti gli strumenti per pronunciarsi, ma la consegna era sempre stata quella di lasciare ai vescovi eventuali iniziative”.

Fin qui Tornielli. E posso dire che, anche prima di questa provvidenziale ricostruzione giornalistica, bastava un po’ di buon senso per capire come stavano le cose.

Nel seguito dell’articolo il vaticanista della Stampa ha ricostruito per filo e per segno l’iter di quella lettera che addirittura ha fatto pensare a molti “che Papa Ratzinger avesse voluto tirare le orecchie al cardinale ambrosiano per non aver reagito più duramente di fronte al previsto atto blasfemo”.  

Tornielli conclude: “L’impressione che si ricava dalla sequenza degli eventi è che il Vaticano sia stato in qualche modo ‘trascinato’ in una vicenda sulla quale non aveva intenzione di pronunciarsi, e che si sia finito così per attribuire direttamente al Papa una stroncatura dell’opera di Castellucci. Uno spettacolo che negli anni scorsi è stato rappresentato a Roma, cioè nella città in cui Benedetto XVI è vescovo, senza suscitare nessuna polemica, com’è accaduto anche in altre città italiane”.

Mi pare che ce ne sia abbastanza per riflettere da parte di chi aveva reso pubblica questa missiva proponendola come un giudizio del Pontefice e da parte di chi aveva “bevuto” questa cosa credendo di doversi unire alla “fatwa” perché questo sarebbe stato il volere del Papa.

Adesso ci sarebbe da aspettarsi che qualcuno chiedesse scusa… Anche al Papa stesso. O sbaglio?

Il bilancio della “fatwa” lanciata con enorme clamore contro Castellucci è il seguente:

1)   Una enorme pubblicità allo spettacolo che era già stato rappresentato in molte città italiane senza che nessuno se ne accorgesse: di sicuro Castellucci può ringraziare gli “indignati” cattolici perché ha il teatro pieno e sta su tutti i giornali;

2)  Una figuraccia da parte dei cattolici che sui media sono stati rappresentati come intolleranti e bramosi di censura e di bavaglio

3)  La sensazione di una divisione all’interno della Chiesa e persino fra i vescovi (come se alcuni fossero conniventi con chi tresca con Lucifero e altri fossero i puri paladini della fede….)

4)  Il Papa che è stato “trascinato” in questa faccenda, esponendo così il Magistero laddove nulla è stato detto dal Papa stesso…

5)  Tanti cattolici in buona fede persuasi che testimoniare Cristo consista nel “criminalizzare” la disperazione umana invece di testimoniare con amicizia l’amore sperimentato, la carezza del Nazareno.

Ci sarebbero altre voci in questo disastroso bilancio, ma mi fermo qui. Resta la tristezza….

Infine un chiarimento sulla merda.

Continuo a ricevere per mail la registrazione di una intervista a Castellucci in cui costui, con parole estreme e certo da artista, non da teologo, da uomo in ricerca, non da cristiano, dice il suo desiderio di stabilire un ponte fra l’escatologico e lo scatologico, cioè fra la luce di Dio e la merda della condizione umana.

Molti – avendo scambiato il cristianesimo per un galateo di buone maniere – ne traggono scandalo. Io vorrei far notare che quel ponte non deve costruirlo Castellucci, perché lo ha già fatto Dio con l’Incarnazione.

Meditiamo su quella che la teologia chiama kenosi: non solo l’Onnipotente ha “annientato” se stesso facendosi uomo, cioè carne, fango, ma – come dicevo ieri a Tornielli – ha deciso di voler nascere in una stalla, presumibilmente nel mezzo alla merda di animali (non in una profumata casa di benpensanti) e ha deciso di voler morire coperto di sputi e di sangue, macellato come una bestia, come un agnello sacrificale.

E’ Lui che ha voluto SPORCARSI con tutto ciò che l’uomo è, con tutta la sua miseria, con tutto il fango della sua condizione, eccetto il peccato!!!!

Se noi ci scandalizziamo della parola “merda”, sostanza che fino a prova contraria fa parte dell’uomo (come il sangue, la carne, il fegato, il cuore e il cervello) ed è stata creata da Dio, significa che abbiamo smesso da tempo di stupirci e di commuoverci per quello che il Signore benedetto ha fatto per noi: è Lui che, per folle amore nostro, ha voluto nascere in una stalla merdosa ed è Lui che è morto in quel modo orribile!!!!

Forse è il caso che ce ne ricordiamo… e lo contempliamo così! Altrimenti, a furia di ubriacarci di galateo, finiremo per pretendere di coprire perfino i crocifissi perché non sta bene esporre un corpo nudo, oltretutto tutto macellato e in quella posa ignominiosa!!!!!

Ora direi di mettere fine a questa assurda “guerra” riconciliandoci proprio nella contemplazione e nello stupore per l’infinita Bellezza di Gesù, che è ancor più travolgente quando si presenta come “Ecce homo”, perché è la Bellezza del Suo Amore…

Antonio Socci

mercoledì 25 gennaio 2012 12:43

Brutto compleanno per il Concilio, i lefebvriani si preferiscono scismatici

La commissione Ecclesia Dei avrebbe voluto festeggiare l’anniversario che cade oggi dei cinquantatré anni dell’annuncio dell’indizione del Concilio Vaticano II – il 25 gennaio 1959 Giovanni XXIII, a soli tre mesi dall’elezione, annunciò nella basilica di San Paolo fuori le mura l’intenzione di convocare l’assise – dando notizia della comunione ritrovata con i lefebvriani. Invece il ritorno è ancora in mente Dei e, stando alle notizie che giungono da Econe, sede della Fraternità fondata dal vescovo Marcel Lefebvre, ancora di là da venire.

C’è un paradosso all’interno del pontificato in corso: il Papa che chiede a gran voce il rispetto della tradizione, fatica a trovare un accordo con “l’estrema destra” del mondo cattolico. Più facile, per lui, rinsaldare con gli anglicani, quella parte di cristianità maggiormente su posizioni liberal.

Da Econe le parole suonano molto dure: a complemento della risposta al preambolo dottrinale inviato dal Vaticano, i lefebvriani hanno trasmesso un secondo testo nel quale affermano che gli insegnamenti del Concilio sono in contraddizione con gli enunciati del magistero tradizionale anteriore: libertà religiosa, ecumenismo, collegialità, ecclesiologia.

Dopo la liberalizzazione del messale preconciliare (2007), la revoca nel 2009 della scomunica ai quattro vescovi tradizionalisti e i due anni di colloqui dottrinali il nodo sembra non sciogliersi. A dividere Roma e i lefebvriani resta, ancora, l’ermeneutica del Concilio. Ratzinger insiste nella tesi del Vaticano II come riforma nella continuità con la tradizione dottrinale cattolica; i lefebvriani denunciano una rottura netta tra la chiesa post Vaticano II e la storia precedente.

Particolarmente oltraggiose, per Roma, le parole pronunciate in questi giorni dall’ala più dura dei lefebvriani, la frangia capeggiata dal vescovo Richard Williamson, già noto alle cronache per le sue posizioni negazioniste sulla Shoah: “Piuttosto sedevacantista scismatico che apostata romano”, è la sua ardita posizione. Per Williamson lo scisma non deve spaventare. Dice: “Un rischio maggiore di acquisire una mentalità scismatica sarebbe di contrarre la malattia mentale e spirituale dei romani di oggi avvicinandosi troppo a loro”.

A questo punto la palla è nelle mani di monsignor Bernard Fellay, capo dei lefebvriani. O prende le distanze dai più duri o il rientro della Fraternità è compromesso.

Pubblicato sul Foglio mercoledì 25 gennaio 2011

mercoledì 25 gennaio 2012 12:14

Castellucci e i liquami che ci sono

Ho parlato con una persona che ha visto lo spettacolo di ieri sera a Milano. Mi conferma che la sensazione che ha lo spettatore, al di là degli scritti di Romeo Castellucci. Allo spettatore sembra che i liquami che inondano il palco durante lo spettacolo alla fine ricoprano anche il volto di Cristo sullo sfondo. Castellucci dirà che si tratta di inchiostro. L’impressione di questo amico che ha partecipato è un’altra. Vi chiedo scusa per il post che ho scritto stamane e che ho cancellato per non ingenerare confusione, nel quale sostenevo che non risultava lancio di escrementi verso il volto di Cristo. Il “lancio” non c’è, ma il liquido-liquame finale sì.

mercoledì 25 gennaio 2012 10:57

Il diavolo? Scatenato

L’articolo più interessante del giorno è senza dubbio l’apertura della pagina culturale di Avvenire. Roberto Beretta intervista il filosofo Claudio Tarditi, ricercatore in filosofia all’università di Torino, che ha scritto per Lindau “Il diavolo, probabilmente. Ripensare Satana oggi”.

In un’intervista intitolata “Vade retro diavolo scatenato“, Tarditi fonda una “demonologia razionale” tornando sulle tesi del filosofo René Girard e ridà cittadinanza al diavolo nel pensiero contemporaneo.

Il diavolo vive nel mondo innescando rivalità che portano alla divisione. Non a caso egli è “il divisore”. Il cristianesimo, o meglio Cristo, ha scardinato questo processo rifiutando per primo la logica della competizione e risponendo a Satana col martirio. Paradossalmente però la venuta di Cristo non ha sconfitto Satana ma anzi l’ha oltremodo “inferocito”, “scatenato”. Dice Tarditi: “Per restare in vita” il diavolo “deve moltiplicare le sue azioni di rivalità continua. La terra diviene un inferno”.

Pubblicato su palazzoapostolico.it mercoledì 25 gennaio 2011

mercoledì 25 gennaio 2012 04:30

“Che posto ha l’islam nei piani di Dio?”

Una domanda che spesso si fanno gli studiosi dell’islam è questa: “Che posto ha l’islam nei piani di Dio? E’ possibile che l’islam sia nato e si sia diffuso così rapidamente senza avere un suo ruolo storico nei piani di Dio?”. Naturalmente nessuno conosce o può conoscere il pensiero di Dio. Ma è possibile proporre e discutere varie ipotesi, per chiarificarci le idee e avere di fronte all’islam un atteggiamento che favorisca “il dialogo”, come il Papa e i vescovi continuamente raccomandano, e non “lo scontro di civiltà” (o la “III guerra mondiale” come alcuni pessimisti immaginano).

Nel 2007 in Libia, il vescovo di Tripoli mons. Giovanni Innocenzo Martinelli mi diceva: “Ritengo che l’islam abbia un significato nella storia e nei piani dì Dio. Non è nato per caso. Io penso che oggi l’islam ha il compito storico di richiamare in modo forte e anche scioccante, contraddittorio a noi cristiani occidentali, secolarizzati e laicizzati (viviamo come se Dio non esistesse), il senso della presenza di Dio in ogni momento della vita dell’uomo e della società, il dovere di essere sottomessi a Dio, il forte senso di appartenenza ad una comunità religiosa universale, il coraggio di essere testimoni di Dio. E poi la preghiera. Vado a visitare – mi diceva mons. Martinelli - molte famiglie musulmane amiche. Una volta non era prevista la mia visita ed era il tempo della preghiera: in una stanza c’erano sette uomini in ginocchio che pregavano rivolti alla Mecca. L’islam significa sottomissione a Dio. Noi in Occidente abbiamo perso questo riferimento a Dio e al soprannaturale. Non approviamo certamente uno stato teocratico e meno che mai il terrorismo o “la violenza per Dio”), ma nemmeno lo spirito prevalente nella società occidentale, che pensa di fare a meno di Dio per risolvere i problemi dell’uomo”.

Il Card. Carlo Maria Martini nel suo “L’lslam e noi” (1990) si poneva anche lui questa domanda: “Cosa pensare dell’islam in quanto cristiani? che cosa significa per un cristiano, dal punto di vista della storia della salvezza e dell’adempimento del disegno divino nel mondo? Perchè Dio ha permesso che l’islam, unica tra le grandi religione storiche, sorgesse sei secoli dopo l’evento cristiano, tanto che alcuni tra i primi testimoni lo ritennero un’eresia cristiana?… In un mondo occidentale che ha perso il senso dei valori assoluti e non riesce più in particolare ad agganciarli ad un Dio Signore di tutto, la testimonianza del primato di Dio su ogni cosa e della sua esigenza di giustizia, ci fa comprendere i valori storici che l’Islam ha portato con sé e che ancora può testimoniare nella nostra società”.

Nella intervista al padre Davide Carraro del Pime, giovane missionario che ha studiato l’arabo per due anni in Egitto ed è già stato in Algeria dove tornerà presto, mi dice: “Ho visto in Algeria che quando risuona la voce del muezzin, si fermano i pullman, i mezzi pubblici, per consentire a chi vuole di fare la sua preghiera in pubblico. In Egitto no, ma anche in Egitto il richiamo pubblico alla preghiera  è molto forte tre volte al giorno e molti si fermano a pregare. Il senso della presenza di Dio nella giornata lavorativa è forte e richiama anche noi cristiani, i copti egiziani e gli operatori occidentali nei pozzi di petrolio in Algeria

“Sono stato un anno in Algeria come cappellano nei pozzi petroliferi del deserto del Sahara, continua Davide, ad Hassi-Messaoud, una città in pieno deserto dove c’è una chiesa e i lavoratori cattolici del petrolio, italiani, francesi, spagnoli, filippini, ecc. In questa città ci sono una sessantina di Compagnie del petrolio e io andavo a visitarle tutte per invitarle a Messa. In questa città avevo la mia sede e poi a Natale e Pasqua venivo chiamato in altri centri petroliferi per la funzione religiosa e incontrare i petrolieri. Allora con i loro piccoli aerei andavo da una parte e dall’altra del deserto e celebravo la Messa nelle varie Compagnie

Hassi-Messaoud, con 50.000 abitanti, è solo una città petrolifera e ci sono gli uffici delle Compagnie petroliere, con circa 2.000 stranieri e gli altri algerini. E’ una vera città con tutto, ristoranti, prostituzione, discoteche, pensioni, hotel, negozi, ecc.

I cattolici venivano a Messa e dicevano che nel loro paese in Europa a Messa ci andavano pochissimo. Qui, nell’atmosfera che si respira in un paese islamico, sembrava loro naturale andare a chiedere l’aiuto di Dio. Non solo, mi dicevano, ma vedendo la fede dei musulmani siamo provocati e interrogati a ripensare alla nostra fede cristiana”.

Dico a Davide che nel 2007 ero a Tripoli e in una festa degli italiani nei locali dell’ambasciata d’Italia ho incontrato un ingegnere di Torino con la sua signora, in Libia da anni per lavoro, che mi confidavano: ”In Italia a Messa non ci andiamo quasi mai, ma in questa non facile società islamica ci andiamo sempre, abbiamo ritrovato il senso di appartenere ad una comunità di fede che ti sostiene e la gioia degli antichi canti natalizi e devozioni che avvicinano a Dio. Abbiamo tre figli in Italia, due già sposati, e tornando diremo anche a loro questa nostra esperienza”.

Non tiro nessuna conclusione, penso che questo tema, qui appena accennato, dovrebbe essere provocatorio per tutti noi battezzati e credenti in Cristo: quanto e come Dio è presente nella nostra vita quotidiana?

Piero Gheddo

mercoledì 25 gennaio 2012 04:00

Brasile. La Pentecoste di padre Marcelo

Cambia volto il cattolicesimo del più popoloso paese dell'America latina. I carismatici si propagano a milioni. E hanno una star in un sacerdote che riempie gli stadi predicando l'amore di Dio

martedì 24 gennaio 2012

Ciò che più ci manca

Un mese fa in un monastero benedettino, nel gran silenzio della clausura, avevamo chiesto alla madre badessa cosa arriva, lì dentro, delle voci e delle paure di noi che stiamo fuori. Ho l’impressione, aveva risposto la monaca, che arrivi tutto, perfino ciò che non viene detto: «In questo silenzio si sente anche ciò che non è pronunciato».

Viene in mente questa risposta nel leggere Benedetto XVI nel Messaggio per la Giornata delle comunicazioni sociali. Il Papa dice che per comunicare occorre «imparare ad ascoltare, a contemplare, oltre che a parlare». E usa, e ripete la parola "silenzio". Senza il silenzio, dice, «non esistono parole dense di contenuto». Nel silenzio si approfondisce il pensiero, tacendo si permette all’altro di parlare. Nel silenzio si colgono «il gesto, l’espressione del volto, il corpo, come segni che manifestano la persona». La sofferenza, si esprime con forza nel silenzio. E là dove i messaggi e l’informazione abbondano, «il silenzio diventa essenziale per discernere ciò che è essenziale da ciò che è inutile».

Elogio del silenzio, dunque; fascino di una provocazione che dentro al nostro rumore quotidiano va diritta a indicare ciò che più ci manca. Siamo la generazione di uomini più di ogni altra apparentemente informata: tragedie anche lontane ci vengono raccontate e mostrate in tempo reale; i nostri figli sono costantemente in rete, e davvero a volte sembra una ragnatela, un viluppo di fili annodati questo essere sempre on line, aggiornati, raggiungibili. Per molti di noi non c’è un istante, nella giornata, di silenzio. Chi è solo in casa accende tv o radio, come angosciato da quello strano vuoto che preme addosso, altrimenti, e quasi insinua sottilmente irrequiete domande. Un tg allora ci soccorre sgranando le ultime notizie, una chat distrae, nella catena di chiacchiere con sconosciuti di cui non vediamo il volto, né gli occhi – che tanto ci direbbero, oltre le parole. Siamo informati di ogni evento che rimbalzi sugli schermi o sul web, mentre ancora quell’evento accade. Sappiamo, crediamo di sapere, tutto. Ma, «dov’è la sapienza che abbiamo perduto nella informazione?» si chiedeva Eliot nei Cori della Rocca, come un profeta.

Il silenzio per distinguere, nel rumore, ciò che è essenziale. Quanto profondamente ci riguardano queste parole del Papa. E che cosa è essenziale? Forse quelle domande che vengono accuratamente sepolte dal chiacchiericcio instancabile, sui giornali, nei blog, nei twitter che cinguettano e spifferano parole leggere. Quelle domande che vengono su da noi stessi nella quiete, nella solitudine, e che cocciutamente ci chiedono chi siamo e dove stiamo andando; e cosa ci manca davvero, per essere felici. Domande insidiose, e la nostra mano che subito si allunga a premere un telecomando, a cliccare su un tasto: Facebook, Youtube, e parole, parole, parole. A volte le parole possono essere abusate, inflazionate, per "non" comunicare.

Ma cosa troveremmo, il giorno che spegnessimo la tv, staccassimo le cuffie dell’iPod, e lo schermo del pc restasse per qualche ora buio? (Magari, al principio, una crisi di astinenza, una sofferenza in quel vuoto che assorda; e che forse vuoto non è affatto, anzi è colmo di qualcosa che affascina e spaventa). Forse, soli con noi stessi, facendoci coraggio come viandanti che imbocchino un sentiero non battuto, intuiremmo la bellezza della contemplazione, e uno spazio interiore grande dentro di noi, che ignoravamo.

E avanti ancora, in quel silenzio reverente avvertiremmo infine la "sorgente" evocata ieri da Benedetto XVI; quello scorrere di acque sotterranee che nel profondo ci lega gli uni agli altri. Misteriosa sorgente «che ci conduce verso il nostro prossimo, per sentire il suo dolore e offrire la luce di Cristo», ha detto il Papa. Ma, vogliamo noi arrivare a quella sorgente? Le nostre mani che digitano, cliccano, sintonizzano, gli occhi che guardano, le orecchie infaticabilmente intente a distrarci, a soffocare nel rumore la domanda più grande. A tacere di noi, disse Rilke, «come si tace di un’onta, come si tace di una speranza ineffabile». Quella speranza che colma il silenzio, per chi resta a ascoltare.

martedì 24 gennaio 2012 23:00

Vita & politica: dagli Usa una lezione alle nostre timidezze

Organizzatori e simpatizzanti parlano di un successo che va oltre le cifre (100mila partecipanti) peraltro difficilmente verificabili anche negli Stati Uniti della precisione hi-tech. Per il variegato movimento pro-life americano portare in piazza decine di migliaia di persone da tutto il Paese per un happening religioso e politico, com’è accaduto per il trentanovesimo anno lunedì a Washington, è il segnale di un radicamento popolare che oltrepassa il calibro della manifestazione folkloristica di una minoranza, per quanto motivata. L’America non si meraviglia, né si azzarda a sogghignare altezzosamente mentre guarda un pezzo significativo e motivato di se stessa marciare per le strade della capitale, fin sotto il Parlamento, nell’anniversario della sentenza con la quale la Corte Suprema federale di fatto legalizzò l’aborto. Che si sfili pacificamente sotto un bosco di cartelli e striscioni assai espliciti per ricordare al Paese che nel grembo di una donna palpita una vita, una persona umana, un individuo con diritti uguali a quelli di tutti i cittadini, è un dato che non urta quasi nessuno, non suscita polemiche roventi, anzi, semmai conforta gli americani nella stima della propria libertà. Come se nella coscienza diffusa del Paese fosse chiaro che ogni rivendicazione sulla tutela del nascituro fa parte del profilo di un grande Paese e non è il patrimonio di una "parte" cui appiccicare un’etichetta sbrigativa e polemica. Dal Michigan alla California, la battaglia per difendere la vita gode di un rispetto e di una capacità di attrazione analoghi alla dimensione pubblica della religione. Di Dio e della vita si parla senza falsi pudori, con franchezza e persino con toni spigolosi, alla larga da pretese proprietarie che tradirebbero la consapevolezza di attingere tutti allo stesso serbatoio etico, pur nel rispetto di scelte differenti. L’America ama le grandi battaglie di valori, giocate senza reticenze, a carte scoperte, da cittadini informati, coscienti e convinti. E apprezza i politici che non si nascondono su un punto al quale è attribuito il valore che merita. La vita umana è una pietra d’inciampo, negli Stati Uniti come da noi, ma la campagna per le primarie repubblicane in pieno svolgimento sta fornendo la dimostrazione lampante che sullo statuto dell’embrione e sui diritti (a nascere o ad abortire) non sono contemplate astuzie semantiche né atteggiamenti elusivi: si deve parlar chiaro, perché è anche sulla posizione assunta al riguardo che gli elettori faranno la loro scelta, e non solo sul programma relativo alle tasse o all’economia. Lo stesso Barack Obama, entrando consapevolmente in rotta di collisione con l’elettorato pro-life e la Chiesa cattolica, mostra di considerare il tema della vita importante quanto altri dossier chiave sui quali ha il dovere di pronunciarsi senza ambiguità per rimanere alla Casa Bianca. Il dissenso è contemplato e atteso, in un confronto di culture che è garanzia di libertà e di consapevolezza per i cittadini.
La grande marcia di Washington ha fornito lo spettacolo di un raduno popolare assai più imponente di quelli mandati in scena dagli "indignados" d’oltreoceano, a Wall Street e altrove, capaci forse di un appeal mediatico superiore ma certamente non in grado quanto il popolo per la vita di dar voce all’alfabeto condiviso di una civiltà. L’America si guarda allo specchio della vita, e stima se stessa matura a sufficienza per confrontarsi con passione sul destino dell’uomo nell’era della tecnoscienza e dell’individualismo tradotto in diritti tutti da dimostrare. È la lezione di una comunità che non teme di dividersi quando ne vale la pena, che non nasconde una questione nevralgica sotto il tappeto delle ambiguità, perché sa che è anche lì che si decide il proprio futuro. Attorno alle grandi questioni sulla vita umana – dalle staminali al suicidio assistito – si gioca l’etica su cui farà perno il Paese di domani. Un utile promemoria anche per le omissioni e le timidezze di casa nostra.

martedì 24 gennaio 2012 15:07

Come rendere Gesù ”contemporaneo” dei ragazzi?

don-armando-matteo.jpgGesù è “contemporaneo” dei ragazzi? Lo abbiamo chiesto a don Armando Matteo, docente di teologia fondamentale presso la Pontificia Università Urbaniana, tra i relatori dell’omonimo evento internazionale che si svolgerà a Roma, dal 9 all’11 febbraio, per iniziativa del Comitato Cei per il progetto culturale (Dossier SIR sull’evento: clicca qui).

I giovani di oggi sono “più vicini” o “più lontani” da Gesù?

“Se facciamo riferimento ai dati delle indagini più recenti, bisogna riconoscere che nei giovani tra i 20 e i 30 anni esiste, in generale, un atteggiamento di estraneità alla fede cristiana. Ciò non esclude, tuttavia – come si può riscontrare nelle nostre associazioni ecclesiali – che ci sia una percentuale significativa di giovani con un forte slancio verso la fede cristiana, vissuta all’insegna della centralità del Vangelo e della preghiera, anche se si tratta di un numero che tende a diminuire. Ciò che accomuna, comunque, tutti i giovani – come ci dice anche l’analisi del Papa – è il fatto che in loro sia presente un’inquietudine molto profonda per come è strutturata la società di oggi, in cui c’è poca speranza, manca il futuro: in questo, c’è una certa contemporaneità con Gesù, preoccupato di rivolgere uno sguardo di maggiore attenzione soprattutto a chi è povero e sfortunato. E tra i ‘nuovi poveri’, oggi, sicuramente bisogna aggiungere i giovani”.

Benedetto XVI, nei suoi recenti interventi, dà loro molto spazio, sottolineando come siano i giovani a pagare i costi più alti della crisi, che non è solo economica…

“La crisi che stiamo vivendo è prima di tutto una crisi di fiducia umana. Nel nostro Paese, c’è una sorta di eterna giovinezza che però si traduce in ‘giovanilismo’, in una grande fiducia nelle potenzialità della giovinezza intesa in senso astratto. Tutti vogliono restare giovani, ma in realtà gli adulti non fanno spazio alle nuove generazioni: ‘Essere sempre giovani’, per i nostri adulti, significa mantenere posizioni di potere, di prestigio, spendere 36 milioni di dollari in creme antiage, come è accaduto in America… Il mito dell’eterna giovinezza sottrae spazio proprio ai giovani, ci impedisce di fare spazio a chi viene dopo, e di questo i giovani risentono tantissimo. Manca la fiducia umana nella vita, nella bellezza delle sue tappe, e uno sguardo capace di andare oltre: ci si attacca a questa vita con i denti, a discapito di chi viene dopo”.

Soprattutto dall’adolescenza in poi, molti giovani percepiscono Gesù, e la Chiesa in particolare, come qualcosa che non appartiene più ai loro orizzonti di vita: si può, e come, superare questa frattura?

“Gesù, prima di iniziare la sua vita pubblica, rimane trent’anni in silenzio e vive la vita dei suoi futuri discepoli, lavorando, ascoltando, entrando dentro il cuore dell’uomo. I giovani nati dopo il 1981, come è ormai assodato da tutte le ricerche, sono diversi da quelli che li hanno preceduti. La ‘generazione facebook’ è fatta di pochi giovani, più coccolati dai loro genitori: spesso sono figli unici, vengono molto influenzati dai media e vivono in un ambiente multiculturale e multireligioso. I giovani soffrono di una doppia ingiustizia: da una parte, il mito del giovanilismo, dall’altra, gli adulti che ‘non se ne vanno’… Il rischio è il ripiegamento su se stessi, il nichilismo. Se il futuro non incide come motivazione, allora posso fare qualsiasi cosa: se il futuro è così buio, decido sulla base di ciò che sento oggi”.

Il successo che continuano a registrare le Gmg è un chiaro indicatore del bisogno di religiosità, anche inespresso, presente nei giovani. Basta per “rianimare” la vita delle nostre comunità?

“La Gmg ha 25 anni, ma non ha fatto ancora ‘scuola’ all’interno delle diocesi e nelle parrocchie: la pastorale giovanile è rimasta un po’ in disparte, rispetto alle indicazioni e allo sviluppo che prima Giovanni Paolo II e poi Benedetto XVI hanno dato a quest’ormai tradizionale appuntamento dei giovani, che continua a riscontrare un enorme successo. Sono tre, a mio avviso, le caratteristiche della Gmg che dovremmo ‘importare’ nelle nostre comunità: il numero delle energie messe a disposizione (a Madrid c’era l’1% della popolazione giovanile italiana, ma accompagnata dal 50% dei vescovi e dal 12% del clero); la possibilità di entrare in contatto con la Bibbia (da sempre le catechesi della Gmg sono esplicitamente bibliche, a differenza di quelle nelle parrocchie, a volte troppo ‘moralistiche’). Infine, dalle Gmg occorre apprendere che il codice unificante di questa esperienza è la gioia: anche il Papa, di recente, ha messo in guardia i cristiani dalla tristezza. Le nostre comunità fanno fatica ad essere gioiose, spesso sono più interessate alla quantità delle messe e delle preghiere, e meno alla qualità. Per stare con i giovani, bisogna riscoprire il codice elementare della festa, della gioia, che è proprio innanzitutto della liturgia”.

Il linguaggio dei giovani di oggi è molto diverso dalle generazioni che lo hanno preceduto: da dove partire, per parlare loro di Gesù?

“Dall’atteggiamento dei primi discepoli, che nell’annunciare il Vangelo si sono resi conto che era necessario – perché più efficace – passare dall’aramaico al greco. Hanno abbandonato le parole originali, mostrando così che l’inculturazione è fin dall’inizio centrale per il cristianesimo. È quello che il Papa chiama ‘fedeltà creativa’, che esige da una parte una maggiore conoscenza dell’universo giovanile, dall’altra la capacità di sintonizzarsi, di volta in volta, sulla lunghezza d’onda del destinatario”.

M.Michela Nicolais – Sir, 23 gennaio 2012

martedì 24 gennaio 2012 14:38

Le ambiguità di Obama sull’aborto ricompattano i cattolici, anche liberal

Nel 2008 i cattolici americani votarono in maggioranza per Obama malgrado lo scetticismo dei vescovi. Difficile che il prossimo novembre la stessa cosa si ripeta. Oggi il fronte dei credenti è tutto contro di lui, senza eccezioni.

Non sono soltanto i fronti più conservatori a protestare contro la Casa Bianca rea di aver stabilito che le assicurazioni sanitarie includano, nelle loro coperture, anche i sistemi contraccettivi per le donne. Ci sono anche le anime più liberal del cattolicesimo a dirsi “indignate” per una decisione “sconsiderata”.

La protesta è cresciuta nelle scorse ore: il governo, tramite il segretario per la Salute e i servizi umani, Kathleen Sebelius, ha fatto sapere che a partire dall’agosto 2013 anche le chiese e le associazioni religiose saranno costrette a offrire ai propri dipendenti un’assicurazione sanitaria che contempli i rimborsi per la contraccezione e l’aborto. La direttiva, ha detto Sebelius, “bilancia la libertà religiosa e l’aumento dell’accesso ai servizi di prevenzione”.

