Wednesday 10 February 2016

Misura del benessere. Niente passi indietro

La rivoluzione del Bes (Benessere equo e sostenibile) partita qualche anno fa dall’Istat ha collocato il nostro Paese all’avanguardia mondiale nella definizione di indicatori di sviluppo multidimensionali che consentissero di andare oltre la "dittatura" della misura unica del Pil, il Prodotto interno lordo. Quella rivoluzione rischia oggi di compiere passi indietro a causa della chiusura del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (partner dell’Istat nel progetto e luogo di aggregazione dei punti di vista della società civile sul contenuto del Bes) e di una presunta tiepidezza dello stesso Istat sul futuro del progetto e sulle misure qualitative del benessere.


La nascita del Bes non è stato un semplice arricchimento statistico (di fatto quasi tutti gli indicatori erano già presenti e rilevati dall’Istituto nazionale di statistica), quanto soprattutto un evento politico e culturale. È innanzitutto il frutto di un processo democratico e partecipato nel quale sono stati i cittadini e i loro rappresentanti a segnalare le dimensioni di benessere più importanti per la loro vita e i loro territori. Il Bes sta a ricordarci che dobbiamo superare i riduzionismi che limitano la nostra visuale e fare un passo avanti nella metodologia di valutazione d’impatto di iniziative e progetti, evitando di ragionare a compartimenti stagni. Per fare solo un esempio, oggi molto spesso scegliamo un’opzione di politica economica perché aumenta la crescita senza preoccuparci delle conseguenze sulle altre dimensioni, in base al principio: "Delle conseguenze sulla salute se ne occupino altri, noi ci occupiamo di economia e d’impresa".


Usando quest’approccio con i paraocchi anche il dramma della Terra dei fuochi potrebbe rappresentare una modalità efficiente di smaltimento degli scarti della produzione, perché probabilmente il meno costoso e neppure del tutto illegale fino a quando qualche tempo fa, a costo di battaglie e sacrifici, è stata approvata la legge sui reati ambientali. Allo stesso modo gli accordi di libero scambio commerciale sono buoni se riducono i costi e aumentano commerci e Pil, a prescindere degli effetti su occupazione, qualità del lavoro e salute.
Adottare un approccio di valutazione d’impatto multidimensionale e integrato vuol dire passare dall’età della pietra a quella del ferro. Non importa se le dimensioni aggiunte non sono aggregabili e sintetizzabili, e quindi se non si possa avere una misura unica, sintetica, del benessere. In ogni ambito della nostra vita quotidiana tutti coloro che hanno sale in zucca prendono decisioni sulla base di molteplici dimensioni quando per esempio acquistano una casa o scelgono un’automobile.


E non guardano certo solo al prezzo della prima e alla velocità della seconda. Ci accontentiamo anche del cruscotto con gli indicatori separati, senza una misura media che pretenda di sintetizzare il tutto, ma non lasciateci in automobile solo col tachimetro.
Di grande rilievo, da questo punto di vista, è il percorso che si sta svolgendo in Parlamento, dove una proposta di legge sostenuta da tutte le forze politiche chiede di valutare le nuove iniziative di legge usando gli indicatori del Bes. Bisogna quindi proseguire nella strada intrapresa o torneremo al mondo in bianco e nero dove sono abilissimi nel nasconderci che dietro l’euro in meno nel carrello della spesa o dietro l’euro in più di Pil nelle nostre statistiche si possono celare giganteschi passi indietro in termini di salute, contrasto alle ludopatie, qualità della vita di relazione, dei centri urbani, della bellezza del paesaggio che abbiamo di fronte e del nostro lavoro.


Il conflitto tra queste dimensioni non è un destino ineluttabile. Esistono sentieri di sviluppo e di creazione di valore sostenibile lungo i quali è possibile conciliare sviluppo economico con progressi sensibili di qualità della vita. L’Italia è oggi all’avanguardia nella valutazione di questi aspetti e senza il Bes sarebbe molto più difficile creare consenso per muovere in queste direzioni.

Wednesday 10 February 2016 10:41

Unioni civili, promemoria per il legislatore

Adesso che in Senato si comincia a votare sulle unioni civili sembra che tutta la riflessione su un problema così delicato debba strozzarsi in un dilemma, in un braccio di ferro, in una conta fra chi vuole "i diritti" e chi li nega, senza troppo pensare più ai contenuti, agli oggetti, alla sapienza o demenza delle nuove regole che si iniettano nell’ordinamento giuridico. Giustizia, per dirla con Ulpiano, è dare a ciascuno il suo. Non vuol dire "a tutti lo stesso", ma appunto a ciascuno il suo. Su queste pagine lo si è scritto e riscritto, ricordandolo anche in questi termini esatti: unicuique suum.

Se si pensa di confinare il clamoroso divario alla materia dell’adozione, ingoiando il resto, non dico certo che si tratti di una pagliuzza, anzi; ma ci sono ancora due travi che cavano gli occhi. Se si tratta davvero di definire diritti appropriati ("il suo") è semplicissimo, anche ripassando un catalogo largo delle esigenze concrete e socialmente rilevanti: «Alle coppie omosessuali spettano i seguenti diritti: uno, due, tre, quattro, dieci, venti, quanto occorre», punto e fine. E tutti contenti, se il discorso iniziale era onesto. Non onesto, anzi ipocrita è chiamare in soccorso della parità la nostra Corte costituzionale, la quale invece ha sempre detto chiaro e tondo che non si tratta di «una irragionevole discriminazione, in quanto le unioni omosessuali non possono essere ritenute omogenee al matrimonio» (sentenza n. 138 del 2010). E se non sono omogenee, la prima trave del disegno di legge messo ai voti è il rapporto di coniugio che si vuol introdurre nell’unione omosessuale.
 
Non basta al pudore mentale il lessico, mondato della parola matrimonio come d’una buccia. A parte il modo caotico col quale la materia è rimestata, ove trascrivendo contenuti col copia-incolla, ove applicando il rinvio recettizio a blocchi, ove facendo mostra di riscrivere precetti arcinoti, di matrimonio si tratta. Sono coniugi, sono trattati da coniugi, e coniuge non è una parola qualunque, è una parola incollata a "matrimonio" dalla Costituzione (art. 29). Letteralmente si dice che tutto quello che nelle leggi si riferisce al "coniuge" viene riferito a ognuna delle parti dell’unione omosessuale.

Una curiosità: la parola "coniuge", nell’archivio legislativo, ricorre 1.756 volte (fonte: Italgiure.giustizia.it). Le avranno lette tutte? Sanno che nelle stesse leggi c’è anche la parola "marito" e la parola "moglie", qualche centinaio di volte? Così a caso, come pensano che si applichi la legge Merlin che raddoppia la pena quando lo sfruttatore è "marito"? Nel caso di omocoppia, sono mariti entrambi o nessuno? E se son due ragionieri-coniugi, per i quali il contributo di assistenza sanitaria è dovuto solo dal marito (legge n. 1140/70), a chi sarà chiesto per legge dal creditore se nessuno paga? Briciole, direte. No, sciatteria. In un campo dove gli errori di fondo si pagano cari.

La seconda trave è quella della disciplina della convivenza di fatto, che diviene una sorta di unione "leggera", etero e omo, con l’aria di regolare in quattro e quattr’otto un problema sociale estremamente complesso. Il legame non ha segnale decifrabile (la comune abitazione anagrafica non dice nulla, ci vuole altro per sapere se si tratta di una coppia o di un paio; e se son tre, che rebus); per la stabilità, non è scritto se occorre qualche anno o basta qualche week-end; il contratto è una facoltà; le controversie in tribunale sarebbero infinite e bisognose della solita "supplenza" dei giudici.

Ma di più: la famiglia di fatto, giuridicamente non è quella a cui il diritto nega rilevanza, ma quella che per sua libertà rifiuta per sé la rilevanza del diritto. Si rilegga la sentenza n. 166 del 1998 della Corte costituzionale, prima di appiccicare alle convivenze (senza richiesta?) discipline familiari e diritti «spettanti al coniuge» (art. 8).
Se si intende por mano a disciplinare le convivenze di fatto (quando hanno figura di "famiglia", da definirsi per chiara risultanza) il campo d’esame e d’intervento è molto più ampio; concerne anche i doveri, concerne le tutele di chi di fatto investe la sua vita (quali tutele in un rapporto che si scioglie per recesso unilaterale?); concerne gli aspetti patrimoniali congiunti (cumulo dei redditi, cessazione di reversibilità derivanti da precedenti vedovanze), eccetera.

E anche qui si imporrebbe qualche minimo ripasso (o incuriosita lettura coscienziosa) del contesto normativo integrale sulla famiglia, per non costruire un altro tipo di famiglia on demand, con scelte d’entrata e d’uscita, secondo quanto conviene al momento. Qui ci vuol tempo e saggezza, altro che imporre un regime di seconda serie; la fretta (e la superficialità) in queste cose è cattiva consigliera, e può essere socialmente disastrosa.

Wednesday 10 February 2016 10:29

Quei figli senza rete nel mare del web

Stalking, diffamazione, ingiurie, minacce, molestie, diffusione di materiale pedo-pornografico: gli italici pargoli non si sono fatti mancare proprio niente esibendosi online nel ruolo del bullo. Nel 2015, i casi che hanno visto coinvolto un minorenne come parte attiva sono stati 228, come dimostra – dati alla mano – la Polizia postale.


Non è una novità che le infinite possibilità di internet e delle reti sociali siano diventate un’arma impropria imbracciata dai prepotenti di ogni età, sesso e condizione sociale per tormentare il prossimo. Che, in rete, tanto prossimo non è: la distanza fisica tra il persecutore e la vittima è un invito a nozze per gli spietati e una trappola per gli sprovveduti e i superficiali, quelli che si illudono che postare sia meno grave che pestare. È assodato: la tecnologia facilità il disimpegno morale, non ti costringe a vedere il dolore sulla faccia di chi hai appena malmenato o insultato. Perché sentirsi in colpa? Occhio non vede, cuore non duole. Il dolore della vittima, al contrario, si moltiplica all’ennesima potenza, messa alla berlina su una piazza illimitata, davanti allo sguardo di una moltitudine di utenti. Senza un angolo dove scappare. I fatti di cronaca raccontano di suicidi e tentati suicidi, di bambine e adolescenti che hanno visto una sola via di fuga, un solo modo di sottrarsi al branco, ancora più feroce nella versione digitale. Non potendo cancellare insulti e maltrattamenti dalle rete, hanno cancellato se stesse.


È un grave errore ostinarsi a considerare l’universo dei social – e il web in generale – un universo virtuale. Si tratta, piuttosto, di una dimensione ulteriore delle nostre esistenze, reale tanto quanto il mondo materiale, pervasiva oltre il desiderabile ma anche, ormai, irrinunciabile. Può darsi che l’idea non sia entusiasmante ma bisogna farci i conti. È un modo per difendersi. Per comprendere che i media digitali non sono né magnifici né orribili ma tutte e due le cose insieme: le tecnologie sono sempre neutre, sta a noi scegliere di usarle in maniera positiva e non negativa. E insegnare a fare altrettanto ai nostri ragazzi.


Ma per i digital natives, i nativi digitali ormai cresciuti, pronti a diventare genitori o che lo sono già, si affaccia una nuova definizione, Hyperconscious Facebook Generation, la generazione dell’iperconscio, per cui non c’è particolare, neppure il più insignificante, che non meriti di essere messo in piazza (naturalmente quella digitale), che non valga la pena di raccontare su Facebook: punti di vista originali e, più spesso, banali, esperienze scontate o – raramente – elettrizzanti, informazioni personali, anche le più intime... Tutto viene sbandierato. Ma su internet ogni post è per sempre e per tanti se non per tutti. L’impulsività è imperdonabile perché pentimenti non sono ammessi. Come si fa a convincere i bambini e i ragazzi che non devono seminare dati sensibili in giro per il web se sono gli adulti, i primi a dare un pessimo esempio? Ieri mattina, nell’ambito delle celebrazioni per il Safer Internet Day, Vincenzo Spadafora – il Garante dell’infanzia – metteva in guardia i genitori dal postare le foto dei figli, un’abitudine che ha definito «compulsiva».


La prudenza dovrebbe essere imposta per legge: guardare lontano, pro-videns, prefigurandosi le conseguenze di ogni azione. Così come, agli adulti, dovrebbero essere "consigliati" corsi di alfabetizzazione digitale: imparare – per poi insegnare – le strategie di sopravvivenza nell’oceano digitale. Se navigassero con prudenza, se qualcuno li accompagnasse nel viaggio o almeno tracciasse per loro la rotta, difficilmente un ragazzo su dieci – sempre di minori si parla – si sarebbe imbarcato lungo le rotte del sexting, l’invio di immagini o messaggi sessualmente espliciti, neppure – come hanno confessato agli intervistatori di Telefono Azzurro – quattro su cinque frequenterebbero abitualmente siti porno, né che inneggiano all’anoressia o al suicidio.


Non lasceremmo mai che i nostri bambini andassero da soli per la strada senza prima aver insegnato loro ad attraversare sulle strisce, a guardare a destra e a sinistra prima di muovere un passo, a rispettare i semafori. Perché lasciare che si tuffino, senza salvagente, tra le onde del web? Non sarà la Rete a salvarli...

Wednesday 10 February 2016 09:22

Homs, la Chernobyl siriana: da cosa fuggono

Sullo schermo del pc in un giorno come tanti le notizie scorrono veloci. Due naufragi al largo della Grecia: 38 morti, di cui 12 bambini. Due giovani irachene annegano nel fiume che separa Turchia e Bulgaria. In ventimila sono in fuga da Aleppo distrutta. La Macedonia alza un nuovo muro al confine con la Grecia. E, tra una tragedia e l’altra, la "nostra" vita in pace: Grillo, Affittopoli, Sanremo. Le dita digitano veloci, le schermate si chiudono e si aprono. Poi, quella foto. L’avevo già chiusa, ma torno indietro. Un drone russo ha volato su Homs, città siriana martirizzata dalla guerra civile e dai bombardamenti del regime, prima, e poi russi. Ecco cosa ne rimane, oggi:
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ndatelo a vedere. Ma prima andate a cercare sul web le immagini di Homs, com’era prima. Una città di 800 mila abitanti. Moschee e altri edifici religiosi, palazzi, qualche grattacielo. Viali alberati, traffico, giardini. Una bella città. Ora guardate il video., andatelo a vedere. Ma prima andate a cercare sul web le immagini di Homs, com’era prima. Una città di 800 mila abitanti. Moschee e altri edifici religiosi, palazzi, qualche grattacielo. Viali alberati, traffico, giardini. Una bella città. Ora guardate il video.ndatelo a vedere. Ma prima andate a cercare sul web le immagini di Homs, com’era prima. Una città di 800 mila abitanti. Moschee e altri edifici religiosi, palazzi, qualche grattacielo. Viali alberati, traffico, giardini. Una bella città. Ora guardate il video., andatelo a vedere. Ma prima andate a cercare sul web le immagini di Homs, com’era prima. Una città di 800 mila abitanti. Moschee e altri edifici religiosi, palazzi, qualche grattacielo. Viali alberati, traffico, giardini. Una bella città. Ora guardate il video.

Il drone vola alto e veloce sotto a un cielo di piombo. Le prime inquadrature sono di un grande cimitero, con le lapidi di marmo geometricamente allineate. Poi, di colpo, la città. Nei colori lividi, così uguale al cimitero. Ma massacrata. Totalmente annichilita: non un palazzo che non sia sventrato. I tetti accartocciati, e migliaia di finestre nere come orbite vuote, dietro le quali non vive più nessuno. Qui e là i brandelli di una tenda, una sedia rotta, un’antenna su un tetto che volge la parabola verso il nulla. Il drone vola indifferente, senza soffermarsi, ma tu immagini, in ciascuna di quelle case, uomini, bambini, storie, amori. Tutto annientato. Non c’è più nessuno, non c’è un’anima sotto al cielo di Homs. Nemmeno un cane per strada, o un uccello che voli. Se ne sono andati tutti. È Chernobyl, Homs. Una Chernobyl immota, prona sotto alle sue rovine.

E il drone continua a volare, veloce, freddamente obiettivo. Le strade sono ridotte a sterrate disseminate di carcasse di veicoli. Si immagina il silenzio, che grava come una cappa densa sulla città morta. Ora la videocamera inquadra, unici in vita, tre ragazzi per strada. Al rumore del drone si voltano e alzano gli occhi al cielo, poi riprendono a camminare, verso chissà dove. Chissà che cosa, chissà chi cercano. Poveri sciacalli affamati forse, a caccia di un materasso, una coperta, un sacco di farina? Il drone vola oltre. Sui muri sventrati, qui e là, l’impronta di un quadro che non c’è più. Macerie, polvere, e nessuno di vivo. Vengono in mente Dresda, o Colonia, nel ’45. È il giorno dopo l’Apocalisse, Homs, è il lamento di Giobbe moltiplicato per ottocentomila anime.

È il volto vero della guerra, che, dopo i rombi e le raffiche di mitra e i cannoni trionfanti, si mostra nella sua verità: nuda morte. Andatelo a vedere. Per sapere da cosa fuggono veramente quelle decine di migliaia di poveri cristi con i figli in braccio che naufragano a Kos, o si incolonnano nei Balcani. Non servirà a niente, guardare, se non, almeno, a sapere: da cosa scappano, quelle folle contro cui l’Europa alza muri e barriere. Occorre, è un imperativo morale, almeno, vedere. Per cambiare questo terribile oggi. Perché non possiamo dire, un giorno: noi non sapevamo.

Tuesday 09 February 2016

Chi è per te Gesù Cristo?

Sta iniziando la Quaresima, che specialmente in quest’Anno dedicato al Giubileo della Misericordia, significa che “dobbiamo tutti convertirci a Cristo”, come ha detto Papa Francesco. E allora ciascuno deve chiedersi: Chi è per te Gesù Cristo?  Interrogativo fondamentale per un paese di battezzati come l’Italia. Io risponderei così: Ho avuto da Dio il dono di un’autentica formazione cristiana, essendo nato in una famiglia di profonda fede e vita evangelica. La fede è nata in me come la lingua italiana, me l’hanno trasmessa i miei genitori, i servi di Dio Rosetta e Giovanni, che fin da bambini piccoli ci facevano pregare assieme in famiglia con varie preghiere e il Rosario serale, ci portavano in chiesa e a socializzare e aiutare le famiglie povere. Mamma Rosetta morì nel 1934 quando avevo cinque anni e papà Giovanni andò in guerra nel 1940 e morì in Russia nel 1942. Mi ha allevato ed educato la nonna Anna che diceva sempre: “Tu stai con Gesù e Gesù starà con te”, che è il ritornello della mia vita. Quand’ero bambino e lei mi raccontava la storia di Gesù e di Maria, la sua e mia Madre celeste, io piangevo. Se nel nostro paese di Tronzano vercellese, c’era qualche scandalo o disgrazia, la nonna chiamava noi tre ragazzini accanto a sè, ci faceva pregare e poi diceva: “Cosa farebbe Gesù in questa circostanza? Cosa direbbe la Madonna?”. Nonna Neta (Anna) era semi-analfabeta (I elementare e poi al lavoro), ma aveva educato i suoi dieci figli, poi noi tre nipoti, con l’intelligenza della fede e del cuore. Citava spesso frasi del Vangelo imparate a memoria.

Sono diventato sacerdote missionario, ho avuto santi sacerdoti che mi hanno guidato, mi sono laureato in teologia missionaria, ma i genitori e la nonna Anna mi hanno educato alla fede. Rosetta e Giovanni, ancor oggi sono ricordati come santi nel mio paese, quando si sono sposati nel 1928 hanno pregato perchè almeno uno dei loro figli o figlie consacrasse la sua vita a Gesù Cristo e alla Chiesa. Il Signore ha scelto me e di questo sono ancora grato a mamma e papà, perchè la mia vita è stata piena di gioia pur nelle prove, tentazioni, sofferenze e intenso lavoro, che sono il retaggio comune degli uomini.

“Chi è per te Gesù Cristo?”. E’ tutto il mio amore, tutta la mia gioia, l’unico fine a cui cerco di orientare le mie azioni, i miei affetti e pensieri. Non sempre ci riesco, ma a lui ho consacrato la mia vita e in questi anni che Dio mi concede di vivere vorrei diventare sempre più simile al modello divino che il Signore Gesù mi presenta nei Vangeli.

Chiedo al Signore di rinnovarmi ogni giorno il gioioso stupore e l’entusiasmo della prima Messa che ho celebrato il 29 giugno 1953 nel mio paese di Tronzano vercellese; di concedermi il dono delle lacrime per commuovermi pensando che io, povero peccatore, chiamo sull’altare il mio Dio e lo distribuisco in cibo all’umanità affamata. Mi chiedo se l’annunzio che faccio di Cristo con la vita, gli scritti e la parola, è ancora un messaggio di gioia, di quella gioia che gli angeli comunicavano ai pastori nella “notte santa”: “Oggi nella città di Davide è nato il vostro Salvatore, il Cristo, il Signore” (Luca, 2, 10-11).

All’inizio degli anni Duemila ho tenuto una conversazione ad Arezzo dal titolo: “Gesù, pietra d’inciampo”. La missione della Chiesa diventa sempre più difficile perché Gesù Cristo fa problema, imbarazza, scandalizza: “Scandalo per gli ebrei e follia per i pagani” diceva San Paolo (1 Cor. 1, 23). La crisi mondo cristiano é una crisi di fede in Cristo, unico Salvatore dell’uomo, dell’umanità. Viviamo in una società non di atei, ma di idolatri. Il Dio fatto uomo in Cristo è stato sostituito dagli idoli: denaro, sesso, carriera, potere, gloria, superstizioni, “religione fai da te”, maghi, oroscopi, ecc. Il sociologo Franco Garelli conclude una sua indagine dicendo che oggi in Italia “la religione è forte ma la fede vacilla”.

Negli anni 1992-1994 ho parlato tutti i sabati sera alla Tv di Rai-Uno, spiegando il Vangelo domenicale, con un ottimo indice di ascolto (parlavo dalle 19,30 alle19,45, poco prima del telegiornale). Un amico giornalista della RAI-Uno mi ha detto: “Tu parli spesso della salvezza in Cristo, ma c’è un abisso fra l’ammirazione per Gesù grande profeta e il credere che egli è Dio. Il suo messaggio di amore e di giustizia è l’unico che può salvare l’umanità dall’egoismo, dall’odio, dalle guerre. Ma non c’è bisogno di credere che Gesù è Dio e obbedire alla Chiesa, per voler bene al prossimo. Per cui, se Gesù mi dice di aiutare i poveri, di perdonare le offese, di educare i figli all’onestà e all’amore, mi sta bene, cerco di fare anch’io così. Ma se la Chiesa, a nome suo, mi impone molti altri precetti e divieti, la grande maggioranza degli italiani, pur battezzati, non la seguono più. Per cui dammi ascolto, parla dell’amore come ispirazione per la nostra vita e avrai ampi consensi, ma lascia perdere che Gesù è Dio e che la Chiesa parla a suo nome: sono concetti discutibili che suscitano divisioni e sentimenti di integrismo in chi crede”. Gli ho risposto dandogli una citazione di don Primo Mazzolari, che in un suo libretto sul sacerdozio ha scritto: “La mia missione di prete è di amare e vivere in Gesù Cristo, testimoniarlo e portarlo agli uomini. Posso fare molte cose buone nella vita, ma l’unica veramente indispensabile è questa, comunicare il Salvatore agli uomini, che hanno fame e sete di Lui. Se io non porto Cristo agli uomini sono un prete fallito”.

Nel nostro tempo l’identità cristiana è molto debole. Abbiamo attraversato una lunga stagione in cui il cristianesimo sembrava ridotto ad una morale. I “valori evangelici” sono apprezzati da tutti (amore, pace, giustizia, solidarietà), ma la fede e l’imitazione di Cristo molto meno. Si prende il messaggio e non il messaggero: l’annunzio che solo Cristo salva l’uomo è considerato “integrismo”.

La salvezza in Cristo è stata secolarizzata. Il cristianesimo é spesso ridotto ad una specie di “religione dell’umanità” (come volevano gli illuministi del Settecento), la Chiesa intesa come società filantropica e di riferimento morale. Oggi la Chiesa è vista bene da molti, come strumento di pace sociale, come richiamo all’etica, come assistenza ai poveri, ai marginali, ai drogati, ai popoli del “terzo mondo”. La Chiesa pilastro della società, non perché predica Gesù unico Salvatore dell’uomo, ma perché pone rimedio, con i suoi preti, suore, volontari, istituzioni caritative ed educative, ai disastri delle “strutture di peccato” nelle quali siamo tutti immersi. Insomma, si riduce il cristianesimo ad un sistema morale e consolatorio dell’uomo alienato dal capitalismo e dal materialismo, passando da Gesù Figlio di Dio, unico Salvatore dell’uomo, ai “valori morali” che sarebbero comuni a tutti. La gente ha fame e sete di Dio e noi le diamo il “discorso dei valori”, che ha senso solo se centrato sulla persona di Cristo.

In Cina, visitando nel 1980 il seminario della diocesi di Sheqi, ho incontrato una ventina di giovani e uomini che studiavano da sacerdoti, senza libri (infatti ci chiedevano libri sacri e il Concilio Vaticano II in cinese), senza biblioteca, quasi senza insegnanti. Due soli sacerdoti dirigevano il seminario: il vescovo stesso e il parroco della cattedrale, factotum della diocesi. Ho chiesto al vescovo (vent’anni di carcere) come è possibile formarli alle scienze sacre e mi ha risposto: “Noi qui preghiamo molto e formiamo uomini innamorati di Cristo e forse prossimi martiri per la fede”.

“Chi è per te Gesù Cristo?”. Ecco la domanda da porre a chi si dice cristiano. La fede non è solo un fatto intellettuale staccato dall’esistenza quotidiana, ma amore e passione per Cristo che trasforma tutta la vita. Giovanni Paolo II è stato chiaro: la missione è comunicazione di un’esperienza, per cui “il vero missionario é il santo” (“Redemptoris Missio”, 90). “Chi vive veramente il Vangelo vale di più, per la missione alle genti e la nuova evangelizzazione, di tutti i piani pastorali e i documenti e i comitati, perché il Santo è il Vangelo vissuto oggi”, come diceva e ripeteva al Consiglio pastorale diocesano il Card. Carlo Maria Martini.

Dobbiamo essere innamorati di Gesù! San Paolo diceva di essere stato “afferrato da Cristo Gesù” (Filippesi, 3, 12) : “Mihi vivere Christus est”, per me vivere è Cristo. E aggiungeva: “Quello che per me era un vantaggio, per amore di Cristo l’ho ritenuto una perdita. Considero ogni cosa come un nulla in confronto alla suprema conoscenza di Cristo Gesù mio Signore, per il quale mi sono privato di tutto e tutto ritengo come spazzatura, pur di guadagnare Cristo” (Filippesi, 3, 7-8). Nelle lettere di San Paolo ricorre 164 volte l’espressione: “In Christo”, cioè la vita in Cristo. Concludo: A chi lo cerca davvero, Cristo si fa trovare. E quando l’hai trovato non lo lasci più, perché è bello stare con Lui.

Piero Gheddo

L'articolo Chi è per te Gesù Cristo? sembra essere il primo su Armagheddo.

Tuesday 09 February 2016 10:59

Ciao mondo!

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Tuesday 09 February 2016 10:00

Mazzarella: sulle unioni civili la politica ascolti i cittadini

​Non si capisce molto l’agitazione scomposta di parte dei parlamentari 5Stelle contro la libertà di coscienza sulle unioni civili indicata da Grillo. Anche perché, custodi – come dovrebbero – dell’assenza di vincolo di mandato prevista in Costituzione, tanto più su questioni eticamente sensibili, quella libertà di coscienza avrebbero loro dovuto rivendicarla dai vertici del Movimento, e non farsela indicare. Grillo e Casaleggio hanno fatto una scelta di “buona politica”. E non perché “politica” nel senso di rifiutarsi di fare da stampella al Pd su un provvedimento a rischio, cosa che per altro, dal loro punto di vista, sarebbe legittima, essendo forza di opposizione. Ma perché rimette al centro del dibattito parlamentare gli intimi convincimenti dei singoli parlamentari, come la materia richiede, e non i vincoli di partito e di schieramento. Per altro libertà di coscienza per i parlamentari 5Stelle vuol dire anche libertà di poter votare tutti, se ognuno singolarmente lo ritiene, a favore del ddl Cirinnà così com’è, stepchild adoption inclusa.
 
Non si capisce allora davvero la grancassa sull’illibertà nel Movimento 5Stelle, una volta tanto che la libertà la si vede! E più in generale, notazione che non riguarda solo i 5Stelle, non ci può essere su ddl Cirinnà una libertà di coscienza di “serie A”, quella d’accordo con il testo così com’è in obbedienza o convenienza ai desiderata di governo o di maggioranza o anche di opposizione, o di “serie B”, quella che non corrisponde ai desiderata indirizzati, quali che siano. La libertà di coscienza ha una sua coerenza logica; ed è difficile argomentare che due più due fa quattro ma che per ragioni politiche deve fare cinque per forza, se no “si perde la faccia” o “l’accordo non tiene” o “si fa un favore al governo”. Se questa materia è parlamentare, sia il Parlamento a trovare la sintesi più larga per far arrivare in porto la legge. Sintesi – è nelle cose – che potrebbe ben trovarsi su un testo senza inghippi costituzionali con equiparazioni surrettizie al matrimonio e che non preveda la stepchild adoption.
 
Con l’approccio “o così o niente”, si aggiungerebbe errore a errore. Se si voleva un minimo comun denominatore, sul testo da portare in aula, che non esponesse a rischi la legge, questo non avrebbe dovuto prevedere la stepchild adoption, che avrebbe ben potuto essere proposta in aula da chi lo ritenesse, verificandone il consenso possibile, senza tirare in ballo equilibri o credibilità di governo. Per altro, dai sondaggi, questo minimo comun denominatore, sarebbe stato e sarebbe in una “connessione sentimentale” con il Paese, che è favorevole alle unioni civili, ma non a equiparazione al matrimonio e adozioni. Tema che c’è, nelle “famiglie arcobaleno”, e che nessuno intende negare nella sua rilevanza morale e giuridica, che attende risposte. Che però possono essere date con più garanzie per tutti, anche per le convivenze omosessuali, quando ci sia vantaggio dei minori, in una rivisitazione complessiva ed erga omnes, eterosessuali e omosessuali, della disciplina delle adozioni, in un contesto inedito delle modalità di filiazione e di natalità. Non pretenda la politica di far nascere in Parlamento, con il forcipe, una maggioranza che non c’è nel Paese, con un intento politico-pedagogico di cui non si vede il bisogno.
 
*Ordinario di Filosofia teoretica, Università Federico II
Componente dell’Assemblea nazionale del Pd
Già deputato nella XVI legislatura

Tuesday 09 February 2016 08:23

Le macchine scavano precipizi (anche in Borsa)

Ci sono 'forze' tutt’altro che occulte a spingere da inizio anno le Borse all’ingiù. Ma è una variabile nascosta ad amplificare la caduta, trasformando la pioggia di vendite in una tempesta perfetta per la quale, al momento, non sembra esserci ombrello che tenga: la cecità connaturata di chi spara ordini a raffica senza tener conto del quadro economico, monetario o finanziario che sia, semplicemente perché il suo sistema nervoso digitale reagisce in una frazione di secondo a uno stimolo algoritmico. Proprio così: i mercati scenderebbero sicuramente anche da soli, dato il contesto, ma a mandarli al tappeto - generando panico - sono i robot. Partiamo in ogni caso da ciò che si vede ed è già di per sé preoccupante.

I crolli delle Borse segnalano che è in atto una pericolosissima ritirata della liquidità. Sembrerebbe impossibile, giacché da sole la Banca centrale europea e quella giapponese stanno pompando ogni mese 110 miliardi di euro nel sistema. All’azione espansiva corrisponde purtroppo una reazione opposta - se non superiore - che ha origine nei grandi Paesi emergenti. È a questa 'forza', in particolare, che si riferiva la settimana scorsa Mario Draghi. Il tracollo dei prezzi petroliferi, il rallentamento dell’economia cinese e il rialzo dei tassi americani hanno indebolito le valute della Russia, della stessa Cina, dell’Arabia Saudita e del Brasile, per citare solo alcune delle economie coinvolte.

Tutti Paesi che negli ultimi anni avevano non solo sostenuto la crescita globale, ma accumulato pure - grazie all’export di materie prime pagate per larga parte in dollari - enormi fortune in 'argenteria occidentale': riserve in biglietti verdi, euro, obbligazioni governative e societarie. Ora stanno 'svendendo' senza andar per il sottile, pur di proteggere, nella più classica delle 'guerre valutarie', le rispettive monete. E così risucchiano come fossero idrovore quella liquidità che Bce e Boj stanno invece cercando di assicurare per riportare l’inflazione a livelli adeguati.
 
La fiammata registrata ieri dallo spread italiano è un effetto collaterale di questo drenaggio: via i titoli italiani e sotto con quelli tedeschi, il porto sicuro in caso di mare grosso. Ed è una ricaduta pericolosa per le nostre finanze pubbliche: a pagar cara la mancanza d’inflazione è purtroppo il rapporto tra debito e Pil. Il quale Pil, stando al denominatore, avrebbe al contrario bisogno di un po’ d’inflazione per diventare più grande e ridurre il rapporto con l’ingombrante inquilino del piano di sopra. Le vendite generalizzate colpiscono poi anche i mercati azionari, a partire dai titoli bancari. Le nostre banche sono altresì alle prese con il nodo dei crediti deteriorati e la loro 'sofferenza' in Borsa è quindi addirittura maggiore.

Eppure questi 'fondamentali' non sono sufficienti a spiegare le chiusure isteriche dei mercati o a motivare il clima da recessione alle porte sulle piazze finanziarie globali dove i bersagli sono ormai aziende sane e malate, con bilanci in rosso o floridi senza distinzione alcuna. Ieri, ad esempio, non c’era dato macroeconomico o decisione di politica monetaria cui appigliarsi per giustificare una simile reazione. L’ondata di scioperi in Grecia che fa vacillare il governo Tsipras non rientra certo tra i fattori che possono scatenare una bufera di simili proporzioni. Il panic selling, come si chiama in gergo, è stato alimentato ancora una volta artificiosamente dal trading automatico. Dai software, cioè, ai quali si sono affidate con troppa leggerezza le chiavi della finanza. Un’operazione su due a Wall Street è ordinata oggi automaticamente dalle 'macchine' ad alta frequenza, sei su dieci comunque da algoritmi.
 
In Europa siamo al 40%, ma in una giornata di strappi, al rialzo o al ribasso che siano, la percentuale è certamente superiore. Non ci sono allora correlazioni all’economia reale o previsioni di politica monetaria che tengano: il mercato scende? Si vende. Scende di più? I software aumentano gli ordini speculativi al ribasso per guadagnarci comunque. E vien giù tutto. Nel mondo delle 'forze' palesi, l’unica diga rimasta per arginare il grande deflusso dei Paesi emergenti è quella delle Banche centrali. La Fed americana potrebbe posticipare il secondo rialzo dei tassi ipotizzato a marzo. La Bce, come ha anticipato Draghi, è pronta ad ampliare nello stesso mese «quanto necessario» il programma di acquisto titoli (Qe).

