Thursday 25 August 2016

Il terremoto: spinti e guidati da una strana forza

Il terremoto si è presentato alle 3 e 36 di notte, l’ora più subdola: quando anche gli ultimi insonni si sono addormentati, e ancora è presto perché si alzi, chi lavora all’alba. Nei paesi quieti e inermi, nelle stanze tiepide di calore e di respiri è irrotto l’urlo del sisma: quel boato, quel gemere sinistro di muri e fondamenta che nessuno dimentica, quando lo ha sentito una volta.

Poi, nelle piccole vecchie case dell’Appennino è stato facile annientare e distruggere. Pietre e fango e legno, tutto è stato stritolato come da una terribile morsa. È una bestia, il terremoto, una fiera che si accanisce sui più deboli. E giù allora i vecchi campanili, incrinato l’ospedale pieno di malati, giù le casette dei nonni che per l’estate ospitano i nipoti bambini. Appena terminato quell’urlo di inferi, ci immaginiamo il silenzio, un terribile silenzio sopra le rovine.
 
Ancora una volta gli uomini in questa nostra terra sono stati presi in ostaggio di una forza antica e tremenda, di molto più potente di loro: forza di abissi, di faglie che si lacerano e strappano le strade e i paesi – che appaiono, con le loro case, così piccoli sulle colline, quasi giochi da bambini.

Le prime luci dell’alba hanno illuminato la catastrofe: ponti interrotti, mura divelte, case svuotate come sacchi, dalle cui macerie spuntano, nel caos, le povere quotidiane cose. È davvero come se una gran mano di bestia fosse passata sopra a quei paesi, sbriciolandoli, ma lasciando intatti piccoli oggetti – quaderni, soprammobili, bambole – a ricordarci crudelmente quanta vita c’era fra quelle pietre, appena un giorno prima. Quasi in un’irrisione: guardate cosa resta dei vostri beni e dei vostri affanni, se appena si sveglia il gigante nemico. Per contro, però, a questa atroce esibizione di forza bruta, ancora una volta e quasi subito è corsa anche l’altra notte fra gli uomini una forza, debole forse, ma tenace e determinata, di segno opposto.

E, usciti a fatica dalle case crepate – quei lunghi segni maligni e neri come artigli lungo le facciate – i vivi, subito, si sono messi a scavare. Perché tra le macerie si sentivano grida, voci, fievoli magari, e sommerse da travi che appariva impossibile spostare. Ma c’è una strana forza negli uomini, nelle ore disperate, che sorpassa ogni loro debolezza, e imperiosa li spinge a salvare vite. Gente che avresti detto magari pigra, o rassegnata, d’improvviso non può restare inerte, e si mette a scavare a mani nude. Come è accaduto l’altra notte a Pescara del Tronto, paese sbriciolato, davanti a una casa crollata da cui venivano a tratti voci di bambini. E allora tutti quelli che c’erano si sono messi disperatamente all’opera. E come avranno fatto, senza attrezzi, a sollevare massi e travi? Ma hanno tirato fuori, vivi, due bambini di quattro e sei anni, e il papà Mauro e lo zio Riccardo quasi morivano dalla gioia. E così, pure nella paura di una seconda scossa, fra le strade spezzate e i mezzi di soccorso bloccati, nel caos, nel ronzare metallico delle seghe elettriche e nei morsi delle ruspe, piccoli episodi di quell’altra tenace forza degli uomini si sono ripetuti.

Come a Amatrice, dove una donna di 97 anni è stata estratta viva dalla rovina della sua casa, e piangeva – come si può piangere quando tutto il tuo mondo è finito per sempre. Eppure nella tragedia qualcuno ha trovato il tempo di fermarsi e di consolarla, come si consola una bambina. 

Oppure ancora a Pescara del Tronto, il paese più massacrato, dove il corpo di una donna anziana spuntava fra i monconi dei muri della sua casa. Sembrava un braccio inerte, e invece con stupore i soccorritori si sono accorti che la donna era viva. E allora che paziente dialogo tra la vecchia sconosciuta e un giovane arrampicatosi fra le macerie: signora, stia tranquilla, ora vengono i vigili del fuoco a salvarla, non le faranno male. E la donna, da sotto la polvere, con un filo di voce: va bene, aspetto, è solo che mi scappa... E il ragazzo: signora, non si preoccupi, guardi, io mi allontano un momento, si lasci andare, la faccia... Due sconosciuti con settanta anni di mezzo, che dialogano come una nonna e un nipote. Anche questa è la strana forza che sale tra le macerie, quando tutto sembra perduto: una tenerezza mai vista, una potente passione alla vita, anche a quella dell’altro che non hai mai conosciuto.

Come se la bestia degli inferi venuta fuori dalla tana d’improvviso, in un istante, non avesse in realtà l’ultima parola. Un’immagine di ieri dal Reatino mostra una soccorritrice che stringe in braccio un cane coperto di calcinacci, terrorizzato, fuggito chissà come dalle macerie. In certe ore tragiche la tenerezza degli uomini arriva anche agli animali, come fossero fratelli più piccoli, di tutto ignari, anche loro da proteggere. E chissà che quel cane ritrovato non faccia la gioia del bambino che lo crede perduto? Intanto, in tv si vedevano i video girati dal cielo, dagli elicotteri, a raccontare i paesini stritolati nella morsa di una mano d’acciaio, le pievi crollate, le strade spazzate via. 

A guardare dall’alto e da lontano è davvero bestiale l’opera di morte venuta dal sottosuolo, e, indiscutibilmente, di molto più potente dei piccoli uomini. E però quelle mani nude a scavare, con le unghie sanguinanti, tenaci dietro a una voce affievolita; quelle parole di consolazione e coraggio sussurrate a nonne sconosciute. C’è una piccola enorme forza che entra in gioco in notti come queste, e si chiama speranza. Il poeta Charles Péguy scriveva che la Speranza è come una bambina da niente, in confronto alle sue sorelle Fede e Carità, e che però le spinge e le conduce. Così come conduce gli uomini, in certe ore di certe notti di inferno: con quale potenza li trascina.

Thursday 25 August 2016 09:27

Sisma, davanti alla libertà della Sua creazione

Il campanile della torre civica di Amatrice che segna le 3.36, è un’immagine forte per dire che cosa è accaduto nella notte tra il 23 e il 24 agosto 2016. Quel minuto è stato l’ultimo minuto per le tante vittime di un devastante terremoto, sarà un minuto ricordato per sempre perché inciso nella carne e nel cuore dei famigliari, e sarà ricordato dal nostro Paese, la cui storia recente è anche una serie di orologi fermati per sempre dalla violenza degli uomini o da quella della terra. Anch’io lo ricorderò per sempre, perché questo urlo della terra ha raggiunto anche la casa dei miei genitori di Roccafluvione, a una ventina di chilometri da Arquata del Tronto, dove mi trovavo per visitarli.

Una lunga notte di paura, di dolore, di pensieri per Amatrice, Arquata, Accumoli, paesi della mia infanzia, vicino ai paesi dei miei nonni, borghi dove nelle estati accompagnavo mio padre che lì lavorava come venditore ambulante di polli. E poi ancora pensieri, pensieri che non facciamo mai, perché si possono fare solo nelle notti tremende. Pensavo che quel tempo misurato fino alle 3.36 dall’orologio del campanile, che era lì bloccato, morto, era solo una dimensione del tempo, quella che i greci chiamavano kronos, e che era appena la superficie, il suolo del tempo.

Nel mondo c’è il nostro tempo gestito, addomesticato, costruito, usato per vivere. Ma al di sotto c’è un altro tempo: è il tempo della terra. Questo tempo non-umano, a volte dis-umano, comanda il tempo degli uomini, delle mamme, dei bambini. E pensavo che non siamo noi i padroni di questo tempo altro, più profondo, abissale, primitivo, che non segue il nostro passo, a volte è contro i passi di chi gli cammina sopra. E quando, in queste notti tremende, avvertiamo quel tempo diverso sul quale noi camminiamo e costruiamo la nostra casa, nasce tutta nuova la certezza di essere erba del campo, bagnata e nutrita dal cielo, ma anche inghiottita dalla terra.

La terra, quella vera e non quella romantica e ingenua delle ideologie, è assieme madre e matrigna. L’humus genera l’homo ma lo fa anche tornare polvere, a volte bene e nel momento propizio, ma altre volte male, troppo presto, con troppo dolore. L’umanesimo biblico lo sa molto bene, e per questo ha lottato molto contro i culti pagani dei popoli vicini che volevano fare della terra e della natura una divinità: la forza della terra ha sempre affascinato gli uomini che hanno cercare di comprarla con magia e sacrifici.

E così, mentre cercavo, invano, di riprendere sonno, pensavo ai libri belli e tremendi di Giobbe e di Qohelet, che forse si capiscono di più durante notti così. Quei libri ci dicono che nessun Dio, nemmeno l’unico e vero Dio di Gesù Cristo, può controllare la terra, perché anche Lui, una volta che entra nella storia umana, è 'vittima' della misteriosa libertà della Sua creazione. L’Onnipotente e Onnisciente, che oggi guarda la terra delle tre A (Arquata, Accumoli, Amatrice), si fa le stesse nostre domande e può solo può gridare, tacere, piangere insieme a noi. Ci ricorda con le parole della Bibbia che tutto è vanità delle vanità: tutto è soffio, vento, nebbia, spreco, nulla, effimero. Vanità in ebraico si scrive Habel, la stessa parola di Abele, il fratello ucciso da Caino.

Tutto è vanità, tutto è un infinito Abele: il mondo è pieno di vittime. Questo lo possiamo sapere. Lo sappiamo, lo dimentichiamo troppo spesso. Queste notti e questi giorni tremendi ce lo fanno ricordare. Ci spronano sulla via di salvezza.

Thursday 25 August 2016 07:23

Il terremoto in Centro Italia: una lezione tremenda

Soffriamo davanti ai morti e alle distruzioni della Laga, nel cuore stesso d’Italia. E ricordiamo. Era l’estate del 2009 e gli abitanti di Amatrice e degli altri paesini tra Lazio, Abruzzo e Marche stavano andando a dormire col terrore di essere svegliati da un terremoto. Per due mesi un interminabile sciame sismico aveva accompagnato le loro giornate. Analogo a quello che aveva preceduto la terribile scossa del 6 aprile dello stesso anno all’Aquila. Sciame purtroppo sottovalutato. I due fenomeni non erano direttamente collegati, avevano assicurato i sismologi dell’Ingv che però avevano lanciato un preciso avvertimento: secondo un "algoritmo matematico" era possibile «un terremoto della massima intensità nella Laga», cioè l’area di Amatrice.

Quando? È la solita, scontata domanda che fanno gli abitanti delle aree ad altissimo rischio sismico. E la risposta degli esperti è sempre la stessa: prevedere è impossibile, prevenire è necessario. Anche allora furono chiarissimi. «Stiamo seguendo il fenomeno con attenzione e preoccupazione. Quella faglia dei Monti della Laga può generare terremoti forti, però precisiamo che non è detto possa accadere.
È un fenomeno che oltre a essere importante dal punto di vista sismogenetico è anche preoccupante, senza per questo voler da parte nostra creare allarmismo. Tocca ad altri, alla Protezione civile, decidere e pianificare il da farsi».

Cosa che il Dipartimento nazionale ha fatto e continua a fare malgrado il drastico ridimensionamento dopo gli scandali della cosiddetta "cricca" legati alla ricostruzione per il sisma dell’Aquila e all’organizzazione del G8 nel capoluogo abruzzese.

Lo ha dimostrato nuovamente in queste ore tremende, mettendo in campo quel sistema efficiente di intervento fatto di strutture pubbliche e associazioni di volontariato, ancora una volta dispiegatosi con professionalità e cuore. Ma lo ha fatto anche prima. Abbiamo così una precisa e aggiornata classificazione del rischio sismico e altrettanto precise norme per costruire in maniera antisismica, figlie del dramma del terremoto del Molise del 31 ottobre 2002 che si portò via le vite di 27 bambini e della loro maestra nel crollo della scuola di San Giuliano di Puglia. Scuola costruita male, sopraelevandola in modo criminale come sentenziato dalle condanne fino in Cassazione. Norme certe, dunque, e un sistema di intervento che funziona. Ma anche ad Amatrice è crollata la scuola. Per fortuna è accaduto di notte, ma non doveva crollare.

Lo ripetiamo da anni, a ogni sisma: non è il terremoto che uccide ma la casa che crolla addosso. Case antiche come nei centri storici di questi paesi montani, ma anche case recentissime.  

No, non è accettabile che crollino villette moderne o che siano dichiarati inagibili ospedali come quello di Amatrice. Era già successo per quello dell’Aquila dove crollarono anche la Prefettura e la 'casa dello studente'. No, non possono crollare e uccidere. Non devono. 

La prevenzione è questa. Case solide, senza centellinare sui fondi. Anche perché ogni euro investito in prevenzione significa vite salvate e, per sovrappiù, tante altre spese risparmiate. Negli ultimi quaranta anni, i danni economici causati dagli eventi sismici sono stati valutati in circa 80 miliardi di euro, a cui si aggiungono i danni al patrimonio storico, artistico e monumentale. Rendere antisismico (e proteggere dal dissesto di territori splendidi e fragili) il nostro patrimonio edilizio è la prima grande opera della quale il Paese si deve dotare. Lo dobbiamo fare. È una scelta di vita. Una scelta di futuro.

La storia di Amatrice e della valle del Tronto è costellata di terremoti distruttivi. Eventi purtroppo dimenticati. Non andava però dimenticato l’avvertimento di sette anni fa. Poca memoria e poco impegno. La faglia, la terra, ha fatto quello che continua a fare, da milioni di anni. Gli uomini non hanno fatto tutta la loro parte. È questa l’Italia che non ci piace, perché non si assume le sue responsabilità, rinvia e esorcizza, per poi magari fare affari sui drammi.

Ci piace, invece, l’Italia che non aspetta, che parte, che scava, che si sporca le mani, che non guarda orari e fatiche. L’Italia degli uomini in divisa e dei volontari. Quel «comune denominatore nelle diverse tragedie che purtroppo dobbiamo documentare», ci diceva ieri una brava collega della Rai. Tra le macerie dei paesini crollati come sulle rotte dei migranti. Sono le tante persone che in queste ore si stanno mobilitando e che sicuramente domenica 18 settembre raccoglieranno l’appello per una grande colletta nazionale lanciato dalla Conferenza episcopale italiana. O come il piccolo-grande gesto di Pietro Parisi, 'cuoco contadino' di Palma Campania che destinerà ai terremotati tutto l’incasso per ogni suo piatto di 'bucatini all’amatriciana'. Bravo. Un esempio che tutti gli chef, 'stellati' e no, dovrebbero imitare. Cuore e fantasia. In questo non ci batte nessuno. Ma quelle case, per favore, non facciamole crollare più.

Wednesday 24 August 2016

Posseduti da Pokémon Go o cacciatori di mostriciattoli?

Prima notizia. Il piccolo Ivan (nome di fantasia), bambino russo di 10 anni in vacanza a Sousse, in Tunisia, mentre dava la caccia a un Pokémon ha perso l’equilibrio ed è precipitato dal balcone dell’albergo dove era in vacanza con la famiglia. Per fortuna non è in pericolo di vita.

Seconda notizia. Al 27’ del primo tempo della partita di Premier League tra Hull City e Leicester, un tifoso della squadra di casa, Bob Pinckett, è entrato in campo per acchiappare un Pokémon. Ad essere acchiappato è stato lui da due steward. La partita è ripresa ed è terminata con la vittoria dell’Hull per 2-1.

Terza notizia. A Osnabrueck, in Germania, Hermann P., un giovane di 22 anni all’inseguimento di un Pokémon, si è spinto sui binari della ferrovia. Per fermarlo sono dovuti intervenire gli agenti della Polfer. Il traffico ferroviario ha subito pesanti ritardi. Due di queste notizie sono vere, una è falsa. Quale, lo saprete alla fine di questo articolo (vietato andare a sbirciare!). Attenzione: non è detto che quella falsa sia la più inverosimile.

D’altronde, 'falsità' e inverosimiglianza è il terreno di Pokémon Go, il gioco lanciato lo scorso 5 luglio in Gran Bretagna e poi nel resto del mondo con un successo travolgente.
 
Secondo gli analisti di Sensor Tower, nei primi trenta giorni ha totalizzato un fatturato netto di 200 milioni di dollari. Il record precedente apparteneva a Candy Crush Soda Saga, che due anni fa nel primo mese fatturò 25 milioni, una miseria rispetto a Pokémon Go. Le tre notizie, vere e false come s’addice a un articolo che tratta di realtà aumentata, ossia di invasione del 'falso' nel mondo 'reale', sono casi limite, ma fino a un certo punto. I mostriciattoli sono sfuggenti e acchiapparli con l’apposita palla (virtuale) è facile per quelli di scarso valore, difficile per gli altri. Bisogna uscire di casa. I pokemon d’acqua prediligono fiumi, laghi e torrenti; quelli di terra boschi e giardini. Ma li si trovano sui marciapiedi e nei luoghi pubblici. Le cronache, e l’esperienza personale, parlano di gruppetti – squadre o mandrie, fate voi – di individui con gli occhi fissi sullo smart a caccia degli stessi pokemon, come allegri gitanti o tenebrosi zombi, fate voi pure in questo caso.

Anche il lettore meno frettoloso si starà domandando: questo nuovo fenomeno sociale di massa fa bene o fa male, è giusto o sbagliato? Ecco, bisogna non essere frettolosi o domandarsi prima: che cos’è veramente Pokémon Go? Studi approfonditi non ce ne sono né possono esserci, essendo il gioco recentissimo. Gli psicologi di tutto il mondo stanno dicendo tutto e il contrario di tutto. Pokémon Go isola dal mondo; no, aiuta a socializzare; è un buon antidoto contro depressione e ansia perché attiva il rilascio di dopamina; certamente, proprio come fanno le slot machine, e anche lui crea una micidiale forma di dipendenza. Tra tanti dubbi, le certezze.

Nel Regno Unito più di 6 milioni di persone hanno scaricato il gioco, spendendo per gli extra dagli 80 centesimi alle 15 sterline. E le preoccupazioni non sono certo limitate al vescovo di Noto, Tonino Staglianò, che come sua abitudine le ha cantate chiare: un gioco «diabolico», capace di «alienare migliaia e migliaia di giovani», creando un «sistema totalitaristico»; giocatori più pecore e zombi, insomma, che allegre comitive allegramente a spasso e socializzanti.

