Friday 30 January 2015

La corsa al Quirinale, il rispetto che ci vuole

Eleggere un Presidente della Repubblica non significa occupare una poltrona o coprire una casella cruciale nella scacchiere del potere di questo Paese. O, meglio, poiché non siamo nati ieri, significa anche questo. Ma è soprattutto altro, infinitamente di più. Il Presidente, per il solo fatto di essere chiamato a rappresentarci tutti nella Casa degli Italiani posta sul Quirinale, diventa di colpo una delle personalità più amate e rispettate dal nostro popolo, la figura alla quale civilmente si guarda, con fiducia, come comune punto di riferimento, alla quale si associa l’idea – o almeno la speranza – di un’unità non di maniera attorno ai valori della nostra Costituzione.

È sempre stato così. Sempre. Anche con Capi dello Stato eletti dopo battaglie dure, senza dialogo tra le diverse anime presenti nella speciale e vasta Assemblea dei grandi elettori. E questo grazie alla “statura” del prescelto. Grazie alle indubbie qualità umane e intellettuali, al senso delle istituzioni, allo spessore morale (subito, e infine, riconosciuto integralmente a tutti coloro che si sono succeduti).

A coloro che da oggi, e speriamo per breve tempo, si accingono a votare per il successore di Giorgio Napolitano chiediamo con forza di ricordarsi di tutto ciò. Se vogliono ritrovare pieno rispetto da parte dei cittadini, sappiano rispettare se stessi e i nomi di galantuomini che vengono fatti circolare nelle ultime ore di questa lunga vigilia. E, per i gesti e le scelte che compiranno, sappiano farsi dire grazie.

Friday 30 January 2015 08:10

Caso nitrati, ma l'agricoltura non inquina

In fatto di agricoltura, siamo un Paese senza memoria, o con la memoria bloccata in un eterno loop. Ripetiamo a noi stessi sempre le stesse 'verità' mai verificate, che condizionano comportamenti alimentari e politiche di governo. Qualche esempio: il vino è una locomotiva del made in Italy, eppure molti pensano che la vitivinicoltura sia ancora quella del metanolo, la truffa-killer del 1986. Ancora: l’avversione ai prodotti chimici è talmente forte che si promuovono dei referendum per vietarne l’uso e alla base vi è la convinzione che l’inquinamento dell’acqua dipenda dall’uso smodato di prodotti agrochimici e che la cerealicoltura sia ancora quella dell’atrazina e del mo-linate, altra emergenza degli anni Ottanta. Pazienza se nel frattempo l’atrazina sia sparita, l’Europa abbia imposto norme severissime, per diserbare ci voglia il patentino e chi ha la mano pesante rischi una sanzione o di vedersi rifiutare il raccolto
dai compratori.

Non è finita qui: imbesuiti da programmi televisivi superficiali e dall’informazione gratuita e irresponsabile del web, ci aggrappiamo al mito del biologico, senza sapere che se alcuni prodotti bio garantiscono un minor contenuto di residui,
altri non possono farlo o sono addirittura dei potenziali vettori di tossine. In questo contesto, ovviamente nel silenzio generale, crolla un altro muro di falsità, che ha giustificato politiche 'repressive' della zootecnia, rendendo talmente complesso e oneroso il mestiere di allevatore che moltissimi ci hanno già rinunciato. 

La svolta è nello studio dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale che 'scagiona' gli allevamenti dall’accusa di essere, attraverso le deiezioni animali, i principali inquinatori delle acque sotterranee e chiama in causa fanghi di depurazione e scarichi civili. Sulla base di questi dati, il governo chiederà a Bruxelles di rivedere la direttiva nitrati. L’obiettivo, come ha detto il presidente di Coldiretti Emilia Romagna Mauro Tonello, è «rimuovere i vincoli ingiusti»; ma anche, aggiungiamo noi, cogliere l’occasione per smascherare come e dove nasca questa ingiustizia e avvicinare gli italiani ai risvolti meno conosciuti dell’agricoltura, fatti di tecnologia e di costi, di evidenze scientifiche e leggi di mercato. Informarsi seriamente costa fatica, ma nutrirsi di sentito dire fa male, alla pancia e al portafoglio.

Friday 30 January 2015 08:07

Dopo il bazooka di Draghi, crescita a sorpresa

Ops, la crescita sarà più robusta del previsto. E di quanto previsto appena un paio di settimane fa. Pure in un’Italia che, stando ai calcoli d’inizio gennaio, avrebbe dovuto combattere con un Pil 'stagnante' o giù di lì per buona parte del 2015. La 'lumaca' tricolore potrebbe ritrovarsi invece a lambire verso la fine dell’anno un insperato +0,8%. La crescita «si rivelerà molto superiore alle previsioni correnti », afferma Confindustria, ricordando lo 0,5% finora stimato per l’anno in corso e il +1,1% per il prossimo. Non sarà lo scatto tedesco, certo, ma è una velocità di tutto rispetto considerate le sabbie mobili dell’ultima crisi. C’è chi invita alla prudenza, ci mancherebbe. Di false ri-partenze l’Italia ne ha già commessa una dopo il terribile choc provocato dall’implosione di Lehman Brothers. Ben venga tuttavia anche un piccolo cambio di passo capace di tramutare finalmente il 2015 nell’anno della svolta.

Colpisce in ogni caso la repentina rotazione della lancetta sul barometro dei centri studi economici. Quel passaggio dal cattivo al bel tempo in un batter d’occhio. Vien da pensare che a sorprendere gli economisti questa volta sia stato un 'cigno bianco'. Non un evento negativo imprevedibile, cioè, il famoso 'cigno nero' che i radar statistici molte volte in passato non sono stati in grado di intercettare. Ma un evento capace all’opposto di raddrizzare la baracca. Tutti gli indizi portano naturalmente a Francoforte e al Quantitative Easing lanciato da Mario Draghi, il programma di acquisti da 60 miliardi al mese per combattere la deflazione e rilanciare l’economia. Gli effetti di una manovra espansiva di queste dimensioni sono il deprezzamento della valuta (l’euro) e la compressione di rendimenti sui titoli di Stato e degli interessi da pagare alle banche. Che uniti al calo dei prezzi energetici si trasformano in benzina per le imprese, a partire da quelle con una forte vocazione all’export. Eppure il barile aveva iniziato a sgonfiarsi già lo scorso anno. E l’euro a indebolirsi nei confronti del dollaro da tempo. Draghi aveva infine preannunciato l’utilizzo del 'bazooka' fin dalla scorsa estate. Cos’è cambiato, allora, negli ultimissimi giorni? Anzitutto che a Francoforte si è passati dalle parole ai fatti. E che l’intensità del QE ha sorpreso tutti. La vera spinta per far spiccare il volo al cigno bianco. Tocca all’Italia, ora, completare le riforme perché il cigno non ricada a terra.

Friday 30 January 2015 08:05

La "buona scuola": premi a chi si impegna non a chi fa corsi

Il premier Matteo Renzi si è lamentato tempo fa del fatto che i giornali – e non solo perché in altre faccende affaccendati – sembrano «snobbare» il provvedimento del governo denominato 'La buona scuola'. Parliamone, dunque, anche se in realtà questo giornale, come altri, l’ha già fatto ampiamente quando lo scorso autunno era stata lanciata l’iniziativa di «consultazione popolare» tra docenti, studenti, famiglie ecc.: non i sindacati – avevamo notato – che teoricamente dovrebbero essere le rappresentanze di settore con cui, normalmente, i governi si confrontano su provvedimenti che riguardano, appunto, quel determinato settore. Come si sa, Renzi ha definito il pacchetto sulla scuola «la più grande riforma dal basso mai varata in un Paese europeo». D’accordo: dal basso o dall’alto la scuola ha bisogno, e urgentemente, di interventi, e senza dubbio a noi docenti fa piacere che un primo ministro, finalmente, attribuisca al tema dell’istruzione il rilievo che merita nell’agenda del Paese. Però sarebbe necessario che non dico ai 'proclami' (perché rischierebbe di suonare come una critica preventiva e forse anche prevenuta) ma alle (chiamiamole così) 'dichiarazioni di intenti' seguissero fatti concreti. Credo che a quel punto gli organi di informazione non mancherebbero di darne ampiamente notizia. Perché questa sarebbe davvero una notizia: che si decidesse di invertire la rotta tenuta negli ultimi anni, per tornare invece a investire sulla scuola. Investire vuol dire metterci risorse finanziarie, che per ora non si vedono. 

Sempre Renzi, mentre afferma che entro fine febbraio verranno scritti i decreti, invita i soggetti interessati a partecipare ancora alla consultazione: a intervenire, discutere, criticare. Sarebbe bello che ci venisse spiegato in che modo, concretamente, si farà la sintesi delle migliaia di questionari e messaggi giunti al Ministero dell’Istruzione, ma sinora le risposte sono state piuttosto vaghe. 

Veniamo però a due cose che – allo stato attuale – appaiono assodate. Pare deciso che entro il prossimo settembre verranno assunti in pianta stabile i cosiddetti 'precari storici' della scuola: a tale provvedimento l’Italia è obbligata da una sentenza della Corte di giustizia europea, la quale ha ritenuto scandaloso che si potesse continuare per anni ad assumerli a settembre e a licenziarli a giugno. Il governo sembra anche determinato ad abolire gli scatti di anzianità di maestri e professori (quello che chiama «il grigiore dei trattamenti indifferenziati»), per sostituirli con quelli che chiama «scatti di competenza». Questo è un punto molto controverso, sia perché gli scatti di anzianità per il personale della scuola esistono in tutti i Paesi europei, sia perché non è ancora chiaro chi avrà diritto a nuovi scatti di competenza.
Leggendo il documento 'La buona scuola' apprendiamo che ogni docente avrà una sorta di 'portfolio' in cui raccogliere tutte le attività seguite in termini di formazione, specializzazione e aggiornamento: sulla base della propria 'raccolta' avrà diritto o meno all’ottenimento di uno scatto. La cosa strana, però, è che la quota dei docenti idonei a 'scattare' è stabilita a priori: il 66% del totale. 

La questione della premialità al merito è molto complessa, anche perché è difficile giustificare il fatto che a parità di funzioni ricoperte corrispondano stipendi diversi. E poi la 'raccolta punti' dei corsi di aggiornamento l’abbiamo già sperimentata nella seconda metà degli anni 90, quando trovavi docenti di Matematica che seguivano corsi di aggiornamento in Letteratura italiana e viceversa, perché bastava accumulare i crediti e nessuno si era preoccupato di stabilire che ci fosse una congruenza tra i corsi frequentati e la propria disciplina di insegnamento. 

Converrebbe piuttosto – lo si consideri pure un contributo alla «consultazione popolare» – incentivare economicamente, come già in parte avviene, quei docenti che sono disposti ad assumere incarichi e funzioni aggiuntive rispetto alla normale attività. 

Perché altrimenti si rischia di dividere il corpo docente – peraltro, come si diceva, stabilendo le quote 'a prescindere' – tra insegnanti di serie A e insegnanti di serie B. E quale genitore accetterebbe che il proprio figlio venisse inserito, al momento dell’iscrizione, in una sezione dove magari insegnano tutti professori 'di serie B'?

Friday 30 January 2015 07:51

La Cina che non vuole i figli anche se il governo li chiede

Dopo trent’anni di politica del figlio unico, la grande Cina fa i conti con i risultati concreti della relativa liberalizzazione della maternità. All’inizio di gennaio, a un anno dall’entrata in vigore di una iniziativa che sembrava avere il segno dell’epocalità, un milione di coppie con il requisito indispensabile di essere figli unici aveva ufficialmente presentato domanda per il secondo figlio proprio. Su un bacino potenziale di 24 milioni di nuclei, il numero di richieste è stato definito dal portavoce Mao Qunan «in linea con l’obiettivo inferiore ai due milioni annuali stabilito dalla Commissione nazionale cinese per la salute e la pianificazione familiare». 
 
Ottimismo che contrasta con i dati diffusi a fine 2014 dalla Commissione municipale per la salute e la pianificazione familiare di Pechino, la quale segnalava come nella capitale solo 30mila coppie avessero fatto richiesta di potere concepire il secondo figlio. Non dissimile la situazione di altre grandi città come Shanghai e Shenzhen. Un sondaggio del Quotidiano della gioventù cinese, sempre alla fine dello scorso anno, aveva mostrato che su 2.052 individui intervistati solo il 24,9 per cento dei potenzialmente autorizzati aveva presentato richiesta alle autorità. 'Interessanti' le motivazioni: «costa», «richiede tempo», «un figlio è abbastanza», in linea con una società in evoluzione secondo standard collaudati altrove, ma divergenti dalle scelte politiche interne. In altre parole, la politica illiberale del figlio unico imposta dal governo alla fine ha attecchito saldandosi con una certa mentalità antinatalista importata dall’Occidente con i costumi neocapitalisti. Il portavoce Mao resta però convinto che, a regime, il cambiamento potrà portare due milioni di nuove nascite in più ogni anno nella stanca demografia del Paese. Combustibile indispensabile per evitare lo stallo di un sistema produttivo in rallentamento. Un segnale anche questo che molte direttive del potere sembrano riflettere imperativi economici e non più soltanto la volontà di controllo ideologico attraverso un partito diventato una burocrazia parallela e una lobby di privilegiati. Insomma, giri di vite sui principi ma formali aperture alle esigenze della società che coprono sovente altre ragioni. Un po’ come per i campi di lavoro formalmente aboliti, ma sostituiti da prigioni segrete, oppure per la sorte dei critici del regime, non più incarcerati per reati d’opinione, ma inviati in ospedali psichiatrici per controlli prolungati. Infine, come per la politica demografica, che da un lato lascia maggiore controllo della sessualità e della prole alle donne, dall’altra pretende di gestire la prolificità dei cittadini come uno dei tanti fattori economici. 
 
Inevitabilmente l’economia è al centro della realtà cinese in questi anni di transizione, ma ormai la necessità di stabilizzare il Paese affianca una riorganizzazione produttiva e sociale dagli effetti imprevedibili. La bolla speculativa riguarda infatti i quattro quinti delle città, con milioni di appartamenti invenduti o sfitti perché sempre meno cinesi sono in grado di permetterseli. L’economia sommersa e la finanza parallela, da un lato, le esigenze di controllo politico, dall’altro, hanno per anni drogato i dati e le prospettive. Fornito sostanza, progetti e illusioni alla popolazione, concretizzando un progresso che nelle aspettative comuni è sovradimensionato rispetto alle possibilità reali. Con il risultato di ottenere sovente dalla popolazione risultati contrari a quelli incentivati dalle politiche ufficiali. Non conformismo, partecipazione e
tensione al benessere individuale e collettivo, ma disinteresse, scetticismo, materialismo e individualismo. «Non è un segreto che il corpo femminile sia diventato un bene. Impossibile ormai bandire il business della maternità surrogata, e le tecniche di riproduzione assistita sono diventate parte della nostra vita», segnala allarmato Ai Xiaoming, accademico della provincia del Guangdong esperto di questioni femminili. Non a caso, in relazione con la pratica sempre più diffusa di cessione illegale di ovuli da parte di studentesse, la televisione di Stato riportava pochi giorni fa la testimonianza di una giovane che così facendo poteva ripagare i debiti accumulati con la sua carta di credito. 
 
Come ricorda il professor Ai, «la crescita di questo particolare mercato mostra la necessità di arrivare a un sistema di regolamentazione complessiva basato su ampie consultazioni tra autorità mediche e esperti di differenti discipline, mediato dal governo. In realtà, l’alto numero di casi segnala che il governo esita ancora a intervenire contro queste iniziative illegali, come pure per i diritti dei bambini e delle donne e per ridurre il divario tra i sessi nel nostro Paese».
Similmente a molte nazioni asiatiche, la Cina ha una tradizionale predilezione per il figlio maschio. Molte famiglie arrivano ad eliminare i feti femmine o ad abbandonare le neonate in attesa del primogenito a cui affidare la discendenza. Con il risultato che le statistiche segnalano attualmente 118 maschi ogni 100 femmine, contro la media mondiale di 103-107. Una problematica ammessa oggi apertamente perché ha anch’essa acquisito una valenza economica. Nonostante la messa fuorilegge delle tecniche di individuazione del sesso del feto, «la Cina ha il più accentuato squilibrio tra i sessi al mondo. Anche quello più persistente e che riguarda il maggior numero di persone», ricorda la Commissione nazionale per la salute e la pianificazione familiare.
Mettendo in luce anche un ulteriore fenomeno. Quello delle donne che mandano campioni di sangue all’estero per potere determinare il sesso dei feti che hanno in grembo, parte di una «catena clandestina per profitto», secondo la definizione ufficiale. 
 
Una situazione di Far West del concepimento, della maternità e dell’adozione che rischia di aggravarsi ulteriormente in un contesto che vede convergere e a volte collidere drammaticamente tradizioni, scelte demografiche fallimentari, nuove regole e libertà individuali. Introdotta nel 1979, ufficialmente per contenere la popolazione considerata eccedente rispetto alla pianificazione delle risorse, la politica demografica che consentiva un solo figlio per coppia salvo eccezioni limitate è stata superata nell’incontro del Comitato permanente del Congresso nazionale del popolo nel novembre 2013. La sperimentazione partita nella provincia dello Zhejiang da gennaio 2014 è stata estesa da marzo ad altre municipalità intenzionate alla piena liberalizzazione entro il 2020. Sicuramente una svolta storica. Per i critici, tuttavia, le nuove concessioni sarebbero insufficienti e tardive, non in grado di fermare gli effetti negativi sull’economia e sulla società delle vecchie regole. Si affaccia così la prospettiva che la Repubblica popolare cinese possa diventare il primo Paese al mondo a invecchiare prima ancora di arricchirsi.

Friday 30 January 2015 07:39

L'antimafia dei fatti

Undici dicembre 1980, i killer di Raffaele Cutolo uccidono Marcello Torre, sindaco di Pagani nel Salernitano. Si stava opponendo agli affari della camorra nella rimozione delle macerie e negli appalti per la ricostruzione dopo il terremoto della Campania del 23 novembre 1980. Ventotto gennaio 2015, operazione Aemilia, finiscono in carcere amministratori locali emiliani che non solo non si erano opposti ma avevano favorito gli affari della ’ndrangheta nella rimozione delle macerie e negli appalti per la ricostruzione del terremoto del 20 maggio 2012. Sono passati quasi trentacinque anni. Verrebbe voglia di dire invano. E parliamo dello Stato e di noi, di non pochi di noi, e non delle mafie.

Enzo Ciconte, uno dei massimi esperti di criminalità organizzata, ha spiegato ieri su queste pagine che l’infiltrazione dei clan nella ricostruzione dopo grandi calamità «non è un rischio, ma una certezza». Già, le mafie in fondo fanno semplicemente il loro sporco mestiere: accumulare soldi illegalmente, anche sul dramma dei terremoti, delle alluvioni, delle frane e dei tanti altri dissesti cosiddetti naturali. Lo hanno fatto per il terremoto del Belice del 1968 e per quello dell’Aquila del 2009. C’è poco da stupirsi.

Che cos’altro ci si può aspettare da persone che uccidono, mettono bombe, fanno stragi. Anche un terremoto per loro è solo un "affare", come la droga, le estorsioni, l’usura. L’inchiesta emiliana lo dimostra ancora una volta. Fanno il loro mestiere e, purtroppo, lo sanno fare molto bene. Chi, invece, non fa il proprio mestiere sono i politici che li favoriscono, gli imprenditori e altri pezzi di società civile che chiudono naso e occhi e così facendo non perseguono il bene comune e neanche un bene privato, ma un bene criminale quello dei mafiosi ai quali si accomunano. E questo non può e non deve diventare «una certezza». Il mestiere di fare politica e di intraprendere è un’altra cosa.
Ma parliamo di politica. La storia di tante ricostruzioni è costellata di infiltrazioni, collusioni, corruzioni, ma anche di tanta buona amministrazione. Marcello Torre pagò con la vita la scelta di essere a servizio dei suoi cittadini e non dei boss. «Temo per la mia vita, ma sogno una Pagani civile e libera», aveva scritto ai figli con gran dignità pochi giorni prima di essere ucciso. Altri politici hanno venduto vita e dignità per i soldi dei mafiosi. Qui è il punto fondamentale di una lotta alle mafie che voglia essere veramente vincente.

I clan vengono combattuti da forze dell’ordine e magistratura, che lo fanno molto bene, con arresti, confische e processi. La cattiva politica, quella infiltrata, corrotta e collusa, può essere combattuta soprattutto dalla buona politica che fa specchio alla parte migliore, parte vasta  e da far crescere, della nostra società. La guerra, perché guerra è, sarà vinta solo quando coi fatti concreti, con azioni di buon governo, i sindaci dell’Italia intera diranno "siamo tutti Marcello Torre", "siamo tutti Angelo Vassallo". E quando gli amministratori regionali diranno "siamo tutti Piersanti Mattarella", il presidente della Sicilia ferocemente ucciso dalla mafia a causa della sua politica di cambiamento e per aver osato azzerare nell’isola le permanenti signorie degli appalti. Ha un senso speciale ricordarlo proprio oggi, in questa vigilia di elezione del nuovo capo dello Stato, mentre un altro Mattarella, suo fratello Sergio, figura altrettanto operosa, degna e limpida, viene proposto per la più alta carica della Repubblica.

Nei momenti difficili delle emergenze e nei momenti non meno importanti dell’ordinaria amministrazione si può e si deve sbarrare le porte delle amministrazioni pubbliche a mafiosi e intrallazzatori. Per far tornare i luoghi della politica "casa nostra" e mai in nessun modo "casa loro".

Thursday 29 January 2015

Is e al-Qaeda, la concorrenza del terrorismo

​Visti da lontano, i movimenti jihadisti sembrano tutti uguali: praticano il terrore indiscriminato, non distinguendo fra soldati, civili, donne e bambini inermi. Colpiscono con brutale ferocia tanto gli odiati "crociati", ossia gli occidentali e i loro alleati (come i giapponesi), quanto il nemico interno, vale a dire sciiti e altre minoranze, attivisti liberali, insomma tutti coloro che si oppongono alla loro visione radicale. Non c’è gruppo jihadista che non lanci minacce roboanti e inviti alla conversione e tutti usano il terrore – in particolare le ricadute mediatiche del terrore – come strumento di auto-affermazione. Eppure, visti da vicino, emergono le differenze e, soprattutto, le loro rivalità. Perché, al pari dei prodotti commerciali, nell’età della comunicazione globale, anche i gruppi terroristici devono fare i conti con le leggi del mercato e della pubblicità. Per rafforzarsi, attirando finanziamenti e volontari del jihad, questi movimenti cercano di imporsi mediaticamente sui rivali, proponendosi come "premium brand" sullo scaffale del terrore islamista.

Queste rivalità e queste differenze di impostazione si vedono nettamente comparando le due maggiori formazioni jihadiste: la storica al-Qaeda, che ha portato alla ribalta il concetto di jihad globale, e il più recente Stato islamico (Dawlat al-Islamiyya), noto con la sigla di Is. Sotto la guida di Osama Benladen, al-Qaeda ha irrimediabilmente cambiato la storia del nuovo secolo con gli attentati del settembre 2001. Ma, allo stesso tempo, ha finito con il mutare se stessa: la reazione statunitense e occidentale ha scompaginato l’organizzazione e imposto una profonda revisione della sua struttura. Con i suoi capi storici uccisi o ridotti a una silenziosa latitanza, al-Qaeda si è decentralizzata, a favore di una struttura più informale e orizzontale.

A lungo è sembrata operare secondo un sistema di "franchising": di fatto il vertice gerarchico (con a capo l’egiziano al-Zawahiri) permette agli affiliati l’uso del proprio brand, con uno scarso controllo sulle operazioni delle cellule locali. Spesso, ha formalizzato l’affiliazione di gruppi che sembrano operare del tutto indipendentemente, come gli shabaab nel Corno d’Africa, al-Qaeda in Magreb (Aqim) o Jabhat al-Nusra in Siria. Ma, nonostante i cambiamenti cui è stata costretta, l’organizzazione sembra ancora ancorata al proprio pensiero fondativo, basato sull’idea di jihad globale reso necessario dall’attacco senza quartiere che l’Occidente avrebbe lanciato per distruggere l’Islam. Un jihad che deve combattersi su due fronti: quello esterno, contro l’Occidente, e quello interno, contro gli apostati e i musulmani che si sono piegati ai propri nemici.

Benladen e al-Zawahiri hanno sempre sostenuto l’importanza di privilegiare il nemico esterno contro quello interno, concentrando gli sforzi per colpire i soldati degli Stati Uniti e dei suoi alleati in Medio Oriente o per lanciare attacchi direttamente in Occidente. Al contrario, l’Is del califfo al-Baghdadi privilegia un’altra strada. L’organizzazione attuale è figlia della guerra in Iraq contro le forze anglo-americane che avevano detronizzato Saddam Hussein.

Portato tristemente alla ribalta dal suo capo al-Zarkawi fra il 2004 e il 2006, il movimento era nato come filiazione di al-Qaeda, prendendone addirittura il nome: "al-Qaeda nella Terra dei due Fiumi". Ma ben presto la strategia di al-Zarkawi, basata su di una violenza diretta soprattutto contro il nemico interno, per far esplodere lo scontro settario fra sunniti e sciiti, aveva provocato l’abiura della leadership qaedista. La morte di Zarkawi nel 2006 e il miglioramento dello scenario di sicurezza in Iraq sembravano aver portato alla scomparsa virtuale di questo movimento.

Tuttavia, lo scoppio della guerra civile in Siria e la ripresa del conflitto tra musulmani in Iraq hanno rilanciato il movimento, conosciuto ora come Stato islamico. Il suo leader, al-Baghdadi, sembra aver ben imparato dagli errori dei predecessori, come dimostrato dai suoi successi militari e mediatici dello scorso anno. L’Is – rispetto ad al-Qaeda – ha realizzato una politica che potremmo definire "glocal" (sia locale sia globale): pur predicando il jihad planetario, si è infatti dedicato con grande attenzione alla creazione di una rete di consenso circoscritto, nelle zone sunnite fra Siria e Iraq. Ha rafforzato le proprie capacità militari – grazie a spregiudicate alleanze con elementi ex ba’thisti, ossia lontanissimi dalla sua visione islamista – cercando nel contempo di apparire come una forza di governo credibile nelle zone "liberate", ove ha creato una polizia religiosa e forme di amministrazione statuale. L’annuncio di un nuovo califfato serve proprio a rafforzare le credenziali di Is quale modello politico veramente islamico e lontano dalle contaminazioni dello stato nazionale di derivazione europea.

Al fianco di questo attivismo, vi è un uso spregiudicato e massiccio del terrore, con la manipolazione psicologica dell’opinione pubblica internazionale attraverso i media. Basti pensare alle esecuzioni ritualizzate dei prigionieri occidentali e alla diffusione di riviste on-line del movimento. Tutto ciò è servito primariamente a due scopi: da un lato, subentrare ad al-Qaeda come gruppo jihadista più temuto (o ammirato), scatenando un effetto imitativo e di sostegno (cellule create in suo nome, fondi, volontari, proselitismo...) che ha unito la dimensione locale a quella regionale e internazionale. Dall’altro, celare la realtà del disegno di Is che ha di fatto rovesciato la filosofia qaedista di privilegiare il nemico esterno: il movimento di al-Baghdadi, infatti, si dedica quasi esclusivamente allo sterminio del nemico interno, soprattutto sciita.
Proprio per via di questo suo focus contro gli sciiti e le altre minoranze musulmane, Is ha goduto – se non di un vero appoggio – per lo meno di un atteggiamento ambiguo da parte della potenze sunnite in Medio Oriente (Arabia Saudita e Turchia in primis). Ma proprio il suo successo ha finito con l’erodere i suoi margini d’azione. L’Arabia Saudita – stretta fra Is al nord e al-Qaeda in Yemen – ha avviato ormai da tempo una più decisa azione anti-jihadista, tanto a livello dottrinale-politico, quanto militare. Una scelta che sarà certo portata avanti dalla nuova dirigenza dopo la morte del re Abdallah. E la Turchia, forzata dagli alleati Nato, ha stretto i controlli lungo le proprie "autostrade del jihad", la via privilegiata dei jihadisti europei per andare e tornare dalle zone di guerra. Ma anche al-Qaeda ha reagito, cercando nuova visibilità con l’attivismo delle sue tante cellule locali, mentre evidenzia le incongruenze dottrinali e ideologiche di Is.