Probabile che entrambe si muovano in tale direzione. Per fermare le macchine, invece, servirebbe ben altro. Non bastano le misure disincentivanti già messe in atto anche a Piazza Affari. E nemmeno le nuove regole previste dalla normativa sui mercati finanziari europei 'Mifid 2' che entrerà in vigore nel 2017. È necessario un intervento coordinato a livello globale, da parte dei regolatori e della politica, che preveda limiti più rigorosi e magari una tassazione efficace sulle transazioni finanziarie ad alta frequenza e algoritmiche in generale, una 'Tobin Tax 2.0'. È quanto Francesco ha indirettamente chiesto il mese scorso ai potenti del mondo. Senza troppi giri di parole, nel suo messaggio al Forum di Davos, il Papa ha avvertito: «Non facciamoci comandare dai robot». Le 'macchine' scavano fosse e precipizi in cui finiscono imprese e persone. Ieri, ancora una volta, ne abbiamo avuto la prova.

Tuesday 09 February 2016 08:02

Roccella: sulle unioni civili nessun voto segreto

​Caro direttore,
il dibattito sul ddl Cirinnà si è concentrato, negli ultimi giorni, sulla cosiddetta stepchild adoption e sull’utero in affitto, perché questo è il punto che più tocca le coscienze e divide gli italiani. In realtà, e l’abbiamo detto più volte, il testo attuale è tutto da rifare: è pasticciato, incostituzionale, denso di contraddizioni e fattori di discriminazione. Basti pensare che i conviventi omosessuali avranno diritto alla reversibilità della pensione mentre gli eterosessuali no, che i bambini adottati da coppie etero avranno diritto alla conoscenza delle origini mentre quelli adottati con la stepchild no, che i conviventi gay potranno adottare il figlio del partner mentre gli etero no, e così via. Sul piano della costituzionalità abbiamo già detto: non è solo nel merito che la legge è a rischio (basta pensare alle innumerevoli sovrapposizioni con l’istituto del matrimonio), ma anche nel metodo: noi parlamentari di “Idea”, insieme ad altri delle diverse forze di opposizione (finora 50) abbiamo predisposto un ricorso alla Consulta per il mancato passaggio in Commissione del ddl, in evidente violazione dell’art. 72 della Costituzione.

La cosa più logica, se non ci fossero in mezzo giochi di potere e pressioni ideologiche, sarebbe far tornare dritto dritto il testo in Commissione. Ma siccome la legge non è mai stata, se non per finta, di iniziativa parlamentare, siccome il governo c’è entrato con tutte le scarpe, questo non sarà permesso: Matteo Renzi vuole presentarsi subito al suo elettorato con una legge in tasca. La stepchild adoption è un falso obiettivo: se anche si eliminasse, nessun tribunale dei minori negherebbe più l’adozione a una coppia gay, in mancanza di una normativa che rafforzi il divieto di “maternità surrogata”, come viene pudicamente denominato l’utero in affitto, e preveda sanzioni non solo per gli operatori, ma anche per chi vi ricorre.

Il testo del ddl Cirinnà è pensato come una fotocopia del matrimonio, e, se non fosse completamente riscritto, l’adozione sarebbe comunque inserita dalle Corti europee, secondo una giurisprudenza consolidata: se i diritti sono, più o meno, quelli garantiti alle coppie sposate, allora per l’Europa vanno riconosciuti tutti, compresi quelli che riguardano la filiazione e l’adozione. Lo stralcio dell’articolo 5 (e 3) sull’adozione durerebbe lo spazio di un mattino, e si risolverebbe in una presa in giro degli italiani, i quali sono in grande maggioranza contrari.

È fondamentale, in questo contesto, che i parlamentari si assumano le proprie responsabilità in piena trasparenza. Dopo il via libera di Grillo al voto secondo coscienza, tutti i gruppi parlamentari hanno libertà di voto: non è più necessario, quindi, ricorrere al voto segreto per tutelare i singoli che vogliono votare in contrasto con le indicazioni del gruppo o del partito. Inutile dunque ricorrere al voto segreto, se non per inquinare le scelte, consentire giochi obliqui e scaricare le colpe su qualcun altro. Meglio condurre una battaglia a viso aperto, difendere le proprie convinzioni, rispondere agli elettori delle scelte che si fanno. Su un tema che tocca la maternità e la paternità, che riguarda i princìpi e il cuore della nostra civiltà, chi rappresenta il popolo non può fare altrimenti.

 

*Parlamentare di Idea e componente della commissione Affari Sociali della Camera

 

Tuesday 09 February 2016 04:00

"Laudato si'", un'enciclica troppo argentina

Gli effetti del "pregiudizio" latinoamericano sulle soluzioni proposte da papa Francesco per sanare il mondo, nell'analisi critica di un teologo ed economista australiano

Sunday 07 February 2016

PERCHE’ PADRE PIO E’ L’OPPOSTO DI BERGOGLIO (il ritorno dei pellegrini a Roma per il santo stigmatizzato)

Il “complotto per cambiare il cattolicesimo” (titolo del New York Times), ovvero il progetto del papa argentino per trasformare la Chiesa in succursale di “Repubblica” e di Greenpeace, ha l’entusiastico consenso di tutti i più acerrimi nemici di sempre della fede cattolica.

Ma per riuscire ha assoluto bisogno di mostrare anche il sostegno del popolo cattolico. Solo che questo popolo sta dalla parte opposta dei progressisti bergogliani e – sebbene bombardato dai media – preferisce padre Pio ai “sinistrini”.

Non a caso nel 2014 ha dimezzato le sue presenze alle udienze di Bergoglio e nel 2015 ha dimezzato quelle del 2014. Una vera fuga.

Per questo in Vaticano hanno escogitato l’idea di un nuovo Giubileo: occorreva tamponare il drastico crollo di presenze attorno a papa Bergoglio.

TROVATE “MEDIEVALI”

Certo, il Giubileo è un rito nato nel Medioevo, fece insorgere Lutero e sta all’opposto della mentalità di Bergoglio, il quale ama più la compagnia di Eugenio Scalfari o del Centro sociale Leoncavallo o di Fidel Castro o dei Teologi della liberazione che quella del popolo cattolico wojtyliano e ratzingeriano.

Ma l’obiettivo era mostrare che attorno a Bergoglio c’era un plebiscito permanente: per ottenerlo lui arriva a sopportare anche l’“odore” delle pecore cattoliche.

Tuttavia pure il Giubileo si è rivelato un flop, fin dale prime battute. Il popolo cristiano percepiva la sua nascita “in provetta”, per scopi “politici”, fuori dalla tradizione (la Bolla è perfino ambigua sulle indulgenze). E il confronto con l’affluenza del Giubileo del 2000, con Giovanni Paolo II, è stato fin dall’inizio devastante per Bergoglio.

Pure il Family day del 30 gennaio ha mostrato che il popolo cattolico ama e segue ancora gli insegnamenti di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI: quel popolo infatti a Roma ha trovato la gelida ostilità del papa argentino che lo ha ostinatamente ignorato e boicottato.

Come fare dunque per “costringere” il popolo di Dio a fare da tappezzeria ai trionfi mondani di Bergoglio?

L’idea è venuta ancora una volta a mons. Fisichella, molto zelante nel compiacere il Sovrano: visto che il cuore del popolo batte per i santi della tradizione portiamo a Roma le reliquie del più popolare e amato dei santi, padre Pio.

E in effetti il popolo è arrivato in massa: ieri più di 80 mila persone, una marea di fedeli. Il sito di “Repubblica” ha titolato comicamente “Folla a San Pietro per il Papa”.

Ma – nonostante gli sforzi propagandistici di questo giornale – tutti sanno che quella folla enorme non era affatto in Piazza San Pietro per Bergoglio (infatti la sua udienza di mercoledì scorso era semideserta): era lì per padre Pio.

L’avvenimento è eccezionale per molti motivi e crea tanti imbarazzi.

DISPREZZO DI OGGI

Anzitutto per i media e gli intellettuali laici i quali vedono come la peste padre Pio e la religiosità popolare cattolica. Solo che è arduo, stavolta, ridicolizzarla perché è stato il loro beniamino, Bergoglio, a volere quest’iniziativa.

L’Oscar del laicismo se lo è conquistato “Il Fatto quotidiano” con il titolo sprezzante pubblicato venerdì: “L’Isis non ci serve, il nostro Medioevo è qui con Padre Pio”.

Glissiamo sul riferimento all’Isis… A sapere di muffa è proprio quella rozza idea di Medioevo. Verrebbe da rispondere che in effetti il Medioevo è sempre fra noi avendoci lasciato un immenso patrimonio artistico (di cui godiamo e su cui lucriamo).

Ma è fra noi anche perché ospedali, università, banche e cattedrali furono appunto inventate nel “buio” medioevo. E così pure l’idea di Europa, le libertà comunali, l’economia di mercato e la sovranità popolare.

La cultura classica ci è stata tramandata dal “cattivo” Medioevo e sempre lì sono nate anche la tecnologia e la scienza, insieme con la musica (nella sua forma moderna).

Perfino la Divina Commedia – che forse qualche laico crede sia stata partorita da Roberto Benigni – nasce dal genio medievale di Dante Alighieri che così – letteralmente – “inventò” la lingua italiana.

DISPREZZO DI IERI

Quello di oggi, raccolto attorno a padre Pio, è lo stesso popolo cattolico che 70 anni fa veniva deriso dagli intellettuali “illuminati” che sbeffeggiavano l’Italietta delle processioni e delle “Madonne pellegrine”.

E mentre gli “intellettuali” (che non di rado erano stati fascisti) in gran parte si schieravano con il Fronte Popolare di Togliatti e Stalin i quali preparavano all’Italia un futuro da Cecoslovacchia, il popolo umile e contadino, ascoltando i parroci e Pio XII, salvò il Paese e, votando Dc, lo collocò per sempre nell’occidente della democrazia e della libertà.

Per questo un vero liberale, Benedetto Croce, dopo il 18 aprile 1948, poteva dire a quell’intellighentsia: “Beneditele, quelle beghine di cui ridete, perché senza di esse, oggi, non sareste liberi”.

Insomma, mentre gli intellettuali “illuminati” stavano perlopiù con chi minacciava la libertà e la civiltà, proprio il popolo spregiato dei devoti e dei semplici vide giusto e salvò il Paese.

Lo si dovette anche a personalità come padre Pio che in quell’elezione decisiva si dette da fare moltissimo perché il comunismo fosse sconfitto.

ORRORE COMUNISTA

Padre Pio conosceva bene i crimini dei regimi comunisti, le devastazioni spirituali dell’ateismo marxista e le stomachevoli menzogne dei partiti comunisti che ingannavano i poveri. E non taceva.

Anche per queste cose, il santo cappuccino è l’opposto esatto di Bergoglio che non perde mai occasione di “flirtare” con i peggiori tiranni comunisti, che si tratti dei fratelli Castro a Cuba (dove il papa argentino ha snobbato dissidenti e perseguitati e ha omaggiato il despota) o si tratti del vergognoso regime comunista cinese, un regime genocida, verso il quale, nei giorni scorsi, Bergoglio ha rilasciato un’intervista ad “Asia Times” a dir poco imbarazzante.

In quell’intervista egli ha totalmente taciuto sui problemi della libertà e della libertà religiosa, ma soprattutto ha pronunciato “parole – come osserva Sandro Magister – sfrenatamente assolutrici di passato, presente e futuro della Cina, esortata a farsi ‘misericordiosa verso se stessa’ e ad ‘accettare il proprio cammino per quel che è stato’, come ‘acqua che scorre’ e tutto purifica, anche quei milioni di vittime che il papa mai nomina, neppure velatamente”.

Un pronunciamento accolto con entusiasmo dagli oppressori comunisti. I carnefici preferiti alle vittime.

Ma padre Pio e Bergoglio sono all’opposto soprattutto perché padre Pio rappresenta proprio quella Chiesa Cattolica fedele alla sua dottrina e alla tradizione che Bergoglio vuole rottamare.

MISERICORDIA

Il nome stesso del frate del Gargano – Pio, preso all’ingresso nella vita religiosa – intendeva onorare san Pio X, cioè quel Papa che più lottò contro il Modernismo, proprio quel papa detestato dai progressisti oggi al potere nelle stanze vaticane.

Bergoglio sostiene di aver fatto portare a Roma, per il Giubileo, le spoglie di padre Pio come simbolo della misericordia. Ma la misericordia testimoniata da padre Pio – diversamente da quella di Bergoglio – era inseparabile dalla giustizia e dalla verità.

Padre Pio infatti diceva di temere la misericordia perché se ne può abusare. Il suo insegnamento ricalca quello di Giovanni Paolo II (con S. Faustina) e di Benedetto XVI.

Il santo frate aggiungeva: “la Carità senza la Verità, e senza la Giustizia che è Verità, non può esistere. Dio è Verità prim’ancora di essere Carità”.

Parole ostiche per il partito bergogliano vezzeggiato dai radical chic. Del resto come padre Pio fu “perseguitato” da certi ecclesiastici “illuminati”, così oggi Bergoglio colpisce duramente i più autentici figli spirituali di padre Pio, cioè quei frati Francescani dell’Immacolata di padre Stefano Maria Manelli che il papa argentino ha ormai quasi annichilito.

Oggi padre Pio viene “usato” da Bergoglio come attrattiva per fare folla attorno a sé, ma oltretevere rischiano di restare spiazzati dalle sue “sorprese”. Potrebbe pure fare il miracolo di convertire qualcuno in Vaticano.

 

Antonio Socci

Da “Libero”, 7 febbraio

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Wednesday 03 February 2016

Preti sposati? Alla Gregoriana votano contro

I cardinali Parolin e Ouellet si schierano a difesa del celibato del clero latino, in un convegno nella prestigiosa università pontificia. Ma ai vescovi tedeschi il papa ha fatto ancora una volta capire di voler rompere con questa tradizione

Monday 01 February 2016

Ettore Gotti Tedeschi: "Il diavolo ha smesso di lavorare"

Perché ormai nelle fiamme infernali tanti ci vanno da soli, e forse proprio per questo c'è il riscaldamento globale… Riflessioni più serie che ironiche dell'ex presidente dello IOR, sullo stato della Chiesa e del mondo

Sunday 31 January 2016

RENZI E PAPA BERGOGLIO (CON ALTRI) TRAVOLTI DAL POPOLO DEL FAMILY DAY. SONO LE “SORPRESE DELLO SPIRITO SANTO”

C’è chi rosica amaramente per l’immenso ed epocale Family day di ieri che, per la prima volta nella storia d’Italia, ha riempito il Circo Massimo di Roma senza alcuna organizzazione (sindacale o politica o industriale) alle spalle e senza viaggi spesati.

E’ un popolo che a proprie spese si è mosso, con enormi sacrifici, per un’ideale, per i propri figli, di fronte a una classe politica che gli ideali li ha buttati al macero e si muove solo per il potere.

Una classe politica che non è all’altezza di rappresentare questo popolo e non è mai stata investita dall’elettorato.

Ci sono “rosiconi” nei Palazzi del Potere (politico, ideologico e giornalistico), ma anche in quei palazzi del potere clericale che hanno fatto di tutto per disinnescare il Family day.

PECORE E SALOTTI

Basti dire che ieri l’Osservatore romano è uscito senza avere nemmeno una riga in prima pagina su questo eccezionale evento (come pure “Repubblica”, l’altro giornale bergogliano).

Cosa “osservano” all’Osservatore per non essersi accorti di un mare di popolo cristiano in arrivo? Evidentemente non la realtà, ma il Palazzo bergogliano, che stava rosicando di brutto.

Il papa argentino esordì nel 2013 dicendo che un pastore deve prendere l’odore delle pecore, ma l’evento di ieri ha dimostrato che Bergoglio ama i profumi dei salotti scalfariani e non gli odori del gregge cristiano.

Il vescovo di Roma sembra detestare questo popolo immenso che si è radunato, in difesa della famiglia, nella memoria di Giovanni Paolo II e ricordando gli insegnamenti di Benedetto XVI.

Del resto Bergoglio, che per due anni ha dissestato la Chiesa con due Sinodi contro la famiglia, è percepito come parte dello schieramento opposto (cioè opposto alla famiglia e al popolo cattolico). E’ visto come idolo degli avversari di sempre.

Ma lo vedremo dopo, perché il primo a essere stato “sfiduciato” dal “pueblo” è Matteo Renzi, il premier mai eletto.

IL VOLTAGABBANA

Lo striscione “Renzi ci ricorderemo”, opportunamente segnalato da Mario Adinolfi, dice tutto perché in quella enorme piazza c’erano anche diversi che votarono Pd (e anche non cattolici) e d’ora in poi “ricorderanno”: lo stesso Adinolfi fu tra i fondatori del Pd e oggi non ha più rinnovato la tessera.

Adinolfi ha ricordato pure che al Family day del 2007 aveva aderito anche Renzi, da presidente della Provincia di Firenze e come “politico cattolico”.

A quel tempo – lo ricordiamo noi – Renzi dichiarava che quella delle “coppie di fatto” non era “la questione prioritaria su cui stare mesi a discutere. Mi sembra un controsenso rispetto alle vere urgenze del paese”.

Aggiungeva che erano “provvedimenti ideologici” e che “toccano la minoranza delle persone. Basti pensare all’assoluta inutilità dei registri civili nei Comuni che ne hanno approvato l’istituzione”.

Diceva anche dell’altro: “la famiglia è la cellula della società non perché lo dicono i cattolici, ma perché è il fondamento di un modo di stare insieme. E se il matrimonio è un sacramento per chi crede, per la comunità è comunque un istituto del diritto e come tale impone assunzione di responsabilità davanti alla società”.

Si riferiva all’art. 29 della Costituzione. Sul Family day del 2007 dichiarò: “È difficile capire perché c’è uno sguardo carico di ideologia sulla famiglia. Tutto ciò che viene detto dalla Chiesa viene visto come ingerenza. Non c’è bisogno di essere cattolici per difendere la famiglia. Quando non si coglie il fatto storico di un milione di persone in piazza si commette un errore gravissimo”.

Vedremo ora se da premier Renzi compirà l’ “errore gravissimo” di non cogliere “il fatto storico” di “due milioni di persone in piazza”.

Stavolta infatti non solo sta dall’altra parte, ma è addirittura lui il promotore di una legge peggiore di quella del 2007. Come sia avvenuta una tale metamorfosi non si sa, ma appare evidente che per il potere Renzi è pronto a tutto.

Ieri al Circo Massimo i tre applausi più forti si sono sentiti quando una signora slovena ha raccontato come là hanno vinto il referendum per la famiglia.

Il primo applauso è scattato quando ha detto che il presidente che si era opposto ha poi perso le elezioni, il secondo quando ha detto che il premier aveva perso il posto e un vero boato si è alzato quando ha concluso: “Renzi ricordatelo”.

Renzi ha tradito le aspettative, anche quelle del popolo cattolico, per compiacere il “pensiero unico” internazionale. Quello che Benedetto XVI definiva “la dittatura del relativismo”.

ITALIA ALL’AVANGUARDIA

Ieri uno striscione ricordava proprio questa espressione. Da oggi l’Italia potrebbe essere l’avanguardia di una novità politica in Occidente.

Non a caso, infatti, contro questo “pensiero unico” imposto ai popoli, in barba alle convinzioni della maggioranza, si stanno schierando proprio i popoli dell’Est europeo, che già hanno sperimentato il totalitarismo comunista e non hanno intenzione di subire una tale “colonizzazione ideologica”.

IL CASO BERGOGLIO

E’ un’espressione di papa Francesco di cui purtroppo ieri è stata evidentissima l’assenza e palpabile la freddezza. E’ stato ricordato e di certo sarebbe stato accolto con immensa gioia un suo segnale, ma lui non ha inviato nemmeno un saluto al Family day e nel discorso dell’udienza del mattino non ha fatto cenno al popolo cristiano radunato all’altro capo della città.

Non ha nemmeno trovato il tempo per una di quelle telefonate che riserva, in abbondanza, all’amico fraterno Scalfari o perfino a Pannella.

E’ imbarazzante che un papa così loquace, che parla con tutti, taccia ostinatamente su un tema che i suoi predecessori hanno definito vitale, un tema che incendia il parlamento e mobilita così tanto il popolo cattolico.

Lui parlò perfino al Centro sociale Leoncavallo, ma allle famiglie del Family day no. Del resto i naturali punti di riferimento ieri, al Circo Massimo, sono stati Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

Dal Vaticano di Bergoglio hanno fatto di tutto perché il Family day si sgonfiasse, ma sono riusciti solo a “imbavagliare” Kiko Arguello.

Perché un così assurdo boicottaggio? Non solo a protezione del governo Renzi, ma anche perché questo evento mostra dove batte veramente il cuore del popolo cristiano, mostra il suo “sensus fidei” che è stato smarrito dai pastori vaticani.

Questa è la vera “sorpresa dello Spirito Santo”, non le tesi eterodosse che Kasper e Bergoglio hanno provato a far passare al Sinodo.

E questo evento è l’ennesima bocciatura del braccio destro di Bergoglio, mons. Galantino.

Molti militanti cattolici in questi mesi nelle piazze si sono presi insulti e sputi e spesso il dileggio dei media. Dov’erano i pastori? E i politici cattolici?

ALFANO E CARRON

Il ministro dell’Interno Alfano è quello che avrebbe il potere di far saltare il Ddl Cirinnà: gli basterebbe minacciare (e poi eventualmente fare) la crisi di governo. Ma può Alfano lasciare le sue poltrone (e quelle che proprio nelle ultime ore Renzi ha assegnato al Ncd) per una questione ideale? C’è qualcosa che valga più del potere per questi politici?

Sembra di no. Anche se le poltrone sono comunque transitore e Alfano, se non risponde alla piazza di ieri, decreta la fine politica del Ncd.

Per uno straordinario colpo di fortuna il Ncd, che non ha né identità, né linea politica, né un programma, né un popolo, avrebbe di colpo la possibilità di trovarsi fra le mani tutto questo enorme patrimonio politico. Ma se è impossibile che privilegi gli ideali sulle poltrone è anche improbabile che Alfano si metta a far seriamente politica. Vedremo, ma tutto fa pensare che si faccia bastare le poltrone del momento.

Il Family day oceanico di ieri però sarà un terremoto anche nel mondo cattolico, dove “el pueblo”, con la sua passione civile e religiosa, ha trascinato o sfiduciato le leadership.

Il caso più clamoroso è quello di CL, con buona parte del movimento che è andata al Circo Massimo (c’era pure lo striscione), mentre don Carron è rimasto isolato nella sua equidistanza tra Family day e Pannella. Da oggi nulla sarà più come prima.

 

Antonio Socci

Da “Libero”, 31 gennaio 2016

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Sunday 31 January 2016 00:21

UN RETROSCENA SCONCERTANTE. POSSIBILE CHE IN VATICANO OGGI SI ARRIVI FINO A QUESTO PUNTO?

Com’è noto non sono tra i tifosi di papa Bergoglio, tuttavia, per inguaribile speranza, non smetto mai di aspettarmi qualche bella sorpresa che smentisca la mia opinione negativa. Puntualmente deluso.

Sabato mattina, ragionando con amici, dicevo: se non per paternità, se non per condivisione degli ideali, quantomeno per furbizia politica (che a Bergoglio non manca) mi aspetto che il papa dia almeno un segnale.

In fondo a questo popolo di persone buone e brave sarebbe bastato un piccolo messaggio e lo avrebbero osannato e riempito di applausi filiali.

Se penso che Bergoglio ha addirittura parlato al Centro sociale Leoncavallo e ha benedetto quei militanti politici invitandoli a continuare la lotta (  vedi qui ), pensavo che potesse rivolgere almeno un saluto o una benedizione al popolo del Family day, che in fondo sarebbe il suo popolo cattolico.

Non dico parlare direttamente, di persona, come fece con i centri sociali, ma almeno due righe scritte di saluto. Se non altro per non far trasparire una propria eventuale ostilità, che sarebbe obiettivamente imbarazzante e disdicevole.

Niente da fare. Il giorno 30 gennaio l’Osservatore romano è uscito senza avere in prima pagina nemmeno una riga sul Family day.

Al mattino Bergoglio ha fatto l’udienza giubilare senza il minimo accenno a quell’immenso popolo cristiano che si stava radunando al Circo Massimo.

Nessun biglietto scritto di saluti e, durante la manifestazione, non ha fatto nemmeno una di quelle telefonate che abitualmente fa all’amico Scalfari e perfino a Pannella.

Ci siamo chiesti con gli amici: possibile che un papa abbia una tale ostilità verso le famiglie cattoliche che, con tanti sacrifici, testimoniano la verità, da non saperla nemmeno nascondere?

Forse sarà risentito perché la Chiesa italiana – che lui ha trattato per tre anni a pesci in faccia – manifesta questa grande vivacità popolare che certo non hanno le chiese che applicano le sue teorie. Sarà indispettito perché un simile Family day polverizza il suo discorso di rimprovero alla Chiesa italiana tenuto a Firenze.

Ma possibile che non riesca neanche a dissimulare il rancore, verso dei figli fedeli che spesso danno prova di vero eroismo nella vita quotidiana e che non aspetterebbero altro, da lui, che paternità?

Possibile che senta come un fastidio personale un evento che Giovanni Paolo II e Benedetto XVI avrebbero coperto di elogi e benedizioni? Come si può spiegare un simile comportamento? Perché così freddo e ostile?

Confesso che – pur avendo espresso tante critiche all’operato di Bergoglio – non ero mai arrivato a temere che egli potesse addirittura provare tanta ostilità per noi cattolici, fedeli al Magistero di sempre della Chiesa.

Lo dico con dolore e inquietudine. Ma questa precisa sensazione mi è venuta quando ho saputo un fatto, finora sconosciuto, che purtroppo permette di capire molte cose.

Com’è noto, nella Basilica di San Pietro ogni mattina si celebrano molte messe e sono tanti i gruppi che, prenotandosi, le fanno celebrare.

Dunque nei giorni scorsi un gruppo di persone che dovevano venire al Family day avevano prenotato una Messa alle 7 del sabato mattina. Tutto a posto, tutto normale, come sempre.

Ma all’ultimo momento  è arrivata una comunicazione sconcertante: annullate tutte le messe.

All’insistente richiesta di spiegazioni alla fine è stato risposto – a quanto mi riferiscono – che per coloro che partecipavano al “Family day” non era ritenuto opportuno celebrare messe…

Siamo dunque a questo punto. Credo che ogni commento sia inutile. Questo sarebbe il Vaticano oggi? Dov’è la paternità? Qual è mai quel padre cattolico che per punire i figli (rei di vivere la fede con coraggio e generosità) arriva a privarli della Messa?

Com’è possibile arrivare a consumare così sciocche e meschine vendette? Questa sarebbe l’epoca della “misericordia”?

C’è una cosa urgente da fare: pregare per coloro che oggi dovrebbero fare i pastori del gregge, per coloro che sarebbero “pastori”…

Pregare oggi più che mai. Pregare davvero con tutto il cuore per la nostra povera Chiesa.

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Antonio Socci

Saturday 30 January 2016

Notizie dal fronte orientale. A Creta il concilio panortodosso, mentre ad Atene…

Accordi e disaccordi tra le Chiese dell'ortodossia, alla vigilia del loro primo concilio dopo più di mille anni. E da Roma uno schiaffo alla Chiesa greca, con la nomina di un nuovo vescovo cattolico e latino

Friday 29 January 2016

RETROSCENA. ECCO COME IL DUO BERGOGLIO-GALANTINO STA CERCANDO DI SABOTARE IL FAMILY DAY

Scriveva Charles Péguy, grande convertito, che i veri eroi del nostro tempo non sono i rivoluzionari, le star, i capipopolo, i tribuni mediatici o i condottieri, ma sono le madri e i padri di famiglia.

E in Italia lo si vede in queste ore. E’ un popolo di padri, di madri e di figli, un popolo inerme e gioioso, che – facendo mille sacrifici (perché qui non ci sono i potenti sindacati a pagare i biglietti) – va a Roma a proprie spese contro il Ddl Cirinnà.

Va a Roma per ricordare che c’è una sola “famiglia” ed è “la società naturale fondata sul matrimonio”, cioè quella fra uomo e donna che è riconosciuta dalla Costituzione.

Ma anche per difendere la dignità delle donne dalla pratica dell’”utero in affitto” e per ricordare a tutti i diritti dei bambini che vengono prima di ogni altra cosa.

Non era mai accaduto che un’iniziativa di massa, come si annuncia essere il Family day di domani, partisse completamente dal basso, dalle famiglie, per riempire la “location” più grande d’Italia: il Circo Massimo di Roma. Senza nessuna organizzazione, senza nessun leader politico o sindacale.

HA TUTTI CONTRO

Oltretutto questo popolo ha contro di sé l’ostilità del governo Renzi, ha contro di sé il “bombardamento” dei media che impongono un “pensiero unico”, ma purtroppo ha pure l’ostilità del potere clericale che vive l’evento come un dito nell’occhio e vorrebbe evitare a se stesso e al governo Renzi un tale smacco.

Questo povero popolo cristiano, deriso e senza diritto di parola, un popolo generoso, spesso di famiglie con tanti figli, in molti casi aperte all’accoglienza dei più bisognosi, è cresciuto alla scuola di due grandi pontefici: Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

Tutti loro ricordano le parole di papa Wojtyla (“ci alzeremo in piedi, ogni volta che il valore della famiglia è minacciato…”), ricordano le promesse solenni che fecero a quel papa santo nella loro giovinezza. E si sono alzati in piedi.

In queste ore a migliaia stanno facendo duri sacrifici per essere presenti a Roma, domani. Ma qualcosa di imprevisto e molto spiacevole sta accadendo alle loro spalle.

Per “svuotare” di significato questo grandioso avvenimento e rendere inutili tutti i loro sacrifici. Perché in Vaticano non c’è più Giovanni Paolo II né Benedetto XVI.

IL CASO BERGOGLIO

C’è papa Bergoglio che non vuole scontri col potere, soprattutto su questi temi (la famiglia, la vita, i principi non negoziabili).

Lui stesso non avrebbe proferito parola sull’argomento. Però è stato travolto dalla sollevazione di questo popolo che il suo braccio destro, il Segretario della Cei Galantino, avrebbe voluto scongiurare, così come fu contrario al Family day del 20 giugno scorso.

Allora papa Bergoglio, politico astuto, capendo che ormai non poteva più fermare la valanga, giorni fa, per non esserne travolto, ha detto una frasetta striminzita: “non ci può essere confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione”.

Di per sé è una frase ambigua, che – a rigore – potrebbe sottoscrivere pure Renzi. Se Gesù nel Vangelo prescrisse che i suoi apostoli dovevano parlare chiaro (dire sì quando è sì; e dire no quando è no) perché “il di più viene dal Maligno” (Mt 5,37), va detto che anche in questo caso (e in molti altri) Bergoglio non ha affatto parlato “sì sì, no no”.

Tanto è vero che poi, il suo portavoce ufficioso, Eugenio Scalfari, nell’editoriale su “Repubblica” del 24 gennaio, si è precipitato a spiegare all’uditorio laicista, da cui Bergoglio vuole essere amato, che “papa Francesco non ha fatto nessun passo indietro” e “sullo scontro di piazza, tra organizzatori del Family Day e associazioni laiche, non interviene”.

Però nel mondo cattolico hanno fatto passare l’idea che fosse un avallo implicito al Family day.

Così l’astuzia politica del papa gesuita ha ottenuto due cose: se il Family day sarà un grande successo, non verrà considerato un “voto di sfiducia” a lui, ma anzi un evento che porta il suo avallo. Se la manifestazione dovesse essere meno affollata del previsto la sconfitta sarebbe del card. Bagnasco e dei sostenitori dello “scontro” che sarebbero rei di aver portato la Chiesa al flop.

Nel frattempo la platea laicista, che sempre si spella le mani ad applaudire Bergoglio, è stata autorevolmente avvertita da Scalfari che il papa non ha nulla a che vedere con quegli “integralisti” che scendono in piazza ed anzi è l’unico che può ridimensionarli e metterli a tacere.

IMBAVAGLIATORI

In effetti, nel frattempo, Bergoglio si è mosso pesantemente sul card. Bagnasco per bagnare le polveri del Family day, in modo che non sia una sconfessione del suo fedele Galantino (già “bocciato” dal popolo il 20 giugno scorso) e non sia un siluro sul governo Renzi che ha il “placet” del Vaticano bergogliano.

Perché una forte incidenza dei cattolici nella vita pubblica di fatto sarebbe una sconfessione della sua stessa linea “argentina” che punta a ridurre i cattolici all’insignificanza e a renderli subalterni alle correnti del “politically correct”.

Il card. Bagnasco, che di per sé sarebbe in continuità col magistero di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, si è trovato così nella tenaglia. Infatti, nella sua prolusione all’Assemblea della Cei, ha sostenuto la battaglia per la famiglia, ma ha dovuto evitare qualsiasi accenno al Family day.

Inoltre ha ricordato la “Gaudium et spes”, dove si attribuisce ai laici cattolici la responsabilità della presenza nella vita pubblica, però poi, di fatto, la Cei sta cercando di imporre al Comitato promotore del Family day la sua linea per trasformarlo in un “Family Cei”.

Così diventerebbe molto più digeribile anche al governo, cioè al partito del “Family gay”.

BEFFA CLERICALE

Come stanno cercando di disinnescare il Family day? Anzitutto evitando che da quel palco si “bombardi” il DDL Cirinnà. Si vuol ridurre tutto a una sagra di belle famiglie innocue che non danno fastidio a nessuno.

Quindi tutti coloro che parlarono il 20 giugno, le voci più forti contro la Cirinnà (Adinolfi, Amato Costanza Miriano), saranno ridotti a semplici saluti. E soprattutto si vuole imbavagliare Kiko Arguello, il fondatore dei Neocatecumenali.

Qui il caso è veramente incredibile. Kiko è un vero uomo di Dio, benvoluto da Wojtyla e Ratzinger, e arde della passione per la verità.

Kiko ha dietro di sé un vero e grande popolo e si deve soprattutto a lui se la piazza del 20 giugno era piena. Solo che quel 20 giugno Kiko dal palco si permise una battuta ironica su mons. Galantino (che al Family day si era opposto).

Così nei palazzi vaticani oggi hanno posto il veto sul suo nome. Per punirlo. E’ la vendetta clericale.

Solo che il card, Bagnasco aveva telefonato a Kiko per chiedergli di “riempire” il Family day, perché solo lui poteva mobilitare un oceano di famiglie.

Ora che Kiko ha mobilitato tutti i suoi si pretende di imporgli il silenzio. Con buona pace di tutte le chiacchiere bergogliane sulla responsabilità dei laici e sui laici che non devono star dietro ai vescovi-pesci-pilota.

L’unica speranza è che sia il popolo stesso al Circo Massimo a chiamare Kiko a gran voce su quel palco. Perché è un’ingiustizia odiosa questa umiliazione che il potere clericale impone al popolo cristiano.

Del resto già il popolo ciellino in parte si sta ribellando al proclama galantiniano di don Carron, che – dalle colonne del Corriere della sera – è stato di fatto equidistante tra il Family day e il Family gay.

Se il popolo cristiano, che è il grande protagonista di questa storia e che fa così tanta paura ai palazzi del potere, subirà questo sopruso clericale, c’è il rischio che i suoi sacrifici siano stati inutili e che tutte queste famiglie si sentano alla fine prese in giro.

Per capire l’assurdità della situazione basti un dettaglio: se aprite il sito ufficiale del Family day (“Difendiamo i nostri figli”) non trovate la scritta “No alla Cirinnà”.

Questa è la linea dei palazzi vaticani. Rendere tutto una inutile scampagnata. La vittoria della Cirinnà sarà così l’ennesimo, disastroso effetto Bergoglio.