Esagerato? Meno di quanto potremmo sospettare, comunque in ottima compagnia. Margherita Spagnuolo Lobb, psicoterapeuta direttrice dell’Istituto di Gestalt Hcc Italy, condivide l’accusa di Staglianò e rincara la dose, paragonando l’app del 2000 all’Lsd degli anni 60-70: «Allucinazioni, oggi come allora. Con la differenza che ieri era esperienza di gruppo e oggi è singola e personale, senza nessuno che protegga il giocatore dai pericoli del mondo reale». Non danno biologico, ma sociale. Più Far finta di essere sani di Gaber, in altri termini, che Lucy in the Sky for Diamonds dei Beatles. Un vescovo, una terapeuta. Poi però c’è anche il Pentagono che, alla voce di una palestra Pokémon nel proprio cortile, ha chiesto ai suoi dipendenti di non scaricare l’app sugli smartphone: «I motivi – ha dichiarato Gordon Trowbrigde dell’Ufficio stampa – potete immaginarli». Ci sono poi gli aeroporti tedeschi, che hanno chiesto alla Nintendo di far diventare gli scali 'Pokémon free', dopo casi di mancato rispetto delle norme di sicurezza da parte di viaggiatori scatenati alla caccia di mostriciattoli. Lo stesso Staglianò non è certo l’unico ad aver annunciato un’azione legale («C’è in campo la sicurezza sociale degli uomini e delle donne e della terra da preservare»). In Canada, Stato dell’Alberta, Barbra-Lyn Schaeffer ha annunciato una class-action: la sua abitazione è sede di una palestra Pokémon, con conseguente invasione di giocatori.
 
Piccole grandi sciagure inizialmente viste come fortune. È il caso del paesino di Occoquan, poco più di mille anime in Virginia, Usa, pittoresco centro coloniale che per qualche misterioso algoritmo è stata invasa da Pokémon virtuali e, di conseguenza, di cacciatori reali. «Impossibile resistere – confida Laure Lemons, accanita giocatrice – bisogna fare tappa qui, è come vincere la lotteria».

Gli occoquanesi, sommersi giorno e notte da allegri e ciarlieri allenatori, dopo gli iniziali affari non condividono più lo stesso entusiasmo. La fortuna, o il guaio, è che Pokémon Go funziona. È facile da giocare, non richiedendo abilità particolari. Sfrutta l’effetto nostalgia in chi era ragazzo 1520 anni fa. È gradito dai ragazzi di oggi. Il piacere della caccia e della cattura genera dopamina, il nerotrasmettitore del piacere, placando l’ansia. Tutto perfetto? L’analista sociale Marco Morosini scuote il capo: «Pokémon Go a me sembra uno dei tanti modi di divorare il nostro tempo, rendendoci schiavi. Divertimento? Semmai lavoro non pagato». La soluzione? Proibirlo ai propri figli e nipoti? «Vorrebbe dire farci odiare. Semmai giocare insieme e ridicolizzare il gioco, sdrammatizzando».

Al grande assente sulla scena del nuovo secolo, il sano senso dell’umorismo, si appella anche lo psicologo Fulvio Scaparro: «Diffido di tutto ciò che è modaiolo e quindi conformistico. Però sono anche un curioso a tutto campo. Pokémon Go è un gioco semplice ma tutt’altro che banale. Più che in casi analoghi, mi sembra scateni la sensazione di potere». Insomma ci farebbe 'delirare'? «A mancare è il senso dell’umorismo, il riconoscerci esseri finiti». Saper sorridere di noi stessi che giriamo in tondo per il quartiere a caccia di mostriciattoli, dandoci quindi un ragionevole limite, magari smettendo. (La notizia falsa? Come sempre è la più attendibile: quella del tifoso dell’Hull. Ma non è detto che alla prossima partita l’invasore cacciatore colpisca davvero).

Wednesday 24 August 2016 10:18

Integrazione o due aree euro: altro ritmo o altra Ue

La crisi europea di oggi, motivo dell’incontro tra i leader dei tre maggiori Paesi dell’Unione Europea in quella che è stata definita la "seconda Ventotene", è di natura esattamente opposta a quella che settant’anni trovò parte della risposta nella "prima Ventotene". Cioè nel manifesto della saggia e visionaria risposta euro-federalista alle devastanti ideologie che avevano scatenato il conflitto bellico. Infatti nessuno (o quasi), almeno nel Vecchio Continente, alimenta posizioni e proposte in grado di scatenare potenziali conflitti fratricidi, mentre l’economia è diventata la nota dolente, il fattore che, invece di mettere assieme i Paesi membri li sta pesantemente dividendo.

La storia è nota. Per dare un’accelerazione al processo d’integrazione europea sull’onda lunga del percorso post-bellico nasce l’idea della moneta unica come primo passo verso l’unione politica. Nei dibattiti di allora sui costi e benefici dell’euro prevale l’ottimismo. Se è vero che i Paesi della futura moneta unica non paiono avere le caratteristiche richieste dalla teoria delle aree valutarie ottimali, potranno ottimisticamente realizzarle anche grazie ai movimenti di persone e a una progressiva omogeneizzazione dei sistemi economici nazionali.
Gli stress test (anche allora in voga) della letteratura economica in materia sottolineavano che la futura unione monetaria avrebbe potuto funzionare in presenza di choc simmetrici e non asimmetrici (ovvero tali da incidere su tutti i Paesi nello stesso modo e non in modo diverso).
 
Sappiamo come poi è andata. Un gigantesco choc che ha condizionato la storia europea degli ultimi dieci anni (la crisi finanziaria globale) ha avuto effetti pesantemente asimmetrici in termini di reazione dei mercati (lo spread tra Italia e Germania, per esempio), non ultimo per colpa di politiche macroeconomiche non certo armonizzate e solidali.
Nel pieno dell’ultima crisi, il 4 ottobre del 2014, un manifesto firmato da più di 300 colleghi economisti e pubblicato su "Avvenire" trasmise un messaggio molto crudo e una proposta altrettanto netta: l’Eurozona è in mezzo al guado e vicina alla disintegrazione della moneta unica, se non si passa rapidamente sull’altra sponda di una maggiore integrazione politica e macroeconomica.

Passi decisivi indicati furono il quantitative easing (l’acquisto di titoli del debito pubblico degli Stati membri da parte della Banca centrale europea), l’abbattimento del differenziale di costo del debito tra Sud e Nord dell’Eurozona, politiche fiscali fortemente espansive come quelle degli Usa all’indomani della crisi finanziaria globale e un processo di armonizzazione fiscale.

Quest’ultimo per impedire ai Paesi membri di farsi la guerra tra loro, erodendo base fiscale e risorse per il welfare e stravolgendo le statistiche del Pil intra Ue. Quello che è successo poi è storia dei nostri giorni. A due anni di distanza, quel programma è stato realizzato solo in parte. Il quantitative easing partì poco dopo e con l’esso l’abbattimento del costo del debito, non sul passato ma sulle emissioni future. Il qe è stata però l’unica gamba di una reazione zoppa dove l’intervento fiscale non è stato della dimensione sperata e di armonizzazione fiscale nemmeno si parla (e così continueremo con "miracoli" lussemburghesi, olandesi o irlandesi a spese degli altri Paesi...).

Mentre i tre grandi d’Europa, si incontravano a Ventotene,è arrivato il monito del nobel Stiglitz a lungo eurocritico, ma sempre dell’idea che il costo della distruzione dell’euro sarebbe stato superiore a quello del suo mantenimento. Stiglitz ha detto proprio in questi giorni che non la pensa più così e che la soluzione migliore a questo punto è forse quella di una divisione concordata in due aree valutarie (euro del Nord ed euro del Sud). In economia come nella guida stradale non esiste la "coerenza" intesa come assenza di cambiamento di strategia di guida.
 
Il terreno e le situazioni cambiano e bisogna modificare le proprie scelte utilizzando quelle più adatte alla situazione. Se si verificherà che non c’è la volontà di fare passi decisivi nell’integrazione e nel coordinamento delle politiche macroeconomiche per correggere gli squilibri interni di bilancia commerciale e di completare il programma indicato nel manifesto sarebbe opportuno che i tre leader riflettano seriamente sul monito del nobel Stiglitz, dando seguito già nel  prossimo consiglio europeo di Bratislava di settembre. Il processo d’integrazione europea proseguirebbe in forma nuova disinnescando questa rigidità nella risposta a choc asimmetrici alla quale non si sono al momento opposti veramente efficaci meccanismi di assorbimento degli choc alternativi.

Wednesday 24 August 2016 09:59

La custode del silenzio. Storia di una eremita di città

cover copia

Il mio nuovo libro è la storia di Antonella Lumini, eremita in un antico appartamento nel cuore di Firenze.

Anni fa Antonella ha sentito un richiamo che l’ha spinta su una via già percorsa da tanti eremiti prima di lei.

Dipendente part time presso la Biblioteca Nazionale Centrale dove lavora nel reparto dedicato ai libri antichi, appena rientra nel suo appartamento Antonella chiude la porta e si apre al silenzio.

Lontana dall’idea di rifiutare il mondo, questa donna dall’aspetto fragile, tanto riservata, quanto disponibile all’ascolto e all’accoglienza, dosa con disciplina la connessione a internet e l’uso del telefono.

Le parole che pronuncia sono un balsamo per l’anima di chi va a trovarla, uomini e donne che cercano di dare un senso alla propria esistenza.

Per tre anni sono andato a trovarla, frequentando la sua “pustinia”, il suo deserto privato. Colpito dalla sua dimensione mistica, ho deciso di narrare la sua storia.

Qui puoi trovare un link con una scheda: “La custode del silenzio” su Amazon.

Tuesday 23 August 2016

Ventotene, il sentimento europeista pilastro di pace e libertà

L’incontro a Ventotene tra Matteo Renzi, Angela Merkel e Francois Hollande non poteva tenersi in un luogo simbolicamente più significativo. Qui, tra il 1941 e il 1944, venne scritto il Manifesto di Ventotene che propugnava un’Europa libera e unita.

I suoi autori – Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni, ma un ruolo molto importante ha avuto anche Ursula Hirschman – non si trovavano per caso in questa piccola isola: erano stati condannati al confino per il loro antifascismo. Il Manifesto costituisce infatti una delle espressioni più significative del sogno europeista che ha animato tutta la Resistenza al fascismo e al nazismo nei diversi paesi europei.
 
È nato cioè in reazione all’offensiva hitleriana che ha diviso e insanguinato l’Europa, bandito la libertà, oppresso e perseguitato milioni di ebrei, rom, politici ecc. Non a caso il Manifesto di Ventotene non costituisce un caso isolato. Il sentimento europeista è intensamente presente anche in molti altri documenti dell’epoca, cui gli antifascisti hanno affidato le loro speranze e i loro progetti per il futuro.
 
Il Programma di Milano – il primo documento programmatico della nascente Democrazia cristiana scritto nel 1942 – metteva ad esempio al primo posto questo obiettivo: «Nel quadro di una rinnovata società delle Nazioni – espressione della solidarietà di tutti i Popoli – Federazione degli Stati europei retti a sistema di libertà».

Il sentimento europeista non si è diffuso improvvisamente in Europa negli anni della Seconda guerra mondiale. Già alla fine del Primo conflitto mondiale erano stati numerosi i pronunciamenti europeistici da parte di esponenti di diverse tendenze politico-culturali, da Luigi Einaudi a Filippo Turati, da Romain Rolland a Aristide Briand, da Otto Bauer a Gustav Straesmann, per citarne solo alcuni. Tra le due guerre, anche Luigi Sturzo espresse forti convinzioni in tema di federalismo europeo. Particolarmente noto è il nome di Richard Coudenhove-Kalergi, un filosofo e politico austriaco che fondò l’Unione Paneuropea e per primo propose la realizzazione di un’Unione europea.

Ma questo patrimonio ideale e politico venne disperso negli anni trenta, con l’affermazione del nazismo e con la crescita di tensioni internazionali sempre più forti poi culminate con lo scoppio di un nuovo conflitto mondiale. I l dibattito che si riaccese durante la guerra non aggiunse molto, sotto il profilo culturale, a quanto elaborato in precedenza. Le circostanze belliche non permettevano dibattiti ampi e approfonditi. Ma fu sostenuto da convinzioni più forti e più diffuse.

Le tragiche vicende della Seconda guerra mondiale mostrarono con evidenza crescente che le divisioni e i conflitti tra i paesi europei conducevano inevitabilmente all’autodistruzione dell’Europa. L’unità europea si imponeva perciò come una scelta obbligata e passava per il ritorno della democrazia. Il progetto europeista che si cominciò poi concretamente a realizzare negli anni seguenti – il primo nucleo di un’Europa unita fu costituito dalla Ceca, la Comunità del carbone e dell’acciaio nata nel 1950 – è dunque strettamente connesso ad una scelta irreversibile per la pace e la democrazia. È un nesso sottolineato con forza da Pio XII già nel radiomessaggio natalizio del 1944 e non è un caso che la prospettiva dell’unità europea ricorra intensamente, seppure con accenti diversi, nei suoi successori, in particolare Paolo VI e Giovanni Paolo II.

Tutto questo, oggi, può apparire molto lontano. E c’è chi raccomanda di lasciare da parte la retorica quando si parla di problemi europei, evitando di enfatizzare eccessivamente documenti come il Manifesto di Ventotene. Eppure il processo di integrazione europeo – che è si è sviluppato attraverso migliaia di piccoli passi e di modesti compromessi – non sarebbe mai iniziato senza l’audacia del sogno che si è sviluppato contemporaneamente in luoghi di confino e all’interno dei ghetti, nelle prigioni o dentro i lager. L’Europa non sarebbe mai nata senza l’utopia di uomini e donne che, benché schiacciati da un potere tanto più grande di loro, hanno saputo ribellarsi ad una realtà drammatica e opprimente.

Si può obiettare che il percorso dell’integrazione europea ha seguito strade molto più realistiche. Non è stata seguita infatti quella federalista indicata dal Manifesto di Ventotene, che avrebbe dovuto condurre agli Stati Uniti d’Europa. Ne è stata percorsa un’altra, quella della costruzione mattone su mattone, attraverso accordi intergovernativi riguardanti questioni specifiche, per lo più legate a comuni interessi economici. Tuttavia non è mai venuta meno, nella mente dei padri fondatori – da De Gasperi a Schumann, da Monnet ad Adenauer , da Spaak a Luns, per lo più legati a partiti democratico-cristiani – la spinta verso una piena unificazione europea. Quando, negli anni cinquanta, venne proposta la fondazione della Ced – la Comunità europea di difesa, che avrebbe dovuto condurre alla creazione di un unico esercito europeo – gli italiani fecero inserire la proposta di un Parlamento europeo ad elezione diretta (la Ced non venne realizzata, ma dal 1979 è nato un Parlamento europeo eletto da tutti i cittadini europei). Si può parlare in questo senso di una prospettiva federalista sempre implicitamente presente nella lunga storia dell’unificazione europea.
 
Oggi non esistono (ancora?) gli Stati Uniti d’Europa. Ma esiste una costruzione politico-istituzionale che ha suscitato moltissime imitazioni in tutti i continenti, dall’Asia all’Africa e all’America, dall’ASEAN all’OUA e all’OAS. È il frutto di un processo storico inedito: non la rinuncia ma la condivisione volontaria da parte degli Stati nazionali di quote della propria sovranità. Tra i risultati più eclatanti c’è stata la creazione di una moneta unica, di un mercato unico di merci e di capitali, di uno spazio unico dove circolano liberamente uomini e donne. Ma ci sono stati effetti indiretti non meno eclatanti: l’Europa è l’unico spazio al mondo senza pena di morte ed dove i diritti umani vengono maggiormente tutelati.

Niente è irreversibile e ciò che è stato costruito può sempre essere distrutto. Ma recentemente papa Francesco ha rivolto all’Europa alcune domande decisive, che non possono lasciare indifferenti nessun europeo: «Che cosa ti è successo, Europa umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della democrazia e della libertà? Che cosa ti è successo, Europa terra di poeti, filosofi, artisti, musicisti, letterati? Che cosa ti è successo, Europa madre di popoli e nazioni, madre di grandi uomini e donne che hanno saputo difendere e dare la vita per la dignità dei loro fratelli?». La recente vicenda del referendum che ha deciso l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea – la Brexit – rappresenta un esempio preoccupante di come decisioni gravi e distruttive possono essere prese quasi per caso o, almeno, senza la necessaria ponderazione da parte di classi dirigenti e di semplici cittadini.

Oggi in Europa stanno crescendo le forze antieuropeistiche: Il Partito per l’Indipendenza nel Regno Unito, il Front National in Francia, La Lega Nord in Italia, l’Alternative fur Deutschland in Germania ecc. Si ripete spesso che bisogna ascoltare il malessere di cui sono espressione. Ma questo non può significare condividere progetti distruttivi nei confronti della più solida garanzia di pace e democrazia oggi esistente nel mondo. I limiti dell’Unione europea non vanno contrastati con una minor ma con una maggiore unità tra gli europei.

Tuesday 23 August 2016 07:57

Lo spirito di Ventotene, un'idea di continente per cittadini «nuovi»

Ricostruire uno spirito continentale e battere quella voglia diffusa di Eurexit muovendo da un’isola. Non ci si attendevano immediati risultati pratici dal vertice trilaterale di Ventotene, ma per ripartire può bastare a volte anche un simbolo, dopo gli ultimi mesi di forte sofferenza vissuti da un’Unione che si appresta a festeggiare come una 'vecchia signora' i 60 anni di vita.

Su questo piano l’iniziativa fortemente voluta da Matteo Renzi ha colto nel segno. Va da sé, però, che ora - nei prossimi mesi - passi e svolte concrete dovranno per forza esserci, per evitare questa ingloriosa 'terra di mezzo' in cui è precipitata la costruzione comunitaria, unita da una moneta senza padri e spesso disunita dalle scelte dei suoi governanti (ancor più che dalle disillusioni dei suoi cittadini).

Dopo l’addio sancito a giugno dal popolo britannico, con l’incontro di ieri in mare aperto fra i leader dei tre maggiori Paesi fondatori la Ue è venuta dunque a sciacquare i suoi (laceri) panni nelle acque di quel Mediterraneo carico delle vite strappate e delle sofferenze di migliaia di migranti il cui arrivo, assieme alle perenni difficoltà dell’economia e ai timori per il terrorismo, è una delle cause prime della fiducia smarrita dai popoli europei.