L’arcivescovo di New York e capo della Conferenza episcopale statunitense, Timothy Dolan, ha reagito bocciando il provvedimento e chiedendo a tutta la comunità cattolica di far sentire il proprio diniego pubblicamente. Ieri, nel giorno del 39esimo anniversario della Roe v. Wade (la sentenza del 1973 che ha legalizzato l’aborto) erano migliaia a marciare per la vita guidati dal cardinale Daniel Di Nardo, arcivescovo di Galveston-Houston e capo della commissione per le attività pro vita della Conferenza episcopale statunitense.

La genesi delle proteste non è soltanto americana. L’input viene da lontano, da Roma, e più precisamente dal Papa: pochi giorni fa Ratzinger ha ricevuto i vescovi americani. La libertà della chiesa di far sentire la sua voce nel dibattito pubblico statunitense “è gravemente minacciata” ha detto all’arcivescovo di Washington, il cardinale Donald William Wuerl il quale, tornato in patria, ha lanciato la carica.

Il mondo cattolico si sente tradito da un presidente che ancora in questi giorni si è detto impegnato a “ridurre il numero degli aborti”. Il bluff non è stato digerito anche da chi, in passato, aveva difeso la riforma sanitaria. Su tutti basta il nome di suor Carol Keehan, presidente di quella Catholic Health Association che, nel 2010, nonostante la richiesta di prudenza espressa dai vescovi del paese, elogiava gli effetti del programma sanitario varato dalla Casa Bianca dicendo che “milioni di americani sono stati aiutati attraverso la copertura medica della quale avevano bisogno”. Le critiche di Dolan e suor Keehan sono state riportate anche dall’Osservatore Romano che in questo modo ha fatto ben comprendere a Washington da che parte stiano Santa Sede e Pontefice.

Pubblicato sul Foglio martedì 24 gennaio 2012

martedì 24 gennaio 2012 12:35

La mia risposta sul “caso Castellucci” (con un invito ad andare a leggere sul sito della Chiesa francese)

Ci sono cattolici ragionevoli e seriamente preoccupati che hanno scritto sul “caso Castellucci” e pure che hanno inviato mail a me. Con costoro credo si possa convenire che c’è stato un colossale malinteso: in quella pièce teatrale non c’è nessun lancio di escrementi sacrilego.

Secondo me dovrebbe bastare questo a mettere fine alla bagarre.

Ma ci sono anche alcuni fanatici, che in certi casi sembrano francamente confusi dall’astio, talora dall’odio, e che mi scrivono insulti (complimenti: che bel cristianesimo!).

Costoro sembrano quasi dispiaciuti dalla scoperta che nella pièce di Castellucci non c’è nessun lancio di escrementi sull’immagine di Cristo di Antonello da Messina.

Non se ne danno pace, sembrano smaniare perché quel “lancio” ci sia e siccome hanno bisogno di un Nemico da “bruciare” per avere un’identità (mentre la vera identità cristiana non si fonda su un Nemico, ma su un avvenimento, un avvenimento di misericordia), non riconoscono di essersi sbagliati chiedendo scusa.

Tanto meno tacciono, mettendo fine alla baraonda. No.

Cercano altri pretesti per “bruciare” il Nemico, demonizzato addirittura fino a essere chiamato “satanista”.

Io credo che sia questa la vera caricatura del cristianesimo. Una caricatura grottesca, mostruosa. Proprio una eventuale corsa dietro ai fondamentalismi di altre religioni – questa sì, davvero – rischierebbe di sporcare il Volto santo di Gesù.

Lo dico come cordiale e fraterno invito alla riflessione anche per quei buoni cattolici che in questi giorni credono, con la loro “indignazione” per Castellucci, di manifestare un sacro zelo verso il Volto del nostro Redentore…

Oltretutto si tratta di un’operazione che rischia di avere un connotato politico. Quindi attenti alle strumentalizzazioni…

Allora, poiché ci sono varie persone in buona fede che hanno abbracciato questa battaglia (questa fatwa) o che sono disorientate, che ritengono Gesù una loro proprietà (e non capiscono che Egli si dona ad ogni uomo e attrae a sé ogni uomo per un suo cammino personale) vorrei proporre un contributo autorevole di riflessione sul lavoro di Castellucci (cosa che in Italia non è stata fatta da nessuno).

Lo si può trovare – udite udite – sul sito della Chiesa francese. Perché lo spettacolo di Castellucci è andato in scena per la prima volta in Francia e sia il quotidiano cattolico La Croix che Radio Notre Dame (con diversi vescovi) hanno giudicato con molto interesse questa pièce teatrale.

Di fronte agli attacchi di fanatici, incapaci di rapportarsi alla cultura contemporanea con un giudizio cristiano, il vescovo di Poitiers, Monsignor Pascal Wintzer, Presidente dell’Osservatorio fede e cultura della Conferenza episcopale francese, ha scritto un bel saggio intitolato “A propos du spectacle de Romeo Castellucci ‘Sur le concept du visage du Fils de Dieu’ “.

Ecco il link

http://www.eglise.catholique.fr/conference-des-eveques-de-france/textes-et-declarations/a-propos-du-spectacle-de-romeo-castellucci-sur-le-concept-du-visage-du-fils-de-dieu–13056.html

Come vedete è il sito della “Eglise catholique” francese.

Per chi non conosce il francese consiglio di farselo tradurre. Serve a capire e quindi a giudicare.

Il fatto che alcuni “giornalisti cattolici”, invece di andare a cercare qui (nel sito della Chiesa francese che ebbe a che fare con le prime rappresentazioni della pièce di Castellucci) si siano messi a cercare come inquisitori – e rilanciare – dei brani di Castellucci da interpretare malevolmente, stravolgendone il senso (e senza mai pubblicare i bellissimi testi suoi che avrebbero fatto capire il suo retroterra) la dice lunga sulla mala fede di questa operazione.

Tesa non a cercare la verità, ma a fabbricare il Nemico, il Satana! Un’operazione che potrebbe essere fatta persino sul poema sacro di Dante – dove ci sono bestemmie e c’è pure la “merda” – e addirittura sulla Sacra Scrittura che abbonda di brani “scandalosi” e contiene espressioni blasfeme.

Qui, per chi non saprà tradurre tutto il saggio, mi permetto di mettere in italiano solo un brano di mons. Wintzer e il bellissimo pensiero di papa Benedetto XVI che egli cita.

Il vescovo scrive:

“Piuttosto che all’invettiva e alla condanna, è ad un lavoro che noi (cristiani) siamo chiamati, lavoro attraverso cui ciascuno si prende il tempo di comprendere chi è l’altro e cosa intende dire.

Il dialogo è un lavoro dello spirito e del cuore. Esso è improntato alla modestia. E’ ascolto benevolo. E’ parola che orienta verso il vero e il bello. Ripone la sua gioia nella ricerca condivisa della verità.

Il dialogo esclude sia la confusione (delle identità, nda), sia il disprezzo dell’altro. Ci invita a uscire dalla semplificazione secondo cui gli artisti sono dei provocatori, dei bestemmiatori. Ci chiama a prenderci il tempo di interrogarli o semplicemente di leggere ciò che dicono delle loro opere.

Una religione senza cultura diventa una religione senza curiosità e anche senza intelligenza”.

E ora vi traduco il brano di Benedetto XVI citato dal vescovo. E’ tratto dal suo discorso agli artisti, riuniti nella Cappella Sistina il 21 novembre 2009:

“Una funzione essenziale della vera bellezza, infatti, già evidenziata da Platone, consiste nel comunicare all’uomo una salutare ‘scossa’, che lo fa uscire da se stesso, lo strappa alla rassegnazione, all’accomodamento del quotidiano, lo fa anche soffrire, come un dardo che lo ferisce, ma proprio in questo modo lo ‘risveglia’ aprendogli nuovamente gli occhi del cuore e della mente, mettendogli le ali, sospingendolo verso l’alto. L’espressione di Dostoevskij che sto per citare è senz’altro ardita e paradossale, ma invita a riflettere:

‘L’umanità può vivere – egli dice – senza la scienza, può vivere senza pane, ma soltanto senza la bellezza non potrebbe più vivere, perché non ci sarebbe più nulla da fare al mondo. Tutto il segreto è qui, tutta la storia è qui’.

Gli fa eco il pittore Georges Braque: ‘L’arte è fatta per turbare, mentre la scienza rassicura’. La bellezza colpisce, ma proprio così richiama l’uomo al suo destino ultimo, lo rimette in marcia, lo riempie di nuova speranza, gli dona il coraggio di vivere fino in fondo il dono unico dell’esistenza”.

Facendo tesoro di questo giudizio del Pontefice io credo – come Giuseppe Frangi – che sia veramente bello che finalmente (grazie alla pièce di Castellucci) sia riportato al centro della scena il Volto di Gesù e il dramma del dolore umano e la sua implorazione davanti al Salvatore del mondo.

Mi pare che quello del vescovo, responsabile della Conferenza episcopale francese per “fede e cultura”, sia l’unico giudizio meditato da parte del Magistero sul lavoro di Castellucci (infatti la lettera del monsignore della Segreteria di Stato, strumentalizzata da certuni, è una lettera di cortesia che cita il Papa solo riguardo a un criterio generale, non al caso specifico. E così pure fa il cardinale Scola).

Spero di aver dato un contributo al chiarimento.

Per quanto riguarda le veglie di preghiera “di riparazione” vanno sempre bene e sono preziose: magari però sarebbe bene “riparare” in riferimento ai nostri peccati (che sporcano il volto di Cristo), prima dei peccati altrui.

Per non essere come gli scribi e i farisei che amavano puntare il dito sugli altri e battere il pugno sul petto altrui anziché sul proprio.

A questa “gente perbene”, “sommi sacerdoti e anziani”, Gesù – scandalizzandoli – diceva: “In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel Regno di Dio” (Mt 21, 31).

Antonio Socci

martedì 24 gennaio 2012 11:15

@CardRavasi, è lui o non è lui?

Scrive Franco Adriano su Italia Oggi, in un pezzo intitolato “Il miracolo del cardinale: è sempre su twitter senza toccare il computer” che dietro i cinguettii di @CardRavasi su twitter non c’è in realtà il cardinale capo della Cultura della Santa Sede ma “il giovane britannico Richard Rouse”, un addetto stampa dotato di “una forte padronanza del mezzo da buon nativo digitale e spiccato profilo internazionale”.

Sempre secondo Italia Oggi, Richard Rouse sarebbe addirittura colui che scrive i post sul blog di Ravasi “Parola & parole“.

Io non ci credo, però il dubbio rersta. Qualcuno è in grado di chiarire?

Pubblicato su palazzoapostolico.it martedì 24 gennaio 2012

lunedì 23 gennaio 2012

Il fondamento e la mano tesa

È inevitabile, e in qualche misura anche comprensibile, che della prolusione del cardinal Bagnasco alla sessione invernale del Consiglio permanente della Cei si sarà tentati di dare una lettura "politica". Da parte mia vorrei invece darne una lettura "ecclesiale": questa infatti è l’unica lettura davvero corretta dell’intervento di un vescovo, che si china a riflettere sui segni dei tempi e più in generale sulla situazione spirituale (e di conseguenza sociale) del Paese. Se non si coglie prioritariamente questa dimensione si corre il rischio di tralasciare, come irrilevanti, le prime pagine della prolusione, quelle che sottolineano con energia come la crisi contemporanea sia una "crisi di fede", quasi che fossero espressione di vaghi, sospirosi e indecifrabili atteggiamenti spiritualistici.

Non è così. La fede cristiana non è da pensare solo come una fiamma che vive nel cuore dei credenti, ma come un autentico (e oggettivo) motore della storia degli uomini. La decisione di Papa Benedetto di indire, per l’ottobre del 2012, "l’anno della fede" non deve essere pensata come rilevante solo per i credenti, ma come significativa per tutti coloro (credenti in altre fedi, agnostici o non credenti) che percepiscono come solo attraverso la fede è possibile per gli uomini vincere la tentazione del nichilismo e misurarsi positivamente con i problemi, le difficoltà, le tragedie del mondo. È solo partendo da questo presupposto, che tutte le ulteriori considerazioni del presidente della Cei nella sua Prolusione acquistano un connotato "anche" politico e meritano di essere lette.

Non si può dare un’autentica risposta alla crisi economica del presente (che ha aperto «una fase inedita della vicenda umana»), né percepire le distorsioni di un «capitalismo sfrenato» o condannare «i coaguli sovrannazionali potenti e senza scrupoli», se non si riesce ad "aver fede" nella politica come una prassi «assolutamente necessaria» al servizio del bene comune. Né si può dare la fiducia che essi meritano ai nostri nuovi governanti, se non si è convinti che «la conversione a far bene è sempre possibile e doverosa». Il cardinale, nel momento stesso in cui si dichiara consapevole che viviamo in una grave condizione di necessità, ci esorta «a scorgere tutto il positivo che può annidarsi anche all’interno di una situazione ingrata». Il primo dovere del cristiano, insomma, è certamente quello di leggere il mondo per come esso è, senza però dimenticare mai che nessuna lettura del mondo è corretta, se non si vuole percepire (come la fede ci induce a fare) la dimensione di bene che è inerente al mondo.

In questo contesto il riferimento di Bagnasco al carattere peccaminoso dell’evasione fiscale e al dovere della Chiesa di non chiedere alcun privilegio, in particolare tributario, per se stessa e per i propri membri è forte e limpido. Esso si accompagna, però, alla serena e franca richiesta che da parte di tutti si riconosca la capillare presenza della componente ecclesiale nei servizi sociali e sanitari del nostro Paese. Il cardinale dà cifre precise, che obiettivamente non possono non colpire il lettore scevro di pregiudizi anticlericali. Il contributo che la Chiesa porta al bene di tutti è impressionante ed è un’ulteriore prova (ma ce n’è davvero bisogno?) di come la fede cristiana sappia entrare nella storia, per vitalizzarla e orientarla.

La Chiesa, emerge benissimo dalle parole del presidente della Cei, non vuole nascondere o minimizzare le proprie storture e le proprie manchevolezze, né pretende di essere lodata o ringraziata, ma vuole solo essere riconosciuta per il bene che essa fa e per l’impegno che essa profonde per la tutela e per la promozione di quelle strutture sociali nelle quali il bene viene insegnato e radicato nelle coscienze. Questo spiega perché la difesa della famiglia (su cui il cardinale porta con forza l’attenzione verso la fine della prolusione) non sia la difesa di un principio confessionale, ma di una struttura antropologica fondamentale, quella che veicolando il senso della gratuità e della solidarietà mostra i limiti insuperabili della giustizia, nella sua duplice forma commutativa e distributiva.

Gratuità e solidarietà sono quei due principi, senza dei quali il vivere sociale si isterilisce e produce pratiche fredde, burocratiche e al limite disumane. Ecco perché la presenza dei cristiani nel sociale, tanto più preziosa quanto più incisiva, ha come suo presupposto la solidità della fede. Ed è questo l’insegnamento fondamentale e conclusivo, che in piena comunione con Benedetto XVI, ci viene rivolto dal cardinal Bagnasco.

lunedì 23 gennaio 2012 23:00

Se questa Lega si slega dalla sua ambizione migliore

La Lega Nord all’opposizione stenta a ritrovare l’energia politica che aveva sfoggiato in altri tempi. Le frizioni interne sembrano destinate ad aggravarsi, la stessa leadership di Umberto Bossi fatica a imporsi e trova sbocco solo nell’incanalare la rabbia dei militanti contro l’antico alleato: il Pdl. Alla base di questa condizione critica, c’è la debolezza di una prospettiva politica evanescente, quella del "quarto polo" in cui potrebbero convergere per interesse elettorale e antagonistico le attuali, diversissisme opposizioni al governo di Mario Monti, e la ritornante scommessa contro l’Italia "che è fallita". Eppure il Nord produttivo ha una funzione nazionale ed europea che non può essere cancellata da qualche battuta sarcastica. La Lega "di governo" ha svolto, nei suoi momenti e con i suoi uomini migliori seppure con cicliche e irrefrenabili contraddizioni verbali, questa funzione.

Esercitando un utile traino riformista in direzione del federalismo (che, in Italia e altrove, o è solidale o non è). Se ora si abbandona alla retorica antinazionale, di fatto, il Carroccio si separa dalla consapevolezza delle popolazioni che intende rappresentare. La critica al governo, naturalmente, è legittima in una democrazia, ma se si ferma all’insulto gratuito e non viene accompagnata da controproposte convincenti e comunque realistiche, rischia l’irrilevanza puramente protestataria. La prospettiva in cui si inscrive l’agitazione leghista, almeno nei termini in cui è stata presentata nelle recente manifestazione milanese, è di tipo "greco", e questo stride con le posizioni assai più responsabili che lo stesso partito aveva assunto nei mesi precedenti alla crisi di governo. È vero che in una fase critica dell’economia possono emergere fenomeni di disgregazione, delegittimazione delle rappresentanze, caduta della capacità di mediazione e di mantenimento della coesione sociale, di cui si vedono già aspetti preoccupanti soprattutto nel Mezzogiorno. Per un partito che punta a partecipare da protagonista a una rappresentanza maggioritaria nel cuore del sistema sociale e produttivo, accodarsi alla logica dello sfascio è contraddittorio e controproducente, anche se può dare qualche soddisfazione propagandistica alla base più militante e umorale.

C’è da sperare che alla fine anche nella Lega prevalga la consapevolezza della gravità della situazione e dell’assoluta improponibilità, come alternativa politica (figuriamoci di governo...), dell’ammucchiata delle attuali opposizioni. Se non sarà così, se la Lega proseguirà in questo percorso avventuristico, il quadro politico generale ne risulterà. definitivamente e profondamente modificato, non solo l’assetto dei poteri locali. Se il vecchio nucleo dell’alleanza di centrodestra sarà smantellato dall’aggressività leghista, il problema di dare una rappresentanza nuova (e sempre in grado di competere sul terreno elettorale) all’area "moderata" avrà risolto per sottrazione un primo problema. E questo ovviamente apre scenari inediti nella cosiddetta Seconda Repubblica, ma non inimmaginabili. La scelta di trasformare l’opposizione al governo in opposizione al sistema, rinverdendo un po’ nostalgicamente antiche pulsioni, promette di condannare la Lega a una condizione di isolamento e di disperdere gli esiti (e anche gli esponenti) che hanno segnato l’evoluzione di questo partito-movimento.

E nessun orgoglio "padano" potrebbe compensare tutto ciò. In questo modo, sottraendosi alla responsabilità di fornire risposte alla crisi, si può lucrare il consenso più o meno temporaneo di qualche categoria, ma si rischia di perdere il contatto con la generalità di un sentimento popolare preoccupato e incerto del futuro, che però chiede risposte e non solo proteste. La risposta alla triplice crisi (economica, sociale e politica) che ci attanaglia non potrà mai essere piccola e autolesionista. La risposta dovrà saper ridare all’Italia e alla stessa Ue un’anima e un passo autenticamente europei e popolari.

lunedì 23 gennaio 2012 17:54

La Fede è in crisi che faranno i vescovi?

Nella decina di pagine della prolusione del cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, c’è una parte che difficilmente domani sarà sui grandi giornali. Quelli che preferiscono pubblicare rubrichette anonime con un po’ di gossip scambiato per informazioni. Noi parleremo allora dell’ Anno della Fede che, secondo la nota pubblicata dalla Congregazione per la dottrina della fede, dovrà vedere in prima linea proprio le conferenze episcopali. “ A nessuno sfugge- ha ricordato il cardinale all’ Assemblea peremanente che ha parto oggi i suoi lavori- la forza di una simile intuizione che può diventare un evento spirituale di proporzioni grandiose.” Nel suo testo Bagnasco ha ricordato che in Italia la fede è più viva di quanto i media, e la società consumistica vogliono farci credere.

lunedì 23 gennaio 2012 04:00

Diario Vaticano / Ai neocatecumenali il diploma. Ma non quello che si aspettavano

La Santa Sede ha approvato i riti che scandiscono le tappe del loro catechismo. Ma le particolarità con cui essi celebrano le messe restano sempre sotto osservazione. Alcune sono consentite. Altre no

domenica 22 gennaio 2012

Un bellissimo articolo di Giuseppe Frangi: “Perché difendo lo spettacolo di Castellucci (anche senza averlo visto)”

Non ho visto lo spettacolo di Romeo Castellucci ma ho una grande curiosità e desiderio di andarlo a vedere. Ho curiosità di tornare in quel teatro dove 30 anni fa gli spettacoli stupendi di Testori avevano sollevato molto e per certi versi, analogo, scalpore.

E’ lì che avevo imparato come il cristianesimo non si palesi sempre con buone maniere. E che anzi spesso chi lo prende di petto ne rende una testimonianza più vera. E quindi più viva.
Dovessi spiegare perché “Sul concetto di volto nel figlio di Dio” mi interessa (a parte la stima per quel gruppo teatrale, la Societas Raffaello Sanzio), direi innanzitutto questo: è uno spettacolo che rimette inaspettatamente il volto di Gesù al centro della scena. E non si tratta di un volto arbitrariamente reinterpretato, ma è il volto “oggettivizzato” dal genio di Antonello, un volto che si è sedimentato nella memoria di ogni cristiano.

È uno di quei volti che “colpisce per sempre”. Di più: non è un volto di un Gesù di Passione ma è un Gesù Salvatore che domina in dimensioni gigantesche e straordinariamente suggestive tutta la scena.
“Io voglio stare di fronte al volto di Gesù” ha infatti detto Castellucci, per dare la chiave dello spettacolo. In una stagione in cui la cultura ha ripulito ogni discorso da quel volto, il tentativo di Castellucci mi interessa quindi a priori. Oggi il rischio non è quello dello scontro con Cristo, ma la sua cancellazione (o sostituzione).
Il volto di Gesù non è mai un volto obbligante, tant’è vero che nel corso della storia si è lasciato guardare da occhi diversissimi tra loro, a volte adoranti, a volte pretenziosi, spesso anche ostili.

Non è un volto che determina percorsi predefiniti. È un volto che lascia liberi. Ma il suo porsi come volto è il suo primo modo di irrompere sulla scena della storia. “Questo Cristo interroga come un’immagine vivente e certamente divide e dividerà ancora”, ha detto Romeo Castellucci.
Il regista autore si interroga e interroga quel volto sul tema della sua onnipotenza: come si spiega il declino a volte degradante della vita umana (incarnato nella figura del vecchio sfiancato e seminudo sulla scena) di fronte a quel volto che annuncia la salvezza?

“Nella figura del figlio attraverso i suoi tentativi di pulire il suo padre malato, si riconosce la lunga storia dei profeti della Bibbia che tentano di risollevare il popolo di Israele smarrito nei suoi peccati”, ha scritto il domenicano Therry Hubert, dopo aver visto lo spettacolo a Parigi.

E da parte sua il regista precisa: “Vorrei solo far combaciare due forme apparentemente lontane: la scatologia (la decadenza del corpo umano) e l’escatologia (il volto di Cristo). Tutto questo in modo degno”. Come tentativo non mi sembra da poco…
La domanda che sta alla base dello spettacolo fa scattare rabbia, rancori, disperazione ma anche a volte sembra trasformarsi in implorazione.

Quel volto non è lontano, è vicino, presente ma resta comunque misterioso: nelle immagini si scorgono anche dei gesti che indicano un istintivo abbandono, quasi un aderire senza pretese.
Alla fine sul volto un velario nero, come un sudario scivola drammaticamente sul volto.

Con una didascalia cupa, da scommessa persa. “Non è il mio pastore”, sancisce l’autore. Non è una “bella” conclusione. Ma da qui a vederne una soluzione blasfema ce ne corre…

 

Giuseppe Frangi

 

Da http://robedachiodi.associazionetestori.it

Per chi non lo conoscesse Giuseppe Frangi, attualmente direttore di “Vita”, è stato il mio direttore al “Sabato”. Ma di quel giornale, che ha rappresentato una straordinaria ventata di intelligenza cristiana negli anni Ottanta e Novanta, Giuseppe è stato anche la colonna, il cuore e la mente.

La stessa intelligenza cristiana (cioè mente e cuore cristiani) rifulge infatti in questo suo articolo. Dio sa quanto ce n’è bisogno in tempi come questi, in cui se ne vede così poca (di intelligenza cristiana), ma così poca, ma così poca, ma così poca che sembra quasi inesistente….

domenica 22 gennaio 2012 09:10

Strage di cristiani in Nigeria...e tutto tace.

In questi giorni gravissimi attentati hanno fatto strage di cristiani tra la popolazione della Nigeria. Ovviamente sotto o sguardo distrattissimo della stampa, anche italiana.

Gli attacchi che venerdì sera hanno messo a ferro e fuoco, la città di Kano, nel nord della Nigeria,  - riferisce La Stampa - sono stati coordinati del gruppo radicale islamico Boko Haram .  Almeno una ventina di esplosioni e sparatorie sono risuonate in giro per la città, la seconda più importante del Paese, situata nel nord musulmano: presi di mira commissariati, uffici immigrazione, il quartier generale dei servizi segreti ma anche abitazioni. Il caos ha spinto la polizia a dichiarare il coprifuoco notturno per gli oltre 10 milioni di abitanti.   

Si tratta - prosegue il giornale - dell'ennesimo attacco sferrato nelle ultime settimane dalla setta islamista dei Boko Haram che ha chiesto ai cristiani di lasciare il nord del Paese.

I cadaveri rinvenuti fino ad ora sono stati 162. Ma il bilancio potrebbe essere destinato ad aumentare.

Ora il problema però diventa un altro.

 

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sabato 21 gennaio 2012

E adesso avanti

Non illudiamoci. Prima che le liberalizza­zioni varate dal governo producano effet­ti tangibili sui bilanci familiari dovranno passa­re diversi mesi, in qualche caso anni. E ad oggi – siamo sinceri – non è neppure scontato che ciò avvenga del tutto, nonostante l’entusiasmo di parecchie associazioni dei consumatori. Ma la portata del decreto varato venerdì sera non può essere sottovalutata. La natura particolare di questo esecutivo, e alcuni contenuti specifi­ci, ne fanno infatti risaltare l’intenzione e l’im­pianto coraggiosi e forti. Una scossa, è stato det­to a più voci, per aprire il mercato italiano a u­na migliore concorrenza. Una prima scossa, be­ninteso. Che necessita di altre mosse per com­pletare il processo, ma che apre nuovi scenari e possibilità.

C’è chi, a caldo, ha parlato di «rivoluzione mai vista in vent’anni». Dimenticando probabil­mente che, se oggi possiamo fare sempre più te­lefonate a un costo via via decrescente e si assi­ste a un qualche ribasso sui prezzi dei farmaci, ciò si deve alle prime liberalizzazioni (le cosid­dette 'lenzuolate di Bersani'). Così come fra le svolte realmente 'rivoluzionarie' andrebbero i­scritte a buon diritto la portabilità del mutuo ca­sa e la cancellazione della penale per l’estinzio­ne anticipata, che hanno portato immediati be­nefici alle famiglie e costretto le banche a ren­dere più competitivi i loro prodotti. Oggi, nel provvedimento del governo Monti, ci sono po­che scelte d’impatto così immediato: l’obbligo per i professionisti di rilasciare un preventivo, la maggiore libertà di approvvigionamento di car­buranti per alcuni gestori (500 in tutt’Italia) e il tetto sulle commissioni Bancomat potranno de­terminare un qualche avvertibile calo di prezzi e tariffe. Per il resto, si è finalmente avviato un processo troppo a lungo rinviato. Fondamenta­le e potenzialmente ricco di benefici quello del­la separazione della rete gas e delle gare per il tra­sporto locale. Nessuno finora aveva avuto il co­raggio (o la forza) di porvi mano. Da valutare nella sua effettiva portata, invece, l’affidamen­to delle licenze dei taxi all’Autorità dei traspor­ti. Mentre i provvedimenti relativi alle assicura­zioni paiono semplici aggiustamenti al margi­ne, a fronte di tariffe Rc-auto che continuano a sconvolgere, letteralmente, tanti bilanci fami­liari.

Dove sta, allora, il valore maggiormente inno­vativo delle liberalizzazioni montiane? In parti­colare nel messaggio sotteso a tre scelte: le ac­cresciute possibilità di aprire una farmacia o u­no studio notarile, la maggiore apertura della porta d’ingresso alle professioni, con il miglio­ramento dei tirocini e, soprattutto, la chance ri­servata agli under 35 di costituire un’impresa con solo 1 euro di capitale, senza atto notarile e con adempimenti burocratici semplificati. Non ci nascondiamo, anche in questo caso, i rischi potenziali che le nuove Srl vengano sfruttate per nascondere traffici illeciti o rapporti di lavoro mascherato. Ma finalmente, dopo anni di buio, si apre uno spiraglio di luce, si dà una carta con­creta a una generazione, il cui leit-motiv era tri­stemente diventato «è impossibile». Impossibi­le trovare un lavoro 'normale', impossibile fa­re ciò per cui si è studiato, impossibile creare un’impresa. Tutt’al più c’era l’apertura della par­tita Iva, una costrizione e non una scelta, nella gran parte dei casi. E questo mentre lo sviluppo accelerato di servizi e tecnologie continua ad a­prire praterie enormi nelle quali può crescere u­na nuova imprenditorialità giovanile. Come puntualmente accade non solo negli Stati Uni­ti, dove magari sono gli stessi ragazzi italiani a 'fare impresa' nella Silicon Valley, ma anche nel­la vicina Olanda che ha 500 minorenni iscritti al­la Camera di Commercio e dove si discute come comportarsi con ragazzi di appena 12-13 anni, già in grado di creare e vendere sul mercato ap­plicazioni informatiche.

La scommessa del governo Monti, allora, non è solo, e non tanto, riuscire a 'strappare' qualche centesimo in meno sulla benzina o sul gas (che non guasterebbe), ma far sì che liberalizzare vo­glia dire «è possibile», «si può fare», «ci posso provare», ridando spinta a un Paese sfiduciato, che si sente ed è 'bloccato' dalle oligarchie e­conomiche. Servono altri passi nella stessa di­rezione. Più ancora sono necessarie riforme 'ste­reofoniche' del mercato del lavoro (valorizzan­do il nuovo apprendistato modello Sacconi) e del fisco. Occorre cambiare musica e finalmen­te arrivare a 'premiare' la produzione, la fami­glia e i contribuenti onesti. È il grande investi­mento che il Paese merita e che non può più tar­dare.

sabato 21 gennaio 2012 23:00

Il coraggio della debolezza

Quando un Paese attraversa una crisi soffrono tutti, o quasi, sebbene alcuni di più e altri meno. Sono questi i momenti nei quali si capisce, e sulla propria pelle, che una società civile e politica è anche un corpo, dove quindi c’è un legame, un sistema nervoso che trasmette sensazioni piacevoli e dolorose tra tutte le membra. L’abbiamo sempre saputo, poi, che durante una crisi economica è il mondo del lavoro, sono i lavoratori, a soffrire in una maniera tutta particolare e grave. Ciò che stiamo scoprendo oggi è la sofferenza degli imprenditori, di cui i suicidi di questi tempi rappresentano la punta dell’iceberg.

