Wednesday 17 May 2017

Maria a Fatima; “Per avere la pace, recitate il Rosario”

“Carissimi Pellegrini! – ha gridato Papa Francesco il 13 maggio scorso al milione di fedeli accorsi a Fatima – noi abbiamo in Cielo una Madre! Abbiamo una Madre! Aggrappati a Lei come dei figli, viviamo della speranza che poggia su Gesù, …. di essere un giorno con Lui e con Maia alla destra del Padre nel Regno di Dio.. Questa speranza sia la leva della vita di tutti noi! Una speranza che ci sostiene sempre, fino all’ultimo respiro…. Sotto la protezione di Maria, noi siamo nel mondo le sentinelle del mattino, che sanno contemplare il vero volto di Gesù Salvatore, quello che brilla a Pasqua, e riscoprire il volto giovane e bello della Chiesa, che risplende quando è missionaria, accogliente, libera, fedele, povera di mezzi e ricca di amore”

Ai tre pastorelli di Fatima, Lucia, e i santi Giacinta e Francesco, la Madre di Gesù e nostra, presentandosi come ‘la Madonna del Rosario’, raccomandò con insistenza di “recitare il Rosario tutti i giorni, per ottenere la fine della guerra e la pace”. Cento anni fa, quando Maria appariva ai tre bambini portoghesi, era il 1917. Infuriava “l’inutile strage” della prima Guerra Mondiale (come aveva predetto il Papa Benedetto XV); e in Russia il rivoluzionario comunista Vladimir Ilych Lenin aveva preso il potere con un colpo di stato e fondato la Repubblica Socialista Sovietica Russa, la radice da cui sono germogliate, nel “secolo breve”del 1900, una trentina di altre Repubbliche Socialiste, tutte fallimentari. Nessuna delle quali ha portato ai popoli la “liberazione” promessa.

Anche a Lourdes, a Pompei e in altre apparizioni, Maria la Vergine Madre nostra, ha raccomandato di recitare il Rosario. Ma a Fatima la sua insistenza su questa preghiera ha un qualcosa di straordinario. Dopo il 13 maggio 1917, di cui ho già detto, il 13 luglio incalza: «Voglio che recitiate il Rosario tutti i giorni». E il 13 agosto dello stesso anno: «Continuiate a recitare il Rosario tutti i giorni». Un mese dopo, il 13 settembre 1017, disse: «Per ottenere la fine della guerra, continuate a recitare il Rosario tutti i giorni». Il 13 ottobre, il giorno del grande miracolo del sole che roteava e si avvicinava alla terra, visto da più di 70.000 persone, anche a 20 Km di distanza, Maria tornò a dire: «Continuate sempre a recitare il Rosario ogni giorno, la guerra sta terminando…». Maria, Regina della Pace, ci chiede la recita quotidiana del Rosario, per avere il dono della Pace che viene da Dio. Per due motivi:

La Pace di Dio nelle famiglie, nelle nazioni, nel mondo

1) Il Rosario è la preghiera più semplice, più facile e più, diciamo, contemplativa, perché propone, uno ad uno, i misteri della vita di Cristo. E’ la preghiera che unisce grandi e piccoli, colti e incolti, ricchi e poveri, sani e ammalati. E’ la preghiera che unisce e tiene unite le famiglie. Una volta si diceva: “La famiglia che prega unita, rimane unita”.

Il più bel ricordo che ho dei miei genitori, i servi di Dio Rosetta Franzi e Giovanni Gheddo, e della mia famiglia, sono i Rosari che recitavamo alla sera, dopo cena, seduti attorno al tavolo di cucina; quando ci insegnavano a tenere le mani giunte e ad imparare le semplici preghiere mariane, ad andare sempre d’accordo, noi tre bambini e poi ragazzini. Come poi è avvenuto. Noi tre, Piero, Francesco (morto nel 1997) e Mario, ci siamo sempre voluti bene, non c’è mai stata alcuna lite o divisione o rancore! Oppure, nelle sere d’inverno (quando le case non erano riscaldate), si andava nella stalla più vicina a dire il Rosario con altre famiglie, cantare il Salve Regina e le litanie, seduti sulla paglia e riscaldati dalla presenza di mucche e buoi, cavalli e capre, vitelli, conigli, anitre, galline. Allora, negli anni trenta del 1900, in paesi come Tronzano Vercellese dove sono nato, non c’era né radio, né telefonini, né televisione, né tanto meno discoteche e vita notturna. Si pregava assieme e si creava, nelle famiglie, nei vicini, nel paese, una comunità di vita, di amicizia e di fede.

Oggi prevale l’individualismo, tutti ci lamentiamo che ci sono troppe famiglie divise, troppe liti e violenze familiari. Quando si sfascia la famiglia, la società va in crisi e si sfascia anche lei. Contro questa deriva che porta all’auto-distruzione della nostra Italia, si invocano aiuti economici dallo stato, leggi, provvedimenti di assistenza sociale, si consultano psicologi e avvocati matrimonialisti. Tutto giusto e saggio. Ma bisogna anzitutto fare qualcosa per unire gli spiriti, i cuori, le volontà, altrimenti tutto diventa inutile.

L’egoismo individuale non si vince con le leggi e gli aiuti economici, ma con l’amore, con la preghiera, perché solo l’aiuto di Dio in molti casi è efficace: Dio sa cosa c’è nel cuore dell’uomo e della donna. Dio solo lo sa e può cambiare il cuore dell’uomo e della donna, portandoli verso l’imitazione di Cristo. Ecco perché recitare il Rosario, che educa all’amore e all’unità, da recitare assieme, specialmente in questo mese di maggio.

Il tramonto del sole è l’ora del Rosario. La famiglia si riunisce per invocare la Santissima Vergine e Madre di Gesù e nostra, Maria. Tutte le attività si interrompono per elevare la mente e il cuore al Padre che sta nei Cieli, per presentare a Dio i propri bisogni, pregare per i defunti, chiedere il perdono dei peccati e il dono della Pace in famiglia e tra le famiglie. L‘atto di amore e le richieste di chi recita il Rosario arrivano in Cielo e sono presentate dalla Madre di Dio al suo Figlio Gesù Cristo. Recitiamo anche noi il Rosario, come chiede la Vergine e Madre Maria, per chiedere la Pace di Dio nelle famiglie, nelle nazioni e nel mondo intero.

Maria porta le anime e i cuori a Cristo

2) Secondo motivo per recitare il Rosario. Perché la nostra Mamma del Cielo porta le anime a Cristo, anche le persone che sono lontane da Gesù e dalla Chiesa. Ricordo che all’inizio anni novanta (del 1900), nel Consiglio pastorale diocesano di Milano (di cui ero membro) il card. Carlo Maria Martini lamentava la diminuzione della devozione a Maria e della recita del Rosario. Diceva: “Si è disprezzata la devozione popolare verso Maria, che in tanti secoli ha conservato la fede in Cristo delle nostre popolazioni cristiane. Si critica il Rosario come forma ,superstiziosa di “mariolatria” (cioè, adorazione di Maria). Ma si dimentica che la Madre di Dio porta le anime al Figlio suo, Cristo Gesù. Ritorniamo a recitare assieme il Rosario nelle famiglie, perché siano più unite e i giovani vengano educati, attraverso Maria, alla fede e all’amore di Cristo ”.

Visitando le giovani Chiese e le missioni in tutto il mondo non cristiano, ho visto tante volte che a Vergine Madre Maria è venerata e onorata da tutti e attraverso lei lo Spirito porta l’amore e la pace di Cristo. Nella Corea del Sud ho visto parecchie chiese cattoliche, che all’ingresso della chiesa mettono una grande statua della Madonna, che sorride e col braccio teso invita ad entrare nella casa di Dio; la Chiesa cattolica è chiamata dal popolo “la Chiesa della Madre”. Nel Borneo (dove nel 1856-1862 il Pime fondò la Chiesa), nel 2004 sono stato nel sultanato di Brunei, stato indipendente tutto islamico, esteso come la Liguria con mezzo milione di abitanti e 20.000 cattolici, filippini, bengalesi, indonesiani, immigrati per fare i lavori più pesanti. Il Vicario apostolico e Vescovo, mons. Cornelio Sim, mi diceva: “Il Sultanato è seduto sul petrolio e le famiglie del Sultano sono ricchissime… Nella capitale Bandar Seri Begawan la Chiesa cattolica è in un vastissimo terreno cintato, dove ci sono le scuole, l’ospedale e altre opere educative ed caritative. La nostra chiesa è vicina all’entrata principale e alla strada. Avevamo messo davanti alla porta della chiesa una grande statua di Maria, venerata anche dai musulmani, che invita a venire in chiesa. Venivano anche non pochi musulmani. Ci è stato imposto di girare la grande statua verso il muro della chiesa. Così oggi dalla strada si vede solo la grande statua girata al contrario!”.

Nel febbraio 1964 ero a Vijayawada, una delle 12 diocesi fondate dal Pime in India, che oggi ha circa 3,5 milioni di abitanti e 270.000 cattolici. Il missionario padre Paolo Arlati, nel 1924 portò dall’Italia una grande statua della Madonna di Lourdes e i Fratelli del Pime (missionari laici consacrati a vita) la posero sul punto più alto della collina di Gunadala, che domina la città di Vijayawada, costruendo le strade e la scalinata che portano fin sotto ai piedi di Maria, posta in una grotta aperta per cui si vede anche da lontano. A poco a poco, prima i cristiani e poi indù e musulmani, sono andati sulla collina di Gunadala a pregare Maria, che è venerata come la protettrice della città perché, nell’anno 1947, poco prima dell’indipendenza dell’India (15 agosto), le lotte sanguinose fra indù e musulmani insanguinavano l’India (circa 4-5 milioni di morti ammazzati) e portarono alla divisione fra India e Pakistan. Vijayawada, città con molti musulmani, venne salvata da quelle stragi fratricide dalla Madonna di Gunadala, alla quale tutti accorrevano in preghiera. I pellegrinaggi avevano creato un clima di fraternità.

L’11 febbraio 1964 si celebrava, come ogni anno, la festa della Madonna di Lourdes. Per tutta la giornata precedente e nel giorno della festa, nelle strade che portavano sulla collina un continuo sali e scendi di devoti che vogliono toccare i piedi della Madonna, pregano, offrono incenso, qualcuno si fa tagliare i capelli in quel giorno, adempiendo il voto che aveva fatto. Un mare di gente invade Gunadala, con lebbrosi, handicappati, ammalati portati su barelle o su carretti fino ai piedi di Maria. In due giorni, circa 150.000 devoti di Maria, non pochi dei quali col Rosario al collo, anche i non cristiani, perché il Rosario è il segno sacro della “Bella Signora di Gunadala” che protegge la città e le famiglie. Ancor oggi, più di mezzo secolo dopo, la statua di Maria è sulla collina e si ripetono anche durante l’anno i pellegrinaggi anche da lontano verso la Madonna di Lourdes. Le voci popolari parlano di guarigioni miracolose. Il primario dell’ospedale di Viajayawada mi diceva, nel 1964, di poter testimoniare la guarigione di almeno due lebbrosi e di altri malati. Ma il miracolo più grande è di aver portato indù e musulmani a vivere insieme in pace.

Saturday 06 May 2017

«Il Vangelo del dialogo» di Franco Cagnasso in Bangladesh

Al termine dell’ultimo Blog su “Il dialogo col mondo moderno da Paolo VI a Papa Francesco”, promettevo di pubblicare l’esperienza di un missionario sul campo. La novità assoluta del dialogo interreligioso, lanciata da Paolo VI con l’enciclica “Ecclesiam suam” (6 agosto 1964) e dal Concilio Vaticano II con il Decreto “Nostra Aetate” (28 ottobre 1965), ha capovolto l’atteggiamento che i missionari avevano delle religioni non cristiane: da nemiche di Cristo, oggi sono viste come una preparazione a Cristo, una ricchezza dei popoli che la Chiesa deve conoscere e accogliere con discernimento, per essere veramente “cattolica” e rappresentare tutti i popoli del mondo.

Padre Franco Cagnasso, esperto di islam che ha studiato l’arabo, è missionario in Bangladesh dal 1978 al 1983; e poi, dopo 18 anni alla guida del Pime (1983-1989 da vicario, 1989-2001 da superiore generale), è tornato alla sua missione nel 2002. Ha pubblicato “Il Vangelo del dialogo – A cura di Sergio Bocchini” (Centro editoriale Dehoniano, Bologna 2013, pagg. 194) un contributo interessante di esperienza personale in un paese islamico, ma avendo visitato decine di altri paesi con altre religioni.
Tra l’altro, in Bangladesh padre Franco è stato padre spirituale e insegnante di teologia nel seminario maggiore di tutte le diocesi bengalesi a Dacca e ha contatti di amicizia con musulmani, indù e buddisti locali, trovando anche il tempo, e gli aiuti economici, per “sporcarsi i sandali” aiutando i poveri senza idealizzarli o umiliarli.

Attualmente risiede a Mirpur, un vastissimo quartiere della periferia di Dhaka, dove aiuta il parroco P. Quirico Martinelli, PIME, a servire una comunità di cristiani
immigrati da ogni parte del paese in un contesto completamente islamico. Ha dato il via ad un Centro pastorale (futura parrocchia) a Uttara, nell’estrema periferia della metropoli, che conta 14-16 milioni di cittadini fra i quali anche molti giovani tribali convertiti a Cristo nei loro villaggi e che poi, nella grande capitale, rischiano di perdere la fede se non trovano una chiesa, un prete, una suora pronti ad accoglierli.

Il “Dialogo inter-religioso” orienta la missione primaria della Chiesa, annunziare Cristo ai non cristiani, in modo diverso dal passato: non solo annunzio, proclamazione della salvezza in Cristo, ma anche dialogo con tutti gli uomini ai quali la missione trasmette la Buona Notizia. In Asia, il Dialogo si è imposto nelle giovani Chiese, di fronte agli sterminati popoli che vivono la loro religione (buddismo, induismo e islam soprattutto) come identità nazionale e culturale. Ma diocesi e parrocchie praticano lo schema tradizionale della missione: annunziare Cristo, testimoniare Cristo, convertire a Cristo, fondare le comunità cristiane, in particolare fra le popolazioni aborigene di religione animista, che entrando nell’ovile cristiano acquistano una nuova identità e rappresentanza sociale. Il parroco-pastore conosce le sue “pecorelle”, si impegna ad aiutare i poveri, esercita la sua missione con tutti gli strumenti di cui dispone, catechesi, Sacramenti, lettura e meditazione della Parola di Dio, carità, formazione, ecc.

Padre Franco, rendendosi conto dell’abisso di incomprensione che esiste fra lui e i bengalesi, non solo per la lingua ma in ogni aspetto della vita, svolge anche un altro tipo di approccio, quello del dialogo: Parte dall’uomo bengalese, che è così diverso dall’italiano! Vuole conoscerlo anche nella sua fede islamica, amarlo, capirlo, condividere i suoi problemi e le sue difficoltà ed entrare in dialogo amichevole con lui, apprezzando i suoi valori umani e religiosi; non solo rimanendo ben f0ndato nella fede e nell’amore a Cristo Salvatore, ma trovando nella fede e nell’amore a Cristo le ragioni e lo spirito che porta ad aprirsi alle diverse esperienze umane e spirituali di fratelli e sorelle non cristiani.
L’approccio è diverso da quello tradizionale, però i due tipi di missione non sono alternativi ma complementari e ambedue necessari. Non è sempre facile viverli assieme, ma si arricchiscono a vicenda. La “Missione del Dialogo”, che Papa Francesco pratica soprattutto con i lontani del mondo moderno, a 50 anni dal Concilio è ancora in fase sperimentale. Dio solo lo sa, ma in Asia il futuro della missione si sta orientando verso il “Dialogo”. Lo Spirito Santo, “che è il protagonista di tutta la missione ecclesiale” (Redemptoris Missio, 21), non cessa mai di stupire e di inventare, formule nuove di missione e di pastorale, “dummodo Christus annuntietur” scrive San Paolo, “purché Cristo sia annunziato” (Fil. 1, 8).

Ringrazio l’amico padre Franco che ha accettato di raccontare, con sincerità e umiltà, la sua esperienza di “esperto del Dialogo”, i fallimenti e la pochezza dei risultati raggiunti. Il suo racconto è di grande saggezza umana ed evangelica, scritto “in punta di piedi”(con prudenza, discrezione), perché dimostra che il Dialogo con il diverso è indispensabile non solo nella “missione alle genti”, ma anche nel nostro occidente cristiano, dove non sappiamo più ascoltare chi la pensa diversamente da noi. P. Franco, fra l’altro, attira l’attenzione su un tema molto concreto che interessa tutti, affermando che l’alternativa al Dialogo con l’islam è il terrorismo, la guerra . Il Dialogo, dopo il Vaticano II era avversato o non compreso dalla maggioranza dei vescovi e dei missionari, oggi tutti benedicono questa forma profetica di missione alle genti. In Asia vivono il 62 per cento degli uomini e i cristiani, tutti assieme, sono circa il 6-7 per cento degli asiatici! Questo dato di fatto spiega perché Giovanni Paolo II, nella sua esortazione “Alzatevi andiamo!” ha detto: “L’Asia, ecco il nostro compito per il terzo millennio”.

Piero Gheddo

TEMPO PERSO A NAZARETH?

di Franco Cagnasso

Accolgo volentieri l’invito di padre Piero a scrivere qualcosa sulla mia “esperienza di dialogo con i membri di altre religioni”, in continuità con il mio libro “Il Vangelo del Dialogo” (EDB, Bologna, 2013), che ha come sottotitolo sottotitolo: “Riflessioni di un missionario a 50 anni dal Concilio”. Ecco come ho cercato di “dialogare” con membri di altre religioni, soprattutto musulmani.

Inizio con il mio primo tentativo. Ero giovane prete, arrivato da poco in Bangladesh (1978), e volevo scoprire se era possibile quel “dialogo” di cui tanto si parlava. Con altri due giovani missionari proponemmo al Vescovo di stabilirci a Bogra, importante città di circa cento mila abitanti, dove la presenza cristiana si riduceva a pochissime unità. Non avevamo un progetto preciso: volevamo “stare” e, giorno dopo giorno, vedere, stabilire relazioni di amicizia e rispetto, conoscenza e – appunto – dialogo. P. Gianni e p. Achille si orientarono sul servizio. Gianni frequentava aree povere facendo amicizia e offrendo nozioni di medicina preventiva, nutrizione, pronto soccorso; Achille aveva letteralmente “scovato” famiglie provate dalla presenza di membri con disabilità, creando una piccola rete di aiuto reciproco, e orientando su metodi semplici per far compiere qualche progresso ai disabili. Tutto ciò con persone di religione islamica, e qualche indù, ed era un’occasione per conoscersi, stimarsi, superare pregiudizi.

Io ero lo “specialista” del dialogo, e dovevo mettermi in contatto con centri religiosi: moschee e santuari. Ma non riuscii a combinare nulla, se non qualche incontro impacciato e formale, attraversato dal sospetto: che cosa vuole questo straniero che si dice interessato a conoscerci, e perché è venuto? Capii che il dialogo come “professione” non faceva per me, e che partire da ciò per cui sappiamo di essere diversi – la religione – non porta lontano.

Anni dopo, un missionario americano, P. Bob, parlando della sua esperienza mi disse drasticamente: “Incominciare discutendo su Dio, è da matti”. P. Bob, ormai ultra settantenne, ha lo scopo di realizzare un primo contatto fra un popolo musulmano e un cristiano – lui stesso. Ogni tre anni cambia sede, va in una località dove non ci sono cristiani, abita un locale povero e semplice, fa tutto da sé, va in bicicletta a trovare ammalati e spendere tempo con loro, in qualche caso li aiuta accompagnandoli in ospedale. Anche lui è accolto con sospetto (come potrebbe essere diversamente?), ma presto la curiosità prevale, e poi entra la simpatia, e anche la riconoscenza. Non da parte di tutti, ovviamente; ma quando si trasferisce può dire che qualcuno ora conosce un poco Gesù, perché per tre anni, ogni volta che gli chiedono: “Tu chi sei? Che cosa fai?” risponde: “Sono un missionario cristiano, e cerco di fare come il mio Profeta Gesù, che passò facendo del bene (cfr. Atti degli Apostoli)”. Lo accettano così, lo ammirano, qualcuno lo aiuta.

E’ poco? Pochissimo. Ma è qualcosa, una semina da fare con fede, lasciando perdere il pallottoliere per contare i risultati. Dopo il mio fallimento a Bogra, ho sempre operato all’interno della comunità cristiana, ma cercando di tenere aperti gli occhi e cogliere occasioni d’incontro con persone di altre religioni. Ricordo con simpatia un piccolo gruppo che frequentavo a Dhaka, formato da qualche prete e qualche imam, e da professionisti laici praticanti, musulmani e cristiani. Ogni due mesi condividevamo riflessioni su temi vari: il perdono, i poveri, la fede, la preghiera… Si percepiva un poco la religiosità nel quotidiano, il significato della fede per la vita di ciascuno. C’era desiderio di conoscersi, qualcuno esprimeva il bisogno di uscire dagli schemi mentali chiusi in cui era cresciuto. C’era anche chi sperava, alla fine, di riuscire a convertire gli altri alla propria religione; era considerato un desiderio legittimo, purché accompagnato dall’ascolto sincero e rispettoso dell’altro.
Guidato dall’esperienza e dall’entusiasmo di Fratel Guillaume, da tanti anni in Bangladesh con la comunità di Taizè, ho partecipato ad incontri più numerosi e vari fra cristiani e membri di altre religioni, nelle rispettive sedi: semplicemente primi contatti di reciproca conoscenza. Abbiamo incontrato buddisti, musulmani sufi, ahmadyia, indù di diverse correnti, ba’hai, sciiti, sunniti. La nostra proposta di incontro in qualche caso è stata rifiutata come inutile, in molti casi abbiamo gustato cordialità e persino affetto, in altri si è rotto il ghiaccio: ghiaccio appunto, ma con qualche crepa… Ci siamo anche trovati all’Università statale, facoltà di scienze religiose, da dove poi sono stati organizzati incontri fra gruppi di giovani e di donne, a trattare temi comuni.

L’esperienza più bella è spesso quella del rapporto personale, nato nelle circostanze più varie. Pochi giorni fa, nella condivisione al termine del ritiro annuale dei missionari del PIME in Bangladesh, uno di noi che ha sempre operato fra gli aborigeni, con la gioia di accompagnarne molti al battesimo, diceva che nella sua vita ha “sentito” la paternità come affetto, sostegno, accoglienza e dono non solo dal suo padre naturale, ma anche da due amici musulmani conosciuti in Bangladesh.

Il dialogo non è tanto, o non è solo qualcosa che si fa, ma un atteggiamento interiore, una “forma” della mente e del cuore, che ti fa stare accanto all’altro a partire dalla sua umanità. Ho sentito più volte musulmani affermare: siamo diversi, ma il nostro sangue è rosso, come il vostro. Ricordo con commozione un colloquio fra genitori, musulmani e indù, di bambini con gravi disabilità, i quali spiegavano che la scoperta della comune sofferenza dei e per i loro figli aveva creato fra loro una fraternità che altrimenti non avrebbero mai sperimentato. I musulmani poveri che ospitiamo nel nostro piccolissimo Centro di accoglienza per ammalati, si aprono ad un rapporto di fiducia, che scoprono possibile anche con noi cristiani, e spesso sono loro a mostrare più riconoscenza.

Il beato Charles de Foucauld, vissuto ben prima che si parlasse del dialogo, aveva un profondo desiderio di accompagnare i musulmani a incontrare Cristo, ma aveva intuito che a questo stadio l’incontro deve avvenire “a Nazareth”, quando ancora Gesù non aveva iniziato predicazione e opere, eppure viveva la sua ricchezza di Figlio dell’Uomo e Figlio di Dio – che emergerà poi nella breve stagione della “vita pubblica” – dentro la semplicità di rapporti quotidiani. Possibile che i trent’anni di Nazareth siano stati “tempi morti” perché Gesù ancora non predicava e annunciava?

Ho un amico buddista che, nell’ostello che dirige, ha messo un’immagine di Gesù e una statuetta della Madonna, dove i giovani portano doni e pregano, come fanno davanti al piccolo altare di Buddha. Lo ascolto quando mi parla dei suoi ritiri di meditazione in una pagoda, e lui s’illumina quando gli racconto storie del Vangelo. E’ dialogo questo? O annuncio? O tempo perso…?

Ecco, dico “tempo perso” perché qualcuno giustamente si chiede dove sono i risultati prodotti da questa posizione “dialogante”, e io non so rispondere. Ha scritto padre Gheddo nel suo Blog sul dialogo che, se vogliamo essere concreti, l’alternativa al dialogo è il conflitto. Nella storia si è tentato molte migliaia di volte di risolvere i problemi con la guerra, di far cambiare gli altri con la forza. Certo che io, “povero untorello”, non cambio il corso della storia né risolvo il problema del terrorismo. Che è un problema grave proprio perché il terrorista rifiuta ogni dialogo e vede nell’altro solo il nemico. Erano così i “brigatisti rossi” italiani, sono così i terroristi odierni di matrice islamica.

Qualcuno chiede con rabbia: “Dove sono i musulmani “moderati”? perché non si fanno sentire?” Domanda legittima, ma la vigorosa e numerosa opposizione al terrorismo esiste, e consiste nella reazione e resistenza presente nella vita civile di quel grande magma che è il mondo islamico. L’informazione che l’occidente ci dà, narra di fatti orribili, ma raramente s’accorge di ciò che con fatica avviene nel quotidiano di questo mondo. Qui in Bangladesh, fondamentalismo e terrorismo sembrano purtroppo in fase di crescita. Chi cerca di contrastarli? I cristiani? Gli occidentali? Sono musulmani quelli che subiscono e fronteggiano, finora con efficacia, questa minaccia che nasce da una mentalità e da una visione religiosa che ritengono aberrante, e che temono. Certo, argomentando contro il terrorismo, non mancano di sottolineare fatti e atteggiamenti che forniscono ad esso dei pretesti, molti dei quali sono responsabilità dell’occidente. A noi questo dà fastidio, ma hanno sempre torto? O non sarebbe meglio ascoltarli con attenzione?

Ecco, ascoltarsi! L’anno scorso, in Italia, ho assistito a qualche dibattito televisivo. In pochi minuti ero preso dall’angoscia. Quale che fosse il tema, tutti urlavano le loro certezze, nessuno voleva ascoltare; non si capiva assolutamente nulla, mentre crescevano rabbia e ostilità. A noi piace ascoltare chi dice cose che riteniamo giuste. Mi sembra normale. Ma se ci mettiamo in ascolto anche di chi la pensa diversamente, spesso scopriamo che pure l’altro ha le sue ragioni; possiamo accettarle oppure no, ma, conoscendole, potremo almeno tenerne conto.

La nostra fede non va nascosta, anzi deve essere evidente dalla nostra vita, azioni, parole; non deve essere semplicemente urlata senza tener conto dell’altro. S. Pietro ha scritto: “Non sgomentatevi per paura di loro, e non turbatevi, ma adorate il Signore Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza…” (I Pt 4,15-16a) Ecco, potrei ridurre a questo la mia modestissima esperienza: cercare di vivere il Vangelo con speranza e amore, e di entrare in rapporto – se possibile – con tutti, senza lasciarmi dominare dalla paura; con umiltà, rispetto e onestà.

P. Franco Cagnasso, Dhaka

Friday 21 April 2017

È bello vivere con Gesù Risorto!

Sono passati pochi giorni dalla Pasqua, quando Gesù Cristo è risorto ancora una volta nel cuore di coloro (una schiera infinita, dice l’Apocalisse) che hanno ricevuto e mantenuto il dono della Fede. In quel giorno eravamo gioiosi, per la certezza che il Salvatore dell’umanità, con la sua morte in Croce e la Risurrezione ha sconfitto il male con il bene, ha pagato il prezzo dei nostri peccati, aprendoci la porta del Paradiso. In quel giorno festoso, nell’inno delle Lodi che iniziano la giornata, la Chiesa canta:

Sfolgora il sole di Pasqua,
risuona il cielo di canti,
esulta di gioia la terra.

Dagli abissi della morte
Cristo ascende vittorioso,
insieme agli antichi padri.

Accanto al sepolcro vuoto,
invano veglia il custode.
Il Signore è risorto.

Questo è il giorno che ha fatto il Signore, alleluia!
rallegriamoci ed esultiamo, alleluia!

Poi la Pasqua si è allontanata, l’abbiamo quasi dimenticata. Ma il tempo pasquale dura cinquanta giorni, fino alla Pentecoste. Anzi, il mistero della Pasqua abbraccia tutta la nostra esistenza. La gioia di vivere con Gesù risorto possiamo, dobbiamo viverla tutto l’anno, e rinnovare di anno in anno, per sperimentare, che la Fede nella Risurrezione di Cristo ci dà una marcia in più.

Infatti, il nostro tempo è caratterizzato dalla crisi di senso, specialmente i giovani non sanno più quale ideale può infiammare il cuore e stimolare anche a donare la propria vita; e la cultura della nostra società secolarizzata ha tolto Dio dall’orizzonte dell’uomo; e si limita agli aspetti materiali dell’esistenza che sfioriscono presto, non soddisfano più nessuno. Le ideologie atee (nazismo, comunismo, maoismo, castrismo), che hanno devastato il secolo scorso, sono state sconfitte dalla storia. In questo deserto, la Risurrezione è uno straordinario messaggio che dà speranza, perché Gesù Cristo è l’unico e vero Rivoluzionario della storia umana. Ha portato sulla Croce l’ideale di noi cristiani: non l’odio contro i nemici (come nazismo e comunismo), ma l’amore. Gesù ha dato la sua vita per noi, uomini peccatori. E poi è risorto, dandoci la certezza che risorgeremo anche noi, quando arriverà la nostra ultima ora. Il più tardi possibile, certo, ma questa è un’altra certezza della creatura umana: l’ultima ora arriverà per tutti.