Un altro messaggio simbolico, questo, per lanciare il segnale che solo più uniti i 27 Stati membri saranno in grado di affrontare le gravi crisi epocali che caratterizzano il nuovo millennio. Le tentazioni autarchiche conservano sempre un loro fascino perverso, ma non è con i passi indietro che si può scrivere una pagina davvero nuova della storia. Nel chiuso dei propri confini nessuno sarebbe in grado di far fronte a fenomeni che la crescente globalizzazione del Pianeta rende di una forza traumatica senza precedenti. Il sogno di Altiero Spinelli, uno degli autori del 'manifesto di Ventotene', era quello di una federazione di Stati europei.

Sembra impossibile, in questa fase storica. Ma già l’avere leader politici capaci di guardare oltre l’orizzonte ristretto della prossima elezione nazionale di casa propria (nel 2017 si vota certamente in Francia e Germania) e di indicare ai loro concittadini che – per quanto non agevoli e problematiche – esistono soluzioni alla portata, sarebbe un colpo d’ala in grado di risollevare il 'volo' dell’Unione. Soluzioni sia per i flussi migratori (cresciuti certamente nel 2015, ma comunque ancora gestibilissimi in un continente di 500 milioni di abitanti) sia per rivoluzionare quella impostazione economica che 'produce' oggi 20 milioni di disoccupati.

Nell’uno come nell’altro campo, è l’ora tuttavia di scelte più condivise e lungimiranti e di decisioni di rottura rispetto a quelle che ci hanno portato alla situazione attuale. È l’ora, insomma, di progetti per 'nuovi uomini', e donne, di cui parlava appunto Spinelli. Vale per i leader, ma deve valere anche per noi cittadini.

Tuesday 23 August 2016 04:00

Anche Bergoglio ha i suoi principi non negoziabili

Sono i quattro postulati ai quali egli continuamente ispira il suo governo della Chiesa, il primo dei quali dice che "il tempo è superiore allo spazio". Il guaio è che non stanno in piedi. Un colto monaco benedettino spiega perché

Monday 22 August 2016

Grazie e “miracoli” per intercessione del “Fabbro di Dio”

Si è svolta ad Introbio in Valsassina (8-15 agosto) la Mostra “Felice di nome e di fatto”, dedicata al Servo di Dio fratel Felice Tantardini, missionario laico del Pime, morto nel 1991 all’età di 93 anni. Marco Sampietro, uno dei promotori dell’iniziativa, dice: “Siamo contenti perché in tanti sono passati e si sono dimostrati colpiti da questa figura». I promotori – il gruppo missionario locale e la parrocchia, guidata dal lecchese don Marco Mauri – ce l’hanno messa tutta per valorizzare fratel Felice: attraverso suoi oggetti (per la maggior parte donati da lui a parenti, benefattori, amici e conoscenti), nonché attraverso i suoi scritti autografi e un Dvd con fotografie e interviste, la Mostra ha presentato efficacemente la vicenda umana e spirituale di un piccolo-grande missionario, una figura attualissima e dai chiari tratti di santità, tant’è che è in corso il suo processo di beatificazione.  Così Gerolamo Fazzini su Il Giornale di Lecco.

Ho conservato diverse grazie e anche veri miracoli di Felice riferiti da padre Angelo Tin, che era il Postulatore della sua Causa di Beatificazione in Birmania, io ero il Postulatore a Roma. Gli scrivevo spesso e l’aiutavo anche finanziariamente. A partire del 1993, quando si è incominciato a preparare il materiale per la Causa di Clemente Vismara, ho mandato una lettera a tutti i confratelli ancora presenti nell’arcidiocesi di Taunggyi  (mons. Gobbato, Noè, Clarini, Mattarucco, Galbusera, Fasoli, Di Meo e non ricordo se anche altri),  alcuni dei quali mi risposero che bisognava fare la Causa di Felice, più santo di Clemente, che aveva certi difetti, come ho specificato nel volume “Fare felici gli infelici”, sulla sua personalità e santità.

Era il momento di iniziare anche la Causa di Felice, che tutti volevano, primo l’arcivescovo di Taunggyi mons. Matthias U Shwe, i nostri confratelli, ecc. C’era il desiderio, la volonta di iniziare, ma non la decisione precisa di fare i primi passi e mettere in moto la macchina. Nel 1995 padre Angelo Tin mi manda un opuscolo, con la Prefazione di mons. Matthias U Shwe, al fondo del quale c’erano numerose grazie e supposti miracoli attribuiti all’intercessione di fratel Felice, tutti senza data, ma di pochi anni dopo la sua morte. Ne avevo scelto e tradotto alcuni. C’erano anche belle foto di Felice nei suoi ultimi giorni e dopo la sua morte, ma stampate malissimo. L’opuscolo in inglese e in birmano è intitolato “Br. Oo Maung Than Chaung” (Br. sta per Brother, Fratello, il resto è il nome in birmano di Fratel Felice). Ha 56 pagine, con una breve biografia di Felice scritta da padre Ziello (non l’ho tradotta perchè dice cose che già si sanno). Credo sia a Roma nell’Archivio generale del Pime. Il 2° agosto 1998 padre Mattarucco mi scriveva: “….Personalmente penso che la Causa di beatificazione di Felice non si potrà nemmeno iniziare…..Tutti lo stimano un santo…..Ma qui, con tutti i problemi e l’attuale situazione, com’è possibile avviare una Causa di canonizzazione?…. Io lo invoco e lo faccio invocare e ottengo grazie”.

La Causa di beatificazione di fratel Felice inizia quando l’arcivescovo di Taunggyi, il superiore generale del Pime padre Franco Cagnasso e il parroco di Introbio, don Cesare Luraghi, si accordano. L’Arcidiocesi di Taunggyi è proprietaria e promotrice della Causa, il Pime è Attore della stessa (assumendone le spese), Introbio assicura preghiere e diffonde la devozione del Fabbro di Dio. Il 22 maggio 2000 la Congregazione dei Santi ha dato il parere favorevole all’inizio del Processo diocesano. La macchina si è messa in moto. Sono stato Postulatore fino al 2009, quando ho compiuto gli 80 anni e ho dovuto dare le dimissioni da Postulatore. Mi ha sostituto la dott.sa Francesca Consolini. Oggi occorre pregare molto e chiedere grazie per intercessione del nostro indimenticabile Fabbro di Dio. Ecco alcuni casi di grazie e supposti miracoli:

Maumg Aung Sein è un mio nipote che studia nel catechistato di Pekhong. Nel 1992 egli si ammala gravemente e viene portato all’ospedale di Loikaw. Dottore e infermiere fanno del loro meglio per curarlo, ma dopo un mese peggiora. Il dottore mi dice chiaramente che non ci sono speranze. Io gli portai un pezzetto della veste di Fratel Felice, raccomandandogli di pregarlo per la guarigione. Senza speranza da parte del dottore, ritornai a Pekhong aspettando notizie dall’ospedale. Siccome non ricevevo notizie di sorta, ritornai all’ospedale di Loikaw per vederlo, ma non era più in ospedale. Dopo una settimana andai al suo villaggio, Hwason Kuntha, per sapere qualcosa di lui. Con mia grande sorpresa, lo incontro che torna dal bagno. “Mi sento meglio, padre”. E da quel giorno il ragazzo sta sempre bene. Io sono certo che fu fratel Felice a guarirlo. Egli continuò i suoi studi ed ora è catechista. – Padre Angelo Tin.

Nel villaggio di Yanson, vicino a Pekhong. Un ragazzo che faceva il facchino tornò a casa seriamente ammalato.  La gente del villaggio vennero a chiamarmi perchè lo vedessi. Il ragazzo giaceva su un lettuccio, incapace di dire una parola. Pensai che non vi fosse nulla da fare e gli diedi l’Olio degli Infermi e lo raccomandai al Fratel Felice, mettendo un pezzetto della veste di Felice sulla testa del malato. Ritornai a casa e aspettavo notizie del malato. Passano uno, due giorni, e nessuna notizia. Chiedo notizie alla sua gente e m dicono che il ragazzo è guarito ed è andato  a lavorre sulle montagne. Questa pure, credo, è una grazia per intercessione di Felice. – Padre Angelo Tin

Da quando arrivai a Mong Ping, non potevo dormire e così per parecchie notti. Avevo paura di perdere la ragione- Ho chiesto a padre Angelo Tin una reliquia di fratel Felice, la misi sotto il mio cuscino e lo pregai di intercedere per me. Da allra dormo regolarmente e molto bene, senza paura alcuna. Fu certamente un aiuto di fratel Felice. Una suora di Mong Ping, diocesi di Kengtung.

Nel nostro orfanotrofio di Mong Nai vi era una bambina di due mesi. Era affetta di asma e problemi di cuore. La portammo in ospedale, ma il dottore ci disse che la bimba era troppo piccola per poterla curare cin iniezioni, l’unico rimedio. “Non si può far nulla” ripetè l’infermiera. Andai alla ricerca di una medaglia da metterle al collo, ma non ne trovai. Trovai però un pezzo di stoffa degli indumenti di Felice, lo tagliai e lo misi al collo della bimba- Il giorno seguente la piccola stava meglio e dopo pochi giorni era completamente guarita. Io penso che fu guarita per intercessione di fratel Felice. Una suora della missione di Mong Nai.

Francesco aveva un anno quando fu colpito da una forma grave di diarrea. Lo riempimmo di medicinali ma senza effetto e le condizioni del bimbo peggioravano sempre più. Una notte si era tanto aggravato che pensammo fosse alla fine- Chiamammo il sacerdote perché lo benedicesse, perchè noi non potevamo fare più nulla. Ad un tratto mi ricordai della reliquia di fratel Felice e misi un pezzetto di quella stoffa al collo del bimbo. Dopo un’ora il bimbo apre gli occhi e si guarda in giro. Era molto sudato ma sorrideva. E da quel momento fu guarito. Una suora della missione di Mong Nai.

Un abitante di Lo U Kunthà era da tempo ammalato, incapace di alzarsi da letto. Nel 1993, nella festa di Nostra Signora di Geroblao a Pekhong, la moglie venne da padre Tin e chiese una reliquia di fratel Felice. Il padre disse alla donna di far sì che il marito prendesse la reliquia con fede, pregando Felice che intercedesse per lui. Dopo un po’ di tempo la donna ritornò dal padre dicendogli che il marito era perfettamente guarito.  Padre Angelo Tin.

Comunicazione all’Istituto PIME di Milano
E così, caro padre Mauro, anche il nostro amato fratel Felice ci lasciò il 23 marzo 1991, alla 9,40 del mattino. Spirò placidamente come una candela che si consuma…. Sono 48 ore che è spirato ed è ancora intatto come fosse morto adesso. Nessun segno di decomposizione. E sì che siamo sopra i 27 gradi centigradi… Sarà sepolto domani a Paya Phyu, come da suo desiderio…. Mons. G. B. Gobbato,  Taunggyi,  25 marzo 1991.

(Tutto questo materiale si trova negli ultimi tre capitoli della biografia di Fratel Felice, “Il santo col martello” (Emi, 2000,  pagg.240), che ho stampato per l’inizio della sua Causa di beatificazione – padre Piero Gheddo).

Monday 22 August 2016 06:54

L’ipocrisia di chi s’indigna per il burkini

Tra i tanti segnali di decadenza e di impazzimento delle nostre società c’è sicuramente il divieto del burkini su qualche spiaggia francese, e la grande voglia di emulazione di sindaci, politici e politicanti nostrani. Tutti preoccupati per il fatto che quel costume rappresenta un segno di sottomissione maschilista. Peccato che sindaci, politici e politicanti nostrani non s’indignino per le maxi-vendite miliardarie di armamenti all’Arabia Saudita, che i francesi (in questo in buonissima compagnia) hanno perfezionato. Un tempo era un’offesa al comune senso del pudore girare per le spiagge con il seno al vento. Oggi è un’offesa al comune senso di laicità fare il bagno vestiti, perché non ci si vuole scoprire! Ma uno non ha il sacrosanto diritto di andarsene in spiaggia vestito come gli pare? E di fare il bagno vestito come gli pare? E quand’anche queste donne musulmane fossero state indotte a vestirsi così per tradizioni alle quali non sono in grado di ribellarsi, vogliamo per questo vietare loro di fare un bagno e prendersi qualche ora di libertà? In nome di che cosa? Se i Paesi occidentali, invece di dilettarsi con queste ridicole amenità che ledono le libertà fondamentali delle persone, vendessero meno armi ai certi cari alleati, forse si comincerebbe a combattere seriamente l’Isis. Invece di importunare le donne che vanno vestite in spiaggia.

Thursday 18 August 2016

Polonia addio. Rocco Buttiglione trionfa a Chicago. E Rodrigo Guerra controreplica

Erano entrambi studiosi del pensiero di Karol Wojtyla, Ma ora sono favorevoli alla comunione ai divorziati risposati. Il primo raccoglie l'applauso dell'arcivescovo Cupich. E il secondo duella con l'amico polacco

Sunday 14 August 2016

Nella nomina dei vescovi il papa si inchina a Pechino

Si appresta cioè a concedere alle autorità comuniste il privilegio di scegliere i candidati. Ed esilia in un'isola del Pacifico l'arcivescovo cinese di più alto grado in curia, contrario all'accordo. Ma in Cina il cardinale Zen s'è già messo alla testa della ribellione

Monday 08 August 2016

Francesco il ribelle. Contro la "colonizzazione ideologica"

È quella, dice, di chi insegna "che il sesso ognuno lo può scegliere". E intanto i vescovi australiani documentano come avanza ovunque l'ideologia del "gender", a scapito del matrimonio tra uomo e donna

Thursday 04 August 2016

Seconda sfida a "L'Osservatore Romano". Merecki contro Guerra López

Il filosofo polacco replica al sociologo messicano, che sul giornale del papa ha dato della "Amoris laetitia" un'interpretazione evolutiva, "in base al cambiamento d’epoca che stiamo vivendo"

Tuesday 02 August 2016

"L'Osservatore" dice cosa dice "Amoris laetitia". Ma poi gli arriva la stroncatura

Botta e risposta tra Rocco Buttiglione, sul giornale del papa, e il professor Robert A. Gahl dell'università romana dell'Opus Dei. Il primo a favore della comunione ai divorziati risposati, il secondo contro

Tuesday 26 July 2016

Un "pontificato d’eccezione". Il mistero di papa Benedetto

Contro gli Anticristi che insidiano la Chiesa. Le teorie del filosofo della politica Carl Schmitt applicate al pontificato di Joseph Ratzinger e alla sua rinuncia

Monday 25 July 2016

“Sono un padre fallito, non ho saputo educare mio figlio”

Forse pochi ricordano il massacro avvenuto a Dhaka il primo luglio scorso, nel quale sei terroristi islamici hanno ucciso in modo barbaro e atroce venti stranieri, in maggioranza italiani e giapponesi, uomini e donne che erano a Dhaka come imprenditori per portare lavoro nel campo tessile.
Alle sofferenze delle vittime e dei loro parenti e amici si aggiunge il dolore dei genitori bengalesi dei terroristi. Il padre di uno dei sei criminali jihadisti islamici improvvisamente scopre che il suo unico figlio è un terrorista e dichiara: “Sono un padre fallito, non ho saputo educare mio figlio”. La prima educazione dei figli avviene in famiglia. Anche in estate è bene riflettere su questa testimonianza di un padre fallito e pregare per le vittime e tutti gli attori di questa triste e straziante vicenda. Piero Gheddo

AsiaNews – Dhaka – 6 luglio 2016
di Sumon Corraya

SM Imtiaz Khan Babul è il padre di Rohan Ibn Imtiaz, uno dei sei terroristi islamici che hanno ucciso 20 persone. L’uomo è un membro del partito di governo e ricopre incarichi di primo piano. Ha iniziato la sua carriera come insegnante: “Ma non sono stato in grado di educare mio figlio”.

“Ho fallito come padre”. È il doloroso commento di SM Imtiaz Khan Babul alla strage di Dhaka avvenuta il primo luglio scorso. Tra i sei attentatori (di cui cinque identificati) che hanno fatto irruzione nell’Holey Artisan Bakery cafè e hanno ucciso 20 persone, di cui la maggior parte stranieri, uno è suo figlio, Rohan Ibn Imtiaz. L’uomo è membro dell’Awami League, il partito al governo in Bangladesh, e ricopre importanti incarichi amministrativi. Ieri è apparso in televisione e ha chiesto perdono per il massacro commesso dal figlio: “Chiedo perdono a tutta la nazione e alle famiglie delle vittime. Molte anime innocenti hanno perso la vita, a causa di mio figlio. Tutto questo per me è molto triste, difficile da sopportare, una cosa terribile!”.

Rohan Ibn Imtiaz è uno dei sei terroristi islamici che al grido di “Allah è grande” hanno assaltato un noto locale del quartiere diplomatico della capitale. Il Paese e il mondo intero sono ancora sconvolti per il gesto compiuto da giovani benestanti e appartenenti alle famiglie più ricche della città, in apparenza soddisfatti della propria vita agiata. Tutti loro hanno frequentato le migliori scuole, avevano amici, relazioni sentimentali, utilizzavano i social network per pubblicare le foto dei loro divertimenti.

Ma poi qualcosa deve essere cambiato e sono rimasti ammaliati da predicatori estremisti, come hanno riferito esperti ad AsiaNews. SM Imtiaz Khan Babul ha dichiarato di fronte alle telecamere: “Ho saputo dai social media che il mio unico figlio era tra gli attentatori. All’inizio non potevo credere che mio figlio fosse un militante”.
Il politico, che ha iniziato la sua carriera come insegnante mentre la moglie tutt’ora insegna nella scuola esclusiva che frequentava anche Rohan, si rammarica: “Ho educato tanti studenti e molti di loro oggi sono persone affermate che contribuiscono al bene della nazione. Ma non sono stato in grado di educare mio figlio. Sono un padre fallito”.

L’uomo ha rivestito importanti incarichi a Dhaka ed è l’attuale vicesegretario generale dell’Associazione olimpica e segretario generale della Federazione ciclistica. Ha riferito che il figlio non ha mai viaggiato all’estero, anche se lui e sua moglie stavano progettando di mandarlo negli Stati Uniti per studio, e non aveva fatto mai male neanche ad un insetto. Perciò ha lamentato: “Come ha potuto avere quelle armi pesanti? Chi gliele ha fornite? Chi lo ha addestrato
e chi gli ha dato i soldi? Io chiedo alle autorità di trovare queste persone”.
Asaduzzaman Khan, ministro dell’Interno, ieri ha confermato che gli attentatori del caffè di Gulshan erano tutti bangladeshi e membri di partiti estremisti locali. Abul Hassan Mahmood Ali, ministro degli Esteri, ha presieduto una riunione con circa 50 diplomatici e alti commissari di vari Paesi, ai quali ha riferito la netta condanna del governo nei confronti del barbarico atto di terrore e ha espresso vicinanza ai parenti delle vittime. Poi ha concluso dicendo: “Il terrorismo è una sfida globale e il Bangladesh continuerà a lavorare a stretto contatto con gli altri Paesi, le organizzazioni regionali e le agenzie Onu per sconfiggere questa minaccia”.