Gli attentati di Parigi e quelli falliti in Belgio dimostrano come l’attivismo jihadista crei pericolosi effetti imitativi su scala globale. Allo stesso tempo, ci sta spronando ad agire con più decisione contro l’Is, tanto a livello militare (con i bombardamenti di una estesa coalizione), quanto a livello di intelligence e politica. Se saremo efficaci, anche Is rischia di trovarsi nelle stesse condizioni in cui si trovò al-Qaeda dopo gli attacchi a Washington e New York, ossia oggetto di una violenta campagna anti-terroristica che può disarticolarne la struttura, eliminando quella specificità nel "mercato del terrore" che ne ha finora decretato il successo.

Thursday 29 January 2015 07:52

Il vero progresso? Lo porta il Vangelo

Il cristianesimo ha contribuito in modo determinante all’affermazione dell’idea di «progresso» in Occidente. Sarebbe difficile scrivere una storia della filosofia senza chiamare in causa categorie originariamente consegnateci dalla Rivelazione: queste vengono spesso dimenticate, o in alcuni casi perfino espropriate. Il cristianesimo ci ha insegnato che il mondo ha un inizio e tende verso un fine. L’essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio, ha ricevuto il compito di contribuire con il proprio lavoro allo sviluppo di un mondo creato in statu viae. Ma la nozione di progresso si nutre di speranza: senza speranza di miglioramento in vista di un fine conosciuto con certezza, capace di coinvolgere ed entusiasmare, il progresso non sarebbe progresso, ma semplice spostarsi nel tempo, o perfino un retrocedere. Storia e progresso richiedono la nozione di libertà: un’idea deterministica di progresso, come quella consegnataci dal positivismo o dallo storicismo materialista, diviene contraddittoria.

Collocare poi come motore del progresso il caso o l’irrazionalità, come teorizzato da alcune forme filosofiche di evoluzionismo scientista, ha come prezzo la perdita dell’idea di storia, di ogni storia significativa, sia essa umana o naturale, lasciando come unico sbocco il nichilismo.

Cooperando al progresso del creato con senso filiale verso il suo Creatore, l’uomo partecipa alla regalità e alla capitalità cosmica di Cristo. Pertanto, solo quando il progresso scientifico è ‘informato’ dalla carità, esso edifica un vero progresso umano. Solo quando la scienza e la tecnica sono esercitate con una libertà e una speranza filiali, cioè con la forma di Cristo, realizzano un vero progresso scientifico. La speranza filiale ha fiducia nella verità, mantiene un atteggiamento realista ma non catastrofista, ha la consapevolezza (e la consolazione) che il progresso che costruiamo non dipende soltanto da noi, perché le sorti della storia e del mondo sono sempre nelle mani paterne di Dio.

Nella società occidentale si possono riconoscere tre iniziative, dovute al cristianesimo, espressione di un progresso informato dalla libertà, dalla speranza e dalla carità filiali: sono gli ospedali, i monti di pietà e le università.

Promossi dalla certezza che tutti, anche se deboli, malati o moribondi, posseggono la dignità di figli di Dio, gli ospedali testimoniarono fin dai primi secoli dell’era cristiana di aver preso sul serio il progresso umano, perché è vero progresso ciò che ci fa vivere e morire come uomini, generando in circolo virtuoso anche il progresso scientifico della medicina. I monti di pietà, nati per aiutare i meno abbienti, e dunque come espressione di progresso umano, si resero ben presto disponibili come istituti di credito; esempio di progettualità e di speranza, favorirono gli investimenti di artigiani e commercianti, creando così le condizioni per il progresso delle conoscenze e delle arti.

Nelle università, progresso umano e progresso scientifico sono ormai inscindibili, avendo nelle loro fondamenta entrambi gli ideali della Paideia e dell’Accademia.

Giuseppe Tanzella-Nitti

Thursday 29 January 2015 04:00

"La Civiltà Cattolica" non ha sempre ragione. Parola di gesuita

Padre Joseph Fessio si dissocia dalle critiche fatte da un suo confratello della pontificia rivista romana contro i vescovi delle Filippine, rei di essersi opposti strenuamente a una legge sulla "salute riproduttiva"

Wednesday 28 January 2015

SU GESU’ CRISTO. CIO’ CHE DICE PAPA BERGOGLIO E CIO’ CHE DA SEMPRE INSEGNA LA CHIESA

Confrontate questo pensiero di papa Bergoglio con la pagina di Pio XII (che esprime il Magistero costante della Chiesa) e con le parole del Santo Curato d’Ars

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BERGOGLIO
“Solo quando Cristo è stato capace di piangere ha capito il nostro dramma”
Papa Francesco
(Discorso a Manila 18.1.2015)

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LA CHIESA
Cristo ci ama con una conoscenza infinita e una carità eterna.
Il Figlio Unigenito di Dio, già prima dell’inizio del mondo, con la sua eterna infinita conoscenza e con un amore perpetuo, ci ha stretti a se. E perché potesse manifestare tale amore in modo ammirabile e del tutto visibile, congiunse a sé la nostra natura nell’unione ipostatica donde avviene che “in Cristo la nostra carne ami noi”, come, con candida semplicità, osserva Massimo di Torino (Serm. XXIX; Migne, P. L., LVII, 594).
In verità, questa amantissima conoscenza, con la quale il divin Redentore ci ha seguiti sin dal primo istante della sua Incarnazione, supera ogni capacità della mente umana, giacché, per quella visione beatifica di cui godeva sin dal momento in cui fu ricevuto nel seno della Madre divina, Egli ha costantemente e perfettamente presenti tutte le membra del Corpo mistico e le abbraccia col Suo salvifico amore. O ammirabile degnazione della divina pietà verso di noi; o inestimabile ordine dell’immensa carità! Nel presepio, sulla Croce, nella gloria eterna del Padre, Cristo ha presenti e congiunti a Sé tutti i membri della Chiesa in modo molto più chiaro e più amorevole di quello con cui una madre guarda il suo figlio e se lo stringe al seno, e con cui un uomo conosce ed ama se stesso.
Pio XII
(Enciclica Mystici Corporis Christi)

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“ll buon Dio è così sensibile alla perdita di un anima che ha pianto prima che avesse due occhi per piangere; ha preso in prestito gli occhi dei profeti per piangere la perdita delle nostre anime”.

Santo Curato d’Ars

Wednesday 28 January 2015 15:24

Longo: «Teniamo in pugno il nostro destino artificiale»

Da sempre la tecnologia concorre a foggiare l’uomo, modificandone le caratteristiche fisiche e mentali mediante strumenti, protesi e apparati che ne estendono le possibilità d’interazione conoscitiva e operativa col mondo. Negli ultimi tempi la trasformazione indotta dalle tecnologie più avanzate (genomiche, nanotecniche, informatiche e robotiche) ha assunto carattere volontario, programmatico e consapevole, poiché è diretta a due ordini di finalità: terapeutiche, per recuperare facoltà compromesse, e migliorative, per potenziare facoltà naturali o per generarne di inedite: e qui si apre lo scenario del postumano. Gli interventi volontari riguardano l’individuo, ma anche, se comportano la manipolazione del genoma, la specie: dunque l’uomo sta prendendo in mano le leve della propria evoluzione.

Questo mutamento coinvolge e stravolge molti concetti tradizionali: sfuma la distinzione tra naturale e artificiale e viene messa in discussione la sacralità della natura. Ormai l’uomo, armato delle sue tecnologie, cessa di riprodursi secondo i meccanismi della lotteria cromosomica e comincia a prodursi in base a precise specifiche progettuali. Un altro baluardo etico-culturale scosso dalla prospettiva post-umanista riguarda la definizione di persona: poiché le pratiche genomiche, nanotecniche, informatiche e robotiche incidono sul corpo e poiché il corpo è fondamentale nella definizione di persona, ecco che la definizione di identità umana diviene problematica.

Si deve accettare come inevitabile questa evoluzione biotecnologica verso il post-umano? Oppure si deve considerare la specie umana nota fin qui come una sorta di patrimonio inalienabile (e patrimonio di chi? dell’umanità stessa?) e quindi opporsi a questa deriva? E in nome di che cosa dovremmo optare per l’una o per l’altra scelta? Se l’uomo è un essere naturalmente artificiale, come si può pensare di snaturarlo arrestando il suo sviluppo verso il post-umano, che sarebbe un esito, appunto, naturale? Infatti, si può argomentare, se l’uomo fa parte della natura, anche tutti i suoi prodotti ne fanno parte a buon diritto, anche quando dovessero comprendere forme nuove di umanità. L’uomo sarebbe dunque il mezzo di cui la natura si servirebbe per accelerare e arricchire l’evoluzione. All’opposto, se si ritiene che l’umanità attuale sia un valore, il passaggio al post-umano segnerebbe la scomparsa o almeno l’atrofizzazione dell’uomo, della biologia umana e della cultura umana. Siamo sicuri che esista un momento in cui (o una tecnologia per cui) si possa dire: qui cessa l’umano e comincia il post-umano?

La visione continuista da una parte renderebbe meno traumatico il concetto di post-umano, inserendolo in uno sviluppo evolutivo natural-culturale, ma dall’altra conferirebbe all’uomo la piena responsabilità della propria evoluzione, mettendo in luce un’altra discontinuità, questa sì radicale: se è vero che l’uomo è sempre stato post-umano, è anche vero che soltanto oggi se ne rende conto, grazie alla potenza della tecnica. Tale nuova consapevolezza pone in tutta la sua drammaticità il problema etico nel senso più ampio del termine.

Giuseppe O. Longo

Wednesday 28 January 2015 08:40

Cirotto: «Biodiversità e vita, vince la forma del cespuglio»

Quanti sono gli esseri viventi, grandi e piccoli, che incontriamo ogni giorno? Tanti, tantissimi. E a quanti tipi appartengono? Di nuovo, tanti, tantissimi. Cani e lucertole, gerani e querce, e poi ragni, palme, trote… tutti diversi e tutti mescolati. È la «biodiversità ». Un coacervo apparentemente scomposto di esemplari diversi che vanno distinti e catalogati se vogliamo trarne un qualche vantaggio. Se, ad esempio, si scopre che a mangiare le foglie di una certa pianta ci si sente meglio, è automatico concludere che ci facciano altrettanto bene anche le foglie di altre piante uguali alla prima. Per moltiplicare i benefici (ed evitare più facilmente i pericoli) è, perciò, importante saper riconoscere le tipologie degli esseri che ci circondano. Il beneficio, comunque, non si limita al solo campo della materialità ma coinvolge anche quello culturale. Dato che ‘ogni simile si conosce in maniera simile’, la capacità di catalogare un numero sempre maggiore di esemplari naturali non fa che allargare la conoscenza. Ne sono testimoni i naturalisti di tuttii tempi.

Nell’antichità classica, fu Aristotele il più influente catalogatore degli oggetti naturali. Li dispose sui gradini di una scala ideale, la ‘scala naturae’, in modo che ogni specie occupasse un gradino. Ogni specie, poi, differiva dalle altre per una sua caratteristica ‘specifica’. I gradini inferiori, erano occupati dai minerali e poi, salendo, si trovavano organismi sempre più complessi fino ad incontrare l’uomo, immaginato ritto sull’ultimo scalino, il più alto di tutti. Questo modo di dare ordine alle cose del mondo restò in uso per secoli e raggiunse l’apice della perfezione con Linneo (XVIII secolo) i cui criteri di classificazione, basati sul modello della scala, son tuttora in uso.

Con i naturalisti evoluzionisti (in particolare con Darwin), il modello della scala fu sostituito da quello dell’albero. L’idea su cui poggiava la nuova rappresentazione era che tutte le specie derivassero dalle precedenti non per la comparsa di nuove proprietà, generatrici di discontinuità, ma passando attraverso impercettibili e continue variazioni. Niente scala, quindi, ma più semplicemente un piano inclinato, un lento procedere continuo lungo la via della complessificazione dei viventi. Proprio come fa un albero che cresce in maniera continua ed impercettibile emettendo rami e ramoscelli attorno al tronco. Non c’è bisogno, credo, di aggiungere che l’uomo era sistemato all’apice del tronco. L’immagine di un albero il cui tronco congiungeva direttamente il mondo dei microbi, simbolizzato dal piede dell’albero, con l’uomo intronizzato sulla cima più alta, richiamava troppo apertamente l’idea di un percorso preferenziale nell’evoluzione, la cui ‘meta’ finale sembrava essere l’uomo. L’esistenza di una finalità nel processo evolutivo, al contrario, era proprio ciò che Darwin intendeva escludere con la sua teoria. Molto coerentemente, allora, si è scelta l’immagine del cespuglio dove non c’è un tronco che prevale sugli altri ma ce ne sono tanti, che crescono insieme, più esili ed interdipendenti. È solo sulla cima di uno di questi che è sistemato l’uomo.

L’immagine del cespuglio è quella che meglio aderisce al modo attuale di concepire la ‘biodiversità’ del mondo. Nessuno può giurare, però, che sia quella definitiva.

Carlo Cirotto

Wednesday 28 January 2015 04:01

La missione alle genti è in Asia

Nei suoi primi viaggi “missionari”, Papa Francesco ha visitato le Chiese della Corea del Sud, Sri Lanka e Filippine. Una scelta significativa, che deve far riflettere tutti i credenti in Cristo: il Papa vuole orientare la Chiesa universale verso l’ultima “frontiera” della missione alle genti, il continente asiatico, dove vivono il 62% di tutti gli uomini e l’85% dei non cristiani. Su 4 miliardi e 262 milioni di asiatici, i cattolici sono circa 170 milioni, metà dei quali nelle Filippine, l’unico paese a maggioranza cattolica (oltre al piccolo stato di Timor est, ex colonia portoghese). Con le Chiese orientali e protestanti, i cristiani asiatici sono meno di 300 milioni. A duemila anni da Cristo, più di metà del genere umano non ha ancora ricevuto la “buona notizia” che gli angeli davano ai pastori nella notte di Betlemme: “Oggi è nato per voi il Salvatore, il Messia, il Signore, che sarà di grande gioia per tutto il popolo”. Per la Giornata missionaria mondiale 2014 Francesco ha lanciato questo messaggio: “Oggi c’è ancora moltissima gente che non conosce Gesù Cristo. Rimane perciò di grande urgenza la missione ad gentes, a cui tutti i membri della Chiesa sono chiamati a partecipare, in quanto la Chiesa è per sua natura missionaria”.

Nel primo millennio dopo Cristo, il Vangelo ha raggiunto i popoli d’Europa (la Russia nel 900); nel secondo millennio, le Americhe, l’Africa e l’Oceania (il miliardo di africani sono per metà cristiani); nel terzo millennio la Chiesa deve annunziare Cristo nel continente asiatico. In Italia abbiamo un po’ tutti una visione miope del mondo, l’Asia interessa per l’economia, la politica e il turismo, poco o nulla per le religioni. Inutile lamentarsi: stampa e televisione sono lo specchio di un paese e di un popolo. All’inizio del terzo millennio, Giovanni Paolo II diceva: “Il cristiano deve avere la mente e il cuore grandi come il mondo”. La missione alle genti è ancora e sempre di grande attualità, fin che il Salvatore non abbia raggiunto le estreme periferie dell’umanità, dato che tutti i popoli e tutte le culture hanno bisogno di Cristo, della pace c della gioia di Cristo. La Evangelii Gaudium incomincia con queste parole (n. 1): “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita di coloro che si incontrano con Cristo, coloro che si lasciano salvare da Lui e sono liberati dal peccato, dalla tristezza del vuoto interiore. In questa Esortazione desidero indirizzarmi ai fedeli cristiani, per invitarli a una nuova tappa evangelizzatrice marcata da questa gioia e indicare vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni”. Francesco ci provoca rendendoci protagonisti del suo piano di annunziare e testimoniare Cristo a tutti gli uomini.

La “missio ad gentes” è profondamente cambiata e più ancora cambierà entrando in contatto diretto con le grandi religioni e culture asiatiche, con riflessi positivi su tutta la Chiesa. Il retaggio negativo del periodo coloniale è che in buona parte dell’Asia i cristiani sono ancora considerati minoranze straniere. In India è comune il detto “Il vero indiano è solo l’hindu”, in Thailandia il vero thailandese è solo il buddista (i convertiti dal buddismo al cristianesimo quasi non esistono). Un prete birmano ha scritto su Asianews: “Sebbene la Chiesa cattolica birmana abbia da poco celebrato i 500 anni di presenza in Myanmar,.. la vita di un cristiano in Myanmar è paragonabile a quella di uno straniero nella propria terra…..I pregiudizi contro i cristiani, si riferiscono al “mantra” dell’identità nazionale, secondo cui “Essere birmano è essere buddista”. Allora, noi cristiani chi siamo? Siamo dunque stranieri nella nostra stessa patria, a volte siamo visti come traditori”.

E’ solo una delle difficoltà che la missione alle genti incontra oggi in Asia. Questa la grande sfida al cristianesimo, la prima, vera grande sfida alla nostra visione del mondo, della storia, della fede, della Chiesa e della missione. L’ateismo e il materialismo dell’Occidente sono fenomeni post-cristiani, cioè di rifiuto del Cristo, ma anche di derivazione cristiana, perchè affondano le loro radici nella Bibba e nel Vangelo: “La civiltà dell’Occidente cadrebbe nel nulla, se si togliesse la Bibbia”, afferma il filosofo Karl Jaspers. L’Asia sta entrando nel mondo moderno (esempio classico il Giappone) assumendo i “valori evangelici” (pace, bontà, fraternità, giustizia, libertà, democrazia) ma staccandoli totalmente dalla persona di Cristo e dalla fede nel Dio unico e vero. Il cristianesimo è ridotto ad un codice morale, ad una somma di valori etici e umanizzanti, che già si trovano almeno in parte nel buddhismo, nel confucianesimo, nell’induismo e nell’islam. Ecco la sfida dell’Asia: che senso ha oggi la missione alle genti nel continente asiatico e per il futuro dell’umanità, che si gioca soprattutto in Asia?

Quando si dice che “la missione alle genti è finita, spetta alle giovani Chiese annunziare Cristo ai loro popoli”; oppure: “I missionari, gli istituti missionari non hanno più senso”, si manifesta solo una visione miope della Chiesa. Nella Redemptoris Missio si legge (n. 30): “La missione alle genti è solo agli inizi”, proprio perchè la maggioranza dei quattro e più miliardi di asiatici ancora non conoscono la “buona notizia” che Cristo,il Figlio di Dio, è unico Salvatore dell’uomo. E questo non è un problema delle giovani Chiese, ma di tutti i credenti in Cristo, di tutte le istituzioni della Chiesa cattolica, che è vista come un religione dell’Occidente. Il primo annunzio di Cristo in Asia è compito primario delle giovani Chiese asiatiche e già sono nati istituti missionari dipendenti dalle Conferenze episcopali in India (tre), Corea del Sud, Filippine, Thailandia, Myanmar; ma tutto l’Occidente cristiano deve prendere coscienza che il “dialogo della vita” con l’Oriente comprende anche l’aspetto religioso, caritativo, culturale, educativo.

In una Nota pastorale della Cei del gennaio 1987 (“Gli istituti missionari nel dinamismo della Chiesa italiana”) si legge: “La presenza degli istituti missionari, di stampa e animazione missionaria all’interno della comunità cristiane è finalizzata ad alimentare quella coscienza missionaria che sollecita ogni cristiano e la stessa comunità a sentirsi responsabili dell’annunzio evangelico a tutti gli uomini”.

Nell’Assemblea generale del 1972, il Pime riaffermava la sua “scelta preferenziale per l’Asia”, da cui nascevano l’”Istituto studi asiatici” (collegato con l’Università cattolica di Milano), l’incontro e il dialogo fra monaci cristiani, indù e buddisti; nel 1985 il “Silsilah” nelle Filippine, adottato dalla Conferenza episcopale per il dialogo con l‘islam; e la scuola superiore di formazione pastorale missionaria “Euntes”, per i sacerdoti diocesani, le suore e i catechisti asiatici (da una dozzina di paesi).

Dagli anni novanta, in Myanmar il Pime ha insegnato teologia nel seminario maggiore a Yangon e proposto l’inizio di un anno di formazione spirituale e missionaria prima della teologia, per tutti i seminaristi diocesani a Taunggyi, contribuendo durante l‘anno con propri insegnanti provenienti dalle varie missioni asiatiche.

Dal 1995, in Cina tre padri del Pime si sono inseriti nel “Huiling”, una rete di case riconosciute dal governo che accolgono i disabili, iniziata nel 1985 da Meng Weina (oggi cattolica convinta col nome di Teresa), introducendo metodi nuovi e l’avviamento al lavoro insegnando l’uso del computer. E finalmente, nel 1986  l’agenzia Asia News su carta e in internet dal 2003, che ha acquistato una risonanza mondiale. Anche queste iniziative sono “missione alle genti in  Asia”.

 

Tuesday 27 January 2015

TRANSAVANGUARDIA VATICANA: INDIFFERENZA PER ASIA BIBI, MA UDIENZA PER IL TRANSESSUALE CHE PROTESTA. RIMPROVERO PER LA MADRE DI OTTO FIGLI, MA IN QUESTO CASO INVECE “CHI SONO IO PER GIUDICARE?”… PAPA BERGOGLIO VUOL CONVERTIRE LA CHIESA ALLA “RELIGIONE” DEL POLITICALLY CORRECT ? NON E’ MONDANITA’ SPIRITUALE ?

Questi erano i titoli dei giornali di oggi:
Corriere della sera: “Un trans con la fidanzata in udienza dal papa”.
Avvenire: “Transessuale spagnolo in udienza dal Papa”.
La Repubblica: “Un transessuale in Vaticano, l’ultimo strappo di Francesco”.
La Stampa: “Francesco abbatte un altro tabù. Incontro con un trans”.
Libero: “L’ennesima svolta di Bergoglio. Un trans ricevuto in Vaticano”.

Diego, 48 anni, transessuale spagnolo, aveva scritto a Bergoglio che si sentiva emarginato dalla Chiesa locale. Il Papa allora non è intervenuto sul clero di quel paese, ma ha telefonato di persona due volte a Diego e infine lo ha addirittura ricevuto in udienza a Santa Marta. E lo ha fatto sapere. Quindi i giornali e i commentatori hanno colto il significato dell’evento che, a questo punto, non è più privato, ma è generale, simbolico e ideologico. Segno di una “nuova era”. Di questa dunque parliamo.

Sottolineo alcune cose:
1) Il gesto di Bergoglio va inquadrato in una ideologia bergogliana che è stata espressa venerdì da questa sua frase: “La famiglia non è un terreno sul quale combattere battaglie ideologiche”.
Così ha squalificato e rinnegato tutto il magistero di Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI sulla “emergenza antropologica”.
La Chiesa da anni denuncia l’aggressione ideologica e politica (di stati, governi, media, organizzazioni internazionali) alla famiglia, alla vita, alla legge naturale e quindi alle fondamenta dell’umano.
Invece Bergoglio ora intende chiaramente dare un segnale ideologico al mondo che la “sua” Chiesa è diversa dalla Chiesa di sempre. E vuole andare a braccetto col mondo.
2) Ha ricevuto questa persona non da sola, ma con la fidanzata che, nel protocollo vaticano, significa un’approvazione di fatto. Mi sembra una novità enorme.
3) Bergoglio si è rifiutato e si rifiuta di ricevere vescovi (anche vescovi che ha destituito), quindi fare queste udienze è una precisa scelta che lancia un preciso messaggio di rottura con la Chiesa.
4) Per Asia Bibi neanche una telefonata né alcuna udienza ai suoi. Come del resto Bergoglio tratta con fastidio gli altri cristiani perseguitati (vedi la porpora negata al loro vescovo). Qui dunque c’è una precisa scelta: tu sì e tu no.
5) Alla madre cattolica con otto figli Bergoglio ha riservato un severo rimprovero. Al trans spagnolo con la fidanzata avrà detto… “chi sono io per giudicare?”.
6) Il tutto è stato reso noto in concomitanza con la prolusione del card. Bagnasco che ha riservato nette critiche all’ideologia gender.

COME SI SENTIRANNO QUEI GIOVANI CORAGGIOSI CHE FANNO LE “SENTINELLE IN PIEDI” E CHE VANNO NELLE PIAZZE A PRENDERSI SPESSO GLI INSULTI PER DIFENDERE LA LIBERTA’ DI PAROLA DI TUTTI?

OVVIAMENTE OGNI ESSERE UMANO DEVE SENTIRSI RISPETTATO, AMATO E ACCOLTO NELLA CHIESA. MA QUA NON E’ IN DISCUSSIONE L’ACCOGLIENZA VERSO LE PERSONE (CHE DEVE SEMPRE ESSERCI): IL PROBLEMA E’ LA SENSAZIONE CHE PAPA BERGOGLIO ABBIA CERCATO IL MESSAGGIO IDEOLOGICO DI ROTTURA RISPETTO AL MAGISTERO DI SEMPRE, CHE PERALTRO I GIORNALI HANNO BEN INTERPRETATO.

Cos’altro serve ai cattolici coi paraocchi per rendersi conto dell’autodemolizione in corso? E i pastori della Chiesa che hanno le mani dei capelli (sempre più numerosi) perché non trovano il coraggio e la dignità di alzare una voce e dire: Basta ?
E POSSIAMO CHIEDERE A PAPA BERGOGLIO DI ESSERCI PADRE E DI CUSTODIRE L’INSEGNAMENTO DELLA CHIESA DI SEMPRE SENZA DISORIENTARE NOI PECORELLE DEL GREGGE DEL SIGNORE COME STA FACENDO DA MESI SU TUTTO?

PS Al mondo ci sono migliaia di parrocchie cattoliche e capita normalmente che ci sia qualcuno che ha problemi con il parroco o che qualche parroco sbotti con una parola di troppo. Perché papa Bergoglio, fra i tanti, sceglie proprio questo caso? In un’epoca di sanguinosa persecuzione dei cristiani in mezzo mondo non sarebbe più urgente e giusto accendere i riflettori dei media sui cristiani massacrati?

 

 

Tuesday 27 January 2015 10:39

Benvenuti: «Prometeo torna di straordinaria attualità»

Esiste una evidente disparità tra le domande che la Scienza propone e quelle esistenziali poste dall’Uomo. La Scienza formula questioni costantemente ed essenzialmente nuove, generate da una comprensione sempre più approfondita ed estesa della realtà fenomenica, l’Uomo invece, da sempre, continua a chiedersi chi è, da dove viene, qual è il suo destino, in definitiva qual è il suo ruolo nell’universo: le domande della Scienza cambiano, quelle dell’Uomo permangono immutate. Metaforicamente potremmo dire che la Scienza estende l’orizzonte della conoscenza, mentre la filosofia e la teologia scendono verticalmente approfondendo il mistero dell’Uomo.

Se da un lato dobbiamo abbandonare l’idea – che la storia ci ha dimostrato illusoria – di poter dare risposta alle domande esistenziali unicamente grazie al progredire della conoscenza scientifica, dall’altro non possiamo neppure ignorare il nuovo e totalmente inatteso scenario fisico- cosmologico con il quale le antiche domande devono oggi confrontarsi. L’essenza delle domande non cambia, ma la loro formulazione deve adattarsi alla nuova percezione della realtà, altrimenti esse si allontanerebbero sempre più dalla realtà stessa. Non solo: l’utilizzo delle conoscenze scientifiche da parte della tecnologia, modifica sostanzialmente le nostre abitudini, le nostre prospettive e di conseguenza il nostro agire. Fino che punto è lecito considerare il progredire della scienza e della tecnologia coincidente con il progresso dell’umanità? Il dilemma, lucidamente individuato da Pier Paolo Pasolini, è tra sviluppo e progresso: «Sono due sinonimi? O, se non sono due sinonimi, indicano due momenti diversi di uno stesso fenomeno? Oppure indicano due fenomeni diversi che però si integrano necessariamente fra di loro?», si chiedeva lo scrittore friulano nei suoi Scritti Corsari.

La questione si pone oggi particolarmente acuta e drammatica perché, se è banale affermare che l’utilizzo della conoscenza per distruggere ed uccidere – come nel caso delle armi nucleari – non può mai rappresentare un progresso per l’Uomo, diventa molto più problematico chiedersi se intervenire sul codice genetico (dell’uomo, degli animali e delle piante), ancorché con obiettivi apparentemente vantaggiosi, non sia a lungo termine un detrimento. Dare risposte affrettate alle singole istanze (OGM, screening genetico…) può essere altrettanto pericoloso che ignorare il problema, che dev’essere perciò inquadrato nello scenario più ampio dell’evoluzione globale.

