venerdì 03 settembre 2010

L'universo e il Dio inutile

L'eminente fisico Stephen Hawking, nel presentare il suo ultimo libro, ha dichiarato che la nascita dell'universo è una conseguenza inevitabile delle leggi della fisica e quindi non serve chiamare in causa l'intervento di Dio e la creazione.

Non è una tesi nuova. Il punto è che, come avviene spesso quando si fanno discorsi che mettono assieme fede e scienza, mescolando concetti del linguaggio scientifico con quelli del linguaggio religioso si fa confusione. Ciò avviene anche perché ci sono scienziati che non hanno familiarità con il linguaggio religioso e quindi lo usano impropriamente.

Infatti, anche nelle dichiarazioni di Hawking, che si trovavano peraltro già nel libro Dal big bang ai buchi neri. Breve storia del tempo del 1988, si parla di Dio e di creazione in un modo "vecchio" e inesatto dal punto di vista teologico.

Alle spalle c'è un'impostazione filosofica di tipo meccanicistico che vede la realtà nei termini di un insieme di fenomeni fisici legati da una successione di cause ed effetti e dove Dio si porrebbe nella posizione di una Causa Prima, di un eterno Motore immobile che sta all'inizio di tutti i movimenti. Come in un grande meccanismo, appunto.

Dentro a questa prospettiva ci sarebbe una "concorrenza" tra religione e scienza sulla determinazione Causa Prima per cui l'una l'individuerebbe in Dio e l'altra nell'Universo stesso e nelle sue leggi.

Il punto è che anche per la fede questo tipo di Dio non esiste. Dio non è la "prima ruota" di un ingranaggio e la creazione non è la comparsa di questo ingranaggio con un colpo di bacchetta magica. Già negli anni quaranta, nelle sue lettere da un carcere nazista prima di essere impiccato, il teologo Dietrich Bonhoeffer rifiutava il "Dio tappabuchi", quello con cui si tenta di riempire i vuoti di conoscenza (i buchi, appunto) dell'uomo.

Allo sguardo di fede non interessa entrare in concorrenza con la scienza per proporre spiegazioni alternative. Accetta l'universo con le sue leggi, così come lo descrivono i modelli cosmologici accreditati dal dibattito scientifico. La legge di gravità, l'equazione di Einstein, l'evoluzione sono dati di fatto per il cristiano, come per il musulmano o l'ateo. Il credente, oltre a questi fenomeni, vede nell'universo anche una Presenza che è Amore, ma anche Ragione, la quale sta all'origine, alla radice di essi.

E' ovvio che "origine" e "radice" sono vocaboli da prendere non alla lettera o come definitivi, così come quando uso la parola amicizia: essa non è sufficiente a far comprendere in pieno a chi mi ascolta la mia personale esperienza dell'amicizia. Le parole esprimono sempre la realtà in un modo parziale.

Il credente scorge in questa Presenza il senso, la pienezza della propria esistenza, cosa che non trova nella scienza o nella matematica. Non ci sono dubbi che due più due sia uguale a quattro, ma questo non mi dice niente su me stesso, sulla mia vita.

Certo, un discorso del suona poco attuale in un tempo dove la fede è identificata con un'identità culturale, con una dottrina, con una morale... Anche in ambito religioso, restano in ombra l'esperienza spirituale e la preghiera, cioè il tendere "a quella conoscenza intima e penetrante di Dio capace di plasmare la propria vita quotidiana" (Enzo Bianchi).

venerdì 03 settembre 2010 11:27

Un utile «appunto»

Abbiamo scritto ieri con la bella verve e la sapienza letteraria e umana di Davide Rondoni dell'anno scolastico che sta per ricominciare.

Qui sotto potete rileggere quel commento anche via internet. ...

venerdì 03 settembre 2010 05:39

Se la violenza nasce da un confinamento di ruolo

Le società moderne vengono descritte spesso come società femminili, nate sulle ceneri delle precedenti «società di uomini» grazie al farsi strada di una cultura di attenzione alla relazione e ai valori umani, tradizionalmente ...

venerdì 03 settembre 2010 04:50

Le orme dei giovani sulla strada della scuola

I bambini, i ragazzi. Bisogna guardare loro. Innanzitutto guardare loro. Quel che ferve nel loro sguardo, e si movimenta nei loro cuori e nelle menti, atletiche e svelte come lepri o cerbiatti. Sì, occorre guardare questi ...

venerdì 03 settembre 2010 04:44

Servire la pietà dei semplici fermare il sacrilegio degli scellerati

Il cuore dell’Aspromonte batte nella valle del Bomanico, acqua povera e fragile nata dalle creste intorno, pietre alte abbastanza per coltivare rifugi rischiosi, per custodire ricordi passati di gite felici, di approcci naturali, ...

venerdì 03 settembre 2010 04:00

"Perché mi attaccano". Autobiografia di un pontificato

Da quando è stato eletto, Joseph Ratzinger è bersaglio di un crescendo di assalti, da dentro e fuori la Chiesa. C'è una "mano invisibile" che li muove? Ecco come il papa giudica e spiega

giovedì 02 settembre 2010

“Attacco a Ratzinger” secondo Marco Tosatti


Papa, nuovo libro intervista

di Marco Tosatti

Ho letto il bel libro che Andrea Tornielli e Paolo Rodari hanno scritto su alcuni momenti particolarmente difficili del primo quinquennio di regno di Benedetto XVI.

Il titolo scelto, “Attacco al Papa”, e la foto di copertina (papa Ratzinger visto di schiena, quasi a suggerire l’idea di un’aggressione alle spalle. E’ un volume ovviamente ben scritto, molto documentato; ricco di spunti “interni” al di là di quello che tutti, o molti sapevano.

E’ un libro agghiacciante. Non tanto per quanto può suggerire il titolo – gli attacchi ai papi, di ogni genere, sono una costante nella storia della Chiesa – quanto per ciò che in maniera molto semplice, diretta ed evidente porta a concludere.

E cioè che la maggior parte, se non la totalità di queste “crisi” avrebbero potuto essere evitate con una gestione più accurata, intelligente, professionale e laica della comunicazione del Pontefice.

La “vendetta” curiale nei confronti di Joaquin Navarro Walls, mal visto e spesso sopportato con fatica da molti ambienti clericali, ha portato frutti avvelenati. Navarro ha fatto appena in tempo a evitare a Benedetto XVI una gaffe clamorosa nel viaggio in Polonia (nel discorso ad Auschwitz non c’era la parola “shoah”, che poi il Papa ha pronunciato tre volte); non ha potuto fare altrettanto a Regensburg, nel famoso incidente su Maometto e l’Islam.

E qui possiamo aggiungere, a quanto scrivono Tornielli e Rodari, che non è stato solo dalla mattina presto (quando il testo della “Lectio magistralis” è stato consegnato ai giornalisti) si è cercato di mettere in guardia la Santa Sede dal pericolo di una bomba mediatica. Già la sera precedente alcuni cronisti che seguivano il viaggio pontificio avevano potuto disporre, per mezzi propri, del testo che Benedetto XVI avrebbe pronunciato il giorno seguente, e ne avevano messo in rilievo la potenziale pericolosità telefonando a propri referenti in Segreteria di Stato. Evidentemente senza successo.

Uno dei momenti più drammatici degli ultimi anni è stato costituito dal caso Williamson. Benedetto XVI ha deciso di togliere la scomunica che gravava sui seguaci di mons. Lefbvre, e fra di loro il vescovo Williamson, che proprio mentre il provvedimento veniva preso guadagnava la prima pagina in tutto il mondo con le sue dichiarazioni negazioniste sull’Olocausto.

Dalla riunione in cui si decise di togliere la scomunica il Direttore della Sala Stampa, padre Federico Lombardi, fu escluso.

E il verbale della riunione, offerto dal libro, conclude: “Si è escluso di rilasciare interviste, come pure di presentare alla Stampa il documento, che di per sé appare sufficientemente chiaro…”.

In tutta la riunione, secondo il verbale, il problema Williamson non appare. È il tardo pomeriggio del 22 gennaio, «Der Spiegel» ha già anticipato da due giorni la notizia delle dichiarazioni negazioniste del vescovo Williamson sulle camere a gas, la tv le ha trasmesse la sera precedente, le agenzie di stampa hanno rilanciato le sue parole, eppure cardinali e vescovi coinvolti non ritengono ci sia nulla da spiegare alla stampa.

La campagna di aggressione scatenata contro Benedetto XVI personalmente, e la Chiesa in generale dal New York Times e altri organi di stampa anglosassoni ha offerto altri esempi di questa straordinaria insensibilità curiale ai meccanismi dell’informazione. Sarebbe lungo, e Tornielli e Rodari sono certamente esaustivi sul tema, presentare tappa per tappa questo calvario. Ma basta ricordare che nelle accuse relative al caso “Kiesle” (l’«Associated Press» affermava di avere in mano la prova che Benedetto XVI, quando era prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, aveva coperto un prete pedofilo californiano, Stephen Kiesle, di Oakland. A supporto dell’accusa, l’Ap presenta una lettera scritta in latino e datata 6 novembre 1985) è dovuto intervenire il vaticanista di un’agenzia di stampa italiana, per mettere in luce la verità sul caso, smontando le accuse.

Non solo: sono passati giorni, se non settimane di bufera, prima che la Santa Sede si decidesse di pubblicare (on line, e certamente non in grande evidenza) le linee guida, già operative dal 2001, messe in atto per affrontare il problema dei preti coinvolti in abusi sessuali. E’ evidente che se fossero state pubblicate all’inizio della tempesta il contesto mediatico successivo sarebbe stato bene diverso…

Ma di esempi di masochismo mediatico questi cinque anni sono ben ricchi. Proviamo a tirare qualche conseguenza. Senza voler accusare il destino, il mondo cattivo e che non capisce e i lupi. Che ci sono, di sicuro; ma forse è necessario dotarsi di cani da pastore, perché, come recita l’adagio, chi pecora si fa…. Il magistero di Benedetto XVI è chiaro, espresso senza ambiguità, e tale nei suoi contenuti ( e anche nella forma, talvolta) da irritare molti.

Non è un magistero – e un Papa – che possano affidarsi a una strategia della comunicazione puramente passiva, di semplice reazione, e non sempre tempestiva ed efficace; non sono un magistero, e un papa, che possano pensare di non coinvolgere quotidianamente nel suo lavoro uno specialista della comunicazione.

L’impressione è che si voglia gestire la comunicazione della Chiesa come se il mare in cui naviga la barca di Pietro fosse liscio e tranquillo, e non come se le parole e le decisioni di Benedetto XVI non fossero tali, con cadenza periodica, da suscitare tempeste e reazioni.

Il periodo più felice nella sua comunicazione esterna la Chiesa l’ha vissuto con un modulo che presentava alcune caratteristiche. La prima: coscienza dell’importanza della comunicazione come strumento essenziale del governo della Chiesa stessa, all’interno e all’esterno. Poi la scelta di un responsabile della comunicazione che provenga dal mondo dell’informazione secolare, la conosca nelle sue caratteristiche e difetti, forza e debolezze, e che abbia un rapporto privilegiato con il protagonista principale dell’informazione della Chiesa, e cioè il Papa. E giovane, che si dedichi solo a questo compito, che fa tremare pene e polsi, ventiquattro ore su ventiquattro.

Terzo: una strategia che prevenga e preveda il problema, non che risponda semplicemente ad eventuali reazioni e critiche. E, probabilmente, in questo settore, “laico è meglio”; checché ne pensino i protagonisti di una qualche forma di revanscismo clericale dietro le Mura.

Ma se al vertice non ci si convince dell’importanza strategica della comunicazione, e della necessità di trarre le conseguenze operative dovute, c’è solo da attendere la crisi prossima ventura.

Pubblicato su San Pietro e dintorni (il blog di Tosatti) mercoledì 31 agosto 2010

giovedì 02 settembre 2010 20:41

“Attacco a Ratzinger” secondo Giacomo Galeazzi


Un libro-choc dei vaticanisti Rodari e Tornielli sulla campagna fuori e dentro i Sacri Palazzi contro Benedetto XVI

di Giacomo Galeazzi

Doveva durare solo due o tre anni. Qualcuno lo disse nei corridoi della Curia romana all’indomani della sua elezione. E Joseph Ratzinger stesso, da poco eletto Papa Benedetto XVI dopo un conclave lampo durato appena un giorno, pronunciò queste parole nella messa inaugurale del 24 aprile 2005: “Pregate per me, perché io non fugga, per paura, davanti ai lupi”. Fu profetico Benedetto XVI, i lupi sarebbero arrivati. In Attacco a Ratzinger, due autorevoli vaticanisti, Paolo Rodari e Andrea Tornielli, documentano ciò che è avvenuto nei sacri palazzi da quella primavera di ormai cinque anni fa.

Cinque anni di crisi della Chiesa che i due giornalisti ricostruiscono in un’inchiesta a tutto campo attraverso interviste, documenti e testimonianze inedite, parlando di attacco.

Un attacco alla Chiesa, al papato e più in particolare alla figura del Pontefice che, però, non nasconderebbe un complotto ideato da chicchessia: piuttosto, sostengono i due esperti, Papa Benedetto XVI sarebbe stato lasciato solo troppe volte in un’assenza totale di “regia”. Così, bufera dopo bufera, polemica dopo polemica, il messaggio del Papa sarebbe stato anestetizzato e la sua figura schiacciata sul cliché del Papa retrogrado mentre la domanda più frequente a suo riguardo sarebbe diventata: a quando la prossima crisi?Le polemiche suscitate dal discorso di Ratisbona; il caso clamoroso delle dimissioni dell’arcivescovo di Varsavia Wielgus che aveva collaborato con i servizi segreti comunisti; le critiche mosse alla pubblicazione del documento che liberalizza l’uso della messa antica; la revoca della scomunica ai vescovi lefebvriani, coincisa con la diffusione dell’intervista negazionista di uno di loro; la crisi diplomatica per le dichiarazioni sul preservativo durante il viaggio in Africa; il dilagare dello scandalo degli abusi sui minori.Basta scorrere le prime pagine dei giornali e le rassegne stampa internazionali per accorgersi di come sia in atto, fin dagli inizi del pontificato di papa Ratzinger un attacco al Papato e al Papa. Nonché alla Chiesa in generale.Un attacco mosso dal pregiudizio negativo, pronto a scattare su qualsiasi cosa il Papa dica o faccia, pronto a enfatizzare e creare “casi internazionali”. C’è una strategia orchestrata dietro questo attacco? O piuttosto un’assenza di regia e di strategia comunicativa? E questo attacco ha origine solo fuori della Chiesa o nasce anche all’interno degli ambienti ecclesiali? Paolo Rodari È il vaticanista del quotidiano Il Foglio, dopo esserlo stato per tre anni a Il Riformista. Ha collaborato con Il Sole 24 Ore, Il Tempo e con le agenzie il Velino e Fides. È titolare del blog Palazzo apostolico (http:// www.paolorodari.com/). Andrea Tornielli Inviato e vaticanista del quotidiano Il Giornale, collabora con varie riviste italiane e internazionali. Numerose le sue pubblicazioni, tra cui ricordiamo Pio XII. Un uomo sul trono di Pietro (Mondadori, 2007), Paolo VI. L’audacia di un Papa (Mondadori, 2009). Tra i volumi pubblicati presso Piemme ricordiamo: Pio XII. Il Papa degli Ebrei (2001), La scelta di Martini (2002), Papa Luciani. Il sorriso del santo (2003), Benedetto XVI. Il custode della fede (2005) e Il segreto di Padre Pio e Karol Wojtyla (2006).

Pubblicato su Oltretevere (il blog di Galeazzi) mercoledì 25 agosto 2010

giovedì 02 settembre 2010 16:23

Premio Capri al libro «Dio oggi»

copertina-dio-oggi.jpgIl Premio Capri San Michele, giunto alla sua XXVII edizione, va al volume «Dio oggi» edito da Cantagalli, opera che raccoglie gli atti del convegno tenutosi nel dicembre 2009 a Roma a cura del Comitato per il Progetto culturale della Cei e presentata da Sergio Belardinelli. La giuria, presieduta da Francesco Paolo Casavola, ha scelto tra oltre ottanta opere presentate. Nel volume, che si apre con un messaggio di papa Benedetto XVI, sono presenti scritti dei cardinali Angelo Bagnasco, Camillo Ruini, Angelo Scola, di monsignor Gianfranco Ravasi, degli intellettuali Rémi Brague, Massimo Cacciari, Peter van Inwagen, Martin Novak, Roger Scruton, Robert Spaemann, George Coyne. Chiude il volume un testo di monsignor Rino Fisichella. La giuria ha inoltre assegnato il Premio Speciale a «L’ineludibile questione di Dio» di Pietro Barcellona e Francesco Ventorino (Marietti 1820).

La cerimonia di consegna si tiene ad Anacapri il 25 settembre, preceduta dal convegno «Cultura e paesaggio».

giovedì 02 settembre 2010 15:00

Papa e Peres: sia pace a Gerusalemme.

La pace in Israele e Palestina, è una priorità per tutti, ed anche per il Vaticano.

Oggi infatti sono state queste le posizioni espresse ufficialmente dal papa, in seguito all'importante incontro con Peres che si è tenuto a Castel Gandolfo.

La ripresa dei contatti diretti tra Israeliani e Palestinesi, in programma oggi a Washington, possa aiutare “a raggiungere un accordo rispettoso delle legittime aspirazioni dei due Popoli e capace di portare una pace stabile in Terra Santa e in tutta la Regione”.

Durante l’udienza, il Papa e il presidente Peres hanno anche ribadito “la condanna di ogni forma di violenza e la necessità di garantire a tutte le popolazioni dell'area migliori condizioni di vita. Non è mancato – si legge ancora nella nota vaticana - un riferimento al dialogo interreligioso e uno sguardo d’insieme alla situazione internazionale”.

Dopo l’udienza con il Santo Padre, il presidente israeliano ha incontrato anche il Segretario di Stato, card. Tarcisio Bertone, accompagnato dal Segretario per i Rapporti con gli Stati, mons. Dominique Mamberti. Durante i colloqui, svoltisi “in un clima di cordialità”, è stato ricordato il Pellegrinaggio che Sua Santità ha compiuto in Terra Santa nel 2009.

“I colloqui – prosegue la nota della sala stampa vaticana - hanno permesso di esaminare anche i rapporti tra lo Stato d’Israele e la Santa Sede e quelli delle Autorità statali con le comunità cattoliche locali.

Al riguardo, si è sottolineato il significato del tutto particolare della presenza di queste ultime nella Terra Santa e il contributo che esse offrono al bene comune della società, anche attraverso le scuole cattoliche.

Infine, si è preso atto dei risultati raggiunti della Commissione bilaterale di lavoro, impegnata da anni nell’elaborazione di un Accordo relativo a questioni di carattere economico e si è auspicata una rapida conclusione del medesimo”.

(fonte: SIR)

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giovedì 02 settembre 2010 13:38

Diritti o pluralismo? la scuola del Marcianum

Mentre la stampa laica( ma anche parte delle firme cattoliche) cerca di "tirare la giacchetta" al papa immaginando dietrologie ( più o meno azzeccate) sulle dimissioni dell' arcivescovo Marchetto, sui rapporti tra Italia e Sana Sede o sui rapporti tra Segreteria di Stato e dicasteri vaticani, al Marcianum si cerca di educare alla pluralità. Un modo di affrontare quella emergenza educativa che sembra sempre più evidente sfogliando libri, riviste e giornali.
Così da lunedì prossimo 6 settembre, per quattro giorni esperti internazionali di diritto saranno a confronto alla Summer School proposta dall'Alta scuola del Marcianum. Tema sul tappeto: La società plurale sfida l'impero dei diritti.
Ad aprire il dibattito il card. Angelo Scola e Francesco Pizzetti presidente dell' Autorità garante della privacy. Ecco la presentazione delle giornate.


Di "diritti", ormai, si parla in ogni ambito della vita: dalla cronaca politica fino ai talk show televisivi più popolari la rivendicazione dei diritti è tema quotidiano del dibattito pubblico in Italia e in tutte le democrazie occidentali. Basti pensare alla rivendicazione del diritto alla privacy in materia di intercettazioni o al dibattito sul diritto di informare per i giornali e i giornalisti ma anche alle domande aperte sul diritto a decidere della propria morte o sul diritto di fare un figlio quando e come si vuole ecc.


Questi temi sono resi ancor più ardui dalla compresenza - nella nostra società plurale - di culture giuridiche differenti che chiedono di essere riconosciute o che, addirittura a volte, pretenderebbero di porsi in alternativa alla cultura giuridica tradizionale del Paese in cui si radicano (v. il caso della sharia). In sintesi, non esiste più un settore della vita pubblica, della politica o dell'economia o della religione che non sia provocato dalla questione "diritti".


Tra i numerosi relatori che interverranno durante la Summer School, Robert George della Princeton Law School (e già presidente del Consiglio presidenziale per la Bioetica degli Stati Uniti); James Withman della Yale Law School, Francesco Pizzetti, presidente dell'Autorità garante della privacy; Abdullahi Ahmed An-Na'im della Emory University di Atlanta (Usa), studioso di Islam e diritti umani; Francesco D'Agostino, presidente emerito del Comitato italiano di Bioetica; Massimo Papa, esperto di diritto privato comparato e di diritto islamico dell'Università di Tor Vergata a Roma.

Si sono iscritti alla Summer School di Asset circa 60 tra studenti post-grado, dottorandi, ricercatori, assegnisti di ricerca e professori, provenienti da istituzioni di ricerca e università italiane ma anche dall'estero (St. Bennet Hall, University of Oxford, Université Sorbonne Paris, Universidad Complutense Madrid, Ecole Hautes Etudes en Sciences Sociales Paris, Magdalen College, University of Oxford, Tony Blair Faith Foundation London, Institute GPII Catholic University Lublin, Università Complutense Madrid, Universidad Ceu San Pablo Madrid).

giovedì 02 settembre 2010 11:13

I bambini invisibili

Vent’anni della convenzione sui diritti dell’infanzia

di Carlo Bellieni

Il 2 settembre 1990 entrava in vigore la convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia. Vent’anni e un triste bilancio, a leggere la rivista «Lancet» del maggio 2010: nonostante le dichiarazioni di intenti — vi si legge — i bambini restano ancora «invisibili». A cosa si deve questo fallimento? Alla mancata attuazione di politiche transnazionali, certo. Ma soprattutto al fatto che respiriamo ovunque propagande antinatalistiche, trasformiamo il figlio in un «diritto», lo accettiamo solo se è «su misura», prima che nasca e dopo che è nato. Insomma, il bambino ha diritti solo se è «conforme» e sa scimmiottare gli adulti: pessima premessa per dei diritti universali.

Ma da dove viene quest’incapacità ad accettare il bimbo come tale? Dal fatto che il bambino — dall’embrione in poi — ci obbliga a riconoscere l’essenza della natura umana che è dipendenza dall’altro: eresia, nell’epoca che sacralizza l’autodeterminazione solitaria; e obbliga dunque a riconoscere la nostra personale fragilità e dipendenza, cosa che al fondo ci spaventa. Viviamo infatti in una società intimorita dalla stessa idea di «figlio», come scriveva Bob Dylan in Masters of War (1963): «Avete sparso la peggior paura: paura di mettere figli al mondo. Poiché insidiate il mio figlio non nato e senza nome, voi non meritate il sangue che scorre nelle vostre vene».

È una società spaventata e fobica quella che rifiuta il bambino. La pedofobia si vede in mille segnali. I bimbi una volta erano i padroni delle strade; oggi al massimo li lasciamo partecipare a feste o fare sport quando loro vorrebbero semplicemente giocare. Non c’è più spazio per i bambini neanche nelle case, dato che spesso non è permesso loro toccare nulla e soprattutto non è permesso loro sporcarsi, che in misura giusta serve alla loro crescita. Ed è una società pedofobica perché lascia nascere i bimbi solo dopo che hanno passato esami prenatali di massa, perché li vede come un diritto dei genitori, che arrivano a congelarli quando sono piccoli embrioni ma poi a soffocarli di giocattoli per coprire la propria incapacità di essere presenti, determinando patologie di ansia o di rabbia nei piccoli.

La pedofobia culturale è ben rappresentata da un mondo senza alberi ma pieno di computer, dove le scuole elementari moltiplicano le cose da insegnare come se i bimbi fossero degli apprendisti adulti invece che individui disperatamente alla ricerca del gioco gratuito sociale e creativo; tanto che in Inghilterra rivalutano per le elementari il ritorno a quelle che con ironia chiamano le tre r: reading, riting, ritmethic («leggere», «scrivere», «far di conto»).

Ma non basta: i bambini crescono con modelli di affettività alterati da immagini mediatiche fatte per colpire e vendere prodotti, con la libertà massima di fare tutte le esperienze sessuali sempre più precoci ma con il divieto assoluto di pensare a far famiglia e figli. Un terrorismo antinatalista li deruba di vent’anni di vita riproduttiva avviandoli alla sterilità per anzianità. Ci possiamo stupire quindi che in una società pedofobica, che guarda il bimbo come un oggetto e in cui lo sviluppo affettivo degli adulti viene ritardato e spesso alterato da modelli maniacali, proliferino pedofilia e bullismo?

Le carte dei diritti lasciano il bambino invisibile quando non obbligano a un cambiamento di mentalità degli adulti, che sono i primi a considerarsi ingranaggi di un meccanismo produttivo in cui si devono precocemente inserire, in cui ci si sente accettati solo se si passa al vaglio dell’omologazione genetica e culturale. Non stupiamoci allora se non riescono ad accettare il bimbo, il non ancora omologato per eccellenza: la società pedofobica per sua natura seleziona e discrimina; e se riconosce dei diritti, finisce per riconoscerli in maniera selettiva, pur a fronte di buone dichiarazioni di intenti.

Non ci stupiamo dunque dell’insuccesso denunciato da «Lancet»: buone dichiarazioni, appunto, ma lanciate in un mondo culturale impreparato. Non si possono affermare i diritti dei bambini senza capire che la prima violenza è la pretesa che l’altro risponda al nostro progetto, certamente una pretesa che va al di là del mondo infantile. Se manca questo, si distinguono paradossalmente i diritti del bimbo non ancora nato da quelli del neonato, e quelli di quest’ultimo da quelli del bambino più grande, e si finisce col distinguere i diritti del bimbo occidentale da quello dei Paesi in via di sviluppo.

La politica deve capire, prima di scrivere carte di diritti e creare politiche per i minori, che essi non sono un riflesso dei desideri dei genitori che generosamente li accettano solo dopo esami genetici prenatali, o cui fanno spazio in città e scuole fatte esclusivamente a misura dei grandi. Il bambino ha pieni diritti umani e il primo diritto è saperlo ascoltare, e capirne le vere richieste, anche quando non può parlare. La violenza — dal concepimento ai banchi scolastici — ha varie gradazioni e sfumature, ma ha una matrice culturale unica: dimenticare che i figli nascono da noi ma non sono nostri.

giovedì 02 settembre 2010 09:20

Le dimissioni di monsignor Marchetto

Sul Giornale di ieri mattina pubblicavo la notizia delle dimissioni dell’arcivescovo Agostino Marchetto,  Segretario del Pontificio consiglio dei migranti, noto per le sue prese di posizioni forti contro i provvedimenti sull’immigrazione dell’attuale governo.  A poche ore dall’uscita in edicola del Giornale, la Sala Stampa della Santa Sede confermava la notizia. In un articolo pubblicato oggi faccio notare che la decisione deve essere arrivata un po’ inaspettata per lo stesso interessato, in quanto ai tempi, dato che Marchetto stava per salire su un volo diretto a Bogotà dove doveva partecipare a un forum internazionale sull’immigrazione e la pace.  Solitamente, infatti, le dimissioni vengono accettate e pubblicate nel momento della nomina del successore. Perché non è accaduto in questo caso? Innanzitutto perché pare che la nomina del successore sia al di là da venire. Ma non c’è dubbio che nelle modalità in cui è avvenuta, la decisione di accogliere la richiesta del pensionamento anticipato dell’arcivescovo – il quale aveva in programma diversi impegni che ha immediatamente cancellato – si possano leggere in filigrana sia il disappunto per alcune dichiarazioni particolarmente polemiche del prelato (molto più protagonista sulla scena mediatica del responsabile del dicastero, l’arcivcescovo Vegliò), sia problemi di organizzazione del lavoro interno al Pontificio consiglio. Marchetto, peraltro, da tempo voleva tornare a dedicarsi a tempo pieno allo studio della storia del Concilio Vaticano II, e non aveva voluto rientrare a pieno titolo nel servizio diplomatico della Santa Sede come nunzio. Le dimissioni erano state presentate un anno fa. Bisogna ricordare – e questo dimostra quanto artificiose siano certe distinzioni “politiche” applicate alla vita della Chiesa – che Marchetto molto valorizzato dalla stampa progressista per le sue prese di posizione sugli immigrati – ha pubblicato articoli e un voluminoso libro che critica l’ermeneutica del Concilio proposta dalla scuola dossettiana.

giovedì 02 settembre 2010 05:29

Sanità, lo sfregio più grave all’impegno più nobile

Dopo il caso dei due ginecologi di Messina che litigano per motivi tutt’altro che nobili e tutt’altro che legati a scelte professionali, viene spontaneo chiedersi: ma esiste ancora l’etica in medicina? La domanda ha un senso ...

giovedì 02 settembre 2010 05:23

E a sorpresa il nostro fardello è più leggero di quello dei vicini

La crisi economica in corso dal 2007 è stata la molla per rivedere il "Patto di crescita e di stabilità" o tramite una revisione del trattato oppure attraverso un protocollo interpretativo. In questo contesto, Lituania, Lettonia, ...

giovedì 02 settembre 2010 04:57

Quei precari in toga fanno giustizia

Che in Italia i processi non siano «brevi» lo sanno tutti. Basta chiedere a uno qualsiasi dei milioni di cittadini alle prese con una giustizia troppo spesso sorda e impenetrabile, la cui arcaicità non sembra essere scalfita ...

giovedì 02 settembre 2010 04:46

«I Cav? Non sapevamo che ci fossero»

Nascerà a marzo. Si chiamerà Francesco. Ma già ha una storia alle spalle. In una mattina di luglio sua madre, sola, incinta, con una gravidanza a rischio, bussa all’ufficio di un’assistente sociale del Comune di Roma. Ha ...

mercoledì 01 settembre 2010

I frammenti di Dio

E' stata pubblicata su Avvenire una bella intervista di Giacomo Gambassi all'eremita camaldolese don Paolo Giannoni. Trovo che presenti chiaramente la fede cristiana non come un sistema di regole e neppure come un'evasione dal mondo, ma come un modo altro di "vedere" il mondo e di "stare" in esso, cogliendo in tutto e in tutti dei frammenti di Dio e della sua bellezza.