L’altra sera facevo un pezzo di strada in compagnia di una imprenditrice di una media azienda industriale, una delle tante che tengono ancora in piedi l’Italia grazie al 'made in Italy' che funziona e piace nel mondo. Una donna che ha ereditato l’impresa dai genitori, e cerca di portarla avanti con talento e responsabilità. Mi ha colpito in modo tutto particolare avvertire la sofferenza psicologica e quindi profonda che questa persona vive negli ultimi tre anni, a causa della crisi che ha ridotto di metà il fatturato, mettendo a rischio decine di posti di lavoro nella sua azienda. Se questa imprenditrice fosse stata una speculatrice, probabilmente avrebbe sofferto molto meno o punto, e magari avrebbe svenduto quell’azienda al migliore offerente.

L’imprenditore, l’imprenditrice, invece patisce veramente, perché in quella impresa che soffre e rischia di non farcela c’è racchiusa una buona parte della sua vita, della sua storia, del futuro proprio e della sua famiglia. Non è normale, nella nostra cultura, vedere gli imprenditori soffrire. A vederli 'piangere' e lamentarsi siamo abituati, ma sappiamo che in certi momenti è anche una parte di un gioco nella contrattazione sociale e politica. Ma il dolore di questi tempi è un’altra cosa, alla quale non siamo invece abituati. C’è, infatti, qualcosa d’altro, e di più profondo, in questa forma di sofferenza degli imprenditori, e in generale della dirigenza.

La nostra cultura sta sempre più espellendo la vulnerabilità dalla sfera pubblica, soprattutto dal mondo delle imprese, per non parlare di quello della finanza. Nelle grandi imprese capitalistiche non c’è posto per la dimensione della fragilità, per il limite (negli orari di lavoro, ad esempio). Si fa carriera se si appare illimitati nella gestione del tempo, delle energie, dell’efficienza: guai a dire a un manager, soprattutto se si è giovani o addirittura neo-assunti, che alle nove di sera ci sono dei bambini a casa che attendono, o che la domenica si ha diritto a non lavorare; per non parlare degli effetti devastanti che produce, nei colleghi o dipendenti, l’ammissione di disagio psicologico, di una malattia seria o di una depressione. Il mondo economico vede tutto ciò che sa di vulnerabilità come una faccenda che non ha diritto di cittadinanza nel mondo, tutto maschile, dell’impresa (e delle istituzioni). È la famiglia, secondo la cultura dominante, il luogo dove scaricare le vulnerabilità e le fragilità, una famiglia che continua a essere pensata come il regno della donna, come lo spazio possibile della ferita e dell’accudimento. Ma la vulnerabilità è la condizione dell’umano, anche dell’economico, e se non viene accolta e accudita, a un certo punto esplode, e nel far di un mattino si passa da manager o imprenditori di successo a una clinica psichiatrica, completamente bruciati (l’ormai tristemente noto burn out), non più utili né all’impresa né alla vita familiare (o di ciò che ne resta).

Questa crisi potrebbe offrirci, allora, l’occasione per trovare un rapporto giusto e nuovo con la dimensione della vulnerabilità nella sfera pubblica: ne ha bisogno il mondo dell’impresa che senza persone intere non ha futuro; e ne ha bisogno urgente il mondo della famiglia, che fa sempre più fatica a curare tra le mura domestiche quelle dimensioni di vulnerabilità che, non accolte dal mondo del lavoro, stanno diventando sempre più pesanti e ingestibili. A tutto ciò è legato un grande discorso sulla donna e sul femminile nella vita economica e istituzionale, attorno al quale stanno lavorando un numero crescente di studiosi (tra cui in Italia anche l’economista Alessandra Smerilli). Un femminile che non può e non deve più essere considerato il 'monopolista' della cura delle fragilità proprie e di quelle dei mariti e figli. Solo una vulnerabilità condivisa è sostenibile e feconda, soprattutto nei tempi di crisi.

sabato 21 gennaio 2012 23:00

Egitto, musulmani «moderati» ora alla prova del governo

Ultimi a unirsi ai dimostranti di piazza Tahrir un anno fa, sono oggi i primi nel nuovo Parlamento egiziano. Gli islamisti hanno stravinto le elezioni del dopo Mubarak, andando oltre le previsioni già largamente favorevoli della vigilia. La proclamazione ufficiale dei risultati, avvenuta ieri al termine di una lunga maratona elettorale, sancisce il trionfo del partito Libertà e Giustizia, il braccio politico dei Fratelli musulmani che, con 235 deputati, sfiorano la maggioranza assoluta nell’Assemblea del popolo (498 seggi). Ma l’annuncio choc riguarda lo straordinario successo dei fondamentalisti salafiti il cui partito al-Nour s’aggiudica il secondo posto con 121 deputati. Ne risulta che i rappresentati dell’islam come ideologia politica controllano i due terzi del nuovo Parlamento. Un dato inquietante, anche se appare poco probabile una coalizione governativa tra i partiti islamisti.

I Fratelli musulmani non intendono forzare i toni, presentandosi con un volto moderato e rassicurante. Il leader della Fratellanza, Mohamed Badie, ha già fatto sapere che il partito Giustizia e Libertà non sosterrà alcun candidato islamista alle elezioni presidenziali di giugno. Ed ha lanciato messaggi tranquillizzanti alle forze laiche e liberali, che si battono per uno Stato secolare, facendo notare che l’espressione 'Stato musulmano' si ritrova già nella Costituzione egiziana del 1923 e non ha mai significato l’instaurazione di un regime teocratico. Con una maggioranza quasi assoluta in Parlamento, i Fratelli musulmani cercheranno di formare un governo insieme con i laici, penalizzati dal voto. Ci proveranno con al-Wafq, vecchio e glorioso partito liberale, che nell’ultima tornata elettorale è stato però infiltrato da ex esponenti del regime di Mubarak. Ha ottenuto il 9% e rappresenta la terza forza in Parlamento, a grande distanza dalle prime due. Peggio ancora è andata al Blocco egiziano, capeggiato dal tycoon della telefonia Sawiris, e a Rivoluzione continua, che raggruppa i giovani di piazza Tahrir. Diffidenti nei riguardi degli islamisti, sono pronti a sfidare il nuovo potere, scendendo ancora una volta a protestare come già fecero con Mubarak. S’avvicina l’anniversario dell’inizio della rivolta, il 25 gennaio, e in Egitto si preannuncia una nuova ondata d’imponenti dimostrazioni.

Nel mirino c’è il Consiglio supremo delle Forze Armate, l’organo provvisorio che dovrebbe garantire la transizione alla democrazia, ma che in realtà mira a salvaguardare i privilegi delle alte cariche dell’esercito. «Non ci sarà nessun organismo al di sopra della sovranità del popolo», è il guanto di sfida che i Fratelli musulmani hanno lanciato ai militari, rompendo il tacito compromesso siglato con la giunta del generale Tantawi prima delle elezioni. Adesso si volta pagina, la Fratellanza diventa forza di governo e ha bisogno di legittimare la grande vittoria ottenuta nelle urne con risultati concreti. Gli islamisti 'moderati' dialogano con gli Stati Uniti, incontrano gli emissari del Fondo monetario internazionale, chiedono l’aiuto dell’aborrito Occidente per far fronte alla spaventosa crisi economica che in un anno ha dimezzato le riserve di valuta (da 36 a 18 miliardi di dollari), ha ridotto il turismo del 90%, ha fatto balzare l’inflazione al 10% e la disoccupazione al 40%. Ma a soffiare sul fuoco del malcontento ci sono gli ex amici salafiti che propugnano l’applicazione letterale del Corano nella vita pubblica e ammettono tranquillamente di odiare i cristiani.

Ad un anno dalla caduta di Mubarak, l’Egitto resta una polveriera pronta ad esplodere.

sabato 21 gennaio 2012 15:21

Neocatecumenali, l’approvazione

Cari amici, come saprete, ieri, in occasione della grande udienza delle comunità neocatecumenali, durante la quale il Papa ha ricevuto 7000 membri del movimento, la Santa Sede ha diffuso la notizia dell’approvazione vaticana per le celebrazioni che segnano l’itinerario del Cammino. Questa decisione, che giunge dopo quindici anni di studio da parte della Congregazione per il Culto, conclude il percorso per l’approvazione del Cammino Neocatecumenale: nel 2008 venne approvata la versione finale degli Statuti e nel 2011 fu approvata la dottrina contenuta nei tredici volumi del Direttorio Catechetico del Cammino.

Conoscendo la sensibilità di molti visitatori del blog, so di addentrarmi in un terreno minato. Vorrei evitare di essere sommerso di email di protesta, ma correrò il rischio, perché quanto accaduto ieri in Vaticano rappresenta un evento ecclesiale. Da quanto ho capito, il decreto di ieri ha approvato specificamente le «celebrazioni» che segnano le tappe del cammino: credo si tratti non di celebrazioni liturgiche in senso stretto, ma di para-liturgie legate a determinati e specifici momenti del percorso dei neo-catecumeni. Infatti il decreto, firmato dal cardinale Rylko, presidente del Pontificio consiglio per i laici, fa riferimento a “quelle celebrazioni contenute nel Direttorio Catechetico del Cammino Neocatecumenale che non risultano per loro natura già normate dai libri liturgici della Chiesa“. Non bisogna infatti dimenticare che la liturgia così come viene celebrata nelle comunità neocatecumenali è stata già approvata con il decreto riguardante gli Statuti nel 2008, che permetteva alcune usanze e non ne contemplava altre.

Come sapete, proprio il modo di celebrare del Cammino è stato oggetto di polemiche e dibattiti. La Santa Sede ha concesso alle comunità neocatecumenali di fare le celebrazioni il sabato sera per piccoli gruppi (anche se si specifica che deve esserci la possibilità di partecipare per persone esterne al movimento che lo vogliano), di anticipare lo scambio della pace così come avviene nel rito ambrosiano, e ha concesso pure che i fedeli possano fare la comunione rimanendo al loro posto, ma in piedi – e non dunque seduti. In una nota si precisava anche che erano ammesse soltanto delle brevi monizioni sulle letture.

Il Papa, accogliendo i neocatecumenali, ne ha lodato l’impegno evangelizzatore. Sulle celebrazioni, ha raccomandato fedeltà ai libri liturgici e ha detto che una volta concluso il cammino, i fedeli che l’hanno compiuto dovrebbero rientrare nel seno della comunità parrocchiale a celebrare l’eucaristia. Il decreto annunciato ieri (che porta la data dell’8 gennaio) rappresenta dunque la tappa conclusiva di un percorso. Le discussioni continueranno. Ma sarebbe sbagliato ritenere che solo con quest’ultimo decreto siano state approvate le «messe neocatecumenali».

venerdì 20 gennaio 2012

Per Cuba per Willar

Dopo cinquanta giorni di sciopero della fame è morto ieri a Santiago di Cuba il dissidente Willar Vilma, membro del gruppo Unión Patriótica Cubana, arrestato lo scorso novembre e condannato a quattro anni di reclusione per il rifiuto di rinnegare il movimento. La sua è una storia di ordinaria disperazione, quella di un povero diavolo (un «delinquente comune», secondo il regime) costretto dalla povertà più che dall’ideologia a entrare nel movimento di protesta dalla porta di servizio, lontano dai pur pochi riflettori concessi ai dissidenti di maggiore notorietà e del calibro di Guillermo Farinas od Orlando Zapata Tamajo, morto dopo 85 giorni di digiuno due anni fa, e tuttavia a essi legato dalla medesima sorte.

Ma la triste fine del trentunenne Vilma – ultimo anello di una catena che tante volte (ma non tutte, purtroppo) la mediazione della Chiesa cattolica è riuscita a rendere meno spietata – non rappresenta altro che l’ennesimo atto di accusa nei confronti del regime cubano, delle sue ripugnanti cosmesi sociali, del sanguinario teatro d’ombre che costruisce attorno a simulacri di libertà, di liberalizzazioni, di modernità allo scopo di sfuggire alla propria fine inesorabile.

Il tempo sembra essersi fermato a Cuba da quel 1° agosto 2006, quando Fidel Castro – la cui malattia pareva doverlo condurre di lì a poco alla morte – cedette i poteri al fratello Raúl. Un tempo immobile, sinistramente profetizzato quasi quarant’anni fa da Gabriel García Márquez nel romanzo L’autunno del patriarca, in cui il ritratto della corrotta solitudine del potere in agonia, dell’arbitrio capriccioso, della mistificazione e della farsa grottesca di una democrazia che non esiste e non esisterà mai si attaglia perfettamente alla Cuba di oggi, dominata da due fratelli pluriottantenni il cui solo cruccio sembra essere la conservazione del proprio potere nell’estenuato crepuscolo che la vita ancora concede loro.

Sotto questo manto di piombo la isla de la felicidad, la sucursal del cielo – così si canta e si dipinge la bella e orgogliosa l’isola caraibica – rimane quello che è purtroppo sempre stata: un grande carcere a cielo aperto, dove tutto è vietato e nulla è permesso, dove crollano le case fatiscenti che il socialismo reale non ha provveduto a mettere in sicurezza e anche il navigare su internet è limitato dall’occhiuta sorveglianza satellitare donata a Castro dalla Cina, dove in ossequio a una sghemba frenesia di modernizzazione si schiudono le porte ai matrimoni gay ma si aprono regolarmente anche quelle delle carceri, ora per rilasciare duemila detenuti dissidenti (in onore della visita papale di marzo, si ama dire), ora per ospitarne altre decine, ma solo per pochi giorni, tanto perché sappiano che il regime è severo ma umano, talmente umano da serrare le frontiere per scongiurare il pericolo che i cubani fuggano all’estero e i gringos malvagi, gli yanqui (ossia gli americani) tornino a far man bassa delle ricchezze di un’isola che si colloca fra i Paesi più poveri del mondo.

«Esta noche no hay quien pueda dormir» (stanotte non si potrà dormire), scrive Yoani Sanchez, la "blogger" il cui sito Generación Y è fumo negli occhi per il regime e che i cubani non hanno il diritto di visitare. Un regime che a dispetto delle illusioni che si erano create all’epoca del ritiro di Fidel Castro dalle cariche politiche non ha affatto cambiato pelle e soprattutto non sta preparandosi al futuro: della giovane classe dirigente che avrebbe potuto gestire la transizione verso la democrazia non è rimasto nessuno in grado di prendere le redini del Paese. Ma quanti ancora dovranno morire nelle carceri cubane prima che sul fatiscente spettacolo della decomposizione di un regime scenda provvidenziale il sipario della Storia?

venerdì 20 gennaio 2012 23:00

Non accontentarsi di quello che appare

L’anno nuovo in certi giorni, sulle pagine dei giornali, sembra così duro e quasi ostile. La crisi stringe, la ripresa stenta e l’euro trema; e quella grande nave arenata al Giglio sembra una dolente immagine di noi. La sensazione, certi giorni, di camminare dentro una realtà opaca, senza un orizzonte in cui sperare. Stando alla pura aritmetica dei fatti è in effetti più del solito difficile sperare, in questo inizio di 2012. Viene da cercare un alimento alla propria speranza; e non buone parole, ma ragioni cui attaccarsi e far forza, come gli alpinisti in parete si aggrappano alle rocce. Cercando queste rocce, ho preso l’abitudine di rileggere i discorsi di Benedetto XVI; avendo notato che pure nella complessità vi si trovano dentro, come fra le righe, brevi frasi semplici e utili a noi poveri cristiani, nella quotidianità delle nostre giornate. Poche parole lasciate come suggerimenti, come risposta a tante tacite domande; sentieri, piste, quasi, dati da un vecchio cristiano, che per i nostri stessi silenzi e solitudini è passato, e ha saputo andar oltre. Sentite per esempio queste quattro righe della omelia dell’Epifania, riferite ai Magi: «Erano persone dal cuore inquieto, che non si accontentavano di ciò che appare ed è consueto.

Erano uomini alla ricerca della promessa, alla ricerca di Dio. Ed erano uomini vigilanti, capaci di percepire i segni di Dio, il suo linguaggio sommesso e insistente». Noi siamo abituati a pensare ai Magi avviati in un cammino di cui già sappiamo l’esito, e la gloria. Ma quei tre erano partiti da lontano, senza altro in mano che lontane memorie di profezie, e oscuri calcoli astronomici. Chissà, tra chi li vedeva passare, quanti dubitavano di quella singolare impresa. Un corteo reale che avanza in terre straniere seguendo una stella, cercando un bambino. (Un bambino, capite, un bambino. Forse nello stesso seguito, di nascosto, qualcuno sorrideva). Ma i tre re avevano quel cuore inquieto; non bastava una reggia, ori, servi. «Non si accontentavano di ciò che appare ed è consueto». Cercavano le orme lasciate da Dio. La terra, le piante, le parole dei profeti, e il gran cielo, di notte; i re avevano occhi che sapevano guardare e orecchi capaci di cogliere quella lingua sommessa, che agli altri, attenti solo alle cose che si possono toccare e misurare, sfuggiva. E sembra quasi, l’inciso dell’omelia dell’Epifania, un viatico a noi, per quest’anno che viene; esortazione a farci anche noi pellegrini, tenaci e non distratti, capaci di cercare oltre alla pura e forse dura apparenza. Attenti ai segni di un Dio, che parla piano. O, ancora, e sempre parlando di speranza, torna in mente un passo dell’udienza del 19 ottobre scorso dedicata al Salmo 136, detto il Grande Hallel, quello che veniva cantato nella pasqua ebraica e che ripete: «Eterna è la Sua misericordia», scandendo la incrollabile fiducia di Israele a partire dalla sua storia di predilezione e salvezza. A un certo punto il Papa si domandava: come possiamo fare di questo salmo una preghiera nostra, come possiamo appropriarcene? (Dove, cioè, un cristiano oggi può attingere questa certezza che Dio è misericordioso?). E in risposta indicava tra l’altro due strade: la prima, guardare al creato, che sembra tornare allo "stare in ascolto" dei Magi; la seconda, attingere alla memoria della propria storia. La struttura fondamentale del Grande Hallel infatti è che Israele si ricorda della bontà di Dio. Nella sua storia ci sono tante valli oscure: ma Israele si ricorda che Dio era buono e può sopravvivere, in quanto si ricorda. E questo, diceva Benedetto XVI, è importante anche per noi: avere memoria della bontà di Dio. (Memoria di essere stati messi al mondo, amati, educati; di avere padri, amici, figli; di quel bene ricevuto che spesso dimentichiamo). La memoria, e qui sta la breve parola utile per noi poveri cristiani, «diventa forza della speranza». E apre, anche nell’oscurità dei giorni difficili, la strada. Come quella luce inseguita dai tre re. Pellegrini nel buio, come noi; ma così splendidamente ostinati.

venerdì 20 gennaio 2012 08:47

Ma quale blasfemia? Quella di Castellucci, davanti a Gesù, è preghiera!

Caro Romeo Castellucci,

“L’indicibile dolcezza dello sguardo di Cristo”… Mi ha folgorato questa frase nella lettera che lei ha scritto giorni fa, per spiegare la sua pièce teatrale che è intitolata “Sul concetto di volto nel Figlio di Dio” e che racconta la malattia e il crollo fisico e morale di un vecchio padre.

Visto il tono personale e appassionato della sua lettera, le scrivo non come giornalista o scrittore cattolico, ma anzitutto come padre di Caterina, inchiodata, nel fiore della sua giovinezza, su una croce terribile e più insopportabile della vecchiaia.

Ogni giorno e ogni notte io ripeto il grido drammatico e struggente che anche lei, caro Castellucci, nella sua opera, lancia al Salvatore.

E ogni giorno io mi sorprendo a scoprire nel volto luminoso e bellissimo di mia figlia la risposta viva del Salvatore, l’aurora di un giorno di felicità. Quello che ci sta accadendo – pur nel dolore – meraviglia me per primo.

Non è un assioma ideologico quello che vorrei testimoniarle, ma è un miracolo, fatto di carne, di occhi, di dolcezza (anche di pianti), che si rinnova ogni mattina.

Mi piacerebbe regalarle il libro sulla cui copertina sta il volto di mia figlia che io immagino di fronte alla gigantografia del volto di Cristo di Antonello da Messina che lei ha riprodotto sulla scena della sua pièce. Perché nella bellezza di lei rifulge la Bellezza che è Lui.

Vorrei parlare con lei della miseria della nostra condizione di uomini e del bisogno che abbiamo di un Salvatore che redima anche la nostra povera carne malata.

Perché mi commuove quell’ “ossessione” di Cristo che traspare dalla sua lettera dove cita il salmo 88: “Dio, non nascondermi il tuo volto!”. Che è il mio grido di ogni mattina, di ogni sera e di ogni notte.

Ma il chiasso distratto di cui vivono i mass media mi costringe anche a dar conto di una polemica mediatica sulla sua pièce: una polemica che ha il merito di rivelarci molte cose, sia sui cattolici che sui laici.

Riassumo per i nostri lettori.

Nelle scorse settimane è circolata l’informazione che in una scena di questa pièce vi fosse un sacrilego e derisorio lancio di escrementi contro un grande ritratto di Gesù Cristo.

Siccome siamo purtroppo abituati ad artistucoli mediocri che cercano di farsi pubblicità con trovate blasfeme contro la fede cristiana, alcuni cattolici hanno pensato che questo fosse l’ennesimo caso. E hanno manifestato la propria indignazione.

E’ dunque cominciato il solito teatrino allestito dai media: i cosiddetti “fondamentalisti” che denunciano l’atto sacrilego e i banali, superficiali “laicisti” che gridano allo scandalo per una presunta “censura” fondamentalista.

Nessuno che desideri approfondire e capire di cosa stiamo parlando.  

C’è un’attenuante – secondo me – per i cattolici. Perché ormai da troppo tempo subiscono l’umiliazione e il dileggio di ciò che hanno di più sacro, che è anzitutto il crocifisso e l’amore di Dio (mentre tanti cristiani nel mondo vengono massacrati fisicamente per la loro fede).

Una “cultura laica” che non sa rispettare neanche la sacralità della sofferenza e dell’amore è veramente una fetecchia ridicola e noiosa. Che – lei sì – opera una continua censura (censura delle vere domande dell’uomo e del suo bisogno di salvezza).

Tuttavia la posizione dei cattolici che protestano rischia di essere  solo reattiva (reazionaria), alla fine funzionale al circo mediatico. Specie in questo caso in cui nessuno ha visto la pièce teatrale contestata: si rischia di gettar via – come squallido sberleffo anticristiano – un’opera che invece si interroga ansiosamente sul mistero del dolore e su Gesù e mette in scena un grido al Salvatore molto vicino alla bestemmia (come lo sono certi passi della Bibbia del resto), ma anche alla preghiera.

Castellucci infatti, nella sua lettera, nega con parole indignate che vi sia quel gesto derisorio: “Devo denunciare qui le intollerabili menzogne circa il fatto che si getterebbero feci sul ritratto di Gesù. Che idea! Niente di più falso, di cattivo, di tendenzioso. Chi afferma queste cose gravissime risponderà alla propria coscienza di avere offeso –lui si – con questa immagine rivoltante il volto di Gesù”.

Non c’è motivo per non credergli. Possiamo dunque prendere atto che c’è stato uno spiacevolissimo malinteso e parlare finalmente dell’opera.

Naturalmente io non so come e quanto la pièce teatrale riesca a dar forma artistica alle cose bellissime che lei, Castellucci scrive nella sua lettera.

Potrebbe pure non essere all’altezza. Anche un’intuizione geniale potrebbe poi avere una formulazione artistica mediocre o brutta o incomprensibile. O peggio ancora intellettualistica, “mancusiana”. Per questo mi piacerebbe vedere lo spettacolo.

Di certo c’è che i cristiani non possono essere indifferenti a questa ossessione di Cristo che permea la cultura moderna. Come dice mons. Negri, se la Chiesa non parla di questo, di cosa parla?

Saper cogliere il bisogno del Salvatore anche nel grido disperato di un artista è stato il genio di don Giussani, che non a caso ha fatto scoprire il cristianesimo a una generazione che non lo conosceva partendo da Leopardi, il poeta che – secondo le classificazioni ideologiche che ci imprigionano – dovrebbe essere ritenuto “ateo, sensista e materialista”.

Mentre per don Giussani esprimeva nel modo più potente le domande vere dell’uomo e l’intuizione profetica dell’incarnazione del Salvatore. E don Giussani accanto a Leopardi citava Pavese, Camus e pure Pasolini.

Oltretutto proprio il teatro Parenti – dove andrà in scena la pièce di Castellucci – è stato il teatro di Giovanni Testori, un grandissimo scrittore e drammaturgo la cui conversione è passata prima attraverso la disperazione e la bestemmia.

E non a caso anche lui – uno dei pochi intellettuali italiani liberi e veri, non prigionieri di una maschera – è approdato all’incontro con don Giussani.

Pure Testori per tutta la vita fu ossessionato da Cristo e in una sua poesia, ripensando al tempo della sua lontananza dalla fede, scriveva, rivolto al Salvatore: “T’ho amato con pietà/ Con furia T’ho adorato./ T’ho violato, sconciato,/ bestemmiato./ Tutto puoi dire di me/ Tranne che T’ho evitato”.

Mi auguro che la sua opera, caro Castellucci, ricordi il paesaggio testoriano, turgido di vita, di luce e tenebre, come i dipinti di Caravaggio. E non cada nel frigido e fasullo intellettualismo “mancusiano”, che tradirebbe la sua intuizione originaria.

La sua lettera, a dire il vero, fa ben sperare. Vorrei riprenderne qualche passo per i lettori. Lei scrive:

“Questo spettacolo è una riflessione sul decadimento della bellezza, sul mistero della fine… Per questo spettacolo ho scelto il dipinto di Antonello a causa dello sguardo di Gesù che è in grado di fissare direttamente negli occhi ciascuno spettatore con una dolcezza indicibile. Lo spettatore guarda lo svolgersi della scena ma è a sua volta continuamente guardato dal volto. Il Figlio dell’uomo, messo a nudo dagli uomini, mette a nudo noi, ora”.

E ancora: “Questo spettacolo mostra, nel suo finale, dell’inchiostro nero di china che emana dal ritratto del Cristo come da una sorgente. E’ tutto l’inchiostro delle sacre scritture, qui pare sciogliersi di colpo, rivelando un’icona ulteriore: un luogo vuoto fatto per noi, che ci interroga come una domanda”.

Alla fine infatti “la tela del dipinto si lacera” e appare “una scritta di luce: ‘Tu sei il mio pastore’. E’ la celebre frase del salmo 23. Ma ecco che si può intravedere un’altra piccola parola che si insinua tra le altre, dipinta e quasi inintelligibile: un ‘non’, in modo tale che l’intera frase si possa leggere nel seguente modo: Tu ‘non’ sei il mio pastore. La frase di Davide si trasforma così per un attimo nel dubbio. Tu sei o non sei il mio Pastore?”.

E questa è preghiera. Significa: Signore, sono disperato, salvami! Spargi il tuo sangue per guarire anche me!

Antonio Socci

Da “Libero”, 20 gennaio 2012

venerdì 20 gennaio 2012 04:30

Cosa insegna l’islam a noi cristiani?

Padre Davide Carraro del Pime ha 31 anni ed è stato due anni in Egitto per imparare l’arabo e poi andare in Algeria.  Gli faccio una domanda che mi appassiona: “Tu sei vissuto due anni fra un popolo che in grande maggioranza è musulmano. Dell’islam ormai conosciamo quelli che sono gli aspetti negativi. A te chiedo: quali sono gli aspetti positivi di questa religione? Cosa può insegnare a noi cristiani la vita di un popolo musulmano?”.

Davide risponde: “La vita sociale in Egitto è segnata dalla preghiera, dal richiamo alla preghiera, dalle molte persone che pregano in pubblico, non si vergognano di pregare in pubblico, anzi questo è un gesto ritenuto positivo, una persona che non si vergogna di professare la sua fede. Anche nel loro modo di parlare, ci sono spesso espressioni religiose: Come Dio vuole… Siamo nelle mani di Dio… Dio ci benedica tutti… Dio è sempre presente nel modo di parlare e anche di vestire. Ad esempio, una donna velata è un simbolo religioso, quella donna teme Dio. In Egitto molti uomini hanno sulla fronte un segno nero o grigio che indica la preghiera (“zabiba”), che si fa posando la fronte sulla terra. A volte fanno un piccolo tatuaggio che indica questo.

“Poi c’è il richiamo pubblico alla preghiera tre volte al giorno che è molto forte, lo sentono tutti: “Venite alla preghiera, che è molto più importante del sonno!”. E’ un richiamo che ritma la giornata. Da noi l’orologio della torre o del campanile ritma il tempo che passa, nell’islam il richiamo del muezzin ricorda che siamo sempre con Dio, alla presenza di Dio. Che poi vadano o non vadano alla preghiera è un altro problema, ma la società pubblicamente richiama alla presenza di Dio. Si sente  nell’atmosfera una certa religiosità che non sento in Italia. Che poi sia formale è un’altra cosa, ma per noi occidentali che abbiamo perso il senso di Dio nella nostra giornata, nella nostra vita, questo è un richiamo forte”.

Ricordo a Davide che negli anni trenta e quaranta, quand’ero ragazzo nel mio paese di Tronzano vercellese, quando le campane rintoccavano l’Angelus tre volte al giorno, al mattino, a mezzogiorno e a sera, anche chi lavorava nei campi o camminava per strada si fermava e si faceva il segno della croce dicendo una preghiera. La mia infanzia e giovinezza a Tronzano (sono nato nel 1929) era segnata da quest’atmosfera religiosa nella vita pubblica e nelle famiglie (per esempio il pregare assieme alla sera col Rosario) che oggi in Italia abbiamo perso.

“Ecco – continua Davide – in Egitto è ancora molto forte. Anche i cristiani copti egiziani si fanno tatuare sul polso, fin da bambini, una piccola croce che si vede sempre quando allunghi la mano per salutare, per prendere qualcosa. I copti, a vedere che i musulmani pregano o nel mese di Ramadan vanno in giro col Corano in mano, dicono che sono segni di ipocrisia, perché poi buttano le bombe contro di noi.

Ma qui andiamo in un altro discorso. Per dialogare con questi fratelli islamici, dobbiamo vedere anche i loro aspetti positivi. Se guardiamo all’altro guardando gli esempi positivi, si può costruire un dialogo, un’amicizia”.

“Un’altra cosa che mi ha impressionato in Egitto è il grande rispetto che loro hanno per il Corano, sempre, non solo pubblicamente, ma anche in privato. Il senso del sacro e del Libro sacro. Non si mette ad esempio, nessun libro sopra il Corano, che va tenuto in un posto onorato, elevato, isolato. Questo indica il senso della presenza continua di Dio nella nostra vita e nella vita della società.