Monday 18 July 2016

Una notte in Africa tra animali selvatici

Nel 1969, sono andato in Uganda con Paolo VI e poi volevo andare a Goma in Zaire, ma da Kampala a Goma (400 chilometri) non c’erano mezzi di trasporto diretti. Ero ospite dei Comboniani, che mi affidano al loro taxista di fiducia, un uomo forte e intelligente di nome Casimiro, con una grossa auto inglese (una Bentley solida e comoda, fatta apposta per l’Africa, col fondo molto alto), e ci mettiamo in viaggio. Allora la benzina costava poco e non c’erano ancora guerre né rivoluzioni a tagliare le strade. Ero giovane, mi piaceva l’avventura, Casimiro parlava inglese e mi dava fiducia. E poi avevamo la macchina carica di tutto quello che era necessario, comprese taniche di benzina.

Tre giorni nell’andata e due nel ritorno. La prima notte dormiamo dai Padri Bianchi in una cittadina ai confini col Ruanda. Ci dicono che la via più breve per Goma è quella che attraversa il Ruanda (infatti ritorneremo per quella); ma Casimiro vuol fare la via più lunga, che passa alle pendici del monte Ruwenzori e scende a Goma attraverso la cittadina di Ruthchuru. Al secondo giorno di viaggio, giungiamo a un fiumiciattolo con un ponte in mattoni, sul quale un camion carico di tegole è scivolato e si è messo di traverso impedendo il passaggio. Stanno scaricando il camion e sono in attesa di una gru che viene da Kabale, a circa 70 chilometri di distanza. In Africa, quando succedono queste cose, bisogna rassegnarsi e starsene tranquilli anche per due-tre giorni.

Ma io ho fretta. Mi dicono che a pochi chilometri più a sud c’è un punto del fiume in cui è possibile passare con l’auto a guado. Vi andiamo per un sentiero nei campi di granoturco e di canna da zucchero. Troviamo il passaggio, l’acqua è bassa, la Bentley passa facilmente.

Ma dall’altra parte una brutta sorpresa. La macchina, molto pesante, affonda nella sabbia a poca distanza dall’acqua. Cerchiamo di disincagliarla, ma tutto è inutile. Casimiro mi dice: “Tu stai qui, chiuditi dentro, io vado a piedi a cercare aiuto in un villaggio vicino”. Parte di corsa. Per un giovane africano, alcuni chilometri non sono una gran distanza. Ma è già pomeriggio avanzato e io attendo invano il suo ritorno. Tornerà solo il mattino seguente, con un camion carico di uomini, che riusciranno a disincagliare la Bentley, cantando ritmicamente assieme una nenia e sollevandola.

Recito il Rosario, mangio e allungo il sedile per dormire. Una notte chiuso nell’auto, vicino all’acqua del fiume, con la luna piena che illumina la foresta. Stento a prendere sonno e, improvvisamente, una continua fila di animali vengono ad abbeverarsi  nella notte: zebre, giraffe, gazzelle, iene e scimmie, anche pantere, leoni e ippopotami. E il vostro padre Piero Gheddo  – laureato in Teologia missionaria – chiuso nell’auto, con gli animali che mi girano attorno, annusando e strofinandosi contro quello strano animale immobile sulla riva del fiume.

Credo di non aver mai pregato con tale intensità in vita mia. Se vengono anche degli elefanti, penso, possono schiacciarmi dentro l’auto solo mettendo una loro mastodontica zampa sul cofano o sul tetto… A ripensarci oggi è un’avventura che racconto volentieri, ma allora ne ero terrorizzato. Almeno all’inizio, perché poi comincio a pensare: “Vuoi che Dio non sia qui vicino a me per proteggermi? Perché debbo aver paura?  Vuoi che Dio non sia dentro la testa di questi animali, che ha creato Lui, in modo da orientarli a non farmi del male?”. Con questi pensieri mi addormento sul comodo sedile allungato, pregando: «Signore, pensaci tu».

Cari amici lettori, che bello fidarsi di Dio! Non vi pare che ci troviamo tutti, a volte, in situazioni simili? Quanti pericoli nella nostra giornata, quanta solitudine nella nostra vita, quante volte ci pare di essere circondati da bestie feroci pronte a sbranarci.

Amici, Dio non ci abbandona mai, non ci perde d’occhio un istante: è sempre qui accanto e in me e a ciascuno di voi, in auto, in ufficio, in famiglia, a scuola, in fabbrica, per la strada. lo vi auguro di sentirvelo vicino, come l’ho sentito io quella notte in Africa, al chiaro di luna, solo e chiuso in auto nella foresta equatoriale.

Piero Gheddo

Sunday 10 July 2016

L’India ci insegna la ricerca di Dio

Fra gli 80 e più Paesi extra-europei che ho visitato, uno di quelli che amo di più è l’India. Nel 1977 vado a vivere alcuni giorni nel monastero del famoso guru padre Beda Griffiths (1906-1993), benedettino inglese che da 40 anni dirige un centro di preghiera sulla riva del Kavery, il fiume sacro del sud India nello Stato del Tamil Nadu: una serie di capannucce di fango, paglia e pavimento di cemento, in un boschetto lungo la riva del fiume. Poco distante il villaggio di Thannirpally dove arrivano i pullman di linea per Madras e Bangalore, fra le risaie, le palme di cocco e i bananeti. Quando arriva un ospite, gli assegnano la sua capanna dove prega, studia, dorme, si rende conto della vita che passa, e com’è importante cercare Colui che non passa, Dio. Poi frequenta la chiesa, le sale di incontro e di studio, la biblioteca, il refettorio, in un’atmosfera di serenità e di spiritualità. Questa visita a padre Beda Griffiths, con padre Sandro Sacchi, allora missionario in India, è del 1977, quasi 40 anni fa. Oggi anche l’India è cambiata, ma rimane forte il senso religioso della vita. Ad esempio i giornali indiani, sia in inglese che in lingue locali, hanno la rubrica religiosa. Non per dare notizie sugli avvenimenti religiosi, ma perché ogni religione esprima le sue credenze e le risposte che dà ai fatti della vita.

Il nome del monastero è Shantivanam, cioè “luogo della pace” in lingua tamil. Attirati dalla fama di santità di Beda Griffiths vengono anche uomini politici, universitari, persone importanti nella società indiana, per i quali un periodo di preghiera ogni anno è abituale. Il benedettino inglese mi dice: «In Europa noi siamo un po’ tutti atei, pur essendo battezzati: mettiamo altre cose al posto di Dio. Noi cristiani, che abbiamo la Rivelazione, ci illudiamo di avere Dio a portata di mano. Per questo conduciamo una vita superficiale, materialistica. Ma Dio non è possibile conoscerlo intellettualmente, bisogna sperimentarlo nell’amore, nella preghiera, nel silenzio, nella rinunzia. È una vita intima che va vissuta, è un Altro che va cercato, amato, desiderato. Dio si comunica a chi lo cerca con cuore sincero».

«In India, – continua Beda Griffiths – i guru indiani che non hanno ricevuto la Rivelazione cercano Dio per tutta la vita, fanno preghiere e sacrifici, leggono e meditano testi sacri, rispettano la legge naturale, spendono la vita per cercare quel Dio che non conoscono. In India la ricerca di Dio fa parte dell’esistenza comune, non solo dei monaci. Chi è sensibile alle cose spirituali fa pellegrinaggi, digiuni e una settimana all’anno di distacco dalle cose del mondo. Va in un monastero a fare penitenza, rientrare in se stesso e dedicarsi al suo rapporto con Dio». E aggiunge: «La cultura indiana è molto religiosa, anche le persone che sembrano più lontane da Dio, dedicano qualche tempo alla ricerca di Dio e alla preghiera».

A me Beda Griffiths ha dato queste norme di vita: «Dio si rivela solo nel silenzio e nella povertà. Rinunzia a quello che è superfluo, togli le distrazioni della tua vita, mangia di meno, prega di più. Non vivere una vita superficiale, chiedi a Dio che ti faccia conoscere il suo volto. Se vivi nel peccato e nelle distrazioni, Dio ti sfugge, ma se lo cerchi osservando i Comandamenti, nella preghiera e nell’imitazione di Cristo, Dio si manifesta anche a te». Auguro a tutti, in questa calda estate, di saper trovare, nelle nostre frenetiche giornate, il tempo necessario al riposo, al silenzio, alla preghiera che ci fa incontrare Dio.

Piero Gheddo

Wednesday 29 June 2016

Le bufale sui due Papi e la realtà

Bastava guardarli, mezzogiorno di martedì 28 giugno, il Papa e il suo predecessore oggi emerito. Bastava soffermarsi sullo sguardo di Benedetto XVI, con il volto sempre più affilato dall’età, quando ascoltava le parole di Francesco. E bastava osservare lo sguardo di Francesco verso il Papa emerito, che al termine della cerimonia per i suoi 65 anni di sacerdozio ha pronunciato un breve ringraziamento a braccio che si percepiva sgorgargli dal cuore.

Le parole pronunciate da entrambi hanno detto molto di più di tante elucubrazioni fanta-teologiche sul ministero petrino «condiviso», di tante arrampicate sugli specchi canonistiche sul «munus» del Vescovo di Roma distinguibile dal suo «esercizio» concreto, di tante teorie complottiste su Benedetto «costretto» a rinunciare e dunque in realtà ancora Papa, che ancora appassionano gruppuscoli pseudo-ratzingeriani sempre più sedevacantisti e i loro corifei.

«Lei, Santità – ha detto Francesco a Ratzinger – continua a servire la Chiesa, non smette di contribuire veramente con vigore e sapienza alla sua crescita; e lo fa da quel piccolo monastero Mater Ecclesiae… dal quale promana una tranquillità, una pace, una forza, una fiducia, una maturità, una fede, una dedizione e una fedeltà che mi fanno tanto bene e danno tanta forza a me ed a tutta la Chiesa. E di lì, mi permetto di dire – ha aggiunto a braccio il Pontefice – viene anche un sano e gioioso senso dell’umorismo». Non essendo più Papa a motivo della sua rinuncia, sulla cui validità, come aveva egli stesso scritto in una lettera pubblicata su La Stampa, «non c’è il minimo dubbio», Benedetto XVI continua a servire la Chiesa pregando e così aiuta il suo successore. Non passi inosservata quell’inciso a braccio di Francesco a proposito dell’«umorismo» che promana dal monastero Mater Ecclesiae: lascia intendere che negli scambi, negli incontri, nelle telefonate e nelle lettere il Papa emerito mostri una capacità distacco e di sana ironia, probabilmente anche rispetto al ruolo che certi suoi ammiratori gli attribuiscono arrivando persino a contraddire la realtà dei fatti.

Quando è stato il suo turno, per un ringraziamento finale, il Papa emerito non ha tirato fuori dalla tasca un foglio con un pensiero scritto, ma ha parlato a braccio, con voce flebile e bassa, ma con la lucidità di sempre.

Ha ricordato la parola in greco, “Eucharistomen”, che 65 ani fa un suo compagno di ordinazione volle stampare sull’immaginetta: grazie! Quindi ha ringraziato in modo particolare Francesco: «Grazie soprattutto a lei, Santo Padre! La sua bontà, dal primo momento dell’elezione, in ogni momento della mia vita qui, mi colpisce, mi porta realmente, interiormente. Più che nei Giardini Vaticani, con la loro bellezza, la sua bontà è il luogo dove abito: mi sento protetto. Grazie anche della parola di ringraziamento, di tutto. E speriamo che lei potrà andare avanti con noi tutti su questa via della Misericordia Divina, mostrando la strada di Gesù, verso Gesù, verso Dio».

Poi, dopo aver ringraziato i cardinali Müller e Sodano, è tornato sulla parola «Eucharistomen», che «ci rimanda a quella realtà di ringraziamento, a quella nuova dimensione che Cristo ha dato. Lui ha trasformato in ringraziamento, e così in benedizione, la croce, la sofferenza, tutto il male del mondo. E così fondamentalmente ha “transustanziato” la vita e il mondo e ci ha dato e ci dà ogni giorno il pane della vera vita, che supera il mondo grazie alla forza del Suo amore».

Guardando ciò che è avvenuto ieri è apparso chiaro agli occhi di tutti l’affetto sincero che Benedetto prova nei confronti del suo successore e, viceversa, l’affetto sincero che il Papa prova per il suo predecessore. Ascoltandoli entrambi, poi, non si poteva non percepire anche la distanza talvolta siderale che esiste tra lo sguardo e l’approccio umile di Ratzinger e quello di tanti sedicenti «ratzingeriani» che ne hanno cementificato l’insegnamento in una visione tutta «Law & Order». Così come una distanza simile esiste tra lo sguardo e l’approccio di Francesco e quello di tanti sedicenti «bergogliani» che ne riducono la testimonianza a slogan e parole d’ordine svuotate di significato e di carne.

Wednesday 22 June 2016

San Trovaso, il paese dei preti

La Chiesa italiana lamenta la scarsità di vocazioni sacerdotali, ma la piccola parrocchia di San Trovaso (4.210 battezzati), frazione del Comune di Preganziol (Treviso), in meno di vent’anni (1998-2014) ha dato alla Chiesa 5 nuovi sacerdoti e oggi 12 seminaristi, uno ogni 360 battezzati! Com’è possibile? Molte le cause e coincidenze, lo Spirito Santo soffia come e dove vuole.

Per 35 anni (fino al 2012) San Trovaso ha avuto il parroco  don Antonio Vedovato, che ha promosso una pastorale vocazionale in modo intelligente ed efficace. Ad esempio, domenica scorsa 19 giugno, si è celebrata la Festa patronale, una sagra paesana in onore dei santi Gervasio e Protasio, che è anche “La festa del Prete”.  A Preganziol c’è stato il grande seminario del Pime fino agli anni ottanta. I missionari erano presenti a San Trovaso tutte le domeniche, hanno sparso i semi dello spirito missionario e il paese  ha dato al Pime i padri Rino Gallinaro (missionario in Guinea Bissau) e Lelio Piovesan (padre spirituale nei seminari).

Don Daniele Bortoletto, parroco successore di Vedovato, dice che San Trovaso è sempre stata una terra ricca di vocazioni, ma da quando il suo predecessore ha aperto la porta ai Neo-Catecumenali, integrandoli pienamente nella parrocchia, “le due chiese sono sempre piene dall’alba al tramonto. Si prega prima di andare al lavoro, alle 6 e un quarto del mattino, e poi ci si ritrova la sera per la Messa e per gli incontri di condivisione, confronto e formazione cristiana”. Per don Daniele, originario del paese, significa fare gli straordinari, “sempre a disposizione dal mattino alla sera”. Fortissima in paese è la presenza neocatecumenale. «Dodici comunità molto ricche e vivaci per un totale di 600 persone coinvolte», informa don Daniele.

Da qui escono dieci dei dodici attuali seminaristi con natali a San Trovaso, due sono nel seminario diocesano. I seminaristi sono quasi tutti sotto i trent’anni  Storie diverse che si sono incrociate nella vocazione. Donato Biasuzzi (ex dipendente di un’azienda di disinfestazione) studia nel seminario internazionale Redemptoris Mater di Galilea; Simone Battaglion (anche lui proveniente dal mondo del lavoro) in quello di Berlino come Giovanni Donadel. Andrea Martignon (prof di educazione fisica) si sta preparando a Firenze, il giovanissimo Giovanni Comin a Pinerolo (Torino), il fratello Michele a Lugano. Pietro Biasuzzi (laurea in economia) è in Galilea, Pietro Trevisan (filosofo) a Londra, il chitarrista Elia Callegarin a Varsavia e, per finire con i neocatecumenali, Andrea Tesser, conseguita la laurea in giurisprudenza, ha scelto di farsi frate carmelitano a Trento. E poi ci sono 4 famiglie missionarie di San Trovaso nel mondo: 1 a Hong Kong, 1 a Xian, in Cina, 1 in Australia e 1 negli Stati Uniti.

Paolo e Francesco sono due vocazioni non maturate nell’ambiente neocatecumenale, che studiano nel seminario diocesano di Treviso. E c’è pure Chiara, 23 anni: nel novembre 2015, ultimato il suo percorso universitario, è entrata nel convento delle Carmelitane di Firenze. Otto i gruppi che fanno riferimento alla parrocchia di don Daniele: oltre ai cammini neocatecumenali ci sono il Ponte d’amore missionario, il gruppo di preghiera del lunedì, le vedove, i catechisti, i cantori, i ministri straordinari della comunione, il circolo Noi.

Negli ultimi vent’anni San Trovaso ha “sfornato” cinque preti, ora in missione. Don Michele Benvenuto, incardinato in Colombia; don Michele Tronchin in Tanzania; don Battista Tronchin ad Atene; don Alberto Gatto a Berlino e don Roberto Rinaldo a Varsavia. E chi resta a San Trovaso, ora et labora per la comunità locale e “per le missioni”.

E’ facile immaginare l’impatto positivo che questi consacrati, sparsi per il mondo intero, hanno su San Trovaso. Un paese di 4.200 abitanti che non si chiude in se stesso, ma è “la Chiesa in uscita” di cui parla Papa Francesco. Il modello di San Trovaso va fatto conoscere, esaminato da vicino e preso in seria considerazione. Perché, davvero, lo Spirito Santo soffia come e dove vuole e ci parla attraverso questa realtà.

A questi si aggiungono Paolo e Francesco, due vocazioni non maturate nell’ambiente
neocatecumenale, che studiano nel seminario diocesano di Treviso. E c’è pure una donna, Chiara, 23 anni. A novembre scorso, ultimato il suo percorso universitario, è entrata nel convento delle teresiane di Firenze. Negli ultimi vent’anni San Trovaso ha “sfornato” cinque preti, ora in missione per conto di Dio in giro per il mondo. Ovvero don Michele Benvenuto, incardinato in Colombia; don Michele Tronchin ora in servizio in Tanzania; don Battista Tronchin che dal seminario polacco di Varsavia è stato mandato ad Atene, in Grecia; don Alberto Gatto al servizio delle comunità di Berlino (Germania) e don Roberto Rinaldo a Varsavia.