Come l’uomo può farsi interprete del gemito della creazione?
Prima di tutto vivendo il proprio infinito. Nessuno potrà mai dire «ho amato abbastanza» e «sono stato amato abbastanza»; ci sarà sempre ancora da amare e da essere amati. E lo stesso va detto della verità e della bellezza. Invece dell’«ingiuria delle grandi verità» occorre vivere queste grandi verità facendole. Ogni lavoro, anche quello casalingo, realizza la verità delle cose: quando un buon piatto rende più bella la creazione! E un computer è un capolavoro di perfezione sempre più perfezionata. Inoltre una risposta grande e necessaria per interpretare il gemito della creazione è l’educazione.

E la liturgia?
È una meravigliosa maniera di portare a compimento la creazione: nell’Eucaristia la materia diventa Cristo, nel Battesimo l’acqua dona la vita per la potenza dello Spirito.

Però l’armonia fra creato ed essere umano è stata infranta dal peccato.
Il peccato ci rimanda alla sua radice che non è la malizia del cuore (le mani di Dio non fanno mai una malizia e il cuore umano viene da lui), ma la limitatezza dell’essere. Elredo di Rievaulx fa eco a Gesù dicendo che più che peccatori siamo dei grandi ignoranti. Ogni peccato è un atto di idolatria perché, vedendo la bellezza di una creatura, ci si ferma a essa e non la si vede come segno e rimando alla bellezza piena che è Dio. Così si falsifica l’universo e noi stessi.

Quindi la Giornata di oggi può essere letta anche come un invito alla purificazione?
Certo. L’ascesi non è una mortificazione, ma l’esercizio con il quale nella fede si fa armonia in noi, con gli altri, nel mondo. L’armonia ci fa «ritornare» (è il verbo usato dai profeti) alla verità. L’armonia è il metodo del «cambiamento dell’anima». Si ritorna al Padre che ha ancora una veste, un anello e nuovi calzari. Siamo riportati alla bellezza e alla verità. E insieme abbiamo da essere fratelli e sorelle che cooperano all’armonia della vita e del creato dando loro veste, anello, calzari. Anche così siamo figli del Padre. Questo corrisponde al fatto che «Dio vide che era cosa buona».

Come coltivare una spiritualità della salvaguardia del creato?
La spiritualità (non una vita interiore, ma la vita che ci dà lo Spirito Santo) già in se stessa è salvaguardia del creato. Uno spiritualismo falso dimentica la forma di incarnazione che è tutta la vita. La falsificazione del Vangelo a codice di morale e la riduzione della Chiesa ad agenzia di morale (mentre è la comunità che rende attuale il mistero, l’evento di salvezza) impedisce di capire questa verità. È essenziale giungere a una contemplazione che colga la bellezza delle cose, come frammenti che rifrangono l’immensa bellezza di Dio.

Quali vie seguire?
Serve una cura che amplifica la perfezione delle creature e un grande rispetto, perché le riconosce come consorti dello stesso disegno di pienezza che coinvolge la nostra umanità. Per questo l’ascesi è all’opposto dello scialo, del consumo, dell’offesa, della noncuranza. L’ultima pennellata con la quale Dio termina il proprio autoritratto, ossia la Bibbia, è «rasciugare le lacrime». Ogni volta che si rasciuga una lacrima o si costruisce una gioia che blocca la strada del pianto, possiamo cogliere quella luce che viene nell’impegno di salvaguardia che fa crescere la vita.

mercoledì 01 settembre 2010 14:06

L’ultima battaglia di Marchetto

Ho conosciuto monsignor Agostino Marchetto, oggi dimissionario segretario del Pontificio consiglio per la pastorale dei migranti e degli itineranti, circa un anno fa.

Andai nella sua abitazione vicino al Senato e gli feci una lunga intervista. Allora, come oggi, il suo nome era su tutti i giornali. Allora come oggi picchiava contro il governo italiano per la sua politica sull’immigrazione.

A un certo punto gli dissi più o meno così: “Mi sembra che le continue sue uscite contro il governo creino parecchi imbarazzi anche dentro il Vaticano. Perché continua a farle?”. Mi rispose: “Lo faccio perché voglio difendere il pensiero della chiesa su certe tematiche. E poi, guardi, le critiche non mi fanno né caldo né freddo: anni fa lottai e vinsi una grave malattia. Da quell’esperienza niente mi spaventa e mi impressiona più”.

Le uscite di Marchetto hanno spinto più volte il Vaticano a chiarire che “quella non è la posizione ufficiale della Santa Sede…”. Marchetto non ha mai replicato né ulteriormente specificato. Ha sempre accettato le critiche anche e soprattutto quelle provenienti dall’interno della chiesa.

La battaglia più difficile, monsignor Marchetto, l’ha già vinta anni fa. Che senso ha agitarsi ancora?

Pubblicato su palazzoapostolico.it mercoledì 1 settembre 2010

mercoledì 01 settembre 2010 13:23

“Attacco a Ratzinger” secondo Gerard O’Connell


Ecco perché gli attacchi non cesseranno. E attenti all’Inghilterra

di Gerard O’Connell

Dal 19 aprile 2005, giorno della sua elezione, Papa Benedetto XVI è stato oggetto di almeno otto grossi attacchi, lanciati attraverso i media internazionali, dall’esterno e / o dall’interno della chiesa stessa.

Perché questo gentile, schivo e riservato Papa-teologo tedesco è stato bersagliato da una tale offensiva? Di chi è la colpa? Il Papa ha commesso degli errori? C’è una cospirazione contro di lui, o contro la chiesa cattolica che egli guida? O forse il Vaticano non è riuscito a sostenerlo e difenderlo adeguatamente negli scorsi cinque anni, lasciandolo da solo ad affrontare la tempesta? Come si può capirne qualcosa?

Queste sono alcune delle domande provocanti che due noti vaticanisti italiani, Paolo Rodari de Il Foglio e Andrea Tornielli de Il Giornale, affrontano alla ricerca di una risposta nel loro “Attacco a Ratzinger”, un libro tempestivo e intellettualmente stimolante, appena pubblicato da Piemme.

Nel loro lavoro, 332 pagine di piacevole lettura, gli autori usano la parola “attacco” in senso lato, per includere non solo le accuse ma anche le proteste, le critiche e il dissenso, così come le insinuazioni che il Papa stia indietreggiando rispetto ad alcune innovazioni del Concilio Vaticano Secondo.

Gli autori analizzano e riportano fedelmente tutti gli attacchi principali a questo Papa erudito e anticonformista. Lo fanno appoggiandosi su fonti ben informate del Vaticano e della chiesa, rivelando fatti finora segreti, senza paura di sollevare domande scomode sui processi decisionali e sulla strategia comunicativa del Vaticano.

Dalla loro indagine emerge un dato impressionante, sebbene gli autori non ne facciano menzione esplicita: con una sola eccezione, tutti gli attacchi sono nati nel mondo occidentale, cioè in Europa (in particolare nella sua parte occidentale, dove la chiesa è in crisi), negli Stati Uniti (dove la chiesa è piuttosto polarizzata), in Canada. Molti attacchi sono stati lanciati da (o attraverso) i più importanti media occidentali.

Nessun attacco è partito dal sud del mondo, cioè dall’America latina (dove vive metà del mondo cattolico), dall’Africa (dove la chiesa sta crescendo rapidamente) o dall’Asia (casa di due terzi dell’umanità, dove la chiesa è in espansione). Solo due attacchi hanno avuto un impatto significativo sulla chiesa e sui paesi del sud: quelli nati dal riferimento al profeta Maometto da parte del Papa nella sua lezione di Regensburg e quelli legati all’abuso su minori da parte di preti in vari paesi. Un terzo attacco, sulla reintroduzione della liturgia tridentina, ha sollevato perplessità ma non proteste, perché nel sud del mondo questa non è una problematica sentita.

La citazione del profeta Maometto nel settembre del 2006, durante la lezione a Regensburg del Papa-teologo, ha offeso i musulmani in Asia (dove vive la maggioranza dei musulmani), in Africa (dove ce ne sono molti), nel medio oriente e in Turchia, dove le proteste sono inizialmente esplose. Il primo capitolo del libro cerca di capire ciò che a Regensburg non ha funzionato e come si sarebbe potuto evitare il problema, prevedendolo in anticipo. Prosegue esaminando gli sforzi del Vaticano per ritornare in buoni rapporti con i musulmani e la nuova fase del dialogo, che ora si concentra su una dimensione culturale piuttosto che teologica.

Ma l’attacco che ha avuto l’impatto più negativo sulla chiesa cattolica in tutto il mondo, e che potrebbe danneggiare non solo l’immagine del papato e della chiesa ma anche quella della Santa Sede come istituzione internazionale, è stato senza dubbio lo scandalo degli abusi sessuali su minori da parte dei preti e le accuse che Papa Benedetto – quando era arcivescovo di Monaco e prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede – e alti prelati vaticani abbiano gestito molto male i casi, insabbiandoli quando sono emersi, a danno delle vittime.

Questo libro dedica quattro capitoli (dal settimo al decimo) a un’analisi approfondita dell’offensiva mediatica sugli abusi, con cui si sono denunciati il cardinale Ratzinger e gli ufficiali vaticani per non avere agito correttamente sui casi irlandesi, tedeschi e americani. Il libro indaga il retroterra dei casi più importanti, per valutare come il Vaticano ha risposto ai fatti e agli attacchi – a volte, in maniera controproducente.

Gli autori cercano di capire perché altri prelati vaticani (tra cui alcuni molto vicini a Giovanni Paolo II) hanno bloccato i tentativi tempestivi del cardinale Ratzinger di aprire delle indagini sulle denunce di abusi rivolte al cardinale Herman Groer, ex arcivescovo di Vienna, e a padre Marcial Maciel Degollado, il fondatore dei Legionari di Cristo, di cui il Vaticano era venuto a conoscenza nel 1979.

Il libro riconosce al cardinale Ratzinger di avere disposto l’apertura delle indagini su padre Maciel nel novembre 2004, anche se sono poi effettivamente iniziate solo dopo la morte di Giovanni Paolo II – quando, due giorni dopo, come Papa Benedetto, aveva ordinato a Maciel di ritirarsi dal ministero pubblico e di condurre una vita di preghiera e di penitenza.

In un’altra sezione, particolarmente interessante, gli autori affrontano nei dettagli le tre decisioni più controverse di Papa Benedetto: la reintroduzione della liturgia tridentina; la rimozione della scomunica ai quattro vescovi lefrebriani, incluso il negazionista Williamson; il provvedimento che facilita l’ingresso nella chiesa cattolica per i gruppi anglicani che lo desiderano.

Gli autori si occupano delle proteste nate all’interno della stessa chiesa cattolica, così come di quelle mosse dagli ebrei (per la preghiera del venerdì santo della liturgia tridentina e per il vescovo Williamson) e dagli anglicani. Replicano alle accuse che il Papa, con queste decisioni, stia ritrattando gli aspetti chiave del Concilio Vaticano Secondo e offrono una spiegazione razionale per ognuna di queste scelte del Pontefice.

Gli autori riconoscono che gli attacchi al Papa non sono esclusivamente dovuti a problemi di comunicazione, ma vanno anche ricercati nel metodo della governance, nei processi decisionali di questo pontificato, nella questione della collegialità – ovvero la consultazione dei vescovi – e nella selezione e nella nomina dei vescovi.

Nell’importantissimo tredicesimo capitolo, particolarmente ben scritto, gli autori ricordano al lettore il messaggio complessivo che Papa Benedetto sta cercando di comunicare alla chiesa e al mondo.

Questo nuovo libro viene pubblicato alla vigilia del viaggio del Pontefice in Gran Bretagna (dal 16 al 19 settembre), argomento che è anche discusso nell’undicesimo capitolo sui rapporti con gli anglicani.

Alcune fonti del Regno Unito dicono che “l’attacco a Ratzinger” continuerà, a partire da due documentari che saranno trasmessi sulle reti nazionali. Il primo, della BBC, è in programma per il 13 settembre e solleverà tra l’altro domande riguardo alla gestione dei casi di abusi su minori da parte del cardinale Ratzinger in Germania e negli Stati Uniti – episodi che in buona parte sono già discussi nel libro.

Ci si aspetta che il secondo, prodotto per Channel 4 da un leader degli attivisti omosessuali britannici, Peter Tatchell, attacchi pesantemente il Papa su svariati fronti: abusi su minori, teologia della liberazione, la sua posizione sull’omosessualità (e quella del cardinale Newman a riguardo) e sulle donne, la nomina di vescovi di una particolare linea teologica e i suoi commenti sui preservativi, fatti durante il viaggio in Africa – che è ben descritto nel quinto capitolo.

Vale decisamente la pena di leggere questo libro, che nell’ultimo capitolo raccoglie le posizioni di molti analisti sul perché questi attacchi siano nati. Gli autori raggiungono poi la loro conclusione, riconoscendo che le ragioni sono molte, di natura socio-politica, economica ed ecclesiale.

Gerard O’Connell, irlandese, residente a Roma, è vaticanista per il mondo anglofono ed esperto sulla chiesa in Asia

Pubblicato sul Foglio giovedì 26 agosto 2010

mercoledì 01 settembre 2010 07:09

Settembre, si torna alla scuola dei Musei Vaticani

E' una delle linee guida della politica del direttore dei Musei Vaticani Antonio Paolucci: educare i cittadini romani. E così , senza nulla togliere ai turisti, i Musei del papa offrono da qualche tempo una occasione in più per una visita non banale e soprattutto piacevolmente senza fila. Riprendono quindi con oggi le aperture notturne replicate continuativamente tutti i venerdì di settembre (3, 10, 17, 24) e di ottobre (1, 8, 15, 22, 29) con l'ormai consueto orario 19,00 - 23,00 (ultimo ingresso ore 21,30). Ecco il comunicato dei musei:

Un'esperienza unica e straordinaria per chiunque avrà occasione di essere a Roma in quelle sere o desidererà organizzare un indimenticabile fine settimana. In particolar modo, però, l'invito è rivolto ai Romani, soprattutto a coloro che durante le normali ore di apertura sono impegnati in attività lavorative o familiari o comunque hanno difficoltà a visitare i meravigliosi tesori dei Musei Vaticani.
In questa circostanza, saranno possibili esperienze solitamente impossibili.
Assistere ad un magico tramonto sulla Basilica di San Pietro e sui Giardini Vaticani dal Cortile della Pinacoteca e dalle finestre della Galleria delle Carte Geografiche.
Scrutare nella serena pace notturna il cielo stellato al di sopra del Cortile della Pigna.
Sostare nello scenografico Cortile Ottagono, dove alla luce tremula e discretamente sommessa delle fiaccole si potranno ammirare le sculture del più antico nucleo dei Musei Vaticani.


Addentrarsi nelle misteriose sale del Museo Gregoriano Egizio con le sue millenarie ed affascinanti
testimonianze. Raggiungere e visitare nella suggestione vespertina le Stanze di Raffaello, alcune Sale
dell'Appartamento Borgia e della Collezione d'Arte Religiosa Moderna.
Contemplare in un'incomparabile atmosfera i grandiosi e magnifici affreschi della Cappella Sistina.
Attraversare le Gallerie della Biblioteca Apostolica Vaticana nella tranquillità del silenzio notturno e
nella quiete indispensabile per osservare gli innumerevoli dettagli pittorici di armadi e pareti.
Eccezionalmente, in queste serate autunnali saranno accessibili le Sale di S. Pio V, dove è possibile
apprezzare la Collezione di Ceramiche Medioevali e Rinascimentali rinvenute nei Palazzi Papali e la
pregevole Collezione di Mosaici Minuti, ambiti souvenirs del Gran Tour tanto in voga nei secoli XVIII-XIX.
Nel mese di ottobre, ogni serata sarà resa unica ed irripetibile da particolari intrattenimenti culturali in
cui "l'arte è promossa dall'arte" intesa come musica e poesia.
Per godere di queste serate veramente speciali è obbligatoria la prenotazione online - tramite il sito
internet ufficiale dei Musei Vaticani (www.museivaticani.va) o quelli della Santa Sede (www.vatican.va;
www.vaticanstate.va) - che permette di evitare la fila.

mercoledì 01 settembre 2010 05:02

La scienza è una cosa seria (basta non fare solo ideologia)

Nel nostro Paese c’è un’area ideologica, quindi profondamente non laica, che tratta i temi della scienza con un atteggiamento decisamente antiscientifico. A volte si tratta di gente che di scienza dovrebbe saperne; più spesso ...

mercoledì 01 settembre 2010 04:58

Proclami di «conquista» e illibertà. Chi tollera non può tollerarli

Nella storia, e nella attualità, tutto è possibile. Ma proprio per questo occorre valutare ciò che accade, dire la verità, rispondere se necessario. È possibile, e inevitabile, che le popolazioni, le culture e le religioni, ...

mercoledì 01 settembre 2010 04:50

Medioriente e Casa Bianca cercano un’«Alba nuova»

Con il suo «discorso alla Nazione» pronunciato stanotte il presidente Obama ha mantenuto la sua promessa, quella di porre fine a una guerra che non è mai stata la sua ma ha ereditato da Bush. Da oggi in Iraq non ci sono più ...

mercoledì 01 settembre 2010 04:00

Profeti di sventura o di speranza?

 

                    

    Ieri, 31 agosto 2010 scorso (27° anniversario della sua morte), ho celebrato, come tutti i mesi, la S. Messa per la glorificazione del servo di Dio dottor Marcello Candia  (1916-1983), industriale milanese che a 48 anni ha venduto le sue industrie ed ha speso gli ultimi 18 anni della vita con i missionari nell’Amazzonia brasiliana, spendendo tutti i suoi averi per aiutare i poveri e i lebbrosi, condividendone la vita. E’ un modello per il volontariato internazionale ed è sulla via per essere proclamato Beato.      

     Ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti di prestigio. Nel 1971 il Presidente del Brasile, Emilio Garrastazu Medici, gli ha conferito il grado di Ufficiale dell’Ordine nazionale del “Cruzeiro do Sul”, la massima onorificenza brasiliana per i benemeriti della nazione, conferita solo ad una ventina di viventi, Marcello unico straniero.  Nel 1975 il settimanale “O Cruzeiro” ha pubblicato un lungo servizio sulla sua vita e le sue opere in Brasile, definendolo “L’Uomo più buono del Brasile”.    

     Il 25 novembre 1982, all’Accademia dei Lincei il Presidente della Repubblica Italiana, Sandro Pertini, gli ha consegnato, assieme a letterati e poeti, il “Premio Feltrinelli”, attribuitogli “per un’impresa eccezionale di alto valore morale e umanitario”. Candia era accanto a Gùnther Grass, candidato al Premio Nobel, emerso nel dopoguerra come un astro della letteratura tedesca e considerato uno dei “profeti” della nostra epoca. E Grass, nel discorso ufficiale di accettazione del Premio, parlando in rappresentanza degli altri quattro premiati, descrive un futuro nero per il mondo e per l’uomo: fame, povertà, morte, guerra, aria inquinata e acque avvelenate, boschi distrutti ed animali estinti, corsa folle alle armi atomiche.

    Grass non propone alcuna soluzione a questo sfascio del pianeta e dell’umanità. Calmo e cupo, in abito nero, ha il tono di un profeta, ma “profeta di sventura” che non vede altro se non l’annientamento dell’uomo e la fine del mondo. “Rimane la protesta - conclude – indebolita da attacchi di impotenza. Una paura balbettante, che presto non troverà più parole e si rivelerà un terrore muto perché, di fronte al nulla, nessun uomo ha più senso”.

    L’assemblea attonita guarda nel vuoto senza reazioni. Forse ciascuno pensa a come salvarsi dall’apocalisse o a come meglio godere gli ultimi spazi di vita che il caos prossimo venturo ancora ci lascia. Marcello, seduto vicino a Grass, non riesce ad atteggiare il vo  lto a tristezza o meditazione, come la circostanza richiederebbe. La risposta al catastrofismo di Grass lui l’ha già data con la sua vita donata al prossimo: una vita di pace e di aiuto ai più poveri, che costruisce e non solo protesta. Anzi, una vita che è stata la più autentica protesta contro le tendenze nichiliste del nostro tempo. Marcello ha dimostrato che nulla è perduto per l’uomo e l’umanità, fin che rimane l’amore capace di dare la vita per il prossimo, fin che l’uomo ha fiducia in Dio che dà speranza e capacità di reagire positivamente, con energia e creatività.

     Mai come in quel momento della consegna del “Premio Feltrinelli” molti hanno avuto ho avuto la chiara percezione di quel che Marcello Candia rappresenta per il mondo d’oggi: anche lui profeta, ma profeta di speranza e di ottimismo. Un segno concreto di amore all’uomo, contro ogni tendenza al pessimismo radicale che corrompe il nostro popolo.

                                                                             Piero Gheddo

martedì 31 agosto 2010

B-XVI torna a farsi interrogare sulla fede dal tedesco Peter Seewald

Notizia beneaugurale e sorprendente: Benedetto XVI ha deciso di tornare a farsi intervistare dal giornalista e scrittore tedesco Peter Seewald in un libro di riflessioni sulla chiesa e la fede in rapporto alla società contemporanea.

Secondo fonti tedesche confermate da un articolo in uscita oggi sulla Tagespost, Seewald ha già incontrato più volte il Papa nelle scorse settimane tanto che lo schema del libro dovrebbe essere stato più o meno deciso. Era il 1996 quando l’allora cardinale Joseph Ratzinger si prestava a uno sforzo analogo: dava alle stampe “Il sale della terra”, una lunga intervista concessa sempre a Seewald e anch’essa dedicata al rapporto tra chiesa cattolica e società contemporanea.

Qualche settimana fa su “Inside the atican” il cardinale bibliotecario di Santa romana chiesa, Raffaele Farina, rivelò un particolare inedito di Ratzinger: quando era cardinale chiese a Wojtyla di lasciare la Dottrina delle fede per andare a dirigere la biblioteca vaticana. La cosa non gli fu concessa ma anche oggi, da Papa, Ratzinger non rinuncia a immergersi nelle letture e a scrivere. Terminata da poco la seconda parte del libro su Gesù di Nazaret, Papa Benedetto sorprende trovando il tempo per nuovi lavori: la terza parte del libro su Gesù, l’impianto di una nuova enciclica e adesso un libro intervista con Seewald, probabilmente il giornalista al quale si sente più vicino e legato.

Chi conosce bene il Papa dice che il motivo per il quale ha deciso di lavorare ancora una volta a un libro intervista è il medesimo che lo spinse a fare la medesima cosa nel 1996. Disse il Papa: “Oggi sembra spesso che la schiera di coloro che frequentano ancora la messa, partecipano alle processioni e si esprimono positivamente nei confronti della chiesa, sia vista dalla maggioranza come un gruppetto esotico. E persino questo ultimo resto deve avere sempre di più l’impressione di vivere, con le proprie idee cristiane, in una realtà che non ha più nulla a che fare con il mondo nel quale loro vivono quotidianamente. Ma, allora, il processo di decadenza non è forse già più drammatico di quanto si possa credere?”.

Un secondo motivo è ravvisabile tra le righe del suo pontificato: “Non si governa la chiesa solo mediante comandi e strutture, ma guidando e illuminando le anime”, ha ripetuto più volte Benedetto XVI. Il suo allontanamento dalla macchina del governo sembra voluto, studiato, ricercato. Non sembra disprezzo per l’arte del governo, quanto amore verso la chiesa la quale, secondo il suo punto di vista, necessita di illuminazione prima che d’altro.

Pubblicato sul Foglio martedì 31 agosto 2010

martedì 31 agosto 2010 06:40

Il primo libro-intervista di Ratzinger Papa

Sul Giornale di oggi pubblico una notizia proveniente dagli ambienti editoriali tedeschi e messa in pagina questa mattina da Tagespost: Benedetto XVI ha deciso di accogliere l’invito del giornalista tedesco Peter Seewald e gli ha rilasciato una lunga intervista, registrata quest’estate durante le vacanze, che sarà trasformata in libro. Da cardinale, Ratzinger aveva pubblicato già tre libri-intervista. Il primo, nel 1985, con lo scrittore Vittorio Messori (Rapporto sulla fede), ha fatto epoca. Il secondo, nel 1997 (Il sale della terra), ha segnato l’inizio della collaborazione con Seewald. Il terzo, sempre un’intervista di Seewald, è stato pubblicato nel 2001 (Dio e il mondo). Benedetto XVI non è il primo Papa a farsi intervistare in un libro: nel 1994 Messori pubblicò infatti Varcare le soglie della speranza, un dialogo con Giovanni Paolo II. Colgo anche l’occasione di questo post, per ringraziare tutti per l’interessamento dimostrato verso Attacco a Ratzinger, il volume scritto con Paolo Rodari, che una settimana fa Piemme ha mandato in libreria.

martedì 31 agosto 2010 06:26

Brescia porta in «piazza» la lettera pastorale

agora-brescia-2010.jpgSaranno gli ambiti mutuati dal Convegno ecclesiale 2006 di Verona a orientare il cammino di «Chiesa nella città», il secondo capitolo di «Agorà», il ciclo di iniziative che la diocesi di Brescia ha organizzato per presentare la nuova lettera pastorale del vescovo Luciano Monari. «Tutti siano una cosa sola», il documento che il vescovo di Brescia ha dedicato al tema della comunità, si misurerà tra il 30 agosto e il 5 settembre con le dimensioni quotidiane della relazione, dell’educazione, della fragilità, della cittadinanza, del lavoro e della festa.

Diversi i piani e i linguaggi del confronto. Al momento tradizionale dell’incontro e del dialogo (quello del vescovo con i sacerdoti della diocesi il 31 agosto e l’1 settembre, con i religiosi e i catechisti il 4 settembre) si affiancheranno quelli della festa (piazza Loggia accoglierà prima i bambini, il 2 settembre e poi le famiglie, domenica 5) e altri di natura culturale come l’apertura del 30 agosto con l’inaugurazione di una mostra al Museo di Santa Giulia e le rappresentazioni teatrali in programma il 30 agosto (uno spettacolo tratto dalla stessa lettera di Monari), il 31 agosto e il 1° settembre. Saranno alcuni luoghi simbolo di Brescia ad ospitare «Chiesa nella città». A questi si affiancano altre due «agorà» significative come il carcere di Canton Mombello in cui il 3 settembre si affronterà con Monari il tema della fragilità nella città, e l’emittente locale Teletutto scelta dal vescovo per parlare di relazione con «i giovani di Facebook». Nella notte tra sabato 4 e domenica 5 settembre infine, in cinque chiese di Brescia si pregherà e si potrà riflettere con le meditazioni offerte da Valerio Onida, già presidente della Corte costituzionale, Elia Zamboni, vicedirettore de «Il Sole24ore», dei religiosi Gino Toppan e Ermes Ronchi.

Il programma dettagliato di «Chiesa nella città» è consultabile sul sito internet www.diocesi.brescia.it/agora.

Massimo Venturelli – Avvenire, 27 agosto 2010

martedì 31 agosto 2010 06:08

Gotti Tedeschi: «La crisi? Colpa del calo demografico»

gotti-tedeschi.jpgNon ottengono la sufficienza gli strateghi anticrisi: Ettore Gotti Tedeschi, boccia chi, per risalire la china, ha scommesso su produttività e delocalizzazione, per non dire di quelli che hanno chiuso tutti e due gli occhi sulla crescita a de­bito. Per il presidente dello Ior, che è anche docente di economia politica e ieri si è confrontato al Meeting con il direttore del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli e il direttore di Re­sPublica Phillip Blond, la crisi «nasce tra il ’75 e l’85, quando popolazione occidentale inizia a decrescere».