 

 

Antonio Socci

Da “Libero”, 29 gennaio 2016

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Friday 29 January 2016 09:25

Uteri in affitto e dignità della donna

Cari amici, nell’augurarvi in ritardo un buon 2016, mi scuso per l’assenza, determinata anche dalle tante presentazioni del nuovo libro. Oggi solo poche righe per dire che mi stupisce sentir parlare dell’utero in affitto come se si trattasse di una conquista di civiltà. Mi è accaduto l’altro giorno, mentre partecipavo a una trasmissione televisiva: il fatto che una coppia omosessuale avesse fatto nascere così i bambini poi da loro adottati è stato considerato come qualcosa di normale. Non dimentichiamo peraltro che si tratta di una pratica usata anche da coppie eterosessuali.

Ci sono donne che vengono pagate (e se lo fanno significa che hanno bisogno di soldi) per portare in grembo e far crescere un figlio per nove mesi, fino alla nascita, quando il piccolo o la piccola sarà consegnata a coloro che hanno commissionato il figlio. Non giudico qui i sentimenti delle persone, il desiderio di paternità e maternità, la voglia di donare affetto, etc. etc. Guardo alla questione dal punto di vista della dignità della donna, che viene svilita.

E non mi sembra di vedere differenze tra questi casi e quelli di coloro che si vendono un rene al mercato nero per sopravvivere. Anzi, sì, ci sono differenze: perché nel caso dell’utero in affitto (come se si trattasse di un monolocale disponibile a prezzi di mercato) è implicato anche un nuovo essere umano.

Non è un esempio di colonizzazione ideologica e di sfruttamento dei poveri da parte dei ricchi?

Thursday 28 January 2016

IL MIO NUOVO LIBRO. PER CAPIRE I GIORNI CHE STIAMO VIVENDO

Questo libro nasce da una «scoperta» per me davvero scioccante: in duemila anni di storia della Chiesa, mai, veramente mai, si è avuta una tale concentrazione di apparizioni mariane e una tale concentrazione di profezie che – tutte convergenti, le une e le altre – indicano il nostro tempo come un tempo di svolta quasi apocalittica.

Non è mai accaduto prima. Inoltre si tratta di un avvertimento profetico che trova conferma nel magistero della Chiesa.

Le apparizioni mariane a cui mi riferisco iniziano a Parigi nel 1830, in Rue du Bac, e arrivano a quelle di Kibeho, in Ruanda, pochi anni fa. Parlo quindi di casi il cui carattere soprannaturale è stato riconosciuto dalla Chiesa cattolica. E così pure i mistici che cito sono esclusivamente mistici cattolici, spesso già beati o santi (non ovviamente sedicenti veggenti di oggi o di ieri).

Infine – come ho detto – è il magistero stesso della Chiesa che dà clamorose conferme sui tempi che viviamo. I grandi papi del Novecento hanno avuto consapevolezza di ciò che stava accadendo e di ciò che ci aspettava. E ci hanno avvertito.

Già il venerabile Pio XII affermava nel 1951:

“Oggi quasi tutta l’umanità va rapidamente dividendosi in due schiere opposte, con Cristo o contro Cristo. Il genere umano al presente attraversa una formidabile crisi che si risolverà in salvezza con Cristo o in funestissime rovine”.

E il beato Paolo VI , nel 1967, proprio a Fatima, nel corso del pellegrinaggio al santuario portoghese, pronunciò queste parole:

“Noi diciamo: ‘il mondo è in pericolo’. Perciò noi siamo venuti ai piedi della Regina della Pace a domandarle come dono, che solo Dio può dare, la pace. […] Uomini, pensate alla gravità e alla grandezza di quest’ora, che può essere decisiva per la storia della presente e della futura generazione”.

Poi, lo stesso Paolo VI, nel 1977, verso la fine del suo pontificato, confidò all’amico Jean Guitton:

“C’è un grande turbamento in questo momento nel mondo e nella Chiesa, e ciò che è in questione è la fede. Capita ora che mi ripeta la frase oscura di Gesù nel Vangelo di san Luca: «Quando il Figlio dell’uomo tornerà, troverà ancora la fede sopra la terra?». […] Rileggo talvolta il Vangelo della fine dei tempi e constato che in questo momento emergono alcuni segni di questa fine. Siamo prossimi alla fine? Questo non lo sapremo mai. Occorre tenersi sempre pronti, ma tutto può durare ancora molto a lungo. Ciò che mi colpisce quando considero il mondo cattolico, è che all’interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non-cattolico, e può avvenire che questo pensiero non cattolico all’interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia”.

E san Karol Wojtyla, alla vigilia del suo pontificato:

“Ci troviamo oggi di fronte al più grande combattimento che l’umanità abbia mai visto. Non penso che la comunità cristiana l’abbia compreso totalmente. Siamo oggi davanti alla lotta finale tra la Chiesa e l’Anti-Chiesa, tra il Vangelo e l’Anti-Vangelo”.

Infine Benedetto XVI, parlando al corpo diplomatico, nel 2010, disse:

“Il nostro futuro e il destino del nostro pianeta sono in pericolo”.

Da dove nasce questo concorde giudizio del magistero sul tempo che stiamo vivendo?

Certamente dalla lettura dei segni dei tempi alla luce della fede: è un discernimento – il loro – particolarmente acuto perché illuminato dallo Spirito Santo, sia per il fatto che si tratta di pontefici, sia perché sono tutti uomini di grande spiritualità la cui santità è stata solennemente riconosciuta (o è in via di riconoscimento) dalla Chiesa.

Sicuramente questa profetica lettura della realtà viene anche dalle rivelazioni private dei mistici e dalle moderne apparizioni della Madonna, di cui nessuno di loro fu ignaro (anche se sappiamo che tali messaggi vanno considerati con prudenza e senza fanatismi).

Ma proviene anche dalla stessa rivelazione pubblica delle Sacre Scritture e dall’insegnamento dei padri. C’è infatti una profezia, assolutamente certa, che va creduta per fede, quindi superiore alle rivelazioni pri- vate (che possono anche essere dubbie o errate), perché è basata sulla Bibbia.

Si può leggere infatti nello stesso Catechismo della Chiesa Cattolica voluto da Giovanni Paolo II e dal cardinal Ratzinger, in attuazione del Concilio Vaticano II, quindi fa parte della dottrina cattolica. Ecco cosa insegna il Catechismo al numero 675:

“Prima della venuta di Cristo, la Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti. La persecuzione che accompagna il suo pellegrinaggio sulla terra svelerà il «Mistero di iniquità» sotto la forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità. La massima impostura religiosa è quella dell’Anti-Cristo, cioè di uno pseudo-messianismo in cui l’uomo glorifica se stesso al posto di Dio e del suo Messia venuto nella carne.”

È importantissimo questo passo del Catechismo perché mostra – con certezza – che la Chiesa non è incamminata verso un trionfo terreno, ma verso questo suo Getsemani, verso il suo venerdì santo, verso l’eclissi del sabato santo.

Anche il mondo vivrà questo oscuramento della verità nel segno della tragedia. Sarà una prova terribile. Ma siamo stati avvertiti potentemente.

Su questo cerco di riflettere, nella Seconda parte di questo libro, con una lettera aperta a papa Francesco il quale ci ha ripetutamente avvertiti che oggi noi siamo entrati in una sorta di «Terza guerra mondiale».

Quelli che viviamo sono tempi dolorosi, ma anche gloriosi. In cui siamo chiamati a riconoscere Cristo, che è la verità e l’unica salvezza, e a testimoniarlo. E forse, come per Ninive, ascoltare i profeti e convertirsi potrebbe ancora salvare la città dalla sua rovina.

Da Antonio Socci, La profezia finale (Lettera a papa Francesco sulla Chiesa in tempo di guerra), pp. 232, 18 euro, Rizzoli

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Tuesday 26 January 2016

Francesco e Kirill insieme, sotto il cielo dei tropici

Il papa in Messico, il patriarca russo a Cuba. Entrambi in visita in quei paesi a metà febbraio. Pronti a sorprendere il mondo, incontrandosi

Saturday 23 January 2016

IL POPOLO DEL FAMILY DAY TRAVOLGE ANCHE BERGOGLIO E LO “COSTRINGE” A DARE UN APPOGGIO (A MALINCUORE) A BAGNASCO E ALLA MANIFESTAZIONE DEL 30 GENNAIO (MA – CONOSCENDO BERGOGLIO – POTREBBE RIMANGIARSI TUTTO)

“E’ accaduto una piccolo miracolo, speriamo duri…”. Così, nel popolo cattolico più ortodosso, si commenta il sorprendente intervento di ieri di papa Bergoglio. Anche se si temono gelate che smentiscano l’improvvisa primavera.

Infatti la frase di ieri del pontefice – “non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione” – per di più in un discorso solenne alla Rota romana, cade proprio nel mezzo alla discussione parlamentare sulle unioni civili.

Colpisce anche la vicinanza di quell’argomento papale ai dubbi di costituzionalità delle legge che – a quanto pare – hanno trovato orecchie attente al Quirinale.

Quindi il pronunciamento di ieri è considerato, in qualche modo, un inaspettato siluro pontificio contro la legge sulle unioni gay.

Per Giovanni Paolo II o per Benedetto XVI (e qualunque altro papa) sarebbe stato più che normale, ma per papa Francesco no. Oltretutto nella Chiesa italiana si stanno scontrando due linee contrapposte, quella incarnata dal presidente della Cei card. Angelo Bagnasco (in continuità con i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI) e quella capeggiata dal Segretario mons. Nunzio Galantino che fa il bello e il cattivo tempo perché considerato come il fiduciario di Bergoglio.

I segnali che arrivavano fino a ieri dal Vaticano erano avversi al card. Bagnasco: si è parlato perfino di un’udienza col papa che è stata annullata. Ma ora l’esternazione di Bergoglio pare rovesciare gli equilibri. Non tanto per le parole in sé, quando per il momento scelto.

E’ noto infatti che questo papa sui cosiddetti “principi non negoziabili” parla sempre fuori tempo, cioè quando non c’è uno scontro in atto. E’ una scelta politica precisa che mira a escludere la Chiesa dalla controversia e quindi da un’incidenza diretta nel dibattito pubblico.

Invece stavolta – e per la prima volta – l’intervento cade proprio nel momento giusto e suona come appoggio ai cattolici che s’impegnano nella difesa della famiglia.

Difficile dire che sviluppi avrà, ma – se non ci saranno inversioni di rotta – il cardinale Bagnasco alla riunione della Cei avrà la strada spianata nell’appoggio al Family day del 30 gennaio prossimo.

Qual è la causa di una così sorprendente “svolta” di Bergoglio?

COSA C’E’ DIETRO?

Molti cattolici pensano che il “miracolo” sia stato propiziato da una vera e propria valanga di preghiere che è partita da centinaia di monasteri di clausura e dall’iniziativa “Un’ora di guardia”.

Anche perché questa autentica “arma segreta” (la preghiera) aveva già avuto un successo clamoroso ai due Sinodi sulla famiglia del 2014 e del 2015, dove la linea Kasper-Bergoglio è stata sorprendentemente messa in minoranza.

Probabilmente però c’è anche dell’altro: il calcolo. Si sa che il papa gesuita è un politico calcolatore, molto scaltro. La vicenda del Family day è un terremoto in corso che ha preso tutti di sorpresa. La sollevazione del popolo cristiano è cresciuta e si è ingigantita spontaneamente dal basso, dalle famiglie stesse.

Pur senza strutture organizzative e senza veri leader (i nomi che fanno da punti di riferimento organizzativo non  sono rappresentativi, solo Costanza Miriano è nota),  si è assistito a un fenomeno incontenibile che, dopo aver riempito – il 20 giugno scorso – Piazza San Giovanni, a Roma, adesso punta addirittura a riempire il Circo Massimo. Un obiettivo pazzesco.

Tutti gli addetti ai lavori sanno che nessuno in Italia è in grado di riempire né la prima, né – a maggior ragione – la seconda “piazza”. Solo la Cgil e tutta la Sinistra dei tempi d’oro, ma solo ai tempi d’oro, riuscivano a farlo, con un colossale sforzo organizzativo e i mezzi di trasporto pagati. E per motivi molto importanti.

Che dal basso, senza nessuna organizzazione e senza leader, un popolo – a proprie spese! – si metta in marcia in nome della famiglia e dei figli, oltretutto in un freddo gennaio, conoscendo l’ostilità vaticana, e che questo popolo cresca di ora in ora, ha colto tutti di sorpresa. E ha travolto tutti.

Anzitutto i vescovi che timidamente, uno dopo l’altro, insieme a Bagnasco, adesso stanno dando l’adesione al Family day.

Ma il fenomeno deve aver fatto riflettere anche papa Bergoglio che – sensibile com’è al consenso e alle folle – non vuole rischiare di trovarsi “sfiduciato”, con Galantino, dal popolo cristiano che cammina sulla strada di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, in tacita opposizione alla sua linea.

Oltretutto si tratta di un popolo cristiano che nei giorni scorsi, per certi atteggiamenti della gerarchia, è arrivato fino a mettere in discussione l’opportunità di versare ancora l’otto per mille. Argomento a cui pure la Chiesa di Bergoglio è estremamente sensibile.

LE VERE SORPRESE DELLO SPIRITO

Quello che tutti – da Bergoglio ai vescovi – hanno sottovalutato finora, a mio avviso, è la traccia profondissima e indelebile che hanno lasciato nell’anima del nostro popolo fedele le figure e i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Memoria tenuta viva dalle pochissime voci che non hanno cambiato bandiera e non si sono arruolate alla corte bergogliana.

Il popolo cristiano si è sollevato contro la legge Cirinnà in modo così massiccio da indurre il papa gesuita, fine calcolatore politico, ad ascoltare piuttosto Bagnasco che Galantino.

E questo crea grossi problemi perfino a Renzi, che pensava di poter contare sul tacito consenso vaticano.

Anche perché, nei sondaggi, la grande maggioranza degli italiani (non solo dei cattolici) è contraria. Il resto il nostro Paese ha così gravi problemi che ingolfarsi nelle unioni civili sconcerta molti.

Oltretutto il “caso Renzi” pone anch’esso una questione cattolica: il premier infatti è notoriamente un credente e nel 2007 dette addirittura l’adesione al Family day.

Il fatto che oggi sia così cambiato da essere addirittura il principale promotore della legge sulle nuove unioni lo pone in esplicita e totale contrapposizione a pronunciamenti ufficiali della Chiesa che – sebbene risalgano a Giovanni Paolo II e Benedetto XVI – sono tuttora in vigore per i politici cattolici. Le conseguenze sono tutte da tirare.

E riguardano anche Alfano e i suoi che – di fatto – tenendo in piedi il governo, permettono a questa legge di passare.

L’ALTRA NOVITA’

Infine, nel discorso fatto ieri dal Papa alla Rota romana c’è anche un altro punto importante. Che corregge uno dei passi più ambigui del suo Motu proprio sugli annullamenti matrimoniali (peraltro di difficile applicazione), nel quale sembrava che la mancanza di una fede vissuta potesse essere evocata per “provare” un vizio nel consenso matrimoniale e quindi per aprire la strada all’annullamento da parte della Chiesa.

Ecco cos’ha detto ieri il papa:

“È bene ribadire con chiarezza che la qualità della fede non è condizione essenziale del consenso matrimoniale, che, secondo la dottrina di sempre, può essere minato solo a livello naturale (cfr CIC, can. 1055 § 1 e 2). Infatti, l’habitus fidei è infuso nel momento del Battesimo e continua ad avere influsso misterioso nell’anima, anche quando la fede non è stata sviluppata e psicologicamente sembra essere assente. Non è raro che i nubendi, spinti al vero matrimonio dall’instinctus naturae, nel momento della celebrazione abbiano una coscienza limitata della pienezza del progetto di Dio, e solamente dopo, nella vita di famiglia, scoprano tutto ciò che Dio Creatore e Redentore ha stabilito per loro. Le mancanze della formazione nella fede e anche l’errore circa l’unità, l’indissolubilità e la dignità sacramentale del matrimonio viziano il consenso matrimoniale soltanto se determinano la volontà (cfr CIC, can. 1099).

Proprio per questo gli errori che riguardano la sacramentalità del matrimonio devono essere valutati molto attentamente”.


Sembra una “correzione” del suo Motu proprio, che ne indica un’applicazione “restrittiva”. Evidentemente gli interventi critici (per esempio del card. Burke), hanno colpito nel segno. I critici sono più utili al Papa degli adulatori.

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Antonio Socci

Da “Libero”, 23 gennaio 2016

 

Ho voluto mettere, nella foto, una frase del card. Caffarra, per far capire cosa ci si aspetterebbe di sentir dire da un papa, ma ognuno dà quello che ha e in Caffarra c’è solo l’amore per la verità (“sia il vostro parlare sì sì, no no”), non c’è il calcolo opportunistico e l’ambiguità.

Ecco dunque le parole di Caffarra:

Affermare che omo ed etero sono coppie equivalenti, che per la società e per i figli non fa differenza, è negare un’evidenza che a doverla spiegare vien da piangere. Siamo giunti a un tale oscuramento della ragione, da pensare che siano le leggi a stabilire la verità delle cose”.

 

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Friday 22 January 2016

Quel "no" detto a Francesco dal rabbino capo di Roma

L'ha detto durante l'incontro col papa in sinagoga. Ed è il rifiuto di "discutere di teologia" con la Chiesa cattolica. Per il timore degli ebrei di veder offuscato ciò che li differenzia dai cristiani?

Wednesday 20 January 2016

In Vaticano c'è un "Sismografo" che provoca piccoli terremoti

L'ultimo incidente è su come Francesco interpreta e attua il Concilio Vaticano II. La "scuola di Bologna" canta vittoria. Ma due lettere del papa dicono l'opposto

Monday 18 January 2016

LA LEZIONE DELLA COMUNITA’ EBRAICA A PAPA BERGOGLIO

La visita di papa Bergoglio alla comunità ebraica di Roma è stata bella e significativa, ma ovviamente – per ragioni storiche – non poteva essere emozionante come le precedenti visite di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

L’intervento di Francesco è stato nel solco dei suoi predecessori, di cui ha anche ricordato qualche espressione.

Netta è stata la sua condanna “di ogni forma di antisemitismo” e la “condanna di ogni ingiuria, discriminazione e persecuzione che ne derivano”.

Sacrosante parole, ma a far uscire l’incontro da una certa ovvia ritualità ha provveduto l’appassionato e toccante intervento di Ruth Dureghello, Presidente della Comunità ebraica di Roma.

LE PAROLE DI RUTH

La quale, dando il benvenuto al papa, gli ha ricordato una sua significativa dichiarazione: “un cristiano non può essere antisemita”.

Ma soprattutto gli ha ricordato che, “incontrando poche settimane fa il Presidente del World Jewish Congress, (Francesco) ha detto che ‘attaccare gli ebrei è antisemitismo, ma anche un attacco deliberato a Israele è antisemitismo’ “.

Da tempo il mondo ebraico cerca di far capire questo concetto all’opinione pubblica e al mondo intellettuale, soprattutto europeo, che condanna con orrore la Shoah, ma, in molti casi, è pregiudizialmente o ideologicamente ostile a Israele.

Per questo la Dureghello ha sottolineato con grande impeto: riaffermo con forza che l’antisionismo è la forma più moderna di antisemitismo”.

Questa dichiarazione è ciò che più irrita una certa area filopalestinese o filoaraba o filoislamica della cultura e dell’opinione pubblica occidentale, la quale non riesce a liberarsi dagli schematismi dell’ideologia.

Papa Bergoglio è un calcolatore ed è sempre molto politico nel calibrare i tempi e le circostanze dei suoi interventi.

Non si sa se ripeterebbe davanti al grande pubblico le parole, molto significative, che rivolse al Presidente del World Jewish Congress.

Ma con la visita di ieri – grazie a Ruth Mereghello – sono diventate di fatto sue parole pubbliche ed ufficiali.

IMBARAZZO PAPALE

Ora bisognerà renderle compatibili con altre parole e altri gesti di papa Bergoglio, a partire da quelli compiuti durante la visita all’Autorità palestinese, quando andò in silenzioso pellegrinaggio polemico al muro costruito dagli israeliani per proteggersi dai continui attentati, un muro che effettivamente aveva messo fine alle stragi con esplosivi.

Anche se le violenze sono di nuovo riesplose in queste settimane che hanno visto attacchi ai civili ebrei con coltelli e auto.

Per questo la Presidente della comunità ebraica di Roma ha sottolineato che per realizzare davvero l’auspicio di pace che il papa ripeté durante la sua visita in Israele e nei territori palestinesi “dobbiamo ricordare che la pace non si conquista seminando il terrore con i coltelli in mano, non si conquista versando sangue nelle strade di Gerusalemme, di Tel Aviv, di Ytamar, di Beth Shemesh e di Sderot. Non si conquista scavando tunnel, non si conquista lanciando missili. Possiamo affrontare un processo di pace contando i morti del terrorismo? No. Tutti noi dobbiamo dire al terrorismo di fermarsi. Non solo al terrorismo di Madrid, di Londra, di Bruxelles e di Parigi, ma anche a quello che colpisce ormai tutti i giorni Israele. Il terrorismo non ha mai giustificazione”.

Parole che suonano implicitamente critiche di chi – di fronte a episodi di terrorismo – evoca spiegazioni economiche o presunte ingiustizie o altre ragioni improponibili. Ma sono anche parole che invitano a non fornire attenuanti assurde.

Inevitabilmente il pensiero va al 16 gennaio 2015, dopo la strage islamista di Parigi alla redazione di Charlie Hebdo, quando papa Francesco, interrogato sui limiti della libertà di espressione (in riferimento alle vignette satiriche sull’Islam) e della libertà di religione, aveva risposto: “Credo che tutti e due siano diritti umani fondamentali. Non si può uccidere in nome di Dio, questa è una aberrazione”, tuttavia bisogna usare la libertà di espressione “senza offendere. Perché è vero che non si può reagire violentemente. Ma se il dottor Gasbarri, che è un amico, dice una parolaccia contro mia mamma, si aspetta un pugno. Non si può provocare, non si può insultare la fede degli altri”.

Parole che furono pronunciate dal papa certamente con buone intenzioni, per richiamare tutti al rispetto degli altri, ma che rappresentano obiettivamente una gaffe.

Perché un papa non può teorizzare una risposta violenta (sia pure solo “un pugno”) a un’eventuale offesa verbale.

E poi perché quelle sue parole potevano essere scambiate (e di fatto lo furono da certi gruppi islamici) per una qualche giustificazione della reazioni violente. Che invece non hanno nessuna attenuante.

Del resto i terroristi non hanno bisogno di vignette o di “offese alla mamma” per considerare nemico e uccidere chi pensa o vive diversamente da loro o chi non si sottomette a loro.

La Dureghello, ancora rivolta al Papa, ha aggiunto: “La lezione dell’odio che porta solo morte è davanti agli occhi di tutti. Lo insegna la storia recente e quella meno recente. Lo ha visto Lei con i suoi occhi a Buenos Aires che ha conosciuto il terrore antisemita il 18 luglio del 1994: ottantacinque morti e oltre duecento feriti. Molti si chiedono se il terrorismo islamico colpirà mai Roma. Signori, Roma è già stata colpita. Un solo nome: Stefano Gaj Taché z.l, due anni, 9 ottobre 1982. L’odio che nasce dal razzismo e trova il suo fondamento nel pregiudizio o peggio usa le parole ed il nome di Dio per uccidere, merita sempre il nostro sdegno e la nostra fede una condanna”.

BASTA COL SILENZIO

A questo punto l’intervento della Presidente della comunità ebraica si è fatto ancor più sincero e drammatico:

“Papa Francesco, oggi abbiamo una grande responsabilità di fronte al mondo. Di fronte al sangue sparso dal terrore in Europa e in Medio Oriente, di fronte al sangue dei cristiani perseguitati e agli attentati perpetrati contro civili inermi anche all’interno dello stesso mondo arabo, di fronte agli orrendi crimini compiuti contro le donne. Non possiamo essere spettatori. Non possiamo restare indifferenti. Non possiamo cadere negli stessi errori del passato, fatto di silenzi assordanti e teste voltate. Uomini e donne che rimasero immobili davanti a vagoni stipati di ebrei spediti nei forni crematori”.

E’ un vero appello quello della Comunità ebraica romana, reso ancora più drammatico dalla concomitanza, proprio ieri, nelle stesse ore, di molti episodi di terrorismo in diversi Paesi.

Si tratta di capire se papa Francesco, che nei mesi scorsi è parso assai passivo, anche di fronte alla tragedia dei cristiani perseguitati e massacrati, è rimasto toccato da questo impetuoso discorso e se sarà indotto a riflettere, ad essere meno soft nei confronti del mondo islamico e anche nella difesa dei cristiani perseguitati e nella difesa di Israele costantemente sotto minaccia terroristica.

L’enormità della sfida in corso – che non può e non deve diventare uno scontro di civiltà – esigerebbe risposte forti ed elevate e leader capaci di guidare tutti gli interlocutori e i diversi popoli per strade nuove.

Giovanni Paolo II fu certamente un uomo così, come pure Benedetto XVI con il magistrale e profetico discorso di Ratisbona.

Probabilmente non è casuale che Ruth Dureghello abbia ricordato con particolare affetto Giovanni Paolo II ed Elio Toaff e abbia addirittura “chiamato” l’applauso per Benedetto XVI (“un caloroso saluto voglio indirizzarlo al papa Emerito Benedetto XVI”).

A papa Bergoglio è chiesto il coraggio di un cambiamento profondo: quello di preferire la verità al successo mediatico.

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Antonio Socci

Da “Libero”, 18 gennaio 2016

 

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Monday 04 January 2016

La missione alle genti a Fang (Thailandia) 2015

Il primo Blog dell’Anno 2016 comunica ai lettori una buone notizia. La missione alle genti continua, nuove popolazioni conoscono Gesù Cristo, sentono il gioioso stupore di amarlo, entrano nella Chiesa e si impegnano per farlo conoscere. Il racconto di padre Gianni Zimbaldi, mio coscritto del 1929, missionario prima in Birmania (1957-1966) e poi nel Nord Thailandia (dal 1972 ad oggi), semplice e denso di fatti, convince più di tanti ragionamenti. Spesso si sente dire che la missione alle genti è finita, è compito delle Chiese locali. Ebbene, non è così. La missione alle genti continua, non solo in Africa, ma in diversi paesi dell’Asia e Oceania anche con missionari stranieri (a volte con varie limitazioni), almeno come sperimentiamo noi del Pime in Bangladesh, India, Birmania, Hong Kong, Cina,Thailandia, Cambogia, Filippine, Giappone, Papua Nuova Guinea; ma anche in altri paesi asiatici. Buona lettura di questo gioioso lampo di luce dagli Atti degli Apostoli attuali, là dove la Chiesa nasce adesso. Piero Gheddo.
Caro padre Piero,
gli auguri per l’Anno nuovo 2016 mi offrono l’occasione per inviarti buone notizie del distretto missionario di Fang nel Nord Thailandia, da me fondato nel 1972 partendo da zero. Ora c’è il nuovo parroco, il milanese padre Marco Ribolini, 42 anni, in Thailandia dal 2004 e anche un vice-parroco nero, che viene dal Brasile, padre Lorenzo Braz de Oliveira, in Thilandia da quattro anni, incaricato di seguire i bambini/e nell’ostello di Fang. Io sono qui per aiutarli, la mia salute grazie a Dio è buona e riesco ancora a visitare i villaggi. Quando ho iniziato il ministero missionario fra i tribali animisti nella diocesi di Chiang Mai, i cristiani battezzati non arrivavano a 20.000. Ora sono più di 60.000 e ci sono 20.000 catecumeni che vivono nei villaggi cattolici e si preparano al battesimo. Allora c’era solo un sacerdote diocesano, ora i sacerdoti diocesani sono una trentina.
Il vescovo non solo è contento di noi, ma ci chiede di occuparci di altre zone. La diocesi di Chiang Mai comprende otto grandi province con una popolazione di 5.685.000. I cattolici sono 71.694, i sacerdoti diocesani solo 30, in un territorio forestale e montagnoso, vasto come Lombardia e Piemonte. Il vescovo accetta le congregazioni religiose che vogliono lavorare nella diocesi, i preti religiosi sono 67 (una trentina thailandesi). Il nostro distretto missionario di Fang sta preparando la divisione con la fondazione di un nuovo distretto a Ban Theut Thai. Stiamo costruendo le strutture necessarie, pregando il Signore per i benefattori che ci aiutano.
Come tutti gli anni, anche quest’anno nel distretto ci sono un centinaio di adulti che si preparano a ricevere il battesimo. Sono catecumeni che vivono in villaggi cattolici da alcuni anni, frequentano le funzioni religiose e chiedono di essere ammessi ai sacramenti. Li segue un catechista e quando sono pronti si battezzano. Grazie al Signore Gesù, abbiamo la consolazione di vedere la comunità cattolica crescere ogni anno. L’anno scorso, nella diocesi di Chiang Mai si sono amministrati più di mille battesimi di adulti, quasi tutti tribali animisti.
La missione ha due ostelli a Fang e a Ban Theut Thai (100 chilometri lontano da Fang) quest’anno abbiamo 170 ragazzi/e, che sono il futuro della comunità cristiana. Nell’ostello di Fang c’è padre Lorenzo de Oliveira e ci sono suore che lavorano, ma sono indiane e pachistane; a Ban Theut Thai (dove ci sarà il nuovo distretto missionario) non ci sono padri né suore. Diversi ex-alunni/e di questi ostelli ora sono capovillaggio, guidano il servizio religioso festivo nella cappella e si dimostrano responsabili nelle famiglie che si sono formate. La gente capisce l’importanza di una educazione civile e cristiana e mandano  i loro figli all’ostello, anche se questo richiede un sacrificio economico. Fra tanti bambini/e e ragazzini/e nella missione di Fang non ci si annoia mai e la vita scorre tra qualche contrattempo, ma anche con momenti piacevoli che vengono dalla voglia di vivere e dai sorrisi di questi bambini/e.
Lo scorso aprile, in un villaggio A kha è stata  benedetta una nuova cappella di legno rialzata, in modo che sotto c’è uno spazio libero da usare  per i raduni della gente. In un altro villaggio A kha in  giugno ho benedetto e celebrato la prima S. Messa in una nuova cappella, costruita in muratura e  nella quale possono sedersi comodamente più di 130 persone. Queste cappelle stabili sono volute dalla gente che, secondo le loro possibilità, si tassa per contribuire alle spese. Nei miei 43 anni a Fang il Signore mi ha aiutato a costruire cappelle stabili (in legno o in muratura) in 32 villaggi. L’esperienza mi insegna che le cappelle stabili rafforzano la fede dei cristiani, che sono orgogliosi di avere un luogo decente dove radunarsi per le funzioni religiose, per le istruzioni catechetiche o per altri incontri.
La settimana scorsa, da vari villaggi 48 uomini (catechisti responsabili del servizio liturgico nei villaggi) sono venuti per un incontro di due giorni. Sono il braccio destro del missionario: dirigono la preghiera festiva nelle cappelle e, quando ci sono ammalati, vanno a pregare nelle case. Essi mantengono viva la fede nei villaggi che il sacerdote può visitare soltanto ogni due, tre mesi.
Il 9 dicembre, in un villaggio A kha abbiamo festeggiato solennemente una ragazza A kha che ha fatto la sua professione religiosa. E’ la prima Suora di etnia A kha della Thailandia che dona la sua vita per servire il Signore. Per la festa sono intervenuti centinaia di cristiani per ringraziare il Signore per il dono fatto alla tribu’ A kha chiamando al suo servizio una della propria gente. Lo scorso giugno il vescovo di Chiang Mai aveva consacrato il primo sacerdote della Thailandia di etnia A kha. Questi eventi sono motivo di gioia per noi missionari perche’ la parola del Signore si radica fra queste popolazioni e, gradualmente, saranno in grado di continuare il ministero religioso da soli, senza l’aiuto di personale proveniente dall’estero.
L’aspetto più consolante delle conversioni di adulti è che questi nuovi battezzati (neofiti) entrano nella Chiesa con un grande amore a Gesù Cristo e il fuoco dello Spirito Santo nel cuore. Spontaneamente parlano di Gesù e trasmettono la fede in Cristo con l’esempio e il racconto di quanto è bello amare Gesù: se lo cerchi si fa trovare e se lo trovi, non lo lasci mai più, perché è bello rimanere con Lui.
Due mesi fa viene a trovarmi un capoillaggio pagano e mi dice: “Padre, tre famiglie cristiane dalla Birmania sono venute ad abitare nel nostro villaggio, non si uniscono alle nostre pratiche pagane, ma la domenica si radunano in una casa per la preghiera. La loro vita nel villaggio è un esempio per noi, e anche noi abbiamo deciso di farci cristiani. Per questo ti chiedo un catechista, perche’ anche noi possiamo conoscere l’insegnamento di Gesu”.
Un giovane orfano che avevo preso alla missione quand’era ragazzo, un giorno viene a dirmi che voleva tornare con la famiglia che si era formato al suo villaggio tra i suoi parenti ancora pagani. Io cercavo di dissuaderlo dicendogli che il villaggio è lontano, i parenti sono pagani e non sanno nulla di Gesu: “Se vai a vivere in un ambiente pagano, diventate pagani anche tu e i tuoi cari”. Ma lui ha voluto tornare. Un anno dopo tre uomini si presentano alla missione e mi dicono: “Quel ragazzo che tu hai educato nella missione è tornato fra noi con la sua famiglia e i suoi figli. Quel giovane parente è di esempio a tutti noi, è amico di tutti, sa perdonare le offese e quando ci sono ammalati o gente in difficoltà lui si impegna ad aiutarli. Nella sua casetta ha messo un’immagine sacra davanti alla quale prega con la sua famiglia e nelle conversazioni ci parla spesso di Gesù e dei cristiani. Abbiamo capito che l’insegnamento di Gesù ci aiuta ad essere buoni, per questo vogliamo diventare cristiani come lui, e ti chiediamo di inviare un catechista a vivere con noi”.
Giovanni Zimbaldi

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Monday 21 December 2015

Buon Natale ai naviganti

Buon Natale a tutti i naviganti!

La tenerezza di Dio che si è fatto carne per salvarci ha il volto di un Bambino, figlio di migranti poi diventati rifugiati. Un Bambino nato nella precarietà di una stalla, che guardiamo con stupore, lasciandoci guardare da Lui.

Per farlo sopravvivere alla violenza del re Erode, i suoi genitori sono stati costretti a cercare scampo in un altro Paese, che li ha accolti.

Grazie a Maria, per aver detto sì, abbandonandosi al disegno di Dio su di Lei

Grazie a Giuseppe per averle creduto, per aver custodito e fatto crescere il Bambino Gesù.

Grazie all’Egitto per aver permesso a questa famiglia di profughi di attraversare il confine e di essere accolti e salvati dalla violenza e dall’odio.

Grazie a tutti quelli che in questi giorni guardando stupiti il presepe e la piccola folla di pastori, barboni, accattoni, border line e povericristi ai quali per primi è stata annunciata la nascita del Salvatore, riconosceranno in tante famiglie in fuga, o bisognose, il riverbero della Natività di Betlemme.

Wednesday 16 December 2015

Francesco chiede ai giovani di diventare missionari

Nell’udienza generale dedicata al suo viaggio in Africa (2 dicembre), Papa Francesco ha ricordato l’incontro con una suora italiana a Bangui, di 81 anni con una bambina che la chiamava “nonna”. La suora infermiera e ostetrica è in Africa da quando aveva 24 anni. Francesco si commuove e dice: “E come questa suora, ci sono tante suore, tanti preti, tanti religiosi che bruciano la vita per annunciare Gesù Cristo. E’ bello vedere questo”.