E chi resta, a San Trovaso, ora et labora per la comunità locale e *per le missioni. Otto i gruppi che fanno riferimento alla parrocchia di don Daniele: oltre ai cammini neocatecumenali si incontrano il Ponte d’amore missionario, il gruppo di preghiera del lunedì, le vedove, i catechisti, i cantori, i ministri straordinari della comunione, il circolo Noi. E qui davvero la messa non è mai finita.

Piero Gheddo

Friday 17 June 2016

Il Papa e la morale evangelica

Cari amici, grazie alla trascrizione parola per parola che mi ha mandato oggi un amico, vi propongo la risposta che ieri Papa Francesco, all’apertura del convegno della diocesi di Roma in San Giovanni in Laterano, ha dato a proposito della «doppia morale». Questa la domanda rivolta al Pontefice da una donna laica: «Come si fa a non arrivare a una doppia morale, una esigente ed una permissiva e una rigorista ed una lassista?». È una questione centrale, che entra nel dibattito scaturito dopo la pubblicazione dell’esortazione «Amoris laetitia».

Questa la risposta di Francesco:

«Le due non sono verità, il Vangelo sceglie un’altra strada. Per questo quelle quattro parole: accogliere, accompagnare, integrare, discernere, senza mettere il naso nella vita cosiddetta morale della gente. Per la vostra tranquillità, perché questo devo dirlo, tutto quanto è scritto nell’Esortazione - e prendo le parole di un grande teologo… il cardinale Schönborn, che l’ha presentata – è tomista dall’inizio alla fine, è la dottrina sicura. Ma noi vogliamo tante volte che la dottrina sicura sia con quella sicurezza matematica, che non esiste».

«Sia col lassismo, manica larga, sia con la rigidità… ma pensiamo a Gesù, la storia è la stessa eh, si ripete: Gesù quando parlava la gente diceva: “Ma questo parla non come i nostri dottori, parla come uno che ha autorità”. Questi dottori conoscevano la Legge, ma per ogni caso avevano una legge esplicita, fino ad arrivare quasi a 600 comandamenti. Tutto regolato, tutto no? E il Signore… l’ira di Dio io la vedo in quel capitolo XXIII di Matteo eh, è terribile quel capitolo eh, e soprattutto mi fa impressione quando parla del IV comandamento e dice: “Ma voi, che invece di dare da mangiare ai vostri genitori anziani dite loro: no ho fatto la promessa, è meglio l’altare che voi”. Entrano in contraddizione. E Gesù era così, è stato condannato per odio, perché era così. E gli mettevano sempre il tranello davanti: “Si può fare questo o non si può?”. Pensiamo alla scena dell’adultera. Sta scritto che deve essere lapidata. E la morale è chiara. E non rigida eh, quella non è rigida, è una morale chiara. Deve essere lapidata perché? Perché il sacro [vincolo] del matrimonio, la fedeltà, in questo Gesù è chiaro. La parola è adulterio. È chiaro. E Gesù fa un po’ “lo scemo”, lascia passare il tempo, scrive e poi… “Ma incominciate, il primo di voi che non abbia peccato scagli la prima pietra”».

«Ha mancato la Legge Gesù lì? Sono andati via cominciando da noi, i più vecchi. “Donna nessuno t’ha condannato, neppure io”. E la morale qual è? Era di lapidarla, ma Gesù manca, ha mancato la morale. Questo ci fa pensare che non si può parlare…. la rigidità, la sicurezza, deve essere matematico nella morale come la morale del Vangelo. Poi continuiamo con le donne no? Come quella signora o signorina, non so cosa fosse, incominciò a fare la catechista: “In questo monte o in quello?”… Tuo marito? “Non ne ho” Hai detto la verità. E lei aveva tante medaglie di adulterio, tante onorificenze. È stata lei, prima di essere perdonata, è stata l’apostolo della Samaria».

«Ma come si fa così? Andiamo al Vangelo, andiamo al Vangelo, andiamo a Gesù. Questo non significa buttare dalla finestra l’acqua col bambino, no no! Questo significa cercare la verità. E che la morale è un atto di amore sempre. Amore a Dio, amore al prossimo. È anche un atto che lascia spazio alla conversione dell’altro, non condanna subito lascia spazio. Una volta, ci sono tanti preti qui, ma scusatemi, il mio predecessore no, l’altro, il cardinale Aramburu che è morto dopo del mio predecessore, quando sono stato nominato arcivescovo m’ha dato un consiglio: “Quando tu vedi che un sacerdote è così così, scivola, chiamalo e digli: ‘Mi hanno detto che tu stai in questa situazione quasi di doppia vita, non so’. E tu vedrai che questo sacerdote dirà ‘Non è vero’. Non lasciarlo parlare, digli: ‘Vattene a casa, pensa e torna entro 15 giorni e continuiamo a parlare’. E in quei 15 giorni, così mi diceva lui, aveva il tempo di pensare, ripensare, davanti a Gesù e tornare ‘Sì è vero aiutami’».

«Sempre il tempo. Ma quest’uomo ha vissuto, ha celebrato la messa in peccato mortale 15 giorni! Così dice la morale e lei [si rivolge alla laica] cosa dice? Che è stato meglio? Che il vescovo abbia avuto quella generosità di dare 15 giorni per ripensare col rischio di celebrare la messa in peccato morale, è meglio questo o non lo è? È la morale rigida. Questa l’ho sentita io. Quando noi eravamo in teologia, l’esame per ascoltare le confessioni ad audiendas si faceva al III anno, ma a noi quelli di II avevano permesso di andare ad ascoltare per prepararci. E una volta ad un compagno nostro e stato posto un caso di una persona che va a confessarsi, ma un caso così intricato, del VII comandamento, ma proprio un caso così irreale. E questo compagno, che era normale, ha detto al professore: “Ma padre, questo nella vita non si trova, c’è nei libri”. Questo l’ho visto io eh. Ma per queste cose non andate ad accusarmi dal cardinale Müller per favore».

Wednesday 08 June 2016

La fede dei semplici ci salverà

L’ultima settimana di maggio l’Italia ha salvato in mare 13.000 migranti. Le strutture di accoglienza sono al collasso, si pensa di mandare 70 migranti per provincia. Comunque  è una grave emergenza nazionale. Nei miei viaggi di visita alle missioni ho già visto situazioni simili. Ne racconto una, solo per dare un’idea dell’abisso che esiste fra la nostra Europa, colta e democratica e l’Africa più povera, ricca solo di umanità.

Nel 1991 ero nel Mozambico indipendente dal 1975, disastrato dalla guerra civile: sparatorie, posti di blocco, attentati terroristici, villaggi bruciati, profughi in fuga. Ma ho potuto visitare quattro diocesi: Maputo (con i Missionari della Consolata), Beira (con i Padri Bianchi), Quelimane (con i Dehoniani), Nampula (con i Comboniani) e parecchie  missioni dell’interno. A Beira, la seconda città del Mozambico, il padre Bianco francese di cui ero ospite mi dice che i suoi cristiani sono gente semplice, ma hanno una fede molto viva. E mi fa incontrare uno dei suoi catechisti, Antonio Macuse, responsabile della comunità cristiana di un quartiere lungo il mare. È un padre di famiglia con cinque figli che fa il pescatore in una cooperativa, sua moglie è l’infermiera del quartiere, anche lei credente. Due giovani pieni di vita e di fede.

Antonio mi dice: «Siamo in guerra da molti anni e una delle piaghe della nostra città sono i bambini abbandonati, i “meninos da rua”, bambini di strada: non hanno più nessuno, né casa, né genitori. Vivono alla giornata, mangiano e dormono quando e dove possono». Gli chiedo quanti sono e risponde: «A Beira parecchie migliaia, su un milione circa di abitanti. Ma la nostra gente è buona, le famiglie sono accoglienti: hanno poco, ma quel poco lo distribuiscono volentieri. I “meninos da rua”, che in genere vengono dalla campagna, dai villaggi bruciati o assaltati dalla guerriglia, prima o poi riescono a trovare una famiglia che li accoglie. Io ho già cinque figli, ma, d’accordo con mia moglie, ne abbiamo presi altri cinque. Come si fa a lasciare un bambino per strada?» .

Antonio parla con grande naturalezza, come si trattasse di un fatto normale. Mi porta a vedere la sua abitazione: tre stanze più la cucina, i servizi e un balcone, in un palazzo a molti piani, costruito al tempo dei portoghesi ma già fatiscente. Mi pare impossibile che riescano a dormire in 12, ogni notte, in quelle tre stanze. Ed anche mangiare tutti i giorni. «Padre – mi dice Antonio – il Signore è buono ci ha sempre aiutati. Tanti ci aiutano anche per portare i bambini a scuola e sostituirci in casa quando siamo fuori per lavoro, ma senza l’aiuto della Caritas parrocchiale, non potremmo farcela. Oggi l’educazione dei miei cinque figli più grandicelli (la prima ha 16 anni) è più facile. Si sentono responsabili anche loro di questi nuovi fratellini e sorelline. Insegnamo a tutti le preghiere cristiane e preghiamo assieme a loro». Nella casa di Antonio e Maria c’è il letto matrimoniale e due altri letti, dove dormono i maschietti e le femminucce più piccoli. Da sotto questi due letti, Antonio tira fuori le stuoie di paglia che stende per terra anche nel corridoio. «Ciascuno ha il suo letto e la sua coperta – dice – e sono tutti al riparo dalla pioggia».

In Mozambico, una delle parole portoghesi più usate è “partilhar”, che significa “condividere”, farne parte a tutti. È il Vangelo tradotto in pratica, che diventa vita. L’ho sperimentato in varie circostanze. Ad esempio, se dai una caramella a un bambino, quello va subito a cercare il fratellino o l’amichetto per farne succhiare un po’ anche a lui. Ho pensato spesso, durante il viaggio in Mozambico, che l’Africa, il continente più povero e primitivo, è la riserva di umanità che Dio ha preparato per questo nostro tempo e sta offrendola a noi, popoli ricchi, più colti, più produttivi, più tecnicizzati, ma tanto aridi e dal “cuore duro”. La fede dei semplici, se diventa esemplare anche per noi, ci può salvare.

 

Friday 27 May 2016

La rinuncia di Ratzinger un anno prima. Era il marzo del 2012 quando disse: “Mi sento monaco”

Immagine tratta da "Il grande silenzio", documentario di Philip Gröning (2005)

Immagine tratta da “Il grande silenzio”, documentario di Philip Gröning (2005)

In questi giorni ho potuto rileggermi l’intervento che Georg Gänswein ha tenuto una settimana fa in occasione della presentazione del volume “Oltre la crisi della Chiesa. Il pontificato di Benedetto XVI” (Lindau 2016) di Roberto Regoli.

Sono tornato in particolare sul passaggio nel quale il segretario di Ratzinger e prefetto della Casa Pontificia parla di come Benedetto XVI ha concepito il suo ritiro dal soglio di Pietro. Gänswein, con parole che hanno sorpreso anche me, racconta di «un ministero allargato», di Francesco «membro attivo» di questo ministero e di Benedetto «membro contemplativo».

Non voglio entrare in disquisizioni teologiche in merito a queste riflessioni, piuttosto semplicemente riportarvi l’incipit di un mio piccolo libro che feci uscire per Giunti poco dopo l’elezione di Francesco (“La Chiesa ferita. Papa Francesco e la sfida del futuro”), nel quale il monaco camaldolese Guido Innocenzo Gargano svela (lo incontrai durante la sede vacante, quando ancora Francesco non era stato eletto) un piccolo segreto riguardante Papa Ratzinger.

Un anno prima della rinuncia Benedetto XVI si recò in visita alla comunità guidata da Gargano a Roma, San Gregorio al Celio. E qui, ai monaci riuniti ad ascoltarlo disse in forma privata e riservata di «sentirsi a casa», e anche di «sentirsi monaco», facendo per la prima volta capire che il suo desiderio era quello di fare un passo indietro per guidare la Chiesa in altro modo, nel silenzio della preghiera. Non so se prima di quella visita Ratzinger avesse mai pensato così chiaramente alla possibilità della rinuncia. Di fatto in quel giorno qualcosa accadde dentro di lui, qualcosa che poi lo portò al ritiro annunciato l’11 febbraio del 2013.

 

Ecco qui di seguito il racconto di quanto avvenne quel giorno, dal prologo del mio libro:

«Sabato 10 marzo 2012. Benedetto XVI si trova su uno dei sette colli di Roma, il Celio, nel monastero dei benedettini camaldolesi dove ha appena incontrato l’arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams.

C’è molto che lega Papa Ratzinger a questa chiesa e al convento. Più di tutto c’è Gregorio Magno, ricco possidente romano che, convertitosi alla vita monastica nel 574-575, trasformò la casa paterna sul Celio in un monastero dedicato a sant’Andrea apostolo. È lo stesso monastero nel quale Ratzinger si trova in visita.

Grande ammiratore di Benedetto da Norcia, Gregorio si dedicò con assiduità alla contemplazione dei misteri di Dio nella lettura della Bibbia. Per lui leggere la Bibbia era entrare in rapporto con Dio, era sentire la voce di Dio.

Non poté dimorare a lungo nel suo convento del Celio poiché, dopo essere stato ordinato diacono, Papa Pelagio II lo inviò presso la corte di Costantinopoli, dove restò per sei anni, e si guadagnò la stima dell’imperatore Maurizio I, di cui tenne a battesimo il figlio Teodosio.

Rientrato a Roma, nel 586, tornò nel monastero sul Celio; vi rimase però per pochissimo tempo, perché il 3 settembre 590 fu chiamato al soglio pontificio dall’entusiasmo dei credenti e dalle insistenze del clero e del senato di Roma, dopo la morte di Pelagio II di cui era stato segretario. Gregorio cercò di resistere alle insistenze del popolo, inviando una lettera all’imperatore Maurizio in cui lo pregava di non ratificare l’elezione, ma il praefectus urbi di Roma, di nome Germano o forse fratello di Gregorio, intercettò la lettera e la sostituì con la petizione del popolo che chiedeva che Gregorio fosse eletto Papa.

Come Papa si dimostrò uomo di azione, pratico e intraprendente (per questo chiamato “l’ultimo dei Romani”), nonostante fosse fisicamente abbastanza esile e cagionevole di salute. Fu amministratore energico, sia nelle questioni sociali e politiche intervenendo a favore dei bisognosi di aiuto e protezione, sia nelle questioni interne della Chiesa.

Benedetto XVI si sente legato a questo Papa. Ma più ancora, si sente legato alla vocazione di Gregorio come monaco, che mai questi ha rinnegato anche negli anni del suo papato. Ratzinger ha preso il nome di Benedetto anche in onore di san Benedetto da Norcia, la cui vita conosce grazie a quanto di lui ha scritto san Gregorio Magno. Il libro II dei Dialoghi di Gregorio è, infatti, interamente dedicato alla figura di Benedetto ed è l’unica testimonianza antica sulla vita del santo monaco, la cui bellezza spirituale appare nel testo in tutta evidenza.

Benedetto XVI è affascinato da Gregorio e dalla regola benedettina. Ha desiderato questa visita non soltanto per motivi ecumenici, la preghiera assieme al primate anglicano Williams, ma anche per un altro motivo: per toccare con mano la spiritualità benedettina che ama nel profondo. Tanto che a pranzo con i cinque monaci che ancora abitano il convento, a sorpresa dice: “Mi sento monaco come voi. Fra i monaci mi sento a casa”.

Nessuno fa caso più di tanto a queste parole. Perché nessuno ancora sa che in cuor suo Benedetto XVI sta maturando (o forse ha già maturato) una decisione storica: la rinuncia al papato, il ritiro per vivere da monaco come probabilmente nel suo intimo desidera da anni.

«Io mi sento a casa fra voi”, dice Ratzinger. Che probabilmente già in quest’occasione sa che è la stessa vita di questi monaci che presto andrà ad abbracciare. Parole che nessuno ha mai saputo egli abbia pronunziato. A confermarle qui è padre Enzo Gargano, per anni priore di questa piccola comunità. Che dice: “La scelta di Ratzinger di ritirarsi è per abbracciare una dimensione diversa. Ha capito che è nella contemplazione che può governare meglio la Chiesa. Esiste una dimensione diversa e che nessuno considera mai, appunto la contemplazione, che permette di guardare le cose in profondità e a chi deve guidare un popolo di farlo nel modo più alto e vero possibile. Perché si lascia che a entrare dentro le cose sia Dio. Si fa un passo indietro e si lascia spazio a Dio”.

È qui, sul monte Celio, in un sabato invernale del 2012, che Ratzinger matura la sua decisione di rinunciare al pontificato. Ma più che una rinuncia al pontificato, la sua decisione sembra essere la volontà di abbracciare la vocazione monacale per la quale si sente fatto. Gregorio divenne Papa nonostante fosse monaco. Ratzinger ugualmente, soltanto che a differenza di Gregorio, monaco lo era nell’intimo del proprio cuore. Per lui lasciare il pontificato è probabilmente compiere fino in fondo la propria vita. Gli andavano stretti i panni del Papa. Ora, invece, può guidare la Chiesa nel modo che ha sempre desiderato: pregando sul monte in solitudine, pregando ritirato come solo i monaci fanno.

E non è un caso che pochi giorni dopo l’annuncio della rinuncia, il cardinale Gianfranco Ravasi, introducendo gli esercizi spirituali per il Papa e la curia romana, abbia rappresentato il futuro della presenza di Benedetto XVI nella Chiesa citando Mosè che sale sul monte a pregare per il popolo d’Israele mentre giù nella valle combatte contro Amalek. “Questa immagine rappresenta la funzione principale per la Chiesa, cioè l’intercessione, intercedere. Noi rimarremo nella valle, quella valle dove c’è Amalek, dove c’è la polvere, dove ci sono le paure, i terrori anche, gli incubi, ma anche la speranza, dove Lei è rimasto in questi otto anni con noi. D’ora in avanti, però, noi sapremo che, sul monte, c’è la sua intercessione per noi”».

Tuesday 24 May 2016

«Nessun leone ti attraversi la strada»

Cari amici lettori, per la Domenica di Pentecoste ho mandato un augurio per una cresimanda, Francesca, figlia di Elena Terragni, segretaria della stampa al Centro missionario del Pime a Milano. Le ho fatto un augurio che è piaciuto. Eccolo.