Il crollo delle nascite è all’origine di (quasi) tutti i mali economici, com­presa l’abnorme pressione fiscale: «Nel 1985, ha spiegato il banchiere cattolico, le tasse pesavano sul pil per il 30%, oggi siamo al 55%, in quanto senza sviluppo della popolazione au­mentano i costi fissi, visto che la pro­duttività ha dei limiti fisiologici». Se per uscirne bisogna «ritrovare la fidu­cia nella Provvidenza» - ma il mondo non sopporta lezioni di etica «tant’è vero che non ha accolto il messaggio della Humanae Vitae» ha puntualiz­zato - è tuttora pesante la zavorra del­le teorie contrarie alla crescita demo­grafia, dai neomaltusiani all’ecologi­smo che considera l’uomo «un can­cro » ambientale. Sotto questa pres­sione, il pil pro capite dei paesi ricchi in questi anni «è cresciuto solo perché si è fermata la crescita demografica ed è in calo dal 2000 in Cina e Giap­pone perché sono entrati nel ciclo e­conomico ». Un presente che Blond ha descritto così: «Centralizzazione massiccia dei poteri nello Stato e della ricchezza nel mercato. Quest’ultima si è ri­stretta al di sotto dell’uno per cento della popolazione». Con una paral­lela esplosione dell’insicurezza so­ciale e nessun rimedio in vista, par­ticolarmente dalla politica: «Destra e sinistra pari sono, due facce della stessa medaglia», ha spiegato l’e­sperto britannico. Il presidente del­lo Ior scuote la testa di fronte alle po­lemiche politiche. «Nessun governo è riuscito ad abbassare la pressione fiscale in questi anni per la semplice ragione che non è possibile in as­senza di crescita demografica». Altra conseguenza negativa è un’econo­mia dove i protagonisti si considera­no al di là del bene e del male dove «coloro che si arricchiscono di più non hanno rispetto per le persone» come sottolinea De Bortoli.

Il banchiere ha ricordato che «nel cor­so degli ultimi trent’anni in Italia è di­minuita la popolazione giovane men­tre è cresciuta quella anziana e ciò si­gnifica meno gente che produce e più gente che usufruisce di pensione e sa­nità, cioè maggiori costi fissi. Un’eco­nomia può compensare questo pro­cesso in un modo solo: aumentando le tasse». Ma il nostro Paese, ha ag­giunto, «deve affrontare anche tre pec­cati originali della sua economia: lo statalismo inefficiente, le privatizza­zioni malfatte, i problemi creati nel momento in cui siamo entrati nel­l’euro ». Il presidente dello Ior ha fornito que­sta prospettiva di lavoro per il futuro: «invece di pensare a mettere a posto gli strumenti (finanza, controlli, go­vernance), bisogna rimettere a posto l’uomo - ha detto - . Si ridia all’uomo il vero ruolo nell’universo e nella na­tura. Il problema degli strumenti in­fatti è come vengono usati e questo dipende dal senso che dà loro l’uo­mo ». Ma «far ritrovare all’uomo il sen­so della vita è il compito dei preti: in­vece di insegnare politica e sociolo­gia, tornino a insegnare dottrina. La crisi di oggi dipende anche dal fatto che i preti non hanno insegnato dot­trina e l’uomo si è perso».

Paolo Viana – Avvenire, 28 agosto 2010

martedì 31 agosto 2010 05:09

Curare è una missione si torni a insegnarlo

Ci sono casi della vita in cui il male irrompe nelle vicende degli esseri umani per circostanze imprevedibili e inevitabili. Qualcuno parlerà, allora di destino, altri di caso, qualcun altro ancora chiamerà in causa l’imperscrutabile ...

martedì 31 agosto 2010 04:48

Incresciosa messa in scena o forse solo un boomerang

Amiamo l’idea di un Mediterraneo «mare comune» dei popoli che gli vivono attorno, specchio di culture e di economie amiche e in serena collaborazione, metaforica e concreta via di comunicazione anche tra le religioni dopo ...

lunedì 30 agosto 2010

L'intelligenza dell'amore

In alcuni post precedenti ho cercato di presentare, un po' disordinatamente, parte del mio percorso personale e alcune "percezioni" sul modo di intendere la nostra esistenza, il vivere e il morire che tutti ci accomuna (v. Contare i giorni).

Ho trovato parte delle mie intuizioni espresse molto meglio di quanto avrei potuto fare io, insieme a ulteriori stimoli sui quali mi sto soffermando, in una pagina del patriarca di Costantinopoli Atenagora nei suoi dialoghi con il teologo ortodosso Olivier Clément. L'ho scoperta grazie alla preziosa raccolta di letture spirituali preparata dalla comunità di Bose per accompagnare tutto l'anno (Comunità monastica di Bose, Letture per ogni giorno, Elledici). E' uno scrigno di pietre preziose da cui non si finisce mai di attingere.

Per una vita nuova, non esiste altra base che la risurrezione: essa forma in noi "l'uomo di Dio compiuto, preparato per ogni opera buona" (2 Timoteo 3,17). L'uomo interiore, l'uomo nascosto del cuore, è la coscienza lentamente maturata in noi della nostra risurrezione nel Risorto.

Il cuore, questo "corpo più interiore del corpo" dice enigmaticamente Palamas. Tutto il problema sta nell'unire l'intelligenza e il cuore, affinché l'intelligenza cessi di essere febbire e disordinata, e il cuore di essere cieco. L'uomo unificato nella grazia acquista un "cuore intelligente" che vede la luce divina sgorgare nella profondità del suo corpo innestato dal battesimo al Corpo luminoso del Cristo.

Il "cuore intelligente" è quello che ha l'intelligenza dell'amore. L'amore è la grande forza, l'unica forza, l'energia divina che penetra e muove tutte le cose, tutto l'universo, sino alle più remote nebulose. Avere l'intelligenza dell'amore significa accogliere ogni essere come un mistero. San Giovanni, invecchiando, non sapeva più dire altro: "L'amore viene da Dio, colui che ama è nato da Dio e conosce Dio, colui che non ama non ha conosciuto Dio, poiché Dio è amore" (1 Giovanni 4,7-8).

Per poter diventare cosciente della mia esistenza e di quella di Dio, ho bisogno dell'altro. La coscienza della mia identità passa attraverso l'altro, e io la ricevo da Dio nello stesso momento in cui conosco l'altro. Noi uomini cerchiamo di unirci l'un l'altro e troviamo insieme "il centro a cui convergono tutti i raggi".

E' quanto cerco. E' la speranza di trovare un centro nelle nostre esistenze caotiche, frammentate, disperse. E' la religione non come sistema di dottrine o di riti, ma come esperienza di un legame originario (dall'etimo religare) che mi unisce a Dio e agli altri, che deve emergere e manifestarsi appieno nella risurrezione.

lunedì 30 agosto 2010 12:35

L'edificio teologico di Ratzinger

Il volume che è stato presentato al Meeting di Rimini dal direttore della Libreria Editrice Vaticana è solo il primo di 16. L' opera omnia di Joseph Ratzinger teologo è infatti un vero e proprio edificio del pensiero contemporaneo. 'Teologia della liturgia' è stato presentato in anteprima nella arena estiva di CL ma sarà il piatto forte dell' autunno editoriale in attesa della pubblicazione in primavera della seconda parte del libro su Gesù firmato, però, Benedetto XVI. Al meeting era presente Gerhard Muller, vescovo di Ratisbona che ha avuto 'la gioia e l'impegno' di curare la traduzione tedesca dell'intera Opera Omnia, nella quale 'le tematiche piu' complicate vengono come sottratte alla loro stessa complessita' e rese trasparenti nella loro linearita' interna'.
Il volume però non è il numero uno, ma l'XI. Il piano editoriale,come spiega il direttore della Lev don Giuseppe Costa, prevede complessivamente 16 volumi che raccoglieranno, tematicamente, tutti gli scritti di Ratzinger precedenti alla sua elezione a Papa con in più i due volumi, dedicati al Gesù di Nazaret. Gli unici scritti del periodo del pontificato di Bendetto XVI perché non di Magistero come ha spiegato lo stesso Ratzinger.

Il primo volume presentato è l'XI dell'Opera Omnia ed è dedicato alla Teologia della liturgia. Come ha rivelato il Muller è stato il Papa stesso a volere che il primo volume ad uscire sia quello dedicato alla liturgia. Muller, che dopo la conferenza stampa si è recato a pranzo dal Papa, nella sua presentazione ha voluto ricordare la lectio magistralis pronunciata a Regensburg da Benedetto XVI nel 2006, che "segnò un momento magico nella storia universitaria non solo tedesca, egli sottolineava ancora una volta l'intima connessione di fede e ragione". La versione italiana è stata curata da una Commissione presieduta dall'arcivescovo Angelo Amato e comprendente Elio Guerriero e padre Edmund Caruana; i traduttori sono Eulalia Biffi e Edmondo Coccia. "Papa Benedetto XVI- dice il vescovo di Ratisbona- è uno dei grandi teologi sul soglio di Pietro, nel corso della sua lunga attività accademica come professore di Teologia Fondamentale e di Dogmatica, ha elaborato in autonomia un'opera teologica che lo pone senz'altro tra i più significativi studiosi del ventesimo e ventunesimo secolo.

Da più di 50 anni al nome di Joseph Ratzinger si ricollega un'originale visione d'insieme della teologia sistematica. Durante la visita pastorale del 2006 nella nativa Baviera, con la sua Regensburger Vorlesung, la lectio magistralis che segnò un momento magico nella storia universitaria non solo tedesca, egli sottolineava ancora una volta l'intima connessione di fede e ragione. Tanto la ragione che la fede non sono considerabili, né sono in grado di raggiungere il rispettivo traguardo, indipendentemente l'una dall'altra. Correggendosi e purificandosi a vicenda, la ragione e la fede si salvaguardano da pericolose patologie. In tal senso, papa Benedetto XVI si riallaccia alla grande tradizione delle scienze teologiche, che nella struttura globale dell'università può fungere da elemento di connessione onnicomprensiva. Così Ratisbona è divenuta in certo qual senso il genius loci che si propone di raccogliere e tutelare l'opera omnia teologica di Joseph Ratzinger. L'elaborazione del progetto editoriale complessivo è stata strettamente concordata con papa Benedetto XVI.

Ogni singolo tomo è autorizzato personalmente dal Santo Padre, sia per quanto concerne il complesso tematico che la scelta dei testi. L'obiettivo è l'esaustività dell'opera. Per espresso desiderio del Santo Padre la Raccolta di scritti viene pubblicata con il nome dell'autore Joseph Ratzinger. Per realizzare questo progetto, il vescovo Muller ha fondato a Ratisbona l'Istituto Papa Benedetto XVI. È questa la sede che ospiterà un'esauriente documentazione della vita, del pensiero e dell'operato del teologo, vescovo e pontefice Joseph Ratzinger/Benedetto XVI. La Raccolta di scritti si apre - qui ci riferiamo alla numerazione dei tomi, non necessariamente all'effettiva cadenza di pubblicazione - con i due lavori di qualificazione scientifica di Joseph Ratzinger: la sua tesi di laurea sulla dottrina agostiniana della Chiesa, e quella di abilitazione all'insegnamento, sulla dottrina della Rivelazione di Bonaventura. Ad esse si aggiungono altri saggi e testi, rispettivamente intorno ad Agostino e a Bonaventura.

Il tomo III prende spunto dalla conferenza inaugurale del Professor Ratzinger Il Dio della Fede e il Dio dei filosofi, tenuta a Bonn nel 1959, corredandola di tutti gli ulteriori testi del complesso tematico fides et ratio. Ad esempio vengono inserite qui anche tutte le sue riflessioni sui fondamenti storico-ideali dell'Europa. Il tomo IV parte dalla Introduzione al Cristianesimo (1968) e riunisce altri testi del complesso tematico professione di fede, battesimo, conversione, sequela di Christo e compimento dell'Esistenza Cristiana. I tomi dal V al XII si orientano nel senso più ampio al canone tematico della Teologia Sistematica. Il tomo V riunisce i testi riconducibili ai trattati dottrina della Creazione, Antropologia e dottrina della Grazia, presentando la Mariologia come salvifica concretizzazione della dottrina della Grazia. Il tomo VI, prendendo spunto dal Gesù di Nazareth (2007), raccoglie tutti gli studi di argomento Cristologico. Il tomo VII e il tomo VIII sono dedicati ad un ulteriore punto focale di ricerca di Joseph Ratzinger, l'Ecclesiologia; specificamente, il tomo VII è innanzitutto una raccolta globale di testi: quelli concepiti nella fase di preparazione del Concilio Vaticano Secondo, ma anche le relazioni degli eventi vissuti in diretta nonché i commentari redatti al termine dei lavori, e non da ultimo una serie di interventi relativi alla recezione dei testi conciliari. Il tomo VIII contiene i lavori ecclesiologici in senso stretto e, soprattutto, integra anche gli scritti di Joseph Ratzinger sull'Ecumene. Sul punto di intersezione di Teologia Fondamentale e Dogmatica si colloca il tomo IX, che raccoglie i lavori svolti da Joseph Ratzinger nell'intero arco della sua attività scientifica in materia di Gnoseologia Teologica ed Ermeneutica, in particolare includendo anche i suoi studi sull'intelligenza delle Scritture e sull'inquadramento specifico di Rivelazione, Tradizione, Scrittura e Magistero.

Il tomo X si apre con l'Escatologia (1977), l'unico manuale dogmatico-teologico di Joseph Ratzinger pubblicato finora, corredandolo di tutti gli ulteriori studi e testi del complesso tematico speranza, morte, risurrezione, vita eterna. Con i tomi XI e XII l'autore focalizza espressamente ulteriori aspetti di interesse centrale per il suo pensiero. Con la Teologia della liturgia nel tomo XI, con cui il Santo Padre intende inaugurare la pubblicazione della sua Raccolta di scritti teologici, egli pone l'opera omnia sotto il segno di un coerente teocentrismo. Il tomo XII raduna i testi, peraltro pertinenti anche all'Ecclesiologia o alla dottrina dei Sacramenti, sul Servizio Spirituale, presentandoli sotto il titolo Annunciatori della parola e servitori della vostra gioia. Il tomo XIII raccoglie le numerose interviste di Joseph Ratzinger, sia quelle più brevi e di vecchia data, che le tre apparse in forma di libro, cominciando dalla conversazione con Vittorio Messori del 1984/85, cui fecero seguito i due libri di e con Peter Seewald (1996 e 2000). Il tomo XIV presenta una selezione il più esauriente possibile della vasta produzione omiletica di Joseph Ratzinger, ivi compresi sermoni e meditazioni poco noti e finora inediti. Il tomo XV riunisce, partendo dall'autobiografia di Joseph Ratzinger apparsa nel 1997/98 con il titolo La mia vita, ulteriori testi di carattere biografico ed interventi di tipo personale, ad esempio le numerose dichiarazioni relative al suo predecessore Papa Giovanni Paolo II, o al fratello Georg Ratzinger, nonché molti altri discorsi tenuti in occasione di giubilei, apprezzamenti etc. Il tomo XVI offrirà una bibliografia completa delle opere di Joseph Ratzinger in lingua tedesca, nonché un esauriente indice sistematico di tutti i volumi, che permetta di cogliere l'intima coerenza e coesione dell'opera nel suo insieme. I singoli tomi sono corredati a loro volta di indici dettagliati nonché di registri dei nomi e dei passi scritturali.

lunedì 30 agosto 2010 08:49

«I giovani vogliono adulti veri»

bagnasco-250110.jpgPiù che puntare il dito contro i giovani, tocca agli adulti «es­sere dei riferimenti umili e autorevoli», quando si parla di tra­dizioni e, soprattutto, in tema di e­ducazione. I giovani, infatti, si e­sprimono «con modi spesso indi­retti », che «richiedono da parte no­stra di essere raccolti con attenzio­ne e compresi». E noi «non possia­mo assistere rassegnati allo sbando della confusione valoriale che por­ta all’individualismo, che rinchiude ognuno in se stesso, uccide i rap­porti, impoverisce il vivere sociale». Il cardinale Angelo Bagnasco ha a­perto così, ieri, sera i festeggiamenti in onore della Madonna della Guar­dia, di cui oggi ricorre l’anniversa­rio della prima apparizione a Be­nedetto Pareto, il 29 agosto 1490. L’arcivescovo di Genova e presi­dente della Cei (nella foto a sinistra, alla celebrazione dello scorso an­no) si è recato al Santuario caro a tutti genovesi, sottolineando come su quella strada «hanno cammina­to per secoli le generazioni che ci hanno preceduto».

Il pensiero del porporato si è rivol­to soprattutto ai giovani. «Non è ve­ro che le nuove generazioni di­sprezzano ciò che è stato, le tradi­zioni, la storia che ha radici antiche e ha generato frutti che ancora gu­stiamo. Essi non voglio­no – ha aggiunto Ba­gnasco – una storia che sia museo, puro anti­quariato senz’anima, un fantasma morto. Voglio­no una storia viva, che nasce ed è guidata da i­spirazioni alte, da ideali veri. E quin­di sempre viva e attuale anche se ricca di secoli. Non è forse, questo Santuario – ha fatto notare l’arcive­scovo di Genova –, un esempio di questo desiderio e di questa ricer­ca che attraversa l’anima dei giova­ni che non di rado si sentono orfa­ni pur avendo molto? Essi sono di­sorientati quando non vedono pun­ti di orientamento; ma questi pun­ti li desiderano e li cercano».

Che cosa invece offrono in cambio gli adulti? Anziché dare punti di ri­ferimento, ha detto il cardinale, «il mondo degli adulti è a volte sofisti­cato, pieno di preconcetti e pregiu­dizi, pretende di costruire il futuro senza il passato, di poter guardare la storia con occhi sufficienti, di ri­tenere superato e vecchio ciò che è stato vissuto con frutto. E così – co­me succede in Europa – taglia il ra­mo su cui è seduto. È un peccato di presunzione e di miopia: come se camminare con intelligenza nel sol­co tracciato dall’esperienza di altri fosse umiliare se stessi anziché un riferimento e un aiuto per orien­tarci nella complessità contempo­ranea ». Di qui l’importanza della sfida e­ducativa che occuperà la Chiesa i­taliana nel prossimo decennio. «Tutti abbiamo sempre bisogno di essere educati e di educarci: nessu­no è arrivato», ha ricordato Bagna­sco. Una operazione che richiede umiltà. «Invece ci scontriamo spes­so con l’orgoglio e la presunzione: questa zizzania, che non si estin­gue mai dal nostro campo interio­re, rende suscettibili per ogni più piccola cosa, per ogni soffio che non sia laudativo, che non riconosca i nostri meriti veri o presunti. Ci fa permalosi per ogni osservazione e contrasto alle nostre idee, ai nostri punti di vista, ostinati nei nostri programmi».

Al contrario l’umiltà fa rima con l’intelligenza. «I giovani hanno bi­sogno di vedere negli adulti delle persone libere: non perché fanno ciò che vogliono a capriccio, se­condo gusti, voglie, interessi indi­viduali. Liberi perché non sono in­giusti, perché fanno ciò che è vero e buono, perché seguono le regole, perché osservano le leggi, fedeli al­la parola data e agli impegni as­sunti, decisi a fare il proprio dove­re sempre, fieri di poter tenere la te­sta alta davanti a tutti perché a po­sto con Dio e con la propria retta coscienza. In definitiva «onesti e giusti». Ieri in mattinata c’è stata anche la Memoria del principio, la supplica alla Vergine, il saluto alle Guardie del mondo e la processio­ne che ha preceduto la Messa del cardinale Bagnasco, che oggi cele­brerà nel Santuario altre due Mes­se, una al mattino e l’altra al po­meriggio.

Mimmo Muolo – Avvenire, 29 agosto 2010

lunedì 30 agosto 2010 08:40

Il Risorgimento tradito di Rosmini

antonio-rosmini.jpgI tre concetti principali, attorno ai quali si avvitava tutto il discorso sul «risorgimento» italiano, erano quelli di libertà, indipendenza, unità. La libertà era rivendicata all’interno dei singoli Stati, l’unità nei rapporti tra i vari Stati italiani, l’indipendenza rispetto agli Stati stranieri. Antonio Rosmini – come è emerso dal convegno sulla sua figura e l’unità d’Italia che si chiude oggi a Stresa – ne condivide il germe, cioè l’ispirazione di fondo. In comunione di idee con l’amico Manzoni e coi cattolici liberali del tempo, egli pensa che queste aspirazioni, mutuate dallo spirito illuministico della Rivoluzione francese e portate in Italia cinquant’anni prima da Napoleone, non siano una «febbre maligna» di tempi avversi, ma il ragionevole venire a galla di verità evangeliche. La Chiesa ha sempre alimentato nel suo interno lo spirito di libertà fraternità uguaglianza dei popoli, ma l’angustia dei tempi e l’immaturità politica del passato non le hanno permesso di farlo fermentare. In particolare, la rivendicazione di questi diritti non era altro che il riconoscimento del valore della persona, della sua dignità di fine rispetto a tutto il resto, che era mezzo a servizio della sua perfezione. Stanno giungendo tempi nei quali il «principio di persona» o elemento civile, proprio del cristianesimo, si sarebbe imposto sul «principio di signoria», tipico dell’assolutismo pagano. Da qui il suo essere convinto costituzionalista. Condividere lo spirito delle nuove democrazie liberali, tuttavia, per lui non equivaleva ad accettare certi modi di promuoverlo nella società, modi che finivano con lo snaturarlo e addirittura col conservagli solo l’ideale maschera esterna, mentre nell’applicazione pratica rimanevano sostanzialmente illiberali. Per quanto riguarda l’unità del popolo italiano, egli nella «Filosofia della politica» aveva spiegato che ogni nazione deve promuovere non solo la parte esteriore del cittadino (il suo benessere, le sue ricchezze, ecc.), ma soprattutto la sua parte interiore, cioè il suo «appagamento» (contentezza, persuasa condivisione, fierezza di appartenenza, solidarietà, ecc.). Il cittadino è un insieme di corpo e di anima: non tenere conto di ambedue questi valori, privilegiare il suo corpo e tenere in un cono d’ombra la sua anima, significa servire un uomo «astratto», fornirgli una libertà ingannevole. Tra i due, è l’anima, lo spirito interiore di una nazione, quello che rende forte e compatta una nazione. Di conseguenza, se l’Italia aspirava ad essere una nazione integra, libera e indipendente, doveva far risorgere dalla sua storia passata tutte quelle ricchezze spirituali che per Gioberti costituivano il suo «primato morale e civile». Bisognava cioè che l’imminente unificazione avvenisse sul riconoscimento delle solide radici della storia d’Italia: un albero che «liberava» e valorizzava il capitale della nazione accumulato lungo i secoli. Era una visione ben diversa da quella socialista e repubblicana di un Mazzini e di un Garibaldi, come pure da quella di tutti i profeti delle nuove scienze e delle nuove tecniche. Movimenti, questi ultimi, che sognavano una nazione nuova, da edificare sulle ceneri del passato. Tra i valori passati da non sottovalutare vi erano quelli apportati dal cristianesimo. Per Rosmini bisognava smetterla con la visione distorta di una Chiesa quale apportatrice di oscurantismo e superstizione, nemica del progresso e della civiltà, tenacemente attaccata ai suoi privilegi ed al principio di autorità, ostile ad ogni forma di democrazia. Insomma, «non è senno politico, specialmente in questa difficile condizione del Paese, gettare semi di discordia fra la Chiesa e lo Stato».

Umberto MuratoreAvvenire, 28 agosto 2010

lunedì 30 agosto 2010 06:21

Carceri, un male diffuso non attenua la tragedia

L’estate declina, e il problema delle carceri è rimasto com’era, e resterà com’è. Quella subitanea attenzione d’un momento, quel pensiero ai "poveracci" arrostiti nelle celle mentre noi si pensa al ristoro delle vacanze, ...

lunedì 30 agosto 2010 05:50

Cercando cose grandi per il bene di tutti

In un’Italia che a molti fa venire un poco di nausea, perché appare ripiegata, il Meeting ha fatto vedere migliaia di persone soprattutto giovani interrogarsi sul desiderio e sul cuore, e sulla ripresa di energia nella vita. ...

lunedì 30 agosto 2010 05:35

La dolcezza di Davide e la sapienza di Salomone

Pubblicato dall’Archivio Segreto Vaticano il primo volume relativo al 1930 dei «fogli di udienza» del cardinale Eugenio Pacelli segretario di Stato di Pio XI

Una fonte finora ignota di straordinario interesse per la storia contemporanea. Ecco, in estrema sintesi, i «fogli di udienza» del cardinale Eugenio Pacelli — dall’8 febbraio 1930 segretario di Stato di Pio xi e dopo la morte del Pontefice (10 febbraio 1939) suo successore con il nome di Pio XII — appena pubblicati nel volume I «fogli di udienza» del cardinale Eugenio Pacelli segretario di Stato, i (1930), a cura di Sergio Pagano, Marcel Chappin, Giovanni Coco, Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, 2010 («Collectanea Archivi Vaticani», 72), pagine XXV + 591, con 12 tavole fuori testo, euro 45.

Già quattro giorni dopo la nomina, il 12 febbraio, il porporato iniziò ad appuntare gli incontri con il Papa, e poi anche quelli con diplomatici ed ecclesiastici, con una consuetudine mantenuta quasi quotidianamente per un decennio, fino a poche ore prima della scomparsa di Pio XI. Conservati dall’autore anche dopo l’elezione papale, i 2627 fogli che compongono la serie danno conto, con precisione e immediatezza, di innumerevoli questioni trattate in 1956 udienze, illuminando la prassi di lavoro nel cuore della Santa Sede. Attraverso questa emerge con nettezza la sapiente energia di governo di Pio xi, accanto all’intelligente e assoluta fedeltà di Pacelli.

A quanto risulta dalla documentazione, già il cardinale Pietro Gasparri — predecessore di Pacelli alla guida della Segreteria di Stato (1914-1930) — aveva lasciato appunti occasionali delle sue udienze, ma fu proprio Pacelli a inaugurare la prassi dei «fogli di udienza», poi seguita in vario modo dal suo successore nella carica, il cardinale Luigi Maglione (1939-1944), e dai due «dioscuri» che collaborarono strettamente e fedelmente con Pio XII e con Giovanni XXIII: i monsignori Giovanni Battista Montini (poi divenuto Paolo vi) e Domenico Tardini, autori di moltissimi scritti, appunti, pro-memoria, in larghissima parte ancora inediti (tra questi il diario di Tardini, solo parzialmente pubblicato).

I «fogli di udienza» del cardinale Pacelli sono appunti finalizzati al lavoro della Segreteria di Stato e della Curia romana in stretta dipendenza da Pio xi: un lavoro in progressiva crescita e che il nuovo segretario di Stato organizza prendendo progressivamente in mano e svecchiando un organismo secolare, ma preoccupandosi soprattutto del «bene delle anime», a conferma di quel profilo religioso e sacerdotale già riconosciutogli da alcuni contemporanei, tra cui soprattutto Ernesto Buonaiuti.

Questa particolare natura delle carte spiega la loro scarna essenzialità, anche se — spiega il prefetto dell’Archivio vaticano, il vescovo barnabita Sergio Pagano nella presentazione del volume, di cui diamo in questa pagina alcuni stralci, insieme ad altri brevi estratti — non sono «rari i casi nei quali Pacelli, quasi stenografando, registra le parole stesse del Papa; e in questi casi bisogna pensare che Pio xi dettasse le sue volontà al segretario di Stato con certa calma, in modo che questi potesse riportarne le esatte parole».

Valutazione confermata dalla testimonianza del cardinale Giuseppe Pizzardo che così ricordava l’antico amico e collega, insieme all’origine di questa preziosa fonte documentaria: «Quasi tutte le mattine alle 9 saliva all’udienza del Santo Padre, ed oltre alle pratiche da riferire, portava seco un foglio di carta di dimensioni particolari. In esso scriveva distintamente per ogni affare, e quasi sotto dettatura, la mente del Santo Padre». Aggiungendo che i «fogli costituiranno una precisa fotografia della sua collaborazione al grande pontefice Pio xi». Da parte sua il cardinale Alfredo Ottaviani, specificherà che gli appunti del segretario di Stato «rimanevano nelle sue mani a testimonianza delle decisioni pontificie e a riscontro delle esecuzioni».

E proprio il carattere di strumento di lavoro dei «fogli di udienza» spiega il fatto che il loro autore li abbia sempre conservati con sé, anche dopo l’elezione papale. Ordinati poco dopo la sua morte tra il 1959 e il 1961, sono stati riscoperti nel 2004. Con il primo volume, che presentiamo in queste pagine, è iniziata la loro edizione, aperta dalla prefazione del cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato di Benedetto xvi, qui accanto integralmente anticipata.

Puntuali e scarni, i «fogli di udienza» hanno richiesto per la pubblicazione un imponente lavoro di controllo e di scavo nei fondi dell’Archivio Vaticano, che risulta dall’abbondantissima annotazione a cui i curatori hanno aggiunto un ricco apparato: dall’ampia trattazione introduttiva di Giovanni Coco sulla nomina e i primi passi del segretario di Stato alla prosopografia, che identifica i principali personaggi ricorrenti nelle carte pacelliane, sino agli indici, in particolare quello dei nomi, dei luoghi e delle istituzioni.