Sempre parlando a braccio, aggiunge: “Io mi rivolgo ai giovani: se tu pensi a cosa vuoi fare della tua vita, questo è il momento di chiedere al Signore che ti faccia sentire la Sua volontà. Ma non escludere, per favore, questa possibilità di diventare missionario, per portare l’amore, l’umanità, la fede in altri Paesi. La fede si predica prima con la testimonianza e poi con la parola. Lentamente”.

In Uganda, nel ricordo dei Martiri ugandesi e di Paolo VI, il Papa dice: «Sarete miei testimoni» (At 1,8)…Avrete la forza dallo Spirito Santo», perché è lo Spirito che anima il cuore e le mani dei discepoli missionari”. Tutta la visita in Uganda si è svolta nel fervore della testimonianza animata dallo Spirito Santo.

L’appello del Papa per le vocazioni missionarie va ripreso. I missionari italiani fra i non cristiani e in America Latina (preti, fratelli, suore, volontari laici) sono ancora più di 10.000, ma rapidamente diminuiscono; li ho trovati nei paesi più difficili, come Somalia, Eritrea, Etiopia, Zimbabwe, Libia, Namibia, Ruanda, Burundi, Congo, Papua Nuova Guinea, Birmania, Pakistan, ecc. I vescovi locali lamentano la loro diminuzione e chiedono giovani rinforzi.

Com’è la vita missionaria? Ecco la mia personale esperienza. Quand’ero ancora nelle elementari, Gesù mi ha chiamato a seguirlo e io gli ho detto di sì. Mi fidavo di Gesù e oggi, a 86 anni e dopo 63 di sacerdozio e di missione, posso dire che ho avuto una vita serena, con tante fatiche, percoli, persecuzioni e sofferenze, ma una vita piena di entusiasmo e di gioia e non cesso di ringraziare Gesù che mi ha chiamato..

Felice perché? Perché il prete è “un altro Cristo”, rappresenta Cristo, di cui tutti i popoli e tutti gli uomini hanno bisogno. La nostra vocazione è il massimo di realizzazione che possiamo sperare dalla nostra piccola vita. Io sono vissuto e continuo a vivere con uno scopo forte e ben preciso: essere innamorato di Gesù e farlo conoscere e amare. So che Gesù mi ama, mi protegge, è sempre con me, non mi abbandona mai, mi guida, mi perdona, mi dà tutto il necessario e anche molto di più… “Il Signore è il mio pastore, dice il Salmo 26, non manco di nulla… Se cammino in una valle oscura non temo alcun male, perché tu sei con me, o Signore”.

Nelle mie visite alle missioni, ho incontrato tanti missionari felici di spendere la vita per far conoscere e amare Il Signore Gesù.
Ecco in breve il beato ClementeVismara (1897-1988), beatificato il 26 giugno 2011 in Piazza Duomo a Milano, che è l’icona della missione alle genti del secolo scorso. Sono andato a trovarlo in Birmania nel 1983, quando aveva 86 anni e mi parlava del futuro suo e della sua missione. Raccontava che aveva deciso di farsi missionario dopo aver partecipato alla prima guerra mondiale, guadagnandosi anche una medaglia al valor militare: “Sono vissuto tre anni sempre in trincea e ho visto tante di quelle carneficine, distruzioni, odio e violenze gratuite che mi sono convinto: solo per Dio vale la pena di spendere la vita. E mi son fatto missionario”.

Anche i giovani d’oggi sono in una situazione simile: la società italiana si sta autodistruggendo per la corruzione e le immoralità e ha perso le sue radici e la sua identità cristiana. Così è assediata da un islam giovane e guerriero che vuole convertirci a Dio e alla legge islamica (sharia) e ci minaccia da vicino.

Anche oggi solo per Dio vale la pena di spendere la vita. Il giovane cattolico deve chiedere al Signore Gesù: “Cosa debbo fare della mia vita?”. E se Gesù ti chiama, non dirgli di no. Ti ha promesso il cento per uno in questa vita e poi la vita eterna in Paradiso. Fidati di Lui.

Ho scritto la biografia del Beato Clemente (“Fatto per andare lontano”, Emi 2013). E’ un romanzo d’avventure, non inventate come quelle di Emilio Salgari e di tanti altri, ma tutte vere e autentiche, come hanno confermato più di cento testimoni della sua vita al Processo canonico di beatificazione.

Avventure umane affascinanti, non pochi lettori di “Fatto per andare lontano” mi hanno detto che chi incomincia a leggere questo libro, va poi avanti fino alla fine, anche per la curiosità di vedere come si svolge e va a finire la vita di questo sergente maggiore della prima guerra mondiale, che diventa “cacciatore di tigri e di anime”, vive e lavora per 65 anni fra un popolo tribale che sta uscendo dalla preistoria, in un ambiente forestale popolato da animali selvatici e da milioni di insetti, abitando per sei anni in un capannone di fango e paglia (quando pioveva doveva aprire l’ombrello sul suo giaciglio), molte notti passate all’addiaccio in foresta (col fuoco acceso per tener lontani gli animali selvatici), abituato a mangiare come i locali (riso con peperoncino, pesciolini di torrente, erbe e radici tritate e bollite), prigionia e dittature persecutorie, briganti di strada e contrabbandieri d’oppio (nel “Triangolo d’oro” dove si produce il 40% dell’oppio mondiale), febbre nera fulminante e lebbra… Ma la gioia nel cuore era grande e Gesù aiutava a superare tutte le dfficoltà.

Clemente visitava i villaggi pagani e prendeva bambini e bambine da portare in missione dove le suore li allevavano e li facevano studiare, con l’aiuto di vedove cacciate dai villaggi. Clemente si innamorava dei poveri, dei piccoli, dei diseredati, dei nullatenenti. Li portava tutti in missione, li faceva lavorare secondo le possibilità di ciascuno e dava loro una dignità nuova: mantenersi col proprio0 lavoro. Così è nata la Chiesa locale e Clemente ha fondato cinque nuove parrocchie partendo da zero, con decine di migliaia di cristiani e tutte le strutture necessarie, persino un ospedale tenuto dalle suore di Maria Bambina.

E’ morto a 91 anni “senza mai essere invecchiato” dicevano i confratelli; la gente lo chiamava “il prete che sorride sempre” e al funerale una marea di popolo, anche buddisti e musulmani, piangevano la sua morte; e al processo diocesano per la beatificazione parecchi hanno fatto giornate di cammino per venire a Kengtung a dare la propria testimonianza.

Il motto del beato è “Fare felici gli infelici”, che è anche il titolo del volume sulla personalità e la spiritualità di Clemente (EMI, 2014). La sua è una spiritualità schietta e semplice ma fortissima, basata su una verità nata dall’esperienza vissuta del Vangelo: “La vita è bella solo se la si dona”. Una vita tutta spesa per “fare felici gli infelici”.
Questo libro è dedicato ai giovani,
soprattutto quelli alla ricerca di un ideale per spendere bene la vita.

Buon Natale di Gesù a tutti dal vostro

Piero Gheddo

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Thursday 10 December 2015

San Pietro, Fiat Lux e le troppe bestie

Cari amici,
la sera dell’8 dicembre, festa dell’Immacolata e giorno di apertura della Porta Santa della Misericordia in San Pietro, sulla facciata della basilica vaticana sono stati proiettati filmati e fotografie scattate da grandi artisti dell’immagine, raffiguranti animali di ogni tipo e paesaggi. Lo spettacolo, offerto come forma di ringraziamento per l’enciclica «Laudato si’» di Francesco, era intitolato «Fiat Lux».

Una premessa, tanto per essere chiari: sono tra coloro che avrebbero fatto volentieri a meno di questo «grande evento» la sera dell’inizio di un Giubileo che non dovrebbe essere incentrato per l’appunto sui «grandi eventi» e sulla spettacolarizzazione. Non se ne sentiva il bisogno, per la giornata bastavano e avanzavano le parole del Papa e il gesto dell’apertura della Porta Santa.

Detto questo, sono rimasto però sorpreso (ma non troppo, in fondo) nel registrare le reazioni scandalizzate e apocalittiche di analisti e commentatori, inorriditi per la proiezione dissacrante che avrebbe trasformato in un trionfo del paganesimo animalista la grande facciata della basilica vaticana. «Fiat Lux» è stato definito una «baracconata» e un «osceno oltraggio» alla Madonna. C’è chi osservato «quanto siamo caduti in basso» e via di questo passo.

Quelle immagini proiettate ritraevano la natura, creazione di Dio. Siamo sicuri che la presenza di leoni, delfini, balene, api e farfalle sulla facciata di San Pietro sia stata una «dissacrazione»? Uno sguardo a ciò che è contenuto all’interno della basilica vaticana, cioè in uno spazio certamente più sacro rispetto alla sua facciata, avrebbe dovuto indurre a un po’ più di prudenza nei commenti di chi si è stracciato le vesti in questa occasione.

Dentro la basilica di San Pietro sono infatti raffigurate, con dovizia di particolari, ben 67 specie diverse di animali. Un primo conteggio lo fece in un mini-saggio un grande maestro del vaticanismo, Arcangelo Paglialunga, corrispondente dal Vaticano per i quotidiani «Il Gazzettino» e «Il Giornale di Brescia». Più recente è lo studio sistematico dello storico dell’arte Sandro Barbagallo, che lavora ai Musei Vaticani e ha pubblicato il libro «Gli animali nell’arte religiosa. La Basilica di San Pietro» (Libreria Editrice Vaticana, 240 pagine, 33 euro), corredato con molte immagini suggestive.

Ebbene, tra le 67 specie di animali figurano rappresentante in sculture, dipinti, mosaici e bassorilievi ben 500 api, 470 colombe, 100 draghi (sì, avete capito bene, proprio draghi, quelli preferiti dagli amanti del Fantasy e di Harry Potter). Ci sono leoni, aquile, farfalle, serpenti, elefanti, delfini, gatti, cani, coccodrilli, giaguari, balene, lucertole. Ci sono anche pipistrelli, e creature mitologiche come unicorni e sfingi. Per questo monsignor Giovanni Fallani, presidente della Commissione di Arte Sacra ai tempi di Giovanni XXIII, amava definire quello di San Pietro un vero e proprio «zoo sacro».

Ora, che a qualcuno possa non essere piaciuto lo spettacolo di luci e immagini sulla facciata perché giudicato inappropriato alla circostanza, è più che comprensibile e, come ho detto, condivido la perplessità. In ogni caso è vero che i giochi di luce non sono una novità per la basilica vaticana: si veda quanto accadde nel 1940, con il mondo in guerra, e San Pietro trasformata in un trionfo di luminarie.

Ed è vero che lo spettacolo non è mai stato del tutto escluso dalla grande piazza vaticana: qualche anno fa venne montato un tendone del circo in occasione di un pellegrinaggio dei circensi.

Quello che suona a mio avviso stonato, in molti commenti, è il ritenere dissacrante la proiezione di immagini di animali sulla facciata di San Pietro. Ne hanno mostrati comunque di meno di quelli che vi sono rappresentati all’interno, mai ritenuti dissacranti neanche ai tempi della Controriforma e tutt’oggi ospitati nel più grande «zoo sacro» della cristianità insieme alle statue di Gesù, della Madonna, dei grandi santi e dei papi (santi e meno santi).

Friday 04 December 2015

3. «Io manderei in Paradiso anche i peccatori»

Con Papa Francesco, fin dall’inizio la Misericordia di Dio è il tema centrale e fondamentale del suo Pontificato. Egli sa che l’Occidente cristiano si è allontanato dalla Chiesa e dalla vita cristiana e questo ha imbarbarito le nostre società e i nostri popoli ancora nominalmente cristiani (espressione massima di questa barbarie è la teoria del “gender”). E’ stato mandato dallo Spirito per riportarci tutti a Dio e a Cristo, accettando la misericordia e il perdono di Dio.

Francesco è un Papa missionario (ha un’esperienza pastorale come nelle missioni), ma parla poco della missione alle genti. Lui ha una visione globale dell’umanità ed è convinto che se l’Occidente ritorna a Cristo, solo così si evangelizza il mondo dei non cristiani. Ha affidato l’organizzazione dell’Anno della Misericordia di Dio al Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, che riguarda appunto i paesi e i popoli cristiani. Insomma, tutto il Pontificato di Francesco è impostato per riportare i cristiani a ritrovare le radici biblico-evangeliche della nostra civiltà, orientando la cultura e l’educazione di conseguenza. Come diceva Tony Blair in un discorso al Parlamento dell’Unione Europea all’inizio degli anni 2000: “L’Europa può superare le sue crisi solo ritornando al Vangelo, che ha fatto grande la nostra civiltà”.

Nel novembre 2014, parlando al Consiglio delle Conferenze episcopali europee, Francesco ha ricordato i mali che oggi feriscono l’Europa e la mettono in crisi, ma ha aggiunto che “l’Europa ha tante risorse per andare avanti…. E la risorsa più grande è la persona di Gesù. Europa, torna a Gesù! Questo è il lavoro dei pastori: predicare C missione: predicare Gesù Cristo, senza vergogna. Lui è disposto ad aprire le porte del suo cuore, perché Lui manifesta la sua onnipotenza soprattutto nella misericordia e nel perdono…All’Europa ferita soltanto Gesù Cristo può dire oggi una parola di salvezza”.

La fede di Papa Francesco è una fede “che sposta le montagne”. Lui sa che nulla è impossibile a Dio e crede davvero che l’Anno della Misericordia di Dio può iniziare un graduale ritorno dell’Europa, dell’Italia a Cristo. Crede nello Spirito Santo, “protagonista della missione”, ed è convinto che se la Chiesa e i fedeli si convertono veramente a Cristo, lo Spirito può fare cose straordinarie, miracolose, come in altri popoli dove nasce la Chiesa.

Parlo con un parroco d Vicenza che mi dice: “Tutti o quasi tutti ammirano e applaudono Papa Francesco, ma il suo appello alla conversione personale non ha ancora scosso e morsicato la carne viva dei nostri fedeli. Noi siamo i puri, andiamo in chiesa, la conversione riguarda i peccatori”.

Temo che questo appello di convertirci personalmente a Dio che perdona e al Vangelo che cì propone il modello della vita cristiana, non venga colto proprio da non pochi di noi, preti e cristiani “praticanti”. I mass media, in genere, leggono le parole e gli atti di Francesco in modo diciamo “laico”, dove non c’è posto per temi come peccato, conversione a Cristo, confessione delle proprie colpe; danno ai suoi atti un significato sociale-politico che non coglie il centro del pontificato di Francesco. Ci si chiede se egli è un conservatore o un progressista e non si capisce che questi termini non hanno senso nel giudicare il Papa. Francesco è un uomo peccatore, come tutti noi, innamorato di Gesù Cristo, perchè ha sperimentato nella sua vita la bontà e misericordia infinita del Padre. E chiama tutti a cambiare vita per diventare veri cristiani, cioè innamorati di Gesù e simili a Lui nella nostra vita.

Nella Lettera Apostolica ai Consacrati (21 novembre 2014) si legge: “La domanda che siamo chiamati a rivolgerci in questo Anno è se e come anche noi ci lasciamo interpellare dal Vangelo; e se esso è davvero il vademecum per la vita di ogni giorno e per le scelte che siamo chiamati ad operare. Esso è esigente e chiede di essere vissuto con radicalità e sincerità. Non basta leggerlo, non basta meditarlo, Gesù ci chiede di attuarlo, di vivere le sue parole”.

Lo spirito missionario dell’Anno della Misericordia è espresso bene in questo articolo del beato Clemente Vismara, che viveva visitando i suoi tribali nei loro poveri villaggi: per 65 anni con gli ultimi della terra (“la Chiesa in uscita”). Portava nella sua persona “l’odore delle pecore” (come vuole Papa Francesco) e aveva una visione paterna delle miserie umane e un cuore grande come il mondo. Clemente descrive un suo parrocchiano pagano (“un miserabile oppiomane”) e conclude in modo imprevisto,com’è imprevista la Misericordia di DIO, che arriva fin dove noi non possiamo nemmeno immaginare. Buona lettura, lasciamoci portare dall’onda calda di un missionario, scrittore da antologia letteraria, che viveva con gli ultimi della terra (su “Vogliamoci bene” marzo 1976).

UN MISERABILE OPPIOMANE

Tre mesi fa circa è morto e nello stesso giorno venne sepolto un uomo. E’ morto solo, come un cane nel bosco…. Scopo della sua vita, unico suo ideale era l’aver da fumare oppio; ottenuto quello si sdraiava sul suo duro giaciglio e dormiva. Tutto il resto passava in seconda linea; fossero la sua brava e buona moglie, i suoi tre figli piccplini. Un perfetto e miserabile oppiomane.

Da tutta la sua gente di tribù Ikò era ritenuto un invasato dagli spiriti cattivi; noi diremmo un indemoniato. La sua presenza nei villaggi faceva morire la gente. Nessun villaggio pagano osava dargli ospitalità; nessuno lo voleva, lo poteva ricevere. Ch’io sappia dovette cambiar villaggio cinque volte ed ogni volta gli fu bruciata la capanna.

Era ormai persuaso del suo infelice destino, non gli rimaneva altro che abitare tutto solo, con la famiglia nel bosco. Viveva alla giornata. I soldi, che più o meno onestamente poteva avere, li consumava in oppio; che fosse padre di famiglia e dovesse provvedere alla moglie ed ai figli, manco ci pensava. Alla moglie, che aveva 29 anni, sembrava che il sistema del marito fosse normale: “Lui è mio marito – diceva – tutto quello che ho è suo. Se ha voglia di fumare e non ha soldi – poveretto – perché non prendere i soldi che ho?”. Dei quattro o cinque figli che ebbe ne rimanevano tre, tutti maschi, otto, quattro e due anni. “I figli – diceva – li ha fatti la moglie e lei se li mantenga”.

Respinto da tutti i villaggi, sperò di risolvere il suo problema economico rifugiandosi dal prete (cioè dal padre Clemente, n.d.r)., che nei primi giorni lo aiutò a vivere. Ma i soldi andavano a finire nel botteghino dell’oppio. Era irrimediabile. “Vorrei non fumare, ma se non fumo muoio” – diceva al prete che lo consigliava si smettere.

In questo tempo avvenne pure che la moglie di Lophì desse alla luce un altro figlio. Solo la suora entrava nella sua capanna e vedendo la miseria della famiglia, regalò alla donna una scatola di latte condensato che costava kiats 9. Uscita la suora dalla capanna Lophì, presa la scatola, l’andò a vendere a kiats 5. In una seconda visita la suora regalò alla partoriente – non aveva nulla da mangiare – una gallina; il marito era uscito di casa. Cotta la gallina ai ferri, la donna coi tre figlioli mangiò mezza gallina e l’altra metà la ripose per consumarla il giorno seguente. Tornato il marito, manco a dirlo, si mangiò tutto solo la seconda metà.

Voi lo mandereste all’inferno un marito simile?

Io no, ma forse, dopo oltre mezzo secolo di servizio nel bosco, ho perso il senso, come dire, della…civiltà; non mi pare però di essere selvatico. Chi ha insegnato a vivere al povero Lophì? Quale istruzione ebbe? Quali beni, quali comodi ebbe in vita sua? Lophì è nato ed è morto, e resta detto tutto. Star male di qua e peggio nell’aldilà, ci par giusto? E via… siamo un po’ buoni, un po’ di felicità concediamola a tutti.

Attualmente, qui da noi non c’è pace: una guerriglia veramente debilitante; provare per credere! I rossi comunisti vogliono impossessarsi del nostro paese. Vogliono venir qui a mangiare il nostro riso. Perbacco! Non ne abbiamo a sufficienza per noi; un anno si un anno no soffriamo la fame, come possiamo regalarne a loro? I soldati birmani ci difendono, combattono per noi. Noi non abbiamo nessun mezzo di difesa, abbiamo solo le gambe per scappare. Giustamente i birmani vogliono che noi almeno li aiutiamo nel trasporto delle vettovaglie e delle munizioni. Per turno, ogni villaggio, su richiesta, per il trasporto in prima linea. La regione è montagnosa. I comunisti stanno solo sui monti, danno continua noia a quelli del piano facendo incursioni e minando le strade. Fanno delle vittime inutilmente e chi più ci rimette sono i poveri: chi ha mezzi si cerca un sostituto che vada in sua vece e paga salato. Ho sentito dire fino a kiats 400 per volta! Naturalmente, per Lophì questa era una buona occasione: con un viaggio di un giorno o due avrebbe avuto soldi per fumare un mese senza tanto lavorare. Il lavoro non gli era mai andato a genio, il pesante lavoro dei campi era tutto a carico della moglie. Nel ritorno da questo servizio di trasporto Lophì inciampò in una mina messa dai rossi nel mezzo della strada; ne riportò una larga ferita alla gamba sinistra, riuscì a tornare alla sua capanna, ma non essendoci medici o gente pratica di feriti non riuscì a fermare il sangue e dopo alcuni giorni morì dissanguato. Così mi raccontò la moglie.

Morto, lei lo avvolse nella coperta, la sola che aveva; legato con viticchi, come un salame e nello stesso giorno sepolto nel bosco poco lontano dalla sua capanna. Quando si dice che Lophì è nato e morto, è detto tutto e nessuno piangerà, manco la moglie.

I motivi per cui io lo lascerei entrare in Paradiso, sono almeno due:

1°) Lophì è morto per causa di servizio, ossia di dovere. Se i soldati birmani restassero senza munizioni avremmo i comunisti in casa e ci porterebbero via il nostro riso. Senza mangiare si muore. Noi abbiamo una bella Chiesa ove pregare e preghiamo tre volte al giorno, come mangiamo tre volte al giorno. Se questi comunisti scendessero dai monti, convertirebbero la nostra Chiesa in magazzino.

2°) Priva del marito la moglie, che si chiama Budô, chiese aiuto alla sua vecchia madre pagana, che abita in un villaggio poco lontano. La madre fece costruire per la figlia e prole una piccola capanna, ma i seniori del villaggio che conoscevano e ritenevano Lophì indemoniato, data poi la sua tragica fine, che stimavano una vendetta degli spiriti, pensarono che gli spiriti erano entrati nel corpo della moglie di Lophì, quindi non permisero che la povera donna entrasse nel loro villaggio.

Conclusione: se Lophì non moriva per causa di servizio, la moglie vivrebbe ancora nel bosco sola coi tre figli, non avrebbe altro che patir la fame, non sarebbe ricorsa al missionario, il cui ufficio è appunto quello di rendere felici gli infelici ed aprire il Paradiso ai pagani. Il primo figlio di otto anni è con me e va a scuola. Gli altri due piccolini stanno in convento con le suore. Han finito di patire poveretti, ma questi due hanno patito troppo. Fa loro male il ventre e piangono; speriamo si possano riavere. Il primo lavoro delle suore fu di fare un bel bagno con acqua calda ai due bambini; poi trovare per loro un vestito adatto e infine farli sedere a mangiare riso caldo con condimento.

La morte del solo Lophì ha donato la vita a quattro creature del buon Dio e chi ha salvato altri, salva se stesso. Anche lo stesso missionario per salvare se stesso deve salvare gli altri. Vi pare che il mio ragionamento corra bene? E via… siamo un po’ buoni, il nostro cuore non è un cuore da pagani: tutti desideriamo un po’ di felicità, se non di qua almeno nell’al di la.

Vivendo da oltre mezzo secolo coi più poveri, forse ho perso il senso della giustizia, forse io sono troppo ottimista. Io manderei in Paradiso anche i peccatori. Basterebbe che tentassero di compiere una piccola buona azione per entrare nel Regno di Dio. Ma dicevano gli antichi: dura lex, sed lex.

Orribil furono li peccati miei
ma la bontà infinita ha sì gran braccia
che prende chi si rivolge a lei.

Clemente Vismara

L'articolo 3. «Io manderei in Paradiso anche i peccatori» sembra essere il primo su Armagheddo.

Friday 04 December 2015 11:43

Stranieri e rifugiati nel presepe

Cari amici, torno a farmi sentire dopo un mese di assenza, densissimo di impegni e culminato con il viaggio in Africa del Papa. In questi ultimi giorni, il presepe e altri simboli del Natale sono al centro del dibattito politico, a motivo di qualche curiosa iniziativa in alcune scuole da parte di chi pensa che rispettare le altre fedi significhi rinunciare alle proprie tradizioni. È stato ben spiegato che ai musulmani, ad esempio, il presepe non dà alcun fastidio, anzi: essi venerano la nascita di Gesù. Il fatto di vederci arrendevoli rispetto a queste tradizioni contribuisce piuttosto ad accrescere il giudizio negativo da parte degli immigrati islamici.

Ma non è della polemica che volevo parlare, quanto piuttosto dei pensieri che mi ha suscitato la fotografia che ritrae un noto politico italiano con un presepe in mano, mentre partecipa a una manifestazione di protesta davanti a una scuola.

Ci sono alcuni aspetti che forse varrebbe la pena non dimenticare.

1) Le persone rappresentate nel presepe erano lontane dal loro paese di residenza, avevano avuto difficoltà a trovare un luogo adeguato dove sistemarsi e si erano alla fine accomodati in una stalla. Dunque erano temporaneamente dei senza tetto.

2) Tra i personaggi principali di quella rappresentazione ci sono i pastori, cioè l’equivalente all’epoca, degli «irregolari» di oggi: persone che vivano ai margini della società, erano tenuti alla larga, si pensava vivessero anche di furti. Insomma, l’esatto opposto degli integrati, delle persone perbene, dei notabili.

3) Nel presepe sono integrate, appartenendovi a pieno titolo, le figure di alcuni «stranieri», i magi.

4) I protagonisti della scena, Giuseppe, Maria e il bambino Gesù, si trasformano in emigrati e rifugiati: per scampare alla ferocia del re Erode, scappano in Egitto.

Ecco, mi è venuto da pensare: ma chi propugna la chiusura delle frontiere e propone di rispedire a casa i clandestini lo sa che se le regole che lui sognate fossero state in vigore duemila anni fa, il piccolo rifugiato Gesù sarebbe stato ucciso da Erode dopo aver trovato sbarrate le frontiere dell’Egitto?

Friday 04 December 2015 04:36

3. «Io manderei in Paradiso anche i peccatori»

Con Papa Francesco, fin dall’inizio la Misericordia di Dio è il tema centrale e fondamentale del suo Pontificato. Egli sa che l’Occidente cristiano si è allontanato dalla Chiesa e dalla vita cristiana e questo ha imbarbarito le nostre società e i nostri popoli ancora nominalmente cristiani (espressione massima di questa barbarie è la teoria del “gender”). E’ stato mandato dallo Spirito per riportarci tutti a Dio e a Cristo, accettando la misericordia e il perdono di Dio.

Francesco è un Papa missionario (ha un’esperienza pastorale come nelle missioni), ma parla poco della missione alle genti. Lui ha una visione globale dell’umanità ed è convinto che se l’Occidente ritorna a Cristo, solo così si evangelizza il mondo dei non cristiani. Ha affidato l’organizzazione dell’Anno della Misericordia di Dio al Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, che riguarda appunto i paesi e i popoli cristiani. Insomma, tutto il Pontificato di Francesco è impostato per riportare i cristiani a ritrovare le radici biblico-evangeliche della nostra civiltà, orientando la cultura e l’educazione di conseguenza. Come diceva Tony Blair in un discorso al Parlamento dell’Unione Europea all’inizio degli anni 2000: “L’Europa può superare le sue crisi solo ritornando al Vangelo, che ha fatto grande la nostra civiltà”.

Nel novembre 2014, parlando al Consiglio delle Conferenze episcopali europee, Francesco ha ricordato i mali che oggi feriscono l’Europa e la mettono in crisi, ma ha aggiunto che “l’Europa ha tante risorse per andare avanti…. E la risorsa più grande è la persona di Gesù. Europa, torna a Gesù! Questo è il lavoro dei pastori: predicare C missione: predicare Gesù Cristo, senza vergogna. Lui è disposto ad aprire le porte del suo cuore, perché Lui manifesta la sua onnipotenza soprattutto nella misericordia e nel perdono…All’Europa ferita soltanto Gesù Cristo può dire oggi una parola di salvezza”.

La fede di Papa Francesco è una fede “che sposta le montagne”. Lui sa che nulla è impossibile a Dio e crede davvero che l’Anno della Misericordia di Dio può iniziare un graduale ritorno dell’Europa, dell’Italia a Cristo. Crede nello Spirito Santo, “protagonista della missione”, ed è convinto che se la Chiesa e i fedeli si convertono veramente a Cristo, lo Spirito può fare cose straordinarie, miracolose, come in altri popoli dove nasce la Chiesa.

Parlo con un parroco d Vicenza che mi dice: “Tutti o quasi tutti ammirano e applaudono Papa Francesco, ma il suo appello alla conversione personale non ha ancora scosso e morsicato la carne viva dei nostri fedeli. Noi siamo i puri, andiamo in chiesa, la conversione riguarda i peccatori”.

Temo che questo appello di convertirci personalmente a Dio che perdona e al Vangelo che cì propone il modello della vita cristiana, non venga colto proprio da non pochi di noi, preti e cristiani “praticanti”. I mass media, in genere, leggono le parole e gli atti di Francesco in modo diciamo “laico”, dove non c’è posto per temi come peccato, conversione a Cristo, confessione delle proprie colpe; danno ai suoi atti un significato sociale-politico che non coglie il centro del pontificato di Francesco. Ci si chiede se egli è un conservatore o un progressista e non si capisce che questi termini non hanno senso nel giudicare il Papa. Francesco è un uomo peccatore, come tutti noi, innamorato di Gesù Cristo, perchè ha sperimentato nella sua vita la bontà e misericordia infinita del Padre. E chiama tutti a cambiare vita per diventare veri cristiani, cioè innamorati di Gesù e simili a Lui nella nostra vita.

Nella Lettera Apostolica ai Consacrati (21 novembre 2014) si legge: “La domanda che siamo chiamati a rivolgerci in questo Anno è se e come anche noi ci lasciamo interpellare dal Vangelo; e se esso è davvero il vademecum per la vita di ogni giorno e per le scelte che siamo chiamati ad operare. Esso è esigente e chiede di essere vissuto con radicalità e sincerità. Non basta leggerlo, non basta meditarlo, Gesù ci chiede di attuarlo, di vivere le sue parole”.

Lo spirito missionario dell’Anno della Misericordia è espresso bene in questo articolo del beato Clemente Vismara, che viveva visitando i suoi tribali nei loro poveri villaggi: per 65 anni con gli ultimi della terra (“la Chiesa in uscita”). Portava nella sua persona “l’odore delle pecore” (come vuole Papa Francesco) e aveva una visione paterna delle miserie umane e un cuore grande come il mondo. Clemente descrive un suo parrocchiano pagano (“un miserabile oppiomane”) e conclude in modo imprevisto,com’è imprevista la Misericordia di DIO, che arriva fin dove noi non possiamo nemmeno immaginare. Buona lettura, lasciamoci portare dall’onda calda di un missionario, scrittore da antologia letteraria, che viveva con gli ultimi della terra (su “Vogliamoci bene” marzo 1976).

UN MISERABILE OPPIOMANE

Tre mesi fa circa è morto e nello stesso giorno venne sepolto un uomo. E’ morto solo, come un cane nel bosco…. Scopo della sua vita, unico suo ideale era l’aver da fumare oppio; ottenuto quello si sdraiava sul suo duro giaciglio e dormiva. Tutto il resto passava in seconda linea; fossero la sua brava e buona moglie, i suoi tre figli piccplini. Un perfetto e miserabile oppiomane.

Da tutta la sua gente di tribù Ikò era ritenuto un invasato dagli spiriti cattivi; noi diremmo un indemoniato. La sua presenza nei villaggi faceva morire la gente. Nessun villaggio pagano osava dargli ospitalità; nessuno lo voleva, lo poteva ricevere. Ch’io sappia dovette cambiar villaggio cinque volte ed ogni volta gli fu bruciata la capanna.

Era ormai persuaso del suo infelice destino, non gli rimaneva altro che abitare tutto solo, con la famiglia nel bosco. Viveva alla giornata. I soldi, che più o meno onestamente poteva avere, li consumava in oppio; che fosse padre di famiglia e dovesse provvedere alla moglie ed ai figli, manco ci pensava. Alla moglie, che aveva 29 anni, sembrava che il sistema del marito fosse normale: “Lui è mio marito – diceva – tutto quello che ho è suo. Se ha voglia di fumare e non ha soldi – poveretto – perché non prendere i soldi che ho?”. Dei quattro o cinque figli che ebbe ne rimanevano tre, tutti maschi, otto, quattro e due anni. “I figli – diceva – li ha fatti la moglie e lei se li mantenga”.

Respinto da tutti i villaggi, sperò di risolvere il suo problema economico rifugiandosi dal prete (cioè dal padre Clemente, n.d.r)., che nei primi giorni lo aiutò a vivere. Ma i soldi andavano a finire nel botteghino dell’oppio. Era irrimediabile. “Vorrei non fumare, ma se non fumo muoio” – diceva al prete che lo consigliava si smettere.

In questo tempo avvenne pure che la moglie di Lophì desse alla luce un altro figlio. Solo la suora entrava nella sua capanna e vedendo la miseria della famiglia, regalò alla donna una scatola di latte condensato che costava kiats 9. Uscita la suora dalla capanna Lophì, presa la scatola, l’andò a vendere a kiats 5. In una seconda visita la suora regalò alla partoriente – non aveva nulla da mangiare – una gallina; il marito era uscito di casa. Cotta la gallina ai ferri, la donna coi tre figlioli mangiò mezza gallina e l’altra metà la ripose per consumarla il giorno seguente. Tornato il marito, manco a dirlo, si mangiò tutto solo la seconda metà.

Voi lo mandereste all’inferno un marito simile?

Io no, ma forse, dopo oltre mezzo secolo di servizio nel bosco, ho perso il senso, come dire, della…civiltà; non mi pare però di essere selvatico. Chi ha insegnato a vivere al povero Lophì? Quale istruzione ebbe? Quali beni, quali comodi ebbe in vita sua? Lophì è nato ed è morto, e resta detto tutto. Star male di qua e peggio nell’aldilà, ci par giusto? E via… siamo un po’ buoni, un po’ di felicità concediamola a tutti.

Attualmente, qui da noi non c’è pace: una guerriglia veramente debilitante; provare per credere! I rossi comunisti vogliono impossessarsi del nostro paese. Vogliono venir qui a mangiare il nostro riso. Perbacco! Non ne abbiamo a sufficienza per noi; un anno si un anno no soffriamo la fame, come possiamo regalarne a loro? I soldati birmani ci difendono, combattono per noi. Noi non abbiamo nessun mezzo di difesa, abbiamo solo le gambe per scappare. Giustamente i birmani vogliono che noi almeno li aiutiamo nel trasporto delle vettovaglie e delle munizioni. Per turno, ogni villaggio, su richiesta, per il trasporto in prima linea. La regione è montagnosa. I comunisti stanno solo sui monti, danno continua noia a quelli del piano facendo incursioni e minando le strade. Fanno delle vittime inutilmente e chi più ci rimette sono i poveri: chi ha mezzi si cerca un sostituto che vada in sua vece e paga salato. Ho sentito dire fino a kiats 400 per volta! Naturalmente, per Lophì questa era una buona occasione: con un viaggio di un giorno o due avrebbe avuto soldi per fumare un mese senza tanto lavorare. Il lavoro non gli era mai andato a genio, il pesante lavoro dei campi era tutto a carico della moglie. Nel ritorno da questo servizio di trasporto Lophì inciampò in una mina messa dai rossi nel mezzo della strada; ne riportò una larga ferita alla gamba sinistra, riuscì a tornare alla sua capanna, ma non essendoci medici o gente pratica di feriti non riuscì a fermare il sangue e dopo alcuni giorni morì dissanguato. Così mi raccontò la moglie.