Infatti, il progresso delle conoscenze scientifiche, negli ultimi decenni, ci ha offerto, per la prima volta nella storia, la concreta possibilità di interrompere il corso ‘naturale’ dell’evoluzione e di indirizzarlo, limitatamente al pianeta Terra, utilizzando la Techné. Il mito fondante di Prometeo si ripropone oggi con incredibile attualità, ma ci indica anche una via per evitarne la drammatica conclusione: allearsi con gli dei invece che rubarne furtivamente la conoscenza. Ciò comporta ricercare il senso ultimo dell’evoluzione e dunque della Creazione, una ricerca che supera le possibilità di indagine della Scienza e del suo metodo e richiede un continuo confronto con altre vie di conoscenza e di rappresentazione della realtà, includendo in esse la poesia, l’arte e la musica.

Piero Benvenuti

Tuesday 27 January 2015 04:00

I vescovi delle Filippine sotto schiaffo. Esaminati e bocciati

Il gesuita de "La Civiltà Cattolica" Pierre de Charentenay rimprovera i vescovi per la loro strenua opposizione alle leggi sui contraccettivi, sul divorzio, sul matrimonio omosessuale. E il papa non li difende

Monday 26 January 2015

Diventeremo tutti post-umani?

uomo e progressoLa parola “progresso” è stata la parola chiave della modernità. Nell’Ottocento rappresentò l’ideale di riscatto umano dalle servitù pagate alla natura e della presa di possesso del proprio destino. Venne la Grande Guerra a spegnere gli entusiasmi e a dare l’avvio a una rilettura critica dell’epopea e della categoria storica del progresso. La scienza, oggi, lega la propria ricerca e le proprie scoperte a una idea di progresso che, però, a volte sembra allontanarsi dalla naturale identificazione con un avanzamento della qualità umana. La manipolazione della vita e l’uso della tecnica in un orizzonte che mette sempre più in primo piano l’artificiale rispetto alle dotazioni di natura pone domande che ci riguardano tutti. Gli stessi scienziati si domandano se i loro progressi siano sempre a beneficio dell’uomo e della sua condizione di vivente.

A questo è dedicato anche il convegno del Sefir (Scienza e Fede sull’interpretazione del Reale), col supporto del Progetto culturale della Cei, su «Progresso scientifico e progresso umano» tenuto a Roma presso l’Auditorium Antonianum (viale Manzoni 1) dal 22 al 24 gennaio scorsi. Pubblichiamo di seguito e nei post successivi alcuni spunti tratti dagli interventi del matematico Antonio Marino, del cosmologo Piero Benvenuti, del biologo Carlo Cirotto, del tecnologo Giuseppe O. Longo e del teologo Giuseppe Tanzella-Nitti. Info: www.ecclesiamater.org

Marino: «Anche lo scienziato s’imbatte nel mistero»

Credo si possa affermare che elemento essenziale per la crescita civile di una comunità di persone sia la presenza nella sua cultura di quelle domande di fondo che riguardano il senso della vita, il significato della libertà e della dignità della persona, il valore delle sue relazioni e dei suoi affetti, e tutta insomma la sua capacità di ricercare la verità, il bene e la fratellanza. Si può certo dire che queste domande possono avere risposte diverse, ma credo sia più esatto dire che si tratta di domande che, anche senza una scelta di fede, sono destinate a rimanere aperte e a sollecitare la riflessione di tutti gli uomini, quale che sia la formazione culturale di ciascuno.

Una società può attraversare periodi particolarmente negativi, ma se sa conservare nel suo tessuto culturale più profondo, quella capacità di guardare in alto interrogando sé stessa, sa anche conservare una speranza e una prospettiva.

Nel mondo della cultura le domande di senso sulla verità, la verità che comprende ognuno di noi e tutta l’umanità, dovrebbero essere continuamente oggetto di riflessione e di ricerca comune. I credenti possono essere lievito e parte viva di questo dialogo perché abitano con gli altri uomini questa “città terrena” dalla quale non possono sentirsi avulsi senza tradire quella fratellanza alla quale la loro fede li chiama.

Il mondo della scienza può dare un contributo sorprendente a questo dialogo. È anzitutto il termine ‘verità scientifica’ che deve essere oggetto di riflessione, perché non ha i contorni così netti come comunemente si crede. Tutta la scienza ci porta sulla soglia di “perché” ai quali non si può dare risposta scientifica, non nel senso rigoroso della scienza moderna. In particolare la matematica, la scienza che anche per la sua astrattezza, ha potuto spingere l’analisi delle sue basi fino a limiti incredibili, ci ha condotto sul limitare di qualcosa che non possiamo davvero cogliere del tutto.

È il concetto che ritroviamo nelle seguenti parole di Ennio De Giorgi, uno dei più grandi matematici del Novecento: «Ogni volta che si tenta un inquadramento (dall’interno) della matematica ci si trova di fronte a difficoltà invincibili e, in sostanza, si incontra una certa forma di mistero. Operando come matematico, sono costretto ad ammettere che non solo le cose che esistono sono, come è ovvio, più di quelle che conosco, ma per poter parlare delle cose conosciute sono costretto a fare riferimento a cose sconosciute e umanamente inconoscibili. Non riesco mai a delimitare due zone: una di perfetta chiarezza e una di totale oscurità. È sempre incerto il confine fra le cose conosciute o conoscibili e le cose sconosciute o inconoscibili ». Desidero concludere questa breve esposizione ribadendo l’importanza del dialogo, come si dice, ‘fra credenti e non credenti’: può essere un prezioso strumento di crescita comune se si cerca di eliminare i pregiudizi e di usare davvero la ragione come strumento per capire e per capirsi. ‘La Verità è una relazione’ ha scritto Papa Francesco.

Antonio Marino

Sunday 25 January 2015

ANCHE I BERGOGLIANI SONO ORMAI SCONCERTATI DA BERGOGLIO (LA MIA RISPOSTA ALLA CANONISTA SULL’INVALIDITA’ DEL CONCLAVE 2013)

Ci sono due insistenti messaggi che mi arrivano da Oltretevere. Il primo è questo: “Al Conclave è successo di tutto”. Questa voce c’entra – lo vedremo dopo – col secondo messaggio che filtra: “Ormai abbiamo le mani nei capelli”. Una battuta pronunciata da chi era, all’inizio, “bergogliano” e che riguarda il recente viaggio in Asia, ma non solo.

 

VIAGGIO RIVELATORE

 

In questi giorni ci sono stati scivoloni papali che hanno fatto clamore e scandalo: quello sul “pugno” a chi dice una brutta parola “alla mia mamma” (incredibile commento alla strage di Parigi per le vignette).

E quello sui cattolici che fanno figli “come conigli” (che non è solo una battuta infelice perché tutto il contesto era discutibile).

Ha suscitato smarrimento fra i cattolici anche il rimprovero alla donna con otto figli e i parti cesarei: se avesse detto che usava la pillola o aveva divorziato, Bergoglio le avrebbe detto “chi sono io per giudicare?”.

E ogni volta le toppe sono state peggiori del buco: il papa è arrivato a definire il Vangelo “una teoria”, che è altra cosa dalla vita umana.

Ma è accaduto pure di peggio. Anche sul piano dottrinale. A Manila, per esempio, accantonando il discorso scritto, a un certo punto Francesco ha detto che la sofferenza innocente è “l’unica domanda che non ha risposta”.

La Chiesa ha sempre insegnato che la risposta concretissima, è il Crocifisso che si carica di tutto il dolore umano e lo redime, vincendo il male e la morte, spalancando la felicità eterna agli uomini.

Ma Bergoglio dice che non c’è risposta e – anzi – sembra pensare che il Verbo di Dio ne sappia meno di noi: “Solo quando Cristo è stato capace di piangere ha capito il nostro dramma” (tesi cristologica molto spericolata).

Poche ore prima, parlando della sua visita al tempio buddista, papa Bergoglio ha fatto l’elogio della “interreligiosità”, ovvero della commistione fra religioni diverse che ha definito “una grazia”.

Non era mai accaduto, ma anche la preghiera e l’adorazione in moschea, rivolto alla Mecca e l’atteggiamento reticente verso l’Islam e verso il terrorismo musulmano sono inediti.

L’inadeguatezza dell’uomo Bergoglio all’alto ministero suscita in tanti di noi comprensione, l’impreparazione provoca pure tenerezza, ma la sua convinzione che essere papa significhi affermare le proprie personali idee provoca dolore e spaccature. Perché la Chiesa è di Cristo. E poi Simone non deve mai prevalere su Pietro.

I media hanno enfatizzato la folla delle Filippine come il trionfo di papa Bergoglio. Ma quella gente non era lì per Cristo?

E’ la stessa folla venuta per ogni altro papa. Inoltre alla messa di domenica scorsa a Manila si è verificato – immortalato dalle telecamere –quel passamano eucaristico per il quale, secondo diverse testimonianze, sono state ritrovate delle ostie anche nel fango.

Così mentre si celebrava l’apoteosi dell’uomo Bergoglio, finiva nel fango Cristo eucaristico. Una profanazione drammatica.

I media non considerano queste cose, ma per la Chiesa sono quelle più importanti perché Cristo è il suo unico tesoro.

I media hanno perfino acclamato come esemplare l’episodio del tentativo di corruzione raccontato da Bergoglio ai giornalisti. Ma, a ben vedere, l’allora vescovo di Buenos Aires si comportò in modo alquanto strano, perché non rimproverò i disonesti (come era dovere di un vescovo), né li diffidò, né li minacciò di denuncia. Imbarazzante.

 

IDOLO DEI MEDIA

 

Papa Bergoglio sembra l’idolo dei media, ma è ormai alle rotte con la Chiesa tradizionale e un po’ con i “progressisti”. Ama comandare da solo.

Poco prima del viaggio c’era stata l’infornata di nuovi cardinali fatta più a proprio capriccio che seguendo necessità ecclesiali.

Sono rimasti fuori diocesi importanti e, per esempio, i vescovi dei cristiani perseguitati. Ma anche famosi nomi progressisti.

Si parla infine dell’esito che egli intende dare al prossimo Sinodo sulla famiglia che scontenterà sia i fedeli al magistero di Ratzinger e Wojtyla, sia i progressisti di Kasper.

Tanto che i vescovi tedeschi hanno già fatto sapere che loro intendono andare avanti sulla linea di Kasper.

La Chiesa fedele al magistero guarda con forte apprensione alla “soluzione Bergoglio” perché somiglierà alla famosa battuta del cardinale De Lubac: gli ortodossi dicono che due più due fa quattro, i modernisti dicono che fa sei, papa Bergoglio – dicendo che ha trovato la mediazione – dirà che fa cinque.

La smania di novità è tale che un sito americano ha perfino riportato la voce della possibile convocazione da parte di Bergoglio di un Concilio Vaticano III.

Nella Chiesa la preoccupazione per questo pontificato dilaga anche fra i cardinali che lo hanno votato in Conclave.

E proprio sul Conclave del 2013 tornano a riproporsi i dubbi. A volte in “curialese”, cioè mentre sembra che si dica l’opposto.

 

CONCLAVE INVALIDO

 

Significativo per esempio ciò che Sandro Magister ha pubblicato sul suo sito il 5 gennaio scorso.

Il titolo “E’ lui il papa. Eletto in piena regola” annunciava un articolo della canonista Geraldina Boni che prometteva di confutare quanto io ho scritto nel mio libro “Non è Francesco”.

Ho letto con interesse sperando di trovare così la risposta ai miei dubbi. Ma nel testo della Boni non c’è ombra di risposta.

Ripropone infatti la vecchia interpretazione che è stata data in Conclave all’incidente delle due schede (si è applicato l’articolo 68), interpretazione che ho confutato nel mio libro perché così quell’articolo sarebbe contraddetto dal successivo e perché conferirebbe un oggettivo potere di veto a qualsiasi cardinale volesse far saltare una candidatura.

Inoltre la Boni ritiene che la quinta votazione (quella decisiva) sia stata legittima, nonostante l’obbligo di farne solo quattro ogni giorno, perché la quarta era stata annullata e quindi – a suo avviso – non andava conteggiata, “tamquam non esset”.

Solo che nella Costituzione apostolica che regola il Conclave non sta scritto “tanquam non esset”, cioè non si prescrivono “quattro votazioni valide”, ma “quattro votazioni” tout court, si calcolano dunque tutte, valide e invalide. E non è ammessa la quinta.

La Boni inoltre parla di votazioni “pervenute fino allo spoglio”, ma la Costituzione apostolica non dice questo, infatti definisce “suffragia” le quattro votazioni, mentre, quando parla delle votazioni che arrivano fino allo spoglio, usa il termine “scrutinia”.

Infine la Boni – per contestare l’invalidità – cita la simonia, ma fa autogol: proprio il fatto che venga esplicitamente menzionato questo caso, come esentato dall’invalidità, significa che invece rientrano in tale invalidità tutti gli altri casi non menzionati relativi alle procedure di elezione.

Insomma il giallo del Conclave continua. D’altronde lo stesso Magister, mentre lancia l’articolo della Boni come fosse davvero una confutazione, lo incornicia con questi titoli e commenti: “Restano le incognite sulle manovre che hanno preceduto la fumata bianca”, “Il conclave che lo ha eletto papa continua ad essere sfiorato da ombre”.

In effetti dopo l’uscita del mio libro altre ombre si sono aggiunte con il libro di Austen Ivereigh, “The Great Reformer”. E c’è ancora la domanda irrisolta sull’abnorme attesa fra la fumata bianca e l’apparizione sulla loggia di San Pietro (con il misterioso aneddoto riferito da Bergoglio a Scalfari).

 

IL MISTERO DI BENEDETTO

 

Infine si sono riaffacciati pure i dubbi sulla “rinuncia” di Benedetto XVI, visto che addirittura sul giornale dei vescovi italiani, “Avvenire”, il 7 gennaio scorso, si è letto che ci sono state forze oscure che “hanno tradito e congiurato per eliminare papa Ratzinger e l’hanno spinto alla rinuncia”.

Quando io ho segnalato su queste colonne l’enormità di queste parole (che comporterebbero l’invalidità della rinuncia) il direttore di “Avvenire” ha risposto, curiosamente, senza smentire, anzi facendo capire che in sostanza lo sanno tutti…

Ma allora perché non parlare chiaro? Lo stesso Bergoglio chiede “parresia”. Quando emergerà ciò che cova sotto la cenere?

 

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 25 GENNAIO 2015

Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

 

Friday 23 January 2015

ALTRO CHE “SUPERMESSA” DI MANILA, ALTRO CHE “LA PIU’ GRANDE MESSA DELLA STORIA”… E’ STATA UNA VERGOGNA !!! SE E’ VERO QUANTO E’ STATO RIPORTATO BISOGNA CELEBRARE MESSE DI RIPARAZIONE PER IL “PASSAMANO EUCARISTICO” CHE HA FATTO FINIRE DELLE PARTICOLE NEL FANGO !!!

Domenica scorsa la messa di papa Bergoglio a Manila è stata acclamata dai media come “la più grande messa della storia”. E’ stata l’apoteosi di Bergoglio.

Poi però si è scoperto che mentre si celebrava il trionfo dell’uomo Bergoglio, il Figlio di Dio era nel fango. Nel video

cliccare qui   http://www.iltimone.org/32669,News.html

potete vedere come è stata distribuita l’eucarestia in quella messa: un “passamano eucaristico” inaudito e vergognoso.

Il cui esito finale sarebbe stato – secondo le testimonianze – il ritrovamento di particole pure nel fango (vedi l’articolo del Timone nello stesso link http://www.iltimone.org/32669,News.html ).

Come ebbe a dire amaramente Ratzinger: “QUANTE VOLTE CELEBRIAMO SOLTANTO NOI STESSI SENZA NEANCHE RENDERCI CONTO DI LUI !”

Evito ogni mio commento su un fatto che meriterebbe delle messe di riparazione e il mea culpa del vescovo di Manila (quello che piangeva quando fu creato cardinale, dovrebbe piangere – ma di dolore – per quello che è accaduto a Manila …)

Voglio però riproporvi le parole che il card. Ratzinger pronunciò nell’ultima commovente Via Crucis di Giovanni Paolo II

“Che cosa può dirci la terza caduta di Gesù sotto il peso della croce? Forse ci fa pensare alla caduta dell’uomo in generale, all’allontanamento di molti da Cristo, alla deriva verso un secolarismo senza Dio. Ma non dobbiamo pensare anche a quanto Cristo debba soffrire nella sua stessa Chiesa? A QUANTE VOLTE SI ABUSA DEL SANTO SACRAMENTO DELLA SUA PRESENZA, in quale vuoto e cattiveria del cuore spesso egli entra! QUANTE VOLTE CELEBRIAMO SOLTANTO NOI STESSI SENZA NEANCHE RENDERCI CONTO DI LUI ! Quante volte la sua Parola viene distorta e abusata! Quanta poca fede c’è in tante teorie, quante parole vuote! Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui! QUANTA SUPERBIA, QUANTA AUTOSUFFICIENZA ! Quanto poco rispettiamo il sacramento della riconciliazione, nel quale egli ci aspetta, per rialzarci dalle nostre cadute! Tutto ciò è presente nella sua passione. Il tradimento dei discepoli, la ricezione indegna del suo Corpo e del suo Sangue è certamente il più grande dolore del Redentore, quello che gli trafigge il cuore. Non ci rimane altro che rivolgergli, dal più profondo dell’animo, il grido: Kyrie, eleison – Signore, salvaci (cfr. Mt 8, 25).

CARD. Joseph Ratzinger, Meditazioni per la Via Crucis 2005

IL NOSTRO CARO, GRANDE PAPA BENEDETTO…. VORREI CHIEDERE A TUTTI VOI DI PREGARE ARDENTEMENTE PER LUI, PERCHE’ IL SIGNORE LO CONSERVI A LUNGO FRA NOI: COME UNA LUCE ACCESA NELLA NOTTE DEL MONDO
(nel video un piccolo ricordo delle sue parole per far memoria della grandezza del suo magistero e della sua luminosa persona)

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Joseph Ratzinger – Papa Benedetto XVI
Joseph Ratzinger – Papa Benedetto XVI 60° Anniversario di Ordinazione Sacerdotale 1951-2011 Sessant’anni di Apostolato

 

Friday 23 January 2015 04:00

Francesco fustiga la curia. Ma quanta distanza tra le parole e i fatti

Si avvicina il summit sulla riforma del governo centrale della Chiesa. Ma intanto il papa va avanti per conto suo. In qualche caso cacciando i buoni e premiando i cattivi

Thursday 22 January 2015

DA MANILA A ROMA…

MESSA DI MANILA (DOMENICA SCORSA): L’INAUDITO PASSAMANO EUCARISTICO (guarda il video)….
E POI PURE LE “OSTIE NEL FANGO” ???

Ed ecco come san Francesco d’Assisi metteva in guardia gli ecclesiastici invitandoli ad avere sempre il massimo rispetto e la massima venerazione dell’eucarestia:

«Facciamo attenzione, noi tutti chierici, al grande peccato e all’ignoranza che certuni hanno riguardo al santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo e ai santissimi nomi e alle sue parole scritte che santificano il corpo.
Tutti coloro, poi, che amministrano così santi misteri, considerino tra sé, soprattutto chi li amministra illecitamente, quanto siano miserandi i calici, i corporali e le tovaglie sulle quali si compie il sacrificio del corpo e del sangue di lui. E da molti viene collocato e lasciato in luoghi indecorosi, viene trasportato senza nessun onore e ricevuto senza le dovute disposizioni e amministrato agli altri senza discrezione.
San Francesco d’Assisi

“Pertanto scongiuro tutti voi, fratelli, baciandovi i piedi e con tutto l’amore di cui sono capace, che prestiate, per quanto potete, tutta la riverenza e tutto l’onore al Santissimo Corpo e Sangue del Signore Nostro Gesù Cristo, nel quale tutte le cose che sono, in Cielo e in terra, sono state pacificate e riconciliate a Dio Onnipotente”.
San Francesco d’Assisi

http://www.iltimone.org/32669,News.html

Foto: MESSA DI MANILA (DOMENICA SCORSA): L'INAUDITO PASSAMANO EUCARISTICO (guarda il video)....<br /> E POI PURE LE "OSTIE NEL FANGO" ???</p> <p>Ed ecco come san Francesco d'Assisi metteva in guardia gli ecclesiastici invitandoli ad avere sempre il massimo rispetto e la massima venerazione dell'eucarestia:</p> <p>«Facciamo attenzione, noi tutti chierici, al grande peccato e all'ignoranza che certuni hanno riguardo al santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo e ai santissimi nomi e alle sue parole scritte che santificano il corpo.<br /> Tutti coloro, poi, che amministrano così santi misteri, considerino tra sé, soprattutto chi li amministra illecitamente, quanto siano miserandi i calici, i corporali e le tovaglie sulle quali si compie il sacrificio del corpo e del sangue di lui. E da molti viene collocato e lasciato in luoghi indecorosi, viene trasportato senza nessun onore e ricevuto senza le dovute disposizioni e amministrato agli altri senza discrezione.<br /> San Francesco d'Assisi</p> <p>“Pertanto scongiuro tutti voi, fratelli, baciandovi i piedi e con tutto l’amore di cui sono capace, che prestiate, per quanto potete, tutta la riverenza e tutto l’onore al Santissimo Corpo e Sangue del Signore Nostro Gesù Cristo, nel quale tutte le cose che sono, in Cielo e in terra, sono state pacificate e riconciliate a Dio Onnipotente”.<br /> San Francesco d'Assisi</p> <p>http://www.iltimone.org/32669,News.html

 

 

LA BELLISSIMA LETTERA DI UN “PADRE-CONIGLIO” A PAPA BERGOGLIO……

http://www.lanuovabq.it/it/articoli-caro-papa-noiconigli-siamotanto-felici-11573.htm

Wednesday 21 January 2015

L’ANEDDOTO PAPALE SULLA CORRUZIONE : SIAMO SICURI CHE SIA DAVVERO EDIFICANTE ? O E’ ALQUANTO DISCUTIBILE ?

Durante la famosa conferenza stampa in aereo, papa Bergoglio – per condannare la corruzione – ha citato ad esempio un episodio capitato a lui. Ecco le sue parole:
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“Ricordo una volta, nel 1994, appena nominato vescovo ausiliare nel quartiere di Flores, sono venuti da me due funzionari di un ministero. E mi hanno detto: “Lei ha tanto bisogno con questi poveri… Noi possiamo aiutare, abbiamo da darle se vuole un aiuto di 400mila pesos…”.
Io ascoltavo. Poi mi hanno detto: “Per fare questa donazione, noi facciamo il deposito e poi lei dà la metà dei soldi a noi”.
In quel momento io ho pensato che cosa fare: o li insulto e do un calcio dove non batte il sole, oppure faccio lo scemo. Ho fatto lo scemo. Ho risposto: ma sapete… che noi nei vicariati non abbiamo il conto, lei deve fare un deposito in arcivescovado, con la ricevuta. Se ne sono andati”.
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SICCOME QUESTO ANEDDOTO VIENE QUA E LA’ CITATO COME ESEMPIO MORALE VORREI SOMMESSAMENTE FAR NOTARE CHE A ME NON PARE PER NIENTE EDIFICANTE.
Infatti il vescovo Bergoglio non aveva affatto da scegliere fra “prenderli a calci” e “fare lo scemo”, ma piuttosto aveva il dovere di fare il vescovo: “AMMONIRE I PECCATORI” è una delle opere di misericordia spirituale.
Avrebbe dovuto rimproverarli per quello che avevano prospettato. E magari avrebbe anche potuto DENUNCIARLI.
Invece ha lasciato loro l’impressione che la cosa non si poteva fare solo per motivi tecnici e che – quindi – nemmeno il vescovo ausiliare aveva da fare rimostranze di ordine morale.
Non esprimendo la sua indignazione, come uomo di Chiesa, ha fatto fare anche una pessima figura alla Chiesa stessa.
E’ il caso di sottolineare che soprattutto i pastori della Chiesa sono tenuti – come prescritto da Gesù – ad essere “sì, s’, no, no”. Non possono essere ambigui.

Infine prevengo le critiche: non avevo nessuna voglia di scrivere questo commento (sinceramente vorrei dedicarmi ad altro). Ma siccome questo episodio è stato raccontato davanti a tutti i giornalisti e poi rilanciato da diversi media “entusiasti” come esempio di lotta alla corruzione, io ho voluto osservare che non mi sembra affatto esemplare. Chissà, forse qualcuno ci rifletterà…
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PS Un lettore, a proposito dei “conigli” e del tentativo di correzione all’Udienza di oggi, mi scrive: “ciao, le critiche a Francesco fanno bene … vedi con quale velocità si è premurato di correggere il tiro sulle famiglie numerose… ma una cosa è quello che gli scrivono i ghostwriter, un’altra è la spontaneità di quando parla sull’aereo. Anzi, l’immediata correzione fa aumentare i sospetti”.

Wednesday 21 January 2015 14:45

È vero progresso se di tutto l’uomo

sefir - Image_1Cosa si intende oggi con la parola ‘progresso’? Il progresso scientifico è l’unica forma di progresso umano? È solo una parte del progresso umano? O non ha davvero nulla a che vedere con esso? Sono alcune delle domande che saranno al centro del convegno ‘Progresso scientifico e progresso umano’ che si tiene a Roma dal 22 al 24 gennaio nell’Auditorium Antonianum di viale Manzoni 1. Organizzato dal Sefir («Scienza e fede sull’interpretazione del reale», col supporto del Servizio nazionale per il progetto culturale della Cei; info:www.ecclesiamater.org) vede la presenza di scienziati, filosofi e teologi. Fra questi Evandro Agazzi (foto sopra), di cui qui pubblichiamo una sintesi della relazione, Antonio Marino, Piero Benvenuti, Carlo Cirotto e Giuseppe O. Longo. Le relazioni di apertura sono di Gennaro Cicchese, Antonio Sabetta e Giandomenico Boffi (foto sotto). «Progresso – sottolinea quest’ultimo – è parola usatissima e ambigua, perché non tutto il nuovo costituisce un passo in avanti».

È vero progresso se di tutto l’uomo

La nozione di progresso è entrata a far parte del senso comune da un paio di secoli, come frutto della cultura illuministica e, in senso lato, della modernità. Ciò dipende dal fatto che non si tratta di una nozione semplicemente descrittiva, ma che comporta anche un implicito, ma indispensabile giudizio di valore. Ossia, il progresso non è un semplice cambiamento, bensì un cambiamento verso il meglio e quindi implica un incremento di valore. Pertanto un giudizio di progresso dipende dal valore che si prende in considerazione.

Ma c’è di più. L’idea di progresso investe un orizzonte temporale abbastanza vasto, e in certi casi può addirittura riguardare l’intero corso della storia umana, e proprio qui si coglie la profonda svolta rappresentata dalla modernità. La cultura occidentale infatti (come del resto la grande maggioranza delle culture) considerava lo stato iniziale del mondo e dell’umanità come uno stato di perfezione e felicità (mito dell’età dell’oro, mito dell’Eden, e simili) e la storia successiva veniva vista come un’inarrestabile decadenza.

Di qui la tradizionale ammirazione per gli ‘antichi’ e l’invito periodicamente risorgente a ‘tornare alle origini’.

Fin dal Rinascimento, invece, la modernità si presenta con l’orgoglio di essere superiore agli antichi (magari addolcendo il giudizio con l’affermazione che noi vediamo più lontano di loro perché siamo come nani sulle spalle di giganti). Sta di fatto che, da allora, siamo tutti convinti che la storia ‘va avanti’ non solo nel senso di cambiare, ma anche di progredire.

Tutto sommato, questa rimane ancora la mentalità corrente: oggi è diffusa l’idea che il progresso consiste nella scoperta o produzione delnuovo, ma si tratta, per un verso, di una indebita dilatazione di un criterio che, al massimo, vale per la produzione tecnologica e il mercato. Per imporsi sul mercato un prodotto deve vantare una novità che, in certo senso, rende obsoleti i prodotti concorrenti e magari gli stessi modelli anteriori della propria produzione. Per altro verso, tuttavia, si tratta della proiezione di quell’inversione della ‘freccia del tempo’ che la modernità ha promosso in tutti i campi. In realtà il giudizio di progresso ha bisogno di riferirsi a valori intrinseci e soprastorici, diversamente vale che «la storia del mondo è il tribunale del mondo» (Hegel) e anche le peggiori barbarie e atrocità si debbono accettare come frutto della storia.

Fin qui abbiamo considerato il progresso come una categoria generale che riguarda la concezione della storia, ma si tratta di una categoria che si applica con frequenza anche ad ambiti di riferimento ristretti e specifici. In tali casi il valore rispetto a cui valutare un progresso è esso stesso specifico; quindi i criteri per valutarlo sono correttamente offerti all’interno di detto ambito. Tuttavia quando si considera un’entità complessa, le cose stanno diversamente (ad esempio, il ‘progresso’ di un cancro non corrisponde al ‘miglioramento’ del paziente).