Nominato segretario di Stato l’8 febbraio 1930 — singolarmente proprio lo stesso giorno in cui nel 1901, non ancora  venticinquenne, aveva  varcato per la prima volta la soglia della Segreteria di Stato — il cardinale Pacelli ebbe dalla Bulgaria un singolare augurio, formulato da un vecchio monaco ortodosso al rappresentante pontificio, che invocava per lui «la dolcezza di Davide e la sapienza di Salomone». A scrivere al futuro Pio XII era chi gli sarebbe succeduto con il nome di Giovanni XXIII.  (g. m. v.)

lunedì 30 agosto 2010 05:33

Il cuore dell’Inghilterra

Aspettando Benedetto XVI

di Ferdinando Cancelli

Alle quattro di un pomeriggio estivo Londra sembra un formicaio di turisti, un groviglio di linguaggi nel quale a stento si riconosce l’inglese. A uno sguardo più attento ci si accorge che la folla, quasi seguendo invisibili arterie, percorre sempre le stesse strade, attratta dalle facili lusinghe di un benessere ostentato o dai vari luoghi di visita che nessuna guida ometterebbe. La chiesa di Old Chelsea non è fra questi: quasi si specchia nel Tamigi in una zona poco servita dai mezzi pubblici, tanto lontana dalle mete tradizionali che anche il tassista ci chiede di guardare meglio la cartina della città per arrivarci. Eppure è nel cuore di un antico ed elegante quartiere del centro, appena ombreggiata da quegli stessi platani che alla sera discretamente nascondono le finestre illuminate dietro alle quali in anni passati si sarebbero visti cenare personaggi come Oscar Wilde, Howard Carter, John Singer Sargent o Agatha Christie. Scendendo dal taxi si nota il silenzio di una statua che guarda il fiume e un’emozione sottile si rende palpabile come il battito di un cuore che credevamo perduto: san Tommaso Moro è qui una presenza viva e rassicurante. Se c’è un luogo nel quale si comprende appieno il motto scelto per la prossima visita del Santo Padre nel Regno Unito e dal cardinale Newman per il suo stemma, è proprio questo: Hearth speaks unto Hearth, «Il cuore parla al cuore». Il cuore della Chiesa che è in Inghilterra parla a quello dei suoi fedeli anche e soprattutto attraverso i suoi santi e lo fa con una voce che può essere ascoltata più chiaramente in luoghi spesso trascurati: da qualche parte nella Old Chelsea potrebbe trovarsi, per suo esplicito desiderio, il corpo di Tommaso Moro. All’interno della chiesa si può ancora ammirare una lunga iscrizione, sfuggita alle distruzioni della seconda guerra mondiale, nella quale lui stesso, nel 1532, commemorando la sua prima moglie, esprimeva il desiderio di essere sepolto nello stesso luogo: non sappiamo con certezza se la figlia Margaret abbia realmente compiuto quanto auspicato dal padre ma è quanto basta per togliere quella patina che, deposta dal tempo o dalla superficialità di un turismo vorace, rischia di rendere anche le chiese simili a sbiaditi e scialbi musei rendendo quasi impercepibile il battito della Vita che in esse continua a scorrere accanto alle tragiche vicende umane.

Come quelle accadute una cinquantina di chilometri più a est di Londra, quasi sul Mare del Nord: nel tardo pomeriggio del 29 dicembre 1170 l’arcivescovo Thomas Becket veniva affrontato e trucidato da quattro uomini nel transetto nord est della cattedrale di Canterbury. Il luogo, nel quale attualmente sorge un sobrio altare in nuda pietra sormontato da un moderno crocifisso di stilizzate spade incrociate, si trova lungo il percorso suggerito per la visita alla cattedrale ma è forse uno dei meno scenografici se confrontato con le sfavillanti vetrate medievali o le tombe di re e regine: per sentire battere il cuore del santo arcivescovo Tommaso che seguiva le orme del suo Maestro è necessario soffermarsi, fare silenzio, lasciarsi permeare anche dalla dimensione umana del dramma vissuto in quel nascosto transetto.

«Il cuore parla al cuore»: si lasciano luoghi come questi con la certezza di aver bisogno di tornarvi per sincronizzare il proprio cuore con quello della madre Chiesa, per imparare ad ascoltare davvero le parole che, dal cuore, Benedetto XVI rivolgerà ai fedeli nel suo ormai imminente viaggio.

lunedì 30 agosto 2010 04:56

Le priorità ora sono chiare Impostare subito la svolta

Non è certo una sorpresa, ma inquieta ancor di più. L’Italia è tra i Paesi che investono meno risorse per la tutela della maternità e per la famiglia. Appena l’1,4 per cento del prodotto interno lordo nel 2009, certifica ...

lunedì 30 agosto 2010 04:00

Il fantasma di Maciel continua a infestare il castello

In molte case dei Legionari di Cristo è ancora esposto il ritratto del loro indegno fondatore. E il suo sistema di potere è sempre in funzione. La lettera d'accusa di un sacerdote della Legione ai suoi capi. Che però in Vaticano non hanno più protettori

domenica 29 agosto 2010

Gheddafi: harem, hostess, cavalli e soldi italiani.

Quando ha fruttato all'Italia lo spettacolo e la vetrina offerta al Leader libico Gheddafi, nessuno lo può sapere.

Bhè..veramente qualche banchiere e qualche politico in crisi di nervi...si sta sfregando le mani dalla gioia, ma lasciamo stare.

Il problema è però quello che è abbiamo dovuto sopportare davanti ai nostri occhi.

Potrei parlare della frase, riportata e non registrata da alcuno, ma che sembra sia stata detta da Gheddafi, ovvero che "L'Europa dovrebbe essere islamica"...ma non voglio fare polemiche su frasi forse di dubbia provenienza...

La cosa che mi ha dato più fastidio è lo sfoggio della donna come puro oggetto.

Donne sfoggiate tra la scorta, le cosiddette amazzoni....

Ma soprattutto le donne "comprate" dalla ormai famosa agenzia di Hostess italiana che ha "offerto" in tributo al leader africano circa 200 ragazze.

Ragazze alle quali è stata proposta (si fa per dire...visto che erano state raccolte da una agenzia...) la "nuova religione europea" del Corano.

Alcune di queste si sarebbero anche convertite...ma anche questo mi interessa poco.

Ripeto: quello che mi ha profondamente disturbato è il modo con cui queste ragazze siano di fatto state "comprate" e - peggio ancora "vendute".

le scene di oggi mi hanno davvero fatto rabbrividire...

Certo, domani potremmo anche assisterne a peggiori. Ma solo la cronaca ci potrà svelare l'arcano...

Ah dimenticavo: complimenti ai giornali italiani che hanno dato risalto alla news con spirito sessista terrificante...badando solo agli interessi economici in ballo!

 

Chi lo sà....

 

 

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domenica 29 agosto 2010 13:59

“Attacco a Ratzinger” secondo John Allen


“Attack on Ratzinger”: Italian book assesses Benedict’s papacy

di John Allen

Friends and foes alike of Pope Benedict XVI concur that he’s got an image problem. Where they place the blame for it may differ, but the fact itself seems clear: From a PR point of view, this is a pontificate defined by its train wrecks.

Cataloguing those train wrecks is the burden of a valuable new book by two of the best Italian vaticanisti going: Andrea Tornielli of Il Giornale and Paolo Rodari of Il Foglio, both of whom also operate widely read blogs — “Palazzo apostolico” for Rodari and “Sacri palazzi” for Tornielli. Their work is titled Attacco a Ratzinger: Accuse e scandali, profezie e complotti (“Attack on Ratzinger: Accusations and Scandals, Prophecies and Plots”), published in Italian by Piemme.

The book came out in Italy on Tuesday, and one hopes an enterprising publisher in the States will bring out an English translation quickly. (Let me volunteer here and now: I’d be happy to put together a preface introducing the book, and its authors, to an English-speaking audience.)

While the sexual abuse crisis has occasioned the most serious criticism of Benedict XVI, it’s hardly an isolated case. Tornielli and Rodari treat a long list of other controversies and PR debacles too, including:

•A September 2006 speech in Regensburg which triggered Muslim protest by appearing to link Muhammad with violence;
•The appointment, followed by the swift fall from grace, of a new Archbishop of Warsaw who turned out to have had an ambiguous relationship with the Soviet-era secret police;
•Reviving the old Latin Mass, including a controversial Good Friday prayer for the conversion of Jews;
•Lifting the excommunications of four traditionalist bishops, including one who has denied that the Nazis used gas chambers;
•Comments aboard the papal plane to Africa to the effect that condoms make the problem of AIDS worse;
•Criticism from the Catholic right of Benedict’s social encyclical Caritas in Veritate;
•Open conflicts among cardinals, most notably Christoph Schönborn of Vienna, Austria, and Angelo Sodano of Italy, the Secretary of State under John Paul II;
•Ecumenical tensions related to the creation of new “ordinariates” to welcome traditionalist Anglican converts.
It’s a measure of how bad things have been that this is actually far from a complete list. The authors could have included other calamitous episodes, such as Benedict’s 2007 trip to Brazil, when he seemed to suggest that indigenous persons should be grateful to their European colonizers; blowback among Jews and reform-minded Catholics to Benedict’s 2009 decree of heroic virtue for Pius XII, moving the controversial wartime pontiff a step closer to sainthood; and the surreal “Boffo case” earlier this year, involving charges that senior aides to the pope had leaked fake documents suggesting the editor of an Italian Catholic paper had harassed the girlfriend of a guy with whom he wanted to carry on a gay affair.

On the crises they do examine, Rodari and Tornielli’s work has two principal merits.

First, they strike the right balance between insider and outsider approaches. Readers who did not follow these episodes closely will find the main twists and turns ably summarized, while even devotees will learn things they didn’t know. (More on those revelations in a moment.)

Second, Rodari and Tornielli present a diverse sampling of theories to explain the negative public image of this papacy, surveying what the authors describe as the “most qualified observers” in Europe and the United States. (In the interests of full disclosure, for some reason they included me in that set.)

A few of these views seem awfully conspiratorial, such as Italian journalist Marcello Foa’s suggestion that the shadowy “Bilderberg Group” is behind media hostility to Benedict XVI, because the papacy is the last obstacle to a secularist one-world creed. Others politely suggest the Vatican has no one to blame but itself, such as Rachel Donadio, Rome correspondent for The New York Times, who asserts that the Vatican’s poor handling of the sex abuse crisis has deepened the gap between American Catholics and Rome.

One thing everyone seems to agree on is that the Vatican’s PR strategy is often deficient. Commenting on the conventional wisdom that Joaquin Navarro-Valls, John Paul’s spokesperson, brought Vatican communications into the 20th century, George Weigel quips, “Yeah … the first half of the 20th century.” Today, he said, things actually seem to be moving backward.

Tornielli and Rodari don’t pretend to settle all the questions, and they realize that the tumult unleashed by these episodes can’t be reduced exclusively to a communications problem. (No matter how you spin it, for example, some people are going to find rolling out a welcome mat for Lefebvrites and Anglican traditionalists ill-advised.) That said, Tornielli and Rodari believe they have documented an “attack” against the pope stemming from three concentric circles:

•”Lobbies and forces” outside the church with a vested interest in discrediting the pope, either for ideological or financial motives;
•Liberal critics inside the church, who have long caricatured Ratzinger as the “Panzerkardinal”;
•The pope’s aides, who sometimes represent his own worst PR enemies.
Whatever one makes of that, the series of disasters surveyed in Attacco a Ratzinger has unquestionably eclipsed Benedict’s priorities and message for a broad swath of the world. In a sound-bite, the tragedy of Benedict’s papacy is that this is a great teaching pope, whose classroom is all but empty because his schoolhouse is burning down.

In just over 300 pages, Tornielli and Rodari assemble most of the data required to ponder how those flames were ignited and what’s required to put them out. Even readers who may dispute their diagnosis are in their debt.

* * *

Now for one of those revelations from the book — a nugget which captures the Vatican’s PR tone-deafness so perfectly that it just takes your breath away.

It concerns the affair of Bishop Richard Williamson, one of four traditionalist prelates whose excommunications were lifted by Pope Benedict XVI in January 2009. Williamson infamously gave an interview to Swedish television in November 2008, repeating statements he had made two decades earlier in Canada, to the effect that Nazis did not use gas chambers and that only 200,000 to 300,000 Jews had died in Nazi camps during the Second World War. The interview was not broadcast in Sweden until Jan. 21, 2009, but its contents were anticipated in a piece in the German weekly Der Spiegel the day before, on Jan. 20.

By that stage, Benedict XVI had already decided (sometime in late 2008) to lift the excommunications of the four bishops — seeing it, he would later insist, as the beginning of a process of reconciliation, not the end. A formal decree was presented to Bishop Bernard Fellay, leader of the traditionalist Society of St. Pius X, on Jan. 17, 2009, and it took effect on Jan. 21. The decree was not made public by the Vatican, however, until noon Rome time on Jan. 24, when it was published in that day’s news bulletin.

Once that happened, headlines about the pope “rehabilitating a Holocaust denier” became the shot heard round the world. After weeks of controversy, Benedict XVI would eventually issue an agonizing letter to the world’s bishops apologizing for the hurt caused by the affair.

All that, of course, is a matter of record. What Tornielli and Rodari add is that on Jan. 22, 2009 — two days after Der Spiegel broke the story of Williams’ interview, and two days before the Vatican formally announced the lifting of the excommunications — a high-level meeting took place in the Vatican to discuss the presentation of the pope’s decree. The meeting was convened by Italian Cardinal Tarcisio Bertone, the Vatican secretary of state. Also present were:

•Cardinal Darío Castrillón Hoyos, then president of the Ecclesia Dei Commission for relations with the traditionalists;
•Cardinal William Levada, prefect of the Congregation for the Doctrine of the Faith;
•Cardinal Giovanni Battista Re, then prefect of the Congregation for Bishops;
•Cardinal Claudio Hummes, prefect of the Congregation for Clergy;
•Archbishop Francesco Coccopalmerio, president of the Pontifical Council for Legislative Texts;
•Archbishop Fernando Filoni, substitute in the Secretariat of State.
The gathering, in other words, brought together the Vatican’s most senior brain trust. Tornielli and Rodario reconstruct the meeting on the basis of a previously unpublished set of confidential Vatican minutes.

Here’s the mind-blowing point: During the meeting, there was no mention whatsoever of Williamson’s explosive comments on the Holocaust, despite the fact that they had been in circulation for two full days. The minutes reflect a detailed discussion about whether, and how, the lifting of the excommunications applied to other clergy of the Society of St. Pius X, but there was apparently no consideration of how this move might go down in the broader court of public opinion.

Two key figures were not on the guest list for the Jan. 22 meeting: Lombardi, who had to explain the decision to the world’s media, and Cardinal Walter Kasper, who had to explain it to the Jews. Instead, Filoni led a brief discussion about a proposed statement to the press, and the minutes reflect general agreement not to grant any media interviews. Coccopalmerio was commissioned to publish an article in L’Osservatore Romano explaining the decree, but only “after a few days.”

The lack of any sense of urgency, or alarm, about public reaction is astonishing. The impression one gets is that the Vatican’s best and brightest were acutely sensitive to the kinds of questions canon lawyers might ask, but either unaware of — or, even more troubling, indifferent to — how the decree might strike the rest of the world.

The rest is history. After being whipped around by a global tsunami for 10 full days, the Vatican’s Secretariat of State finally released a statement on Feb. 4, calling Williamson’s statements on the Holocaust “unacceptable.” It clarified that by lifting the excommunications, Benedict XVI only opened a door to dialogue, and it’s now up to the traditionalists to prove their “adherence to the doctrine and discipline of the church.” The four prelates still have no authority to act as Catholic bishops, and their movement is still not recognized. If they want to be fully reintegrated into the church, they will have to accept the teaching of the Second Vatican Council.

Looking back, here’s the thing.

Even if Williamson had never given his interview to Swedish TV, anyone looking at the situation from a PR point of view should have anticipated that once the Vatican announced these four bishops were no longer excommunicated, reporters would look into their backgrounds. Had anyone in the Vatican spent even five minutes on Google searching under the name “Richard Williamson,” his troubling history on the Holocaust would have leapt off the screen, which was a matter of public record long before he spoke to the Swedes. (Indeed, all the Swedish journalist did was ask Williamson to repeat stuff he had already said.)

Armed with that information, the Vatican could have issued its detailed Feb. 4 statement along with the decree itself, to explain from the outset that these guys have not been “rehabilitated,” but rather given an opportunity to clean up their act. They could also have organized a press conference, so there would be TV sound bites assuring the world that this decision in no way signified a rollback on Catholic/Jewish relations or anything else.

Under any set of circumstances, failure to take such common sense steps is hard to explain.

Yet Williamson did give that interview to Swedish TV, and in that light, the revelation that the pope’s top aides assembled two days after it went public and still seemed oblivious to the train wreck hurtling towards them — well, you’ll never need additional proof that the Vatican has a PR problem.

* * *

By the way, one point Benedict XVI made in his letter to bishops after the Williamson affair is that it had brought home the need to be savvier about the Internet. In truth, Attacco a Ratzinger shows clearly that by 2009, the Vatican should already have learned that lesson. The story of the rise and fall of Archbishop Stanislaw Wielgus of Warsaw two years earlier makes the point.

To recap, the Vatican announced that Benedict had appointed Wielgus to replace Cardinal Josef Glemp in Warsaw on Dec. 6, 2006, with Wielgus’ official installation set for Jan. 5. On Dec. 20, a leading Polish newspaper accused Wielgus of having collaborated with the Soviet-era secret police. Wielgus admitted that he had “contacts,” but denied ever having denounced anyone or otherwise collaborated. On Dec. 21, the Vatican issued a statement expressing Benedict’s “full confidence” in his nominee. On Jan. 4, another Polish daily published a 1978 document signed by Wieglus pledging his cooperation with the secret police, under the code name “Gray.” As public protest mounted, Wielgus was compelled to turn a Jan. 6 Mass celebrating the beginning of his ministry into a forum to announce his resignation instead.

Here’s the nugget Tornielli and Rodari add to the record: It wasn’t until Jan. 2, after the bomb had obviously already gone off, that anyone from the Vatican bothered to ask Poland’s Institute for National Memory, which maintains the archives from the Communist era, for whatever files it might have on Wielgus. This omission came despite the fact, as Tornielli and Rodari point out, that the institute made its index available on the Internet two years before.

“All it would have taken was a click on the web to realize that in the list of 240,000 names cited in the archives of the institute, the name of Wielgus appears twice,” the authors write.

Rodari and Tornielli say it’s an “open question” why no one did that before approving Wielgus for the most important post in Polish Catholicism, especially given the hyper-sensitivity in Poland about collaboration. Open, indeed.

* * *

One more nugget: Tornielli and Rodari cite Fr. Marco Valerio Fabbri of Rome’s Opus Dei-run University of Santa Croce on the case of Stephen Kiesle, a former Oakland priest and convicted abuser. A 1985 letter from then-Cardinal Joseph Ratzinger to the bishop in Oakland at the time, saying that Kiesle’s case should go slow “for the good of the universal church,” has been widely touted as proof of the pope’s ambivalent record on the sexual abuse crisis.

Fabbri, however, says that interpretation rests on a misreading of Ratzinger’s 1985 letter, which was issued in Latin. The letter speaks of “dispensation,” Fabbri says, not expulsion from the clerical state. The issue in the letter was not, therefore, whether Kiesle should be defrocked, but whether he should be released from his obligation of celibacy.

Under canon law, the two things don’t automatically go together. Canon 291 states: “Loss of the clerical state does not entail a dispensation from the obligation of celibacy, which only the Roman Pontiff grants.” The logic, according to Fabbri, is clear. If a priest’s obligation of celibacy automatically ended with laicization, then being laicized under penal law would ipso facto mean freedom to marry in the church. In other words, it would amount to a reward for committing a crime.

The bottom line, Fabbri says, is that by refusing to grant such a dispensation right away in the Kiesle case, Ratzinger was actually being tough with an abuser, not lax.

The obvious question this begs: If that’s true — and it certainly seems a compelling explanation — why didn’t we hear about it right out of the gate from somebody authoritative? Why does this sort of thing always seem to be a day late and a dollar short?

* * *

There’s plenty of other good stuff in Attacco a Ratzinger, ranging from new background on the conflict between Schönborn and Sodano to great behind-the-scenes detail on the humiliating withdrawal of Benedict’s nomination of Gerhard Wagner as an auxiliary bishop in Linz, Austria, in late January 2009.

That about-face came after media outlets recycled incendiary statements Wagner had made back in 2005, theorizing that Hurricane Katrina was divine punishment for the immorality of New Orleans, and in 2001, suggesting that Harry Potter leads children into Satanism. While most Catholics saw the Wagner episode as another Vatican failure to adequately vet nominees, Tornielli and Rodari produce a zinger that cuts in the other direction from an unnamed Vatican official: “Cardinals and bishops can publicly criticize the pope all they want, but an auxiliary bishop is forced to resign because of a couple of statements years ago about Katrina and Harry Potter … it’s truly incredible.”

Getting that kind of insider skinny is a primary reason we need an English translation of the book.

* * *

As it happens, I read Attacco a Ratzinger on the heels of a piece in last Sunday’s New York Times surveying three PR disasters in the corporate world: BP, Goldman Sachs, and Toyota. The piece referred to a provocative essay by Eric Dezenhall, a former aide to Ronald Reagan, titled “Not all publicity is good publicity.” Intrigued, I sought out the essay, which appears in the July-August issue of Ethical Corporation magazine.

Now CEO of his own communications agency, Dezenhall debunks eight chestnuts propagated by gurus of corporate spin, prominent among which is the idea that every crisis is an opportunity. (The Catholic equivalent, I suppose, would be that every crisis is a “teaching moment.”)

Bunk, Dezenhall says: “A crisis is a mugging,” he writes, and “your goal is to get out alive, not to get out with all your money and self-esteem.”

Why a mugging? Because of the 21st century nature of PR disasters, fueled by what Dezenhall calls “crisis capitalists” — people who pile on when somebody’s in trouble because there’s money and fame to be had. (Massimo Introvigne, one of the experts interviewed by Rodari and Tornielli, has a different term for the same slice of life — he calls them “moral entrepreneurs.”) Dezenhall says they include “reporters, victims, bloggers, tweeters, plaintiffs’ lawyers, regulators, legislators, non-governmental organizations, activists, short-sellers, anonymous sources, technical experts, analysts, media hounds, opportunists, and a cavalcade of amateur crisis experts.”

The conclusion seems obvious: From a PR point of view, it doesn’t matter whether anyone is actually out to get you, because when a crisis starts rolling, market dynamics will compel people to act as if they were. The aim, therefore, isn’t to persuade them not to mug you; the aim is to avoid making it easier.

Here’s a potential case study along those lines that Tornielli and Rodari hint at, but don’t really develop.

When Benedict XVI went to Cameroon and Angola in March 2009, coverage of the trip in the West was dominated by the pope’s comments aboard the papal plane on condoms. During a brief session with the press, French journalist Philippe Visseyrias had asked Benedict to comment on perceptions that the church’s position on HIV/AIDS is “not very realistic and efficient.” (Note that Visseyrias did not use the word “condom,” and the phrasing of his question didn’t require the pope to bring it up.)

Benedict replied that the two cornerstones of the church’s approach are the humanization of sexuality, and genuine friendship with suffering people. Along the way, he added that condoms are not the solution to AIDS but, in fact, make the problem worse.

That last bit predictably became the lead in media coverage, and it set off massive protests, especially in Europe. The Spanish government announced that it would ship one million condoms to Africa as a rejoinder, and the Belgium parliament formally censured the pope. From the point of view of the global press, the rest of Benedict’s six days in Africa might as well have taken place on the dark side of the moon.

Only several days into the story did three other points emerge, none with the same force as the pope’s original remark:

•There is an empirical basis for the claim that wide distribution of condoms is not the best anti-AIDS strategy. Research by Edward C. Green of Harvard University shows that programs emphasizing abstinence and marital fidelity have brought down infection rates more successfully than those which rely primarily on condoms. Green says that’s for three reasons: people often don’t use condoms correctly; they stop using them when they believe they know the other person; and condoms generate a false sense of security that induces users into high-risk behaviors.
•Whatever one makes of the claim that condoms aggravate AIDS, Benedict XVI was only repeating a conviction held by a wide cross-section of Catholic bishops and other religious leaders in Africa. Archbishop John Onaiyekan of Abuja, Nigeria, said, “The pope is not the only one saying this. NGOs who want to promote condoms in my country run into resistance from many other organizations and movements, including the Muslim community as a whole.”
•Many secular AIDS experts in Africa, unaffiliated with the Catholic church, also hold that view. For example, Vanessa Balla, a non-Catholic physician in Cameroon who treats AIDS patients, told me at the time, “With condoms, people think they can do whatever they want. It just encourages them to engage in really risky sexual behaviors. I’ve seen it myself … they take as much risk as possible.” Emotionally insisting that “it’s incredibly hard to watch young people dying of AIDS,” Ballas said the solution is “not condoms, but changing behavior.”
For the record, the pope was not caught off guard by Visseyrias’ question. The Vatican spokesperson, Jesuit Fr. Federico Lombardi, collects questions from journalists several days before a trip, picks two or three that seem to be the most common, and then submits them to the pope in advance.

Let’s grant that Benedict XVI could not have travelled to Africa and ducked the issue of AIDS and condoms. Let’s also stipulate that Vatican officials could have, and should have, anticipated that whatever Benedict XVI said would attract wide interest, running the risk of being misrepresented or caricatured.

In that situation, what would a better anti-mugging strategy have looked like?

First, the primary aim of Benedict’s six-day trip was to throw a spotlight on Africa, especially the dynamism of the Catholic church on the continent. Thus when the AIDS question came up on the plane, Benedict could have said something like: “That’s a very important issue, and I’ll talk about it two days from now during my visit to the Cardinal Léger Center for the Suffering on Thursday. For now, however, I want the focus to be on good news from Africa.” Such a reply would have ensured that journalists had to file day-one stories on the broader African situation, without feeding impressions that the pope was ducking the condoms question. It also would have created global interest in his visit to the Léger Center, one of the most visually striking moments of the trip, as it put the pope in direct pastoral contact with sick and disabled people.

Second, when Benedict did talk about condoms, the Vatican could have arranged for him to be flanked by other African religious leaders — Catholic and Anglican bishops, Pentecostal preachers, Muslim imams, and leaders of traditional tribal faiths, all of whom would have echoed his argument. They were not hard to find; on the second day of the trip I interviewed the grand imam of the national mosque in Yaounde, the Cameroon capital, who told me his only regret about the pope’s comment is that he hadn’t waited so they could say it together.

Third, the Vatican could have arranged to have secular African AIDS experts such as Balla on hand, with no ties to the Catholic church, who could have offered their expertise in support of the pope’s argument. Both the religious leaders and secular AIDS experts could have been made available to reporters at the press center in Yaounde immediately after the pope’s speech at the Léger Center.

Fourth, Lombardi and his aides could have assembled a packet of empirical studies demonstrating the limits of anti-AIDS efforts based on condoms, featuring the Green study from Harvard. That packet could have been distributed shortly before the pope’s speech, so that it figured in the first cycle of stories and TV commentary. Journalists should not have had to wait forty-eight hours to read about Green’s work in an op/ed piece in The Washington Post — a piece, by the way, that seemed to catch the Vatican completely by surprise.

None of this would have completely prevented protests about the pope’s remarks, especially given that there’s a legitimate debate to be had about the proper role of condoms in anti-AIDS efforts. Such a strategy, however, would at least have made it more difficult to portray Benedict XVI as isolated, out of touch, and uncaring, which was the storyline that dominated the African journey.

That’s the kind of practical reflection one hopes Attacco a Ratzinger might stimulate.

Leggi anche qui.

Pubblicato sul National Catholic Reporter venerdì 27 agosto 2010

sabato 28 agosto 2010

Un invito all'arguto che irride il proprio cuore

La sesta parola è: Irrisione. È quella che i nemici del cuore gli riservano. E a volte il cuore riserva a se stesso. Una specie di atteggiamento, di modo di guardare una cosa per annullarne la forza. Per ridurla. Irridere ...

sabato 28 agosto 2010 05:43

Donne e cultura

La presenza femminile nella Chiesa

di Lucetta Scaraffia

La debolezza del ruolo femminile all’interno della Chiesa cattolica si misura soprattutto sul piano culturale: le donne ci sono, sono molte e molto motivate, sia religiose sia laiche. Ma, quasi sempre impegnate in ruoli subordinati, di assistenza e di organizzazione, sembrano latitare nel settore culturale. Un esempio può essere tratto dall’Italia, mentre  in altri Paesi la situazione è un po’ diversa: nelle facoltà teologiche italiane, tutte interne alle università ecclesiastiche, le donne rappresentano poco più del dieci per cento dei docenti, e inoltre sono poche quelle che insegnano discipline strettamente teologiche.

Questi dati sono analizzati in un recente interessante volume (Teologhe in Italia. Indagine su una tenace minoranza, curato da Sergio Tanzarella e Anna Carfora per Il Pozzo di Giacobbe), che rende noto il risultato di un’indagine sulla presenza femminile nella docenza delle facoltà teologiche, effettuata a poco più di quarant’anni dall’apertura alle donne (20 dicembre 1967) della formazione teologica di tipo accademico. A una crescente frequenza come allieve, infatti, corrisponde una presenza ancora molto limitata di insegnanti donne, e a uno sguardo più attento si vede che le donne sono escluse da settori importanti della ricerca teologica come la liturgia e la pastorale, mentre stanno ottenendo un po’ di spazio nell’antropologia teologica e nella teologia spirituale.