Se, con l’aiuto di Dio, manteniamo la Fede e saremo giudicati veramente cristiani, cioè imitatori di Cristo: ecco che Gesù e Maria e tutti i Santi ci aspettano per accoglierci con loro in Paradiso, fra canti e squilli di trombe e angeli che ci rallegrano volandoci attorno, come nella Notte Santa della nascita di Gesù Bambino. Anche noi nasceremo per il giorno della felicità eterna, dove non ci sarà più luce di lampada o di sole, perché la Luce di Dio illuminerà e riscalderà tutti.

Questo scenario, a dir la verità, è solo una mia fantasia, ma credo, a 88 anni compiuti, di non essere molto lontano dal vero. Carissimi sorelle e fratelli che mi leggete. E bello vivere con Gesù risorto nella mente e nel cuore e tutti i giorni, quando ci svegliamo, iniziare la giornata dicendo a noi stessi: Gesù è risorto, alleluja! Piero, devi risorgere anche tu lodando e benedicendo Dio che ti dà una nuova giornata, esercitando l’amore e la carità verso tutti quelli ai quali puoi fare del bene.

Ecco, cari sorelle e fratelli, il nostro ideale cristiano: testimoniare, con la nostra vita, l’amore di Cristo nel mondo, nella famiglia, nella scuola, nel posto di lavoro, insomma, nella società in cui viviamo, che ha perso la bussola orientata verso l’orizzonte di Dio Creatore e Signore del Cielo e della Terra, e di Gesù Cristo, morto in Croce e Risorto. La Bussola siamo noi, discepoli di Cristo risorto, se diamo la nostra testimonianza di amore a Dio e al prossimo.

Potrei citarvi tanti testimoni autentici di vita cristiana, che ho conosciuto. Scusatemi se vi cito, non Rosetta Franzi e Giovanni Gheddo, miei genitori avviati alla beatificazione, ma il secondo dei loro figli, Franco (1930-1997), membro attivo dell’Azione cattolica negli anni giovanili e poi sindacalista e Segretario generale della Cisl a Torino (1979-1985), continuando a vivere e lavorare nella Cisl, creando opere che rimangono ancora. Mons. Franco Peradotto, pro-vicario generale dell’arcidiocesi di Torino, che l’aveva conosciuto bene, alla sua morte ha scritto: «Franco Gheddo ha dimostrato come si traduce in pratica la dottrina sociale della Chiesa, senza predicarla ma vivendola. Ho già incontrato persone lontane dalla fede che mi dicono: “Se il cristianesimo è questo, vale la pena di conoscerlo e di viverlo”.

Auguro a tutti una vita serena e gioiosa, nonostante le nostre croci, in compagnia di Gesù morto e risorto.

Questo è il giorno che ha fatto il Signore, alleluia!
rallegriamoci ed esultiamo, alleluia!

Saturday 15 April 2017

Buona Pasqua ai naviganti

Il Signore si era rivestito dell’uomo. Aveva sofferto per chi soffriva, era stato legato per chi era tenuto prigioniero, condannato per chi era colpevole, sepolto per chi era nella tomba. E ora è risorto dai morti e ha gridato a gran voce: «Chi potrà citarmi in giudizio? Si faccia pure avanti! Sono io che ho scelto il condannato, io che ho ridato al morto la vita, io che ho risuscitato il sepolto. Chi mi può contraddire? Io – dice – sono il Cristo; io sono colui che ha distrutto la morte, trionfato sul nemico, calpestato l’inferno; io ho incatenato il potente e sollevato l’uomo verso l’alto dei cieli. lo – dice – sono il Cristo. Venite dunque voi tutte, famiglie degli uomini impastate di peccato, e ricevete il perdono dei peccati. Perché sono io il vostro perdono, io la Pasqua della salvezza, io l’agnello immolato per voi. Sono io il vostro riscatto, la vostra vita, la vostra risurrezione. lo la vostra luce, la vostra salvezza, il vostro re. lo vi conduco nell’alto dei cieli, io vi mostrerò il Padre immortale, io vi farò risorgere con la mia destra».

Da un’omelia di Pasqua del vescovo Melitone di Sardi

Wednesday 12 April 2017

Critiche al Papa, se s’indigna il popolo

L’episodio in sé non va certo enfatizzato. Domenica scorsa, nel giorno della celebrazione delle Palme, un viceparroo di origini indiane in una parrocchia di Montesilvano, in provincia di Pescara, ha criticato dal pulpito Papa Francesco. Non era la prima volta che accadeva. Don Edward Pushparaj, invece di commentare il Vangelo della Passione, si è prima lamentato del fatto che il Pontefice fin dal suo primo Giovedì Santo abbia incluso una donna e una donna musulmana (in un carcere minorile) tra le persone alle quali ha lavato i piedi, facendo memoria del gesto compiuto da Gesù. Com’è noto, con un apposito decreto della Congregazione del Culto divino la possibilità (non certo l’obbligo) di includere delle donne è stata ufficializzata dalla Santa Sede.

Il sacerdote non si è limitato a questo ma ha aggiunto che “in questi quattro anni Francesco ha fatto solo del male alla Chiesa”. Ora, nel web di preti che criticano il Papa – l’attuale e i predecessori – se ne trovavano e se ne trovano anche diversi. Don Edward però lo ha fatto dal pulpito, durante l’omelia della messa delle Palme in parrocchia.

La notizia – ed è il motivo per cui vi dedico queste righe – è però un’altra. La gente, i fedeli presenti a messa non hanno sopportato in silenzio come accade spesso durante le celebrazioni. Non ce l’hanno fatta a sopportare e hanno cominciato a contestare il prete contestatore chiedendogli di smettere. Alcuni si sono alzati e sono usciti dalla Chiesa.

Certo, non è mai bello che una celebrazione liturgica venga interrotta. Ma il troppo è troppo. E anche il “santo popolo fedele di Dio”, come lo chiama Papa Francesco, ha diritto di indignarsi un po’ e di chiedere al prete di non scandalizzare i semplici fedeli usando l’omelia per attaccare il Pontefice. E’ una piccola notizia che dà speranza. Sì, perché di fronte a certe elucubrazioni, a certe campagne mediatiche, ai complottismi senza ritorno ormai di stampo blasfemo messi nero su bianco da chi faceva l’iper-papista fino a quattro anni fa; di fronte all’insistenza con cui si cerca di confondere la gente per poi dire – dopo aver seminato confusione – che le persone sono confuse, l’unica vera risposta è una reazione pacata ma ferma. Una reazione sdrammatizzante dal basso. Servono a poco o a nulla le controdeduzioni sul web o sui social, il batti e ribatti nei circoli autoreferenziali di chi vive occupandosi esclusivamente di quale cartuccia mediatica sparare contro il Papa. Nel caso di don Edward non si è trattato di tifoserie manipolate o “gestite” da qualcuno, non erano truppe cammellate venute lì per contestare un povero prete “resistente”.

No, era gente comune, che andando a messa la Domenica delle Palme non ha tollerato di sentire un prete che dal pulpito attaccava il Papa. L’arcivescovo di Pescara, Tommaso Valentinetti, ha invitato il sacerdote a prendersi qualche giorno di riposo lontano dalla parrocchia. E pare gli abbia espresso un pensiero riassumibile in questo modo: io sono nato quando il Papa era Pio XII. A me hanno insegnato a voler bene al Papa e ho voluto bene a Pio XII, a Giovanni XXIII, a Paolo VI, a Giovanni Paolo I, a Giovanni Paolo II, a Benedetto XVI e ora a Francesco.

Un prete ha tutto il diritto di avere delle obiezioni su questa o quella decisione dell’attuale Vescovo di Roma come dei suoi predecessori. Ha diritto di esprimerle, di scriverle, etc. Ma il popolo di Dio, a messa in parrocchia, ha tutto il diritto di indignarsi e di gridare un liberante “Basta!” se il prete usa il pulpito per sparlare del Papa. Un liberante “Basta!” dei semplici fedeli ci salverà.

Thursday 06 April 2017

A Pasqua siamo pieni di gioia in Cristo Risorto

Manca una settimana alla Pasqua e con questo Blog auguro a tutti i miei amici e lettori di prepararsi bene alle feste pasquali. Con la domenica 9 aprile, entriamo nella Settimana Santa, cioè nel periodo più importante della nostra fede in Cristo. Nella Domenica delle Palme, ricordiamo Gesù che, dopo aver risuscitato a Betania Lazzaro, fratello di Marta e Maria, entra in Gerusalemme ed è acclamato dal popolo ebraico, che lo amava e venerava come un profeta benedetto da Dio.

In questa settimana che iniziamo nella Domenica delle Palme la Chiesa ci chiede di dedicare più tempo alla preghiera quotidiana, alla penitenza (rinunzie, fioretti), alla carità verso i poveri e chi ha ricevuto molto meno di noi dalla vita. Soprattutto, dobbiamo fare una sincera confessione dei nostri peccati, per prepararci alla Domenica prossima, giorno della Risurrezione del nostro Signore e Salvatore. Siamo tutti peccatori. Nel Venerdì Santo Gesù è morto in Croce per noi, cioè per me, per i miei peccati. Debbo meditare seriamente questa verità centrale della nostra fede (lo dico a me per primo e poi a tutti coloro che mi leggono) e liberarmi dal mio egoismo, con l’aiuto della confessione e del  proposito di non peccare più. Cristo risorto, Domenica di Pasqua, deve trovarci liberi dai nostri egoismi (peccati), per infonderci la serenità e la gioia della vita cristiana autentica.

La Pasqua è la festa della gioia, perché Gesù è Risorto dai morti. La Risurrezione di Cristo è la garanzia della nostra immortalità. Essere cristiano vuol dire credere fermamente che Cristo è risorto. San Paolo dice: “Se Cristo non è risuscitato, la nostra predicazione è senza fondamento e la vostra fede è senza valore… e se noi abbiamo sperato in Cristo, siamo i più infelici degli uomini” (1 Cor 15, 14-19). E poi aggiunge: “Ma Cristo è veramente risorto, primizia della Risurrezione per quelli che sono morti”.

Questo è l’augurio che ci facciamo a vicenda: la Pasqua del Signore ci porti la pace del cuore e in famiglia e la gioia di vivere. Noi che crediamo nella Risurrezione di Gesù non possiamo più essere uomini e donne tristi, scoraggiati, senza speranza, pessimisti. Il cristianesimo non è la religione della Croce, ma di Cristo morto e risorto. La Croce è un passaggio, la Risurrezione uno stato decisivo e definitivo, è la speranza  che anche noi risorgeremo. Anzi, siamo sicuri di questo fatto, che risorgeremo con Cristo alla vera vita, quella eterna in braccio a Dio.

Però, il mondo in cui viviamo sembra dire  il contrario: quante guerre e atroci sofferenze anche di bambini attorno a noi; quante ingiustizie, quante disgrazie, quante notizie negative ci bombardano ogni giorno. Come facciamo ad essere gioiosi, sereni, ottimisti, pieni di speranza e di coraggio? Che senso ha la nostra gioia, se non quello di una grande ingenuità, che chiude gli occhi di fronte alla realtà della vita?

Non è così, perché è vero che se guardiamo con i nostri occhi il mondo in cui viviamo, e attraverso quello che  trasmettono giornali e televisione, siamo tentati di pessimismo e di tristezza. Ma noi, credenti in Cristo Risorto, dobbiamo vedere la realtà drammatica e angosciante con gli occhi di Dio, che è Padre buono e miseri cordioso, Dio che vuole bene a tutti, vuole bene a me, più di quanto io voglio bene a me stesso! Questo mi insegna la fede e questo cambia la mia vita e la mia percezione della realtà.

D’altra parte, chi non crede nella Risurrezione di Cristo, quale soluzione propone a tutte le sofferenze e ingiustizie umane? Non ha nessuna luce che illumini la realtà del mondo e della nostra stessa persona. L’uomo è un mistero, che solo la fede in Cisto morto e risorto per noi fa comprendere. La ragione e le ideologie politiche, di fronte alla sofferenza, alle malattie, alla morte, non danno nessuna spiegazione, non danno speranza. Si riferiscono solo alla scienza e alla giustizia umana, che hanno i loro limiti invalicabili.

Il grande oncologo, benemerito a livello mondiale della lotta contro il cancro, prof. Umberto Veronesi (1925-2016) era nato in una famiglia cattolica ed è stato anch’egli praticante, ma si è allontanato dalla religione a partire dai 14 anni, divenendo agnostico. In seguito dichiarava che lo studio dell’oncologia l’aveva sempre più convinto della non esistenza di Dio. Diceva che solo la scienza risolve i problemi dell’uomo. Una grande illusione smentita continuamente  dalla realtà della vita umana.

Nella Pasqua 2013, la prima del suo pontificato, Papa Francesco ha detto : “La buona notizia” che Gesù è Risorto, per noi significa “che l’amore di Dio è più forte del male e della stessa morte; significa che l’amore di Dio può trasformare la nostra vita, far fiorire quelle zone di deserto che ci sono nel nostro cuore”.

La gioia della Pasqua viene dalla fede. Gesù, risorgendo ha sconfitto il peccato, la morte e tutto quello che è la causa delle nostre tristezze: le nostre passioni, il nostro egoismo e tutte le realtà negative che vengono dal peccato. Vivendo la nostra stessa vita, Gesù ha partecipato alla nostra debolezza umana, ha patito la fame e la sete, la stanchezza e la tristezza, ha conosciuto l’ingiustizia, le crudeltà spaventose della flagellazione e della crocifissione.  La Risurrezione rappresenta la liberazione da tutto questo, è l’inizio di una nuova vita vissuta in intimità con Dio. Vivere con fede la Risurrezione significa anche per noi iniziare una vita nuova, liberandoci da tutti i pesi spirituali, morali e psicologici, da tutti gli attacchi terreni che ostacolano il nostro cammino verso Dio, che è la somma felicità per l’uomo.

Per la cultura moderna la vita è un cammino verso il benessere, il potere, il piacere e il divertimento; per noi cristiani è un cammino verso Dio, anche con sofferenze e rinunzie, ma verso Dio. San Paolo dice:  «Le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi» (Rom 8,18). Non c’è proporzione tra quanto ci tocca soffrire e quanto attendiamo con fiducia nel Regno di Dio. Questo non significa che la fede risolve i nostri problemi materiali, ma che noi possiamo vedere le nostre difficoltà in modo diverso, appunto con gli occhi di Dio, la misericordia e la bontà di Dio, che ci vuole bene più di quanto noi vogliamo a noi stessi. Ecco perché i Santi erano sempre sereni e  pieni di gioia.

Nel 1930, il Servo di Dio Giorgio La Pira, a 26 anni diventa incaricato di diritto romano all’Università di Firenze. In seguito partecipa al concorso per la cattedra universitaria, i risultati del quale, affissi nella bacheca dell’Università, lo dichiarano vincitore con i voti più alti di quelli degli altri partecipanti. Le autorità universitarie gli chiedono di prendere la tessera del PNF (il Partito Nazionale Fascista) e La Pira risponde che come cattolico non può prenderla. Così, la cattedra non è affidata a lui ma ad un altro. I suoi amici gli dicono di protestare e si dichiarano disposti a firmare con lui la lettera di protesta. La Pira risponde: “Vi ringrazio, ma è inutile. So che sono vittima di un’ingiustizia, ma cosa volete che sia questo quando so che Cristo è risorto?”. Ecco la vita vista non con occhi umani ma con gli occhi di Dio e questo esempio vale anche per tutti i milioni di martiri della fede che ancor oggi accettano di subire una morte ingiusta pur di non tradire la fede in Cristo Risorto.

 

Thursday 30 March 2017

In Quaresima, la conversione a Cristo cambia la vita

Nella Santa Messa del Mercoledì delle Ceneri si legge questa espressiva Orazione, che sintetizza bene cosa è la Quaresima: “Oh Dio nostro Padre, con la celebrazione di questa Quaresima, segno sacramentale della nostra conversione, concedi a noi tuoi fedeli di crescere nella conoscenza del mistero di Cristo e di testimoniarlo con una degna condotta di vita”.

1)  Primo. Cos’è il cristianesimo?  Mancano meno di tre settimane alla Pasqua e la Chiesa ci invita a prepararci per risorgere con Cristo. Questo significa essere cristiani: credere, amare e imitare Cristo; quindi, rivoluzionare il nostro faticoso  ma abitudinario tran-tran quotidiano, per vivere nella vita nuova che il Vangelo ci propone. Ricordiamo i Dieci Comandamenti e le Beatitudini evangeliche.

E’ la sfida della nostra vita, che ci dà la giovinezza dello spirito e la gioia di portare la nostra croce con Gesù verso la gloria della Pasqua. La conversione non si riduce a forme esteriori o a vaghi propositi, ma trasforma e quasi capovolge l’intera esistenza. Nella Quaresima, noi battezzati, e specialmente noi preti e persone consacrate, siamo invitati ad innamorarci di Gesù in modo appassionato, e ad intraprendere un cammino che ci porti più vicini all’imitazione del nostro Salvatore e Signore.

In Asia e Africa, e chiaro ai non cristiani che il cristianesimo è il passaggio dalla religione tradizionale alla fede in Cristo, l’unico Salvatore dell’uomo e dell’umanità. Il “primo annunzio” ai non cristiani è veramente l’annunzio di una fede  nuova, di una vita nuova.

Nel nostro mondo post-cristiano non è chiaro cosa vuol dire “cristianesimo” e conversione a Cristo.  Siamo sommersi da così tanti messaggi, tante voci e proposte che oscurano cosa vuol dire essere cristiano. Nel 2013 ho pubblicato il volume “Meno male che Cristo c’è” perché me l’ha chiesto il direttore della editrice Lindau di Torino: “Padre, mi scriva un libro in cui spiega chiaramente e in modo molto concreto, come mai dobbiamo convertirci a Cristo, cosa vuol dire  e quale scopo ha questa conversione”.

2)   Secondo – Cos’è la conversione? Ho intervistato un missionario del Pime, padre Giuseppe Fumagalli, che dal 1967 vive fra i “felupe” della Guinea Bissau, una tribù nuova, mai evangelizzata. Siamo in una situazione missionaria, con il primo annunzio del Vangelo ai pagani, la predicazione di padre Fumagalli è come quella di Gesù nel Vangelo di inizio Quaresima: “Convertitevi e credete al Vangelo”.

Padre Giuseppe Fumagalli, nato a Brugherio (Mi) nel 1939, è venuto a salutarmi nella casa di cura in cui sono, pochi giorni fa. Ha il morbo di Parkinson e la mano sinistra che gli trema fortemente. E’ andato alla Messa di Papa Francesco il sabato 25 marzo scorso a Monza e poi è ripartito per la Guinea Bissau. Mi diceva: “Molti mi dicono di fermarmi in Italia, ma io voglio ritornare a casa mia che è Suzana, un grosso villaggio  in foresta, dov’è la chiesa parrocchiale. C’è il nuovo parroco africano, ci sono le suore africane e tutte le opere caritative, educative, sanitarie e l’officina per riparare le macchine; e poi, soprattutto, c’è il mio popolo felupe, cristiani e non cristiani, che mi vogliono bene. Lo so che andrò a vivere in una tribù ancora poverissima e non avrò tutte le vostre comodità e le vostre cure. Ma la Guinea Bissau è la mia nuova patria e io ritorno a casa”.

Padre Zé (Giuseppe) dice: “La conversione dei Felupe è rottura col passato, inizio di una vita nuova con Cristo: quindi è sacrificio, rinunzia, sofferenza, tentazione di tornare ai costumi pagani del passato, una lotta quotidiana contro se stessi. Chi decide di convertirsi, ha chiare le rinunzie che deve fare: abbandonare ogni sentimento di vendetta e il culto degli dei pagani, gli idoli; amare Gesù e Maria e dedicarsi alla propria famiglia, rispettando la moglie e i figli; non rubare, non commettere ingiustizie, ama il prossimo tuo come te stesso, ecc.

Chi decide di convertirsi a Cristo almeno inizia a impegnarsi in questa conversione faticosa, che dura tutta la vita. Ma chi si converte a Cristo, incontra la pace del cuore, si libera dalla paura degli spiriti cattivi, del malocchio, del mistero che circonda tutta la vita dell’uomo. Dio non si lascia mai vincere in generosità”, dice padre Zè.

In Africa, tra popoli pagani, si può vedere con chiarezza l’effetto dell’annunzio evangelico. Padre Giuseppe dice che  “la conversione a Cristo è una profonda rivoluzione nella vita dell’uomo della famiglia, del villaggio. Non una rivoluzione violenta contro altri, ma una rivoluzione non violenta che avviene nell’interno del cuore dell’uomo, quando egli decide di credere a Cristo e vivere secondo il Vangelo. Io posso testimoniare che lo sviluppo del mio popolo africano viene da Gesù Cristo e dal Vangelo. Solo qualche esempio: sono i cristiani che portano la  pace fra i villaggi, che si preoccupano del bene pubblico, che mandano volentieri i figli a scuola (anche le bambine), facendo grandi sacrifici….”.

3)   Terzo. Cosa significa conversione nella mia vita? Il nostro problema, cari sorelle e fratelli, è che noi, anche noi preti parlando in generale, ci crediamo già convertiti, per cui la parola “conversione” quasi non ha più significato. Slamo stati battezzati, cresimati, riceviamo l’Eucarestia, andiamo a Messa, preghiamo, se guardiamo al mondo attuale ci consideriamo dei buoni cristiani. Io stesso sono prete e missionario da 63 anni e se guardo alla mia vita, ringrazio il Signore di tutte le grazie che mi ha fatto, gli chiedo perdono dei miei peccati e poi penso che tutto sommato, la mia vita l’ho spesa per Cristo e per la Chiesa e posso starmene tranquillo.

Questo lo sbaglio. Il prete, come il cristiano, non va mai in pensione, non dice mai di essere arrivato. Come cristiani, noi ricominciamo sempre una vita nuova ogni mattino, soprattutto in Quaresima e nel giorno di Pasqua. La giovinezza della vita cristiana è questa: ricominciare sempre con entusiasmo il cammino che porta all’amore e all’imitazione di Cristo, correggendo a poco a poco le mie tendenze cattive, i miei errori di giudizio. Il cristiano non è mai arrivato, l’amore e l’imitazione di Cristo sono lo scopo, la meta della vita.

Ecco allora l’ultimo pensiero. Bisogna pregare e chiedere al Signore la grazia di capire che abbiamo sempre bisogno di convertirci a Lui, al suo amore e all’imitazione della sua vita. Io capisco la mia debolezza e pochezza spirituale, quando prego e amo Cristo e gli chiedo la grazia di convertirmi al suo modello e di dirmi cosa deve cambiare nella mia vita perché possa dare una testimonianza della mia fede cristiana.

Papa Francesco ci dà l’esempio. Lui sta riformando la Chiesa senza fare un Concilio, ma con la sua vita. Si è proclamato un peccatore, chiede sempre che non ci dimentichiamo di pregare per lui. Nelle sue brevi omelie quotidiane a Santa Marta, specialmente nel tempo di Quaresima, il tema centrale è sempre che noi cristiani, noi preti, dobbiamo convertirci all’amore di Cristo e vivere una vita evangelica. E Francesco esemplifica spesso, dicendo che dobbiamo liberarci dell’idolo del nostro tempo, l’attaccamento al denaro. Ecco l’accoglienza, l’amore, la generosità verso i poveri, i migranti, le famiglie senza lavoro, i popoli che soffrono la fame e altre miserie degradanti e disumane.

Nel marzo scorso ho compiuto 88 anni. E’ da una vita che inseguo  Gesù Cristo e non l’ho ancora raggiunto. Il mio grande parroco di Tronzano Vercellese, don Pietro Beuz, quando sono entrato nel seminario minore di Moncrivello (arcidiocesi di Vercelli), mi diceva che fare il prete vuol dire essere “alter Cristus”, un altro Cristo;  ed era molto severo con me, durante le vacanze nel mio paese natale. Questa immagine mi aveva scombussolato e affascinato. In Famiglia e nell’Azione cattolica mi avevano insegnato ad amare Gesù. Ed essere un “altro Cristo”, nella mia ingenuità, mi pareva abbastanza facile. Poi la vita mi ha insegnato che è difficile, faticoso. Ma vi assicuro, anche tanto bello e consolante. L’amore a Gesù supera infinitamente tutti gli amori umani.

E poi, quando avanzi nell’età, tocchi con mano che tutto passa, Dio ti distacca da tutto. L’unica certezza e l’unica speranza è l’amore a Cristo, la vita con Cristo e secondo il Vangelo. E’ l’unica ricchezza che abbiamo, nel  cammino verso la meta finale della vita, in  braccio al Padre nostro che sta nei Cieli. Dove, scriveva il beato padre Clemente Vismara, “c’è tutta gente per bene”.

Sunday 26 March 2017

Fatti di Vangelo

“Cerco fatti di Vangelo” è il titolo di una serie di libri (finora se non erro, tre) nei quali un amico e per me un vero maestro, Luigi Accattoli, ha raccolto storie di fede vissuta nella vita quotidiana. Mi è tornato in mente ieri sera, quando, distrutto per la giornata trascorsa a seguire la visita di Francesco a Milano, ho ripensato ai momenti più belli e intensi. Vi propongo due video che ho realizzato.

Nel primo don Augusto Bonora, il parroco di San Galdino, la parrocchia che sorge di fronte alle Case Bianche di via Salomone visitate dal Papa, racconta ciò che è accaduto quando Francesco è entrato nelle abitazioni di tre famiglie.

Nel secondo Dori Falcone, una delle persone che ha accolto il Papa in casa, racconta come è avvenuto l’incontro. Su Vatican Insider ieri avete potuto seguire passo dopo passo la visita, ma ho scelto questi due momenti per il motivo che ora vi spiego.

Nel video del parroco, ad un certo punto lo vedrete commuoversi per un momento, quando racconta ciò che ha fatto Dori Falcone, la donna che assiste da anni il marito immobilizzato a letto e alimentato artificialmente: sapendo che era stata scelta lei per ricevere il Papa, tante altre persone del grande condominio popolare le avevano rivolto richieste. Volevano una foto, una preghiera, una benedizione per un malato. Così lei, la notte, ha pensato di impastare il pane e sfornare dei piccoli panini da far benedire al Papa perché poi potessero essere donati agli altri ammalati.

Francesco ripete che si va nelle periferie geografiche ed esistenziali (e quelle di due delle tre famiglie visitate ieri dal Papa erano sia geografiche che esistenziali, in quanto segnate dalla malattia) non tanto per portare qualcosa ma per cercare qualcosa, cioè per cercare e riconoscere il volto del Signore, per toccare la sua carne in quella di chi soffre. In quel momento di commozione del parroco c’è proprio questo. Con il suo gesto Dori ci ha evangelizzati. Ha pensato di moltiplicare il grande dono ricevuto, non ha pensato solo a se stessa o ai selfie con il Papa. Ha pensato a chi vive situazioni simili alla sua.

Per incontrare il Signore bisogna essere ancora in grado di commuoversi, di piangere, di riconoscerlo in chi pur tra mille difficoltà della vita e tra tante sofferenze, ci testimonia che cosa siano l’amore, la dedizione e il non guardare solo a se stessi.

Mi hanno colpito poi altre due cose. La prima è stata il silenzio sorridente del Papa, che in questa casa quasi non ha parlato, ma ha abbracciato, benedetto, toccato il pane che doveva essere distribuito agli altri. La seconda sono le parole – le trovate nel video – con le quali Dori ha descritto la giornata di ieri alle Case Bianche come un giorno di festa, una domenica dei vecchi tempi. Quando ancora la domenica era domenica. C’è una nostalgia in queste parole ma anche una constatazione: non è impossibile che riaccada la festa, che si vivano rapporti autentici di fraternità, che l’amore evangelico sia un pane profumato e condiviso.

Thursday 23 March 2017

Europa, che cosa ci si aspetta dai cristiani

Cari amici, vi invito a leggere l’intervista con il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, pubblicata sulla Stampa e su Vatican Insider ieri. In ogni risposta ci sono elementi interessanti sui quali riflettere, dall’inquietudine di cui sono segno i populismi che merita risposte non elusive, alle sottolineature sulle cause del terrorismo.

Qui mi vorrei soffermare sulle parole del cardinale contenute nell’ultima risposta, riguardante le radici cristiane dell’Europa e il contributo che i cristiani possono dare nel tempo presente e in futuro:

“Queste radici sono la linfa vitale dell’Europa. Basti rileggere i discorsi che i protagonisti del 25 marzo 1957 tennero in Campidoglio, per scoprire come essi vedessero nel comune patrimonio cristiano un elemento fondamentale sul quale costruire la Comunità economica europea. Poi è subentrato un lento processo che ha cercato di relegare sempre più il cristianesimo all’ambito privato. È stato così necessario ricercare altri denominatori comuni, apparentemente più concreti, ma che hanno condotto a quel vuoto di valori cui accennavo prima, con gli esiti che abbiamo dinanzi agli occhi di società sempre più frammentate. In questo contesto ritengo che i cristiani siano chiamati a offrire con convinzione la loro testimonianza di vita. ‘L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri’, diceva Paolo VI. Dai cristiani non ci si aspetta che dicano cosa fare, ma che mostrino con la loro vita la via da percorrere”.

Mi hanno colpito soprattutto queste ultime parole: sai cristiani non ci si aspetta che dicano cosa fare, ma che mostrino con la loro vita la via da percorrere. In fondo è davvero ciò di cui c’è bisogno. Il Vangelo si è diffuso non perché c’erano cristiani che facevano proclami, o magari cristiani che litigavano, si scomunicavano o si scannavano tra di loro gareggiando non solo su chi fosse il più bravo, ma anche su chi sapesse risultare dialetticamente più furbo, più sarcastico o più accanito nel far esami di dottrina agli altri, papi e vescovi compresi. Il Vangelo si è diffuso comunicandosi da persona a persona perché i cristiani si volevano bene tra di loro e volevano bene a coloro che incontravano. Una bellezza attraente. Quella bellezza che difficilmente si coglie nella “muscolosa” e autoreferenziale presenza sul web di coloro che credono di testimoniare il Vangelo pontificando e dando addosso ai fratelli nella fede non allineati con loro.