Questa osservazione si applica in particolare a quella che un po’ tutti considerano la fonte e la base del progresso umano, ossia la scienza, con le sue applicazioni tecnologiche. Si può infatti distinguere un progresso nella scienza da un progresso della scienza. Il primo è una combinazione del progresso che si realizza dentro le singole scienze e, in ciascuna, si valuta in base a criteri oggettivi (nonostante gli equivoci di certe epistemologie). Il progresso della scienza, presa nel suo assieme, si deve piuttosto valutare considerando il contributo che tale progresso interno reca al perseguimento di valori più ampi.

Quali valori? Sono diversi e si collegano ai diversi aspetti del contesto in cui si svolge l’attività scientifica: valori umani individuali e collettivi, materiali e spirituali che, per di più non sono isolati né si pongono tutti sul medesimo livello .

Una valutazione del progresso, quindi, richiede la determinazione di ‘che cosa’ debba procedere verso il meglio e possiamo convenire che si tratti dell’umanità, concepita non astrattamente: essa è la totalità ideale degli esseri umani, cosicché, in ultima analisi, la definizione del progresso dipende da una ‘immagine dell’uomo’ in cui appaiano le differenti dimensioni che ‘dovrebbero essere rispettate e promosse’. La continua elaborazione di tale immagine (che deve compendiare i contributi delle scienze, della filosofia, delle arti, della religione) è il presupposto per individuare quei valori che consentono l’espressione di un giudizio di progresso.

Data la complessità di tale immagine e di tale costellazione di valori, la prospettiva metodologica più utile per l’espressione di tale giudizio è quella sistemica (cioè ispirata alla teoria generale dei sistemi) e il progresso si può far consistere nell’ottimizzazione dei diversi valori, che passa attraverso la rinuncia alla ‘massimizzazione’ unilaterale di uno o pochi di essi a scapito degli altri.

Evandro Agazzi – Avvenire, 20 gennaio 2015

Wednesday 21 January 2015 07:22

La realtà e i conigli

Dedicato a tutti coloro che fingono di non vedere che cosa è accaduto la scorsa settimana nello Sri Lanka e nelle Filippine, a coloro che non si curano della realtà, degli incontri commoventi, delle parole di Francesco a Tacoblan, all’incontro con le famiglie, all’incontro con i giovani. O del messaggio forte e coraggioso contro la “colonizzazione ideologica” con la quale si cercano di imporre ai popoli, in cambio di aiuti finanziari, visioni e teorie che non appartengono alla loro identità.

Dedicato a tutti coloro che per sostenere quella che ormai è diventata la loro tesi preconcetta – se guardassero alla realtà di ciò che è avvenuto durante il viaggio, dovrebbero ricredersi – censurano regolarmente le parole del Papa. Le ignorano quando non rientrano nel loro schema, facendo esattamente ciò che per decenni hanno imputato a certi giornali di fare con i predecessori di Francesco.

Dedicato a tutti coloro che si attaccano alla battuta sui conigli facendo finta di non capire il messaggio del Papa.

Queste sono le parole di Giovanni Paolo II una delle diverse volte in cui ha espresso lo stesso concetto, all’Angelus del 17 luglio 1994, l’Anno della Famiglia. “Il pensiero cattolico è sovente equivocato come se la Chiesa sostenesse un’ideologia della fecondità ad oltranza, spingendo i coniugi a procreare senza alcun discernimento e alcuna progettualità. Ma basta un’attenta lettura dei pronunciamenti del Magistero per constatare che non è così”.

E intanto, questa mattina, ricordando i giorni del viaggio di fronte ai pellegrini all’udienza del mercoledì, Francesco ha detto: “Dà consolazione e speranza vedere tante famiglie numerose che accolgono i figli come un vero dono di Dio“. Ha aggiunto che “è semplicistico dire che famiglie con molti figli e nascita di tanti bambini sono cause della povertà”, e ha ribadito che “la causa principale della povertà è un sistema economico che ha tolto la persona dal centro e vi ha posto il dio denaro”.

Tuesday 20 January 2015

PASTORI CHE CONFORTANO E SOSTENGONO IL GREGGE E PROPAGATORI DI “NOVITA'”…

“La Sacra Scrittura e la pratica tradizionale della Chiesa vedono nelle famiglie numerose un segno della benedizione divina e della generosità dei genitori”.
Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2373

.

“La fede di Maria è certamente esempio della fede che devono avere tutti i credenti, tutti quelli che ritrovano questa fede, che la approfondiscono e specialmente di tutti voi che avete questo cammino della fede come vostro carisma, come compito del vostro essere neocatecumenali. Mi fa sempre piacere incontrare i vostri gruppi perché trovo, insieme ai genitori e agli adulti, tanti bambini. Si dice che i neocatecumenali hanno famiglie numerose, hanno tanti figli: questa è anche una prova della fede, della fede in Dio. Per dare vita all’uomo ci vuole la fede in Dio. Se oggi viviamo questa grande crisi cosiddetta demografica, crisi della famiglia, crisi della paternità, crisi della maternità, è proprio una conseguenza della mancanza della fede in Dio. Non si può migliorare questo problema se non con una profonda fede in Dio. Ci vuole una grande fede in Dio per dare la vita all’uomo.
(Giovanni Paolo II, 4 maggio 1986)

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“Di a tutte le donne che hanno paura di avere figli che più figli avranno, meglio sarà! Dovrebbero piuttosto temere a non averne!”

Questo è un messaggio attribuito alla Madonna da Mirjana di Medjugorje

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“La novità prende il posto alla verità”
Don Divo Barsotti

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“Come dovremmo, se amassimo la Chiesa, temere lo scandalo degli umili, lo smarrimento del popolo,lo sgomento di quanti non sanno più riconoscere il volto della Madre nelle NOVITÀ che predichiamo e sollecitiamo nella vita e disciplina della Chiesa! ”
Don Divo Barsotti

pio xii

Tuesday 20 January 2015 13:45

La libertà e il fine. Scienziati e teologi si interrogano

libro rondinara«Nell’odierno panorama culturale sempre più sensibile all’interdisciplinarità e alla relazione sinergica tra scienze naturali e teologia propongo al lettore questi contributi nella convinzione che essi possono stimolare e arricchire la propria riflessione personale»: sono le parole con le quali Sergio Rondinara, docente presso l’Istituto Universitario Sophia, l’Università Pontificia Salesiana e l’Issr ‘Ecclesia Mater’, presenta questo libro, che trae origine da due convegni dell’area di ricerca Sefir (Scienza e Fede sull’Interpretazione del Reale), la quale, grazie all’impegno di vari qualificati studiosi, da circa un decennio promuove un aperto dialogo fra teologia, filosofia e scienze riguardo alla realtà. I due grandi temi attorno a cui ruotano gli interventi sono quelli della scelta e del fine, temi da sempre assai cari alla riflessione di filosofi e teologi, ma che oggi fanno registrare un ampio interesse anche da parte degli scienziati, le cui ricerche finiscono spesso per contribuire in maniera decisiva all’approfondimento di essi. Non v’è dubbio, per esempio, che la questione relativa alla capacità di scegliere si colleghi con quelle della razionalità e della libertà: proprio a questo delicato argomento sono dedicati i sei interventi che costituiscono la prima parte del testo. Non sorprende che fra tali interventi trovino spazio interessanti considerazioni riguardanti l’uso dei modelli matematici, le scienze sociali, la politica e la fede religiosa: infatti, è ormai chiaro che per discutere di simili problemi sia necessario un approccio multidisciplinare.

Altrettanto si può affermare in merito al tema dello scopo, che si intreccia con quello dell’intenzionalità: la seconda parte del libro, che accoglie cinque interventi, è imperniata proprio sulla riflessione riguardante le intenzioni e i fini. Anche in questo caso i diversi contributi mostrano al lettore quanto le odierne acquisizioni scientifiche stiano cambiando il quadro dei riferimenti: di qui l’opportunità di affrontare temi come quello del ruolo del finalismo nella fisica contemporanea, o quello dell’intenzionalità e della finalità all’interno dei sistemi artificiali intelligenti. Si può affermare che il libro mantiene appieno le due promesse che il curatore fa in sede di Premessa: «Innanzitutto stimolare la riflessione e il dibattito fra ricercatori in varie discipline su due caratteri distintivi dell’essere personale quali le scelte razionali e la ricerca di scopi e fini sia a livello personale che sociale. Successivamente approfondire le due stesse direttrici tematiche anche nell’ambito naturale fisico e biologico».

Maurizio Schoepflin – Avvenire, 15 gennaio 2015

Sergio Rondinara (a cura di) SCELTE RAZIONALI, INTENZIONALITÀ, FINI Città Nuova. Pagine 228. Euro 18

Tuesday 20 January 2015 04:00

Cristiani in terra d'islam. Beati i perseguitati

"Sono lasciati soli e indifesi come gli ebrei", denuncia un autorevole rabbino. Con l'illusione che ciò faciliti la pace con i musulmani. Il quadro della situazione descritto da un esperto gesuita israeliano

Friday 16 January 2015

Per i "duri di cuore" vale sempre la legge di Mosè

Lo sostiene un insigne biblista, con una nuova interpretazione delle parole di Gesù su matrimonio e divorzio. Ma la Chiesa cattolica ha sempre predicato l'indissolubilità senza eccezioni. Arriverà ad ammettere le seconde nozze, come in Oriente?

Thursday 15 January 2015

Ermanno Battisti missionario in Guinea Bissau

Il 3 gennaio è morto a Roma padre Ermanno Battisti, missionari del Pime che in 33 anni di Guinea Bissau si è distinto per le sue realizzazioni e per la saggezza umana e cristiana con cui le dirigeva. Ha fatto appena  a tempo a stampare la sua autobiografia (“Un elefantino miracoloso”, Mimep, 2014, con circa 500 foto in 300 pagine!), che è volato al Cielo, dove migliaia di bambini e di giovani africani l’aspettavano,  in compagnia dei loro genitori e di tanti altri. La sua improvvisa scomparsa ha suscitato un’ondata di messaggi di condoglianze sul suo Sito e su Facebook, con molti ricordi che rimangono indimenticabili in chi l’ha conosciuto. E’ stato un autentico missionario che annunziava Cristo con la vita e la parola, anche portando in silenzio e umiltà, con dignità e pazienza, le molte e pesanti croci che hanno manifestato la sua partecipazione alla Passione del suo amato Gesù.

Ermanno Battisti è nato nel 1937 in Alto Adige a Predoi (provincia di  Bolzano),  l’ultimo comune della Valle Aurina e il più a Nord d’Italia, ai piedi della “Vetta d’Italia”, che segna il confine con l’Austria.  Ricorda: “La mia famiglia era povera, avevamo solo un orticello e alcune galline. Durante la guerra, alle volte noi bambini tornavamo a casa pieni di fame, ma non c’era pane, lo stipendio dei genitori non bastava. Allora, mamma Clara ci mandava nel vicino cimitero a pregare per i defunti perché ci aiutassero, cosa che facevamo volentieri, prima di riprendere le nostre scorribande nel paese e, guarda caso, qualche buona contadina ci dava un pezzo di pane di segale fatto in casa”. La povertà, vissuta nella fede autentica della famiglia, ha educato i fratelli Battisti e orientato la vita di Ermanno verso le “periferie dell’umanità”.

Tale infatti è la Guinea Bissau (il Pime è presente dal 1946), uno degli ultimi paesi africani in tutti i sensi (nelle classifiche dell’Onu!), dove padre Ermanno, sacerdote nel 1962 e redattore di “Italia  Missionaria” fino al 1968, è stato missionario dal 1969 al 2010, quando, malandato in salute, è tornato in Italia come direttore-redattore di “Infor- Pime”, il bollettino interno di relazioni, interviste, proposte e dibattiti dei missionari (la rivista ufficiale della direzione generale è “Il Vincolo”).

In “Un elefantino miracoloso”, padre Ermanno racconta la sua missione in Guinea Bissau, interessante perché introduce, raccontando fatti, nella comprensione profonda e amorevole della vita, cultura e mentalità di un popolo africano; e perché fa conoscere le meraviglie sorprendenti che lo Spirito Santo compie là dove nasce la Chiesa: il protagonista della “missione alle genti” è proprio lo Spirito Santo! Il missionario, anche quando realizza numerose e grandi opere (come Battisti), è solo un piccolo e debole strumento di una forza soprannaturale, che lo sorpassa infinitamente. Per cui padre Ermanno ringrazia lo Spirito Santo per tutto quello che è riuscito a fare, anche in campo pastorale.

L’elefantino è una statuetta in legno palissandro. che padre Ermanno (aveva imparato a lavorare il legno da bambino), scolpì all’inizio della sua missione in Africa, quando ancora imparava il criolo, la lingua nazionale col portoghese. A Bissau era incaricato di seguire i ragazzi e i giovani delle scuole cattoliche e vedeva che, finite le elementari e alcuni anche le medie, non trovavano lavoro. Metre studiava l’arte e l’artigianato locali e, con naturale senso artistico, si convinceva che nell’arte tradizionale sta il tesoro nascosto da mettere in luce per produrre lavoro e ricchezza. Raduna i suoi giovani, prende un tronchetto di palissandro e con uno scalpello e un martello scolpisce in pochi giorni un elefantino non ancora lavorato, ma sufficiente per entusiasmare i suoi alunni. Li sfida a fare meglio e scrive: “Ho scoperto che i miei giovani avevano abilità manuale e immaginazione mai immaginate. Mi hanno scolpito elefantini e altre statuette più belli dei miei e abbiamo incominciato a venderli con un banchetto per la strada. Con loro somma felicità, hanno incominciato a guadagnare qualcosa col loro lavoro! Appena si è diffusa la voce di questa nuova attività lavorativa, venivano da tutte le parti con un loro piccolo dono (una gallina, uova, banane, zucche) per diventare miei alunni”.

Così è nato il “Centro artistico nazionale” che prepara scultori, pittori, artigiani che col legno, la paglia, le foglie di palma e altro materiale locale, l’hanno affermato come un’opera di valore nazionale, premiata e visitata dai politici, che  acquistano una  parte dei suoi prodotti da offrire come dono ai personaggi stranieri in visita alla Guinea Bissau.

Il primo “elefantino miracoloso” di padre Ermanno è rimasto anche loggi sulla sua scrivania a Roma, perché da quel piccolo e insignificante oggetto sono nate in seguito, con l’aiuto generoso di molti amici e benefattori italiani, le molte opere del missionario alto atesino: le borse di studio per mandare giovani nelle Università portoghesi o italiane, la parrocchia di Cristo Redentore a Bissau, con tutte le strutture esterne ed interne (porte, finestre, banchi, altare, sedie, candelieri, Crocifissi, Via Crucis, battistero, ecc.) scolpite in legno secondo l’arte locale delle varie etnie guineane; l’”Hospital pediatrico S. José em Bòr”, unico in Guinea (con 60 letti); la “Casa di accoglienza Bambaran” per bambini abbandonati e studenti; la chiesa parrocchiale e le strutture della nuova parrocchia di Bòr, quartiere periferico di Bissau; la scuola di Bòr,  “Ermondade” (fraternità) che arriva fino al Liceo; e altre opere minori.

Nel dicembre 2005 ho potuto visitare le molteplici imprese di padre Ermanno e ho chiesto all’amico missionario come ha fatto a trovare così tanti aiuti. Dice che ha sempre avuto una fiducia totale nella Provvidenza di Dio, com’è nella tradizione dei missionari in paesi poverissimo come la Guinea Bissau. In “Un elefantino miracoloso”  padre Battisti ricorda: “Quando negli anni 2000-2004 ero al Centro missionario Pime di Milano, incaricato dei progetti dei nostri missionari, un mattino mi telefonano dalle televisioni di Mediaset che il programma “La fabbrica del sorriso” ha a disposizione 220.000 Euro per l’ospedale pediatrico di Bòr. Ne ho ringraziato il Signore. Non faccio a tempo a riprendere il mio lavoro, che mi arriva padre Vincenzo, un confratello missionario nel Brasile dei poveri che mi dice: “Vorrei fare nella mia missione un’opera per i bambini ammalati e avrei bisogno di circa 220.000 Euro”. Ho pensato: ecco una prova per la mia fiducia nella Provvidenza  e ho detto a padre Vincenzo: “Questa somma l’ho appena ricevuta per i bambini africani, è venuta dal Cielo e la dò a te per i bambini brasiliani. Sono sicuro che il Signore provvederà anche al mio ospedale per i bambini a Bissau”.

“Vincenzo mi ringrazia e tutto contento esce dal mio studio. Da non credere, ma è la pura verità. Nel pomeriggio, suona il telefono e un signore sconosciuto mi dice che per l’ospedale dei bambini in Guinea Bissau può dare 220.000 Euro, esattamente la cifra che avevo dato a padre Vincenzo poco prima. Potrebbe sembrare una coincidenza ma, francamente, alla luce di tante altre cose successe, lo ritengo davvero un miracolo”.

Wednesday 14 January 2015

L’Asia e il futuro della Chiesa

Cari amici, scrivo da Colombo, in Sri Lanka. Si è da poco conclusa la messa per la canonizzazione di José Vaz, il primo santo dello Sri Lanka (originario di Goa, ma vissuto in quella che allora era l’isola di Ceylon per quasi un quarto di secolo). Vedendo più da vicino la realtà di questi paesi, in un continente dove i cattolici sono meno del tre per cento, ma dove vivono più dei due terzi della popolazione, si comprende perché il futuro della Chiesa passi per qui. Nonostante i cattolici siano una piccola minoranza – con l’eccezione delle Filippine, dove ci sposteremo domani – in Asia sono stati celebrati l’anno scorso più battesimi che in Europa. Mi ha colpito stamani la bellezza della liturgia e la partecipazione composta, la stessa che avevo visto in Corea nell’agosto 2014.

Ma è nel rapporto con le altre religioni che si gioca molto del futuro dell’evangelizzazione. Papa Francesco, ieri, all’incontro con i rappresentanti di buddismo, induismo e islam – qui i musulmani sono una minoranza, come i cristiani – ha parlato del dialogo nella verità, chiedendo una “presentazione piena e schietta delle nostre rispettive convinzioni. Certamente tale dialogo farà risaltare quanto siano diverse le nostre credenze, tradizioni e pratiche. E tuttavia, se siamo onesti nel presentare le nostre convinzioni, saremo in grado di vedere più chiaramente quanto abbiamo in comune”. Francesco ha incicato ancora una volta come terreno di lavoro comune l’impegno per chi soffre. Il nuovo santo José Vaz è stato certamente un esempio in questo senso.

Monday 12 January 2015

Dialogo tra le religioni. La "Dominus Iesus" di nuovo sotto accusa

Le accuse hanno preso spunto dalla pubblicazione postuma di due testi del teologo Jacques Dupuis. E mirano a colpire i due autori di quel documento: Joseph Ratzinger e Giovanni Paolo II. Ma il papa emerito risponde colpo su colpo

Monday 05 January 2015

“In Cina e Corea ho visto Cristo vivo”

Un amico di Brescia che non conoscevo mi scrive questa lettera da Barcellona, che è il miglior augurio, per tutti noi e per la Chiesa, di una nuova nascita in Cristo nel 2015. Piero Gheddo.

Carissimo padre Piero Gheddo, è con gioia che Le scrivo questa lettera! Innanzi tutto mi presento. Mi chiamo Giovanni Maria (figlio di una famiglia con otto figli, quattro maschi e quattro femmine), ho 24 anni e ho appena terminato gli studi economici presso l’università Bocconi. Lavoro come ricercatore presso la IESE Business School di Barcellona focalizzandomi sull’Africa. Un lavoro appassionante tra la Spagna, il Kenya e la Nigeria, per cercare di comprendere in profondità le potenzialità di quello che fino a qualche anno fa veniva chiamato “the hopeless continent” (“il continente senza speranza”) e ora invece si dice che è “the new growth engine of the world” (il nuovo motore di crescita per l’umanità”).

Era il 2011 e mi trovavo tra i mille colori e le mille luci di Sinchon nel cuore di Seoul in Corea del Sud. Affascinato da quello che vedevo attorno a me, ma ancor più dall’incredibile storia di padre Augusto Gianola, l’eremita del Pime nell’Amazzonia brasiliana, che Lei stava raccontando su Radio Maria. E fu proprio attraverso le sue catechesi, scaricate dal sito di Radio Maria, che venni a conoscenza della trasmissione mensile “La missione continua”, sulla missione alle genti, nella quale lei racconta la vita e lo spirito dei missionari. Da allora non l’ho più abbandonata. Le storie dalla Birmania di Felice Tantardini, il santo col martello, e del grande Clemente Vismara, le avventure di Angelo Campagnoli tra la Birmania e la Thailandia, quelle di Aristide Pirovano e Marcello Candia in Amazzonia, del vescovo  mons. Cesare Bonivento in Papua Nuova Guinea, di padre Maurizio Bezzi fra i ragazzi di strada a Yaoundè in Camerun e via dicendo.

Racconti che mi hanno accompagnato per le strade del mondo. Dopo cinque indimenticabili mesi in scambio universitario presso la Yonsei University di Seoul mi sono recato in Cina per un anno di studio presso la Fudan University di Shanghai. E ancora le Sue catechesi mi hanno accompagnato tra le foreste del Kenya dove mi trovavo per alcuni mesi di lavoro come ricercatore presso la Strathmore Business School di Nairobi.

Grazie padre Piero! Come Lei ha sperimentato, anche io sono rimasto senza parole di fronte alla vitalità, alla gioia, all’entusiasmo di queste giovani Chiese. Sono rimasto affascinato di fronte a quella fede semplice e giovane, che va all’essenziale del messaggio cristiano, cioè a Gesù Cristo, unico Salvatore dell’uomo.

Sono rimasto stupito di fronte al ruolo dei laici. Padri e madri di famiglia, giovani studenti universitari come me che trasmettono la loro fede in ogni ambiente con naturalezza e con il sorriso sulle labbra. In queste giovani Chiese sono proprio i laici il motore delle parrocchie, sono i laici che organizzano al meglio la Messa domenicale, che promuovono le visite ai poveri, i ritiri spirituali, le iniziative culturali e anche la stessa attività economica. La parrocchia è una vera famiglia dove i laici si prendono cura dell’intera comunità cristiana. Il sacerdote è il padre e direttore di tutto, l’animatore dei laici che operano per annunziare Cristo ai non cristiani, con sorprendenti risultati.

Posso dire che furono proprio la Chiesa cinese e quella coreana a convertirmi. Fu proprio nell’Estremo Oriente che vidi forse per la prima volta quel Gesù vivo, quel Gesù che fece dire a san Paolo “non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me”, “per me vivere è Cristo”. Quanti giovani convertiti ho potuto conoscere, quanti neo-battezzati. Mai potrò dimenticare quella luce che fuoriusciva dai loro occhi, una luce che illuminava chiunque passasse per la loro strada. Valentine, giovane ragazza cinese che ora lavora nel marketing per una importante società multinazionale, subito dopo aver ricevuto il battesimo nella cattedrale di sant’Ignazio a Shanghai, mi confidò: “Giovanni. questo è il giorno più bello della mia vita. Da quando ho scoperto Gesù, vivo con lui nel mio cuore e la mia vita ha acquistato un senso”. Ecco l’Evangelii gaudium, ecco quella “gioia del Vangelo che riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù”. Quanto hanno da insegnarci queste Chiese! Grazie, quindi, per quello che sta facendo attraverso le catechesi su Radio Maria e tutti i libri e gli articoli che pubblica. La ricordo sempre nella preghiera. Un caro saluto,

Giovanni Maria Mazzacani

Monday 05 January 2015 04:00

È lui il papa. Eletto in piena regola

Una autorevole canonista confuta gli argomenti di chi ritiene invalida l'elezione di Bergoglio e quindi non lo riconosce come papa. Ma restano le incognite sulle manovre che hanno preceduto la fumata bianca

Wednesday 24 December 2014

Verità e calunnie su Asia Bibi

Nel rinnovare a tutti gli auguri di Buon Natale – con un pensiero e una preghiera particolare a quei cristiani che vivono la celebrazione della nascita di Gesù in condizioni precarie, cacciati dalle loro case, nei campi profughi o in carcere – vi segnalo un nuovo articolo di Paolo Affatato su Asia Bibi, pubblicato su Vatican Insider.

Sono rimasto colpito e sorpreso da alcune reazioni all’intervista ad Asia Bibi. Non tanto per quelle sguaiate dei “coraggiosi” che su facebook o nei blog si trincerano dietro l’anonimato (poverini, sparano le loro vigliacche pallottole di carta e nascondono la manina), quanto piuttosto per quella di chi ha messo in dubbio l’autenticità dell’intervista stessa, citando fonti quelle sì davvero dubbie.

Forse qualcuno si è sentito chiamato in causa per il fatto che Asia Bibi ha chiesto di non essere strumentalizzata. Eppure sarebbe bastato leggere quest’altro ottimo articolo di Affatato, nel caso ci fosse stato bisogno di delucidazioni sul contesto e sulle strumentalizzazioni alle quali la stessa Asia Bibi faceva riferimento.

Ecco, criticate e attaccate pure, ma riflettete un momento prima di accusare con leggerezza gli altri di produrre testi apocrifi soltanto perché gli intervistati non dicono ciò che qualcuno vorrebbe dicessero: l’autore dell’intervista, giornalista dell’agenzia vaticana Fides e firma di Vatican Insider, ha seguito il caso di Asia Bibi fin dal primo giorno, ha scritto decine di articoli, è in contatto con le persone a lei più vicine. La semplicità cristiana, l’esperienza di fede di Asia che emergeva da quella intervista era ed è una vera perla nella conchiglia.

Saturday 20 December 2014

Auguri di Natale con Asia Bibi

Cari amici, cari “naviganti”, insieme agli auguri di Buon Natale vi invito a leggere questa bella intervista che Paolo Affatato è riuscito a fare ad Asia Bibi e che potete trovare su Vatican Insider.

Colpisce la fede semplice di questa madre di famiglia pakistana ingiustamente accusata sulla base della legge antiblasfemia, che da cinque anni è in carcere ed è stata condannata a morte.

Al Papa chiede preghiere (non appelli pubblici) e a Dio – oltre alla libertà e al poter essere restituita alla sua famiglia – chiede anche di perdonare coloro che strumentalizzano il suo nome.

Le sue parole mi hanno fatto venire in mente quelle, altrettanto autentiche, semplici e profonde, del sacerdote albanese che ha passato 27 anni nelle carceri del regime comunista, e che lo scorso settembre ha offerto la sua commovente testimonianza a Papa Francesco, facendolo piangere. Non un accento di odio né di risentimento. Ascoltando il suo racconto e leggendo ora quello di Asia Bibi, si percepisce come Gesù sia vicino ai martiri e li conforti.

Thursday 18 December 2014

Lo sviluppo della dottrina

In un articolo su Vatican Insider dedicato agli sviluppi della dottrina sulla famiglia, ho citato uno scritto di Gianni Gennari, il quale faceva notare per l’appunto come vi si stato uno sviluppo, ad esempio in materia di quelli che vengono chiamati i «metodi naturali» che prevedono la continenza periodica nei periodi fecondi della donna al fine di evitare la gravidanza. Viste le molte reazioni – talune scandalizzate – da parte di alcuni difensori della «sacra dottrina», secondo i quali tutto è sempre stato immutabile e immutato ab origine, mi permetto di citare qualche ulteriore riferimento, come contributo al dibattito.

Il 16 marzo 1936, dopo aver discusso a lungo, il Sant’Uffizio – e il Prefetto allora era il Papa – aveva confermato il giudizio contrario alla divulgazione del metodo Ogino-Knaus, per evitare «che anche negli ambienti cattolici si faccia strada la concezione materialistica della vita, visto che anche la Chiesa ammette un controllo delle nascite». Anche se l’enciclica Casti connubi accennava alla al fatto che nulla ostava ai rapporti sessuali nei periodi infecondi, Pio XI non aveva affrontato il tema della possibile metodica e intenzionale regolazione delle nascite. Se invece avesse inteso farlo, non si capisce per quale motivo il Sant’Uffizio in sua presenza ribadì che il metodo della continenza periodica e lo studio dei periodi fertili della donna non dovesse essere divulgato tra i fedeli, come invece accadeva negli Stati Uniti in quel periodo. L’assemblea della Feria IV e V, cui prese parte lo stesso Pio XI, confermò il giudizio della Feria II di condanna della circolazione pubblica di informazioni sull’astinenza periodica. Rifacendosi a una sentenza della Penitenzieria del 1880, senza che venissero introdotti cambiamenti, si ricordava che il metodo poteva essere suggerito solo in confessionale ma come «rimedio al peccato mortale di Onan», ricorda Lucia Pozzi, che ha ricostruito in un documentato saggio l’intera vicenda («Vaticano e controllo delle nascite: l’evoluzione della famiglia negli Stati Uniti degli anni Trenta», in «Storia e futuro», n. 27, novembre 2011).