Carissima Francesca,
nella Domenica di Pentecoste, riceverai il Sacramento della Cresima. Tu sei contenta, la tua mamma, Lorenzo, i nonni e altri parenti e amici ti saranno vicini e faranno festa con te. Sarò presente anch’io con questa lettera.
Perché siamo tutti contenti e pieni di gioia? Perché domani scenderà su di te e rimarrà nel tuo cuore, lo Spirito Santo, che ti darà l’Amore e la Forza di Dio per poter vivere con gioia e serenità la tua vita non più di bambina, ma di donna. Una piccola donna che crescerà e farà la sua vita con la serenità e la gioia che viene da Dio, dallo Spirito Santo.
Lo Spirito Santo, carissima Francesca, ti farà sempre più amare e imitare Gesù Cristo, per testimoniarlo nella tua vita di donna. Come quando discese sugli Apostoli, che erano con Maria nel Cenacolo “perché avevano paura dei giudei” e li trasformò, li fortificò, li mandò nel mondo ad annunziare e testimoniare Gesù Cristo, il Salvatore.
Che augurio ti faccio, carissima Francesca? Quello che ti fanno tutti. Di
diventare una buona donna, com’è tua mamma Elena. Lo dico anche a Lorenzo. Avete avuto due genitori buoni, esemplari nell’amore vicendevole e per voi loro figli. Vi auguro di essere anche voi due come mamma e papà, Pietro Ricotta, che vi protegge dal Paradiso e veniva da una bella città della Sicilia, Serradifalco (Caltanissetta).

Come missionario voglio farti un altro augurio, carissima Francesca, che ti fa anche suor Franca Nava, Missionaria dell’Immacolata in Bangladesh e poi mia segretaria da 43 anni. Quale augurio? Ascolta.
Nel 1978 sono andato in Somalia e ho visitato la grande isola di Gelib sul fiume Giuba, di fronte al quale il nostro Po è un ruscello. In quell’isola c’era il lebbrosario con le suore Missionarie della Consolata e tanti villaggi di lebbrosi o ex-lebbrosi, quasi tutti musulmani e le maestose foreste tropicali con animali selvatici. Sono andato a trovare l’imam della moschea che si chiamava Nuur el Shaab. Il missionario francescano padre Pietro Turati, che aveva in quell’isola dei lebbrosi una comunità cattolica, lo visitava spesso e mi diceva. “E’ veramente un santo dell’islam. E’ qui con la sua famiglia, cura i lebbrosi e i malati, ospita i pellegrini e conduce una vita santa”. Lo ricordo volentieri perché aveva proprio l’aspetto di un patriarca e dopo che l’ho intervistato attraverso padre Pietro che traduceva, l’imam Nuur el Shaab mi ha dato la sua benedizione. Ponendomi le mani sul capo ha detto: “Nessun leone ti attraversi la strada, nessun elefante ti faccia paura, nessun serpente ti morsicherà e nessun uomo alzerà su di te la sua mano. Torna alla tua casa, ama i poveri e Allah sia sempre con te”.
E’ l’augurio che faccio anche a te, carissima Francesca, Invece di Allah io dico: lo Spirito Santo sia sempre nel tuo cuore e possa tu vivere una vita serena e gioiosa con la Forza e l’Amore di Dio.

Sunday 22 May 2016

Quando Papa Ratzinger soffrì di più. In Gregoriana la presentazione del primo lavoro scientifico sul pontificato di Benedetto XVI

Paolo Rodari e Georg Gänswein

Paolo Rodari e Georg Gänswein

Venerdì sera, in Gregoriana, ho moderato la presentazione del primo libro dedicato a uno studio scientifico del pontificato di Benedetto XVI. Scritto da Roberto Regoli ed edito da Lindau, s’intitola “Oltre la crisi della Chiesa”.

Come relatori c’erano Georg Gänswein, prefetto della Casa pontificia e segretario particolare di Ratzinger, e Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio.

Dell’intervento di Gänswein mi ha colpito quando ha parlato del momento di in cui Benedetto XVI ha sofferto di più. Non fu quando scoppiò Vatileaks, con il tradimento di persone a lui vicine, bensì il momento del «tragico incidente nel quale nel 2010 morì Manuela Camagni, una delle Memores Domini» che lo assistevano in casa. «Soffrì anche per il tradimento di Paolo Gabriele ma, lo ribadisco ancora una volta, non si è dimesso a causa del povero e malguidato assistente di camera né per i Vatileaks. Nessun traditore, o corvo, o qualsivoglia giornalista, avrebbe potuto spingerlo alle dimissioni. Era uno scandalo troppo piccolo rispetto a una decisione così grande».

Dell’intervento di Riccardi mi ha colpito quando ha parlato di Carlo Maria Martini e di come il cardinale arcivescovo di Milano abbia visto con favore, nel 2005, l’elezione di Ratzinger. Pur nella diversa sensibilità teologica i due si stimavano.

Io ho fatto una breve presentazione del libro, raccontando di un colloquio avuto con Regoli due settimane prima della presentazione nel quale l’autore del volume mi ha spiegato i motivi che l’hanno spinto, a così poca distanza dalla fine del pontificato di Ratzinger, a cimentarsi con un libro del genere. Buona lettura.

«Quando ho incontrato Roberto Regoli qualche settimana fa per parlare un po’ di questa serata gli ho chiesto il motivo per il quale ha deciso di scrivere un libro così impegnativo. Perché da storico descrivere un intero pontificato, e un pontificato così singolare soprattutto a motivo del fatto che, terminato il 28 febbraio del 2013, esso in qualche modo continua essendo Papa Benedetto ancora vivo, è davvero un grave impegno.

La risposta che Regoli mi ha dato mi ha molto colpito e credo sia utile riportarvela: mi ha detto più o meno così: “Di un pontificato spesso resta ciò che i primi biografi e i primi storici scrivono di esso. Così ho pensato che avrei potuto, da storico, provare io a dare qualche linea interpretativa, con un lavoro scientifico”. Questa risposta mi ha incuriosito perché in effetti è così: cosa sono stati effettivamente i pontificati di Giovanni Paolo II, di Paolo VI e di Giovanni XXIII e cosa di essi pensiamo a motivo degli studi che su di essi sono stati pubblicati?

È tuttavia evidente che questo lavoro, anche per la vicinanza dal pontificato stesso, non è una biografia di Benedetto XVI quanto, come dice lo stesso Regoli nella sua introduzione, “una bozza della storia del suo pontificato”, una bozza utile per facilitare la messa a fuoco di anni decisivi per il presente e il futuro del cattolicesimo contemporaneo. Il compito insomma che Regoli si è preposto è stato quello di storicizzare, è la prima volta che accade per Benedetto XVI, cioè di leggere il pontificato nel contesto ecclesiale e sociale del periodo in cui si è svolto.

Quale il filo che tiene insieme questa “bozza”? E qual è, quindi, la linea interpretativa di questo pontificato che Regoli ci offre? La risposta, ovviamente, la può desumere ognuno di noi dalla lettura di queste oltre quattrocento pagine. Eppure, a mio avviso, una cosa sembra chiara: il pontificato di Benedetto XVI, secondo Regoli, non dovrà essere ricordato soltanto per la sua imprevedibile conclusione, ma anche per le tante questioni che il Papa ha aperto e che ancora non sono state chiuse. Benedetto XVI, infatti, ha aperto dossier centrali per la vita ecclesiale. Si pensi all’attuazione del Concilio Vaticano II, alle relazioni ecumeniche, al rapporto con le grandi religioni, all’ecclesiologia, con quell’attenzione particolare riservata alla fede in Gesù Cristo in netto regresso soprattutto in Occidente.

Una seconda questione che mi ha colpito del breve colloquio che ho avuto con l’autore qualche settimana fa riguarda la casa editrice. Ho chiesto a Regoli perché avesse scelto Lindau. Mi ha risposto che spesso il limite di questi volumi risiede nel fatto che, pubblicati con una certa casa editrice, non vengono letti perché di essi si presume già di sapere tutto. Cioè: spesso le case editrici seguono una linea ecclesiale – diciamo così – conosciuta e ben marcata e dunque pubblicare con loro, anche se il volume magari si discosta da quella linea, crea un pregiudizio nel lettore. Invece Lindau a detta di Regoli non corre questo rischio perché con essa hanno scritto e scrivono autori di provenienze diverse e questo è il motivo della scelta di Regoli».

Wednesday 18 May 2016

Le parole di Negri su «Amoris laetitia»

Ho ascoltato la conferenza tenuta nei giorni scorsi dall’arcivescovo di Ferrara Luigi Negri al centro culturale Rosetum di Milano sull’esortazione post-sinodale «Amoris laetitia» di Papa Francesco.

Negri ha proposto un’ampia presentazione del documento. Al momento delle domande (siamo circa a un’ora e 11 minuti dall’inizio), uno dei presenti ha chiesto all’arcivescovo qualche spiegazione sulle note 336 e 351 dell’esortazione. La prima nota è quella che parla delle circostanze che in alcuni casi possono diminuire la responsabilità personale in situazioni di peccato. La seconda è quella che cita esplicitamente l’aiuto dei sacramenti. Il tema è quello delle famiglie ferite e delle persone che dopo il fallimento del loro matrimonio hanno formato delle nuove unioni, talvolta con nozze civili.

Negri ha innanzitutto precisato che il senso delle note, ciò che vogliono dire «è ciò che vi è scritto». Quindi ha aggiunto: «Ci sono delle realtà nelle quali la responsabilità subisce delle riduzioni». Nell’accompagnare le persone ci sono dunque casi nei quali si possono «assumere atteggiamenti di maggior comprensione e di maggiore accoglienza». L’arcivescovo di Ferrara ha aggiunto: «Guai però a dire che non c’è responsabilità perché se non ci fosse responsabilità nel male, Dio non sarebbe misericordia», perché non ci sarebbe nulla da perdonare. «Sulla seconda nota: tirare da questo come conseguenza il fatto che si può o si deve dare l’eucaristia a tutti quelli che la chiedono, è indebito».

«È giusto – ha riconosciuto Negri – richiamare i pastori al fatto che la pastorale ha una serie di strumenti che possono aiutare il cammino della fede. Questo il Papa non lo dice, lo dico io: l’eucaristia non è un diritto, ma può essere un aiuto che in certe situazioni potrebbe essere anche dato, con certe attenuanti e condizioni di discrezione e riservatezza, ma per aiutare la fede, non come qualcosa da ottenere in base a un diritto».

Sono parole che lasciano trasparire come «Amoris laetitia», con il suo capitolo sul discernimento, offra spunti e strumenti che si inseriscono in prassi già in atto nel rapporto con il confessore. Mi sembra che l’arcivescovo di Ferrara non abbia dunque escluso che anche in situazioni «irregolari» si possa arrivare a dare i sacramenti – assoluzione ed eucaristia – a certe condizioni e con certe precauzioni: ha citato ad esempio la discrezione e la riservatezza. Senza però che nessuno possa accampare diritti o avanzare pretese in proposito. E senza che queste situazioni particolari vengano codificate in modo casuistico.

Non esiste e non può esistere un «diritto» alla comunione, magari richiesta con spirito rivendicativo da chi frequenta poco o nulla la Chiesa. Esistono invece situazioni oggettive, esiste la responsabilità, esistono circostanze attenuanti che possono ridurre sensibilmente queste responsabilità, esistono storie individuali diversissime ed esistono cammini di fede: un vescovo, un parroco che sanno essere pastori attuano un discernimento. Accompagnano in un cammino. Che in alcuni casi particolari non esclude la possibilità di giungere anche ai sacramenti. Questo almeno mi sembra di aver capito dalla risposta dell’arcivescovo di Ferrara, senza volerlo in alcun modo tirare per la tonaca.

Tuesday 12 April 2016

Non c’è più magistero

Il cardinale Raymond Leo Burke, Patrono dell’Ordine di Malta, ha affermato che l’esortazione post-sinodale «Amoris Laetitia» di Francesco non è un documento magisteriale, ma una semplice riflessione del Papa. Null’altro che un punto di vista, insomma.

Parole sorprendenti, che lasciano aperte molte domande. Il porporato, infatti, non ha parlato di «magistero infallibile», ma semplicemente di «magistero» e basta. Ora, dire che un’esortazione apostolica firmata dal Papa al termine di due Sinodi ai quali hanno preso parte vescovi provenienti da tutto il mondo rappresenti null’altro che l’opinione personale del Pontefice, una semplice raccolta di suoi pensieri, è un’affermazione destinata a far discutere.

Se infatti finisce per essere magistero solo quello «infallibile», cioè definito ex cathedra, se quello che viene considerato magistero ordinario in realtà non è più magistero (e chiunque può decidere se lo sia o no), bisogna allora concludere che neanche l’enciclica «Humanae vitae» è magistero, e che non lo è neppure la «Familiaris consortio» di san Giovanni Paolo II. Tutti testi da leggere con un certo qual rispetto, sicuramente, ma nulla più: tutti punti di vista che i Papi hanno presentato, senza volerli «imporre» a nessuno.

Sarebbe interessante poi rispondere anche alla domanda su chi ha titolo per «interpretare» correttamente i documenti che secondo il cardinale Burke sarebbero «non magisteriali».

Tuesday 12 April 2016 12:14

Il progetto di Francesco arriva negli Stati Uniti

La copertina dell'edizione inglese de "Il progetto di Francesco"

La copertina dell’edizione inglese de “Il progetto di Francesco”

Quando nel febbraio del 2014 uscì “Il progetto di Francesco”, un mio libro con padre Victor Manuel Fernandez, teologo argentino amico di Jorge Mario Bergoglio e in qualche misura suo “consulente” teologico, non sapevo quale strada avrebbe percorso.

Soprattutto non immaginavo che, dopo le edizioni in spagnolo, francese, portoghese e polacco, sarebbe arrivata anche un’edizione in lingua inglese per l’americana Paulist Press. È un bel risultato per un libro certamente di nicchia, ma ritengo ancora utile per comprendere nel profondo un Papa preso dai cardinali – così disse lo stesso Francesco affacciandosi alla loggia centrale della basilica vaticana la sera del 13 marzo 2013 – quasi alla fine del mondo.

Ripropongo qui la prefazione del libro, dove spiego perché, poco tempo dopo l’elezione, cercai di mettermi in contattto con Fernandez, fino alla decisione di recarmi a Buenos Aires e scrivere con lui un libro. Buona lettura.

13 marzo 2013. Verso dove Francesco vuole portare la Chiesa? È la domanda che mi sono fatto nei primi giorni di pontificato di Jorge Mario Bergoglio. E dovendo, da cronista, raccontare il pontificato in corso, è la domanda che ho posto fin dalla chiusura del conclave a tutte le persone che per lavoro ho incontrato o sentito. «Voi sapete che il dovere del conclave era di dare un vescovo a Roma e sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo alla fine del mondo… ma siamo qui», ha detto papa Francesco, affacciandosi la sera dell’elezione alla loggia centrale della basilica vaticana. Mi sono chiesto: cosa significa avere un papa che viene dalla fine del mondo? Cosa porterà alla Chiesa? E, soprattutto, dove la porterà?

Giorni dopo l’elezione, ho chiamato un amico vescovo. Avevo intenzione di svolgere un’inchiesta fra i gesuiti e gli ho chiesto il suo parere sulle domande da porre e, in particolare, sul nuovo papa. Mi ha risposto: «Hai letto Il cielo e la terra, il libro che Bergoglio ha scritto con il rabbino Abraham Skorka? Per me sono stati illuminanti i capitoli in cui i due affrontano i temi cosiddetti eticamente sensibili, il matrimonio fra uomo e donna, l’aborto, l’eutanasia ecc. Leggendoli, mi sembra di aver capito che per Bergoglio prima dei princìpi e della loro difesa viene il kerygma, ovvero l’annuncio della buona notizia che è il Vangelo. Mi sembra che questo sia il tratto principale del nuovo papa: i princìpi esistono e non si negano, ma prima occorre annunciare che il Vangelo è amore, misericordia, abbraccio. Insistere troppo sui princìpi non serve e può essere controproducente».

19 settembre 2013. È mattina. Mi trovo a Firenze e squilla il telefono. Mi avvisano che sta per uscire una lunga intervista concessa dal papa a padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica. Mi faccio mandare il testo. Gli spunti sono innumerevoli, ma resto colpito più che altro da un passaggio.

Il papa dice: «Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione». E ancora: «Gli insegnamenti, tanto dogmatici quanto morali, non sono tutti equivalenti. Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L’annuncio di tipo missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus. Dobbiamo quindi trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l’edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte, di perdere la freschezza e il profumo del Vangelo. La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. È da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali».

Sono parole per me illuminanti. Perché confermano che la prima intuizione suggeritami dall’amico vescovo sembra giusta: Francesco mostra di volere una Chiesa che abbraccia e che non esclude. E ritiene che insistere troppo, quasi ossessivamente, sui princìpi, sia una tattica non consonante con il messaggio evangelico. Beninteso, anche i suoi predecessori volevano una Chiesa siffatta. Ma in Francesco questa sottolineatura pare più accentuata.

21 ottobre 2013. Su Repubblica pubblico una pagina d’intervista a Víctor Manuel Fernández, rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina, una delle prime nomine episcopali di Francesco, elevato nel maggio 2013 alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, ha un rapporto di fiducia con il papa che vede in lui un valido consulente. Non a caso fu lui, nel 2007, alla V Conferenza dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida (San Paolo), ad aiutare Bergoglio a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro papa. Pochi come Fernández, dunque, possono aiutare a capire chi sia Francesco e verso dove egli vuole che la Chiesa vada.

Così, a inizio ottobre, lo chiamo a Buenos Aires. Mi risponde una voce cordiale. Gli spiego il mio interesse per il papa, il desiderio di conoscere la sua figura in profondità, le caratteristiche della «sua» Chiesa. Acconsente a che gli invii alcune domande, senza però garantirmi che mi risponderà.

Invece, dopo qualche giorno, mi risponde. Non elude nessuna domanda e a quella per me più importante, ovvero se a suo avviso si può dire che Francesco sia il papa che privilegia la misericordia ai princìpi, risponde così: «L’annuncio del cuore del Vangelo prima d’ogni altra cosa è una caratteristica importante di Francesco, ma è da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Il papa pensa che una Chiesa che vuole uscire da sé stessa e raggiungere tutti debba necessariamente adattare il suo modo di predicare. Soprattutto, egli applica un criterio proposto dal Concilio Vaticano II ma spesso dimenticato e trascurato: la “gerarchia delle verità”.