Wednesday 15 March 2017

Le fake news di Cultura Cattolica

Cari amici, ridiamoci un po’ su. Nei giorni scorsi hanno fatto molto rumore, e non poteva essere altrimenti, le parole del vescovo emerito di Ferrara Luigi Negri. Su Vatican Insider ho ripreso la notizia con questo titolo, che trovo assolutamente corretto: “Negri: “Motivi gravissimi dietro la rinuncia di Benedetto XVI”.

Ora il sito web Cultura Cattolica, in un articolo del suo direttore don Claudio Mangiarotti, mi accusa addirittura di produrre fake news e di aver voluto sbattere il vescovo “in prima pagina”. A parte che stiamo parlando di web e la mia ripresa non era tra le aperture da “prima pagina”, a me sembra che la notizia nelle parole di Negri ci fosse tutta. Dopo una settimana di assoluto silenzio e nessuna smentita o correzione delle clamorose dichiarazioni, don Mangiarotti invece di limitarsi eventualmente a spiegare l’autentico significato delle parole del vescovo, se la prende con chi le ha lette e divulgate. Cerco di non rispondere mai a certe provocazioni e ringrazio il sito Cultura Cattolica per l’attenzione che dedica a Vatican Insider e al sottoscritto.

Ma questa volta don Mangiarotti non me ne vorrà se rispedisco al mittente l’accusa. Il responsabile di Cultura Cattolica nel riportare infatti le parole del vescovo omette (omissis molto interessante, anzi illuminante) proprio la domanda del giornalista e l’inizio della risposta di monsignor Negri. Le riporto integralmente entrambe:

Visto questo rapporto (allusione alla stretta amicizia Negri-Ratzinger di cui il vescovo ha parlato, ndr), si è fatto un’opinione sul perché Benedetto abbia rinunciato al papato, un gesto clamoroso nella millenaria storia della Chiesa?
“Si è trattato di un gesto inaudito. Negli ultimi incontri l’ho visto infragilito fisicamente, ma lucidissimo nel pensiero. Ho poca conoscenza – per fortuna – dei fatti della Curia romana, ma sono certo che un giorno emergeranno gravi responsabilità dentro e fuori il Vaticano. Benedetto XVI ha subito pressioni enormi. Non è un caso che in America, anche sulla base di ciò che è stato pubblicato da Wikileaks, alcuni gruppi di cattolici abbiano chiesto al presidente Trump di aprire una commissione d’inchiesta per indagare se l’amministrazione di Barack Obama abbia esercitato pressioni su Benedetto. Resta per ora un mistero gravissimo, ma sono certo che le responsabilità verranno fuori. Si avvicina la mia personale “fine del mondo” e la prima domanda che rivolgerò a San Pietro sarà proprio su questa vicenda”.

Ora, io sarò tardo di comprendonio e arrugginito, ma ditemi voi se il combinato disposto della domanda e della risposta non significa affermare che esistono “gravissime responsabilità” in merito alla rinuncia di Papa Ratzinger. Negri afferma che Benedetto XVI ha subito pressioni e mette in collegamento diretto queste pressioni con la sua decisione di lasciare il pontificato.

Don Mangiarotti definisce le succitate parole de vescovo in questo modo: “sembra che il porre domande, o il fare riflessioni diverse rispetto al mainstream sia la cosa più riprovevole del mondo. E che un «arcivescovo uscente» contribuisca con la sua esperienza a una riflessione sul presente della Chiesa, del mondo e della società con acume e profondità sembra essere qualcosa di irrilevante rispetto all’unica preoccupazione di apparire i fedeli esaltatori di questo Papa. Peccato che lo stesso Papa li definisca «leccacalze»!

Mangiarotti dunque afferma che Negri ha soltanto posto domande (in realtà ha fatto affermazioni: “sono certo che un giorno emergeranno gravi responsabilità dentro e fuori il Vaticano”) e dice a me e a padre Federico Lombardi che siamo “leccacalze” perché esaltiamo “questo Papa”. Peccato che in questo caso “questo Papa” non c’entri, si sta parlando di Benedetto XVI. Gentile don Claudio, ma non sarebbe stato meglio smentire o spiegarsi meglio dopo l’intervista? Che infatti è stata puntualmente sventolata in prima pagina (questa sì) da Antonio Socci che l’ha subito annessa alla teoria del complotto e delle dimissioni forzate (tesi sempre smentita da Papa Ratzinger, che viene fatto apparire da questi “amici” come un debole impaurito). Ma guarda un po’, don Claudio la prima pagina di Libero e le tesi di Socci che utilizzano le parole del vescovo Negri non le cita nemmeno.

Da un sito che ci tiene così tanto a ribadire il nesso tra fede-ragione-cultura, ci si sarebbe aspettati qualche fake news in meno, e qualche ragione in più, invece di aggrapparsi puerilmente sugli specchi.

Tuesday 14 March 2017

Gesù ci insegna come diventare missionari

 

Domenica prossima 19 marzo, nel rito romano è la III di Quaresima e nel Vangelo leggiamo l’incontro di Gesù con la donna samaritana che era andata al pozzo ad attingere acqua. L’episodio è molto bello e ricco di insegnamenti anche per noi oggi, che ci troviamo spesso nella stessa situazione. Tra Gesù e la donna c’era un abisso. Gesù è un giovane ebreo ed è Dio, la samaritana aveva peccato molto, era lontana da Dio, ma portava nel cuore la sete di Dio.

Molti di noi credenti in Cristo viviamo la stessa esperienza di Gesù. Forse nella nostra famiglia o fra conoscenti ci sono persone lontane dalla fede. Oggi non pochi giovani, dopo la Cresima, vengono travolti dall’onda laicista della nostra società e in chiesa non vanno più. Chi crede deve ringraziare il buon Dio che gli ha conservato la fede, ma ha la responsabilità di testimoniarla e comunicarla a chi l’ha persa. Papa Francesco vuole riformare la Chiesa e invita tutti i credenti ad essere missionari.

Il Vangelo ci presenza questa scena della vita del Messia. Tre momenti, tre passaggi del missionario Gesù nell’incontro con la samaritana al pozzo:

1) Gesù era Dio, noi siamo un popolo di peccatori in cammino verso l’amore e l’imitazione di Cristo, vivendo secondo il Vangelo. Nel 1964 nella Casa Madre delle Missionarie della Carità di Madre Teresa a Calcutta, ho visto un grande Crocifisso con queste parole: “I thirst”. Ho sete. Sete di amore, sete di anime. La samaritana sentiva nel profondo questa sete di Dio, che non riusciva ad emergere per una vita superficiale e le molte emergenze quotidiane. Basta un incontro con Gesù per portare alla superficie questa sete di Dio. L’incontro con Gesù cambia la vita di questa donna.
Cari fratelli e sorelle, anche noi incontriamo spesso Gesù nella Messa, nella Comunione, nelle preghiere. Ma “quanta poca preghiera c’è nella nostra preghiera” diceva Madre Teresa. Accendiamo in noi il desiderio di conoscere e amare Gesù. Noi crediamo di conoscerlo, ma non lo conosciamo, non lo contempliamo nel suo immenso amore per noi. Non sentiamo ancora profondamente il desiderio di far conoscere a tutti com’è bello amare Gesù.

Cari amici che mi leggete, noi tutti siamo orfani di Cristo. La Quaresima è il tempo opportuno per convertirci, con la preghiera, la mortificazione, la generosità per le opere di carità. Quanto più ci distacchiamo da noi stessi, tanto più ci avviciniamo a Gesù e ci innamoriamo di Lui. Viviamo tutti una vita superficiale, il mondo ci travolge con le sue informazioni, distrazioni, preoccupazioni. Dobbiamo dare il suo tempo a Dio, al suo amore, rinunziare a qualcosa per esplorare il mistero di Dio, Padre misericordioso e di Gesù Cristo, Messia e Salvatore dell’umanità.

2) Gesù si mette al pari della donna. Non fa valere la sua superiorità di uomo, né di ebreo, né rivela sua divinità. Anzi dice alla samaritana: “Dammi da bere”. Le chiede un favore, suscitando l’interesse della donna: “Come mai, tu che sei un ebreo, chiedi da bere a me che sono una samaritana?”. Gesù vedeva in profondità nel cuore umano e conosceva la vita disordinata di quella donna, ma vedeva anche in lei la sete di Dio, il desiderio di purezza, di perdono, di incontrare Dio. Le chiede da bere l’acqua materiale, poi le parla dell’acqua spirituale che disseta per sempre e quella donna gli chiede di darla anche a lei. Prima si è fatto accettare, poi le ha rivelato di essere il Messia.

Nel 1990 ero a Kandy, la città sacra del buddismo in Sri Lanka e ho chiesto ad un prete locale se e come la Chiesa annunzia esplicitamente la salvezza in Cristo. Mi ha risposto: “In questa città l’annunzio di Cristo viene dopo. Prima dobbiamo farci accettare, di voler conoscere e apprezzare le loro ricchezze artistiche, morali, spirituali”. Questo è il principio che Papa Francesco mette in pratica nel “Dialogo con i lontani”, lanciato da Paolo VI e dal Concilio Vaticano II (1962-1965). Francesco vuol convertire il mondo intero a Cristo, non si mette mai contro gli atei, i persecutori della Chiesa, ma “va con i peccatori”, come faceva Gesù. Il profeta Ezechiele riferisce la parola di Dio (Ez. 18, 23): “Io sono il Vivente, dice il Signore, non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva”.
Papa Francesco ha telefonato e parlato bene di Pannella, di Dario Fo, di Veronesi e della signora Bonino, si è fatto intervistare da Eugenio Scalfari di “Repubblica” ed è stato criticato. Lui ha dato un esempio per dimostrarci come avvicinare chi non crede. Quante persone di cui siamo parenti o amici, hanno bisogno di Dio! Quando è possibile e opportuno, dobbiamo sentire la responsabilità di ragionare con loro sui temi della fede e della vita cristiana. Ma prima bisogna farsi accettare, partecipando ai suoi problemi, alle sue sofferenze, lodando le sue azioni e i suoi aspetti positivi.

Cito una mia esperienza. Alcuni anni fa, mi scrive Massimo Ages, avvocato romano ateo, marxista, contro la Chiesa cattolica. Ho risposto alla sua lettera, lui mi ha proposto di discutere, via computer, sulla Chiesa cattolica e il cristianesimo (credo una cinquantina di lettere ciascuno). Andiamo avanti per un anno circa a scambiarci lunghe lettere di botta e risposta, sempre con rispetto e a poco a poco con affetto. In quel tempo sua moglie era in ospedale per una difficile operazione. Gli ho assicurato la mia preghiera per lei, dicendogli che Dio può tutto. Questa lettera l’ha commosso, era la prima vola che un prete pregava per lui e la moglie. Alla fine mi scrive che ci siamo detti tutto, mi ringrazia e mi saluta con affetto, come anch’io l’ho ringraziato. Non ci siamo mai visti, ma siamo diventati amici. Il dialogo  sincero è sempre utile, ha insegnato molte cose anche a me.

Questa è “La Chiesa in uscita” di cui parla spesso Francesco. Tutti siamo chiamati ad essere evangelizzatori, tutti possiamo dire una buona parola. Come prete, medito spesso le parole di Gesù si suoi discepoli: “Voi siete il sale della terra, voi siete la luce del mondo, voi siete il lievito che deve fermentare la pasta”. Chissà quante persone hanno bisogno di Dio! Incontrando me che sono un sacerdote, da questo incontro può scoccare la scintilla che li porta a Dio, oppure un cattivo esempio che li allontana da Dio. Io prete, io cristiano conosciuto come tale, ho una responsabilità. Signore Gesù, rendimi un’immagine credibile di Te. La “nuova evangelizzazione” del popolo italiano passa proprio attraverso questa coscienza nuova del cristiano, di dover rappresentare Gesù alle persone che incontra.

3) Il terzo passaggio è di superare la barriera del laicismo, per cui parlare di temi religiosi è considerato sconveniente, quasi un tabù, che impedisce a molti di esprimere il sentimento religioso che tutti portiamo nel cuore. A Gesù è bastato un cenno sull’acqua spirituale, per toccare il cuore della donna. Anche noi possiamo dire una buona parola, ragionare se possibile sui temi della fede e della vita cristiana, ascoltare cosa dice l’altro senza fargli rimproveri. Se la fede e l’amore di Dio ci danno gioia e serenità di vita, se ci aiutano a portare le nostre croci, diciamolo. Viviamo in un paese di battezzati. E più facile che in un paese non cristiano. Con l’aiuto dello Spirito Santo, senza imporre niente a nessuno, possiamo farcela.

Piero Gheddo

Wednesday 01 March 2017

Papa Francesco e la crisi della vita consacrata

La Quaresima è per ogni cristiano un tempo liturgico prezioso e importante, che ci prepara alla Risurrezione con Cristo nel giorno di Pasqua. Per gustare la gioia e la pace della vita nuova con Gesù nel cuore, dobbiamo chiedere a Dio la Grazia della fedeltà alla vocazione che caratterizza la nostra personalità cristiana.

Fra i discorsi che Papa Francesco tiene ogni giorno, mi interessano quelli più vicini alla mia vita di sacerdote missionario del Pime (dal 1953). Il 28 gennaio 2017 il Papa ha ricevuto i partecipanti all’ “Assemblea plenaria della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica”. Il tema discusso nell’Assemblea era: “La Fedeltà alla Vocazione” e gli abbandoni che tutti lamentano.

“Siamo di fronte ad una emorragia che indebolisce la vita consacrata e la vita stessa della Chiesa. Gli abbandoni nella vita consacrata ci preoccupano”, ha detto Francesco ed ha continuato esaminando i tre principali fattori che causano l’infedeltà:
– la cultura del provvisorio. Un ottimo giovane ha detto al suo arcivescovo: “Io voglio diventare prete, ma solo per dieci anni”;
– il mondo giovanile è molto complesso, “ricco e sfidante….Ci sono giovani meravigliosi e non sono pochi… però anche molte vittime della logica della mondanità, che si può sintetizzare così: “Ricerca del successo a qualunque prezzo, del denaro facile e del piacere facile”.
– “All’interno della stessa vita consacrata, accanto a tanta santità – c’è tanta santità nella vita consacrata! – non mancano situazioni di contro-testimonianza, la routine, la stanchezza, il peso della gestione delle strutture, le divisioni interne, la ricerca di potere, una maniera mondana di governare gli Istituti, un servizio dell’autorità che a volte diventa autoritarismo e altre volte un “lasciar fare”.

Il discorso è lungo e complesso, parla di vita comunitaria, di “accompagnamento” delle vocazioni, un piccolo trattato sul tema della fedeltà alla vocazione. Il nucleo centrale è questa proposta incisiva, lapidaria:

“Se la vita consacrata vuole mantenere la sua missione profetica e il suo fascino, continuando ad essere scuola di fedeltà per i vicini e per i lontani (cfr Ef 2,17), deve mantenere la freschezza e la novità della centralità di Gesù, l’attrattiva della spiritualità e la forza della missione, mostrare la bellezza della sequela di Cristo e irradiare speranza e gioia. Speranza e gioia. Questo ci fa vedere come va una comunità, cosa c’è dentro. C’è speranza, c’è gioia? Va bene. Ma quando viene meno la speranza e non c’è gioia, la cosa è brutta”.

La fedeltà alla vocazione della vita consacrata è fondata su un amore profondo a Gesù Cristo, che riscalda il cuore (e questo vale anche per la fedeltà ad esempio, al matrimonio “per sempre”). Se si spegne questo fuoco interiore, la fedeltà alla chiamata di Dio non è più possibile. I primi missionari del Pime recitavano, dal 1850 (e recitiamo ancor oggi), la “Preghiera per impetrare fedeltà alla santa vocazione”, che racchiude tutti i sentimenti per dare ai consacrati la fedeltà agli impegni presi col Signore Gesù e la Chiesa:

“Voi mi avete chiamato, amorosissimo mio Gesù, per vostra somma bontà e degnazione. alla grazia grande dell’apostolato, perché tutto mi consacri a procurare la salvezza delle anime abbandonate dei poveri infedeli, abbracciando a tal fine una vita di fatiche e di stenti, lontano dalle persone e cose più care, per imitare più perfettamente voi che scendeste dal Cielo, vi faceste uomo, faticaste e moriste per salvare tutti gli uomini. Io profondamente vi ringrazio di tanta predilezione che avete avuto per me, misero ed indegno vostro figlio. Fate, o Signore Gesù, che io corrisponda con fedeltà a questo insigne vostro dono e mi tenga sempre cari i sacrifici che vi sono congiunti. Fatemi forte contro ogni tentazione e debolezza mia, affinché io cresca e duri fino alla morte nello spirito apostolico e risponda in tutto e sempre ai misericordiosi disegni che avete su di me. Maria santisima…….”.

E’ una bella preghiera, perché richiama ogni giorno, a noi persone consacrate, il senso della nostra vita. La recito con calma a letto, quando mi sveglio al mattino. Fra meno di un mese compio gli anni, che sono tanti (la quarta età?), ma preghiere come questa mi rinnovano la vita e la gioia di avere sempre Gesù con me. Viviamo invece in una società relativista (una religione vale l’altra), secolarizzata (vivere “come se Dio non esistesse”) e materialista (l’idolo di oggi è il denaro). Per essere fedele alla sua vocazione il sacerdote, e il consacrato alla vita religiosa, deve convertirsi alla “passione missionaria” di annunziare e testimoniare agli uomini l’unica ricchezza che abbiamo, e di cui tutti hanno bisogno: il Signore Gesù! Il motore della “passione missionaria” è l’amore a Gesù Cristo.

Il mio grande confratello beato padre Paolo Manna, fondatore della Pontificia Unione missionaria del clero e dei religiosi, scriveva ai missionari del Pime: “Preti mediocri non ci servono. Oggi ci vogliono preti santi”. Ecco la sfida che ci sta di fronte, cari amici sacerdoti. Che fare? Non c’è dubbio, non rinchiuderci nel tran-tran della nostra vita abitudinaria, ma nutrire sempre grandi ideali e prima di tutto l’ideale di innamorarci profondamente di Gesù Cristo che ci ha chiamati a seguirlo. Gesù il Cristo non è solo il Verbo di Dio da credere, da approfondire intellettualmente, da annunziare e spiegare a chi ci ascolta: è una persona da amare, il Figlio dell’eterno Padre che s’è fatto uomo per salvarci. La fede in senso intellettuale oggi non basta più. Ci vuole la passione per Cristo, l’entusiasmo di annunziare il Vangelo, di gridare il Vangelo con la nostra vita. Dobbiamo avere, noi sacerdoti (e persone consacrate), la coscienza della nostra grandezza perché siamo chiamati alle splendide avventure della fede: “L’anima mia magnifica il Signore!”. Da qui nasce la missione e l’entusiasmo missionario, che rallegrano il cuore e la vita.

Sunday 05 February 2017

A proposito di proselitismo…

Tra le critiche spesso feroci ed espresse senza un briciolo di carità che vengono rivolte all’attuale successore di Pietro c‘è anche quella riguardante le sue parole sul proselitismo. Francesco, peraltro citando il predecessore Benedetto XVI, continua a ricordare che la Chiesa non cresce attraverso il proselitismo ma per attrazione e testimonianza.

Il senso della frase è piuttosto chiaro: la Chiesa non evangelizza attraverso il marketing, le strategie mediatiche, l’imposizione o la ripetuta, roboante e quotidiana condanna dei cattivi comportamenti degli uomini e delle donne del nostro tempo. La Chiesa evangelizza per attrazione e testimonianza.

Quanti fossero convinti di essere di fronte – qui – a un malinteso buonismo post-conciliare o all’ennesima manifestazione trasformista del modernismo, possono rileggere Matteo 5, 13-16, cioè il Vangelo di questa domenica 5 febbraio 2017 (rito Romano).

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

Ecco, le parole finali di Gesù parlano proprio di attrazione e testimonianza: gli uomini e le donne del nostro tempo come del tempo di Gesù, duemila anni fa, rendono gloria al Padre se vedono le “vostre opere buone”. Non se sentono prediche. Ma se “vedono”, cioè incontrano testimonianze di vita nuova, bellezza, fraternità vissuta. Il modo in cui i cristiani si amano e vivono è la via dell’evangelizzazione (o può essere la via della contro-testimonianza evangelica che allontana ancor di più).

Tuesday 10 January 2017

Le bugie della Nuova Bussola Quotidiana

Cari amici, mi ero ripromesso il silenzio su certi attacchi personali che indicano mala fede e soprattutto mala fede nei confronti dei lettori. Ma l’editoriale a firma di Riccardo Cascioli pubblicato oggi ha veramente passato il segno e mostra con evidenza come quel giornale online in questo caso distorca fatti: siccome per sopravvivere ha bisogno sempre di un nemico – meglio se è un nemico che sta nella stessa casa cattolica – questa mattina il suo direttore afferma due falsità delle quali dovrebbe chiedere scusa ai lettori.

La prima. Scrive Cascioli: “Fin da quando sono stati pubblicati i “dubia”, invece di affrontare un dibattito serio i soliti “guardiani della rivoluzione” hanno cercato di disinnescare la “minaccia”. Dapprima è stato il silenzio, sperando che la cosa rimanesse confinata ai siti – tra cui La Nuova BQ – che li avevano resi pubblici“. Poche righe più avanti Cascioli cita esplicitamente soltanto Vatican Insider: “guardiano della rivoluzione” è uno degli epiteti che nei miei confronti alcuni usano spesso sui loro media. Ebbene, vorrei ricordare al buon Cascioli smemorato che il giorno stesso in cui sono stati pubblicati i dubia – in Italia da Sandro Magister e dalla Nuova Bussola Quotidiana – Vatican Insider ha messo online un articolo nel quale, citando con link entrambe le fonti, dava conto degli stessi dubia. Peraltro con grande rispetto e senza alcun commento negativo, neanche tra le righe. Nel nostro piccolo e pur con tutti i nostri limiti (purtroppo non godiamo dell’infallibilità della Bussola Quotidiana, che insegna dottrina a tutti) abbiamo dato conto con correttezza e tempestività di quanto avvenuto, senza minimizzare, “silenziare” o denigrare. La prova di ciò che dico è qui.

Ora, come possa essere considerato tutto questo un “silenzio”, non lo so. Nei giorni successivi Vatican Insider ha pubblicato altri due contributi di personalità di livello (il filosofo Buttiglione, il teologo Guerra Lopez) che – sempre con grande rispetto – entravano nel merito dei dubia e dicevano la loro partecipando a quel dibattito auspicato dagli autori dei dubia, ma evidentemente non dai loro sostenitori mediatici, per i quali il dibattito va bene a patto che si sostenga la loro tesi.

Ma le affermazioni più offensive e veramente lesive della mia dignità di persona prima ancora che di giornalista (e questo mi fa personalmente molto male perché con Cascioli ci conosciamo e abbiamo per un breve periodo anche lavorato insieme) vengono subito dopo. In un successivo paragrafo dell’editoriale, il direttore della Nuova Bussola Quotidiana scrive: “Ma visto che malgrado la pesante campagna intimidatoria sono molti di più vescovi e cardinali che hanno sostenuto apertamente i “dubia” rispetto a quanti si sono allineati alla condanna, ecco che da qualche settimana è iniziato il tentativo di mettere l’uno contro l’altro i quattro cardinali e chi finora li ha sostenuti. Così, ad esempio, Vatican Insider ha tentato di estorcere dichiarazioni al cardinale Brandmuller contro Burke, puntando sempre sulla questione della correzione del Papa, e lo stesso argomento è stato usato nell’intervista di Tgcom24 al cardinale Muller”.

Ora, rispedisco al mittente l’affermazione secondo la quale io avrei “tentato di estorcere” alcunché a un cardinale che conosco da diversi anni e con il quale ho anche collaborato per una mostra storica su Pio XII. Di fronte alle oggettivamente dirompenti affermazioni del cardinale Burke sulla “correzione formale” al Papa – che esulano dai dubia e che invece La Bussola ha cercato di minimizzare in tutti i modi – ho chiesto telefonicamente a Brandmueller un parere. Il cardinale era inizialmente dubbioso sull’opportunità di intervenire. Dopo un breve dialogo, gli ho detto che avrei trascritto la nostra telefonata inviandogli un testo. L’ho fatto. Il cardinale ci ha pensato su un giorno. Avrebbe potuto dirmi che non se ne faceva nulla e nulla sarebbe uscito. Invece mi ha inviato un’email cortese, contenente una dichiarazione scritta e ben meditata, da poter citare in un’eventuale pubblicazione. L’articolo che secondo Cascioli avrei “estorto” non fa altro che riportare parola per parola, alla lettera, e integralmente le affermazioni ricevute per posta elettronica da Brandmueller, il quale mi autorizzava ovviamente a utilizzarle. Di mio c’erano titolo, sommari e i passaggi non virgolettati.

Per quanto riguarda l’articolo su Mueller di domenica scorsa, mi sono limitato a riferire alla lettera le affermazioni trascritte dall’ufficio stampa del Tgcom24, che corrispondono a ciò che il porporato ha detto in diretta video. Senza denigrare né screditare nessuno. C’è chi si dedica quotidianamente a denigrare e screditare gli altri, soprattutto i fratelli nella fede (e basta leggere certi siti per vedere quale linguaggio di odio e di scherno viene usato). Vatican Insider non è tra questi. Capisco bene che le parole di Mueller abbiano infastidito non poco Cascioli, alcuni sostenitori dei “dubia” e i circoli mediatici che li supportano. Ma far passare anche il vaticanista del Tgcom24 Fabio Marchese Ragona per una specie di “estorsore” solo per aver posto una domanda al cardinale dice a che punto siamo arrivati con l’informazione sedicente cattolica che vive e consiste solo sull’esistenza di un nemico. Quando non lo trova, lo deve creare, massacrando la realtà dei fatti e persino il buonsenso.

Sono peraltro convinto che il cardinale Mueller dica semplicemente ciò che pensa quando afferma di non essere d’accordo con la pubblicazione dei dubia, messi online dopo meno di due mesi dalla loro presentazione. Come pure quando afferma che la “correzione formale” del Papa non è in agenda. La Nuova Bussola Quotidiana fa bene a condurre le battaglie in cui crede. Ma quando la realtà risulta essere un po’ diversa dall’idea che ci si è fatta o dal pre-giudizio che si ha, basterebbe prenderne atto, oppure, se proprio rode così tanto, ignorare la cosa. Ma perché dare dell’estorsore a chi cerca di fare il suo mestiere? Un’accusa velenosa e falsa, che svela i cuori e descrive bene il livello a cui si è arrivati da parte di chi fa quotidianamente lezione di giornalismo e di dottrina a tutti credendosi un novello Sant’Uffizio.

PS, copio qui sotto il testo completo del messaggio ricevuto per email dal cardinale Brandmueller alla vigilia di Natale, che ho trasformato in articolo e messo online la mattina del 26 dicembre. Per fortuna non lo avevo ancora cancellato! Così potrò esibirlo come prova a mia discolpa quando dovrò comparire davanti alla Santa Inquisizione Bussolante per difendermi dall’accusa di “estorsione” ai danni di un cardinale.

Caro Dottore, ecco qui il mio pensiero autentico e completo. La pregherei di riportarlo in una Sua eventuale pubblicazione.
Innanzitutto noi Cardinali attendiamo la risposta ai Dubia, in quanto una mancata risposta potrebbe essere vista da ampi settori della Chiesa come un rifiuto dell`adesione chiara e articolata alla dottrina definita.
I Dubia intendono promuovere nella Chiesa il dibattito, come sta avvenendo. Il Cardinale Burke nell’intervista originale in inglese (non come hanno riportato i media italiani) non ha indicato una scadenza, ma solo risposto che ora dobbiamo pensare a Natale e poi si affronterà la questione. Inoltre il Cardinale non ha detto che una eventuale correzione fraterna (conf. Gal. 2,11-14) debba avvenire pubblicamente. Devo, invece, ritenere che sia convinto, che in prima istanza una correzione fraterna debba avvenire in camera caritatis. Del resto devo dire che il Cardinale ha espresso-in piena autonomia-la sua opinione, che, senz`altro potrebbe essere condivisa pure da altri cardinali.

Saturday 31 December 2016

Avviso ai naviganti. Dal 1 gennaio 2017 tutti a bordo di un nuovo naviglio

Il sito "www.chiesa" sospende le pubblicazioni. Ma prosegue con il blog "Settimo Cielo", che continuerà ad offrire una messe ancor più ricca di notizie, di analisi, di documenti sulla vita della Chiesa cattolica

Wednesday 21 December 2016

Il papa non risponde ai quattro cardinali. Ma sono pochi quelli che lo giustificano

E sono sempre di più, invece, i cardinali e vescovi che si schierano a sostegno degli autori delle cinque domande di chiarimento sulle ambiguità di "Amoris laetitia". Eccoli a uno a uno

Thursday 15 December 2016

A Francesco non piacciono i seminari. Perché formano preti "rigidi" e incapaci di "discernimento"

In pochi giorni, una raffica di rimproveri. Da cui traspare l'irritazione del papa per le critiche ad "Amoris laetitia", frutto anch'esse, a suo giudizio, di una mentalità legalistica e decadente

Sunday 11 December 2016

Bergoglio politico. Il mito del popolo eletto

Il papa della misericordia è anche quello dei "movimenti popolari" anticapitalisti e no-global. Muore Castro, vince Trump, crollano i regimi populisti sudamericani, ma lui non si arrende. È certo che il futuro dell'umanità è nel popolo degli esclusi

Monday 05 December 2016

Nuovo appello al papa. I dubbi cattolici del "New York Times"

In California il vescovo di San Diego, pupillo di Bergoglio, ammette di fatto i divorzi e le seconde nozze, come in qualsiasi chiesa protestante. Dalla notizia nasce la domanda: "Amoris laetitia" può essere interpretata anche così?

