Monday 22 September 2014

Musical, è febbre del sacro

Compagnie amato­riali che, all’ombra del campanile della parrocchia, faceva­no teatro. Quello dialettale, capace sempre di strap­pare un sorriso con il racconto del­la vita di tutti i giorni. Ma anche quello dei grandi autori: Calderon de la Barca e Diego Fabbri, Shake­speare e Pirandello. Teatro non in­teso come semplice divertimento, ma come occasione per riflettere sull’uomo e sulle sue grandi do­mande. Certo, le filodrammatiche ci sono ancora. E sono più vitali che mai. «Ma oggi, nei nostri oratori, la nuova sfida del fare teatro si chia­ma musical». Fabrizio Fiaschini, presidente di Federgat, la federa­zione che riunisce le compagnie a­matoriali italiane, ci crede a tal pun­to che ha lanciato Next musical ge­neration, una tre giorni tutta dedi­cata al musical. A quello fatto dalle centinaia di compagnie legate alle parrocchie che da Nord a Sud si mi­surano con «una forma di spetta­colo che riassume tutti i linguaggi del teatro, la recitazione, la musica, il canto e la danza. E per questo pia­ce tanto ai ragazzi». Da oggi a domenica Padova diven­ta la capitale italiana del musical “impegnato”. Quello che con la “leggerezza” che da sempre carat­terizza questo genere di spettaco­lo sa affrontare tematiche com­plesse, portando in scena, tra can­zoni e coreografie, i nodi più profondi dell’esistenza. La città ve­neta ospita la prima rassegna na­zionale di musical organizzata da Federgat e Teatri del sacro in colla­borazione con il Servizio naziona­le per il progetto culturale, l’Ufficio nazionale per le comunicazioni so­ciali, il Servizio nazionale per la pa­storale giovanile, l’Acec e la Dioce­si di Padova.

«L’idea – spiega Fiaschini – è nata durante le selezioni per i Teatri del sacro: erano molte le compagnie a­matoriali che mandavano progetti di musical. Così abbiamo pensato di dedicare a questo genere di spet­tacolo un evento a parte». Tre gior­ni di laboratori di danza, canto e re­citazione. E a dare il via all’evento una tavola rotonda che oggi alle 18 all’Istituto salesiano Domenico Sa­vio vedrà il regista Saverio Marco­ni, pioniere del musical in Italia, lo storico del teatro Carlo Susa e pa­dre Giorgio Bonac­corso sul tema Fa­re musical oggi: prospettive educa­tive e creative. «Per­ché nelle nostre co­munità il musical rappresenta uno straordinario stru­mento pedagogi­co: permette di fa­re gruppo, di co­struire insieme un’identità» spiega ancora Fiaschini. Ma ancora di più il musical diventa «prezioso stru­mento di catechesi nel momento in cui non è l’ennesima riproposi­zione di titoli noti, ma l’esito di un percorso collettivo di elaborazione di un testo nuovo». Ecco che a Pa­dova andranno in scena quattro ti­toli originali: il gruppo teatrale In cammino di Milano presenta sta­sera L’inatteso, domani pomeriggio la compagnia Metanoeite di Calta­nissetta mette in scena Eccomi sono qui mentre alla sera il palco è per il gruppo Facce da schiaffi di Cesena con Tu es Petrus, chiusura domenica con i gruppi della diocesi di Padova che pro­pongono Il cantico del pianeta.

Un assaggio di quella che è una complessa geografia teatrale che da Nord a Sud vede impegnati giova­ni e meno giovani nella scrittura di testi e canzoni, nel­la realizzazione di scenografie e co­stumi, nelle prove e nelle recite. Un la­boratorio della fan­tasia dove entrano le grandi tematiche della vita. Tanto che anche i profes­sionisti guardano con sempre mag­gior interesse ai ti­toli ‘impegnati’. A partire dall’esperienza di Chiara di Dio di Carlo Tedeschi, in scena da 10 anni al Teatro Metastasio di As­sisi). Il Jesus Christ Superstardi Web­ber e Rice nella versione di Massi­mo Romeo Piparo è in scena da vent’anni: oggi al Sistina di Roma la prima della nuova edizione con gli interpreti o­riginali del film, spettacolo che il 12 ottobre sarà all’Arena di Verona. E nel teatro romano il 1 ottobre va in scena un nuovo musical, Il primo Papa. «La storia di un uomo scelto da Gesù per guidare la sua Chiesa» dice Tony Labriola, tra gli autori del musical incentrato sulla figura di San Pietro e interpretato da Simo­ne Sibillano, Heron Borelli e Beatrice Buffadini. «Rock sinfonico per raccontare anche attraverso le pa­role degli ultimi papi, da Giovanni XXIII a Francesco, un uomo che se­guendo Cristo ha scelto di essere li­bero ». Dopo la prima all’Arena, il cui ricavato sarà consegnato all’e­lemosiniere vaticano monsignor Konrad Krajewsky e contribuirà al­la carità del papa, lo spettacolo po­trebbe tornare da primavere nei grandi spazi all’aperto.

Grandi spazi anche per Il mio Ge­sù, musical che Beppe Dati ha scrit­to ripercorrendo la vita di Cristo «per dire come il suo messaggio sia un riferimento prezioso per quan­ti, animati da buona volontà, sono in cerca della verità». Debutto il 14 novembre alla ObiHall di Firenze con la partecipazione di Leonardo Pieraccioni.

Pierachille Dolfini – Avvenire, 19 settembre 2014

Monday 22 September 2014 07:06

Ecco la liberazione più grande

Le piaghe d’Egitto sono la condizione normale degli imperi idolatrici, e quindi anche del nostro. In questi regimi l’acqua non disseta gli esseri viventi né feconda la terra. Imputridisce e genera rane, zanzare, tafani…, e muoiono gli animali. Il sole non riesce a penetrare attraverso la loro densa polvere, e tutto è avvolto dalla tenebra. Gli imperi degli idoli non hanno discendenti, i loro primogeniti muoiono, perché l’idolo è seducente, ma sterile. 

Quando gli imperi dimostrano la loro invincibile natura idolatrica, quando nessuna piaga riesce a convertire il faraone, quando l’unica condizione possibile nella terra dell’impero è la schiavitù, l’Esodo ci dice che per il povero non è ancora finita, ci resta ancora una possibilità. Anche in questa condizione tremenda – cosa c’è di più tremendo della morte dei bambini? – esiste una via di salvezza se si riesce a credere ai profeti, e a resistere fino alla fine: «Ancora una piaga manderò contro il faraone e l’Egitto; dopo di che egli vi lascerà partire di qui» (12,1). 

Nello sviluppo delle dieci piaghe non c’è soltanto il ruolo di YHWH; c’è anche quello, essenziale, di Mosè e di Aronne, che nonostante il cuore ostinato del faraone, continuano a chiedergli la conversione. Se siamo fedeli a una logica di fondo della Bibbia dobbiamo pensare che Mosè e Aronne si saranno stupiti dopo ogni piaga. Sapevano del duro cuore del faraone, ma non potevano sapere fin dove si sarebbe spinta la sua ostinazione. La sua inconvertibilità testarda la scoprono e la riscoprono
mentre la vedono, piaga dopo piaga: «Così dice il Signore, il Dio degli Ebrei: 'Fino a quando rifiuterai di piegarti davanti a me?'» (10,3). E hanno dovuto assistere e resistere fino alla morte dei bambini, una morte che non avrebbero voluto vedere. YHWH, il loro Dio della vita, era quello che aveva benedetto anni prima le levatrici d’Egitto, e in esse aveva benedetto tutti i bambini degli ebrei, degli egiziani, tutti i bambini mondo. Quel grido di morte dei primogeniti che sembra annullare il pianto di vita dei neonati, salvati da Dio e dalle donne dalla mano di un altro faraone omicida, ci deve allora costringere a scavare di più, fino a trovare una vena più profonda. Nello scavo, però, non dobbiamo perdere completamente contatto col terreno della storia, con il ricordo collettivo di eventi climatici straordinari negli ultimi anni egiziani degli ebrei, o, forse, di una peste che colpì il paese e i bambini (è sempre la nostra lettura che trasforma i fatti in segni). La memoria storica del dolore per le dieci piaghe è rimasta sempre viva nella tradizione biblica (nella sera di pèsach, della pasqua, nelle case ebraiche si versano dal calice dieci gocce di vino: quella non-pienezza del calice è il luogo vivo della memoria, e rende mesta la festa).

Questi difficili, tremendi e stupendi capitoli dell’Esodo vanno letti anche come una grande lezione sull’idolatria – è questa la vena più profonda che stiamo cercando. La Bibbia non ha alcuna pietà per questo faraone, perché per salvare se stessa e salvarci deve essere spietata contro gli idoli. La prima verità di YHWH è non essere uno dei tanti idoli degli uomini. Israele ha sempre lottato contro gli idoli attorno e dentro di sé, compresi quelli che aveva visto in Egitto e dai quali era stato affascinato. Ponendo all’inizio della Genesi un Dio creatore e un uomo creato a sua immagine, la Bibbia ha voluto fare una scelta radicale e fondamentale. Ha scavato un solco profondissimo e invalicabile tra sé e la cultura idolatrica, dove invece è il dio che viene creato a immagine di un uomo impoverito della trascendenza. L’idolo è l’anti-YHWH, ma è anche l’anti-Adam, perché una cultura idolatrica nega prima di tutto l’uomo, che finisce schiavo e produttore a vita di mattoni per l’idolo da lui stesso creato. 

Per credere nell’idolo non serve la fede, perché è banalmente evidente nelle piazze e nei mercati di tutti. La fede biblica è invece fiducia in una voce che non vede, ma che 'sente'. È allora che l’imperatore-idolo viene colpito dalle piaghe, e la grande liberazione è soprattutto l’uscita dall’idolatria. I figli che devono morire sono i figli degli idoli e dei loro imperi che hanno accompagnato lo sviluppo della nostra storia e della storia della salvezza.

Oggi viviamo una grande epoca idolatrica, probabilmente la più grande di tutte. Abbiamo ridotto il trascendente a manufatto, riempito il 'cielo' di cose che non saziano mai, perché prodotte non per togliere ma per aumentare la nostra fame di idoli affamati - gli idoli devono mangiare sempre, finiscono per divorare i loro adoratori, e non sono mai sazi. Il sistema storico più vicino alla cultura idolatrica pura è il capitalismo finanziario-consumista cui abbiamo dato vita. Basta frequentare i suoi luoghi, parlare con i suoi grandi attori, assistere alle sue liturgie, per appurarlo con estrema chiarezza. È un sistema che conosce e alimenta solo il culto di se stesso, che vede e riconosce un solo fine: massimizzare la produzione di mattoni per innalzare le proprie piramidi-babele sempre più alte. Gli imperi idolatrici puri non durano a lungo: passerà presto anche la scena di questo capitalismo divoratore. Ma le nostre piaghe non sono ancora finite, e con esse continua forte il grido dei popoli oppressi. 
 
Non deve allora stupirci che le due prime parole della Legge che verrà donata a Mosè sul Sinai sono la fede in un Dio liberatore dall’Egitto
e la radicale negazione degli idoli. Un dio che non ci libera è un idolo (anche dentro le nostre religioni), e il Dio biblico non è idolo perché
è liberatore, perché libera il popolo oppresso che grida dai campi di lavoro. E non si fa esperienza del Dio biblico, ma di uno stupido idolo (una nota di tutti gli idoli è la loro radicale stupidità) se quando lo incontriamo non veniamo liberati da una schiavitù, nostra o degli altri. Le esperienze religiose senza schiavitù e senza liberazioni possono essere replicate perfettamente dai maghi d’Egitto, e dalle legioni dei nostri nuovi maghi a scopo di lucro. 

Dopo la decima piaga, la più tremenda, il popolo finalmente parte: «Il faraone convocò Mosè e Aronne nella notte e disse: 'Alzatevi e abbandonate il mio popolo, voi e gli Israeliti!  Andate, rendete culto al Signore come avete detto. Prendete anche il vostro bestiame e le vostre greggi, come avete detto, e partite! Benedite anche me!'» (12,31-32). E una volta lasciato l’Egitto scopriamo che la festa che il popolo vuole celebrare nel deserto è proprio la pèsach.
 
Nel popolo di Israele la pèsach era precedente l’Egitto, la pasqua era parte della cultura delle antiche tribù nomadi, che offrivano un agnello a Dio perché benedisse la transumanza loro e delle greggi. Il faraone non permise al popolo di festeggiare per tre giorni quell’antica festa nomade, e YHWH trasformò una festa di pastori nella grande festa della liberazione del popolo e di tutti gli oppressi dai faraoni idolatri. Così la festa, già grande prima dell’Egitto, divenne la più grande dopo la schiavitù. La nuova pasqua diventa «l’inizio dei mesi» (12,2), perché è inizio del nuovo Israele. È l’origine di una nuova storia. Ma anche ricapitolazione delle prime alleanze e della promessa di YHWH. In quella grande notte c’è, infatti, Noè e in lui tutta l’umanità; ma c’è anche Giacobbe, i patriarchi, i suoi figli e le dodici tribù, simboleggiate dalle 'ossa' di Giuseppe: «Mosè prese con sé le ossa di Giuseppe, perché questi aveva fatto prestare un solenne giuramento agli Israeliti, dicendo: 'Dio, certo, verrà a visitarvi; voi allora vi porterete via le mie ossa'» (13,19).

Le piaghe e il mare che travolge i carri e i cavalieri degli egiziani, sono anche immagine di un nuovo diluvio, dove le acque del Nilo e quelle del mar Rosso ridiventano luogo di morte. Ma anche questa volta un uomo (Mosè) si salva e salva dal diluvio, e insieme alla sua famiglia si salvano ancora anche gli animali (Mosè non volle partire senza avere gli animali nel suo 'cesto': 10,26). L’arcobaleno brilla ancora sul mondo. Ma in quella nuova pasqua possiamo intravvedere anche Giacobbe. Tra i molti possibili significati dell’antichissima parola pèsach, c’è infatti anche il verbo zoppicare (psh). 

E per la Bibbia dire zoppicare è dire Giacobbe, che diventò Israele in un guado notturno di un fiume ( Yabboq), quando il combattimento con YHWH lo ferì al nervo sciatico, lo rese zoppo, gli cambiò il nome. Il primo Israele nacque da una lotta notturna con Elohim in mezzo alle acque, il nuovo Israele rinasce da una grande lotta notturna, mentre il popolo del primo Israele attraversava le acque della schiavitù. Da una prima ferita individuale venne una prima benedizione, da una grande ferita (le piaghe) fiorì una grande benedizione (la liberazione) – e un giorno la ferita più grande genererà una benedizione infinita. Giacobbe zoppicò per tutta la vita, la schiavitù e le piaghe accompagnano ancora i figli di Israele, il Risorto porta inscritte le stimmate della croce.
Ogni ferita trasformata in benedizione è sempre feconda. 

Non c’è festa più grande di quella di pèsach, della pasqua. Nessuna liberazione è più grande della liberazione dagli idoli.
l.bruni@lumsa.it

Monday 22 September 2014 06:54

Gli sterminatori e la non-banalità del male

Alcuni di noi (mi ci metto in mezzo) hanno sempre avuto qualche riserva sulla formula «banalità del male», con cui Hannah Arendt definiva il sistema eticoculturale che guidava il lavoro di Adolf Eichmann. Ci sembrava una formula riduttiva. La “banalità del male” banalizza il male. In qualche modo, lo riduce. Toglie a quel male le dimensioni epocali che ne fanno un unicum nella storia. Si è discusso sul concetto di unicum, qualcuno ha osservato che ci sono stati altri grandi massacri. Sì, ma non come questo: questo voleva eliminare una “razza”, cioè modificare la composizione dell’umanità. Hannah Arendt ha coniato quella formula studiando Eichmann al processo, e osservandolo da vicino. Imperturbabile e pignolo. 

Un automa. Un ottuso. Che ha l’aria di non capire quello che ha fatto. Eppure, ha visto le gasazioni in atto, e (dice nel processo) non gli son piaciute, ma (nella vita) ha continuato come prima. Per inerzia. Atonia morale. Arendt mandava gli appunti del processo al giornale che l’aveva inviata (“The New Yorker”), e «la banalità del male» fu la formula riassuntiva sull’imputato, il suo cervello, il suo sistema. Da noi quello è il titolo (da Feltrinelli) del libro di Arendt. Adesso quella tesi viene contestata da un altro libro, appena uscito negli Stati Uniti. Poiché il titolo originale del libro di Arendt è “Eichmann in Jerusalem”, Eichmann al processo, l’autrice tedesca Bettina Stangneth intitola il suo libro di risposta “Eichmann before Jerusalem”, com’era Eichmann prima del processo. In Italia ne ha già scritto il “Foglio”. Sono titoli che dicono tutto. 

Eichmann catturato e portato in processo era un uomo dimesso, dalle risposte flebili, dallo sguardo braccato, dagli occhietti sfuggenti, spaventato dalla prospettiva dell’impiccagione, ineluttabile fin dall’inizio. Ha tutto l’interesse a presentarsi come “stupido”. Ma questo non è l’Eichmann che “ha fatto la storia”. È l’Eichmann che “esce dalla storia”.
Esce banalmente, cercando una scappatoia che non c’è. Ma quando ha fatto la storia non era così. Per vedere bene Eichmann e tutti gli altri che han lavorato con lui o sopra di lui (lui era solo un tenente colonnello) non bisogna collocarli sullo sfondo di un tribunale dove sono imputati. Loro non c’entrano con quello sfondo. 

Sono lì per errore, fallimento, sconfitta. Contro la loro volontà. La loro storia, la loro vita, la loro volontà li colloca su un altro sfondo, ed è da questo che ricevono la giusta luce per essere osservati e capiti. Tutti noi che abbiamo visto questo sfondo, vi abbiamo immaginato loro. Basta aver visto, nella sala del comando di un lager, le pareti piene di simboli, stella gialla, rettangolo rosso, rettangolo nero…, che i prigionieri portavano sul petto. Rivelano la vastità dell’impero, e delle “razze” che lo componevano. 

Guardandoli capisci che chi comandava l’impero, che fosse lì o a Berlino, doveva essere un artefice intelligente e attivo del meccanismo, non un esecutore ottuso. Se un meccanismo così gigantesco fosse stato gestito da funzionari ottusi, come vuol apparire Eichmann, atoni inintelligenti carrieristi, non avrebbe funzionato. C’è intelligenza, in quel funzionamento. Maligna, diabolica, ma c’è. Guardiamo su una carta il reticolare intrico dei binari che portavano là... Il numero dei campi sparsi per l’Europa... I numeri delle vittime, milioni dal Sud Europa, milioni dall’Est... I reparti che facevano quelle cose, i volontari che s’arruolavano in massa, la fedeltà che mantenevano fino all’ultimo... «Quel che ci vien chiesto è di essere sovrumanamente inumani», spiegava Himmler. Quelli che gli hanno obbedito cercano poi, nei processi (Eichmann non è il solo) di nascondere la «sovrumana inumanità» sotto un’apparente stupidità. La loro ultima astuzia.

Monday 22 September 2014 06:50

Dignità all'economia della famiglia

Questo giornale torna a sottolineare l’allarme denatalità e – con l’analisi di Massimo Calvi e Pietro Saccò pubblicato giovedì scorso, 18 settembre – offre alla riflessione di politici e addetti ai lavori una proposta-esempio che dimostra la fattibilità di una “svolta”: convertire il bonus degli 80 euro in uno strumento di sostegno alle famiglie con figli.
Apprezzo l’analisi e condivido completamente la proposta, qui vorrei però concentrarmi su un aspetto specifico e non affrontato della questione: le determinanti del bening neglect  – la disattenzione preterintenzionale (a voler essere cortesi) – della cultura italiana, e in particolare della cultura economica, nei confronti dell’economia della famiglia. 

In altri grandi Paesi, la materia – che utilizza la strumentazione economica per studiare sia le relazioni all’interno dei nuclei familiari sia il contributo, di breve periodo (congiunturale) e di medio e lungo periodo (strutturale), che questi danno al resto dell’economia – viene invece riconosciuta e valorizzata come una disciplina economica a sé stante, al pari dell’economia internazionale, dell’economia dello sviluppo o dell’economia tributaria. 

Un “economista della famiglia”, Gary Becker, ha ricevuto il Nobel per l’Economia principalmente per il trattato che ha scritto sul tema (e il cui testo integrale non è mai stato tradotto in italiano). All’estero (principalmente nei Paesi di cultura anglosassone e tedesca), esistono inoltre, in tutte le maggiori università, cattedre di economia della famiglia e c’è una vasta letteratura accademica con riviste specializzate: la più nota è più autorevole è il Journal of Family and Economic Issues. 

Non mancano anche riviste scientifiche “regionali”, ad esempio in Asia. Alcuni anni fa, nel 2007, Lundberg, Shelly, e Pollak hanno dedicato un saggio alla materia nel Journal of Economic Perspectives, una delle tre più accreditate riviste dell’American Economic Association.

Esiste, poi, una rivista scientifica quotidiana (cinque giorni la settimana, undici mesi l’anno) il Labor: Demographics and Economics of Family E-Journal che ha più di un milione di abbonati nel mondo. Pubblica estratti di studi sul tema, dando la possibilità di scaricare i testi integrali (per lo più gratis o pagando una modica cifra). Qualcuno sarà stupito del fatto che il saggio di apertura del 16 settembre scorso riguarda il rischio di povertà delle famiglie italiane – Persistent Risk of Poverty Rate in Italy 2007-2010  – ed è di autori italiani: Lucia Coppola e Davide Di Laurea. Ma è proprio così e quel lavoro sta già avendo notevole eco all’estero, mentre – a quanto mi risulta sinora – nel nostro Paese non è stato neanche presentato in uno dei seminari organizzati periodicamente dalla Banca d’Italia, dal Tesoro e dalle maggiori università (per non parlare del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali). È la conferma che anche in Italia ci sono economisti che studiano specificamente la materia e possono fornire suggerimenti per appropriate politiche. Purtroppo, però, sono poco numerosi e, quel che più conta, poco considerati. 

Le radici di questa indifferenza incomprensibile e autolesionista, a mio avviso, non sono nella scienza economica. Al contrario, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, la scuola italiana di scienza delle finanze (Pantaleoni, De Viti De Marco, Cossa, Mazzola) diede contributi importanti all’economia della famiglia, specialmente sotto il profilo tributario. Per certi aspetti, seppure in modo parziale, il fascismo si appropriò di tali contributi sviluppando una politica della famiglia aggressiva che includeva anche una “tassa sul celibato”.
Dopo la seconda guerra mondiale, l’attenzione è scemata in reazione a una prassi politica che, più a torto che a ragione, era ritenuta “fascista” (sebbene le sue basi economiche risalissero agli ultimi decenni del XIX secolo) e soprattutto a ragione di una cultura politica che, in un’Italia in rapida industrializzazione, vedeva il ruolo della donna solo “in fabbrica” o “in ufficio” e non a casa, a “fare figli” e a condividerne con il marito la formazione e la crescita. È venuto il momento, credo, di rottamare questa diffusa, ancor recente eppure terribilmente vetusta visione e “agganciare” finalmente riflessioni e concrete politiche che si sviluppano nel resto del mondo.

Monday 22 September 2014 03:00

Scola: quattro soluzioni per i divorziati risposati

E la quarta è la più nuova: affidare l'accertamento della validità di un matrimonio direttamente al vescovo o a un suo delegato, in forma non giudiziale. Con l'arcivescovo di Milano sono ormai dieci i cardinali scesi in campo contro le tesi di Kasper-Bergoglio

Sunday 21 September 2014

Redipuglia-Tirana, il Papa per la pace

Guerre di religione? No, grazie. Le religioni hanno altro da fare: ricercano e costruiscono basi per la convivenza civile e per l’edifi­cazione della pace. E in questa prospettiva neppure può sfuggire lo stretto le­game che collega, nel giro di una settimana, la visita compiuta da Francesco al sacrario mili­tare di Redipuglia all’odierno passaggio a Ti­rana. Le parole pronunciate sabato scorso dal Papa tra le tombe di una guerra mondiale del passato e davanti a una guerra mondiale «a pezzi» del presente sono parole che squarcia­no la storia della coscienza collettiva. S’inseri­scono nella riflessione sulla guerra che i Papi hanno sviluppato nell’ultimo secolo, e la por­tano al culmine per l’estrema lucidità con la quale Francesco indica gli interessi e le avidità di potere e di denaro che stanno «dietro le quinte» delle guerre perpetrate dai «pianifica­tori del terrore». Il Papa ha definitivamente se­polto l’ammissibilità di un ricorso legittimo al­le armi. Quale credente dopo quelle parole po­trà ancora parlare, oggi, di «guerra giusta»? Francesco ha parlato d’«ideologia», mai ha no­minato la religione come fattore di giustifica­zione della «cupidigia, dell’intolleranza, del­l’ambizione al potere» che sono il marchio pro­prio della guerra. L’autentica religione, al con­trario, è fonte di pace: «Un leader religioso è sempre uomo o donna di pace, perché il co­mandamento della pace è iscritto nel profon­do delle tradizioni religiose che rappresentia­mo».
 
E quindi, ripete con forza e ormai da più di un anno il Papa, «non può esservi nessuna giustificazione religiosa alla violenza». Utopia non sono la fattiva possibilità del dialogo, la coesione sociale le concrete e sempre percor­ribili vie della pace. Utopia è che con la guer­ra si possa ripristinare la giustizia. È la storia a insegnarlo, è la realtà che lo conferma, non le convinzioni personali del Vescovo di Roma. «Ma quando capiremo la lezione?», ha chiesto dal pulpito di San Pietro il giorno seguente la visita ai cimiteri della Grande Guerra. A distanza di una settimana Francesco pre­senta ora un’altra “lezione”, che ancora una volta ci viene dalla realtà e che intende ripro­porre all’attenzione di tutti, andando incontro anche ai “ritardatari” di quella precedente.

Il Papa ci porta oggi con sé in un Paese dei Bal­cani. Regione storicamente flagellata dai ven­ti delle contrapposizioni etniche e da sempre crocevia della pace e della guerra in Europa. Ci porta in una terra, l’Albania, che è potenzial­mente ponte tra Oriente e Occidente e porta le cicatrici di un passato tragico. Segnato dal­l’oppressione e dalla chiusura di una dittatu­ra ateistica (la prima al mondo ad avere nella Costituzione l’ateismo pratico) che ha repres­so e perseguitato sistematicamente tutte le di­verse religioni presenti. in Albania, oggi, proprio queste diverse comunità religiose – tra le quali l’islam è assolutamente maggioritario – convivono e collaborano pacificamente sul piano civile e sociale. Anzi, di più. Nella fondazione odierna di quello Stato la laicità del­le istituzioni e soprattutto il pluralismo religioso sono considerati come un pilastro del­l’ordinamento, uno degli elementi fondanti e costitutivi dell’unità nazionale. Una realtà concreta e attuale, che smonta visioni distorte e smentisce quanti usano il nome di Dio e strumentalizzano ideologicamente le diverse fedi per alimentare conflitti e violenze.
 
L’Albania ha scommesso sulla possibilità di costruire una società civile multireligiosa e la storia le ha dato ragione. E proprio questa caratteristica che contraddistingue nobil­mente il Paese è quella che oggi la presenza del Papa vuole mettere in luce. Lo ha già detto, del resto, con chiarezza lui stesso: «Vado in Albania perché? Perché sono riusciti a fare un governo – pensiamo ai Balcani! –, un governo di unità nazionale tra islamici, ortodossi e cattolici, con un consiglio interreligioso che aiuta ed è tanto equilibrato». Insomma, l’Albania spicca come esempio. Tirana, nonostante le difficoltà, ha scelto la via del dialogo, e le diverse componenti religiose hanno lavorato insieme e insieme continuano ad agire, come autentiche mediatrici, sapendo che il guadagno è la pace condivisa. Oggi «la presenza del Papa è per dire a tutti i popoli: “Si può lavorare insie­me!” ». È la via di un dialogo non astratto: il dialogo interreligioso non meramente di­plomatico, il dialogo intessuto nelle relazioni, tenace, paziente, coraggioso, fraterno, in­telligente, per il quale niente è perduto.

Quel dialogo che Papa Francesco, con parole e opere, continua incessantemente a testimoniare come «via imprescindibile della pa­ce», che «è responsabilità di tutti» e «dovere di ogni cristiano». Dovere è scritto (notare il verbo). E non è retorica chiedersi adesso quando anche noi impareremo questa “le­zione”.

Saturday 20 September 2014

La Chiesa albanese rinasce dal sangue dei martiri

Le loro fotografie campeggiano da qualche giorno sul viale  Dëshmorët e Kombit,  Martiri della Nazione, al centro di Tirana. Lo stesso delle grandi parate di regime, lo stesso dove il dittatore Enver Hoxha aveva fatto edificare il suo mausoleo, un’inquietante piramide di cemento armato che avrebbe dovuto trasmettere ai posteri la sua imperitura memoria. La storia, però, ha le sue nemesi. E ora, mentre l’Albania è in festa per l’arrivo del Papa, quelle fotografie dei martiri cattolici di un regime comunista tra i più spietati del XX secolo sono il segno di quanto grande e folle sia stata l’illusione coltivata da Hoxha e dai suoi emuli d’oltrecortina. L’illusione di cancellare la fede, di instaurare l’ateismo di Stato, di chiudere per sempre il cielo sopra gli uomini. Sembra storia di altri secoli. Eppure è successo solo qualche decennio fa in Europa. E la visita che Francesco sta per compiere nella capitale albanese la ripropone agli occhi di un mondo distratto da altre emergenze, come omaggio alla testimonianza di una Chiesa tra le più provate dalla persecuzione e anche come monito per il presente, ancora una volta segnato dalle spire del martirio, come la cronaca evidenzia purtroppo ogni giorno.

Così, la storia dei martiri albanesi crea un ideale ponte tra il viaggio nel Paese delle aquile e quello nella Corea del Sud, dove i cattolici - sia pure in epoca diversa e per diverse motivazioni - hanno subito persecuzioni analogamente feroci (lo scorso 16 agosto a Seul il Papa ha beatificato 124 persone). In questa occasione, però, il processo di beatificazione è ancora in itinere, per la precisione nella fase della
positio,  dopo che l’8 dicembre 2010, nella cattedrale di Scutari, è stata chiusa la parte diocesana dell’inchiesta super martyrio.

Un processo che riguarda 40 martiri, anche se il numero delle persone uccise dal regime in odium fidei è molto più alto. La speranza, neanche tanto segreta della Chiesa in Albania, è che la visita del Papa acceleri l’iter. Anche perché sulla testimonianza di attaccamento a Cristo dei 40 Servi di Dio sussistono ben pochi dubbi. Tra loro figurano, infatti, due vescovi ( Vincent Prennushi e Fran Gjini), 33 fra sacerdoti diocesani e religiosi (tra i quali nove francescani e tre gesuiti), un seminarista, tre laici e una ragazza, Maria Tuci, aspirante stimmatina. Proprio la vicenda di quest’ultima può essere assunta a simbolo di quella di tutti gli altri. Per la efferatezza delle torture e il coraggio con cui furono affrontate. Maria era una ragazza molto bella. Si oppose alla violenza carnale e per questo fu ripetutamente e selvaggiamente picchiata. I suoi carcerieri le deturparono il volto, la rinchiusero in un bugigattolo senza luce, le consentivano un cambio di indumenti solo una volta al mese e quasi sempre la lasciavano al freddo e sotto la pioggia. Trasportata in ospedale in gravi condizioni, prima di morire nel 1950 disse alla sua amica Divida che andò a visitarla: «Si è avverata la parola del mio persecutore. 'Ti ridurrò in uno stato tale che neppure i tuoi familiari ti potranno riconoscere'. Ma ringrazio Dio perché muoio libera».