Certo, questa situazione rivela una forte resistenza dei docenti — che sono in stragrande maggioranza ecclesiastici — all’ingresso delle donne in una disciplina così centrale per la cultura cattolica. Ma forse un po’ di responsabilità ce l’hanno anche le teologhe, o meglio la prima generazione di teologhe, che spesso si è concentrata troppo sui problemi della presenza femminile nella Chiesa, e per di più con un tono costantemente rivendicativo, rinunciando così a impegnarsi nei settori più tradizionali, dove sarebbero potute entrare in dialogo con la cultura prodotta dagli uomini.

Un esempio, interconfessionale, in questo senso è il Dizionario di teologie femministe (Claudiana) — curato nel 1996 negli Stati Uniti da Letty M. Russell e J. Shannon Clarkson, ma ampliato ora per l’edizione italiana a cura di Gabriella Lettini e Gianluigi Gugliermetto — che vorrebbe essere una summa della produzione femminile sui principali temi teologici, affrontati dalle più importanti teologhe del mondo. Il taglio scelto è pluralistico, di esaltazione delle «minoranze», e riprende tematiche tipiche del femminismo radicale, in modo acritico e con qualche ritardo, come nella trattazione dedicata al gender. Sfogliarlo fa pensare a una grande occasione persa: volendo dare voce, talvolta acriticamente,  a tutte le «emarginazioni» le teologhe femministe finiscono per autoemarginarsi. Comunque, molto lavoro c’è stato, e ormai la produzione teologica delle donne costituisce un settore importante, da cui non si può prescindere nella formazione culturale cattolica.

Ma le donne non si sono impegnate solo nella teologia. Un’altra novità bibliografica, dovuta a Gisella Bochicchio e Rosanna De Longis (La stampa periodica femminile in Italia. Repertorio 1861-2009, Biblink), documenta un’intensissima attività pubblicistica sia di religiose che di laiche. Molti infatti sono in ambito cattolico i periodici dedicati alle donne e da donne diretti e redatti, finalizzati tanto all’insegnamento religioso e spirituale quanto all’istruzione femminile in generale. Numerosi sono in particolare quelli di settori professionali specifici — come le maestre, le ostetriche e le infermiere — mentre altri sono rivolti a donne diverse per fasce di età e stato civile: tutti però simili nell’intento di far crescere dal punto di vista sia spirituale che culturale.

Le donne vengono così spinte a prendersi le proprie responsabilità nella vita sociale, ad amare il ruolo materno senza rinunciare ad altre possibilità di realizzazione. E se si tiene conto del numero e della durata di queste pubblicazioni, viene da pensare a quanto l’emancipazione femminile in Italia debba a queste infaticabili scrittrici.

Ma il passo successivo che le donne devono ancora compiere del tutto, e che gli uomini devono sapere accogliere, è l’accesso vero alla cultura. Cioè uscire dallo spazio dei temi esclusivamente femminili e portare il loro punto di vista nei mondi ancora poco permeabili alle donne, come appunto le facoltà teologiche.

sabato 28 agosto 2010 05:38

Sollevare il velo della vergogna dalla pena di morte

«Occhio per occhio e tutto il mondo diventerà cieco», diceva il Mahatma Gandhi per aprire un’alternativa alla logica della vendetta. Ci sono ancora nel nostro mondo luoghi resi bui da questa logica che rende ciechi. Tra quelli ...

sabato 28 agosto 2010 05:07

Quando il nostro egoismo rompe l'equilibrio della vita

Aveva solo 32 anni, Pasquale Testa, pescatore subacqueo napoletano, e tantissima voglia di vivere. Il mare, coi suoi fondali, lo aveva da sempre affascinato ed egli vi si immergeva spesso per pescare e contemplarne le bellezze. ...

sabato 28 agosto 2010 04:59

Quell'odiosa selezione tra scampati alle acque

Nelle spaventose inondazioni che hanno travolto milioni di abitanti del Pakistan, anche loro hanno perso tutto: casa, proprietà, la vita di tanti parenti e amici. Come milioni di altri sfollati, anch’essi hanno spesso solo ...

venerdì 27 agosto 2010

“Attacco a Ratzinger” secondo Massimo Introvigne


I tre nemici del Papa
di Massimo Introvigne
Attacco a Ratzinger. Accuse, scandali, profezie e complotti contro Benedetto XVI (Piemme, Milano 2010) dei vaticanisti Paolo Rodari e Andrea Tornielli non è né una storia né un’analisi sociologica del pontificato di Benedetto XVI. Si tratta invece di eccellente giornalismo, e di una cronaca attenta ai particolari e ai retroscena degli attacchi contro Benedetto XVI, che dal 2006 a oggi ne hanno fatto il Pontefice più sistematicamente aggredito da un’incessante campagna mediatica degli ultimi anni.

Rodari e Tornielli elencano dieci episodi principali, e a proposito di ognuno forniscono dettagli in parte inediti. La prima offensiva contro il Papa inizia con il discorso di Ratisbona del 12 settembre 2006, il quale contiene una citazione dell’imperatore bizantino Manuele II Paleologo (1350-1425) giudicata da alcuni offensiva nei confronti dell’islam e dei musulmani. Ne nasce una grande campagna contro Benedetto XVI, alimentata sia da organi di stampa occidentali sia dal fondamentalismo islamico, che degenera in episodi violenti. A Mogadiscio, in Somalia, è perfino uccisa una suora.

Già in questo primo episodio l’analisi degli autori mostra all’opera tutti gli ingredienti delle crisi successive. Un buon numero di media, anzitutto occidentali, estrapolano la citazione dal contesto e sbattono la notizia della presunta offesa ai musulmani in prima pagina. Al coro di questi media – secondo elemento, che non va mai trascurato – si uniscono esponenti cattolici ostili al Papa, in questo caso personaggi come l’islamologo gesuita Thomas Michel, rappresentante a suo modo tipico di un establishment del dialogo interreligioso smantellato da Benedetto XVI per il suo buonismo filo-islamico tendente al relativismo. Intervistati dalla stampa internazionale questo cattolici lanciano un “attacco frontale a Benedetto XVI” (p. 26), essenziale per rendere credibili le polemiche della stampa laicista. Ma in terzo luogo Rodari e Tornielli non mancano di rilevare una certa debolezza nel sistema di comunicazione vaticano, molto lento rispetto alla velocità delle polemiche nell’era di Internet e non sempre capace di prevedere in anticipo le conseguenze delle parole più “forti” del Papa, prendendo per tempo le necessarie contromisure.

Tornando però dal discorso di Ratisbona come evento mediatico al discorso di Ratisbona come documento, gli autori riportano l’opinione dello specialista gesuita padre Khalil Samir Khalil secondo cui non si è trattato affatto di una gaffe del Papa bisognosa di correzione, ma di un passaggio integrale e ineludibile in un’analisi sui problemi dell’islam contemporaneo e sulla sua difficoltà a impostare correttamente il rapporto fra fede e ragione. Paradossalmente, rilevano gli autori, queste motivazioni profonde del passaggio sull’islam nel testo di Ratisbona sono state comprese da molti intellettuali musulmani, ma rimangono ostiche o ignorate per la grande stampa dell’Occidente.

Emerge dunque uno schema in tre stadi – errori di comunicazione della Santa Sede, aggressione della stampa laicista, ruolo essenziale di cattolici ostili a Benedetto XVI nel supportare quest’aggressione – che si ritrova in tutti gli altri episodi, con poche varianti. Il ruolo del dissenso progressista appare particolarmente cruciale nelle campagne successive al motu proprio del 2007 Summorum Pontificum, che liberalizza la Messa con il rito detto di san Pio V, e alla remissione della scomunica nel 2009 ai quattro vescovi a suo tempo consacrati da mons. Marcel Lefebvre (1905-1991). Nel primo caso Rodari e Tornielli descrivono un quadro sconfortante di resistenza di liturgisti, riviste cattoliche, intellettuali con un accesso diretto ai grandi media come Enzo Bianchi ma anche vescovi e intere conferenze episcopali che si agitano, si riuniscono, arruolano la stampa laicista e tramano in mille modi per sabotare il motu proprio. La posta in gioco, notano giustamente gli autori che si riferiscono in particolare a uno studio di don Pietro Cantoni pubblicato sulla rivista di Alleanza Cattolica Cristianità, non è solo la liturgia ma l’interpretazione del Concilio Ecumenico Vaticano II. Chi combatte il motu proprio difende l’egemonia di quell’interpretazione del Vaticano II in termini di discontinuità e di rottura con tutta la Tradizione precedente che Benedetto XVI ha tentato in molti modi di correggere e scalzare.

Il caso della remissione della scomunica ai vescovi “lefebvriani” si è trasformato come è noto nel “caso Williamson”. Il Papa è stato oggetto di durissimi attacchi quando è emerso che uno dei quattro vescovi consacrati da mons. Lefebvre, mons. Richard Williamson, è un sostenitore di tesi in tema di Olocausto che negano l’esistenza delle camere a gas e riducono il numero di ebrei uccisi dal nazional-socialismo a non più di trecentomila. Al di là del merito della questione, è evidente che la Santa Sede non condivide queste tesi – lo stesso Benedetto XVI le ha ripetutamente condannate – e che qualunque persona dotata di buon senso sarebbe stata in grado di rendersi conto che un provvedimento in qualche modo favorevole a un sostenitore della posizione “revisionista” sull’Olocausto non avrebbe mancato di scatenare una tempesta mediatica. Il problema, dunque, è quando la Santa Sede è venuta a conoscenza delle tesi di mons. Williamson in tema di Olocausto.

Rodari e Tornielli ricostruiscono la vicenda in modo minuzioso, e concludono che un appunto sul tema era stato indirizzato da vescovi svedesi tramite la nunziatura apostolica in Svezia – il Paese dove nel novembre 2008 mons. Williamson aveva rilasciato a un’emittente televisiva non l’unica ma la più recente e articolata sua intervista sull’argomento – alla Segreteria di Stato, dove era stato sottovalutato nella sua potenziale portata e gestito da funzionari minori responsabili dei rapporti con la Scandinavia. Quando dalla televisione svedese la notizia passa sul settimanale tedesco Spiegel e di lì ai media di tutto il mondo, il 21 gennaio 2009, il decreto di remissione della scomunica non è ancora stato pubblicato, è vero, ma è già stato trasmesso il 17 gennaio ai vescovi “lefebvriani” interessati. Non è dunque più possibile ritirarlo o modificarlo. Secondo gli autori ha tuttavia costituito un errore di comunicazione da parte della Santa Sede non accompagnare immediatamente la pubblicazione, avvenuta il 24 gennaio 2009, con una chiara precisazione sul fatto che la remissione delle scomuniche non ha nulla a che fare con le tesi di Williamson sull’Olocausto, che il Papa in nessun modo condivide. Questa precisazione è venuta solo diversi giorni dopo, dando l’impressione che la Santa Sede si trovasse in imbarazzo e sulla difensiva. Inoltre, come il Papa stesso ha rilevato nella sua lettera dell’11 marzo 2009 sul tema, già prima dell’intervista rilasciata in Svezia le posizioni di mons. Williamson comparivano su diversi siti Internet e “seguire con attenzione le notizie raggiungibili mediante l’Internet avrebbe dato la possibilità di venir tempestivamente a conoscenza del problema. Ne traggo la lezione che in futuro nella Santa Sede dovremo prestar più attenzione a quella fonte di notizie”.

Dalla lettera di Benedetto XVI, notano gli autori, emergono altri due elementi. Il primo è la grandezza d’animo di un Papa che si assume personalmente la responsabilità di ogni errore eventualmente commesso, rompendo con una lunga prassi secondo cui in questi casi ogni colpa è attribuita ai collaboratori. Il secondo è che, pur essendo evidente che al momento della firma del decreto Benedetto XVI non conosceva le posizioni di mons. Williamson sull’Olocausto, anche in questo caso la campagna della stampa laicista ha avuto successo a causa dell’immediato attacco al Papa da parte di noti esponenti cattolici che hanno inteso così “vendicarsi” del motu proprio. Scrive lo stesso Pontefice: “Sono rimasto rattristato dal fatto che anche cattolici, che in fondo avrebbero potuto sapere meglio come stanno le cose, abbiano pensato di dovermi colpire con un’ostilità pronta all’attacco”.

I tempi del caso Williamson non sono casuali. Gli autori ricordano come sia stata ipotizzata nella diffusione mondiale delle notizie sul vescovo “revisionista” proprio in concomitanza con la remissione della scomunica la regia di una coppia di giornaliste lesbiche francesi note per le loro campagne anticlericali e per la “vicinanza al Grande Oriente di Francia” (p. 99), cioè alla direzione della massoneria francese, Fiammetta Venner e Caroline Fourest. Secondo Rodari e Tornielli l’intervista svedese con mons. Williamson “non è concordata in precedenza. Il giornalista si presenta al seminario e riesce a ottenere il colloquio con Williamson” (p. 88). Sembra dunque che mons. Williamson non abbia “organizzato” l’episodio. Tuttavia alla data dell’intervista la notizia secondo cui il Papa stava per firmare il decreto di remissione delle scomuniche circolava già su Internet. Gli autori si chiedono chi abbia armato il microfono dell’oscuro giornalista svedese Ali Fegan. Personalmente mi pongo qualche interrogativo anche su mons. Williamson, il quale sapeva certamente dell’imminente remissione delle scomuniche, è notoriamente critico su ogni ipotesi di compromesso con Roma della Fraternità San Pio X di mons. Lefebvre e come minimo si è comportato con il cronista svedese in modo davvero molto imprudente.

Il ruolo dei cattolici progressisti era già emerso in altre due campagne contro Benedetto XVI, particolarmente gravi perché coronate da successo. Due vescovi regolarmente scelti dal Papa avevano dovuto rinunciare alle cariche: mons. Stanislaw Wielgus, nominato primate di Polonia, a causa della scoperta di documenti relativi a una sua collaborazione giovanile con i servizi segreti del regime comunista, e mons. Gerhard Wagner, nominato vescovo ausiliare di Linz, in Austria, contro cui si erano sollevati il clero e anche molti vescovi austriaci a causa di dichiarazioni sulla natura di castigo di Dio dell’uragano Katrina, sul carattere satanico dei romanzi del ciclo di Harry Potter e sulla possibilità di curare l’omosessualità tramite terapie riparative. Come notano gli autori, le opinioni di mons. Wagner su tutti e tre i temi sono condivise da molti nella Chiesa – lo stesso cardinale Ratzinger aveva espresso simpatia nel 2003 per un libro critico su Harry Potter di una studiosa tedesca sua amica, pur ammettendo di non avere letto i relativi romanzi – ma è anche vero che il prelato austriaco le aveva espresse in toni particolarmente accesi.

I due casi, spiegano gli autori, sono meno lontani di quanto sembri a prima vista. Anche mons. Wielgus, per quanto denunciato per la prima volta da “cacciatori di collaborazionisti” di destra, è stato poi attaccato sistematicamente da una stampa polacca che lo avversava non tanto per il suo passato di collaboratore con i servizi segreti comunisti – un passato condiviso da oltre centomila persone in Polonia, tra cui numerosi sacerdoti e diversi vescovi – quanto per il suo presente di vescovo particolarmente conservatore. Se nel caso di mons. Wielgus, che aveva maldestramente cercato di nascondere documenti sul suo passato, l’accettazione delle dimissioni era inevitabile, non si possono non condividere alcune perplessità degli autori sul caso di mons. Wagner. Cedere alle pressioni di una parte del clero e dell’episcopato austriaco – guidato nel caso Wagner da un sacerdote che poco dopo ha ammesso pubblicamente di vivere da anni in una situazione di concubinato – ha innescato in Austria una contestazione globale nei confronti della Santa Sede, in cui sono sempre più apertamente coinvolte le massime gerarchie cattoliche del Paese e che a tutt’oggi non appare risolta.

Nel marzo 2009 con il viaggio del Papa in Africa l’attacco entra in una fase nuova. Sull’aereo che lo porta in Camerun come di consueto Benedetto XVI risponde alle domande dei giornalisti. A un cronista francese che gli pone una domanda sull’AIDS il Papa risponde che la distribuzione massiccia di preservativi non risolve ma aggrava il problema. Il Papa, rilevano gli autori, tecnicamente ha ragione e nei giorni successivi lo confermeranno fior di immunologi: favorendo la promiscuità sessuale e creando una falsa illusione di sicurezza le politiche basate sul preservativo hanno regolarmente aggravato il problema AIDS nei Paesi dove sono state sperimentate. Ma la risposta del Papa occupa le cronache internazionali per tutto il viaggio, facendo ignorare almeno in Europa e negli Stati Uniti i profondi insegnamenti sulla crisi del continente africano – e la puntuale denuncia delle malefatte delle istituzioni internazionali e di alcune multinazionali in Africa: che fosse proprio questo lo scopo?

Non sorprende ormai più la discesa in campo contro il Papa dei soliti teologi progressisti. Ma il fatto nuovo è l’intervento dei governi: Spagna, Francia e Germania chiedono al Papa di scusarsi, al Parlamento Europeo una mozione di censura del Pontefice non passa ma raccoglie comunque 199 voti. In Belgio una mozione analoga è invece votata dal Parlamento e provoca una dura risposta vaticana, innescando una crisi diplomatica senza precedenti tra i due Paesi che prepara gli atteggiamenti maneschi della polizia belga nella successiva vicenda dei preti pedofili.

Due attacchi citati da Rodari e Tornielli sono interessanti perché non vengono “da sinistra” ma “da destra”, e mostrano che anche persone di solito rispettose sono indotte dal clima generale a usare nei confronti del Papa e dei suoi collaboratori un linguaggio che in altri tempi non si sarebbero permesso. Si tratta delle critiche di un mondo cattolico conservatore in tema di economia all’enciclica Caritas in veritate del 2009, giudicata da studiosi statunitensi come George Weigel e Michael Novak ingiustamente ostile al modello di capitalismo prevalente negli Stati Uniti, e delle polemiche sul terzo segreto di Fatima e sull’asserita esistenza di una parte del testo tenuta ancora segreta dal Vaticano. Sul merito si può certo discutere – anche se sull’enciclica gli studiosi americani sembrano soprattutto stizziti per non essere stati consultati, com’era invece avvenuto per testi di Giovanni Paolo II – ma il tono e i veleni sono comunque segnali di un clima malsano.

La stessa apertura agli anglicani che, delusi dalle aperture della loro comunità al sacerdozio femminile e al matrimonio omosessuale, tornano a Roma, se è avversata “da sinistra” come pericolosa per l’ecumenismo – ma quale ecumenismo è possibile con chi celebra in chiesa matrimoni gay? – è attaccata anche “da destra” perché, prevedendo percorsi di accoglienza nella Chiesa Cattolica di sacerdoti anglicani sposati, sembra compromettere la difesa del celibato. Anche qui quella che è più grave è l’incomprensione del carattere globale dell’attacco al Papa da parte di certi sedicenti “conservatori”, che gettano benzina anziché acqua sul fuoco.

Le altre nove crisi impallidiscono comunque di fronte alla decima, relativa ai preti pedofili. Dal momento che gli autori citano ampiamente e riprendono materiale dal mio libro Preti pedofili (San Paolo, Cinisello Balsamo 2010), sostanzialmente condividendone l’impostazione, forse non debbo qui riassumere l’ampia sezione del libro dedicata al tema e posso permettermi di rimandare al mio testo. Il libro di Rodari e Tornielli ribadisce, contro le critiche assurde che purtroppo sono venute anche da vescovi e cardinali, quanto anch’io ho sottolineato: se c’è stato nella Chiesa un prelato durissimo nei confronti dei preti pedofili, tanto da essere accusato di violare il loro diritto alla difesa e di essersi scontrato sul punto con numerosi colleghi vescovi, questi è stato il cardinale Ratzinger quando era prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Presentarlo al contrario come tollerante sul punto è semplicemente ridicolo, eppure trova talora credito tra i lettori meno informati dei quotidiani.

Semmai gli autori si chiedono se gli ostacoli che il cardinale Ratzinger ebbe a incontrare negli ultimi anni del pontificato di Giovanni Paolo II – quando le sue richieste di ancor maggiore severità non sempre furono accolte – non gettino un’ombra sul grande Papa polacco e non rischino perfino di compromettere la sua causa di beatificazione. In effetti nella causa in corso il problema è stato affrontato. Ma si è concluso, giustamente, che taluni freni all’opera del cardinale Ratzinger risalgono agli ultimi anni del pontificato wojtyliano, quando Giovanni Paolo II, sempre più gravemente malato, non seguiva più personalmente queste vicende delegandole a collaboratori cui vanno dunque girate eventuali critiche.

In conclusione Rodari e Tornielli si chiedono se si possa parlare di un complotto contro il Papa, citando varie opinioni tra cui la mia in un’intervista che ho loro rilasciato specificatamente per questo volume. La loro conclusione è che ci siano in atto tre diversi attacchi a Benedetto XVI da parte di tre diversi nemici. Il primo è costituito dalla galassia di lobby laiciste, omosessuali, massoniche, femministe, delle case farmaceutiche che vendono prodotti abortivi, degli avvocati che chiedono risarcimenti miliardari per i casi di pedofilia. Questa galassia, troppo complessa perché si possa ritenere che risponda a una sola regia, dispone però grazie alle nuove tecnologie dell’informazione di un potere che nessun altro nemico della Chiesa ha avuto nell’intera storia umana e vede nel Papa il principale ostacolo alla costruzione di una universale dittatura del relativismo in cui Dio e i valori della vita e della famiglia non contano. Un ostacolo che dev’essere spazzato via a tutti i costi e con ogni mezzo.

Queste lobby hanno successo perché hanno arruolato un secondo nemico del Papa costituito dal progressismo cattolico e da quei cattolici e teologi – tra cui non pochi vescovi – i quali vedono la loro autorità e il loro potere nella Chiesa minacciato dallo smantellamento da parte di Benedetto XVI di quella interpretazione del Concilio in termini di discontinuità e di rottura con la Tradizione su cui hanno costruito per decenni carriere e fortune. Le interviste ai cattolici progressisti permettono ai media laicisti di rappresentare la loro propaganda non come anticattolica ma come sostegno contro il Papa reazionario che vuole “abolire il Concilio”, cioè mettere in discussione il suo presunto “spirito”, dal momento che la lettera dei documenti conciliari dai giornalisti anticattolici non è neppure conosciuta e dai loro compagni di strada “cattolici adulti” è giudicata irrilevante.

In terzo luogo, Benedetto XVI ha anche un terzo nemico, inconsapevole e involontario ma non per questo meno pericoloso. Ci sono “‘attacchi’ involontariamente autoprodotti a causa delle numerose imprudenze e dei frequenti errori dei collaboratori” (p. 313) del Papa. Gli autori riportano diversi pareri sulla difficoltà di comunicazione della Santa Sede nell’epoca non solo di Internet ma di Facebook e di una telefonia mobile collegata al Web che fa sì che le notizie arrivino a centinaia di milioni di persone – per esempio i cinquecento milioni di utenti Facebook attivi ogni giorno – pochi secondi dopo essere state lanciate e siano archiviate come vecchie dopo qualche ora. Se una notizia falsa non è smentita entro due o tre ore, se a un attacco non si risponde al massimo entro ventiquattr’ore le possibilità di replica efficace si riducono a poco più di zero.

Se tutto questo è vero, le opinioni di chi, intervistato dagli autori, rimpiange il precedente portavoce pontificio, il laico dottor Joaquín Navarro Valls, giudicandolo più scaltro del suo successore gesuita padre Federico Lombardi, possono essere dibattute all’infinito ma forse non vanno al cuore del problema. È il modo di comunicare che è cambiato radicalmente, ed è cambiato dopo la morte di Giovanni Paolo II perché il problema non è Internet ma il numero sempre maggiore di persone – centinaia di milioni, appunto, non piccole élite – che a Internet sono collegate ventiquattro ore su ventiquattro tramite gli smartphone, i netbook o i vari iPad, e hanno un tempo di reazione a richieste o provocazioni che si misura in minuti e non più in ore. Sul punto il libro del giornalista italiano Marco Niada Il tempo breve (Garzanti, Milano 2010) dovrebbe forse essere letto anche da qualche vaticanista.

Benedetto XVI non è inconsapevole di questi attacchi. È molto interessato alle nuove tecnologie e alla necessità di migliorare le strategie di comunicazione della Santa Sede. Ma, concludono Rodari e Tornielli, è anche molto sereno. È disponibile a seguire i problemi che la rivoluzione delle comunicazioni – una rivoluzione forse non meno importante di quella degli anni 1960 in tema di morale e di crisi dell’autorità – pone alla Chiesa, ma non a inseguirli. Insiste sul fatto che la salvezza della Chiesa perseguitata non verrà dalle strategie, dalle diplomazie, dalle tecnologie – per quanto queste siano importanti e non vadano trascurate – ma dalla fedeltà alla preghiera, alla meditazione, al Cristo crocefisso. È probabile che abbia ragione non solo, com’è ovvio, sul piano spirituale ma anche su quello culturale e sociologico, dove alla Chiesa non si chiede d’imitare i modelli dominanti ma di essere se stessa. Non tutti, anche tra i cattolici, sembrano averlo compreso.

Leggi il pezzo di Introvigne anche qui.

Pubblicato su censur.org il 25 agosto 2010

venerdì 27 agosto 2010 21:10

Raimon Panikkar (1918-2010): l'etica del dialogo

E' morto nella sua casa, tra le montagna della Catalogna, Raimon Panikkar, nato nel 1918, uno dei maggiori pensatori del nostro tempo, filosofo, teologo e mistico.

Era dotato di una cultura vastissima che intrecciava la visione occidentale con quella asiatica, la razionalità con la spiritualità. Si muoveva su terreni di confine e perciò molte sue tesi erano ardite, non convenzionali. Richiedono e richiederanno attente riflessioni, dibattiti, valutazioni... Sono, però, indubbiamente affascinanti e stimolanti.

Tra i suoi meriti: l'elaborazione di un pensiero orientato al dialogo e all'incontro tra le religioni, la mistica come esperienza del divino accessibile a tutti e non a un'élite, una visione della realtà che abbraccia insieme Dio-uomo-mondo.

Vorrei ricordarlo con questo suo "decalogo del dialogo":

Primo: l’altro esiste "per" ciascuno di noi. E l’altro è il musulmano, l’altro è l’emarginato, l’altro è il marito, l’altro è il bambino, il mondo ecc. Una specie di superamento inconscio del solipsismo.

Secondo: l’altro esiste come soggetto e non soltanto come oggetto. Esiste a sé stante e non mi ha chiesto il permesso di esistere. Neanche la pietra, gli alberi, gli animali. In altre parole: non si possono trasformare le pietre in pane.

Terzo: l’altro non è oggetto di conquista, di conversione, di studi: è (s)oggetto con diritti propri, con lo stesso diritto di interpellarmi, di interrogarmi, che ho io. La relazione è, quindi, biunivoca: il dialogo è dialogo perché non è monologo. Non è soltanto domandare, ma lasciarsi anche interpellare. Per questo c’è una necessità di ascolto, di umiltà, di uguaglianza.

Quarto: anche se io penso che l’altro (e l’altro può essere un sistema religioso o culturale) sbaglia, devo entrare in contatto con lui, altrimenti non c’è dialogo e senza dialogo non c’è pace.

Quinto: la disposizione a dialogare è il principio etico supremo. Se ci si nega al dialogo, si finisce con il divorzio, con la guerra, con la bancarotta, con il disastro.

Sesto: il dialogo deve essere totale. Come dicono gli inglesi: non c’è niente di "non-negocial". Tutto deve essere messo sul tappeto, altrimenti non è dialogo dialogale, non è dialogo umano, è dialogo diplomatico. Si mira a vincere.

Settimo: l’etica è collegata al politico, dipende dal religioso ed è frutto di una cultura.
Tutto ciò relativizza l’etica, ma la rende concreta ed efficace.

Ottavo: l’etica scaturisce dal dialogo religioso e allo stesso tempo ne è la sua causa. È un circolo vitale come tutte le cose ultime.

Nono: nessuno ha il diritto di promulgare un’etica. L’etica non si promulga. Si scopre. E si scopre nel dialogo.
Inoltre in un contesto mondiale qual è quello di oggi a nessuno viene riconosciuto il diritto di promulgare un’etica universale ed assoluta.