“E’ vero che vivono una religione diversa dalla nostra, ma proprio questo fatto, incontrandoli, ci dà l’occasione di capire il valore della nostra fede e del nostro Libro

“Ad esempio, io, come straniero, nel piccolo commercio, al ristorante, ho avuto più delusioni dai cristiani copti che dai musulmani, i musulmani sono stati più onesti dei cristiani. Forse perché  noi come cristiani insistiamo sempre, ed è giusto, su Dio che è amore, Dio ci vuole bene, Dio ci perdona, abbiamo un po’perso il timore di Dio. I musulmani no. Hanno il senso della continua presenza di Dio che vede e giudica tutto, forse hanno paura,ma non hanno perso il timore di Dio. In Egitto e in Algeria, in contatto con la gente del popolo, ho avuto impressioni positive. La violenza che ogni tanto esplode non l’ho mai vista. In Egitto, andando in giro, ho visto le chiese bruciate dai musulmani e ho conosciuto un padre Comboniano al Cairo che hanno ucciso quando hanno bruciato una chiesa. Però nella strada, nei contatti con la gente, non si respira questo clima”.

Piero Gheddo

giovedì 19 gennaio 2012

Il Paese senza nome

Quanti sono 44 milioni di persone? O meglio: a cosa equivale un numero così ingente di donne e uomini? Atlanti alla mano, parliamo di un numero quasi pari agli abitanti di Paesi come l’Ucraina (45 milioni) o la Colombia (44,8), un po’ meno della Spagna (46,6) ma assai più della Polonia (38) o dell’Argentina (40). Ecco: ogni anno nel mondo un’ipotetica nazione composta da 44 milioni di individui viene cancellata, rimossa, semplicemente azzerata ancor prima che se ne possano enumerare i componenti. Vite, destini, intelligenze, scelte, geni, quotidianità che non saranno mai conteggiati da alcun registro anagrafico, privi persino di un nome, buoni solo a far statistica.

Questa rimozione a sei zeri accade oggi per effetto degli aborti – ufficiali e clandestini – praticati ogni anno e per ogni dove, sotto l’ombrello di leggi che lasciano fare o di altre più restrittive, ma anche là dove la pratica è tollerata o persino proibita. Aborti conteggiati con precisione dallo Stato, e altri semplicemente stimati, fino all’approssimazione assoluta di aree del mondo dove già contare chi viene al mondo è un’autentica impresa.

Di anno in anno il totale, anziché ridursi, si allarga progressivamente, espandendo questo popolo di non cittadini, di fantasmi che entrano nelle categorie di grandi istituzioni internazionali esclusivamente preoccupate di rendere l’aborto «sicuro», e non di circoscriverlo come si fa di un incendio che dietro di sé lascia solo nera cenere. Agevolare l’aborto, ecco l’obiettivo primo dei palazzi della sanità mondiale, cominciando dalla sua legalizzazione e facilitazione (anche tramite la forma solitaria e semiclandestina delle pillole) anche dove la porta per accedervi è sbarrata, o soltanto socchiusa.

Il Paese dei senza nome, i 44 milioni (per la precisione 43,8 secondo il rapporto annuale appena diffuso dall’Organizzazione mondiale della sanità), non sembrano preoccupare chi distribuisce lezioni e pagelle ai governi sull’amministrazione sanitaria, i burocrati della salute per i quali la vita concepita – personale e irripetibile – ha la stessa rilevanza di una malattia da estirpare in tutta sicurezza.

E se l’integrità della madre va certamente difesa da pratiche criminali, risalta al confronto la completa assenza nei report sanitari internazionali di qualsiasi interesse per quei milioni di progetti individuali spenti prima ancora che potessero mostrare al mondo il proprio irresistibile volto. Non contemplare l’ipotesi che ogni aborto sia una ferita che l’umanità infligge a se stessa vuol dire condannarsi a ignorare che il primo diritto umano è di poter rispondere a una chiamata alla vita. Quei 44 milioni non sono in primis un problema sanitario ma un’angosciante lacerazione etica di fronte alla quale non è ammessa la neutralità, e neppure ce la si può cavare con il rimando a convinzioni religiose o ideologiche "private". Proprio qui, sull’etica della vita, corre infatti una frontiera decisiva del nostro tempo, ammaliato da «letture riduzioniste e totalitarie della persona umana e della natura della società», come le ha definite ieri Papa Benedetto.

Parlava a un gruppo di vescovi americani, ma per loro tramite le sue parole echeggiano in tutto l’Occidente del quale gli Stati Uniti sono spesso l’avamposto culturale e antropologico, laboratorio di quelle correnti «che, sulla base di un individualismo estremo, cercano di promuovere nozioni di libertà separati dalla verità morale». La libertà più estrema e tragica – quella di spezzare una vita inerme, affidata e tradita – è una resa al pragmatismo indifferente che divora anche l’etica sociale, incapace di allarmarsi scorgendo in quei milioni di aborti un mare che bisogna impegnarsi a prosciugare goccia a goccia.

Per questo il Papa sprona a sostenere i «cattolici impegnati nella vita politica aiutandoli a capire la loro personale responsabilità» in particolare sui «grandi temi morali del nostro tempo: il rispetto per la vita dono di Dio, la protezione della dignità umana e la promozione degli autentici diritti umani». È l’ora di mettere in discussione alla radice il tetro libertarismo dei "nuovi diritti" asettici e indifferenti. Lo dobbiamo al Paese senza nome.

giovedì 19 gennaio 2012 23:00

La piccola procura contro i giganti del rating

Non è un momento facile per le agenzie di rating, le società che danno i voti al debito degli Stati e delle imprese. La loro attività è nel mirino del dipartimento di giustizia americano, della Federal Reserve, della commissione di vigilanza sulla Borsa di Wall Street (la Sec), della commissione che controlla il mercato italiano (Consob), del regolatore europeo Esma e anche della procura di Trani. Ed è ai giudici pugliesi, la cui indagine è partita nell’agosto scorso, che si deve l’ispezione condotta ieri dalla Finanza negli uffici milanesi di Standard & Poor’s.

L’inchiesta italiana, in particolare, vede indagati analisti di S&P e Moody’s, con l’ipotesi che sia stato manipolato il mercato diffondendo giudizi e rapporti falsi, o comunque imprudenti, provocando crolli in Borsa e perdite di valore dei nostri titoli pubblici. Sotto accusa alcuni report dell’estate scorsa sull’affidabilità delle banche e del nostro sistema finanziario oltre che sul peggioramento delle prospettive per il nostro debito. Rapporti diffusi, curiosamente, a Borsa aperta, che hanno così provocato forti turbolenze sui mercati. Nel mirino ci sono anche la bocciatura della manovra finanziaria di luglio, avvenuta prima che il provvedimento venisse pubblicato in Gazzetta Ufficiale, e il declassamento di mezza Europa di settimana scorsa, con la bocciatura della Francia e la retrocessione dell’Italia in serie B. La accuse sono circostanziate e non peregrine. D’altra parte anche la Consob ha usato termini come «protocolli violati» e «manipolazione» per quei report.

Molti hanno applaudito l’iniziativa dei giudici pugliesi, altri hanno storto il naso pensando all’ennesima inutile iniziativa propagandistica di una piccola procura. Le agenzie di rating, giusto per ricordarlo, sono quei soggetti che avevano dichiarato affidabili i bond della Parmalat, permettendo così che finissero nei bilanci di centinaia di banche e nei portafogli di migliaia di risparmiatori. Sono gli stessi che hanno dato il bollino verde a quella massa sconfinata di obbligazioni collegate ai mutui subprime americani, dunque lasciando che titoli ad altissima tossicità contagiassero la gran parte dell’universo finanziario, rendendo ancora più esplosiva la bolla immobiliare (è per questo che stanno indagando le autorità Usa). Non sono gli unici responsabili dei mali del mondo, anzi, ma in questo momento le "sorelle del rating" stanno giudicando negativamente l’affidabilità dei debiti europei, alimentando la fuga dai titoli pubblici di molti Paesi e costringendo all’angolo anche buona parte del sistema bancario. Per ogni voto sul rating che scende, infatti, ci sono milioni e milioni di euro che si spostano e cambiano tipo di investimento. Una responsabilità immensa. Forse eccessiva. Alimentando la sfiducia e la fuga di capitali, spesso è proprio il voto negativo a provocare il dissesto, di un Paese come di un’impresa.

Valutare l’affidabilità di un emittente non è cosa facile. S&P emette quasi 900mila giudizi in un anno, su debiti sovrani che valgono almeno 35mila miliardi di dollari. La professionalità globale non è in discussione. Ma i conflitti di interesse potenziali restano impressionanti. Moody’s e Standard & Poor’s sono controllate da alcuni dei maggiori fondi di investimento americani, che a loro volta hanno tra i soci di riferimento alcune tra le maggiori banche Usa. I loro azionisti, dunque, sono anche gli stessi che poi ottengono i giudizi e gli stessi che devono comprare i prodotti valutati più o meno buoni. Il padrone diretto di S&P, inoltre, è un gruppo editoriale e finanziario, McGraw-Hill, che tra le varie cose diffonde rapporti petroliferi e l’indice Platt’s, il riferimento per i prezzi della benzina in mezzo mondo.

Da tempo si chiede che un’agenzia nasca anche in Europa e che i rating siano indipendenti e meno vincolanti nelle scelte di investimento. Anche perché, visti gli errori di questi anni, i criteri per la valutazione dei pericoli andrebbero ripensati da cima a fondo, educando e rieducando un’intera generazione di economisti e di analisti. Chissà che in questo processo non abbia un ruolo anche la piccola procura di Trani. Augurandoci nel frattempo che i custodi del rating, così concentrati sull’eurozona, non stiano incappando nello stesso errore (di sottovalutazione del rischio) commesso con la Parmalat e i subprime.

giovedì 19 gennaio 2012 17:04

Il filo dell’etica

bagnasco-nov-11.jpg“Etica della vita ed etica sociale” è il titolo dell’incontro che si è svolto ieri sera a Genova nella cattedrale di San Lorenzo. Ne hanno parlato il cardinale Elio Sgreccia, presidente emerito della Pontificia Accademia per la vita, e il direttore di “Avvenire” Marco Tarquinio. Presente anche l’arcivescovo di Genova e presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco, che ha concluso l’incontro spiegando che “l’etica sociale non è una scoperta di questo tempo” ma che, “in questo momento, l’accentuazione, la ripresa, l’insistenza da parte della Chiesa sull’etica della vita è dovuta al fatto che l’etica della vita e della famiglia è messa fortemente in discussione, è a rischio, soprattutto in certi Paesi europei”.

Contrastare la cultura dominante. Il card. Angelo Bagnasco ha commentato la notizia diffusa nei giorni scorsi secondo cui in Danimarca presto nascerà l’ultimo bambino affetto dalla sindrome di Down. “Certamente – ha detto il porporato – è un atteggiamento contro l’uomo quello che è stato annunciato dalla Danimarca, sembra con molta fierezza, come una conquista di civiltà. Questo è grave per la cosa in sé, perché evidentemente è un’operazione eugenetica, ma è ancora più grave per l’eco trionfale con cui si annuncia un programma, un obiettivo, una meta, una società di sani a prezzo dei morti”. Il cardinale ha poi parlato di “imperialismo ideologico” propagandato da una certa stampa e da una certa cultura che vuole che “l’uomo sia solo” perché “più l’uomo è solo, più lo si può manipolare come si vuole”. Tra i vari dogmi della cultura dominante, ha poi citato quello del rischio legato all’aumento della popolazione e alla diminuzione delle risorse del pianeta. “Ci parlano di bomba demografica – ha affermato – ci dicono che non c’è terra per tutti, che moriremo tutti gli uni sopra gli altri” e che per evitare questo rischio “bisogna ridurre la natalità”. Citando alcuni dati pubblicati recentemente proprio da “Avvenire”, il cardinale ha quindi ricordato come “negli ultimi cento anni la popolazione si è duplicata mentre le risorse si sono triplicate”. “Questo – ha proseguito – è un dato documentato e dimostra chiaramente come, non di rado, s’inventano delle bombe mediatiche per terrorizzare e, soprattutto, per interessi di altra natura”. Nel caso specifico, quindi, “il problema non sono le risorse semmai la giustizia nella distribuzione delle risorse stesse”.

Su “etica della vita” non possiamo tacere. “La società riflette la vita delle persone e quindi, quando la persona è ferita o soppressa, tutta la società è scossa nella sua radice”, ha affermato il card. Elio Sgreccia. Parlando di “etica della vita”, ha aggiunto, “intendiamo il rispetto della vita, e innanzitutto, il rispetto della vita che non è ancora nata, poi l’accoglienza dei figli e la loro educazione e formazione, perché il capitale umano è il primo capitale da coltivare”. Parlando di etica della vita non si può non parlare di “etica della morte”. Si tratta, infatti, di due concetti strettamente collegati l’uno all’altro perché “per rispettare la vita si deve rispettare anche il morente” in quanto “il momento della morte è uno dei più sacrosanti della vita umana”. Su certi temi, ha aggiunto, “non mi sento di stare zitto” così come “non possiamo non denunciare certi fatti” come “i cinque milioni di persone che adesso sarebbero con noi” e che non sono nate dopo l’approvazione della legge 194. “Purtroppo – ha aggiunto – dagli anni Sessanta nel mondo vige la biopolitica dell’antinatalità in base alla quale continenti e nazioni hanno organizzato campagne e conferenze internazionali. Oggi è il momento della riflessione – ha sottolineato – perché noi, che stiamo vivendo l’inverno demografico, soffriamo di mancanza di forza lavoro e di sviluppo culturale”.

La generazione non nata. Di “generazione non nata” ha parlato anche il direttore di “Avvenire”, Marco Tarquinio. “Stiamo parlando – ha aggiunto – di problemi molto concreti: dei figli che non abbiamo e del fatto che non riusciamo a pagare le pensioni”. Nel suo intervento, Tarquinio ha ricordato che tra pochi giorni la Chiesa italiana celebra la “Giornata per la vita” e che il messaggio di quest’anno “è rivolto soprattutto ai giovani”. “Chi vuol farsi padrone della vita invecchia il mondo”, ha detto ancora citando il messaggio della Cei per la Giornata. Infatti, “questo mondo modernissimo appare decrepito come non mai nel momento in cui perde il senso profondo della vita e di ogni vita”. Il nostro è un mondo “decrepito” che vive una crisi di valori prima ancora che economica, una crisi che “produce frutti precisi e tra questi i posti di lavoro distrutti”. Tutto questo deve far riflettere sul fatto che “c’è qualcosa su cui non si negozia” perché “solo così possiamo tornare ad avere un po’ più di speranza per dire ai nostri figli che aprirsi alla vita significa che non siamo soli, che non siamo un accidente, non siamo il frutto di una scelta di autodeterminazione, ma siamo dentro a un progetto più grande”.

Sir, 19 gennaio 2012

giovedì 19 gennaio 2012 15:18

Cina: i clandestini imparino a perdonare, come fa il Papa

L’agenzia Asianews ha pubblicato due giorni fa un’intervista al segretario della Congregazione di Propaganda Fide, il cinese Savio Hon Tai-fai. L’ultima domanda è dedicata all’accusa di chi sostiene che il Vaticano abbia in qualche modo “dimenticato” le comunità sotterranee cinesi.

Questa la risposta dell’arcivescovo: “Si dice spesso che il Vaticano si è dimenticato di loro, ma non è vero. E’ che la Santa Sede non può pubblicizzare tutto l’aiuto e la vicinanza verso di loro. Noi aiutiamo tutta la Chiesa e non distinguiamo fra ufficiali e sotterranei, e teniamo conto di ciò che è importante per l’evangelizzazione. È pure importante che le comunità clandestine imparino a perdonare: il martire, come santo Stefano, è anche uno che perdona. Per esempio, nel caso delle ordinazioni episcopali illecite di mesi fa, diversi vescovi ufficiali sono stati obbligati a parteciparvi. Dopo di questo molti di loro hanno chiesto perdono al Santo Padre. E il papa lo ha concesso. Anche loro devono essere magnanimi e ricostruire l’unità nella riconciliazione”.

Mi colpisce innanzitutto l’invito al perdono, che Hon Tai-fai, un prelato non certo sospettabile di appoggiare il governo di Pechino o l’associazione Patriottica, fa alle comunità cattoliche clandestine. Come pure la notizia importante: “diversi vescovi ufficiali” che nei mesi scorsi hanno partecipato alle ordinazioni episcopali illegittime, condannate dalla Santa Sede, erano stati costretti a farlo (e questo lo si supponeva) ma soprattutto hanno chiesto – e ottenuto – il perdono di Benedetto XVI.

giovedì 19 gennaio 2012 11:25

Un nuovo Martini c’è, parola del Corriere

Notizie importanti oggi dalla rassegna stampa. Il Corriere della Sera ha trovato il nuovo Carlo Maria Martini: “I martiniani sono tornati” scrive in un editoriale Massimo Tedeschi, “e hanno trovato, forse, un nuovo punto di riferimento”.

Chi? Si tratta del vescovo di Brescia Luciano Monari, di origini modenesi (nato a Sassuolo 69 anni fa), biblista allievo di Martini che da quattro anni guida la diocesi che ha dato i natali a Paolo VI: “Un vivaio del cattolicesimo liberale e democratico, un possibile snodo del nuovo protagonismo dei cattolici nella vita pubblica italiana”.

Monari ha rilasciato ieri un’intervista all’edizione bresciana del Corriere, “quasi un manifesto” dice oggi Tedeschi. E ancora: “Se non è un manifesto poco ci manca”.

Perché Monari come Martini? Cosa lo avvicina al biblista meneghino? Il Corriere è esplicito sopratutto nell’indicare da chi, Monari, si distanzia: egli “non usa la clava ruiniana dei ‘valori non negoziabili’”. Piuttosto “parte dall’osservazione del reale per ‘cogliere le possibilità di bene che la società offre’. Là dove sono in gioco valori evangelici, la presa di posizione del vescovo di Brescia è netta”.

Secondo il Corriere “alleato” di Monari è il vescovo di Bergamo, il bresciano Francesco Beschi. Entrambi “su temi politici e sociali ” investono fortemente “sui laici e sulla loro autonomia”. E ancora: “Nessuna scomunica ai cristiani che militano a destra o a sinistra, ma un appello a entrambi a incontrarsi non solo per pregare, ma per scambiare le proprie opinioni. Nello spirito di Todi”.

Leggi qui l’editoriale integrale del Corriere: “Il Manifesto del vescovo di Brescia. Impegno nel Sociale senza Scomuniche

Pubblicato su palazzoapostolico.it giovedì 19 gennaio 2012

giovedì 19 gennaio 2012 04:00

Benedetto XVI, il Riformatore

È la "riforma", dice, la chiave di interpretazione del Concilio Vaticano II e dell'evoluzione del magistero, "nella continuità del soggetto Chiesa". È ciò che Lefebvre e i tradizionalisti non hanno mai voluto accettare. Gilles Routhier ricostruisce il passato e il presente della controversia

mercoledì 18 gennaio 2012

Ragazzi, non tutto è merce e il mondo non è un palcoscenico

Chissà se Alex (nome di fantasia) si sta rendendo conto di quel che ha fatto. Se sa che cosa significhi essere «indagato» dalla Procura minorile della sua città, Bolzano. Se i suoi genitori gli stanno spiegando quel che egli non deve aver compreso nei suoi primi 14 anni di vita. Se le compagne di scuola sono sollevate o dispiaciute per la chiusura del sito dove Alex collocava, da collezionista che ostenta la sua collezione con orgoglio, le foto in cui si mostravano seminude in pose da loro ritenute provocanti.
Chissà. Non è il primo né sarà l’ultimo episodio che dimostra come una porzione di nostri figli si affacci all’adolescenza con il cuore e la coscienza anestetizzati. Peggio: mitridatizzati. Non solo non sembrano provare pudore, vergogna, riprovazione, indignazione e altri sentimenti analoghi, ma riescono a ignorarli senza farsene sfiorare. È come se dosi minuscole ma quotidiane di "veleno" – il veleno dell’indifferenza, del corpo considerato come oggetto, della messinscena e dell’ostentazione continue come cifra dell’esistenza – li avessero resi immuni dal veleno stesso, consentendo loro di maneggiarlo con noncurante disinvoltura.
Una porzione di adolescenti, sia chiaro. L’errore, da circa cinque millenni, ossia da quando abbiamo testimonianze in merito, è il solito: far coincidere la parte con il tutto. Alex, con il suo sito internet chiuso dalla polizia postale di Bolzano, è il classico albero che cade, fa un gran fracasso e induce i pigri, i miopi e i pessimisti a oltranza a credere che sia crollata l’intera foresta. Alex non è solo, ma non è neppure maggioranza. È però una minoranza vistosa, esibizionista, fragorosa che rischia di oscurare la maggioranza di quattordicenni che vivono accanto ad Alex senza farsene sfiorare, senza condividere pressoché nulla del suo mondo.
Alex però c’è, ingombrante e inquietante. È un segno dei tempi che sarebbe imperdonabile ignorare. Alex, e le sue amichette felici di finire nel suo sito, orgogliose delle proprie forme acerbe offerte allo sguardo di tutti, giovani e vecchi, sono l’icona indigesta del mondo come palcoscenico, dove tutto va esibito. Alex e amiche l’hanno "imparato". Vedono e ascoltano adulti i cui sforzi sono protesi tutti e soltanto all’apparire; al riuscire a strappare sguardi e commenti ammirati; al circondarsi di oggetti totemici la cui magia conferisca il potere di sedurre e comandare. Alex e amiche semplicemente si adeguano, a modo loro, da quattordicenni.
Dispiace doverlo ammettere, ma aveva ragione Guy Debord (noioso, rancoroso, antocontemplativo... tutt’altro che un "maestro", per noi) quando, nel 1967, affidava al suo libro <+corsivo_bandiera>La società dello spettacolo<+tondo_bandiera> una terribile profezia. Dello slittamento dall’essere all’avere avrebbe scritto Erich Fromm nel 1976, con ben altro spessore. Debord vedeva oltre: lo slittamento era triplice, dall’essere all’avere e dall’avere all’apparire, quell’apparire «da cui ogni "avere" effettivo deve trarre il suo prestigio immediato e la sua funzione ultima». Tutto diventa spettacolo, nella società – oggi di Alex e amiche – in cui lo spettacolo, suggerisce Debord, è il «rapporto sociale fra individui mediato dalle immagini».
Chissà se, come ieri un’agenzia di stampa affermava sicura, il fenomeno del <+corsivo_bandiera>sexting<+tondo_bandiera> – l’ostentazione mediatica di sé come corpo ridotto a merce da esibire e osservare – «dilaga tra i giovanissimi». C’è, non va sottovalutato, ma forse non è così «dilagante». La speranza è che qualcuno spieghi ad Alex e alle sue amiche che non tutto è merce e c’è qualcosa che appartiene soltanto a noi, e non va esibito. Che la vita non è un grande spettacolo e la società non è un colossale palcoscenico, anche se qualcuno ha interesse a farcelo credere per renderci più docili, creduloni e manipolabili. Il corpo, il cuore e la coscienza, strettamente uniti, sono soltanto nostri e vanno donati, con generosità e prudenza, al momento opportuno a chi ne è veramente degno.
Già , ma chi? Chi può spiegarglielo non può essere che un adulto, autorevole perché credibile. Un educatore vero. Ciò di cui c’è più che mai un disperato bisogno, dietro le quinte del palcoscenico.

mercoledì 18 gennaio 2012 23:00

Aria nuova? Fatti nuovi

Processi penali che durano in media 5 anni (per una causa civile ce ne vogliono più di 7), 9 milioni di fascicoli arretrati, un punto percentuale di Pil bruciato ogni anno a causa dell’ingorgo giudiziario che imbottiglia il Paese. Niente di nuovo sotto il cielo cupo della giustizia italiana. Eppure qualcosa di inedito è accaduto, ieri al Senato e due giorni fa alla Camera: il Pdl, il Pd e i partiti che compongono il Terzo polo hanno presentato e votato insieme una risoluzione che approva in ogni sua parte la relazione del ministro Paola Severino sull’amministrazione della giustizia. Insomma, tolti di mezzo prescrizione accorciata e "processo lungo", ecco che il campo di battaglia dei più furiosi scontri della cosiddetta seconda Repubblica si trasforma nell’agorà dove è possibile intendersi, con il contributo costruttivo anche di altre forze che preferiscono mantenere un diverso approccio al tema.
È sufficiente questa ovvia considerazione per stemperare la sorpresa che desta una convergenza politica mai registrata in Parlamento negli ultimi 18 anni? Forse no, a meno di pensare che sia possibile cancellare con un tratto di penna tutte le differenze emerse tra (e talvolta nei) partiti su argomenti centrali come la separazione delle carriere, l’organizzazione degli uffici giudiziari, la riforma del processo... Nell’osservatore più disincantato può rimanere il legittimo dubbio che il sostegno unitario al Guardasigilli sia tale in quanto, tutto sommato, "comodo": chi può opporsi, se non per partito preso, a un’analisi lucida e puntuale che denuncia il sovraffollamento delle carceri, l’inefficienza degli uffici giudiziari, la necessità di smaltire le pendenze arretrate, l’urgenza di tagliare gli sprechi e ottimizzare le risorse, umane e finanziarie? Ma il ministro, fin dal suo insediamento, ha detto con grande chiarezza che intende, per quanto possibile, cambiare qualcosa. Ecco, dunque, la prova che attende da qui alla fine della legislatura la larghissima maggioranza che appoggia Monti: al segnale politico dovrebbe seguire la dimostrazione pratica che il cambiamento di clima intorno ai problemi della giustizia è reale ed effettivo. Il poco tempo a disposizione non sia un alibi per non fare. Si cominci dalla revisione delle circoscrizioni giudiziarie, riforma strategica attesa da decenni: entro nove mesi si dovrebbe dar seguito alla delega varata dal precedente esecutivo, ma già sono spuntati emendamenti trasversali (Pdl, Pd, Lega) per rinviare tutto di un anno, cioè al prossimo Parlamento e al prossimo governo. Si prosegua con l’approvazione del disegno di legge anti-corruzione e, magari, con la ratifica delle Convenzioni di Strasburgo sulla medesima materia, che risalgono al 1999 e per le quali (incredibilmente) il legislatore non ha ancora trovato tempo. Si traducano in norme le "buone pratiche" che fanno funzionare bene diversi palazzi di giustizia. Si raccolga la sollecitazione del vicepresidente del Csm a porre un argine al profluvio di processi penali e di cause civili "seriali" che intasano i tribunali. Per il primo ambito, oltre a una ragionata opera di depenalizzazione, sembra interessante l’ipotesi di estendere l’"archiviazione per irrilevanza", istituto già esistente per i procedimenti riguardanti minorenni. Per il civile, molto dipenderà dalla decisione sulla legittimità della media-conciliazione obbligatoria che la Corte costituzionale è chiamata a prendere nei prossimi giorni. Ma il problema è enorme, se è vero che la Cassazione è sommersa da migliaia di ricorsi per cause del valore di pochi euro. La prima sfida, per la politica, resta tuttavia quella di superare l’altro bipolarismo (magistratura-avvocatura, entrambe ben rappresentate in Parlamento) che in questi anni ha condizionato le politiche giudiziarie.

mercoledì 18 gennaio 2012 17:30

La verità in cammino

image_3-pascal.jpgAll’insegna di un similcrociano «Perché non possiamo non dirci antirelativisti», Francesco D’Agostino sabato 7 gennaio firmava una ri­flessione su “Avvenire”, replicando a un articolo di Dario Antiseri del 30 dicembre 2011 uscito sulle pagine del “Corriere della sera” nel quale si sosteneva, sulla scorta di una tesi di Karl Heim (teologo, morto nel 1958, già allievo di Bonhoeffer e per molti anni docente di dog­matica all’Università di Tubinga), che i cattolici dovrebbero appoggiare coloro che «relativizza­no il mondo e l’uomo». A sua volta Antiseri ora replica qui a D’Agostino, che gli risponde.

 

Antiseri: «Il Vangelo cura l’uomo dall’idolatria della razionalità»

Solo qual­che do­manda a Francesco D’A­gostino: un cri­stiano ciò che è Bene e ciò che è Male lo sa dal Vangelo o dalla ragione? Da quale ragione? E poi se fosse davvero l’umana ragione a stabilire, in maniera assoluta, ciò che è Bene e ciò che è Male, indipendente­mente e al di fuori della Rivelazio­ne, il messaggio etico del Vangelo non verrebbe trasformato, dal più al meno, in una specie di strofi­naccio dell’argenteria di Aristote­le, di Grozio o di qualche altro fi­losofo? Se la ragione umana fosse in grado di offrire fundamenta in­concussa di un’etica, non sarem­mo caduti nella tentazione del serpente «eritis sicut dei, cogno­scentes bonum et malum»? D’al­tro canto, è chiara l’inconsistenza dell’idea di relativismo inteso nel senso che ogni eti­ca sia uguale all’al­tra; la realtà è che ogni etica è diver­sa dall’altra. Ma quale etica è razio­nalmente fondabi­le in maniera ulti­ma e definitiva?

Kelsen sarebbe nel torto se tu, caro Francesco, potessi essere in grado di riuscire nell’im­presa di invalidare la legge di Hu­me, dove viene stabilita l’impossi­bilità logica di dedurre prescrizio­ni da asserti descrittivi. Da tutta la scienza non è estraibile un gram­mo di morale. E inevitabile resta la scelta responsabile di principi etici invece che altri, perché ine­vitabile resta il pluralismo in eti­ca. È poi tanto difficile ammettere che la legge di Hume costituisce la base logica della libertà di co­scienza? Penso sia nel giusto Pop­per quando scrive che la divisione tra fatti e decisioni «non sia in al­cun modo contraria ad una reli­gione fondata su un’idea di re­sponsabilità personale e di libertà di coscienza». Nessuno, ovvia­mente, nega la funzione storica del giusnaturalismo nel limitare i poteri del principe. La questione è, però, un’altra: quella della fon­dabilità razionale o meno di que­sto o quel principio etico. E la leg­ge di Hume è legge di morte per qualsiasi proposta volta in tale di­rezione. Ancora Pascal: «Ho tra­scorso molto tempo della mia vita credendo che ci fosse una giusti­zia, e non mi ingannavo, dacché ce n’è una, secondo a Dio piacque di rivelarcela. Ma non la intende­vo così, e in ciò sbagliavo: perché credevo che la nostra giustizia fosse per essenza giusta e mi sti­mavo capace di conoscerla e di giudicarne. Sennonché mi sono trovato tante volte senza un retto criterio di giudizio che, alla fine, ho preso a diffidare di me e poi degli altri. Ho veduto tutti i paesi e gli uomini cambiare[…] Tre gra­di di latitudine sovvertono tutta la giurisprudenza; un meridiano de­cide della verità. Singolare giusti­zia che ha come confine un fiu­me! Verità al di qua dei Pirenei e errore di là». Conclusione: «Nulla, in base alla pura ragione, è per sé giusto; tutto muta col tempo» – e tutti i nostri ‘lumi’ potranno solo farci conoscere che noi non trove­remo «né la verità né il bene».