Cancellare il volto non solo delle persone, ma di una intera Chiesa era infatti il compito che il regime si era dato. Nel Paese a maggioranza musulmana e con una forte presenza ortodossa, la violenza dei comunisti fu particolarmente indirizzata verso i cattolici, soprattutto i sacerdoti, perché essi rappresentavano la parte più evoluta della società.

Molti avevano studiato all’estero, conoscevano il mondo e perciò erano perfettamente in grado di smascherare le bugie del regime, ossessionato da possibili attacchi da parte delle potenze occidentali, al punto da far costruire migliaia di piccoli fortini di cemento in ogni angolo del territorio. Tra i più 'pericolosi' (secondo l’ottica del dittatore) don
Aleksander Siriani, sacerdote di grande cultura e ottimo predicatore. Fu arrestato, torturato e fucilato nel 1948. Ma di fronte al plotone di esecuzione non ebbe paura. «Colpite. Sto qui, do la vita per Cristo», disse prima di morire. Un fine intellettuale fu anche l’arcivescovo di Durazzo, monsignor Vincent Prennushi, detto il 'Thomas Becket di Albania' per la sua opera di scrittore.

Preferì la morte (avvenuta in seguito al carcere duro il 19 marzo 1949), come già aveva fatto il suo predecessore monsignor Gasper Thaci (che però non figura nell’elenco dei quaranta beatificandi), pur di non cedere alla richiesta di Hoxha di creare una Chiesa nazionale (sul modello di quella cinese) antagonista della Chiesa di Roma. Il dittatore ci provò anche con un altro vescovo, monsignor Fran Gjini, ma ricevette la stessa riposta: «Non separerò mai il mio gregge dal Papa».

Alla storia di monsignor Prennushi è dedicata anche una piéce teatrale,
Il petalo e il fiore,  nata su ispirazione della mostra allestita al meeting di Rimini nel 2012: «Albania, athleta Christi.

Alle radici della libertà di un popolo», che presenta le figure dei martiri, inquadrandole nelle vicende della loro Chiesa e del loro Paese. Nel 2009, inoltre, le Clarisse di Scutari hanno ideato una Via Crucis, «Sui passi dei martiri del comunismo (1946-1990)», ambientata nell’ex prigione 'Sigurimi' della loro città. Per ogni stazione la storia di un martire, presentato attraverso lettere e testimonianze di prima mano. Don Shtjefen Kurti, uno dei 40, il 16 ottobre 1946, in una lettera a Pio XII così descrive il doloroso affresco delle sofferenze di un popolo. «Santissimo Padre, le file dei martiri si moltiplicano ogni giorno; nelle carceri, torture terribili sono applicate indistintamente a tutti; migliaia di uomini, donne, vecchi e bambini, spogliati di tutto e affamati, vengono deportati nei campi di concentramento, nei luoghi più isolati e malsani, dentro case senza porte né finestre, costretti tutto il giorno a duri lavori per un solo pezzo di pane. Allo scopo di indebolire la costituzione fisica dei detenuti e di farli perire per esaurimento e tubercolosi, con un recente provvedimento è stato proibito alle famiglie di portare loro dei viveri». Ma nonostante tutto, il sacerdote mostra il suo attaccamento a Cristo: «Prostrato ai piedi di Vostra Santità, umilmente chiedo la vostra paterna e apostolica benedizione per me, per tutto il clero, per tutto il popolo, affinché siamo sostenuti nella lotta presente senza abbattimento per la nostra fede». Straordinaria è, in questo scenario, la mancanza di ogni acredine nei confronti dei carnefici. Il gesuita Giovanni Fausti, bresciano, fucilato nel 1946, durante il processofarsa spesso veniva esposto al pubblico ludibrio.

Un giorno una donna con rabbia gli gridò: «Sparategli una pallottola in fronte». E poi gli sputò in faccia. Lui rispose alzando gli occhi al cielo: «Padre perdonala, perché non sa che cosa sta facendo». E talvolta, pur nello squallido contesto del carcere, avviene anche qualche 'miracolo'. Alla VII Stazione della via crucis Padre Zef Pllumi (morto nel 2007, dopo essere sopravvissuto a 25 anni di carcere e lavori forzati) racconta di quella volta che a Pasqua del 1949, la sorella di un suo compagno di cella, padre Leon Kabashi, riuscì a fargli avere con un sotterfugio un corporale con 50 ostie. Un episodio che riporta alla mente i flaconi di medicinali per lo stomaco in cui il cardinale vietnamita Van Thuan si faceva recapitare il vino per celebrare la Messa al tempo della sua progionia.

«Si ripetono nel XX secolo le stesse scene delle catacombe romane», è il commento di padre Pllumi. Quasi un sigillo per la storia che l’Albania ha vissuto sulla sua pelle in 46 lunghi anni e che ora fa da base alla sua giovane democrazia. Forse non è un caso che dopo la tragica sbornia ideologica, oggi il Paese sia un esempio di convivenza pacifica, pur nella diversità culturale e religiosa, che il Papa, proprio con questo viaggio addita all’Europa e al mondo. Il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani, diceva Tertulliano. E dei cristiani nessuna società deve avere paura, ha ricordato il Papa a Seul parlando dei martiri coreani. Anche le foto che campeggiano nel viale principale di Tirana stanno lì a testimoniarlo.

Saturday 20 September 2014 07:28

Il Buon viaggio da una cella

Quando Francesco toccherà la terra d’Albania, sarà come abbracciare anche tutti quei figli che dalla loro terra sono partiti: con viaggi di fortuna, stretti e costretti nei gommoni, illusi e forse delusi nelle aspettative. Nelle carceri italiane – dove la lingua ufficiale è l’albanese – la risposta a Francesco sarà immediata: certi passi hanno un valore simbolico che oltrepassa la geografia delle terre che toccano. Sono passi che somigliano ad un riscatto collettivo, quasi il Papa prestasse il suo viaggiare a chi viaggiare non può o non può più. Francesco che presta i passi a Davide, detenuto in un carcere di massimo sicurezza: «Quando ho saputo che andavi a casa mia – scrive Davide in una sua lettera mai spedita a Francesco – il mio cuore si è riempito di gioia: ho ripensato subito a quei quarant’anni di dittatura che ci hanno rubato il nome di Dio dal vocabolario.

Che ci hanno impedito la possibilità di un cammino di fede». Quella fede che in certe terre di periferia è tanto simile a un fiume carsico: in certi attimi scompare sotto terra per poi ricomparire più in là, con maggior audacia. Un piccolo resto che riappare nelle condizioni più inimmaginabili: «La bellezza del Vangelo io l’ho scoperta nella piccola comunità cristiana qui dentro in prigione – continua –. L’anno scorso sono diventato cristiano e ho scelto il nome Davide».

Chi parte porta con sé solo le cose essenziali, il minimo per non morire. E dentro quest’essenziale c’è sempre una storia, la propria storia: «La mia storia ha un passato difficile vissuto di trasgressione e violenza – si confida al Papa –. Eppure mi sono trovato di fronte ad un Dio che mi ha preso per mano e trasportato nel suo amore».

A loro la dittatura – forte di un pensiero unico – ha complicato tremendamente l’esistenza: ha tentato di cancellare loro la memoria, ha ostacolato il loro presente, ha ingarbugliato il loro futuro. Li ha mandati a spasso per il mondo. Una cosa sembra non esserle riuscita: spegnere in loro la luce della speranza, il desiderio di una storia diversa.

Di un Dio della consolazione: «Ogni giorno prego per te, Francesco: sei per me un amico. Nella ristrettezza della mia cella ti accompagno nei tuoi viaggi perché ogni uomo possa vedere nel fondo del tunnel un raggio di Luce com’è capitato a me». Una Presenza che oggi diventa storia nei passi di Francesco, quasi una rivalsa sulla disperazione: laddove ha abbondato il deserto, oggi sovrabbonderà la sorpresa e lo stupore. Il canto di una storia d’amore - quella tra Dio e l’uomo - che nessun regime potrà mai cancellare.

Al massimo ci si perderà per qualche attimo, com’è di tutte le storie d’amore: sembra che ogni tanto sia necessario perdersi per poi ritrovarsi. Quando ci s’incontrerà, magari anche solo simbolicamente, sarà un sentirsi a casa propria, un narrarsi la scoperta più bella: quella di non essere stati abbandonati dal Cielo. «Vorrei accompagnarti in questo tuo viaggio a casa mia – conclude –: per raccontare al mio paese la gioia d’aver incontrato Cristo. Per dire ai miei amici che la storia può essere diversa da quella che ci hanno raccontato.

Non posso essere con te, per ovvi motivi. Ma ti accompagno con la mia preghiera. Fai buon viaggio, Papa mio (Armand/Davide)». Il peso di un cammino: quello del Male che complica la speranza di un’intera generazione. Quello del Bene, sopratutto: che risana vecchie cicatrici lasciate nell’animo. Un Papa in Albania, degli albanesi dentro le prigioni d’Italia: anche questi sono i viaggi sorprendenti di Francesco. Che da vero "amico" va a rammendare la loro storia. Per conto di Lui ma anche di loro. Per conto di tutti.

Saturday 20 September 2014 07:19

Il vero bivio

Alla fine, l’unione ha vinto. E, dunque, l’Union Jack manterrà tutti i suoi colori. Il primo ministro di Sua Maestà britannica, David Cameron, ha tirato un sospiro di sollievo e così la stessa Unione Europea, angosciata per un possibile «effetto domino» negli altri territori agitati da tentazioni indipendentiste. Come sempre, tutti cantano vittoria. Gli unionisti, per il risultato, i separatisti perché comunque «nulla sarà come prima». In realtà, ora che il bagliore dei riflettori si è spento, è possibile accorgersi di quanto questa campagna elettorale abbia avuto un carattere paradossale e persino contraddittorio. Prendiamo, ad esempio, le ragioni degli unionisti.

Leggendo l’appello finale al voto dell’Economist, che con tono tra l’accorato e il minaccioso chiedeva agli scozzesi di non uscire dal Regno Unito, molti hanno avuto un soprassalto: ma a scrivere non erano gli stessi che continuano a chiedere alla Gran Bretagna di uscire dall’Europa (anch’essa) unita? E, invertendo le parti, lo scenario rimane surreale. Gli scozzesi, infatti, pur di ottenere la secessione dal Regno, hanno tranquillamente utilizzato gli argomenti utilizzati a Londra dagli unionisti (soprattutto tories) per ottenere la secessione dall’Europa; quegli stessi scozzesi che – ulteriore capriola logica – rappresentano la componente più "filo-europea" dell’elettorato britannico. E così, mentre gli scozzesi vogliono uscire dal Regno Unito per entrare in Europa, i filo-britannici vogliono il Regno Unito per uscire dall’Europa. Come spiegare questo gioco degli specchi, in cui si combatte un "nemico". ma la si pensa come lui? È una sorta di "follia" collettiva? Qualcuno può rispondere che quello che è successo in Scozia dimostra solo che le questioni di politica nazionale vanno tenute distinte da quelle di politica europea.

Questa spiegazione, oltre che essere assai poco convincente, nasce da uno sguardo estremamente miope a quello che sta accadendo. «C’è del metodo in questa follia», commenterebbe uno che di britannici se ne intendeva; esiste, infatti, un denominatore comune tra queste posizioni politiche apparentemente speculari e contraddittorie. È un problema di ragioni. Per quale motivo oggi è preferibile rimanere uniti e perché, invece, è meglio dividersi? Questa scelta, con buona pace dei politologi o dei costituzionalisti, non è questione di strategie o di sondaggi d’opinione: essa tocca strati molto più profondi della coscienza pubblica, riguarda la cultura e i valori di fondo di un assetto sociale. L’idea attualmente dominante è che l’unità nasce dall’utilità reciproca; stare insieme è il frutto di un calcolo: cedo parte della mia indipendenza per ottenere in cambio un certo guadagno. Direbbero gli economisti che è un gioco «a somma zero»: la perdita di autonomia è compensata dal profitto. Questa idea è il legante culturale che accomuna il micro-separatismo scozzese al macro-separatismo britannico. E questa è l’idea che oggi, all’indomani del voto, ha vinto e che avrebbe prevalso comunque, anche se la Scozia fosse diventata indipendente. In realtà si sono scontrati due utilitarismi.

L’ aspetto più inquietante è che tutti sanno che un simile idea è un veleno mortale per i tentativi di coesione. Le forme politiche unitarie (federazioni, confederazioni, unioni) che si fondano 'solo' su questo scambio, via via che i costi dell’unità crescono finiscono per non essere più sostenibili e, alla fine, 'esplodono'. La storia – europea e non solo – mostra, però, un’alternativa. Esiste, infatti, una ragione differente per l’unità, che non è contro il criterio dell’utilità reciproca, ma che non parte da un calcolo bensì da una constatazione: l’inter-dipendenza viene prima dell’indipendenza. La 'relazione' è un fattore costitutivo, tanto dell’individuo quanto degli Stati. Come giustamente osservava l’Economist, la forza del Regno Unito è sempre stata proprio la sua unità. Ma oggi, dopo il risultato scozzese, siamo tutti dinanzi a un bivio: dobbiamo decidere qual è il fondamento dell’unità. Il rischio, altrimenti, è che chi oggi ha vinto, domani, per le stesse ragioni, potrebbe perdere.

Saturday 20 September 2014 03:34

Due buone notizie da Buccinasco

La sera di giovedì 18 settembre ho parlato del Beato Clemente Vismara nella grande e bella chiesa parrocchiale di Maria Madre della Chiesa a Buccinasco, all’estrema periferia vicina al Parco Sud di Milano. Col parroco don Maurizio Braga e don Silvano Bonfanti, siamo andati a cena dalla famiglia di Davide e Marta Bertani, quella con otto bambini fra i 12 anni (la prima Benedetta) e l’ultima di quattro mesi (Carolina), sulla quale ho già scritto un Blog (il 5 luglio 2014). Una cenetta leggera e rallegrata dalla vita normale di queste sette bambine con un solo fratellino di due anni (Riccardo), che danno gioia e speranza al vederle come si aiutano a vicenda, giocano e bisticciano, dan da mangiare ai più piccoli, fanno i capricci e i genitori o gli anziani amici marito e moglie dello stesso palazzo le prendono in braccio e tante altre scenette che ricordano la nostra infanzia. Davide dice che deve ancora finire di pagare il mutuo per l’acquisto di quest’alloggio di più di 100 mq, al settimo piano di una casa popolare costruita pochi anni fa, però aggiunge che la Provvidenza e la solidarietà di tante famiglie li ha sempre aiutati e li aiuta ancora (lui è giornalista della Regione, lei insegnante è andata in pensione dopo la quarta bambina).

E poi un’altra bella notizia che allarga il cuore: a Buccinasco sono molti i giovani sposi che hanno tanti figli. Inizialmente l‘esempio l’hanno dato alcune coppie di C.L., ma adesso molti coniugi cristiani incominciano a fidarsi della Provvidenza e della gioia che i bambini portano in una famiglia con numerosi figli e che questi piccoli crescono molto meglio che nelle famiglie con un solo bambino. Venerdì mattino è venuta al Pime di Milano una giovane signora, Serena Varamo, a prendere altri libri di Vismara per la parrocchia, che venderanno domenica. Lei ha quattro figli e ha confermato la bella notizia che a Buccinasco sono molte le famiglie con tanti figli.

Don Maurizio mi dice che nel 2013 le due parrocchie di Buccinasco hanno celebrato 180 battesimi di bambini per complessivi 25.000 abitanti. Uno “scoop” giornalistico per l’Italia che è in crisi perché ci sono troppo pochi bambini. Secondo dati dell’Istat pubblicati dai giornali il 26 giugno 2014, “nel 2013 c’è stato un crollo delle nascite: 514.000 per più di 60 milioni di abitanti. Il numero medio di figli per donna in età fertile è sceso da 2,41 nel 2012 a 2,39 nel 2013”. Che l’Italia sia in crisi anche per produrre sempre meno bambini lo sanno tutti, ma pare un tabù per la stampa alla ricerca di segnali di speranza per il nostri amato paese.

Dopo questo bagno gioioso in una famiglia numerosa, eccoci in parrocchia dove stava terminando la Messa per i missionari e dove è esposta la Mostra fotografica del Beato Clemente Vismara (1997-1988) presa dalla parrocchia di Agrate Brianza. Dopo la S. Messa per i missionari della missione alle genti, ho presentato ad un’assemblea di circa 300 fedeli il Beato Clemente, missionario in Birmania per 65 anni, che ha fondato la Chiesa fra popolazioni tribali della diocesi di Kengtung, di cui Vismara è stato uno dei fondatori. La sua devozione si è diffusa spontaneamente in vari paesi del mondo, anche dove il Pime non è presente (Polonia, Francia, Romania, Germania, Svizzera. E’invocato come santo della carità, protettore dei bambini, uomo della Provvidenza. Ma gli amici lettori del mio Blog già lo conoscono e scriverò ancora di lui.

Una “buona notizia” è il canto in poesia che un cantautore italo-rumeno ha composto ed eseguito ieri sera prima del mio intervento. Fabio Constantinescu è figlio di un militare rumeno che dopo l’ultima guerra, liberato dal campo di concentramento di Mauthausen è venuto in Italia, ha sposato una milanese e Fabio è nato nel 1961. Sposato con due figli ha un negozio in centro a Milano e frequenta la parrocchia di don Maurizio, ha una forte tendenza alla poesia e alla musica e prepara canti per le feste parrocchiali. Leggendo “Fatto per andare lontano”, ha preparato le parole di questo canto; i fedeli avevano in mano il foglio con le parole e Fabio cantava suonando la chitarra con una bella ed espressiva voce questa poesia, che ha commosso tutti, preparando l’atmosfera alla mia conferenza. Fabio è disposto ad andare a cantare gratis dove si celebrano altre serate del beato Clemente Vismara.

Piero Gheddo

Ecco il testo dei due canti:

Il Beato Clemente testimone della forza di Dio

I missionari sono stelle comete
che portan la luce in luoghi sperduti

si lasciano indietro la loro vita

e con coraggio affrontano l’ignoto di un nuovo viaggio

Disposti a tutto, persino a morire

per donare all’uomo la loro immensa ricchezza

la grandezza, l’altezza e la civiltà

del Vangelo portato dal Figlio di Dio

e Clemente, lacero e affaticato

per sentieri impervi, tra uomini ostili

tende le mani, offre un sorriso,

e aiuto e riso e cure per tutti i mali

e coltiva bambini come teneri arbusti

che diventeranno alti e robusti

e che renderanno frutti dai rami

che saranno mangiati e sazieremo anime nuove.

Nel semibuio Clemente sorride

con gli occhi che brillano e scrive per noi

e con la sua vita si fa testimone

della forza di Dio, si fa luce ed esempio

si ferma ed esce un pò acciaccato

a guardare le stelle … e si fa una “pipata”


Lo sguardo di Dio


L’ho visto negli occhi pieni di paura di un soldato morente

negli occhi di fiducia di un orfano bambino

negli occhi pieni di delirio di un fumatore di oppio

negli occhi velati e tristi di una vedova birmana

e non potevo fare a meno di aiutare
di costruire con fatica e di pregare

perchè in quegli occhi profondi io ho visto lo sguardo di Dio

perchè in quegli occhi profondi io ho visto lo sguardo di Dio.


l’ho visto negli occhi pieni di speranza di un umile credente
nei riflessi di luce tra le ombre di ogni mio fratello

negli occhi pieni di di dolcezza di una suora sgangherata

l’ho visto anche nei miei occhi…


e non potevo fare a meno di aiutare
di costruire con fatica e di pregare

perchè in quegli occhi profondi io ho visto la sguardo di Dio

perchè in quegli occhi profondi io ho visto lo sguardo di Dio


e non potevo fare a meno di sorridere
per la bellezza della vita e del creato

per l’immensa profondità dell’anima

per l’immensa profondità del cielo


e non potevo fare a meno di aiutare
di costruire con fatica e di pregare

perchè in quegli occhi profondi io ho visto la sguardo di Dio

perchè in quegli occhi profondi io ho visto lo sguardo di Dio

Fabio Constantinescu

Friday 19 September 2014

Facciamo germogliare la conversione Verde

fernandez«Il mondo, la realtà che ci circonda, la natura ha un messaggio bellissimo per tutti noi e tutti, come ripete papa Francesco, siamo impegnati insieme per la sua salvaguardia». Víctor Manuel Fernández, rettore dell’Università Cattolica di Buenos Aires, ci tiene particolarmente a sottolineare lo stretto legame fra bellezza, salvaguardia dell’ambiente e di ogni singolo essere umano col pontificato di papa Bergoglio. Del teologo argentino è fra l’altro da poco uscito dalla Emi il volume  Il progetto di Francesco. Dove vuole portare la Chiesa, scritto assieme al giornalista Paolo Rodari. Abbiamo incontrato Fernández ad Assisi sul sagrato della Basilica Superiore, prima del suo intervento al convegno sulla ‘Fragile bellezza’.

Un nesso di relazione divina fra la natura e l’uomo che abbiamo dimenticato.

«Ma la realtà esce sempre da se stessa, i fiumi scorrono, il fumo sale verso l’alto, ogni cosa cerca di mettersi in relazione. Noi esseri umani non possiamo essere felici, pienamente compiuti se non usciamo da noi stessi per incontrare gli altri. Invece il mondo ci invita a chiuderci nel privato, a cercare gli altri e usarli per le nostre esigenze, per il nostro piacere. Ma ogni creatura canta nella sua semplicità un inno a Dio e quando una creatura sparisce si perde con lei anche quel canto, che i nostri figli non potranno più ascoltare».

Cosa significa parlare di bellezza ad Assisi? 

«Quello di bellezza è un concetto filosofico del quale si può parlare all’infinito. Qui la intendiamo in senso francescano, che è poi il pensiero di questo Papa. Il problema è che dobbiamo cominciare a guardare e a concepire le cose del mondo come belle e non più come utili e quindi suscettibili di essere sfruttate. Se le vedo come belle il loro messaggio per la mia vita mi porta ad avere con esse un atteggiamento di comunione».

Un po’ come guardare agli uomini in quanto immagine di Dio? 

«Sì. Ma succede che spesso il concetto di uomo fatto a immagine di Dio è stato compreso male, cioè come partecipazione al potere di Dio sul mondo. Come via libera per usare tutte le cose in funzione dei nostri bisogni e desideri. Invece l’immagine di Dio è partecipare alla capacità di comunione che è in Dio, così come succede per la Trinità. Essere fatti a immagine di Dio ci invita a uscire da noi stessi per incontrare gli altri, mettersi con loro in relazione replicando la comunione trinitaria. Questo cambia alla radice il concetto di bellezza e di salvaguardia dell’ambiente».

Nel brano della prima lettera ai Corinzi della liturgia di oggi [ieri, ndr] Paolo dice che Gesù si è avvicinato a lui proprio perché «aborto », cioè brutto, peccatore… 

«Perché bellezza non può essere disgiunta da umiltà. San Francesco riesce a vedere Dio in ogni creatura perché è umile. Quell’umiltà che è nella parola ‘humus’, cioè quel senso di umile che ci rende fecondi come la buona terra. Questa è l’umiltà francescana. Ciò che dobbiamo perseguire per metterci nella giusta relazione col mondo».

Umile come la peccatrice che versa il balsamo su Gesù… Tanto per restare alla liturgia di oggi [ieri, ndr]? 

«Non a caso Gesù dice ai suoi discepoli che il gesto di quella donna sarà ricordato per sempre. È l’umiltà che scopre il bello. E Gesù indica spesso ai suoi di cercare il bello in questi gesti di umiltà, come per la vedova che ha dato una sola moneta, ‘ma è tutto quello che gli serve per sopravvivere’. Ecco, il Vangelo è ricco di episodi in cui Gesù invita a gustare delle cose umili, povere, semplici».

Per esempio?

«Quando parla della natura mostra sempre cose umili. Guardate gli uccelli dell’aria… Cinque passeri non si vendono forse per due soldi, ma nessuno di essi è dimenticato davanti a Dio… Come un seme senape che un uomo mette nel suo campo… Il seminatore passava a seminare…».

Tutte cose legate alla natura? 

«Ecco, dobbiamo far germogliare in noi lo sguardo di Cristo per il mondo in una sorta di conversione verde: un atteggiamento di gratuità e di cura per tutto ciò che ci circonda, per l’ambiente e per gli altri, senza aspettarci nulla in cambio. Così, solo così si può godere pienamente della vita e delle cose senza essere ossessionati dalla necessità di farle proprie, di acquistarle, di sfruttarle. In questo modo dimentichiamo la nostra autoreferenzialità, scopriamo la nostra autotrascendenza e diventiamo capaci di salvaguardare l’ambiente, amare il prossimo, condividere con gli ultimi».

Roberto I. Zanini – Avvenire, 19 settembre 2014

Friday 19 September 2014 03:00

Sul prossimo sinodo sono aperte le scommesse

Per la prima volta dopo decenni vescovi e cardinali torneranno a scontrarsi su tesi radicalmente contrapposte, in particolare sul sì o no alla comunione ai divorziati risposati. È papa Francesco che ha voluto riaprire la contesa. Dall'esito imprevedibile

Wednesday 17 September 2014

L’infinito è pensato per l’uomo

barrowEuclide, Tommaso d’Aquino, Spino­za o Leopardi: già nei nostri anni scolastici avremmo dovuto capire che l’infinito più che un argomen­to senza limiti sembra essere un si­stema di dimensioni parallele. John Barrow poco più di dieci an­ni fa l’aveva declinato al plurale, Infinities, in un memorabile spettacolo con Luca Ronconi, sfida – vinta – di portare su un palcoscenico «un argomento profondo connotato da tecnicismo matematico, ma di cui ogni persona pensa di avere un’idea di cosa sia». Il cosmologo ingle­se, professore di matematica a Cambridge, tor­nerà a parlare di infinito a Pordenonelegge il prossimo 21 settembre (ore 17), in una con­versazione con Sylvie Coyaud. Barrow è anche l’autore, con Frank Tipler, di The Anthropic Co­smological Principle, storico volume in cui di­scute il concetto di «principio antropico» e la necessità, nonostante l’apparente casualità o la fragili e straordinarie coincidenze delle con­cause, della nascita di una forma di vita intel­ligente nell’universo. Non stupisce, pertanto, che nel festival della città friulana lo scienzia­to parlerà «di tre tipi di infinito: matematico, fisico e trascendentale. Anche se la parola è la stessa in ognuno di questi casi, essi sono con­cettualmente molto differenti».

Sull’infinito convergono scienza, filosofia e teologia. Quali possono essere i reali punti di contatto? 

«È interessante notare che quando Georg Can­tor per primo sviluppò la sua teoria dei diffe­renti tipi di infinito, con differenti dimensio­ni, i matematici erano molto ostili. Questi pen­savano che ammettere infiniti matematici a­vrebbe fatto collassare il loro campo di inda­gine in contraddizioni. Ma i teologi furono molto interessati ai concetti di Cantor e die­dero loro il benvenuto. Piacque l’idea di una interminabile gerarchia di infiniti, ognuno più grande del precedente, senza che ve ne fosse uno più grande di tutti. Questo risolveva mol­ti problemi e consentiva ai teologi di parlare di infiniti che non fossero la stessa cosa di Dio».

Per i suoi scritti nel 2006 ha ricevuto il Tem­pleton Prize, premio dedicato alle tematiche religiose e spirituali. Qual è lo stato attuale del dialogo tra scienza e religione?

«È un tema in crescita, oggetto di molti i­stituti internazionali, come per esem­pio il Faraday Institute a Cambridge o il Centre for Theology and Na­tural Sciences a Berkeley, in California. Le rela­zioni tra teologia e scienza sono però differenti in fun­zione delle scien­ze particolari che di volta in volta possiamo prende­re in considerazio­ne, come l’astrono­mia o la biologia, e pen­so che ormai non sia più d’aiuto accumularle insieme».

Tornando al tema dell’infinito, quali sono le frontiere su cui si lavora maggiormente in ambito scientifico?

«In matematica l’infinito è divenuto un aspet­to molto tecnico e astratto della logica e ci so­no poche connessioni pratiche con la scienza. Gli infiniti appaiono in molte domande che si pongono la fisica, la cosmologia e l’astrono­mia: come era l’inizio dell’universo? Ci sono luoghi nell’universo in cui la densità della ma­teria diventa infinita? E se è così, è possibile per noi vederli da lontano? Lì le leggi della fisica sa­rebbero abbattute?».

Si danno anche casi in cui la scienza non ‘a­mi’ l’infinito?

«In fisica c’è stato un considerevole progresso nello sviluppo di nuove teorie unificate delle forze della natura. I tentativi passati di creare teorie simili hanno sempre predetto che alcu­ne quantità misurabili sarebbero state infini­te: questo perché la teoria in questione era ri­tenuta un’approssimazione o in qualche mo­do incompleta. Negli ultimi 25 anni abbiamo visto l’apparizione di un nuovo tipo di teoria, detta delle superstringhe, che promette di ri­muovere tutti gli infiniti. Questa caratteristica fa di lei uno dei percorsi favoriti verso una co­siddetta Teoria del Tutto. Questo desiderio di rimozione degli infiniti attuali – è ancora vali­da infatti l’antica distinzione aristotelica tra infiniti potenziali e attuali – gioca un ruolo es­senziale nella direzione su cui avanza la fisica fondamentale».

«Il principio antropico» tra poco compirà 30 anni. Come valuta retrospettivamente quel volume e il dibattito che ha generato?

«Il libro ha sottolineato la necessità di consi­derare la posizione dell’uomo e la sua neces­sità nel cosmo anche in caso di aspetti intrin­secamente casuali nelle leggi della natura o nei loro esiti nell’universo primordiale. Nel 1986 non fu preso molto seriamente da numerosi scienziati. Ma oggi il principio antropico è la questione centrale in cosmologia insieme con il multiverso, l’inflazione eterna, la quantisti­ca. Mi piace raccontare una storia immagina­ria su Keplero. Se qualcuno gli avesse suggeri­to in cento il numero dei pianeti sorti in mo­do casuale nel sistema solare, lui avrebbe ri­fiutato seccamente l’ipotesi. Per Keplero il nu­mero dei pianeti era una simmetria fonda­mentale dell’Universo. Oggi nessun astrono­mo al mondo tenterebbe di predirre il nu­mero dei pianeti che sorgerebbero nel no­stro sistema solare, risultato di una lunga se­quenza di incidenti e fusioni. Ma ciò non si­gnifica che non possiamo predirre nulla del sistema solare: dobbiamo invece essere at­tenti a scegliere tra le possibilità quella giu­sta. Le teorie del tutto offrono molti esiti pos­sibili e tra questi si devono individuare quelli più probabili. Calcolare queste probabilità si è rivelato fin ora troppo arduo. Ma alla fine verrà fatto».

Alessandro Beltrami – Avvenire, 17 settembre 2014

Tuesday 16 September 2014

Diario Vaticano / Esilio a Malta per il cardinale Burke

Da impeccabile prefetto del supremo tribunale della segnatura apostolica, è sul punto d'essere declassato al ruolo puramente onorifico di "patrono" di un ordine cavalleresco. Per volontà di papa Francesco

Tuesday 16 September 2014 07:24

Marion: Agostino batte Sartre

agostino ippona«Per sapere chi sono, occorre sapere ciò che amo e come lo amo». Per il grande filosofo francese Jean-Luc Marion, è la lezione centrale, quasi sempre mal compresa, che sant’Agostino e soprattutto le Confessioni continuano a rivelare in modo mirabile. L’uscita in Francia di Au lieu de soi, profonda e lunga interpretazione della filosofia agostiniana, ha già suscitato un vivo dibattito intellettuale, tanto le tesi di Marion restituiscono tratti fondamentali del vescovo di Ippona spesso ignorati anche da interpreti novecenteschi dai nomi particolarmente altisonanti, Heidegger compreso. Il saggio, destinato secondo molti a restare una pietra miliare per la comprensione di sant’Agostino, è stato appena tradotto da Jaca Book: Sant’Agostino. In luogo di sé (pp. 418, euro 32). Marion, eletto all’Accademia di Francia al seggio che fu del cardinale Lustiger, occupa pure, all’Università di Chicago, la cattedra che fu di Paul Ricoeur. In Italia, presiede l’Istituto degli studi filosofici Enrico Castelli, presso l’Università la Sapienza di Roma.