Francesco ci invita a riconoscere che spesso i precetti della dottrina morale della Chiesa vengono proposti fuori dal contesto che dà loro significato. Il problema maggiore si ha quando il messaggio che la Chiesa annuncia si identifica soltanto con questi aspetti che tuttavia non manifestano per intero il cuore del messaggio di Gesù Cristo…».

E ancora: «Ci deve essere una proporzione adeguata soprattutto nella frequenza con la quale alcuni argomenti o accenti vengono inseriti nella predicazione. Per esempio, se un parroco lungo l’anno liturgico parla dieci volte di morale sessuale e soltanto due o tre volte dell’amore fraterno o della giustizia, vi è una sproporzione. Ugualmente se parla spesso contro il matrimonio fra omosessuali e poco della bellezza del matrimonio. Oppure se parla più della legge che della grazia, più della Chiesa che di Gesù Cristo, più del papa che della parola di Dio».

L’intervista esce su Repubblica il 21 ottobre. L’occasione ci fa conoscere meglio e mi porta a fargli una seconda richiesta: perché non pubblichiamo insieme un libro-conversazione tutto dedicato a Francesco, o meglio al suo «programma»? Con mia grande gioia padre Fernández acconsente una seconda volta. Insieme decidiamo di usare l’esortazione apostolica Evangelii gaudium (EG) come base sulla quale lavorare, avendo ben presente che è stato lo stesso papa a dire che il documento ha un «senso programmatico».

E il risultato, dopo il tempo trascorso assieme a Buenos Aires e un’intensa corrispondenza epistolare, sono le pagine di questo libro, un testo che spero risulti utile per chi vuole comprendere fino in fondo la sfida che il papa venuto «dalla fine del mondo» vuole porre alla Chiesa e, insieme, anche a chi è lontano da una vita di fede.

Evangelii gaudium è un programma di pontificato ampio e accurato. L’esortazione apostolica, infatti, firmata dal papa il 24 novembre 2013, festa di Cristo Re dell’universo, formalmente sarebbe dovuta essere «post-sinodale», ovvero semplicemente un approfondimento delle proposizioni che il Sinodo dei vescovi, svoltosi in Vaticano nel 2012 e dedicato alla nuova evangelizzazione, aveva prodotto. In realtà il documento volutamente non riporta la dizione «post-sinodale», proprio perché è, e vuol essere, molto di più, un testo appunto programmatico. E così, partendo da Evangelii gaudium, è stato per noi semplice ampliare l’orizzonte su un papa così soprendente.

Evangelii gaudium, ovvero la gioia del Vangelo. Sembra essere questa, anzitutto, la direzione. Portare la Chiesa a prendere consapevolezza che il cristianesimo è gioia perché annuncia che Dio è con noi. Una delle azioni maggiormente richieste dal papa è la necessità di «uscire fuori». Uscire dalle proprie convinzioni, comodità, privilegi, idee, per portare il Vangelo di Cristo a tutti senza pregiudizi né preclusioni. Uscire, cambiare, dunque, ripensando daccapo l’intera vita di fede. Il papa non manca di indicare nello specifico alcune riforme e alcuni cambiamenti, esortando «tutti ad applicare con generosità e coraggio gli orientamenti di questo documento, senza divieti né paure». Non è più il tempo della ritrosia. Francesco vuole che tutti, a cominciare dai semplici fedeli, abbandonino «il comodo criterio del “si è fatto sempre così”». Dice: «Invito tutti ad essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità».

Questo libro, dunque, nasce anche dallo stupore per questo testo papale, una vera e propria enciclica, secondo quanto hanno scritto diversi osservatori. Stupore per un papa che decide di mettere per iscritto un programma esigente anche verso sé stesso e la propria persona: «Dal momento che sono chiamato a vivere quanto chiedo agli altri, devo anche pensare a una conversione del papato». Il cantiere che papa Francesco ha aperto con Evangelii gaudium è ampio e può far venire le vertigini. «Tuttavia – scrive Francesco – non c’è maggiore libertà che quella di lasciarci portare dallo Spirito, rinunciando a calcolare tutto, e permettere che Egli ci illumini, ci guidi, ci orienti, ci spinga dove Lui desidera».

Thursday 07 April 2016

La sapienza dello scriba si deve alle sue ore di quiete

Indro Montanelli

Il mio prossimo libro esce a settembre. C’ho lavorato tre anni: mandavo le bozze alla casa editrice che, puntualmente, me le mandava indietro.

Semplifica, taglia, accorcia, mi dicevano. E avevano ragione. Ma che fatica. Eppure, se potessi tornare indietro anche io, farei il medesimo lavoro con tutti gli altri libri che ho scritto. Alcuni, anzi, non li scriverei nemmeno più. Ero inesperto, anche giovane, e il demone della frenesia mi possedeva.

Dovevo scrivere, pubblicare, fare. Complice questo strano lavoro che è il giornalismo che tutti i maledetti giorni esige cose, cose e ancora cose… ero sempre spinto a dare qualcosa. Che stupido che ero. Non avevo ancora capito che aveva ragione il Siracide: «La sapienza dello scriba si deve alle sue ore di quiete; chi ha poca attività diventerà saggio».

L’ho compreso soltanto adesso. Ma non mi condanno per questo. Non posso condannarmi per ciò che ero. Sarebbe ingiusto. Posso solo ringraziare per ciò che sono ora. E molto, di ciò che sono, lo devo alla casa editrice che mi ha seguito, direi plasmato, in questi tre anni: riscrivi, rifai, accorcia, semplifica, mi hanno detto. Non c’è fretta. C’è tempo. Il tempo della giusta maturazione.

E ho obbedito. Uscirà a settembre. Dopo tre anni. Per me è un nuovo inizio.

Thursday 07 April 2016 10:14

Ana Maria Berti, artista amica del Papa, racconta: «Quando la Vergine che scioglie i nodi colpì l’anima di Bergoglio…»

La Madonna che scioglie i nodi custodita nella chiesa di San José del Talar a Buenos Aires

La Madonna che scioglie i nodi custodita nella chiesa di San José del Talar a Buenos Aires

Due anni fa trascorsi del tempo a Buenos Aires per incontrare padre Victor Manuel Fernandez col quale scrissi “Il progetto di Francesco”.

Girai un po’ per la città e conobbi alcuni amici di Jorge Mario Bergoglio. Fra questi, Ana Maria Berti, artista e pittrice locale, che anni fa, conoscendo la devozione del futuro Papa per la “Knotenloeserin”, e cioè per la Vergine che scioglie i nodi, ne dipinse una riproduzione del quadro originale tedesco e la donò alla parrocchia di San Josè del Talar.

L’8 dicembre del 2011 Bergoglio visitò la parrocchia e sottolineò che la rappresentazione della Madonna illustra il fatto che «Dio, il quale distribuisce la sua Grazia a tutti i suoi figli, vuole che noi ci fidiamo di Lei, che le affidiamo i nodi dei nostri peccati per fare sì che Lei ci avvicini a suo figlio Gesù».

L’immagine, attribuita al pittore settecentesco Johann Georg Melchior Schmidtner, si trova nella chiesa di St. Peter am Perlach ad Augusta, nel Sud della Baviera, e rappresenta la Madonna che scioglie i nodi di un lungo nastro che le è offerto da angeli che si trovano alla destra del quadro, mentre altri angeli a sinistra raccolgono il tessuto ormai liscio.

Il sacerdote Bergoglio, in Germania per motivi di studio, fu colpito da quest’allegoria del ruolo di mediatrice della madre di Gesù e decise così di portarla con sé a Buenos Aires, dove iniziò a distribuirla a sacerdoti e fedeli.

Ad Ana Maria ho chiesto di raccontarmi un po’ del suo rapporto con Bergoglio e dell’idea di dipingere la “Knotenloeserin.

Come ha conosciuto il dipinto della Madonna che scioglie i nodi?
«Ho conosciuto la Madonna da una piccola immagine portata da Bergoglio a Buenos Aires da Ausgurg, Germania, dove si trova l’originale».

Perché ha deciso di riprodurlo?
«Me l’hanno chiesto all’Università del Salvatore, a Buenos Aires, in occasione dell’inaugurazione della cappella della stessa Università».

Quante riproduzioni ha fatto e dove sono ora?
«Ne ho riprodotte cinque. La prima si trova come ho detto nella cappella dell’Università del Salvatore a Buenos Aires; la seconda, nella chiesa San Guiseppe del Talar, a Buenos Aires, dove si venera; la terza, nella cappella della Casa del Governo a Buenos Aires; la quarta nel Rettorato della Lumsa di Roma; e la quinta a Santa Marta, dove abita papa Francesco».

Perché, secondo Lei, Bergoglio è così affezionato a questo quadro?
«Questa domanda dovrebbe essere fatta a lui, ma mi prendo il rischio di dare un’interpretazione della probabile ragione per la quale egli ha avuto l’ispirazione di portare l’immagine a Buenos Aires. Penso che il messaggio della composizione del quadro sia molto forte. Si vede Maria che lavora per noi, sciogliendo i nodi in riferimento ai problemi della nostra vita. Con certezza questa immagine ha colpito nell’anima Bergoglio che ha voluto farla conoscere nel suo Paese senza pensare che da Buenos Aires si sarebbe diffusa in tutto il mondo».

Da quanto tempo conosce Bergoglio?
«Da quarant’anni! Allora eravamo molto giovani».

Si aspettava la sua elezione?
«Tutti noi pensavamo che davvero egli meritasse d’essere eletto. Ma pensavamo anche che l’elezione di un Papa non nato in Italia sarebbe stata molto difficile, nonostante egli sia italiano essendo figlio di italiani».

Cosa ha provato la sera dell’elezione?
«Un’enorme emozione e gioia! Quando egli è apparso al balcone tutti piangevamo per l’emozione e la gioia, mentre il nostro cuore batteva forte nel petto. Tutte le campane di Buenos Aires suonavano insieme e tutte le macchine che c’erano nelle strade suonavano i clacson. In questa miscela di sensazioni, nel fondo dal cuore, c’era una certa nostalgia perché già sapevamo che non avremmo più sentito la sua voce, i suoi consigli, il suo aiuto e la sua cara presenza vicina a noi. Pensavamo che era già diventato vescovo di Roma, tanto caro ma tanto lontano da noi. Ma lo Spirito Santo è lo spirito di Dio e, con suoi progetti e misteri, ha l’ultima parola».

Dopo l’elezione ha più sentito Bergoglio?
«Seguiamo da qui tutte le sue attività, le sue parole, e suoi viaggi attraverso la televisione, e sui giornali. Le domeniche lo guardiamo in piazza San Pietro per l’Angelus. Anche lui, a volte, ha l’infinita gentilezza e delicatezza di dedicarci alcuni minuti attraverso delle brevi telefonate, in alcune occasioni molto speciali. Noi lo ringraziamo di cuore perché capiamo che adesso veramente non ha più tempo libero, attento com’è ai problemi di Roma e del mondo. Non si può chiedere di più a quest’uomo che mette l’anima e tutto l’amore possibile in tutto ciò che fa».

Maria che scioglie i nodi è stata dipinta da Johann Georg Schmidlher. Il suo dipinto è venerato nella Chiesa di San Peter Am Perlach ad Asburgo in Germania dal 1700.
Oggi è conservata nel Santuario di “St. Peter am Perlach”, Rathausplatz, 86159, Augsburg, Germania.

Qui si può trovare la storia del dipinto:
La storia del dipinto

Thursday 07 April 2016 10:13

La felicità dipende da noi, e non da Dio. L’attualità di un’esperienza mistica non pienamente ascoltata

Angela Volpini durante un'apparizione

Angela Volpini durante un’apparizione

Il libro più interessante che ho letto negli ultimi tempi è “Visione mistica”, un dialogo fra Raimon Panikkar e Angela Volpini (Jaka Book). Dopo averlo letto viene da chiedersi come sia possibile che l’esperienza mistica della Volpini sia così poco dibattuta nella Chiesa, come sia possibile che il messaggio affidatole da Maria sia – non del tutto ma in parte sì – caduto nell’oblio.

Ma andiamo con ordine. Chi è Angela Volpini?

Come è riportato sul suo sito (angelavolpini.it), Angela è la protagonista di un’esperienza mistica straordinaria, avvenuta dal ’47 al ’56, che ancora bambina la catapultò al centro della cronaca e dell’attenzione di tantissime persone. Angela si distingue nettamente da ogni altra persona che ha vissuto analoghe esperienze di apparizioni della Madonna, per il coraggio e la capacità di rielaborare questa sua esperienza in un pensiero la cui peculiarità principale è quella di aiutare l’uomo a rendersi consapevole delle sue infinite possibilità di sviluppo, e a riconoscere la felicità nella qualità della relazione con gli altri: «È cambiando la concezione del sacro e del divino che l’uomo può cambiare il modo stesso di guardare al mondo e alla sua vita».

Questa differenza la si nota nettamente quando si va in visita a Casanova Staffora, in provincia di Pavia, il piccolo paese dove tuttora vive e dove le apparse Maria. Qui non si trovano santuari stile Lourdes o Medjugorje. Anche perché la gente che qui arriva, se ciò che cerca sono miracoli o manifestazioni esteriori del sacro resterà delusa. La strada che qui Maria ha insegnato è un’altra: la via per raggiungere la felicità sulla terra è dentro l’uomo. Egli è desiderio di bene e di infinito. Solo se accetta il fatto che questo desiderio che ha dentro sia la strada della sua felicità la sua vita si compie. Maria, del resto, così ha fatto: ha seguito il suo desiderio di amore ed è diventata la madre di Dio. Come lei possiamo essere tutti se siamo fedeli al nostro – e sottolineo nostro – desiderio. Dio vuole soltanto che il nostro desiderio si compia ed egli nulla può senza la nostra libertà e creatività. La felicità, insomma, dipende da noi e non da Dio.

Tutto per Angela inizia all’età di sette anni, il 4 giugno del 1947. Racconta: «Mi trovavo con dei miei coetanei a pascolare le mucche nei pascoli del Bocco, una località distante circa mezz’ora dal paese. Ero seduta sull’erba a confezionare dei mazzetti di fiori quando all’improvviso sentii una persona prendermi sotto le braccia, da dietro, e sollevarmi come per prendermi in braccio. Mi girai, convinta di trovarmi viso a viso con mia zia, ed invece mi trovai di fronte un volto di donna bellissimo, dolcissimo e sconosciuto. Mi distanziai per vedere meglio quel volto: era proprio il viso di una donna sconosciuta e di una bellezza mai vista. Non avevo mai neanche immaginato una bellezza e dolcezza simile».

La prima cosa che balza agli occhi da questo racconto è il corpo: Maria fa sentire ad Angela il suo corpo. Racconta: «Quando si è visto quel corpo non si può più sopportare che un corpo venga ferito, umiliato o assassinato. In ogni più piccolo uomo vedi la sua possibile gloria, e non ci sono più buoni o cattivi, perché tutti sono chiamati all’amore».

In sostanza, nel corpo trasfigurato di Maria così come le appare, Angela vede tutti gli esseri umani: ogni uomo – questo il messaggio che Maria le affida – può essere come lei, può diventare ciò che lei è diventata. Non c’è preferenza, non ci sono privilegiati. Tutti possono trasfigurarsi se sono fedeli al proprio, unico e personale, desiderio di amore. Cosa ha fatto Maria che noi invece non riusciamo a fare? Ha creduto che il suo desiderio di amore poteva realizzarsi. Ha creduto che davvero poteva diventare la madre di Dio. Ha creduto e ha voluto.

Spiega ancora Angela: «Durante le apparizioni, vedevo e leggevo in Maria il mio desiderio di pienezza, di amore infinito, e che questo era il desiderio che hanno tutti gli esseri umani nella loro esistenza. Maria è stata Maria precisamente perché ha messo questo desiderio alla base della sua esistenza. Ed è stata sempre fedele a questo suo desiderio d’amore. Fedele sino al punto di rompere con la legge esterna, con la visione esterna di Dio, per recuperarla dentro di sé, dentro questo desiderio, che è desiderio di amore. Ha potuto conoscere Dio com’è veramente: amore. Questo processo che Maria ha vissuto, e che mi ha fatto conoscere come il suo processo di umanizzazione, me lo ha fatto vedere come il nostro possibile. Lo stesso desiderio è presente in noi, e se anche saremo fedeli a questo desiderio potremo giungere alla nostra pienezza umana».

Questo mi sembra un punto centrale nella visione avuta da Angela: la felicità non viene da un Dio esterno che ci obbliga a una data strada piuttosto che a un’altra. Dio è amore e dunque è il nostro desiderio di amore che dobbiamo cercare di realizzare per essere davvero in sintonia con lui. Egli non ci impone nulla, desidera soltanto che noi coi nostri desideri e le nostre aspirazioni ci realizziamo. Siamo liberi di provarci, almeno. Liberi di dire di sì al nostro desiderio, e non a tutto il resto.

Angela dice anche che all’inizio ha avuto paura: «Paura della scoperta di lei, perché era il nuovo assoluto. Ho cercato di vincere la paura e di esplorare il nuovo che mi veniva offerto». Cos’è questo nuovo? Lo ripeto ancora una volta lasciando parlare Angela: «Dopo che Maria mi ha messo a terra, iniziò a parlare. Mi ha detto: “Sono venuta a insegnarvi la via della felicità sulla terra”. Con queste parole ha trasformato, capovolgendola, la piccola visione che io, bambina di sette anni, potevo avere: che il cielo e lo spirito sono la perfezione, ma non la terra e il corpo. In quella visione, capivo che ciò che stavo vedendo era la mia stessa realtà: il mio corpo, tutta me stessa, compreso il mio corpo, tutta la terra e tutto il cosmo formava la pienezza. Che il cielo era solo una parentesi, contrariamente a quello che intendiamo. Questo mi impressionò molto».

E ancora: «Attraverso Maria ho avuto una visione diversa. Lei non è come ce la mostra la Chiesa, ma una persona molto attiva. Mi dispiace se questo scandalizza qualcuno, però il progetto di Dio e l’Incarnazione sono un desiderio esplicito che Lei ha ottenuto di realizzare. E non perché fosse “lei”. Tuto quello che è nel progetto di Dio si compie anche se “noi” lo vogliamo… Credo che Maria abbia fatto un lavoro creativo su di sé. Ha detto sì al suo desiderio, a “se stessa”, non a “qualcosa”. Ma per dire di sì a se stessa deve avere avuto un grande coraggio».