Morto, lei lo avvolse nella coperta, la sola che aveva; legato con viticchi, come un salame e nello stesso giorno sepolto nel bosco poco lontano dalla sua capanna. Quando si dice che Lophì è nato e morto, è detto tutto e nessuno piangerà, manco la moglie.

I motivi per cui io lo lascerei entrare in Paradiso, sono almeno due:

1°) Lophì è morto per causa di servizio, ossia di dovere. Se i soldati birmani restassero senza munizioni avremmo i comunisti in casa e ci porterebbero via il nostro riso. Senza mangiare si muore. Noi abbiamo una bella Chiesa ove pregare e preghiamo tre volte al giorno, come mangiamo tre volte al giorno. Se questi comunisti scendessero dai monti, convertirebbero la nostra Chiesa in magazzino.

2°) Priva del marito la moglie, che si chiama Budô, chiese aiuto alla sua vecchia madre pagana, che abita in un villaggio poco lontano. La madre fece costruire per la figlia e prole una piccola capanna, ma i seniori del villaggio che conoscevano e ritenevano Lophì indemoniato, data poi la sua tragica fine, che stimavano una vendetta degli spiriti, pensarono che gli spiriti erano entrati nel corpo della moglie di Lophì, quindi non permisero che la povera donna entrasse nel loro villaggio.

Conclusione: se Lophì non moriva per causa di servizio, la moglie vivrebbe ancora nel bosco sola coi tre figli, non avrebbe altro che patir la fame, non sarebbe ricorsa al missionario, il cui ufficio è appunto quello di rendere felici gli infelici ed aprire il Paradiso ai pagani. Il primo figlio di otto anni è con me e va a scuola. Gli altri due piccolini stanno in convento con le suore. Han finito di patire poveretti, ma questi due hanno patito troppo. Fa loro male il ventre e piangono; speriamo si possano riavere. Il primo lavoro delle suore fu di fare un bel bagno con acqua calda ai due bambini; poi trovare per loro un vestito adatto e infine farli sedere a mangiare riso caldo con condimento.

La morte del solo Lophì ha donato la vita a quattro creature del buon Dio e chi ha salvato altri, salva se stesso. Anche lo stesso missionario per salvare se stesso deve salvare gli altri. Vi pare che il mio ragionamento corra bene? E via… siamo un po’ buoni, il nostro cuore non è un cuore da pagani: tutti desideriamo un po’ di felicità, se non di qua almeno nell’al di la.

Vivendo da oltre mezzo secolo coi più poveri, forse ho perso il senso della giustizia, forse io sono troppo ottimista. Io manderei in Paradiso anche i peccatori. Basterebbe che tentassero di compiere una piccola buona azione per entrare nel Regno di Dio. Ma dicevano gli antichi: dura lex, sed lex.

Orribil furono li peccati miei
ma la bontà infinita ha sì gran braccia
che prende chi si rivolge a lei.

Clemente Vismara

Tuesday 01 December 2015

2. Il Dio dei cristiani perdona

Nella storia dell’umanità il vero rivoluzionario è Gesù Cristo; ha rivelato il volto di Dio, Creatore e Padre di tutti gli uomini, che perdona i loro peccati.”Dio è Amore” scrive San Giovanni e Gesù ha numerose espressioni sulla misericordia di Dio e sul nostro dovere di perdonare le offese: “Siate misericordiosi e otterrete misericordia… Perdonate non sette volte, ma settanta volte sette… Le sono perdonati i suoi molti peccati…Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno…”.

Nei due anni e mezzo del suo pontificato Francesco ha ripetuto tante volte questi concetti: “Dio è buono, vuole bene a tutti e perdona sempre…Questo è il messaggio più forte del Signore: la misericordia… Se il Signore non perdonasse tutto il mondo non esisterebbe… E’ la misericordia di Dio che cambia il mondo…La Chiesa accoglie tutti, non rifiuta nessuno”.

Dio Padre misericordioso è uno dei tanti valori della Rivoluzione

dell’Amore portata da Gesù nella storia dell’umanità, indispensabili per lo sviluppo anche psicologico della persona umana e il progresso della società (si pensi al valore del perdono per la pace!). In altre culture e religioni, la vendetta è sacra. Nel 1986 in Giappone i missionari mi dicevano che la difficoltà maggiore per i giapponesi di convertirsi a Cristo è il dovere di perdonare le offese ricevute, perché nella loro tradizione la vendetta è un atto sacro e si tramanda di padre in figlio!

Il padre Luigi Soletta del Pime era parroco a Kamakura, con una piccola chiesetta vicino al grande tempio della dea buddhista Kannon (la dea della misericordia), il “tempio dei bambini non nati”. Sulla collina attorno al tempio, nei vialetti del bosco ci sono migliaia di statuette del Buddha, simbolo del loro bambino. Le donne che hanno abortito lo offrono al tempio, vestendolo come avrebbero voluto vestire il bambino, a volte con un giocattolo in mano o vicino. Ho visto giovani coppie portare queste statuette, sistemarle nel tempio o nei dintorni, chiedono perdono, bruciano incenso, fanno prostrazioni. Usanza commovente che non è solo un rito, ma l’espressione di un’esigenza di perdono, che purtroppo non ha risposta. “L’aborto, mi dice Soletta, è sentito come una colpa grave e i non cristiani, che non conoscono il Dio della bontà e del perdono, a volte sono oppressi da un senso di colpa. Pensano che i bambini non nati non hanno pace, vagano per la città e i campi in attesa di reincarnarsi in un’altra vita. I genitori non riescono a dar loro pace. A volte vengono da me mamme e papà non cristiani, mi dicono che hanno fatto un aborto e mi chiedono se è vero che il Dio dei cristiani perdona questa colpa. Dopo trent’anni di Giappone, credo che in Oriente le malattie nervose sono più abituali che in Occidente proprio a causa di questa visione pessimistica di Dio, che non conoscono e pensano che non perdona. Io dico loro che il Dio dei cristiani perdona e spiego come e perché. Poi dò loro una benedizione solenne e li mando in pace”.

Il beato Clemente Vismara (1897-1988) è vissuto 65 anni tra popoli animisti e buddisti e dava giudizi molto negativi di quelle due culture religioni. E’ stato il Concilio Vaticano II (1962-1965) che ha cambiato la visione della Chiesa sulle religioni, Vismara scriveva (su Crociata missionaria dicembre 1953):

“Che il paganesimo renda l’uomo pigro e di conseguenza povero è un fatto indiscutibile. Venite e vedrete. Io parlo qui del mio paese, di quel che constato io; forse in altri paesi anche i pagani saranno benestanti, ma ci credo poco. Sembrerebbe che la religione debba influire solo sullo spirito, in pratica anche nello sviluppo materiale ha il suo peso e come!”. In una lettera a Pietro Migone (14 novembre 1963) scrive: “Dicano pure che il buddismo è una buona religione, da rispettare, ecc. ecc. Io son persuasissimo, ricevano pure miliardi e miliardi dall’America o Europa, ma se non cambian fede saremo sempre agli stessi passi. Noi qui siam poveri o meglio miserabili, perché lo vogliamo essere. Certo è tramontata l’epoca del colonialismo – ed è un bene – ma se fossero rimasti soli si sarebbero migliorati? Si poteva pretendere dai colonizzatori che facessero la vita ed il sistema dei missionari? Cristianesimo ed incivilimento son sinonimi e di qui non si scappa. Il progresso rimane e rimarrà sempre, dall’anno 1 al 1963 (quando nacque Gesù), incardinato nello spirito e non ci son miliardi che tengano”.

In una lettera a Pietro Migone (31 agosto 1949) si legge: ”La gente qui è povera proprio perché vuol rimanere povera, o meglio miserabile. Coi miserabili la nostra religione non può attaccare o se attacca, attacca in malo modo od anche fittizio. Sono profondamente persuaso che prima dobbiamo insegnare loro a vivere corporalmente, poi il legno di croce. E per insegnare bisogna darne l’esempio. Io lavoro per questo e voglio che mi vedano anche i pagani”.

Il beato Clemente Vismara, nel suo stile dietto e scherzoso, scrive all’amico Pietro Migone (12 aprile 1960): “Stamane ho celebrato la S. Messa per te… Noi in fondo siamo buona gente, ci manca solo la coerenza…. “Ne in aeternum irascabis nobis” (Non arrabbiarti con noi in eterno). Che Dio si arrabbi un po’ con noi, gli do ragione, ma sempre sempre non sta bene.

“Coraggio, caro Pierino, non essere mai pessimista. Il peccato di Giuda non era poi così grosso come si dice. Per 30 franchi ha venduto il Signore, ebbene tutti i moralisti assicurano che la somma di 30 lire non è materia grave con i tempi che corrono, il vero suo male fu quello di credere che il buon Gesù non sarebbe stato capace di perdonargli. A Pietro che l’aveva fatta più grossa con uno sguardo gli perdonò subito, senza manco dargli la penitenza”.

Piero Gheddo

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Wednesday 28 October 2015

Sinodo in famiglia e spiagge di Parigi

I due anni di lavoro e i due Sinodi sulla famiglia sono destinati a incidere anche sulla vita delle famiglie, perlomeno di quelle dei vaticanisti, i giornalisti che questo processo sinodale hanno cercato di raccontare passo dopo passo.

Ecco che cosa è accaduto a casa nostra, negli ultimi mesi. Una delle discussioni più partecipate in famiglia riguarda la meta delle vacanze da fare insieme. Mare o montagna? In Italia o all’estero? In una casa in affitto o in un albergo? Spiagge un po’ selvagge o villaggi turistici? Mete che permettano anche visite di carattere culturale, o puro relax con unici spostamenti casa-spiaggia? E con quale mezzo si parte?

Nel 2015, ciò che prima veniva deciso con discussioni nelle quali ognuno diceva la sua per poi presentare delle «propositiones» al capo famiglia, è stato oggetto di un processo più ampio e condiviso. A partire da gennaio, i miei tre figli e mia moglie hanno provveduto a raccogliere i «Lineamenta feriarum». Sono state scaricate dal web varie possibilità e varie mete. Mia figlia più grande che sta facendo un master in Inghilterra, ci ha portato del materiale utile dal Regno Unito. Ognuno dei membri della famiglia ha ricevuto l’insieme delle possibilità e delle proposte. Nel processo sono stati coinvolti vari esperti – un professore di mio figlio, da sempre attirato dalle vacanze in camper, ci ha fornito una lista di pro e contro – come pure «delegati fraterni» appartenenti ad altre famiglie del nostro condominio.

Quest’anno, inoltre, abbiamo voluto avere l’esatta situazione della base: ogni figlio ha ricevuto un questionario, con una trentina di domande su che cosa si aspettasse dalle prossime vacanze. Le loro reazioni non sono state tutte entusiaste. La mia seconda figlia ha scritto su Facebook che queste consultazioni rischiano di trasformarsi in semplici sondaggi d’opinione che snaturano di fatto l’autorità dei genitori: «Fino a questo momento avete sempre scelto abbastanza bene voi da soli, perché questa inutile perdita di tempo?». Ho risposto che si regolasse come voleva. Così, la figlia più grande e quello più piccolo hanno dedicato tempo ed energie a rispondere al questionario, mentre la seconda ha preferito non partecipare «perché queste cose non si sono mai fatte».

Dalla lettura dei pareri sui «Lineamenta», mia moglie ha elaborato – ed eravamo già a marzo – un «Instrumentum laboris» che sarebbe servito per la discussione sinodale familiare. La data per la sua celebrazione è stata stabilita nella settimana di Pasqua, la più libera per tutti dagli impegni, durante la quale avrebbe potuto essere presente anche la figlia più grande ormai mezza inglese. A due dei nostri figli, e ad altri esperti consultati, compreso una blogger compagna di università della mia seconda figlia, l’«Instrumentum laboris» non è piaciuto molto. «Ha un impianto troppo sociologico. Viene descritta troppo poco la bellezza dei luoghi: non si può ad esempio, semplicemente definire Parigi come “una delle capitali più belle d’Europa e una delle città più belle del mondo”, senza delineare i fondamenti, le ragioni di queste definizione, offrendone il necessario quadro storico-culturale».

Nonostante questi dubbi sul documento preparatorio – che descriveva mete possibili, pro e contro, costi, difficoltà logistiche, controindicazioni climatiche anche tenendo conto del questionario – siamo andati avanti. Al Sinodo familiare, oltre a noi cinque membri, avrebbero partecipato di diritto i due nonni, il fidanzato di mia figlia (eletto) e due amici di famiglia (nominati da me). Due settimane prima ho appeso alla lavagnetta in cucina i nomi della commissione incaricata di stendere la relazione finale. Ho deciso di affiancare a mia moglie anche mia figlia più grande e il fidanzato inglese, così da garantire una maggiore rappresentatività.

Il Sinodo si è aperto in un clima di grande attesa, non senza tensioni. Nella settimana precedente, infatti, mio figlio più piccolo ha scritto e stampato in dieci copie una sua ricerca intitolata: «Ecco perché la vacanza deve essere la vacanza di sempre e non dobbiamo fare vacanze culturali in giro per musei. È da quando sono nato che siamo andati o al mare o in montagna. Perché adesso volete portarmi a Parigi?». La mia seconda figlia, invece, aveva registrato un messaggio video, condiviso con altri suoi conoscenti, nel quale proponeva un nuovo tipo di vacanza, che ci permettesse di portare con noi a Parigi anche una sua amica, «includendola nel viaggio di famiglia».

Arrivato il gran giorno ci siamo seduti attorno al tavolo, con serenità, complice anche una torta alla crema della nonna. Erano presenti i «delegati fraterni» condominiali. Abbiamo permesso che i figli filmassero l’inizio, e postassero su facebook o mandessero via WhatsApp i loro contributi. Poi però ho chiesto: quello che ci diciamo in assoluta libertà qui in cucina, teniamolo per noi. Ognuno di voi è libero di comunicare all’esterno ciò che lui stesso pensa e ha detto al Sinodo familiare. Ma non siete autorizzati a riferire ciò che hanno detto gli altri attribuendoglielo. Avevamo deciso, vista la curiosità che si era creata nel condominio, di fare un paio di briefing aperi-cena, raccontando a fine giornata l’esito della discussione, comunicando il contenuto degli interventi e delle proposte, ma non «chi» avesse detto «che cosa». Con nostra sorpresa, la prima sera, abbiamo dovuto constatare che una delle mie figlie aveva già pubblicato su facebook una sintesi un po’ arbitraria degli interventi della giornata, con tanto di nome e cognome vicino.

Alla fine della prima ora di lavori del primo giorno, mi si è avvicinato mio figlio più piccolo e mi ha consegnato senza dare nell’occhio una lettera scritta su un foglio a quadretti. Portava le firme sua e del nonno. C’era scritto: «Papà, perché hai scelto la mamma e nostra sorella più grande per riassumere la nostra discussione? Sappiamo che entrambe preferiscono le vacanze culturali al relax in spiaggia e anche se il fidanzato di nostra sorella è dalla nostra parte, non ci fidiamo…». Ho assicurato tutti sul fatto che il documento finale avrebbe rispettato fedelmente il nostro dibattito in merito alle vacanze, mi è sembrato che si siano tranquillizzati.

Ma il colpo di scena c’è stato il giorno successivo, prima che iniziasse il secondo round di lavori. Ero sceso a spostare la macchina e rientrando mi cade l’occhio sulla bacheca condominiale, dove, accanto al numero di telefono d’emergenza dell’idraulico e dei pompieri, c’era un foglio dattiloscritto con un testo molto più ampio della lettera che avevo ricevuto il giorno prima. Oltre ai dubbi già espressi, c’era una parte sul rischio di protestantizzazione della nostra famiglia, che io non avevo letto nel testo ricevuto. Inoltre, c’era indicata in calce la firma di mio figlio, ma non quella del nonno, bensì quella della nonna e di una zia. Avvisate tempestivamente, la nonna ha smentito a voce, la zia attraverso SMS: «Non abbiamo firmato e nessuno ci ha chiesto di firmare, e comunque noi non veniamo in vacanza».

La seconda giornata di lavori ha previsto anche dei «circuli minores». Mia moglie ha fatto da moderatrice a quello di lingua italiana in cucina, il fidanzato di mia figlia ha moderato l’Anglicus al quale ha partecipato una delegata fraterna, mio figlio più piccolo ha moderato il circolo youtuber, dove ci si esprimeva con lo stile dei social media, mentre mia figlia più grande, che parla anche il tedesco, ha moderato il Germanicus, coinvolgendo via Skype una sua amica di Stoccarda, conosciuta grazie a uno scambio tra studenti alle superiori. L’apporto del Germanicus è stato significativo, grazie a una formulazione che ha mostrato come il passaggio dalla vacanza-relax a quella culturale e l’inclusione dell’amica estranea alla famiglia possono essere considerate un approfondimento che non si oppone a ciò che abbiamo sempre fatto: si possono alternare visite i musei a momenti di relax e buona cucina locale. Inoltre l’amica da includere non rappresenta una minaccia.

Le tre relazioni sono state lette, rilette, approvate e hanno costituito la base per la riscrittura dell’«Instrumentum laboris» che è stato notevolmente cambiato. Quella che era una descrizione in certi punti un po’ raffazzonata con varie ipotesi, si è trasformata in un testo positivo, propositivo, dove si afferma innanzitutto la bellezza dell’andare in vacanza insieme, e non le difficoltà logistiche, pure sempre esistenti. Nel prepararlo, si è attinto anche ad alcune delle più suggestive foto di famiglia, così da proporre lo spirito autentico dell’andare in ferie tutti insieme, come abbiamo sempre fatto.

Prima del voto finale, questo testo è stato riletto. Sono state avanzate diverse proposte di modifica: mio figlio voleva escludere una foto che ci ritraeva a sorbire un gelato davanti a un’antica chiesa siciliana, perché ha spiegato: «Anche se in primo piano ci siamo noi con la cassata, quello sfondo della chiesa può lasciar intendere che stessimo facendo turismo culturale». La mia seconda figlia ha ritenuto ancora insufficiente l’approfondimento sulle ragioni del passaggio dalla vacanza relax alla vacanza culturale, e si è lamentata perché non era esplicitamente menzionata l’inclusione della sua amica.

Finalmente il voto, punto per punto. Quasi unanimità (il nonno si era appisolato un momento e non ha votato i numeri dal 53 al 68) sulle parti generali dedicate alla bellezza delle vacanze in comune. Un minimo accenno è stato dedicato a una questione che aveva occupato tanto spazio nelle assemblee condominiali, ma non nella nostra famiglia. Nel nostro palazzo abita una coppia giovane fanatica per le vacanze in tenda: da anni cerca di ottenere il riconoscimento nel regolamento condominiale della possibilità di piantare le tende in giardino comune, e per questo ha cercato di fare entrare nell’agenda dei nostri lavori sinodali un ampio capitolo sui «nuovi diritti» per «tenda» e «campeggio». Ma al di là della diatriba tenda sì o tenda no, il paragrafo a questo dedicato è stato molto asciutto: ci siamo limitati a dire che i due coinquilini vanno accolti e non discriminati, ma che rimaniamo contrari a far piantare tende in giardino.

Al momento del voto sul paragrafo più sofferto, quello sulla vacanza a Parigi e sull’inclusione dell’amica di mia figlia estranea alla nostra famiglia, abbiamo notato una certa tensione e nervosismo. È passato con la maggioranza qualificata (a scrutinio segreto, si votava con una X su appositi foglietti), ma con un significativo numero (due) di voti contrari. La fine de lavori è stata salutata da un lungo applauso liberatorio, non tanto per le mie parole finali, ma perché la nonna aveva appena sfornato i biscotti al cioccolato.

Al briefing finale con aperi-cena per i vicini di casa, siamo stati subissati di domande da parte di chi ci accusava di voler cambiare la nostra tradizione familiare. Con insistenza è stata posta la domanda se io avessi partecipato o comunque interferito alla redazione del documento finale, come pure è stato contestata la mia decisione di un mese prima, quella di semplificare, con il motu proprio inter-familiare «Praenotatio aceleranda», le procedure per le prenotazioni delle vacanze, passando ai più comodi moduli online rispetto alle agenzie di viaggi: era una cosa già discussa un anno prima e condivisa praticamente da tutti, ma ho ricevuto comunque critiche. «La prenotazione cartacea in doppia copia conforme è più sicura, la velocità dei moduli web in realtà introduce la vacanza-fai-da-te», ha detto mia figlia.

Interessanti anche le reazioni a Sinodo familiare concluso. Due dei miei tre figli si sono detti soddisfatti perché in un paragrafo si sostiene l’importanza delle vacanze culturali e si apre alla possibilità di allargare il gruppo di viaggio, pur senza menzionare direttamente né Parigi né l’amica di mia figlia. Il figlio più piccolo ha detto che lui, leggendo il testo, non vede alcuna apertura verso le vacanze culturali né tantomeno verso la possibilità di far entrare nel gruppo persone che non appartengono alla nostra famiglia. «Non cambia nulla, non è cambiato nulla! Non riesco a capire dove riusciate a trovare il seppur minimo accenno a un viaggio a Parigi…». Si è anche lamentato perché i nostri vicini del condominio hanno interpretato il nostro lavoro come una possibile apertura, a determinate condizioni, per le vacanze culturali. Mentre altri condomini, alcuni molto noti, residenti al di là della strada, hanno concluso che «Per loro non cambia niente e chi sognava di piantare la tenda in giardino può scordarselo». Li ho lasciati dire.

Alla fine però eravamo tutti più contenti: questo lavoro comune ci ha fatto parlare di più, abbiamo compreso meglio le esigenze di uno e dell’altro, le situazioni particolari che ciascuno vive. Ci siamo interessati anche delle vacanze dei nostri condomini (e pur non acconsentendo alla tenda piantata in giardino siamo diventati amici della coppia di campeggiatori). Ricevuta tutta la documentazione, ho preso una decisione tenendo conto di quanto è emerso in famiglia… Ma sto ancora lavorando all’esortazione post-sinodale. S’intitolerà: «In fine autem ibimus». Dove? Non ve lo dico.

PS
Anche questo è ovviamente uno scherzo. Per le vacanze in famiglia non facciamo Sinodi. E i miei poteri nella realtà sono molto ridotti…

Thursday 22 October 2015

Neurogiornalismo: vedo il Papa volare


Città del Vaticano, 22 ottobre

Papa Francesco vola. Riesce, nonostante il peso e l’età, a librarsi in volo, a circa 40-50 metri d’altezza, e lo fa con una certa naturalezza. «L’ho visto, era proprio lui, ieri sera stavo affacciata alla finestra del mio palazzo – racconta al nostro giornale un’anziana signora romana con le lacrime agli occhi – e ho visto Papa Bergoglio sospeso a mezz’aria. Muoveva leggermente le braccia, come se nuotasse. Ma volava!».

Il «volo papale», notizia che abbiamo ricevuto alcuni giorni fa e che abbiamo attentamente verificato prima di pubblicare, è confermato anche da un’altra fonte, un dipendente di una ditta che si occupa di sgombero di soffitte in via delle Fornaci, a due passi dal Vaticano. «È vero, era proprio lui. E nonostante facesse freddo, non aveva neanche il cappotto, che forse lo avrebbe appesantito nel volo. Papa Francesco volteggiava sopra i tetti del quartiere, cantando una strofa di una canzone in spagnolo che non conosco».

Da dove deriva questa spinta propulsiva che permette al Pontefice di volare, apparentemente senza alcun apparecchio? «Posso confermare – ci spiega il professor Marc Frey Torpedo, emerito di astrofisica all’università St. Klaus di Luisville – che durante il recente viaggio negli Stati Uniti a Papa Francesco è stato regalato in gran segreto un apparecchio a propulsione atomica micromolecolare, che si indossa come giubbotto sotto la tonaca, e gli permette di librarsi in aria come se volasse. Non posso fornire ulteriori dettagli, ma un’amica mi ha riferito che l’inventore dell’apparecchio è stato visto a due isolati di distanza dalla nunziatura di Washington una settimana prima dell’arrivo di Bergoglio».

Insomma, il «volo papale» non avrebbe origini soprannaturali, ma si tratterebbe soltanto di un’invenzione ancora tenuta segreta.

Aggiornamento delle ore 00.45
* Padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa della Santa Sede, ieri a mezzanotte
, dopo che eravamo già andati in stampa, ha dichiarato: «Il Santo Padre non vola, non è in grado di volare da solo e non ha mai volato sopra i tetti di Roma, tranne quando prende l’elicottero o l’aereo, cioè mezzi adeguati per tale scopo. La notizia pubblicata è priva di qualsiasi fondamento e posso dire che prima di smentire ho fatto tutte le verifiche del caso con il Santo Padre i suoi collaboratori e anche con la Torre di Controllo di Ciampino».

Ci aspettavamo questa smentita, ovviamente la attendevamo, ma non possiamo che confermare la notizia: il Papa si è librato in volo sopra i cieli di Roma. È chiaro che le autorità vaticane vogliono tenere nascoste queste facoltà del Pontefice, fino ad oggi sconosciute ed è probabile che il riserbo nei sacri palazzi sia dovuto anche a motivi di tutela del brevetto della nuova invenzione. In ogni caso la notizia andava data ai nostri lettori, perché il Papa non è Batman, ma un personaggio pubblico: tutti hanno il diritto di sapere se è in grado di librarsi in volo.

PS
Tranquilli, il Papa non sa volare. Questo è soltanto uno scherzo. Ma è ciò che è accaduto nei giorni scorsi con la «patacca» sul tumore al cervello del Papa. Il neuro-giornalismo (neuro non perché si parla di cervello, ma perché siamo al delirio) riproduce se stesso, non produce alcun riscontro e anche quando serve una «bufala» ai suoi lettori, invece di riconoscere semplicemente di aver sbagliato, parla di «giallo». Così i mandanti e i loro sporchi messaggi sono comunque soddisfatti. Perché il dubbio insinuato rimane.

Thursday 22 October 2015 04:56

Le falsità per inquinare il Sinodo

«Il momento scelto rivela l’intento manipolatorio del polverone sollevato». A metterlo nero su bianco non è qualche commentatore abituato a veder dovunque complotti, ma «L’Osservatore Romano», cioè il quotidiano della Santa Sede, che con queste parole conclude la breve e anonima nota contenente la durissima e inequivocabile smentita di padre Federico Lombardi sulla «bufala» messa in pagina dal QN sulla malattia di Papa Francesco. E il momento, in effetti, è cruciale. Proprio ieri, infatti, sono stati rese note le relazioni dei tredici circoli linguistici dei padri del Sinodo relativi ai nodi più controversi, come quello dell’ammissione dei divorziati risposati ai sacramenti.

Vale la pena di ricordare come, con un timing significativo, proprio alla vigilia dell’inizio del Sinodo, lo scorso 3 ottobre, era scoppiato il caso di monsignor Krzysztof Charamsa, l’officiale della sezione dottrinale della Congregazione per la dottrina della fede, che ha fatto pubblico coming out in un ristorante romano abbracciato al compagno, dichiarando la propria omosessualità. Charamsa ha annunciato la pubblicazione di un libro con la sua storia. La sua uscita non è sembrata soltanto voler porre all’attenzione dell’assemblea dei vescovi un tema che non era in agenda, ma ha contribuito a rilanciare un’immagine negativa del Vaticano.

Poi, all’inizio della seconda settimana del Sinodo, è arrivata la pubblicazione della lettera al Papa firmata da tredici cardinali e consegnata. Il presunto testo della missiva e le firme sono state divulgate dal vaticanista dell’«Espresso» Sandro Magister, giornalista vicino ad alcuni dei porporati più rigoristi. Nella missiva dei padri si avanzava il sospetto che il Sinodo potesse essere manipolato in senso aperturista a motivo delle scelte fatte dal Papa. Francesco, dopo averla ricevuta, era intervenuto in aula chiedendo di abbandonare «l’ermeneutica cospirativa», come riferito dal direttore della «Civiltà Cattolica» padre Antonio Spadaro.

Il testo della lettera e i nomi dei firmatari, evidentemente ottenuti da una fonte ritenuta attendibilissima, si sono però rivelati non autentici. E la pubblicazione ha così assunto i contorni di un’«operazione» per inquinare il Sinodo. Infatti, quattro dei presunti firmatari – cardinali di primo piano come gli arcivescovi di Milano e Parigi, il relatore del Sinodo e il Penitenziere maggiore – hanno smentito di avere scritto il loro nome in calce. Uno di coloro che hanno invece ammesso di avere aderito, il cardinale George Pell, ha dichiarato a «Le Figaro»: «Posso assicurare che nessuno dei firmatari ha cercato di renderla pubblica perché avevano tutto l’interesse che questo documento rimanesse privato». Eppure proprio l’autore del presunto scoop, e il testo divulgato da «L’Espresso» – una bozza non definitiva e dei nomi in parte falsi – rendono evidente come la velina sia uscita dalla cerchia di persone le quali da tempo erano a conoscenza dell’iniziativa, la sostenevano e ne erano state coinvolte, forse perché richieste di un parere o di un autorevole consiglio. Qualcuno che non aveva poi ricevuto l’ultima stesura del testo (a quanto pare più stringata, secondo quanto affermato dal cardinale Urosa Savino), né l’elenco finale degli aderenti.

La clamorosa «bufala» di ieri mattina rappresenta l’ultimo colpo di scena di queste tre settimane di Sinodo. «L’Osservatore Romano» parla di «intento manipolatorio», e al di là del timing, non può non sollevare domande la gravità della falsa affermazione su una malattia (seppure presentata come benigna e curabile) al cervello del Papa. «Un modo per cercare di minarne l’autorevolezza in un momento in cui così tante persone guardano a lui, dentro e fuori la Chiesa», afferma un prelato della Segreteria di Stato.

Tuesday 29 September 2015

Sale della comunità, si svolta

adriano bianchiNon si vede, ma accade. In questi primi giorni d’inizio autunno le parrocchie e gli oratori italiani si animano. Famiglie, catechisti, bambini, sport, attività. La Chiesa che è tra la gente declina ancora una volta nel quotidiano la sfida di annunciare il Vangelo per rendere più umano il territorio, i quartieri, la società di cui si sente parte. Prende i ritmi e i tempi della comunità, crea legami promuovendo l’educazione, la carità e la cultura con uno stile libero e sobrio. È un impegno vivo in ogni città e paese italiano e ha il volto di preti, operatori pastorali e persone che nel servizio parrocchiale mettono passione, creatività e competenza.

In circa mille parrocchie italiane questo servizio pastorale trova casa anche nell’animazione delle sale della comunità. Ricomincia il cinema, la musica, il teatro. Non puro intrattenimento, ma con una coscienza sempre più piena che anche le sale della comunità debbano rispondere a una vocazione ecclesiale e culturale. Accanto alla chiesa e all’oratorio, oggi sempre più spesso esse intercettano l’espressività giovanile, la sperimentazione artistica, il protagonismo, il dialogo tra le culture, l’approfondimento nel pensare. Sono uno spazio privilegiato di educazione alla bellezza, alla ricerca e all’incontro. La parrocchia resta la casa del progetto della sala della comunità e ad essa deve rendere conto. È l’indicazione dei vescovi italiani che fin dal 1999 con una nota pastorale sul servizio ecclesiale e culturale delle Sale (ribadito poi nel direttorio Comunicazione e mis- sione del 2004) hanno affidato a questo prezioso spazio di evangelizzazione e promozione culturale.

La sala della comunità è progetto di soglia,’propedeutico al tempio’ diceva all’Acec San Giovanni Paolo II, e l’Associazione cattolica esercenti cinema (Acec), su mandato della Chiesa italiana, continua a promuovere, sostenere e rappresentare questo cammino. Lo fa da associazione, e non da semplice soggetto culturale preposto, nella convinzione che la modalità associativa aiuti a rappresentare meglio i bisogni del territorio, serva a salvaguardare la peculiarità e il contributo di ciascun territorio pur in un percorso unitario.

D’altro canto le sfide, anche per le Sale della comunità, non finiscono mai. L’ultima riguarda il cinema. La trasformazione digitale e la sparizione della pellicola cinematografica ha comportato l’investimento per l’acquisto del nuovo proiettore di circa 50mila euro per ogni sala. Soldi che sono arrivati anzitutto dalla gente delle nostre parrocchie. Qualche bando regionale c’è stato, qualche aiuto da parte di qualche benemerita fondazione è arrivato, qualche diocesi si è mossa. L’ultima, in ordine di tempo è la convenzione stipulata tra Bnl, Acec e Anec per la cedibilità del credito nella digitalizzazione e presentata recentemente alla Mostra di Venezia. Un’opportunità in più che andrà sfruttata al meglio. A oggi 550 sale hanno superato lo scoglio. Altre 150 potrebbero farlo a breve. Almeno 200 hanno mollato la presa. Chi si è digitalizzato lo deve però alla tenacia soprattutto dei volontari. Sono loro che non hanno smesso di fare iniziative e di sollecitarle le istituzioni. In Italia oggi le sale cattoliche ormai all’avanguardia dal punto di vista tecnologico, garantiscono al cinema di raggiungere i piccoli comuni e località più sperdute. Lo fanno con prezzi popolari e con programmazioni sia di qualità che di svago. Le nostre sale si sono anche aperte al teatro, ivi compreso quello sacro (grazie alle circuitazioni nazionali promosse da Acec, Federgat e Cei) e, in accordo con le scuole, fanno crescere con progetti educativi mirati il pubblico del futuro. Dove sono presenti sono certo un’opportunità, ma, soprattutto al Sud, avrebbero bisogno di essere maggiormente integrate anche attraverso l’apporto associativo che l’Acec offre, perché possano esprimere al meglio il loro valore e il servizio che le Chiese. Resta ancora molto da fare, ma la passione e l’impegno non mancano.

Adriano Bianchi, presidente Associazione cattolica esercenti cinema (Acec)

Avvenire, 29 settembre 2015

Monday 28 September 2015

Caro Hawking, il Big Bang non esclude Dio

Dice ancora qualcosa il nome di Dio agli uomini di oggi? Secondo Nietzsche, poco o nulla. Lo stesso annuncio che «Dio è morto» è destinato a cadere nel vuoto. Magari tutti ripetono la frase a proposito di questo o di quello. Ma come se fosse un’ovvietà, una cosa scontata, di cui prendere atto per poi archiviarla senza farsi troppi problemi [...].

Che morte di Dio appaia come un evento che è ormai alle nostre spalle e che ci lascia sostanzialmente indifferenti non è ateismo. È nichilismo. L’ateismo a suo modo tiene ferma l’idea di Dio [...], vede in Dio il nemico dell’uomo. Perciò gli muove guerra. Per il nichilismo niente di tutto ciò. Quella di Dio è una grande idea. Talmente alta e nobile che, come afferma quel perfetto nichilista che è Ivan Karamazov, c’è da stupire che sia venuta in mente a un “animale selvaggio” come l’uomo. Però destinata a dissolversi come rugiada al sole sotto i raggi spietati della scienza.

Rimasto senza Dio, l’uomo deve fare i conti con la realtà. Deve imparare a vivere sotto un cielo da cui non può più venirgli alcun soccorso né consolazione. Quindi, deve riappropriarsi della sua vita terrena e soltanto terrena. Con quanto di buono e prezioso la terra ha da offrire una volta che Dio è uscito di scena. Ma siccome non c’è nulla di buono e prezioso se non in forza dei nostri stessi limiti, diciamo pure in forza del nostro destino di morte (infatti come potremmo amarci gli uni gli altri se fossimo immortali?), sia lode al nulla! Questo dice il nichilismo.