Il significativo cambiamento venne sancito il 29 ottobre 1951, in un discorso rivolto all’Unione cattolica italiana delle ostetriche, nel quale Pio XII approvò pubblicamente l’astinenza periodica a fini contraccettivi, dicendo che «l’osservanza dei tempi infecondi può essere lecita sotto l’aspetto morale». Cosa che non era mai stata affermata prima. «Quindici anni dopo la discussione nel Sant’Uffizio sul caso statunitense – scrive Lucia Pozzi – con il discorso di Pio XII, la Chiesa cattolica introduceva un sostanziale cambiamento nella dottrina sul matrimonio: l’accettazione dell’idea del controllo delle nascite».

A conferma di quanto riferito nel suo scritto da Gianni Gennari, riporto un passaggio della deposizione di padre Virginio Rotondi agli atti della causa di beatificazione di Pio XII (Summarium dei testi, p. 245), rimasto inedito fino al 2007 e pubblicato nella mia biografia di Papa Pacelli (Pio XII. Un uomo sul trono di Pietro, Mondadori).

Racconta padre Rotondi: «Quanto alla “capacità di mutar parere”, io posso farne testimonianza per esperienza diretta. Ricordo, per esempio, quello che accadde quando io insistetti con lui perché rivedesse un certo decreto del S. Uffizio a proposito della liceità della “continenza periodica”. Nel primo colloquio finì male, ma dopo 15 giorni mi richiamò, mi disse di averci pensato su e mi autorizzò a scrivere un articolo su di un settimanale “mondano” (Settimana Incom). Ricordo bene il titolo: “Senza peccato gli sposi infecondi?”. Questo avveniva nel ’51. Il “ripensamento” di Pio XII diede origine al suo famoso discorso alle ostetriche, col quale si aprì la porta a quella che oggi, auspice il Concilio, si chiama “paternità responsabile”».

Questa è la testimonianza giurata agli atti della causa. Un cambiamento – e significativo – ci fu. Uno sviluppo dottrinale c’è stato in questa come in altre materie, con buona pace di coloro che affermano che tutto è sempre rimasto uguale.

Wednesday 17 December 2014

Con Gesù, anche la vecchiaia è bella

Anzitutto auguro Buon Natale agli amici lettori dei miei Blog, per informarli che sono tornato al Pime di Milano e spero di poter presto riprendere il lavoro che faccio da una vita. Vorrei raccontare in breve la mia esperienza e soprattutto comunicarvi alcune riflessioni che la malattia e la preghiera mi hanno ispirato. Com’è noto (vedi il Blog precedente), a metà ottobre sono caduto sulla scala che porta al mio ufficio, inciampando in un gradino e ho trascorso due mesi alla Clinica Columbus a Milano e nella casa di riposo dell’Istituto a Lecco. Due mesi di malattia mi hanno cambiato. A 85 anni ho iniziato la parabola discendente della vita e voglio assicurare soprattutto gli anziani che mi leggono, che anche il tramonto è bello, se si vive col Signore Gesù che in questi giorni sta rinascendo nei Presepi e nei nostri cuori. Mi spiego.

La prima verità che ho sperimentato è che la sofferenza fisica, fa rientrare l’uomo in se stesso. Noi credenti preghiamo, ma spesso (anche noi preti) facciamo una vita superficiale. Specialmente nel mondo d’oggi, così frenetico e ricco di informazioni e distrazioni, rientrare in se stessi e interrogarsi davvero sulla propria vita è difficile. Ma quando la malattia, il male fisico ti costringe quasi a isolarti dal mondo esterno, ti ritrovi con te stesso e sperimenti la tua miseria, la tua pochezza, la tua impotenza; pregando, ripensi alla tua vita e alle grandi grazie che Dio ti ha fatto, ai tuoi sbagli e peccati; allora, se preghi, capisci in modo profondo che solo Dio conta. Tutto il resto, certo va vissuto con dedizione e amore, ma passa presto.

Quando sono entrato nella “casa di riposo” del Pime a Lecco, con più di trenta missionari anziani e ammalati, il rettore padre Daniele mi ha detto: “Benvenuto in questa casa dalla quale riparte la rinascita del Pime, perché qui si prega e si soffre molto”. Le nostre sofferenze, se sono sopportate in unione alla Passione di Cristo, hanno un valore salvifico per la salvezza del mondo e la rinascita del nostro Pime, che oggi soffre per la scarsezza di vocazioni e per le crescenti difficoltà e persecuzioni in vari paesi di missione alle genti. Nell’ultima S. Messa a Lecco, ho detto ai miei confratelli: “Noi, anziani e ammalati, siamo ancora missionari in azione, con le nostre preghiere e sofferenze”. E ho raccontato di aver visitato più volte tutte le missioni che la Chiesa ha affidato al Pime e ovunque i confratelli mi hanno chiesto di dire ai missionari di Lecco di pregare e di offrire le loro sofferenze per loro.

Ecco quindi il nostro compito, il senso della nostra vita in questa benedetta casa di Lecco. Noi siamo i missionari di prima linea, perché tutto viene da Dio e la sofferenza, la debolezza fisica, l’impotenza, ci mettono in stretto contatto con Gesù che ha salvato l’umanità con la morte in Croce e la Risurrezione. Non è facile, cari amici e lettori, accettare la Croce , “con gioia – ha aggiunto domenica Papa Francesco – perché con Gesù c’è sempre la gioia”. Però questa è la “via stretta” di cui parla Gesù nel Vangelo, che ci aprirà, il più tardi possibile, le porte del Paradiso.

Piero Gheddo

 

Wednesday 10 December 2014

Sciocchezze teologiche (e logiche)

Leggo nell’intervista a monsignor Georg Gänswein pubblicata su “Il mio Papa” a firma di Ignazio Ingrao un’interessante risposta a quanti elucubrano sull’argomento dei due Papi, basandosi sulle arzigogolate interpretazioni di mezze frasi, sulle inconsistenti ipotesi di qualche canonista in cerca di notorietà o dando fede a pseudo profezie: una vera perla nella conchiglia.

Che cosa pensa di quanti oggi affermano che in realtà il Papa legittimo sia ancora Benedetto, che non avrebbe rinunciato al papato, ma solo all’esercizio attivo di esso?

«Ritengo che sia una sciocchezza teologica e anche logica. Il testo della rinuncia di Benedetto XVI, pronunciato l’11 febbraio 2013 nella Sala del Concistoro, è inequivocabilmente chiaro. Non c’è niente da “interpretare”. Alla rinuncia seguiva la Sede vacante, poi il Conclave e alla fine l’elezione del nuovo Papa. Il Papa legittimo si chiama Francesco».

Tuesday 02 December 2014

Preghiere silenziose in moschea

Cari amici, sono tornato da Ankara e Istanbul, dove ho seguito il viaggio del Papa. Sabato mattina, poco dopo essere atterrato a Istanbul proveniente dalla capitale turca, Francesco ha visitato la Moschea Blu. Con queste parole, il giorno dopo, sull’aereo che ci riportava a Roma, lo stesso Bergoglio ne ha parlato:

Io sono andato lì, in Turchia, sono venuto come pellegrino, non come turista. E sono venuto precisamente, il motivo principale era la festa di oggi: sono venuto proprio per condividerla con il Patriarca Bartolomeo, un motivo religioso. Ma poi, quando sono andato in Moschea, io non potevo dire: “No, adesso sono turista”. No, era tutto religioso. E ho visto quella meraviglia! Il muftì mi spiegava bene le cose, con tanta mitezza, e anche con il Corano, dove si parlava di Maria e di Giovanni il Battista, mi spiegava tutto… In quel momento ho sentito il bisogno di pregare. E ho detto: “Preghiamo un po’?” – “Sì, sì”, ha detto lui. E io ho pregato: per la Turchia, per la pace, per il muftì… per tutti… per me, che ho bisogno… Ho pregato, davvero… E ho pregato per la pace, soprattutto. Ho detto: “Signore, finiamola con la guerra…”. Così, è stato un momento di preghiera sincera.

Un cristiano può pregare dovunque: sul tram, in salotto, in camera da letto prima di addormentarsi, per strada magari vedendo passare un’autoambulanza con le sirene spiegate per affidare alla Madonna con un “Memorare” la persona ferita che è a bordo o che sta per essere caricata… Il Papa ha pregato in silenzio, mentre il Muftì ha pregato a modo suo, più brevemente. Otto anni fa – e ho avuto la grazia di esserci anche allora – Benedetto XVI sostò ugualmente in silenzio. Fu il Muftì a suggerirglielo. Papa Ratzinger stette con le mani raccolte, anche lui più a lungo del dignitario islamico. Poi lo ringraziò dicendo: “Grazie per questo momento di preghiera!”. E padre Lombardi disse che “certamente” Benedetto XVI ha rivolto “il pensiero a Dio”.

Quel gesto di Benedetto XVI nel 2006, a due mesi dal discorso di Ratisbona, fece scalpore, molto più di quanto non ne abbia fatto la preghiera di Francesco. Allora, per questo, si indignarono molti sedicenti ratzingeriani abituati a insegnare a Ratzinger come si fa il Papa (seppur con toni complessivamente meno feroci di quelli usati oggi verso il suo successore).

Vale la pena di ricordare che il primo Papa a entrare in una moschea fu san Giovanni Paolo II, in quella degli Omayyadi di Damasco, nel 2001. Anche lui stette in silenziosa preghiera.

Friday 14 November 2014

Caro don Piero, come stai?

In data 11 novembre ricevo da Genova questa lettera di un caro amico, padre di quattro figli, che segue con interesse questi Blog, come molti altri amici e lettori che hanno scritto e telefonato per avere notizie.

Caro don Piero, come stai?

ho notato che da un mese non compaiono più i tuoi post nel blog Armagheddo, di cui sono un assiduo lettore ed un occasionale commentatore.

Spero che la cosa sia dovuta semplicemente ai tuoi molti impegni, magari a qualche viaggio, oppure all’aggiornamento in corso del suo sito, e non a problemi di salute, o di stanchezza per la sua età non più giovanissima.

Di sicuro, gli argomenti su cui parlare non mancano, in particolare, avevi promesso un tuo commento al Sinodo sulla Famiglia, dopo la conclusione della prima sessione.

Quali che siano i motivi, ti assicuro il mio ricordo nella preghiera, perché tu possa continuare ancora per qualche anno a offrire il tuo ministero di prete, missionario e giornalista, a favore della diffusione del Vangelo.

Ti ringrazio anche per tutto ciò che hai fatto finora, in particolare per i tuoi commenti alle vicende del mondo e della Chiesa, sempre puntuali e illuminati dalla luce della Scrittura. Ti saluto con tanta stima ed amicizia,

tuo Mario Molinari

Caro Molinari, sono in ospedale a Milano dal 16 ottobre e dal 23 ottobre nella casa di riposo dei missionari del Pime a Lecco, un quasi ospedale. Sono inciampato in un gradino salendo la scala al mio ufficio al Pime di Milano e ho battuto il torace sulla ringhiera. Nessun osso rotto, ma un mal di schiena molto forte. Alla mia età, 85 anni compiuti a marzo, mi dicono che ogni caduta è grave! E’ una brutta botta che sopporterò a lungo.

E’ stata una caduta provvidenziale, il buon Dio voleva fermarmi. Lavoravo troppo e trascuravo la salute. Sono nella casa di riposo dei missionari del Pime a Lecco, e mi devono rifare la prostata (fatta nel 2000 e poi ricresciuta) e guarire per i bruciori alle gambe e ai piedi; e adesso questo dolore alla schiena che avverto come il peggior male. Spero di tornare a Milano a dicembre, ma temo dover proseguire riducendo le varie attività e impegni. Prega e pregate per me. Grazie, vostro padre Piero Gheddo.

Pregate anche per i miei genitori i Servi di Dio Rosetta Franzi (1902-1934) morta di parto con due gemelli e tre bambini, e Giovanni (1900-1942) morto in Russia con un atto di eroismo che ricorda San Massimiliano Kolbe. La loro Causa di beatificazione iniziata dall’Arcidiocesi di Vercelli nel febbraio 2006, è rimasta bloccata a Roma (in stand-by) dalla scarsezza di documenti sulla loro santità scritti nel tempo della loro vita o subito dopo. L’ostacolo pare possa essere superato e si possa riaprire la loro Causa di beatificazione, Bisogna solo pregare e segnalare le grazie ricevute per loro intercessione. Grazie, Dio vi benedica,vostro padre Piero.

Caro don Piero,

grazie per la tua mail! Sono molto rammaricato per il tuo incidente e per il tuo problema con la prostata (cui avevi già accennato in passato), e ti auguro una pronta ripresa. Al tempo stesso, sono confortato di vedere, dalla tua mail, che il tuo spirito è sempre forte, e che l’ottimismo e la speranza non ti hanno lasciato.

Che devo dire? Certamente tu hai ben presente che, per grandi santi come San Francesco e Sant’Ignazio di Loyola, il momento della fragilità è stato anche il momento della conversione e dell’incontro con il Signore. E, di conversione, abbiamo sempre un gran bisogno tutti, io per primo!

Ancora di più, come scrive San Paolo, “Quando sono debole, è allora che sono forte”…

Quindi, sono sicuro che non ti lascerai sfuggire l’occasione di stabilire, in questo tempo di convalescenza (ed anche, immagino, di preghiera più frequente e prolungata), un rapporto ancora più stretto con il Signore a cui hai affidato la tua vita.

Se ti trovassi, nei prossimi mesi, a trascorrere qualche tempo a Genova, dove risiedo, fammelo sapere: sarebbe per me una gioia incontrarti di persona! Ti assicduro la mia preghiera per un tuo pronto recupero, così che tu possa presto tornare alle tue occupazioni, e ti abbraccio nel Signore che dà la vita!

Pace e Bene! Tuo Mario Molinari.

Caro Molinari,

ho avuto tanti accidenti gravi nella mia vita, fra i quali una quindicina di operazioni chirurgiche (nel 2003 e 2009 cancro ai muscoli addominali, quando ho rischiato davvero la vita perché l’intestino si rimetteva in movimento dopo 14 giorni dall’operazione!), ma solo oggi mi pare di capire a fondo il valore redentivo della sofferenza, cioè la via della Croce che Gesù ha percorso e che ogni vivente è chiamato a percorrere. Non tutti allo stesso modo e nello stesso tempo, ma tutti gli u0omini e tutte le donne conoscono il dolore, la sofferenza fisica, morale, ecc.

La sofferenza ci sembra solo negativa, e indubbiamente lo è, per cui dobbiamo fare tutto quel che possiamo per alleviare o eliminare le sofferenze nostre e del nostro prossimo; ma nella visione cristiana il dolore, la sofferenza sono anche positivi, se accolti e sopportati come partecipazione alla Passione e Morte di Cristo, che ha redento l’umanità offrendo se stesso come vittima pura e immacolata sull’Altare della Croce. Ha meritato il perdono dei peccati (cioè dell’egoismo umano che offende Dio Creatore e Padre) e con la sua Risurrezione ci ha spalancato le porte del Paradiso. Non solo, ma ha indicato all’umanità, col suo esempio,le sue parole, il suo Vangelo e la sua Chiesa, che ne continua l’opera nei secoli, il modo migliore di vivere la vita: lodando Dio e amandoci come fratelli e sorelle, a partire dai più piccoli, umili, abbandonati, sfortunati, poveri; quelli che Papa Francesco chiama “il materiale di scarto della società umana”.

Nei miei 61 anni di sacerdozio e di missione (specie nei 32 anni a Milano, come aiutante cappellano alla Clinica Columbus e negli 8 anni di aiutante del cappellano delle carceri di San Vittore, il grande mons. Cesare Curioni poi cappellano di tutte le carceri italiane), ho spiegato tante volte queste verità a chi soffriva. Adesso però, quando il dolore fisico morde la mia carne e l’incertezza del mio futuro mi fa capire la mia miseria e nullità e mi mette del tutto “nelle mani di Dio” (come diceva sempre papà Giovanni: “Siamo sempre nelle mani di Dio!”); ecco, proprio adesso ringrazio il Signore di farmi sperimentare queste sofferenze, anche se lo prego di darmi ancora un po’ di anni di lavoro pieno, per testimoniare e annunziare Gesù Cristo come unico Salvatore dell’umanità.

Grazie a tutti coloro che mi aiutano con la preghiera, Dio vi benedica,

vostro padre Piero Gheddo, missionario del Pime.

 

Saturday 25 October 2014

Sinodo, un colpo di mano che non è riuscito

"Il sismografo" (http://ilsismografo.blogspot.it/) in questi giorni si sta rivolgendo a diversi colleghi vaticanisti per chiedere un loro ulteriore contributo di analisi e commento in merito all'importante Assemblea straordinaria sinodale dedicata alla famiglia.

Angela Ambrogetti, Responsabile di Korazym, vaticanista e scrittrice, ci ha offerto la sua riflessione in risposta a questa domanda:

Senza entrare in complessi approfondimenti, quale la caratteristica o riflessione che più ti ha colpito o che ritiene di notevole rilevanza di questo Sinodo?

"Un colpo di mano che non è riuscito. Lo definirei così il Sinodo straordinario sulla famiglia che si è appena concluso. Ma anche l’occasione per alcuni episcopati di mostrare la loro fedeltà al Vangelo e la voglia di emancipazione da un “centro” che non è Roma, ma qualcuno che vorrebbe colonizzarla.

Tuesday 21 October 2014

Un sinodo ancora da capire

Strano questo Sinodo straordinario appena concluso. Una formula che era stata abbandonata nel 1985. Due settimane sono poche per ragionare, e i presidenti delle Conferenze episcopali non sempre sono i più adatti a discutere. Sono abituati a mediare più che a portare idee. Molti dei sinodali è chiaro che un sinodo non lo avevano mai seguito. Ed è stato evidente che un gruppetto lo voleva guidare senza lasciare spazio alle alternative. Cominciamo dalla poca trasparenza. Scegliere di non pubblicare i singoli interventi ha messo in difficoltà parecchi vescovi. Perché i loro fedeli volevano sapere e seguire lo sviluppo del dibattito e soprattutto chi aveva detto cosa. Cosa che del resto si era saputa per decenni. Il Bollettino del Sinodo è base e fonte per la storia della Chiesa. Di questo sinodo invece avremo solo testimonianze di coppie ( ne sentiamo già molte nelle Giornata per la Famiglia) e omelie. Sulla Relatio dopo la discussione c’è poi ancora molto da capire. Lo stesso relatore del Sinodo il cardinale ungherese Erdő ne ha preso le distanze. Il Papa gli ha messo al fianco degli altri collaboratori. Una Relazione che è stata di fatto disconosciuta dai Circoli Minori. In molti all’uscita dei lavori dicevano: “ ma noi non abbiamo detto quelle cose!”

Wednesday 15 October 2014

Con Francesco la missione rinnova la Chiesa

Perché portare Cristo in Asia, Africa, Oceania e America Latina, quando lo perdiamo qui in Italia? E’ la domanda che molti si fanno, alla quale non basta rispondere che ogni uomo ha diritto di conoscere il Figlio di Dio fatto uomo, Gesù Cristo, unico Salvatore dell’umanità; e che ancor oggi noi cristiani siamo 2 miliardi sui sette di tutto il genere umano. L’irrompere di Papa Francesco a capo della Chiesa cattolica, con le sconcertanti novità del suo Pontificato, rivela un’altra risposta: la missione rinnova la Chiesa. E questo non solo oggi con la “missione alle genti” specialmente in Asia e Africa, ma fin dall’inizio della Chiesa. Gli Apostoli non sono rimasti a Gerusalemme e nel mondo ebraico, ma proprio annunziando Cristo e fondando la Chiesa negli altri popoli (Gesù salendo al Cielo diceva: “Andate in tutto il mondo, annunziate il Vangelo ad ogni creatura”), hanno rinnovato la Chiesa dandole quel respiro e quella consistenza universale che ancor oggi sono lo stimolo del suo rinnovamento e l’immagine della sua giovinezza.

Nell’intervista a padre Antonio Spadaro,

Papa Francesco ha detto: la Chiesa respira con i due polmoni delle Chiese giovani e antiche. Le prime, “sviluppano una sintesi di fede, cultura e vita in divenire e quindi diversa da quella sviluppata dalle Chiese più antiche”. Però ambedue “costruiscono il futuro, le prime con la loro forza e le altre con la loro saggezza. Ci sono dei rischi, ma il futuro si costruisce insieme”. Francesco è il primo Papa che viene dalle giovani Chiese, dalle missioni dove nasce la Chiesa. Non si capisce e non si è in sintonia con il suo pontificato, se non si entra in quest’ottica. Finora le giovani Chiese avevano avuto scarsa voce nella gestione della Chiesa e della pastorale, oggi diventano, per così dire, protagoniste. Il pontificato di Francesco va proprio in questa direzione, infatti parla e scrive spesso (nella “Evangelii Gaudium” ad esempio) di una Chiesa tutta missionaria, di pastorale missionaria, di andare verso le periferie, verso gli ultimi, che la Chiesa è la casa di tutti, ecc.

Le giovani Chiese cosa possono insegnare a noi, ricchi di spiritualità, teologia, diritto, riti liturgici, esperienze pastorali? Il discorso è complesso, ma in estrema sintesi, secondo la mia piccola esperienza e seguendo giorno per giorno cosa dice e fa Papa Francesco, si possono indicare tre punti:

1) Nelle missioni si annunzia Cristo e il cristianesimo è in sostanza la salvezza in Cristo Gesù, che ha rivelato la grande verità: Dio è Amore e ha salvato gli uomini morendo in Croce. La predicazione, la catechesi, la formazione cristiana sono fondate su questa visione dinamica della vita cristiana: rispondere all’amore di Cristo, che è morto per me in Croce. Francesco ha detto a Spadaro: “L’annunzio missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona di più, che fa ardere il cuore come ai discepoli di Emmaus… Una bella omelia, una vera omelia deve cominciare con il primo annunzio, con l’annunzio della salvezza. Non c’è niente di più solido, profondo e sicuro di questo annunzio”. E’ un ritorno agli Atti degli Apostoli e alla “pastorale missionaria”. Nella nostra vita, predicazione e istruzione religiosa, trasmettiamo l’amore a Cristo? Siamo entusiasti della nostra vocazione sacerdotale, cristiana e missionaria? Se non siamo innamorati ed entusiasti di vivere con Cristo, come facciamo a trasmettere tutto questo ad altri?

2) Una Chiesa aperta a tutti e i pastori “con l’odore delle pecore”, che vivono e condividono con la gente comune, specie i più poveri e gli ultimi. Una Chiesa non ferma e chiusa nelle certezze di aver già le risposte a tutti i problemi dell’uomo, ma disposta a camminare con il popolo, per comprendere sempre meglio, con l’assistenza dello Spirito Santo, cosa Gesù ci ha insegnato e cosa vuole da noi oggi (Giov 14, 26; 16, 12-13). Francesco dice (G.S. n. 25): “Spero che tutte le comunità facciano in modo di porre in atto i mezzi necessari per avanzare nel cammino di una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno. Ora non ci serve una semplice amministrazione. In tutte le regioni della terra mettiamoci in “stato permanente di missione” (n.25).

3) Tutti i battezzati sono missionari. Nella Gaudium et Spes si legge: “In tutti i battezzati, dal primo all’ultimo, opera la forza santificatrice dello Spirito che spinge ad evangelizzare (n. 119). In virtù del Battesimo, ogni membro del Popolo di Dio è diventato discepolo missionario (cfr Mt 28,19). Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione e sarebbe inadeguato pensare ad uno schema di evangelizzazione portato avanti da attori qualificati in cui il resto del popolo fedele fosse solamente recettivo delle loro azioni… Ogni cristiano è missionario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in Cristo Gesù” (n. 120). E’ un altro grande insegnamento delle giovani Chiese. In Corea mi dicevano: “Nella nostra Chiesa non si concepisce un laico passivo. Fin dal catecumenato, chi entra nella Chiesa deve impegnarsi in opere di Vangelo, di carità, di missione, in gruppi e movimenti che fanno capo alla parrocchia”.

Dopo il Concilio di Trento c’era stato un terremoto per il rinnovamento durato più d’un secolo. Papa Francesco viene 50 anni dopo il Vaticano II (1962-1965), che già i Pontefici prima di lui stavano applicando, sempre partendo dalle Chiese antiche. Oggi c’è il Papa che parte dalle missioni e dalle giovani Chiese. Merita ascolto, amore, preghiera, attenzione e soprattutto che camminiamo tutti con lui, sotto la guida dello Spirito Santo.

Piero Gheddo

 

Friday 10 October 2014

La gioia di portare Cristo al mondo

Il Messaggio di Papa Francesco per la Giornata Missionaria Mondiale che si celebra domenica 19 ottobre 2014 incomincia così: “Cari fratelli e sorelle, oggi c’è ancora moltissima gente che non conosce Gesù Cristo. Rimane perciò di grande urgenza la missione ad gentes, a cui tutti i membri della Chiesa sono chiamati a partecipare, in quanto la Chiesa è per sua natura missionaria: la Chiesa è nata “in uscita”. E termina così: “La Giornata Missionaria Mondiale è anche un momento per ravvivare il desiderio e il dovere morale della partecipazione gioiosa alla missione ad gentes. Il personale contributo economico è il segno di un’oblazione di se stessi, prima al Signore e poi ai fratelli, perché la propria offerta materiale diventi strumento di evangelizzazione di un’umanità che si costruisce sull’amore”.

Parole chiare: la G.M.M. si celebra per evangelizzare “i moltissimi che non conoscono Gesù Cristo”. Eppure nell’opuscolo ufficiale edito a Roma sulla G.M.M. 2014 leggo: “Periferie cuore della Missione. Con questo slogan vogliamo vivere quest’anno l’Ottobre Missionario e la Giornata M. M.”; ma cosa si intende per periferie? Nell’opuscolo si legge che il Papa parla spesso delle periferie e “Lui stesso non poteva che richiamare tutta la Chiesa a raggiungere le “periferie esistenziali”, i dimenticati, esclusi, stranieri, umanità insomma ai margini della nostra vita (ma possiamo considerarci “noi” centro?)… Andare/uscire verso gli ultimi (poveri e peccatori) per i cristiani non vuol dire solo andare verso i fratelli e le sorelle, ma scoprire che Dio è già qui… Se le periferie sono il luogo dove si converte la Chiesa, andare verso le periferie (e abitarvi da poveri in mezzo ai poveri) significa far risuonare l’annunzio del Regno che libera dall’attaccamento disordinato nei confronti delle ricchezze”.

Certo non sono queste poche righe che scandalizzano, ma la mentalità del redattore, che riflette il modo comune di intendere oggi la missione alle genti: non una missione verticale che porta gli uomini a Cristo e a Dio, ma una missione orizzontale orientata ai poveri (nei quali “Dio è già presente”), per liberare gli uomini non da ogni peccato (anzitutto personale e poi sociale), ma dalla cupidigia di denaro e delle ricchezze materiali! In altre parole, si passa da una missione di natura religiosa ad una missione di natura sociale-economica-politica.

I più poveri del mondo, secondo Papa Francesco e la tradizione cristiana sono quelli che non conoscono Cristo. Madre Teresa diceva: “La più grande disgrazia dell’India è di non conoscere Gesù”. La grande Santa è l’unica persona straniera alla quale il governo indiano ha voluto fare il funerale di Stato. Non si può dire che non vivesse povera tra i poveri, aiutandoli in ogni modo possibile, ma il suo punto di riferimento e la meta da raggiungere in tutto quelche era e faceva era sempre Cristo e il suo Vangelo, era “l’ansia di evangelizzare” che la portava fra gli ultimi.

Nel discorso alle Pontificie opere missionarie (9 maggio 2014) Francesco afferma: “Anche nella nostra epoca la missio ad gentes è la forza trainante di questo dinamismo fondamentale della Chiesa. L’ansia di evangelizzare ai “confini”, testimoniata da missionari santi e generosi, aiuta tutte le comunità a realizzare una pastorale estroversa ed efficace, un rinnovamento delle strutture e delle opere. L’azione missionaria è paradigma di ogni opera della Chiesa (cfr Evangelii gaudium, 15)”.