Monday 28 November 2016

Un nuovo concilio, come sedici secoli fa

I conflitti messi in moto oggi da "Amoris laetitia" hanno un precedente nelle controversie cristologiche del tardo impero romano. Le risolse il concilio ecumenico di Calcedonia. Dal Cile, uno studioso propone di rifare lo stesso cammino

Wednesday 23 November 2016

Il papa tace, ma i cardinali suoi amici parlano. E accusano

Il prefetto del nuovo dicastero per la famiglia attacca l'arcivescovo di Philadelphia, Charles J. Chaput, per come attua "Amoris laetitia" nella sua diocesi. Ecco le linee guida finite sotto processo

Tuesday 25 October 2016

Incubo culle vuote: nel 2031 natalità zero

​Declino, decrescita, recessione. Tutti termini che, ripetuti senza tregua dai mezzi di comunicazione, sono ormai entrati a far parte del linguaggio comune e dei discorsi quotidiani. La preoccupazione ricorrente è di dover "andare indietro" invece che progredire, di "perdere terreno" lungo la via della crescita e della qualità della vita. Ma non è solo l’economia a togliere il sonno agli italiani del nostro tempo. Un altro ambito da cui arrivano indicazioni di continuo regresso è quello della demografia, dove i segnali di declino si manifestano nei fenomeni che segnano il futuro delle persone e della società. Chi pensava che il 2015 – l’anno passato alla storia per la più bassa natalità di sempre e per un calo di popolazione che non si ricordava dai tempi della Grande Guerra – dovesse rappresentare un caso eccezionale, deve ricredersi.

Abbiamo appena scoperto che i 222mila nati nel primo semestre del 2016 sono il 6% in meno di quelli registrati nello stesso periodo dello scorso anno (236mila) e che il corrispondente saldo naturale (nati-morti) è già "in rosso" per 93mila unità. Tutto lascia supporre che su base annua si arrivi al nuovo record (al ribasso) di 456mila nati e a un saldo naturale negativo per quasi 150mila unità. Se qualche mese fa si parlava provocatoriamente della scomparsa dei matrimoni religiosi entro il 2031 – essendosi ridotti mediamente di 6mila unità ogni anno durante l’ultimo ventennio – che dire della prospettiva di una "natalità zero"? A questi ritmi di decrescita, 30mila nati in meno ogni anno, basterebbe un quindicennio e, guarda caso ancora nel 2031, avremmo chiuso con quello che è da sempre l’evento gioioso che celebra la vita: il primo vagito di un bimbo. Potremmo così riconvertire i reparti di ostetricia in unità geriatriche, sostituire pannolini e passeggini con pannoloni e deambulatori, e finalmente smettere di adoperarci (spesso con sacrifici) per dare ai nostri figli un’istruzione, una casa, un lavoro, in un parola: un futuro. Avremmo quindi la prospettiva di sopravvivere in un mondo di pensionati – senza per altro immaginare qualcuno che ci paghi la pensione – immersi nel presente e in attesa che si esaurisca quella che in demografia è chiamata "l’aspettativa di vita".


Follia? Fantascienza? Pessimismo cosmico? Forse. O più semplicemente un gioco di numeri che però mira a sottolineare, con la forza del paradosso, la pericolosità di quelle tendenze su cui ripetutamente abbiamo richiesto, alla società e a chi ne ha le leve di comando, più attenzione e più azioni capaci di contrastarne le dinamiche e gli effetti. «Senza nascite non c’è futuro» titolava Avvenire giusto quattro anni fa (25 ottobre 2012, pag.3) richiamando il messaggio della Cei per la 35a Giornata nazionale per la vita. E quel messaggio non solo non ha perso attualità, ma è andato sempre più assumendo i toni di accorata preoccupazione. Una preoccupazione che si è accresciuta partendo dalla stessa diagnosi di quattro anni fa, ulteriormente aggravata dal fatto che mentre il "paziente Italia" segnalava allora 534mila nascite, oggi ne conteggia quasi 80mila in meno: abbiamo perso nell’ultimo quadriennio il 15% dei nati. Altro che calo del Pil!


E la terapia? Quella resta la stessa di allora ed è di comprensione immediata: più famiglia. Un "più famiglia" da declinare con azioni concrete, orientate a recuperare equità nella imposizione tributaria e nelle politiche tariffarie, a favorire la conciliazione nel mondo del lavoro, a rendere accessibili i servizi di cura e a sviluppare politiche abitative a misura di famiglia. Si tratta di attivare iniziative di "politica demografica e familiare" che, senza venir circoscritte alla sola sfera dell’emersione dalla povertà/esclusione sociale (come si è soliti pensarle) abbiano carattere universale. Perché c’è bisogno di coinvolgere, e se necessario supportare (quand’anche in modo differenziato ma con un comune segnale di gratificazione), l’intero universo familiare che è chiamato a svolgere un difficile impegno nella produzione e formazione del capitale umano di cui il Paese non può fare a meno. Il tutto senza tergiversare inseguendo le aspettative (di comodo) secondo cui il problema della denatalità verrà magicamente risolto grazie al contributo dell’immigrazione – importante ma certo non risolutivo – o a seguito di alquanto improbabili nuovi comportamenti capaci di generare spontanee inversioni di tendenza. Non illudiamoci, senza un forte segnale di attenzione da parte della società e della politica prevarrà sempre l’inerzia dettata da orientamenti culturali e da condizioni di contesto che certo non sono favorevoli a chi ha (più) figli.


Riguardo poi a chi dovrebbe farsi carico della progettazione e dell’esecuzione dei necessari interventi di natura terapeutica sulla "demografia malata" di questa nostra Italia, va purtroppo ancora denunciata la persistente grave latitanza da parte delle istituzioni e della politica, oggi come quattro anni fa. D’altra parte, se è vero che ogni azione con riflessi (diretti e non) in ambito demografico richiede un’ottica lungimirante, coerente nelle scelte e paziente nell’attesa dei frutti – si semina oggi per raccogliere dopodomani – è anche vero che essa mal si concilia con una classe politica che ha un respiro di breve periodo. I tempi della demografia sono la distanza tra due generazioni (oggi circa trent’anni), mentre quelli della politica guardano, nel caso migliore, la durata di una legislatura (cinque anni). Chi rischia il consenso elettorale in nome di un intervento con ricadute in campo demografico – magari con scelte controverse che ridisegnano la redistribuzione di risorse scarse – vorrebbe quell’immediato riscontro che, viceversa, la natura stessa dell’oggetto dell’intervento diluisce nel tempo.



Che fare dunque per eliminare il gap? Occorre svolgere un paziente lavoro, anche sul piano della comunicazione, per far nascere una cultura condivisa del cambiamento demografico come fenomeno da conoscere, nelle manifestazioni e nelle conseguenze, ma soprattutto da poter governare di comun accordo, accettando e ripartendoci gli eventuali costi e i sacrifici che derivano da scelte che mirano al bene comune. Ben consapevoli che anche in un mondo globalizzato, con una popolazione in crescita e sempre più aperta alla mobilità, le grandi problematiche sul fronte demografico sono e restano "locali". Il crollo della natalità in Italia va innanzitutto risolto in Italia, restituendo a chi vive nel nostro Paese, con o senza il passaporto italiano, il coraggio di costruire il proprio futuro e il piacere di farlo insieme a tanti altri.

Tuesday 25 October 2016 06:02

Migranti via da Calais, mai più la Giungla

Stanno smontando, pezzo a pezzo, la Giungla cresciuta a Calais, in riva alla Manica. L’abitavano in migliaia, ma non era loro. Loro hanno volto e nome. La Giungla era terra di nessuno, terra dei nessuno. Ghetto infame, zeppo di dolore per le tragedie e le fatiche dei migranti per forza, eppure pieno di sogni, perché le donne e gli uomini non si rassegnano mai a soffrire e basta.

Se ne vanno a migliaia. Alcuni – i più piccoli – forse finalmente verso l’Inghilterra, di là dal mare che non riuscivano a passare. Gli altri sparsi per la Francia che sinora non li aveva accolti né lasciati andare. E ci sono xenofobi che perciò già gridano alle «mini-Calais», come se la Giungla fosse ormai il marchio impresso sulla carne di chi vi era imprigionato. Sta invece sulla pelle d’Europa il marchio.

E non c’è civile operazione di pulizia, né di polizia, che lo potrà lavare se, ovunque, non diverrà regola l’ancora piccola "eccezione italiana" dei corridoi umanitari che in queste ore si ripete. Riconoscere il bisogno e il diritto all’asilo e al domani, strappare i profughi alla mortale non-legge dei trafficanti e a ogni Giungla. È l’unica via, il vero prologo alla giustizia che comincerà quando nessuno più dovrà fuggire la terra dov’è nato.

Monday 24 October 2016

L'asse Italia-Usa, senso e rischi di un'intesa

​L’incontro alla Casa Bianca tra Barack Obama e Matteo Renzi testimonia l’abituale, ottimo stato delle relazioni tra Stati Uniti e Italia e allo stesso tempo certifica la relazione speciale tra il presidente americano uscente e il premier italiano. Cogliendo l’opportunità offertagli dall’ultima cena di Stato, a poche settimane dal voto che designerà il suo successore, Obama non ha certo lesinato i complimenti a Renzi. Anzi, ha persino voluto sostentare la perfetta sintonia personale tra lui e "Matteo" sui temi dell’accoglienza ai migranti, dell’importanza della crescita economica e delle riforme necessarie a velocizzare l’attività di governo per portarla in linea con i tempi che corrono.


Più di così, Renzi non poteva sperare di ottenere, tanto più in una fase per lui assai delicata, tra un referendum costituzionale che potrebbe perdere e una manovra economica per il 2017 di cui, come al solito, non si conoscono i dettagli neppure dopo che essa è stata licenziata dal Consiglio dei ministri; ma sulla quale la Commissione europea già storce il naso per «l’euforia contabile» che sembra contraddistinguerla. E infatti, Renzi ha subito rassicurato «Barack» circa la piena e convinta adesione italiana alle operazioni militari sostenute dal Pentagono: dall’Iraq all’Afghanistan alla Libia. In fondo, all’Italia, è questo che l’America ha sempre chiesto, sin dalla Guerra del Golfo del 1990-91: fornire soldati e appoggio politico allo sforzo comune. E tutti i governi italiani che si sono succeduti nell’ultimo quarto di secolo hanno sempre e costantemente acconsentito alle richieste d’Oltreoceano, a prescindere dalle rispettive coloriture politiche.



Al netto della particolare sintonia personale tra i due protagonisti della cena, questo è il dato costante che va tenuto presente perché esprime la continuità della nostra relazione transatlantica. Nei giorni scorsi, più di un osservatore ha suggerito l’idea che, ora che con la Brexit il Regno Unito è fuori dall’Unione, gli Stati Uniti siano alla ricerca di un altro "pivot" all’interno della Ue, un Paese sicuramente dal "rango" inferiore a quello britannico (che ancora dispone di un diritto di veto in sede Onu), ma proprio per questo più desideroso di poter vantare ed esibire una relazione speciale con l’America e comunque dalla lealtà atlantica ferrea. Ma quale utilità avrebbe per Washington un simile partner? Nell’ipotesi più benevolente esso potrebbe costituire una sorta di facilitatore delle relazioni, non sempre semplici, tra Washington e Bruxelles. In particolar modo, coccolare il più piccolo (e fragile) dei tre "grandi" dell’Unione, consentirebbe di evitare che la ritrovata e obbligatoria sintonia tra Parigi e Berlino possa anche solo implicitamente allentare l’allineamento tra Bruxelles e Washington.
Sul tappeto c’è il dossier russo, su cui Renzi in altre sedi era stato molto critico, ma sul quale Francia e Germania hanno dimostrato nel vertice in "formato Normandia" di qualche giorno fa di essere disposte a seguire Washington. Ma c’è soprattutto il Ttip, il trattato commerciale transatlantico, nei cui confronti sia Berlino sia Parigi stanno frenando, mentre invece il governo italiano continua a mostrare granitiche certezze. L’ipotesi più maliziosa è che, proseguendo su questa china, l’Italia possa essere pensata come un "guastatore" all’interno della ex fortezza europea, in grado di intralciare l’azione egemonica tedesca, ovvero della seconda grande economia esportatrice al mondo dopo quella cinese.



È un’ipotesi molto azzardata, che non tiene conto della storica entusiastica adesione dell’Italia al progetto europeo. E però difficile non constatare come Renzi stesso non abbia esitato un solo minuto a cogliere l’opportunità di attaccare l’Unione, la Commissione, la Germania e la signora Merkel già dal suolo americano, allo scopo di iniziare la schermaglia sulla sua legge di stabilità sull’onda del maxi endorsement di Obama.
L’incontro alla Casa Bianca tra Barack Obama e Matteo Renzi testimonia l’abituale, ottimo stato delle relazioni tra Stati Uniti e Italia e allo stesso tempo certifica la relazione speciale tra il presidente americano uscente e il premier italiano. Cogliendo l’opportunità offertagli dall’ultima cena di Stato, a poche settimane dal voto che designerà il suo successore, Obama non ha certo lesinato i complimenti a Renzi. Anzi, ha persino voluto sostentare la perfetta sintonia personale tra lui e "Matteo" sui temi dell’accoglienza ai migranti, dell’importanza della crescita economica e delle riforme necessarie a velocizzare l’attività di governo per portarla in linea con i tempi che corrono.



Più di così, Renzi non poteva sperare di ottenere, tanto più in una fase per lui assai delicata, tra un referendum costituzionale che potrebbe perdere e una manovra economica per il 2017 di cui, come al solito, non si conoscono i dettagli neppure dopo che essa è stata licenziata dal Consiglio dei ministri; ma sulla quale la Commissione europea già storce il naso per «l’euforia contabile» che sembra contraddistinguerla. E infatti, Renzi ha subito rassicurato «Barack» circa la piena e convinta adesione italiana alle operazioni militari sostenute dal Pentagono: dall’Iraq all’Afghanistan alla Libia. In fondo, all’Italia, è questo che l’America ha sempre chiesto, sin dalla Guerra del Golfo del 1990-91: fornire soldati e appoggio politico allo sforzo comune. E tutti i governi italiani che si sono succeduti nell’ultimo quarto di secolo hanno sempre e costantemente acconsentito alle richieste d’Oltreoceano, a prescindere dalle rispettive coloriture politiche.



Al netto della particolare sintonia personale tra i due protagonisti della cena, questo è il dato costante che va tenuto presente perché esprime la continuità della nostra relazione transatlantica. Nei giorni scorsi, più di un osservatore ha suggerito l’idea che, ora che con la Brexit il Regno Unito è fuori dall’Unione, gli Stati Uniti siano alla ricerca di un altro "pivot" all’interno della Ue, un Paese sicuramente dal "rango" inferiore a quello britannico (che ancora dispone di un diritto di veto in sede Onu), ma proprio per questo più desideroso di poter vantare ed esibire una relazione speciale con l’America e comunque dalla lealtà atlantica ferrea. Ma quale utilità avrebbe per Washington un simile partner? Nell’ipotesi più benevolente esso potrebbe costituire una sorta di facilitatore delle relazioni, non sempre semplici, tra Washington e Bruxelles. In particolar modo, coccolare il più piccolo (e fragile) dei tre "grandi" dell’Unione, consentirebbe di evitare che la ritrovata e obbligatoria sintonia tra Parigi e Berlino possa anche solo implicitamente allentare l’allineamento tra Bruxelles e Washington.
Sul tappeto c’è il dossier russo, su cui Renzi in altre sedi era stato molto critico, ma sul quale Francia e Germania hanno dimostrato nel vertice in "formato Normandia" di qualche giorno fa di essere disposte a seguire Washington. Ma c’è soprattutto il Ttip, il trattato commerciale transatlantico, nei cui confronti sia Berlino sia Parigi stanno frenando, mentre invece il governo italiano continua a mostrare granitiche certezze. L’ipotesi più maliziosa è che, proseguendo su questa china, l’Italia possa essere pensata come un "guastatore" all’interno della ex fortezza europea, in grado di intralciare l’azione egemonica tedesca, ovvero della seconda grande economia esportatrice al mondo dopo quella cinese.


È un’ipotesi molto azzardata, che non tiene conto della storica entusiastica adesione dell’Italia al progetto europeo. E però difficile non constatare come Renzi stesso non abbia esitato un solo minuto a cogliere l’opportunità di attaccare l’Unione, la Commissione, la Germania e la signora Merkel già dal suolo americano, allo scopo di iniziare la schermaglia sulla sua legge di stabilità sull’onda del maxi endorsement di Obama.

Un’inversione di 180 gradi rispetto al "quadretto di Ventotene", fortissimamente voluto e organizzato da Renzi stesso a Brexit ancora calda... Al di là delle considerazioni di stile, si tratta di un gioco pericoloso. Innanzitutto perché Obama è, politicamente parlando, un’anatra zoppa (il cui appoggio nei referendum oltre tutto non sempre porta bene, chiedere a David Cameron per avere ragguagli) e non è per nulla detto che Hillary Clinton (per tacere di Donald Trump) vorrà confermare la linea del suo predecessore, che peraltro in politica estera può esibire ben modesti successi.

 

Ma è pericoloso soprattutto perché, oggi e ancor più domani, la relazione con la Germania è ben più cruciale di quella con l’America per la solidità, il benessere e persino la sicurezza italiana. Giocare l’una contro l’altra dimostrerebbe una miopia estremamente grave. A partire dai dossier che più stanno a cuore al premier, immigrazione e flessibilità, sui quali tutto l’entusiastico appoggio di Washington non vale un’unghia della più piccola apertura da parte di Berlino.

Monday 24 October 2016 09:24

Via dall’insaziato idolo

La fede biblica è liberazione. L’alleanza con YHWH è stata soprattutto la grande strada per fuggire dalla schiavitù degli imperi. Sta qui molta della portata innovativa e rivoluzionaria della Bibbia: accettare di allearsi con un Dio altissimo, invisibile, impronunciabile, tutto spirituale, è stata la via per non diventare sudditi di re e faraoni troppo visibili, materiali, pronunciabili e pronunciati. Schiavi di sovrani dal nome detto e ripetuto in ogni angolo del regno, la cui immagine era riprodotta in mille statue che disegnavano il paesaggio dei loro imperi. Riconoscere che solo YHWH è signore è stata una pedagogia straordinaria per imparare la vera laicità della politica e della vita civile e quindi riconoscere la natura idolatrica degli imperi, delle comunità, delle famiglie (dove per non trasformare i nostri figli in idoli stupidi dobbiamo rinunciare a pensarli, volerli e "crearli" a nostra immagine e somiglianza).
 
Il Dio biblico è distinto da Cesare perché Cesare non è Dio e non può mai diventarlo. Al massimo potrà conquistare lo status di idolo. Gli idoli sono molto meno di Dio, sono molto meno dell’uomo. L’idolatria è sempre rimpicciolimento di Dio, ma è ancor di più rimpicciolimento dell’uomo. La profezia, proteggendo YHWH dall’idolatria, ha protetto noi dal diventare immagine di feticci. Ecco perché essa è soprattutto un messaggio antropologico rivolto alla donna e all’uomo di ogni tempo: "non rimpicciolirti, non diventare copia di cose troppo meschine: tu vali molto di più". Non deve stupire, allora, che il libro di Isaia, aperto dalla critica radicale agli idoli, termini il ciclo del cosiddetto "primo Isaia" ancora con l’idolatria. Il re Ezechia fu giusto e quindi anti-idolatra: «Egli eliminò le alture e frantumò le stele, tagliò il palo sacro e fece a pezzi il serpente di bronzo... Egli ebbe fiducia in YHWH» (Secondo Libro dei Re, 3-5).
 
Questo re giusto sta ora per affrontare la sua crisi più grande. La superpotenza assira, dopo aver occupato i vari regni della regione, si accinge a conquistare anche Gerusalemme. Il re Sanherib invia una delegazione per chiedergli la resa. I grandi ufficiali siriani parlano e toccano il cuore della fede di Israele: «Non vi inganni Ezechia dicendo: "Il Signore ci libererà! Forse gli dèi delle nazioni sono riusciti a liberare ognuno la propria terra dalla mano del re d’Assiria?"» (Isaia 36,18). Il messaggio degli ambasciatori assiri è dunque molto chiaro: il vostro Dio è come quello dei popoli che abbiamo già conquistato. È impotente come loro. La vostra fede-fiducia è vana, è solo illusioni, stupidità, scemenze. E quindi così si rivolgono ai tre funzionari di Ezechia: «Riferite a Ezechia: "Così dice il grande re, il re d’Assiria: Che razza di fede-fiducia è quella nella quale confidi?"» (36,3).
 
Gli assiri parlano lo stesso linguaggio religioso di Israele. Vogliono una resa volontaria, interiore, libera. Gli imperi sanno che non conquistano mai un popolo finché non gli conquistano l’anima, finché non lo convincono che la sua fede è una stupidaggine per offrirgli la propria più intelligente. Quel siniscalco del re assiro mostra anche di conoscere il nome il Dio di Israele, YHWH, e dice di parlare in suo nome (36,10). Come i falsi profeti. E come tutti i falsi profeti si dimostra subito idolatrico equiparando YHWH agli idoli. È sempre stata questa la bestemmia più grande nella Bibbia, persino peggiore di quella che pronuncia chi nega l’esistenza di Dio: chi pensa "Dio non c’è" è semplicemente "stolto" (Salmo 14), ma chi lo confonde con gli idoli è idolatra. Per questa ragione teologica profonda Ezechia non accetta il "turpe commercio" che gli assiri gli offrono, e ne smaschera la finta religiosità. Così Ezechia, ascoltato il racconto dei suoi messaggeri, si straccia le vesti, si mette il sacco, e si reca nel tempio. E prega: «Porgi, Signore, il tuo orecchio e ascolta; apri, Signore, i tuoi occhi e guarda. (...) È vero, Signore, i re d’Assiria hanno devastato le nazioni e la loro terra, hanno gettato i loro dèi nel fuoco; quelli però non erano dèi, ma solo opera di mani d’uomo, legno e pietra: perciò li hanno distrutti». (37, 17-19). La sua è una preghiera splendida, grandiosa, perfetta. Rinnova la sua fede diversa, e invita YHWH ad ascoltare, ad aprire i suoi occhi, a guardare.
 
A "svegliarsi". La prima preghiera nei tempi della prova è un grido per svegliare Dio. Per poter continuare ad avere fede in Dio quando non interviene, occorre credere che stia "dormendo", perché se non fa nulla e non dorme allora o non è Dio o è morto. Il "sonno di Dio" è stato molte volte la salvezza della fede di chi sperimenta l’ingiustizia nel suo silenzio.
 
La Bibbia ci sta allora dicendo che Dio ha bisogno del nostro grido per mostrarsi Dio. Perché l’impotenza diventi onnipotenza c’è bisogno della nostra preghiera-grido. Solo se Dio non è idolo può svegliarsi, udire, guardare, vedere, perché gli idoli sono muti, sordi, cerchi; non dormono perché sono morti da sempre. Poi Ezechia manda emissari da Isaia per ascoltare la sua parola. Il re riconosce che il suo ministero regale è insufficiente in quel momento decisivo per il suo popolo, quando «i bambini stanno per nascere ma non c’è forza per partorire» (37,3) - sono sempre splendide le immagini femminili usate nel libro di Isaia. Sa, perché è un re giusto, che è in gioco l’identità profonda del popolo (la sua fede in YHWH), e quindi deve far ricorso alla profezia, che è risorsa essenziale quando è minacciata l’anima collettiva.
 
Nei tempi ordinari la saggezza del buon governo può essere sufficiente per costruire fortificazioni, bonificare i campi, guidare bene l’economia e i commerci. Ma quando è in pericolo l’identità del popolo, la politica deve saper lasciare il posto alla profezia, perché sono altre le risorse e le "competenze" necessarie. Troppe crisi grandi non si superano perché i politici non hanno l’umiltà di chiedere aiuto ai profeti: perché non li cercano, non li conoscono, non li trovano, o perché, semplicemente, non ci sono più. Sono morti, sono in esilio, sono fuggiti in terre che non uccidono i profeti.
 
Quella volta, però, la profezia non era morta né fuggita da Gerusalemme. C’era Isaia, ed Ezechia lo sapeva, lo conosceva. Era un re giusto. E così lo manda a cercare, ascolta la sua parola, e salva il suo popolo. Isaia ripete le stesse parole che aveva detto molti anni prima a Akaz, un re ingiusto e idolatra: «Non temere», non abbiate paura. È sempre questa la prima parola dei profeti non-falsi. I falsi profeti, invece, aumentano le paure allo scopo di offrire false soluzioni. I profeti tengono per loro stessi le paure e al popolo donano pace, perché sanno che nei tempi della prova occorre dapprima ricostruire la pace dentro le anime, che in preda al timore non riescono ad ascoltare le parole di verità.
 
E poi aggiunge: «Così dice il Signore riguardo al re d’Assiria: "Non entrerà in questa città né vi lancerà una freccia, non l’affronterà con scudi e contro di essa non costruirà terrapieno. Ritornerà per la strada per cui è venuto; non entrerà in questa città"». (37,33-34). E così fu. Gerusalemme non fu conquistata, il popolo non fu deportato. Non sappiamo più ricostruire e narrare la sequenza e la concatenazione storica dei fatti che portarono gli assiri a rinunciare alla presa di Gerusalemme. Il Libro di Isaia e il secondo Libro dei re (capp. 18,19) ci offrono versioni diverse. Ciò che interessa al redattore finale del libro di Isaia è associare la salvezza di Gerusalemme e della nazione alla fede di Ezechia, alla parola di Isaia, e quindi a YHWH. Gli interessava raccontarci, con i dati storici a sua disposizione, lontani e parziali, un passaggio cruciale della storia di Israele, nel quale il popolo, di fronte a una crisi grande, non aveva perso la fede e si era salvato – un racconto scritto e maturato durante l’esilio babilonese, quando il popolo sperimentava il fallimento di quella fede che un giorno li aveva salvati.
 
In Isaia e nei profeti la fede è sempre e indissolubilmente legata alla fiducia e alla salvezza. Fede è avere fiducia che quell’Elohim che aveva parlato ai patriarchi, che aveva rivelato poi il suo nome (YHWH) a Mosè, non è un idolo, ma è vivo e quindi operante nel mondo e nella loro storia concreta, per salvarli. Nella Bibbia la salvezza è pegno della fede. La mancata conquista di Gerusalemme da parte degli Assiri è importante prima di tutto come segno che YHWH è all’opera, e che non si stanno affidando a un dio-feticcio.
 
Ci salviamo finché crediamo, crediamo finché siamo capaci di fidarci e di affidarci e quindi leggere la nostra salvezza come verità della nostra fede. Finché possiamo raccontare che "un giorno" siamo stati salvati per non aver creduto negli idoli, possiamo sempre sperare che "verrà un giorno" in cui un non-idolo ci libererà. L’idolatria è oggi dilagante perché si presenta come laicità, come spirito post-religioso e finalmente adulto, e così non ci accorgiamo che il "feticismo delle merci" è diventata la nuova religione di massa del nostro tempo. Un culto con milioni, miliardi di totem, perché con la scomparsa delle comunità e con il post-capitalismo gli idoli si sono personalizzati, disegnati e prodotti sui gusti del singolo consumatore, sommo e unico sacerdote in un "tempio" vuoto di persone e strapieno di oggetti.
 
Ogni cultura idolatrica è cultura di solo consumo, e ogni cultura di solo consumo è implicitamente idolatrica. È l’idolo il consumatore perfetto e sovrano, mai sazio di merci. In tali società, nel lavoro e nella produzione non c’è né gioia né senso: si lavora solo e sempre da schiavi, per produrre mattoni per innalzare le sfingi e le piramidi del faraone-dio. Siamo tutti scultori e forgiatori di idoli, dentro e fuori le religioni. Finché sulla terra ci sarà un idolo, avremo ancora bisogno dei profeti.

Monday 24 October 2016 07:40

Parola di giustizia

L’odierna Giornata missionaria mondiale si colloca, per una felice coincidenza del calendario, nella fase conclusiva dell’Anno Santo della Misericordia, un evento ecclesiale che, per sua natura, si spinge ben oltre i limiti temporali fissati nella Misericordiae Vultus, cioè dall’8 dicembre 2015 al 20 novembre 2016. In effetti, la Bolla d’indizione del Giubileo spiega chiaramente che si tratta di un’iniziativa dalla forte valenza missionaria il cui dinamismo proietta le nostre comunità verso il futuro. «La Chiesa – ha scritto papa Francesco – ha la missione di annunciare la misericordia di Dio, cuore pulsante del Vangelo, che per mezzo suo deve raggiungere il cuore e la mente di ogni persona» (Mv 12).

Questo, in sostanza, significa che vi è un bisogno impellente di rilanciare, a livello mondiale, l’impegno contenuto nel Mandatum Novum di Nostro Signore, affidato agli apostoli duemila anni fa. Lo si evince anche leggendo il tradizionale messaggio che il Papa ha redatto per la Gmm, laddove ci invita a guardare alla Missione ad gentes «come una grande, immensa opera di misericordia sia spirituale che materiale».


Ecco, allora, che il modo più efficace per dare continuità all’Anno giubilare, stando sempre al messaggio di Francesco, è quello di «uscire, come discepoli missionari, ciascuno mettendo a servizio i propri talenti, la propria creatività, la propria saggezza ed esperienza nel portare il messaggio della tenerezza e della compassione di Dio all’intera famiglia umana». Una Missione, dunque, «Nel nome della Misericordia», come recita lo slogan scelto per la Giornata dalla Fondazione Missio che rappresenta in Italia le Pontificie opere missionarie.