Professor Marion, sant’Agostino è stato commentato in ogni tempo. Occorreva proporne una nuova lettura?

«Da Cartesio fino ad Heidegger, si è cercato troppo d’imporre alleConfessioni un punto di vista metafisico, dopo letture dell’opera spesso incomplete. Sono rimaste ai margini le questioni dello stile, dello statuto e delle intenzioni dell’opera. Occorre dunque ancor oggi ricercare il punto di vista più autentico di sant’Agostino. In proposito, mi è parso chiaro che tutto deve essere compreso a partire dalla nozione di “confessione”. LeConfessioni si spiegano attraverso la nostra capacità di addentrarci nell’idea stessa di “confessione”».

Come occorre intenderla?

«La confessio è al contempo il riconoscimento delle proprie colpe e la confessione di fede, ovvero l’atto fondamentale della conversione. È un punto che, in uno dei suoi primi articoli, fu già sottolineato da Joseph Ratzinger. A partire da questa constatazione, si scopre la ragione per cui sant’Agostino mescola, in un modo che sarà mal giudicato da tanti filosofi posteriori, confessione di fede, preghiera e riflessione teorica. Così compresa, la confessione vuol dire che Dio non è l’oggetto del discorso, ma l’interlocutore del discorso. Le Confessioni non parlano di Dio, ma a Dio. Per questo, le preghiere che aprono e chiudono i capitoli sono sempre citazioni dalla Bibbia. Possiamo parlare a Dio solo perché Dio ci ha già parlato. Si tratta dunque di una risposta. Parliamo a Dio con le parole che Dio ci ha donato. Quest’approccio rappresenta la rivoluzione di sant’Agostino, anche se naturalmente non fu né il primo, né l’ultimo a coglierlo. Ma nessun altro ha saputo strutturarlo in modo così limpido e profondo».

Come valutare l’opera di sant’Agostino rispetto agli sbocchi nichilistici di una parte del pensiero moderno?

«È più vicino a una situazione di uscita dal nichilismo di quanto si possa immaginare. Si prenda ad esempio il conflitto fra determinismo e libertà, o fra grazia e libero arbitrio. È una contraddizione, fra principio di ragion sufficiente e primato dell’ego, tipicamente metafisica. Per sant’Agostino, invece, la libertà è ciò che Dio solo può darmi, poiché non posso approdarvi altrimenti. Questo ribaltamento di situazione rivela bene la crisi dell’ideologia classica della morte dell’Uomo, nel senso di Nietzsche e poi di Foucault, ovvero il carattere mitico, non reale, dell’autodeterminazione dell’ego. Del resto, persino Sartre non ci credeva».

Da più parti, s’invoca oggi la necessità di una valorizzazione del dono, già nella vita civile. La lettura di sant’Agostino può nutrire e arricchire questi bisogni?

«È il pensatore essenziale del dono, ma occorre saperlo leggere come tale. Chi ha una concezione debole del dono, com’è spesso il caso oggi, può continuare a leggere sant’Agostino senza giungere al nocciolo. Per questo, sant’Agostino non è alle nostre spalle, ma invece ci sta ancora attendendo».

Daniele Zappalà – Avvenire, 12 settembre 2014

Leggi qui l’intervista integrale.

Monday 15 September 2014

Firenze 2015 sbarca sul web

Il quinto Convegno ecclesiale na­zionale previsto a Firenze dal 9 al 13 novembre del prossimo anno sbar­ca su internet con un nuovo sito web e lancia un concorso per il logo. L’annuncio è stato dato duran­te l’ultimo incontro del Comita­to preparatorio che ha anche la­vorato sulla ‘traccia’ di discus­sione che si sta stilando per gli ‘Stati generali’ della Chiesa ita­liana che avrà come tema In Ge­sù Cristo il nuovo umanesimo.

Del nuovo sito e del logo, che verrà scelto entro l’8 dicembre, ha parlato ieri mattina la pro­fessoressa Chiara Giaccardi che ha illustrato agli altri membri del Comitato – che raccoglie i delegati (vescovi, preti, religiose, laici) delle Re­gioni ecclesiastiche – le caratteristiche della nuova «Area social» che servirà da una parte a diffondere dall’alto in bas­so testi, documenti e materiali utili per la preparazione del Convegno di Firen­ze e dall’altra raccogliere, con un movi­mento inverso, notizie, esperienze, ini­ziative che provengono dal territorio: da diocesi, associazioni, movimenti e i­stituti. Una «Area social» che cercherà di sfruttare tutte le potenzialità espres­se dai nuovi media tramite anche Face­book, Twitter e Youtube (dove verranno diffuse anche pillole di interviste video a «Very Important Humans»). Nel sito ci sarà spazio anche per alcune rubriche, tra cui una dedicata a «Le parole dell’u­mano », una specie di vocabolario utile a illuminare una comprensione corret­ta di termini usati tutti i giorni ma che spesso vengono snaturati dall’uso che ne viene fatto.

Buona parte della seduta di ieri matti­na è stata poi dedicata al dibattito sul­la bozza di traccia che era stata presen­tata venerdì poi discussa nell’ambito di cinque distinti gruppi di studio. Gli a­nimatori di ciascuno di questi gruppi ha presentato le osservazioni a nome di tutti i componenti. Non sono poi man­cati interventi di singoli. Dal dibattito, come sempre in questi casi, sono emersi apprezzamenti e criticità. Con nume­rose indicazione per migliorare il testo sia nel linguaggio che nei contenuti.

L’arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia, presidente del Comitato preparatorio, che ha ascoltato gli interventi insieme ai vice per il Centro (il vescovo Man­sueto Bianchi, assistente generale del­l’Azione cattolica) e per il Sud (il vescovo di Acireale, Antonino Raspanti), ha ringraziato per i contributi ricevuti e ha specifi­cato che i destinatari naturali della traccia in preparazione sono gli operatori pastorali, tut­ti coloro cioè che sono impe­gnati nell’educazione e nella formazione di altre persone, come i catechisti e gli anima­tori. Saranno loro poi a dover­lo «sminuzzare» per i semplici fedeli nelle varie realtà eccle­siali. Per questo l’obiettivo è quello di poter diffondere il testo definitivo del­la ‘traccia’ un anno prima della cele­brazione del Convegno ecclesiale.

L’arcivescovo di Torino ha poi indicato l’opportunità che nel sito del Convegno ci sia «una finestra dedicata ai giovani e gestita da giovani». E tra i membri più giovani del Comitato preparatorio è già in cantiere l’idea di creare un «gruppo Google» per continuare anche a di­stanza il lavoro in vista dell’appunta­mento di Firenze.

Gianni Cardinale – Avvenire, 14 settembre 2014

Monday 15 September 2014 04:00

Regnante ed "emerito". L'enigma dei due papi

È una novità senza precedenti nella storia della Chiesa. Con molte incognite ancora insolute e con seri rischi già in atto. Un'analisi di Roberto de Mattei

Monday 15 September 2014 03:09

Il segreto della vita cristiana: la preghiera

Nella lunga intervista di padre Spadaro della Civiltà Cattolica a Giorgio Mario Bergoglio, alla domanda su come il Papa prega, lui risponde ricordando le preghiere che dice durante la giornata e poi aggiunge: “Ciò che davvero preferisco è l’Adorazione serale, anche quando mi distraggo e penso ad altro o addirittura mi addormento pregando. La sera quindi, tra le sette e le otto, sto davanti al Santissimo per un’ora in adorazione”. Il Papa non è solo il Pastore universale, ma anche il Maestro della vita cristiana. Con tutte le cose che deve fare e le decisioni da prendere, ci dà l’esempio; alla sera passa un’ora davanti al Tabernacolo dove c’è Gesù, da cui riceve la forza, la serenità, il coraggio, la lucidità, tutto il necessario alla sua vita.

L’abitudine alla preghiera non viene, per Papa Francesco, da una vita cristiana impostata bene fin dall’inizio, ma da un ritorno a Cristo quando aveva vent’anni: operato al polmone destro, glie ne asportarono una parte. Nato in una famiglia cristiana, nell’adolescenza aveva abbandonato la preghiera e la frequenza alla chiesa. Ma durante la lunga e dolorosa permanenza in ospedale, con l’aiuto di una suora ritorna a Cristo e decide di farsi prete e poi gesuita. La sua preghiera è il frutto di un graduale ritorno ad un’autentica vita cristiana e oggi abbiamo Papa Francesco.

Nel mondo d’oggi, che impone una vita travolgente di impegni, di informazioni, preoccupazioni, divertimenti e distrazioni, attraversiamo tutti la crisi della preghiera. Si dice che non abbiamo mai tempo, siamo sempre di corsa. Ripetiamo delle formule, il cuore e la mente sono lontani. Se perdiamo il contatto personale con Gesù Cristo e il mondo soprannaturale, ci ritroviamo da soli con le nostre miserie e i nostri limiti.

Cos’è la preghiera e perché pregare? E’ mettersi in comunicazione intima, personale, affettuosa con Dio; è parlare, amare, ringraziare, chiedere perdono, rispondere a Dio. Tutti gli uomini pregano, tutte le religioni hanno le loro formule, riti e metodi, ma pregano un Dio che non conoscono. Noi cristiani abbiamo ricevuto la rivelazione di Gesù Cristo che Dio è Amore, sappiamo che la preghiera dev’essere un’esperienza personale di parlare con Dio, metterci in trasparenza davanti a Dio e riconoscere la sua grandezza infinita, la sua bontà e misericordia, ringraziare per i doni che ci ha fatto e poi, la nostra miseria, piccolezza, debolezza; e raccontare a Dio le nostre gioie e sofferenze, come fa il bambino con il papà e la mamma, chiedendo quelle grazie di cui sentiamo la necessità.

Dio mi ama e vuole il mio bene. La preghiera è dirgli di farmi conoscere la sua volontà e darmi la forza e l’umiltà di fare quanto lui vuole da me, perchè fare la volontà di Dio è il miglior modo di vivere. Bisogna dare a Dio il suo tempo, non basta un pensiero affrettato perché pregare vuol dire sperimentare e anche commuoversi per la misericordia e il perdono di Dio. Quando si sperimenta in concreto l’amore di Dio e con Dio, che viene da una vita impostata sull’imitazione di Cristo, allora si sente davvero di avere “una marcia in più” anche di fronte alle più gravi difficoltà e prove che la vita ci riserva. San Giovanni della Croce dice che bisogna avere una cella segreta nel nostro cuore, per incontrare Dio e l’amore che Dio ha per me, sempre, anche quando sbaglio e vado fuori strada. E’ la cella della contemplazione, dell’adorazione, del tempo destinato alla preghiera. E’ il segreto della vita cristiana, quello che fa vivere meglio.

Il Venerabile (presto Beato) dott. Marcello Candia (1916-1983) era un giovane industriale di fede viva e operosa, lavorava molto per l’azienda ereditata da suo padre, ma era anche impegnato in opere di carità ai poveri e di aiuti ai missionari. Negli anni 1949-1950, costruendo il nuovo stabilimento di via Tacito a Milano, Marcello aveva riservato a sé un piccolo angolo vicino al muro di cinta, sul quale non c’erano finestre. Solo una panca e tre alberelli. Marcello diceva: “Questo è il mio rifugio per pregare” e ogni tanto scendeva dal suo ufficio e andava alcuni minuti in quello che chiamava: “Il mio monastero”.

Morì nel 1983 di cancro e dopo cinque infarti e un’operazione al cuore. Aveva speso tutto se stesso e tutti i suoi soldi per i più poveri dell’Amazzonia. Il capo dei lebbrosi nel lebbrosario di Marituba presso Belem, Adalucio, al quale 14 anni dopo la morte di Candia chiedevo come mai ricordavano così tanto Marcello e lo pregavano, mi rispose: “”Il dottor Candia non solo ci ha aiutati economicamente e con le opere sanitarie e sociali, ma ci ha voluto bene: in lui vedevamo l’amore di Dio anche per noi lebbrosi, rifiutati da tutti”.

Ho chiesto ad Adalucio perchè gli ospiti della colonia di Marituba considerano Marcello Candia un santo. “Perchè faceva tutto per amore di Dio, mi risponde. Non cercava nulla per sè ma tutto per gli altri, i poveri, gli ammalati, noi hanseniani. Era eroico nella sua donazione al prossimo, commovente: lui ricco, colto e importante nel mondo, veniva a spendere la sua vita tra noi che non potevamo dargli nulla in cambio. E non per un motivo umano, altrimenti non avrebbe resistito, sarebbe rimasto deluso: ma solo per amore di Dio. Noi pensavamo: se lui è un uomo così buono, quanto più buono dev’essere Dio!”.

Piero Gheddo

Sunday 14 September 2014

LA PACE “POLITICALLY CORRECT” DI PAPA BERGOGLIO.

Il pellegrinaggio di papa Bergoglio a Redipuglia, sacrario delle vittime della Prima guerra mondiale, è un evento ricco di significati. E non può essere ridotto a un generico e scontato appello alla “pace nel mondo”.

Anche perché i suoi toni sono stati drammatici: “forse si può parlare di una terza guerra combattuta ‘a pezzi’, con crimini, massacri, distruzioni…”.

E’ un avvertimento che somiglia a un cupo presagio e non può lasciare indifferenti. Anche perché è la seconda volta in pochi giorni che parla di “terza guerra mondiale”. C’è di che riflettere.

Già Benedetto XVI, nella sua prima udienza generale, il 27 aprile 2005, aveva spiegato la scelta di quel nome proprio con un sorprendente richiamo storico alla Grande guerra: “Ho voluto chiamarmi Benedetto XVI per riallacciarmi idealmente al venerato Pontefice Benedetto XV, che ha guidato la Chiesa in un periodo travagliato a causa del primo conflitto mondiale. Fu coraggioso e autentico profeta di pace e si adoperò con strenuo coraggio dapprima per evitare il dramma della guerra e poi per limitarne le conseguenze nefaste. Sulle sue orme desidero porre il mio ministero a servizio della riconciliazione e dell’armonia tra gli uomini e i popoli, profondamente convinto che il grande bene della pace è innanzitutto dono di Dio, dono fragile e prezioso da invocare, tutelare e costruire giorno dopo giorno con l’apporto di tutti”.

C’era, in quel richiamo storico di Ratzinger (un papa di straordinaria sapienza) una precisa filosofia e una teologia della storia. Infatti siamo adesso alla conclusione di un tragico ciclo che è cominciato esattamente cento anni fa.

 

CENTO ANNI  NERI

 

Il 1914 ha rappresentato davvero l’apertura del vaso di Pandora, quello che nella mitologia greca conteneva tutti i mali che presero a dilagare nel mondo. Da allora i demoni (non solo quelli dostoevskjani) scorrazzano sul pianeta.

E’ infatti nel 1914 – esattamente cento anni fa – che scoppia la Prima guerra mondiale, il primo conflitto globale che fa un numero terrificante di vittime, che devasta la koiné europea e che provoca la rivoluzione bolscevica in Russia, con tutte le conseguenze tragiche che sappiamo per la diffusione del comunismo nel mondo (centinaia di milioni di vittime).

Quella guerra provoca pure l’avvento del fascismo in Italia e – poco dopo – del nazismo in Germania. Quindi consegna il mondo ai totalitarismi più satanici e pone le premesse della Seconda guerra mondiale. Con la Shoah, l’atomica e tutto quello che ne segue.

Tutto comincia nel 1914. E solo la Chiesa se ne rese conto. Il papa san Pio X l’aveva più volte “profetizzato” dicendo ai collaboratori, che lo hanno testimoniato: “verrà il Guerrone” (in effetti venne chiamata la Grande guerra). E quel papa santo morì di crepacuore un mese dopo lo scoppio del conflitto.

In quella follia generale che scosse l’Europa, solo la voce della Chiesa, col suo successore, Benedetto XV, eletto proprio nel settembre 1914, si alzerà per avvertire l’umanità del baratro in cui stava precipitando.

Egualmente tutti i papi del secondo Novecento metteranno in guardia l’umanità da una sorta di grande botto finale, da un’indicibile catastrofe nucleare.

 

DIRITTO ALLA VITA

 

Per il Magistero della Chiesa il fondamento della pace è la difesa del valore della vita umana e dei diritti dell’uomo. Valore minacciato dai totalitarismi e dai fondamentalismi.

Ma oggi anche da una “dittatura del relativismo” che dilaga fra le élite politiche e intellettuali d’Occidente. E che rende smarriti i popoli. Cosicché sono senza bussola, confusi perfino nei buoni sentimenti. Lo si vede pure nelle notizie di cronaca e di costume.

Questa settimana – per dire – è passato nell’indifferenza generale il massacro di tre suore italiane in Burundi, a fronte della tragedia nazionale ancora in corso per la morte (accidentale) di un orso in Trentino.

Un fenomeno collettivo che impressiona ancora di più se confrontato con la freddezza generale verso il massacro in corso di migliaia di esseri umani (specie di cristiani) in diverse parti del mondo.

D’altronde si assiste da decenni a una progressiva svalorizzazione della vita umana anzitutto – quel che è più grave – nelle legislazioni degli stati. Cominciarono gli stati totalitari. Poi seguiti dalle democrazie.

Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI avevano molto chiaro questo avvelenato lascito del Novecento e lo legavano indissolubilmente ai temi della pace e della guerra.

Insieme ai pontefici, Madre Teresa di Calcutta – che nelle periferie esistenziali ha vissuto tutta la vita – ha ripetuto per anni che “l’aborto è la peggiore minaccia alla pace nel mondo”.

Se guardiamo alle statistiche è difficile darle torto: 50 milioni di aborti ogni anno. Un numero di vittime pari a quelle della Seconda guerra mondiale. In trent’anni sono almeno un miliardo le vite umane spazzate via (e altrettante le madri ferite da questa pratica per l’indifferenza del mondo).

La Chiesa, fino a Benedetto XVI, ha gridato con tutta la sua forza per risvegliare le menti e i cuori di fronte a tale ecatombe. E ha pure rivendicato con forza il diritto alla libertà religiosa nei regimi totalitari o fondamentalisti.

 

DEVIAZIONE

 

Invece Bergoglio ha completamente cambiato strada. Ha dichiarato (Corriere della sera, 5 marzo 2014) di non capire la “non negoziabilità” della battaglia sulla vita, che è la base di tutti i diritti umani e della pace.

E nell’intervista con padre Spadaro ha rappresentato addirittura come “ossessionata” la Chiesa che insiste su questi temi. Poi ha messo la sordina alla richiesta di diritti umani e libertà religiosa verso i regimi islamici o comunisti.

E’ una svolta che nella Chiesa sta producendo fra i fedeli molto smarrimento. E ha provocato curiosi fenomeni di repentina “conversione” al bergoglismo fra ecclesiastici e intellettuali.

Uno dei casi più sorprendenti riguarda un influente “opinion leader”, padre Livio Fanzaga, storico direttore di Radio Maria dai cui microfoni tuona da anni su posizioni che lui stesso ha sempre definito ratzingeriane (“In teologia seguo l’ortodossia cattolica di Ratzinger”, 29 giugno 2009).

 

IL CASO FANZAGA

 

Fino a pochi mesi fa ha tuonato contro quegli ecclesiastici che non seguivano la battaglia della Chiesa sui “principi non negoziabili”. In un libro scritto l’anno passato, ma uscito a gennaio di quest’anno, ancora tuonava, col suo stile colorito, contro la “falsa pace” scrivendo:

“Il Diavolo prospetta la pace universale in cambio – per esempio – della resa sui valori non negoziabili, sostenendo che non serve continuare a discutere e far polemiche, quando basterebbe dar via libera a ogni ideologia a sostegno di aborto, divorzio, eutanasia, matrimoni omosessuali, etc per vedere realizzata finalmente la concordia tra gli uomini. In questo contesto, come reagire? Occorre essere intransigenti, non scendere a compromessi con la verità del Vangelo, essere luce del mondo e sale della terra, annunciando sempre e ovunque che solo Cristo è la nostra pace e che senza Dio non c’è via per la vera pace nel mondo”.

Padre Fanzaga aggiungeva pure una notazione che – letta oggi – si potrebbe interpretare come una durissima critica di Bergoglio:

“Stiamo dunque attenti ogni volta che ci battono le mani o ci fanno i complimenti, perché potremmo forse aver imboccato la strada della falsa pace, fatta di falso ecumenismo, di compromesso, di silenzi e tradimenti della verità. In fondo, è Gesù stesso che ci offre nel Vangelo un criterio di verità, preannunciando: ‘Hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi’ (Gv 15,20). Se saremo perseguitati, sapremo che staremo camminando sulle orme di Cristo, nella verità”.

Tuttavia non sono più questi i toni che si sentono sulle frequenze della radio cattolica più ascoltata. Il suo direttore sembra sia diventato di colpo un entusiastico sostenitore della via di Bergoglio.

Se sarà confermato questo venire meno della Chiesa, nella difesa della vita e dell’uomo, sarà una svolta epocale. Tragica per tutti.

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 14 settembre 2014

Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

Friday 12 September 2014

Chi giudica credendosi perfetto…

Oggi nell’omelia di Santa Marta Papa Francesco ha pronunciato parole che, come sempre, interrogano ciascuno di noi.

«Non si può correggere una persona senza amore e senza carità. Non si può fare un intervento chirurgico senza anestesia: non si può, perché l’ammalato morirà di dolore. E la carità è come una anestesia che aiuta a ricevere la cura e accettare la correzione. Prenderlo da parte, con mitezza, con amore e parlargli».

«Se tu devi correggere un difetto piccolino… pensa che tu ne hai tanti più grossi!: la correzione fraterna è un atto per guarire il corpo della Chiesa. C’è un buco, lì, nel tessuto della Chiesa che bisogna ricucire. E come le mamme e le nonne, quando ricuciono, lo fanno con tanta delicatezza, così si deve fare la correzione fraterna. Se tu non sei capace di farla con amore, con carità, nella verità e con umiltà, tu farai un’offesa, una distruzione al cuore di quella persona, tu farai una chiacchiera in più, che ferisce, e tu diventerai un cieco ipocrita, come dice Gesù. “Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio….”. Ipocrita! Riconosci che tu sei più peccatore dell’altro, ma che tu come fratello devi aiutare a correggere l’altro».

«Un segno che forse ci può aiutare» – ha osservato il Papa – è il fatto di sentire «un certo piacere» quando «uno vede qualcosa che non va» e che ritiene di dover correggere: bisogna stare «attenti perché quello non è del Signore»: «Nel Signore sempre c’è la croce, la difficoltà di fare una cosa buona; del Signore è sempre l’amore che ci porta, la mitezza. Non fare da giudice. Noi cristiani abbiamo la tentazione di farci come dottori: spostarci fuori del gioco del peccato e della grazia come se noi fossimo angeli… No! È quello che Paolo dice: “Non succeda che dopo avere predicato agli altri, io stesso venga squalificato”. E un cristiano che, in comunità, non fa le cose – anche la correzione fraterna – in carità, in verità e con umiltà, è uno squalificato! Non è riuscito a diventare un cristiano maturo. Che il Signore ci aiuti in questo servizio fraterno, tanto bello e tanto doloroso, di aiutare i fratelli e le sorelle a essere migliori e ci aiuti a farlo sempre con carità, in verità e con umiltà».

Si comprende bene come più che una messa a punto sui modi della correzione fraterna, le parole del Papa si riferiscano al cuore del “correttore”, di chi si mette in cattedra, di chi giudica e spesso si esprime in modo sprezzante. E magari ha molto più bisogno di conversione e misericordia di colui che sta correggendo e giudicando…

Friday 12 September 2014 06:30

«Il dramma del Continente è la perdita delle sue radici per una malintesa laicità»

ambrosio gianni«Sono belli i valori su cui si fonda l’Europa. Ma il primo valore non è forse la vita? E voi europei la vita la ama­te ancora?». Era il 23 maggio 2013 e Papa Francesco ri­ceveva in udienza i membri della Presidenza della Comece, la Com­missione degli Episcopati della Comunità europea. Tra loro mon­signor Gianni Ambrosio, vescovo di Piacenza-Bobbio e vicepresi­dente dell’organismo che riunisce i rappresentanti delle Confe­renze episcopali dei Paesi dell’Unione. È alla luce di quella do­manda- provocazione che il pre­sule commenta il significato del­l’annunciata visita del Pontefice argentino al Parlamento europeo di Strasburgo il 25 novembre, su invito – «non dei vescovi» pun­tualizza monsignor Ambrosio – bensì del presidente dell’Euro­parlamento, il socialdemocrati­co Martin Schulz.

Un dettaglio non insignificante, per un Continente il cui vero dramma – sottolinea il vicepresi­dente della Comece – sta nella perdita delle sue radici, «in nome di una malintesa laicità che, e­scludendo la dimensione spiri­tuale dalla vita dell’uomo, lo con­danna allo scetticismo». Sta qui, nella «mancanza di passione e dunque, di futuro», il problema più grave che l’Europa deve af­frontare. «Per superare la crisi, c’è bisogno di ritrovare una fre­schezza, un entusiasmo, che pa­pa Francesco ha e che può infon­dere alle istituzioni europee – sot­tolinea Ambrosio – così come hanno fatto i Pontefici precedenti, che hanno incoraggiato il processo di unificazione, ma anche cri­ticato la visione miope di un’Europa incapace di guardare verso l’al­to ». Non è un caso che Benedetto XVI, che aveva molto a cuore il tema delle radici europee, in più di un intervento portò come esempio il monaco irlandese Colombano, morto a Bobbio nel 615.

«Il fasci­no della personalità di Colombano e del suo monachesimo irra­diante che unisce popoli diversi – rammenta monsignor Ambro­sio – spinse ancora prima Robert Schuman a indicare in lui ‘il pa­trono di coloro che si prodigano per la causa dell’Europa unita’». I nodi da sciogliere nell’agenda dell’Unione sono tanti: l’econo­mia, l’immigrazione, l’inverno demografico, lo scarso sostegno al­la famiglia. «Ma non ci si può limitare alle soluzioni tecniche, alle riforme, che pure ci vogliono. Senza la storia da cui deriva la sua o­rigine e senza l’humanitas che l’ha resa grande, capace di dire la dignità della persona umana – avverte il vescovo di Piacenza-Bob­bio – l’Europa non solo dimentica le radici ma finisce anche di far scomparire il cielo dall’orizzonte dei cittadini europei».

Di qui l’im­pegno della Comece a tenere viva, anche entrando in questioni molto concrete – come i trattati economici o le politiche per l’oc­cupazione – l’etica, il rispetto per la persona, la solidarietà tra i po­poli, l’unità nella diversità, «quei valori chiave che sono all’origine del percorso di integrazione». Laboratori importanti sono le ‘Gior­nate sociali europee’, come quelle che si terranno a Madrid dal 19 al 21 settembre e a cui monsignor Ambrosio parteciperà coordi­nando un workshop dal titolo emblematico: ‘Quale futuro per il lavoro delle nuove generazioni in Europa?’.

Barbara Sartori – Avvenire, 12 settembre 2014

Thursday 11 September 2014

L’eredità di padre Angelo Serra, un ponte per il futuro

sgreccia librio angelo serraÈ da poco in libreria “Un ponte per il futuro. L’eredità di padre Angelo Serra tra genetica, medicina e bioetica” (Cantagalli 2014, pp. 430, € 19,90). Il volume raccoglie alcuni dei più significativi contributi di padre Angelo Serra comparsi sulla Rivista Medicina e Morale, dedicati ai rapporti tra la genetica umana e le sue applicazioni in ambito bioetico a partire dall’anno 1974 al 2004.

“In 30 anni densi di scoperte e di dibattiti etici – scrive nella presentazione il cardinale Elio Sgreccia – Angelo Serra ci ha aiutato a porre i problemi del rapporto fra la conoscenza delle condizioni della vita prenatale e l’etica, cioè il corretto uso delle possibilità diagnostiche a beneficio e non a distruzione della vita concepita. Tutto questo è scaturito nel confronto chiaro con la sua pacata obiettività e fedeltà alla scienza, con la sua rettitudine sempre coerente e con la sensibilità sociale, quasi affettiva, verso le famiglie e i casi che seguiva fino in fondo, rispettoso delle responsabilità altrui, ma fedele alle proprie convinzioni morali e al senso della carità cristiana”.

I temi affrontati dallo scienziato spaziano dall’ingegneria genetica alla diagnosi prenatale, dalla riproduzione assistita ai principali nodi della bioetica oggi. Di padre Serra il professor Adriano Pessina, docente all’Università Cattolica di Milano, ha affermato che chi studia i suoi scritti “comprende che cosa significa praticare la scienza senza farsi condizionare da presupposti filosofici o teologici, ma anche senza farsi imbrigliare in pregiudizi utilitaristici. Ha condotto i suoi studi mostrando come il nesso tra la sperimentazione richiesta dalla scienza e la fedeltà al rispetto dell’uomo, in tutti gli stadi della sua esistenza, fosse una risorsa e non un limite al progresso”.

In apertura, il volume contiene anche un testo di padre Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica, in memoria di padre Angelo Serra s.j. “Entrare a contatto stretto, come lui ha fatto, con la creazione nella materialità, specialmente in quella legata al corpo umano – scrive Spadaro – porta le persone spirituali ad essere umili perché permette di capire bene quanto fragili siamo, quanto fatti di carne e sangue siamo, quanto basti poco ad alterare equilibri perfetti”.

Thursday 11 September 2014 04:00

Diario Vaticano / Quaranta nuovi vescovi in Italia e cinque cardinali di curia in meno

Tanti sono quelli che supereranno i limiti di età entro il 2015. Un'occasione d'oro per papa Francesco per rimodellare a suo piacimento l'episcopato italiano e per diminuire il peso dei curiali in un futuro conclave

Wednesday 10 September 2014

Come Boko Haram si diffonde in Camerun

Ecco come un osservatore straniero, che vive da anni nel Nord del Camerun,  ha spiegato alle autorità del paese in che modo Boko Haram si diffonde fra i giovani camerunesi del Nord. Esempio significativo di quanto sono importanti, anzi decisivi, i ricchissimi paesi ed emirati del Golf (per il petrolio), che finanziano in tutto il mondo l’estremismo islamico, conosciuto con varie sigle e associazioni- Piero Gheddo

In Italia non si capisce perchè così tanti giovani si uniscono ai guerriglieri e terroristi islamici. Nel Nord Camerun, con una buona minoranza islamica e una maggioranza animista e cristiana, fino a due-tre anni fa non abbiamo mai avuto l’islam estremista e violento, già presente nelle vicina Nigeria. Quando anche da noi ci sono state azioni di terrorismo e di violenza, eravamo convinti che fossero dei fanatici nigeriani, scontenti per la situazione del loro paese, che venivano in Camerun per racimolare i riscatti di fruttuosi sequestri di occidentali. Non è così. Oggi è chiaro a tutti, sono in maggioranza giovani camerunesi del Nord che si uniscono al movimento di Boko Haram, che non è un esercito con un’unica gerarchia, ma è formato da diversi gruppi, i quali, pur riferendosi ad una visione estremista dell’Islam, hanno una totale autonomia decisionale ed organizzativa. Per questo le azioni terroristiche sono diverse l’una dall’altra anche all’interno della Nigeria o al confine con il Camerun.