Questo però non è un problema organizzativo, tecnico o economico, ma di fede. Per credere nella “missione alle genti” è necessario conoscere e sperimentare “la gioia di portare Cristo al mondo”, come scrive Papa Francesco nella Lettera apostolica “Evangelii Gaudium” (del 24 novembre 2013), che inizia così: “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui, sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia. In questa Esortazione desidero indirizzarmi ai fedeli cristiani, per invitarli a una nuova tappa evangelizzatrice marcata da questa gioia e indicare vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni” E poi continua: Una gioia che si rinnova e si comunica…”.

L’Ottobre missionario e la G.M.M. offrono a tutte gli enti che operano per le “missione alle genti” (Pontificie opere missionarie, Centri missionari diocesani, Istituti, stampa e animazione missionaria, associazioni e gruppi missionari), l’occasione per monitorare se quanto fanno e scrivono è su questa linea oppure (vedi il Blog del 5 ottobre) non stiamo seguendo l’onda culturale che porta la missione ad essere (e sembrare) una Ong umanitaria mentre lo scopo fondamentale è annunziare e testimoniare la salvezza in Cristo; e nel nostro mondo secolarizzato va sempre dichiarato.

Il Venerabile dott. Marcello Candia, quando in Brasile ricevette il Premio de “L’uomo più buono del Brasile” (lui diceva: “Vorrei tanto che fosse vero!”), lo accompagnai alla sede della Rai-TV in Corso Sempione a Milano dov’era stato invitato. Dopo un breve documentario in cui si vedeva Marcello con i lebbrosi di Marituba e due Missionarie dell’Immacolata che aveva portato nel lebbrosario, l’intervistatore dice: “Ecco a voi Marcello Candia, l’uomo più buono del Brasile perché è innamorato dei lebbrosi e vive con loro….”. Marcello dice: “Grazie, ma vorrei precisare che sono andato tra i lebbrosi perché sono innamorato di Gesù Cristo e perché ho visto Gesù in ciascuno di essi. Allora mi sono innamorato anche dei lebbrosi, che a prima vista rifiutavo e mi mettevano angoscia e paura”.

Piero Gheddo

Tuesday 07 October 2014

Sinodo: non giudizio ma verità

La notizia di oggi è che il 20 ottobre il Papa ha deciso che al concistoro si parli di Medio Oriente. Sarà un modo per comunicare ai cardinali i risultati dell’incontro con i nunzi che si è svolto la settimana scorsa. Martedi mattina, secondo quello che riporta l’ Osservatore Romano, si è parlato anche della violenza. “Così è stato messo in risalto come i terroristi di Boko Haram non hanno nulla a che vedere con la visione che in Nigeria, anche da parte dei musulmani stessi, si ha del valore della famiglia. Mentre a Baghdad, è stato reso noto, nonostante tutti i problemi, oltre 1.500 bambini sono accompagnati dai genitori, ogni venerdì, al corso di catechismo: è stata così anche rimarcata la testimonianza di fede e di unità delle famiglie cristiane rimaste in Iraq. Accompagnata pure dall’auspicio che venga sempre rispettato il loro credo come un diritto fondamentale della persona e così non ci debba essere timore nel testimoniarlo. Un discorso simile è stato proposto, poi, a proposito dell’Iran, dove ci sono appena cinquemila cristiani a fronte di settantacinque milioni di musulmani che, è stato affermato, non appartengono al fondamentalismo dell’Is.”

Thursday 20 February 2014

Il progetto di Francesco. Dove vuole portare la Chiesa

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È in libreria “Il progetto di Francesco. Dove vuole portare la Chiesa”. Una conversazione di Víctor Manuel Fernández con Paolo Rodari, Collana «Vita di missione – Nuova serie», Editrice Missionaria Italiana, pp. 144, euro 10,90.

Fernández è rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina; è stato uno dei primi vescovi nominati da papa Francesco, elevato nel maggio 2013 alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, uno dei saggisti più letti in America latina in fatto di teologia e spiritualità, ha un rapporto di assoluta fiducia con il papa che vede in lui un valido consulente e collaboratore. Non a caso fu lui, nel 2007, alla V Conferenza dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida, ad aiutare l’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro papa.

Poche persone come Fernández, dunque, possono aiutare a capire chi sia Francesco e verso dove egli vuole che la Chiesa vada. Anzitutto, secondo il teologo argentino, Francesco chiede alla Chiesa un movimento: l’uscita. «Uscire da sé stessi», spiega Fernández, «una categoria-chiave per comprendere a fondo il pensiero e la proposta del papa, perché il Vangelo ha sempre la dinamica dell’esodo e del dono, dell’uscire da sé. È il contrario dell’autorefenzialità che egli tanto deplora». E ancora, su questa idea che è centrale nel magistero dell’attuale pontefice: «Tale uscita richiede di osare, fare il primo passo, non restare seduti sperando che la gente venga ai nostri incontri o ai nostri corsi, avere il coraggio di parlare di Gesù e della propria esperienza di fede a tutti e in ogni luogo. Il papa ci ricorda sempre che la comunità evangelizzatrice non si chiude, ma anzi accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione se necessario, e si fa carico della vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo».

È il programma rivoluzionario del Papa venuto da un Paese «quasi ai confini del mondo» che il teologo argentino declama in queste intense pagine: prima dei princìpi, viene l’annuncio del Vangelo, da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Non ci si può limitare ad annunciare i princìpi morali da seguire. Occorre parlare anzitutto della gioia del Vangelo e del fatto che il Suo annuncio è un annuncio di misericordia. Secondo Fernández l’intento del Papa è di scuotere la Chiesa, di farla uscire dal recinto dei suoi privilegi, oltre le logiche del carrierismo e delle divisioni per arrivare a tutti, specialmente agli ultimi, agli emarginati, a chi non ha nulla. È una Chiesa povera e per i poveri che vuole il Papa, la stessa Chiesa che voleva quando era cardinale a Buenos Aires.

Ecco di seguito la prefazione al libro, firmata da Paolo Rodari:

13 marzo 2013. Verso dove Francesco vuole portare la Chiesa? È la domanda che mi sono fatto nei primi giorni di pontificato di Jorge Mario Bergoglio. E dovendo, da cronista, raccontare il pontificato in corso, è la domanda che ho posto fin dalla chiusura del conclave a tutte le persone che per lavoro ho incontrato o sentito. «Voi sapete che il dovere del conclave era di dare un vescovo a Roma e sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo… ma siamo qui», ha detto papa Francesco, affacciandosi la sera dell’elezione alla loggia centrale della basilica vaticana. Mi sono chiesto: cosa significa avere un papa che viene dalla fine del mondo? Cosa porterà alla Chiesa? E, soprattutto, dove la porterà?

Giorni dopo l’elezione, ho chiamato un amico vescovo. Avevo intenzione di svolgere un’inchiesta fra i gesuiti e gli ho chiesto il suo parere sulle domande da porre e, in particolare, sul nuovo papa. Mi ha risposto: «Hai letto Il cielo e la terra, il libro che Bergoglio ha scritto con il rabbino Abraham Skorka? Per me sono stati illuminanti i capitoli in cui i due affrontano i temi cosiddetti eticamente sensibili, il matrimonio fra uomo e donna, l’aborto, l’eutanasia ecc. Leggendoli, mi sembra di aver capito che per Bergoglio prima dei princìpi e della loro difesa viene il kerygma, ovvero l’annuncio della buona notizia che è il Vangelo. Mi sembra che questo sia il tratto principale del nuovo papa: i princìpi esistono e non si negano, ma prima occorre annunciare che il Vangelo è amore, misericordia, abbraccio. Insistere troppo sui princìpi non serve e può essere controproducente».

19 settembre 2013. È mattina. Mi trovo a Firenze e squilla il telefono. Mi avvisano che sta per uscire una lunga intervista concessa dal papa a padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica. Mi faccio mandare il testo. Gli spunti sono innumerevoli, ma resto colpito più che altro da un passaggio. Il papa dice: «Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione». E ancora: «Gli insegnamenti, tanto dogmatici quanto morali, non sono tutti equivalenti. Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L’annuncio di tipo missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus. Dobbiamo quindi trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l’edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte, di perdere la freschezza e il profumo del Vangelo. La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. È da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali».

Sono parole per me illuminanti. Perché confermano che la prima intuizione suggeritami dall’amico vescovo sembra giusta: Francesco mostra di volere una Chiesa che abbraccia e che non esclude. E ritiene che insistere troppo, quasi ossessivamente, sui princìpi, sia una tattica non consonante con il messaggio evangelico. Beninteso, anche i suoi predecessori volevano una Chiesa siffatta. Ma in Francesco questa sottolineatura pare più accentuata.

21 ottobre 2013. Su Repubblica pubblico una pagina d’intervista a Víctor Manuel Fernández, rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina, una delle prime nomine episcopali di Francesco, elevato nel maggio 2013 alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, ha un rapporto di fiducia con il papa che vede in lui un valido consulente. Non a caso fu lui, nel 2007, alla V Conferenza dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida (San Paolo), ad aiutare Bergoglio a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro papa. Pochi come Fernández, dunque, possono aiutare a capire chi sia Francesco e verso dove egli vuole che la Chiesa vada. Così, a inizio ottobre, lo chiamo a Buenos Aires. Mi risponde una voce cordiale. Gli spiego il mio interesse per il papa, il desiderio di conoscere la sua figura in profondità, le caratteristiche della «sua» Chiesa. Acconsente a che gli invii alcune domande, senza però garantirmi che mi risponderà. Invece, dopo qualche giorno, mi risponde. Non elude nessuna domanda e a quella per me più importante, ovvero se a suo avviso si può dire che Francesco sia il papa che privilegia la misericordia ai princìpi, risponde così: «L’annuncio del cuore del Vangelo prima d’ogni altra cosa è una caratteristica importante di Francesco, ma è da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Il papa pensa che una Chiesa che vuole uscire da sé stessa e raggiungere tutti debba necessariamente adattare il suo modo di predicare. Soprattutto, egli applica un criterio proposto dal Concilio Vaticano II ma spesso dimenticato e trascurato: la “gerarchia delle verità”. Francesco ci invita a riconoscere che spesso i precetti della dottrina morale della Chiesa vengono proposti fuori dal contesto che dà loro significato. Il problema maggiore si ha quando il messaggio che la Chiesa annuncia si identifica soltanto con questi aspetti che tuttavia non manifestano per intero il cuore del messaggio di Gesù Cristo…». E ancora: «Ci deve essere una proporzione adeguata soprattutto nella frequenza con la quale alcuni argomenti o accenti vengono inseriti nella predicazione. Per esempio, se un parroco lungo l’anno liturgico parla dieci volte di morale sessuale e soltanto due o tre volte dell’amore fraterno o della giustizia, vi è una sproporzione. Ugualmente se parla spesso contro il matrimonio fra omosessuali e poco della bellezza del matrimonio. Oppure se parla più della legge che della grazia, più della Chiesa che di Gesù Cristo, più del papa che della parola di Dio».

L’intervista esce su Repubblica il 21 ottobre. L’occasione ci fa conoscere meglio e mi porta a fargli una seconda richiesta: perché non pubblichiamo insieme un libro-conversazione tutto dedicato a Francesco, o meglio al suo «programma»? Con mia grande gioia padre Fernández acconsente una seconda volta. Insieme decidiamo di usare l’esortazione apostolica Evangelii gaudium (EG) come base sulla quale lavorare, avendo ben presente che è stato lo stesso papa a dire che il documento ha un «senso programmatico». E il risultato, dopo il tempo trascorso assieme a Buenos Aires e un’intensa corrispondenza epistolare, sono le pagine di questo libro, un testo che spero risulti utile per chi vuole comprendere fino in fondo la sfida che il papa venuto «dalla fine del mondo» vuole porre alla Chiesa e, insieme, anche a chi è lontano da una vita di fede.

Evangelii gaudium è un programma di pontificato ampio e accurato. L’esortazione apostolica, infatti, firmata dal papa il 24 novembre 2013, festa di Cristo Re dell’universo, formalmente sarebbe dovuta essere «post-sinodale», ovvero semplicemente un approfondimento delle proposizioni che il Sinodo dei vescovi, svoltosi in Vaticano nel 2012 e dedicato alla nuova evangelizzazione, aveva prodotto. In realtà il documento volutamente non riporta la dizione «post-sinodale», proprio perché è, e vuol essere, molto di più, un testo appunto programmatico. E così, partendo da Evangelii gaudium, è stato per noi semplice ampliare l’orizzonte su un papa così sorprendente.

Evangelii gaudium, ovvero la gioia del Vangelo. Sembra essere questa, anzitutto, la direzione. Portare la Chiesa a prendere consapevolezza che il cristianesimo è gioia perché annuncia che Dio è con noi. Una delle azioni maggiormente richieste dal papa è la necessità di «uscire fuori». Uscire dalle proprie convinzioni, comodità, privilegi, idee, per portare il Vangelo di Cristo a tutti senza pregiudizi né preclusioni. Uscire, cambiare, dunque, ripensando daccapo l’intera vita di fede. Il papa non manca di indicare nello specifico alcune riforme e alcuni cambiamenti, esortando «tutti ad applicare con generosità e coraggio gli orientamenti di questo documento, senza divieti né paure». Non è più il tempo della ritrosia. Francesco vuole che tutti, a cominciare dai semplici fedeli, abbandonino «il comodo criterio del “si è fatto sempre così”». Dice: «Invito tutti ad essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità».

Questo libro, dunque, nasce anche dallo stupore per questo testo papale, una vera e propria enciclica, secondo quanto hanno scritto diversi osservatori. Stupore per un papa che decide di mettere per iscritto un programma esigente anche verso sé stesso e la propria persona: «Dal momento che sono chiamato a vivere quanto chiedo agli altri, devo anche pensare a una conversione del papato». Il cantiere che papa Francesco ha aperto con Evangelii gaudium è ampio e può far venire le vertigini. «Tuttavia – scrive Francesco – non c’è maggiore libertà che quella di lasciarci portare dallo Spirito, rinunciando a calcolare tutto, e permettere che Egli ci illumini, ci guidi, ci orienti, ci spinga dove Lui desidera».

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Saturday 15 February 2014

Padre Konrad, le braccia caritatevoli di Papa Francesco

“Tu sai cosa devi fare, hai bisogno di soldi?” E’ la frase che Konrad Krajewski, arcivescovo ed Elemosiniere di sua Santità, si sente ripetere spesso da papa Francesco. Si perché è lui che aiuta il Papa ad essere vicino a chi ha bisogno, con gesti che sembrano piccoli, ma che diventano immensi per chi li riceve. Padre Konrad come lo chiamano tutti, non vive in Vaticano, ma a Borgo Pio, in una casa “con la bandiera polacca”, dice. “Perché così posso essere più vicino alla gente”. Vuole essere chiamato così e il papa gli ha detto: a chi ti chiama eccellenza chiedi 5 euro di tassa per i poveri. Konrad che viene dalla diocesi di Łódź, lui che dal 1998 è stato a fianco di tre papi durante le liturgie, lui che da anni gira la notte per le vie di Roma per dare aiuto a chi ne ha bisogno. “Le mie braccia sono corte adesso, se le prolunghiamo con le tue braccia riesco a toccare i poveri di Roma e d’ Italia, io non posso uscire, tu sì” gli ha detto il papa alla sua nomina.

Wednesday 12 February 2014

Due Papi per una sola Chiesa

Diciamoci la verità, non avremmo mai pensato che la coabitazione funzionasse così bene. Anzi che potesse diventare un modello per il futuro. Quando in un giorno di brutto tempo a febbraio i media di tutto il mondo hanno iniziato a far girare la notizia del secolo, la rinuncia del Papa, l’idea stessa di avere due Papi in Vaticano sembrava roba da Apocalisse. Quel fulmine che colpiva la cupola di San Pietro immortalato da un fotografo fortunato, sembrava davvero l’inizio della fine del mondo secondo i canoni di certi B movies degli anni ’70. Fulmini e saette, l’attacco del Maligno e cose del genere. Qualcuno ha anche cavalcato quest’onda per sferrare l’ultimo colpo a Papa Benedetto XVI colpevole di non aver mai ceduto ai facili popolarismi e di aver sempre predicato la verità del Vangelo con gioiosa e ferma chiarezza. Ma il Vento dello Spirito soffia dove vuole e non segue le regole del meteo.

Wednesday 12 February 2014 09:08

La Quaresima della Chiesa

Quando pensiamo alla Quaresima i laici pensano ad una cosa lunga e triste, i cattolici ad un tempo forte della liturgica che si prepara alla luce della Pasqua. E in effetti quei poco più di quaranta giorni che lo scorso anno abbiamo vissuto tra l’ 11 febbraio, e il 13 marzo e poi fino a Pasqua, sono stati davvero una Quaresima. E in entrambi i sensi. Perché sono stati giorni lunghi, di ansia e di stupore, di attesa di incredulità. E in questo senso giorni di penitenza. Per la prima volta nella storia moderna, un pontefice decideva di rinunciare al governo della Chiesa Universale. Si certo, tutti gli addetti ai lavori sapevano che fin dai tempi di Paolo VI si parlava di come permettere al Papa di essere davvero libero da qualunque condizionamento, di poter esercitare il ministero petrino in pienezza e completezza e quindi di poter “lasciare” qualora non potesse essere in piena coscienza libero

Wednesday 27 November 2013

L'eutanasia ai minori: per la Chiesa un gesto di estrema inciviltà. Occorre riflettere.

Le parole sono forti e sono quelle di un prelato molto autorevole all'interno della Chiesa cattolica.

Mons. Sgreccia è presidente della fondazione Ut Vitam habeant nonchè presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita.

Il tema è uno di quelli che in questoi periodo sta suscitando acceso dibattito in ambito cattolico ed etico: quello dell'eutanasia...anzi, quello dell'eutanasia aperta alle persone minori di età.

«È un salto. Un salto abissale, sotto il livello di civiltà, di umanità». Queste le parole del prelato che commenta il primo sì del parlamento belga all'estensione dell'eutanasia ai minori. 

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Tuesday 05 November 2013

Così pregava Karol Wojtyla. Una lista di nomi (con allegati dossier), l’elenco dei collaboratori in vista, un Atlante sottomano per la “preghiera geografica”

Giovanni Paolo II aveva un segreto, la preghiera. Ore trascorse nel silenzio, in un dialogo nascosto con Dio dal quale traeva la forza per andare, con efficacia, incontro al mondo.

Della preghiera di Karol Wojtyla hanno scritto in tanti. Una testimonianza significativa in merito l’ha data il 4 novembre 2013 un sacerdote riservato e preparato, che ha avuto la possibilità di frequentare molto il Papa polacco durante i suoi ultimi anni di vita.

Si chiama Pawel Ptasznik. Oggi è il responsabile della sezione polacca della segreteria di stato vaticana. Ai tempi di Giovanni Paolo II era colui che saliva nell’Appartamento papale per aiutare lo stesso Wojtyla nella stesura dei suoi testi. È stata l’assidua frequentazione dell’Appartamento a premettergli di conoscere quel segreto, la preghiera appunto, che ha caratterizzato tutta la vita del Papa che la prossima primavera diviene santo.

Monsignor Ptasznik ha dato la sua testimonianza a Roma, durante la presentazione dell’ultimo libro dell’ex segretario di Wojtyla Stanislaw Dziwisz, una conversazione con Gian Franco Svidercoschi intitolata “Ho vissuto con un santo”.

Questa la trascrizione di quanto ha detto:

«Quella di Wojtyla era una preghiera costante e vera. Anche durante i viaggi normalmente voleva rispettare “l’ora santa” dedicata all’adorazione eucaristica, e così la via crucis del venerdì sera e la Messa. Chi organizzava i viaggi doveva tenere presente queste sue esigenze».

«La segreteria di stato consegnava al Papa la lista con le richieste di preghiere arrivate da tutto il mondo. Pregava consultando quella lista, che spesso aveva degli allegati, delle cartelle che spiegavano meglio la situazione di coloro che chiedevano preghiere».

«Una volta l’ho visto pregare in cappella. Aveva aperto davanti a sé l’Osservatore Romano su una pagina in cui c’erano tutti i nomi dei capi dicastero della Curia Romana con anche gli “officiali” di lingua polacca. Pregava per tutti i suoi collaboratori».

«Sulla sua scrivania aveva un Atlante. Ogni giorno posava lo sguardo su una parte concreta del mondo, per poi pregare per tutta la giornata per le popolazioni di quella stessa porzione. Era la sua preghiera geografica».

«Si confessava ogni due settimane. Una macchina arriva in centro a Roma per “prelevare” monsingor Stanislaw Michalski, il suo confessore, che veniva accompagnato appositamente in Vaticano».

«Quando doveva scrivere un testo faceva tutti i giorni un’ora di meditazione sul camminamento situato sul tetto del palazzo apostolico. Poi scendeva in Appartamento e mi dettava il testo. Citava a memoria passi della Scrittura e dei padri della Chiesa. Dopo un’ora, un’ora e mezza, il testo era pronto».

Friday 01 November 2013

«Ho l’impressione che Gesù è stato rinchiuso all’interno della Chiesa e che bussa perché vuole uscire». Ecco cosa disse Jorge Mario Bergoglio prima del Conclave secondo il cardinale Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione

«Durante il suo intervento alle congregazioni generali che hanno preceduto il conclave, il cardinale Jorge Mario Bergoglio ha parlato con insistenza della necessità che la Chiesa “esca fuori” da se stessa. Egli ha detto che la Chiesa è malata, che deve prendersi cura di se stessa. Il suo breve discorso ha colpito tutti. Ha detto testualmente: “Ho l’impressione che Gesù è stato rinchiuso all’interno della Chiesa e che bussa perché vuole uscire, vuole andare via”».

«Bergoglio ha chiesto ai vescovi di essere veramente pastori e non degli amministratori. Del resto, è ciò che egli ha fatto a Buenos Aires rifiutando, ad esempio, di andare ad abitare nella residenza vescovile. Così ora che è Papa con la decisione di abitare nel convitto di Santa Marta. Egli ha bisogno di vedere gente e incontrare semplicemente la gente per parlare con loro nei corridoi, durante i pasti … La parola “fuori”, si sa, è importante. Possiamo dire che questa è la parola che meglio definisce la missione di Gesù, egli è uscito fuori in qualche modo da se stesso per andare in periferia, dove l’uomo vive perso e in difficoltà”».

Così l’arcivescovo di Lione, il cardinale Philippe Xavier Ignace Barbarin – in tempo di sede vacante arrivava in Vaticano in bicicletta –, rivela come già nelle riunioni pre-conclave Bergoglio abbia usato parole dure per descrivere la situazione della Chiesa. «Cristo è rinchiuso in prigione», ha detto il futuro Papa durante le Congregazioni generali. Parole che hanno convinto i cardinali a sceglierlo perché, dice Barbarin, «quel discorso ha colpito tutti».

È stato il discorso durante le congregazioni a convincere i cardinali a votare Bergoglio oppure il suo nome era nella mente dei cardinali già da prima?
«Il nome del cardinale Bergoglio circolava molto fra i cardinali. Tutti però siamo rimasti colpiti durante le congregazione generali dal suo discorso. Parlava della necessità di guardare altrove. Ha raccontato dell’America Latina, dove il 40 per cento della popolazione è cattolica. Egli è stato in grado di governare la provincia gesuita affidatagli durante il difficile periodo della dittatura militare. Ben presto si è trovato a capo dell’arcidiocesi di Buenos Aires, dove ha mostrato un grande zelo missionario, in un vero spirito di povertà e di vicinanza verso tutte le persone che gli erano state affidate. Ci è apparso come un uomo di grande autorità che sa come impostare il proprio cammino e prendere le decisioni giuste. Già in questi mesi vediamo come tutte queste qualità siano state messe in campo. Soprattutto colpisce la semplicità e la chiarezza delle sue omelie, e insieme il grande programma lanciato per la riforma della curia romana. Questa è la riforma che la Chiesa si aspetta e di cui essa ha grande bisogno».

È urgente questa riforma secondo lei?
«La riforma deve certamente avvenire. Il Consiglio dei cardinali saprà come fare. Ha l’obiettivo di riorganizzare la Chiesa, servendo le chiese locali e collaborando collegialmente con i vescovi del mondo. Possiamo dire della curia ciò che il Papa ha detto della Chiesa: “È buono e sano se essa si occupa prima di se stessa che degli altri”».

Cosa pensa delle riforma dello Ior? È giusto che il Vaticano abbia una banca?
«La questione non è se ci deve essere una banca in Vaticano o meno. È ovvio che il Vaticano ha bisogno di soldi, come ogni diocesi o istituzione della Chiesa. Ma piuttosto la questione è se e come il denaro entra in Vaticano, se tutto è trasparente o meno, verificabile, come le spese sono organizzate».

In questi giorni un sito web cileno ha riportato le parole che il Papa avrebbe detto a dei religiosi sudamericani circa l’esistenza di una “lobby gay” in Vaticano. Esiste davvero secondo lei questa lobby? Perché il Papa ne ha parlato?
«Ovviamente, su questo argomento non so nulla. Quel che è certo è che tutti gli uomini sono peccatori, e quindi anche in Vaticano ci sono uomini che sbagliano. Sarebbe sciocco dire: “Non credete, in Vaticano è impossibile!”. Ma io non voglio amplificare voci e dicerie. Se il Papa ha qualcosa di chiaro da dire in proposito, lo sapremo. E se si decide di agire, lo farà senz’altro».

Ratzinger nella Via Crucis del 2005 al Colosseo parlò della “sporcizia” presente nella Chiesa. Ancora Francesco parla spesso dei “mali” interni alla Chiesa. A cosa si riferiscono?
«Sì, è una triste realtà. La Chiesa, da semplice fedele al vertice della gerarchia è danneggiata e talvolta screditata dai peccati e dagli scandali di coloro che la compongono. Questa è una grande ferita interiore. Naturalmente, siamo tutti peccatori, ma se uno non lascia Cristo fuori di questo peccato, se lui non si assoggetterà alla misericordia di Dio, il danno potrà essere grande, e soprattutto se la persona che pecca si trova in una posizione di notevole responsabilità. Certo, nella storia, abbiamo visto molti Papi non essere di esempio ma crediamo che, nonostante i tanti peccati, la Chiesa goda del sostegno costante dello Spirito Santo. Egli ha parole di vita eterna».

Spesso la Chiesa è chiamata a rapportarsi con i problemi anche più scomodi della gente. Sempre più fedeli vicino situazioni difficili. Le famiglie spesso si sfasciano. Sono tanti i divorziati risposati che non possono accedere alla comunione. Come si comporta con questi problemi a Lione? Quali soluzioni?
«Sì, la sofferenza è sempre più pesante, in generale, sia nella Chiesa di Lione che altrove. Si ha l’impressione che non solo le famiglie, ma l’intera società stia arrivando ad annullarsi, e ci si chiede con una certa ansia dove si andrà in futuro. È in atto una decostruzione quasi desiderata, programmata per staccare le radici ai giovani e qualche volta anche alle famiglie.Ma ognuno ha un suo posto nella Chiesa. Benedetto XVI lo ha ripetuto spesso. Il Signore ha scelto come uno dei pilastri della sua Chiesa un rinnegato, Pietro, che aveva vilmente abbandonato al momento della passione, e un “parassita!” della Chiesa, come Paolo, ed entrambi sono diventati pilastri della costruzione. Così egli saprà utilizzare tutti noi, qualunque siano le nostre debolezze e peccati. Dobbiamo spostare gradualmente (questa è la legge della gradualità, in modo spesso spiegato da Giovanni Paolo II) su un percorso dove la misericordia e l’attenzione per ogni persona sono illimitate. E dove la Parola di Dio è accolta come una verità la luce e in assoluto, anche se ci porta attraverso momenti di sofferenza e angoscia, certamente porta ad un cammino di felicità».

Tuesday 22 October 2013

Prima il Vangelo e poi la dottrina. Il segreto di Jorge Mario Bergoglio secondo Victor Manuel Fernández, uno dei teologi più vicini al Papa

Victor Manuel Fernández, rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina, è una delle prime nomine di Jorge Mario Bergoglio, elevato lo scorso maggio alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, ha un filo diretto col Papa che vede in lui un valido “consulente”. Nel 2007 alla conferenza dei vescovi latino americani ad Aparecida, fu Fernández ad aiutarlo a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro Papa.