D’altronde, è sufficiente riflettere su quanto sta avvenendo sul palcoscenico della storia dove, quotidianamente, un numero indicibile di uomini e di donne sono ostaggio di logiche perverse in quelle che il Santo Padre, pertinentemente, definisce «periferie geografiche ed esistenziali» del nostro tempo. Si tratta di vittime sacrificali nel contesto della «globalizzazione dell’indifferenza», rispetto alle quali la comunità ecclesiale, nel suo complesso, semplicemente non può essere indifferente.


È sufficiente, ad esempio, riflettere su quanto sta avvenendo in Siria o in Iraq, per non parlare della martoriata regione congolese del Kivu settentrionale o in altre regioni dell’Africa subsahariana, per rendersi conto dell’egoismo che attanaglia l’animo umano. E cosa dire della finanza speculativa che ha acuito a dismisura la divaricazione tra ricchi e poveri, penalizzando l’economia reale e dunque sconvolgendo il cosiddetto "mercato del lavoro"?

Per non parlare del fenomeno migratorio che interpella le società europee e in particolare le Chiese di antica tradizione. Da questo punto di vista è urgente l’impegno di tutti i credenti, non fosse altro per il fatto che nel mondo "villaggio globale" le responsabilità sono condivise.

Ecco perché è fondamentale cogliere, in chiave missionaria, il rapporto tra giustizia e misericordia. Non sono due aspetti in contrasto tra di loro, spiega il Papa nella Bolla di indizione del Giubileo, «ma due dimensioni di un’unica realtà che si sviluppa progressivamente fino a raggiungere il suo apice nella pienezza dell’amore». E poi chiarisce che «per superare la prospettiva legalista, bisognerebbe ricordare che nella Sacra Scrittura la giustizia è concepita essenzialmente come un abbandonarsi fiducioso alla volontà di Dio».

 

Una sfida che richiama, anche se non esplicitamente, l’antica tradizione della remissione dei debiti nei confronti soprattutto dei poveri, di coloro che vivono nei bassifondi della storia. La tradizionale colletta che verrà destinata alle Pontificie opere missionarie, in questo contesto, è il segno di una condivisione, all’insegna della solidarietà, di cui i nostri missionari e le nostre missionarie (membri di istituti o congregazioni, sacerdoti fidei donum e laici) sono i primi interpreti. Numericamente parlando, essi sono passati da oltre 24mila unità del 1990, a circa ottomila di oggi. Il calo è sotto gli occhi di tutti e dice come occorra recuperare lo slancio e l’entusiasmo missionario, nella consapevolezza, come dice papa Francesco, che la Chiesa per seguire il suo Signore deve essere davvero «in uscita».

Saturday 22 October 2016

Non è la cicogna a portare i mammoni

Da tempo ci si chiede come mai in Italia si formano sempre meno famiglie e nascono sempre meno bambini, e ci si interroga su cosa fare per invertire la tendenza. Poi arriva un dato che sposta la questione su un piano completamente diverso, più a monte, e costringe a fare i conti con un problema che ultimamente era stato un po’ accantonato: i giovani adulti non lasciano la casa dei genitori. In cifre, due terzi degli italiani tra i 18 e i 34 anni vivono con la famiglia d’origine.


Attenti a dare giudizi, perché termini come "mammoni" o "bamboccioni" appartengono alla preistoria delle analisi sulla condizione giovanile. Il problema è più serio e questa emergenza generazionale non può essere liquidata con gli slogan, considerato che chiama in causa la cultura di una società e la sua struttura, mentre nella misura in cui diventa un motivo di stagnazione rischia di assumere connotati patologici. Già, perché a qualcuno può sembrare normale restare in famiglia quando il lavoro manca, è poco pagato o è precario, ma se il nostro 67% si confronta con il 34 della Francia e della Gran Bretagna, il 43 della Germania o il 48 della media di 28 Paesi europei, qualche problema dovremmo porcelo.

È veramente solo una questione legata alla crisi? Non sembra: quattro su dieci di coloro che restano in casa coi genitori ha un lavoro full-time, solo il 25% è disoccupato. L’anomalia da primato europeo è ancora più evidente tra i 25 e i 34 anni, quando gli studi dovrebbero essere terminati: gli italiani che vivono con mamma e papà sono più della metà, mentre la quota di chi non ha rescisso il cordone ombelicale crolla a uno su dieci nella vicina Francia, a due su dieci in Germania, ed è di dieci punti inferiore persino in Spagna.
Qui non stiamo parlando di mettere su famiglia o avere figli. Siamo a un livello molto precedente. I giovani adulti non escono di casa nemmeno per andare a vivere da soli, nemmeno per conquistarsi un minimo di autonomia e divertirsi con gli amici. Il dato forse più preoccupante è la caduta della spinta all’indipendenza nei giovani maschi, a riprova che la dimensione culturale è prevalente: tre su quattro di chi non se ne va sono uomini.


Noi sappiamo che posti di lavoro stabili, abitazioni a costi accessibili e prospettive di fiducia nel futuro sono le condizioni di base per favorire la costituzione di nuove famiglie, o quantomeno incominciare a spezzare i legami con quella d’origine e tentare di affrontare l’avventura della vita. Ma sappiamo anche che spesso sono bassi livelli di autostima nell’adolescenza o una scarsa attitudine alla responsabilità a produrre alti tassi di fragilità sociale e occupazionale in futuro. Quando un giovane confida ai sondaggisti di desiderare un certo tipo di vita, magari un matrimonio felice o una prole numerosa, siamo sicuri che abbia gli strumenti per realizzare i suoi sogni? Che cioè sia convinto di essere in grado di farcela e disposto ad assumersi la responsabilità necessaria a diventare adulto, con il peso delle difficoltà che questo comporta?


"L’Italia non è un paese per giovani" è il ritornello che accompagna ogni valutazione di questa anomalia tutta italiana. Lo ha ricordato bene anche l’ultimo rapporto Caritas nel mettere in luce come negli ultimi anni la povertà sia aumentata per gli under 35 e sia calata per chi ha più di 65 anni. E lo rammentano ogni giorno le misure di politica economica che premiano la rendita delle generazioni più anziane a discapito delle misure a favore di chi si impegna in una famiglia. O la filosofia di un welfare che spinge a vivere sulle spalle dei genitori e dei nonni e a dipendere dai loro aiuti, anziché favorire l’emancipazione e l’autonomia di chi è diventato adulto.


Eppure insistere solo sulla dimensione pubblica è limitante. C’è un tratto privato molto forte da considerare, e che richiama il tipo di educazione impartita in famiglia, il compito dei padri e delle madri che si ridefinisce in una stagione di abdicazione dei ruoli. A che serve uscire di casa se in fondo non vi è alcuna differenza col restare? Se la famiglia di origine può essere a scelta una comunità di parenti o una compagnia di amici? O una meravigliosa cellula di protezione dalle difficoltà del mondo esterno?


L’aumento del numero di genitori che socializza le lettere con cui difende la prole dai compiti impartiti dagli insegnanti, o di coloro che accompagnano i figli nelle aule universitarie o ai colloqui di lavoro ci dice che l’anomalia italiana non è destinata a venire meno in breve tempo. Con tutto quello che comporta in termini di sviluppo di una società.

Saturday 22 October 2016 07:49

Non sottovalutare il disagio d'Europa

Il gran nodo dei confini, delle identità e delle diversità L’ancora recente quindicesimo anniversario dell’attacco alle Torri Gemelle di New York ha stimolato anche in Italia una serie di commenti e reazioni sul tema del terrorismo internazionale, animati in molti casi da ottiche diverse rispetto a quelle prevalenti negli ultimi mesi sul tema degli attentati nel cuore dell’Europa e legate al futuro dell’Unione Europea e alle connessioni con i flussi migratori irregolari di migranti. Ad esempio sono stati sollevati seri interrogativi, puntualmente confermati dai pesanti fatti di cronaca in Minnesota e a New York, in merito alla presunta sconfitta negli Usa del pericolo terroristico.


Senza entrare nel merito di questioni lontane da noi, viene spontaneo chiedersi se sia plausibile pensare che il campo di azione si sia davvero spostato dall’America all’Europa, e quanto contino nello sviluppo della situazione in ambito europeo rispettivamente le dinamiche geopolitiche mondiali e le problematiche interne all’Europa stessa, dalla Brexit, alla costruzione di 'muri' e alla ricostruzione delle frontiere per arginare i flussi irregolari, all’integrazione degli stranieri, al disagio sociale, alle diseguaglianze economiche e al dialogo etnico-religioso. Da un punto di vista mondiale si impongono il tema dei confini, politici ma anche culturali, e quello a esso strettamente legato dell’identità. Che tipo di identità hanno in prevalenza oggi i popoli e gli individui? Locale, nazionale, federata, globale? Si sta andando verso una «identità plurima» e «poliglotta», in tutti i sensi, dal linguistico al comportamentale, al valoriale? E ciò avviene nel rispetto della diversità e con consapevolezza delle implicazioni e dei rischi? In tema di confini, l’alternativa tra allargare e chiudere le frontiere, dalla nazione alla macroregione, al continente, al mondo, e viceversa, sembra essere ormai scavalcato da una 'apertura senza confini', che caratterizza la cosiddetta globalizzazione, e che viviamo tutti ogni giorno nella comunicazione, nei consumi, nel lavoro.


L’ipotesi delle macroregioni e delle aggregazioni sovranazionali – di cui quella europea, ma anche quella mediterranea sono tra le più interessanti – ha allora ancora un senso? I recenti avvenimenti della Brexit e dei 'muri' hanno portato alla luce le contraddizioni insite nel processo di superamento dei confini. Come ha scritto recentemente lo storico geopolitico Manlio Graziano: «Sotto i confini del Vecchio Continente riaffiora l’antica eredità di alcuni blocchi geopolitici rivali: carolingio, mediterraneo, bizantinoottomano, prussiano, asburgico. E poi quello britannico (...) Il passato rimosso ora torna a premere (come al Brennero), con effetti centrifughi che ricordano la dissoluzione della Jugoslavia di Tito». Una argomentazione interessante rispetto alla fenomenologia del 'chiudere le porte ai diversi'.


Da un punto di vista europeo si impone la questione dei valori sottostanti il processo di integrazione europea e il rapporto tra Europa e mondo, in particolare il mondo dei più poveri. Un’altra rievocazione recente, quella di Altiero Spinelli e del Manifesto di Ventotene, ci fa riflettere su uno dei punti principali di quel documento e della azione politica di Spinelli, Rossi e Hirschmann per una Europa unita: il superamento degli egoismi e delle chiusure nazionali attraverso una unione sovrannazionale e di continente. E ci si chiede che fine abbiano fatto quei princìpi. La sensazione che si ha è che vi sia un evidente collegamento tra tutti i temi citati, ma al tempo stesso che il radicalismo che sta alla base di un certo terrorismo abbia molto a che vedere con i nostri problemi interni in ambito europeo, e in particolare con il disagio giovanile e la difficoltà a gestire i «meticciati culturali» che la globalizzazione crea, e con la perdita dei riferimenti ai valori positivi di stampo sociale, umano e spirituale. Questo spiegherebbe sia il fenomeno della «islamizzazione del radicalismo», da alcuni indicato come valvola di sfogo di drammi che hanno origine in Europa e nelle sue aree di maggiore emarginazione, sia quello dei cosiddetti foreign fighters. 


In altre parole, accanto ai fattori esogeni del terrorismo internazionale in Europa, non vi è dubbio che le questioni sociali, la disoccupazione, le disuguaglianze crescenti meritino maggiore attenzione, e assieme a esse i rischi derivanti da un appannamento delle certezze rispetto a temi fondamentali, come quello dei diritti umani e della necessità di studiare e promuovere politiche fondate sul bene delle comunità, sull’umanità e sulla valorizzazione dei valori positivi. Tutte realtà e riferimenti che pure esistono, ad esempio all’interno di movimenti trasversali e reti sociali, che rimangono però per lo più sottotraccia e senza diritto di cronaca.

Wednesday 24 August 2016

La custode del silenzio. Storia di una eremita di città

cover copia

Il mio nuovo libro è la storia di Antonella Lumini, eremita in un antico appartamento nel cuore di Firenze.

Anni fa Antonella ha sentito un richiamo che l’ha spinta su una via già percorsa da tanti eremiti prima di lei.

Dipendente part time presso la Biblioteca Nazionale Centrale dove lavora nel reparto dedicato ai libri antichi, appena rientra nel suo appartamento Antonella chiude la porta e si apre al silenzio.

Lontana dall’idea di rifiutare il mondo, questa donna dall’aspetto fragile, tanto riservata, quanto disponibile all’ascolto e all’accoglienza, dosa con disciplina la connessione a internet e l’uso del telefono.

Le parole che pronuncia sono un balsamo per l’anima di chi va a trovarla, uomini e donne che cercano di dare un senso alla propria esistenza.

Per tre anni sono andato a trovarla, frequentando la sua “pustinia”, il suo deserto privato. Colpito dalla sua dimensione mistica, ho deciso di narrare la sua storia.

Qui puoi trovare un link con una scheda: “La custode del silenzio” su Amazon.

Friday 27 May 2016

La rinuncia di Ratzinger un anno prima. Era il marzo del 2012 quando disse: “Mi sento monaco”

Immagine tratta da "Il grande silenzio", documentario di Philip Gröning (2005)

Immagine tratta da “Il grande silenzio”, documentario di Philip Gröning (2005)

In questi giorni ho potuto rileggermi l’intervento che Georg Gänswein ha tenuto una settimana fa in occasione della presentazione del volume “Oltre la crisi della Chiesa. Il pontificato di Benedetto XVI” (Lindau 2016) di Roberto Regoli.

Sono tornato in particolare sul passaggio nel quale il segretario di Ratzinger e prefetto della Casa Pontificia parla di come Benedetto XVI ha concepito il suo ritiro dal soglio di Pietro. Gänswein, con parole che hanno sorpreso anche me, racconta di «un ministero allargato», di Francesco «membro attivo» di questo ministero e di Benedetto «membro contemplativo».

Non voglio entrare in disquisizioni teologiche in merito a queste riflessioni, piuttosto semplicemente riportarvi l’incipit di un mio piccolo libro che feci uscire per Giunti poco dopo l’elezione di Francesco (“La Chiesa ferita. Papa Francesco e la sfida del futuro”), nel quale il monaco camaldolese Guido Innocenzo Gargano svela (lo incontrai durante la sede vacante, quando ancora Francesco non era stato eletto) un piccolo segreto riguardante Papa Ratzinger.

Un anno prima della rinuncia Benedetto XVI si recò in visita alla comunità guidata da Gargano a Roma, San Gregorio al Celio. E qui, ai monaci riuniti ad ascoltarlo disse in forma privata e riservata di «sentirsi a casa», e anche di «sentirsi monaco», facendo per la prima volta capire che il suo desiderio era quello di fare un passo indietro per guidare la Chiesa in altro modo, nel silenzio della preghiera. Non so se prima di quella visita Ratzinger avesse mai pensato così chiaramente alla possibilità della rinuncia. Di fatto in quel giorno qualcosa accadde dentro di lui, qualcosa che poi lo portò al ritiro annunciato l’11 febbraio del 2013.

 

Ecco qui di seguito il racconto di quanto avvenne quel giorno, dal prologo del mio libro:

«Sabato 10 marzo 2012. Benedetto XVI si trova su uno dei sette colli di Roma, il Celio, nel monastero dei benedettini camaldolesi dove ha appena incontrato l’arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams.

C’è molto che lega Papa Ratzinger a questa chiesa e al convento. Più di tutto c’è Gregorio Magno, ricco possidente romano che, convertitosi alla vita monastica nel 574-575, trasformò la casa paterna sul Celio in un monastero dedicato a sant’Andrea apostolo. È lo stesso monastero nel quale Ratzinger si trova in visita.

Grande ammiratore di Benedetto da Norcia, Gregorio si dedicò con assiduità alla contemplazione dei misteri di Dio nella lettura della Bibbia. Per lui leggere la Bibbia era entrare in rapporto con Dio, era sentire la voce di Dio.

Non poté dimorare a lungo nel suo convento del Celio poiché, dopo essere stato ordinato diacono, Papa Pelagio II lo inviò presso la corte di Costantinopoli, dove restò per sei anni, e si guadagnò la stima dell’imperatore Maurizio I, di cui tenne a battesimo il figlio Teodosio.

Rientrato a Roma, nel 586, tornò nel monastero sul Celio; vi rimase però per pochissimo tempo, perché il 3 settembre 590 fu chiamato al soglio pontificio dall’entusiasmo dei credenti e dalle insistenze del clero e del senato di Roma, dopo la morte di Pelagio II di cui era stato segretario. Gregorio cercò di resistere alle insistenze del popolo, inviando una lettera all’imperatore Maurizio in cui lo pregava di non ratificare l’elezione, ma il praefectus urbi di Roma, di nome Germano o forse fratello di Gregorio, intercettò la lettera e la sostituì con la petizione del popolo che chiedeva che Gregorio fosse eletto Papa.

Come Papa si dimostrò uomo di azione, pratico e intraprendente (per questo chiamato “l’ultimo dei Romani”), nonostante fosse fisicamente abbastanza esile e cagionevole di salute. Fu amministratore energico, sia nelle questioni sociali e politiche intervenendo a favore dei bisognosi di aiuto e protezione, sia nelle questioni interne della Chiesa.

Benedetto XVI si sente legato a questo Papa. Ma più ancora, si sente legato alla vocazione di Gregorio come monaco, che mai questi ha rinnegato anche negli anni del suo papato. Ratzinger ha preso il nome di Benedetto anche in onore di san Benedetto da Norcia, la cui vita conosce grazie a quanto di lui ha scritto san Gregorio Magno. Il libro II dei Dialoghi di Gregorio è, infatti, interamente dedicato alla figura di Benedetto ed è l’unica testimonianza antica sulla vita del santo monaco, la cui bellezza spirituale appare nel testo in tutta evidenza.

Benedetto XVI è affascinato da Gregorio e dalla regola benedettina. Ha desiderato questa visita non soltanto per motivi ecumenici, la preghiera assieme al primate anglicano Williams, ma anche per un altro motivo: per toccare con mano la spiritualità benedettina che ama nel profondo. Tanto che a pranzo con i cinque monaci che ancora abitano il convento, a sorpresa dice: “Mi sento monaco come voi. Fra i monaci mi sento a casa”.

Nessuno fa caso più di tanto a queste parole. Perché nessuno ancora sa che in cuor suo Benedetto XVI sta maturando (o forse ha già maturato) una decisione storica: la rinuncia al papato, il ritiro per vivere da monaco come probabilmente nel suo intimo desidera da anni.

«Io mi sento a casa fra voi”, dice Ratzinger. Che probabilmente già in quest’occasione sa che è la stessa vita di questi monaci che presto andrà ad abbracciare. Parole che nessuno ha mai saputo egli abbia pronunziato. A confermarle qui è padre Enzo Gargano, per anni priore di questa piccola comunità. Che dice: “La scelta di Ratzinger di ritirarsi è per abbracciare una dimensione diversa. Ha capito che è nella contemplazione che può governare meglio la Chiesa. Esiste una dimensione diversa e che nessuno considera mai, appunto la contemplazione, che permette di guardare le cose in profondità e a chi deve guidare un popolo di farlo nel modo più alto e vero possibile. Perché si lascia che a entrare dentro le cose sia Dio. Si fa un passo indietro e si lascia spazio a Dio”.

È qui, sul monte Celio, in un sabato invernale del 2012, che Ratzinger matura la sua decisione di rinunciare al pontificato. Ma più che una rinuncia al pontificato, la sua decisione sembra essere la volontà di abbracciare la vocazione monacale per la quale si sente fatto. Gregorio divenne Papa nonostante fosse monaco. Ratzinger ugualmente, soltanto che a differenza di Gregorio, monaco lo era nell’intimo del proprio cuore. Per lui lasciare il pontificato è probabilmente compiere fino in fondo la propria vita. Gli andavano stretti i panni del Papa. Ora, invece, può guidare la Chiesa nel modo che ha sempre desiderato: pregando sul monte in solitudine, pregando ritirato come solo i monaci fanno.

E non è un caso che pochi giorni dopo l’annuncio della rinuncia, il cardinale Gianfranco Ravasi, introducendo gli esercizi spirituali per il Papa e la curia romana, abbia rappresentato il futuro della presenza di Benedetto XVI nella Chiesa citando Mosè che sale sul monte a pregare per il popolo d’Israele mentre giù nella valle combatte contro Amalek. “Questa immagine rappresenta la funzione principale per la Chiesa, cioè l’intercessione, intercedere. Noi rimarremo nella valle, quella valle dove c’è Amalek, dove c’è la polvere, dove ci sono le paure, i terrori anche, gli incubi, ma anche la speranza, dove Lei è rimasto in questi otto anni con noi. D’ora in avanti, però, noi sapremo che, sul monte, c’è la sua intercessione per noi”».

Sunday 22 May 2016

Quando Papa Ratzinger soffrì di più. In Gregoriana la presentazione del primo lavoro scientifico sul pontificato di Benedetto XVI

Paolo Rodari e Georg Gänswein

Paolo Rodari e Georg Gänswein

Venerdì sera, in Gregoriana, ho moderato la presentazione del primo libro dedicato a uno studio scientifico del pontificato di Benedetto XVI. Scritto da Roberto Regoli ed edito da Lindau, s’intitola “Oltre la crisi della Chiesa”.

Come relatori c’erano Georg Gänswein, prefetto della Casa pontificia e segretario particolare di Ratzinger, e Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio.

Dell’intervento di Gänswein mi ha colpito quando ha parlato del momento di in cui Benedetto XVI ha sofferto di più. Non fu quando scoppiò Vatileaks, con il tradimento di persone a lui vicine, bensì il momento del «tragico incidente nel quale nel 2010 morì Manuela Camagni, una delle Memores Domini» che lo assistevano in casa. «Soffrì anche per il tradimento di Paolo Gabriele ma, lo ribadisco ancora una volta, non si è dimesso a causa del povero e malguidato assistente di camera né per i Vatileaks. Nessun traditore, o corvo, o qualsivoglia giornalista, avrebbe potuto spingerlo alle dimissioni. Era uno scandalo troppo piccolo rispetto a una decisione così grande».

Dell’intervento di Riccardi mi ha colpito quando ha parlato di Carlo Maria Martini e di come il cardinale arcivescovo di Milano abbia visto con favore, nel 2005, l’elezione di Ratzinger. Pur nella diversa sensibilità teologica i due si stimavano.

Io ho fatto una breve presentazione del libro, raccontando di un colloquio avuto con Regoli due settimane prima della presentazione nel quale l’autore del volume mi ha spiegato i motivi che l’hanno spinto, a così poca distanza dalla fine del pontificato di Ratzinger, a cimentarsi con un libro del genere. Buona lettura.

«Quando ho incontrato Roberto Regoli qualche settimana fa per parlare un po’ di questa serata gli ho chiesto il motivo per il quale ha deciso di scrivere un libro così impegnativo. Perché da storico descrivere un intero pontificato, e un pontificato così singolare soprattutto a motivo del fatto che, terminato il 28 febbraio del 2013, esso in qualche modo continua essendo Papa Benedetto ancora vivo, è davvero un grave impegno.

La risposta che Regoli mi ha dato mi ha molto colpito e credo sia utile riportarvela: mi ha detto più o meno così: “Di un pontificato spesso resta ciò che i primi biografi e i primi storici scrivono di esso. Così ho pensato che avrei potuto, da storico, provare io a dare qualche linea interpretativa, con un lavoro scientifico”. Questa risposta mi ha incuriosito perché in effetti è così: cosa sono stati effettivamente i pontificati di Giovanni Paolo II, di Paolo VI e di Giovanni XXIII e cosa di essi pensiamo a motivo degli studi che su di essi sono stati pubblicati?

È tuttavia evidente che questo lavoro, anche per la vicinanza dal pontificato stesso, non è una biografia di Benedetto XVI quanto, come dice lo stesso Regoli nella sua introduzione, “una bozza della storia del suo pontificato”, una bozza utile per facilitare la messa a fuoco di anni decisivi per il presente e il futuro del cattolicesimo contemporaneo. Il compito insomma che Regoli si è preposto è stato quello di storicizzare, è la prima volta che accade per Benedetto XVI, cioè di leggere il pontificato nel contesto ecclesiale e sociale del periodo in cui si è svolto.

Quale il filo che tiene insieme questa “bozza”? E qual è, quindi, la linea interpretativa di questo pontificato che Regoli ci offre? La risposta, ovviamente, la può desumere ognuno di noi dalla lettura di queste oltre quattrocento pagine. Eppure, a mio avviso, una cosa sembra chiara: il pontificato di Benedetto XVI, secondo Regoli, non dovrà essere ricordato soltanto per la sua imprevedibile conclusione, ma anche per le tante questioni che il Papa ha aperto e che ancora non sono state chiuse. Benedetto XVI, infatti, ha aperto dossier centrali per la vita ecclesiale. Si pensi all’attuazione del Concilio Vaticano II, alle relazioni ecumeniche, al rapporto con le grandi religioni, all’ecclesiologia, con quell’attenzione particolare riservata alla fede in Gesù Cristo in netto regresso soprattutto in Occidente.

Una seconda questione che mi ha colpito del breve colloquio che ho avuto con l’autore qualche settimana fa riguarda la casa editrice. Ho chiesto a Regoli perché avesse scelto Lindau. Mi ha risposto che spesso il limite di questi volumi risiede nel fatto che, pubblicati con una certa casa editrice, non vengono letti perché di essi si presume già di sapere tutto. Cioè: spesso le case editrici seguono una linea ecclesiale – diciamo così – conosciuta e ben marcata e dunque pubblicare con loro, anche se il volume magari si discosta da quella linea, crea un pregiudizio nel lettore. Invece Lindau a detta di Regoli non corre questo rischio perché con essa hanno scritto e scrivono autori di provenienze diverse e questo è il motivo della scelta di Regoli».

Tuesday 12 April 2016

Il progetto di Francesco arriva negli Stati Uniti

La copertina dell'edizione inglese de "Il progetto di Francesco"

La copertina dell’edizione inglese de “Il progetto di Francesco”

Quando nel febbraio del 2014 uscì “Il progetto di Francesco”, un mio libro con padre Victor Manuel Fernandez, teologo argentino amico di Jorge Mario Bergoglio e in qualche misura suo “consulente” teologico, non sapevo quale strada avrebbe percorso.

Soprattutto non immaginavo che, dopo le edizioni in spagnolo, francese, portoghese e polacco, sarebbe arrivata anche un’edizione in lingua inglese per l’americana Paulist Press. È un bel risultato per un libro certamente di nicchia, ma ritengo ancora utile per comprendere nel profondo un Papa preso dai cardinali – così disse lo stesso Francesco affacciandosi alla loggia centrale della basilica vaticana la sera del 13 marzo 2013 – quasi alla fine del mondo.

Ripropongo qui la prefazione del libro, dove spiego perché, poco tempo dopo l’elezione, cercai di mettermi in contattto con Fernandez, fino alla decisione di recarmi a Buenos Aires e scrivere con lui un libro. Buona lettura.

13 marzo 2013. Verso dove Francesco vuole portare la Chiesa? È la domanda che mi sono fatto nei primi giorni di pontificato di Jorge Mario Bergoglio. E dovendo, da cronista, raccontare il pontificato in corso, è la domanda che ho posto fin dalla chiusura del conclave a tutte le persone che per lavoro ho incontrato o sentito. «Voi sapete che il dovere del conclave era di dare un vescovo a Roma e sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo alla fine del mondo… ma siamo qui», ha detto papa Francesco, affacciandosi la sera dell’elezione alla loggia centrale della basilica vaticana. Mi sono chiesto: cosa significa avere un papa che viene dalla fine del mondo? Cosa porterà alla Chiesa? E, soprattutto, dove la porterà?

Giorni dopo l’elezione, ho chiamato un amico vescovo. Avevo intenzione di svolgere un’inchiesta fra i gesuiti e gli ho chiesto il suo parere sulle domande da porre e, in particolare, sul nuovo papa. Mi ha risposto: «Hai letto Il cielo e la terra, il libro che Bergoglio ha scritto con il rabbino Abraham Skorka? Per me sono stati illuminanti i capitoli in cui i due affrontano i temi cosiddetti eticamente sensibili, il matrimonio fra uomo e donna, l’aborto, l’eutanasia ecc. Leggendoli, mi sembra di aver capito che per Bergoglio prima dei princìpi e della loro difesa viene il kerygma, ovvero l’annuncio della buona notizia che è il Vangelo. Mi sembra che questo sia il tratto principale del nuovo papa: i princìpi esistono e non si negano, ma prima occorre annunciare che il Vangelo è amore, misericordia, abbraccio. Insistere troppo sui princìpi non serve e può essere controproducente».

19 settembre 2013. È mattina. Mi trovo a Firenze e squilla il telefono. Mi avvisano che sta per uscire una lunga intervista concessa dal papa a padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica. Mi faccio mandare il testo. Gli spunti sono innumerevoli, ma resto colpito più che altro da un passaggio.

Il papa dice: «Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione». E ancora: «Gli insegnamenti, tanto dogmatici quanto morali, non sono tutti equivalenti. Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L’annuncio di tipo missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus. Dobbiamo quindi trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l’edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte, di perdere la freschezza e il profumo del Vangelo. La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. È da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali».

Sono parole per me illuminanti. Perché confermano che la prima intuizione suggeritami dall’amico vescovo sembra giusta: Francesco mostra di volere una Chiesa che abbraccia e che non esclude. E ritiene che insistere troppo, quasi ossessivamente, sui princìpi, sia una tattica non consonante con il messaggio evangelico. Beninteso, anche i suoi predecessori volevano una Chiesa siffatta. Ma in Francesco questa sottolineatura pare più accentuata.