Ma anche più importante di quel che il nichilismo dice, è quel che il nichilismo non dice. Per realizzare il suo progetto di riconciliazione con la mortalità e la finitezza, il nichilismo deve tacere su un punto decisivo: lo scandalo dal male. Precisamente lo scandalo che l’ateismo aveva fatto valere contro Dio, in questo dimostrandosi consapevole del fatto che il male sta e cade con Dio. È di fronte a Dio che il male appare scandaloso. Cancellato del tutto Dio, persino come idea, il male continua a far male, ma rientra nell’ordine naturale delle cose. Ed ecco la parola d’ordine del nichilismo: tranquilli, non è il caso di far tragedie [...].

Spostiamo ora la nostra attenzione su un altro piano. Dove in questione sono scienza e religione. Affermando, come gli è accaduto recentemente, che una “teoria unificata dell’universo” è ormai a portata di mano, Stephen Hawking ha riproposto quello che per Einstein era un sogno irrealizzabile, ossia la riunificazione in un solo campo delle forze dell’infinitamente piccolo (forza nucleare e radioattività) e delle forze dell’infinitamente grande (elettromagnetismo e gravità). Lasciamo stare se Hawking abbia ragione o pecchi di ottimismo. Chiediamoci piuttosto da dove Hawking tragga l’idea che fa da corollario alla sua affermazione: quella per cui tale teoria metterebbe Dio definitivamente fuori gioco. E dire che proprio Hawking solo qualche anno fa ne aveva ammesso la possibilità. Lo stesso vale per Einstein. Per non parlare di Cantor, la cui teoria degli insiemi prospetta gli infiniti (al plurale) l’uno dentro l’altro, come in un gioco di scatole cinesi, ed evoca Dio come infinito degli infiniti (ma anche come ultimo orizzonte in cui la ragione fa naufragio). Sia come sia il problema Dio appariva aperto e invece ora non più. Se non risolto, accantonato su base fisicomatematica prima ancora che su altra base (ad esempio etica).

In altri termini, quel che viene sostenuto da Hawking è che di Dio non c’è alcun bisogno per spiegare il passaggio dallo stato assolutamente inerziale dell’inizio al Big Bang. Nulla infatti vieta di pensare che lo stato iniziale contenga già, prima della sua esplosione – e dunque in un tempo solo immaginario e non ancora reale –, tutte le informazioni necessarie a produrre l’esplosione stessa. Se il successivo processo entropico viene fatto regredire fino al grado zero, dove l’entropia è nulla ma le informazioni ci sono e contengono nel tempo immaginario la totalità delle cose che poi si svilupperanno nel tempo reale, è come se ci fosse dato di giungere al limite estremo dell’universo (per non dire dell’essere) e poi fare ancora un passo. Un passo a nord del Polo Nord, per usare la paradossale metafora di Hawking.

Che cos’è questo? Un salto nel nulla? Un tentativo di costruire, nel cuore stesso del nulla, una postazione da cui osservare il prodursi della realtà, il suo venire alla luce, il suo offrirsi a uno sguardo capace di descriverne perfettamente la manifestazione? Certo è un salto nel grado zero della realtà. Diciamo pure: un salto nello zero. E allora perché stupirsi? Lo zero è un numero. Ma un numero straordinario. Simboleggia ciò che sta prima dell’uno, ma al tempo stesso contiene l’uno, se è vero che zero elevato a potenza zero dà uno. Contiene non solo quel che non è ancora ma addirittura quel che esso nega. Posto lo zero, è posto anche l’uno. E con l’uno la serie infinita dei numeri, con i numeri il prima e il dopo, vale a dire il tempo, col tempo la possibilità che le cose siano… Accade con il numero zero quel che accade con il concetto di nulla: ce ne serviamo per indicare una realtà negativa, realtà che non esiste, eppure grazie a essi compiamo operazioni altrimenti impossibili o riusciamo a pensare ciò che diversamente resterebbe impensato (l’indeterminazione, la libertà, e così via).

Nondimeno… Se ci limitiamo a considerare lo zero un analogo del nulla, quasi che lo zero fosse in matematica quel che il nulla è in metafisica, perdiamo di vista la differenza essenziale. Lo zero è qualcosa. È un numero, appunto. Un simbolo. È qualcosa che ha pur sempre che fare con qualcosa, anche quando questo qualcosa è una realtà puramente negativa o realtà che sta prima della realtà, come il tempo immaginario che sta prima del tempo reale. Invece posto il nulla, non è posto alcunché [...]: il nulla non designa nulla e soprattutto non ha a che fare con dei fatti, ma semmai col senso o col non senso delle cose. Come quando dico: questo non significa nulla. Oppure: il nulla è il senso del tutto. Oppure: Dio ha tratto il mondo fuori dal nulla. Come intendere queste affermazioni? In un solo modo, se si vuole evitare di cadere nell’assurdo: come affermazioni che non riguardano questo o quel fatto, né la totalità dei fatti, né l’essere, ma il senso dell’essere. Quando dico che Dio ha tratto il mondo fuori da nulla, non sto affatto descrivendo il processo che ha innescato il Big Bang, cioè una serie di fatti. Al contrario, sto dicendo (magari a torto, ma questo non è qui in discussione) che il mondo ha senso, visto che Dio, che poteva abbandonarlo al nulla, lo ha invece tratto fuori dal nulla e quindi lo ha “salvato”. Due piani, dunque, da tenere ben distinti. Per gli astrofisici si tratta di spiegare com’è fatto il mondo. Per i filosofi e per i teologi, se il mondo abbia o non abbia un senso. Chiamare o non chiamare Dio quel principio di spiegazione è irrilevante, così come è fuori luogo applicare a una teoria fisica la nozione di disegno salvifico o intelligente che sia.

Sergio Givone

Avvenire, 27 settembre 2015

Thursday 24 September 2015

Ripartire dalla legge di natura

«Per vivere occorre un’identità, ossia una dignità », scriveva Primo Levi ne I sommersi e i salvati (1986), scolpendo con queste parole la verità irrinunciabile di ogni esistenza umana, umiliata e negata nei campi di sterminio nazisti. Ciascuno porta con sé il diritto di essere qualcosa di irriducibile e inviolabile. Il diritto della persona umana coincide con la sua stessa nascita, con quell’“inizio” che riaccade ogni volta che un essere umano viene al mondo, e di cui Hannah Arendt aveva parlato alla fine del suo studio su Le origini del totalitarismo (1951), riprendendo un’intuizione formidabile di Agostino: « Initium ut esset, homo creatus est », l’uomo è stato fatto per poter cominciare, per essere un inizio, per dare inizio a qualcosa di nuovo e di libero. A questo livello si radica la vera resistenza alla distruzione ideologica dell’umano, che è la cifra tragica dei totalitarismi novecenteschi, ma anche la più normalizzata omologazione di una cultura nichilista, in cui l’umano implode per mancanza di un significato reale per cui vivere.

In questa identità, in questo inizio è il seme di ogni diritto, nato non semplicemente dalla rivendicazione di qualcosa che non ci viene riconosciuto o per cui siamo discriminati (questo verrà dopo, certo, come inevitabile conseguenza dell’essere al mondo), ma dal non esserci fatti da noi stessi. Paradossalmente, il nostro primo diritto è la nostra provenienza, nei confronti della quale noi siamo sempre “in debito”, in quanto “dati” a noi stessi. Forse è proprio ripartendo da qui che possiamo comprendere nuovamente il significato di “legge di natura”, un’espressione diventata per molti troppo ingombrante, nel migliore dei casi così scontata da non essere più interessante. Nel dibattito culturale contemporaneo assistiamo infatti a una strana contraddizione: da un lato i diritti individuali delle persone e i diritti collettivi dei gruppi sociali, vengono sempre più concepiti – e rivendicati – come il test dell’affermazione o della negazione della dignità dell’essere umano. Dall’altro lato però diventa sempre più problematico fondare tali diritti su di una “base” naturale oggettiva e universale. Temi caldi come il diritto a decidere della propria morte o della propria identità di genere in base alle condizioni fisico-ambientali e al sentimento di sé che segna i singoli soggetti in maniera diversificata, portano piuttosto a considerare l’essere umano non tanto un “dato” naturale, ma una costruzione storica e culturale. Assicurare la libertà di potersi costruire la propria esistenza, adeguando anche la legislazione in maniera tale che garantisca la realizzazione di tali opzioni, sembra un punto essenziale non solo per il diritto ma anche per la pietà (emblematica l’onda di discussioni dopo il referendum irlandese sul matrimonio omosessuale). Questa tendenza sembra ormai inarrestabile nella cultura contemporanea, chiamata appunto dei “diritti”. Ma non sembrano efficaci i richiami ad una legge naturale vista come un ordine oggettivo che semplicemente limiti l’auto-determinazione dei singoli individui. E questo non perché non ci si debba riferire ad una base intangibile per la natura identitaria della persona umana; a risultare inadeguata è piuttosto la contrapposizione tra legge naturale e diritti umani come tra un ordine “assoluto” e un ordine “relativistico”. Nel momento in cui l’alternativa è questa, sembra quasi scontato che prevalga e infine vinca il “relativo”, così come vince l’esperienza fatta di incontri, eventi, occasioni perse o guadagnate, rispetto ad un ordine avvertito (ingiustamente) come fisso e immutabile. Insomma la preferenza va quasi sicuramente alla libertà dell’io piuttosto che ad una verità percepita come una zavorra.

La dialettica “ideologica” tra legge naturale e diritti rischia seriamente di compromettere la comprensione adeguata di fenomeni che vengono troppo affrettatamente contrapposti – la libertà dell’io e la verità delle cose – e apre una questione bruciante: è possibile ancora comprendere e per così dire riconquistare, non per teoria ma per esperienza, l’amicizia e l’unità tra questi due fenomeni? La natura è una legge assoluta o una realtà che “accade” nella storia e si avvera nell’esperienza? La difficoltà ad accettare oggi la legge naturale come qualcosa di astratto, può essere fronteggiata solo se essa viene riscoperta come qualcosa di concreto, addirittura come un bisogno, un’esigenza degli stessi diritti umani. La posta in gioco è alta e affascinante: accorgersi di nuovo della propria natura, scoprendo dall’interno dei propri diritti un bisogno irriducibile ad ogni diritto, ma radicato e condiviso in ogni vita cosciente e libera: il bisogno di accogliere e amare sé stessi e gli altri per il fatto misterioso che “siamo”, che “sono”, infinitamente di più di quello che riusciamo a fare di noi stessi.

Costantino Esposito

 

Tuesday 22 September 2015

Le religioni nello spazio pubblico

differenze e relazioni 3Dal 2012 al 2014 si è tenuto un ciclo di convegni rivolti a giovani filosofi organizzati dal Centro Studi Filosofici di Gallarate con il patrocinio del Servizio Nazionale della CEI per il Progetto Culturale e con la collaborazione del Dipartimento di Filosofia dell’Università di Macerata. Il tema sviluppato nel corso del triennio, “Differenze e relazioni”, è stato svolto il primo anno a partire dalla coppia terminologica “il prossimo e l’estraneo” e il secondo anno a partire dal tema della “cura dei legami”. Il terzo anno ha affrontato la questione delle “religioni nello spazio pubblico”.

È da pochi giorni in libreria il volume che ne contiene i materiali. Intitolato “Differenze e relazioni. Le religioni nello spazio pubblico” (Aracne editore) è stato curato da Carla Canullo. Nel testo compaiono i contributi degli studiosi che hanno partecipato al convegno, la cui apertura è stata affidata a Giovanni Ferretti, e le cui conferenze plenarie sono state tenute da Gerardo Cunico, Graziano Lingua e Andrés Torres Queiruga, e le cui riflessioni conclusive sono state proposte da Roberto Mancini.

Nel volume sono pubblicati inoltre i contributi di Sofia Alunni, Gian Luigi Brena, Elisabetta Colagrossi, Marco Damonte, Cecilia Maria Di Bona, Fabiola Falappa,  Ezio Gamba, Umberto Lodovici, Giulia Maniezzi, Stefano Marchionni, Silvia Maron, Alessandro Paris, Silvia Pierosara, Martina Properzi, Daniele Referza, Claudio Tarditi, Tommaso Valentini, Giovanna Varani, Sofia Vescovelli.

Monday 21 September 2015

Viaggio nel cuore di Firenze tra arte, storia, fede e carità

logo FIGuardare al passato è la strada sicura per costruire un futuro migliore. Riflettere sulla propria storia è sempre motivo di crescita. Lo è soprattutto in questa stagione di cambiamenti in cui non bisogna smarrire la bussola dell’umano secondo la natura profonda della persona e della comunità degli uomini. Per illustrare ai delegati che arriveranno da tutte le diocesi d’Italia la propria specifica identità, la Chiesa fiorentina proporrà, nel corso del Convegno ecclesiale nazionale, trenta incontri in altrettanti luoghi significativi della città per raccontare le proprie origini, le esperienze religiose e le più alte espressioni di spiritualità, caritative, culturali e artistiche oltre alle grandi figure- simbolo del Novecento: il cardinale Elia Dalla Costa, don Giulio Facibeni, Giorgio La Pira e don Lorenzo Milani.

Ma il vero volto di Firenze, che lega insieme fede, verità e carità, non può prescindere dall’intreccio con la vita pastorale nelle parrocchie, come è stato sottolineato ieri dal vicario generale di Firenze, monsignor Andrea Bellandi, nel corso di una conferenza stampa in arcivescovado per presentare l’iniziativa. Ecco allora il secondo gruppo di incontri che narrano di una fede operante nel tempo, alimentata da forme di spiritualità e di vita monastica, non chiuse in se stesse, ma che agiscono come «finestre aperte» su Firenze. Un «tessuto » sul quale si innesta la carità, che è ben radicata nella tradizione fiorentina.

La ricca panoramica, che nel pomeriggio di giovedì 12 novembre qualificati coordinatori, relatori e testimoni presenteranno ai delegati della Chiesa italiana per aprirsi al dialogo con la città, richiamerà pure l’attenzione sulle più significative esperienze sociali e culturali che Firenze oggi offre e che sono sintetizzate nel terzo gruppo di incontri. A partire da quelle che si occupano della salute delle persone, degli anziani, dell’integrazione degli studenti stranieri, del recupero dei detenuti. Dalla solidarietà si passa al rapporto tra fede, arte, cultura e scienza, mettendo in primo piano le grandi basiliche (con il nuovo Museo dell’Opera di Santa Maria del Fiore che sarà inaugurato il 29 ottobre) e il «cuore» del sapere e del dialogo (musei, biblioteche e fondazioni). Senza trascurare esperienze artistiche e culturali meno conosciute che si sono affermate di recente. Tutte espressioni di una realtà sociale viva, con una grande storia, capaci di confrontarsi e di cooperare con la vocazione umanistica della Chiesa.

Andrea Fagioli – Avvenire, 20 settembre 2015

Friday 18 September 2015

Galantino: non c’è vera teologia senza sapienza

galantino nunzio

Non c’è vera teologia senza sapienza. E la sapienza «consiste nella verità esercitata con la carità». Nella tavola rotonda che ha chiuso ieri il seminario per docenti di teologia e assistenti pastorali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore quest’anno ospitato dalla sede di Piacenza dell’ateneo – il segretario generale della Cei Nunzio Galantino ha ripreso la riflessione del beato Antonio Rosmini per tracciare l’orizzonte di una riflessione teologica capace di esprimere il richiamo ad una ‘Chiesa in uscita’ più volte ribadito da papa Francesco. «Oltre la secolarizzazione dei saperi» è il filo conduttore su cui si è lavorato nella tregiorni di seminario, facendo tesoro delle sollecitazioni della Evangelii gaudium come dei recenti interventi che papa Bergoglio ha rivolto alla Facoltà cattolica di Buenos Aires.

«Accogliamo l’invito a una teologia capace di farsi carico delle transizioni difficili, dei conflitti, senza cadere nella tentazione della ‘teologia da tavolino’», ha sottolineato l’assistente ecclesiastico generale dell’Università Cattolica il vescovo Claudio Giuliodori introducendo la tavola rotonda, a cui, insieme al vescovo Galantino, hanno portato il loro contributo Pierangelo Sequeri, preside della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, e Francesco Botturi, filosofo e prorettore dell’Università Cattolica.

Indica l’enciclica Laudato si’ come «esercizio del magistero di una Chiesa in uscita» il professor Botturi, esempio di un approccio all’ecologia che è «inclusivo di competenze diverse» e dunque sa trasformare l’oggetto della ricerca in «ecologia sociale» e, da lì, in «ecologia umana». La critica che il Papa fa sul dominio del paradigma tecnocratico non è altro che l’intuizione di chi, cogliendo la natura trinitaria della realtà, sa portare «la verticalità sapienziale dentro una orizzontalità sapienziale». Indica così la strada per superare la ‘interdisciplinarità’ – che si limita a mettere insieme, al termine della ricerca, risultati a cui i saperi sono giunti in maniera autonoma – e approdare alla ‘transdisciplinarità’, a una «contaminazione trasformativa tra le discipline». Papa Francesco nella Laudato si’ porta dentro l’indagine sulla questione ambientale l’atteggiamento del teologo che «dice il senso e chiede la sua realizzazione » spiega Botturi, in un’esortazione «a trasformare in sofferenza personale quel che accade nel mondo e così individuare il contributo che ciascuno può portare ». È proprio «disinnescare l’accademismo», l’intellettualismo fine a se stesso, per «riabilitare la qualità umana del sapere» il compito più urgente a cui è chiamata oggi la riflessione teologica secondo monsignor Sequeri. Ma l’obiettivo richiede un ritorno «all’esercizio del cristianesimo», perché l’impressione – osserva – è che «il cristianesimo si faccia poco e si spieghi tanto, troppo: il Papa lancia un bel tema e subito la parrocchia organizza un corso». Basta allora fare qualche opera buona in più? Anche questa è una lettura riduttiva. Il centro nevralgico sta nel riattivare le relazioni, «il rapporto tra qualità della conoscenza ed esercizio della intenzionalità», far affiorare «i contenuti affettivi dei saperi», con lealtà e onestà intellettuale.

La teologia – evidenzia, con le parole del Rosmini, Galantino – non è nata «per cacciar fuori frasi pompose» o «per far mostra di ingegno », ma per «guidare l’umanità alla virtù». È questa la sapienza che non perde il legame con la realtà fatta «di persone in polvere e cenere» e si nutre della consapevolezza che si è tutti «condiscepoli» di un unico maestro, Gesù Cristo.

Barbara Sartori – Avvenire, 18 settembre 2015

Thursday 17 September 2015

Bari, presentate le Notti Sacre

«In un tempo in cui vengono evidenziate la caduta dei valori e l’indifferenza, di fatto ci accorgiamo che esiste una sete profonda di partecipazione culturale e la risposta del pubblico a Notti Sacre ne è un esempio ». Lo ha detto ieri l’arcivescovo di Bari- Bitonto, Francesco Cacucci, durante la presentazione della sesta edizione di ‘Notti Sacre’. Dal 19 al 27 settembre, otto delle venti chiese della città vecchia di Bari ospiteranno la rassegna di ventidue eventi culturali, organizzata dall’arcidiocesi barese anche grazie al contributo del Progetto culturale della Chiesa italiana e di Sovvenire, sul tema «Un nuovo umanesimo di misericordia».

Aprirà la rassegna la Messa nella Basilica di San Nicola, presieduta da Cacucci, durante la quale sarà eseguita la Missa n.6 ‘Sancti Nicolai’ di Haydn. Il calendario offre, tra l’altro, occasioni di riflessione come il dialogo tra Giuseppe Giulietti della associazione ‘Articolo 21′, Francesco Occhetta di ‘Civiltà Cattolica’ ed Enzo Quarto, presidente regionale dell’Ucsi, sul rapporto tra giornalismo ed etica. Don Maurizio Patriciello, a partire dall’enciclica di papa Francesco Laudato si’, interverrà sul tema «Noi non siamo Dio. La terra ci precede e ci è stata data». Tra le novità di questa edizione, la presenza di musicisti e artisti stranieri: il coro dell’Università cattolica di Ratisbona e musicisti iraniani e israeliani.

A dieci anni dal Congresso eucaristico nazionale che si svolse a Bari, viene riproposto il testo teatrale ‘I martiri di Abitene’. «Il programma, negli ultimi anni, è sempre più concentrato sulla musica sacra», ha evidenziato il direttore artistico, don Antonio Parisi. Non a caso, la rassegna sarà chiusa dalla prima esecuzione mondiale di una inedita Messa in re maggiore per soli, coro e orchestra, di Niccolò Piccinni.

Antonio Rubino – Avvenire, 17 settembre 2015

Monday 08 June 2015

Un giorno a Sarajevo con il Papa

 

Se si arriva per la prima volta a Sarajevo sembra di scorrere le pagine di un libro di storia. A Sarajevo la storia è lì, aperta davanti ai tuoi occhi con la sua tragicità. Ci sono la case in stile ottomano nel centro storico, i palazzi in stile austriaco e i giardini come a Vienna, i casermoni in stile sovietico e le vecchie case senza stile ancora crivellate di colpi che ti ricordano la guerra più recente. Come i cimiteri, dislocati qua e là, macchie bianche che segnano la città dallo stadio ai parchi pubblici. E ci sono gli impianti sportivi che ricordano le ultime glorie comuniste ridotti a miseri resti, a fianco dei centri commerciali iper moderni dove troneggiano le insegne dei maggiori brand specialmente italiani.

Saturday 25 October 2014

Sinodo, un colpo di mano che non è riuscito

"Il sismografo" (http://ilsismografo.blogspot.it/) in questi giorni si sta rivolgendo a diversi colleghi vaticanisti per chiedere un loro ulteriore contributo di analisi e commento in merito all'importante Assemblea straordinaria sinodale dedicata alla famiglia.

Angela Ambrogetti, Responsabile di Korazym, vaticanista e scrittrice, ci ha offerto la sua riflessione in risposta a questa domanda:

Senza entrare in complessi approfondimenti, quale la caratteristica o riflessione che più ti ha colpito o che ritiene di notevole rilevanza di questo Sinodo?

"Un colpo di mano che non è riuscito. Lo definirei così il Sinodo straordinario sulla famiglia che si è appena concluso. Ma anche l’occasione per alcuni episcopati di mostrare la loro fedeltà al Vangelo e la voglia di emancipazione da un “centro” che non è Roma, ma qualcuno che vorrebbe colonizzarla.

Tuesday 21 October 2014

Un sinodo ancora da capire

Strano questo Sinodo straordinario appena concluso. Una formula che era stata abbandonata nel 1985. Due settimane sono poche per ragionare, e i presidenti delle Conferenze episcopali non sempre sono i più adatti a discutere. Sono abituati a mediare più che a portare idee. Molti dei sinodali è chiaro che un sinodo non lo avevano mai seguito. Ed è stato evidente che un gruppetto lo voleva guidare senza lasciare spazio alle alternative. Cominciamo dalla poca trasparenza. Scegliere di non pubblicare i singoli interventi ha messo in difficoltà parecchi vescovi. Perché i loro fedeli volevano sapere e seguire lo sviluppo del dibattito e soprattutto chi aveva detto cosa. Cosa che del resto si era saputa per decenni. Il Bollettino del Sinodo è base e fonte per la storia della Chiesa. Di questo sinodo invece avremo solo testimonianze di coppie ( ne sentiamo già molte nelle Giornata per la Famiglia) e omelie. Sulla Relatio dopo la discussione c’è poi ancora molto da capire. Lo stesso relatore del Sinodo il cardinale ungherese Erdő ne ha preso le distanze. Il Papa gli ha messo al fianco degli altri collaboratori. Una Relazione che è stata di fatto disconosciuta dai Circoli Minori. In molti all’uscita dei lavori dicevano: “ ma noi non abbiamo detto quelle cose!”

Tuesday 07 October 2014

Sinodo: non giudizio ma verità

La notizia di oggi è che il 20 ottobre il Papa ha deciso che al concistoro si parli di Medio Oriente. Sarà un modo per comunicare ai cardinali i risultati dell’incontro con i nunzi che si è svolto la settimana scorsa. Martedi mattina, secondo quello che riporta l’ Osservatore Romano, si è parlato anche della violenza. “Così è stato messo in risalto come i terroristi di Boko Haram non hanno nulla a che vedere con la visione che in Nigeria, anche da parte dei musulmani stessi, si ha del valore della famiglia. Mentre a Baghdad, è stato reso noto, nonostante tutti i problemi, oltre 1.500 bambini sono accompagnati dai genitori, ogni venerdì, al corso di catechismo: è stata così anche rimarcata la testimonianza di fede e di unità delle famiglie cristiane rimaste in Iraq. Accompagnata pure dall’auspicio che venga sempre rispettato il loro credo come un diritto fondamentale della persona e così non ci debba essere timore nel testimoniarlo. Un discorso simile è stato proposto, poi, a proposito dell’Iran, dove ci sono appena cinquemila cristiani a fronte di settantacinque milioni di musulmani che, è stato affermato, non appartengono al fondamentalismo dell’Is.”

Thursday 20 February 2014

Il progetto di Francesco. Dove vuole portare la Chiesa

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È in libreria “Il progetto di Francesco. Dove vuole portare la Chiesa”. Una conversazione di Víctor Manuel Fernández con Paolo Rodari, Collana «Vita di missione – Nuova serie», Editrice Missionaria Italiana, pp. 144, euro 10,90.

Fernández è rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina; è stato uno dei primi vescovi nominati da papa Francesco, elevato nel maggio 2013 alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, uno dei saggisti più letti in America latina in fatto di teologia e spiritualità, ha un rapporto di assoluta fiducia con il papa che vede in lui un valido consulente e collaboratore. Non a caso fu lui, nel 2007, alla V Conferenza dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida, ad aiutare l’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro papa.

Poche persone come Fernández, dunque, possono aiutare a capire chi sia Francesco e verso dove egli vuole che la Chiesa vada. Anzitutto, secondo il teologo argentino, Francesco chiede alla Chiesa un movimento: l’uscita. «Uscire da sé stessi», spiega Fernández, «una categoria-chiave per comprendere a fondo il pensiero e la proposta del papa, perché il Vangelo ha sempre la dinamica dell’esodo e del dono, dell’uscire da sé. È il contrario dell’autorefenzialità che egli tanto deplora». E ancora, su questa idea che è centrale nel magistero dell’attuale pontefice: «Tale uscita richiede di osare, fare il primo passo, non restare seduti sperando che la gente venga ai nostri incontri o ai nostri corsi, avere il coraggio di parlare di Gesù e della propria esperienza di fede a tutti e in ogni luogo. Il papa ci ricorda sempre che la comunità evangelizzatrice non si chiude, ma anzi accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione se necessario, e si fa carico della vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo».

È il programma rivoluzionario del Papa venuto da un Paese «quasi ai confini del mondo» che il teologo argentino declama in queste intense pagine: prima dei princìpi, viene l’annuncio del Vangelo, da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Non ci si può limitare ad annunciare i princìpi morali da seguire. Occorre parlare anzitutto della gioia del Vangelo e del fatto che il Suo annuncio è un annuncio di misericordia. Secondo Fernández l’intento del Papa è di scuotere la Chiesa, di farla uscire dal recinto dei suoi privilegi, oltre le logiche del carrierismo e delle divisioni per arrivare a tutti, specialmente agli ultimi, agli emarginati, a chi non ha nulla. È una Chiesa povera e per i poveri che vuole il Papa, la stessa Chiesa che voleva quando era cardinale a Buenos Aires.

Ecco di seguito la prefazione al libro, firmata da Paolo Rodari:

13 marzo 2013. Verso dove Francesco vuole portare la Chiesa? È la domanda che mi sono fatto nei primi giorni di pontificato di Jorge Mario Bergoglio. E dovendo, da cronista, raccontare il pontificato in corso, è la domanda che ho posto fin dalla chiusura del conclave a tutte le persone che per lavoro ho incontrato o sentito. «Voi sapete che il dovere del conclave era di dare un vescovo a Roma e sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo… ma siamo qui», ha detto papa Francesco, affacciandosi la sera dell’elezione alla loggia centrale della basilica vaticana. Mi sono chiesto: cosa significa avere un papa che viene dalla fine del mondo? Cosa porterà alla Chiesa? E, soprattutto, dove la porterà?

Giorni dopo l’elezione, ho chiamato un amico vescovo. Avevo intenzione di svolgere un’inchiesta fra i gesuiti e gli ho chiesto il suo parere sulle domande da porre e, in particolare, sul nuovo papa. Mi ha risposto: «Hai letto Il cielo e la terra, il libro che Bergoglio ha scritto con il rabbino Abraham Skorka? Per me sono stati illuminanti i capitoli in cui i due affrontano i temi cosiddetti eticamente sensibili, il matrimonio fra uomo e donna, l’aborto, l’eutanasia ecc. Leggendoli, mi sembra di aver capito che per Bergoglio prima dei princìpi e della loro difesa viene il kerygma, ovvero l’annuncio della buona notizia che è il Vangelo. Mi sembra che questo sia il tratto principale del nuovo papa: i princìpi esistono e non si negano, ma prima occorre annunciare che il Vangelo è amore, misericordia, abbraccio. Insistere troppo sui princìpi non serve e può essere controproducente».

19 settembre 2013. È mattina. Mi trovo a Firenze e squilla il telefono. Mi avvisano che sta per uscire una lunga intervista concessa dal papa a padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica. Mi faccio mandare il testo. Gli spunti sono innumerevoli, ma resto colpito più che altro da un passaggio. Il papa dice: «Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione». E ancora: «Gli insegnamenti, tanto dogmatici quanto morali, non sono tutti equivalenti. Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L’annuncio di tipo missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus. Dobbiamo quindi trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l’edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte, di perdere la freschezza e il profumo del Vangelo. La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. È da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali».

Sono parole per me illuminanti. Perché confermano che la prima intuizione suggeritami dall’amico vescovo sembra giusta: Francesco mostra di volere una Chiesa che abbraccia e che non esclude. E ritiene che insistere troppo, quasi ossessivamente, sui princìpi, sia una tattica non consonante con il messaggio evangelico. Beninteso, anche i suoi predecessori volevano una Chiesa siffatta. Ma in Francesco questa sottolineatura pare più accentuata.

21 ottobre 2013. Su Repubblica pubblico una pagina d’intervista a Víctor Manuel Fernández, rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina, una delle prime nomine episcopali di Francesco, elevato nel maggio 2013 alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, ha un rapporto di fiducia con il papa che vede in lui un valido consulente. Non a caso fu lui, nel 2007, alla V Conferenza dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida (San Paolo), ad aiutare Bergoglio a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro papa. Pochi come Fernández, dunque, possono aiutare a capire chi sia Francesco e verso dove egli vuole che la Chiesa vada. Così, a inizio ottobre, lo chiamo a Buenos Aires. Mi risponde una voce cordiale. Gli spiego il mio interesse per il papa, il desiderio di conoscere la sua figura in profondità, le caratteristiche della «sua» Chiesa. Acconsente a che gli invii alcune domande, senza però garantirmi che mi risponderà. Invece, dopo qualche giorno, mi risponde. Non elude nessuna domanda e a quella per me più importante, ovvero se a suo avviso si può dire che Francesco sia il papa che privilegia la misericordia ai princìpi, risponde così: «L’annuncio del cuore del Vangelo prima d’ogni altra cosa è una caratteristica importante di Francesco, ma è da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Il papa pensa che una Chiesa che vuole uscire da sé stessa e raggiungere tutti debba necessariamente adattare il suo modo di predicare. Soprattutto, egli applica un criterio proposto dal Concilio Vaticano II ma spesso dimenticato e trascurato: la “gerarchia delle verità”. Francesco ci invita a riconoscere che spesso i precetti della dottrina morale della Chiesa vengono proposti fuori dal contesto che dà loro significato. Il problema maggiore si ha quando il messaggio che la Chiesa annuncia si identifica soltanto con questi aspetti che tuttavia non manifestano per intero il cuore del messaggio di Gesù Cristo…». E ancora: «Ci deve essere una proporzione adeguata soprattutto nella frequenza con la quale alcuni argomenti o accenti vengono inseriti nella predicazione. Per esempio, se un parroco lungo l’anno liturgico parla dieci volte di morale sessuale e soltanto due o tre volte dell’amore fraterno o della giustizia, vi è una sproporzione. Ugualmente se parla spesso contro il matrimonio fra omosessuali e poco della bellezza del matrimonio. Oppure se parla più della legge che della grazia, più della Chiesa che di Gesù Cristo, più del papa che della parola di Dio».

L’intervista esce su Repubblica il 21 ottobre. L’occasione ci fa conoscere meglio e mi porta a fargli una seconda richiesta: perché non pubblichiamo insieme un libro-conversazione tutto dedicato a Francesco, o meglio al suo «programma»? Con mia grande gioia padre Fernández acconsente una seconda volta. Insieme decidiamo di usare l’esortazione apostolica Evangelii gaudium (EG) come base sulla quale lavorare, avendo ben presente che è stato lo stesso papa a dire che il documento ha un «senso programmatico». E il risultato, dopo il tempo trascorso assieme a Buenos Aires e un’intensa corrispondenza epistolare, sono le pagine di questo libro, un testo che spero risulti utile per chi vuole comprendere fino in fondo la sfida che il papa venuto «dalla fine del mondo» vuole porre alla Chiesa e, insieme, anche a chi è lontano da una vita di fede.

Evangelii gaudium è un programma di pontificato ampio e accurato. L’esortazione apostolica, infatti, firmata dal papa il 24 novembre 2013, festa di Cristo Re dell’universo, formalmente sarebbe dovuta essere «post-sinodale», ovvero semplicemente un approfondimento delle proposizioni che il Sinodo dei vescovi, svoltosi in Vaticano nel 2012 e dedicato alla nuova evangelizzazione, aveva prodotto. In realtà il documento volutamente non riporta la dizione «post-sinodale», proprio perché è, e vuol essere, molto di più, un testo appunto programmatico. E così, partendo da Evangelii gaudium, è stato per noi semplice ampliare l’orizzonte su un papa così sorprendente.

Evangelii gaudium, ovvero la gioia del Vangelo. Sembra essere questa, anzitutto, la direzione. Portare la Chiesa a prendere consapevolezza che il cristianesimo è gioia perché annuncia che Dio è con noi. Una delle azioni maggiormente richieste dal papa è la necessità di «uscire fuori». Uscire dalle proprie convinzioni, comodità, privilegi, idee, per portare il Vangelo di Cristo a tutti senza pregiudizi né preclusioni. Uscire, cambiare, dunque, ripensando daccapo l’intera vita di fede. Il papa non manca di indicare nello specifico alcune riforme e alcuni cambiamenti, esortando «tutti ad applicare con generosità e coraggio gli orientamenti di questo documento, senza divieti né paure». Non è più il tempo della ritrosia. Francesco vuole che tutti, a cominciare dai semplici fedeli, abbandonino «il comodo criterio del “si è fatto sempre così”». Dice: «Invito tutti ad essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità».

Questo libro, dunque, nasce anche dallo stupore per questo testo papale, una vera e propria enciclica, secondo quanto hanno scritto diversi osservatori. Stupore per un papa che decide di mettere per iscritto un programma esigente anche verso sé stesso e la propria persona: «Dal momento che sono chiamato a vivere quanto chiedo agli altri, devo anche pensare a una conversione del papato». Il cantiere che papa Francesco ha aperto con Evangelii gaudium è ampio e può far venire le vertigini. «Tuttavia – scrive Francesco – non c’è maggiore libertà che quella di lasciarci portare dallo Spirito, rinunciando a calcolare tutto, e permettere che Egli ci illumini, ci guidi, ci orienti, ci spinga dove Lui desidera».