Decimo: l’etica contemporanea deve confrontarsi con un "novum" che non si era mai verificato nella storia: il "novum" di tanta gente che muore di fame, di sete, di stenti, di violenza. E che attende una redenzione concreta: non annuncio di principî etici, ma un comportamento operativamente salvifico, purificato di ogni pretesa messianica"

venerdì 27 agosto 2010 17:04

“Attacco a Ratzinger” sul Giornale


Il Papa è solo contro i crociati della disinformazione
di Andrea Tornielli
«Ricordo ancora, come fosse oggi, le parole che sentii dire da un cardinale italiano, allora molto potente nella Curia romana, all’indomani dell’elezione di Benedetto XVI. “Due-tre anni, durerà solo due-tre anni…”.
Lo faceva accompagnando le parole con un gesto delle mani, come per minimizzare… Joseph Ratzinger, il settantottenne Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede appena eletto successore di Giovanni Paolo II doveva essere un Papa di transizione, passare velocemente, ma soprattutto doveva passare senza lasciare troppa traccia di sé…
Certo, un accenno alla durata del pontificato la fece Ratzinger stesso, nella Sistina. Disse che sceglieva il nome di Benedetto per ciò che la figura del grande santo patrono d’Europa aveva significato, ma anche perché l’ultimo Papa che aveva preso questo nome, Benedetto XV, non aveva avuto un pontificato molto lungo e si era adoperato per la pace. Ma un pontificato non lungo, a motivo dell’età già avanzata, non significa passare senza lasciare traccia. Anche quello di Giovanni XXIII doveva essere – e dal punto di vista meramente cronologico è stato – un pontificato di transizione. Ma quanto ha cambiato la storia della Chiesa… Ci ho ripensato molte volte: visto che non è passato così velocemente come qualcuno sperava, e visto che il suo pontificato è destinato a lasciare un segno, si sono moltiplicati gli attacchi contro Benedetto XVI. Attacchi di ogni tipo. Una volta si dice che il Papa si è espresso male, un’altra volta si parla di errore di comunicazione, un’altra ancora di un problema di coordinamento tra gli uffici curiali, un’altra di inadeguatezza di certi collaboratori, un’altra del concordante tentativo da parte di forze avverse alla Chiesa intenzionate a screditarla. Vuole sapere la mia impressione? Anche se in realtà il Santo Padre non è solo, anche se attorno a lui ci sono persone fedeli che cercando di aiutarlo, in tante occasioni egli viene lasciato oggettivamente solo. Non c’è una squadra che previene l’accadere di certi problemi, che riflette su come rispondere in modo efficace. Che cerca di far passare, di espandere l’autentico suo messaggio, spesso distorto. Così la domanda più frequente è diventata questa: a quando la prossima crisi? Mi sorprende anche il fatto che talvolta queste crisi arrivino dopo decisioni importanti…
Mi sto ad esempio chiedendo che cosa accadrà ora che Benedetto XVI ha coraggiosamente proclamato l’eroicità delle virtù di Pio XII insieme a quelle di Giovanni Paolo II».

Quando questa confidenza venne fatta a uno di noi, alla vigilia di Natale del 2009, da un autorevole porporato che lavora da molti anni nei sacri palazzi, il grande scandalo degli abusi sui minori perpetrati dal clero cattolico non era ancora esploso in tutta la sua portata. C’era, sì, il gravissimo caso irlandese. Ma nulla faceva ancora presagire che, come per contagio, la situazione oggettivamente peculiare dell’Irlanda – che ha messo in luce l’oggettiva incapacità di diversi vescovi di governare le loro diocesi e di affrontare i casi di abusi sui minori tenendo presente la necessità di assistere innanzitutto le vittime evitando in ogni modo che le violenze potessero ripetersi – finisse per replicarsi, per lo meno mediaticamente, in altri Paesi. E ha coinvolto la Germania, l’Austria, la Svizzera, e di nuovo, nelle polemiche, gli Stati Uniti, dove già il problema era emerso, e in maniera piuttosto devastante, all’inizio di questo millennio.

Solo a scorrere le rassegne stampa internazionali, bisogna ammettere l’esistenza di un attacco contro Papa Ratzinger. Un attacco dimostrato dal pregiudizio negativo pronto a scattare su qualsiasi cosa il Pontefice dica o faccia. Pronto a enfatizzare certi particolari, pronto a creare dei «casi» internazionali.

Questo attacco concentrico ha origine fuori, ma spesso anche dentro la Chiesa. Ed è (inconsapevolmente) aiutato dalla reazione a volte scarsa di chi attorno al Papa potrebbe fare di più per prevenire le crisi o per gestirle in modo efficace.

Questo libro non intende presentare una tesi precostituita. Non intende accreditare in partenza l’ipotesi del complotto ideato da qualche «cupola» o Spectre. È però innegabile che Ratzinger sia stato e sia sotto attacco. Le critiche e le polemiche suscitate dal discorso di Regensburg; il caso clamoroso delle dimissioni del neo-arcivescovo di Varsavia Wielgus a causa di una sua vecchia collaborazione con i servizi segreti del regime comunista polacco; le polemiche per la pubblicazione del Motu proprio Summorum Pontificum; il caso della revoca della scomunica ai vescovi lefebvriani, che ha coinciso con la trasmissione in video dell’intervista negazionista sulle camere a gas rilasciata a una Tv svedese da uno di loro; la crisi diplomatica per le parole papali sul preservativo durante il primo giorno del viaggio in Africa; il dilagare dello scandalo degli abusi sui minori, che non accenna ancora a placarsi.

Di bufera in bufera, di polemica in polemica, l’effetto è stato quello di «anestetizzare» il messaggio di Benedetto XVI, schiacciandolo sul cliché del Papa retrogrado, depotenziandone la portata.

Ma questo attacco non ha mai avuto un’unica regia. Ha avuto, piuttosto, un’assenza di regia. Anche se non si può escludere che in più occasioni, pure nel corso della crisi per gli scandali per la pedofilia del clero, si sia verificata un’alleanza tra ambienti diversi ai quali può far comodo ridurre al silenzio la voce della Chiesa, sminuendo la sua autorità morale e il suo essere fenomeno popolare, magari con la segreta speranza che nel giro di una decina d’anni essa finisca per contare sulla scena internazionale quanto una qualsiasi setta.

Pubblicato sul Giornale mercoledì 25 agosto 2010

venerdì 27 agosto 2010 14:23

Un peccato alla moda: l’invidia

 

L’invidia è figlia dell’imitazione. Per convincersene basta osservare i bambini e alla loro mania di avere ciò che tutti hanno e di fare ciò che tutti fanno.

 

L’invidia è il peccato che va di moda. Per convincersene, basta guardare ai bambini. Tra poco riprenderanno le scuole. Provare a chiedere ai genitori che sono impegnati nella guerra, persa prima di essere combattuta, di convincere i loro pupi che si può anche andare a scuola senza uno zainetto firmato. I bambini sono soggetti interessanti, perché non posseggono i freni degli adulti e quindi dicono e fanno tutto quello che gli adulti spesso vorrebbero dire e non dicono, fare e non fanno.

 

Nei piccoli, dunque, trionfa la mania di fare come l’altro o più di lui. L’altro è il modello sul quale il bambino regola il suo comportamento. Avendo scelto l’altro come suo criterio di comportamento, non riesce mai ad essere come lui, perché lui, ovviamente, rimane comunque sempre diverso. Vorrebbe avere ma non ha, vorrebbe essere ma non è. Si sente sempre un espropriato. La conseguenza di tutto questo è o la mania dell’imitazione per essere come o l’invidia per non riuscire ad essere come.

 

Gli adulti non è che siano migliori dei bambini. Anzi. Solo che non se la sentono di mettere in piazza la loro invidia, il loro profondo rincrescimento di non essere e di non avere come gli altri.

Si sentono spesso rodere dall’invidia e quindi sono infelici. L’invidia e l’infelicità sono  due sentimenti dominanti nella civiltà moderna. Non siamo mai stati così ricchi e così infelici. Il ricco si vanta di essere ricco: ha bisogno di essere ammirato. Dunque è povero, in realtà, perché non riesce a essere soddisfatto. Il povero vuole essere come il ricco e finisce per essere doppiamente povero: perché non ha quello che ha il ricco e, come lui, ha bisogno dell’altro.

 

Talvolta i credenti si rendono conto del peso di questo peccato e lo confessano. Non sempre però. Siccome tutti imitano, infatti, anche i credenti, spesso, si sentono autorizzati dall’andazzo generale a imitare anche loro e quindi a invidiare “come fanno tutti”. Per rendersene conto bisogna uscire dalla folla e assumere altri criteri. Per essere cristiani, cioè, bisogna imitare il Cristo che non imita e che, diversamente da come fanno tutti, non tiene nulla per sé e dà tutto per gli altri. È l’ideale alto del Vangelo. Non facile, certo, ma affascinante.

venerdì 27 agosto 2010 09:33

Contare i giorni

Sono venuto a sapere del suicidio di una persona conosciuta occasionalmente poco tempo fa.

Ero al corrente di una situazione difficile, ma che non mi sembrava senza via d'uscita. Evidentemente questa persona non la vedeva così. Si parla della morte come di un mistero, ma spesso la vita è un mistero altrettanto grande. Talmente grande che non ci è dato di accedere totalmente a ciò che un altro sente.

Eppure, trovarci assieme a compiere dei tratti di questa traversata, non vuol dire anche condividere gli interrogativi? Altrimenti, siamo monadi condannate all'isolamento e alla solitudine.

Conosco persone che passano attraverso prove terribili conservandosi salde, semplici, fiduciose. Ne conosco altre che rimangono schiantate quando un po' di polvere incastra gli ingranaggi dei meccanismi in base ai quali impostano la propria esistenza. In mezzo a questi due estremi, c'è una grande varietà di vissuti e situazioni. Negli anni ho sperimentato entrambi gli stati d'animo.

Cosa fa la differenza tra la fiducia speranzosa e l'angoscia disperata?

Credo che sia il nostro modo di abitare il tempo che abbiamo a disposizione. Mi ha colpito, giorni fa, pensare al mito di Crono, il dio del tempo che divora i propri figli. Siamo tutti figli del tempo e il tempo ci divora: nasciamo, viviamo, moriamo... I più ricchi come i più poveri e della loro grandezza non resta traccia: la livella della poesia di Totò.

L'unica differenza è la speranza che il nostro approdo finale sia un altro. Se no, tutto ciò che facciamo è un tentativo di distrarci, come diceva Pascal, di non pensare al momento in cui Crono ci ingoierà. Ho presente molte persone che trovano gratificazione nelle loro occupazioni e in ciò che hanno costruito, vi si attaccano. Fino a che un colpo di spugna non cancellerà tutto.

In che cosa consiste la nostra vita? Nel perseguire dei risultati, secondo una logica efficientistica, che saranno poi annullati? Oppure, nel vivere la propria vicenda, là dove ci si trova, come inserita in una vicenda più grande, in una realtà più ampia? Senza evadere, ma standoci dentro con una diversa consapevolezza.

Mi è venuto da pensare, in questi giorni, a Sorella Maria che visse con alcune compagne, nell'eremo di Campello sul Clitunno dal 1922 al 1961. Isolate, senza acqua corrente e luce elettrica, conducevano un'esistenza semplice e fatta di piccole cose. Eppure in comunione con il creato e con gli uomini, intrattenendo rapporti di amicizia anche con grandi personalità come Albert Schweitzer, Gandhi, don Primo Mazzolari e molti altri, oltre i confini spaziali e religiosi.

Quale la lezione di Sorella Maria? Stare dentro il proprio posto, il proprio tempo, ma con un "più largo respiro", come diceva. Spesso, invece, abbiamo il fiato corto. La nostra casa ha finestre chiuse, non aperte su ampi orizzonti.

Come affrontare le vicende della vita? Cercando un più ampio orizzonte. Il Salmo 90 dice: Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio (v. 12). Che non è fare un conto alla rovescia nell'attesa della morte. E' vivere il tempo che abbiamo non come un  vuoto da riempire con qualche diversivo, ma come ricerca. Nella prospettiva della fede è la ricerca del volto di Dio, è la ricerca del crocifisso risorto che dà senso al tempo.

Leggevo giorni fa un articolo sugli altarini che spesso, soprattutto da parte dei giovani, vengono "eretti" là dove qualcuno è morto per un incidente stradale ponendo fiori, fotografie, a volte lettere e messaggi indirizzati agli scomparsi. E' un modo per appagare il desiderio di vincere la rottura provocata dalla morte, al di fuori delle pratiche religiose istituzionali che spesso sono sentite come vuote e mute. Ma questi tentativi non sono illusori, senza una presenza che annuncia una speranza oltre la morte? Una presenza che non è scontata, ma appunto da cercare.

venerdì 27 agosto 2010 07:44

Calci all'immigrato con sorrisi dei genitori. Senza parole.

L'episodio è successo sulle belle spiagge di Civitanova Marche, e ce lo riporta il Corriere.

Un giovane venditore ambulante bengalese, mentre si riposava su una sdraio in riva al mare, è stato aggredito da cinque bambini sui 10-11 anni. E' successo sulla spiaggia di Civitanova Marche, in provincia di Macerata, tra le risate dei genitori dei piccoli bulli.

Sul posto del fattaccio però era presente una inviata dell'ANSA, Paola Lo Mele, che ha assistito alla scena. «Il ragazzo bengalese si era appena fermato a riposare sotto un ombrellone dello stabilimento balneare Golden Beach, quando i bambini lo hanno circondato e insultato, sferrando calci alla sdraio sulla quale era seduto» racconta la giornalista. «Alzati da qua, vattene, questa è proprietà privata!» hanno detto al giovane immigrato. Poi gli insulti: «Amigo, vai a vendere fuori da qua. Questa roba l'hai rubata». 

Già il fatto è grave in sè. Ma la cosa più grave è che a questo atto di bullismo hanno assistito i genitori dei bambini che, lungi dal fermare i bulletti..hanno preso la vicenda un po' troppo..sul ridere.

Il tutto - riferisce il Corriere -  sotto gli occhi di un gruppo di adulti, molto probabilmente i genitori, seduti a pochi ombrelloni di distanza. Questi ultimi - ricostruisce la cronista - non solo non sono intervenuti ma hanno anche riso del comportamento dei figli. «Sono stati molto cattivi» è stato l'unico commento del bengalese che appariva molto turbato e che non ha però voluto sporgere denuncia.

Che dire?

Occhio al razzismo. Chi dice che in Italia non sia più un fenomeno esistente dice una falsità...e la soglia di attenzione civile su questo tema non deve mai scendere...

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venerdì 27 agosto 2010 07:38

«Dobbiamo risvegliare la nostalgia di Dio»

scola-meeting-2010.jpgPatriarca Scola, Il Meeting sostiene che il nostro cuore desidera cose grandi; ma l’uomo postmoderno, secolarizzato, laicizzato, può davvero desiderare Dio?

Il desiderio umano - ci risponde il Patriarca di Venezia al termine dell’incontro su Chiesa e postmodernità seguito da migliaia di persone - è il tendere di tutto il mio io all’incontro con il mondo reale. Possiamo tendere a obiettivi fallaci ma, come Agostino scrive, “Tu ci hai creati per te ed il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”. Cuore è la parola giusta per dire  desiderio: permette di volgerci con affetto a ciò che non si possiede, alle “cose grandi” richiamate dal Meeting, e nulla vi è di più grande di Dio, al punto che non si trova pace finché non si riposa in Lui. Ogni altro desiderio che tesse la trama quotidiana dell’umana esperienza - il desiderio di avere la vita salva, di amare e di essere amato, di edificare la città - rinvia “più in là”.

La tradizione giudaico-cristiana è stata di fatto rinnegata dall’Unione europea e in Italia  periodicamente si riapre la guerra sui crocifissi nelle aule scolastiche. Per la società, come si diceva una volta, Dio è morto?

Fino a quindici anni fa si parlava dell’eclissi di Dio ma nella post-modernità, che si è aperta con la caduta dei muri, la domanda oggi non si pone più termini “Esiste Dio?” ma “Come averne notizia?”. Per parlare di Dio all’uomo post-moderno occorre domandarsi se c’è una “familiarità” con lui e io ritengo che la convinzione che Dio si è fatto conoscere e si è reso familiare perché si è compromesso con la storia degli uomini sia nel DNA della mentalità occidentale. Per questo, puntualmente, riaffiora nel reale la grammatica attraverso cui il Dio che si è coinvolto con la storia continua a darci notizia della sua presenza tra noi. Diceva Wojtyla: “Eppure esiste qualcosa che può essere chiamato esperienza comune dell’uomo”.

Quindi è possibile parlare di Dio anche alla politica?

Il politico - come tutti - deve guardarsi dal rischio di inseguire gli idoli. Elliot diceva che gli uomini si illudono di poter costruire sistemi così perfetti che evitino loro di essere buoni.

Il federalismo rientra tra questi?

Il federalismo è buona cosa se è un metodo, perché allora non può rompere l’unità del Paese ma solo valorizzarla. Ci vogliono però dei momenti di verifica: un metodo è valido se è efficace, se consente all’economia di ottenere il massimo risultato con i minimi mezzi, e se rispetta i criteri di giustizia. Il Nord non può crescere a scapito del Sud ma l’egualitarismo spesso provoca ingiustizie.

Il respingimento degli immigrati è un’ingiustizia?

Paolo VI definì la Chiesa una realtà etnica sui generis: l’accoglienza rappresenta un dovere per noi, ma i soggetti in campo sono almeno tre. Oltre alla Chiesa che pratica la carità, ci sono le istituzioni che devono dare una risposta organizzata al fenomeno, risposta che dev’essere europea e prevedere anche dei limiti. Evitiamo scontri tra rigidisti e buonisti: la responsabilità del governo è oggettiva, così come la Caritas ha il dovere di prendersi cura anche dei clandestini, nel rispetto delle leggi. Il terzo soggetto è la società civile, ancora forte e vitale checchè dicano certi politologi. L’Italia ha la più ricca e articolata società civile dell’Europa: è lì che deve avvenire l’integrazione.

Se tutto è così semplice e chiaro, perché non riusciamo a “desiderare cose grandi”?

La difficoltà principale sta in questo: la nostra epoca è contraddistinta da un individualismo psicologico e sociale di vasta portata che rende fragili i rapporti umani, specialmente la trasmissione del significato della vita tra le generazioni. Nel post-moderno l’individualismo è inteso in senso neutro, né buono né cattivo, è meccanica ed ossessiva attenzione al valore singolare dell’uomo come singolo autonomo e separato.

Con quali conseguenze sociali?

Il fatto che in Occidente l’età della morte si sia elevata di molto e in breve tempo ha fatto sì che il figlio sia diventato il prodotto di una riduttiva aspirazione soggettiva e ciò ha riformulato la percezione che le persone hanno di se stesse: non si sentono più chiamate a far parte della catena delle generazioni, ma anzitutto a realizzare la propria autonomia; non si considerano più responsabilmente inserite in un tessuto di compiti e doveri, ma in una trama di voglie e aspirazioni.

Il quoziente famigliare aiuterebbe a raddrizzare la rotta?

L’idea che sta dietro il quoziente famigliare rappresenta un’istanza sacrosanta: o questo Paese si decide a darsi una politica famigliare veramente preveggente oppure ci renderemo responsabili di un’involuzione sociale molto pericolosa perchè la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna  aperto alla vita è la base per ricostruire il Paese. Certo, il crollo degli assoluti mondani renderà più evidente il vuoto dell’individualismo e sarà soprattutto su questo terreno che prenderà forma la proposta della familiarità di Dio con noi, che potrà fiorire solo grazie alla paziente ricostruzione di relazioni buone e pratiche virtuose. Non se ne esce facendo geremiadi, servono testimoni che risuscitino la nostalgia di Dio - la santità -. E la Chiesa - al di là dei limiti del suo personale - è il popolo dei testimoni.

Proprio qui, a Rimini, nel 2004 con l’incontro Bignardi-Cesana il laicato cattolico ha ritrovato la sua unità. Ora c’è chi sostiene che il clima sia cambiato e parla di un nuovo dualismo progressisti-conservatori. Cosa ne pensa?

Negli ultimi sei-sette anni, dopo il grande sforzo di Giovanni Paolo II e le riflessioni ecclesiologiche di Benedetto XVI, la situazione all’interno della Chiesa è prevalentemente orientata all’unità: le chiese locali adottano uno stile di collaborazione e la consulta dei laici è un luogo di incontro per tutti. Quello tra  Bignardi e Cesana non era un incontro simbolico, rappresentava un indirizzo preciso: la pluriformità dentro l’unità ecclesiale. E quell’unità regge ancora. Diverso il discorso sulla presenza dei cattolici in politica, ma proprio chi ci richiama spesso a tenere ben distinti i due ambiti non dovrebbe fare confusione…

In politica i cattolici che militano nei diversi schieramenti possono desiderare cose grandi insieme?

Chi si impegna in politica deve dimostrare che la fede nel Dio incarnato incide anche nella vita quotidiana, dalla sessualità alla edificazione di una società plurale, alla bioetica, temi da affrontare in confronto con gli altri soggetti che animano la società plurale. E qui deve iniziare una nuova stagione dell’impegno politico, come quella auspicata dal Papa e dal cardinal Bagnasco. Servono meno adulti chierichetti dietro l’altare e più adulti coscienti della propria fede nella realtà politica, economica e sociale del nostro Paese.

Paolo Viana – Avvenire, 26 agosto 2010

Qui il testo integrale dell’intervento del card. Scola al meeting di Rimini

venerdì 27 agosto 2010 07:02

In verità e libertà

antonio-rosmini.jpg“Antonio Rosmini e il problema storico dell’unità d’Italia”. Su questo tema si tiene a Stresa (Vb), fino al 28 agosto, l’XI corso dei Simposi rosminiani. A promuovere l’iniziativa, che conta oltre trecento partecipanti, il Centro internazionale di studi rosminiani, in collaborazione con il Servizio nazionale per il progetto culturale della Cei. “Questo undicesimo corso – spiegano i promotori - si propone di contribuire alle celebrazioni in corso del 150° dell’unità d’Italia nello spirito di uno dei maggiori protagonisti del Risorgimento italiano, Antonio Rosmini”. I “Simposi rosminiani” nascono nel 2000 come continuazione della “Cattedra Rosmini”, la quale, fondata da Michele Federico Sciacca nel 1967, ha svolto il compito di riportare la voce di Rosmini nel dialogo intellettuale contemporaneo. Essi si propongono di offrire a quelli che Rosmini chiama “amici della verità” e promotori di “carità intellettuale” un luogo, in cui poter approfondire, in piena libertà di spirito e con rispetto delle diversità, la soluzione dei problemi urgenti che si affacciano sul terzo millennio.

Chiesa e unità d’Italia. I lavori del corso sono iniziati, il 25 agosto, con l’intervento di Francesco Bonini, coordinatore scientifico del Servizio nazionale per il progetto culturale della Cei e direttore del Dipartimento di storia e critica della politica dell’Università di Teramo, sul tema “La Chiesa italiana di oggi, di fronte alle dinamiche dell’unità”. “Paradossalmente – ha detto Bonini - sembra prendere più iniziativa la Chiesa, che l’unità subì, piuttosto che lo Stato, che dell’unità fu il risultato”. In ogni caso, ha sostenuto Bonini, “come lo stesso card. Biffi aveva scritto in un libricino puntuto del 1999, il Risorgimento non può ricevere, entro la lunga storia d’Italia, una valutazione negativa. Noi anzi ameremmo qualificarlo come provvidenziale”.

Conoscere la storia. A Francesco Casavola, presidente emerito della Corte costituzionale, è toccato il compito di tenere la prolusione per l’apertura del corso. “L’unità morale degli italiani” il tema della prolusione. Facendo un excursus storico, partendo dai tempi del fascismo, Casavola ha ricordato che l’11 dicembre 1947 in un ordine del giorno l’Assemblea costituente esprimeva “il voto che la nuova Carta costituzionale trovi senza indugio adeguato posto nel quadro didattico della scuola di ogni ordine e grado, al fine di rendere consapevole la giovane generazione delle raggiunte conquiste morali e sociali che costituiscono ormai sacro retaggio del popolo italiano”. Secondo il presidente emerito della Corte costituzionale, “la storia d’Italia è stata anche una storia tragica. Averla potuta conoscere avrebbe potuto aiutare a non ripetere errori, che non sono mai dovuti ad un fato invincibile”. “Come si mantiene viva la memoria dei sacrifici in vite umane, in sofferenze delle famiglie, in ingiusti destini, per poi richiedere speranza e plebiscito quotidiano, se la storia tace, se i media si dividono tra verità e menzogne?”, si è chiesto.

Il bene comune. A giudizio di Casavola, “l’ispirazione personalista e comunitaria della Costituzione del 1948 era dovuta ad una ritrovata unità morale, e poteva conservarla sotto forme di un patriottismo costituzionale, che va risuscitato oggi, per impedire che da prassi e progetti di riforme si realizzi l’eversione totale dell’impianto etico, politico e giuridico della Costituzione del 1948”. Per il presidente emerito della Corte costituzionale, “il secondo fattore di difesa dell’unità morale degli italiani sta nella dottrina cristiana del bene comune”, ma “le riforme del riconoscimento, della protezione e della promozione dei diritti umani sono complicati dai regimi politici, dai processi di globalizzazione sottratti alle sovranità degli Stati”. Inoltre, “i contenuti dei diritti umani per la loro onnicomprensività possono essere contrastati dallo sviluppo delle tecnologie e delle scienze. I diritti umani di ultima generazione, alla qualità della vita, all’ambiente e alla pace sono sintomatici della criticità della soglia cui è giunta la sempre più esigente meta del bene comune”. L’enciclica “Caritas in veritate” di Benedetto XVI risponde “alle dinamiche di trasformazione della condizione umana nel nuovo millennio”.

La buona battaglia. “La Chiesa – ha aggiunto Casavola - non ha un ruolo nelle decisioni politiche. Investe del suo messaggio di verità e di salvezza le coscienze personali. Dovranno essere i credenti a compiere in totale libertà, scelte di vita personale e sociale, e dunque anche politiche, coerenti con quel messaggio”. La politica “non deve diventare un’insana libidine di potere, né deve essere disdegnata per i continui attentati cui dà luogo alle coscienze oneste. È per i cristiani una forma di carità, appunto per realizzare quel bene comune, privato di ogni egoismo e di ogni ingiustizia. Questa è l’armatura con cui combattere la buona battaglia contro quanti vogliono dividere gli italiani”. “Se sarà ben combattuta non con uno schieramento contro un altro, ma con la persuasione e il buon esempio da amico ad amico, da concittadino a concittadino, farà rinascere quella unità morale, che stiamo perdendo”, ha concluso Casavola.

Sir, 26 agosto 2010

venerdì 27 agosto 2010 06:55

La vita in Cristo

I sacramenti dell’iniziazione cristiana in Oriente

di Manuel Nin

Il celebre trattato La vita in Cristo del teologo bizantino Nicola Cabasilas è strutturato a partire dalla mistagogia sui sacramenti dell’iniziazione cristiana, con l’aggiunta della consacrazione dell’altare. Nella tradizione liturgica delle Chiese orientali i sacramenti dell’iniziazione cristiana designano il battesimo, la cresima e l’eucaristia, amministrati insieme e per mezzo dei quali l’essere umano — appena nato o in età adulta — viene configurato  pienamente  a  Cristo  e inserito nella vita di grazia della Chiesa.

Battesimo e cresima sono conferiti una sola volta poiché costituiscono l’essere e l’agire cristiano; l’eucaristia, data una prima volta come coronamento degli altri due — e a sua volta loro fonte — è ripetuta come sacramento di vita per ogni cristiano e per la Chiesa. Secondo la tradizione, i tre sacramenti sono conferiti in una stessa celebrazione, nel seguente ordine: battesimo, che dà l’essere cristiano, confermazione, che dà la grazia per l’agire cristiano, ed eucaristia, inserzione piena nella nuova alleanza per mezzo della grazia. I tre sacramenti sono talmente legati tra loro che non sarebbe possibile fare una catechesi dell’uno senza trattare gli altri due.

Nei diversi rituali del battesimo sono conservate per intero le diverse parti della celebrazione dei sacramenti dell’iniziazione: il battesimo stesso, il dono dello Spirito Santo e la comunione ai Santi misteri del corpo e del sangue di Cristo, prerogativa dei figli di Dio. I tre sacramenti manifestano e attuano un unico avvenimento di salvezza. Per mezzo di essi l’uomo, lavato e liberato dal peccato, rinasce come figlio di Dio, viene configurato a Cristo  ed  è  colmato  dallo  Spirito Santo.

Il battesimo incorpora il cristiano alla morte e alla risurrezione di Cristo, e attraverso questa unione vitale l’uomo è spinto dalla grazia di Dio a configurarsi a lui e a vivere in modo pieno la vita che viene da lui. Il culmine di questo cammino è la partecipazione all’eucaristia, i Santi doni attraverso i quali l’uomo viene misteriosamente assimilato a Cristo stesso. Tra il battesimo e l’eucaristia il cristiano riceve la cresima, l’unzione dello Spirito Santo.

In Oriente questi sacramenti vengono visti e accolti come dono della grazia divina; il catecumeno ricevendoli viene a sua volta ricevuto e accolto da Cristo nella sua vita divina. Nel battesimo il fedele, per la triplice immersione nell’acqua santificata e per l’invocazione della santa Trinità, viene rigenerato e fatto nuova creatura in Cristo, membro del suo corpo che è la comunità cristiana, la Chiesa. Con una triplice totale immersione, che simboleggia la morte e la sepoltura totale del battezzando in Cristo: nell’acqua viene sepolto l’uomo vecchio per farne uscire il nuovo.

Il battesimo come porta alla vita sacramentale — la vita in Cristo — è sottolineato dal fatto stesso della congiunzione, che è stretta unità, tra battesimo, cresima ed eucaristia. Cirillo di Alessandria nel commento al vangelo di Giovanni afferma che i catecumeni non partecipano alla mensa eucaristica perché lo Spirito Santo non abita ancora in essi, anche se come tali hanno già confessato la divinità di Cristo; dopo avere ricevuto lo Spirito Santo, essi potranno toccare il Signore. La cresima, unzione con il myron consacrato subito dopo il battesimo, significa la forza dello Spirito Santo sul nuovo battezzato: dono dello Spirito e corazza per il combattimento della vita cristiana, sacramento legato al battesimo e che nel fedele completa e conferma i doni dello Spirito Santo.