21 ottobre 2013. Su Repubblica pubblico una pagina d’intervista a Víctor Manuel Fernández, rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina, una delle prime nomine episcopali di Francesco, elevato nel maggio 2013 alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, ha un rapporto di fiducia con il papa che vede in lui un valido consulente. Non a caso fu lui, nel 2007, alla V Conferenza dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida (San Paolo), ad aiutare Bergoglio a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro papa. Pochi come Fernández, dunque, possono aiutare a capire chi sia Francesco e verso dove egli vuole che la Chiesa vada.

Così, a inizio ottobre, lo chiamo a Buenos Aires. Mi risponde una voce cordiale. Gli spiego il mio interesse per il papa, il desiderio di conoscere la sua figura in profondità, le caratteristiche della «sua» Chiesa. Acconsente a che gli invii alcune domande, senza però garantirmi che mi risponderà.

Invece, dopo qualche giorno, mi risponde. Non elude nessuna domanda e a quella per me più importante, ovvero se a suo avviso si può dire che Francesco sia il papa che privilegia la misericordia ai princìpi, risponde così: «L’annuncio del cuore del Vangelo prima d’ogni altra cosa è una caratteristica importante di Francesco, ma è da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Il papa pensa che una Chiesa che vuole uscire da sé stessa e raggiungere tutti debba necessariamente adattare il suo modo di predicare. Soprattutto, egli applica un criterio proposto dal Concilio Vaticano II ma spesso dimenticato e trascurato: la “gerarchia delle verità”.

Francesco ci invita a riconoscere che spesso i precetti della dottrina morale della Chiesa vengono proposti fuori dal contesto che dà loro significato. Il problema maggiore si ha quando il messaggio che la Chiesa annuncia si identifica soltanto con questi aspetti che tuttavia non manifestano per intero il cuore del messaggio di Gesù Cristo…».

E ancora: «Ci deve essere una proporzione adeguata soprattutto nella frequenza con la quale alcuni argomenti o accenti vengono inseriti nella predicazione. Per esempio, se un parroco lungo l’anno liturgico parla dieci volte di morale sessuale e soltanto due o tre volte dell’amore fraterno o della giustizia, vi è una sproporzione. Ugualmente se parla spesso contro il matrimonio fra omosessuali e poco della bellezza del matrimonio. Oppure se parla più della legge che della grazia, più della Chiesa che di Gesù Cristo, più del papa che della parola di Dio».

L’intervista esce su Repubblica il 21 ottobre. L’occasione ci fa conoscere meglio e mi porta a fargli una seconda richiesta: perché non pubblichiamo insieme un libro-conversazione tutto dedicato a Francesco, o meglio al suo «programma»? Con mia grande gioia padre Fernández acconsente una seconda volta. Insieme decidiamo di usare l’esortazione apostolica Evangelii gaudium (EG) come base sulla quale lavorare, avendo ben presente che è stato lo stesso papa a dire che il documento ha un «senso programmatico».

E il risultato, dopo il tempo trascorso assieme a Buenos Aires e un’intensa corrispondenza epistolare, sono le pagine di questo libro, un testo che spero risulti utile per chi vuole comprendere fino in fondo la sfida che il papa venuto «dalla fine del mondo» vuole porre alla Chiesa e, insieme, anche a chi è lontano da una vita di fede.

Evangelii gaudium è un programma di pontificato ampio e accurato. L’esortazione apostolica, infatti, firmata dal papa il 24 novembre 2013, festa di Cristo Re dell’universo, formalmente sarebbe dovuta essere «post-sinodale», ovvero semplicemente un approfondimento delle proposizioni che il Sinodo dei vescovi, svoltosi in Vaticano nel 2012 e dedicato alla nuova evangelizzazione, aveva prodotto. In realtà il documento volutamente non riporta la dizione «post-sinodale», proprio perché è, e vuol essere, molto di più, un testo appunto programmatico. E così, partendo da Evangelii gaudium, è stato per noi semplice ampliare l’orizzonte su un papa così soprendente.

Evangelii gaudium, ovvero la gioia del Vangelo. Sembra essere questa, anzitutto, la direzione. Portare la Chiesa a prendere consapevolezza che il cristianesimo è gioia perché annuncia che Dio è con noi. Una delle azioni maggiormente richieste dal papa è la necessità di «uscire fuori». Uscire dalle proprie convinzioni, comodità, privilegi, idee, per portare il Vangelo di Cristo a tutti senza pregiudizi né preclusioni. Uscire, cambiare, dunque, ripensando daccapo l’intera vita di fede. Il papa non manca di indicare nello specifico alcune riforme e alcuni cambiamenti, esortando «tutti ad applicare con generosità e coraggio gli orientamenti di questo documento, senza divieti né paure». Non è più il tempo della ritrosia. Francesco vuole che tutti, a cominciare dai semplici fedeli, abbandonino «il comodo criterio del “si è fatto sempre così”». Dice: «Invito tutti ad essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità».

Questo libro, dunque, nasce anche dallo stupore per questo testo papale, una vera e propria enciclica, secondo quanto hanno scritto diversi osservatori. Stupore per un papa che decide di mettere per iscritto un programma esigente anche verso sé stesso e la propria persona: «Dal momento che sono chiamato a vivere quanto chiedo agli altri, devo anche pensare a una conversione del papato». Il cantiere che papa Francesco ha aperto con Evangelii gaudium è ampio e può far venire le vertigini. «Tuttavia – scrive Francesco – non c’è maggiore libertà che quella di lasciarci portare dallo Spirito, rinunciando a calcolare tutto, e permettere che Egli ci illumini, ci guidi, ci orienti, ci spinga dove Lui desidera».

Thursday 07 April 2016

La sapienza dello scriba si deve alle sue ore di quiete

Indro Montanelli

Il mio prossimo libro esce a settembre. C’ho lavorato tre anni: mandavo le bozze alla casa editrice che, puntualmente, me le mandava indietro.

Semplifica, taglia, accorcia, mi dicevano. E avevano ragione. Ma che fatica. Eppure, se potessi tornare indietro anche io, farei il medesimo lavoro con tutti gli altri libri che ho scritto. Alcuni, anzi, non li scriverei nemmeno più. Ero inesperto, anche giovane, e il demone della frenesia mi possedeva.

Dovevo scrivere, pubblicare, fare. Complice questo strano lavoro che è il giornalismo che tutti i maledetti giorni esige cose, cose e ancora cose… ero sempre spinto a dare qualcosa. Che stupido che ero. Non avevo ancora capito che aveva ragione il Siracide: «La sapienza dello scriba si deve alle sue ore di quiete; chi ha poca attività diventerà saggio».

L’ho compreso soltanto adesso. Ma non mi condanno per questo. Non posso condannarmi per ciò che ero. Sarebbe ingiusto. Posso solo ringraziare per ciò che sono ora. E molto, di ciò che sono, lo devo alla casa editrice che mi ha seguito, direi plasmato, in questi tre anni: riscrivi, rifai, accorcia, semplifica, mi hanno detto. Non c’è fretta. C’è tempo. Il tempo della giusta maturazione.

E ho obbedito. Uscirà a settembre. Dopo tre anni. Per me è un nuovo inizio.

Thursday 07 April 2016 10:14

Ana Maria Berti, artista amica del Papa, racconta: «Quando la Vergine che scioglie i nodi colpì l’anima di Bergoglio…»

La Madonna che scioglie i nodi custodita nella chiesa di San José del Talar a Buenos Aires

La Madonna che scioglie i nodi custodita nella chiesa di San José del Talar a Buenos Aires

Due anni fa trascorsi del tempo a Buenos Aires per incontrare padre Victor Manuel Fernandez col quale scrissi “Il progetto di Francesco”.

Girai un po’ per la città e conobbi alcuni amici di Jorge Mario Bergoglio. Fra questi, Ana Maria Berti, artista e pittrice locale, che anni fa, conoscendo la devozione del futuro Papa per la “Knotenloeserin”, e cioè per la Vergine che scioglie i nodi, ne dipinse una riproduzione del quadro originale tedesco e la donò alla parrocchia di San Josè del Talar.

L’8 dicembre del 2011 Bergoglio visitò la parrocchia e sottolineò che la rappresentazione della Madonna illustra il fatto che «Dio, il quale distribuisce la sua Grazia a tutti i suoi figli, vuole che noi ci fidiamo di Lei, che le affidiamo i nodi dei nostri peccati per fare sì che Lei ci avvicini a suo figlio Gesù».

L’immagine, attribuita al pittore settecentesco Johann Georg Melchior Schmidtner, si trova nella chiesa di St. Peter am Perlach ad Augusta, nel Sud della Baviera, e rappresenta la Madonna che scioglie i nodi di un lungo nastro che le è offerto da angeli che si trovano alla destra del quadro, mentre altri angeli a sinistra raccolgono il tessuto ormai liscio.

Il sacerdote Bergoglio, in Germania per motivi di studio, fu colpito da quest’allegoria del ruolo di mediatrice della madre di Gesù e decise così di portarla con sé a Buenos Aires, dove iniziò a distribuirla a sacerdoti e fedeli.

Ad Ana Maria ho chiesto di raccontarmi un po’ del suo rapporto con Bergoglio e dell’idea di dipingere la “Knotenloeserin.

Come ha conosciuto il dipinto della Madonna che scioglie i nodi?
«Ho conosciuto la Madonna da una piccola immagine portata da Bergoglio a Buenos Aires da Ausgurg, Germania, dove si trova l’originale».

Perché ha deciso di riprodurlo?
«Me l’hanno chiesto all’Università del Salvatore, a Buenos Aires, in occasione dell’inaugurazione della cappella della stessa Università».

Quante riproduzioni ha fatto e dove sono ora?
«Ne ho riprodotte cinque. La prima si trova come ho detto nella cappella dell’Università del Salvatore a Buenos Aires; la seconda, nella chiesa San Guiseppe del Talar, a Buenos Aires, dove si venera; la terza, nella cappella della Casa del Governo a Buenos Aires; la quarta nel Rettorato della Lumsa di Roma; e la quinta a Santa Marta, dove abita papa Francesco».

Perché, secondo Lei, Bergoglio è così affezionato a questo quadro?
«Questa domanda dovrebbe essere fatta a lui, ma mi prendo il rischio di dare un’interpretazione della probabile ragione per la quale egli ha avuto l’ispirazione di portare l’immagine a Buenos Aires. Penso che il messaggio della composizione del quadro sia molto forte. Si vede Maria che lavora per noi, sciogliendo i nodi in riferimento ai problemi della nostra vita. Con certezza questa immagine ha colpito nell’anima Bergoglio che ha voluto farla conoscere nel suo Paese senza pensare che da Buenos Aires si sarebbe diffusa in tutto il mondo».

Da quanto tempo conosce Bergoglio?
«Da quarant’anni! Allora eravamo molto giovani».

Si aspettava la sua elezione?
«Tutti noi pensavamo che davvero egli meritasse d’essere eletto. Ma pensavamo anche che l’elezione di un Papa non nato in Italia sarebbe stata molto difficile, nonostante egli sia italiano essendo figlio di italiani».

Cosa ha provato la sera dell’elezione?
«Un’enorme emozione e gioia! Quando egli è apparso al balcone tutti piangevamo per l’emozione e la gioia, mentre il nostro cuore batteva forte nel petto. Tutte le campane di Buenos Aires suonavano insieme e tutte le macchine che c’erano nelle strade suonavano i clacson. In questa miscela di sensazioni, nel fondo dal cuore, c’era una certa nostalgia perché già sapevamo che non avremmo più sentito la sua voce, i suoi consigli, il suo aiuto e la sua cara presenza vicina a noi. Pensavamo che era già diventato vescovo di Roma, tanto caro ma tanto lontano da noi. Ma lo Spirito Santo è lo spirito di Dio e, con suoi progetti e misteri, ha l’ultima parola».

Dopo l’elezione ha più sentito Bergoglio?
«Seguiamo da qui tutte le sue attività, le sue parole, e suoi viaggi attraverso la televisione, e sui giornali. Le domeniche lo guardiamo in piazza San Pietro per l’Angelus. Anche lui, a volte, ha l’infinita gentilezza e delicatezza di dedicarci alcuni minuti attraverso delle brevi telefonate, in alcune occasioni molto speciali. Noi lo ringraziamo di cuore perché capiamo che adesso veramente non ha più tempo libero, attento com’è ai problemi di Roma e del mondo. Non si può chiedere di più a quest’uomo che mette l’anima e tutto l’amore possibile in tutto ciò che fa».

Maria che scioglie i nodi è stata dipinta da Johann Georg Schmidlher. Il suo dipinto è venerato nella Chiesa di San Peter Am Perlach ad Asburgo in Germania dal 1700.
Oggi è conservata nel Santuario di “St. Peter am Perlach”, Rathausplatz, 86159, Augsburg, Germania.

Qui si può trovare la storia del dipinto:
La storia del dipinto

Thursday 07 April 2016 10:13

La felicità dipende da noi, e non da Dio. L’attualità di un’esperienza mistica non pienamente ascoltata

Angela Volpini durante un'apparizione

Angela Volpini durante un’apparizione

Il libro più interessante che ho letto negli ultimi tempi è “Visione mistica”, un dialogo fra Raimon Panikkar e Angela Volpini (Jaka Book). Dopo averlo letto viene da chiedersi come sia possibile che l’esperienza mistica della Volpini sia così poco dibattuta nella Chiesa, come sia possibile che il messaggio affidatole da Maria sia – non del tutto ma in parte sì – caduto nell’oblio.

Ma andiamo con ordine. Chi è Angela Volpini?

Come è riportato sul suo sito (angelavolpini.it), Angela è la protagonista di un’esperienza mistica straordinaria, avvenuta dal ’47 al ’56, che ancora bambina la catapultò al centro della cronaca e dell’attenzione di tantissime persone. Angela si distingue nettamente da ogni altra persona che ha vissuto analoghe esperienze di apparizioni della Madonna, per il coraggio e la capacità di rielaborare questa sua esperienza in un pensiero la cui peculiarità principale è quella di aiutare l’uomo a rendersi consapevole delle sue infinite possibilità di sviluppo, e a riconoscere la felicità nella qualità della relazione con gli altri: «È cambiando la concezione del sacro e del divino che l’uomo può cambiare il modo stesso di guardare al mondo e alla sua vita».

Questa differenza la si nota nettamente quando si va in visita a Casanova Staffora, in provincia di Pavia, il piccolo paese dove tuttora vive e dove le apparse Maria. Qui non si trovano santuari stile Lourdes o Medjugorje. Anche perché la gente che qui arriva, se ciò che cerca sono miracoli o manifestazioni esteriori del sacro resterà delusa. La strada che qui Maria ha insegnato è un’altra: la via per raggiungere la felicità sulla terra è dentro l’uomo. Egli è desiderio di bene e di infinito. Solo se accetta il fatto che questo desiderio che ha dentro sia la strada della sua felicità la sua vita si compie. Maria, del resto, così ha fatto: ha seguito il suo desiderio di amore ed è diventata la madre di Dio. Come lei possiamo essere tutti se siamo fedeli al nostro – e sottolineo nostro – desiderio. Dio vuole soltanto che il nostro desiderio si compia ed egli nulla può senza la nostra libertà e creatività. La felicità, insomma, dipende da noi e non da Dio.

Tutto per Angela inizia all’età di sette anni, il 4 giugno del 1947. Racconta: «Mi trovavo con dei miei coetanei a pascolare le mucche nei pascoli del Bocco, una località distante circa mezz’ora dal paese. Ero seduta sull’erba a confezionare dei mazzetti di fiori quando all’improvviso sentii una persona prendermi sotto le braccia, da dietro, e sollevarmi come per prendermi in braccio. Mi girai, convinta di trovarmi viso a viso con mia zia, ed invece mi trovai di fronte un volto di donna bellissimo, dolcissimo e sconosciuto. Mi distanziai per vedere meglio quel volto: era proprio il viso di una donna sconosciuta e di una bellezza mai vista. Non avevo mai neanche immaginato una bellezza e dolcezza simile».

La prima cosa che balza agli occhi da questo racconto è il corpo: Maria fa sentire ad Angela il suo corpo. Racconta: «Quando si è visto quel corpo non si può più sopportare che un corpo venga ferito, umiliato o assassinato. In ogni più piccolo uomo vedi la sua possibile gloria, e non ci sono più buoni o cattivi, perché tutti sono chiamati all’amore».

In sostanza, nel corpo trasfigurato di Maria così come le appare, Angela vede tutti gli esseri umani: ogni uomo – questo il messaggio che Maria le affida – può essere come lei, può diventare ciò che lei è diventata. Non c’è preferenza, non ci sono privilegiati. Tutti possono trasfigurarsi se sono fedeli al proprio, unico e personale, desiderio di amore. Cosa ha fatto Maria che noi invece non riusciamo a fare? Ha creduto che il suo desiderio di amore poteva realizzarsi. Ha creduto che davvero poteva diventare la madre di Dio. Ha creduto e ha voluto.

Spiega ancora Angela: «Durante le apparizioni, vedevo e leggevo in Maria il mio desiderio di pienezza, di amore infinito, e che questo era il desiderio che hanno tutti gli esseri umani nella loro esistenza. Maria è stata Maria precisamente perché ha messo questo desiderio alla base della sua esistenza. Ed è stata sempre fedele a questo suo desiderio d’amore. Fedele sino al punto di rompere con la legge esterna, con la visione esterna di Dio, per recuperarla dentro di sé, dentro questo desiderio, che è desiderio di amore. Ha potuto conoscere Dio com’è veramente: amore. Questo processo che Maria ha vissuto, e che mi ha fatto conoscere come il suo processo di umanizzazione, me lo ha fatto vedere come il nostro possibile. Lo stesso desiderio è presente in noi, e se anche saremo fedeli a questo desiderio potremo giungere alla nostra pienezza umana».

Questo mi sembra un punto centrale nella visione avuta da Angela: la felicità non viene da un Dio esterno che ci obbliga a una data strada piuttosto che a un’altra. Dio è amore e dunque è il nostro desiderio di amore che dobbiamo cercare di realizzare per essere davvero in sintonia con lui. Egli non ci impone nulla, desidera soltanto che noi coi nostri desideri e le nostre aspirazioni ci realizziamo. Siamo liberi di provarci, almeno. Liberi di dire di sì al nostro desiderio, e non a tutto il resto.

Angela dice anche che all’inizio ha avuto paura: «Paura della scoperta di lei, perché era il nuovo assoluto. Ho cercato di vincere la paura e di esplorare il nuovo che mi veniva offerto». Cos’è questo nuovo? Lo ripeto ancora una volta lasciando parlare Angela: «Dopo che Maria mi ha messo a terra, iniziò a parlare. Mi ha detto: “Sono venuta a insegnarvi la via della felicità sulla terra”. Con queste parole ha trasformato, capovolgendola, la piccola visione che io, bambina di sette anni, potevo avere: che il cielo e lo spirito sono la perfezione, ma non la terra e il corpo. In quella visione, capivo che ciò che stavo vedendo era la mia stessa realtà: il mio corpo, tutta me stessa, compreso il mio corpo, tutta la terra e tutto il cosmo formava la pienezza. Che il cielo era solo una parentesi, contrariamente a quello che intendiamo. Questo mi impressionò molto».

E ancora: «Attraverso Maria ho avuto una visione diversa. Lei non è come ce la mostra la Chiesa, ma una persona molto attiva. Mi dispiace se questo scandalizza qualcuno, però il progetto di Dio e l’Incarnazione sono un desiderio esplicito che Lei ha ottenuto di realizzare. E non perché fosse “lei”. Tuto quello che è nel progetto di Dio si compie anche se “noi” lo vogliamo… Credo che Maria abbia fatto un lavoro creativo su di sé. Ha detto sì al suo desiderio, a “se stessa”, non a “qualcosa”. Ma per dire di sì a se stessa deve avere avuto un grande coraggio».

In questo video Angela spiega meglio di come non abbia fatto io in questa sintesi cosa significhi che la felicità è nelle nostre mani, dipenda solo da una nostra scelta. Dio, Maria, ci sostengono e aiutano, ma la scelta è la nostra.

Tuesday 29 September 2015

Sale della comunità, si svolta

adriano bianchiNon si vede, ma accade. In questi primi giorni d’inizio autunno le parrocchie e gli oratori italiani si animano. Famiglie, catechisti, bambini, sport, attività. La Chiesa che è tra la gente declina ancora una volta nel quotidiano la sfida di annunciare il Vangelo per rendere più umano il territorio, i quartieri, la società di cui si sente parte. Prende i ritmi e i tempi della comunità, crea legami promuovendo l’educazione, la carità e la cultura con uno stile libero e sobrio. È un impegno vivo in ogni città e paese italiano e ha il volto di preti, operatori pastorali e persone che nel servizio parrocchiale mettono passione, creatività e competenza.

In circa mille parrocchie italiane questo servizio pastorale trova casa anche nell’animazione delle sale della comunità. Ricomincia il cinema, la musica, il teatro. Non puro intrattenimento, ma con una coscienza sempre più piena che anche le sale della comunità debbano rispondere a una vocazione ecclesiale e culturale. Accanto alla chiesa e all’oratorio, oggi sempre più spesso esse intercettano l’espressività giovanile, la sperimentazione artistica, il protagonismo, il dialogo tra le culture, l’approfondimento nel pensare. Sono uno spazio privilegiato di educazione alla bellezza, alla ricerca e all’incontro. La parrocchia resta la casa del progetto della sala della comunità e ad essa deve rendere conto. È l’indicazione dei vescovi italiani che fin dal 1999 con una nota pastorale sul servizio ecclesiale e culturale delle Sale (ribadito poi nel direttorio Comunicazione e mis- sione del 2004) hanno affidato a questo prezioso spazio di evangelizzazione e promozione culturale.

La sala della comunità è progetto di soglia,’propedeutico al tempio’ diceva all’Acec San Giovanni Paolo II, e l’Associazione cattolica esercenti cinema (Acec), su mandato della Chiesa italiana, continua a promuovere, sostenere e rappresentare questo cammino. Lo fa da associazione, e non da semplice soggetto culturale preposto, nella convinzione che la modalità associativa aiuti a rappresentare meglio i bisogni del territorio, serva a salvaguardare la peculiarità e il contributo di ciascun territorio pur in un percorso unitario.

D’altro canto le sfide, anche per le Sale della comunità, non finiscono mai. L’ultima riguarda il cinema. La trasformazione digitale e la sparizione della pellicola cinematografica ha comportato l’investimento per l’acquisto del nuovo proiettore di circa 50mila euro per ogni sala. Soldi che sono arrivati anzitutto dalla gente delle nostre parrocchie. Qualche bando regionale c’è stato, qualche aiuto da parte di qualche benemerita fondazione è arrivato, qualche diocesi si è mossa. L’ultima, in ordine di tempo è la convenzione stipulata tra Bnl, Acec e Anec per la cedibilità del credito nella digitalizzazione e presentata recentemente alla Mostra di Venezia. Un’opportunità in più che andrà sfruttata al meglio. A oggi 550 sale hanno superato lo scoglio. Altre 150 potrebbero farlo a breve. Almeno 200 hanno mollato la presa. Chi si è digitalizzato lo deve però alla tenacia soprattutto dei volontari. Sono loro che non hanno smesso di fare iniziative e di sollecitarle le istituzioni. In Italia oggi le sale cattoliche ormai all’avanguardia dal punto di vista tecnologico, garantiscono al cinema di raggiungere i piccoli comuni e località più sperdute. Lo fanno con prezzi popolari e con programmazioni sia di qualità che di svago. Le nostre sale si sono anche aperte al teatro, ivi compreso quello sacro (grazie alle circuitazioni nazionali promosse da Acec, Federgat e Cei) e, in accordo con le scuole, fanno crescere con progetti educativi mirati il pubblico del futuro. Dove sono presenti sono certo un’opportunità, ma, soprattutto al Sud, avrebbero bisogno di essere maggiormente integrate anche attraverso l’apporto associativo che l’Acec offre, perché possano esprimere al meglio il loro valore e il servizio che le Chiese. Resta ancora molto da fare, ma la passione e l’impegno non mancano.

Adriano Bianchi, presidente Associazione cattolica esercenti cinema (Acec)

Avvenire, 29 settembre 2015

Monday 28 September 2015

Caro Hawking, il Big Bang non esclude Dio

Dice ancora qualcosa il nome di Dio agli uomini di oggi? Secondo Nietzsche, poco o nulla. Lo stesso annuncio che «Dio è morto» è destinato a cadere nel vuoto. Magari tutti ripetono la frase a proposito di questo o di quello. Ma come se fosse un’ovvietà, una cosa scontata, di cui prendere atto per poi archiviarla senza farsi troppi problemi [...].

Che morte di Dio appaia come un evento che è ormai alle nostre spalle e che ci lascia sostanzialmente indifferenti non è ateismo. È nichilismo. L’ateismo a suo modo tiene ferma l’idea di Dio [...], vede in Dio il nemico dell’uomo. Perciò gli muove guerra. Per il nichilismo niente di tutto ciò. Quella di Dio è una grande idea. Talmente alta e nobile che, come afferma quel perfetto nichilista che è Ivan Karamazov, c’è da stupire che sia venuta in mente a un “animale selvaggio” come l’uomo. Però destinata a dissolversi come rugiada al sole sotto i raggi spietati della scienza.

Rimasto senza Dio, l’uomo deve fare i conti con la realtà. Deve imparare a vivere sotto un cielo da cui non può più venirgli alcun soccorso né consolazione. Quindi, deve riappropriarsi della sua vita terrena e soltanto terrena. Con quanto di buono e prezioso la terra ha da offrire una volta che Dio è uscito di scena. Ma siccome non c’è nulla di buono e prezioso se non in forza dei nostri stessi limiti, diciamo pure in forza del nostro destino di morte (infatti come potremmo amarci gli uni gli altri se fossimo immortali?), sia lode al nulla! Questo dice il nichilismo.

Ma anche più importante di quel che il nichilismo dice, è quel che il nichilismo non dice. Per realizzare il suo progetto di riconciliazione con la mortalità e la finitezza, il nichilismo deve tacere su un punto decisivo: lo scandalo dal male. Precisamente lo scandalo che l’ateismo aveva fatto valere contro Dio, in questo dimostrandosi consapevole del fatto che il male sta e cade con Dio. È di fronte a Dio che il male appare scandaloso. Cancellato del tutto Dio, persino come idea, il male continua a far male, ma rientra nell’ordine naturale delle cose. Ed ecco la parola d’ordine del nichilismo: tranquilli, non è il caso di far tragedie [...].

Spostiamo ora la nostra attenzione su un altro piano. Dove in questione sono scienza e religione. Affermando, come gli è accaduto recentemente, che una “teoria unificata dell’universo” è ormai a portata di mano, Stephen Hawking ha riproposto quello che per Einstein era un sogno irrealizzabile, ossia la riunificazione in un solo campo delle forze dell’infinitamente piccolo (forza nucleare e radioattività) e delle forze dell’infinitamente grande (elettromagnetismo e gravità). Lasciamo stare se Hawking abbia ragione o pecchi di ottimismo. Chiediamoci piuttosto da dove Hawking tragga l’idea che fa da corollario alla sua affermazione: quella per cui tale teoria metterebbe Dio definitivamente fuori gioco. E dire che proprio Hawking solo qualche anno fa ne aveva ammesso la possibilità. Lo stesso vale per Einstein. Per non parlare di Cantor, la cui teoria degli insiemi prospetta gli infiniti (al plurale) l’uno dentro l’altro, come in un gioco di scatole cinesi, ed evoca Dio come infinito degli infiniti (ma anche come ultimo orizzonte in cui la ragione fa naufragio). Sia come sia il problema Dio appariva aperto e invece ora non più. Se non risolto, accantonato su base fisicomatematica prima ancora che su altra base (ad esempio etica).

In altri termini, quel che viene sostenuto da Hawking è che di Dio non c’è alcun bisogno per spiegare il passaggio dallo stato assolutamente inerziale dell’inizio al Big Bang. Nulla infatti vieta di pensare che lo stato iniziale contenga già, prima della sua esplosione – e dunque in un tempo solo immaginario e non ancora reale –, tutte le informazioni necessarie a produrre l’esplosione stessa. Se il successivo processo entropico viene fatto regredire fino al grado zero, dove l’entropia è nulla ma le informazioni ci sono e contengono nel tempo immaginario la totalità delle cose che poi si svilupperanno nel tempo reale, è come se ci fosse dato di giungere al limite estremo dell’universo (per non dire dell’essere) e poi fare ancora un passo. Un passo a nord del Polo Nord, per usare la paradossale metafora di Hawking.

Che cos’è questo? Un salto nel nulla? Un tentativo di costruire, nel cuore stesso del nulla, una postazione da cui osservare il prodursi della realtà, il suo venire alla luce, il suo offrirsi a uno sguardo capace di descriverne perfettamente la manifestazione? Certo è un salto nel grado zero della realtà. Diciamo pure: un salto nello zero. E allora perché stupirsi? Lo zero è un numero. Ma un numero straordinario. Simboleggia ciò che sta prima dell’uno, ma al tempo stesso contiene l’uno, se è vero che zero elevato a potenza zero dà uno. Contiene non solo quel che non è ancora ma addirittura quel che esso nega. Posto lo zero, è posto anche l’uno. E con l’uno la serie infinita dei numeri, con i numeri il prima e il dopo, vale a dire il tempo, col tempo la possibilità che le cose siano… Accade con il numero zero quel che accade con il concetto di nulla: ce ne serviamo per indicare una realtà negativa, realtà che non esiste, eppure grazie a essi compiamo operazioni altrimenti impossibili o riusciamo a pensare ciò che diversamente resterebbe impensato (l’indeterminazione, la libertà, e così via).