Ci siamo accorti che i gruppi di Boko Haram (che sono tanti) si adeguano alle disposizioni restrittive dei Governi di Camerun, Nigeria e Ciad, dopo il recente incontro consultivo di Parigi. Prima novità: non sono più solo gli occidentali ad essere nel mirino degli islamisti, ma le personalità locali, influenti nella politica o nell’economia.  Prova ne è l’assalto a Kolofata, nella provincia di Mayo Sava, alla casa del Vice Primo Ministro Amadou Ali, e il rapimento di sua moglie Agnese, una cristiana originaria del Sud del Camerun, ancor oggi trattenuta in ostaggio dai terroristi; e questo ha fatto molto scalpore in tutto il paese, perché gli assalitori si sono presentati in pieno giorno, con pickup normalmente utilizzati dalle forze dell’ordine, indossando le divise dell’esercito camerunese. Seconda novità: l’opinione pubblica camerunese si è accorta che il terrorismo di Boko Haram non è nigeriano, ma è costituito e sostenuto da giovani del Camerun e ben radicato nel tessuto sociale del paese. Per molti è comodo ritenere che sia collocato soprattutto nelle regioni settentrionali del Nord ed Estremo Nord, ma il timore dell’amministrazione pubblica è che sia ormai esteso, anche se in forma latente, in tutto il paese, fino alla capitale Yaoundé.

Infine, la terza novità fa ancora più paura alle Autorità e all’opinione pubblica camerunese: le notizie sul reclutamento in atto di giovani delle regioni settentrionali per la guerra santa dell’Islam. Dalle informazioni ufficiose che circolano a livello delle autorità civili e militari, sembra che più di 500 giovani siano già “partiti” dalla regione dell’estremo nord, e altri 200 dalla regione degli altopiani dell’Adamawa, per raggiungere Boko Aram. Tra l’altro, alcuni di questi giovani si sono anche fatti vivi per telefono con la propria famiglia, motivando la loro partenza col desiderio di aderire ad un Islam più radicale e potente. Se da una parte questo significa che il bacino di raccolta è l’ambiente giovanile musulmano, dall’altra c’è da interrogarsi su quanto durerà ancora realmente la coabitazione pacifica tra diverse etnie e religioni. I cristiani cominciano a temere una guerra santa che li perseguiti, fino a scacciarli dai loro villaggi. Lo spettro della situazione medio orientale e dell’Africa sub-sahariana incombe su questa regione che è sempre stata un esempio di convivenza e collaborazione tra diverse etnie e religioni.

Una delle basi ideologiche di Boko Haram, è il rifiuto di tutto quanto non è conforme alla legge coranica, interpretata in senso molto radicale, fino a pretendere di creare degli Stati, o Sultanati, di soli credenti della vera ed unica fede islamica. Questa visione estremista può certamente far presa su giovani che sono scontenti della gestione attuale dei beni pubblici, dove la corruzione e il clientelismo creano privilegi per poche persone, e lasciano la gran parte della popolazione, soprattutto giovanile, senza prospettive di lavoro e di miglioramento reale di vita. La mancanza di prospettive, spinge molti giovani ad avvicinarsi a chi propone una rivoluzione in nome della “fede nel vero Islam”, accompagnata da una reale proposta di impegno, per il quale si ottiene anche una ricompensa monetaria non indifferente. La somma mensile di 180.000 Franchi locali, pari a 300 Euro, corrisponde al salario di un Direttore di scuola, o ad un Funzionario governativo con una buona carriera alle spalle. Se si pensa che un muratore guadagna, quando è ben remunerato, circa 60.000 Franchi, cioè 1/3 di quanto offerto da Boko Haram, si può ben capire l’attrattiva di una proposta economica di questo genere. Per sfamare la propria famiglia, che verrà protetta dall’organizzazione islamica, si può fare questo ed altro. La sola condizione è che non si torna più indietro. Chi ci ripensa viene letteralmente sgozzato come esempio per tutti. Inoltre, c’è la motivazione psicologica di poter maneggiare delle armi, cioè di gestire una parte del potere che finora i giovani erano obbligati solo a subire da parte di poliziotti o gendarmi. Con un’arma in pugno ci si illude di poter contrastare gli “oppressori occidentali”, e di poter cambiare la propria prospettiva di vita, tanto più se è sostenuta da una ideologia religiosa che promette la salvezza eterna.

   PieroGheddo

Monday 08 September 2014

Comunione ai risposati. Il sì "in pectore" di Francesco

Il papa ha dato il via libera alla discussione. Non dice da che parte sta tra i favorevoli e i contrari, ma appare molto più vicino ai primi che ai secondi. Un teologo australiano spiega perché

Sunday 07 September 2014

IL “CASO D’ESCOTO” E DINTORNI. CHI VUOLE SPAZZAR VIA L’OPERA DI GIOVANNI PAOLO II E DI BENEDETTO XVI

Nell’epoca Bergoglio, il Vaticano ha praticamente riabilitato la Teologia della liberazione che, nata negli anni Sessanta, molti disastri ha combinato, soprattutto in America latina, per aver alimentato la subalternità della Chiesa al pensiero marxista.

Nei mesi scorsi ci sono stati eventi clamorosi, come  lo “sbarco” trionfale in Vaticano di Gustavo Gutierrez, “padre” della Tdl. Un anno fa “L’Osservatore romano” pubblicò ampi stralci di un suo libro che celebrava le sue invettive contro il neoliberismo.

Questa estate è arrivato un altro gesto altamente simbolico, passato quasi inosservato, che riguarda Miguel d’Escoto Brockmann.

 

PROFONDO ROSSO

 

D’Escoto era il figlio dell’ambasciatore del Nicaragua negli Stati Uniti. Ordinato prete nel 1961 si coinvolse nella Tdl e nell’ottobre 1977 si pronunciò pubblicamente a favore del Fronte Sandinista, un gruppo rivoluzionario d’ispirazione marxista che nel 1979 prese il potere in Nicaragua.

D’Escoto fu ministro degli Esteri nel governo sandinista dal 1979 al 1990. Nello stesso governo-regime il gesuita Fernando Cardenal fu ministro dell’educazione e suo fratello Ernesto fu ministro della cultura.

Giovanni Paolo II bocciò duramente il coinvolgimento dei tre religiosi nel governo sandinista.

Già subito dopo la sua elezione papa Wojtyla aveva tuonato contro la Tdl. Nel suo viaggio in Messico del 1979 affermò: “la concezione di Cristo come politico, rivoluzionario, come il sovversivo di Nazaret, non si compagina con la catechesi della Chiesa”.

Nel 1983 Giovanni Paolo II andò in visita pastorale proprio in Nicaragua dove già all’aeroporto rimproverò pubblicamente padre Ernesto Cardenal per il suo coinvolgimento nel governo.

Il fatto fece scalpore e il regime sandinista organizzò una contestazione pubblica del papa durante la celebrazione della messa.

Ma papa Wojtyla non era tipo da farsi intimidire e, dall’altare, urlò più dei contestatori sollevando il alto il crocifisso, come l’unico vero Re dell’universo.

Nonostante il richiamo pubblico i tre religiosi risposero picche e D’Escoto nel 1984 fu sospeso a divinis con gli altri.

Il governo sandinista cadde nel 1990, ma D’Escoto continuò a far politica. Nel 2008 addirittura lo ritroviamo a presiedere la sessione annuale dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite

Eletto Bergoglio, D’Escoto fiuta l’aria e scrive al nuovo papa chiedendo il ritiro della sospensione “a divinis” per poter tornare a celebrare la messa.

Richiesta subito accolta.

Il 1° agosto di quest’anno Bergoglio firma la revoca. Perché “sono mutate le epoche, i contesti e soprattutto è cambiato lui”, spiegavano in Curia il 4 agosto 2014. D’Escoto – a loro dire – “ha capito di aver sbagliato e il Pontefice ha compreso la sincerità del ravvedimento”.

Infatti l’indomani, 5 agosto, “La Prensa” di Managua riporta alcune bombastiche dichiarazioni rese in quelle ore dallo stesso D’Escoto alla tv governativa Canal 4.

Titolo dell’articolo: “D’Escoto: Fidel Castro è eletto da Dio”. Il religioso ed ex ministro, appena riammesso alla celebrazione eucaristica da Bergoglio, ha affermato: “Il Vaticano può mettere a tacere tutto il mondo, (ma) allora Dio farà in modo che le pietre parlino e che trasmettano il Suo messaggio. Tuttavia (Dio) non ha fatto questo, ha scelto il più grande latinoamericano di quasi tutti i tempi: Fidel Castro”.

D’Escoto che – dice “La Prensa” – è “attuale consigliere per gli affari di frontiera e per le relazioni internazionali del Governo, del presidente del Nicaragua, il sandinista Daniel Ortega” (ma non aveva abbandonato la politica?), ha anche aggiunto: “E’ attraverso Fidel Castro che lo Spirito Santo ci trasmette il messaggio, questo messaggio di Gesù sulla necessità di lottare per stabilire con forza e in maniera irreversibile il Regno di Dio in terra, che è la Sua alternativa al potere”.

Dopo questa esaltazione teologica del tiranno di Cuba, che opprime da decenni un intero popolo con la dittatura comunista, D’Escoto si è rallegrato per il provvedimento di revoca della sospensione da parte di papa Francesco.

 

ANNIENTARE I BUONI

 

Il guanto di velluto usato da Bergoglio verso il potente e famoso “compagno” D’Escoto contrasta col pugno di ferro che ha usato per colpire un bravo e umile religioso dalla vita santa, padre Stefano Manelli, figlio spirituale di padre Pio e fondatore dei Francescani dell’Immacolata.

Anche padre Manelli aveva scritto al papa, ma la sua lettera non è stata nemmeno presa in considerazione.

La sua famiglia religiosa, ortodossa, disciplinata e piena di vocazioni è stata annientata per volere di Bergoglio, in quanto applicava il motu proprio di Benedetto XVI sulla liturgia. Ed era troppo ortodossa.

Padre Manelli non ha mai disobbedito alla Chiesa, mai ha deviato dalla retta dottrina, mai si è buttato in politica come D’Escoto e mai ha esaltato dei tiranni comunisti. Così è stato duramente punito.

E non a caso a firmare il provvedimento punitivo è stato il cardinale Braz de Aviz, prefetto della Congregazione vaticana di competenza.

Questo cardinale brasiliano, guarda caso, viene proprio – lui stesso – dalla Teologia della liberazione e nelle interviste che ha rilasciato, a proposito della Tdl, ha dichiarato essa è non solo “utile”, ma addirittura “necessaria”.

Ha aggiunto: “rimango convinto che in quella vicenda è passato comunque qualcosa di grande per tutta la Chiesa”.

Sì, un grande disastro. Ma certi “compagni” in rosso porpora oggi stanno ai vertici in Vaticano e puniscono coloro che sono stati sempre fedeli alla Chiesa.

Il cardinale Braz de Aviz in quell’intervista ha allegramente snobbato le memorabili condanne della Tdl firmate da Joseph Ratzinger (e Giovanni Paolo II) con la “Libertatis Nuntius” (1984) e la “Libertatis Conscientia” (1986).

Ormai si sentono i trionfatori: Wojtyla è morto e  ritengono che Ratzinger abbia perso.

 

I DUE GRANDI

 

Proprio Benedetto XVI, di recente, ricordando Giovanni Paolo II, ha scritto:

“La prima grande sfida che affrontammo fu la Teologia della liberazione che si stava diffondendo in America latina. Sia in Europa che in America del Nord era opinione comune che si trattasse di un sostegno ai poveri e dunque di una causa che si doveva approvare senz’altro. Ma era un errore. La fede cristiana veniva usata come motore per questo movimento rivoluzionario, trasformandola così in una forza di tipo politico (…). A una simile falsificazione della fede cristiana bisognava opporsi anche proprio per  amore dei poveri e a pro del servizio che va reso loro”.  

Nel 2013 uno dei fondatori della Tdl, Clodoveo Boff (fratello dell’altro Boff), uno dei pochi che ha veramente capito la lezione (non così D’Escoto), ha dato ragione a Ratzinger per quello che (a nome di papa Wojtyla) fece trent’anni fa:

“Egli ha difeso il progetto essenziale della teologia della liberazione: l’impegno per i poveri a causa della fede. Allo stesso tempo, ha criticato l’influenza marxista. La Chiesa” osservava Clodoveo Boff “non può avviare negoziati per quanto riguarda l’essenza della fede: non è come la società civile dove la gente può dire quello che vuole. Siamo legati ad una fede e se qualcuno professa una fede diversa si autoesclude dalla Chiesa. Fin dall’inizio ha avuto chiara l’importanza di mettere Cristo come il fondamento di tutta la teologia (…). Nel discorso egemonico della teologia della liberazione ho avvertito che la fede in Cristo appariva solo in background. Il ‘cristianesimo anonimo’ di Karl Rahner era una grande scusa per trascurare Cristo, la preghiera, i sacramenti e la missione, concentrandosi sulla trasformazione delle strutture sociali”.

Oggi, nell’epoca Bergoglio, si torna indietro proprio a Rahner, a quella filosofia che già tanti danni ha fatto fra i gesuiti e nella Chiesa. E in questo vuoto abissale i cattolici tornano ad essere sballottati qua e là “da ogni vento di dottrina”.

Subalterni ad ogni ideologia e inquinati da qualunque eresia. Una grande tenebra avvolge Roma.

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 7 settembre 2014

Facebook : “Antonio Socci pagina ufficiale”

Friday 05 September 2014

Peguy, i chierici e i padri di famiglia

Oggi ricorrono cent’anni dalla morte di Charles Péguy, avvenuta durante la battaglia della Marna. Vi invito a leggere questo articolo di Gianni Valente, pubblicato poco fa su Vatican Insider, del quale ripropongo qui qualche stralcio.

Proprio ieri Papa Francesco, nell’omelia mattutina di Santa Marta (l’appuntamento quotidiano che conforta tutti coloro che guardano al Papa lasciandosi sorprendere dal suo sguardo di fede, ignorato invece, come la maggior parte del suo magistero, da quanti vivono come cecchini pronti per coglierlo in fallo e tirargli le loro pallottole di carta) ha parlato dei peccati come il “luogo privilegiato” per l’incontro con Gesù.

Dall’articolo che vi invito a leggere, emerge una interessante sintonia tra l’approccio di Francesco e quello di Peguy. Scriveva quest’ultimo: «le peggiori miserie, le peggiori grettezze, le turpitudini e i crimini, anche il peccato, spesso sono falle nell’armatura dell’uomo, falle della corazza, da dove la grazia può penetrare nella durezza dell’uomo». Mentre «sulla corazza inorganica dell’abitudine tutto scivola, ogni spada ha la punta smussata». Così – notava Péguy più di un secolo fa «la gente perbene, quelli che amano sentirsi chiamare così, non hanno falle nell’armatura. non sono feriti». Non hanno «quell’ingresso per la grazia che è essenzialmente il peccato». In loro, anche la morale intesa come capacità di coerenza autosufficiente diventa come «uno strato che rende l’uomo impermeabile alla grazia». Perché «Neanche la carità di Dio medica chi non ha piaghe». E «Colui che non è mai caduto non sarà mai rialzato; e colui che non è sporco non sarà mai asciugato».

A motivo della sua condizione Péguy sperimentò sulla sua pelle che i battezzati laici, i padri e le madri di famiglia presi dalla fatica di ogni giorno – quelli costantemente chiamati in causa nelle omelie e nei discorsi di Papa Bergoglio, anche come membri ordinari della «classe media della santità» – vivono nel mondo un’avventura senza pari. Stretti da condizionamenti e vincoli che rendono comunque più difficile snaturare anche l’esperienza cristiana in spiritualismo auto-compiaciuto. Secondo Péguy «c’è un solo avventuriero al mondo, e ciò si vede soprattutto nel mondo moderno: è il padre di famiglia». Al suo confronto gli altri, «i peggiori avventurieri, non sono nulla». Perché tutti gli altri, rispetto a lui, «non corrono assolutamente alcun pericolo». Gli altri «soffrono solo per se stessi. Ipsi. Al primo grado». Invece solo il padre e la madre di famiglia soffrono per gli altri. «Lui solo ha degli ostaggi, la moglie, il bambino, e la malattia e la morte possono colpirlo in tutte le sue membra». Tutti gli altri, compresi i chierici, possono sempre «scantonare», fare manovre diversive, perché con sé «non hanno bagagli». Mentre i padri – e le madri – di famiglia, «coinvolti da ogni parte nelle sofferenze, nelle miserie, in tutte le responsabilità, sono come capi responsabili e appesantiti, carichi e responsabili di una banda di prigionieri, prigionieri essi stessi, carichi, responsabili di una banda di ostaggi, ostaggi essi stessi». (Véronique. Dialogo della storia e dell’anima carnale).

Péguy era sposato civilmente con una donna atea, che non dava il consenso al battesimo dei figli. Per questa sua condizione matrimoniale, Péguy non poteva accostarsi ai sacramenti. Visse quindi tutta la vita come sulla soglia della Chiesa, il «punto sorgivo – come scrisse Hans Urs von Balthasar riferendosi a lui – dove il pagano diventa cristiano». In questa condizione segnata dalla precarietà del «principiante», dal cristianesimo generico «da peccatore che frequenta la messa domenicale in parrocchia», sempre ricondotto alla apparente fragilità del primo germogliare della speranza cristiana, Péguy dovette sopportare negli ultimi anni di vita anche l’assillo di alcuni amici (preti e intellettuali del mondo cattolico ufficiale, compreso Jacques Maritain e sua moglie Raissa) che lo accusavano di lassismo morale per le sue esitazioni a regolarizzare il suo ménage familiare, riportandolo entro i confini della regolarità canonica. Lo deridevano come uno che si illude «che la salvezza sia facile» e non accetta «il giogo intellettuale della fede, senza il quale non vi è vera fede» (Maritain). Alcuni gli suggerivano anche di abbandonare la moglie, se lei non avesse ceduto e non fosse scesa a patti.

Nelle intemperanze di quello che Péguy chiamava il «Partito dei devoti» si coglie la stessa impronta genetica delle prassi neo-clericali e da «dogana pastorale» tante volte stigmatizzate da Papa Francesco nella sua predicazione. Quelle pòse da «controllori» della fede altrui che mettono in soggezione il popolo di Dio e aumentano il senso di repulsione in tutti gli altri.

Friday 05 September 2014 03:27

Radicalismo islamico: il vero nemico dell’umanità

Con questo titolo “Il vero nemico dell’umanità”, domenica 31 agosto mons. Bruno Forte, nella prima pagina de “Il Sole 24 ore” ha lanciato un forte grido d’allarme sul diffondersi dell’estremismo islamico, che questa volta si presenta col nome di “Califfato”. Prima c’erano i Fratelli musulmani, i Talebani, Al Quaida, Boko Aram e tanti altri locali, che continuano a vivere e soffiare sul fuoco. La sostanza è sempre la stessa: c’è un nemico mortale dell’uomo (anzi, “il vero nemico”) che si aggira per il mondo e noi italiani non ne abbiamo ancora preso vera coscienza. Non è solo anti-cristiano e anti-occidentale, ma contro l’umanità intera, contro gli stessi musulmani, pur ispirandosi all’islam “puro e duro” e alla storia islamica: è l’estremismo radicale, il terrorismo, la “guerra santa”.

Mons. Forte scrive: “Minimizzare la gravità della situazione sarebbe da irresponsabili. Ridurre i problemi a semplici conflitti locali non ha fondamento nella realtà. La verità è che il nuovo nemico dell’umanità è più che mai il fondamentalismo, che non va assolutamente confuso con le forme dell’Islam autentico e con le aspirazioni alla pace e alla giustizia che pervadono il cuore e l’impegno di tanti musulmani”. L’arcivescovo di Chieti-Vasto richiama le parole di Papa Francesco con i giornalisti, sull’aereo da Seul a Roma: “Ha parlato della situazione irachena e della necessità di fermare l’aggressore ingiusto con un impegno multilaterale promosso dall’Onu”. Il Pontefice ha denunciato la “crudeltà inaudita” dei mezzi bellici non convenzionali e della tortura, impiegati dai jihadisti, constatando: “Siamo nella Terza guerra mondiale, ma a pezzi”.

Poi ha spiegato i caratteri assolutamente disumani delle ideologie fondamentaliste, “partendo da un’affermazione di Gesù quando rimprovera l’ipocrisia degli scribi e dei farisei che si ferma all’esteriorità, trasgredendo le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà (Mt 23,23). Queste le tre idee chiave che il fondamentalismo snatura, fino a rovesciarle nel loro contrario, idee su cui occorre convergere per opporre alla barbarie e alla violenza cieca un impegno autentico al servizio della pace per tutti”.

Ho parlato dell’articolo di Forte con due missionari del Pime, uno nel Nord Camerun (ai confini con la Nigeria) e l’altro a Zamboanga nell’isola di Mindanao nelle Filippine, cioè in luoghi direttamente minacciati da questo “vero nemico dell’uomo”. Uno mi ha detto: “Sono cose che noi diciamo almeno da dieci anni” e l’altro: “Ho fatto un po’ di vacanza e di cure e adesso ritorno a casa (ha detto davvero così perchè quello è ormai il suo popolo), ma mi pare che per voi italiani questo non avete coscienza di questo islam radicale che minaccia tutti”. In Italia c’è qualche difficoltà a chiamare con il loro nome i massacri sistematici che avvengono nei territori controllati dal Califfato.

Il card. Kurt Koch, parlando del Califfato e del terrorismo islamico, ha scritto sull’Osservatore Romano: “Non si capisce perché alcune cose vengano chiamate Shoah e per questo non venga usato lo stesso termine, che dice di una spaventosa e dissennata ideologica violenza contro l’altro, semplicemente perché ha una posizione religiosa diversa dalla propria”. Con il termine Olocausto si indica il genocidio perpetrato dalla Germania nazista e dai suoi alleati nei confronti degli ebrei d’Europa e, per estensione, lo sterminio nazista di tutte le categorie ritenute “indesiderabili”, che causò circa 15 milioni di morti in pochi anni. L’Olocausto, in quanto genocidio degli ebrei e identificato con il termine Shoah (“catastrofe”, “distruzione”), fu lo sterminio di circa i due terzi degli ebrei d’Europa, fra i 5 e i 6 milioni di ogni sesso ed età. Nell’informare, denunziare e protestare per i massacri compiuti dai criminali del Califfato vestiti di nero e incappucciati si usano termini meno tragici e decisivi, per una condanna senza se e senza ma.

Ma il problema non sono le parole e anche le firme di condanna fatte da rappresentanti dell’islam in Italia. Loro fanno quel che possono, sapendo bene che se vanno oltre rischiano la vita. Il problema, al nostro livello di cristiani che considerano i musulmani in Italia fratelli e sorelle da aiutare, è il “dialogo”, parola magica che la Chiesa post-conciliare ha accolto e praticato in ogni paese; anche in Italia, la maggioranza delle diocesi e parrocchie hanno i loro gruppi di dialogo con i fedeli dell’islam. E’ una buona premessa, accompagnata dall’aiuto concreto per le loro necessità, per una vicendevole comprensione e integrazione. Il vero problema è di capire bene che il dialogo senza la verità e il coraggio di dire la verità, non è più un dialogo, ma un compromesso e una connivenza.

Perché dico questo? Perché siamo tutti convinti che la guerra contro l’estremismo islamico violento peggiora le situazioni e che il radicalismo danneggia anzitutto i popoli stessi che credono nel Corano. Le prime vittime sono loro. Se i circa trenta paesi a maggioranza islamica non si sviluppano è perché sono bloccati da questa ideologia disumana, che usa violenza anzitutto contro i musulmani stessi, toglie loro la libertà di ragionare e di decidere, tiene le donne in posizione di perenne inferiorità e usa le immense ricchezze del petrolio non a favore dei popoli stessi, ma per continuare a diffondersi e blindare le catene di una schiavitù di cui non si vede la fine. Mons. Bruno Forte si augura, come rimedio, “una presa di posizione interreligiosa, più che mai necessaria, di denunzia ferma e senza appello all’integralismo fondamentalista”. Ottimo, ma tutto questo bisogna portarlo alla base, con un autentico dialogo fra cristiani e musulmani, che possa essere utile ad ambedue i popoli e alla comune ricerca di pacifica convivenza fondata sulla verità, la giustizia e l’amore, cioè l’aiuto, la solidarietà.

Piero Gheddo

 

Wednesday 03 September 2014

Diario Vaticano / In arrivo il nuovo ministro degli esteri

Sostituirà il francese Dominique Mamberti. La riforma complessiva della curia è ancora lontana. Ma intanto Francesco fa saltare un'altra testa della congregazione per il clero, da cui ha già rimosso il cardinale Piacenza

Tuesday 02 September 2014

Caro papa Bergoglio, mentre massacrano i nostri fratelli cristiani per la loro fede e i loro vescovi implorano aiuto, non si fanno allegre partite di calcio con Maradona (con il contorno di canzoni assai profane), ma si fanno novene, digiuni e penitenze, offrendo a Dio le nostre lacrime e i nostri cuori

Raccogliendo i vostri inviti propongo nove giorni di preghiere per i cristiani perseguitati e massacrati. 
Un Rosario ogni giorno dal 4 settembre al 12 settembre, festa del Santo Nome di Maria.
Per i perseguitati e per i pastori che, mentre imperversa la persecuzione, organizzano partite di calcio, invece di proteggere il gregge dal lupo, magari facendo fare novene a tutta la cristianità, giorni di digiuno e penitenza. Il Signore tocchi i loro cuori.


PS Mi dicono che durante quella partita “benedetta” dal Papa sono state cantate canzonette contro la religione (and no religion too). Immagino come si sentirebbero quei poveretti che, per non rinnegare Cristo, sono stati pronti a perdere tutto e a mettere a rischio la propria vita, in tanti casi anche al martirio…

PREGHIERA DI SAN BERNARDO PER IL NOME DI MARIA

Chiunque tu sia,
che nel flusso di questo tempo ti accorgi che,
più che camminare sulla terra,
stai come ondeggiando tra burrasche e tempeste,
non distogliere gli occhi dallo splendore di questa stella,
se non vuoi essere sopraffatto dalla burrasca!
Se sei sbattuto dalle onde della superbia,
dell’ambizione, della calunnia, della gelosia,
guarda la stella, invoca Maria.
Se l’ira o l’avarizia, o le lusinghe della carne
hanno scosso la navicella del tuo animo, guarda Maria.
Se turbato dalla enormità dei peccati,
se confuso per l’indegnità della coscienza,
cominci ad essere inghiottito dal baratro della tristezza
e dall’abisso della disperazione, pensa a Maria.
Non si allontani dalla tua bocca e dal tuo cuore,
e per ottenere l’aiuto della sua preghiera,
non dimenticare l’esempio della sua vita.
Seguendo lei non puoi smarrirti,
pregando lei non puoi disperare.
Se lei ti sorregge non cadi,
se lei ti protegge non cedi alla paura,
se lei ti è propizia raggiungi la mèta.

(San Bernardo da Chiaravalle)

Saturday 30 August 2014

Papa Francesco: l’aborto è omicidio

Rileggendo e meditando in estate l’Esortazione apostolica “Evangelii Gaudium”, La Gioia del Vangelo pubblicata da Papa Francesco il 24 novembre 2013, Festa di Cristo Re, ho “scoperto” due numeri sull’aborto, che sono nello stile di questa lettera pastorale (non Enciclica dottrinale), facile da leggere e comprensibile a tutti. Nel dare orientamenti pastorali alla Chiesa, Francesco rivela tutto se stesso, racconta quasi la sua esperienza di cristiano, di prete e di vescovo. E’ un testo che bisogna conoscere per entrare in sintonia con Francesco, con l’uomo e il suo programma, poterlo capire e accompagnare con la nostra vita e la nostra preghiera.

I due numeri sull’aborto mi hanno colpito perché il Papa argentino-italiano usa parole pesanti come pietre che non ho mai letto in altri documenti ecclesiali, tutti di condanna dell’aborto. Su Francesco fioriscono tante interpretazioni e letture, ciascuno lo tira dalla sua parte. Non si è ancora capito che lui è davvero un Papa missionario, che viene dalle missioni, e nella pastorale usa uno stile abituale nelle missioni, è libero, aperto, popolare, flessibile, amico di tutti, ma profondamente attaccato alla Verità del Vangelo e della Tradizione cristiana. Soprattutto parla a braccio, dice quel che pensa, può anche sbagliare qualche parola o atteggiamento, ma si è dichiarato “figlio della Chiesa”, scrive e parla col cuore, trasparente e parla chiaro. Per questo “La gioia del Vangelo” è proprio il programma del suo pontificato. Ecco i due punti sull’aborto, senza commenti. Sta parlando degli ultimi, nelle “periferie dell’umanità”, che il cristiano deve amare e difendere:

213. Tra questi deboli, di cui la Chiesa vuole prendersi cura con predilezione, ci sono anche i bambini nascituri, che sono i più indifesi e innocenti di tutti, ai quali oggi si vuole negare la dignità umana al fine di poterne fare quello che si vuole, togliendo loro la vita e promuovendo legislazioni in modo che nessuno possa impedirlo. Frequentemente, per ridicolizzare allegramente la difesa che la Chiesa fa delle vite dei nascituri, si fa in modo di presentare la sua posizione come qualcosa di ideologico, oscurantista e conservatore. Eppure questa difesa della vita nascente è intimamente legata alla difesa di qualsiasi diritto umano. Suppone la convinzione che un essere umano è sempre sacro e inviolabile, in qualunque situazione e in ogni fase del suo sviluppo. È un fine in sé stesso e mai un mezzo per risolvere altre difficoltà. Se cade questa convinzione, non rimangono solide e permanenti fondamenta per la difesa dei diritti umani, che sarebbero sempre soggetti alle convenienze contingenti dei potenti di turno. La sola ragione è sufficiente per riconoscere il valore inviolabile di ogni vita umana, ma se la guardiamo anche a partire dalla fede, «ogni violazione della dignità personale dell’essere umano grida vendetta al cospetto di Dio e si configura come offesa al Creatore dell’uomo » (cita Giovanni Paolo II, Cristifideles laici, 30 dicembre 1988, n. 37).

214. Proprio perché è una questione che ha a che fare con la coerenza interna del nostro messaggio sul valore della persona umana, non ci si deve attendere che la Chiesa cambi la sua posizione su questa questione. Voglio essere del tutto onesto al riguardo. Questo non è un argomento soggetto a presunte riforme o a “modernizzazioni”. Non è progressista pretendere di risolvere i problemi eliminando una vita umana. Però è anche vero che abbiamo fatto poco per accompagnare adeguatamente le donne che si trovano in situazioni molto dure, dove l’aborto si presenta loro come una rapida soluzione alle loro profonde angustie, particolarmente quando la vita che cresce in loro è sorta come conseguenza di una violenza o in un contesto di estrema povertà. Chi può non capire tali situazioni così dolorose?

Piero Gheddo

Monday 25 August 2014

L’islam deve riformarsi dall’interno

Le atrocità del “Califfato islamico” in Iraq e Siria hanno scosso l’Occidente, che nella sua crisi politico-economica e religioso-morale diventa sempre più indifferente a quanto succede in paesi a noi vicini e alle migliaia di profughi disperati (circa 100.000 dall’inizio dell’anno) che la nostra Italia accoglie. Da quando il nascente Isis (Califfato islamico del Levante e dell’Oriente) conquista in Siria e Iraq una vasta base territoriale, affermandosi con violenze orrende e demoniache contro chi non si converte all’islam sunnita, costringendo Stati Uniti e alcuni paesi europei ad intervenire, pare che l’opinione pubblica occidentale prenda coscienza di quanto odio animi quei fantasmi da incubo che sventolano una bandiera nera; odio non solo anti-cristiano, ma contro l’Occidente e il nostro modo di vivere, che vedono come nemico mortale dell’islam, perché distrugge i fondamenti della religione coranica: sviluppo economico-liberale e benessere, democrazia e diritti dell’uomo e della donna, scienze e tecniche, alfabetizzazione universale, libertà di stampa e di costumi, ecc.