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Saturday 15 February 2014

Padre Konrad, le braccia caritatevoli di Papa Francesco

“Tu sai cosa devi fare, hai bisogno di soldi?” E’ la frase che Konrad Krajewski, arcivescovo ed Elemosiniere di sua Santità, si sente ripetere spesso da papa Francesco. Si perché è lui che aiuta il Papa ad essere vicino a chi ha bisogno, con gesti che sembrano piccoli, ma che diventano immensi per chi li riceve. Padre Konrad come lo chiamano tutti, non vive in Vaticano, ma a Borgo Pio, in una casa “con la bandiera polacca”, dice. “Perché così posso essere più vicino alla gente”. Vuole essere chiamato così e il papa gli ha detto: a chi ti chiama eccellenza chiedi 5 euro di tassa per i poveri. Konrad che viene dalla diocesi di Łódź, lui che dal 1998 è stato a fianco di tre papi durante le liturgie, lui che da anni gira la notte per le vie di Roma per dare aiuto a chi ne ha bisogno. “Le mie braccia sono corte adesso, se le prolunghiamo con le tue braccia riesco a toccare i poveri di Roma e d’ Italia, io non posso uscire, tu sì” gli ha detto il papa alla sua nomina.

Wednesday 12 February 2014

Due Papi per una sola Chiesa

Diciamoci la verità, non avremmo mai pensato che la coabitazione funzionasse così bene. Anzi che potesse diventare un modello per il futuro. Quando in un giorno di brutto tempo a febbraio i media di tutto il mondo hanno iniziato a far girare la notizia del secolo, la rinuncia del Papa, l’idea stessa di avere due Papi in Vaticano sembrava roba da Apocalisse. Quel fulmine che colpiva la cupola di San Pietro immortalato da un fotografo fortunato, sembrava davvero l’inizio della fine del mondo secondo i canoni di certi B movies degli anni ’70. Fulmini e saette, l’attacco del Maligno e cose del genere. Qualcuno ha anche cavalcato quest’onda per sferrare l’ultimo colpo a Papa Benedetto XVI colpevole di non aver mai ceduto ai facili popolarismi e di aver sempre predicato la verità del Vangelo con gioiosa e ferma chiarezza. Ma il Vento dello Spirito soffia dove vuole e non segue le regole del meteo.

Wednesday 12 February 2014 09:08

La Quaresima della Chiesa

Quando pensiamo alla Quaresima i laici pensano ad una cosa lunga e triste, i cattolici ad un tempo forte della liturgica che si prepara alla luce della Pasqua. E in effetti quei poco più di quaranta giorni che lo scorso anno abbiamo vissuto tra l’ 11 febbraio, e il 13 marzo e poi fino a Pasqua, sono stati davvero una Quaresima. E in entrambi i sensi. Perché sono stati giorni lunghi, di ansia e di stupore, di attesa di incredulità. E in questo senso giorni di penitenza. Per la prima volta nella storia moderna, un pontefice decideva di rinunciare al governo della Chiesa Universale. Si certo, tutti gli addetti ai lavori sapevano che fin dai tempi di Paolo VI si parlava di come permettere al Papa di essere davvero libero da qualunque condizionamento, di poter esercitare il ministero petrino in pienezza e completezza e quindi di poter “lasciare” qualora non potesse essere in piena coscienza libero

Wednesday 27 November 2013

L'eutanasia ai minori: per la Chiesa un gesto di estrema inciviltà. Occorre riflettere.

Le parole sono forti e sono quelle di un prelato molto autorevole all'interno della Chiesa cattolica.

Mons. Sgreccia è presidente della fondazione Ut Vitam habeant nonchè presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita.

Il tema è uno di quelli che in questoi periodo sta suscitando acceso dibattito in ambito cattolico ed etico: quello dell'eutanasia...anzi, quello dell'eutanasia aperta alle persone minori di età.

«È un salto. Un salto abissale, sotto il livello di civiltà, di umanità». Queste le parole del prelato che commenta il primo sì del parlamento belga all'estensione dell'eutanasia ai minori. 

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Tuesday 05 November 2013

Così pregava Karol Wojtyla. Una lista di nomi (con allegati dossier), l’elenco dei collaboratori in vista, un Atlante sottomano per la “preghiera geografica”

Giovanni Paolo II aveva un segreto, la preghiera. Ore trascorse nel silenzio, in un dialogo nascosto con Dio dal quale traeva la forza per andare, con efficacia, incontro al mondo.

Della preghiera di Karol Wojtyla hanno scritto in tanti. Una testimonianza significativa in merito l’ha data il 4 novembre 2013 un sacerdote riservato e preparato, che ha avuto la possibilità di frequentare molto il Papa polacco durante i suoi ultimi anni di vita.

Si chiama Pawel Ptasznik. Oggi è il responsabile della sezione polacca della segreteria di stato vaticana. Ai tempi di Giovanni Paolo II era colui che saliva nell’Appartamento papale per aiutare lo stesso Wojtyla nella stesura dei suoi testi. È stata l’assidua frequentazione dell’Appartamento a premettergli di conoscere quel segreto, la preghiera appunto, che ha caratterizzato tutta la vita del Papa che la prossima primavera diviene santo.

Monsignor Ptasznik ha dato la sua testimonianza a Roma, durante la presentazione dell’ultimo libro dell’ex segretario di Wojtyla Stanislaw Dziwisz, una conversazione con Gian Franco Svidercoschi intitolata “Ho vissuto con un santo”.

Questa la trascrizione di quanto ha detto:

«Quella di Wojtyla era una preghiera costante e vera. Anche durante i viaggi normalmente voleva rispettare “l’ora santa” dedicata all’adorazione eucaristica, e così la via crucis del venerdì sera e la Messa. Chi organizzava i viaggi doveva tenere presente queste sue esigenze».

«La segreteria di stato consegnava al Papa la lista con le richieste di preghiere arrivate da tutto il mondo. Pregava consultando quella lista, che spesso aveva degli allegati, delle cartelle che spiegavano meglio la situazione di coloro che chiedevano preghiere».

«Una volta l’ho visto pregare in cappella. Aveva aperto davanti a sé l’Osservatore Romano su una pagina in cui c’erano tutti i nomi dei capi dicastero della Curia Romana con anche gli “officiali” di lingua polacca. Pregava per tutti i suoi collaboratori».

«Sulla sua scrivania aveva un Atlante. Ogni giorno posava lo sguardo su una parte concreta del mondo, per poi pregare per tutta la giornata per le popolazioni di quella stessa porzione. Era la sua preghiera geografica».

«Si confessava ogni due settimane. Una macchina arriva in centro a Roma per “prelevare” monsingor Stanislaw Michalski, il suo confessore, che veniva accompagnato appositamente in Vaticano».

«Quando doveva scrivere un testo faceva tutti i giorni un’ora di meditazione sul camminamento situato sul tetto del palazzo apostolico. Poi scendeva in Appartamento e mi dettava il testo. Citava a memoria passi della Scrittura e dei padri della Chiesa. Dopo un’ora, un’ora e mezza, il testo era pronto».

Friday 01 November 2013

«Ho l’impressione che Gesù è stato rinchiuso all’interno della Chiesa e che bussa perché vuole uscire». Ecco cosa disse Jorge Mario Bergoglio prima del Conclave secondo il cardinale Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione

«Durante il suo intervento alle congregazioni generali che hanno preceduto il conclave, il cardinale Jorge Mario Bergoglio ha parlato con insistenza della necessità che la Chiesa “esca fuori” da se stessa. Egli ha detto che la Chiesa è malata, che deve prendersi cura di se stessa. Il suo breve discorso ha colpito tutti. Ha detto testualmente: “Ho l’impressione che Gesù è stato rinchiuso all’interno della Chiesa e che bussa perché vuole uscire, vuole andare via”».

«Bergoglio ha chiesto ai vescovi di essere veramente pastori e non degli amministratori. Del resto, è ciò che egli ha fatto a Buenos Aires rifiutando, ad esempio, di andare ad abitare nella residenza vescovile. Così ora che è Papa con la decisione di abitare nel convitto di Santa Marta. Egli ha bisogno di vedere gente e incontrare semplicemente la gente per parlare con loro nei corridoi, durante i pasti … La parola “fuori”, si sa, è importante. Possiamo dire che questa è la parola che meglio definisce la missione di Gesù, egli è uscito fuori in qualche modo da se stesso per andare in periferia, dove l’uomo vive perso e in difficoltà”».

Così l’arcivescovo di Lione, il cardinale Philippe Xavier Ignace Barbarin – in tempo di sede vacante arrivava in Vaticano in bicicletta –, rivela come già nelle riunioni pre-conclave Bergoglio abbia usato parole dure per descrivere la situazione della Chiesa. «Cristo è rinchiuso in prigione», ha detto il futuro Papa durante le Congregazioni generali. Parole che hanno convinto i cardinali a sceglierlo perché, dice Barbarin, «quel discorso ha colpito tutti».

È stato il discorso durante le congregazioni a convincere i cardinali a votare Bergoglio oppure il suo nome era nella mente dei cardinali già da prima?
«Il nome del cardinale Bergoglio circolava molto fra i cardinali. Tutti però siamo rimasti colpiti durante le congregazione generali dal suo discorso. Parlava della necessità di guardare altrove. Ha raccontato dell’America Latina, dove il 40 per cento della popolazione è cattolica. Egli è stato in grado di governare la provincia gesuita affidatagli durante il difficile periodo della dittatura militare. Ben presto si è trovato a capo dell’arcidiocesi di Buenos Aires, dove ha mostrato un grande zelo missionario, in un vero spirito di povertà e di vicinanza verso tutte le persone che gli erano state affidate. Ci è apparso come un uomo di grande autorità che sa come impostare il proprio cammino e prendere le decisioni giuste. Già in questi mesi vediamo come tutte queste qualità siano state messe in campo. Soprattutto colpisce la semplicità e la chiarezza delle sue omelie, e insieme il grande programma lanciato per la riforma della curia romana. Questa è la riforma che la Chiesa si aspetta e di cui essa ha grande bisogno».

È urgente questa riforma secondo lei?
«La riforma deve certamente avvenire. Il Consiglio dei cardinali saprà come fare. Ha l’obiettivo di riorganizzare la Chiesa, servendo le chiese locali e collaborando collegialmente con i vescovi del mondo. Possiamo dire della curia ciò che il Papa ha detto della Chiesa: “È buono e sano se essa si occupa prima di se stessa che degli altri”».

Cosa pensa delle riforma dello Ior? È giusto che il Vaticano abbia una banca?
«La questione non è se ci deve essere una banca in Vaticano o meno. È ovvio che il Vaticano ha bisogno di soldi, come ogni diocesi o istituzione della Chiesa. Ma piuttosto la questione è se e come il denaro entra in Vaticano, se tutto è trasparente o meno, verificabile, come le spese sono organizzate».

In questi giorni un sito web cileno ha riportato le parole che il Papa avrebbe detto a dei religiosi sudamericani circa l’esistenza di una “lobby gay” in Vaticano. Esiste davvero secondo lei questa lobby? Perché il Papa ne ha parlato?
«Ovviamente, su questo argomento non so nulla. Quel che è certo è che tutti gli uomini sono peccatori, e quindi anche in Vaticano ci sono uomini che sbagliano. Sarebbe sciocco dire: “Non credete, in Vaticano è impossibile!”. Ma io non voglio amplificare voci e dicerie. Se il Papa ha qualcosa di chiaro da dire in proposito, lo sapremo. E se si decide di agire, lo farà senz’altro».

Ratzinger nella Via Crucis del 2005 al Colosseo parlò della “sporcizia” presente nella Chiesa. Ancora Francesco parla spesso dei “mali” interni alla Chiesa. A cosa si riferiscono?
«Sì, è una triste realtà. La Chiesa, da semplice fedele al vertice della gerarchia è danneggiata e talvolta screditata dai peccati e dagli scandali di coloro che la compongono. Questa è una grande ferita interiore. Naturalmente, siamo tutti peccatori, ma se uno non lascia Cristo fuori di questo peccato, se lui non si assoggetterà alla misericordia di Dio, il danno potrà essere grande, e soprattutto se la persona che pecca si trova in una posizione di notevole responsabilità. Certo, nella storia, abbiamo visto molti Papi non essere di esempio ma crediamo che, nonostante i tanti peccati, la Chiesa goda del sostegno costante dello Spirito Santo. Egli ha parole di vita eterna».

Spesso la Chiesa è chiamata a rapportarsi con i problemi anche più scomodi della gente. Sempre più fedeli vicino situazioni difficili. Le famiglie spesso si sfasciano. Sono tanti i divorziati risposati che non possono accedere alla comunione. Come si comporta con questi problemi a Lione? Quali soluzioni?
«Sì, la sofferenza è sempre più pesante, in generale, sia nella Chiesa di Lione che altrove. Si ha l’impressione che non solo le famiglie, ma l’intera società stia arrivando ad annullarsi, e ci si chiede con una certa ansia dove si andrà in futuro. È in atto una decostruzione quasi desiderata, programmata per staccare le radici ai giovani e qualche volta anche alle famiglie.Ma ognuno ha un suo posto nella Chiesa. Benedetto XVI lo ha ripetuto spesso. Il Signore ha scelto come uno dei pilastri della sua Chiesa un rinnegato, Pietro, che aveva vilmente abbandonato al momento della passione, e un “parassita!” della Chiesa, come Paolo, ed entrambi sono diventati pilastri della costruzione. Così egli saprà utilizzare tutti noi, qualunque siano le nostre debolezze e peccati. Dobbiamo spostare gradualmente (questa è la legge della gradualità, in modo spesso spiegato da Giovanni Paolo II) su un percorso dove la misericordia e l’attenzione per ogni persona sono illimitate. E dove la Parola di Dio è accolta come una verità la luce e in assoluto, anche se ci porta attraverso momenti di sofferenza e angoscia, certamente porta ad un cammino di felicità».

Tuesday 22 October 2013

Prima il Vangelo e poi la dottrina. Il segreto di Jorge Mario Bergoglio secondo Victor Manuel Fernández, uno dei teologi più vicini al Papa

Victor Manuel Fernández, rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina, è una delle prime nomine di Jorge Mario Bergoglio, elevato lo scorso maggio alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, ha un filo diretto col Papa che vede in lui un valido “consulente”. Nel 2007 alla conferenza dei vescovi latino americani ad Aparecida, fu Fernández ad aiutarlo a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro Papa.

Monsignore, vorrei entrare subito “in medias res”. Nel libro con Abraham Skorka, Jorge Mario Beroglio svolge una breve introduzione nella quale parla dell’importanza della “cultura dell’incontro”. E dice che a volte l’uomo arriva a identificarsi di più con “i costruttori di mura che con quelli di ponti”. I media di tutto il mondo lodano le “aperture” di Francesco, stupìti più che altro del fatto che egli non insiste anzitutto sui princìpi ma – come ha detto lui stesso nell’intervista concessa il 19 settembre a Civiltà Cattolica – su “ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus”, insomma sull’essenziale, sul Vangelo. È a suo avviso questo il tratto fondamentale del nuovo pontificato? L’annuncio del Vangelo prima della morale? Oppure qual è il suo tratto caratteristico?
L’annuncio del cuore del Vangelo prima d’ogni altra cosa è una caratteristica importante di Francesco, ma è da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Il Papa pensa che una Chiesa che vuole uscire da se stessa e raggiungere tutti debba necessariamente adattare il suo modo di predicare. Soprattutto, egli applica un criterio proposto dal Concilio Vaticano II spesso dimenticato e trascurato: la “gerarchia delle verità”. Francesco ci invita a riconoscere che molte volte, i precetti della dottrina morale della Chiesa vengono proposti fuori dal contesto che dà loro significato. Il problema maggiore si ha quando il messaggio che la Chiesa annuncia si identifica soltanto con questi aspetti che tuttavia non manifestano per intero il cuore del messaggio di Gesù Cristo. Mentre una pastorale missionaria non può essere ossessionata dalla trasmissione disorganizzata di un insieme di dottrine da imporre con la forza dell’insistenza. Quando la Chiesa assume uno stile missionario diretto a tutti, senza eccezioni o esclusioni, l’annuncio si concentra sull’essenziale, su ciò che c’è di più bello, di più grande, di più attraente e nello stesso tempo di più necessario. Certo, tutte le verità rivelate sono credute con la medesima fede, ma alcune di loro sono più importanti perché esprimono più direttamente il nucleo fondamentale che è la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo. Ci deve essere una proporzione adeguata soprattutto nella frequenza con la quale alcuni argomenti o accenti vengono inseriti nella predicazione. Per esempio, se un parroco lungo l’anno liturgico parla dieci volte di morale sessuale e soltanto due o tre volte dell’amore fraterno o della giustizia, vi è una sproporzione. Ugualmente se parla spesso contro il matrimonio fra omosessuali e poco della bellezza del matrimonio. Oppure se parla più della legge che della grazia, più della Chiesa che di Gesù Cristo, più del Papa che della parola di Dio. Insomma, ogni verità si comprende meglio se posta in relazione armoniosa con tutto il messaggio cristiano, perché in tale contesto tutte le verità si illuminano a vicenda. Il Vangelo invita soprattutto a rispondere all’amore salvifico di Dio, riconoscendolo negli altri e in se stessi, al fine di cercare il bene di tutti. Questo invito non dovrebbe essere posto per nessun motivo in secondo piano! Se questo invito non brilla con forza e appeal, la morale della Chiesa rischia di diventare come un castello di carta: è qui che risiede il nostro più grande pericolo. Il messaggio perde la sua freschezza e cessa di avere il cosidetto “odore del Vangelo”. Certo, c’è poi anche lo stile del Papa, che non solo mira all’essenziale, ma lo esprime in modo chiaro e con segni. E a giudicare dagli effetti di questo fenomeno, non possiamo che guardarlo con occhi positivi, seppure esso dia fastidio in alcuni luoghi minoritari e poco rappresentativi dell’intera Chiesa.

In Italia è recentemente uscito un retroscena secondo il quale nel 2005, se Bergoglio fosse stato eletto Papa, si sarebbe chiamato Giovanni XXIV. Così, infatti, lo stesso Bergoglio avrebbe risposto al cardinale Francesco Marchisano, dalle radici piemontesi come il futuro Francesco, all’atto dell’elezione di Ratzinger. Marchisano era allora arciprete della Basilica di San Pietro. Al di là della veridicità o meno del retroscena, è papa Roncalli il Papa al quale Bergoglio ispira il suo pontificato? E in particolare, a suo avviso cosa pensa egli del Concilio Vaticano II? Si dice che dopo anni di tentativi di interpretare in senso conservatore o progressista il Concilio (le grandi “battaglie” sull’ermeneutica) egli ritenga che sia arrivato il momento di “farlo” il Concilio. È così?
Francesco è diverso da tutti i Papi che l’hanno preceduto. Certo, può avere caratteristiche di uno o dell’altro, ma sempre nella strada aperta dal Concilio. Senza dubbio egli rimane al di fuori delle discussioni teoriche sul Concilio perché semplicemente interessato a continuare lo spirito di rinnovamento e riforma che viene dal Concilio. In questo senso si pone fuori da ogni ossessione ideologica, senza pause o giravolte, con l’intenzione di portare la Chiesa fuori da se stessa così da raggiungere tutti. Ciò che ho detto sul criterio della “gerarchia delle verità” vale anche per molti altri percorsi di riforma che ha aperto il Concilio e che sono rimasti a metà strada.

Per quel che si sa la giornata di papa Francesco ha tre momenti fissi: la meditazione della Scrittura il mattino presto prima della Santa Messa; la recita del Rosario il pomeriggio; un’ora di adorazione eucaristica la sera. Nell’intervista a Civiltà Cattolica ha detto che la sua preghiera è “memoriosa”. Cosa intende? Cosa significa pregare per Francesco? Lo ha mai visto pregare? Come pregava in Argentina?
Il tema della memoria è una cosa su cui egli insiste molto ed è una chiave per conoscerlo. Non dobbiamo guardare le novità che egli porta come uno sradicamento, come un oblìo della storia viva della Chiesa. Egli spiega spesso che la memoria è una dimensione della nostra fede, in analogia alla memoria di Israele. Cita spesso gli Apostoli che non dimenticarono mai il momento in cui Gesù toccò il loro cuore: “Erano circa le quattro del pomeriggio”, dice Giovanni. E spesso ricorda le persone che sono state toccate in modo speciale, così da mostrare a tutti la gioia del credere. A volte si tratta di persone semplici e a noi vicine nella vita di fede. Bergoglio ama ricordare la seconda lettera a Timoteo: “Ho in mente la sincerità della vostra fede, una fede che fu prima in tua nonna Loide e in tua madre Eunice”. Perciò egli crede che la Chiesa non possa rinunciare alla propria ricca tradizione e che sarebbe sciocco pretendere di ripartire da zero. Egli non è un progressista senza radici, come qualcuno vorrebbe presentarlo. La sua preghiera è “memoriosa”, perché quando prega ricorda le persone che ha incontrato nel corso della giornata e cerca di raccogliere il messaggio che gli ha lasciato ciò che ha vissuto. La sua preghiera è piena di volti e nomi. Quando incontra la gente egli si mostra vicino, attento, affettuoso, e porta nella preghiera tutte quelle persone. In questo senso la sua è una preghiera “memoriosa”.

Non è un mistero per nessuno che negli anni passati i rapporti fra il cardinale Bergoglio con la presidente Kirchner sono stati difficili. Di Bergoglio il quotidiano argentino “Il Clarin” ha ricordato la vicinanza al gruppo peronista di destra “Guardia di Hierro”, con cui, negli anni – scrive il quotidiano -, avrebbe continuato a mantenere un legame spirituale. Quanto c’è di vero in questo? E soprattutto: è verosimile che il Papa auspichi in futuro un ritorno in argentina di un peronismo moderato che sappia legare con la Chiesa e i suoi convincimenti?
Penso che il suo rapporto con la presidente Kirchner non sia stato correttamente interpretato. Alcuni hanno creduto che alcune affermazioni delle sue omelie fossero attacchi personali contro di lei. Ma non è così. Del resto nessun politico può dire di avere o di avere avuto Bergoglio come proprio alleato politico, sia di sinistra sia di destra. Perché le sue parole possono soddisfare oggi, ma domani possono essere lette al contrario come pericolosi attacchi. Penso infatti che chiunque ha una qualche forma di potere, anche di potere ecclesiastico, non può non sentire su di sé lo “sperone” di Bergoglio, come una spina nel fianco, perché egli è e sarà sempre l’interprete di coloro che non hanno potere. Nel 2000 Bergoglio ha espresso un suo grande auspicio: “Che il potere non sia un privilegio inespugnabile”. E ciò vale per un presidente, un governatore, un uomo d’affari, un cardinale, e anche per i membri della Curia Romana. Il suo messaggio è il seguente: se hai accettato il potere senza privilegi, è necessario che usi il potere per servire e devi esporti ai reclami di tutti con umiltà, soprattutto i reclami dei deboli sono ascoltati. Se hai accettato una qualche forma di potere, allora devi sottometterti al controllo degli altri. Comunque, una certa affinità di Bergoglio al peronismo c’è e ha a che fare con due fatti: il peronismo assunse con forza la dottrina sociale della Chiesa e i suoi valori e comprese la cultura dei settori più poveri della società. Ma ciò non significa che Bergoglio abbia mai sostenuto un qualche potere politico. Fra l’altro egli ha sempre avuto un dialogo cordiale con tutti i politici.

Nell’intervista a Civiltà Cattolica, Bergoglio cita il beato Pietro Favre come suo modello. Chi fu Favre? Perché è un modello per Bergoglio?
Il beato Favre ha portato alla compagnia di Gesù un particolare modo di accompagnare le persone in un percorso di crescita. Accompagnare è una questione chiave per i gesuiti. Favre ha insistito sulla necessità di dare tempo alla gente, di rispettare i tempi di ognuno. Era un maestro di dolcezza, di pazienza e di dialogo con tutti. Bergoglio ricorda una frase di Favre che dice che “il tempo è il messaggero di Dio”, e la interpreta dicendo che “il tempo è superiore allo spazio”. Favre preferiva non perdere tempo in discussioni teoriche con i protestanti e sottolineava la necessità per la Chiesa di maturare e crescere nella testimonianza del Vangelo. Credo che tutto questo abbia molto a che fare con lo stile di Francesco, lontano da polemiche teoriche e in grado di esprimere le proprie convinzioni in una testimonianza attraente. Le riforme non vengono fatte per forza o in fretta, perché devono essere sempre accompagnate da una riforma interna. Tutto ciò è ben presente in Favre.

Colpisce molto in Francesco la sua ricerca dell’essenziale e anche di una certa austerità. Gira con macchine utilitarie, non ama sfarzi e lussi, visita i profughi e parla ai poveri. A Civiltà Cattolica dice di essere vicino alla corrente mistica di Louis Lallemant e Jean-Joseph Surin. Entrambi predicano la necessità di “spogliarsi” per arrivare a Dio. È questa la strada che Bergoglio vuole compiere?
Il suo non è amore del sacrificio fine a se stesso né un’ossessione per l’austerità. Si tratta di una “spoliazione” interiore, una rinuncia a indugiare troppo su se stessi, così da mettere Dio e gli altri al centro della propria vita e non se stessi. Ciò ha anche un significato pastorale, perché implica stare più vicini ai poveri, ai loro limiti, alla loro condizione sociale, alle loro umiliazioni. Per questo a Bergoglio non piacciono i sacerdoti princìpi o i vescovi “da aeroporto”, o gli ecclesiastici che amano le vacanze troppo costose, le cene nei migliori ristoranti, i preziosi d’oro e d’argento ostentati sui capi di abbigliamento, le continue visite a persone potenti, o coloro che amano parlare molto di se stessi o che si sentono diversi dagli altri. Tutto ciò che è mondanità spirituale che avvelena la Chiesa.

Si parla molto a Roma delle riforma della struttura della Chiesa: una nuova curia romana, una nuovo collegialità nell’esercizio del governo. Di Joseph Ratzinger è famosa la lezione nella quale disse che la vera riforma della Chiesa non è nelle strutture ma nel cuore di ognuno. Qual è a suo avviso l’idea di riforma propria di Bergoglio?
Le due cose insieme, perché la sua idea di riforma non è ideale, ma incarnata. Senza dubbio egli pensa che una riforma esteriore delle strutture non si sostiene senza uno spirito e uno stile di vita adeguato. Ma mi sembra che che la cosa più importante non sia la semplificazione della struttura della Curia romana, ma lo sviluppo di altre forme di partecipazione (sinodi, conferenze episcopali, consultazione dei laici, etc) che negli ultimi anni sono state più formali che reali. Senza dubbio questo sviluppo richiede che alcuni settori della Curia Romana cessino di essere eccessivamente giuridici, inquisitori e insieme maestosi, correndo fra l’altro il rischio di diventare autoreferenziali. Alcune volte ho sentito personalità della in Curia dire “noi” senza includere tutta la Chiesa, e nemmeno il Papa ma soltanto se stessi. Francesco ci ricorda che Gesù in realtà ha dato a Pietro e agli Apostoli una missione speciale, non una struttura centrale che comunque può avere soltanto una funzione ausiliaria.

Più volte papa Francesco ha parlato del Demonio. Nel libro con Skorka vi dedica un capitolo dove afferma: “Credo nell’esistenza del Demonio. Forse il maggior successo in questi tempi è stato farci credere che non esiste, che tutto possa essere risolto su un piano meramente umano. Come dice Giobbe, la vita dell’uomo sulla terra è una lotta…”. Che significato assume nella spiritualità ignaziana la figura del Demonio? Ha mai fatto esorcismi?
Non lo ho mai sentito parlare di esorcismi, ma del Diavolo sì. Penso che il parlare del Diavolo sia un invito a stare attenti, perché se non curiamo la nostra sanità interiore e le nostre reali intenzioni diventiamo facilmente marionette guidate da altre forze di dissoluzione e di menzogna. Significa che la sua visione della vita e della realtà non è ingenua, ma molto realistica. È necessaria una vigilanza serena, fiduciosa nell’amore del Signore, ma costante.

Nelle scorse settimane uno dei pensatori più influenti della cosiddetta teologia della liberazione è stato ricevuto da Francesco. Alcuni commentatori hanno addirittura scritto che con questo gesto “la Chiesa sdogana la teologia della liberazione”. È così? Cosa pensa Bergoglio della teologia della liberazione e in che rapporto sta con essa?
Non è possibile pensare che questo Papa possa sostenere una teologia della liberazione fondata su un’analisi marxista. Tuttavia, egli farà propria ogni difesa della dignità dei poveri e tutte le critiche dei sistemi economici ideologici, di ogni speculazione finanziaria, di ogni assolutizzazione della libertà di mercato, cose che finiscono per creare nuove ingiustizie. D’altra parte i poveri non dovrebbero essere soltanto oggetto di una liberazione operata da altri più illuminati, ma essere rispettati come persone attive, con la propria cultura, un modo proprio di vedere la vita, una religiosità caratteristica.

Come è diventato amico di Bergoglio? Ci sono dei momenti che ricorda in modo particolare della vostra amicizia?
Io non la chiamerei amicizia, ma filiazione. Anche se c’è una grande affinità di idee, per me egli è stato ed è soprattutto un grande padre che è riuscito a riconoscere e promuovere il meglio di me. Così teneramente ha tollerato i miei errori, le vanità e le impazienze, e sempre mi ha spinto, in particolare con la sua testimonianza, a continuare, a maturare e a crescere. Posso citare tre momenti speciali: uno era nel 2007, quando siamo tornati dalla V Conferenza dei vescovi ad Aparecida, dove ho rappresentato i sacerdoti argentini. Viaggiavo con lui sul volo di ritorno verso Buenos Aires e per tre ore abbiamo discusso alcune questioni che mi hanno aiutato a capire il suo pensiero. Un altro momento importante fu nel suo ufficio, quando alcune persone anonime avevano inviato in Vaticano alcune critiche su tre miei articoli. Ma dopo un anno e mezzo le risposte che io inviavo per chiarire sembravano non convincere. In quell’occasione abbiamo avuto un grande colloquio spirituale nel quale egli ha insistito perché io alzassi la testa e non lasciassi che mi togliessero la dignità. Infine, il mio incontro con lui a Santa Marta nel mese di agosto quando gli ho dato un abbraccio già da vescovo.

Wednesday 25 September 2013

Una rosa bianca per papa Francesco

Una rosa bianca. È il dono che papa Francesco ha ricevuto domenica 8 settembre mentre passeggiava nei giardini vaticani. Un giardiniere l’ha colta e gliel’ha donata. Chi era con lui dice che grande è stato il suo stupore, perché per Jorge Mario Bergoglio ricevere una rosa bianca è un segno del cielo. Un «segnale» — è la parola esatta che egli stesso ha usato nel libro intervista “El Jesuita” con Sergio Rubin e Francesca Ambrogetti — proveniente direttamente dalla santa della quale egli è devoto: Teresina di Lisieux, la monaca carmelitana morta a soli 24 anni e che il 19 ottobre 1997 Giovanni Paolo II dichiarò dottore della Chiesa (la terza donna a ricevere tale titolo dopo Caterina da Siena e Teresa d’Avila).

Domenica 8 settembre non era un giorno qualunque per Francesco. La sera prima egli aveva convocato una veglia di preghiera per la pace. Era preoccupato. Ma la rosa ricevuta inaspettatamente gli ha fatto comprendere che la sua preoccupazione era stata accolta in cielo, direttamente da Teresina. Lo Spirito parla spesso così, usando segni che ai più dicono nulla. È il suo linguaggio, un parlare che chiede la fede per essere compreso.

L’episodio è stato raccontato nei giorni scorsi da un vescovo italiano che nelle ore successive alla veglia era stato ricevuto in udienza. Il Papa gli ha permesso di raccontarlo durante la presentazione di un libro dedicato proprio alla giovane santa francese svoltasi a Pedaso in provincia di Fermo: “Teresa di Lisieux. Il fascino della santità. I segreti di una dottrina ritrovata”, di Gianni Gennari (Lindau).

È alle pagine 125 e 126 di “El Jesuita” che Rubin e Ambrogetti, descrivendo la biblioteca di Bergoglio a Buenos Aires, raccontano del «segnale» delle rose bianche. Scrivono: «Ci soffermiamo su un vaso pieno di rose bianche in uno scaffale della biblioteca, davanti a una foto di santa Teresa. “Quando ho un problema”, spiega Bergoglio ai due giornalisti, “chiedo alla santa — Teresina, ndr —, non di risolverlo, ma di prenderlo in mano e aiutarmi ad accettarlo, e come segnale ricevo quasi sempre una rosa bianca”».

Bergoglio, nella veglia del 7 settembre, ha chiesto aiuto a Teresina. Il Papa, infatti, ha recitato i misteri gaudiosi del Rosario e, al termine di ogni mistero, dopo un brano del Vangelo, ha letto cinque brani di una poesia scritta dalla santa: “Perché ti amo o Maria”. È la poesia dove dice fra le altre cose che Gesù «sarà fratello di tanti peccatori tanto da chiamarsi tuo — si riferisce a Maria, ndr — primogenito».

È nel rapporto intimo e personale di Bergoglio con Teresina che si evidenzia uno dei tratti della sua personalità e del suo pontificato. Un filo diretto con il cielo per il Papa, come era per Karol Wojtyla il rapporto con santa Faustina Kowalska.

Mentre era ancora in vita, santa Teresina promise che dopo la sua morte avrebbe fatto piovere dal cielo dei “petali di rose”, ossia delle grazie concesse da Dio per sua intercessione. Diceva: «Un’anima infiammata di amore non può restare inattiva. […] Se voi sapeste quanti progetti faccio su tutte le cose che farò quando sarò in cielo. […] Sì, voglio passare il mio cielo a fare del bene sulla terra».

Il 3 dicembre 1925, un gesuita, padre Putigan, cominciò una novena a santa Teresa chiedendo una grazia importante. Il gesuita domandò anche di ricevere da qualcuno una rosa come segno che ciò che egli chiedeva corrispondeva alla volontà di Dio e che, quindi, la sua preghiera sarebbe stata esaudita. Non fece parola con nessuno della novena che stava facendo. Al terzo giorno ricevette una rosa da una persona sconosciuta e ottenne la grazia. Cominciò un’altra novena. Il quarto giorno di questa seconda novena una suora-infermiera gli portò una rosa bianca dicendogli: «Santa Teresa vi manda questa rosa». Padre Putignan, ricevuta la grazia che aveva chiesto, prese la decisione di diffondere questa novena, detta “Novena delle rose”. Oggi questa novena si pratica in tutto il mondo.

Papa Francesco ha più volte parlato nei primi mesi di pontificato di Teresina. Una volta è stato durante la conferenza stampa (28 luglio 2013) tenuta sull’aereo che lo riportava a Roma dal Brasile, meta del suo primo viaggio apostolico fuori dall’Italia. Quando gli è stato chiesto cosa contenesse una valigia nera che il Papa ha trasportato da solo sull’aereo ha detto: «Non c’era la chiave della bomba atomica! Mah! La portavo perché sempre ho fatto così: io, quando viaggio, la porto. E dentro, cosa c’è? C’è il rasoio, c’è il breviario, c’è l’agenda, c’è un libro da leggere – ne ho portato uno su santa Teresina di cui io sono devoto».

Si è saputo poi che il libro in questione era il libro sopra citato “Teresa di Lisieux. Il fascino della santità. I segreti di una dottrina ritrovata”, di Gianni Gennari.

Tuesday 03 September 2013

Anche S. Francesco pregherà per la Pace in Siria

Papa Francesco ha chiamato...e moltissimi stanno rispondendo.