Nondimeno… Se ci limitiamo a considerare lo zero un analogo del nulla, quasi che lo zero fosse in matematica quel che il nulla è in metafisica, perdiamo di vista la differenza essenziale. Lo zero è qualcosa. È un numero, appunto. Un simbolo. È qualcosa che ha pur sempre che fare con qualcosa, anche quando questo qualcosa è una realtà puramente negativa o realtà che sta prima della realtà, come il tempo immaginario che sta prima del tempo reale. Invece posto il nulla, non è posto alcunché [...]: il nulla non designa nulla e soprattutto non ha a che fare con dei fatti, ma semmai col senso o col non senso delle cose. Come quando dico: questo non significa nulla. Oppure: il nulla è il senso del tutto. Oppure: Dio ha tratto il mondo fuori dal nulla. Come intendere queste affermazioni? In un solo modo, se si vuole evitare di cadere nell’assurdo: come affermazioni che non riguardano questo o quel fatto, né la totalità dei fatti, né l’essere, ma il senso dell’essere. Quando dico che Dio ha tratto il mondo fuori da nulla, non sto affatto descrivendo il processo che ha innescato il Big Bang, cioè una serie di fatti. Al contrario, sto dicendo (magari a torto, ma questo non è qui in discussione) che il mondo ha senso, visto che Dio, che poteva abbandonarlo al nulla, lo ha invece tratto fuori dal nulla e quindi lo ha “salvato”. Due piani, dunque, da tenere ben distinti. Per gli astrofisici si tratta di spiegare com’è fatto il mondo. Per i filosofi e per i teologi, se il mondo abbia o non abbia un senso. Chiamare o non chiamare Dio quel principio di spiegazione è irrilevante, così come è fuori luogo applicare a una teoria fisica la nozione di disegno salvifico o intelligente che sia.

Sergio Givone

Avvenire, 27 settembre 2015

Thursday 24 September 2015

Ripartire dalla legge di natura

«Per vivere occorre un’identità, ossia una dignità », scriveva Primo Levi ne I sommersi e i salvati (1986), scolpendo con queste parole la verità irrinunciabile di ogni esistenza umana, umiliata e negata nei campi di sterminio nazisti. Ciascuno porta con sé il diritto di essere qualcosa di irriducibile e inviolabile. Il diritto della persona umana coincide con la sua stessa nascita, con quell’“inizio” che riaccade ogni volta che un essere umano viene al mondo, e di cui Hannah Arendt aveva parlato alla fine del suo studio su Le origini del totalitarismo (1951), riprendendo un’intuizione formidabile di Agostino: « Initium ut esset, homo creatus est », l’uomo è stato fatto per poter cominciare, per essere un inizio, per dare inizio a qualcosa di nuovo e di libero. A questo livello si radica la vera resistenza alla distruzione ideologica dell’umano, che è la cifra tragica dei totalitarismi novecenteschi, ma anche la più normalizzata omologazione di una cultura nichilista, in cui l’umano implode per mancanza di un significato reale per cui vivere.

In questa identità, in questo inizio è il seme di ogni diritto, nato non semplicemente dalla rivendicazione di qualcosa che non ci viene riconosciuto o per cui siamo discriminati (questo verrà dopo, certo, come inevitabile conseguenza dell’essere al mondo), ma dal non esserci fatti da noi stessi. Paradossalmente, il nostro primo diritto è la nostra provenienza, nei confronti della quale noi siamo sempre “in debito”, in quanto “dati” a noi stessi. Forse è proprio ripartendo da qui che possiamo comprendere nuovamente il significato di “legge di natura”, un’espressione diventata per molti troppo ingombrante, nel migliore dei casi così scontata da non essere più interessante. Nel dibattito culturale contemporaneo assistiamo infatti a una strana contraddizione: da un lato i diritti individuali delle persone e i diritti collettivi dei gruppi sociali, vengono sempre più concepiti – e rivendicati – come il test dell’affermazione o della negazione della dignità dell’essere umano. Dall’altro lato però diventa sempre più problematico fondare tali diritti su di una “base” naturale oggettiva e universale. Temi caldi come il diritto a decidere della propria morte o della propria identità di genere in base alle condizioni fisico-ambientali e al sentimento di sé che segna i singoli soggetti in maniera diversificata, portano piuttosto a considerare l’essere umano non tanto un “dato” naturale, ma una costruzione storica e culturale. Assicurare la libertà di potersi costruire la propria esistenza, adeguando anche la legislazione in maniera tale che garantisca la realizzazione di tali opzioni, sembra un punto essenziale non solo per il diritto ma anche per la pietà (emblematica l’onda di discussioni dopo il referendum irlandese sul matrimonio omosessuale). Questa tendenza sembra ormai inarrestabile nella cultura contemporanea, chiamata appunto dei “diritti”. Ma non sembrano efficaci i richiami ad una legge naturale vista come un ordine oggettivo che semplicemente limiti l’auto-determinazione dei singoli individui. E questo non perché non ci si debba riferire ad una base intangibile per la natura identitaria della persona umana; a risultare inadeguata è piuttosto la contrapposizione tra legge naturale e diritti umani come tra un ordine “assoluto” e un ordine “relativistico”. Nel momento in cui l’alternativa è questa, sembra quasi scontato che prevalga e infine vinca il “relativo”, così come vince l’esperienza fatta di incontri, eventi, occasioni perse o guadagnate, rispetto ad un ordine avvertito (ingiustamente) come fisso e immutabile. Insomma la preferenza va quasi sicuramente alla libertà dell’io piuttosto che ad una verità percepita come una zavorra.

La dialettica “ideologica” tra legge naturale e diritti rischia seriamente di compromettere la comprensione adeguata di fenomeni che vengono troppo affrettatamente contrapposti – la libertà dell’io e la verità delle cose – e apre una questione bruciante: è possibile ancora comprendere e per così dire riconquistare, non per teoria ma per esperienza, l’amicizia e l’unità tra questi due fenomeni? La natura è una legge assoluta o una realtà che “accade” nella storia e si avvera nell’esperienza? La difficoltà ad accettare oggi la legge naturale come qualcosa di astratto, può essere fronteggiata solo se essa viene riscoperta come qualcosa di concreto, addirittura come un bisogno, un’esigenza degli stessi diritti umani. La posta in gioco è alta e affascinante: accorgersi di nuovo della propria natura, scoprendo dall’interno dei propri diritti un bisogno irriducibile ad ogni diritto, ma radicato e condiviso in ogni vita cosciente e libera: il bisogno di accogliere e amare sé stessi e gli altri per il fatto misterioso che “siamo”, che “sono”, infinitamente di più di quello che riusciamo a fare di noi stessi.

Costantino Esposito

 

Tuesday 22 September 2015

Le religioni nello spazio pubblico

differenze e relazioni 3Dal 2012 al 2014 si è tenuto un ciclo di convegni rivolti a giovani filosofi organizzati dal Centro Studi Filosofici di Gallarate con il patrocinio del Servizio Nazionale della CEI per il Progetto Culturale e con la collaborazione del Dipartimento di Filosofia dell’Università di Macerata. Il tema sviluppato nel corso del triennio, “Differenze e relazioni”, è stato svolto il primo anno a partire dalla coppia terminologica “il prossimo e l’estraneo” e il secondo anno a partire dal tema della “cura dei legami”. Il terzo anno ha affrontato la questione delle “religioni nello spazio pubblico”.

È da pochi giorni in libreria il volume che ne contiene i materiali. Intitolato “Differenze e relazioni. Le religioni nello spazio pubblico” (Aracne editore) è stato curato da Carla Canullo. Nel testo compaiono i contributi degli studiosi che hanno partecipato al convegno, la cui apertura è stata affidata a Giovanni Ferretti, e le cui conferenze plenarie sono state tenute da Gerardo Cunico, Graziano Lingua e Andrés Torres Queiruga, e le cui riflessioni conclusive sono state proposte da Roberto Mancini.

Nel volume sono pubblicati inoltre i contributi di Sofia Alunni, Gian Luigi Brena, Elisabetta Colagrossi, Marco Damonte, Cecilia Maria Di Bona, Fabiola Falappa,  Ezio Gamba, Umberto Lodovici, Giulia Maniezzi, Stefano Marchionni, Silvia Maron, Alessandro Paris, Silvia Pierosara, Martina Properzi, Daniele Referza, Claudio Tarditi, Tommaso Valentini, Giovanna Varani, Sofia Vescovelli.

Monday 21 September 2015

Viaggio nel cuore di Firenze tra arte, storia, fede e carità

logo FIGuardare al passato è la strada sicura per costruire un futuro migliore. Riflettere sulla propria storia è sempre motivo di crescita. Lo è soprattutto in questa stagione di cambiamenti in cui non bisogna smarrire la bussola dell’umano secondo la natura profonda della persona e della comunità degli uomini. Per illustrare ai delegati che arriveranno da tutte le diocesi d’Italia la propria specifica identità, la Chiesa fiorentina proporrà, nel corso del Convegno ecclesiale nazionale, trenta incontri in altrettanti luoghi significativi della città per raccontare le proprie origini, le esperienze religiose e le più alte espressioni di spiritualità, caritative, culturali e artistiche oltre alle grandi figure- simbolo del Novecento: il cardinale Elia Dalla Costa, don Giulio Facibeni, Giorgio La Pira e don Lorenzo Milani.

Ma il vero volto di Firenze, che lega insieme fede, verità e carità, non può prescindere dall’intreccio con la vita pastorale nelle parrocchie, come è stato sottolineato ieri dal vicario generale di Firenze, monsignor Andrea Bellandi, nel corso di una conferenza stampa in arcivescovado per presentare l’iniziativa. Ecco allora il secondo gruppo di incontri che narrano di una fede operante nel tempo, alimentata da forme di spiritualità e di vita monastica, non chiuse in se stesse, ma che agiscono come «finestre aperte» su Firenze. Un «tessuto » sul quale si innesta la carità, che è ben radicata nella tradizione fiorentina.

La ricca panoramica, che nel pomeriggio di giovedì 12 novembre qualificati coordinatori, relatori e testimoni presenteranno ai delegati della Chiesa italiana per aprirsi al dialogo con la città, richiamerà pure l’attenzione sulle più significative esperienze sociali e culturali che Firenze oggi offre e che sono sintetizzate nel terzo gruppo di incontri. A partire da quelle che si occupano della salute delle persone, degli anziani, dell’integrazione degli studenti stranieri, del recupero dei detenuti. Dalla solidarietà si passa al rapporto tra fede, arte, cultura e scienza, mettendo in primo piano le grandi basiliche (con il nuovo Museo dell’Opera di Santa Maria del Fiore che sarà inaugurato il 29 ottobre) e il «cuore» del sapere e del dialogo (musei, biblioteche e fondazioni). Senza trascurare esperienze artistiche e culturali meno conosciute che si sono affermate di recente. Tutte espressioni di una realtà sociale viva, con una grande storia, capaci di confrontarsi e di cooperare con la vocazione umanistica della Chiesa.

Andrea Fagioli – Avvenire, 20 settembre 2015

Friday 18 September 2015

Galantino: non c’è vera teologia senza sapienza

galantino nunzio

Non c’è vera teologia senza sapienza. E la sapienza «consiste nella verità esercitata con la carità». Nella tavola rotonda che ha chiuso ieri il seminario per docenti di teologia e assistenti pastorali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore quest’anno ospitato dalla sede di Piacenza dell’ateneo – il segretario generale della Cei Nunzio Galantino ha ripreso la riflessione del beato Antonio Rosmini per tracciare l’orizzonte di una riflessione teologica capace di esprimere il richiamo ad una ‘Chiesa in uscita’ più volte ribadito da papa Francesco. «Oltre la secolarizzazione dei saperi» è il filo conduttore su cui si è lavorato nella tregiorni di seminario, facendo tesoro delle sollecitazioni della Evangelii gaudium come dei recenti interventi che papa Bergoglio ha rivolto alla Facoltà cattolica di Buenos Aires.

«Accogliamo l’invito a una teologia capace di farsi carico delle transizioni difficili, dei conflitti, senza cadere nella tentazione della ‘teologia da tavolino’», ha sottolineato l’assistente ecclesiastico generale dell’Università Cattolica il vescovo Claudio Giuliodori introducendo la tavola rotonda, a cui, insieme al vescovo Galantino, hanno portato il loro contributo Pierangelo Sequeri, preside della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, e Francesco Botturi, filosofo e prorettore dell’Università Cattolica.

Indica l’enciclica Laudato si’ come «esercizio del magistero di una Chiesa in uscita» il professor Botturi, esempio di un approccio all’ecologia che è «inclusivo di competenze diverse» e dunque sa trasformare l’oggetto della ricerca in «ecologia sociale» e, da lì, in «ecologia umana». La critica che il Papa fa sul dominio del paradigma tecnocratico non è altro che l’intuizione di chi, cogliendo la natura trinitaria della realtà, sa portare «la verticalità sapienziale dentro una orizzontalità sapienziale». Indica così la strada per superare la ‘interdisciplinarità’ – che si limita a mettere insieme, al termine della ricerca, risultati a cui i saperi sono giunti in maniera autonoma – e approdare alla ‘transdisciplinarità’, a una «contaminazione trasformativa tra le discipline». Papa Francesco nella Laudato si’ porta dentro l’indagine sulla questione ambientale l’atteggiamento del teologo che «dice il senso e chiede la sua realizzazione » spiega Botturi, in un’esortazione «a trasformare in sofferenza personale quel che accade nel mondo e così individuare il contributo che ciascuno può portare ». È proprio «disinnescare l’accademismo», l’intellettualismo fine a se stesso, per «riabilitare la qualità umana del sapere» il compito più urgente a cui è chiamata oggi la riflessione teologica secondo monsignor Sequeri. Ma l’obiettivo richiede un ritorno «all’esercizio del cristianesimo», perché l’impressione – osserva – è che «il cristianesimo si faccia poco e si spieghi tanto, troppo: il Papa lancia un bel tema e subito la parrocchia organizza un corso». Basta allora fare qualche opera buona in più? Anche questa è una lettura riduttiva. Il centro nevralgico sta nel riattivare le relazioni, «il rapporto tra qualità della conoscenza ed esercizio della intenzionalità», far affiorare «i contenuti affettivi dei saperi», con lealtà e onestà intellettuale.

La teologia – evidenzia, con le parole del Rosmini, Galantino – non è nata «per cacciar fuori frasi pompose» o «per far mostra di ingegno », ma per «guidare l’umanità alla virtù». È questa la sapienza che non perde il legame con la realtà fatta «di persone in polvere e cenere» e si nutre della consapevolezza che si è tutti «condiscepoli» di un unico maestro, Gesù Cristo.

Barbara Sartori – Avvenire, 18 settembre 2015

Thursday 17 September 2015

Bari, presentate le Notti Sacre

«In un tempo in cui vengono evidenziate la caduta dei valori e l’indifferenza, di fatto ci accorgiamo che esiste una sete profonda di partecipazione culturale e la risposta del pubblico a Notti Sacre ne è un esempio ». Lo ha detto ieri l’arcivescovo di Bari- Bitonto, Francesco Cacucci, durante la presentazione della sesta edizione di ‘Notti Sacre’. Dal 19 al 27 settembre, otto delle venti chiese della città vecchia di Bari ospiteranno la rassegna di ventidue eventi culturali, organizzata dall’arcidiocesi barese anche grazie al contributo del Progetto culturale della Chiesa italiana e di Sovvenire, sul tema «Un nuovo umanesimo di misericordia».

Aprirà la rassegna la Messa nella Basilica di San Nicola, presieduta da Cacucci, durante la quale sarà eseguita la Missa n.6 ‘Sancti Nicolai’ di Haydn. Il calendario offre, tra l’altro, occasioni di riflessione come il dialogo tra Giuseppe Giulietti della associazione ‘Articolo 21′, Francesco Occhetta di ‘Civiltà Cattolica’ ed Enzo Quarto, presidente regionale dell’Ucsi, sul rapporto tra giornalismo ed etica. Don Maurizio Patriciello, a partire dall’enciclica di papa Francesco Laudato si’, interverrà sul tema «Noi non siamo Dio. La terra ci precede e ci è stata data». Tra le novità di questa edizione, la presenza di musicisti e artisti stranieri: il coro dell’Università cattolica di Ratisbona e musicisti iraniani e israeliani.

A dieci anni dal Congresso eucaristico nazionale che si svolse a Bari, viene riproposto il testo teatrale ‘I martiri di Abitene’. «Il programma, negli ultimi anni, è sempre più concentrato sulla musica sacra», ha evidenziato il direttore artistico, don Antonio Parisi. Non a caso, la rassegna sarà chiusa dalla prima esecuzione mondiale di una inedita Messa in re maggiore per soli, coro e orchestra, di Niccolò Piccinni.

Antonio Rubino – Avvenire, 17 settembre 2015

Monday 08 June 2015

Un giorno a Sarajevo con il Papa

 

Se si arriva per la prima volta a Sarajevo sembra di scorrere le pagine di un libro di storia. A Sarajevo la storia è lì, aperta davanti ai tuoi occhi con la sua tragicità. Ci sono la case in stile ottomano nel centro storico, i palazzi in stile austriaco e i giardini come a Vienna, i casermoni in stile sovietico e le vecchie case senza stile ancora crivellate di colpi che ti ricordano la guerra più recente. Come i cimiteri, dislocati qua e là, macchie bianche che segnano la città dallo stadio ai parchi pubblici. E ci sono gli impianti sportivi che ricordano le ultime glorie comuniste ridotti a miseri resti, a fianco dei centri commerciali iper moderni dove troneggiano le insegne dei maggiori brand specialmente italiani.

Saturday 25 October 2014

Sinodo, un colpo di mano che non è riuscito

"Il sismografo" (http://ilsismografo.blogspot.it/) in questi giorni si sta rivolgendo a diversi colleghi vaticanisti per chiedere un loro ulteriore contributo di analisi e commento in merito all'importante Assemblea straordinaria sinodale dedicata alla famiglia.

Angela Ambrogetti, Responsabile di Korazym, vaticanista e scrittrice, ci ha offerto la sua riflessione in risposta a questa domanda:

Senza entrare in complessi approfondimenti, quale la caratteristica o riflessione che più ti ha colpito o che ritiene di notevole rilevanza di questo Sinodo?

"Un colpo di mano che non è riuscito. Lo definirei così il Sinodo straordinario sulla famiglia che si è appena concluso. Ma anche l’occasione per alcuni episcopati di mostrare la loro fedeltà al Vangelo e la voglia di emancipazione da un “centro” che non è Roma, ma qualcuno che vorrebbe colonizzarla.

Tuesday 21 October 2014

Un sinodo ancora da capire

Strano questo Sinodo straordinario appena concluso. Una formula che era stata abbandonata nel 1985. Due settimane sono poche per ragionare, e i presidenti delle Conferenze episcopali non sempre sono i più adatti a discutere. Sono abituati a mediare più che a portare idee. Molti dei sinodali è chiaro che un sinodo non lo avevano mai seguito. Ed è stato evidente che un gruppetto lo voleva guidare senza lasciare spazio alle alternative. Cominciamo dalla poca trasparenza. Scegliere di non pubblicare i singoli interventi ha messo in difficoltà parecchi vescovi. Perché i loro fedeli volevano sapere e seguire lo sviluppo del dibattito e soprattutto chi aveva detto cosa. Cosa che del resto si era saputa per decenni. Il Bollettino del Sinodo è base e fonte per la storia della Chiesa. Di questo sinodo invece avremo solo testimonianze di coppie ( ne sentiamo già molte nelle Giornata per la Famiglia) e omelie. Sulla Relatio dopo la discussione c’è poi ancora molto da capire. Lo stesso relatore del Sinodo il cardinale ungherese Erdő ne ha preso le distanze. Il Papa gli ha messo al fianco degli altri collaboratori. Una Relazione che è stata di fatto disconosciuta dai Circoli Minori. In molti all’uscita dei lavori dicevano: “ ma noi non abbiamo detto quelle cose!”

Tuesday 07 October 2014

Sinodo: non giudizio ma verità

La notizia di oggi è che il 20 ottobre il Papa ha deciso che al concistoro si parli di Medio Oriente. Sarà un modo per comunicare ai cardinali i risultati dell’incontro con i nunzi che si è svolto la settimana scorsa. Martedi mattina, secondo quello che riporta l’ Osservatore Romano, si è parlato anche della violenza. “Così è stato messo in risalto come i terroristi di Boko Haram non hanno nulla a che vedere con la visione che in Nigeria, anche da parte dei musulmani stessi, si ha del valore della famiglia. Mentre a Baghdad, è stato reso noto, nonostante tutti i problemi, oltre 1.500 bambini sono accompagnati dai genitori, ogni venerdì, al corso di catechismo: è stata così anche rimarcata la testimonianza di fede e di unità delle famiglie cristiane rimaste in Iraq. Accompagnata pure dall’auspicio che venga sempre rispettato il loro credo come un diritto fondamentale della persona e così non ci debba essere timore nel testimoniarlo. Un discorso simile è stato proposto, poi, a proposito dell’Iran, dove ci sono appena cinquemila cristiani a fronte di settantacinque milioni di musulmani che, è stato affermato, non appartengono al fondamentalismo dell’Is.”

Tuesday 06 May 2014

Cristiani crocifissi: lo scandalo in Siria, mentre l'Italia fa finta di nulla.

Parlare di crocifissione del 2014, parlarne soprattutto non nella dimensione rituale della Settimana Santa ma sulla pelle vera di cristiani veri che vivono, resporano, pregano e credono...è una delle cose più scandalose che possa capitare!

Ne parla in questi giorni "La Bussola Quotidiana", sito on line di informazione ed approfondimento su tematiche eligiose.

Può - si chiede LBQ - la semplice interpretazione di un versetto del Corano legalizzare la crocifissione o l'uccisione come pena per chi sbaglia? Ma soprattutto: può quello stesso principio di fede circolare liberamente in uno dei testi più venduti in Italia ed essere accettato in sede di revisione dall'Unione delle comunità ed Organizzazioni Islamiche in Italia (Ucoii)?

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Saturday 15 February 2014

Padre Konrad, le braccia caritatevoli di Papa Francesco

“Tu sai cosa devi fare, hai bisogno di soldi?” E’ la frase che Konrad Krajewski, arcivescovo ed Elemosiniere di sua Santità, si sente ripetere spesso da papa Francesco. Si perché è lui che aiuta il Papa ad essere vicino a chi ha bisogno, con gesti che sembrano piccoli, ma che diventano immensi per chi li riceve. Padre Konrad come lo chiamano tutti, non vive in Vaticano, ma a Borgo Pio, in una casa “con la bandiera polacca”, dice. “Perché così posso essere più vicino alla gente”. Vuole essere chiamato così e il papa gli ha detto: a chi ti chiama eccellenza chiedi 5 euro di tassa per i poveri. Konrad che viene dalla diocesi di Łódź, lui che dal 1998 è stato a fianco di tre papi durante le liturgie, lui che da anni gira la notte per le vie di Roma per dare aiuto a chi ne ha bisogno. “Le mie braccia sono corte adesso, se le prolunghiamo con le tue braccia riesco a toccare i poveri di Roma e d’ Italia, io non posso uscire, tu sì” gli ha detto il papa alla sua nomina.

Wednesday 12 February 2014

Due Papi per una sola Chiesa

Diciamoci la verità, non avremmo mai pensato che la coabitazione funzionasse così bene. Anzi che potesse diventare un modello per il futuro. Quando in un giorno di brutto tempo a febbraio i media di tutto il mondo hanno iniziato a far girare la notizia del secolo, la rinuncia del Papa, l’idea stessa di avere due Papi in Vaticano sembrava roba da Apocalisse. Quel fulmine che colpiva la cupola di San Pietro immortalato da un fotografo fortunato, sembrava davvero l’inizio della fine del mondo secondo i canoni di certi B movies degli anni ’70. Fulmini e saette, l’attacco del Maligno e cose del genere. Qualcuno ha anche cavalcato quest’onda per sferrare l’ultimo colpo a Papa Benedetto XVI colpevole di non aver mai ceduto ai facili popolarismi e di aver sempre predicato la verità del Vangelo con gioiosa e ferma chiarezza. Ma il Vento dello Spirito soffia dove vuole e non segue le regole del meteo.

Wednesday 12 February 2014 09:08

La Quaresima della Chiesa

Quando pensiamo alla Quaresima i laici pensano ad una cosa lunga e triste, i cattolici ad un tempo forte della liturgica che si prepara alla luce della Pasqua. E in effetti quei poco più di quaranta giorni che lo scorso anno abbiamo vissuto tra l’ 11 febbraio, e il 13 marzo e poi fino a Pasqua, sono stati davvero una Quaresima. E in entrambi i sensi. Perché sono stati giorni lunghi, di ansia e di stupore, di attesa di incredulità. E in questo senso giorni di penitenza. Per la prima volta nella storia moderna, un pontefice decideva di rinunciare al governo della Chiesa Universale. Si certo, tutti gli addetti ai lavori sapevano che fin dai tempi di Paolo VI si parlava di come permettere al Papa di essere davvero libero da qualunque condizionamento, di poter esercitare il ministero petrino in pienezza e completezza e quindi di poter “lasciare” qualora non potesse essere in piena coscienza libero

Wednesday 27 November 2013

L'eutanasia ai minori: per la Chiesa un gesto di estrema inciviltà. Occorre riflettere.

Le parole sono forti e sono quelle di un prelato molto autorevole all'interno della Chiesa cattolica.

Mons. Sgreccia è presidente della fondazione Ut Vitam habeant nonchè presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita.

Il tema è uno di quelli che in questoi periodo sta suscitando acceso dibattito in ambito cattolico ed etico: quello dell'eutanasia...anzi, quello dell'eutanasia aperta alle persone minori di età.

«È un salto. Un salto abissale, sotto il livello di civiltà, di umanità». Queste le parole del prelato che commenta il primo sì del parlamento belga all'estensione dell'eutanasia ai minori. 

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Tuesday 03 September 2013

Anche S. Francesco pregherà per la Pace in Siria

Papa Francesco ha chiamato...e moltissimi stanno rispondendo.

La mobilitazione chiesta dal Papa per la pace in Siria si sta estendendo a vista d'occhio, coinvolgendo ambienti laici, religiosi, cattolici e non.

Anche i frati francescani di Assisi si uniscono alla preghiera, attraverso il segno grandell'apertura della tomba di S. Francesco.

Come riferisce infatti l'ANSA, la  Basilica Inferiore di San Francesco d'Assisi resterà aperta, in via del tutto eccezionale, da oggi a venerdì fino alle 22 per pregare sulla Tomba del Santo per la pace in Siria e per coloro che sono chiamati a garantire le vie della giustizia nel mondo.

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Saturday 18 May 2013

I cristiani parlano troppo...degli altri: parola di Papa Francesco.

Per il papa, che ha pronunciato nuovamente parole forti durante la Messa mattutina a Santa Marta, i cristiani hanno proprio il vizio di parlare troppo degli altri. Pettogolezzi e farsi troppo gli affari degli altri, detto in parole povere, sono una mina vagante costante nella vita della Chiesa.

«Quanto si chiacchiera nella Chiesa! Quanto chiacchieriamo noi cristiani!». Lo ha detto papa Francesco - riferisce Vatican Insider - nella messa di stamane a Santa Marta. Per Bergoglio, «la chiacchiera è proprio spellarsi, farsi male l'uno all'altro». «Le chiacchiere sono distruttive nella Chiesa», ha aggiunto  il Pontefice.  Secondo Bergoglio, il cristiano deve vincere la tentazione di «mischiarsi nella vita degli altri». Il Papa, secondo quanto riferisce la Radio Vaticana, ha inoltre sottolineato che chiacchiere e invidie fanno tanto male alla comunità cristiana e che non si può «dire soltanto la metà che ci conviene».

Ma non ha solo parlato di questo il santo Padre.

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Friday 12 April 2013

Unioni gay: la Consulta chiede di intervenire, ma non con l'equiparazione del matrimonio.

Oggi è arrivata una ammonizione della Consulta su alcuni noti ritenuti irrisolti, nel panorama politico e istituzionale italiano.

La Consulta ha chiesto un intervento sulla legge elettorale, ma - soprattutto - ha chiesto che venga fatto qualche cosa per tutelare i diritti ed i doveri delle persona omosessuali, che intendano costituire una unione stabile.

"Il legislatore deve affrontare il nodo delle unioni gay", ha riferito Gallo parlando di fronte alle più alte cariche dello Stato. Queste le parole: "La Corte ha escluso l'illegittimità costituzionale delle norme che limitano l'applicazione dell'istituto matrimoniale alle unioni tra uomo e donna, ma nel contempo  ha affermato che due persone dello stesso sesso hanno comunque il diritto fondamentale di ottenere riconoscimento giuridico, con i connessi diritti e doveri, della loro stabile unione". La Consulta, ha ricordato Gallo, "ha perciò affidato al Parlamento la regolamentazione della materia nei modi e nei limiti più opportuni".

Cosa significa questa frase?

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Thursday 14 March 2013

Papa Francesco: sarà il Papa dell'ecumenismo e del dialogo.

Le parole che Papa Francesco ha pronunciato ieri sera subito dopo l'elezione, sono state poche. Significative, grandemente, insieme ai gesti compiuti.

Una parentesi: dovremo di nuovo abituarci a gesti di questo tipo, ed anche il servizio di sicurezza....che avrà un bel lavoro da fare, con questo Papa che si prefigura già come molto, molto libero...dai protocollo.

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Ma le parole di ieri hanno avuto una grande rilevanza dal punto di vista del dialogo e del'ecumenismo.

Mi riferisco alle parole con le quali il Papa ha parlato di sè: come tutti hanno notato non ha mai citato la parola "papa", ma ha sempre utilizzato la parola "vescovo di Roma".

 

Tra l'altro, anche nel ringraziamento nei confronti di Benedetto XVI chiamato, anch'egli "vescovo emerito di Roma".

 

Dal sito Aleteia.org riporto le parole del Papa:

Fratelli e sorelle, buona sera!

Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un vescovo a Roma, sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo. Ma siamo qui. Vi ringrazio dell'accoglienza. La comunità diocesana di Roma ha il vescovo. Grazie! E prima di tutto vorrei fare una preghiera per il nostro vescovo emerito Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca...