Chiedo a D’Agosti­no: Pascal è un ‘decisionista’ per­ché disprezza la ragione o perché è un iperrazionalista che scruta i limiti della ragione? In effetti, è proprio in un mondo lacera­to dalla dispera­zione, alla ricerca di un bene assoluto non costrui­bile da mani umane, che risplen­de il messaggio cristiano nel suo significato sia esistenziale che po­litico, in relazione alla storia dell’Occidente. Da qui la validità, contestata da D’Agostino, dell’i­dea Karl Heim, per il quale «i cri­stiani contemporanei dovrebbero dare il loro sostegno a coloro che relativizzano il mondo e l’uomo».

Per il cristiano solo Dio è assoluto e tutto ciò che è umano è storico, contestabile, perfettibile, insom­ma non assoluto. La fede cristia­na – che essendo appunto fede, viene abbracciata e va testimo­niata, proposta non imposta – li­bera l’uomo dall’idolatria, anche dall’idolatria nei confronti di pro­dotti presunti assoluti di una ra­gione, esplicitamente o inconsa­pevolmente concepita come Dea-Ragione.

Dario Antiseri

 

D’Agostino: «La legge morale naturale è scritta dentro di noi»

La domanda che Antiseri mi pone è semplice e linea­re: «Un cristiano ciò che è bene e ciò che è male lo sa dal Vangelo o dalla ragione»? La risposta è altrettan­to semplice e lineare: dalla ragione. Ma, allora, a che serve il Vangelo, in­calza Antiseri. Non serve certo a farci conoscere l’insegnamento morale (sia pur nobilissimo) di un «Socrate ebreo» di nome Gesù. Lo scopo del Vangelo non è quello di trasmetterci un inse­gnamento, ma quello di darci una buona novella: Dio a tal punto ci ama e vuole salvarci che suo figlio è morto per noi sulla croce.

È un messaggio che è nello stesso tempo di salvezza e di a­more e dato che l’amore è incompati­bile con la superbia, l’invidia, l’ira, l’ac­cidia, l’avarizia, la gola, la lussuria, dal messaggio evangelico segue inevita­bilmente un’etica, che corrisponde a­deguatamente a quella elaborata dal­la saggezza morale dei pagani. Replica ancora Antiseri: in tal modo tu, e tutti colo­ro che la pensano co­me te, cadete nella tentazione del ser­pente; pretendete, cioè, di avere la co­noscenza del bene e del male, che è riser­vata solo a Dio! No, non è così. La ragione morale natura­le insegna sì all’uomo ciò che è bene e ciò che è male, ma essa non è in gra­do, da sola, di orientare l’uomo verso il bene e di trattenerlo dall’operare il male. Il suo è un insegnamento a­stratto e formale e di conseguenza del tutto astratta e formale è la conoscen­za del bene e del male che la ragione è in grado di fornirci. Il bene, però, non si accontenta di essere riconosciuto in astratto, ma esige di essere praticato in concreto. Nessuna forza umana, sen­za la grazia di Dio, è in grado di ope­rare questo passaggio. Non la teoria del bene, ma la sua praticabilità (fino al sacrificio di sé) costituisce lo speci­fico insegnamento etico del Vangelo.

Antiseri ama evocare la «legge di Hu­me» e insiste nel dire che «da tutta la scienza non è estraibile un grammo di morale». Ha perfettamente ragione: la scienza, infatti, è per sua natura a­stratta e formale e costituisce un ben mediocre fondamento per l’etica. Ma se le cose stanno così è perché la scien­za, nessuna scienza, è in grado di e­saurire la comprensione della realtà. Dobbiamo allenare la nostra ragione a usare le sue potenzialità per andare al di là dei meri giudizi (scientifici) «di esistenza» (giustamente ritenuti da Hume incapaci di fondare giudizi eti­ci), per formulare giudizi «di essenza», che sono anche essi «oggettivi», ma da cui, a differenza di quelli di esistenza, è ben possibile dedurre giudizi mora­li. Se dico che A è madre di B, non mi limito a un mero giudizio di fatto, per­ché per l’essere umano la maternità, oltre ad essere un fatto, è un valore in­trinseco: se so che A è madre di B, so nello stesso tempo che A ama e deve amare B. I filosofi parlano al riguardo di una «legge morale naturale» nella quale si riassume l’orizzonte etico del­l’uomo e che, tra mille altre cose, in­duce appunto i genitori ad amare i fi­gli.

Il senso comune può anche ignorare cosa sia la legge morale naturale, ma ne conosce spontaneamente, in buo­na sostanza, tutti i precetti, come di­mostra il fatto che considera «snatu­rata » una donna che, senza rimorsi, abbandoni il proprio figlio. Qui non c’è spazio alcuno per il relativismo, che tan­to suggestiona Anti­seri. Ciò che (per u­sare le parole di Anti­seri) è storico, conte­stabile, perfettibile, insomma non asso­luto, non è l’amore e il dovere morale di a­mare, ma le forme di espressione cul­turale che l’amore umano assume nel tempo e nello spazio. Possono esiste­re culture nelle quali è interdetto alle madri coccolare i loro figli o che im­pongono di essere a tal punto esigen­ti nei loro confronti da meritarsi l’ap­pellativo paradossale di ‘madri-tigri’, ma non esistono culture che non ri­conoscano che il vincolo tra la madre e il proprio figlio è la forma espressiva più semplice e assieme più profonda della nostra comune natura umana.

Il relativista etico è paragonabile a chi, conoscendo solo la sua lingua e non volendo ammettere che ciò che egli dice lo si possa tradurre, sia pure con fatica, in mille altre lingue, si chiude nel ristretto orizzonte del suo lin­guaggio e magari arriva a costruirsi un linguaggio tutto suo, un linguaggio ‘privato’, che lo porta lentamente, ma inesorabilmente, a una totale e tristis­sima incomunicabilità.

Francesco D’Agostino

mercoledì 18 gennaio 2012 16:17

Monti, intervista anonima sull’Osservatore

Radio Vaticana ha mandato in onda alle 13.10 una lunga intervista con Mario Monti: ho scritto un articolo in proposito su Vatican Insider, e qui trovate il testo integrale. Sul blog vi trascrivo questo brano:

«Nella formazione, nell’integrazione, nella responsabilità civile e morale, il contributo della Chiesa è davvero prezioso. Quando ho incontrato il Santo Padre ho vissuto un’esperienza profonda e indimenticabile. È stata una visita ufficiale e spero – pur emozionato – di aver rappresentato il mio Paese in modo adeguato. Le mani del Papa sono mani forti che sostengono il peso di molti; sono mani che rassicurano, perché a loro volta si lasciano sorreggere. Il Santo Padre ha chiaramente affermato che “la distinzione tra l’ambito politico e quello religioso” serve a tutelare la libertà religiosa e a riconoscere la responsabilità dello Stato verso i cittadini. Il Presidente Napolitano ha dichiarato che “il senso della laicità dello Stato abbraccia il riconoscimento della dimensione sociale e pubblica del fatto religioso”. Mi riconosco pienamente nel criterio della distinzione e della reciproca collaborazione. Certamente la fede è un valore, innanzitutto da vivere e da condividere secondo lo stile e la sensibilità propria di ciascuno, dentro un perimetro di libertà comune a tutti. Considero di estrema e immutata attualità le parole scritte da Joseph Ratzinger nel 1968: “Tanto il credente quanto l’incredulo, ognuno a suo modo, condividono dubbio e fede. Nessuno può sfuggire completamente al dubbio, ma nemmeno alla fede. E chissà mai che proprio il dubbio non divenga il luogo della comunicazione”».

L’intervista è stata pubblicata integralmente da “L’Osservatore Romano” di questo pomeriggio. Curiosamente però essa viene pubblicata anonima: senza, cioè, le firme dei due giornalisti di Radio Vaticana che l’hanno realizzata, Luca Collodi e Alessadro Guarasci. Un incidente di percorso simile è accaduto anche a me (si parva licet componere magnis) su La Stampa del 7 gennaio, quando, per un disguido grafico, è saltata la mia firma dall’intervista che ho fatto al neo-cardinale Julien Ries. Mi spiace per questi due bravi colleghi che hanno fatto un vero scoop, intervistando il premier tre giorni dopo la visita a Benedetto XVI. Vedere un testo così lungo con domande e risposte, senza sapere chi le ha formulate e ha raccolto il testo, non fa una bella impressione, tanto più che il quotidiano vaticano sotto la direzione di Giovanni Maria Vian ha curato in modo particolare la valorizzazione delle firme e dei collaboratori come pure dei giornalisti di altri quotidiani i cui articoli vengono spesso ripresi.

martedì 17 gennaio 2012

C'è solo la preghiera per ricomporre l'unità

Potrebbe sembrare, o essere presa, come una delle tante ricorrenze annuali, cui si fa a tal punto l’abitudine da lasciarle scorrere senza, quasi, accorgersene. Anche per quel tema – «Tutti saremo trasformati dalla vittoria di Gesù Cristo, nostro Signore» – così lontano dagli slogan a presa rapida, fatti apposta per cementarsi nel nostro cervello, che ci vengono riversati a getto continuo. Ma la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, che da oggi ritorna, come ogni gennaio, è quanto di più lontano si possa immaginare da ogni ritualità celebrativa, religiosa o laica che sia. Lo dice, senza equivoci, la sua storia. Passata dai timidi, sospettosi inizi nel primo decennio del secolo scorso, al moltiplicarsi, e quasi accavallarsi, di iniziative che anche quest’anno scandiranno la Settimana, fino al culmine della tradizionale chiusura, col Papa, nella Basilica di San Paolo, nei vespri della solennità della conversione dell’Apostolo delle genti.
Lo rammentava lo stesso Benedetto XVI, un anno fa. Quando, proprio nella stessa occasione, ricordava con riconoscenza l’enorme debito che tutto il movimento ecumenico deve a quei "pazzi di Dio" che, precedendo di decenni il Vaticano II, affidarono alla preghiera la speranza di ritrovare l’unità perduta. Perché, come avrebbe poi affermato lo stesso Concilio, il «santo proposito di riconciliare tutti i cristiani nell’unità di una sola e unica Chiesa di Cristo, supera le forze e le doti umane» e, perciò, la nostra speranza va riposta per prima cosa «nell’orazione di Cristo per la Chiesa, nell’amore del Padre per noi e nella potenza dello Spirito Santo».
Dall’Unitatis redintegratio a oggi, l’ecumenismo ha compiuto passi da gigante, anche se ai nostri occhi – ai nostri occhi italiani, credenti in un Paese che poco ha vissuto il trauma fisico della divisione – la cosa non sempre appare così evidente. Il dialogo teologico ha trovato convergenze impensabili anche solo mezzo secolo fa; e l’"ecumenismo delle opere", quello che si coagula giorno per giorno attorno a gesti concreti, specie là dove le diverse denominazioni cristiane vivono gomito a gomito, è qualcosa che ormai sfugge perfino alle più volenterose contabilità. Così come, allo stesso modo, è dolorosamente cresciuto quello che potremmo, in qualche amaro modo, definire l’"ecumenismo della persecuzione", ossia la compartecipazione alla tragedia di un mondo che continua a mettere i cristiani nel mirino dell’odio, senza distinzioni confessionali.
Tutto questo è molto, moltissimo. Ma non ancora abbastanza. Perché, come ricordava Benedetto XVI, «la ricerca del ristabilimento dell’unità tra i cristiani divisi non può ridursi a un riconoscimento delle reciproche differenze e al conseguimento di una pacifica convivenza», ma «ciò a cui aneliamo è quell’unità per cui Cristo stesso ha pregato e che per sua natura si manifesta nella comunione della fede, dei sacramenti, del ministero». Un dovere, un «imperativo morale» fondamentale, di cui non per caso Papa Ratzinger, «con piena consapevolezza», si è fatto carico fin dal primo messaggio che, il 20 aprile del 2005, rivolse nella Cappella Sistina al termine della concelebrazione eucaristica con i cardinali che l’avevano appena eletto al soglio di Pietro. Ma un dovere che, per potersi compiere, ha appunto bisogno del sostegno fondamentale della preghiera. Perché «supera le forze e le doti umane». E perché, come sottolinea la presentazione di questa Settimana 2012, «la preghiera per l’unità non è un accessorio opzionale della vita cristiana, ma, al contrario, ne è il cuore».

martedì 17 gennaio 2012 23:00

Mohammed e una pietà che non si può mai negare

Non occorre meritarsela, perché, allora, forse, spetterebbe a pochi. E a Mohammed – se è stato davvero lui – meno che a tutti, visto il crimine di cui si è macchiato: un po’ di soldi per tirare avanti in cambio della vita di un uomo e della figlioletta che aveva in braccio. Ma la pietà non guarda in faccia, e nel cuore di nessuno, non ha con sé nessuna bilancia per misurare il peso delle colpe. La pietà tocca a ogni uomo in quanto uomo, è anzi il suo corredo naturale, quasi l’ultimo sigillo, infranto il quale l’umanità va a disperdersi per strade che portano all’abisso.

Morire braccato, con un cappio al collo, e intorno buste di veleno per topi – ucciso dal rimorso o dalla vendetta di altri, anche questo è ancora tutto da accertare – fa pensare, certo, alle colpe, e a quella massima di cui Mohammed è stato infine accusato come triste epilogo di una già triste "carriera". Ma proprio il filo dell’estremo con il quale, fin dall’inizio, è stata tessuta la trama dell’orrendo delitto di Torpignattara, fa emergere il rischio di un altro genere di colpa del quale il giovane marocchino sarebbe a sua volta vittima: l’indifferenza, o peggio il sollievo – come pure da qualche commento s’è udito – per una morte che, in qualche modo, vien fatta rientrare nel conto, già assai alto, di questa tragedia: quasi un epilogo, se non scontato, almeno compatibile con l’efferatezza dell’intera vicenda.

Sarebbe ingeneroso accollare anche alla Roma violenta di questi ultimi, drammatici tempi reazioni scomposte e sconsiderate; e la stessa comunità cinese oltre che la famiglia della piccola Joy e del padre, Zhou Zen, ha mostrato di aver a cuore la verità, non la vendetta. Ma Roma e la comunità cinese non sono, tuttavia, i referenti esclusivi di una (brutta) storia che si è posta non solo come fatto di cronaca, ma – opponendo la protervia più sfrenata perfino all’innocenza di una bambina – come emblema dell’ennesimo atto di lotta tra il male e il bene.

La morte, anch’essa violenta, di Mohammed ha in un certo senso separato in maniera ancora più netta e inconciliabile i due campi, fin quasi a marcarne e delimitarne ancora una volta i confini. Le tragedie chiamano sempre altre tragedie, secondo una trama che, forse, Mohammed, nella sua vita difficile, aveva già avuto modo di sperimentare. Ma un altro equivoco va forse messo da parte, proprio per il rispetto che anche a Mohammed si deve: la pietà che oggi gli tocca, ha poco a che fare perfino con la sua vita di stenti, la disperata ricerca di una terra sulla quale poggiare non solo i pedi ma anche le sue speranze di giovane come tanti altri; non c’entra neppure con gli odi e i razzismi che ha potuto incontrare sulla propria strada di clandestino o di precario regolarizzato. La pietà che gli si deve non ha bisogno di nessuna «pezza d’appoggio», che sciuperebbe tutto in inconcludente pietismo, moneta falsa della vera misericordia.

La sua vita difficile gli ha certo spianato la strada verso quel vicolo cieco di un casale di campagna, lontano da casa, diroccato come e forse più delle sue baracche d’infanzia; e con quel beffardo cartello alla porta: «basta con i giochi di guerra» perché a nient’altro serviva quel rudere abbandonato se non ad allenare la mira con «pallini» di plastica bianca, scagliati a raffica contro il muro. Mohammed era appena un piccolo capitolo di una storia del disagio che finisce sempre per sovrastare ognuno dei suoi protagonisti. Ma qui si entra nel campo delle politiche sociali. La pietà è un’altra cosa, e va ben distinta soprattutto in momenti e in fatti come questi. Non è roba da decreti, né è possibile praticarla a dosi, e tantomeno selezionarla a seconda dei meriti o delle colpe. È il primo dei diritti naturali che scaturisce dall’amore, un comandamento per i cristiani, ma anche il segno certo di un’umanità che non va lasciata allo sbando. Mohammed Nasiri, 30 anni difficili, lasciati infine in un casale diroccato di Torpignattara, periferia di Roma: non una storia come tante, nella città violenta di questi tempi.

martedì 17 gennaio 2012 23:00

L'errore e il senso

La grande nave morta, riversa sullo scoglio, sembra l’immagine plastica di una sconfitta. Forse la porteranno via, forse sarà fatta a pezzi, forse andrà sul fondo con i suoi tesori dopo svuotato il ventre dai suoi oli divenuti veleni. Era una città della gioia, dei balocchi persino, ora visitata dalla morte, dall’angoscia per i dispersi, dalla tribolazione dei naufraghi, e in un’ora ridotta da ammiraglia del mare a giocattolo infranto. Una sconfitta, ma una sconfitta senza duello. Non è stato il mare, è stato l’errore umano, è una sconfitta umana.

Perché è accaduto? Da sempre l’uomo ha tentato il mare, i suoi abissi e le sue tempeste, sulle vie dei commerci o dell’esplorazione del mondo, mettendo in acqua i suoi fragili gusci, o da ultimo le sue città galleggianti. Il mare per diporto, il mare da godere nella sua bellezza, orizzonte di ogni raggiungibile terra e metafora dell’immenso, è emozione di gioia interiore. È la festa di incontrare, sostandovi un poco, ciò che nel mondo è meraviglia, nella sua naturalezza; di rinnovare senza azzardo l’avventura sconosciuta e godibile dei nuovi lidi. E di scoprire, dall’alto dei ponti elevati, che l’intelligenza dell’uomo può dominare la potenza del mare, può capirne la forza, assecondarla o sfidarla, come alla stessa maniera può investigare i segreti del cosmo e gli infiniti tesori intellegibili che vi sono racchiusi.

Vittorie e sconfitte, successi e tragedie, la scatola nera degli eventi che dà conto dell’accaduto della storia resta, all’ultimo, la condotta umana. Il sapere, la prudenza, l’abilità, l’insipienza, l’azzardo, l’inettitudine. La Concordia morta, per esempio. Quel che emerge ora dall’inchiesta sulla fine della nave gigante mette in luce che la tragedia non è dipesa da un guasto o da una calamità, ma da un «errore umano», come si suol dire. Quante altre volte abbiamo sentito questa formula, che acuisce il dolore per l’aggiunta di rampogna, e ci lascia poi sgomenti di fronte alla impossibilità di scongiurarlo con certezza futura. È questa fallibilità umana il perno ricorrente del nostro smarrimento, il terminale delle nostre affidate speranze e delle segrete paure. Sentirci esposti all’errore altrui, e insieme coscienti della nostra stessa ordinaria capacità d’errore, diviene oggi un affaccio sul mistero dell’uomo, su quella rischiosa "zona libera" che egli rappresenta nella sapienza del cosmo.

Possiamo allora pensare la terra stessa come una navicella nello spazio cosmico, e chiederci dove la conduciamo, se diamo ascolto, fuor d’episodio, ma con l’occhio alle tendenze, gli spericolati predicatori del non senso, senza guida di stelle.

Eppure, in questo stesso mistero irrompe a volte una rivelazione d’amore. Le cronache ci consegnano, nei momenti di salvataggio dei passeggeri della Concordia, gesti di puro eroismo da parte di membri dell’equipaggio. Un eroismo che presenta se stesso come normale, e che si mostra in veste "ordinaria", ma che appunto per questo rivela definitivamente, dentro il mistero nella libertà umana, la scelta dell’amore. Del pari, il soccorso del popolo del Giglio ai naufraghi ci restituisce la misura dell’accoglienza, fatta di amore.
Ci misuriamo sull’uomo, dunque, qui ci diamo le coordinate. L’errore umano, l’eroismo umano, la storia umana sono per noi lacrime, pugni chiusi, braccia aperte. Ma braccia aperte, imparando ancora.

martedì 17 gennaio 2012 23:00

Veri egoismi, falsa Europa

Si dice che Jane Austen abbia confessato al termine della sua breve esistenza: «Sono stata egoista tutta la vita, ma di fatto, non come principio». Come notava la scrittrice inglese, fine indagatrice dei sentimenti umani, pochi hanno il coraggio di teorizzare l’idea che ciascuno si debba arrangiare, nell’indifferenza altrui.

Qualcosa di simile ha invece affermato ieri il capo dei consiglieri economici del governo tedesco, Wolfgang Franz, sostenendo che Roma «può fare il lavoro da sola», in implicita risposta all’appello lanciato lunedì da Mario Monti affinché Berlino s’impegni di più per l’Italia. Il riferimento «al suo stesso illuminato interesse» non sembra abbia smosso la linea rigorista tedesca, che assomiglia in modo crescente a un arroccamento nella propria fortezza, per ora al riparo dai più forti venti di crisi che spazzano l’intero continente.

L’altro giorno era stato Sarkozy a sfilarsi dal vertice a tre previsto per il 20 gennaio, indebolendo ulteriormente il motore della riforma fiscale europea, unico baluardo allo tsunami che minaccia la moneta unica e le sue economie. Se vuole conservare il proprio elettorato, per nulla disposto a pagare il conto della Grecia o dell’Italia, la cancelliera Merkel ritiene di dover centellinare le concessioni al risanamento condiviso, spesso limitandole a enunciazioni generali – come ha fatto nel summit con Monti della settimana scorsa – e poi smentendole al momento delle decisioni operative.

È questa una delle cause dell’incancrenirsi della situazione di Atene, che forse poteva essere salvata prima e a un prezzo meno oneroso, mentre ora si avvia a un default "controllato", ma quantomai rischioso e, soprattutto, enormemente doloroso dal punto di vista sociale. Le stesse considerazioni valgono per il presidente francese, impegnato in una difficile campagna per la rielezione all’Eliseo.

Finché ha potuto, è stato disposto a mantenere l’asse con Berlino alla guida dell’Unione, ora però si trova sotto schiaffo interno per il bruciante declassamento del rating nazionale, che ha privato Parigi della "tripla A". Anche per lui vale più un allentamento delle politiche di bilancio per rimanere in carica un altro quinquennio rispetto all’interesse prevalente dell’Europa. D’altra parte, leader che chiedessero sacrifici per il bene non soltanto della propria patria avrebbero poi poco da offrire, una volta scalzati dal potere proprio a motivo dell’eccessiva generosità rivolta all’esterno. Nessuno fa eccezione: la Grecia fece letteralmente carte false per entrare nell’euro, cercando il proprio vantaggio e di fatto mettendo una bomba a orologeria sotto la casa comune. L’Italia ha molto indugiato prima di imboccare una strada tanto virtuosa quanto scomoda, come dimostrano le nostre vicende politiche recenti.

E pure, in maniera ancora più preoccupante, il moltiplicarsi di atti ostili e violenti contro Equitalia. Il presidente dell’eurogruppo Juncker aveva perfettamente sintetizzato il dilemma che ha paralizzato gli interventi strutturali resisi urgenti negli ultimi anni. Ciò che serve all’Europa da parte di ogni Stato membro coincide esattamente con quanto ostacola la conferma al comando dei singoli capi di Stato o di governo. In altri e meno eufemistici termini, l’egoismo nazionale necessario per ottenere il consenso interno impedisce di lavorare per la causa comune in misura sufficiente a evitarne il progressivo deterioramento. Adesso che il rischio è addirittura quello del crollo, si riduce la possibilità di posticipare ulteriormente scelte impopolari per chi non le ha compiute finora.

Che cosa farà al dunque la Germania? Dal vertice di fine mese con qualche determinazione subito efficace si dovrà uscire. Tuttavia, l’incognita delle future consultazioni sarà certo una zavorra sulle ali di Merkel, Sarkozy e altri leader. In attesa di una maggiore, ma lontana, integrazione fra Paesi, verrebbe da augurarsi una progressiva sintonizzazione degli appuntamenti alle urne degli Stati membri. Se si potesse unificare il ciclo elettorale, tutti i responsabili nazionali subito dopo il voto potrebbero permettersi di fare più concessioni "europeiste", creando una finestra per le riforme meno condizionata da calcoli a breve termine. Ma svanita questa fantasia istituzionale, speriamo di non dover fare i conti con troppe macerie e le ammissioni contrite e tardive da parte di molti d’essere stati egoisti, di fatto e come principio.

martedì 17 gennaio 2012 15:02

La laicità, uno spazio critico ma non neutrale

crociata-mag-2011.jpgChe cos’è la laicità? È lo «spazio di condivisione delle diversità che riesce a garantire a tutti la maturazione di uno ’spirito critico’, che non sia uno spazio neutrale, ma uno spazio riempito dei significati dei diversi simboli culturali e che si sviluppi in una procedura dialogante». È questa la sintesi delle linee tracciate nelle interviste di una recente ricerca sociologica diretta da Chiara Canta dell’Università Roma-Tre, per esplorare le diverse forme che la laicità sembra assumere oggi nel nostro Paese e per individuare delle opzioni culturali capaci di orientare la configurazione futura della laicità stessa, al fine di superare i contrasti e le polemiche tra le diverse concezioni dell’impegno pubblico della Chiesa e dell’atteggiamento che lo Stato deve mantenere verso di essa.

L’indagine, pubblicata nel volume Laicità in dialogo: i volti della laicità nell’Italia plurale (pp.270, 22 euro) edito per i tipi di Salvatore Sciascia in una collana del Centro Studi Cammarata, diretto da don Massimo Naro, è stata presentata ieri a San Cataldo, in provincia di Caltanissetta. Si basa sul metodo dell’intervista audio­visiva, rivolta a un certo numero di testimoni qualificati, scelti tra i rappresentanti delle forze sociali e politiche, delle varie confessioni religiose in Italia, dell’universo giovanile. Una laicità ‘plurale’ sulla quale sono stati invitati a parlare monsignor Mariano Crociata, segretario generale della Cei, il senatore Franco Monaco, già presidente dell’Azione Cattolica a Milano, il sociologo Giacomo Mulè, preside della facoltà di Scienze umane e sociali della Kore di Enna, moderati dal Calogero Caltagirone, docente di Filosofia morale alla Lumsa di Roma.

«A me sembra che il senso teologico che sta alla radice della laicità - afferma monsignor Crociata - possa meglio salvaguardare quelle acquisizioni culturali e morali ormai diffusamente condivise. Il riconoscimento di una dipendenza di origine e di una correlatività con il pensiero cristiano conferisce alla laicità uno statuto che non sminuisce razionalità, autonomia e libertà, ma se possibile le fonda più radicalmente. Una dimensione essenziale della teologia della creazione, infatti, consiste nel definire lo spazio del creato come, non solo deprivato di ogni attribuzione divina (delegittimando così in radice ogni tentazione idolatrica), ma anche dotato di distinta esistenza e di autonoma capacità di azione rispetto al creatore». E aggiunge: «Dovrebbe risultare chiaro, dopo una lunga stagione di contrasti, che la religione non è necessariamente l’opposto di laicità, e che la laicità non si dà compiutamente senza e contro la religione». È evidente l’urgenza di trovare «un punto di incontro e di mutuo riconoscimento, tra religione e laicità. E un simile punto non può che essere la persona umana nella sua interezza - suggerisce monsignor Crociata - . Ritrovarsi attorno alla cura di una umanità non rinchiusa entro l’orizzonte terreno, ma aperta alla ricerca della verità e alla domanda sul senso di sé e della propria esistenza con gli altri nel mondo, consente di affrontare laicamente la convivenza in tutte le sue manifestazioni».

Secondo il senatore Monaco, la laicità oggi va concepita non solo come «laicità negativa, intesa come distinzione o separazione tra campi d’azione, ma come laicità positiva o dell’incontro, cioè una laicità che, pur vegliando sulla libertà di pensare, su quella di credere o non credere, non considera che le religioni siano un pericolo ma piuttosto un punto a favore». E solleva «due questioni pratico-politiche che interpellano noi legislatori. La prima è la legge sulla libertà religiosa in Italia, in cantiere dal 1996 e sostanzialmente insabbiata. La seconda è il rapporto tra principi etici non negoziabili e mediazione politico-legislativa».

Dalla ricerca si delinea una ‘questione italiana’ in fatto di laicità, aggravata dai ritardi maturati in merito al mancato governo del pluralismo religioso e culturale, soprattutto quello che accompagna il fenomeno migratorio. Ma, analizzando le testimonianze dei rappresentanti musulmani, viene fuori anche una nuova percezione di laicità, un tempo rifiutata tradizionalmente nei Paesi a maggioranza musulmana, perché considerato elemento accessorio del colonialismo europeo, e ora rivalutata perché garanzia che rende possibile la presenza e la pratica religiose in un terreno culturale storicamente cristiano.

Alessandra Turrisi – Avvenire, 15 gennaio 2012

lunedì 16 gennaio 2012

Quel coraggio ci interroga

Nell’incrocio di destini del naufragio della Costa Concordia alcune storie emergono e restano nella memoria anche quando il telegiornale è finito, il pc spento. Come la storia del passeggero disabile salvato da un viaggiatore che ha trascinato la carrozzella verso le scialuppe; o del commissario di bordo rimasto intrappolato e ferito dopo avere aiutato molti altri; come le storie di salvagente allungati a un amico o a uno sconosciuto, che si salva, e poi sul molo dell’isola del Giglio cercherà invano la faccia che vuole ringraziare. Ma dallo stesso groviglio di memoria annodato attorno a una nave che affonda vengono altri echi: di salvagente contesi e strappati, di spintoni per accaparrarsi un posto su una scialuppa, di bambini abbandonati dalle baby sitter al miniclub, nell’ora della paura. Addirittura del comandante che, sembra, ha abbandonato la sua nave, quando, per legge e per onore, avrebbe dovuto essere l’ultimo.

Il coraggio e l’egoismo o la viltà emergono dalle testimonianze del naufragio con una schietta evidenza, che però non sempre corrisponde agli schemi precostituiti. Il coraggio si mostra su facce che avresti detto qualunque, e non magari dietro una divisa, a delle mostrine, là dove te lo aspetteresti. Perché una tragedia come quella dell’altra notte è una sorta di reagente nel coacervo di sconosciute umanità di una grande nave con 4.000 persone a bordo, una festante nave appena partita per una lieta crociera; dove si mangia, si beve, si balla, e la vita appare spensierata, e si può e forse si desidera, stanchi, finalmente in vacanza, di dimenticarsi di sé.

Repentino, l’imprevisto si manifesta con un boato, le luci che si spengono, la musica che tace. Confusione, cellulari che squillano, figli che non si trovano, passi di corsa, paura. Poi la regale ammiraglia che si inclina, il panico che si insinua. Che sia possibile morire così, sulla più grande nave da crociera italiana, a poche centinaia di metri dalla terra?