Rinato in Cristo, confermato dalla forza dello Spirito Santo, accolto nel corpo di Cristo che è la Chiesa, naturalmente il nuovo battezzato si avvicina — o, se è appena nato, viene portato — alla mensa di vita nella comunione ai Santi doni del corpo e del sangue di Cristo, di cui la Chiesa è dispensatrice nella celebrazione della Divina liturgia. Oggi, in continuità con la grande tradizione, l’iniziazione cristiana nelle Chiese orientali avviene attraverso l’unità indissolubile dei tre sacramenti: battesimo, cresima ed eucaristia, indipendentemente dall’età del  catecumeno,  neonato  o  adulto che sia.

Nel caso del battesimo degli adulti, questa iniziazione cristiana si riceve dopo una catechesi, preparazione che suppone una conoscenza dei misteri della fede cristiana e una disposizione alla conversione, mentre per i bimbi neonati o non ancora in età della ragione queste esigenze ricadono sui genitori, sui padrini e sulla stessa Chiesa, pienamente impegnata nel percorso dei nuovi fedeli, alimentati, per mezzo della comunione eucaristica, nella loro vita in Cristo. Così, immergendo i neonati nella vita in Cristo, ungendoli col sigillo dello Spirito Santo, ammettendoli subito alla mensa dei Santi doni, è la Chiesa stessa a venire coinvolta nel cammino cristiano dei neofiti.

venerdì 27 agosto 2010 06:34

Benvenuta al mondo, Marisol figlia dell'amore per la vita

È fuori pericolo di vita Marisol, la bambina nata da parto cesareo eseguito sul luogo dell’incidente automobilistico che ha ucciso la sua mamma. La bambina non è semplicemente "nata in ambulanza", come si legge su qualche ...

venerdì 27 agosto 2010 06:04

Il trionfo del cuore gremito di gioie e di storia

La quinta parola del cuore è: gremito. Gremito come il Meeting. Che a volte si fa fatica a camminare, a trovare una sedia (un buon piatto e un bagno no, quelli si trovano sempre, per fortuna qui sono attenti alle esigenze ...

venerdì 27 agosto 2010 05:15

Ora più che mai con la bella Calabria della legge e dell'onestà

Non arretrare di un passo. E fare al più presto chiarezza sul gravissimo attentato che ieri notte ha colpito la casa del procuratore generale di Reggio Calabria, Salvatore Di Landro. Sulle modalità e motivazioni del gesto, ...

venerdì 27 agosto 2010 05:05

Il filo rosso mai spezzato fra gli Agnelli e il Palazzo

I «fatti di Melfi» e l’intervento che ha voluto saggiamente essere pacificatore del clima sociale del presidente Giorgio Napolitano, inducono a riflettere sulla natura, sempre complessa, dei rapporti intercorsi nell’arco ...

venerdì 27 agosto 2010 04:56

Misura e saggezza per un nuovo inizio

L’amministratore delegato di Fiat Sergio Marchionne sta consapevolmente cavalcando uno snodo che definire epocale non è affatto un’iperbole. Si tratta della ridefinizione e del rimodellamento di quelle che in gergo giuridico ...

giovedì 26 agosto 2010

“Non abbiate mai paura della Verità”

agostino-ippona.jpg“Come sapete, anch’io sono legato in modo speciale ad alcune figure di Santi: tra queste, oltre a san Giuseppe e san Benedetto dei quali porto il nome, e ad altri, c’è sant’Agostino, che ho avuto il grande dono di conoscere, per così dire, da vicino attraverso lo studio e la preghiera e che è diventato un buon “compagno di viaggio” nella mia vita e nel mio ministero. Vorrei sottolineare ancora una volta un aspetto importante della sua esperienza umana e cristiana, attuale anche nella nostra epoca in cui sembra che il relativismo sia paradossalmente la “verità” che deve guidare il pensiero, le scelte, i comportamenti.

Sant’Agostino è un uomo che non è mai vissuto con superficialità; la sete, la ricerca inquieta e costante della Verità è una delle caratteristiche di fondo della sua esistenza; non, però, delle “pseudo-verità” incapaci di dare pace duratura al cuore, ma di quella Verità che dà senso all’esistenza ed è “la dimora” in cui il cuore trova serenità e gioia. Il suo, lo sappiamo, non è stato un cammino facile: ha pensato di incontrare la Verità nel prestigio, nella carriera, nel possesso delle cose, nelle voci che gli promettevano felicità immediata; ha commesso errori, ha attraversato tristezze, ha affrontato insuccessi, ma non si è mai fermato, non si è mai accontentato di ciò che gli dava solamente un barlume di luce; ha saputo guardare nell’intimo di se stesso e si è accorto, come scrive nelle Confessioni, che quella Verità, quel Dio che cercava con le sue forze era più intimo a sé di se stesso, gli era stato sempre accanto, non lo aveva mai abbandonato, era in attesa di poter entrare in modo definitivo nella sua vita (cfr III, 6, 11; X, 27, 38). Come dicevo a commento del recente film sulla sua vita, sant’Agostino ha capito, nella sua inquieta ricerca, che non è lui ad aver trovato la Verità, ma la Verità stessa, che è Dio, lo ha rincorso e lo ha trovato (cfr L’Osservatore Romano, giovedì 4 settembre 2009, p. 8). Romano Guardini commentando un brano del capitolo terzo delle Confessioni afferma: sant’Agostino comprese che Dio è “gloria che ci getta in ginocchio, bevanda che estingue la sete, tesoro che rende felici, […egli ebbe] la pacificante certezza di chi finalmente ha capito, ma anche la beatitudine dell’amore che sa: Questo è tutto e mi basta” (Pensatori religiosi, Brescia 2001, p. 177).

Cari fratelli e sorelle, vorrei dire a tutti, anche a chi è in un momento di difficoltà nel suo cammino di fede, a chi partecipa poco alla vita della Chiesa o a chi vive “come se Dio non esistesse”, di non avere paura della Verità, di non interrompere mai il cammino verso di essa, di non cessare mai di ricercare la verità profonda su se stessi e sulle cose con l’occhio interiore del cuore. Dio non mancherà di donare Luce per far vedere e Calore per far sentire al cuore che ci ama e che desidera essere amato”.

Benedetto XVI, Udienza generale, 25 agosto 2010

giovedì 26 agosto 2010 06:16

Un santo per amico

Il mio amico Agostino. La catechesi di ieri di Benedetto XVI potrebbe intitolarsi così. Come un uomo può parlare di un amico grande, che incontra da ragazzo e gli resta per sempre accanto, così il Papa ha parlato di Agostino. ...

giovedì 26 agosto 2010 05:59

L'allegria dei santi: non sorriso taroccato

La quarta parola dopo Ossessione, Agio, Volontario, è: Allegria. Il mondo è pieno di allegria stupida. Di quella schiumetta di risa e chiacchiericcio che si rinfresca il cuore un poco e poi lo lascia come prima, se non più ...

giovedì 26 agosto 2010 05:52

Oltre la logica delle sbarre ripensiamo senso e peso delle pene

Chi può negare che da anni esista in Italia una tragica emergenza carceraria? Le cifre parlano da sole: se nel 1975 i detenuti erano 30mila, nel 2008 avevano raggiunto i 57mila, nel 2009 si è toccata la quota di 60mila e, ...

giovedì 26 agosto 2010 05:27

Per quei rubinetti a secco meno slogan e amministratori migliori

Dall’inizio dell’estate gli oltre 30mila abitanti di Vibo Valentia, capoluogo calabrese, combattono con l’acqua... che non c’è. Dopo aver subito – anche a causa dell’incuria e della malamministrazione (il processo è imminente) ...

giovedì 26 agosto 2010 05:12

L'ora delle priorità e della responsabilità

L'incontro tra Silvio Berlusconi e Umberto Bossi ha prodotto la decisione di andare avanti con il governo, per verificare se, pur nelle angustie determinate dalle rotture all’interno del Popolo della libertà, sia possibile ...

mercoledì 25 agosto 2010

“Attacco a Ratzinger” su Repubblica


Troppi attacchi al Papa. Così a Benedetto XVI manca uno spin doctor

di Marco Ansaldo

Quando il Papa è in viaggio all’estero, c’è un momento molto importante della giornata, addirittura centrale da un punto di vista mediatico. Si svolge immancabilmente all’ alba, quando nella stanza d’ albergo dove alloggia l’ assistente del direttore della Sala stampa vaticana, il burbero ed efficentissimo Victor van Brantegem, avviene la distribuzione dei testi che il Santo Padre leggerà quel giorno.

Così fu anche la mattina del 12 settembre 2006, a Ratisbona, primo viaggio di Joseph Ratzinger nella sua Baviera come Benedetto XVI. Ma quella volta accadde qualcosa. Una volta pronunciata la sua lezione all’ università, le agenzie di stampa rilanciarono il discorso puntando soprattutto su una citazione di Manuele II Paleologo, dalla quale poteva evincersi il messaggio che per il Papa cattolico l’ Islam è una religione violenta, votata alla guerra santa. Una frase che estrapolata dal suo contesto ampio e articolato, 12 pagine fitte, scosse profondamente il mondo islamico che reagì indignato alla vigilia del viaggio seguente di Benedetto nella Turchia di fede musulmana. Eppure, otto ore prima che il testo venisse pronunciato, gli stessi giornalisti leggendolo mentre facevano colazione capirono che quella sola frase poteva dare adito a pericolosi fraintendimenti e risultare potenzialmente esplosiva. Segnalarono subito la cosa all’ ufficio stampa papale, insistendo, ma nulla venne cambiato.E puntualmente una bufera internazionale si abbatté violenta e durissima sul Vaticano, con tanto di richieste di scuse al Pontefice da parte di alti esponenti religiosi islamici, sopite infine dalla geniale intuizione della preghiera comune del Papa di Roma con il Mufti di Istanbul nella Moschea Blu. Ma com’ è possibile che a Ratisbona nessuno dello staff papale avesse avuto la prontezza di avvisare Benedetto dei rischi? Un libro illuminante in proposito affronta non solo l’ interessante ricostruzione di quell’ incidente, ma tutta una serie di infortuni clamorosi e crisi mediatiche in cui il Vaticano si è trovato impigliato, soprattutto in quest’ ultimo anno difficile per il Papa tedesco.
Lo hanno scritto due fra i più preparati vaticanisti italiani, Paolo Rodari e Andrea Tornielli ( Attacco a Ratzinger, editore Piemme). Ratisbona infatti fu solo il primo caso, a cui ne seguirono molti.

Quello della nomina del vescovo polacco Wielgus, in odore di spionaggio; della scomunica revocata al prelato negazionista Williamson; delle parole in Africa sui preservativi destinati ad aumentare il problema dell’ Aids; della difficile gestione dello scandalo sulla pedofilia nella Chiesa; fino all’ inedito scontro fra cardinali, con l’ attacco della rampante eminenza austriaca Schoenborn all’ ex segretario di Stato vaticano Sodano. Tutti questi infortuni destinati a intaccare gravemente l’ immagine dell’ istituzione cattolica e di chi la guida, sostengono i due autori, potrebbero invece essere sapientemente depotenziati da parte della Santa Sede. Basterebbe un accurato controllo preventivo e la possibilità successiva di applicarlo, come l’ incidente di Ratisbona ha dimostrato e pure i casi seguenti, che Rodari e Tornielli analizzano uno per uno nelle loro complesse sfaccettature e nei brutali effetti successivi.

La loro deflagrazione rivela piuttosto che la Gerarchia difetta – anche se ciò può sembrare strano – di una vera strategia comunicativa. Manca una regìa complessiva. E ci si limita, dopo, a tamponare le falle, a spegnere gli incendi, a disinnescare bombe già esplose.

Le mansioni affidate all’ attuale direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi, uomo di grandissima preparazione e abnegazione, e la sua stessa confidenza e accessibilità al Papa appaiono diverse da quelle del suo predecessore, Joaquim Navarro Valls, che con Karol Wojtyla aveva non solo un rapporto di consigliere, ma agiva come un vero e proprio spin doctor. Una questione a cui la Santa Sede dovrà prestare molta attenzione. Perché come ha efficacemente spiegato ai due vaticanisti un autorevole porporato interno ai sacri palazzi, gli attacchi a Ratzinger si sono moltiplicati. «Attacchi di ogni tipo. Una volta si dice che il Papa si è espresso male, un’ altra volta si parla di errore di comunicazione, un’ altra ancora di un problema di coordinamento tra gli uffici curiali, un’ altra di inadeguatezza di certi collaboratori. Vuole sapere la mia impressione? Non c’ è una squadra che lo sostiene adeguatamente, che previene l’ accadere di certi problemi, che riflette su come rispondere in modo efficace. Che cerca di far passare, di espandere l’ autentico suo messaggio, spesso distorto. Così la domanda più frequente è diventata questa: a quando la prossima crisi?».

Pubblicato su Repubblica lunedì 23 agosto 2010

mercoledì 25 agosto 2010 07:32

Arriva in libreria ATTACCO A RATZINGER

Attacco a Ratzinger. Accuse e scandali, profezie e complotti contro Benedetto XVI (Edizioni Piemme, pp. 322 – euro 18) è il mio nuovo libro, in vendita nelle librerie italiane da oggi. È una lunga inchiesta che racconta dietro le quinte alcuni momenti dei primi cinque anni di pontificato di Papa Ratzinger. L’ho scritta assieme a Paolo Rodari, vaticanista del Foglio. Più di 300 pagine di documenti e testimonianze inedite che svelano i retroscena delle crisi  e degli attacchi mediatici che hanno caratterizzato il papato di Benedetto XVI. Il libro è nato sull’onda degli ultimi scandali che hanno coinvolto esponenti del clero. Il Papa è stato messo sul banco degli imputati così come è accaduto altre (troppe) volte negli ultimi cinque anni: le critiche e le polemiche suscitate dal discorso di Regensburg; il caso clamoroso delle dimissioni del neo-arcivescovo di Varsavia Wielgus a causa di una sua vecchia collaborazione con i servizi segreti del regime comunista polacco; le polemiche per la pubblicazione del Motu proprio Summorum Pontificum; il caso della revoca della scomunica ai vescovi lefebvriani, che ha coinciso con la trasmissione in video dell’intervista negazionista sulle camere a gas rilasciata a una Tv svedese da uno di loro; la crisi diplomatica per le parole papali sul preservativo durante il primo giorno del viaggio in Africa; il dilagare dello scandalo degli abusi sui minori, che non accenna ancora a placarsi. Di bufera in bufera, di polemica in polemica, l’effetto è stato quello di “anestetizzare” il messaggio di Benedetto XVI, schiacciandolo sul cliché del Papa retrogrado, depotenziandone la portata. Sul Giornale di oggi viene anticipata quasi integralmente la prefazione. Si può acquistare anche online. Vi segnalo anche questa accurata recensione di Massimo Introvigne e il link per ascoltare la puntata di “Cronache Cattoliche”, la rubrica che tengo mensilmente su Radio Maria, dedicata allo stesso argomento. Aggiungo anche la puntuale recensione del vaticanista americano John Allen.

mercoledì 25 agosto 2010 07:13

Quel giudizio “tendenzioso” di Famiglia Cristiana

Cari amici, più di qualcuno in questi giorni, nei commenti, mi ha sollecitato ad esprimermi sulle polemiche sollevate da Famiglia Cristiana. Anche lo storico settimanale dei Paolini, in crisi di copie come gran parte della stampa, ha bisogno di visibilità. Credo siano da spiegare così certi editoriali di fuoco rilanciati dalle agenzie. In quello di ieri, Beppe Del Colle ha scritto che Berlusconi ha diviso il mondo cattolico come mai era avvenuto prima. Credo si tratti di un giudizio (meglio, di una boutade) difficilmente condivisibile anche da parte di molti anti-berlusconiani in servizio permanente effettivo. Proprio su questo, sul Giornale di oggi, ho intervistato l’arcivescovo Rino Fisichella.

mercoledì 25 agosto 2010 05:50

Israele, lingue «sorelle» per capirsi di più

«Tante parole nuove dovranno essere inventate, e quando l’ebraico non basterà, la lingua araba, sorella della nostra, ci fornirà i suoi suggerimenti». L’auspicio di Eliezer Ben-Yehuda, l’ebreo russo che, arrivato in Palestina ...

mercoledì 25 agosto 2010 05:12

Tremila volontari danno il proprio tempo per amore

La terza parola del cuore dopo Ossessione e Agio, è Volontà. Al Meeting ci sono oltre tremila volontari e tutti sono però contro il volontarismo. Strano? Il volontarismo è il contrario della volontà. Un tempo si usava più ...

mercoledì 25 agosto 2010 05:03

Non è più solo somala la guerra shabaab

Un attacco preciso, devastante e simbolico a un’istituzione che, per un complesso di cose, è puramente formale: il Parlamento somalo. Una strage – quella consumata ieri a Mogadiscio, con decine di vittime tra cui sei deputati ...

mercoledì 25 agosto 2010 04:50

Come figli che ci sapremo restituire

«Stiamo tutti bene nel rifugio. I 33». Quando il biglietto attaccato alla sonda è arrivato in superficie, in Cile la gente è scesa per le strade a festeggiare. Come per una vittoria in Coppa del mondo. Ma una vittoria molto ...

mercoledì 25 agosto 2010 04:00

Quando il tribunale del mondo condanna la Chiesa per eresia

Ci sono verità che la cultura dominante giudica sovversive: su vita, famiglia, sessualità. L'arcivescovo americano Chaput spiega perché. E chiama i cristiani a una grande battaglia di resistenza. "Solo la verità può far l'uomo libero"

martedì 24 agosto 2010

“Attacco a Ratzinger”, il mio primo libro


“Attacco a Ratzinger. Accuse e scandali, profezie e complotti contro Benedetto XVI” (Edizioni Piemme, pp. 322 – euro 18) è il mio primo libro. Lo trovi in queste ore in tutte le librerie d’Italia.

E’ una lunga inchiesta scritta dietro le quinte dei primi cinque anni di pontificato di Papa Ratzinger assieme ad Andrea Tornielli, vaticanista del Giornale.

Più di 300 pagine di documenti e testimonianze inedite che svelano i retroscena delle crisi che hanno caratterizzato il papato di Benedetto XVI.

Il libro è nato sull’onda degli ultimi scandali legati ai peccati carnali del clero. Il Papa è stato messo sul banco degli imputati così come è accaduto altre (troppe) volte negli ultimi cinque anni: le critiche e le polemiche suscitate dal discorso di Regensburg; il caso clamoroso delle dimissioni del neo-arcivescovo di Varsavia Wielgus a causa di una sua vecchia collaborazione con i servizi segreti del regime comunista polacco; le polemiche per la pubblicazione del Motu proprio Summorum Pontificum; il caso della revoca della scomunica ai vescovi lefebvriani, che ha coinciso con la trasmissione in video dell’intervista negazionista sulle camere a gas rilasciata a una Tv svedese da uno di loro; la crisi diplomatica per le parole papali sul preservativo durante il primo giorno del viaggio in Africa; il dilagare dello scandalo degli abusi sui minori, che non accenna ancora a placarsi e rischia di stendere un’ombra sugli ultimi anni del pontificato wojtyliano.

Di bufera in bufera, di polemica in polemica, l’effetto è stato quello di “anestetizzare” il messaggio di Benedetto XVI, schiacciandolo sul cliché del Papa retrogrado, depotenziandone la portata.

E soprattutto dimenticando slanci e aperture dimostrati da Ratzinger in questi primi cinque anni di pontificato su grandi temi.

Così ecco il libro. Un’inchiesta vera dalla quale si evince che quanto ci disse un eminente porporato mentre scrivevamo il libro è la realtà: “L’unica vera cosa che non si perdona a Ratzinger è stata quella di essere stato eletto Papa”.

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Pubblicato su palazzoapostolico.it mercoledì 25 agosto 2010

martedì 24 agosto 2010 21:43

La non-opposizione

Nel centrodestra si fa battaglia e tattica sui "5 punti" di Berlusconi.

L'opposizione è per lo più taciturna, a parte le rituali dichiarazioni sui guai della maggioranza. Se svolgesse seriamente il proprio ruolo, non dovrebbe presentare una sua contro-lista? Non dovrebbe indicare quelle che ritiene le vere priorità per il Paese, indicando per ognuna una proposta che realizzerebbe se fosse al governo? E non dovrebbe su queste proposte, incalzare il centrodestra per dimostrarsi adeguata a governare al suo posto?

Walter Veltroni ha inviato al Corriere una lettera indirizzata agli italiani. La sua analisi e le sue posizioni sono in larga parte condivisibili. Però, non propone un vero modello alternativo di Italia a partire da alcune cose, poche e chiare, che andrebbero fatte subito.

Chiedo agli amici e alle amiche che leggono: quali, secondo voi, le cinque cose da fare subito per ridare speranza all'Italia?

martedì 24 agosto 2010 09:27

Rosmini e le armi contro l’omologazione

bagnasco-al-forum.jpgÈ il titolo dell’intervista al card. Angelo Bagnasco, presidente della CEI, apparsa il 21 agosto scorso sulle colonne dell’Osservatore Romano, a cura di Roberto Cutaia. Nel rispondere alle domande del giornalista, il cardinale parla anche del progetto culturale, richiamando la centralità della questione antropologica in esso e nel panorama odierno. Ecco il testo integrale dell’intervista.

Abbiamo incontrato a Stresa l’arcivescovo metropolita di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana, cardinale Angelo Bagnasco, in occasione del 155esimo anniversario del dies natalis del beato Antonio Rosmini.

È la prima volta che viene qui?

Sono già stato nel Verbano Cusio Ossola altre volte:  in particolare, quando ero sacerdote, insieme con dei confratelli usavo trascorrere qualche giornata di ferie in Formazza.

Il suo primo approccio con Rosmini e i rosminiani?

Ai tempi dell’università. Sono laureato in filosofia, ho studiato a Genova e ho avuto l’occasione di conoscere l’opera di Rosmini del cui pensiero, tra l’altro, mi ero appassionato.

La causa della perdita di senso dell’educazione in generale potrebbe essere, a suo avviso, il venir meno l’esperienza metafisica?

Certamente, se per metafisica intendiamo il fondamento delle cose e quindi anche della persona. Se non c’è fondamento non ci può neppure essere educazione. L’educazione è la formazione graduale della persona, ma bisogna sapere chi è la persona nella sua sostanza, nel suo fondamento, per poter educare la persona stessa.

Quindici anni fa, in occasione del congresso ecclesiale di Palermo, si diede vita al progetto culturale della Chiesa italiana. Un pensatore come Rosmini, oggi, potrebbe collocarsi all’interno di questo progetto?

Rosmini ha voluto creare un sistema filosofico completo sul filo di san Tommaso, quindi sul filo della tradizione della Chiesa, in dialogo con il mondo moderno, che privilegia l’aspetto della soggettività. Rosmini ha cercato, con grande frutto, di far incontrare l’antica tradizione perenne e mai superata di Tommaso con il pensiero di Agostino, con l’importanza del soggetto che conosce la realtà stessa.

Come collocare il pensiero rosminiano all’interno della storia della Chiesa?

Rappresenta uno snodo importantissimo del progetto culturale della Chiesa italiana, che ha come centro l’uomo in tutte le sue dimensioni. Il progetto culturale si identifica con la questione antropologica che sta alla base di tutti i campi del sapere e del sociale della vita privata e della vita pubblica: l’etica, la politica, la finanza, l’economia, la famiglia e altri ambiti. Il nodo di fondo, dal punto di vista teoretico razionale, sta proprio nell’aspetto metafisico, nel fondamento della persona.

A proposito di unità della persona, il progetto politico di federalismo di Rosmini è attuale?

La molteplicità, in tutti i campi, è una ricchezza se costruisce l’unità; se invece disgrega e allontana, allora non diventa più un valore ma un disvalore. Si vorrebbe, a tutti i livelli e in tutti gli ambiti, che le specificità delle persone, come delle culture e delle regioni, diventino una ricchezza per il bene dell’insieme, un bene che deve essere reale per tutti.

Anche i cattolici, oggi, sono chiamati a fare i conti con la crisi di valori?

Ce lo ricorda anche il Papa, il quale ci richiama a una maggiore attenzione, perché certe forme culturali dominanti che si respirano attraverso i mezzi di comunicazione, attraverso modelli di comportamento, toccano e possono toccare tutti:  credenti e non credenti, cattolici e non cattolici; nessuno è esente da questo clima di possibile contaminazione che potrebbe impoverire strada facendo la fede, ma soprattutto il comportamento degli stessi cristiani. Perché non dobbiamo essere del mondo, dice Gesù, ma siamo nel mondo, essere nel mondo vuol dire essere esposti a tutte le pressioni o tensioni e sollecitazioni che conosciamo.

L’arma per far crescere se stessi e non lasciarsi omologare dalla mentalità dominante resta ancora oggi la preghiera.

La preghiera è il contatto con Dio, e Dio è la Verità; certamente bisogna dedicare tempo alla preghiera, ognuno secondo la propria vocazione, e accostare quei mezzi che la liturgia, e innanzitutto il Signore, ci hanno messo a disposizione:  il Vangelo, il libro dei Salmi e tutte le altre pratiche di pietà che vengono scelte. Sono modalità, queste, che ci aiutano a incontrare la verità di Dio e dell’uomo.

Oggi parlare di affidamento alla volontà di Dio sembra obsoleto. Forse manca l’esperienza dell’amore di Dio?

Se noi credessimo veramente, totalmente, che Dio ci ama, è chiaro che vivremmo la storia personale e universale con una prospettiva e con un atteggiamento a volte più responsabile, più positivo. Bisogna credere veramente che Dio ci ami:  ciò ha il potere di cambiare la vita.

martedì 24 agosto 2010 07:43

Scandalo pedofilia, Scicluna e il Papa

Quanti hanno lavorato con il cardinale Joseph Ratzinger alla Congregazione per la dottrina della fede sui casi di abusi sessuale, ne hanno ammirato «il coraggio e la determinazione». Lo ha detto il procuratore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede, il prelato maltese Charles Scicluna, in un’intervista rilasciata al vaticanista Greg Burke per il canale televisivo americano Fox News. Scicluna ha raccontato dell’impegno del futuro Papa nel contrastare gli abusi sessuali. Il promotore di giustizia ha poi offerto un’interessante chiave di lettura su quanto è accaduto e sta accadendo: «la gente definisce quanto sta avvenendo come una crisi, si tratta certamente di una crisi per la Chiesa, ma è anche un’opportunità. È l’occasione per guardare in faccia il “peccato” e fare qualcosa al riguardo. È un’opportunità per la Chiesa di mostrarsi a sua volta determinata nella lotta contro il peccato e contro la criminalità». Scicluna ha quindi spiegato poi che il problemi degli abusi sessuali contro i minori non riguarda soltanto la Chiesa, ma la Chiesa ha una responsabilità particolare: «Perché noi vogliamo comunicare un messaggio limpido, che dovrebbe essere una luce per il mondo. Di questo si lamentano a volte i titoli dei giornali, ma quei titoli rispecchiano il fatto che il mondo prende molto sul serio ciò che diciamo ed è scandalizzato quando ciò che facciamo non corrisponde a quello che diciamo». Mi sembra un giudizio importante, che ci aiuta a capire lo sguardo del Papa sulla vicenda.

martedì 24 agosto 2010 05:42

Aborto in busta paga

Torna alla ribalta Marie Stopes International, l’organizzazione abortista britannica che si ispira alla celebre razzista ammiratrice del Führer. Dopo la controversa pubblicità televisiva pro aborto, e lo scandaloso appoggio ...

martedì 24 agosto 2010 05:27

La vera anima dell'India chiede il rispetto di tutte le fedi

A due anni di distanza dai pogrom anti-cristiani dell’estate 2008, la gente dell’Orissa attende ancora giustizia. E con lei l’attendono i cristiani di tutto il Paese.
In queste ore i sopravvissuti ai massacri, ...

martedì 24 agosto 2010 05:18

Un popolo di credenti liberi e senza calcoli

La seconda parola del cuore dopo Ossessione (domenica scorsa, 22 agosto) è Agio. L’altro giorno un autorevole quotidiano metteva su un editoriale in prima pagina con scritto che i cattolici – tra cui quelli che dan vita al ...

martedì 24 agosto 2010 04:58

Accoglienza e legalità, perché la persona viene prima

«Tutti gli uomini sono chiamati alla salvezza. È un invito a saper accogliere le legittime diversità umane, al seguito di Gesù venuto a riunire gli uomini di tutte le nazioni e di tutte le lingue. Cari genitori, possiate ...

martedì 24 agosto 2010 04:53

L'errore di Melfi le occasioni da cogliere

La Fiat, dunque, ha scelto di mantenere la linea dura: i tre operai dello stabilimento di Melfi – prima licenziati e poi reintegrati dal giudice – ieri sono potuti sì entrare in fabbrica, ma non riprendere la normale attività ...

lunedì 23 agosto 2010

Immigrazione: il Vangelo dei sondaggi

Dopo le frasi pronunciate domenica da Benedetto XVI sull'accoglienza delle legittime diversità e sulla fraternità universale (v. il post I rom e il profeta Isaia), sono cominciate le interpretazioni e dei distinguo.