[Preghiera Padre Nostro, Ave Maria, Gloria al Padre]

E adesso incominciamo questo cammino, vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma che è quella che presiede nella carità tutte le chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia fra noi. Preghiamo sempre per noi, l'uno per l'altro. Preghiamo per tutto il mondo perché ci sia una grande fratellanza. Mi auguro che questo cammino di Chiesa che oggi incominciamo e in cui mi aiuterà il mio cardinale vicario qui presente sia fruttuoso per l'evangelizzazione di questa tanto bella città. E adesso vorrei dare la benedizione. Ma prima vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica. La preghiera del popolo perché chieda la benedizione per il suo vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me.

 

Ma perchè il Papa ha parlato così, perchè si è rivolto a Roma, alla sua città...quasi, dimenticando...il mondo che gli stava praticamente tutto davanti?

Non certamente per provincialismo: alcuni forse l'hanno colto così..ma nolla è più distante dalla realtà.

C'è a mio avviso un motivo, cosicnetemente voluto, per il quale il papa ha utilizzato queste parole, e questo motivo non è stato neppure l'umiltà...francescana.

Il motivo è stato l'ecumenismo.

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Wednesday 13 March 2013

Il gabbiano ed il Conclave: quando i media non sanno cosa dire!

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In queste ore è tanta l'apprensione e l'attesa da parte del mondo cattolico (e non solo) per l'esito del Conclave.

Si stanno ascoltando fiumi di parole: trasmissioni televisive e radiofoniche, dirette web, twitter, facebook...e chi più ne ha più ne metta.

Non c'è dubbio che questo sia davvero il Conclave più mediatico degli utlimi anni.

Chiaramente tutti sono con gli occhi all'insù, per seguire, anche in televisione, l'andamento delle votazioni vaticane. Inoltre moltissimi media stanno coprendo con grande intensità gli eventi in diretta oltre che avere realizato molteplici servizi ed interviste.

Oggi poi un nuovo personaggio si è affacciato sul Conclave, con una dirompenza mediatica...quasi sopra le nuvole: un gabbiano.

Un gabbiano che, non credo di sbagliarmi, sta davvero diventando una star della riflessione mediatica di questo evento sul quale, con buona pace di tutti, non si può che dire una parola che abbia senso: ASPETTARE. Punto.

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Thursday 14 April 2011

L’esperimento di Riace

Una risposta positiva al problema dell’immigrazione

di Lucetta Scaraffia

L’arrivo di questa ondata di migranti ha di nuovo messo in moto nell’opinione pubblica italiana il dibattito fra chi li vuole accogliere e chi li vuole respingere. Questo, mentre davanti ai nostri occhi sfilano immagini drammatiche e coinvolgenti, tra speranza e disperazione: da una parte, la madre che ha partorito nel barcone, riuscendo a salvare sé e la piccola, dall’altra i corpi dei molti che muoiono fra le onde, vittime dei trafficanti di esseri umani, oltre che del maltempo e di imbarcazioni fatiscenti.

La Chiesa predica il dovere, che è umano e cristiano, dell’accoglienza nei confronti di chi è più sventurato di noi — che, oltretutto, di lavoratori immigrati abbiamo assolutamente bisogno — ma non sempre è facile tradurre in fatti queste esortazioni. Ci vuole anche un po’ di inventiva, di coraggio e di fantasia. Come quella che hanno avuto gli abitanti di Riace, paese sulla riva ionica della Calabria, composto, come tutti quelli della zona, di un nucleo antico sul cocuzzolo di una collina, lontano dal mare, e di un nuovo abitato in via di espansione lungo la costa (proprio quella dove sono stati trovati i celeberrimi bronzi).

Oggi, il centro antico, che per decenni era stato abbandonato e si stava deteriorando irrimediabilmente, è tornato alla vita. Lo abitano immigrati di varie provenienze, tutti profughi politici, che i cittadini di Riace hanno accolto, a cominciare dai trecento curdi arrivati una decina di anni fa.

Gli immigrati hanno avuto un tetto, qualcosa da mangiare ma anche, cosa ben più importante, un lavoro: all’interno delle antiche mura, infatti, sono nate tante piccole aziende artigianali — ceramica, tessitura, preparazione di prodotti alimentari — dove lavorano, fianco a fianco, italiani e immigrati.

Così chi attraversa questo centro sereno e laborioso vede bimbi di diverse provenienze giocare tra loro, calabresi e africani lavorare insieme; ma anche una rinascita economica che porta benefici a tutti, indistintamente: i bambini nella scuola sono aumentati, rendendo così necessario un numero maggiore di insegnanti e impiegati; gli operatori culturali, che si occupano dell’integrazione e insegnano l’italiano, sono in maggioranza originari del luogo; sono rinate industrie artigianali locali come la tessitura della ginestra e gli abitanti delle case abbandonate del borgo ricevono un affitto, basso, ma comunque guadagnano qualcosa e hanno chi restaura le loro case altrimenti destinate alla rovina. E il finanziamento che il ministero italiano dell’Interno ha stanziato per questo esperimento — 24 euro per immigrato — è servito a dare nuovo impulso anche all’economia locale.

È insomma una situazione nella quale i benefici reciproci sono chiari a entrambe le comunità e la convivenza non risulta difficile, tanto che il paese proprio per questo è diventato un’attrazione turistica. Per valorizzarla, alcune case sono state destinate a ospitalità diffusa nel tessuto urbano ed è stato aperto un ristorante. Sulla sua porta si vede ancora il segno di due proiettili: non tutti a Riace hanno gradito questa rinascita. Ma molte persone e intere scuole vengono a vedere questo miracolo quotidiano, e cercano di capire il segreto di un’accoglienza riuscita.

Il segreto sta certo nella tenacia di Mimmo Lucano, attuale sindaco e animatore del progetto, che interviene continuamente a migliorarlo. Ma sta anche in una iniziativa, nella diocesi dove è stato vescovo amatissimo monsignor Bregantini, nata dal basso grazie a una associazione — Città futura don Puglisi — fondata nel 1999 da ragazzi del luogo intorno alla chiesa parrocchiale e che oggi ha sede in un palazzo del centro antico, vero cuore della vita di Riace.

Certo, il successo dell’esperimento è dovuto anche al numero abbastanza ridotto degli immigrati, al loro essere profughi politici e quindi desiderosi di integrarsi nel nuovo paese, non potendo tornare in patria. Non è facilmente riproponibile in tutte le situazioni: anzi, in qualche modo, proprio le condizioni della sua riuscita mettono in luce le difficoltà che si incontrano in altre situazioni.

Ma il solo fatto che esista una simile realtà, che qualcuno sia riuscito a creare e mantenere questo difficile equilibrio — che dura da più di dieci anni — costituisce un esempio a cui guardare, un caso che fa pensare. Allora, la soluzione del problema immigrati sta forse proprio nell’inventare qualcosa di positivo. Invece di scrollare le spalle con indifferenza.

Saturday 02 April 2011

Nostro contemporaneo

La seconda parte del «Gesù di Nazaret»

Il nuovo libro di Ratzinger-Benedetto XVI rende Gesù di Nazaret nostro contemporaneo. Nel gran disordine che regna sotto il cielo l’irrompere di un libro tanto appassionante accende interrogativi che toccano in profondità le nostre inquietudini. Ciascuno può trovarvi qualche luce per uscirne. Vi si raccontano i tre giorni cruciali dell’esistenza di Gesù, le sue ultime ore di vita scandite dalla passione e morte; l’inizio del tempo nuovo, la risurrezione, vero spartiacque della storia che origina un pensiero alternativo sul futuro del mondo e delle speranze umane.

L’autore è convinto che il confronto positivo con Gesù di Nazaret possa essere una soluzione anziché un problema per l’umanità. La sua indagine è convincente, ragionevole e rispettosa di culture e punti di vista differenti. Interessarsi a Gesù ha senso — si percepisce tra le righe — perché è l’unico risorto della storia, il Vivente immerso in ogni epoca e perciò nel nostro presente; compagno di viaggio affidabile che ci introduce negli orizzonti sconosciuti della vita oltre la morte.

Chiunque volesse capire questo misterioso Signore può calarsi nei giorni finali della sua vita terrena.

Pagina dopo pagina, dalle parole e dai comportamenti di Gesù, il teologo diventato Papa trae i tasselli di una carta d’identità dell’essere cristiano. Da un lato salda l’esperienza del patire, dell’angoscia e della tenerezza del Nazareno con l’insieme del pianto e del dolore smisurati delle vittime di ogni tempo e, dall’altro, ci aiuta a leggere frammenti del mistero del male e della sofferenza non più invincibili dopo la sua agonia nell’orto degli ulivi e l’abbandono sulla croce. La risurrezione di Gesù non è un tardivo volo pindarico dei suoi discepoli delusi che, non potendolo dimenticare, lo trasformarono in mito.

È una realtà veramente accaduta, alla pari della crocifissione e della morte. Mentre però del dolore e della morte che impastano la storia abbiamo una conoscenza sperimentale, della risurrezione abbiamo una conoscenza per fede. Si tratta di una fede ragionevole, ma sempre fede. Anzi, ci ricorda Papa Ratzinger, la fede cristiana è fondata sulla risurrezione. Poiché è strettamente collegata alla croce, la memoria della risurrezione è altrettanto pericolosa per la sapienza umana. Per i discepoli che attendevano un messia regale e vittorioso, la morte di Gesù è stata sconvolgente; la risurrezione, una volta verificata, ne ha cambiato la prospettiva, decidendoli a seguire il Maestro finalmente compreso.

Nel mistero della passione, morte e risurrezione — ci ricorda l’autore — sono racchiuse alcune delle questioni profonde dell’esistenza. E nel processo a Gesù è presente la critica radicale alle politiche basate sull’inganno e la violenza anziché sulla verità. Il destino del mondo si gioca sulla verità, non sulla forza che rimane una soluzione illusoria. Occuparsi di Gesù è occuparsi di tale destino poiché egli è venuto per rendere la più autorevole testimonianza alla verità che la prospettiva cristiana identifica con Dio.

Nello stile dei Padri della Chiesa, Papa Ratzinger non scrive per puro godimento intellettuale, ma offre un libro per la vita. La lettura ci immerge nella profondità del mistero cristiano, svelandoci quanto poco sia conosciuto e gustato. Con la scelta di una interpretazione dei racconti della passione basata sulla storia e sulla fede non contrapposte ma complementari, l’autore conferma la teologia conciliare e pone fine al pregiudizio nei confronti del popolo ebraico accusato nei secoli di deicidio. Nei vari momenti esaminati, dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Benedetto XVI sceglie un linguaggio nuovo e accessibile senza perdere profondità.

Chiama la Chiesa «la comunità dei discepoli» di Gesù; definisce la caritas «premura per l’altro», non un secondo settore del cristianesimo accanto al culto, «ma radicato proprio in esso e ne fa parte». C’è emozione per la lotta tra bene e male nella notte del Getsemani dove Gesù «trascina la natura recalcitrante in alto verso la sua vera essenza» e porta «il travaglio dell’essere uomini in alto verso Dio». L’ascensione è tradotta in una «vicinanza permanente» di Gesù con noi, un «entrare nel mistero di Dio» e un’altra dimensione dell’essere.

Si descrive, infine, la risurrezione, come fenomeno totalmente nuovo, una nuova dimensione dell’essere uomini, una mutazione decisiva, un salto di qualità; un nuovo genere di futuro per gli uomini, una nuova dimensione dell’esistenza umana, inclusa nell’atto di donare la vita. L’amore e la risurrezione — insiste l’autore — sono i due motivi distintivi dell’essere cristiani. La risurrezione come «mutazione» genetica compiuta da Dio in Gesù e promessa a tutti; l’amore come metodo di vita che distingue i figli di Dio e per il cosmo dischiude già ora un futuro di speranza.

c. d. c.

Tuesday 29 March 2011

Dall’abisso del male

Il pellegrinaggio di Benedetto XVI alle Fosse ardeatine — così l’ha voluto definire lo stesso Papa — per rendere omaggio alle vittime dello spaventoso eccidio, che resta indelebile tra i numerosissimi orrori della seconda guerra mondiale, non ha trovato molto spazio nei media. Forse anche per il succedersi incalzante e drammatico di notizie nel panorama internazionale.

Eppure la visita di Benedetto XVI a questo sacrario «caro a tutti gli italiani» — in continuità con quelle di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, e con la volontà di pregare e «rinnovare la memoria» — ha un significato particolare, che rimane. Il loro successore ha infatti compiuto un altro passo nella ricomposizione della memoria di quel conflitto che contribuì a sprofondare il Novecento nell’abisso del male. Come aveva affermato lo stesso Benedetto XVI un mese esatto dopo la sua elezione riflettendo sulle ultime successioni papali.

In questo modo non bisogna forse considerare, aveva detto il nuovo Papa, «il fatto che sulla cattedra di Pietro, ad un Pontefice polacco sia succeduto un cittadino di quella terra, la Germania, dove il regime nazista poté affermarsi con grande virulenza, attaccando poi le nazioni vicine, tra le quali in particolare la Polonia? Entrambi questi Papi in gioventù — seppure su fronti avversi e in situazioni differenti — hanno dovuto conoscere la barbarie della seconda guerra mondiale e dell’insensata violenza di uomini contro altri uomini, di popoli contro altri popoli».

Alla presenza del rabbino capo della più antica comunità della diaspora occidentale, ferocemente colpita dalla persecuzione razziale anche alle Fosse ardeatine, il vescovo di Roma, «città consacrata dal sangue dei martiri», ha voluto incontrare a lungo i familiari delle vittime — cattolici ed ebrei insieme — e ha reso omaggio alla loro memoria, in un luogo vicino alle catacombe e dal quale ancora una volta si è levata la preghiera dei Salmi, con le parole che da molti secoli ebrei e cristiani innalzano all’unico Dio.

Quel Dio al quale, nell’ora delle tenebre, si rivolsero due caduti, come altri in quei giorni, per affermare la fede «in Dio e nell’Italia» e invocare la protezione degli ebrei «dalle barbare persecuzioni». Benedetto XVI ha citato le loro parole, ricordando il centocinquantesimo anniversario dell’unità del Paese e ripetendo che nel Padre di tutti è possibile un futuro diverso. Che non offenda il Nome santo di Dio e l’essere umano, creato a sua immagine.

g. m. v.

Monday 28 March 2011

Da Gerusalemme a Parigi

L’intuizione di Benedetto XVI di un nuovo spazio dove laici e non credenti possano essere accolti con amicizia per condividere con chi crede la ricerca dell’unico Dio sta prendendo forma. Nella visione papale questa proposta è rappresentata dall’immagine del «cortile dei gentili» nel Tempio di Gerusalemme — dove appunto erano ammessi i pagani attratti dalla religiosità ebraica — ed è stata assunta dall’organismo curiale che si occupa del mondo della cultura con originale creatività.

Carica di simboli è stata così la scelta di Parigi — la «città dei Lumi» emblema di quella modernità contraddittoria e drammatica nata dagli ideali e dagli errori della rivoluzione francese — per l’esordio di questa iniziativa. Che senza dubbio è tra le più importanti decise da un Papa tanto mite quanto coraggioso, uomo di fede e teologo profondo, abituato sin da giovane al confronto, soprattutto nel mondo universitario, con chi è al di fuori dei confini visibili della Chiesa.

Uso dunque a esprimersi con parole comprensibili a tutti, Benedetto XVI ha voluto essere presente a Parigi con un messaggio ai giovani riuniti davanti a Notre-Dame, in uno spazio aperto oggi come venti secoli fa era accessibile ai pagani il cortile esterno del Tempio gerosolimitano. Dal grande santuario di un ebraismo sempre più caratterizzato da aspirazioni universalistiche rimanevano però esclusi i non giudei.

A cambiare tutto è stata la venuta di Cristo, quella luce vista da Giovanni che illumina ogni essere umano e ha abbattuto «il muro di separazione» tra ebrei e gentili, e dunque ogni divisione: anche quella tra credenti e non credenti. E perché non fosse reso difficile l’accesso dei pagani allo spazio loro riservato nel santuario di Gerusalemme Gesù aveva cacciato chi di questo luogo si approfittava per lucro. Per questo Benedetto XVI in molti modi si fa capire. Come hanno dimostrato, diversamente ma con straordinaria efficacia, i suoi ultimi due libri.

Ed efficaci per credenti e non credenti sono risuonate a Parigi le sue parole, rivolte ai giovani, ma più in generale alle donne e agli uomini di oggi. Il Papa ha così rinnovato l’invito che nel succedersi dei secoli e sino alla fine dei tempi la Chiesa di Cristo non si è stancata e non si stancherà di rivolgere: di non aver paura di aprire a Dio i cuori e le società. Senza timore di assumere le parole — libertà, uguaglianza, fraternità — che hanno riassunto gli ideali rivoluzionari, tante volte poi brandite con asprezza contro la Chiesa e il cristianesimo, e che pure dal cristianesimo sono nate.

Comuni sono moltissime aspirazioni di credenti e non credenti, per costruire «un mondo nuovo e più libero, più giusto e più solidale, più pacifico e più felice». Allora — dice Benedetto XVI — tra chi crede e chi non crede deve cadere, nel riconoscimento reciproco, ogni diffidenza: Dio non è un pericolo per la società e la vita umana e non lo è naturalmente la ragione, purché non si pieghi agli interessi e all’utilità, come spesso avviene. Per questo il Papa ha invitato i giovani parigini, riuniti davanti a Notre-Dame, senza distinguere tra credenti e non credenti, a non fermarsi nel cortile dei gentili. E a entrare invece nella cattedrale, dove come incenso si alzava la preghiera della sera.

g.m.v.

Friday 25 March 2011

Una rivoluzione femminile

A tre anni dalla morte la prima biografia di Chiara Lubich

di Lucetta Scaraffia

A tre anni dalla scomparsa, è uscita la prima biografia di Chiara Lubich, scritta da Armando Torno per Città Nuova: un libro che sceglie volutamente un tono non agiografico per descrivere quella che è sicuramente una delle più straordinarie esistenze del Novecento. Una narrazione piana, costruita attraverso le testimonianze delle focolarine e dei focolarini che sono stati più vicini alla loro fondatrice. Un racconto che volutamente mette sullo stesso piano le vicende umane e le esperienze mistiche di Chiara; rispettando, in questo modo, il suo carattere riservato, la sua capacità di stare al centro di tutto ma al tempo stesso di scomparire come persona.

Mi è capitato di incontrarla personalmente una sola volta, l’8 marzo di qualche anno fa, al Quirinale, dove era arrivata per ricevere un’importante onorificenza dal presidente della Repubblica italiana. Era entrata sorridendo, come sempre, senza preoccuparsi se nessuno dei presenti dava segno di riconoscerla e di darle onore. A me, che le ero andata incontro emozionata, ha riservato un sorriso timido e dolce, e ha declinato con semplicità ogni mio tentativo di far sapere ai responsabili del cerimoniale che era arrivata.

La biografia rispetta questo suo atteggiamento umile e ritroso, profondamente disponibile al contatto umano ma del tutto indifferente alla notorietà, e alla ribalta che pure le spettava. A tal punto che si coglie l’importanza di Chiara nella storia del Novecento quasi più dalla cronologia comparata, molto ben fatta, che si trova in appendice al volume e che dà conto della ricchezza delle forme di aggregazione da lei create all’interno del mondo cattolico, della sua straordinaria capacità di costruire momenti di incontro e di vero dialogo con esponenti e fedeli di altre religioni, della fecondità spirituale che ha segnato la sua vita interiore.

Una fecondità che ha sempre condiviso con le sorelle e i fratelli più vicini, e poi con tutti coloro che rivelavano disponibilità all’ascolto, consapevole che i tempi in cui si trovava a vivere richiedevano un’immediata condivisione di quanto lei, strumento di Gesù, arrivava a comprendere illuminata dallo Spirito Santo. Illuminazioni che nascevano dalla lettura continua della Sacra Scrittura: «Ogni volta che Chiara apriva il Vangelo vi scopriva la profondità di quelle parole di vita eterna che mai prima aveva trovato».

In questo modo, Chiara ha anticipato quello che la cultura cattolica avrebbe poi scoperto: l’ingresso nel linguaggio spirituale della parola amore, fino a quel momento riservata più che altro ai discorsi mondani; l’idea della spiritualità dell’unità, che si trasforma in una appassionata forma di dialogo tra le religioni e in una risposta alla «notte culturale» dell’umanità. Senza mai preoccuparsi che fosse ricordato il suo ruolo precorritore.

La proposta di una nuova evangelizzazione, secondo le sue parole, «non significa soltanto che il mondo secolarizzato» ne ha bisogno, ma anche che «l’evangelizzazione va fatta in maniera nuova». E alla ricerca di questa maniera nuova dedica tutte le sue energie: gli incontri, anche quelli apparentemente secondari, si trasformano grazie a lei in nuove vie e nuovi progetti, allargando sempre più la rete dei coinvolgimenti nel suo ideale: la santità a portata di tutti. Il suo movimento si apre a tutti gli ambiti, in un’ottica universale, con particolare attenzione alla cultura e ai media, mentre la sua vita interiore dà un nuovo impulso agli studi teologici.

Ma certamente l’aspetto di novità più forte che ha segnato la sua vicenda è proprio il suo essere donna, una donna che dà un accento fortemente femminile a ogni sua opera: basti pensare al nome più conosciuto del movimento da lei fondato (ufficialmente Opera di Maria) che evoca il focolare, spazio tradizionalmente femminile. Comincia circondandosi di donne, che sanno poi aprirsi alla necessaria presenza maschile, e dà disposizioni che a presiedere il movimento sia sempre una donna.

Anche la spiritualità dell’Opera prende una forma femminile, rappresentando la presenza mistica di Maria nella Chiesa. In questo modo, con la sua straordinaria esperienza, Chiara — che parla alle assemblee dei vescovi, è ascoltata dai Papi, viene accolta con gli onori di un capo di Stato nei Paesi che visita — realizza quello che i tempi richiedono anche alla Chiesa: riconoscere l’importanza del ruolo delle donne.

Ma lo ottiene senza rivendicare diritti, senza nessuna asprezza. Lo ottiene dimostrando di sapersi meritare quell’autorità che le viene riconosciuta, come è stato per le grandi sante nella storia della Chiesa. La sua importanza nel cattolicesimo del Novecento è anche la prova di una rivoluzione femminile compiuta nel silenzio e nella modestia. Rimane il compito di prenderne atto.

Wednesday 23 March 2011

Questione di radicalità evangelica

Il celibato sacerdotale

di Mauro Piacenza

Residuo preconciliare e mera legge ecclesiastica. Sono queste, in definitiva, le principali e più dannose obiezioni che riaffiorano nel periodico riaccendersi del dibattito sul celibato sacerdotale. Eppure, niente di questo ha reale fondamento, sia che si guardi ai documenti del concilio Vaticano II, sia che ci si soffermi sul magistero pontificio. Il celibato è un dono del Signore che il sacerdote è chiamato liberamente ad accogliere e a vivere in pienezza.

Se infatti si esaminano i testi, si nota innanzitutto la radicale continuità tra il magistero che ha preceduto il concilio e quello successivo. Pur con accenti talora sensibilmente differenti, l’insegnamento papale degli ultimi decenni, da Pio XI a Benedetto XVI, è concorde nel fondare il celibato sulla realtà teologica del sacerdozio ministeriale, sulla configurazione ontologica e sacramentale al Signore, sulla partecipazione al suo unico sacerdozio e sulla imitatio Christi che esso implica. Solo, dunque, una scorretta ermeneutica dei testi del Vaticano II – a cominciare dalla Presbyterorum ordinis – potrebbe condurre a vedere nel celibato un residuo del passato di cui liberarsi. E una tale posizione, oltre che errata storicamente, teologicamente e dottrinalmente, è anche dannosa sotto il profilo spirituale, pastorale, missionario e vocazionale.

Alla luce del magistero pontificio bisogna anche superare la riduzione, in taluni ambienti molto diffusa, del celibato a mera legge ecclesiastica. Esso, infatti, è una legge solo perché è un’esigenza intrinseca del sacerdozio e della configurazione a Cristo che il sacramento dell’Ordine determina. In tale senso la formazione al celibato, oltre ogni altro aspetto umano e spirituale, deve includere una solida dimensione dottrinale, poiché non si può vivere ciò di cui non si comprende la ragione.

In ogni caso, il dibattito sul celibato, che periodicamente nei secoli si è riacceso, certamente non favorisce la serenità delle giovani generazioni nel comprendere un dato così determinante della vita sacerdotale.

Giovanni Paolo II nella Pastores dabo vobis (n. 29), riportando il voto dell’assemblea sinodale, afferma: “Il Sinodo non vuole lasciare nessun dubbio nella mente di tutti sulla ferma volontà della Chiesa di mantenere la legge che esige il celibato liberamente scelto e perpetuo per i candidati all’Ordinazione sacerdotale nel Rito latino. Il Sinodo sollecita che il celibato sia presentato e spiegato nella sua piena ricchezza biblica, teologica e spirituale, come dono prezioso dato da Dio alla sua Chiesa e come segno del Regno che non è di questo mondo, segno dell’amore di Dio verso questo mondo nonché dell’amore indiviso del sacerdote verso Dio e il Popolo di Dio”.

Il celibato è questione di radicalismo evangelico. Povertà, castità e obbedienza non sono consigli riservati in modo esclusivo ai religiosi. Sono virtù da vivere con intensa passione missionaria. Non possiamo abbassare il livello della formazione e, di fatto, della proposta di fede. Non possiamo deludere il popolo santo di Dio, che attende pastori santi come il curato d’Ars. Dobbiamo essere radicali nella sequela Christi senza temere il calo del numero dei chierici. Infatti, tale numero decresce quando si abbassa la temperatura della fede, perché le vocazioni sono “affare” divino e non umano. Esse seguono la logica divina che è stoltezza agli occhi umani.

Mi rendo conto, ovviamente, che in un mondo secolarizzato è sempre più difficile comprendere le ragioni del celibato. Ma dobbiamo avere il coraggio, come Chiesa, di domandarci se intendiamo rassegnarci a una tale situazione, accettando come ineluttabile la progressiva secolarizzazione delle società e delle culture, o se siamo pronti a un’opera di profonda e reale nuova evangelizzazione, al servizio del Vangelo e, perciò, della verità sull’uomo. Ritengo, in tal senso, che il motivato sostegno al celibato e la sua adeguata valorizzazione nella Chiesa e nel mondo possano rappresentare alcune tra le vie più efficaci per superare la secolarizzazione.

La radice teologica del celibato, dunque, è da rintracciare nella nuova identità che viene donata a colui che è insignito del sacramento dell’Ordine. La centralità della dimensione ontologica e sacramentale e la conseguente strutturale dimensione eucaristica del sacerdozio rappresentano gli ambiti di comprensione, sviluppo e fedeltà esistenziale al celibato. La questione, allora, riguarda la qualità della fede. Una comunità che non avesse in grande stima il celibato, quale attesa del Regno o quale tensione eucaristica potrebbe vivere?

Non dobbiamo allora lasciarci condizionare o intimidire da chi non comprende il celibato e vorrebbe modificare la disciplina ecclesiastica, almeno aprendo delle fessure. Al contrario, dobbiamo recuperare la motivata consapevolezza che il nostro celibato sfida la mentalità del mondo, mettendo in crisi il suo secolarismo e il suo agnosticismo e gridando, nei secoli, che Dio c’è ed è presente.

Tuesday 22 March 2011

L’orso del Papa

Alla dedicazione della parrocchia romana di San Corbiniano — una liturgia esemplare per la cura e la partecipazione dei fedeli, tra i quali tantissimi bambini — erano presenti ben tre successori del fondatore della diocesi di Frisinga: oltre a Joseph Ratzinger, oggi Papa con il nome di Benedetto XVI, i cardinali Friedrich Wetter e Reinhard Marx. Un fatto eccezionale, che il parroco ha sottolineato nel suo caloroso saluto iniziale.

Nell’omelia il vescovo di Roma, successore del primo degli apostoli, ha improvvisato una breve riflessione su questo monaco francese attratto dalla vita contemplativa che scese a Roma per fondarvi un monastero. Ma qui la sua vita cambiò in modo inatteso: il Papa lo ordinò vescovo per la Baviera, dove la popolazione «voleva farsi cristiana, ma mancava gente colta, mancavano sacerdoti per annunciare il Vangelo».

Una scelta, quella di Gregorio ii, che si rivelò di universalità — il santo infatti «collega la Francia, la Germania, Roma», ha sottolineato il Papa — e nello stesso tempo di unità: Corbiniano ci dice che «la Chiesa è fondata su Pietro» e che era la stessa «come oggi». Per una ragione molto semplice: Cristo è lo stesso, «la Verità, sempre antica e sempre nuova, attualissima, presente, e apre la chiave per il futuro».

Parlando ai fedeli Benedetto XVI ha accennato all’orso che ha scelto di collocare nel suo stemma, episcopale e poi papale. Joseph Ratzinger ne aveva scritto per la prima volta nel libro autobiografico, tanto piccolo quanto prezioso, che pubblicò nel suo settantesimo anno e dove raccolse i suoi ricordi sino alla consacrazione episcopale. Raccontando come all’animale che aveva sbranato il cavallo di Corbiniano, in viaggio per Roma, fu imposto dal monaco di portare il suo fardello.

Ratzinger, sulla traccia del prediletto Agostino, spiegava che quel peso — il carico episcopale di chi «tira il carro di Dio in questo mondo» — venne imposto a Corbiniano e al vescovo africano, attratti entrambi dalla contemplazione e dallo studio. «Ma proprio in questo modo io ti sono vicino, ti servo, tu mi hai nella mano», concludeva il cardinale ormai a Roma. Affidandosi all’unico Signore, come ogni giorno fa Benedetto XVI. Che resta sempre affezionatissimo al suo orso.

g. m. v.