La civiltà islamica è fondata sull’obbedienza a Dio (naturalmente il Dio dell’islam), quella occidentale sull’uomo che si costruisce il futuro con la sua ragione, la sua libertà, i suoi diritti. La nostra civiltà, che ha profonde radici cristiane, crede di poter fare a meno di Dio. Islam vuol dire dipendenza da Dio, l’Occidente significa per quei popoli sviluppo umano senza Dio: laicismo, ateismo pratico, “morale laica” (cioè, la “morale fai da te”?, il primato assoluto della coscienza individuale che ignora Dio e Gesù Cristo, ecc.

Se questa analisi molto sommaria è esatta o almeno plausibile, ci indica anche come affrontare le minacce dell’islam radicale all’Occidente ed essere fratelli dei popoli islamici, in grande maggioranza contrari alle violenze del Califfato, che però si stanno diffondendo non solo nel Medio Oriente,ma in Nigeria, Repubblica centro-africana, Mali, Libia, Sudan, Mauritania, e minaccia i governi dell’Egitto e dell’Algeria).

La storia recente ci dimostra alcune cose:

1) la guerra non risolve nulla, anzi peggiora la situazione (vedi le due guerre in Iraq); chi si augura una nuova Crociata e una nuova Lepanto non tiene conto del miliardo e 300 milioni di islamici, che se attaccati ritornano uniti contro l’Occidente;

2) la riforma dell’islam verrà dalla formazione dei popoli islamici attraverso la scuola e la libertà di ricerca storico-critica delle fonti islamiche, per contestualizzare il Corano e Maometto al mondo moderno, come avviene nella Chiesa attraverso i Concili e il succedersi dei 265 Papi che la guidano;

3) L’Occidente può aiutare questo processo di maturazione con l’aiuto ai profughi e ai perseguitati, il dialogo con i musulmani “moderati” e i musulmani in Occidente, il rispetto della verità nel descrivere le atrocità dei guerriglieri e terroristi islamici, denunziando la radice coranica e storica dell’islam, come lo sterminio degli ebrei è attribuito all’ideologia razzista dei nazisti. Il dialogo senza il rispetto della verità storica diventa una finzione ipocrita che non serve e non convince nessuno.

4) Soprattutto, se l’Occidente vuol dialogare e affrontare la sfida dell’islam, deve ritornare Cristo. La civiltà che abbiamo fondato noi cristiani, oggi non accontenta nessuno, nemmeno i nostri popoli che l’hanno iniziata. E’una civiltà senz’anima, senza speranza, senza bambini e senza gioia, di cui sono segno i troppi fallimenti di una società senza Dio. Non si è ancora capito che i Dieci Comandamenti e il Vangelo sono gli orientamenti che Dio ha dato, a noi uomini da lui creati, per vivere una vita che porti alla serenità,, alla fraternità e solidarietà, all’autentico sviluppo, alla giustizia e alla pace (vedi la sintesi nella “Populorum Progressio”). Se l’Occidente non ricupera le sue “radici cristiane” e le mette a fondamento della sua vita e della sua cultura, rimane solo la guerra e l’autodistruzione dei nostri popoli.

Piero Gheddo

Sunday 24 August 2014

LEGGETE QUA E RIFLETTETE !!!! QUESTA E’ LA VOCE DELLA CHIESA !!! I Patriarchi orientali: “Legittimo l’uso della forza per difendere i cristiani in Iraq” Una parola dei patriarchi anche per Papa Francesco perché faccia “un uso più audace della propria influenza per la causa dei cristiani iracheni”.

Ecco la voce dei Patriarchi orientali, cattolici e ortodossi. Da leggere e meditare attentamente

http://www.zenit.org/it/articles/i-patriarchi-orientali-legittimo-l-uso-della-forza-per-difendere-i-cristiani-in-iraq

Nei giorni scorsi la stessa mia osservazione critica sulla dichiarazione di papa Bergoglio è stata fatta da un  osservatore che è stato sul luogo e che è certamente di sinistra e non neocon né tecocon, Adriano Sofri, sicuramente simpatizzante di questo Papa.

Dunque Sofri scriveva: “Caro Papa Francesco, ti dirò una cosa ovvia, ma vera, che la tua idea che sia lecito ‘fermare gli aggressori’ è giusta (non è solo lecito, è doveroso), ma che la condizione, ‘che non significa bombardare’, annulla la premessa… Il desiderio umanissimo e cristiano di fermare gli aggressori senza impiegare mezzi adeguati alla loro brutalità, lascerebbe alla loro mercé donne bambini vecchi e uomini, di tutte le fedi e nazioni”.
Questo è il punto. E lo centra perfettamente uno che certamente non è un fan della crociata, né un guerrafondaio.

Friday 22 August 2014

L’ultima bufala sul Papa

La quotidiana e ricerca di qualunque appiglio utile per attaccare Papa Francesco da parte di quegli ex papisti che appena due anni fa s’indignavano per qualunque mancanza di rispetto verso Benedetto XVI mentre ora bombardano con sarcasmo e talora con disprezzo il suo successore, sta raggiungendo livelli comici.

E’ vero, non c’è proprio nulla da ridere, pensando a ciò di cui si parla. Hanno pesantemente criticato il Papa (meglio Bergoglio, come lo definiscono, senza mai ricordare una volta il nome pontificale di Francesco, dato che per qualcuno di costoro il vero Papa è l’emerito) per i suoi presunti “silenzi” circa l’Iraq, con le stesse identiche motivazioni per le quali esattamente mezzo secolo fa, pochi anni dopo la sua morte, venne messo alla berlina Pio XII. Dimenticano di rileggersi le dichiarazioni analoghe fatte dai predecessori negli ultimi decenni in casi di persecuzioni, guerre, emergenze umanitarie (scoprirebbero che il Papa quando interviene in questi casi, evita sempre di additare con nome e cognome i “cattivi” e la loro eventuale appartenenza religiosa, si vedano gli interventi di Papa Wojtyla sul Kosovo).

Finiscono per mettere erroneamente sullo stesso piano gli appelli papali lanciati in occasioni di crisi internazionali e di emergenze umanitarie con un passaggio dell’importante discorso accademico di Papa Ratzinger dedicato al dialogo tra fede e ragione (la lectio di Ratisbona): frasi che vennero distorte e male interpretate, sulle quali lo stesso Benedetto XVI volle fare chiarezza spiegandone il significato con una lettura che nulla concesse ai desiderata dei fautori dello “scontro di civiltà”.

L’ultima – nel senso della più recente – puntata di questa “guerra” contro il successore di Pietro combattuta con la carta e il web s’inventa un’opposizione tra l’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, e Papa Benedetto, proprio sul caso Ratisbona. La presunta “notizia”, “scoperta” dal Telegraph, è stata subito rilanciata sui social network da quanti si sentono investiti della missione di cantargliele al Papa qualunque cosa dica, faccia o non faccia.

I fatti sono questi: padre Guillermo Marcó, giornalista, incaricato dei rapporti con la stampa dell’arcidiocesi di Buenos Aires, nel 2006, dopo il discorso di Benedetto XVI a Ratisbona, si fece intervistare dal “Newsweek” (nella sua versione in lingua spagnola), criticando Ratzinger: disse di non sentirsi rappresentato da quelle parole sull’islam, affermò di ritenere quello di Ratisbona un passo indietro rispetto all’atteggiamento di Giovanni Paolo II. L’intervista fece ovviamente scalpore, anche in Vaticano. Marcó spiegò di aver rilasciato l’intervista non in quanto incaricato dei media della diocesi, ma come presidente dell’Istituto per il dialogo interreligioso. Leggendola appare del tutto evidente che il sacerdote parlava a titolo personale (“quelle parole non MI rappresentano”), senza alcun mandato della diocesi né tantomeno dell’allora arcivescovo di Buenos Aires.

Ciononostante, visto il comprensibile imbarazzo che quell’intervista – e anche altre dichiarazioni – avevano provocato, padre Marcó, venne rimosso dal suo incarico di responsabile dei rapporti con la stampa, per volere del cardinale Bergoglio, e destinato altrove. Una circostanza che quanti hanno scovato e rilanciato la presunta notizia si guardano dal raccontare, perché rovinerebbe questa nuova pretestuosa accusa.

Attribuire al futuro Papa le parole di Marcó, per contrapporlo a Benedetto XVI è dunque un’operazione propagandistica. Non dissimile da quelle messe in atto da Horacio Verbitsky, che per anni ha cercato di attribuire a Bergoglio una qualche vicinanza con il regime argentino durante la dittatura (venendo peraltro magistralmente smentito dalla documentata inchiesta di Nello Scavo, pubblicata col titolo “La lista di Bergoglio”). O da quella infelice tentata subito dopo l’Habemus Papam del 13 marzo 2013 dal regista americano Michael Moore, che twittò la foto di un anziano prelato mentre dava la comunione a Videla dicendo che si trattava del nuovo Papa e fu sbugiardato nel giro di pochi minuti.

Wednesday 20 August 2014

ANCHE SU IRAQ E CRISTIANI PERSEGUITATI BERGOGLIO ROMPE CON LA TRADIZIONE (LO DICE ANCHE CACCIARI)

Qua sotto troverete un articolo che ho pubblicato stamani  e che approfondisce le frasi sull’Iraq pronunciate in aereo da papa Bergoglio.

A chi però continua a dire o pensare che sia un mio puntiglio, quasi frutto di un pregiudizio, segnalo anche l’intervista che oggi il filosofo Massimo Cacciari ha dato alla Repubblica.

Le persone che riflettono colgono la realtà.

Riporto qualche passaggio di Cacciari:

“Si tratta di una svolta radicale nella teologia politica della Chiesa… ma questo è un bel problema… Francesco considera legittimo un intervento nella misura in cui viene deciso dall’Onu – siamo in presenza di una laicizzazione dell’idea cattolica di ‘guerra giusta’… La posizione di Francesco è fragilissima. La sua è una posizione che potrebbe sostenere un Renzi o una Merkel. Se mi permette, io dal Papa mi aspetto qualcosa di più, ossia che mi dica che bisogna intervenire sulla base di valori considerati assoluti”.

Fin qui la riflessione di Cacciari. Ora ecco il mio articolo.

 

 

*                                                               *                                                       *

 

 

“Ahimé, basta tacere! Gridate con centomila lingue. Vedo che, per lo tacere, lo mondo è guasto, la Sposa di Cristo è impallidita”. Con queste parole tuonava santa Caterina da Siena scrivendo a un alto prelato.

Si sente il bisogno anche oggi nella Chiesa di donne e uomini di fede ardente e di cuore libero che – come Caterina – si rivolgano così a un papa (Gregorio XI) pieno di timori, che non faceva quello che avrebbe dovuto: “Io, se fussi in voi, temerei che il divino giudicio venisse sopra di me”.

Ma i nostri sono tempi di clericalismo, di bigottismo e di adulatori. E le voci dei grandi santi (o degli uomini liberi) non ci sono o non si sentono.

Eppure è difficile e – per un cattolico – molto doloroso capire e accettare l’atteggiamento del Vaticano di papa Bergoglio di fronte alla tragedia dei cristiani (e delle altre minoranze) in Iraq, braccati e massacrati dai sanguinari islamisti del califfato anche in queste ore.

Prima, per settimane, un’evidente reticenza, quasi imbarazzo a parlarne. Perfino l’iniziativa di preghiera della Cei del 15 agosto scorso è stata passata sotto silenzio dal Papa che evidentemente ha in antipatia la Chiesa italiana.

Ora, finalmente, dopo una ventina di giorni di massacri di uomini, donne e bambini, e dopo mille pressioni (anzitutto da parte dei vescovi di quella terra e dei diplomatici vaticani), papa Bergoglio si è deciso a pronunciare le fatidiche parole, sia pure in modo assai felpato: “è lecito fermare l’aggressore ingiusto”.

Sai che sforzo… Ci mancava pure che dicesse che è lecito lasciare che l’aggressore massacri la gente inerme e innocente, che crocifigga i “nemici dell’Islam”, che seppellisca vivi i bambini, che stupri e venda le donne come schiave.

Con ben altra tempestività ed energia Giovanni Paolo II nel 1993 tuonava sul dovere di difendere gli inermi dai massacri: “Se vedo il mio vicino perseguitato, io devo difenderlo: è un atto di carità. Questa per me è l’ ingerenza umanitaria”.

Ma non c’è più Giovanni Paolo II e purtroppo nemmeno Benedetto XVI. Dunque dopo aver detto, con incredibile ritardo, che “è lecito fermare l’aggressore ingiusto”, Bergoglio si è affrettato ad aggiungere che però va fatto senza “bombardare” o “fare la guerra”.

Cosicché viene amaramente da chiedersi se egli vuole salvare la faccia (propria) o la vita di quegli innocenti. Qual è infatti il modo per “fermare” una banda di assassini crudeli senza usare le armi? Cosa propone papa Bergoglio per “fermare” quei carnefici? Un tressette col morto? Un thè con monsignor Galantino?

Si dirà che il Papa non può esortare a usare la forza, sia pure per salvare vite innocenti. Sbagliato. Da secoli la dottrina cattolica ha sancito il diritto alla legittima difesa e il principio di “uso della forza” per la legittima difesa.

Proprio i teologi della Scuola di Salamanca come il domenicano Francisco de Vitoria, nel XVI secolo, fondarono sulle basi della legge naturale il diritto internazionale,

Benedetto XVI lo ricordò alle Nazioni Unite evocando “il principio della ‘responsabilità di proteggere’ (che) era considerato dall’antico ius gentium quale fondamento di ogni azione intrapresa dai governanti nei confronti dei governati”.

E aggiunse che “il frate domenicano Francisco de Vitoria, a ragione considerato precursore dell’idea delle Nazioni Unite, aveva descritto tale responsabilità come un aspetto della ragione naturale condivisa da tutte le Nazioni, e come il risultato di un ordine internazionale il cui compito era di regolare i rapporti fra i popoli”.

In questo quadro Giovanni Paolo II nell’Evangelium vitae del 1995 affermava: “la legittima difesa può essere non soltanto un diritto ma un grave dovere per chi è responsabile della vita di altri, del bene comune della famiglia o della comunità civile. Accade purtroppo che la necessità di porre l’aggressore in condizione di non nuocere comporti talvolta la sua soppressione. In tale ipotesi, l’esito mortale va attribuito allo stesso aggressore che vi si è esposto con la sua azione”.

Parole significative perché Giovanni Paolo II si è sempre caratterizzato per la difesa energica della pace (per esempio opponendosi alla guerra americana in Iraq), ma con altrettanta energia ha incitato la comunità internazionale a fermare, anche con l’uso della forza, i carnefici in azione (e si noti bene che a quel tempo la popolazione minacciata era di religione islamica).

Quello che semmai papa Francesco dovrebbe chiedere – sulle orme di Giovanni Paolo II – è che tale “uso della forza” da parte della comunità internazionale sia proporzionato e mirato a disarmare gli aggressori e a salvare la vita dei braccati.

Ma purtroppo non si è sentita nessuna riflessione approfondita. Si nota solo la preoccupazione di Francesco di non uscire dallo stereotipo del papa “politically correct”. Infatti ha sentito il bisogno di ripetere che fra le minoranze minacciate dall’Isis ci sono anche non cristiani “e sono tutti uguali davanti a Dio”. Un’ovvietà che è parsa una “excusatio non petita…”.

Del resto se rileggiamo insieme i vari interventi di papa Bergoglio su questa carneficina non si troverà mai la parola islam, islamisti o musulmani. Se uno disponesse solo delle parole del Papa non capirebbe minimamente a chi si deve questa “tragedia umanitaria” e per quale motivo viene perpetrata.

Una reticenza grave, figlia dell’ideologia cattoprogressista che interpreta erroneamente il dialogo con i musulmani come una resa, anche psicologica. Tanto è vero che ci sono commentatori cattoprogressisti che arrivano perfino a ripetere che i carnefici del Califfato non hanno niente a che vedere con l’Islam.

Peccato che tali carnefici impongano alle minoranze conquistate la conversione immediata all’Islam in alternativa alla morte, come è accaduto nei giorni scorsi a Kocho, un piccolo villaggio del Nord Iraq abitato da yazidi dove i jihadisti hanno massacrato circa 80 uomini che si rifiutavano di convertirsi e incatenato e deportato un centinaio di donne e bambini.

Naturalmente è comprensibile che le autorità della Chiesa non cerchino lo scontro, la polemica o il conflitto religioso. Giusto. Ma è anche un dovere dire la verità e dare ai fedeli un serio “giudizio culturale” su quello che il mondo oggi sta facendo ai cristiani.

Soprattutto considerando la subalternità culturale di tanti cattolici: c’è chi ritiene deprecabile perfino parlare di “cristiani perseguitati” (eppure sono il gruppo umano più perseguitato, nel maggior  numero di paesi del mondo).

Detto questo voglio sottolineare che le dichiarazioni di papa Francesco dell’altroieri sono comunque un passo avanti, sperando che – senza dover aspettare troppo, perché la situazione è drammatica – arrivino presto parole ancora più chiare e decise.

Sono un passo avanti che dovrebbe chiarire le idee ai tanti che nei giorni scorsi, contro chi domandava una parola chiara, ribattevano stizziti che chiedere di fermare gli assassini significava volere la guerra e le crociate.

L’intervento del Papa chiarisce le idee anche a quelli che affermavano: “se il Papa tace significa che vuol evitare ritorsioni più gravi”, oppure “se non dice niente significa che sta operando riservatamente”.
Erano balle. In realtà in Vaticano si sono illusi per settimane che vi fosse ancora una via diplomatica, mentre i carnefici del califfato – come denunciavano i vescovi del posto – volevano solo conquistare, convertire a forza e massacrare. Non sanno nemmeno cosa siano il “dialogo” o la diplomazia.

Un’ultima nota. Negli interventi fatti durante il viaggio in Corea, papa Bergoglio ha anche giustamente invitato tutta la Chiesa alla riflessione sui martiri di ieri e di oggi e alla preghiera. Sacrosanto. Ma è un invito molto blando, senza la mobilitazione di tutta la Chiesa per soccorrere queste vittime e senza quella profonda consapevolezza culturale che sapeva darci Benedetto XVI. Oggi domina lo smarrimento.

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 20 agosto 2014

Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

 

Wednesday 20 August 2014 02:59

La gioia di portare Cristo al mondo

Nei miei giorni di vacanza al mare, nella casa dei Fatebenefratelli a Varazze (Savona), mi sono riletto, meditato e pregato con calma l’Esortazione apostolica di Papa Francesco, “Evangelii Gaudium” (La gioia del Vangelo). Non è una Enciclica, documento solenne e dottrinale, ma una “Esortazione apostolica”, una semplice “lettera” di natura pastorale che rivela l’animo del Papa italo-argentino (pubblicata il 24 novembre 2013, festa di Cristo Re). E’ un testo che bisogna conoscere per entrare in sintonia con Francesco, con l’uomo e il suo programma, poterlo capire e accompagnare con la nostra vita e la nostra preghiera. Tra l’altro si legge bene perché è molto concreto e comprensibile da tutti. Francesco parla col cuore e si sente che racconta la sua esperienza di cristiano, di prete e di vescovo.

La Lettera incomincia con queste parole (n. 1): “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita di coloro che si incontrano con Cristo, coloro che si lasciano salvare da Lui e sono liberati dal peccato, dalla tristezza del vuoto interiore. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia”. E aggiunge che l’Esortazione apostolica è indirizzata ai fedeli cristiani “per invitarli a una nuova tappa evangelizzatrice della Chiesa nei prossimi anni”. Ci provoca rendendoci protagonisti del suo piano di annunziare e testimoniare Cristo agli uomini.

La gioia è la caratteristica del cristiano che vive in comunione con Cristo. Se la nostra vita cristiana è autentica deve essere gioiosa, perché il Vangelo – scrive Francesco (n.5) – “invita con insistenza alla gioia” e porta alcuni esempi. Nella visita a Santa Elisabetta, Maria dice: “Il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore” (Luc 1,17); Gesù promette ai suoi discepoli: “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Giov. 15,19) e garantisce: “E nessuno potrà togliervi la vostra gioia” (Giov. 16,22). Gli Atti degli Apostoli confermano che nella prima comunità cristiana, pur in mezzo alla persecuzione e al martirio, “vi fu grande gioia” (At 13,52); i discepoli “prendevano cibo con letizia” (At 2,46); e persino il carceriere che assiste alla liberazione miracolosa di Pietro, appena battezzato “era pieno di gioia insieme ai suoi familiari per aver creduto in Dio (At 16,34)”.

La parola “gioia” è forse la più importante nella Evangelii Gaudium, che la cita 59 volte! Perchè Francesco apre la sua lettera parlando della gioia di vivere e amare Gesù Cristo? Perché il peccato, qualsiasi peccato, porta tristezza, pessimismo, depressione e conduce alla morte. Gesù Cristo, che morendo in Croce e risorgendo, ci ha liberati dai nostri peccati, ci dà la gioia di vivere. Ecco la grande verità che sperimentiamo nella nostra vita: quando sono in pace con Dio e con il prossimo sono felice e contento, quando ho peccato sono triste, preoccupato, scontroso e scontento.

L’atmosfera dominante nella nostra Italia e nell’Europa cristiana è il pessimismo, il lamento, la mancanza di speranza: quando dall’orizzonte di una persona, di una famiglia, di un paese si toglie il sole di Dio, l’uomo rimane da solo e vede solo buio nel suo futuro. L’11 agosto scorso è morto negli Stati Uniti il grande attore e comico americano, Robin Williams (1951-2014), che si è impiccato nella sua spaziosa e lussuosa residenza. Chi lo conosceva bene ha detto di lui: “Era famoso e pieno di soldi, capace di far ridere tutti gli spettatori dei suoi films e teatri, ma nella sua vita non c’era la luce, nel suo futuro vedeva solo buio”. Noi lo ricordiamo con simpatia e preghiamo per lui, l’ho citato solo come esempio e quasi simbolo della nostra mondo, che ha perso di vista il senso vero della vita: quello che dà gioia, perchè riconosce che siamo stati creati da Dio, dipendiamo e siamo amati e salvati da Gesù Cristo.

Ecco perché una vita serena e gioiosa, vissuta nell’amore di Cristo, è la base di partenza per la missione evangelizzatrice della Chiesa nel nostro mondo benestante, democratico, istruito, che tende al pessimismo e al nichilismo. Papa Francesco si rivolge specialmente agli operatori pastorali: “Un evangelizzatore non dovrebbe avere costantemente una faccia da funerale. Recuperiamo la dolce e confortante gioia di evangelizzare, anche quando occorre seminare nelle lacrime. Possa il mondo del nostro tempo ricevere la Buona Novella non da evangelizzatori tristi e scoraggiati, impazienti e ansiosi, ma da ministri del Vangelo la cui vita irradii fervore, che abbiano per primi ricevuto in loro la gioia del Cristo » (n. 10).

E aggiunge: “Invito ogni cristiano,in qualsiasi luogo e situazione si trovi, a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Cristo, cercarlo ogni giorno senza sosta” (n. 3). Solo in questo “incontro con l’amore di Dio che diventa felice amicizia”, noi ci liberiamo dal nostro egoismo e diventiamo pienamente umani. E aggiunge: “Qui sta la sorgente dell’azione evangelizzatrice” (n. 8).

Piero Gheddo

Tuesday 19 August 2014

E FINALMENTE PAPA BERGOGLIO L’HA DETTO

Ci sono voluti una ventina di giorni e molti poveracci, inermi e innocenti, morti ammazzati, ma alla fine pure papa Bergoglio è arrivato a dire che occorre “fermare” quei sanguinari criminali che squartano, sgozzano, stuprano, crocifiggono e altre orrori…
Fermare, ma – ha precisato – “non bombardare”. E come allora? Con truppe di terra vorrebbe dire “guerra”, proprio ciò che si vuole evitare.
Allora come? Proponendo al sanguinario Califfo una partita a tressette (col morto) e chi vince prende tutto? O con la famosa partita a calcio con Maradona?
Dire “fermarli” ma senza l’uso (ovviamente mirato e proporzionato) della forza è assurdo. Sono queste sottili ipocrisie che a volte inducono a sospettare che si voglia salvare più la faccia (propria) che le vite altrui. Ma spero che sia un sospetto infondato…
In attesa di saperlo siamo comunque grati per questa (sia pur timida e reticente) parola: “fermare gli aggressori”.
Restano, purtroppo, le voci della corte… quelli che fino a ieri chiedere di fermare gli assassini significava volere la guerra e le crociate, quelli che “se il Papa tace significa che vuol evitare ritorsioni più gravi”, quelli che “se non dice niente significa che sta operando riservatamente”….
Tutte balle. In Vaticano si erano semplicemente illusi che vi fosse ancora una via diplomatica mentre quegli assassini – come denunciavano i vescovi del posto – volevano solo conquistare, convertire a forza e massacrare e non hanno mai voluto saperne di “dialoghi”.
Aggiungete a questa illusione l’equivoca ideologia cattoprogressista del dialogo ad ogni costo che ha indotto Bergoglio a mai nominare l’islamismo e il disastro è fatto….
Poveretti quei cristiani macellati…
A proposito, ci sarebbe poi il capitolo triste di chi sostiene che quelli del Califfato non hanno nulla a che fare con l’Islam. Già. Chissà perché allora impongono la conversione a forza all’Islam o la morte…
E poi ci sono quei tristissimi cattoprogressisti che insorgono perché si parla di “cristiani perseguitati”… Che vergogna!

 

Antonio Socci

Sunday 17 August 2014

NOVITA’ APOCALITTICHE DA FATIMA (L’ULTIMO MISTERO: IL SILENZIO DELLE SUORE, MA CHI TACE…)

C’è una novità nel giallo del “terzo segreto di Fatima”, una profezia che attraversa tutto il Novecento e sembra proiettata alla sua realizzazione finale.

La novità è contenuta in una pubblicazione ufficiale del Carmelo di Coimbra, quello dove è vissuta ed è morta (nel 2005) suor Lucia dos Santos, l’ultima veggente. S’intitola “Un caminho sob o olhar de Maria” ed è una biografia di suor Lucia, scritta dalle consorelle, con dei preziosi documenti inediti della stessa veggente.

Prima di vederli bisogna ricordare bene qual è la storia di Fatima.

 

LA STORIA DI UN SECOLO

 

Nel divampare della Grande Guerra, il 13 maggio 1917 la Madonna appare, nel villaggio portoghese, a tre pastorelli.

I giornali laici irridono i “creduloni” sfidando la Vergine a dare un segno pubblico della sua presenza. Lei preannuncia ai tre bimbi che darà il segno e nell’ultima apparizione, quella del 13 ottobre, 70 mila persona accorse alla Cova de Iria assistono terrorizzati al vorticare del sole nel cielo. Un fenomeno che l’indomani sarà riferito sui giornali (pure anticlericali).

Nell’apparizione del 13 luglio la Madonna aveva affidato ai bambini un messaggio per il mondo intero. Era la grande profezia sui decenni successivi se l’umanità non fosse tornata a Dio.

In effetti si realizzò tutto: la rivoluzione bolscevica in Russia, la diffusione del comunismo nel mondo, le sanguinose persecuzioni contro la Chiesa e infine la seconda tragica guerra mondiale.

C’era poi una terza parte di quel segreto che si doveva rivelare – disse la Madonna – nel 1960. Arrivata quella data Giovanni XXIII secretò tutto perché terribile era il suo contenuto.

Provocò così una ridda di ipotesi. Nel 2000 Giovanni Paolo II rese noto il testo del terzo segreto che contiene la famosa visione del “vescovo vestito di bianco”, con il Papa che attraversa una città distrutta, i tanti cadaveri e poi il martirio del Santo Padre, di vescovi, preti e fedeli.

Da molti elementi si poteva intuire che non era tutto. Anche io, come altri autori, nel 2006 pubblicai un libro, “Il quarto segreto di Fatima”, dove mostravo che mancava la parte, scritta e inviata successivamente, con le parole della Madonna che spiegavano la visione medesima.

Lo stesso segretario di Giovanni XXIII, monsignor Capovilla, che aveva vissuto tutto in prima persona, in una conversazione con Solideo Paolini accennò proprio all’esistenza di quel misterioso “allegato”.

Da parte ecclesiastica si è ufficialmente smentito che esista e che vi siano profezie che riguardano i tempi odierni.

 

RATZINGER 2010

 

Ma una clamorosa conferma implicita arrivò dallo stesso Benedetto XVI che durante un improvviso pellegrinaggio a Fatima, il 13 maggio 2010, affermò: “Si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa”.

Aggiunse: “sono indicate realtà del futuro della Chiesa che man mano si sviluppano e si mostrano… e quindi sono sofferenze della Chiesa che si annunciano”.

Ma quali profezie potrebbero trovarsi in quel testo?

Fanno riflettere queste due frasi del Papa pronunciate in quel discorso a Fatima: “L’uomo ha potuto scatenare un ciclo di morte e di terrore, ma non riesce ad interromperlo”. E poi: “La fede in ampie regioni della terra, rischia di spegnersi come una fiamma che non viene più alimentata”.

Dalle parole di papa Benedetto s’intuì dunque che c’è davvero  dell’altro in quel Terzo Segreto ed è drammatico per il mondo e per la Chiesa. Proprio a quella visita del papa è forse dovuta l’uscita di questo libro che fa filtrare un altro pezzetto di verità.

Il volume infatti attinge alle lettere di suor Lucia e al Diario inedito intitolato “Il mio cammino”. Impressionante, fra gli inediti, è il racconto di come suor Lucia superò il terrore che le impediva di scrivere il Terzo Segreto.

 

L’INEDITO

 

Verso le 16 del 3 gennaio 1944, nella cappella del convento, davanti al tabernacolo, Lucia chiese a Gesù di farle conoscere la sua volontà: “sento allora che una mano amica, affettuosa e materna mi tocca la spalla”.

E’ “la Madre del Cielo” che le dice: “stai in pace e scrivi quello che ti comandano, non però quello che ti è stato dato di comprendere del suo significato”, intendendo alludere al significato della visione che la Vergine stessa le aveva rivelato.

Subito dopo – dice suor Lucia – “ho sentito lo spirito inondato da un mistero di luce che è Dio e in Lui ho visto e udito: la punta della lancia come fiamma che si stacca, tocca l’asse della terra ed essa trema: montagne, città, paesi e villaggi con i loro abitanti sono sepolti. Il mare, i fiumi e le nubi escono dai limiti, traboccano, inondano e trascinano con sé in un turbine, case e persone in un numero che non si può contare, è la purificazione del mondo dal peccato nel quale sta immerso. L’odio, l’ambizione, provocano la guerra distruttrice. Dopo ho sentito nel palpitare accelerato del cuore e nel mio spirito una voce leggera che diceva: ‘nel tempo, una sola fede, un solo battesimo, una sola Chiesa, Santa, Cattolica, Apostolica. Nell’eternità  il Cielo!’. Questa parola ‘Cielo’ riempì il mio cuore di pace e felicità, in tal modo che, quasi senza rendermi conto, continuai a ripetermi per molto tempo: il cielo, il cielo!”.

Così le viene data la forza per scrivere il Terzo Segreto.