La mobilitazione chiesta dal Papa per la pace in Siria si sta estendendo a vista d'occhio, coinvolgendo ambienti laici, religiosi, cattolici e non.

Anche i frati francescani di Assisi si uniscono alla preghiera, attraverso il segno grandell'apertura della tomba di S. Francesco.

Come riferisce infatti l'ANSA, la  Basilica Inferiore di San Francesco d'Assisi resterà aperta, in via del tutto eccezionale, da oggi a venerdì fino alle 22 per pregare sulla Tomba del Santo per la pace in Siria e per coloro che sono chiamati a garantire le vie della giustizia nel mondo.

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Monday 15 July 2013

Se vi piacciono i thriller, ne ho scritto uno

«L’empio fugge anche se nessuno lo insegue, mentre il giusto è sicuro come un giovane leone». (Proverbi 28, 1)

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Saturday 18 May 2013

I cristiani parlano troppo...degli altri: parola di Papa Francesco.

Per il papa, che ha pronunciato nuovamente parole forti durante la Messa mattutina a Santa Marta, i cristiani hanno proprio il vizio di parlare troppo degli altri. Pettogolezzi e farsi troppo gli affari degli altri, detto in parole povere, sono una mina vagante costante nella vita della Chiesa.

«Quanto si chiacchiera nella Chiesa! Quanto chiacchieriamo noi cristiani!». Lo ha detto papa Francesco - riferisce Vatican Insider - nella messa di stamane a Santa Marta. Per Bergoglio, «la chiacchiera è proprio spellarsi, farsi male l'uno all'altro». «Le chiacchiere sono distruttive nella Chiesa», ha aggiunto  il Pontefice.  Secondo Bergoglio, il cristiano deve vincere la tentazione di «mischiarsi nella vita degli altri». Il Papa, secondo quanto riferisce la Radio Vaticana, ha inoltre sottolineato che chiacchiere e invidie fanno tanto male alla comunità cristiana e che non si può «dire soltanto la metà che ci conviene».

Ma non ha solo parlato di questo il santo Padre.

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Friday 12 April 2013

Unioni gay: la Consulta chiede di intervenire, ma non con l'equiparazione del matrimonio.

Oggi è arrivata una ammonizione della Consulta su alcuni noti ritenuti irrisolti, nel panorama politico e istituzionale italiano.

La Consulta ha chiesto un intervento sulla legge elettorale, ma - soprattutto - ha chiesto che venga fatto qualche cosa per tutelare i diritti ed i doveri delle persona omosessuali, che intendano costituire una unione stabile.

"Il legislatore deve affrontare il nodo delle unioni gay", ha riferito Gallo parlando di fronte alle più alte cariche dello Stato. Queste le parole: "La Corte ha escluso l'illegittimità costituzionale delle norme che limitano l'applicazione dell'istituto matrimoniale alle unioni tra uomo e donna, ma nel contempo  ha affermato che due persone dello stesso sesso hanno comunque il diritto fondamentale di ottenere riconoscimento giuridico, con i connessi diritti e doveri, della loro stabile unione". La Consulta, ha ricordato Gallo, "ha perciò affidato al Parlamento la regolamentazione della materia nei modi e nei limiti più opportuni".

Cosa significa questa frase?

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Thursday 14 March 2013

Papa Francesco: sarà il Papa dell'ecumenismo e del dialogo.

Le parole che Papa Francesco ha pronunciato ieri sera subito dopo l'elezione, sono state poche. Significative, grandemente, insieme ai gesti compiuti.

Una parentesi: dovremo di nuovo abituarci a gesti di questo tipo, ed anche il servizio di sicurezza....che avrà un bel lavoro da fare, con questo Papa che si prefigura già come molto, molto libero...dai protocollo.

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Ma le parole di ieri hanno avuto una grande rilevanza dal punto di vista del dialogo e del'ecumenismo.

Mi riferisco alle parole con le quali il Papa ha parlato di sè: come tutti hanno notato non ha mai citato la parola "papa", ma ha sempre utilizzato la parola "vescovo di Roma".

 

Tra l'altro, anche nel ringraziamento nei confronti di Benedetto XVI chiamato, anch'egli "vescovo emerito di Roma".

 

Dal sito Aleteia.org riporto le parole del Papa:

Fratelli e sorelle, buona sera!

Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un vescovo a Roma, sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo. Ma siamo qui. Vi ringrazio dell'accoglienza. La comunità diocesana di Roma ha il vescovo. Grazie! E prima di tutto vorrei fare una preghiera per il nostro vescovo emerito Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca...

[Preghiera Padre Nostro, Ave Maria, Gloria al Padre]

E adesso incominciamo questo cammino, vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma che è quella che presiede nella carità tutte le chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia fra noi. Preghiamo sempre per noi, l'uno per l'altro. Preghiamo per tutto il mondo perché ci sia una grande fratellanza. Mi auguro che questo cammino di Chiesa che oggi incominciamo e in cui mi aiuterà il mio cardinale vicario qui presente sia fruttuoso per l'evangelizzazione di questa tanto bella città. E adesso vorrei dare la benedizione. Ma prima vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica. La preghiera del popolo perché chieda la benedizione per il suo vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me.

 

Ma perchè il Papa ha parlato così, perchè si è rivolto a Roma, alla sua città...quasi, dimenticando...il mondo che gli stava praticamente tutto davanti?

Non certamente per provincialismo: alcuni forse l'hanno colto così..ma nolla è più distante dalla realtà.

C'è a mio avviso un motivo, cosicnetemente voluto, per il quale il papa ha utilizzato queste parole, e questo motivo non è stato neppure l'umiltà...francescana.

Il motivo è stato l'ecumenismo.

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Wednesday 13 March 2013

Il gabbiano ed il Conclave: quando i media non sanno cosa dire!

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In queste ore è tanta l'apprensione e l'attesa da parte del mondo cattolico (e non solo) per l'esito del Conclave.

Si stanno ascoltando fiumi di parole: trasmissioni televisive e radiofoniche, dirette web, twitter, facebook...e chi più ne ha più ne metta.

Non c'è dubbio che questo sia davvero il Conclave più mediatico degli utlimi anni.

Chiaramente tutti sono con gli occhi all'insù, per seguire, anche in televisione, l'andamento delle votazioni vaticane. Inoltre moltissimi media stanno coprendo con grande intensità gli eventi in diretta oltre che avere realizato molteplici servizi ed interviste.

Oggi poi un nuovo personaggio si è affacciato sul Conclave, con una dirompenza mediatica...quasi sopra le nuvole: un gabbiano.

Un gabbiano che, non credo di sbagliarmi, sta davvero diventando una star della riflessione mediatica di questo evento sul quale, con buona pace di tutti, non si può che dire una parola che abbia senso: ASPETTARE. Punto.

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Monday 11 February 2013

Benedetto XVI si dimette dal pontificato. Notizia shock e approfondimenti.

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La notizia delle dimissioni, o meglio della rinuncia al Pontificato, di Benedetto XVI, sta facendo il giro del mondo e sta creando molto turbamento nella Chiesa.

Così è stata data, e così ce la riporta il sito Aleteia.org.

Carissimi Fratelli,

vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l'età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell'animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l'elezione del nuovo Sommo Pontefice. Carissimi Fratelli, vi ringrazio di vero cuore per tutto l'amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero, e chiedo perdono per tutti i miei difetti. Ora, affidiamo la Santa Chiesa alla cura del suo Sommo Pastore, Nostro Signore Gesù Cristo, e imploriamo la sua santa Madre Maria, affinché assista con la sua bontà materna i Padri Cardinali nell'eleggere il nuovo Sommo Pontefice. Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio.

 

Non c'è dubbio che la notizia è davvero...la notizia del secolo, anzi, forse, del millennio. Per la novità totale di questo gesto, e per la lucidità con cui questa grandissimo Papa ce l'ha proposta. 

Anche diversi siti ci aiutano a entrare in questo evento, ponendoci domande ed aiutandoci a dare delle risposte.

 

Non un gesto di codardia, non un gesto di affaticamento: ma un gesto responsabile, lucidissimo...che probabilmente solo Papa Ratzinger...poteva fare.

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Thursday 14 April 2011

L’esperimento di Riace

Una risposta positiva al problema dell’immigrazione

di Lucetta Scaraffia

L’arrivo di questa ondata di migranti ha di nuovo messo in moto nell’opinione pubblica italiana il dibattito fra chi li vuole accogliere e chi li vuole respingere. Questo, mentre davanti ai nostri occhi sfilano immagini drammatiche e coinvolgenti, tra speranza e disperazione: da una parte, la madre che ha partorito nel barcone, riuscendo a salvare sé e la piccola, dall’altra i corpi dei molti che muoiono fra le onde, vittime dei trafficanti di esseri umani, oltre che del maltempo e di imbarcazioni fatiscenti.

La Chiesa predica il dovere, che è umano e cristiano, dell’accoglienza nei confronti di chi è più sventurato di noi — che, oltretutto, di lavoratori immigrati abbiamo assolutamente bisogno — ma non sempre è facile tradurre in fatti queste esortazioni. Ci vuole anche un po’ di inventiva, di coraggio e di fantasia. Come quella che hanno avuto gli abitanti di Riace, paese sulla riva ionica della Calabria, composto, come tutti quelli della zona, di un nucleo antico sul cocuzzolo di una collina, lontano dal mare, e di un nuovo abitato in via di espansione lungo la costa (proprio quella dove sono stati trovati i celeberrimi bronzi).

Oggi, il centro antico, che per decenni era stato abbandonato e si stava deteriorando irrimediabilmente, è tornato alla vita. Lo abitano immigrati di varie provenienze, tutti profughi politici, che i cittadini di Riace hanno accolto, a cominciare dai trecento curdi arrivati una decina di anni fa.

Gli immigrati hanno avuto un tetto, qualcosa da mangiare ma anche, cosa ben più importante, un lavoro: all’interno delle antiche mura, infatti, sono nate tante piccole aziende artigianali — ceramica, tessitura, preparazione di prodotti alimentari — dove lavorano, fianco a fianco, italiani e immigrati.

Così chi attraversa questo centro sereno e laborioso vede bimbi di diverse provenienze giocare tra loro, calabresi e africani lavorare insieme; ma anche una rinascita economica che porta benefici a tutti, indistintamente: i bambini nella scuola sono aumentati, rendendo così necessario un numero maggiore di insegnanti e impiegati; gli operatori culturali, che si occupano dell’integrazione e insegnano l’italiano, sono in maggioranza originari del luogo; sono rinate industrie artigianali locali come la tessitura della ginestra e gli abitanti delle case abbandonate del borgo ricevono un affitto, basso, ma comunque guadagnano qualcosa e hanno chi restaura le loro case altrimenti destinate alla rovina. E il finanziamento che il ministero italiano dell’Interno ha stanziato per questo esperimento — 24 euro per immigrato — è servito a dare nuovo impulso anche all’economia locale.

È insomma una situazione nella quale i benefici reciproci sono chiari a entrambe le comunità e la convivenza non risulta difficile, tanto che il paese proprio per questo è diventato un’attrazione turistica. Per valorizzarla, alcune case sono state destinate a ospitalità diffusa nel tessuto urbano ed è stato aperto un ristorante. Sulla sua porta si vede ancora il segno di due proiettili: non tutti a Riace hanno gradito questa rinascita. Ma molte persone e intere scuole vengono a vedere questo miracolo quotidiano, e cercano di capire il segreto di un’accoglienza riuscita.

Il segreto sta certo nella tenacia di Mimmo Lucano, attuale sindaco e animatore del progetto, che interviene continuamente a migliorarlo. Ma sta anche in una iniziativa, nella diocesi dove è stato vescovo amatissimo monsignor Bregantini, nata dal basso grazie a una associazione — Città futura don Puglisi — fondata nel 1999 da ragazzi del luogo intorno alla chiesa parrocchiale e che oggi ha sede in un palazzo del centro antico, vero cuore della vita di Riace.

Certo, il successo dell’esperimento è dovuto anche al numero abbastanza ridotto degli immigrati, al loro essere profughi politici e quindi desiderosi di integrarsi nel nuovo paese, non potendo tornare in patria. Non è facilmente riproponibile in tutte le situazioni: anzi, in qualche modo, proprio le condizioni della sua riuscita mettono in luce le difficoltà che si incontrano in altre situazioni.

Ma il solo fatto che esista una simile realtà, che qualcuno sia riuscito a creare e mantenere questo difficile equilibrio — che dura da più di dieci anni — costituisce un esempio a cui guardare, un caso che fa pensare. Allora, la soluzione del problema immigrati sta forse proprio nell’inventare qualcosa di positivo. Invece di scrollare le spalle con indifferenza.

Saturday 02 April 2011

Nostro contemporaneo

La seconda parte del «Gesù di Nazaret»

Il nuovo libro di Ratzinger-Benedetto XVI rende Gesù di Nazaret nostro contemporaneo. Nel gran disordine che regna sotto il cielo l’irrompere di un libro tanto appassionante accende interrogativi che toccano in profondità le nostre inquietudini. Ciascuno può trovarvi qualche luce per uscirne. Vi si raccontano i tre giorni cruciali dell’esistenza di Gesù, le sue ultime ore di vita scandite dalla passione e morte; l’inizio del tempo nuovo, la risurrezione, vero spartiacque della storia che origina un pensiero alternativo sul futuro del mondo e delle speranze umane.

L’autore è convinto che il confronto positivo con Gesù di Nazaret possa essere una soluzione anziché un problema per l’umanità. La sua indagine è convincente, ragionevole e rispettosa di culture e punti di vista differenti. Interessarsi a Gesù ha senso — si percepisce tra le righe — perché è l’unico risorto della storia, il Vivente immerso in ogni epoca e perciò nel nostro presente; compagno di viaggio affidabile che ci introduce negli orizzonti sconosciuti della vita oltre la morte.

Chiunque volesse capire questo misterioso Signore può calarsi nei giorni finali della sua vita terrena.

Pagina dopo pagina, dalle parole e dai comportamenti di Gesù, il teologo diventato Papa trae i tasselli di una carta d’identità dell’essere cristiano. Da un lato salda l’esperienza del patire, dell’angoscia e della tenerezza del Nazareno con l’insieme del pianto e del dolore smisurati delle vittime di ogni tempo e, dall’altro, ci aiuta a leggere frammenti del mistero del male e della sofferenza non più invincibili dopo la sua agonia nell’orto degli ulivi e l’abbandono sulla croce. La risurrezione di Gesù non è un tardivo volo pindarico dei suoi discepoli delusi che, non potendolo dimenticare, lo trasformarono in mito.

È una realtà veramente accaduta, alla pari della crocifissione e della morte. Mentre però del dolore e della morte che impastano la storia abbiamo una conoscenza sperimentale, della risurrezione abbiamo una conoscenza per fede. Si tratta di una fede ragionevole, ma sempre fede. Anzi, ci ricorda Papa Ratzinger, la fede cristiana è fondata sulla risurrezione. Poiché è strettamente collegata alla croce, la memoria della risurrezione è altrettanto pericolosa per la sapienza umana. Per i discepoli che attendevano un messia regale e vittorioso, la morte di Gesù è stata sconvolgente; la risurrezione, una volta verificata, ne ha cambiato la prospettiva, decidendoli a seguire il Maestro finalmente compreso.

Nel mistero della passione, morte e risurrezione — ci ricorda l’autore — sono racchiuse alcune delle questioni profonde dell’esistenza. E nel processo a Gesù è presente la critica radicale alle politiche basate sull’inganno e la violenza anziché sulla verità. Il destino del mondo si gioca sulla verità, non sulla forza che rimane una soluzione illusoria. Occuparsi di Gesù è occuparsi di tale destino poiché egli è venuto per rendere la più autorevole testimonianza alla verità che la prospettiva cristiana identifica con Dio.

Nello stile dei Padri della Chiesa, Papa Ratzinger non scrive per puro godimento intellettuale, ma offre un libro per la vita. La lettura ci immerge nella profondità del mistero cristiano, svelandoci quanto poco sia conosciuto e gustato. Con la scelta di una interpretazione dei racconti della passione basata sulla storia e sulla fede non contrapposte ma complementari, l’autore conferma la teologia conciliare e pone fine al pregiudizio nei confronti del popolo ebraico accusato nei secoli di deicidio. Nei vari momenti esaminati, dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Benedetto XVI sceglie un linguaggio nuovo e accessibile senza perdere profondità.

Chiama la Chiesa «la comunità dei discepoli» di Gesù; definisce la caritas «premura per l’altro», non un secondo settore del cristianesimo accanto al culto, «ma radicato proprio in esso e ne fa parte». C’è emozione per la lotta tra bene e male nella notte del Getsemani dove Gesù «trascina la natura recalcitrante in alto verso la sua vera essenza» e porta «il travaglio dell’essere uomini in alto verso Dio». L’ascensione è tradotta in una «vicinanza permanente» di Gesù con noi, un «entrare nel mistero di Dio» e un’altra dimensione dell’essere.

Si descrive, infine, la risurrezione, come fenomeno totalmente nuovo, una nuova dimensione dell’essere uomini, una mutazione decisiva, un salto di qualità; un nuovo genere di futuro per gli uomini, una nuova dimensione dell’esistenza umana, inclusa nell’atto di donare la vita. L’amore e la risurrezione — insiste l’autore — sono i due motivi distintivi dell’essere cristiani. La risurrezione come «mutazione» genetica compiuta da Dio in Gesù e promessa a tutti; l’amore come metodo di vita che distingue i figli di Dio e per il cosmo dischiude già ora un futuro di speranza.

c. d. c.

Tuesday 29 March 2011

Dall’abisso del male

Il pellegrinaggio di Benedetto XVI alle Fosse ardeatine — così l’ha voluto definire lo stesso Papa — per rendere omaggio alle vittime dello spaventoso eccidio, che resta indelebile tra i numerosissimi orrori della seconda guerra mondiale, non ha trovato molto spazio nei media. Forse anche per il succedersi incalzante e drammatico di notizie nel panorama internazionale.

Eppure la visita di Benedetto XVI a questo sacrario «caro a tutti gli italiani» — in continuità con quelle di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, e con la volontà di pregare e «rinnovare la memoria» — ha un significato particolare, che rimane. Il loro successore ha infatti compiuto un altro passo nella ricomposizione della memoria di quel conflitto che contribuì a sprofondare il Novecento nell’abisso del male. Come aveva affermato lo stesso Benedetto XVI un mese esatto dopo la sua elezione riflettendo sulle ultime successioni papali.

In questo modo non bisogna forse considerare, aveva detto il nuovo Papa, «il fatto che sulla cattedra di Pietro, ad un Pontefice polacco sia succeduto un cittadino di quella terra, la Germania, dove il regime nazista poté affermarsi con grande virulenza, attaccando poi le nazioni vicine, tra le quali in particolare la Polonia? Entrambi questi Papi in gioventù — seppure su fronti avversi e in situazioni differenti — hanno dovuto conoscere la barbarie della seconda guerra mondiale e dell’insensata violenza di uomini contro altri uomini, di popoli contro altri popoli».

Alla presenza del rabbino capo della più antica comunità della diaspora occidentale, ferocemente colpita dalla persecuzione razziale anche alle Fosse ardeatine, il vescovo di Roma, «città consacrata dal sangue dei martiri», ha voluto incontrare a lungo i familiari delle vittime — cattolici ed ebrei insieme — e ha reso omaggio alla loro memoria, in un luogo vicino alle catacombe e dal quale ancora una volta si è levata la preghiera dei Salmi, con le parole che da molti secoli ebrei e cristiani innalzano all’unico Dio.

Quel Dio al quale, nell’ora delle tenebre, si rivolsero due caduti, come altri in quei giorni, per affermare la fede «in Dio e nell’Italia» e invocare la protezione degli ebrei «dalle barbare persecuzioni». Benedetto XVI ha citato le loro parole, ricordando il centocinquantesimo anniversario dell’unità del Paese e ripetendo che nel Padre di tutti è possibile un futuro diverso. Che non offenda il Nome santo di Dio e l’essere umano, creato a sua immagine.

g. m. v.

Monday 28 March 2011

Da Gerusalemme a Parigi

L’intuizione di Benedetto XVI di un nuovo spazio dove laici e non credenti possano essere accolti con amicizia per condividere con chi crede la ricerca dell’unico Dio sta prendendo forma. Nella visione papale questa proposta è rappresentata dall’immagine del «cortile dei gentili» nel Tempio di Gerusalemme — dove appunto erano ammessi i pagani attratti dalla religiosità ebraica — ed è stata assunta dall’organismo curiale che si occupa del mondo della cultura con originale creatività.

Carica di simboli è stata così la scelta di Parigi — la «città dei Lumi» emblema di quella modernità contraddittoria e drammatica nata dagli ideali e dagli errori della rivoluzione francese — per l’esordio di questa iniziativa. Che senza dubbio è tra le più importanti decise da un Papa tanto mite quanto coraggioso, uomo di fede e teologo profondo, abituato sin da giovane al confronto, soprattutto nel mondo universitario, con chi è al di fuori dei confini visibili della Chiesa.

Uso dunque a esprimersi con parole comprensibili a tutti, Benedetto XVI ha voluto essere presente a Parigi con un messaggio ai giovani riuniti davanti a Notre-Dame, in uno spazio aperto oggi come venti secoli fa era accessibile ai pagani il cortile esterno del Tempio gerosolimitano. Dal grande santuario di un ebraismo sempre più caratterizzato da aspirazioni universalistiche rimanevano però esclusi i non giudei.

A cambiare tutto è stata la venuta di Cristo, quella luce vista da Giovanni che illumina ogni essere umano e ha abbattuto «il muro di separazione» tra ebrei e gentili, e dunque ogni divisione: anche quella tra credenti e non credenti. E perché non fosse reso difficile l’accesso dei pagani allo spazio loro riservato nel santuario di Gerusalemme Gesù aveva cacciato chi di questo luogo si approfittava per lucro. Per questo Benedetto XVI in molti modi si fa capire. Come hanno dimostrato, diversamente ma con straordinaria efficacia, i suoi ultimi due libri.

Ed efficaci per credenti e non credenti sono risuonate a Parigi le sue parole, rivolte ai giovani, ma più in generale alle donne e agli uomini di oggi. Il Papa ha così rinnovato l’invito che nel succedersi dei secoli e sino alla fine dei tempi la Chiesa di Cristo non si è stancata e non si stancherà di rivolgere: di non aver paura di aprire a Dio i cuori e le società. Senza timore di assumere le parole — libertà, uguaglianza, fraternità — che hanno riassunto gli ideali rivoluzionari, tante volte poi brandite con asprezza contro la Chiesa e il cristianesimo, e che pure dal cristianesimo sono nate.

Comuni sono moltissime aspirazioni di credenti e non credenti, per costruire «un mondo nuovo e più libero, più giusto e più solidale, più pacifico e più felice». Allora — dice Benedetto XVI — tra chi crede e chi non crede deve cadere, nel riconoscimento reciproco, ogni diffidenza: Dio non è un pericolo per la società e la vita umana e non lo è naturalmente la ragione, purché non si pieghi agli interessi e all’utilità, come spesso avviene. Per questo il Papa ha invitato i giovani parigini, riuniti davanti a Notre-Dame, senza distinguere tra credenti e non credenti, a non fermarsi nel cortile dei gentili. E a entrare invece nella cattedrale, dove come incenso si alzava la preghiera della sera.

g.m.v.

Friday 25 March 2011

Una rivoluzione femminile

A tre anni dalla morte la prima biografia di Chiara Lubich

di Lucetta Scaraffia

A tre anni dalla scomparsa, è uscita la prima biografia di Chiara Lubich, scritta da Armando Torno per Città Nuova: un libro che sceglie volutamente un tono non agiografico per descrivere quella che è sicuramente una delle più straordinarie esistenze del Novecento. Una narrazione piana, costruita attraverso le testimonianze delle focolarine e dei focolarini che sono stati più vicini alla loro fondatrice. Un racconto che volutamente mette sullo stesso piano le vicende umane e le esperienze mistiche di Chiara; rispettando, in questo modo, il suo carattere riservato, la sua capacità di stare al centro di tutto ma al tempo stesso di scomparire come persona.

Mi è capitato di incontrarla personalmente una sola volta, l’8 marzo di qualche anno fa, al Quirinale, dove era arrivata per ricevere un’importante onorificenza dal presidente della Repubblica italiana. Era entrata sorridendo, come sempre, senza preoccuparsi se nessuno dei presenti dava segno di riconoscerla e di darle onore. A me, che le ero andata incontro emozionata, ha riservato un sorriso timido e dolce, e ha declinato con semplicità ogni mio tentativo di far sapere ai responsabili del cerimoniale che era arrivata.

La biografia rispetta questo suo atteggiamento umile e ritroso, profondamente disponibile al contatto umano ma del tutto indifferente alla notorietà, e alla ribalta che pure le spettava. A tal punto che si coglie l’importanza di Chiara nella storia del Novecento quasi più dalla cronologia comparata, molto ben fatta, che si trova in appendice al volume e che dà conto della ricchezza delle forme di aggregazione da lei create all’interno del mondo cattolico, della sua straordinaria capacità di costruire momenti di incontro e di vero dialogo con esponenti e fedeli di altre religioni, della fecondità spirituale che ha segnato la sua vita interiore.

Una fecondità che ha sempre condiviso con le sorelle e i fratelli più vicini, e poi con tutti coloro che rivelavano disponibilità all’ascolto, consapevole che i tempi in cui si trovava a vivere richiedevano un’immediata condivisione di quanto lei, strumento di Gesù, arrivava a comprendere illuminata dallo Spirito Santo. Illuminazioni che nascevano dalla lettura continua della Sacra Scrittura: «Ogni volta che Chiara apriva il Vangelo vi scopriva la profondità di quelle parole di vita eterna che mai prima aveva trovato».

In questo modo, Chiara ha anticipato quello che la cultura cattolica avrebbe poi scoperto: l’ingresso nel linguaggio spirituale della parola amore, fino a quel momento riservata più che altro ai discorsi mondani; l’idea della spiritualità dell’unità, che si trasforma in una appassionata forma di dialogo tra le religioni e in una risposta alla «notte culturale» dell’umanità. Senza mai preoccuparsi che fosse ricordato il suo ruolo precorritore.

La proposta di una nuova evangelizzazione, secondo le sue parole, «non significa soltanto che il mondo secolarizzato» ne ha bisogno, ma anche che «l’evangelizzazione va fatta in maniera nuova». E alla ricerca di questa maniera nuova dedica tutte le sue energie: gli incontri, anche quelli apparentemente secondari, si trasformano grazie a lei in nuove vie e nuovi progetti, allargando sempre più la rete dei coinvolgimenti nel suo ideale: la santità a portata di tutti. Il suo movimento si apre a tutti gli ambiti, in un’ottica universale, con particolare attenzione alla cultura e ai media, mentre la sua vita interiore dà un nuovo impulso agli studi teologici.

Ma certamente l’aspetto di novità più forte che ha segnato la sua vicenda è proprio il suo essere donna, una donna che dà un accento fortemente femminile a ogni sua opera: basti pensare al nome più conosciuto del movimento da lei fondato (ufficialmente Opera di Maria) che evoca il focolare, spazio tradizionalmente femminile. Comincia circondandosi di donne, che sanno poi aprirsi alla necessaria presenza maschile, e dà disposizioni che a presiedere il movimento sia sempre una donna.

Anche la spiritualità dell’Opera prende una forma femminile, rappresentando la presenza mistica di Maria nella Chiesa. In questo modo, con la sua straordinaria esperienza, Chiara — che parla alle assemblee dei vescovi, è ascoltata dai Papi, viene accolta con gli onori di un capo di Stato nei Paesi che visita — realizza quello che i tempi richiedono anche alla Chiesa: riconoscere l’importanza del ruolo delle donne.

Ma lo ottiene senza rivendicare diritti, senza nessuna asprezza. Lo ottiene dimostrando di sapersi meritare quell’autorità che le viene riconosciuta, come è stato per le grandi sante nella storia della Chiesa. La sua importanza nel cattolicesimo del Novecento è anche la prova di una rivoluzione femminile compiuta nel silenzio e nella modestia. Rimane il compito di prenderne atto.

Wednesday 23 March 2011

Questione di radicalità evangelica

Il celibato sacerdotale

di Mauro Piacenza

Residuo preconciliare e mera legge ecclesiastica. Sono queste, in definitiva, le principali e più dannose obiezioni che riaffiorano nel periodico riaccendersi del dibattito sul celibato sacerdotale. Eppure, niente di questo ha reale fondamento, sia che si guardi ai documenti del concilio Vaticano II, sia che ci si soffermi sul magistero pontificio. Il celibato è un dono del Signore che il sacerdote è chiamato liberamente ad accogliere e a vivere in pienezza.

Se infatti si esaminano i testi, si nota innanzitutto la radicale continuità tra il magistero che ha preceduto il concilio e quello successivo. Pur con accenti talora sensibilmente differenti, l’insegnamento papale degli ultimi decenni, da Pio XI a Benedetto XVI, è concorde nel fondare il celibato sulla realtà teologica del sacerdozio ministeriale, sulla configurazione ontologica e sacramentale al Signore, sulla partecipazione al suo unico sacerdozio e sulla imitatio Christi che esso implica. Solo, dunque, una scorretta ermeneutica dei testi del Vaticano II – a cominciare dalla Presbyterorum ordinis – potrebbe condurre a vedere nel celibato un residuo del passato di cui liberarsi. E una tale posizione, oltre che errata storicamente, teologicamente e dottrinalmente, è anche dannosa sotto il profilo spirituale, pastorale, missionario e vocazionale.

Alla luce del magistero pontificio bisogna anche superare la riduzione, in taluni ambienti molto diffusa, del celibato a mera legge ecclesiastica. Esso, infatti, è una legge solo perché è un’esigenza intrinseca del sacerdozio e della configurazione a Cristo che il sacramento dell’Ordine determina. In tale senso la formazione al celibato, oltre ogni altro aspetto umano e spirituale, deve includere una solida dimensione dottrinale, poiché non si può vivere ciò di cui non si comprende la ragione.

In ogni caso, il dibattito sul celibato, che periodicamente nei secoli si è riacceso, certamente non favorisce la serenità delle giovani generazioni nel comprendere un dato così determinante della vita sacerdotale.

Giovanni Paolo II nella Pastores dabo vobis (n. 29), riportando il voto dell’assemblea sinodale, afferma: “Il Sinodo non vuole lasciare nessun dubbio nella mente di tutti sulla ferma volontà della Chiesa di mantenere la legge che esige il celibato liberamente scelto e perpetuo per i candidati all’Ordinazione sacerdotale nel Rito latino. Il Sinodo sollecita che il celibato sia presentato e spiegato nella sua piena ricchezza biblica, teologica e spirituale, come dono prezioso dato da Dio alla sua Chiesa e come segno del Regno che non è di questo mondo, segno dell’amore di Dio verso questo mondo nonché dell’amore indiviso del sacerdote verso Dio e il Popolo di Dio”.

Il celibato è questione di radicalismo evangelico. Povertà, castità e obbedienza non sono consigli riservati in modo esclusivo ai religiosi. Sono virtù da vivere con intensa passione missionaria. Non possiamo abbassare il livello della formazione e, di fatto, della proposta di fede. Non possiamo deludere il popolo santo di Dio, che attende pastori santi come il curato d’Ars. Dobbiamo essere radicali nella sequela Christi senza temere il calo del numero dei chierici. Infatti, tale numero decresce quando si abbassa la temperatura della fede, perché le vocazioni sono “affare” divino e non umano. Esse seguono la logica divina che è stoltezza agli occhi umani.

Mi rendo conto, ovviamente, che in un mondo secolarizzato è sempre più difficile comprendere le ragioni del celibato. Ma dobbiamo avere il coraggio, come Chiesa, di domandarci se intendiamo rassegnarci a una tale situazione, accettando come ineluttabile la progressiva secolarizzazione delle società e delle culture, o se siamo pronti a un’opera di profonda e reale nuova evangelizzazione, al servizio del Vangelo e, perciò, della verità sull’uomo. Ritengo, in tal senso, che il motivato sostegno al celibato e la sua adeguata valorizzazione nella Chiesa e nel mondo possano rappresentare alcune tra le vie più efficaci per superare la secolarizzazione.

La radice teologica del celibato, dunque, è da rintracciare nella nuova identità che viene donata a colui che è insignito del sacramento dell’Ordine. La centralità della dimensione ontologica e sacramentale e la conseguente strutturale dimensione eucaristica del sacerdozio rappresentano gli ambiti di comprensione, sviluppo e fedeltà esistenziale al celibato. La questione, allora, riguarda la qualità della fede. Una comunità che non avesse in grande stima il celibato, quale attesa del Regno o quale tensione eucaristica potrebbe vivere?

Non dobbiamo allora lasciarci condizionare o intimidire da chi non comprende il celibato e vorrebbe modificare la disciplina ecclesiastica, almeno aprendo delle fessure. Al contrario, dobbiamo recuperare la motivata consapevolezza che il nostro celibato sfida la mentalità del mondo, mettendo in crisi il suo secolarismo e il suo agnosticismo e gridando, nei secoli, che Dio c’è ed è presente.

Tuesday 22 March 2011

L’orso del Papa

Alla dedicazione della parrocchia romana di San Corbiniano — una liturgia esemplare per la cura e la partecipazione dei fedeli, tra i quali tantissimi bambini — erano presenti ben tre successori del fondatore della diocesi di Frisinga: oltre a Joseph Ratzinger, oggi Papa con il nome di Benedetto XVI, i cardinali Friedrich Wetter e Reinhard Marx. Un fatto eccezionale, che il parroco ha sottolineato nel suo caloroso saluto iniziale.

Nell’omelia il vescovo di Roma, successore del primo degli apostoli, ha improvvisato una breve riflessione su questo monaco francese attratto dalla vita contemplativa che scese a Roma per fondarvi un monastero. Ma qui la sua vita cambiò in modo inatteso: il Papa lo ordinò vescovo per la Baviera, dove la popolazione «voleva farsi cristiana, ma mancava gente colta, mancavano sacerdoti per annunciare il Vangelo».

Una scelta, quella di Gregorio ii, che si rivelò di universalità — il santo infatti «collega la Francia, la Germania, Roma», ha sottolineato il Papa — e nello stesso tempo di unità: Corbiniano ci dice che «la Chiesa è fondata su Pietro» e che era la stessa «come oggi». Per una ragione molto semplice: Cristo è lo stesso, «la Verità, sempre antica e sempre nuova, attualissima, presente, e apre la chiave per il futuro».

Parlando ai fedeli Benedetto XVI ha accennato all’orso che ha scelto di collocare nel suo stemma, episcopale e poi papale. Joseph Ratzinger ne aveva scritto per la prima volta nel libro autobiografico, tanto piccolo quanto prezioso, che pubblicò nel suo settantesimo anno e dove raccolse i suoi ricordi sino alla consacrazione episcopale. Raccontando come all’animale che aveva sbranato il cavallo di Corbiniano, in viaggio per Roma, fu imposto dal monaco di portare il suo fardello.

Ratzinger, sulla traccia del prediletto Agostino, spiegava che quel peso — il carico episcopale di chi «tira il carro di Dio in questo mondo» — venne imposto a Corbiniano e al vescovo africano, attratti entrambi dalla contemplazione e dallo studio. «Ma proprio in questo modo io ti sono vicino, ti servo, tu mi hai nella mano», concludeva il cardinale ormai a Roma. Affidandosi all’unico Signore, come ogni giorno fa Benedetto XVI. Che resta sempre affezionatissimo al suo orso.

g. m. v.