E nel momento in cui questo pensiero si fa strada nella lucente città sull’acqua, in quella babele di lingue fra loro straniere, di colpo ognuno viene riportato in sé, alle domande più vere. Se nella vita quotidiana è possibile illudersi di essere forti e generosi, negli istanti di una emergenza, mentre la folla spinge e le carrucole delle scialuppe cigolano inceppate, non si può traccheggiare, né ingannarsi. C’è una molla potente e antica, l’istinto di sopravvivenza, che spinge verso la salvezza. Come accadrebbe in un’orda di animali inseguita dai cacciatori: si travolgono fra loro, tesi a sopravvivere. Eppure in alcuni, in tanti, contro all’istinto, qualcosa insorge dentro, una cosa che in un’ottica puramente darwinista è strana, perché non risponde alla logica della selezione del più forte: chi si ferma e aiuta un vecchio, chi cede il suo salvagente, chi prende in braccio uno sconosciuto bambino. Fra le urla, fra gli spintoni, anche mani allungate ad aiutarsi, coperte allargate sulle spalle di gente mai vista, passi che tornano indietro, a cercare chi manca.

Cos’è, che fronteggia l’istinto di sopravvivenza e compare inaspettato, in uomini che magari avresti detto pavidi, in vite che avresti detto qualunque? L’ora di una tragedia vaglia gli animi e interroga, e in un istante bisogna rispondere: viviamo solo per noi, ci importa solo di noi, o invece il destino degli altri ci riguarda, e quel vecchio smarrito all’improvviso ha la faccia di nostro padre, e non possiamo lasciarlo solo? La domanda di certe ore è terribile, e rivela, senza possibilità di mentire.

E noi che non c’eravamo stiamo a guardare e ad ascoltare, attenti, commossi e come stranamente inquieti: e tu – è come se qualcuno ci dicesse – in quel buio, in quel panico, cosa avresti fatto? Saresti tornato sui tuoi passi, tu, per un grido avvertito in una cabina chiusa? Certo le madri, i padri, sì, ritornano, a cercare i figli. Ma c’è gente che non era padre né madre, eppure è tornata indietro, come inesorabilmente legata all’altrui destino. Ed è questo, in una notte come quella del Giglio, il più grande mistero.

lunedì 16 gennaio 2012 23:00

Ogni vita spezzata è sempre un fratricidio

Un midrash sull’Esodo, cioè un testo della tradizione rabbinica, ricorda che le Dieci Parole furono scritte cinque su una tavola e cinque sull’altra. Sulla prima era indicato: «Io sono il Signore tuo Dio», su quella di fronte: «Non uccidere». Questo insegna – spiega la sapienza ebraica – «che chiunque sparge sangue umano, la Scrittura gliene chiede conto come se sminuisse l’immagine del Re». Detto in altro modo, il comandamento «Non uccidere» non è una semplice affermazione di principio ma chiama in causa il rapporto che unisce Dio al mondo che ha creato, a cominciare dall’uomo, il frutto più grande del suo amore.

Dalla morte di Abele per mano di Caino in poi, ogni omicidio è sempre fratricida, non toglie vita soltanto alla vittima ma anche all’esecutore che, essendo parte della medesima famiglia umana, viene privato del suo stesso sangue. Proprio il legame che unisce la creatura al Creatore, declinato secondo il quinto comandamento, è il tema guida della Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei, che si celebra oggi. Ogni anno, dal 1990, la Chiesa italiana mette in calendario un momento che più di ogni altro vuole evidenziare il rapporto privilegiato che lega le due fedi. E lo fa il 17 gennaio, vigilia della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, a ribadire il momento in cui tutto è iniziato, la radice ebraica del nostro Credo e la sua centralità nel rendere efficace l’incontro tra chi, pur seguendo lo stesso Cristo, fa parte di Chiese differenti.

Le Dieci Parole, su cui da alcune stagioni si sofferma la Giornata, sono una delle ricchezze maggiori di questo patrimonio comune. Il Decalogo o Dieci Comandamenti – ha detto Benedetto XVI due anni fa durante la visita alla comunità ebraica di Roma – «che proviene dalla Torah di Mosè costituisce la fiaccola dell’etica, della speranza e del dialogo, stella polare della fede e della morale del popolo di Dio, e illumina e guida anche il cammino dei cristiani». Una riflessione che vale una volta di più per il richiamo a difendere la vita, compresa quella più emarginata e fragile. «Non uccidere» chiama a scelte di pace, al rifiuto della violenza, all’amore e al rispetto verso il prossimo, cominciando dagli ultimi. I «prediletti dal Padre» che nel Primo Testamento sono esemplificati nell’orfano, nello straniero e nella vedova, oggi hanno il volto del bambino rifiutato, del padre che perde il lavoro, del malato abbandonato a se stesso, dell’immigrato partito da un Paese che lo rifiuta per una terra che non lo vuole.

Ecco allora il dovere di tutelare la vita sempre, personale o pubblica che sia, proibendo l’omicidio certo ma anche condannando gli atteggiamenti di odio e invidia che a quel gesto estremo possono portare. Perché si può parlare di morte anche per chi, vittima di violenza e soprusi, è costretto a reinventarsi in un’esistenza che non sente sua o subisce l’emarginazione per una colpa che non ha commesso. «Non uccidere» è l’invito a mettere vita là dove sarebbe più facile spegnerla del tutto, chiede di instillare amore nelle nostre esistenze inaridite, è una tappa centrale di quell’itinerario di santità che chiamiamo Decalogo. Una vocazione insieme personale e comunitaria. Un cammino verso il Padre in cui ciascuno è responsabile di se stesso ma anche delle persone in viaggio con lui. «Chi fa perire un solo uomo – insegna la sapienza rabbinica – è come se facesse perire il mondo intero».

lunedì 16 gennaio 2012 23:00

La difesa non può diventare una merce da supermarket

Si parla molto di liberalizzazione della professione di avvocato. Ma pochi sanno di cosa si tratta. Anche approfondendo il tema ci si smarrisce e confonde tra la riforma dell’ordinamento forense (approvata al Senato nel novembre 2010 e ora ferma alla Camera), le disparate disposizioni inserite nelle diverse manovre economiche che si sono inseguite dal luglio al dicembre 2011 e le voci su prossimi nuovi decreti. Non è facile fare ordine tra tante iniziative. Ma alcuni punti si possono fissare. La riforma approvata al Senato – e salutata come «equilibrata e progressiva» dal presidente del Consiglio nazionale forense degli avvocati, Guido Alpa – ha un suo impianto solido, organico: ridisegna in modo meno corporativo il procedimento disciplinare, affidandolo ad avvocati non eletti dai loro colleghi (e dunque tendenzialmente più indipendenti); attribuisce al cliente un maggior controllo sulle tariffe proposte dal difensore; conferma l’accesso alla professione tramite l’esame di Stato; rafforza il tirocinio e il legame tra ordini e Università. Le norme inserite nelle manovre economiche appaiono assai più confuse e, soprattutto, prevedono una riduzione a diciotto mesi del periodo di tirocinio (oggi di due anni). Quel che più allarma sono però i fumi ideologici che avvolgono la discussioni di questi ultimi mesi. Come se il miglioramento del servizio giustizia dipendesse dalla liberalizzazione assoluta nell’accesso alla professione, magari attraverso l’eliminazione dell’esame di Stato (che invece, non si dimentichi, è previsto dall’art. 33 della Costituzione). Insomma: dall’aumento della concorrenza. È un’impostazione astratta, che non si misura con la realtà. Gli avvocati sono in Italia 230 mila. La concorrenza, sempre crescente, aumenta le difficoltà economiche di un’ampia fascia di avvocati giovani. Basta sostare all’ingresso di un’aula in cui si celebrano i processi per direttissima per scoprire che spesso il muro del "minimo tariffario", sulla cui eliminazione tanto si discute è, da anni, travolto dai fatti. Il problema dell’avvocatura non è dunque la necessità di una maggiore concorrenza. Il servizio offerto dagli avvocati consiste nell’aiutare il cittadino a tutelare i propri diritti: non può essere trattato come la merce di un supermercato. Bisogna curare la qualità, non aumentare la quantità. E l’eccesso di offerta va a scapito della qualità. La precarietà in cui vivono molti giovani avvocati dilata la tentazione di cedere agli antichi vizi che si vorrebbero combattere: tradire la linea guida dell’indipendenza; interpretare in modo distorto la doverosa lealtà verso il proprio assistito, facendola sconfinare nella violazione delle regole; praticare una concorrenza a basso prezzo ma basata sulla sciatteria nello studio degli atti e nel reale esercizio della difesa; trascurare l’aggiornamento professionale. L’unica trincea contro queste degenerazioni sono dei Consigli dell’ordine forti e aperti al confronto con l’esterno. Affidarsi esclusivamente alla selezione del mercato significa far vincere il più forte, che non necessariamente è il più bravo. C’è, evidentemente, a monte di questi problemi, la questione di una seria selezione meritocratica. Questione mai seriamente affrontata. È un problema che non riguarda soltanto l’avvocatura ma l’intera società italiana: le sue classi dirigenti, l’università, la scuola superiore. L’utopia di don Milani – abbattere la selezione classista, sostituendola con una selezione che premiasse i migliori, indipendentemente dai natali e dal censo – è purtroppo fallita. La nostra scuola pubblica è ricca di insegnanti di altissimo livello ed è capace di formare allievi preparatissimi. Ma allo stesso tempo è capace di regalare, con infimi livelli culturali, titoli di studio equivalenti a quelli guadagnati con sacrificio dagli studenti migliori. Ed è così che, agli esami e ai concorsi per avvocati o magistrati, noi troviamo laureati in giurisprudenza capaci di scrivere strafalcioni come «il diritto di risquotere», di discutere di una «vesperata quaestio», o di citare la giurisprudenza della «Corte dell’Ajax». Nessuno può pensare che il nostro sviluppo economico possa rilanciarsi affidando a questi somarelli la tutela della libertà e dei diritti dei cittadini.

lunedì 16 gennaio 2012 23:00

Questa strana, inquieta ancora selvatica fame di poesia

Se a Milano o a Palermo o a casa tua vai dal giornalaio, ti offrono un libro di poesie con un grande quotidiano. Se accendi la tv potrai vedere in chiusura del tg di una grande rete narratori che leggono loro brevi racconti (è accaduto) o poeti che leggono pochi fulminanti versi (accadrà). Sui migliori canali satellitari o digitale terrestre puoi trovare intelligenti appuntamenti con la poesia. Più in generale, si approntano siti a tema d’arte e letteratura legati a grandi network. Se a Londra vai al fast food e prendi un certo prodotto per i tuoi figli ti danno in omaggio un libro. Di che cosa è segno questo lavorio? Disperazione di librai e editori che se ne inventano di tutti i colori per piazzare una merce? O fame di lettura che ha convinto i responsabili di luoghi e media popolari a cercare di volare non solo mediobasso? Il fenomeno, naturalmente, si compone di tanti elementi. Alcuni già sperimentati in passato (i quotidiani da tempo allegano di tutto) e la tv ha già avuto in passato qualche momento di coraggio. E altri nuovi. Al di là degli elementi più evidenti – occasioni distributive nuove, e in tempi di "crisi" la poesia può offrire motivi di riflessione profonda e nuove visioni – c’è un altro dato meno evidente ma forse più importante. La cultura e il suo più antico strumento ancora in uso, il libro, stanno diventando "strani". E la poesia continua ad essere la più "strana" in mezzo a tutte le arti e le comunicazioni. Pare un controsenso. Verrebbe da pensare: se la diffondono così (e i libri vanno, le trasmissioni sono viste) significa che allora la poesia è diventata normale nel nostro panorama culturale. Ma non lo è. Nel momento in cui la grande comunicazione (e grandi catene distributive) cominciano ad offrire poesia non significa che essa è già divenuta un bene diffuso e percepito come essenziale da una grande maggioranza delle persone. È vero quasi il contrario. Significa che è una "merce" – secondo i promotori di tali iniziative – che può esercitare un appeal, un richiamo di novità presso un "pubblico" di clienti che non lo ha ancora gustato. E che ne ha "pre-sente" il valore ma non ne è ancora consapevole. Non si tratta di una valutazione quantitativa. I lettori di poesia non saranno mai moltissimi, per il semplice fatto che la poesia non si condivide essenzialmente attraverso i libri, ma attraverso l’oralità, oggi arricchita dalla radio e dai tanti strumenti di conversazione privato-pubblica. Ai tempi di mio nonno, anche il più incolto teneva in gran considerazione la poesia, sapendone almeno qualche mozzicone. Oggi è difficile che tale considerazione ci sia nella maggior parte dei nostri ragazzi iperscolarizzati. Il che apre due grandi interrogativi. Il primo: possibile che in Italia, patria della grande poesia da sempre insegnata forzatamente in ogni ordine di scuola, se ne pre-senta (soltanto) il valore? Il secondo: da dove nasce questa fame ancora selvatica, inquieta di poesia che viene colta da chi, come il sottoscritto, vaga per la penisola parlandone a ogni genere di persone? Fame selvatica, appunto. E come è successo che il nostro paese, culla della poesia che ha fatto da canone all’Europa intera e quindi al mondo, con Dante, Petrarca e fino al Novecento potentissima e riconosciuta (D’Annunzio, Pascoli, Campana, Montale, Ungaretti, Quasimodo, Luzi, Pasoli...) sia abitata da una fame "selvatica"? Cosa ci hanno fatto? I professori, i maestri, gli intellettuali, i media, e anche certi presunti poeti, cosa hanno fatto per renderci così selvatici? La domanda inquieta e ben venga ogni iniziativa – di giornali, fast food, e specialmente della tv – per far balenare agli italiani d’aver tra le mani una risorsa importante. Gratis e impagabile.

lunedì 16 gennaio 2012 20:49

Un capo molto elusivo. Indagini su Andrea Riccardi, patron dell’Onu di Trastevere, ora ministro di Mario Monti. E domani?

Cosa vuole fare veramente Andrea Riccardi, fondatore nel 1968 della Comunità di Sant’Egidio, movimento cattolico postconciliare, biografo di pregio del pontificato wojtyliano e dal 16 novembre scorso ministro (senza portafoglio) per la Cooperazione internazionale e l’integrazione? Quale il suo futuro ora che il governo presieduto da Mario Monti l’ha arruolato anche in virtù del suo essere organico alla chiesa cattolica? La risposta non è facile anche perché è lui, anzitutto, a eludere in vario modo la domanda.

Sarà Riccardi il leader di un nuovo soggetto politico di dichiarata ispirazione cattolica? “No” risponde. E ancora: “Credo molto nel lavoro di questo governo. In questo lavoro mi sta a cuore una ripresa politica della cultura democratica e repubblicana nella quale noi cattolici abbiamo un ruolo fondamentale. Non ho altre ambizioni”. Si candiderà alle primarie del Partito democratico per le amministrative del 2013 nel comune di Roma? “Non credo che una mia candidatura a sindaco di Roma sia percorribile” dice. “L’avrei accettata forse in età più giovane”. Risposte evasive che non sciolgono il mistero intorno al suo impegno futuro in politica, quando il Parlamento si rimetterà al voto degli elettori e i cattolici cercheranno un leader a cui aggrapparsi.

Sono quattro i ministri dichiaratamente cattolici presenti all’interno dell’attuale governo. C’è Corrado Passera, ministro delle Infrastrutture, arrivato alla politica anche in quanto espressione del polo cattolico della finanza italiana, prima all’Anton-Veneta, poi gruppo Intesa che assorbe la Cariplo, infine Intesa Sanpaolo, a fianco di Giovanni Bazoli. C’è Renato Balduzzi, ministro della Salute, espressione di quel cattolicesimo cosiddetto “adulto” che lo portò, quando tra il 2006 e il 2008 era consigliere giuridico dell’allora ministro delle Politiche per la famiglia Bindi, a ideare il disegno di legge sui Dico (patti coniugali, famiglie di fatto) e a non promuovere la partecipazione degli aderenti del Movimento ecclesiale di cui era presidente (Meic) al Family day. C’è, ancora, l’autorevole Lorenzo Ornaghi, rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Di chiara scuola ruiniana, fedele interprete della battaglia sui valori non negoziabili combattuta in un regime di sostanziale pluralismo politico, Ornaghi è l’unico ministro del governo che può vantare l’esplicito appoggio della Conferenza episcopale italiana.

E Riccardi? La sua entrata nel governo non è figlia della “sponsorizzazione” della Cei e nemmeno del Vaticano. Del resto, è lui stesso a confidarlo: “A titolo personale, prima di accettare l’incarico, mi sono consultato con qualche amico come si fa per le decisioni importanti. Ma non c’è nessuna benedizione delle gerarchie in merito al mio impegno al governo. Non mi sento benedetto né più né meno di un qualsiasi altro fedele. Questo governo non è il governo del Vaticano o della Cei, è un governo di ministri che hanno tutti una loro storia particolare”.

In molti sostengono che è stato Vincenzo Paglia, vescovo di Terni e padre spirituale di Sant’Egidio, a fare sponda, con arguzia e sensibilità istituzionale, con il Quirinale. La pressione su Giorgio Napolitano è stata costante e incisiva. A Riccardi sono stati offerti inizialmente i Beni culturali. Gentilmente rifiutati, si è optato per un ruolo, quello di ministro della Cooperazione e dell’integrazione, più confacente alla sua storia di impegno ecclesiale. Beninteso, il rapporto di Riccardi con le gerarchie non è in discussione. Espressione di quella chiesa di popolo nata negli anni della grande vitalità post conciliare, per decenni la Comunità che egli ha fondato ha lavorato di sponda con la Santa Sede. Sant’Egidio, soprattutto durante il pontificato di Giovanni Paolo II, si è mossa nei vari paesi del mondo come fosse una “sezione parallela” della segreteria di stato vaticana, e questa azione è spesso risultata un atout e un problema. Ma è un dato di fatto che la domanda che si pone padre Andreas R. Batlogg sul numero di settembre della rivista dei gesuiti tedeschi, Stimmen der Zeit, di cui è direttore, all’interno di un articolo dal titolo “Die Optimisten von Sant’Egidio”, non è senza senso. Furono nell’era Wojtyla quelli di Sant’Egidio “i preferiti del Papa?”, si chiede Batlogg in un capitolo del testo tutto dedicato ai rapporti della Comunità di Riccardi con Giovanni Paolo II? Batlogg dà una risposta affermativa e in questa risposta c’è molto di vero.

La domanda sul futuro di Riccardi però resta e a porsela sono anzitutto coloro che oggi, tra le gerarchie, hanno la responsabilità più alta: il capo della Cei Angelo Bagnasco e il segretario di stato vaticano Tarcisio Bertone. E probabilmente se la pone anche il Papa il quale, oggi, concede udienza per la prima volta a Mario Monti, presidente del Consiglio. Con lui non saliranno al secondo piano del palazzo apostolico né Ornaghi né Riccardi. Gli unici due ministri presenti saranno quello degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata e il responsabile delle Politiche comunitarie Enzo Moavero Milanesi, soprattutto in vista del colloquio previsto con il cardinale Bertone. La competenza dei due ministri fissa il perimetro degli argomenti che potrebbero entrare nei colloqui riservati ed esclude che si possa parlare di altro, compresi gli scenari futuri e il ruolo dei cattolici in questi scenari. Alle domande di fondo su Riccardi, insomma, si avrà risposta soltanto più avanti: cosa vuole fare del proprio impegno in politica? Ha intenzione di compiere un salto in avanti oppure intende uscire di scena e tornare alle occupazioni di sempre? Fin dove vuole arrivare? E, soprattutto, in nome di chi? Dice un monsignore della curia romana: “Sono domande che da tempo sia Bagnasco sia Bertone si pongono. Anche perché è oramai evidente: il ruolo di storico della chiesa, biografo di Papa Wojtyla e padre fondatore di un importante movimento ecclesiale post conciliare gli sta stretto. Da tempo, all’interno della Santa Sede, c’è chi si domanda cosa farà Riccardi una volta scaduto il compito di ordinario di Storia contemporanea presso la Terza Università degli Studi di Roma. Farà politica? La sta già facendo. Il tutto è capire come, in che modo, per conto di chi e soprattutto con chi, con quale partito, all’interno di quale schieramento una volta che Monti lascerà il proprio incarico”.

Le associazioni cattoliche che lo scorso ottobre avevano organizzato il raduno di Todi avevano in mente uno schema ben preciso: lavorare per tutto il 2012, Berlusconi ancora regnante, alla ricostruzione di un nuovo soggetto politico sul modello del Ppe, un qualcosa di alternativo dunque a un’alleanza di centro che strizzasse l’occhio principalmente al Pd. Riccardi, che non era contemplato in questo progetto, ha giocato d’astuzia. Ha cercato l’appoggio del segretario di stato vaticano per lanciare un progetto sostanzialmente alternativo. Nella parrocchia salesiana del Gesù Bambino di Roma assieme a monsignor Mario Toso, segretario di Iustitia et pax e amico fidato di Bertone, convocò un raduno di cattolici escludendo però le sigle più vicine all’area di centrodestra: la dirigenza dell’Università Cattolica di Milano, il mondo vicino a Comunione e liberazione e alla Compagnia delle opere (Cdo). La sua idea era sostanzialmente una: accreditarsi come padre nobile di un raggruppamento centrista che avesse al suo interno parte dei cattolici del Pd e naturalmente l’Udc di Pier Ferdinando Casini. A Todi Riccardi ha fatto un saluto inziale, ha lasciato la parola al presidente della Cei e poi se n’è andato: “Ho impegni all’estero” ha detto. E ha continuato per la sua strada. Assieme a Raffaele Bonanni, Casini, Lorenzo Cesa e Giuseppe Fioroni ha pianificato un’iniziativa a Napoli prevista per la fine di questo mese (ma i dettagli ancora non si conoscono tanto che c’è chi sostiene che a Napoli non succederà niente) per “rilanciare la partecipazione e dialogare con la cultura laica”. Insieme ha redatto una sorta di manifesto intitolato “Iniziativa per l’Italia”. Dice Natale Forlani, portavoce degli organizzatori del convegno di Todi: “Non confondeteci. L’iniziativa di Napoli non c’entra con noi che stiamo scrivendo un manifesto sociale-politico ancora da pubblicare”.

Carlo Costalli, presidente del Mcl, è tra gli organizzatori di Todi. Dice: “Il nostro progetto è fare sì che in Italia ci siano due aree riformiste, una moderata che faccia riferimento al Ppe e una progressista che faccia riferimento al Pse, evitando pastrocchi ed equivoci terzopolisti”. Ma è ancora Riccardi a sparigliare le carte mostrandosi più modesto e insieme più ambizioso della sua presunta volontà di creare un’aggregazione di centro che strizzi l’occhio al Pd. Dice: “Ripeto: credo molto nel lavoro di questo governo. Non ho altri interessi al momento”.

L’impressione è che sia Riccardi il primo a non sentirsi tagliato per un ruolo politico all’interno di un partito ideologicamente schierato. Le sue ambizioni sembrano più alte, verso profili istituzionali meno operativamente impegnativi. Dice Stefano Ceccanti, senatore del Pd e studioso di teologia: “La politica non è ancora oggi divenuta la dimensione di Riccardi. Sembra piuttosto, mi si passi il termine, un ‘cardinale’ nei modi e nell’eloquio, un rappresentante della chiesa-istituzione. Per questo è difficile dire cosa voglia fare e fin dove voglia spingersi nel suo impegno politico. Prima di Natale era presente alla Camera per presentare il libro di Luca Diotallevi ‘L’ultima chance’ edito da Rubbettino. A una considerazione di Diotallevi sulla nascita della Democrazia cristiana e sullo scontro avvenuto negli anni Trenta e Quaranta tra la visione di monsignor Domenico Tardini che voleva trattare con lo schieramento politico vincente di turno, e monsignor Giovan Battista Montini che sollecitava la presenza politica attiva dei cattolici laici lasciando alla chiesa l’evangelizzazione, Riccardi ha risposto con un approfondimento storico puntuto che certamente ha mostrato tutta la sua competenza ‘ecclesiastica’ ma che insieme ha lasciato in secondo piano la dimensione politica del suo attuale curriculum. E oggi questa sua visione delle cose, questo suo modus operandi da storico e insieme uomo di chiesa è favorito dal fatto di essere ministro in un governo che, come ha detto lui stesso al Corriere della Sera recentemente, ‘non coinvolge i partiti’. Ma, mi domando, cosa succederà dopo?”.

Se si entra nella piccola cittadella di piazza Sant’Egidio a Trastevere, la sede della Comunità fondata da Riccardi all’interno di un ex convento di monache carmelitane, e si chiedono lumi intorno ai progetti futuri di Riccardi, le risposte sono ambivalenti. Tutti però sembrano essere sicuri di una cosa: accetterà soltanto ruoli di alto prestigio istituzionale, difficilmente accetterà di sporcarsi in appartenenze partitiche. Del resto è la stessa Comunità di Sant’Egidio ad avere sempre mantenuto un profilo alto: anche se non è paragonabile, per numeri, ai grandi movimenti ecclesiali sviluppatisi dopo il Concilio – sono circa cinquantamila le persone che formano piccole comunità diffuse in 72 paesi: in Africa (29), in Asia (7), in Europa (23), in Nord e Centramerica (8) e in Sudamerica (5) – l’influenza e il suo prestigio non soltanto in Vaticano ma anche nelle sedi diplomatiche che contano è di gran lunga superiore a quella di altre associazioni religiose numericamente più rilevanti. “Andiamo avanti con passi lenti” dicono nella Comunità. “Crediamo nella ‘forza debole’ di cui parla l’apostolo Paolo e continuiamo il nostro lavoro quotidiano”.

La linea, insomma, è quella di sempre: crescere senza correre troppo, guadagnare influenza e prestigio senza eccedere. Ne è un esempio la campagna per una revisione della normativa riguardante il diritto alla cittadinanza. Già un anno fa la Comunità aveva fatto un importante sforzo in merito. Riccardi l’ha rilanciata nei giorni immediatamente seguenti la nomina a ministro. Ma poi ha chiesto di procedere con calma e ponderazione. Dice oggi: “Il discorso della cittadinanza agli immigrati è importante, ma deve maturare nelle coscienze del paese e delle forze politiche: bisogna procedere in modo condiviso; coraggioso ma condiviso”. E’ un’idea ancora percorribile? “Spero di sì. La mia idea è di lavorare per arrivare a concedere la cittadinanza ai bimbi nati in Italia. Non penso a uno ius soli o ius sanguinis, penso invece a uno ius culturae. Chi nasce in Italia diviene parte della nostra cultura e questa cosa gli va riconosciuta. Da ministro ho visitato una scuola nel napoletano. C’erano tantissimi bambini figli di ucraini nati in Italia. Ho chiesto loro: ‘State imparando l’italiano?’. Mi hanno risposto: ‘Lo sappiamo già. Stiamo cercando d’imparare l’ucraino dei nostri genitori’”. Dice Ceccanti: “Il ministero che Riccardi ha in mano non ha molti poteri. Sostanzialmente non ha deleghe. E’ difficile che riesca a incidere profondamente. Nel Pdl c’è il veto della Lega sulla cittadinanza. E una revisione dell’attuale normativa non può avvenire senza un’ampia condivisione delle forze politiche. Certo se Riccardi riuscisse a realizzarla sarebbe un suo grande successo, anche alla luce del fatto che il tempo a disposizione non è poi così lungo”.

Alla politica dei piccoli passi Sant’Egidio si è sempre attenuta anche nei confronti del Vaticano. E’ stato lentamente che Sant’Egidio è divenuta sempre più importante oltre il Tevere. Tutto cominciò nel 1968. Riccardi, allora meno che ventenne, iniziò riunendo un gruppo di liceali con il solo scopo di ascoltare e mettere in pratica il Vangelo. Il piccolo gruppo, che aveva come modello Francesco d’Assisi, iniziò subito ad andare nella periferia romana, tra le baracche che in quegli anni cingevano Roma e dove vivevano molti poveri, e avviò un doposcuola pomeridiano (la “Scuola popolare”, oggi “Scuole della pace” in tante parti del mondo) per i bambini. Arrivarono presto i primi riconoscimenti ufficiali da parte della chiesa per quella che l’Espresso definì “una cometa con piccolo nucleo ma mirabolante scia luminosa”. Da lì fu una crescita costante. Già nel 1974 il cardinale vicario di Roma Ugo Poletti lo volle al suo fianco in un convegno dedicato ai mali della città. Fu l’inizio di una collaborazione con la chiesa istituzione che continuò negli anni. E nel 1995 agli stati generali della chiesa italiana il cardinale Camillo Ruini fece sedere Riccardi alla propria destra, al tavolo della presidenza.

Negli anni a seguire i rapporti con le gerarchie sono stati altalenanti. Sant’Egidio, cercando e ottenendo consenso spesso nella sinistra ecclesiale, ha permesso che quell’intesa iniziale s’intorpidisse un po’, che un’ala più conservatrice della curia romana arrivasse a guardare in modo sfavorevole la loro crescita e l’appoggio della Santa Sede, ma il callido fiuto ecclesiastico che Ruini aveva percepito in Riccardi è rimasto intatto e continua a manifestarsi oggi. Dice Gian Franco Svidercoschi, vaticanista di lungo corso ed ex vicedirettore dell’Osservatore Romano, che Giovanni Paolo II valorizzò Riccardi “perché vedeva in lui la migliore traduzione popolare del rinnovamento chiesto dal Concilio. Se Comunione e liberazione nacque principalmente come risposta politica alla prepotenza delle sinistre nelle università milanesi, Sant’Egidio nacque invece come risposta spirituale al Sessantotto. Due risposte diverse che il Papa valorizzò allo stesso modo. Per come stanno andando le cose non sembra che la discesa in politica di Riccardi sia in contraddizione con l’origine spirituale del suo movimento”. Anche perché, verrebbe da dire, Riccardi non ha sciolto le riserve. Ancora non ha detto cosa intende fare da grande: se tornare agli impegni precedenti oppure mescolare davvero la propria spiritualità con una discesa ufficiale e decisa nell’agone.

Pubblicato sul Foglio sabato 14 gennaio 2012

lunedì 16 gennaio 2012 18:04

Quando la bellezza mostra Dio

bellezza-dio-roma.jpg«Benedite opere tutte il Signore…». Il primo versetto del Cantico dei tre giovani nella fornace (Da­niele 3,57-88). Il simbolo della gioia dell’uo­mo di fronte alla visione mistica del trascen­dente. L’architetto Paolo Portoghesi lo ha in­dicato come il risultato di un’opera d’arte sa­cra che ha centrato il suo obiettivo. Quando una chiesa nella sua architettura, nelle sue o­pere d’arte, nella capacità di creare silenzio si rende capace di accostare l’uomo alla pre­ghiera, «ecco allora che in questa oasi rita­gliata nel fragore della città, si può udire il can­tico dei giovani nella fornace». Quel canto che esce dal cuore di ogni uomo ogni volta che davanti a lui il bene e la bellezza trionfano di fronte alle brutture del male. Un compito, quello dell’architettura e dell’arte sacra, che per Portoghesi può essere esteso a tutta l’ar­te, «capace di esprimere una bellezza vera, non illusoria o autoreferenziale», in quanto è proprio «dell’arte e degli artisti rendere visi­bile l’invisibile, parlando a tutti», indicando le vere sembianze del volto di Dio.