L’inedito che ho appena citato è un documento molto interessante, dove gli addetti ai lavori trovano facilmente conferma alla ricostruzione storica per cui il Terzo segreto è composto di due parti: una, la visione, fu scritta e inviata prima, mentre l’altra – quella che nelle parole della Madonna è “il significato” della visione stessa – fu scritta e inviata successivamente.

E’ il famoso e misterioso “allegato” a cui accennò Capovilla. E’ il testo, tuttora non pubblicato, dove presumibilmente sta la parte che più spaventava suor Lucia. La stessa parte che spaventò Giovanni XXIII (ma anche, prima di lui, Pio XII) e che Roncalli decise di non rendere nota perché – a suo avviso – poteva essere solo un pensiero di suor Lucia e non avere origine soprannaturale.

E’ una parte così esplosiva che si continua tuttora, ufficialmente a negarne l’esistenza. E l’apertura di Benedetto XVI nel 2010, che ha portato anche alla pubblicazione di questo volume, oggi si è richiusa.

 

CHI TACE….

 

Lo dimostra quanto è accaduto a Solideo Paolini, il maggiore studioso italiano di Fatima che, viste le pagine di questo libro che gli ho inviato, ha scritto al Carmelo di Coimbra chiedendo di poter consultare le due opere inedite menzionate nel volume, ritenendo che lì vi siano ulteriori dettagli sulla parte secretata.

La lettera è arrivata a destinazione (ne fa fede la ricevuta), ma non ha avuto risposta. Paolini allora ha scritto di nuovo entrando nel merito e chiedendo se suor Lucia ha mai messo nero su bianco quel “significato della visione” che dall’Alto le era stato dato di comprendere e che quel 3 gennaio evitò di annotare su suggerimento della Madonna: “nelle opere che vi avevo chiesto di consultare c’è nessun riferimento a ‘qualcosa di più’ a riguardo del Segreto di Fatima, a tutt’oggi testualmente inedito?”.

La lettera risulta pervenuta il 6 giugno. Ma anch’essa non ha avuto risposta. Eppure sarebbe stato semplice rispondere di no. Evidentemente la risposta era “sì”, ma non si può dare, perché sarebbe esplosiva. Così tacciono.

Tuttavia la visione che ho appena citato rimanda ai due elementi che presumibilmente sono contenuti nel testo inedito del Segreto: la profezia di un’immane sciagura per il mondo e una grande apostasia e crisi della Chiesa. Una prova apocalittica al termine della quale – disse la Madonna stessa a Fatima – “il mio Cuore Immacolato trionferà”.

A questo sperato “trionfo” fece riferimento nel 2010 Benedetto XVI: “Possano questi sette anni che ci separano dal centenario delle Apparizioni (2017) affrettare il preannunciato trionfo del Cuore Immacolato di Maria a gloria della Santissima Trinità”.

Significa che oggi, 2014, siamo già entrati nella spaventosa prova? In effetti se si guarda la cronaca…

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 17 agosto 2014

Facebook : “Antonio Socci pagina ufficiale”

Thursday 07 August 2014

Vicini ai cristiani di Ninive

La notte scorsa gli uomini dell’autoproclamato “Califfato” sono entrati nella piana di Ninive e hanno cacciato via le migliaia di cristiani che vivono nei villaggi della zona. La notizia è stata data dal cardinale Fernando Filoni ed è rilanciata dall’Agenzia Fides della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli. “I cristiani hanno dovuto abbandonare tutto, persino le scarpe, e scalzi sono stati instradati a forza verso l’area del Kurdistan. La situazione dei cristiani cacciati è disperata - ha detto Filoni – perché ad Arbil, la capitale del Kurdistan iracheno, non sono intenzionati ad accoglierli perché non sanno come ospitare queste migliaia di persone. Queste notizie mi sono state riferite dalle Suore Caldee Figlie di Maria Immacolata” ha precisato il porporato, che in precedenza era stato nunzio apostolico in Iraq.

“Siamo di fronte ad una grave situazione umanitaria. Queste persone sono lasciate a loro stesse di fronte ad un confine chiuso e non sanno dove andare. Già si contano i primi morti, tre o quattro ragazzi hanno perso la vita. Occorre intervenire subito in loro aiuto” ha concluso Filoni.

Wednesday 23 July 2014

I bambini e il massacro di Gaza

Cari amici, in questi giorni le notizie che arrivano dal Medio Oriente sono terribili. Mi ha molto colpito questo articolo del Telegraph con l’elenco dei bambini rimasti uccisi negli ultimi giorni a Gaza: una lista purtroppo già superata. Come sapete, l’esercito israeliano accusa i militanti di Hamas di usare bambini e civili come scudi umani. Non sono in grado di giudicare la fondatezza di questa accusa. Mi chiedo soltanto come si possano giustificare così tante vittime civili, così tanti bambini uccisi, così tante persone innocenti a cui viene tolta la vita. Come pure mi chiedo come sia possibile giustificare il fatto che per eliminare un capo di Hamas si uccida tutta la sua famiglia, bambini compresi.

Tuesday 08 July 2014

Testimoni di Geova, al telefono

Non c’è più religione. Questa mattina, mentre stavo a casa piuttosto indaffarato a scrivere, ricevo una telefonata al numero fisso. Non ho riconosciuto la voce, e già mi stavo preparando a dire che mi trovo bene col mio abbonamento telefonico e bla bla bla (riceviamo in media una chiamata al giorno dagli operatori telefonici concorrenti che ci chiedono di cambiare, alle ore più improbabili, anche mentre siamo a pranzo o a cena). Invece la signora o signorina dalla voce calma e gentile, mi dice: “Lei non mi conosce, mi chiamo Laura, volevo chiederle se può essere interessato a una lettura biblica…”.

“Lettura biblica…”, mi ci è voluto qualche secondo per realizzare che non si trattava della quotidiana offerta di Tim o Vodafone. Ho chiesto: “Siete Testimoni di Geova?”. E lei: “Sì”. Allora ho gentilmente risposto che non eravamo interessati e che siamo cattolici. Ho posato la cornetta. E mi son detto che davvero è finita un’epoca se anche i Testimoni di Geova, invece che suonare il campanello o fermarti per strada con l’ultima copia della Torre di Guardia, ti chiamano a casa come Tim, Vodafone, Fastweb o Edison Energia.

Ora che il porta a porta dei Testimoni di Geova si sta trasferendo nei call center, a suonare il campanello di casa rimarranno soltanto i giovani leninisti che offrono (in vendita) una copia di “Lotta comunista”: almeno loro ancora credono che per “evangelizzare” è utile potersi guardare negli occhi.

Tuesday 08 July 2014 06:37

Il Papa e le vittime dei preti pedofili

Cari amici, ieri Papa Francesco ha dedicato l’intera mattinata all’incontro con sei vittime di preti pedofili (tre uomini e tre donne, provenienti da Irlanda, Gran Bretagna e Germania). Ha celebrato la messa con loro alle 7, ha pronunciato un’omelia forte e inequivocabile, li ha salutati al termine della celebrazione come fa di solito. Poi, dalle 9.30 alle 12.30, li ha incontrati personalmente uno ad uno, una ad una.

Più che nelle parole – comunque dirompenti, con un chiaro riferimento non solo al sacrilegio compiuto dagli uomini in tonaca che abusano dei minori, ma anche ai vescovi che hanno fatto finta di niente, hanno sottovalutato, hanno coperto - a contare è stato il tempo. Il tempo dell’ascolto. Il tempo dell’incontro personale. Non si è trattato di un gesto formale. Le vittime che ieri erano a Santa Marta sono rimaste colpite dal fatto che il Papa non guardasse l’orologio.

Dove sta dunque il valore, l’insegnamento di quanto accaduto ieri? Sta innanzitutto nell’esempio. Accogliendo le vittime e ascoltandole, il Papa ha mostrato a tutti i vescovi del mondo come fare in questi casi. Le vittime degli abusi, crimini orrendi che spesso uccidono la fede nei piccoli destinati a portarne le conseguenze indelebilmente incise nella loro anima e nella loro esistenza, vanno accolte, aiutate, assistite. Vanno soprattutto ascoltate. Le vittime sono loro, non i preti accusati (ovviamente se se le accuse sono fondate).

Già due volte Francesco ha detto che non c’è posto per chi commette questi abusi nel ministero sacerdotale e che non si faranno sconti a nessuno. C’è da augurarsi che queste sue indicazioni vengano messe in pratica. E che le amicizie potenti, anche all’interno del Vaticano, o qualche cavillo del diritto canonico, non lascino impuniti coloro che dovrebbero avvertire sulla coscienza il peso del suicidio di qualche loro vittima, e che invece fingono di non rendersi conto del male commesso.

Thursday 20 February 2014

Il progetto di Francesco. Dove vuole portare la Chiesa

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È in libreria “Il progetto di Francesco. Dove vuole portare la Chiesa”. Una conversazione di Víctor Manuel Fernández con Paolo Rodari, Collana «Vita di missione – Nuova serie», Editrice Missionaria Italiana, pp. 144, euro 10,90.

Fernández è rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina; è stato uno dei primi vescovi nominati da papa Francesco, elevato nel maggio 2013 alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, uno dei saggisti più letti in America latina in fatto di teologia e spiritualità, ha un rapporto di assoluta fiducia con il papa che vede in lui un valido consulente e collaboratore. Non a caso fu lui, nel 2007, alla V Conferenza dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida, ad aiutare l’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro papa.

Poche persone come Fernández, dunque, possono aiutare a capire chi sia Francesco e verso dove egli vuole che la Chiesa vada. Anzitutto, secondo il teologo argentino, Francesco chiede alla Chiesa un movimento: l’uscita. «Uscire da sé stessi», spiega Fernández, «una categoria-chiave per comprendere a fondo il pensiero e la proposta del papa, perché il Vangelo ha sempre la dinamica dell’esodo e del dono, dell’uscire da sé. È il contrario dell’autorefenzialità che egli tanto deplora». E ancora, su questa idea che è centrale nel magistero dell’attuale pontefice: «Tale uscita richiede di osare, fare il primo passo, non restare seduti sperando che la gente venga ai nostri incontri o ai nostri corsi, avere il coraggio di parlare di Gesù e della propria esperienza di fede a tutti e in ogni luogo. Il papa ci ricorda sempre che la comunità evangelizzatrice non si chiude, ma anzi accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione se necessario, e si fa carico della vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo».

È il programma rivoluzionario del Papa venuto da un Paese «quasi ai confini del mondo» che il teologo argentino declama in queste intense pagine: prima dei princìpi, viene l’annuncio del Vangelo, da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Non ci si può limitare ad annunciare i princìpi morali da seguire. Occorre parlare anzitutto della gioia del Vangelo e del fatto che il Suo annuncio è un annuncio di misericordia. Secondo Fernández l’intento del Papa è di scuotere la Chiesa, di farla uscire dal recinto dei suoi privilegi, oltre le logiche del carrierismo e delle divisioni per arrivare a tutti, specialmente agli ultimi, agli emarginati, a chi non ha nulla. È una Chiesa povera e per i poveri che vuole il Papa, la stessa Chiesa che voleva quando era cardinale a Buenos Aires.

Ecco di seguito la prefazione al libro, firmata da Paolo Rodari:

13 marzo 2013. Verso dove Francesco vuole portare la Chiesa? È la domanda che mi sono fatto nei primi giorni di pontificato di Jorge Mario Bergoglio. E dovendo, da cronista, raccontare il pontificato in corso, è la domanda che ho posto fin dalla chiusura del conclave a tutte le persone che per lavoro ho incontrato o sentito. «Voi sapete che il dovere del conclave era di dare un vescovo a Roma e sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo… ma siamo qui», ha detto papa Francesco, affacciandosi la sera dell’elezione alla loggia centrale della basilica vaticana. Mi sono chiesto: cosa significa avere un papa che viene dalla fine del mondo? Cosa porterà alla Chiesa? E, soprattutto, dove la porterà?

Giorni dopo l’elezione, ho chiamato un amico vescovo. Avevo intenzione di svolgere un’inchiesta fra i gesuiti e gli ho chiesto il suo parere sulle domande da porre e, in particolare, sul nuovo papa. Mi ha risposto: «Hai letto Il cielo e la terra, il libro che Bergoglio ha scritto con il rabbino Abraham Skorka? Per me sono stati illuminanti i capitoli in cui i due affrontano i temi cosiddetti eticamente sensibili, il matrimonio fra uomo e donna, l’aborto, l’eutanasia ecc. Leggendoli, mi sembra di aver capito che per Bergoglio prima dei princìpi e della loro difesa viene il kerygma, ovvero l’annuncio della buona notizia che è il Vangelo. Mi sembra che questo sia il tratto principale del nuovo papa: i princìpi esistono e non si negano, ma prima occorre annunciare che il Vangelo è amore, misericordia, abbraccio. Insistere troppo sui princìpi non serve e può essere controproducente».

19 settembre 2013. È mattina. Mi trovo a Firenze e squilla il telefono. Mi avvisano che sta per uscire una lunga intervista concessa dal papa a padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica. Mi faccio mandare il testo. Gli spunti sono innumerevoli, ma resto colpito più che altro da un passaggio. Il papa dice: «Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione». E ancora: «Gli insegnamenti, tanto dogmatici quanto morali, non sono tutti equivalenti. Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L’annuncio di tipo missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus. Dobbiamo quindi trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l’edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte, di perdere la freschezza e il profumo del Vangelo. La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. È da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali».

Sono parole per me illuminanti. Perché confermano che la prima intuizione suggeritami dall’amico vescovo sembra giusta: Francesco mostra di volere una Chiesa che abbraccia e che non esclude. E ritiene che insistere troppo, quasi ossessivamente, sui princìpi, sia una tattica non consonante con il messaggio evangelico. Beninteso, anche i suoi predecessori volevano una Chiesa siffatta. Ma in Francesco questa sottolineatura pare più accentuata.

21 ottobre 2013. Su Repubblica pubblico una pagina d’intervista a Víctor Manuel Fernández, rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina, una delle prime nomine episcopali di Francesco, elevato nel maggio 2013 alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, ha un rapporto di fiducia con il papa che vede in lui un valido consulente. Non a caso fu lui, nel 2007, alla V Conferenza dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida (San Paolo), ad aiutare Bergoglio a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro papa. Pochi come Fernández, dunque, possono aiutare a capire chi sia Francesco e verso dove egli vuole che la Chiesa vada. Così, a inizio ottobre, lo chiamo a Buenos Aires. Mi risponde una voce cordiale. Gli spiego il mio interesse per il papa, il desiderio di conoscere la sua figura in profondità, le caratteristiche della «sua» Chiesa. Acconsente a che gli invii alcune domande, senza però garantirmi che mi risponderà. Invece, dopo qualche giorno, mi risponde. Non elude nessuna domanda e a quella per me più importante, ovvero se a suo avviso si può dire che Francesco sia il papa che privilegia la misericordia ai princìpi, risponde così: «L’annuncio del cuore del Vangelo prima d’ogni altra cosa è una caratteristica importante di Francesco, ma è da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Il papa pensa che una Chiesa che vuole uscire da sé stessa e raggiungere tutti debba necessariamente adattare il suo modo di predicare. Soprattutto, egli applica un criterio proposto dal Concilio Vaticano II ma spesso dimenticato e trascurato: la “gerarchia delle verità”. Francesco ci invita a riconoscere che spesso i precetti della dottrina morale della Chiesa vengono proposti fuori dal contesto che dà loro significato. Il problema maggiore si ha quando il messaggio che la Chiesa annuncia si identifica soltanto con questi aspetti che tuttavia non manifestano per intero il cuore del messaggio di Gesù Cristo…». E ancora: «Ci deve essere una proporzione adeguata soprattutto nella frequenza con la quale alcuni argomenti o accenti vengono inseriti nella predicazione. Per esempio, se un parroco lungo l’anno liturgico parla dieci volte di morale sessuale e soltanto due o tre volte dell’amore fraterno o della giustizia, vi è una sproporzione. Ugualmente se parla spesso contro il matrimonio fra omosessuali e poco della bellezza del matrimonio. Oppure se parla più della legge che della grazia, più della Chiesa che di Gesù Cristo, più del papa che della parola di Dio».

L’intervista esce su Repubblica il 21 ottobre. L’occasione ci fa conoscere meglio e mi porta a fargli una seconda richiesta: perché non pubblichiamo insieme un libro-conversazione tutto dedicato a Francesco, o meglio al suo «programma»? Con mia grande gioia padre Fernández acconsente una seconda volta. Insieme decidiamo di usare l’esortazione apostolica Evangelii gaudium (EG) come base sulla quale lavorare, avendo ben presente che è stato lo stesso papa a dire che il documento ha un «senso programmatico». E il risultato, dopo il tempo trascorso assieme a Buenos Aires e un’intensa corrispondenza epistolare, sono le pagine di questo libro, un testo che spero risulti utile per chi vuole comprendere fino in fondo la sfida che il papa venuto «dalla fine del mondo» vuole porre alla Chiesa e, insieme, anche a chi è lontano da una vita di fede.

Evangelii gaudium è un programma di pontificato ampio e accurato. L’esortazione apostolica, infatti, firmata dal papa il 24 novembre 2013, festa di Cristo Re dell’universo, formalmente sarebbe dovuta essere «post-sinodale», ovvero semplicemente un approfondimento delle proposizioni che il Sinodo dei vescovi, svoltosi in Vaticano nel 2012 e dedicato alla nuova evangelizzazione, aveva prodotto. In realtà il documento volutamente non riporta la dizione «post-sinodale», proprio perché è, e vuol essere, molto di più, un testo appunto programmatico. E così, partendo da Evangelii gaudium, è stato per noi semplice ampliare l’orizzonte su un papa così sorprendente.

Evangelii gaudium, ovvero la gioia del Vangelo. Sembra essere questa, anzitutto, la direzione. Portare la Chiesa a prendere consapevolezza che il cristianesimo è gioia perché annuncia che Dio è con noi. Una delle azioni maggiormente richieste dal papa è la necessità di «uscire fuori». Uscire dalle proprie convinzioni, comodità, privilegi, idee, per portare il Vangelo di Cristo a tutti senza pregiudizi né preclusioni. Uscire, cambiare, dunque, ripensando daccapo l’intera vita di fede. Il papa non manca di indicare nello specifico alcune riforme e alcuni cambiamenti, esortando «tutti ad applicare con generosità e coraggio gli orientamenti di questo documento, senza divieti né paure». Non è più il tempo della ritrosia. Francesco vuole che tutti, a cominciare dai semplici fedeli, abbandonino «il comodo criterio del “si è fatto sempre così”». Dice: «Invito tutti ad essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità».

Questo libro, dunque, nasce anche dallo stupore per questo testo papale, una vera e propria enciclica, secondo quanto hanno scritto diversi osservatori. Stupore per un papa che decide di mettere per iscritto un programma esigente anche verso sé stesso e la propria persona: «Dal momento che sono chiamato a vivere quanto chiedo agli altri, devo anche pensare a una conversione del papato». Il cantiere che papa Francesco ha aperto con Evangelii gaudium è ampio e può far venire le vertigini. «Tuttavia – scrive Francesco – non c’è maggiore libertà che quella di lasciarci portare dallo Spirito, rinunciando a calcolare tutto, e permettere che Egli ci illumini, ci guidi, ci orienti, ci spinga dove Lui desidera».

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Saturday 15 February 2014

Padre Konrad, le braccia caritatevoli di Papa Francesco

“Tu sai cosa devi fare, hai bisogno di soldi?” E’ la frase che Konrad Krajewski, arcivescovo ed Elemosiniere di sua Santità, si sente ripetere spesso da papa Francesco. Si perché è lui che aiuta il Papa ad essere vicino a chi ha bisogno, con gesti che sembrano piccoli, ma che diventano immensi per chi li riceve. Padre Konrad come lo chiamano tutti, non vive in Vaticano, ma a Borgo Pio, in una casa “con la bandiera polacca”, dice. “Perché così posso essere più vicino alla gente”. Vuole essere chiamato così e il papa gli ha detto: a chi ti chiama eccellenza chiedi 5 euro di tassa per i poveri. Konrad che viene dalla diocesi di Łódź, lui che dal 1998 è stato a fianco di tre papi durante le liturgie, lui che da anni gira la notte per le vie di Roma per dare aiuto a chi ne ha bisogno. “Le mie braccia sono corte adesso, se le prolunghiamo con le tue braccia riesco a toccare i poveri di Roma e d’ Italia, io non posso uscire, tu sì” gli ha detto il papa alla sua nomina.

Wednesday 12 February 2014

Due Papi per una sola Chiesa

Diciamoci la verità, non avremmo mai pensato che la coabitazione funzionasse così bene. Anzi che potesse diventare un modello per il futuro. Quando in un giorno di brutto tempo a febbraio i media di tutto il mondo hanno iniziato a far girare la notizia del secolo, la rinuncia del Papa, l’idea stessa di avere due Papi in Vaticano sembrava roba da Apocalisse. Quel fulmine che colpiva la cupola di San Pietro immortalato da un fotografo fortunato, sembrava davvero l’inizio della fine del mondo secondo i canoni di certi B movies degli anni ’70. Fulmini e saette, l’attacco del Maligno e cose del genere. Qualcuno ha anche cavalcato quest’onda per sferrare l’ultimo colpo a Papa Benedetto XVI colpevole di non aver mai ceduto ai facili popolarismi e di aver sempre predicato la verità del Vangelo con gioiosa e ferma chiarezza. Ma il Vento dello Spirito soffia dove vuole e non segue le regole del meteo.

Wednesday 12 February 2014 09:08

La Quaresima della Chiesa

Quando pensiamo alla Quaresima i laici pensano ad una cosa lunga e triste, i cattolici ad un tempo forte della liturgica che si prepara alla luce della Pasqua. E in effetti quei poco più di quaranta giorni che lo scorso anno abbiamo vissuto tra l’ 11 febbraio, e il 13 marzo e poi fino a Pasqua, sono stati davvero una Quaresima. E in entrambi i sensi. Perché sono stati giorni lunghi, di ansia e di stupore, di attesa di incredulità. E in questo senso giorni di penitenza. Per la prima volta nella storia moderna, un pontefice decideva di rinunciare al governo della Chiesa Universale. Si certo, tutti gli addetti ai lavori sapevano che fin dai tempi di Paolo VI si parlava di come permettere al Papa di essere davvero libero da qualunque condizionamento, di poter esercitare il ministero petrino in pienezza e completezza e quindi di poter “lasciare” qualora non potesse essere in piena coscienza libero

Wednesday 27 November 2013

L'eutanasia ai minori: per la Chiesa un gesto di estrema inciviltà. Occorre riflettere.

Le parole sono forti e sono quelle di un prelato molto autorevole all'interno della Chiesa cattolica.

Mons. Sgreccia è presidente della fondazione Ut Vitam habeant nonchè presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita.

Il tema è uno di quelli che in questoi periodo sta suscitando acceso dibattito in ambito cattolico ed etico: quello dell'eutanasia...anzi, quello dell'eutanasia aperta alle persone minori di età.

«È un salto. Un salto abissale, sotto il livello di civiltà, di umanità». Queste le parole del prelato che commenta il primo sì del parlamento belga all'estensione dell'eutanasia ai minori. 

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Tuesday 05 November 2013

Così pregava Karol Wojtyla. Una lista di nomi (con allegati dossier), l’elenco dei collaboratori in vista, un Atlante sottomano per la “preghiera geografica”

Giovanni Paolo II aveva un segreto, la preghiera. Ore trascorse nel silenzio, in un dialogo nascosto con Dio dal quale traeva la forza per andare, con efficacia, incontro al mondo.

Della preghiera di Karol Wojtyla hanno scritto in tanti. Una testimonianza significativa in merito l’ha data il 4 novembre 2013 un sacerdote riservato e preparato, che ha avuto la possibilità di frequentare molto il Papa polacco durante i suoi ultimi anni di vita.

Si chiama Pawel Ptasznik. Oggi è il responsabile della sezione polacca della segreteria di stato vaticana. Ai tempi di Giovanni Paolo II era colui che saliva nell’Appartamento papale per aiutare lo stesso Wojtyla nella stesura dei suoi testi. È stata l’assidua frequentazione dell’Appartamento a premettergli di conoscere quel segreto, la preghiera appunto, che ha caratterizzato tutta la vita del Papa che la prossima primavera diviene santo.

Monsignor Ptasznik ha dato la sua testimonianza a Roma, durante la presentazione dell’ultimo libro dell’ex segretario di Wojtyla Stanislaw Dziwisz, una conversazione con Gian Franco Svidercoschi intitolata “Ho vissuto con un santo”.

Questa la trascrizione di quanto ha detto:

«Quella di Wojtyla era una preghiera costante e vera. Anche durante i viaggi normalmente voleva rispettare “l’ora santa” dedicata all’adorazione eucaristica, e così la via crucis del venerdì sera e la Messa. Chi organizzava i viaggi doveva tenere presente queste sue esigenze».

«La segreteria di stato consegnava al Papa la lista con le richieste di preghiere arrivate da tutto il mondo. Pregava consultando quella lista, che spesso aveva degli allegati, delle cartelle che spiegavano meglio la situazione di coloro che chiedevano preghiere».

«Una volta l’ho visto pregare in cappella. Aveva aperto davanti a sé l’Osservatore Romano su una pagina in cui c’erano tutti i nomi dei capi dicastero della Curia Romana con anche gli “officiali” di lingua polacca. Pregava per tutti i suoi collaboratori».

«Sulla sua scrivania aveva un Atlante. Ogni giorno posava lo sguardo su una parte concreta del mondo, per poi pregare per tutta la giornata per le popolazioni di quella stessa porzione. Era la sua preghiera geografica».

«Si confessava ogni due settimane. Una macchina arriva in centro a Roma per “prelevare” monsingor Stanislaw Michalski, il suo confessore, che veniva accompagnato appositamente in Vaticano».

«Quando doveva scrivere un testo faceva tutti i giorni un’ora di meditazione sul camminamento situato sul tetto del palazzo apostolico. Poi scendeva in Appartamento e mi dettava il testo. Citava a memoria passi della Scrittura e dei padri della Chiesa. Dopo un’ora, un’ora e mezza, il testo era pronto».

Friday 01 November 2013

«Ho l’impressione che Gesù è stato rinchiuso all’interno della Chiesa e che bussa perché vuole uscire». Ecco cosa disse Jorge Mario Bergoglio prima del Conclave secondo il cardinale Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione

«Durante il suo intervento alle congregazioni generali che hanno preceduto il conclave, il cardinale Jorge Mario Bergoglio ha parlato con insistenza della necessità che la Chiesa “esca fuori” da se stessa. Egli ha detto che la Chiesa è malata, che deve prendersi cura di se stessa. Il suo breve discorso ha colpito tutti. Ha detto testualmente: “Ho l’impressione che Gesù è stato rinchiuso all’interno della Chiesa e che bussa perché vuole uscire, vuole andare via”».

«Bergoglio ha chiesto ai vescovi di essere veramente pastori e non degli amministratori. Del resto, è ciò che egli ha fatto a Buenos Aires rifiutando, ad esempio, di andare ad abitare nella residenza vescovile. Così ora che è Papa con la decisione di abitare nel convitto di Santa Marta. Egli ha bisogno di vedere gente e incontrare semplicemente la gente per parlare con loro nei corridoi, durante i pasti … La parola “fuori”, si sa, è importante. Possiamo dire che questa è la parola che meglio definisce la missione di Gesù, egli è uscito fuori in qualche modo da se stesso per andare in periferia, dove l’uomo vive perso e in difficoltà”».

Così l’arcivescovo di Lione, il cardinale Philippe Xavier Ignace Barbarin – in tempo di sede vacante arrivava in Vaticano in bicicletta –, rivela come già nelle riunioni pre-conclave Bergoglio abbia usato parole dure per descrivere la situazione della Chiesa. «Cristo è rinchiuso in prigione», ha detto il futuro Papa durante le Congregazioni generali. Parole che hanno convinto i cardinali a sceglierlo perché, dice Barbarin, «quel discorso ha colpito tutti».

È stato il discorso durante le congregazioni a convincere i cardinali a votare Bergoglio oppure il suo nome era nella mente dei cardinali già da prima?
«Il nome del cardinale Bergoglio circolava molto fra i cardinali. Tutti però siamo rimasti colpiti durante le congregazione generali dal suo discorso. Parlava della necessità di guardare altrove. Ha raccontato dell’America Latina, dove il 40 per cento della popolazione è cattolica. Egli è stato in grado di governare la provincia gesuita affidatagli durante il difficile periodo della dittatura militare. Ben presto si è trovato a capo dell’arcidiocesi di Buenos Aires, dove ha mostrato un grande zelo missionario, in un vero spirito di povertà e di vicinanza verso tutte le persone che gli erano state affidate. Ci è apparso come un uomo di grande autorità che sa come impostare il proprio cammino e prendere le decisioni giuste. Già in questi mesi vediamo come tutte queste qualità siano state messe in campo. Soprattutto colpisce la semplicità e la chiarezza delle sue omelie, e insieme il grande programma lanciato per la riforma della curia romana. Questa è la riforma che la Chiesa si aspetta e di cui essa ha grande bisogno».

È urgente questa riforma secondo lei?
«La riforma deve certamente avvenire. Il Consiglio dei cardinali saprà come fare. Ha l’obiettivo di riorganizzare la Chiesa, servendo le chiese locali e collaborando collegialmente con i vescovi del mondo. Possiamo dire della curia ciò che il Papa ha detto della Chiesa: “È buono e sano se essa si occupa prima di se stessa che degli altri”».

Cosa pensa delle riforma dello Ior? È giusto che il Vaticano abbia una banca?
«La questione non è se ci deve essere una banca in Vaticano o meno. È ovvio che il Vaticano ha bisogno di soldi, come ogni diocesi o istituzione della Chiesa. Ma piuttosto la questione è se e come il denaro entra in Vaticano, se tutto è trasparente o meno, verificabile, come le spese sono organizzate».

In questi giorni un sito web cileno ha riportato le parole che il Papa avrebbe detto a dei religiosi sudamericani circa l’esistenza di una “lobby gay” in Vaticano. Esiste davvero secondo lei questa lobby? Perché il Papa ne ha parlato?
«Ovviamente, su questo argomento non so nulla. Quel che è certo è che tutti gli uomini sono peccatori, e quindi anche in Vaticano ci sono uomini che sbagliano. Sarebbe sciocco dire: “Non credete, in Vaticano è impossibile!”. Ma io non voglio amplificare voci e dicerie. Se il Papa ha qualcosa di chiaro da dire in proposito, lo sapremo. E se si decide di agire, lo farà senz’altro».

Ratzinger nella Via Crucis del 2005 al Colosseo parlò della “sporcizia” presente nella Chiesa. Ancora Francesco parla spesso dei “mali” interni alla Chiesa. A cosa si riferiscono?
«Sì, è una triste realtà. La Chiesa, da semplice fedele al vertice della gerarchia è danneggiata e talvolta screditata dai peccati e dagli scandali di coloro che la compongono. Questa è una grande ferita interiore. Naturalmente, siamo tutti peccatori, ma se uno non lascia Cristo fuori di questo peccato, se lui non si assoggetterà alla misericordia di Dio, il danno potrà essere grande, e soprattutto se la persona che pecca si trova in una posizione di notevole responsabilità. Certo, nella storia, abbiamo visto molti Papi non essere di esempio ma crediamo che, nonostante i tanti peccati, la Chiesa goda del sostegno costante dello Spirito Santo. Egli ha parole di vita eterna».