Monsignore, vorrei entrare subito “in medias res”. Nel libro con Abraham Skorka, Jorge Mario Beroglio svolge una breve introduzione nella quale parla dell’importanza della “cultura dell’incontro”. E dice che a volte l’uomo arriva a identificarsi di più con “i costruttori di mura che con quelli di ponti”. I media di tutto il mondo lodano le “aperture” di Francesco, stupìti più che altro del fatto che egli non insiste anzitutto sui princìpi ma – come ha detto lui stesso nell’intervista concessa il 19 settembre a Civiltà Cattolica – su “ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus”, insomma sull’essenziale, sul Vangelo. È a suo avviso questo il tratto fondamentale del nuovo pontificato? L’annuncio del Vangelo prima della morale? Oppure qual è il suo tratto caratteristico?
L’annuncio del cuore del Vangelo prima d’ogni altra cosa è una caratteristica importante di Francesco, ma è da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Il Papa pensa che una Chiesa che vuole uscire da se stessa e raggiungere tutti debba necessariamente adattare il suo modo di predicare. Soprattutto, egli applica un criterio proposto dal Concilio Vaticano II spesso dimenticato e trascurato: la “gerarchia delle verità”. Francesco ci invita a riconoscere che molte volte, i precetti della dottrina morale della Chiesa vengono proposti fuori dal contesto che dà loro significato. Il problema maggiore si ha quando il messaggio che la Chiesa annuncia si identifica soltanto con questi aspetti che tuttavia non manifestano per intero il cuore del messaggio di Gesù Cristo. Mentre una pastorale missionaria non può essere ossessionata dalla trasmissione disorganizzata di un insieme di dottrine da imporre con la forza dell’insistenza. Quando la Chiesa assume uno stile missionario diretto a tutti, senza eccezioni o esclusioni, l’annuncio si concentra sull’essenziale, su ciò che c’è di più bello, di più grande, di più attraente e nello stesso tempo di più necessario. Certo, tutte le verità rivelate sono credute con la medesima fede, ma alcune di loro sono più importanti perché esprimono più direttamente il nucleo fondamentale che è la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo. Ci deve essere una proporzione adeguata soprattutto nella frequenza con la quale alcuni argomenti o accenti vengono inseriti nella predicazione. Per esempio, se un parroco lungo l’anno liturgico parla dieci volte di morale sessuale e soltanto due o tre volte dell’amore fraterno o della giustizia, vi è una sproporzione. Ugualmente se parla spesso contro il matrimonio fra omosessuali e poco della bellezza del matrimonio. Oppure se parla più della legge che della grazia, più della Chiesa che di Gesù Cristo, più del Papa che della parola di Dio. Insomma, ogni verità si comprende meglio se posta in relazione armoniosa con tutto il messaggio cristiano, perché in tale contesto tutte le verità si illuminano a vicenda. Il Vangelo invita soprattutto a rispondere all’amore salvifico di Dio, riconoscendolo negli altri e in se stessi, al fine di cercare il bene di tutti. Questo invito non dovrebbe essere posto per nessun motivo in secondo piano! Se questo invito non brilla con forza e appeal, la morale della Chiesa rischia di diventare come un castello di carta: è qui che risiede il nostro più grande pericolo. Il messaggio perde la sua freschezza e cessa di avere il cosidetto “odore del Vangelo”. Certo, c’è poi anche lo stile del Papa, che non solo mira all’essenziale, ma lo esprime in modo chiaro e con segni. E a giudicare dagli effetti di questo fenomeno, non possiamo che guardarlo con occhi positivi, seppure esso dia fastidio in alcuni luoghi minoritari e poco rappresentativi dell’intera Chiesa.

In Italia è recentemente uscito un retroscena secondo il quale nel 2005, se Bergoglio fosse stato eletto Papa, si sarebbe chiamato Giovanni XXIV. Così, infatti, lo stesso Bergoglio avrebbe risposto al cardinale Francesco Marchisano, dalle radici piemontesi come il futuro Francesco, all’atto dell’elezione di Ratzinger. Marchisano era allora arciprete della Basilica di San Pietro. Al di là della veridicità o meno del retroscena, è papa Roncalli il Papa al quale Bergoglio ispira il suo pontificato? E in particolare, a suo avviso cosa pensa egli del Concilio Vaticano II? Si dice che dopo anni di tentativi di interpretare in senso conservatore o progressista il Concilio (le grandi “battaglie” sull’ermeneutica) egli ritenga che sia arrivato il momento di “farlo” il Concilio. È così?
Francesco è diverso da tutti i Papi che l’hanno preceduto. Certo, può avere caratteristiche di uno o dell’altro, ma sempre nella strada aperta dal Concilio. Senza dubbio egli rimane al di fuori delle discussioni teoriche sul Concilio perché semplicemente interessato a continuare lo spirito di rinnovamento e riforma che viene dal Concilio. In questo senso si pone fuori da ogni ossessione ideologica, senza pause o giravolte, con l’intenzione di portare la Chiesa fuori da se stessa così da raggiungere tutti. Ciò che ho detto sul criterio della “gerarchia delle verità” vale anche per molti altri percorsi di riforma che ha aperto il Concilio e che sono rimasti a metà strada.

Per quel che si sa la giornata di papa Francesco ha tre momenti fissi: la meditazione della Scrittura il mattino presto prima della Santa Messa; la recita del Rosario il pomeriggio; un’ora di adorazione eucaristica la sera. Nell’intervista a Civiltà Cattolica ha detto che la sua preghiera è “memoriosa”. Cosa intende? Cosa significa pregare per Francesco? Lo ha mai visto pregare? Come pregava in Argentina?
Il tema della memoria è una cosa su cui egli insiste molto ed è una chiave per conoscerlo. Non dobbiamo guardare le novità che egli porta come uno sradicamento, come un oblìo della storia viva della Chiesa. Egli spiega spesso che la memoria è una dimensione della nostra fede, in analogia alla memoria di Israele. Cita spesso gli Apostoli che non dimenticarono mai il momento in cui Gesù toccò il loro cuore: “Erano circa le quattro del pomeriggio”, dice Giovanni. E spesso ricorda le persone che sono state toccate in modo speciale, così da mostrare a tutti la gioia del credere. A volte si tratta di persone semplici e a noi vicine nella vita di fede. Bergoglio ama ricordare la seconda lettera a Timoteo: “Ho in mente la sincerità della vostra fede, una fede che fu prima in tua nonna Loide e in tua madre Eunice”. Perciò egli crede che la Chiesa non possa rinunciare alla propria ricca tradizione e che sarebbe sciocco pretendere di ripartire da zero. Egli non è un progressista senza radici, come qualcuno vorrebbe presentarlo. La sua preghiera è “memoriosa”, perché quando prega ricorda le persone che ha incontrato nel corso della giornata e cerca di raccogliere il messaggio che gli ha lasciato ciò che ha vissuto. La sua preghiera è piena di volti e nomi. Quando incontra la gente egli si mostra vicino, attento, affettuoso, e porta nella preghiera tutte quelle persone. In questo senso la sua è una preghiera “memoriosa”.

Non è un mistero per nessuno che negli anni passati i rapporti fra il cardinale Bergoglio con la presidente Kirchner sono stati difficili. Di Bergoglio il quotidiano argentino “Il Clarin” ha ricordato la vicinanza al gruppo peronista di destra “Guardia di Hierro”, con cui, negli anni – scrive il quotidiano -, avrebbe continuato a mantenere un legame spirituale. Quanto c’è di vero in questo? E soprattutto: è verosimile che il Papa auspichi in futuro un ritorno in argentina di un peronismo moderato che sappia legare con la Chiesa e i suoi convincimenti?
Penso che il suo rapporto con la presidente Kirchner non sia stato correttamente interpretato. Alcuni hanno creduto che alcune affermazioni delle sue omelie fossero attacchi personali contro di lei. Ma non è così. Del resto nessun politico può dire di avere o di avere avuto Bergoglio come proprio alleato politico, sia di sinistra sia di destra. Perché le sue parole possono soddisfare oggi, ma domani possono essere lette al contrario come pericolosi attacchi. Penso infatti che chiunque ha una qualche forma di potere, anche di potere ecclesiastico, non può non sentire su di sé lo “sperone” di Bergoglio, come una spina nel fianco, perché egli è e sarà sempre l’interprete di coloro che non hanno potere. Nel 2000 Bergoglio ha espresso un suo grande auspicio: “Che il potere non sia un privilegio inespugnabile”. E ciò vale per un presidente, un governatore, un uomo d’affari, un cardinale, e anche per i membri della Curia Romana. Il suo messaggio è il seguente: se hai accettato il potere senza privilegi, è necessario che usi il potere per servire e devi esporti ai reclami di tutti con umiltà, soprattutto i reclami dei deboli sono ascoltati. Se hai accettato una qualche forma di potere, allora devi sottometterti al controllo degli altri. Comunque, una certa affinità di Bergoglio al peronismo c’è e ha a che fare con due fatti: il peronismo assunse con forza la dottrina sociale della Chiesa e i suoi valori e comprese la cultura dei settori più poveri della società. Ma ciò non significa che Bergoglio abbia mai sostenuto un qualche potere politico. Fra l’altro egli ha sempre avuto un dialogo cordiale con tutti i politici.

Nell’intervista a Civiltà Cattolica, Bergoglio cita il beato Pietro Favre come suo modello. Chi fu Favre? Perché è un modello per Bergoglio?
Il beato Favre ha portato alla compagnia di Gesù un particolare modo di accompagnare le persone in un percorso di crescita. Accompagnare è una questione chiave per i gesuiti. Favre ha insistito sulla necessità di dare tempo alla gente, di rispettare i tempi di ognuno. Era un maestro di dolcezza, di pazienza e di dialogo con tutti. Bergoglio ricorda una frase di Favre che dice che “il tempo è il messaggero di Dio”, e la interpreta dicendo che “il tempo è superiore allo spazio”. Favre preferiva non perdere tempo in discussioni teoriche con i protestanti e sottolineava la necessità per la Chiesa di maturare e crescere nella testimonianza del Vangelo. Credo che tutto questo abbia molto a che fare con lo stile di Francesco, lontano da polemiche teoriche e in grado di esprimere le proprie convinzioni in una testimonianza attraente. Le riforme non vengono fatte per forza o in fretta, perché devono essere sempre accompagnate da una riforma interna. Tutto ciò è ben presente in Favre.

Colpisce molto in Francesco la sua ricerca dell’essenziale e anche di una certa austerità. Gira con macchine utilitarie, non ama sfarzi e lussi, visita i profughi e parla ai poveri. A Civiltà Cattolica dice di essere vicino alla corrente mistica di Louis Lallemant e Jean-Joseph Surin. Entrambi predicano la necessità di “spogliarsi” per arrivare a Dio. È questa la strada che Bergoglio vuole compiere?
Il suo non è amore del sacrificio fine a se stesso né un’ossessione per l’austerità. Si tratta di una “spoliazione” interiore, una rinuncia a indugiare troppo su se stessi, così da mettere Dio e gli altri al centro della propria vita e non se stessi. Ciò ha anche un significato pastorale, perché implica stare più vicini ai poveri, ai loro limiti, alla loro condizione sociale, alle loro umiliazioni. Per questo a Bergoglio non piacciono i sacerdoti princìpi o i vescovi “da aeroporto”, o gli ecclesiastici che amano le vacanze troppo costose, le cene nei migliori ristoranti, i preziosi d’oro e d’argento ostentati sui capi di abbigliamento, le continue visite a persone potenti, o coloro che amano parlare molto di se stessi o che si sentono diversi dagli altri. Tutto ciò che è mondanità spirituale che avvelena la Chiesa.

Si parla molto a Roma delle riforma della struttura della Chiesa: una nuova curia romana, una nuovo collegialità nell’esercizio del governo. Di Joseph Ratzinger è famosa la lezione nella quale disse che la vera riforma della Chiesa non è nelle strutture ma nel cuore di ognuno. Qual è a suo avviso l’idea di riforma propria di Bergoglio?
Le due cose insieme, perché la sua idea di riforma non è ideale, ma incarnata. Senza dubbio egli pensa che una riforma esteriore delle strutture non si sostiene senza uno spirito e uno stile di vita adeguato. Ma mi sembra che che la cosa più importante non sia la semplificazione della struttura della Curia romana, ma lo sviluppo di altre forme di partecipazione (sinodi, conferenze episcopali, consultazione dei laici, etc) che negli ultimi anni sono state più formali che reali. Senza dubbio questo sviluppo richiede che alcuni settori della Curia Romana cessino di essere eccessivamente giuridici, inquisitori e insieme maestosi, correndo fra l’altro il rischio di diventare autoreferenziali. Alcune volte ho sentito personalità della in Curia dire “noi” senza includere tutta la Chiesa, e nemmeno il Papa ma soltanto se stessi. Francesco ci ricorda che Gesù in realtà ha dato a Pietro e agli Apostoli una missione speciale, non una struttura centrale che comunque può avere soltanto una funzione ausiliaria.

Più volte papa Francesco ha parlato del Demonio. Nel libro con Skorka vi dedica un capitolo dove afferma: “Credo nell’esistenza del Demonio. Forse il maggior successo in questi tempi è stato farci credere che non esiste, che tutto possa essere risolto su un piano meramente umano. Come dice Giobbe, la vita dell’uomo sulla terra è una lotta…”. Che significato assume nella spiritualità ignaziana la figura del Demonio? Ha mai fatto esorcismi?
Non lo ho mai sentito parlare di esorcismi, ma del Diavolo sì. Penso che il parlare del Diavolo sia un invito a stare attenti, perché se non curiamo la nostra sanità interiore e le nostre reali intenzioni diventiamo facilmente marionette guidate da altre forze di dissoluzione e di menzogna. Significa che la sua visione della vita e della realtà non è ingenua, ma molto realistica. È necessaria una vigilanza serena, fiduciosa nell’amore del Signore, ma costante.

Nelle scorse settimane uno dei pensatori più influenti della cosiddetta teologia della liberazione è stato ricevuto da Francesco. Alcuni commentatori hanno addirittura scritto che con questo gesto “la Chiesa sdogana la teologia della liberazione”. È così? Cosa pensa Bergoglio della teologia della liberazione e in che rapporto sta con essa?
Non è possibile pensare che questo Papa possa sostenere una teologia della liberazione fondata su un’analisi marxista. Tuttavia, egli farà propria ogni difesa della dignità dei poveri e tutte le critiche dei sistemi economici ideologici, di ogni speculazione finanziaria, di ogni assolutizzazione della libertà di mercato, cose che finiscono per creare nuove ingiustizie. D’altra parte i poveri non dovrebbero essere soltanto oggetto di una liberazione operata da altri più illuminati, ma essere rispettati come persone attive, con la propria cultura, un modo proprio di vedere la vita, una religiosità caratteristica.

Come è diventato amico di Bergoglio? Ci sono dei momenti che ricorda in modo particolare della vostra amicizia?
Io non la chiamerei amicizia, ma filiazione. Anche se c’è una grande affinità di idee, per me egli è stato ed è soprattutto un grande padre che è riuscito a riconoscere e promuovere il meglio di me. Così teneramente ha tollerato i miei errori, le vanità e le impazienze, e sempre mi ha spinto, in particolare con la sua testimonianza, a continuare, a maturare e a crescere. Posso citare tre momenti speciali: uno era nel 2007, quando siamo tornati dalla V Conferenza dei vescovi ad Aparecida, dove ho rappresentato i sacerdoti argentini. Viaggiavo con lui sul volo di ritorno verso Buenos Aires e per tre ore abbiamo discusso alcune questioni che mi hanno aiutato a capire il suo pensiero. Un altro momento importante fu nel suo ufficio, quando alcune persone anonime avevano inviato in Vaticano alcune critiche su tre miei articoli. Ma dopo un anno e mezzo le risposte che io inviavo per chiarire sembravano non convincere. In quell’occasione abbiamo avuto un grande colloquio spirituale nel quale egli ha insistito perché io alzassi la testa e non lasciassi che mi togliessero la dignità. Infine, il mio incontro con lui a Santa Marta nel mese di agosto quando gli ho dato un abbraccio già da vescovo.

Wednesday 25 September 2013

Una rosa bianca per papa Francesco

Una rosa bianca. È il dono che papa Francesco ha ricevuto domenica 8 settembre mentre passeggiava nei giardini vaticani. Un giardiniere l’ha colta e gliel’ha donata. Chi era con lui dice che grande è stato il suo stupore, perché per Jorge Mario Bergoglio ricevere una rosa bianca è un segno del cielo. Un «segnale» — è la parola esatta che egli stesso ha usato nel libro intervista “El Jesuita” con Sergio Rubin e Francesca Ambrogetti — proveniente direttamente dalla santa della quale egli è devoto: Teresina di Lisieux, la monaca carmelitana morta a soli 24 anni e che il 19 ottobre 1997 Giovanni Paolo II dichiarò dottore della Chiesa (la terza donna a ricevere tale titolo dopo Caterina da Siena e Teresa d’Avila).

Domenica 8 settembre non era un giorno qualunque per Francesco. La sera prima egli aveva convocato una veglia di preghiera per la pace. Era preoccupato. Ma la rosa ricevuta inaspettatamente gli ha fatto comprendere che la sua preoccupazione era stata accolta in cielo, direttamente da Teresina. Lo Spirito parla spesso così, usando segni che ai più dicono nulla. È il suo linguaggio, un parlare che chiede la fede per essere compreso.

L’episodio è stato raccontato nei giorni scorsi da un vescovo italiano che nelle ore successive alla veglia era stato ricevuto in udienza. Il Papa gli ha permesso di raccontarlo durante la presentazione di un libro dedicato proprio alla giovane santa francese svoltasi a Pedaso in provincia di Fermo: “Teresa di Lisieux. Il fascino della santità. I segreti di una dottrina ritrovata”, di Gianni Gennari (Lindau).

È alle pagine 125 e 126 di “El Jesuita” che Rubin e Ambrogetti, descrivendo la biblioteca di Bergoglio a Buenos Aires, raccontano del «segnale» delle rose bianche. Scrivono: «Ci soffermiamo su un vaso pieno di rose bianche in uno scaffale della biblioteca, davanti a una foto di santa Teresa. “Quando ho un problema”, spiega Bergoglio ai due giornalisti, “chiedo alla santa — Teresina, ndr —, non di risolverlo, ma di prenderlo in mano e aiutarmi ad accettarlo, e come segnale ricevo quasi sempre una rosa bianca”».

Bergoglio, nella veglia del 7 settembre, ha chiesto aiuto a Teresina. Il Papa, infatti, ha recitato i misteri gaudiosi del Rosario e, al termine di ogni mistero, dopo un brano del Vangelo, ha letto cinque brani di una poesia scritta dalla santa: “Perché ti amo o Maria”. È la poesia dove dice fra le altre cose che Gesù «sarà fratello di tanti peccatori tanto da chiamarsi tuo — si riferisce a Maria, ndr — primogenito».

È nel rapporto intimo e personale di Bergoglio con Teresina che si evidenzia uno dei tratti della sua personalità e del suo pontificato. Un filo diretto con il cielo per il Papa, come era per Karol Wojtyla il rapporto con santa Faustina Kowalska.

Mentre era ancora in vita, santa Teresina promise che dopo la sua morte avrebbe fatto piovere dal cielo dei “petali di rose”, ossia delle grazie concesse da Dio per sua intercessione. Diceva: «Un’anima infiammata di amore non può restare inattiva. […] Se voi sapeste quanti progetti faccio su tutte le cose che farò quando sarò in cielo. […] Sì, voglio passare il mio cielo a fare del bene sulla terra».

Il 3 dicembre 1925, un gesuita, padre Putigan, cominciò una novena a santa Teresa chiedendo una grazia importante. Il gesuita domandò anche di ricevere da qualcuno una rosa come segno che ciò che egli chiedeva corrispondeva alla volontà di Dio e che, quindi, la sua preghiera sarebbe stata esaudita. Non fece parola con nessuno della novena che stava facendo. Al terzo giorno ricevette una rosa da una persona sconosciuta e ottenne la grazia. Cominciò un’altra novena. Il quarto giorno di questa seconda novena una suora-infermiera gli portò una rosa bianca dicendogli: «Santa Teresa vi manda questa rosa». Padre Putignan, ricevuta la grazia che aveva chiesto, prese la decisione di diffondere questa novena, detta “Novena delle rose”. Oggi questa novena si pratica in tutto il mondo.

Papa Francesco ha più volte parlato nei primi mesi di pontificato di Teresina. Una volta è stato durante la conferenza stampa (28 luglio 2013) tenuta sull’aereo che lo riportava a Roma dal Brasile, meta del suo primo viaggio apostolico fuori dall’Italia. Quando gli è stato chiesto cosa contenesse una valigia nera che il Papa ha trasportato da solo sull’aereo ha detto: «Non c’era la chiave della bomba atomica! Mah! La portavo perché sempre ho fatto così: io, quando viaggio, la porto. E dentro, cosa c’è? C’è il rasoio, c’è il breviario, c’è l’agenda, c’è un libro da leggere – ne ho portato uno su santa Teresina di cui io sono devoto».

Si è saputo poi che il libro in questione era il libro sopra citato “Teresa di Lisieux. Il fascino della santità. I segreti di una dottrina ritrovata”, di Gianni Gennari.

Tuesday 03 September 2013

Anche S. Francesco pregherà per la Pace in Siria

Papa Francesco ha chiamato...e moltissimi stanno rispondendo.

La mobilitazione chiesta dal Papa per la pace in Siria si sta estendendo a vista d'occhio, coinvolgendo ambienti laici, religiosi, cattolici e non.

Anche i frati francescani di Assisi si uniscono alla preghiera, attraverso il segno grandell'apertura della tomba di S. Francesco.

Come riferisce infatti l'ANSA, la  Basilica Inferiore di San Francesco d'Assisi resterà aperta, in via del tutto eccezionale, da oggi a venerdì fino alle 22 per pregare sulla Tomba del Santo per la pace in Siria e per coloro che sono chiamati a garantire le vie della giustizia nel mondo.

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Saturday 31 August 2013

Un grazie al cardinal Bertone

Forse sarò l’unica ma vorrei dire grazie al cardinale Bertone. Lo posso fare con serenità perchè sono stata la prima forse a criticare il suo modo di fare il Segretario di Stato. Ma oggi a fronte di tante critiche corali nate spesso da una cattiva lettura della vicenda vatileaks credo che il grazie a questo cardinale, che mai ha tradito la fiducia del Papa e della Chiesa, sia doveroso.

Monday 15 July 2013

Se vi piacciono i thriller, ne ho scritto uno

«L’empio fugge anche se nessuno lo insegue, mentre il giusto è sicuro come un giovane leone». (Proverbi 28, 1)

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Saturday 18 May 2013

I cristiani parlano troppo...degli altri: parola di Papa Francesco.

Per il papa, che ha pronunciato nuovamente parole forti durante la Messa mattutina a Santa Marta, i cristiani hanno proprio il vizio di parlare troppo degli altri. Pettogolezzi e farsi troppo gli affari degli altri, detto in parole povere, sono una mina vagante costante nella vita della Chiesa.

«Quanto si chiacchiera nella Chiesa! Quanto chiacchieriamo noi cristiani!». Lo ha detto papa Francesco - riferisce Vatican Insider - nella messa di stamane a Santa Marta. Per Bergoglio, «la chiacchiera è proprio spellarsi, farsi male l'uno all'altro». «Le chiacchiere sono distruttive nella Chiesa», ha aggiunto  il Pontefice.  Secondo Bergoglio, il cristiano deve vincere la tentazione di «mischiarsi nella vita degli altri». Il Papa, secondo quanto riferisce la Radio Vaticana, ha inoltre sottolineato che chiacchiere e invidie fanno tanto male alla comunità cristiana e che non si può «dire soltanto la metà che ci conviene».

Ma non ha solo parlato di questo il santo Padre.

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Friday 12 April 2013

Unioni gay: la Consulta chiede di intervenire, ma non con l'equiparazione del matrimonio.

Oggi è arrivata una ammonizione della Consulta su alcuni noti ritenuti irrisolti, nel panorama politico e istituzionale italiano.

La Consulta ha chiesto un intervento sulla legge elettorale, ma - soprattutto - ha chiesto che venga fatto qualche cosa per tutelare i diritti ed i doveri delle persona omosessuali, che intendano costituire una unione stabile.

"Il legislatore deve affrontare il nodo delle unioni gay", ha riferito Gallo parlando di fronte alle più alte cariche dello Stato. Queste le parole: "La Corte ha escluso l'illegittimità costituzionale delle norme che limitano l'applicazione dell'istituto matrimoniale alle unioni tra uomo e donna, ma nel contempo  ha affermato che due persone dello stesso sesso hanno comunque il diritto fondamentale di ottenere riconoscimento giuridico, con i connessi diritti e doveri, della loro stabile unione". La Consulta, ha ricordato Gallo, "ha perciò affidato al Parlamento la regolamentazione della materia nei modi e nei limiti più opportuni".

Cosa significa questa frase?

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Thursday 14 March 2013

Papa Francesco: sarà il Papa dell'ecumenismo e del dialogo.

Le parole che Papa Francesco ha pronunciato ieri sera subito dopo l'elezione, sono state poche. Significative, grandemente, insieme ai gesti compiuti.

Una parentesi: dovremo di nuovo abituarci a gesti di questo tipo, ed anche il servizio di sicurezza....che avrà un bel lavoro da fare, con questo Papa che si prefigura già come molto, molto libero...dai protocollo.

Paolo_VI_Atenagora.jpg

Ma le parole di ieri hanno avuto una grande rilevanza dal punto di vista del dialogo e del'ecumenismo.

Mi riferisco alle parole con le quali il Papa ha parlato di sè: come tutti hanno notato non ha mai citato la parola "papa", ma ha sempre utilizzato la parola "vescovo di Roma".

 

Tra l'altro, anche nel ringraziamento nei confronti di Benedetto XVI chiamato, anch'egli "vescovo emerito di Roma".

 

Dal sito Aleteia.org riporto le parole del Papa:

Fratelli e sorelle, buona sera!

Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un vescovo a Roma, sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo. Ma siamo qui. Vi ringrazio dell'accoglienza. La comunità diocesana di Roma ha il vescovo. Grazie! E prima di tutto vorrei fare una preghiera per il nostro vescovo emerito Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca...

[Preghiera Padre Nostro, Ave Maria, Gloria al Padre]

E adesso incominciamo questo cammino, vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma che è quella che presiede nella carità tutte le chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia fra noi. Preghiamo sempre per noi, l'uno per l'altro. Preghiamo per tutto il mondo perché ci sia una grande fratellanza. Mi auguro che questo cammino di Chiesa che oggi incominciamo e in cui mi aiuterà il mio cardinale vicario qui presente sia fruttuoso per l'evangelizzazione di questa tanto bella città. E adesso vorrei dare la benedizione. Ma prima vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica. La preghiera del popolo perché chieda la benedizione per il suo vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me.

 

Ma perchè il Papa ha parlato così, perchè si è rivolto a Roma, alla sua città...quasi, dimenticando...il mondo che gli stava praticamente tutto davanti?

Non certamente per provincialismo: alcuni forse l'hanno colto così..ma nolla è più distante dalla realtà.

C'è a mio avviso un motivo, cosicnetemente voluto, per il quale il papa ha utilizzato queste parole, e questo motivo non è stato neppure l'umiltà...francescana.

Il motivo è stato l'ecumenismo.

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Wednesday 13 March 2013

Il gabbiano ed il Conclave: quando i media non sanno cosa dire!

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In queste ore è tanta l'apprensione e l'attesa da parte del mondo cattolico (e non solo) per l'esito del Conclave.

Si stanno ascoltando fiumi di parole: trasmissioni televisive e radiofoniche, dirette web, twitter, facebook...e chi più ne ha più ne metta.

Non c'è dubbio che questo sia davvero il Conclave più mediatico degli utlimi anni.

Chiaramente tutti sono con gli occhi all'insù, per seguire, anche in televisione, l'andamento delle votazioni vaticane. Inoltre moltissimi media stanno coprendo con grande intensità gli eventi in diretta oltre che avere realizato molteplici servizi ed interviste.

Oggi poi un nuovo personaggio si è affacciato sul Conclave, con una dirompenza mediatica...quasi sopra le nuvole: un gabbiano.

Un gabbiano che, non credo di sbagliarmi, sta davvero diventando una star della riflessione mediatica di questo evento sul quale, con buona pace di tutti, non si può che dire una parola che abbia senso: ASPETTARE. Punto.

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Monday 11 February 2013

Benedetto XVI si dimette dal pontificato. Notizia shock e approfondimenti.

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La notizia delle dimissioni, o meglio della rinuncia al Pontificato, di Benedetto XVI, sta facendo il giro del mondo e sta creando molto turbamento nella Chiesa.

Così è stata data, e così ce la riporta il sito Aleteia.org.