Un tema par­ticolarmente impegnativo quello del quale si è dibattuto, peraltro con grande efficacia e­vocativa, ieri mattina nel Palazzo Apostolico di San Giovanni in Laterano, sede del Vicaria­to, nel convegno «Sulla via della bellezza per una nuova evangelizzazione», al quale hanno partecipato, oltre a Portoghesi, l’arcivescovo Salvatore Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova e­vangelizzazione, e il direttore di Avvenire Marco Tarquinio, coordinati dalla giornalista di Mediaset Marina Ricci. Sullo sfondo, fin dal­la relazione dell’arcivescovo Fisichella, che ha aperto l’incontro, la domanda che Dostoev­skij mette sulle labbra di Dmitrij Karamazov: «Quale bellezza salverà il mondo?». E Fisi­chella ha sottolineato quanto sia stata gran­de nei secoli l’azione della Chiesa in favore dell’arte, e come questo dialogo fra fede e cul­tura sia stato capace delle più grandi realiz­zazioni artistiche di tutti i tempi. In termini di trasmissione della fede, «la Chiesa stessa de­ve molto agli artisti, a quelli del passato e a quelli che verranno». Da qui la citazione di Paolino di Nola, che già nel 406 sottolineava: «Per me l’unica arte è la fede e Cristo la mia poesia».

Del resto, ha aggiunto Fisichella, «se teniamo Cristo come ispiratore, l’arte anima­ta dalla fede può raggiungere vette altissime». Come in Gaudí e nella sua Sagrada Familia, più volte evocata da Fisichella, «non per nien­te Gaudí è servo di Dio… quando invece gli ar­chitetti di tante chiese contemporanee han­no tolto il tabernacolo dal centro e hanno messo la sedia del prete che presiede… e que­sto non c’entra col Concilio, questa è ideolo­gia ». È il dialogo sulla via del­la bellezza, come frutto e so­strato della nuova evangeliz­zazione. Quella bellezza che i due discepoli vanno risco­prendo sulla strada di Em­maus. E che i mass media hanno il dovere di promuo­vere oltre che insegnare a ri­conoscere.

Cosa che solita­mente nel panorama nazio­nale e internazionale dei media laici non ac­cade, perché, ha spiegato Marco Tarquinio, «presi nel vortice delle tre ‘S’ (soldi, sangue e sesso) esprimono una sorta di compiaci­mento nei confronti di ciò che è male, di quel­la grande e compiaciuta menzogna che fini­sce per infangare ogni episodio di cronaca, scavando impietosamente e torbidamente nella vita di uomini e donne, così che la cro­naca nera diventa ancora più nera non la­sciando alcuno spiraglio alla luce, alla spe­ranza ». Ecco allora l’importanza di giornali che come Avvenire, ha detto Tarquinio, si sfor­zano di raccontare la realtà vera delle perso­ne, con i loro errori, le loro ansie, con la loro vita di tutti i giorni fatta di grandi e piccole realizzazioni, che non trovano mai spazio sui giornali, perché bellezza e bontà non fanno notizia. «Se fatto in questo modo, il lavoro del giornalista serve a costrui­re, non a distruggere, serve a generare solidarietà, nuova u­manità, voglia di crescere. U­na cronaca positiva che non trova spazio sui giornali per­ché, ne sono convinto, non si vuole che trovi ascolto. È qui, nei media, che si consuma, così come nel­­l’arte, la grande battaglia fra il bene e il male, fra Dio e il demonio. Nell’arte cristiana il ve­ro volto degli umili è sempre stato utilizzato, da tutti i grandi artisti, per rappresentare le sembianze di Cristo. Quale dramma per cer­ta arte e troppi media contemporanei la spa­rizione del volto».

Roberto I. Zanini – Avvenire, 15 gennaio 2012

lunedì 16 gennaio 2012 16:15

Il cuore inquieto dell'uomo cerca davvero l'unità?

Per trovare la vera pace l’uomo deve mantenere un cuore inquieto. Un cuore cioè che “non si accontenta di niente che sia meno di Dio e, proprio così, diventa un cuore che ama.” Il giorno dell’Epifania Benedetto XVI lo ha ricordato ai vescovi che aveva appena ordinato e a tutti noi. Ma l’inquietudine del cuore umano che cerca Dio non è certo quella che il mondo ci getta in faccia e ci rende solo più disperati. Non è certo l’inquietudine di chi cerca di avere sempre di più, di chi si lascia “narcotizzare” dalle emozioni forti, di chi dimentica il buon gusto davanti ad una tragedia (che dire ad esempio del quotidiano che mette le notizie del disastro della Costa Concordia a fianco alla pubblicità delle vacanze in crociera?). La vera inquietudine dell’uomo è verso Dio.

domenica 15 gennaio 2012

Scola e lo spettacolo di Castellucci

Cari amici, sono appena rientrato da Roma, dove ho seguito la visita del presidente del Consiglio Monti al Papa: ne ho scritto su Vatican Insider e ne scrivo oggi su La Stampa. Ieri pomeriggio, l’ufficio delle comunicazioni sociali della diocesi di Milano ha diffuso un comunicato relativo allo spettacolo di Castellucci che sarà messo in scena nel capoluogo lombardo. Si chiede rispetto per la sensibilità dei credenti, si ricordano le conseguenze di una libertà di espressione unilateralmente esaltata, si ricorda che “La preghiera per manifestare il proprio dissenso non può accompagnarsi a eccessi di qualunque tipo, anche solo verbali”. Credo sia sacrosanta la richiesta di attenzione e rispetto per la nostra fede. Così come credo che un cristiano debba testimoniare sempre e in particolare in queste occasioni, nelle parole e nelle azioni, il cuore del messaggio evangelico.

Ecco il testo integrale del comunicato:
Raccogliendo le parole della regista e direttrice del teatro Parenti di Milano Andrée Ruth Shammah, apparse ieri su un quotidiano, a nostra volta domandiamo che sia riconosciuta e rispettata la sensibilità di quanti cittadini milanesi, e non sono certo pochi, vedono nel Volto di Cristo l’Incarnazione di Dio, la pienezza dell’umano e la ragione della propria esistenza.

Proprio perché Milano è una “città che ha sempre rappresentato il pensiero illuminato, la religiosità alta, il dialogo e l`apertura”, invitiamo a considerare che la libertà di espressione, come ogni libertà, possiede sempre, oltre a quella personale, una imprescindibile valenza sociale. Questa deve essere tenuta particolarmente in conto da parte di chi dirige istituzioni di rilevanza pubblica, per evitare che un’esaltazione unilaterale della dimensione individuale della libertà di espressione conduca ad “tutti contro tutti” ideologico che divenga poi difficilmente governabile. Di questa dimensione sociale della libertà di espressione avrebbe pertanto potuto farsi carico più attentamente al momento della programmazione la direzione del Teatro.

La preghiera per manifestare il proprio dissenso non può accompagnarsi a eccessi di qualunque tipo, anche solo verbali.

domenica 15 gennaio 2012 08:17

L’Europa ha rifiutato le “radici cristiane” e ora è sotto la dittatura simil-sovietica del “politically correct”, dominata da una tecnocrazia antidemocratica e (economicamente) fallimentare

Eravamo da sempre il Paese più europeista. Fino a un anno fa. In dodici mesi la fiducia degli italiani nell’Unione europea è precipitata. Secondo l’ultimo rilevamento dell’Ipsos ha perso addirittura 21 punti percentuali (passando dal 74 per cento al 53).

Un crollo che dovrebbe far riflettere i politici e soprattutto le tecnocrazie europee a cui gli italiani sono sempre più ostili.

Anche perché il crollo della fiducia degli italiani non è un fatto emotivo passeggero, né uno stato d’animo superficiale. Al contrario. Il loro europeismo era a prova di bomba.

UN ESPERIMENTO FOLLE

Hanno accettato di fare sacrifici per entrare nella moneta unica, hanno accettato perfino di farsi spennare da un cambio lira/euro estremamente penalizzante e poi hanno subito – senza fiatare – il sostanziale raddoppio di tutti i prezzi con l’inizio dell’euro (un impoverimento di massa).

La loro fiducia è crollata solo davanti alla scoperta che la sospirata “moneta unica” – che tanto ci era costata – realizzata in quel modo (senza una banca centrale e un governo come referenti ultimi) era una trovata assurda e fallimentare di tecnocrazie incompetenti e arroganti.

Grazie a questo incredibile esperimento, l’Italia – un Paese solvibilissimo e che ha la sesta economia del pianeta – sta ora rischiando il fallimento (del tutto ingiustificato visti i suoi fondamentali).

Quello che gli italiani ignorano è che tale disastro era stato previsto. E pure che la china antidemocratica che l’Ue sta imboccando da venti anni a questa parte era evidente ed era stata denunciata.  

L’affievolimento della democrazia e dei diritti individuali, la dittatura del “politically correct”, è qualcosa a cui purtroppo facciamo meno caso – come si vede in queste settimane in Italia – ma è perfino più grave del fallimento politico ed economico della Ue.

UNA VOCE PROFETICA

Una delle voci nel deserto che videro in anticipo è quella di un eroico dissidente russo, Vladimir Bukovsky, uno così temerario e indomabile che già a venti anni era inviso al regime comunista sovietico il quale lo rinchiuse nei manicomi politici e nel gulag, torturandolo (infine – pur di disfarsene – lo cacciò via nel 1976 in cambio della liberazione in Cile del leader comunista Luis Corvalan).

Ebbene, Bukovsky, in una conferenza nell’ottobre del 2000, riportata di recente su “Italia oggi”, se n’era uscito con affermazioni che sembrarono allora esagerate, che forse lo sono, ma che – alla luce degli ultimi eventi – rischiano di essere semplicemente profetiche.

Non mi riferisco solo a eventi come il commissariamento dell’Italia e della Grecia e il tentato commissariamento (in corso) dell’Ungheria, ma anche alle cessioni di sovranità dei diversi stati mai sottoposte ai referendum popolari o alle “bocciature” di tali cessioni (nei referendum o nei parlamenti) che sono state sostanzialmente ignorate.

Per quasi 50 anni” disse Bukovsky “abbiamo vissuto un grande pericolo sotto dell’Unione Sovietica, un paese aggressore che voleva imporre il suo modello politico a tutto il mondo. Diverse volte nella mia vita ho visto per puro miracolo sventare il sogno dell’Urss. Poi abbiamo visto la bestia contorcersi e morire davanti ai nostri occhi. Ma invece di esserne felici, siamo andati a crearci un altro mostro. Questo nuovo mostro è straordinariamente simile a quello che abbiamo appena seppellito”.

Si riferiva all’Unione europea. Argomentava:

“Chi governava l’Urss? Quindici persone, non elette, che si sceglievano fra di loro. Chi governa l’Ue? Venti persone non elette che si scelgono fra di loro”.

Bisogna riconoscere che oggi abbiamo addirittura governi non eletti (come quello italiano) con un programma dettato dalla Bce.

Diceva ancora Bukovsky:

“Come fu creata l’Urss? Soprattutto con la forza militare, ma anche costringendo le repubbliche a unirsi con la minaccia finanziaria, facendo loro paura economicamente. Come si sta creando l’Ue? Costringendo le repubbliche a unirsi con la minaccia finanziaria, facendo loro paura economicamente. Per la politica ufficiale dell’Urss le nazioni non esistevano, esistevano solo i ‘cittadini sovietici’. L’Ue non vuole le nazioni, vuole solo i cosiddetti ‘europei’. In teoria, ogni repubblica dell’Urss aveva il diritto di secessione. In pratica, non esisteva alcuna procedura che consentisse di uscirne. Nessuno ha mai detto che non si può uscire dall’Europa. Ma se qualcuno dovesse cercare di uscirne, troverà che non è prevista nessuna procedura”.

Bukovsky arrivava fino a giudizi pesantissimi, sicuramente esagerati, ma chi ha subito ciò che lui ha subito in difesa della libertà di coscienza ha tutto il diritto di essere ipersensibile a ogni violazione della libertà di pensiero e dei diritti individuali:

“L’Urss aveva i gulag. L’Ue” aggiungeva Bukovsky “non ha dei gulag che si vedono, non c’è una persecuzione tangibile. Ma nonostante l’ideologia della sinistra di oggi sia ‘soft’, l’effetto è lo stesso: ci sono i gulag intellettuali. Gli oppositori sono completamente isolati e marchiati come degli intoccabili sociali. Sono messi a tacere, gli si impedisce di pubblicare, di fare carriera universitaria ecc. Questo è il loro modo di trattare con i dissidenti”.  

Un’esagerazione certamente, ma è la sua stessa vicenda personale a far riflettere sulla libertà del pensiero e della cultura in Europa occidentale.

DITTATURA POLITICALLY CORRECT

Quanti in Italia conoscono Vladimir Bukovsky, il leggendario dissidente, l’eroico difensore della libertà di coscienza?

Eravamo pochissimi isolati che nei primi anni Settanta ne seguivamo le peripezie (nei manicomi politici e nei lager): i miei coetanei – specie quelli che oggi pontificano dai giornali come giornalisti, opinionisti e intellettuali – avevano come loro mito i vari Mao, Fidel Castro e perfino Stalin.

Oggi molti di loro – dopo essersi autoassolti – impartiscono lezioni di liberaldemocrazia dai mass media, ma senza mai aver fatto un vero “mea culpa”, infatti continuano a cantare in coro. E continuano ad avere in gran dispetto le voci libere come Bukovsky.

Il motivo semplice. Perché mette sotto accusa le élite culturali europee (e anche quelle politiche). Perché è un uomo che – dopo aver sfidato il Kgb e la cappa di piombo del regime sovietico – ha sfidato la cappa di piombo del conformismo “politically correct” occidentale.

E’ uno che nei suoi libri scrive: “Il comunismo è una malattia della cultura e dell’intelletto… Le élite occidentali penso non capissero l’universalità di quel male, la sua natura internazionale e quindi il carattere universale della sua pericolosità”.

La sua ha continuato ad essere una voce scomoda e isolata perché – dopo il crollo delle feroci nomenclature comuniste – non ha chiesto vendetta, ma ha pure rifiutato che si autoassolvessero e restassero al potere.

Ha scritto in un suo libro: “Noi siamo pronti a perdonare i colpevoli, ma loro non devono assolversi da sé”.

E’ chiaro perché uno così, in un paese come l’Italia, è sconosciuto e continua ad essere una voce silenziata. Infatti quante volte è stato fatto parlare in tv o sui giornali italiani?

Parla in Gran Bretagna, in America… Ma in Italia è una voce silenziata. Quali case editrici hanno pubblicato i suoi libri? Prendiamo il volume che ha scritto, dopo il crollo dell’Urss, quando poté tornare a Mosca e pubblicare i documenti degli archivi del Cremlino: chi ha tradotto quel libro in Italia? La piccolissima editrice Spirali.

Infatti “Gli archivi segreti di Mosca” è pressoché sconosciuto e ben pochi ne han parlato sui giornali. Eppure riguardava anche noi italiani.

ALLARME

Voci profetiche come quella di Bukovsky devono far riflettere soprattutto in un Paese come il nostro dove ha sempre scarseggiato la sensibilità per i diritti dell’individuo e ha sempre abbondato il conformismo culturale, la prevaricazione delle nomenklature e quella dello stato.

L’allarme del dissidente russo sull’Europa ci riguarda e ci deve far riflettere. Oggi più che mai. Ma ancora una volta sono poche le voci sensibili all’allarme sulla libertà.

 

Antonio Socci

Da “Libero”,  15 gennaio 2012

domenica 15 gennaio 2012 04:30

Haiti due anni dopo il terremoto

Due anni fa, il 12 gennaio 2010, Haiti era devastata da un catastrofico terremoto. Per l’Istituto italiano di vulcanologia era stato molto più grande di quello registrato nel 2009 in Abruzzo. La capitale Port au Prince quasi rasa al suolo, un caos di detriti e fango, distrutti anche il Palazzo del governo, il Parlamento, la sede dell’Onu, l’ospedale maggiore, ecc. I morti furono circa 250.000, altri poi morirono per il colera, che ancor oggi infetta parecchie decine di haitiani per settimana. Il bilancio finale non è nemmeno stato fatto e in strade fuori città vi sono ancora le macerie del terremoto. Gli aiuti e i soccorsi furono immediati e anche copiosi, Il Corriere della Sera afferma (12 gennaio 2010): “Il mondo intero, scosso dalle tremende immagini di quei giorni, tra sms e stanziamenti aveva raccolto 13 miliardi di dollari, con una velocità tale da far dire allora a Bill Clinton che “questa immane tragedia segnerà la rinascita di Haiti”.
In realtà, la ricostruzione, per mille motivi, va a rilento. Il nunzio apostolico, mons. Bernardito Auza, che raccontò al mondo il terremoto del 2010, prima che arrivassero sul posto i giornalisti e i mezzi di comunicazione, dichiara oggi all’agenzia Fides: “Premetto che riprendersi da un disastro naturale é sempre difficile, e ancor più difficile è ricostruire dopo un enorme disastro come quello del terremoto di Haiti del 12 gennaio 2010. Aggiungerei che ad Haiti la ricostruzione è stata ed è particolarmente difficile e costosa, perché tutto è importato, perfino la sabbia”.
La “Commissione internazionale per la ricostruzione di Haiti”, presieduta dall’ex presidente americano Bill Clinton e dall’ex-premier di Haiti Jean-Max Bellerive, ha terminato il suo mandato nell’ottobre 2011. I commentatori dicono che è servita soprattutto a distribuire gli appalti per la ricostruzione fra le ditte dei paesi che mandavano gli aiuti. Comunque studiava la situazione e orientava gli sforzi distribuendo gli aiuti. Oggi non esiste più alcuna struttura del genere, per cui gli aiuti promessi e programmati rischiano di non arrivare più nel martoriato paese. Il Parlamento dovrebbe rinnovare la Commissione, ma non ha ancora deciso: i problemi di chi gestisce i fondi e di chi prende i contratti sono attualmente in discussione.
Comunque, circa 600.000 abitanti della capitale e dintorni (su circa due milioni) vivono ancora in tende. Persino i seminaristi dei due seminari maggiori dell’isola, filosofico e teologico, in attesa che i seminari siano ricostruiti, sono accampati in modo precario. I gravi problemi di Haiti, che esistevano prima del terremoto, continuano tuttora. Ad esempio l’assistenza sanitaria, che nei tempi dell’emergenza post-terremoto era gratuita per tutti, è oggi tornata a pagamento nelle strutture pubbliche; i bambini non vanno a scuola o ci vanno se la famiglia riesce a pagare le tasse scolastiche: le scuole pubbliche dell’obbligo costituiscono circa il 10% del totale, il 90% sono scuole private e occorre pagare.
Le notizie positive vengono dalle numerose Ong presenti in Haiti, molti i volontari italiani impegnati ad Haiti. Va ricordata la Fondazione Rava, che ad Haiti ha tre ospedali, due centri di riabilitazione per i bambini, 28 scuole di strada, tre orfanotrofi e altro ancora; e la rete del consorzio “Agire” che ha ricostruito 13 scuole, due orfanotrofi, tre centri di salute. Più ancora la Chiesa italiana attraverso la Caritas che due anni dopo il sisma ha documentato in un rapporto (Avvenire, 12 gennaio 2012) di aver aiutato 120.000 haitiani a sopravvivere (circa il 9% delle persone colpite dal terremoto) e soccorso in vario modo un milione e mezzo di terremotati; ha avviato 102 progetti pluriennali, annuali e microprogetti. Paolo Beccegatto, responsabile dell’organismo pastorale della Cei in campo internazionale, afferma: “La situazione è migliorata grazie all’azione del nuovo governo e allo sblocco di meccanismi inceppati per un anno e mezzo. Quasi due terzi degli senza tetto sono usciti dai campi, in parte facendo ritorno alle campagne da cui provenivano, in parte passando dalle tende ormai logore a sistemazioni più dignitose. Subito dopo il sisma, la Caritas italiana in tre mesi raccolse 24 milioni di euro da diocesi, parrocchie e offerenti italiani. Fu una straordinaria dimostrazione di generosità e noi ci siamo mossi subito per impiegarli”.
L’Arcivescovo di Port-au-Prince, Mons. Guire Poulard, ha diffuso un bel messaggio di incoraggiamento rivolto a tutti, invitando a ricordare i morti ed incoraggiando gli haitiani a prendere in mano la situazione, dicendo che “la ricostruzione sarà haitiana o non vi sarà ricostruzione”. La Chiesa locale ha decine e decine di progetti di ricostruzione, ma le fasi preparatorie tecniche sono lunghe e difficili, ci sono progetti che sono quasi pronti, ma che non sono ritenuti come priorità, mentre per quelli prioritari non sono concluse le fasi preparatorie. La Chiesa, dice l’arcivescovo, non si scoraggia, e continua a lavorare a favore dei più piccoli e dei più poveri.
Quando leggo notizie o resoconti di questo genere, mi  commuovo perché sono stato ad Haiti nel 1992 (si vedano i Blog del 2010), il mio animo si rivolge a Dio in preghiera, ma poi debbo chiedermi cosa io, che vivo a 8.000 chilometri di distanza, posso fare per quei fratelli e sorelle, oltre alla preghiera. Non posso essere solo spettatore come per un film dell’orrore, ma debbo coinvolgermi spiritualmente e con l’aiuto materiale alla tragedia di quelle persone che non conosco, ma che sono miei fratelli e sorelle perché figli e figlie dello stesso Padre nostro che sta nei Cieli. Come cattolico, nulla di quanto succede nel mondo mi è estraneo. La tragedia di Haiti mi fa capire in modo provocatorio che la società in cui viviamo non funziona e siamo tutti impegnati a cambiarla. Il Regno di Dio non è di questa terra, ma è possibile, con la buona volontà di tutti, avvicinare l’umanità verso quella meta di giustizia, di pace e di autentica fratellanza.
Piero Gheddo

sabato 14 gennaio 2012

Nel Vangelo di chi emigra un fuoco che non si spegne

«L’ur­genza di promuovere con nuova forza e rinnovate modalità» l’evangelizzazione oggi è favorita dalle migrazioni, che «hanno abbattuto le frontiere» e costruito nuovi incontri tra persone e popoli. Questa coniugazione stretta tra migrazioni e nuova evangelizzazione è il tema centrale del Messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2012 che si celebra oggi in tutte le parrocchie italiane. Una nuova evangelizzazione che chiede nuovi operatori, rinnovate strutture, un nuovo modo di comunicare il Vangelo «da persona a persona» – come ricordava Paolo VI nell’Evangelii nutiandi – che aiuti a superare «contrapposizioni e nazionalismi» e ogni forma parallela di pastorale migratoria.

In Italia la nuova evangelizzazione invita a guardare agli oltre 5 milioni di persone, di cui quasi un milione di fedeli cattolici 'differenti' per tradizioni e riti, ma anche ai 4 milioni di italiani all’estero, la quasi totalità dei quali cattolici, che hanno formato comunità importanti soprattutto in Europa e nelle Americhe. Le comunità cattoliche di immigrati in Italia come le comunità cattoliche di emigranti nel mondo hanno costituito e costituiscono un valore aggiunto nell’esperienza cristiana di molte comunità di antica e nuova tradizione cristiana. Le une e le altre comunità, formate soprattutto da giovani, sono risorse importanti per comunicare il Vangelo, ma soprattutto per viverlo in contesti diversi. Le note dell’apostolicità e della cattolicità della Chiesa trovano nell’incontro tra popoli, nelle migrazioni e nelle diverse storie di mobilità (la gente del mare e dello spettacolo viaggiante in particolare, comunità rom e sinte) un luogo fondamentale di espressività. In questo senso, le migrazioni sono – ricorda il Papa – «un’opportunità provvidenziale per l’annuncio del Vangelo nel mondo contemporaneo», un segno dei tempi per rileggere la nostra vita cristiana, confrontandoci con chi proviene da mondi e Chiese differenti. Lasciare soli i migranti, abbandonarli, respingerli o non considerarli nelle nostre parrocchie significa perdere persone e famiglie importanti per ripensare e ridisegnare la Chiesa, ma anche la città, con «nuove progettualità politiche, economiche e sociali».

Lavoratori e famiglie migranti, richiedenti asilo e rifugiati, studenti internazionali – le categorie di migranti che Benedetto XVI ricorda nel suo Messaggio – sono tre luoghi e mondi pastorali per verificare e ordinare la vita delle Chiese locali anche in Italia, «evitando forme di discriminazione», favorendo «il rispetto della dignità di ogni persona, la tutela della famiglia, l’accesso a una dignitosa sistemazione, al lavoro e all’assistenza». Occorre evitare il rischio – che fu anche per gli italiani in 150 anni di storia dell’emigrazione italiana – che le migrazioni corrispondano alla perdita e all’abbandono dell’esperienza di fede, magari motivate anche da una debole testimonianza della carità, oltre che da una fede chiusa verso il nuovo o incapace di esprimersi in maniera rinnovata: evitare il rischio per i migranti «di non riconoscersi più come parte della Chiesa».

sabato 14 gennaio 2012 23:00

L’«arma» della preghiera per fermare quelle della camorra

Sono venuti in tanti in chiesa, come ogni 13 del mese, a invocare la Vergine Maria. È un’esigenza del cuore.

Ne sentiamo il bisogno tutti: parroco e fedeli.

Soprattutto in queste ore in cui il cielo di Napoli si va di nuovo addensando di nubi brutte e minacciose che non lasciano presagire niente di buono. Ci siamo soffermati a riflettere che in ambiente di camorra sono sempre i maschi a impugnare le armi. Le donne restano nell’ombra. Spesso, a dire il vero, sono le prime vittime della prepotenza dei congiunti; altre volte sono complici, ma mai con la pistola in mano. Questo tristissimo primato, del quale vergognarsi, va riconosciuto ai maschi. È sul loro petto che va appuntata le macabra medaglia. Sono essi, infatti, a incutere terrore in queste ore buie come una notte senza luna e senza stelle. Sono loro che si arrogano il diritto di eliminare dalla terra chi fu creato a immagine di Dio.

Sono sempre loro che usurpano un potere che nessuno uomo ha ricevuto mai e che mai nessuno potrà concedere: decidere chi è degno di essere lasciato in vita e chi, invece, non lo è. Davanti all’altare ci siamo detti: se tanti nostri fratelli in umanità deturpano la bellezza della vita e rapinano i bambini della gioia che spetta loro; se tanti uomini hanno fatto del sopruso il loro vanto; se la camorra continua a rovinare l’esistenza di una moltitudine di persone, bisogna correre ai ripari. Riparare, ecco. In un modo misterioso ma reale, noi, Chiesa di Cristo, disseminata provvidenzialmente in quartieri difficili e problematici, faremo la nostra parte. Non ci tireremo indietro. Non faremo mancare alle sofferenze di Cristo il nostro contributo. Anche noi abbiamo le mani per impugnare le nostre armi, un cuore che si ribella a tanto scempio. Ma, al contrario di chi deturpa il mondo mostrando tutta la sua miseria, noi siamo ricchi. Ricchi di fede, di speranza e di grazia di Dio.

Noi siamo forti della promessa di Gesù: «Io sarò con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo...». Dio non ci lascia soli. Noi abbiamo la certezza che sulla croce Gesù ha già vinto il male. E la morte. Noi sappiamo che là dove il peccato abbonda e sembra vincere, in realtà la grazia sta sovrabbondando.