Spesso la Chiesa è chiamata a rapportarsi con i problemi anche più scomodi della gente. Sempre più fedeli vicino situazioni difficili. Le famiglie spesso si sfasciano. Sono tanti i divorziati risposati che non possono accedere alla comunione. Come si comporta con questi problemi a Lione? Quali soluzioni?
«Sì, la sofferenza è sempre più pesante, in generale, sia nella Chiesa di Lione che altrove. Si ha l’impressione che non solo le famiglie, ma l’intera società stia arrivando ad annullarsi, e ci si chiede con una certa ansia dove si andrà in futuro. È in atto una decostruzione quasi desiderata, programmata per staccare le radici ai giovani e qualche volta anche alle famiglie.Ma ognuno ha un suo posto nella Chiesa. Benedetto XVI lo ha ripetuto spesso. Il Signore ha scelto come uno dei pilastri della sua Chiesa un rinnegato, Pietro, che aveva vilmente abbandonato al momento della passione, e un “parassita!” della Chiesa, come Paolo, ed entrambi sono diventati pilastri della costruzione. Così egli saprà utilizzare tutti noi, qualunque siano le nostre debolezze e peccati. Dobbiamo spostare gradualmente (questa è la legge della gradualità, in modo spesso spiegato da Giovanni Paolo II) su un percorso dove la misericordia e l’attenzione per ogni persona sono illimitate. E dove la Parola di Dio è accolta come una verità la luce e in assoluto, anche se ci porta attraverso momenti di sofferenza e angoscia, certamente porta ad un cammino di felicità».

Tuesday 22 October 2013

Prima il Vangelo e poi la dottrina. Il segreto di Jorge Mario Bergoglio secondo Victor Manuel Fernández, uno dei teologi più vicini al Papa

Victor Manuel Fernández, rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina, è una delle prime nomine di Jorge Mario Bergoglio, elevato lo scorso maggio alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, ha un filo diretto col Papa che vede in lui un valido “consulente”. Nel 2007 alla conferenza dei vescovi latino americani ad Aparecida, fu Fernández ad aiutarlo a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro Papa.

Monsignore, vorrei entrare subito “in medias res”. Nel libro con Abraham Skorka, Jorge Mario Beroglio svolge una breve introduzione nella quale parla dell’importanza della “cultura dell’incontro”. E dice che a volte l’uomo arriva a identificarsi di più con “i costruttori di mura che con quelli di ponti”. I media di tutto il mondo lodano le “aperture” di Francesco, stupìti più che altro del fatto che egli non insiste anzitutto sui princìpi ma – come ha detto lui stesso nell’intervista concessa il 19 settembre a Civiltà Cattolica – su “ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus”, insomma sull’essenziale, sul Vangelo. È a suo avviso questo il tratto fondamentale del nuovo pontificato? L’annuncio del Vangelo prima della morale? Oppure qual è il suo tratto caratteristico?
L’annuncio del cuore del Vangelo prima d’ogni altra cosa è una caratteristica importante di Francesco, ma è da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Il Papa pensa che una Chiesa che vuole uscire da se stessa e raggiungere tutti debba necessariamente adattare il suo modo di predicare. Soprattutto, egli applica un criterio proposto dal Concilio Vaticano II spesso dimenticato e trascurato: la “gerarchia delle verità”. Francesco ci invita a riconoscere che molte volte, i precetti della dottrina morale della Chiesa vengono proposti fuori dal contesto che dà loro significato. Il problema maggiore si ha quando il messaggio che la Chiesa annuncia si identifica soltanto con questi aspetti che tuttavia non manifestano per intero il cuore del messaggio di Gesù Cristo. Mentre una pastorale missionaria non può essere ossessionata dalla trasmissione disorganizzata di un insieme di dottrine da imporre con la forza dell’insistenza. Quando la Chiesa assume uno stile missionario diretto a tutti, senza eccezioni o esclusioni, l’annuncio si concentra sull’essenziale, su ciò che c’è di più bello, di più grande, di più attraente e nello stesso tempo di più necessario. Certo, tutte le verità rivelate sono credute con la medesima fede, ma alcune di loro sono più importanti perché esprimono più direttamente il nucleo fondamentale che è la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo. Ci deve essere una proporzione adeguata soprattutto nella frequenza con la quale alcuni argomenti o accenti vengono inseriti nella predicazione. Per esempio, se un parroco lungo l’anno liturgico parla dieci volte di morale sessuale e soltanto due o tre volte dell’amore fraterno o della giustizia, vi è una sproporzione. Ugualmente se parla spesso contro il matrimonio fra omosessuali e poco della bellezza del matrimonio. Oppure se parla più della legge che della grazia, più della Chiesa che di Gesù Cristo, più del Papa che della parola di Dio. Insomma, ogni verità si comprende meglio se posta in relazione armoniosa con tutto il messaggio cristiano, perché in tale contesto tutte le verità si illuminano a vicenda. Il Vangelo invita soprattutto a rispondere all’amore salvifico di Dio, riconoscendolo negli altri e in se stessi, al fine di cercare il bene di tutti. Questo invito non dovrebbe essere posto per nessun motivo in secondo piano! Se questo invito non brilla con forza e appeal, la morale della Chiesa rischia di diventare come un castello di carta: è qui che risiede il nostro più grande pericolo. Il messaggio perde la sua freschezza e cessa di avere il cosidetto “odore del Vangelo”. Certo, c’è poi anche lo stile del Papa, che non solo mira all’essenziale, ma lo esprime in modo chiaro e con segni. E a giudicare dagli effetti di questo fenomeno, non possiamo che guardarlo con occhi positivi, seppure esso dia fastidio in alcuni luoghi minoritari e poco rappresentativi dell’intera Chiesa.

In Italia è recentemente uscito un retroscena secondo il quale nel 2005, se Bergoglio fosse stato eletto Papa, si sarebbe chiamato Giovanni XXIV. Così, infatti, lo stesso Bergoglio avrebbe risposto al cardinale Francesco Marchisano, dalle radici piemontesi come il futuro Francesco, all’atto dell’elezione di Ratzinger. Marchisano era allora arciprete della Basilica di San Pietro. Al di là della veridicità o meno del retroscena, è papa Roncalli il Papa al quale Bergoglio ispira il suo pontificato? E in particolare, a suo avviso cosa pensa egli del Concilio Vaticano II? Si dice che dopo anni di tentativi di interpretare in senso conservatore o progressista il Concilio (le grandi “battaglie” sull’ermeneutica) egli ritenga che sia arrivato il momento di “farlo” il Concilio. È così?
Francesco è diverso da tutti i Papi che l’hanno preceduto. Certo, può avere caratteristiche di uno o dell’altro, ma sempre nella strada aperta dal Concilio. Senza dubbio egli rimane al di fuori delle discussioni teoriche sul Concilio perché semplicemente interessato a continuare lo spirito di rinnovamento e riforma che viene dal Concilio. In questo senso si pone fuori da ogni ossessione ideologica, senza pause o giravolte, con l’intenzione di portare la Chiesa fuori da se stessa così da raggiungere tutti. Ciò che ho detto sul criterio della “gerarchia delle verità” vale anche per molti altri percorsi di riforma che ha aperto il Concilio e che sono rimasti a metà strada.

Per quel che si sa la giornata di papa Francesco ha tre momenti fissi: la meditazione della Scrittura il mattino presto prima della Santa Messa; la recita del Rosario il pomeriggio; un’ora di adorazione eucaristica la sera. Nell’intervista a Civiltà Cattolica ha detto che la sua preghiera è “memoriosa”. Cosa intende? Cosa significa pregare per Francesco? Lo ha mai visto pregare? Come pregava in Argentina?
Il tema della memoria è una cosa su cui egli insiste molto ed è una chiave per conoscerlo. Non dobbiamo guardare le novità che egli porta come uno sradicamento, come un oblìo della storia viva della Chiesa. Egli spiega spesso che la memoria è una dimensione della nostra fede, in analogia alla memoria di Israele. Cita spesso gli Apostoli che non dimenticarono mai il momento in cui Gesù toccò il loro cuore: “Erano circa le quattro del pomeriggio”, dice Giovanni. E spesso ricorda le persone che sono state toccate in modo speciale, così da mostrare a tutti la gioia del credere. A volte si tratta di persone semplici e a noi vicine nella vita di fede. Bergoglio ama ricordare la seconda lettera a Timoteo: “Ho in mente la sincerità della vostra fede, una fede che fu prima in tua nonna Loide e in tua madre Eunice”. Perciò egli crede che la Chiesa non possa rinunciare alla propria ricca tradizione e che sarebbe sciocco pretendere di ripartire da zero. Egli non è un progressista senza radici, come qualcuno vorrebbe presentarlo. La sua preghiera è “memoriosa”, perché quando prega ricorda le persone che ha incontrato nel corso della giornata e cerca di raccogliere il messaggio che gli ha lasciato ciò che ha vissuto. La sua preghiera è piena di volti e nomi. Quando incontra la gente egli si mostra vicino, attento, affettuoso, e porta nella preghiera tutte quelle persone. In questo senso la sua è una preghiera “memoriosa”.

Non è un mistero per nessuno che negli anni passati i rapporti fra il cardinale Bergoglio con la presidente Kirchner sono stati difficili. Di Bergoglio il quotidiano argentino “Il Clarin” ha ricordato la vicinanza al gruppo peronista di destra “Guardia di Hierro”, con cui, negli anni – scrive il quotidiano -, avrebbe continuato a mantenere un legame spirituale. Quanto c’è di vero in questo? E soprattutto: è verosimile che il Papa auspichi in futuro un ritorno in argentina di un peronismo moderato che sappia legare con la Chiesa e i suoi convincimenti?
Penso che il suo rapporto con la presidente Kirchner non sia stato correttamente interpretato. Alcuni hanno creduto che alcune affermazioni delle sue omelie fossero attacchi personali contro di lei. Ma non è così. Del resto nessun politico può dire di avere o di avere avuto Bergoglio come proprio alleato politico, sia di sinistra sia di destra. Perché le sue parole possono soddisfare oggi, ma domani possono essere lette al contrario come pericolosi attacchi. Penso infatti che chiunque ha una qualche forma di potere, anche di potere ecclesiastico, non può non sentire su di sé lo “sperone” di Bergoglio, come una spina nel fianco, perché egli è e sarà sempre l’interprete di coloro che non hanno potere. Nel 2000 Bergoglio ha espresso un suo grande auspicio: “Che il potere non sia un privilegio inespugnabile”. E ciò vale per un presidente, un governatore, un uomo d’affari, un cardinale, e anche per i membri della Curia Romana. Il suo messaggio è il seguente: se hai accettato il potere senza privilegi, è necessario che usi il potere per servire e devi esporti ai reclami di tutti con umiltà, soprattutto i reclami dei deboli sono ascoltati. Se hai accettato una qualche forma di potere, allora devi sottometterti al controllo degli altri. Comunque, una certa affinità di Bergoglio al peronismo c’è e ha a che fare con due fatti: il peronismo assunse con forza la dottrina sociale della Chiesa e i suoi valori e comprese la cultura dei settori più poveri della società. Ma ciò non significa che Bergoglio abbia mai sostenuto un qualche potere politico. Fra l’altro egli ha sempre avuto un dialogo cordiale con tutti i politici.

Nell’intervista a Civiltà Cattolica, Bergoglio cita il beato Pietro Favre come suo modello. Chi fu Favre? Perché è un modello per Bergoglio?
Il beato Favre ha portato alla compagnia di Gesù un particolare modo di accompagnare le persone in un percorso di crescita. Accompagnare è una questione chiave per i gesuiti. Favre ha insistito sulla necessità di dare tempo alla gente, di rispettare i tempi di ognuno. Era un maestro di dolcezza, di pazienza e di dialogo con tutti. Bergoglio ricorda una frase di Favre che dice che “il tempo è il messaggero di Dio”, e la interpreta dicendo che “il tempo è superiore allo spazio”. Favre preferiva non perdere tempo in discussioni teoriche con i protestanti e sottolineava la necessità per la Chiesa di maturare e crescere nella testimonianza del Vangelo. Credo che tutto questo abbia molto a che fare con lo stile di Francesco, lontano da polemiche teoriche e in grado di esprimere le proprie convinzioni in una testimonianza attraente. Le riforme non vengono fatte per forza o in fretta, perché devono essere sempre accompagnate da una riforma interna. Tutto ciò è ben presente in Favre.

Colpisce molto in Francesco la sua ricerca dell’essenziale e anche di una certa austerità. Gira con macchine utilitarie, non ama sfarzi e lussi, visita i profughi e parla ai poveri. A Civiltà Cattolica dice di essere vicino alla corrente mistica di Louis Lallemant e Jean-Joseph Surin. Entrambi predicano la necessità di “spogliarsi” per arrivare a Dio. È questa la strada che Bergoglio vuole compiere?
Il suo non è amore del sacrificio fine a se stesso né un’ossessione per l’austerità. Si tratta di una “spoliazione” interiore, una rinuncia a indugiare troppo su se stessi, così da mettere Dio e gli altri al centro della propria vita e non se stessi. Ciò ha anche un significato pastorale, perché implica stare più vicini ai poveri, ai loro limiti, alla loro condizione sociale, alle loro umiliazioni. Per questo a Bergoglio non piacciono i sacerdoti princìpi o i vescovi “da aeroporto”, o gli ecclesiastici che amano le vacanze troppo costose, le cene nei migliori ristoranti, i preziosi d’oro e d’argento ostentati sui capi di abbigliamento, le continue visite a persone potenti, o coloro che amano parlare molto di se stessi o che si sentono diversi dagli altri. Tutto ciò che è mondanità spirituale che avvelena la Chiesa.

Si parla molto a Roma delle riforma della struttura della Chiesa: una nuova curia romana, una nuovo collegialità nell’esercizio del governo. Di Joseph Ratzinger è famosa la lezione nella quale disse che la vera riforma della Chiesa non è nelle strutture ma nel cuore di ognuno. Qual è a suo avviso l’idea di riforma propria di Bergoglio?
Le due cose insieme, perché la sua idea di riforma non è ideale, ma incarnata. Senza dubbio egli pensa che una riforma esteriore delle strutture non si sostiene senza uno spirito e uno stile di vita adeguato. Ma mi sembra che che la cosa più importante non sia la semplificazione della struttura della Curia romana, ma lo sviluppo di altre forme di partecipazione (sinodi, conferenze episcopali, consultazione dei laici, etc) che negli ultimi anni sono state più formali che reali. Senza dubbio questo sviluppo richiede che alcuni settori della Curia Romana cessino di essere eccessivamente giuridici, inquisitori e insieme maestosi, correndo fra l’altro il rischio di diventare autoreferenziali. Alcune volte ho sentito personalità della in Curia dire “noi” senza includere tutta la Chiesa, e nemmeno il Papa ma soltanto se stessi. Francesco ci ricorda che Gesù in realtà ha dato a Pietro e agli Apostoli una missione speciale, non una struttura centrale che comunque può avere soltanto una funzione ausiliaria.

Più volte papa Francesco ha parlato del Demonio. Nel libro con Skorka vi dedica un capitolo dove afferma: “Credo nell’esistenza del Demonio. Forse il maggior successo in questi tempi è stato farci credere che non esiste, che tutto possa essere risolto su un piano meramente umano. Come dice Giobbe, la vita dell’uomo sulla terra è una lotta…”. Che significato assume nella spiritualità ignaziana la figura del Demonio? Ha mai fatto esorcismi?
Non lo ho mai sentito parlare di esorcismi, ma del Diavolo sì. Penso che il parlare del Diavolo sia un invito a stare attenti, perché se non curiamo la nostra sanità interiore e le nostre reali intenzioni diventiamo facilmente marionette guidate da altre forze di dissoluzione e di menzogna. Significa che la sua visione della vita e della realtà non è ingenua, ma molto realistica. È necessaria una vigilanza serena, fiduciosa nell’amore del Signore, ma costante.

Nelle scorse settimane uno dei pensatori più influenti della cosiddetta teologia della liberazione è stato ricevuto da Francesco. Alcuni commentatori hanno addirittura scritto che con questo gesto “la Chiesa sdogana la teologia della liberazione”. È così? Cosa pensa Bergoglio della teologia della liberazione e in che rapporto sta con essa?
Non è possibile pensare che questo Papa possa sostenere una teologia della liberazione fondata su un’analisi marxista. Tuttavia, egli farà propria ogni difesa della dignità dei poveri e tutte le critiche dei sistemi economici ideologici, di ogni speculazione finanziaria, di ogni assolutizzazione della libertà di mercato, cose che finiscono per creare nuove ingiustizie. D’altra parte i poveri non dovrebbero essere soltanto oggetto di una liberazione operata da altri più illuminati, ma essere rispettati come persone attive, con la propria cultura, un modo proprio di vedere la vita, una religiosità caratteristica.

Come è diventato amico di Bergoglio? Ci sono dei momenti che ricorda in modo particolare della vostra amicizia?
Io non la chiamerei amicizia, ma filiazione. Anche se c’è una grande affinità di idee, per me egli è stato ed è soprattutto un grande padre che è riuscito a riconoscere e promuovere il meglio di me. Così teneramente ha tollerato i miei errori, le vanità e le impazienze, e sempre mi ha spinto, in particolare con la sua testimonianza, a continuare, a maturare e a crescere. Posso citare tre momenti speciali: uno era nel 2007, quando siamo tornati dalla V Conferenza dei vescovi ad Aparecida, dove ho rappresentato i sacerdoti argentini. Viaggiavo con lui sul volo di ritorno verso Buenos Aires e per tre ore abbiamo discusso alcune questioni che mi hanno aiutato a capire il suo pensiero. Un altro momento importante fu nel suo ufficio, quando alcune persone anonime avevano inviato in Vaticano alcune critiche su tre miei articoli. Ma dopo un anno e mezzo le risposte che io inviavo per chiarire sembravano non convincere. In quell’occasione abbiamo avuto un grande colloquio spirituale nel quale egli ha insistito perché io alzassi la testa e non lasciassi che mi togliessero la dignità. Infine, il mio incontro con lui a Santa Marta nel mese di agosto quando gli ho dato un abbraccio già da vescovo.

Wednesday 25 September 2013

Una rosa bianca per papa Francesco

Una rosa bianca. È il dono che papa Francesco ha ricevuto domenica 8 settembre mentre passeggiava nei giardini vaticani. Un giardiniere l’ha colta e gliel’ha donata. Chi era con lui dice che grande è stato il suo stupore, perché per Jorge Mario Bergoglio ricevere una rosa bianca è un segno del cielo. Un «segnale» — è la parola esatta che egli stesso ha usato nel libro intervista “El Jesuita” con Sergio Rubin e Francesca Ambrogetti — proveniente direttamente dalla santa della quale egli è devoto: Teresina di Lisieux, la monaca carmelitana morta a soli 24 anni e che il 19 ottobre 1997 Giovanni Paolo II dichiarò dottore della Chiesa (la terza donna a ricevere tale titolo dopo Caterina da Siena e Teresa d’Avila).

Domenica 8 settembre non era un giorno qualunque per Francesco. La sera prima egli aveva convocato una veglia di preghiera per la pace. Era preoccupato. Ma la rosa ricevuta inaspettatamente gli ha fatto comprendere che la sua preoccupazione era stata accolta in cielo, direttamente da Teresina. Lo Spirito parla spesso così, usando segni che ai più dicono nulla. È il suo linguaggio, un parlare che chiede la fede per essere compreso.

L’episodio è stato raccontato nei giorni scorsi da un vescovo italiano che nelle ore successive alla veglia era stato ricevuto in udienza. Il Papa gli ha permesso di raccontarlo durante la presentazione di un libro dedicato proprio alla giovane santa francese svoltasi a Pedaso in provincia di Fermo: “Teresa di Lisieux. Il fascino della santità. I segreti di una dottrina ritrovata”, di Gianni Gennari (Lindau).

È alle pagine 125 e 126 di “El Jesuita” che Rubin e Ambrogetti, descrivendo la biblioteca di Bergoglio a Buenos Aires, raccontano del «segnale» delle rose bianche. Scrivono: «Ci soffermiamo su un vaso pieno di rose bianche in uno scaffale della biblioteca, davanti a una foto di santa Teresa. “Quando ho un problema”, spiega Bergoglio ai due giornalisti, “chiedo alla santa — Teresina, ndr —, non di risolverlo, ma di prenderlo in mano e aiutarmi ad accettarlo, e come segnale ricevo quasi sempre una rosa bianca”».

Bergoglio, nella veglia del 7 settembre, ha chiesto aiuto a Teresina. Il Papa, infatti, ha recitato i misteri gaudiosi del Rosario e, al termine di ogni mistero, dopo un brano del Vangelo, ha letto cinque brani di una poesia scritta dalla santa: “Perché ti amo o Maria”. È la poesia dove dice fra le altre cose che Gesù «sarà fratello di tanti peccatori tanto da chiamarsi tuo — si riferisce a Maria, ndr — primogenito».

È nel rapporto intimo e personale di Bergoglio con Teresina che si evidenzia uno dei tratti della sua personalità e del suo pontificato. Un filo diretto con il cielo per il Papa, come era per Karol Wojtyla il rapporto con santa Faustina Kowalska.

Mentre era ancora in vita, santa Teresina promise che dopo la sua morte avrebbe fatto piovere dal cielo dei “petali di rose”, ossia delle grazie concesse da Dio per sua intercessione. Diceva: «Un’anima infiammata di amore non può restare inattiva. […] Se voi sapeste quanti progetti faccio su tutte le cose che farò quando sarò in cielo. […] Sì, voglio passare il mio cielo a fare del bene sulla terra».

Il 3 dicembre 1925, un gesuita, padre Putigan, cominciò una novena a santa Teresa chiedendo una grazia importante. Il gesuita domandò anche di ricevere da qualcuno una rosa come segno che ciò che egli chiedeva corrispondeva alla volontà di Dio e che, quindi, la sua preghiera sarebbe stata esaudita. Non fece parola con nessuno della novena che stava facendo. Al terzo giorno ricevette una rosa da una persona sconosciuta e ottenne la grazia. Cominciò un’altra novena. Il quarto giorno di questa seconda novena una suora-infermiera gli portò una rosa bianca dicendogli: «Santa Teresa vi manda questa rosa». Padre Putignan, ricevuta la grazia che aveva chiesto, prese la decisione di diffondere questa novena, detta “Novena delle rose”. Oggi questa novena si pratica in tutto il mondo.

Papa Francesco ha più volte parlato nei primi mesi di pontificato di Teresina. Una volta è stato durante la conferenza stampa (28 luglio 2013) tenuta sull’aereo che lo riportava a Roma dal Brasile, meta del suo primo viaggio apostolico fuori dall’Italia. Quando gli è stato chiesto cosa contenesse una valigia nera che il Papa ha trasportato da solo sull’aereo ha detto: «Non c’era la chiave della bomba atomica! Mah! La portavo perché sempre ho fatto così: io, quando viaggio, la porto. E dentro, cosa c’è? C’è il rasoio, c’è il breviario, c’è l’agenda, c’è un libro da leggere – ne ho portato uno su santa Teresina di cui io sono devoto».

Si è saputo poi che il libro in questione era il libro sopra citato “Teresa di Lisieux. Il fascino della santità. I segreti di una dottrina ritrovata”, di Gianni Gennari.

Tuesday 03 September 2013

Anche S. Francesco pregherà per la Pace in Siria

Papa Francesco ha chiamato...e moltissimi stanno rispondendo.

La mobilitazione chiesta dal Papa per la pace in Siria si sta estendendo a vista d'occhio, coinvolgendo ambienti laici, religiosi, cattolici e non.

Anche i frati francescani di Assisi si uniscono alla preghiera, attraverso il segno grandell'apertura della tomba di S. Francesco.

Come riferisce infatti l'ANSA, la  Basilica Inferiore di San Francesco d'Assisi resterà aperta, in via del tutto eccezionale, da oggi a venerdì fino alle 22 per pregare sulla Tomba del Santo per la pace in Siria e per coloro che sono chiamati a garantire le vie della giustizia nel mondo.

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Saturday 31 August 2013

Un grazie al cardinal Bertone

Forse sarò l’unica ma vorrei dire grazie al cardinale Bertone. Lo posso fare con serenità perchè sono stata la prima forse a criticare il suo modo di fare il Segretario di Stato. Ma oggi a fronte di tante critiche corali nate spesso da una cattiva lettura della vicenda vatileaks credo che il grazie a questo cardinale, che mai ha tradito la fiducia del Papa e della Chiesa, sia doveroso.

Thursday 01 August 2013

Lo IOR in bilico tra Curia e outsourcing

“Cari Utenti,

benvenuti nel sito web dell'Istituto per le Opere di Religione (IOR).”  Approccio morbido e friendly per il sito dello IOR. Atteso e promesso sembra più un lavoro di marketing aziendale che un vero sito di informazione. Di fatto le informazioni si trovano tutte nei link al sito della Santa Sede dove erano a disposizione di tutti da parecchio tempo.

Altre informazioni sono le stesse anche se riformulate, che vennero fornite poco più di un anno fa dall’allora direttore generale Paolo Cipriani che decise, dopo il difficile periodo Gotti Tedeschi, di invitare i giornalisti accreditati in Vaticano, ad un tour con tanto di lezione e slides, dell’ Istituto.

Monday 15 July 2013

Se vi piacciono i thriller, ne ho scritto uno

«L’empio fugge anche se nessuno lo insegue, mentre il giusto è sicuro come un giovane leone». (Proverbi 28, 1)

Leggi un capitolo gratis QUI.

Compra QUI (Rilegato), oppure QUI (Kindle).

Tuesday 11 June 2013

Sull'aereo di Papa Benedetto- La presentazione alla Radio Vaticana

Sarà presentato giovedì 13 giugno alle ore 17.30 presso la Sala Marconi della Radio Vaticana (Piazza Pia, 3 – Roma), il volume “Sull’aereo di Papa Benedetto. Conversazioni con i giornalisti”, curato per la Libreria Editrice Vaticana dalla giornalistaAngela Ambrogetti, direttrice della testata online Korazym.org.

Insieme alla curatrice, interverranno: padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa della Santa Sede e direttore generale della Radio Vaticana; Salvatore Mazza, giornalista di Avvenire e presidente dell’Aigav; Albert Link, corrispondente del quotidiano tedesco Bild. La presentazione sarà moderata da Javier Martínez-Brocal, direttore di Rome Reports.

 

24 viaggi apostolici in ogni continente. E per ogni volo una conferenza stampa in aereo. “Il Papa non ha mai – dico assolutamente mai – rifiutato o fatto alcuna obiezione circa alcuna domanda che gli fosse stata presentata” afferma padre Federico Lombardinell’introduzione al volume, che presenta le conversazioni tenute da Benedetto XVI con i giornalisti ammessi sul volo papale durante i suoi viaggi in numerosi Paesi del mondo, dal primo a Colonia per la XX Giornata Mondiale della Gioventù, nell’agosto del 2005, a quello in Libano nel settembre del 2012.

Saturday 18 May 2013

I cristiani parlano troppo...degli altri: parola di Papa Francesco.

Per il papa, che ha pronunciato nuovamente parole forti durante la Messa mattutina a Santa Marta, i cristiani hanno proprio il vizio di parlare troppo degli altri. Pettogolezzi e farsi troppo gli affari degli altri, detto in parole povere, sono una mina vagante costante nella vita della Chiesa.

«Quanto si chiacchiera nella Chiesa! Quanto chiacchieriamo noi cristiani!». Lo ha detto papa Francesco - riferisce Vatican Insider - nella messa di stamane a Santa Marta. Per Bergoglio, «la chiacchiera è proprio spellarsi, farsi male l'uno all'altro». «Le chiacchiere sono distruttive nella Chiesa», ha aggiunto  il Pontefice.  Secondo Bergoglio, il cristiano deve vincere la tentazione di «mischiarsi nella vita degli altri». Il Papa, secondo quanto riferisce la Radio Vaticana, ha inoltre sottolineato che chiacchiere e invidie fanno tanto male alla comunità cristiana e che non si può «dire soltanto la metà che ci conviene».

Ma non ha solo parlato di questo il santo Padre.

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Friday 12 April 2013

Unioni gay: la Consulta chiede di intervenire, ma non con l'equiparazione del matrimonio.

Oggi è arrivata una ammonizione della Consulta su alcuni noti ritenuti irrisolti, nel panorama politico e istituzionale italiano.

La Consulta ha chiesto un intervento sulla legge elettorale, ma - soprattutto - ha chiesto che venga fatto qualche cosa per tutelare i diritti ed i doveri delle persona omosessuali, che intendano costituire una unione stabile.

"Il legislatore deve affrontare il nodo delle unioni gay", ha riferito Gallo parlando di fronte alle più alte cariche dello Stato. Queste le parole: "La Corte ha escluso l'illegittimità costituzionale delle norme che limitano l'applicazione dell'istituto matrimoniale alle unioni tra uomo e donna, ma nel contempo  ha affermato che due persone dello stesso sesso hanno comunque il diritto fondamentale di ottenere riconoscimento giuridico, con i connessi diritti e doveri, della loro stabile unione". La Consulta, ha ricordato Gallo, "ha perciò affidato al Parlamento la regolamentazione della materia nei modi e nei limiti più opportuni".

Cosa significa questa frase?

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Thursday 14 March 2013

Papa Francesco: sarà il Papa dell'ecumenismo e del dialogo.

Le parole che Papa Francesco ha pronunciato ieri sera subito dopo l'elezione, sono state poche. Significative, grandemente, insieme ai gesti compiuti.

Una parentesi: dovremo di nuovo abituarci a gesti di questo tipo, ed anche il servizio di sicurezza....che avrà un bel lavoro da fare, con questo Papa che si prefigura già come molto, molto libero...dai protocollo.

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Ma le parole di ieri hanno avuto una grande rilevanza dal punto di vista del dialogo e del'ecumenismo.

Mi riferisco alle parole con le quali il Papa ha parlato di sè: come tutti hanno notato non ha mai citato la parola "papa", ma ha sempre utilizzato la parola "vescovo di Roma".

 

Tra l'altro, anche nel ringraziamento nei confronti di Benedetto XVI chiamato, anch'egli "vescovo emerito di Roma".

 

Dal sito Aleteia.org riporto le parole del Papa:

Fratelli e sorelle, buona sera!

Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un vescovo a Roma, sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo. Ma siamo qui. Vi ringrazio dell'accoglienza. La comunità diocesana di Roma ha il vescovo. Grazie! E prima di tutto vorrei fare una preghiera per il nostro vescovo emerito Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca...

[Preghiera Padre Nostro, Ave Maria, Gloria al Padre]

E adesso incominciamo questo cammino, vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma che è quella che presiede nella carità tutte le chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia fra noi. Preghiamo sempre per noi, l'uno per l'altro. Preghiamo per tutto il mondo perché ci sia una grande fratellanza. Mi auguro che questo cammino di Chiesa che oggi incominciamo e in cui mi aiuterà il mio cardinale vicario qui presente sia fruttuoso per l'evangelizzazione di questa tanto bella città. E adesso vorrei dare la benedizione. Ma prima vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica. La preghiera del popolo perché chieda la benedizione per il suo vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me.

 

Ma perchè il Papa ha parlato così, perchè si è rivolto a Roma, alla sua città...quasi, dimenticando...il mondo che gli stava praticamente tutto davanti?

Non certamente per provincialismo: alcuni forse l'hanno colto così..ma nolla è più distante dalla realtà.

C'è a mio avviso un motivo, cosicnetemente voluto, per il quale il papa ha utilizzato queste parole, e questo motivo non è stato neppure l'umiltà...francescana.

Il motivo è stato l'ecumenismo.

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Wednesday 13 March 2013

Il gabbiano ed il Conclave: quando i media non sanno cosa dire!

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In queste ore è tanta l'apprensione e l'attesa da parte del mondo cattolico (e non solo) per l'esito del Conclave.