Carissimi Fratelli,

vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l'età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell'animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l'elezione del nuovo Sommo Pontefice. Carissimi Fratelli, vi ringrazio di vero cuore per tutto l'amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero, e chiedo perdono per tutti i miei difetti. Ora, affidiamo la Santa Chiesa alla cura del suo Sommo Pastore, Nostro Signore Gesù Cristo, e imploriamo la sua santa Madre Maria, affinché assista con la sua bontà materna i Padri Cardinali nell'eleggere il nuovo Sommo Pontefice. Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio.

 

Non c'è dubbio che la notizia è davvero...la notizia del secolo, anzi, forse, del millennio. Per la novità totale di questo gesto, e per la lucidità con cui questa grandissimo Papa ce l'ha proposta. 

Anche diversi siti ci aiutano a entrare in questo evento, ponendoci domande ed aiutandoci a dare delle risposte.

 

Non un gesto di codardia, non un gesto di affaticamento: ma un gesto responsabile, lucidissimo...che probabilmente solo Papa Ratzinger...poteva fare.

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Thursday 14 April 2011

L’esperimento di Riace

Una risposta positiva al problema dell’immigrazione

di Lucetta Scaraffia

L’arrivo di questa ondata di migranti ha di nuovo messo in moto nell’opinione pubblica italiana il dibattito fra chi li vuole accogliere e chi li vuole respingere. Questo, mentre davanti ai nostri occhi sfilano immagini drammatiche e coinvolgenti, tra speranza e disperazione: da una parte, la madre che ha partorito nel barcone, riuscendo a salvare sé e la piccola, dall’altra i corpi dei molti che muoiono fra le onde, vittime dei trafficanti di esseri umani, oltre che del maltempo e di imbarcazioni fatiscenti.

La Chiesa predica il dovere, che è umano e cristiano, dell’accoglienza nei confronti di chi è più sventurato di noi — che, oltretutto, di lavoratori immigrati abbiamo assolutamente bisogno — ma non sempre è facile tradurre in fatti queste esortazioni. Ci vuole anche un po’ di inventiva, di coraggio e di fantasia. Come quella che hanno avuto gli abitanti di Riace, paese sulla riva ionica della Calabria, composto, come tutti quelli della zona, di un nucleo antico sul cocuzzolo di una collina, lontano dal mare, e di un nuovo abitato in via di espansione lungo la costa (proprio quella dove sono stati trovati i celeberrimi bronzi).

Oggi, il centro antico, che per decenni era stato abbandonato e si stava deteriorando irrimediabilmente, è tornato alla vita. Lo abitano immigrati di varie provenienze, tutti profughi politici, che i cittadini di Riace hanno accolto, a cominciare dai trecento curdi arrivati una decina di anni fa.

Gli immigrati hanno avuto un tetto, qualcosa da mangiare ma anche, cosa ben più importante, un lavoro: all’interno delle antiche mura, infatti, sono nate tante piccole aziende artigianali — ceramica, tessitura, preparazione di prodotti alimentari — dove lavorano, fianco a fianco, italiani e immigrati.

Così chi attraversa questo centro sereno e laborioso vede bimbi di diverse provenienze giocare tra loro, calabresi e africani lavorare insieme; ma anche una rinascita economica che porta benefici a tutti, indistintamente: i bambini nella scuola sono aumentati, rendendo così necessario un numero maggiore di insegnanti e impiegati; gli operatori culturali, che si occupano dell’integrazione e insegnano l’italiano, sono in maggioranza originari del luogo; sono rinate industrie artigianali locali come la tessitura della ginestra e gli abitanti delle case abbandonate del borgo ricevono un affitto, basso, ma comunque guadagnano qualcosa e hanno chi restaura le loro case altrimenti destinate alla rovina. E il finanziamento che il ministero italiano dell’Interno ha stanziato per questo esperimento — 24 euro per immigrato — è servito a dare nuovo impulso anche all’economia locale.

È insomma una situazione nella quale i benefici reciproci sono chiari a entrambe le comunità e la convivenza non risulta difficile, tanto che il paese proprio per questo è diventato un’attrazione turistica. Per valorizzarla, alcune case sono state destinate a ospitalità diffusa nel tessuto urbano ed è stato aperto un ristorante. Sulla sua porta si vede ancora il segno di due proiettili: non tutti a Riace hanno gradito questa rinascita. Ma molte persone e intere scuole vengono a vedere questo miracolo quotidiano, e cercano di capire il segreto di un’accoglienza riuscita.

Il segreto sta certo nella tenacia di Mimmo Lucano, attuale sindaco e animatore del progetto, che interviene continuamente a migliorarlo. Ma sta anche in una iniziativa, nella diocesi dove è stato vescovo amatissimo monsignor Bregantini, nata dal basso grazie a una associazione — Città futura don Puglisi — fondata nel 1999 da ragazzi del luogo intorno alla chiesa parrocchiale e che oggi ha sede in un palazzo del centro antico, vero cuore della vita di Riace.

Certo, il successo dell’esperimento è dovuto anche al numero abbastanza ridotto degli immigrati, al loro essere profughi politici e quindi desiderosi di integrarsi nel nuovo paese, non potendo tornare in patria. Non è facilmente riproponibile in tutte le situazioni: anzi, in qualche modo, proprio le condizioni della sua riuscita mettono in luce le difficoltà che si incontrano in altre situazioni.

Ma il solo fatto che esista una simile realtà, che qualcuno sia riuscito a creare e mantenere questo difficile equilibrio — che dura da più di dieci anni — costituisce un esempio a cui guardare, un caso che fa pensare. Allora, la soluzione del problema immigrati sta forse proprio nell’inventare qualcosa di positivo. Invece di scrollare le spalle con indifferenza.

Saturday 02 April 2011

Nostro contemporaneo

La seconda parte del «Gesù di Nazaret»

Il nuovo libro di Ratzinger-Benedetto XVI rende Gesù di Nazaret nostro contemporaneo. Nel gran disordine che regna sotto il cielo l’irrompere di un libro tanto appassionante accende interrogativi che toccano in profondità le nostre inquietudini. Ciascuno può trovarvi qualche luce per uscirne. Vi si raccontano i tre giorni cruciali dell’esistenza di Gesù, le sue ultime ore di vita scandite dalla passione e morte; l’inizio del tempo nuovo, la risurrezione, vero spartiacque della storia che origina un pensiero alternativo sul futuro del mondo e delle speranze umane.

L’autore è convinto che il confronto positivo con Gesù di Nazaret possa essere una soluzione anziché un problema per l’umanità. La sua indagine è convincente, ragionevole e rispettosa di culture e punti di vista differenti. Interessarsi a Gesù ha senso — si percepisce tra le righe — perché è l’unico risorto della storia, il Vivente immerso in ogni epoca e perciò nel nostro presente; compagno di viaggio affidabile che ci introduce negli orizzonti sconosciuti della vita oltre la morte.

Chiunque volesse capire questo misterioso Signore può calarsi nei giorni finali della sua vita terrena.

Pagina dopo pagina, dalle parole e dai comportamenti di Gesù, il teologo diventato Papa trae i tasselli di una carta d’identità dell’essere cristiano. Da un lato salda l’esperienza del patire, dell’angoscia e della tenerezza del Nazareno con l’insieme del pianto e del dolore smisurati delle vittime di ogni tempo e, dall’altro, ci aiuta a leggere frammenti del mistero del male e della sofferenza non più invincibili dopo la sua agonia nell’orto degli ulivi e l’abbandono sulla croce. La risurrezione di Gesù non è un tardivo volo pindarico dei suoi discepoli delusi che, non potendolo dimenticare, lo trasformarono in mito.

È una realtà veramente accaduta, alla pari della crocifissione e della morte. Mentre però del dolore e della morte che impastano la storia abbiamo una conoscenza sperimentale, della risurrezione abbiamo una conoscenza per fede. Si tratta di una fede ragionevole, ma sempre fede. Anzi, ci ricorda Papa Ratzinger, la fede cristiana è fondata sulla risurrezione. Poiché è strettamente collegata alla croce, la memoria della risurrezione è altrettanto pericolosa per la sapienza umana. Per i discepoli che attendevano un messia regale e vittorioso, la morte di Gesù è stata sconvolgente; la risurrezione, una volta verificata, ne ha cambiato la prospettiva, decidendoli a seguire il Maestro finalmente compreso.

Nel mistero della passione, morte e risurrezione — ci ricorda l’autore — sono racchiuse alcune delle questioni profonde dell’esistenza. E nel processo a Gesù è presente la critica radicale alle politiche basate sull’inganno e la violenza anziché sulla verità. Il destino del mondo si gioca sulla verità, non sulla forza che rimane una soluzione illusoria. Occuparsi di Gesù è occuparsi di tale destino poiché egli è venuto per rendere la più autorevole testimonianza alla verità che la prospettiva cristiana identifica con Dio.

Nello stile dei Padri della Chiesa, Papa Ratzinger non scrive per puro godimento intellettuale, ma offre un libro per la vita. La lettura ci immerge nella profondità del mistero cristiano, svelandoci quanto poco sia conosciuto e gustato. Con la scelta di una interpretazione dei racconti della passione basata sulla storia e sulla fede non contrapposte ma complementari, l’autore conferma la teologia conciliare e pone fine al pregiudizio nei confronti del popolo ebraico accusato nei secoli di deicidio. Nei vari momenti esaminati, dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Benedetto XVI sceglie un linguaggio nuovo e accessibile senza perdere profondità.

Chiama la Chiesa «la comunità dei discepoli» di Gesù; definisce la caritas «premura per l’altro», non un secondo settore del cristianesimo accanto al culto, «ma radicato proprio in esso e ne fa parte». C’è emozione per la lotta tra bene e male nella notte del Getsemani dove Gesù «trascina la natura recalcitrante in alto verso la sua vera essenza» e porta «il travaglio dell’essere uomini in alto verso Dio». L’ascensione è tradotta in una «vicinanza permanente» di Gesù con noi, un «entrare nel mistero di Dio» e un’altra dimensione dell’essere.

Si descrive, infine, la risurrezione, come fenomeno totalmente nuovo, una nuova dimensione dell’essere uomini, una mutazione decisiva, un salto di qualità; un nuovo genere di futuro per gli uomini, una nuova dimensione dell’esistenza umana, inclusa nell’atto di donare la vita. L’amore e la risurrezione — insiste l’autore — sono i due motivi distintivi dell’essere cristiani. La risurrezione come «mutazione» genetica compiuta da Dio in Gesù e promessa a tutti; l’amore come metodo di vita che distingue i figli di Dio e per il cosmo dischiude già ora un futuro di speranza.

c. d. c.

Tuesday 29 March 2011

Dall’abisso del male

Il pellegrinaggio di Benedetto XVI alle Fosse ardeatine — così l’ha voluto definire lo stesso Papa — per rendere omaggio alle vittime dello spaventoso eccidio, che resta indelebile tra i numerosissimi orrori della seconda guerra mondiale, non ha trovato molto spazio nei media. Forse anche per il succedersi incalzante e drammatico di notizie nel panorama internazionale.

Eppure la visita di Benedetto XVI a questo sacrario «caro a tutti gli italiani» — in continuità con quelle di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, e con la volontà di pregare e «rinnovare la memoria» — ha un significato particolare, che rimane. Il loro successore ha infatti compiuto un altro passo nella ricomposizione della memoria di quel conflitto che contribuì a sprofondare il Novecento nell’abisso del male. Come aveva affermato lo stesso Benedetto XVI un mese esatto dopo la sua elezione riflettendo sulle ultime successioni papali.

In questo modo non bisogna forse considerare, aveva detto il nuovo Papa, «il fatto che sulla cattedra di Pietro, ad un Pontefice polacco sia succeduto un cittadino di quella terra, la Germania, dove il regime nazista poté affermarsi con grande virulenza, attaccando poi le nazioni vicine, tra le quali in particolare la Polonia? Entrambi questi Papi in gioventù — seppure su fronti avversi e in situazioni differenti — hanno dovuto conoscere la barbarie della seconda guerra mondiale e dell’insensata violenza di uomini contro altri uomini, di popoli contro altri popoli».

Alla presenza del rabbino capo della più antica comunità della diaspora occidentale, ferocemente colpita dalla persecuzione razziale anche alle Fosse ardeatine, il vescovo di Roma, «città consacrata dal sangue dei martiri», ha voluto incontrare a lungo i familiari delle vittime — cattolici ed ebrei insieme — e ha reso omaggio alla loro memoria, in un luogo vicino alle catacombe e dal quale ancora una volta si è levata la preghiera dei Salmi, con le parole che da molti secoli ebrei e cristiani innalzano all’unico Dio.

Quel Dio al quale, nell’ora delle tenebre, si rivolsero due caduti, come altri in quei giorni, per affermare la fede «in Dio e nell’Italia» e invocare la protezione degli ebrei «dalle barbare persecuzioni». Benedetto XVI ha citato le loro parole, ricordando il centocinquantesimo anniversario dell’unità del Paese e ripetendo che nel Padre di tutti è possibile un futuro diverso. Che non offenda il Nome santo di Dio e l’essere umano, creato a sua immagine.

g. m. v.

Monday 28 March 2011

Da Gerusalemme a Parigi

L’intuizione di Benedetto XVI di un nuovo spazio dove laici e non credenti possano essere accolti con amicizia per condividere con chi crede la ricerca dell’unico Dio sta prendendo forma. Nella visione papale questa proposta è rappresentata dall’immagine del «cortile dei gentili» nel Tempio di Gerusalemme — dove appunto erano ammessi i pagani attratti dalla religiosità ebraica — ed è stata assunta dall’organismo curiale che si occupa del mondo della cultura con originale creatività.

Carica di simboli è stata così la scelta di Parigi — la «città dei Lumi» emblema di quella modernità contraddittoria e drammatica nata dagli ideali e dagli errori della rivoluzione francese — per l’esordio di questa iniziativa. Che senza dubbio è tra le più importanti decise da un Papa tanto mite quanto coraggioso, uomo di fede e teologo profondo, abituato sin da giovane al confronto, soprattutto nel mondo universitario, con chi è al di fuori dei confini visibili della Chiesa.

Uso dunque a esprimersi con parole comprensibili a tutti, Benedetto XVI ha voluto essere presente a Parigi con un messaggio ai giovani riuniti davanti a Notre-Dame, in uno spazio aperto oggi come venti secoli fa era accessibile ai pagani il cortile esterno del Tempio gerosolimitano. Dal grande santuario di un ebraismo sempre più caratterizzato da aspirazioni universalistiche rimanevano però esclusi i non giudei.

A cambiare tutto è stata la venuta di Cristo, quella luce vista da Giovanni che illumina ogni essere umano e ha abbattuto «il muro di separazione» tra ebrei e gentili, e dunque ogni divisione: anche quella tra credenti e non credenti. E perché non fosse reso difficile l’accesso dei pagani allo spazio loro riservato nel santuario di Gerusalemme Gesù aveva cacciato chi di questo luogo si approfittava per lucro. Per questo Benedetto XVI in molti modi si fa capire. Come hanno dimostrato, diversamente ma con straordinaria efficacia, i suoi ultimi due libri.

Ed efficaci per credenti e non credenti sono risuonate a Parigi le sue parole, rivolte ai giovani, ma più in generale alle donne e agli uomini di oggi. Il Papa ha così rinnovato l’invito che nel succedersi dei secoli e sino alla fine dei tempi la Chiesa di Cristo non si è stancata e non si stancherà di rivolgere: di non aver paura di aprire a Dio i cuori e le società. Senza timore di assumere le parole — libertà, uguaglianza, fraternità — che hanno riassunto gli ideali rivoluzionari, tante volte poi brandite con asprezza contro la Chiesa e il cristianesimo, e che pure dal cristianesimo sono nate.

Comuni sono moltissime aspirazioni di credenti e non credenti, per costruire «un mondo nuovo e più libero, più giusto e più solidale, più pacifico e più felice». Allora — dice Benedetto XVI — tra chi crede e chi non crede deve cadere, nel riconoscimento reciproco, ogni diffidenza: Dio non è un pericolo per la società e la vita umana e non lo è naturalmente la ragione, purché non si pieghi agli interessi e all’utilità, come spesso avviene. Per questo il Papa ha invitato i giovani parigini, riuniti davanti a Notre-Dame, senza distinguere tra credenti e non credenti, a non fermarsi nel cortile dei gentili. E a entrare invece nella cattedrale, dove come incenso si alzava la preghiera della sera.

g.m.v.

Friday 25 March 2011

Una rivoluzione femminile

A tre anni dalla morte la prima biografia di Chiara Lubich

di Lucetta Scaraffia

A tre anni dalla scomparsa, è uscita la prima biografia di Chiara Lubich, scritta da Armando Torno per Città Nuova: un libro che sceglie volutamente un tono non agiografico per descrivere quella che è sicuramente una delle più straordinarie esistenze del Novecento. Una narrazione piana, costruita attraverso le testimonianze delle focolarine e dei focolarini che sono stati più vicini alla loro fondatrice. Un racconto che volutamente mette sullo stesso piano le vicende umane e le esperienze mistiche di Chiara; rispettando, in questo modo, il suo carattere riservato, la sua capacità di stare al centro di tutto ma al tempo stesso di scomparire come persona.

Mi è capitato di incontrarla personalmente una sola volta, l’8 marzo di qualche anno fa, al Quirinale, dove era arrivata per ricevere un’importante onorificenza dal presidente della Repubblica italiana. Era entrata sorridendo, come sempre, senza preoccuparsi se nessuno dei presenti dava segno di riconoscerla e di darle onore. A me, che le ero andata incontro emozionata, ha riservato un sorriso timido e dolce, e ha declinato con semplicità ogni mio tentativo di far sapere ai responsabili del cerimoniale che era arrivata.

La biografia rispetta questo suo atteggiamento umile e ritroso, profondamente disponibile al contatto umano ma del tutto indifferente alla notorietà, e alla ribalta che pure le spettava. A tal punto che si coglie l’importanza di Chiara nella storia del Novecento quasi più dalla cronologia comparata, molto ben fatta, che si trova in appendice al volume e che dà conto della ricchezza delle forme di aggregazione da lei create all’interno del mondo cattolico, della sua straordinaria capacità di costruire momenti di incontro e di vero dialogo con esponenti e fedeli di altre religioni, della fecondità spirituale che ha segnato la sua vita interiore.

Una fecondità che ha sempre condiviso con le sorelle e i fratelli più vicini, e poi con tutti coloro che rivelavano disponibilità all’ascolto, consapevole che i tempi in cui si trovava a vivere richiedevano un’immediata condivisione di quanto lei, strumento di Gesù, arrivava a comprendere illuminata dallo Spirito Santo. Illuminazioni che nascevano dalla lettura continua della Sacra Scrittura: «Ogni volta che Chiara apriva il Vangelo vi scopriva la profondità di quelle parole di vita eterna che mai prima aveva trovato».

In questo modo, Chiara ha anticipato quello che la cultura cattolica avrebbe poi scoperto: l’ingresso nel linguaggio spirituale della parola amore, fino a quel momento riservata più che altro ai discorsi mondani; l’idea della spiritualità dell’unità, che si trasforma in una appassionata forma di dialogo tra le religioni e in una risposta alla «notte culturale» dell’umanità. Senza mai preoccuparsi che fosse ricordato il suo ruolo precorritore.

La proposta di una nuova evangelizzazione, secondo le sue parole, «non significa soltanto che il mondo secolarizzato» ne ha bisogno, ma anche che «l’evangelizzazione va fatta in maniera nuova». E alla ricerca di questa maniera nuova dedica tutte le sue energie: gli incontri, anche quelli apparentemente secondari, si trasformano grazie a lei in nuove vie e nuovi progetti, allargando sempre più la rete dei coinvolgimenti nel suo ideale: la santità a portata di tutti. Il suo movimento si apre a tutti gli ambiti, in un’ottica universale, con particolare attenzione alla cultura e ai media, mentre la sua vita interiore dà un nuovo impulso agli studi teologici.

Ma certamente l’aspetto di novità più forte che ha segnato la sua vicenda è proprio il suo essere donna, una donna che dà un accento fortemente femminile a ogni sua opera: basti pensare al nome più conosciuto del movimento da lei fondato (ufficialmente Opera di Maria) che evoca il focolare, spazio tradizionalmente femminile. Comincia circondandosi di donne, che sanno poi aprirsi alla necessaria presenza maschile, e dà disposizioni che a presiedere il movimento sia sempre una donna.

Anche la spiritualità dell’Opera prende una forma femminile, rappresentando la presenza mistica di Maria nella Chiesa. In questo modo, con la sua straordinaria esperienza, Chiara — che parla alle assemblee dei vescovi, è ascoltata dai Papi, viene accolta con gli onori di un capo di Stato nei Paesi che visita — realizza quello che i tempi richiedono anche alla Chiesa: riconoscere l’importanza del ruolo delle donne.

Ma lo ottiene senza rivendicare diritti, senza nessuna asprezza. Lo ottiene dimostrando di sapersi meritare quell’autorità che le viene riconosciuta, come è stato per le grandi sante nella storia della Chiesa. La sua importanza nel cattolicesimo del Novecento è anche la prova di una rivoluzione femminile compiuta nel silenzio e nella modestia. Rimane il compito di prenderne atto.

Wednesday 23 March 2011

Questione di radicalità evangelica

Il celibato sacerdotale

di Mauro Piacenza

Residuo preconciliare e mera legge ecclesiastica. Sono queste, in definitiva, le principali e più dannose obiezioni che riaffiorano nel periodico riaccendersi del dibattito sul celibato sacerdotale. Eppure, niente di questo ha reale fondamento, sia che si guardi ai documenti del concilio Vaticano II, sia che ci si soffermi sul magistero pontificio. Il celibato è un dono del Signore che il sacerdote è chiamato liberamente ad accogliere e a vivere in pienezza.

Se infatti si esaminano i testi, si nota innanzitutto la radicale continuità tra il magistero che ha preceduto il concilio e quello successivo. Pur con accenti talora sensibilmente differenti, l’insegnamento papale degli ultimi decenni, da Pio XI a Benedetto XVI, è concorde nel fondare il celibato sulla realtà teologica del sacerdozio ministeriale, sulla configurazione ontologica e sacramentale al Signore, sulla partecipazione al suo unico sacerdozio e sulla imitatio Christi che esso implica. Solo, dunque, una scorretta ermeneutica dei testi del Vaticano II – a cominciare dalla Presbyterorum ordinis – potrebbe condurre a vedere nel celibato un residuo del passato di cui liberarsi. E una tale posizione, oltre che errata storicamente, teologicamente e dottrinalmente, è anche dannosa sotto il profilo spirituale, pastorale, missionario e vocazionale.

Alla luce del magistero pontificio bisogna anche superare la riduzione, in taluni ambienti molto diffusa, del celibato a mera legge ecclesiastica. Esso, infatti, è una legge solo perché è un’esigenza intrinseca del sacerdozio e della configurazione a Cristo che il sacramento dell’Ordine determina. In tale senso la formazione al celibato, oltre ogni altro aspetto umano e spirituale, deve includere una solida dimensione dottrinale, poiché non si può vivere ciò di cui non si comprende la ragione.

In ogni caso, il dibattito sul celibato, che periodicamente nei secoli si è riacceso, certamente non favorisce la serenità delle giovani generazioni nel comprendere un dato così determinante della vita sacerdotale.

Giovanni Paolo II nella Pastores dabo vobis (n. 29), riportando il voto dell’assemblea sinodale, afferma: “Il Sinodo non vuole lasciare nessun dubbio nella mente di tutti sulla ferma volontà della Chiesa di mantenere la legge che esige il celibato liberamente scelto e perpetuo per i candidati all’Ordinazione sacerdotale nel Rito latino. Il Sinodo sollecita che il celibato sia presentato e spiegato nella sua piena ricchezza biblica, teologica e spirituale, come dono prezioso dato da Dio alla sua Chiesa e come segno del Regno che non è di questo mondo, segno dell’amore di Dio verso questo mondo nonché dell’amore indiviso del sacerdote verso Dio e il Popolo di Dio”.

Il celibato è questione di radicalismo evangelico. Povertà, castità e obbedienza non sono consigli riservati in modo esclusivo ai religiosi. Sono virtù da vivere con intensa passione missionaria. Non possiamo abbassare il livello della formazione e, di fatto, della proposta di fede. Non possiamo deludere il popolo santo di Dio, che attende pastori santi come il curato d’Ars. Dobbiamo essere radicali nella sequela Christi senza temere il calo del numero dei chierici. Infatti, tale numero decresce quando si abbassa la temperatura della fede, perché le vocazioni sono “affare” divino e non umano. Esse seguono la logica divina che è stoltezza agli occhi umani.

Mi rendo conto, ovviamente, che in un mondo secolarizzato è sempre più difficile comprendere le ragioni del celibato. Ma dobbiamo avere il coraggio, come Chiesa, di domandarci se intendiamo rassegnarci a una tale situazione, accettando come ineluttabile la progressiva secolarizzazione delle società e delle culture, o se siamo pronti a un’opera di profonda e reale nuova evangelizzazione, al servizio del Vangelo e, perciò, della verità sull’uomo. Ritengo, in tal senso, che il motivato sostegno al celibato e la sua adeguata valorizzazione nella Chiesa e nel mondo possano rappresentare alcune tra le vie più efficaci per superare la secolarizzazione.

La radice teologica del celibato, dunque, è da rintracciare nella nuova identità che viene donata a colui che è insignito del sacramento dell’Ordine. La centralità della dimensione ontologica e sacramentale e la conseguente strutturale dimensione eucaristica del sacerdozio rappresentano gli ambiti di comprensione, sviluppo e fedeltà esistenziale al celibato. La questione, allora, riguarda la qualità della fede. Una comunità che non avesse in grande stima il celibato, quale attesa del Regno o quale tensione eucaristica potrebbe vivere?

Non dobbiamo allora lasciarci condizionare o intimidire da chi non comprende il celibato e vorrebbe modificare la disciplina ecclesiastica, almeno aprendo delle fessure. Al contrario, dobbiamo recuperare la motivata consapevolezza che il nostro celibato sfida la mentalità del mondo, mettendo in crisi il suo secolarismo e il suo agnosticismo e gridando, nei secoli, che Dio c’è ed è presente.

Tuesday 22 March 2011

L’orso del Papa

Alla dedicazione della parrocchia romana di San Corbiniano — una liturgia esemplare per la cura e la partecipazione dei fedeli, tra i quali tantissimi bambini — erano presenti ben tre successori del fondatore della diocesi di Frisinga: oltre a Joseph Ratzinger, oggi Papa con il nome di Benedetto XVI, i cardinali Friedrich Wetter e Reinhard Marx. Un fatto eccezionale, che il parroco ha sottolineato nel suo caloroso saluto iniziale.

Nell’omelia il vescovo di Roma, successore del primo degli apostoli, ha improvvisato una breve riflessione su questo monaco francese attratto dalla vita contemplativa che scese a Roma per fondarvi un monastero. Ma qui la sua vita cambiò in modo inatteso: il Papa lo ordinò vescovo per la Baviera, dove la popolazione «voleva farsi cristiana, ma mancava gente colta, mancavano sacerdoti per annunciare il Vangelo».

Una scelta, quella di Gregorio ii, che si rivelò di universalità — il santo infatti «collega la Francia, la Germania, Roma», ha sottolineato il Papa — e nello stesso tempo di unità: Corbiniano ci dice che «la Chiesa è fondata su Pietro» e che era la stessa «come oggi». Per una ragione molto semplice: Cristo è lo stesso, «la Verità, sempre antica e sempre nuova, attualissima, presente, e apre la chiave per il futuro».

Parlando ai fedeli Benedetto XVI ha accennato all’orso che ha scelto di collocare nel suo stemma, episcopale e poi papale. Joseph Ratzinger ne aveva scritto per la prima volta nel libro autobiografico, tanto piccolo quanto prezioso, che pubblicò nel suo settantesimo anno e dove raccolse i suoi ricordi sino alla consacrazione episcopale. Raccontando come all’animale che aveva sbranato il cavallo di Corbiniano, in viaggio per Roma, fu imposto dal monaco di portare il suo fardello.

Ratzinger, sulla traccia del prediletto Agostino, spiegava che quel peso — il carico episcopale di chi «tira il carro di Dio in questo mondo» — venne imposto a Corbiniano e al vescovo africano, attratti entrambi dalla contemplazione e dallo studio. «Ma proprio in questo modo io ti sono vicino, ti servo, tu mi hai nella mano», concludeva il cardinale ormai a Roma. Affidandosi all’unico Signore, come ogni giorno fa Benedetto XVI. Che resta sempre affezionatissimo al suo orso.

g. m. v.