Anzi, già straripa. Anche quando non ce ne rendiamo immediatamente conto. Perché indugiare, dunque? Se sono per lo più i maschi a cedere alla tentazione di macchiarsi di sangue – innocente o meno a noi non importa, la vita di Caino è sacra quanto quella di Abele – altri maschi impugneranno un’altra arma per combattere la guerra. Un’arma la cui efficacia ben conoscono i credenti. E i santi. Un’arma insolita, per chiedere a Gesù e alla Sua Mamma la pace, la concordia, la giustizia per questo nostro territorio martoriato e bello. Se il demonio fa proseliti e arruola gente al suo servizio, ci sarà altra gente che con la corona del Rosario in mano, invocando Maria, eleverà al Signore della vita, suppliche e preghiere. Perché alla nostra terra vengano risparmiate ulteriori, inutili sofferenze. Perché lo Stato faccia in fretta la sua parte per bloccare chi ha perduto o sta perdendo il ben dell’intelletto. Perché i vari clan camorristici, con i loro capi, i loro boss, i loro pezzi da novanta, si rendano conto che, sciupando la vita in questo modo assurdo, saranno sempre dei perdenti. Sempre dei poveri sconfitti. Perché lo Spirito Santo arrivi, come solo Lui sa fare, nelle pieghe più nascoste di tanti cuori induriti. E, come balsamo, consoli, guarisca, converta. «Ave Maria piena di grazia il Signore è con te...». Nella penombra riposante della sera risuonano le voci dal timbro forte dei fratelli che invocano la Vergine. Lei che ottenne da suo Figlio il primo miracolo a Cana di Galilea, doni al popolo campano, al Santo Padre, all’Italia intera la gioia di vedere forgiate in falci le armi capaci solo di seminare disperazione e morte.

sabato 14 gennaio 2012 23:00

La sveglia è suonata

L’ultima raffica di declassamenti da par­te di Standard and Poor’s che ha colpi­to al cuore la Francia ed altri otto Paesi mem­bri dell’Unione Europea fra cui l’Italia (boc­ciata con un doppio taglio che la porta nella zona "B" della valutazione di affidabilità) po­ne con drammatica evidenza il problema del­la credibilità delle società di rating, della cor­rettezza delle loro valutazioni, dei criteri con cui emettono le loro pagelle e in definitiva di quella sorta di cartello monopolista che as­segna fortune – e più più sovente sventure – ai debiti sovrani, agli istituti di credito, alle nazioni stesse.
Il downgrading inflitto a Parigi due giorni fa è a suo modo esemplare per il momento scel­to e per le conseguenze che potrà avere sul­le elezioni presidenziali. Con una furbizia as­sai poco dissimulata: intimoriti dalla pro­spettiva di declassare un Paese economica­mente forte e geopoliticamente rilevante co­me la Francia, i Soloni di Standard and Poor’s (memori forse delle recenti dimissioni del lo­ro presidente Deven Sharma, caduto dopo aver improvvidamente declassato gli Stati U­niti d’America) hanno preferito sparare nel mucchio, coinvolgendo nella strage dell’af­fidabilità finanziaria la "virtuosa" Austria, as­sieme alle negligenti Spagna, Portogallo, Slo­vacchia Cipro, Slovenia, fino all’Italia, repu­tata «provvista di adeguata capacità di rim­borso, che però potrebbe peggiorare», giudi­zio quest’ultimo che ci apparenta – udite u­dite – al Perù, alla Colombia e al Kazakhstan. Tutto ciò è inverosimile. E non lo diciamo perché è anche l’Italia tra i bersagli designati e proprio all’indomani di una manovra e­conomico- finanziaria senza precedenti e di un cantiere di liberalizzazioni e di riforme altrettanto rivoluzionario, ma perché non crediamo che le agenzie di rating valutino con sufficiente rigore e serenità. Gli esem­pi non mancano e la letteratura in materia abbonda: le tre "sorelle" – S&P, Moody’s e Fitch – in passato so­no incorse in errori di valutazione clamorosi.
Ma ancor più paradossale è il fatto che S&P – quasi a orologeria – abbia declassato il nostro Paese in prossi­mità dei medesimi provvedimenti che aveva sollecitato come "stabiliz­zatori" del rating. Che cosa ha provo­cato questa inversione di giudizio che fa dire a S&P: «Con il nuovo governo Monti la politica italiana è profonda­mente cambiata, ma i progressi non sono sufficienti a superare i venti con­trari»? E soprattutto, con quale facoltà e prerogative senza appello si croci­figge un Paese, un’economia, una classe politica, un governo? Perples­sità che anche Pechino comincia a condividere, sollevando «dubbi sulla credibilità delle agenzie di rating e sul­la loro tempistica». Significativa a questo proposito una dichiarazione di ieri di Angela Merkel: «Bisogna rivedere le norme per le a­genzie di rating per limitare la dipen­denza dai loro giudizi». Sagge parole, non supportate però sinora da analoghi com­portamenti. Perché se è vero che dietro a que­sti autentici poteri irresponsabili ci sono for­ti interessi (americani soprattutto) e tanti spettatori tutt’altro che disinteressati, è vero anche che il nocciolo della maggior parte dei rapporti-pagella (i famosi outlook) delle a­genzie di rating è assolutamente condivisi­bile. E nonostante certe previsioni fatte fil­trare sapientemente prima di un verdetto (in gergo si chiamano self fulfilling prophecies, ovvero "profezie autoavveranti") finiscano per provocarne davvero l’effetto, rimane il fatto che l’Europa è un gigante malato e che l’Italia è fra i suoi pilastri quello più bisogno­so di cure, di riforme, di razionalizzazione degli sprechi, delle false priorità e dei veri pri­vilegi. Criticare le agenzie di rating non deve essere un alibi per fingere che i sacrifici non siano necessari, che l’emergenza non esista. Esiste, eccome. L’Europa se ne sta accorgen­do, si sta svegliando seppure con imbaraz­zante ritardo. Anche per questo prima o poi (meglio prima che poi) dovrà ben nascere un’agenzia di rating europea, trasparente e senza i macroscopici conflitti di interesse di quelle americane. E anche questa è un’ur­genza che riguarda tutti.

sabato 14 gennaio 2012 23:00

Contro l’evasione non spot ma spazio alla tanta sana normalità

Un recente studio sperimentale svolto in Inghilterra (Robin Cubitt e colleghi, Journal of Public Economics, vol. 95, 2011), ha fatto emergere aspetti non ovvi e che hanno cose serie da dire anche per l’evasione fiscale in Italia. Questi ricercatori hanno mostrato che il giudizio morale nei confronti di chi non contribuisce ai beni pubblici, come nel caso dell’evasione fiscale, dipende molto dalle nostre credenze e aspettative sul comportamento degli altri. In particolare, nei vari esperimenti condotti, in tutti si riscontra una condanna morale nei confronti degli evasori, tranne che in un solo caso: quando, cioè, l’evasione fiscale di Anna avveniva dopo aver osservato l’evasione dell’altro soggetto, Bruno, con il quale Anna interagiva. Si tende, cioè, a condannare meno e a giustificare di più l’evasione fiscale, degli altri e nostra, quando si crede che le persone del nostro stesso gruppo siano anch’esse evasori. Generalizzando un po’ i risultati di questi esperimenti, e guardando anche a cosa dicono altri studi sui medesimi temi, è come se la società fosse, idealmente, suddivisa in tre gruppi di persone (o di comportamenti). Il primo è composto da coloro che non evadano mai in nessun contesto e a ogni costo; nel secondo gruppo ci sono invece coloro che evadono sempre e in ogni caso; nel terzo infine, normalmente il più numeroso, ritroviamo coloro che evadono se credono che nella loro comunità (locale e/o nazionale) non ci siano
abbastanza persone che pagano le tasse. Le persone di questo gruppo hanno tutte un livello di abbastanza (detto anche valore soglia), ma ciascuna persona ha il suo valore.
Ad esempio, per Anna può bastare pensare che il 50% di concittadini siano onesti perché anch’essa paghi le tasse; per Bruno il 30%, e per Carla il 95%. Ciò che si dimostra è che la cultura di legalità di un Paese dipende quasi interamente da due fattori: (a) dalla numerosità del primo gruppo (gli "onesti" incondizionali): se questi sono troppo pochi, la cultura della legalità non si affermerà mai; (b) dai livelli dei valori soglia (dall’ abbastanza ) dei cittadini medi (appartenenti al gruppo 3), poiché se questi sono molto alti, se cioè queste persone hanno bisogno di credere che siano molti, moltissimi, ad essere onesti per esserlo anche loro, è molto difficile ottenere cambiamenti positivi nella cultura fiscale e della legalità della popolazione. Va poi notato che questi valori soglia dipendono decisamente dall’educazione famigliare nei primi anni di vita, ma dipendono molto dai segnali che emettono la politica e la classe dirigente (i condoni, ad esempio, li alzano terribilmente). È mia impressione che negli ultimi decenni, e in Italia in modo tutto particolare e massiccio, si stia sbagliando nella comunicazione pubblica relativa all’evasione fiscale. Se, infatti, prendiamo sul serio questi studi, dovremmo trarne alcune indicazioni molto chiare. Innanzitutto dovremmo sottolineare di meno che in Italia ci sono tanti evasori fiscali; non perché non sia (in buona parte) vero, ma perché porre l’accento soprattutto o unicamente su questo dato non fa altro che 'convertire' alcuni dei cittadini del gruppo intermedio (il terzo), che se hanno l’impressione di essere circondati da evasori, cambiano marginalmente il loro giudizio morale sul fenomeno, ed evadono anch’essi. Quindi, per un esempio molto concreto, dovremmo ritirare o cambiare quegli spot che continuano a parlarci della presenza in mezzo a noi dei parassiti sociali. Quale dovrebbe essere il loro scopo? Non quello di convertire gli evasori incondizionali del gruppo "due", che non cambieranno di certo strategia per il senso di colpa dopo aver visto lo spot. Ciò che invece producono con certezza, al di là delle buone intenzioni di chi li ha pensati, è aumentare la credenza nei cittadini medi che il mondo è pieno di evasori.
Oggi l’Italia e l’Occidente soffrono per un cinismo e un pessimismo di massa, che è anche alla radice di questa crisi. Per curarlo può anche essere utile iniziare a raccontare di più nei media le buone pratiche di cittadini onesti, di imprenditori civili, di banche virtuose, ma senza presentarli (come si tende a fare) come eroi o eccezioni, o, peggio, come storie innocue e irrilevanti da collocare nelle apposite trasmissioni dei buoni sentimenti, ma come la normalità. Nei tempi di grave crisi morale, come sono i nostri, si ricostruisce il tessuto civile di speranza mettendo anche in luce che insieme alla zizzania, che rimarrà fino alla fine dei tempi, c’è tanto grano buono.

sabato 14 gennaio 2012 21:29

Monti massone? Padre Amorth smentisce

Nei giorni scorsi alcuni siti internet hanno riportato delle presunte dichiarazioni di padre Gabriele Amorth, decano degli esorcisti, intorno a Mario Monti.

Leggo qui questa importante smentita di padre Amorth in merito.

Dice Amorth: “Non ho mai affermato che Mario Monti è ‘capo massone e strumento di Satana in un’Europa’”.

E ancora. “Non ho mai rilasciato un’intervista in questo senso e comunque non ho assolutamente questo giudizio in merito al presidente del Consiglio Mario Monti. Chi ha scritto queste cose le ha inventate e la cosa mi spiace molto”.

Pubblicato su palazzoapostolico.it sabato 14 gennaio 2011

venerdì 13 gennaio 2012

Piove su chi ha fame

Piove sul lago Turkana. Da due mesi c’è un po’ di sollievo per i milioni che dalla scorsa estate soffrono nel Corno d’Africa una delle più gravi carestie degli ultimi anni. Ma anche se certi esperti l’hanno subito degradata da "catastrofe" a "emergenza umanitaria", la crisi della fame non è ancora terminata. Quello che rischia di consumarsi è invece l’attenzione (già povera) dei media e di conseguenza dell’opinione pubblica: non si riesce a stare troppo tempo su una notizia. È uno dei mali del nostro tempo: rapidità ma anche superficialità. Sta accadendo anche per l’Africa Occidentale: gli allarmi lanciati recentemente parlano di sei milioni a rischio fame tra pochi mesi se non si interviene subito, dalla Mauritania al lago Ciad.

In Kenya, intanto, oltre al sollievo nascono nuovi problemi: i campi diventano laghi di fango e iniziano i primi casi di colera che indeboliscono ulteriormente una popolazione stremata. Il miglioramento del clima ha, in breve, buoni effetti sul bestiame - almeno quello sopravvissuto agli spaventosi ultimi mesi - ma per l’agricoltura ci vogliono tempi più lunghi. Quindi il Corno d’Africa va ancora aiutato. La situazione per i rifugiati che vagano tra Somalia e Kenya si è infatti aggravata da quando quest’ultimo ha attaccato gli shabaab, tentando di penetrare la loro zona fino al porto di Chisimaio. Ciò ha aggiunto un ulteriore elemento di pericolo alla già instabile situazione generale. Una guerra in una zona di carestia è quanto di peggio possa immaginarsi.

Nell’Africa Orientale la grande fame era prevista: da due stagioni (tre, in alcune aree) non pioveva ma gli allarmi sono rimasti inascoltati fino all’insorgere della carestia. Oggi ancora quasi quattro milioni di persone, tra cui moltissimi bambini, soffrono terribilmente la fame in Kenya e altrettanti in Etiopia. Le cifre sulla Somalia sono solo stimate, poiché l’area sud è ormai inaccessibile.

È perciò necessario rimettere una crisi politico-umanitaria così grave al centro dell’attenzione generale e in particolare dell’Italia, che ha una lunga storia in comune con quest’area dell’Africa. Gli sforzi di aiuto non possono venire meno, tenuto conto della vulnerabilità della popolazione colpita. Si calcola che saranno necessari aiuti per almeno altri dieci mesi in Somalia, la zona più difficile, ove almeno 750.000 persone sono oggi fuori portata. L’Onu sta tentando di convincere i Paesi arabi a intervenire, visto e considerato che avrebbero maggiori possibilità di essere lasciati agire nelle zone controllate dai combattenti islamici. In Kenya si stima che gli aiuti dovranno essere inviati almeno fino a fine primavera. L’operazione "Kenyan for Kenyans", la prima di questo genere nel Paese ove si è utilizzato anche il metodo di donare tramite cellulare, è stata un successo ma cominciano anche a emergere corruzioni e approfittatori. Parte del cibo inviato era avariato e i prezzi dei trasporti sono talmente saliti da creare problemi anche a colossi come il Pam (il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite).

Se si affievolisce l’attenzione internazionale sulla tragedia, c’è il rischio che le popolazioni ne paghino le conseguenze per tempi molto lunghi. Terminata la fase acuta, è insomma il momento per la ricostruzione dei villaggi abbandonati, il restauro dei pozzi inariditi, la ricomposizione delle mandrie, la ripresa delle colture. Insomma di tutto ciò che rende possibile la vita a una popolazione essenzialmente rurale. La gente deve essere aiutata a tornare a casa, ma chiudere un campo profughi è sforzo molto impegnativo. Troppo spesso si assiste al permanere di tali dolorosi strascichi per anni, talvolta per sempre.

Le agenzie di aiuto sono spesso accusate di esagerare le crisi per interessi di bottega. Nel caso della fame nel Corno d’Africa è diverso: il dramma era stato largamente anticipato e in termini assai meno devastanti di ciò che poi è stato. La ventennale crisi politica della Somalia non sarà facile da risolvere: almeno facciamo in modo che le popolazioni colpite dalla fame non debbano pagare per essa un ulteriore ed esorbitante prezzo.

venerdì 13 gennaio 2012 23:00

Gli orfani del bene comune e i compiti delle classi dirigenti

Il dibattito – nel Parlamento e nel Paese – sulla manovra finanziaria con la quale si è cercato di mantenere a galla una barca – quella dello Stato italiano – che faceva acqua da tutte le parti, ha rappresentato una clamorosa dimostrazione di quanto lontano sia il riferimento, un poco da parte di tutti, al bene comune. Si è registrata infatti – Marina Corradi, con il suo speciale registro, ne ha già scritto su queste colonne – una corsa massiccia alla difesa dei propri interessi, personali o di gruppo: i dirigenti hanno pensato agli interessi dei dirigenti, i pensionati agli interessi dei pensionati, i farmacisti agli interessi dei farmacisti, i tassisti agli interessi dei tassisti e così via. Si riconosceva, in linea puramente teorica, che occorreva pagare: ma era sempre "qualcun altro" che doveva pagare. Caso classico la mitica imposta sui grandi patrimoni – imposta che sarebbe stata insieme giusta e necessaria, ma che non sarebbe certo, da sola, bastata – proposta come una sorta di bacchetta magica risolutiva della crisi del bilancio.

Quel che è apparso ancor più grave è che varie forze politiche – presenti o assenti in Parlamento – abbiano cavalcato la generale protesta, ben sapendo che "qualcuno" (ma, appunto, qualcun altro…) alla fine avrebbe dovuto approvare gli interventi necessari, sfruttando in tal modo il vantaggio di trarre essi stessi benefici dalla manovra (dato che il tracollo dell’Italia avrebbe travolto anche loro) senza assumere né il peso né la responsabilità e anzi facendosi belli agli occhi di ingenui elettori, quegli stessi che si dichiarano d’accordo sui sacrifici necessari, ma ovviamente a condizione che siano altri a sostenerli.

Si discuterà per molto tempo sull’uno o l’altro aspetto della pesante manovra decisa dal Governo e degli altri provvedimenti che già si annunciano: ma non si potrà prescindere da un inoppugnabile dato di fatto, cioè che troppo a lungo il Paese ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità e che l’ampiezza del debito accumulato impedisce, nel modo più assoluto, che i sacrifici possano essere accollati soltanto ai gruppi privilegiati (anche, se ovviamente, dovranno essere essi a contribuire di più). Questa amara constatazione chiama in causa da una parte la classe dirigente politica e dall’altra – se è consentito usare questo termine – la "classe dirigente" ecclesiastica. Alla prima si chiede la capacità di informare pazientemente e semplicemente – evitando i tecnicismi e gli anglicismi che quasi mai la gente comune capisce – i cittadini sulla realtà delle cose, per prepararlo a quella «fine di un’epoca» che tutti gli esperti riconoscono inevitabile. È finita la stagione degli incrementi progressivi e pressoché costanti dei redditi e dunque dei consumi. È un compito in senso lato "educativo" al quale una classe politica responsabile non può sottrarsi.

Ma un’analoga responsabilità incombe anche sulla "classe dirigente" ecclesiastica (non solo vescovi e preti ma anche laici che svolgono un ruolo autorevole nella comunità): combattere quegli egoismi autoreferenziali, di singoli o di gruppi, che sono anti-cristiani prima ancora che anti-sociali; far ritrovare il gusto della sobrietà e della semplicità; riportare al centro della vita il gusto del bello, il calore degli affetti, la gioia dell’amicizia combattendo in ogni modo la frenesia consumistica in virtù della quale un Paese ancora oggi fra i più ricchi del mondo è popolato da persone che, in tranquilla "buona fede", ritengono di essere precipitate nella povertà perché devono rinunziare a qualche regalo.

Sappiamo che purtroppo i poveri – i veri poveri – sono ancora fra noi; ma non è difendendo miopi interessi settoriali che li si aiuterà a uscire dalla povertà: perché questo avvenga occorre recuperare il primato del bene comune.

venerdì 13 gennaio 2012 23:00

Troppi psicofarmaci in Italia? Restituiamo senso al vivere

Il rapporto sullo stato sanitario del nostro Paese presentato qualche settimane fa dal ministero della Salute ha messo in evidenza come nell’ultimo decennio sia vertiginosamente aumentato, praticamente più che raddoppiato, il consumo degli antidepressivi da parte degli italiani. La depressione come le sindromi ansiose, che negli ultimi decenni hanno fatto aumentare il consumo di tranquillanti, sia minori come le benzodiazepine sia maggiori come i neurolettici, sembrano impazzare, mentre gli italiani sembrerebbero impazziti. I dati sono molto utili e ne va data una lettura oculata. Soprattutto in relazione a una spietata naturalizzazione dei problemi mentali e affettivi. Dobbiamo chiederci quante delle problematiche presentate dagli italiani siano un dis-adattamento psicologico o meglio psico-fisico piuttosto che spirituale. E i farmaci possono supplire alla bisogna? Mi sono sempre domandato, inoltre, come mai in Italia tutti conoscono Freud, quasi tutti sanno chi sono Jung e Adler, ma ben pochi hanno sentito parlare di Victor Frankl. Le risposte che mi sono dato e continuo a darmi sono numerose, ma ritengo che l’aspetto più inquietante sia che proprio tra gli addetti ai lavori, ovvero tra medici, psicologi, psicoterapeuti, non si sa di che cosa si stia parlando quando, in tema di psicoterapia, si considera il discorso di una possibile altra via, quella della logoterapia, al di là di psicanalisi, psicologia analitica o psicologia del profondo, psicologia individuale e tutti gli epigonismi del caso. La logoterapia è un approccio psicoterapeutico che si basa sull’analisi esistenziale e che cerca di riscoprire il senso (logos) di ogni esistenza umana. Il substrato teorico e pratico della terza scuola viennese, come viene anche detta la logoterapia di Frankl, è di natura antropologica e si basa sulla filosofia esistenzialistica, sul dasein, ovvero su quell’esser-ci su cui tanto hanno insistito in campo filosofico Heidegger e Jaspers. La logoterapia si basa sulla fede (ovvero una credenza forte e determinata in qualcosa) e sulla conseguente azione intrapresa con risolutezza ai fini di dare un senso all’esistenza stessa in un contesto in cui la volontà determina una libertà responsabile e una responsabilità libera. L’unicità e irripetibilità dell’uomo rendono il suo esser-ci una preziosa risorsa colma di dignità, anche davanti alle più perverse ignominie che attentano alla all’unicità e all’irripetibilità delle persone. La vita di un uomo non è riducibile alla vita fisica e biologica, ovvero a quello che viene determinato dal suo Dna. Il suo essere è un esser-ci che non può fermarsi alle contingenze spesso negative e alle prospettive naturalistiche. Infatti, ragionando in tal modo, si prospetterebbe come unica attesa possibile quella stessa possibilità che vanifica qualunque altra possibilità, ovvero la morte, che ad Heidegger aveva concludere che l’uomo è un essere-per-la-morte, con derive nichiliste. Frankl è convinto che la sofferenza, il male, la morte non siano annichilenti, ma all’opposto possano dare l’input per mettere in moto l’uomo alla ricerca di senso. Egli stesso aveva sperimentato nei campi di concentramento nazisti come la sopravvivenza fosse direttamente proporzionale alla capacità di dare un senso attraverso la fede anche a una delle esperienze più atroci a cui potesse andare incontro un essere umano, avendo così avuto lo spunto delle sue teorie. Oggi, per sconfiggere la depressione, che forse in alcune circostanze è piuttosto angoscia esistenziale, abbiamo sì bisogno di un trattamento farmacologico, ma in casi più che controllati. In genere,sia da parte dei terapeuti sia da parte dei "pazienti",  il problema è da considerare anche con un atteggiamento basato su dinamiche antropologiche ed esistenziali. Il fine è quello di ri-trovare e dare un senso all’esistenza per quanto delimitata nella natura, proprio per cercare di trascendere, per quanto possibile, questa stessa natura.

venerdì 13 gennaio 2012 23:00

Questa consumata barbarie riaccenda il bisogno di memoria

Si era piazzato davanti al muso del grosso Suv con la sua bicicletta di vigile di quartiere. Il conducente come se quell’uomo davanti a lui non esistesse ha accelerato e l’ha travolto, trascinandolo per trecento metri. Trecento metri con le membra di un uomo e i rottami della sua bici che si aggrovigliano sotto le ruote, sono tantissimi. Non solo un istante di furia, un urto, la fuga: ma come l’avventarsi con ostinazione su un nemico, continuando a spingere sull’acceleratore per interminabili secondi. Milano è attonita dopo la morte di uno di quelli che qui si chiamano "ghisa", un ex ragazzo venuto dal Sud in cerca di lavoro; uno che percorreva le strade della Bovisa, tra fabbriche dismesse e la folla degli studenti del nuovo Politecnico che va a lezione ogni mattina. (Proprio quel quartiere un tempo così popolare e così nobile, simbolo della vecchia Milano operaia, rende emblematico e più sbalorditivo ciò che è accaduto).

Non c’è questa volta, sembra, un automobilista borghese impazzito di rabbia per un insulto, come è già accaduto, dietro alla tragedia di via Varé. Si parla di due pregiudicati, forse nomadi. Si potrebbe essere tentati di dire: non gente di qui. Ma Milano appartiene ormai a tanti, venuti da lontano, che un simile magro sollievo è impronunciabile. Milano è ormai la gente che incontri sugli autobus in periferia, di ogni lingua e colore. E la Bovisa è, profondamente, Milano. Dunque, ciò che è accaduto l’altra sera ci riguarda tutti.

C’è, nella fine di quel povero vigile coraggioso, qualcosa che ci spaventa perfino di più dell’omicidio: è l’accanimento, sono quei trecento metri senza frenare, senza sentire le grida, nel silenzio atterrito dei passanti. Usando un’auto, una delle nostre auto perfette, potenti, intelligenti, come un ariete su un campo da guerra medioevale. Tonnellate di acciaio lanciate addosso al "nemico" che si para davanti, reo di avere reclamato una precedenza, un parcheggio, o, semplicemente, come Niccolò Savarino, di avere preteso, inerme su una bici, il rispetto della legge. C’è, nel ruggito del motore che l’altra sera ha riempito una via della Bovisa, un odore di violenza primitiva, estranea al sistema di diritto e di etica su cui la nostra civiltà sta in piedi. Un rigurgito di caverna, nell’ora di punta, nel traffico di Milano. Il vigile fermo davanti al Suv si appellava alla sua divisa, all’ordine costituito; e anche, inconsciamente, a quella tacita fiducia fra uomini di un normale Occidente, per cui è certezza che l’acqua che ti servono in un bar è potabile, il cibo commestibile, che ci si ferma col rosso, che non si travolge un uomo. Il rombo dell’auto balzata in avanti in via Varé è passato anche sopra a queste ordinarie certezze. Oltre all’orrore di quei metri nel sangue, uno sbalordimento: che città stanno diventando le nostre, e forse una mutazione le percorre accanto ai nostri passi, ogni mattina?

Qualcuno a Milano stamane, come inavvertitamente, nel salire in auto ha bloccato la chiusura delle portiere dall’interno. Click. Senza quasi pensarci. Ogni tanto, in questa nostra foresta di asfalto ci si può imbattere in un lupo. E quasi la voglia e la necessità di bussare alla porta di un vicino, di parlare con la gente sul tram di quel vigile, di quel ragazzo del Sud: avete sentito, che è successo alla Bovisa? (I più vecchi trasecolano: la Bovisa, dove gli operai andavano al lavoro con il pranzo nella schiscetta). Quasi il bisogno di umanamente incontrarsi e rassicurarsi: quei codici anche taciti del vivere insieme esistono, tengono ancora. Il bisogno di ricordarceli, di stamparli nei figli nostri, e nei figli che erano (e più non sono) stranieri: memoria forte, a fronteggiare questo sinistro fiotto di barbarie.

venerdì 13 gennaio 2012 12:28

Come si sceglie una porpora?

Dal 6 gennaio ad oggi sono stati molti gli articoli di commento alla scelta del Papa per la creazione di 22 nuovi cardinali. Autorevoli e conosciute firme hanno “rivelato” sconcertanti intrighi di palazzo, manovre da “voto di scambio”, traffici di favori e altre considerazioni più o meno verificabili. Ma poche volte si è letto che alla fin fine la scelta è una scelta dal Papa. Come sempre.

venerdì 13 gennaio 2012 12:26

Wojtyla, il poeta controcorrente

poeta-wojtyla.jpgLe sue prime poesie conosciute risalgono al 1938-39. Le ultime sono state pubblicate nel 2003. Un arco temporale di 65 anni che abbraccia in pratica tutta la sua vita. Eppure, nonostante tutto ciò che si è scritto su Giovanni Paolo II, prima e dopo la sua beatificazione, uno dei versanti forse meno esplorati è proprio la sua opera poetica, forse perché a torto ritenuta un aspetto minore della grande personalità di questo rivoluzionario Pontefice. A guardar bene, invece, il Wojtyla poeta non è meno sorprendente del Giovanni Paolo II Papa. Anche perché, al di là del loro indubbio valore letterario, i versi che ci ha lasciato, raccolti già da qualche anno in un unico volume (Karol Wojtyla, tutte le opere letterarie, presentazione di Giovanni Reale, saggi introduttivi di Boleslaw Taborski, Bompiani editore) contengono in nuce il magistero del futuro Pontefice. In altre parole si ha come l’impressione che il giovane Lolek prima e il maturo arcivescovo di Cracovia poi abbiano usato la letteratura come una specie di laboratorio della mente e del cuore in cui mettere a punto i grandi temi che qualche decennio dopo sarebbero stati oggetto dell’insegnamento del Papa.

Ha scritto il filosofo Giovanni Reale (il quale alla poesia wojtyliana ha dedicato diversi studi) che «quattro sono nelle opere poetiche di Wojtyla i concetti chiave: la persona, la sofferenza, la morte e l’amore». In fondo, queste tematiche sono anche le coordinate fondamentali del suo Pontificato. In alcuni casi, anzi, la corrispondenza, anche dal punto di vista testuale, è impressionante. Se, ad esempio, il poeta Wojtyla riflette sulla realtà del dolore, usando l’originale metafora dell’innesto, il Pontefice gli farà eco 28 anni dopo applicando questa metafora alle proprie molteplici sofferenze

«A me stesso devo guardare come a un tronco/ (…) Ho compreso: bisogna ferirlo per fare posto all’innesto./ Ho compreso: bisogna ferirlo perché ne stilli la vita./ (…) Disse l’albero:/ non temere, se sto morendo/ la morte ha toccato solo la scorza./ Non temere di morire con me per rivivere. Il segno risanerà». I versi risalgono agli anni ’60 e sono tratti da un componimento intitolato Veglia Pasquale 1966. Il 29 maggio 1994, in un memorabile Angelus, Giovanni Paolo II – che è appena tornato dal Policlinico Gemelli, dove ha subito una nuova operazione – afferma: «Voglio ringraziare per questo dono della sofferenza. Ho capito che devo introdurre la Chiesa di Cristo in questo Terzo Millennio con la preghiera, con diverse iniziative, ma ho visto che non basta: bisognava introdurla con la sofferenza, con l’attentato di 13 anni fa e con questo nuovo sacrificio. Perché adesso, perché in questo Anno della famiglia? Appunto perché la famiglia è minacciata, aggredita. Deve essere aggredito il Papa, deve soffrire il Papa, perché ogni famiglia e il mondo vedano che c’è un Vangelo, direi, superiore: il Vangelo della sofferenza, con cui si deve preparare il futuro, il terzo millennio delle famiglie». Così il dolore e la morte non sono più porta aperta sul nulla, ma passaggio verso una vita più abbondante e feconda. «Mysterium paschale/ Mistero del Passaggio/ in cui il cammino s’inverte,/ dalla vita passare nella morte -/ È questa l’esperienza, l’evidenza./ Attraverso la morte passare nella vita -/ Questo il mistero», scrive il poeta Wojtyla nella Meditazione sulla morte.

Lo stesso grande discorso di inizio Pontificato («Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!») trova la sua radice nella poesia: «Io ti invoco e ti cerco Uomo - in cui/ La storia umana può trovare il suo Corpo./ Mi muovo incontro a Te, non dico “Vieni”/ Semplicemente dico “Sii”»). Quest’Uomo con “U” maiuscola è Cristo, il Redemptor Hominis “cantato” nella prima programmatica enciclica di Giovanni Paolo II oltre che il modello di persona, che come abbiamo visto è uno dei concetti chiave del pensiero wojtyliano. Gli esempi potrebbero moltiplicarsi. Si rilegga il poemetto Pensando Patria mettendolo in parallelo con il discorso all’Unesco del 1980. Oppure si confronti La cava di pietra, diretta emanazione della sua esperienza di operaio, con il messaggio di fondo della Laborem Exercens secondo cui «il lavoro è un bene dell’uomo» e non una fonte di alienazione. O, ancora, si accostino (per fare anche un esempio relativo ai drammi) La bottega dell’Orefice e l’esortazione apostolica Familiaris Consortio.

Poesia e magistero, dunque, stretti in una sorta di parallelismo convergente che giunge infine all’approdo del Trittico Romano, l’unica opera poetica scritta dal Papa durante il Pontificato e pubblicata due anni prima della morte, quasi come un testamento spirituale in versi. Qui, ancora una volta il Papa e il Poeta coincidono perfettamente. Si veda ad esempio il brano in cui l’anziano Pontefice ripensa al giorno della sua elezione nella Cappella Sistina. «La stirpe, a cui è stata affidata la tutela del lascito delle chiavi,/ si riunisce qui, lasciandosi circondare dalla policromia sistina,/ da questa visione che Michelangelo ci ha lasciato./ (…) Ecco, si vedono tra il Principio e la Fine,/ tra il Giorno della Creazione e il Giorno del Giudizio./ Bisogna che, in occasione del conclave, Michelangelo insegni al popolo». In tal modo l’immagine poetica fa ala alla riflessione teologica sul ruolo del Pontefice. E diventa monito per se stesso e per tutti i suoi successori a non dimenticare mai che sempre a quell’Alfa e a quell’Omega deve riferirsi il supremo ministero di pastore della Chiesa universale.

In definitiva è nei versi del Trittico che possiamo trovare la cifra paradigmatica di tutta una straordinaria esistenza. («Penetra, cerca, non cedere/ Se vuoi trovare la sorgente,/ devi proseguire in su, controcorrente»). Il Successore di Pietro, roccia della fede chiamato a confermare i fratelli, è stato in realtà un uomo che fino all’ultimo ha coltivato dentro di sé la ricerca di Dio, anche a costo di andare controcorrente rispetto alle mode culturali, al mondo e talvolta persino ad alcuni ambienti ecclesiastici. «Torrente di bosco, torrente,/ svelami il mistero/ della tua origine!/ Consentimi di aspergere le labbra/ d’acqua alla sorgente,/ di percepire la freschezza/ - freschezza vivificante». L’approdo della ricerca è lì, in quella sorgente che è metafora di Dio stesso e della vita eterna tante volte annunciata dal Papa che ora, beato, la sperimenta.

Mimmo Muolo – Avvenire, 12 gennaio 2012