Sul Corriere di oggi, Angelo Panebianco scrive:

E’ un noto effetto distorcente dei meccanismi della rappresentanza il fatto che, spesso, i vertici di organizzazioni e istituzioni siano più condizionati e influenzati dall'attivismo delle minoranze militanti e organizzate che dagli orientamenti prevalenti nelle maggioranze disorganizzate.

Qualcosa del genere sembra capitare, sui temi dell'immigrazione, anche alla Chiesa cattolica. Se il Papa non può non invocare (come ha fatto proprio ieri Benedetto XVI) il principio della fraternità fra gli uomini e il dovere di accoglienza nei confronti delle diversità, i problemi sorgono quando gli uomini di Chiesa intervengono nel merito, e nei dettagli, delle politiche dei singoli governi in materia di immigrazione. A giudicare dalle prese di posizione di una parte almeno dei vertici della Chiesa sembra che, spesso, essi siano più influenzati dall'attivismo delle minoranze cattoliche impegnate nel volontariato pro immigrati che dalle opinioni, se non prevalenti, certo fortemente rappresentate (secondo i sondaggi) fra i fedeli che frequentano le funzioni domenicali.

 Se i principi non si traducono in prese di posizione su fatti concreti, che valore hanno, al di là della pura astrazione? Certo, non dovrebbero essere tanto i pastori (termine che preferisco a "vertici") a pronunciarsi su questo piano, quanto piuttosto soggetti laici autorevoli e dotati di una loro autonomia nel trattare le "cose del mondo". Certo che è difficile, se questi soggetti nelle ultime stagioni sono via via venuti meno...

E poi, soprattutto, ma la Chiesa cattolica cosa dovrebbe seguire? Il Vangelo? O dovrebbero essere i sondaggi di opinione il suo Vangelo? Se non si ascolta una Parola di Dio che smisurata rispetto ai ragionamenti umani, allora la fede si riduce a buon senso, a specchio delle opinioni di volta in volta dominanti. Sarebbe solo invenzione umana.

Ma su questo tema, anche un cattolico "integrale", come il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni dà delle risposte che a me sembrano da equilibrista.

Presidente Formigoni, il Papa ha lanciato un appello e lo ha fatto in francese, un riferimento indiretto alle espulsioni dei rom decise dal governo Sarkozy. È d'accordo con questa difesa dell'immigrazione?

 «L'appello del Papa è quello alla dimensione cristiana dell'accoglienza, che vale per tutti. È una parte dell'insegnamento universale della Chiesa da sempre, ma ha una sua valenza attuale in un mondo in cui avvengono tragedie immani come quelle del Pakistan. Certo, la fraternità non è facile. Nella realtà quotidiana, i governi devono fare i conti con problemi concreti che possono creare situazioni in cui questo insegnamento non riesce a essere realizzato con pienezza».

Come in Francia. Che cosa pensa della stretta contro i nomadi?

«È uno di quei casi in cui la strada evangelica, che rappresenta la via ideale da seguire, si scontra con situazioni concrete molto difficili. Ma non credo che ci sia contraddizione con il fatto che gli Stati si pongano dei limiti. L'accoglienza vale per tutti, ma è giusto che i governi formulino leggi e che l'Unione europea indichi delle quantità di persone. Non può essere possibile un'accoglienza senza limiti o verso quanti non rispettano le leggi, gli usi e i costumi del Paese che li ospita».

Pongo altre domande. Questo discorso vuol dire allora che, ripensando ad altre situazioni, quando si tratta di "valori non negoziabili" un politico cattolico deve essere inflessibile nell'applicare le richieste delle gerarchie? Invece, quando si tratta di Vangelo, la parola del Signore deve lasciare il passo alla politica? A me sembra questo il senso delle parole di Formigoni. Di fatto dice: il Vangelo non si può applicare!

Io credo che un cattolico in politica debba tendere verso il "di più", non verso il "di meno", nella direzione del Vangelo. Misure come quelle francesi e quelle invocate da Maroni, a me sembra che vadano a colpire (l'ho già scritto) intere categorie di persone che per la loro stessa appartenenza sono considerate indesiderabili. E questo lo trovo totalmente antievangelico. Ma forse questo, in una maggioranza e soprattutto in una regione dove la Lega è un alleato che allo stesso tempo è anche un competitor che può sottrarre voti e influenza al partito e alle cordate di interessi economici a cui Formigoni è legato, lui non lo può dire...

lunedì 23 agosto 2010 10:34

Agostino, un santo a fumetti

Dopo cinema e tv la vita di Agostino d' Ippona arriva anche ai fumetti. Anzi alla grafica, quella in bianco e nero, e sbarca su internet.
Una graphic novel sulla vita di Sant'Agostino, il santo di Ippona, non è certamente frequente.
Il fascino del santo che ha coinvolto intere generazioni di giovani e che ha catturato per secoli gli studiosi, diventa ancora più attuale. Un giovane di Tolentino, Fabrizio Cotogno, dopo un'appassionante lettura delle Confessioni si è sentito ispirato a narrare, attraverso l'arte del fumetto, l'eccezionale storia del filosofo, teologo e padre della chiesa, Agostino, uomo dominato dal desiderio di conoscere, di intraprendere lo spossante cammino della ricerca e della verità.
Di Agostino colpisce, come avviene per tutti i grandi della storia, la sua impressionante attualità. L'avere approfondito nella sua ricerca l'uomo e le strutture fondamentali del suo pensare lo rende contemporaneo a ogni età perché esperto dell'uomo in quanto tale. E l'uomo di oggi, specie se giovane, chiede di avere, attraverso la conoscenza di Agostino, gli strumenti per leggere e interpretare il suo presente carpendone i segreti per sapersi porgere di fronte alla vita e al mondo.

Fabrizio ha iniziato così a costruire lentamente questa originale graphic novel. Senza affanno può permettersi pause, meditazioni, revisioni e anche soppressioni.
Per vedere il risultato basta vedere il sito http://xoomer.virgilio.it/sant_agostino/graphic-novel.htm
Il tutto con la guida e il consiglio di Padre Marziano Rondina che racconta così questa avventura:
"Fabrizio si confronta, si documenta e si diverte. Si ripetono anche se a rare scadenze i nostri incontri di ricerca, di confronto e di riflessione. Finalmente raggiunge il livello giusto dell'ispirazione e riempie trentanove fogli del suo album da disegno, narrando a fumetti quella storia che colpisce per qualcosa che tocca la vita di ogni giovane in cammino o alla ricerca.
Tutte le scene sono ideate e tradotte in un efficace ed attraente bianco-nero che scorre fluido, piacevole e coinvolgente. Vengono narrati gli episodi e descritti i tratti della personalità così autenticamente umani che ci fanno capire che sant'Agostino è prima di tutto un uomo, un uomo nel quale ciascuno di noi si può identificare, un uomo che risulta attuale e contemporaneo all'uomo di tutti i tempi. Tutto raccontato in un modo immediato ed espressivo che ne permetterà l'apprezzamento da parte di tutti i lettori.
Alla fine ecco dunque Agostino l'uomo, cioè il giovane vero nella ricerca della verità, negli errori, negli entusiasmi, nelle scelte drammatiche e in quel continuo provare, andare avanti, provocare la vita...
Non importa se diventerà un filosofo, un vescovo o un santo, è il fascino della sua verità e autenticità di uomo, che lo rende eccezionalmente interprete delle vicende più intime e più vere di ogni essere umano.
Un uomo che pensa, che ragiona, che vuol essere protagonista della sua difficile ma autentica avventura. L'amore della madre, l'orgoglio e la compiacenza del padre, la scuola subita, gli amici sempre presenti con la loro ammirazione e complicità, la passione per la filosofia, la delusione di un'esperienza biblica ancora prematura, il fascino del teatro, della letteratura tragica, l'ambizione del poeta premiato e del retore ammirato, gli amori giovanili, i trionfi accademici, la voglia di conoscere esperienze culturali, il sogno dell'oltremare, i drammi interiori, la carriera giunta al massimo livello...
Un uomo che abbandona il proprio narcisismo, il proprio egoismo, le proprie ambizioni, i successi mondani per giungere finalmente all'equilibrio ritrovato, alla pace esperimentata e alla libertà espressa nella pienezza del vivere."

 

 

lunedì 23 agosto 2010 06:49

Viaggio nel desiderio che muove ogni uomo

«Quella natura che ci spinge a desiderare cose grandi è il cuore»: così recita il titolo della XXXI edizione del Meeting di Rimini che si apre oggi. Sono parole che invitano a riflettere sulla natura umana, sulla nostra radice ...

lunedì 23 agosto 2010 06:22

Sulla domanda di salute l'ombra del determinismo biologico

Comprare un kit per l’analisi del patrimonio genetico di una persona si accinge a diventare alla portata di tutti. Le aziende farmaceutiche hanno fiutato l’affare, tanto che presto potremmo avere test semplici da usare e ...

lunedì 23 agosto 2010 06:03

Pietro e Maddalena

La collaborazione fra donne e uomini nel Nuovo Testamento

di Lucetta Scaraffia

Se sono state le studiose le prime a guardare con attenzione al ruolo delle donne nei testi sacri del cristianesimo, oggi questo filone di studi — per fortuna — è entrato anche nell’interesse degli studiosi, talvolta con risultati sorprendenti. Un esempio felice di questa nuova positiva realtà è un piccolo libro del teologo e biblista Damiano Marzotto (Pietro e Maddalena. Il vangelo corre a due voci, Milano, Ancora, 2010), dedicato alla collaborazione fra donne e uomini nel Nuovo Testamento. Il volume contiene tre saggi: sul celibato di Gesù e la verginità di sua madre, sul ruolo di Maria e delle altre donne che Gesù incontra nei vangeli, e per finire sulle figure femminili presenti negli Atti degli apostoli, indagate con grande finezza e originalità.

L’autore infatti è ben consapevole dell’originalità e della importanza del ruolo femminile di cooperazione al processo di evangelizzazione, e ne sottolinea il peso centrale in svariati episodi, in particolare nel mistero della morte e resurrezione di Cristo. La continuazione della missione salvifica degli apostoli e la non interruzione del rapporto con il maestro durante il dramma della crocefissione e della sepoltura sono state possibili infatti grazie alla continua presenza delle donne al suo fianco, «perché le donne hanno avuto la forza e il coraggio di seguire Gesù fino alla morte in croce, non staccandosi da Lui neppure dopo la sua sepoltura». Quindi, anche se agli apostoli è affidata la missione di evangelizzare il mondo, essi hanno bisogno della fedeltà delle donne che attraversa la notte per non perdersi.

Nei testi canonici, per tutti e quattro gli evangelisti le figure femminili sono determinanti proprio perché «la fecondità di Cristo non si realizza senza una stretta associazione di alcune donne al ministero della redenzione, della rigenerazione dell’umanità». Di conseguenza, il celibato di Gesù non è visto come una rinuncia, ma come la proposta di una forma più profonda di rapporto con le donne, che ne valorizza la differenza.

Se nessuno dubita quanto sia fondamentale il ruolo della madre Maria, che con la sua richiesta a Cana provoca il primo raduno di credenti intorno a Cristo, altrettanto importante è stato quello della Samaritana «nell’avvicinare al Salvatore del mondo le primizie della mietitura escatologica, i suoi concittadini che hanno creduto in lui attraverso la sua parola»; ed essa «d’altra parte ha anticipato questo movimento di fede andando per prima ad attingere alla fonte, che zampilla per la vita eterna».

Altre due donne, Marta e Maria, hanno il compito di accelerare il compimento degli eventi della salvezza, e anch’esse precedono nella fede gli abitanti di Betania perché si mettono per prime in cammino verso Gesù, riconoscendolo. C’è quindi un ruolo «di provocazione e insieme di anticipazione da parte della donna» che rivela «una compartecipazione originale» fra Gesù e le figure femminili dei vangeli, indicando così la possibilità di una relazione significativa fra uomo e donna al di là della relazione sponsale.

Particolarmente innovativa è la lettura proposta delle figure femminili negli Atti degli apostoli, dove lo studioso individua nelle donne che offrono ristoro e accoglienza ai principali protagonisti del libro di Luca appena usciti dalla prigionia — a Pietro prima e a Paolo poi — un modello di accoglienza, e insieme una spinta alla nuova partenza per la missione. La presenza delle donne, quindi, sembra favorire «l’apertura universalistica» di cui esse sembrano capaci di cogliere in anticipo il dispiegarsi, e la loro funzione di accoglienza e ospitalità offre le condizioni ideali per il dispiegarsi della grazia, come dimostrano tante conversioni.

Se una studiosa attenta come Marinella Perroni ha giudicato meno significative le figure femminili presenti negli Atti degli apostoli, il biblista ne rivela invece l’importanza e la ricchezza simbolica, offrendo quindi un nuovo rilevante contributo alla discussione sul ruolo delle donne nella vita della Chiesa. Non è poi senza significato il fatto che monsignor Marzotto Caotorta, attuale sottosegretario della Congregazione per la dottrina della fede, abbia colto questi aspetti. A differenza infatti della teologa italiana, interessata soprattutto a rintracciare ruoli ministeriali precisi nelle figure femminili presenti nel Nuovo Testamento, lo studioso si è dimostrato più libero nella ricerca. A conferma del fatto che non sempre il cosiddetto punto di vista di genere è garanzia di una comprensione più profonda.

lunedì 23 agosto 2010 06:01

Il futuro dell’Anno sacerdotale

Per testimoniare il Vangelo nel mondo

di Javier Echevarría*

L’Anno sacerdotale si è concluso lo scorso 16 giugno. Il periodo trascorso è così breve, che lo si può considerare ancora del tutto attuale. Più che giudicarne il valore conviene, dunque, guardare alle reazioni personali davanti a questo evento proposto dalla Chiesa. Cosa è accaduto? Quale impatto ha prodotto su di noi sacerdoti, convocati dal Romano Pontefice a percorrerlo aiutati dalla figura esemplare del nostro confratello, san Giovanni Maria Vianney?

Sono domande che esigono da ciascuno di noi una risposta personale nell’intimità della propria orazione, davanti a Dio. Non arriveremo a un livello così personale, poiché non può essere questo l’obiettivo di un articolo, ma ci incammineremo su una strada non meno esigente: ricordare gli obiettivi indicati da Benedetto XVI e poi, traendone le conseguenze, orientare la riflessione verso il futuro.

«Tale anno — scriveva il Papa nella lettera di indizione — vuole contribuire a promuovere l’impegno d’interiore rinnovamento di tutti i sacerdoti per una loro più forte ed incisiva testimonianza evangelica nel mondo di oggi». Citava anche una frase che il curato d’Ars era solito ripetere e che è stata recepita nel Catechismo della Chiesa cattolica: «Il sacerdozio è l’amore del cuore di Gesù». Per comprendere se stesso, il sacerdote non deve limitarsi a considerare il proprio lavoro pastorale, ma andare molto oltre, fino a giungere a Cristo, nella cui umanità riverbera tutta la vita trinitaria e nel quale la medesima vita trinitaria si apre agli uomini.

Da questa prospettiva si comprende la profondità di altre parole di san Giovanni Maria Vianney citate dal Romano Pontefice: il sacerdote «non si capirà bene che in cielo». Soltanto allora, nell’accorgersi del dono infinito e ineffabile del concedersi di Dio all’uomo, il sacerdote assaporerà pienamente la propria realtà. Dio non ha voluto soltanto comunicarsi agli uomini; ha preso la nostra stessa natura in Cristo Gesù; ha istituito la Chiesa e chiamato determinati uomini che, con il sacramento dell’ordine, egli trasforma in suoi ministri e strumenti. L’«audacia» di Dio — ha detto Benedetto XVI nell’omelia per la chiusura dell’Anno sacerdotale — che, «pur conoscendo le nostre debolezze, ritiene degli uomini capaci di agire e di essere presenti in vece sua», e ha fiducia in noi fino ad abbandonarsi nelle nostre mani, una tale audacia è «la cosa veramente grande che si nasconde nella parola “sacerdozio”».

Con omelie, lettere e allocuzioni pontificie, con ricorrenze, congressi e giornate di riflessione o preghiera, sono state ripetute in tutto il mondo queste grandi verità, esortando tutti e in particolare i sacerdoti a una nuova, profonda e gioiosa conversione. Infatti, non si può gustare un tale eccesso di amore divino, proprio del sacerdozio, senza sentirsi personalmente impegnati a essere, come diceva spesso san Josemaría Escrivá, «sacerdoti al cento per cento». Cosa comporta tale invito? Rispondere a questa domanda richiederebbe una lunga esposizione sulla teologia e la spiritualità del sacerdozio; tuttavia è utile almeno fermarsi su tre considerazioni fondamentali.

Occorre essere coscienti della dignità del sacerdozio, del valore e della ricchezza che tale condizione implica, affinché questa realtà impregni tutta intera la condotta e conferisca autenticità a ogni momento dell’esistenza, con la certezza che, nonostante la nostra piccolezza, Cristo vuole utilizzarci per comunicare al genere umano i frutti della sua opera redentrice.

Il presbitero deve identificarsi con Cristo, avere i suoi stessi sentimenti (cfr. Filippesi, 2, 5) e morire a se stesso affinché egli abiti in noi (cfr. Galati, 2, 20): sentirsi spinto a essere uomo di eucaristia, a vivere la santa messa con la fede che in ogni celebrazione si perpetua il sacrificio di Cristo, morto e risorto, il quale viene incontro alla sua Chiesa e al sacerdote, per attrarli a sé e condurli con lo Spirito fino all’intimità filiale con Dio Padre.

Questo comporta l’anelito di servire, cum gaudio in Cristo e per Cristo, il proprio gregge, la Chiesa e tutta l’umanità, in modo che nel suo essere, come in quello di Gesù, non trovi posto l’egoismo o l’indifferenza davanti alle necessità degli altri. Ciò implica dedicarsi con impegno, anche se costa, a quanto contribuisce al bene delle anime, con una carità effettiva, nella predicazione della Parola di Dio e nel sacramento della riconciliazione.

L’Anno sacerdotale ci ha situato, nel tempo e dal tempo, davanti all’eterno, davanti a un amore di Dio che non passa, non si interrompe, è sempre giovane e attivo; con la realtà — felice, sorprendente e profondamente vera — che questo amore, visibile in Cristo Gesù, si trasmette attraverso la Chiesa, a ogni cristiano e a ogni sacerdote. L’Anno sacerdotale è destinato, senza dubbio, a produrre molti e svariati frutti nella predicazione, nella catechesi, nella cura della liturgia, nei diversi campi della pastorale e fondamentalmente nel rinnovamento interiore di ogni sacerdote, e anche l’aumento dei seminaristi nelle diocesi. L’audacia di Dio, di cui ha parlato Benedetto XVI, ci convoca tutti «in attesa del nostro “sì”».

* Vescovo titolare di Cilibia, Prelato dell’Opus Dei

lunedì 23 agosto 2010 05:57

Alla ricerca del vero «nuovo» che non smette di dare di sé

«Mi manca qualcuno che mi ricordi in cosa credere, mi manca sentire qualcuno che creda nel bene ed è così triste non riuscire a credere nel bene a sedici anni». Così una lettrice del mio romanzo in una delle tante lettere ...

lunedì 23 agosto 2010 04:00

Alla Casa Bianca c'è uno strano profeta

Si chiama Barack Obama e la sua visione messianica somiglia a quella di Gioacchino da Fiore. In Vaticano ci hanno persino creduto. Ecco la storia di un falso che però ha un fondo di verità

domenica 22 agosto 2010

Questione di priorità

Save the children è un'organizzazione non governativa che opera in oltre 120 paesi del mondo per la difesa e la promozione dei diritti dei bambini. Nel suo rapporto annuale riporta il dato di 50.000 persone, vittime di tratta e sfruttamento, che hanno ricevuto assistenza in Italia tra il 2000 e il 2008. Mille sono bambini. A cui aggiungere tutti quelli che non hanno ricevuto nessuna assistenza.

Tratta e sfruttamento vuol dire prostituzione, coinvolgimento in attività illegali, lavoro nero, traffico di stupefacenti...

Mille bambini schiavi in Italia. Si dovrebbe fare di tutto per cancellare questa macchia, in Parlamento e fuori.

La notizia è stata un giorno in prima pagina. Con il rientro dalle vacanze sarà già sparita.

Che cosa c'è in testa all'agenda politica? I processi, le beghe tra partiti, le espulsioni dei rom... I bambini no. Questione di priorità. 

domenica 22 agosto 2010 15:19

I rom e il profeta Isaia

Sarkozy in Francia spinge per l'espulsione dei rom.

Il ministro dell'Interno Maroni lo elogia e annuncia di voler rincarare la dose. "Purtroppo - aggiunge - quelli che hanno cittadinanza italiana hanno diritto a restare, non si può fare nulla".

Quali sono le colpe di queste persone? In primo luogo sono rom, poi non godono di un reddito minimo, non hanno una dimora adeguata e sono a carico del nostro Stato sociale. Tradotto: i più deboli che appartengono a certe popolazioni non sono da aiutare, ma da bastonare. Sono persone di serie B.

O, detto in altre parole, è iniziata la campagna elettorale della Lega, già alla ricerca di qualche strega da mettere al rogo.

Intanto, il papa all'Angelus parla di accogliere le legittime diversità umane e di educare alla fraternità universale. E non avrebbe potuto dire altrimenti. Nella liturgia odierna (XXI domenica del tempo ordinario, anno C) ci sono testi inequivocabili. La famiglia di Dio è la famiglia umana, al di là dei confini etnici, nazionali o religiosi.

Nel capitolo 66 (vv. 18-21) di Isaia, il Signore convoca un raduno universale (verrò a radunare tutte le genti e tutte le lingue). Coloro che non hanno udito parlare di Lui e non hanno visto la sua gloria diventeranno suoi annunciatori e tra di loro sceglierà dei sacerdoti.

In Luca (13,22-29), Gesù descrive chi siederà a mensa nel regno di Dio: "verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno". A rischiare di stare fuori, invece, sono proprio quelli che sembrerebbero i primi.

Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: Signore, aprici. Ma egli vi risponderà: "Non vi conosco, non so di dove siete". Allora comincerete a dire: "Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze. Ma egli vi dichiarerà: "Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!".

Proprio i cristiani, quelli che hanno mangiato e bevuto ogni domenica in sua presenza, rischiano di non entrare nel regno. Dio guarda la giustizia, guarda il cuore, non le adesioni rituali e formali.

Dov'è la giustizia nel discriminare e penalizzare delle persone perchè appartenenti a una categoria da demonizzare, indipendentemente dalle responsabilità individuali? Intanto, i disonesti italiani che appartengono ai gruppi di potere prosperano... Nel silenzio dei cattolici impegnati in politica.

domenica 22 agosto 2010 14:12

La parole (non a caso ed in francese) del Papa sull'immigrazione.

Il Papa, oggi, durante l'Angelus da Castel Gandolfo, ha parlato di immigrazione.

Quello che il Papa ha ricordato è, ovviamente, un principio sacrosanto della nostra dottrina cristiana, che ci impone l'accoglienza dell'altro con le sue umane diversità.

Ma le parole del Pontefice, sono giunte in un momento in cui in Europa si sta parlando di immigrazione, si stanno cacciando popolazioni straniere, e lo si sta facendo senza porsi minimanente nessun problema dal punto di vista religioso ed etico.

Il Corriere della Sera riporta così la notizia.

Salutando i pellegrini di lingua francese presenti alla celebrazione dell'Angelus a Castel Gandolfo, Benedetto XVI ha ricordato che è proprio del messaggio cristiano l'accoglienza verso le genti di tutte le nazioni e di tutte le culture e quindi verso «le legittime diversità umane». «I testi liturgici di oggi - ha scandito il Pontefice in francese - ci ripetono che tutti gli uomini sono chiamati alla salvezza». «Contengono quindi - ha aggiunto Benedetto XVI - un invito a saper accogliere le legittime diversità umane, seguendo Gesù venuto a riunire gli uomini di tutte le nazioni e di tute le lingue. Cari genitori possiate educare i vostri figli alla fraternità universale».

Si, avete capito, bene. Il Papa ha parlato in francese, e proprio in questa lingua ha ricordato ai pellegrini la necessità di accogliere le legittime diversità umane.

Parola importanti quelle del Papa che non ha solo parlato di "rispetto" ma di accoglienza. E la differenza, soprattutto pensando a quello che pochi giorni fa in Francia è successo non è da poco.

Non solo, il Papa ha chiesto ai genitori di educare i figli alla fraternità universale.

Altro punto importantissimo: il problema, sottolinea giustamente il papa, non è solo il "fare" ma l'educazione che c'è sotto. Il problema è un problema culturale.

Tanto si può educare alla fraternità,  quando si può educare a valori ben diversi. Valori che in passato hanno drammi quali in nazismo, i campi di sterminio, lìintolleranza razziale a livello europeo e mondiale. 

Il Papa ci sprona davvero con forza.

E non solo i francesi sono coinvolti in qusto: non dimentichiamoci che il nostro ministro Maroli (espressione di un partito politico - la Lega - e di una maggioranza attualmente al governo - il PDL) ha detto di voler seguire l'esempio francese, anzi...di volerlo ancora di più "irrigidire".

Bhè..per chi pochi mesi fa si faceva paladino delle forze cattoliche italiane...non mi sembra proprio un comportamento coerente...a meno che non si consideri il cristianesimo come un impiego "par time" per la nostra coscienza.

 

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sabato 21 agosto 2010

Nuovi vescovi, la speranza Ouellet

Intervistato dal «Canadian Catholic News», il nuovo Prefetto della Congregazione dei vescovi, Marc Ouellet, che da qualche settimana è succeduto al cardinale Giovanni Battista Re, parlato dello scandalo pedofilia e ha affermato: «Dobbiamo risolvere il problema con la vita virtuosa e la prevenzione, non solo con punizioni e provvedimenti legali». Ha inoltre tracciato una sorta di identikit del vescovo: «I vescovi devono essere convinti uomini di fede, coraggiosi nel proporre la Parola di Dio e parlare nel profondo dei cuori. Abbiamo bisogno di discernimento spirituale e non solo di calcoli politici sul rischio che il messaggio possa non essere accolto». «Sono profondamente fiducioso – ha aggiunto – che vi sarà una nuova evangelizzazione. Dobbiamo creare una nuova cultura cristiana. Per questo abbiamo bisogno di intellettuali, di teologi, di filosofi, di cristiani che realmente credono nel Vangelo e accettano la dottrina della Chiesa sulle questioni morali. Abbiamo sofferto per la mentalità del dissenso che ancora domina l’intellighenzja, ma questa non è una vera sequela di Cristo. La vera sequela è quella che sta emergendo ad opera di coloro che credono e realmente amano la Chiesa». Uno dei primi compiti del neo-Prefetto Ouellet sarà quello di aiutare il Papa nella designazione del nuovo arcivescovo di Torino, successore del cardinale Poletto. La terna presentata dal nunzio apostolico in Italia, Giuseppe Bertello, è arrivata in Congregazione subito prima delle ferie estive e contiene quattro nomi (ho pubblicato a questo proposito un articolo sul Giornale tre giorni fa): il primo è quello di Aldo Giordano, 56 anni, originario di Cuneo, dal 2008 osservatore permanente della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa di Strasburgo dopo essere stato dal 1993, per quindici anni, segretario generale del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (CCEE). Giordano non è ancora vescovo, è giovane, e da due anni è entrato a far parte del servizio diplomatico della Santa Sede. Il secondo nome è quello del vescovo di Rimini Francesco Lambiasi, già assistente dell’Azione Cattolica, il terzo è quello del vescovo di Vicenza Cesare Nosiglia e infine il quarto e ultimo è quello del vescovo di Alessandria Giuseppe Versaldi. Nosiglia è il candidato dei cardinali Bagnasco e Ruini (fu vigerente a Roma quando l’allora presidente Cei era Vicario del Papa), mentre Versaldi è il candidato del Segretario di Stato Tarcisio Bertone, del quale fu vicario a Vercelli. Com’è noto, le recenti tristi vicende degli scandali hanno fatto emergere talvolta l’inadeguatezza della «classe dirigente» ecclesiale in diversi Paesi, e c’è da sperare che Ouellet sia in grado di muoversi in piena autonomia nel sottoporre a Benedetto XVI candidati che siano davvero «convinti uomini di fede, coraggiosi nel proporre la Parola di Dio e parlare nel profondo dei cuori», indipendentemente dalle «cordate».

sabato 21 agosto 2010 06:10

Notizie? Quel che conta è il jackpot. Quando i tg danno i numeri

«E ora, prima di passare a un’altra notizia, la combinazione vincente del Superenalotto...».
La notizia precedente può essere stata un terremoto o una sciagura di pari livello, e la successiva, coi tempi che corrono, ...

sabato 21 agosto 2010 05:52

Ma non è questa la «politica» da insegnare ai giovani

Ogni giorno che passa si diffonde l’impressione che stia maturando una crisi, quasi una decadenza, del governo della cosa pubblica, che genera sfiducia e smarrimento, che può investire le istituzioni, e allontana i giovani ...

sabato 21 agosto 2010 04:37

Da tre debolezze una forza ai colloqui di pace

Provaci ancora, Sam. Forse nulla più del titolo del vecchio film di Woody Allen dà bene l’idea dei ripetuti sforzi compiuti dagli Stati Uniti per costringere a sedersi attorno allo stesso tavolo gli eterni duellanti del Medio ...