Si stanno ascoltando fiumi di parole: trasmissioni televisive e radiofoniche, dirette web, twitter, facebook...e chi più ne ha più ne metta.

Non c'è dubbio che questo sia davvero il Conclave più mediatico degli utlimi anni.

Chiaramente tutti sono con gli occhi all'insù, per seguire, anche in televisione, l'andamento delle votazioni vaticane. Inoltre moltissimi media stanno coprendo con grande intensità gli eventi in diretta oltre che avere realizato molteplici servizi ed interviste.

Oggi poi un nuovo personaggio si è affacciato sul Conclave, con una dirompenza mediatica...quasi sopra le nuvole: un gabbiano.

Un gabbiano che, non credo di sbagliarmi, sta davvero diventando una star della riflessione mediatica di questo evento sul quale, con buona pace di tutti, non si può che dire una parola che abbia senso: ASPETTARE. Punto.

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Tuesday 19 February 2013

Il coraggio, la libertà e il pudore di Benedetto XVI

Ci vuole un grande coraggio a riscoprire il senso del limite. E ci vuole umiltà. La notizia che lunedì 11 febbraio 2013 si è diffusa con la velocità del fulmine, le dimissioni del Papa, è sembrata a molti uno scherzo. Telefoni che squillano, e mail, sms, chat impazzite. Benedetto XVI si dimette dal 28 febbraio alle 20.00. Pazzesco, inaudito. Eppure no, era molto più prevedibile di quanto si potesse immaginare. Non abbiamo saputo leggere i segni, a cominciare da quando, ancora Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, aveva detto che Papa Giovanni Paolo II avrebbe fatto bene a dimettersi negli ultimi mesi della sua vita. Lo avevamo dimenticato. Poi a novembre del 2010 esce un libro intervista di Benedetto XVI “ Luce del Mondo”. Ci sono tanti temi, compreso quello delle dimissioni. Ma in modo chiarissimo. Non per paura, o davanti alle difficoltà , “davanti ai lupi” come aveva detto all’inizio del Pontificato. “Quando il pericolo è grande non si può scappare. Ecco perchè questo sicuramente non è il momento di dimettersi” diceva il Papa nell’estate del 2010. Lo scandalo degli abusi sessuali del clero era al suo massimo livello di mediaticità, nella Chiesa si sentivano strani scricchioliii. No, non si poteva lasciare. E poi le vicende dei lefbreviani, e quella difficile attuazione del Concilio che , dopo anni di entusiasmi, aveva portato a profondi ripensamenti. C’è anche chi racconta che negli anni il teologo Joseph Ratzinger avesse perso non dico la fede ma la speranza. Era stato Luigi Giussani a ridargli la gioia della vita nella Chiesa. Ratzinger il Pessimista? Per certi aspetti forse si, o meglio Ratznger il realista che sa che oggi il compito di un Papa è riportare Dio al centro della storia, nel cuore dell’ uomo.

Monday 11 February 2013

Benedetto XVI si dimette dal pontificato. Notizia shock e approfondimenti.

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La notizia delle dimissioni, o meglio della rinuncia al Pontificato, di Benedetto XVI, sta facendo il giro del mondo e sta creando molto turbamento nella Chiesa.

Così è stata data, e così ce la riporta il sito Aleteia.org.

Carissimi Fratelli,

vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l'età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell'animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l'elezione del nuovo Sommo Pontefice. Carissimi Fratelli, vi ringrazio di vero cuore per tutto l'amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero, e chiedo perdono per tutti i miei difetti. Ora, affidiamo la Santa Chiesa alla cura del suo Sommo Pastore, Nostro Signore Gesù Cristo, e imploriamo la sua santa Madre Maria, affinché assista con la sua bontà materna i Padri Cardinali nell'eleggere il nuovo Sommo Pontefice. Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio.

 

Non c'è dubbio che la notizia è davvero...la notizia del secolo, anzi, forse, del millennio. Per la novità totale di questo gesto, e per la lucidità con cui questa grandissimo Papa ce l'ha proposta. 

Anche diversi siti ci aiutano a entrare in questo evento, ponendoci domande ed aiutandoci a dare delle risposte.

 

Non un gesto di codardia, non un gesto di affaticamento: ma un gesto responsabile, lucidissimo...che probabilmente solo Papa Ratzinger...poteva fare.

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Thursday 14 April 2011

L’esperimento di Riace

Una risposta positiva al problema dell’immigrazione

di Lucetta Scaraffia

L’arrivo di questa ondata di migranti ha di nuovo messo in moto nell’opinione pubblica italiana il dibattito fra chi li vuole accogliere e chi li vuole respingere. Questo, mentre davanti ai nostri occhi sfilano immagini drammatiche e coinvolgenti, tra speranza e disperazione: da una parte, la madre che ha partorito nel barcone, riuscendo a salvare sé e la piccola, dall’altra i corpi dei molti che muoiono fra le onde, vittime dei trafficanti di esseri umani, oltre che del maltempo e di imbarcazioni fatiscenti.

La Chiesa predica il dovere, che è umano e cristiano, dell’accoglienza nei confronti di chi è più sventurato di noi — che, oltretutto, di lavoratori immigrati abbiamo assolutamente bisogno — ma non sempre è facile tradurre in fatti queste esortazioni. Ci vuole anche un po’ di inventiva, di coraggio e di fantasia. Come quella che hanno avuto gli abitanti di Riace, paese sulla riva ionica della Calabria, composto, come tutti quelli della zona, di un nucleo antico sul cocuzzolo di una collina, lontano dal mare, e di un nuovo abitato in via di espansione lungo la costa (proprio quella dove sono stati trovati i celeberrimi bronzi).

Oggi, il centro antico, che per decenni era stato abbandonato e si stava deteriorando irrimediabilmente, è tornato alla vita. Lo abitano immigrati di varie provenienze, tutti profughi politici, che i cittadini di Riace hanno accolto, a cominciare dai trecento curdi arrivati una decina di anni fa.

Gli immigrati hanno avuto un tetto, qualcosa da mangiare ma anche, cosa ben più importante, un lavoro: all’interno delle antiche mura, infatti, sono nate tante piccole aziende artigianali — ceramica, tessitura, preparazione di prodotti alimentari — dove lavorano, fianco a fianco, italiani e immigrati.

Così chi attraversa questo centro sereno e laborioso vede bimbi di diverse provenienze giocare tra loro, calabresi e africani lavorare insieme; ma anche una rinascita economica che porta benefici a tutti, indistintamente: i bambini nella scuola sono aumentati, rendendo così necessario un numero maggiore di insegnanti e impiegati; gli operatori culturali, che si occupano dell’integrazione e insegnano l’italiano, sono in maggioranza originari del luogo; sono rinate industrie artigianali locali come la tessitura della ginestra e gli abitanti delle case abbandonate del borgo ricevono un affitto, basso, ma comunque guadagnano qualcosa e hanno chi restaura le loro case altrimenti destinate alla rovina. E il finanziamento che il ministero italiano dell’Interno ha stanziato per questo esperimento — 24 euro per immigrato — è servito a dare nuovo impulso anche all’economia locale.

È insomma una situazione nella quale i benefici reciproci sono chiari a entrambe le comunità e la convivenza non risulta difficile, tanto che il paese proprio per questo è diventato un’attrazione turistica. Per valorizzarla, alcune case sono state destinate a ospitalità diffusa nel tessuto urbano ed è stato aperto un ristorante. Sulla sua porta si vede ancora il segno di due proiettili: non tutti a Riace hanno gradito questa rinascita. Ma molte persone e intere scuole vengono a vedere questo miracolo quotidiano, e cercano di capire il segreto di un’accoglienza riuscita.

Il segreto sta certo nella tenacia di Mimmo Lucano, attuale sindaco e animatore del progetto, che interviene continuamente a migliorarlo. Ma sta anche in una iniziativa, nella diocesi dove è stato vescovo amatissimo monsignor Bregantini, nata dal basso grazie a una associazione — Città futura don Puglisi — fondata nel 1999 da ragazzi del luogo intorno alla chiesa parrocchiale e che oggi ha sede in un palazzo del centro antico, vero cuore della vita di Riace.

Certo, il successo dell’esperimento è dovuto anche al numero abbastanza ridotto degli immigrati, al loro essere profughi politici e quindi desiderosi di integrarsi nel nuovo paese, non potendo tornare in patria. Non è facilmente riproponibile in tutte le situazioni: anzi, in qualche modo, proprio le condizioni della sua riuscita mettono in luce le difficoltà che si incontrano in altre situazioni.

Ma il solo fatto che esista una simile realtà, che qualcuno sia riuscito a creare e mantenere questo difficile equilibrio — che dura da più di dieci anni — costituisce un esempio a cui guardare, un caso che fa pensare. Allora, la soluzione del problema immigrati sta forse proprio nell’inventare qualcosa di positivo. Invece di scrollare le spalle con indifferenza.

Saturday 02 April 2011

Nostro contemporaneo

La seconda parte del «Gesù di Nazaret»

Il nuovo libro di Ratzinger-Benedetto XVI rende Gesù di Nazaret nostro contemporaneo. Nel gran disordine che regna sotto il cielo l’irrompere di un libro tanto appassionante accende interrogativi che toccano in profondità le nostre inquietudini. Ciascuno può trovarvi qualche luce per uscirne. Vi si raccontano i tre giorni cruciali dell’esistenza di Gesù, le sue ultime ore di vita scandite dalla passione e morte; l’inizio del tempo nuovo, la risurrezione, vero spartiacque della storia che origina un pensiero alternativo sul futuro del mondo e delle speranze umane.

L’autore è convinto che il confronto positivo con Gesù di Nazaret possa essere una soluzione anziché un problema per l’umanità. La sua indagine è convincente, ragionevole e rispettosa di culture e punti di vista differenti. Interessarsi a Gesù ha senso — si percepisce tra le righe — perché è l’unico risorto della storia, il Vivente immerso in ogni epoca e perciò nel nostro presente; compagno di viaggio affidabile che ci introduce negli orizzonti sconosciuti della vita oltre la morte.

Chiunque volesse capire questo misterioso Signore può calarsi nei giorni finali della sua vita terrena.

Pagina dopo pagina, dalle parole e dai comportamenti di Gesù, il teologo diventato Papa trae i tasselli di una carta d’identità dell’essere cristiano. Da un lato salda l’esperienza del patire, dell’angoscia e della tenerezza del Nazareno con l’insieme del pianto e del dolore smisurati delle vittime di ogni tempo e, dall’altro, ci aiuta a leggere frammenti del mistero del male e della sofferenza non più invincibili dopo la sua agonia nell’orto degli ulivi e l’abbandono sulla croce. La risurrezione di Gesù non è un tardivo volo pindarico dei suoi discepoli delusi che, non potendolo dimenticare, lo trasformarono in mito.

È una realtà veramente accaduta, alla pari della crocifissione e della morte. Mentre però del dolore e della morte che impastano la storia abbiamo una conoscenza sperimentale, della risurrezione abbiamo una conoscenza per fede. Si tratta di una fede ragionevole, ma sempre fede. Anzi, ci ricorda Papa Ratzinger, la fede cristiana è fondata sulla risurrezione. Poiché è strettamente collegata alla croce, la memoria della risurrezione è altrettanto pericolosa per la sapienza umana. Per i discepoli che attendevano un messia regale e vittorioso, la morte di Gesù è stata sconvolgente; la risurrezione, una volta verificata, ne ha cambiato la prospettiva, decidendoli a seguire il Maestro finalmente compreso.

Nel mistero della passione, morte e risurrezione — ci ricorda l’autore — sono racchiuse alcune delle questioni profonde dell’esistenza. E nel processo a Gesù è presente la critica radicale alle politiche basate sull’inganno e la violenza anziché sulla verità. Il destino del mondo si gioca sulla verità, non sulla forza che rimane una soluzione illusoria. Occuparsi di Gesù è occuparsi di tale destino poiché egli è venuto per rendere la più autorevole testimonianza alla verità che la prospettiva cristiana identifica con Dio.

Nello stile dei Padri della Chiesa, Papa Ratzinger non scrive per puro godimento intellettuale, ma offre un libro per la vita. La lettura ci immerge nella profondità del mistero cristiano, svelandoci quanto poco sia conosciuto e gustato. Con la scelta di una interpretazione dei racconti della passione basata sulla storia e sulla fede non contrapposte ma complementari, l’autore conferma la teologia conciliare e pone fine al pregiudizio nei confronti del popolo ebraico accusato nei secoli di deicidio. Nei vari momenti esaminati, dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Benedetto XVI sceglie un linguaggio nuovo e accessibile senza perdere profondità.

Chiama la Chiesa «la comunità dei discepoli» di Gesù; definisce la caritas «premura per l’altro», non un secondo settore del cristianesimo accanto al culto, «ma radicato proprio in esso e ne fa parte». C’è emozione per la lotta tra bene e male nella notte del Getsemani dove Gesù «trascina la natura recalcitrante in alto verso la sua vera essenza» e porta «il travaglio dell’essere uomini in alto verso Dio». L’ascensione è tradotta in una «vicinanza permanente» di Gesù con noi, un «entrare nel mistero di Dio» e un’altra dimensione dell’essere.

Si descrive, infine, la risurrezione, come fenomeno totalmente nuovo, una nuova dimensione dell’essere uomini, una mutazione decisiva, un salto di qualità; un nuovo genere di futuro per gli uomini, una nuova dimensione dell’esistenza umana, inclusa nell’atto di donare la vita. L’amore e la risurrezione — insiste l’autore — sono i due motivi distintivi dell’essere cristiani. La risurrezione come «mutazione» genetica compiuta da Dio in Gesù e promessa a tutti; l’amore come metodo di vita che distingue i figli di Dio e per il cosmo dischiude già ora un futuro di speranza.

c. d. c.

Tuesday 29 March 2011

Dall’abisso del male

Il pellegrinaggio di Benedetto XVI alle Fosse ardeatine — così l’ha voluto definire lo stesso Papa — per rendere omaggio alle vittime dello spaventoso eccidio, che resta indelebile tra i numerosissimi orrori della seconda guerra mondiale, non ha trovato molto spazio nei media. Forse anche per il succedersi incalzante e drammatico di notizie nel panorama internazionale.

Eppure la visita di Benedetto XVI a questo sacrario «caro a tutti gli italiani» — in continuità con quelle di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, e con la volontà di pregare e «rinnovare la memoria» — ha un significato particolare, che rimane. Il loro successore ha infatti compiuto un altro passo nella ricomposizione della memoria di quel conflitto che contribuì a sprofondare il Novecento nell’abisso del male. Come aveva affermato lo stesso Benedetto XVI un mese esatto dopo la sua elezione riflettendo sulle ultime successioni papali.

In questo modo non bisogna forse considerare, aveva detto il nuovo Papa, «il fatto che sulla cattedra di Pietro, ad un Pontefice polacco sia succeduto un cittadino di quella terra, la Germania, dove il regime nazista poté affermarsi con grande virulenza, attaccando poi le nazioni vicine, tra le quali in particolare la Polonia? Entrambi questi Papi in gioventù — seppure su fronti avversi e in situazioni differenti — hanno dovuto conoscere la barbarie della seconda guerra mondiale e dell’insensata violenza di uomini contro altri uomini, di popoli contro altri popoli».

Alla presenza del rabbino capo della più antica comunità della diaspora occidentale, ferocemente colpita dalla persecuzione razziale anche alle Fosse ardeatine, il vescovo di Roma, «città consacrata dal sangue dei martiri», ha voluto incontrare a lungo i familiari delle vittime — cattolici ed ebrei insieme — e ha reso omaggio alla loro memoria, in un luogo vicino alle catacombe e dal quale ancora una volta si è levata la preghiera dei Salmi, con le parole che da molti secoli ebrei e cristiani innalzano all’unico Dio.

Quel Dio al quale, nell’ora delle tenebre, si rivolsero due caduti, come altri in quei giorni, per affermare la fede «in Dio e nell’Italia» e invocare la protezione degli ebrei «dalle barbare persecuzioni». Benedetto XVI ha citato le loro parole, ricordando il centocinquantesimo anniversario dell’unità del Paese e ripetendo che nel Padre di tutti è possibile un futuro diverso. Che non offenda il Nome santo di Dio e l’essere umano, creato a sua immagine.

g. m. v.

Monday 28 March 2011

Da Gerusalemme a Parigi

L’intuizione di Benedetto XVI di un nuovo spazio dove laici e non credenti possano essere accolti con amicizia per condividere con chi crede la ricerca dell’unico Dio sta prendendo forma. Nella visione papale questa proposta è rappresentata dall’immagine del «cortile dei gentili» nel Tempio di Gerusalemme — dove appunto erano ammessi i pagani attratti dalla religiosità ebraica — ed è stata assunta dall’organismo curiale che si occupa del mondo della cultura con originale creatività.

Carica di simboli è stata così la scelta di Parigi — la «città dei Lumi» emblema di quella modernità contraddittoria e drammatica nata dagli ideali e dagli errori della rivoluzione francese — per l’esordio di questa iniziativa. Che senza dubbio è tra le più importanti decise da un Papa tanto mite quanto coraggioso, uomo di fede e teologo profondo, abituato sin da giovane al confronto, soprattutto nel mondo universitario, con chi è al di fuori dei confini visibili della Chiesa.

Uso dunque a esprimersi con parole comprensibili a tutti, Benedetto XVI ha voluto essere presente a Parigi con un messaggio ai giovani riuniti davanti a Notre-Dame, in uno spazio aperto oggi come venti secoli fa era accessibile ai pagani il cortile esterno del Tempio gerosolimitano. Dal grande santuario di un ebraismo sempre più caratterizzato da aspirazioni universalistiche rimanevano però esclusi i non giudei.

A cambiare tutto è stata la venuta di Cristo, quella luce vista da Giovanni che illumina ogni essere umano e ha abbattuto «il muro di separazione» tra ebrei e gentili, e dunque ogni divisione: anche quella tra credenti e non credenti. E perché non fosse reso difficile l’accesso dei pagani allo spazio loro riservato nel santuario di Gerusalemme Gesù aveva cacciato chi di questo luogo si approfittava per lucro. Per questo Benedetto XVI in molti modi si fa capire. Come hanno dimostrato, diversamente ma con straordinaria efficacia, i suoi ultimi due libri.

Ed efficaci per credenti e non credenti sono risuonate a Parigi le sue parole, rivolte ai giovani, ma più in generale alle donne e agli uomini di oggi. Il Papa ha così rinnovato l’invito che nel succedersi dei secoli e sino alla fine dei tempi la Chiesa di Cristo non si è stancata e non si stancherà di rivolgere: di non aver paura di aprire a Dio i cuori e le società. Senza timore di assumere le parole — libertà, uguaglianza, fraternità — che hanno riassunto gli ideali rivoluzionari, tante volte poi brandite con asprezza contro la Chiesa e il cristianesimo, e che pure dal cristianesimo sono nate.

Comuni sono moltissime aspirazioni di credenti e non credenti, per costruire «un mondo nuovo e più libero, più giusto e più solidale, più pacifico e più felice». Allora — dice Benedetto XVI — tra chi crede e chi non crede deve cadere, nel riconoscimento reciproco, ogni diffidenza: Dio non è un pericolo per la società e la vita umana e non lo è naturalmente la ragione, purché non si pieghi agli interessi e all’utilità, come spesso avviene. Per questo il Papa ha invitato i giovani parigini, riuniti davanti a Notre-Dame, senza distinguere tra credenti e non credenti, a non fermarsi nel cortile dei gentili. E a entrare invece nella cattedrale, dove come incenso si alzava la preghiera della sera.

g.m.v.

Friday 25 March 2011

Una rivoluzione femminile

A tre anni dalla morte la prima biografia di Chiara Lubich

di Lucetta Scaraffia

A tre anni dalla scomparsa, è uscita la prima biografia di Chiara Lubich, scritta da Armando Torno per Città Nuova: un libro che sceglie volutamente un tono non agiografico per descrivere quella che è sicuramente una delle più straordinarie esistenze del Novecento. Una narrazione piana, costruita attraverso le testimonianze delle focolarine e dei focolarini che sono stati più vicini alla loro fondatrice. Un racconto che volutamente mette sullo stesso piano le vicende umane e le esperienze mistiche di Chiara; rispettando, in questo modo, il suo carattere riservato, la sua capacità di stare al centro di tutto ma al tempo stesso di scomparire come persona.

Mi è capitato di incontrarla personalmente una sola volta, l’8 marzo di qualche anno fa, al Quirinale, dove era arrivata per ricevere un’importante onorificenza dal presidente della Repubblica italiana. Era entrata sorridendo, come sempre, senza preoccuparsi se nessuno dei presenti dava segno di riconoscerla e di darle onore. A me, che le ero andata incontro emozionata, ha riservato un sorriso timido e dolce, e ha declinato con semplicità ogni mio tentativo di far sapere ai responsabili del cerimoniale che era arrivata.

La biografia rispetta questo suo atteggiamento umile e ritroso, profondamente disponibile al contatto umano ma del tutto indifferente alla notorietà, e alla ribalta che pure le spettava. A tal punto che si coglie l’importanza di Chiara nella storia del Novecento quasi più dalla cronologia comparata, molto ben fatta, che si trova in appendice al volume e che dà conto della ricchezza delle forme di aggregazione da lei create all’interno del mondo cattolico, della sua straordinaria capacità di costruire momenti di incontro e di vero dialogo con esponenti e fedeli di altre religioni, della fecondità spirituale che ha segnato la sua vita interiore.

Una fecondità che ha sempre condiviso con le sorelle e i fratelli più vicini, e poi con tutti coloro che rivelavano disponibilità all’ascolto, consapevole che i tempi in cui si trovava a vivere richiedevano un’immediata condivisione di quanto lei, strumento di Gesù, arrivava a comprendere illuminata dallo Spirito Santo. Illuminazioni che nascevano dalla lettura continua della Sacra Scrittura: «Ogni volta che Chiara apriva il Vangelo vi scopriva la profondità di quelle parole di vita eterna che mai prima aveva trovato».

In questo modo, Chiara ha anticipato quello che la cultura cattolica avrebbe poi scoperto: l’ingresso nel linguaggio spirituale della parola amore, fino a quel momento riservata più che altro ai discorsi mondani; l’idea della spiritualità dell’unità, che si trasforma in una appassionata forma di dialogo tra le religioni e in una risposta alla «notte culturale» dell’umanità. Senza mai preoccuparsi che fosse ricordato il suo ruolo precorritore.

La proposta di una nuova evangelizzazione, secondo le sue parole, «non significa soltanto che il mondo secolarizzato» ne ha bisogno, ma anche che «l’evangelizzazione va fatta in maniera nuova». E alla ricerca di questa maniera nuova dedica tutte le sue energie: gli incontri, anche quelli apparentemente secondari, si trasformano grazie a lei in nuove vie e nuovi progetti, allargando sempre più la rete dei coinvolgimenti nel suo ideale: la santità a portata di tutti. Il suo movimento si apre a tutti gli ambiti, in un’ottica universale, con particolare attenzione alla cultura e ai media, mentre la sua vita interiore dà un nuovo impulso agli studi teologici.

Ma certamente l’aspetto di novità più forte che ha segnato la sua vicenda è proprio il suo essere donna, una donna che dà un accento fortemente femminile a ogni sua opera: basti pensare al nome più conosciuto del movimento da lei fondato (ufficialmente Opera di Maria) che evoca il focolare, spazio tradizionalmente femminile. Comincia circondandosi di donne, che sanno poi aprirsi alla necessaria presenza maschile, e dà disposizioni che a presiedere il movimento sia sempre una donna.

Anche la spiritualità dell’Opera prende una forma femminile, rappresentando la presenza mistica di Maria nella Chiesa. In questo modo, con la sua straordinaria esperienza, Chiara — che parla alle assemblee dei vescovi, è ascoltata dai Papi, viene accolta con gli onori di un capo di Stato nei Paesi che visita — realizza quello che i tempi richiedono anche alla Chiesa: riconoscere l’importanza del ruolo delle donne.

Ma lo ottiene senza rivendicare diritti, senza nessuna asprezza. Lo ottiene dimostrando di sapersi meritare quell’autorità che le viene riconosciuta, come è stato per le grandi sante nella storia della Chiesa. La sua importanza nel cattolicesimo del Novecento è anche la prova di una rivoluzione femminile compiuta nel silenzio e nella modestia. Rimane il compito di prenderne atto.

Wednesday 23 March 2011

Questione di radicalità evangelica

Il celibato sacerdotale

di Mauro Piacenza

Residuo preconciliare e mera legge ecclesiastica. Sono queste, in definitiva, le principali e più dannose obiezioni che riaffiorano nel periodico riaccendersi del dibattito sul celibato sacerdotale. Eppure, niente di questo ha reale fondamento, sia che si guardi ai documenti del concilio Vaticano II, sia che ci si soffermi sul magistero pontificio. Il celibato è un dono del Signore che il sacerdote è chiamato liberamente ad accogliere e a vivere in pienezza.

Se infatti si esaminano i testi, si nota innanzitutto la radicale continuità tra il magistero che ha preceduto il concilio e quello successivo. Pur con accenti talora sensibilmente differenti, l’insegnamento papale degli ultimi decenni, da Pio XI a Benedetto XVI, è concorde nel fondare il celibato sulla realtà teologica del sacerdozio ministeriale, sulla configurazione ontologica e sacramentale al Signore, sulla partecipazione al suo unico sacerdozio e sulla imitatio Christi che esso implica. Solo, dunque, una scorretta ermeneutica dei testi del Vaticano II – a cominciare dalla Presbyterorum ordinis – potrebbe condurre a vedere nel celibato un residuo del passato di cui liberarsi. E una tale posizione, oltre che errata storicamente, teologicamente e dottrinalmente, è anche dannosa sotto il profilo spirituale, pastorale, missionario e vocazionale.

Alla luce del magistero pontificio bisogna anche superare la riduzione, in taluni ambienti molto diffusa, del celibato a mera legge ecclesiastica. Esso, infatti, è una legge solo perché è un’esigenza intrinseca del sacerdozio e della configurazione a Cristo che il sacramento dell’Ordine determina. In tale senso la formazione al celibato, oltre ogni altro aspetto umano e spirituale, deve includere una solida dimensione dottrinale, poiché non si può vivere ciò di cui non si comprende la ragione.

In ogni caso, il dibattito sul celibato, che periodicamente nei secoli si è riacceso, certamente non favorisce la serenità delle giovani generazioni nel comprendere un dato così determinante della vita sacerdotale.

Giovanni Paolo II nella Pastores dabo vobis (n. 29), riportando il voto dell’assemblea sinodale, afferma: “Il Sinodo non vuole lasciare nessun dubbio nella mente di tutti sulla ferma volontà della Chiesa di mantenere la legge che esige il celibato liberamente scelto e perpetuo per i candidati all’Ordinazione sacerdotale nel Rito latino. Il Sinodo sollecita che il celibato sia presentato e spiegato nella sua piena ricchezza biblica, teologica e spirituale, come dono prezioso dato da Dio alla sua Chiesa e come segno del Regno che non è di questo mondo, segno dell’amore di Dio verso questo mondo nonché dell’amore indiviso del sacerdote verso Dio e il Popolo di Dio”.

Il celibato è questione di radicalismo evangelico. Povertà, castità e obbedienza non sono consigli riservati in modo esclusivo ai religiosi. Sono virtù da vivere con intensa passione missionaria. Non possiamo abbassare il livello della formazione e, di fatto, della proposta di fede. Non possiamo deludere il popolo santo di Dio, che attende pastori santi come il curato d’Ars. Dobbiamo essere radicali nella sequela Christi senza temere il calo del numero dei chierici. Infatti, tale numero decresce quando si abbassa la temperatura della fede, perché le vocazioni sono “affare” divino e non umano. Esse seguono la logica divina che è stoltezza agli occhi umani.

Mi rendo conto, ovviamente, che in un mondo secolarizzato è sempre più difficile comprendere le ragioni del celibato. Ma dobbiamo avere il coraggio, come Chiesa, di domandarci se intendiamo rassegnarci a una tale situazione, accettando come ineluttabile la progressiva secolarizzazione delle società e delle culture, o se siamo pronti a un’opera di profonda e reale nuova evangelizzazione, al servizio del Vangelo e, perciò, della verità sull’uomo. Ritengo, in tal senso, che il motivato sostegno al celibato e la sua adeguata valorizzazione nella Chiesa e nel mondo possano rappresentare alcune tra le vie più efficaci per superare la secolarizzazione.

La radice teologica del celibato, dunque, è da rintracciare nella nuova identità che viene donata a colui che è insignito del sacramento dell’Ordine. La centralità della dimensione ontologica e sacramentale e la conseguente strutturale dimensione eucaristica del sacerdozio rappresentano gli ambiti di comprensione, sviluppo e fedeltà esistenziale al celibato. La questione, allora, riguarda la qualità della fede. Una comunità che non avesse in grande stima il celibato, quale attesa del Regno o quale tensione eucaristica potrebbe vivere?

Non dobbiamo allora lasciarci condizionare o intimidire da chi non comprende il celibato e vorrebbe modificare la disciplina ecclesiastica, almeno aprendo delle fessure. Al contrario, dobbiamo recuperare la motivata consapevolezza che il nostro celibato sfida la mentalità del mondo, mettendo in crisi il suo secolarismo e il suo agnosticismo e gridando, nei secoli, che Dio c’è ed è presente.

Tuesday 22 March 2011

L’orso del Papa

Alla dedicazione della parrocchia romana di San Corbiniano — una liturgia esemplare per la cura e la partecipazione dei fedeli, tra i quali tantissimi bambini — erano presenti ben tre successori del fondatore della diocesi di Frisinga: oltre a Joseph Ratzinger, oggi Papa con il nome di Benedetto XVI, i cardinali Friedrich Wetter e Reinhard Marx. Un fatto eccezionale, che il parroco ha sottolineato nel suo caloroso saluto iniziale.

Nell’omelia il vescovo di Roma, successore del primo degli apostoli, ha improvvisato una breve riflessione su questo monaco francese attratto dalla vita contemplativa che scese a Roma per fondarvi un monastero. Ma qui la sua vita cambiò in modo inatteso: il Papa lo ordinò vescovo per la Baviera, dove la popolazione «voleva farsi cristiana, ma mancava gente colta, mancavano sacerdoti per annunciare il Vangelo».

Una scelta, quella di Gregorio ii, che si rivelò di universalità — il santo infatti «collega la Francia, la Germania, Roma», ha sottolineato il Papa — e nello stesso tempo di unità: Corbiniano ci dice che «la Chiesa è fondata su Pietro» e che era la stessa «come oggi». Per una ragione molto semplice: Cristo è lo stesso, «la Verità, sempre antica e sempre nuova, attualissima, presente, e apre la chiave per il futuro».

Parlando ai fedeli Benedetto XVI ha accennato all’orso che ha scelto di collocare nel suo stemma, episcopale e poi papale. Joseph Ratzinger ne aveva scritto per la prima volta nel libro autobiografico, tanto piccolo quanto prezioso, che pubblicò nel suo settantesimo anno e dove raccolse i suoi ricordi sino alla consacrazione episcopale. Raccontando come all’animale che aveva sbranato il cavallo di Corbiniano, in viaggio per Roma, fu imposto dal monaco di portare il suo fardello.

Ratzinger, sulla traccia del prediletto Agostino, spiegava che quel peso — il carico episcopale di chi «tira il carro di Dio in questo mondo» — venne imposto a Corbiniano e al vescovo africano, attratti entrambi dalla contemplazione e dallo studio. «Ma proprio in questo modo io ti sono vicino, ti servo, tu mi hai nella mano», concludeva il cardinale ormai a Roma. Affidandosi all’unico Signore, come ogni giorno fa Benedetto XVI. Che resta sempre affezionatissimo al suo orso.

g. m. v.