In questo video Angela spiega meglio di come non abbia fatto io in questa sintesi cosa significhi che la felicità è nelle nostre mani, dipenda solo da una nostra scelta. Dio, Maria, ci sostengono e aiutano, ma la scelta è la nostra.

Tuesday 29 March 2016

A proposito di presenza e di “nemici”

Uno dei rischi che corre certo cattolicesimo contemporaneo è quello di credere di essere “rilevanti” perché si hanno dei “nemici”. Mi hanno colpito a questo proposito queste parole del Papa alle Acli:

“Con letizia voi oggi dite: noi abbiamo progredito nella nostra via. Noi siamo là, non solo, ma così che nessuno, amico o avversario, ci può ignorare; noi rappresentiamo qualche cosa; tutti devono fare i conti con noi. È vero. La nostra gioia e la nostra soddisfazione non è minore della vostra, specialmente quando pensiamo come questi felici risultati sono stati ottenuti in breve tempo e sempre in concorrenza con avversari implacabili, che spesso avevano occupato il terreno prima di voi”.

“Tuttavia sarebbe un modo di giudicare superficiale, esteriore e, per così dire, puramente sportivo, se voi consideraste il cammino percorso soltanto da quell’aspetto. Le associazioni cattoliche dei lavoratori non sono là, unicamente perché là è l’avversario. Chi lo affermasse, falserebbe la verità storica, misconoscerebbe completamente l’impulso proprio della Chiesa e dei cristiani degni di questo nome per l’azione sociale. Questo impulso non viene loro dal di fuori; non la paura della rivoluzione, né del sollevamento delle masse li spinge al lavoro per il popolo. No. L’amore fa battere il loro cuore, quello stesso amore che faceva battere il cuore di Cristo, e ispira loro la sollecitudine per la difesa e il rispetto della dignità del lavoratore moderno e lo zelo attivo per metterlo in condizioni di vita materiali e sociali in armonia con tale dignità”.*

Ecco, non volontà di contrapposizione o compiacimento per l’avere avversari e nemici a cui controbattere con le rime alzando la voce nei talk show. Non l’evocazione di clima da “persecuzione” per i cristiani anche in Occidente (quasi una bestemmia verso i cristiani davvero perseguitati). Ma l’amore che fa battere il cuore di Cristo. Se c’è questo amore la fede non si trasforma in ideologia: quando agisce o quando parla, il cristiano con questo cuore comunica la verità dello sguardo misericordioso di Dio nel mondo.

* Discorso di Pio XII alle Acli, 29 giugno 1948

Friday 18 March 2016

Auguri a tutti i papà (anche adottivi)

Auguri a tutti i papà, anche quelli adottivi, che sono veri padri senza paternità carnale, come lo fu san Giuseppe per Gesù.

Vi propongo queste parole pronunciate da Benedetto XVI in Camerun, nei primi Vespri della festa del santo, il 18 marzo 2009, nella Basilica Marie Reine des Apôtres nel quartiere di Mvolyé di Yaoundé. Parlando ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose, Papa Ratzinger tratteggiava quasi con stupore teologico la figura del santo:

«San Giuseppe manifesta ciò in maniera sorprendente, lui che è padre senza aver esercitato una paternità carnale. Non è il padre biologico di Gesù, del quale Dio solo è il Padre, e tuttavia egli esercita una paternità piena e intera. Essere padre è innanzitutto essere servitore della vita e della crescita. San Giuseppe ha dato prova, in questo senso, di una grande dedizione».

Tuesday 29 September 2015

Sale della comunità, si svolta

adriano bianchiNon si vede, ma accade. In questi primi giorni d’inizio autunno le parrocchie e gli oratori italiani si animano. Famiglie, catechisti, bambini, sport, attività. La Chiesa che è tra la gente declina ancora una volta nel quotidiano la sfida di annunciare il Vangelo per rendere più umano il territorio, i quartieri, la società di cui si sente parte. Prende i ritmi e i tempi della comunità, crea legami promuovendo l’educazione, la carità e la cultura con uno stile libero e sobrio. È un impegno vivo in ogni città e paese italiano e ha il volto di preti, operatori pastorali e persone che nel servizio parrocchiale mettono passione, creatività e competenza.

In circa mille parrocchie italiane questo servizio pastorale trova casa anche nell’animazione delle sale della comunità. Ricomincia il cinema, la musica, il teatro. Non puro intrattenimento, ma con una coscienza sempre più piena che anche le sale della comunità debbano rispondere a una vocazione ecclesiale e culturale. Accanto alla chiesa e all’oratorio, oggi sempre più spesso esse intercettano l’espressività giovanile, la sperimentazione artistica, il protagonismo, il dialogo tra le culture, l’approfondimento nel pensare. Sono uno spazio privilegiato di educazione alla bellezza, alla ricerca e all’incontro. La parrocchia resta la casa del progetto della sala della comunità e ad essa deve rendere conto. È l’indicazione dei vescovi italiani che fin dal 1999 con una nota pastorale sul servizio ecclesiale e culturale delle Sale (ribadito poi nel direttorio Comunicazione e mis- sione del 2004) hanno affidato a questo prezioso spazio di evangelizzazione e promozione culturale.

La sala della comunità è progetto di soglia,’propedeutico al tempio’ diceva all’Acec San Giovanni Paolo II, e l’Associazione cattolica esercenti cinema (Acec), su mandato della Chiesa italiana, continua a promuovere, sostenere e rappresentare questo cammino. Lo fa da associazione, e non da semplice soggetto culturale preposto, nella convinzione che la modalità associativa aiuti a rappresentare meglio i bisogni del territorio, serva a salvaguardare la peculiarità e il contributo di ciascun territorio pur in un percorso unitario.

D’altro canto le sfide, anche per le Sale della comunità, non finiscono mai. L’ultima riguarda il cinema. La trasformazione digitale e la sparizione della pellicola cinematografica ha comportato l’investimento per l’acquisto del nuovo proiettore di circa 50mila euro per ogni sala. Soldi che sono arrivati anzitutto dalla gente delle nostre parrocchie. Qualche bando regionale c’è stato, qualche aiuto da parte di qualche benemerita fondazione è arrivato, qualche diocesi si è mossa. L’ultima, in ordine di tempo è la convenzione stipulata tra Bnl, Acec e Anec per la cedibilità del credito nella digitalizzazione e presentata recentemente alla Mostra di Venezia. Un’opportunità in più che andrà sfruttata al meglio. A oggi 550 sale hanno superato lo scoglio. Altre 150 potrebbero farlo a breve. Almeno 200 hanno mollato la presa. Chi si è digitalizzato lo deve però alla tenacia soprattutto dei volontari. Sono loro che non hanno smesso di fare iniziative e di sollecitarle le istituzioni. In Italia oggi le sale cattoliche ormai all’avanguardia dal punto di vista tecnologico, garantiscono al cinema di raggiungere i piccoli comuni e località più sperdute. Lo fanno con prezzi popolari e con programmazioni sia di qualità che di svago. Le nostre sale si sono anche aperte al teatro, ivi compreso quello sacro (grazie alle circuitazioni nazionali promosse da Acec, Federgat e Cei) e, in accordo con le scuole, fanno crescere con progetti educativi mirati il pubblico del futuro. Dove sono presenti sono certo un’opportunità, ma, soprattutto al Sud, avrebbero bisogno di essere maggiormente integrate anche attraverso l’apporto associativo che l’Acec offre, perché possano esprimere al meglio il loro valore e il servizio che le Chiese. Resta ancora molto da fare, ma la passione e l’impegno non mancano.

Adriano Bianchi, presidente Associazione cattolica esercenti cinema (Acec)

Avvenire, 29 settembre 2015

Monday 28 September 2015

Caro Hawking, il Big Bang non esclude Dio

Dice ancora qualcosa il nome di Dio agli uomini di oggi? Secondo Nietzsche, poco o nulla. Lo stesso annuncio che «Dio è morto» è destinato a cadere nel vuoto. Magari tutti ripetono la frase a proposito di questo o di quello. Ma come se fosse un’ovvietà, una cosa scontata, di cui prendere atto per poi archiviarla senza farsi troppi problemi [...].

Che morte di Dio appaia come un evento che è ormai alle nostre spalle e che ci lascia sostanzialmente indifferenti non è ateismo. È nichilismo. L’ateismo a suo modo tiene ferma l’idea di Dio [...], vede in Dio il nemico dell’uomo. Perciò gli muove guerra. Per il nichilismo niente di tutto ciò. Quella di Dio è una grande idea. Talmente alta e nobile che, come afferma quel perfetto nichilista che è Ivan Karamazov, c’è da stupire che sia venuta in mente a un “animale selvaggio” come l’uomo. Però destinata a dissolversi come rugiada al sole sotto i raggi spietati della scienza.

Rimasto senza Dio, l’uomo deve fare i conti con la realtà. Deve imparare a vivere sotto un cielo da cui non può più venirgli alcun soccorso né consolazione. Quindi, deve riappropriarsi della sua vita terrena e soltanto terrena. Con quanto di buono e prezioso la terra ha da offrire una volta che Dio è uscito di scena. Ma siccome non c’è nulla di buono e prezioso se non in forza dei nostri stessi limiti, diciamo pure in forza del nostro destino di morte (infatti come potremmo amarci gli uni gli altri se fossimo immortali?), sia lode al nulla! Questo dice il nichilismo.

Ma anche più importante di quel che il nichilismo dice, è quel che il nichilismo non dice. Per realizzare il suo progetto di riconciliazione con la mortalità e la finitezza, il nichilismo deve tacere su un punto decisivo: lo scandalo dal male. Precisamente lo scandalo che l’ateismo aveva fatto valere contro Dio, in questo dimostrandosi consapevole del fatto che il male sta e cade con Dio. È di fronte a Dio che il male appare scandaloso. Cancellato del tutto Dio, persino come idea, il male continua a far male, ma rientra nell’ordine naturale delle cose. Ed ecco la parola d’ordine del nichilismo: tranquilli, non è il caso di far tragedie [...].

Spostiamo ora la nostra attenzione su un altro piano. Dove in questione sono scienza e religione. Affermando, come gli è accaduto recentemente, che una “teoria unificata dell’universo” è ormai a portata di mano, Stephen Hawking ha riproposto quello che per Einstein era un sogno irrealizzabile, ossia la riunificazione in un solo campo delle forze dell’infinitamente piccolo (forza nucleare e radioattività) e delle forze dell’infinitamente grande (elettromagnetismo e gravità). Lasciamo stare se Hawking abbia ragione o pecchi di ottimismo. Chiediamoci piuttosto da dove Hawking tragga l’idea che fa da corollario alla sua affermazione: quella per cui tale teoria metterebbe Dio definitivamente fuori gioco. E dire che proprio Hawking solo qualche anno fa ne aveva ammesso la possibilità. Lo stesso vale per Einstein. Per non parlare di Cantor, la cui teoria degli insiemi prospetta gli infiniti (al plurale) l’uno dentro l’altro, come in un gioco di scatole cinesi, ed evoca Dio come infinito degli infiniti (ma anche come ultimo orizzonte in cui la ragione fa naufragio). Sia come sia il problema Dio appariva aperto e invece ora non più. Se non risolto, accantonato su base fisicomatematica prima ancora che su altra base (ad esempio etica).

In altri termini, quel che viene sostenuto da Hawking è che di Dio non c’è alcun bisogno per spiegare il passaggio dallo stato assolutamente inerziale dell’inizio al Big Bang. Nulla infatti vieta di pensare che lo stato iniziale contenga già, prima della sua esplosione – e dunque in un tempo solo immaginario e non ancora reale –, tutte le informazioni necessarie a produrre l’esplosione stessa. Se il successivo processo entropico viene fatto regredire fino al grado zero, dove l’entropia è nulla ma le informazioni ci sono e contengono nel tempo immaginario la totalità delle cose che poi si svilupperanno nel tempo reale, è come se ci fosse dato di giungere al limite estremo dell’universo (per non dire dell’essere) e poi fare ancora un passo. Un passo a nord del Polo Nord, per usare la paradossale metafora di Hawking.

Che cos’è questo? Un salto nel nulla? Un tentativo di costruire, nel cuore stesso del nulla, una postazione da cui osservare il prodursi della realtà, il suo venire alla luce, il suo offrirsi a uno sguardo capace di descriverne perfettamente la manifestazione? Certo è un salto nel grado zero della realtà. Diciamo pure: un salto nello zero. E allora perché stupirsi? Lo zero è un numero. Ma un numero straordinario. Simboleggia ciò che sta prima dell’uno, ma al tempo stesso contiene l’uno, se è vero che zero elevato a potenza zero dà uno. Contiene non solo quel che non è ancora ma addirittura quel che esso nega. Posto lo zero, è posto anche l’uno. E con l’uno la serie infinita dei numeri, con i numeri il prima e il dopo, vale a dire il tempo, col tempo la possibilità che le cose siano… Accade con il numero zero quel che accade con il concetto di nulla: ce ne serviamo per indicare una realtà negativa, realtà che non esiste, eppure grazie a essi compiamo operazioni altrimenti impossibili o riusciamo a pensare ciò che diversamente resterebbe impensato (l’indeterminazione, la libertà, e così via).

Nondimeno… Se ci limitiamo a considerare lo zero un analogo del nulla, quasi che lo zero fosse in matematica quel che il nulla è in metafisica, perdiamo di vista la differenza essenziale. Lo zero è qualcosa. È un numero, appunto. Un simbolo. È qualcosa che ha pur sempre che fare con qualcosa, anche quando questo qualcosa è una realtà puramente negativa o realtà che sta prima della realtà, come il tempo immaginario che sta prima del tempo reale. Invece posto il nulla, non è posto alcunché [...]: il nulla non designa nulla e soprattutto non ha a che fare con dei fatti, ma semmai col senso o col non senso delle cose. Come quando dico: questo non significa nulla. Oppure: il nulla è il senso del tutto. Oppure: Dio ha tratto il mondo fuori dal nulla. Come intendere queste affermazioni? In un solo modo, se si vuole evitare di cadere nell’assurdo: come affermazioni che non riguardano questo o quel fatto, né la totalità dei fatti, né l’essere, ma il senso dell’essere. Quando dico che Dio ha tratto il mondo fuori da nulla, non sto affatto descrivendo il processo che ha innescato il Big Bang, cioè una serie di fatti. Al contrario, sto dicendo (magari a torto, ma questo non è qui in discussione) che il mondo ha senso, visto che Dio, che poteva abbandonarlo al nulla, lo ha invece tratto fuori dal nulla e quindi lo ha “salvato”. Due piani, dunque, da tenere ben distinti. Per gli astrofisici si tratta di spiegare com’è fatto il mondo. Per i filosofi e per i teologi, se il mondo abbia o non abbia un senso. Chiamare o non chiamare Dio quel principio di spiegazione è irrilevante, così come è fuori luogo applicare a una teoria fisica la nozione di disegno salvifico o intelligente che sia.

Sergio Givone

Avvenire, 27 settembre 2015

Thursday 24 September 2015

Ripartire dalla legge di natura

«Per vivere occorre un’identità, ossia una dignità », scriveva Primo Levi ne I sommersi e i salvati (1986), scolpendo con queste parole la verità irrinunciabile di ogni esistenza umana, umiliata e negata nei campi di sterminio nazisti. Ciascuno porta con sé il diritto di essere qualcosa di irriducibile e inviolabile. Il diritto della persona umana coincide con la sua stessa nascita, con quell’“inizio” che riaccade ogni volta che un essere umano viene al mondo, e di cui Hannah Arendt aveva parlato alla fine del suo studio su Le origini del totalitarismo (1951), riprendendo un’intuizione formidabile di Agostino: « Initium ut esset, homo creatus est », l’uomo è stato fatto per poter cominciare, per essere un inizio, per dare inizio a qualcosa di nuovo e di libero. A questo livello si radica la vera resistenza alla distruzione ideologica dell’umano, che è la cifra tragica dei totalitarismi novecenteschi, ma anche la più normalizzata omologazione di una cultura nichilista, in cui l’umano implode per mancanza di un significato reale per cui vivere.

In questa identità, in questo inizio è il seme di ogni diritto, nato non semplicemente dalla rivendicazione di qualcosa che non ci viene riconosciuto o per cui siamo discriminati (questo verrà dopo, certo, come inevitabile conseguenza dell’essere al mondo), ma dal non esserci fatti da noi stessi. Paradossalmente, il nostro primo diritto è la nostra provenienza, nei confronti della quale noi siamo sempre “in debito”, in quanto “dati” a noi stessi. Forse è proprio ripartendo da qui che possiamo comprendere nuovamente il significato di “legge di natura”, un’espressione diventata per molti troppo ingombrante, nel migliore dei casi così scontata da non essere più interessante. Nel dibattito culturale contemporaneo assistiamo infatti a una strana contraddizione: da un lato i diritti individuali delle persone e i diritti collettivi dei gruppi sociali, vengono sempre più concepiti – e rivendicati – come il test dell’affermazione o della negazione della dignità dell’essere umano. Dall’altro lato però diventa sempre più problematico fondare tali diritti su di una “base” naturale oggettiva e universale. Temi caldi come il diritto a decidere della propria morte o della propria identità di genere in base alle condizioni fisico-ambientali e al sentimento di sé che segna i singoli soggetti in maniera diversificata, portano piuttosto a considerare l’essere umano non tanto un “dato” naturale, ma una costruzione storica e culturale. Assicurare la libertà di potersi costruire la propria esistenza, adeguando anche la legislazione in maniera tale che garantisca la realizzazione di tali opzioni, sembra un punto essenziale non solo per il diritto ma anche per la pietà (emblematica l’onda di discussioni dopo il referendum irlandese sul matrimonio omosessuale). Questa tendenza sembra ormai inarrestabile nella cultura contemporanea, chiamata appunto dei “diritti”. Ma non sembrano efficaci i richiami ad una legge naturale vista come un ordine oggettivo che semplicemente limiti l’auto-determinazione dei singoli individui. E questo non perché non ci si debba riferire ad una base intangibile per la natura identitaria della persona umana; a risultare inadeguata è piuttosto la contrapposizione tra legge naturale e diritti umani come tra un ordine “assoluto” e un ordine “relativistico”. Nel momento in cui l’alternativa è questa, sembra quasi scontato che prevalga e infine vinca il “relativo”, così come vince l’esperienza fatta di incontri, eventi, occasioni perse o guadagnate, rispetto ad un ordine avvertito (ingiustamente) come fisso e immutabile. Insomma la preferenza va quasi sicuramente alla libertà dell’io piuttosto che ad una verità percepita come una zavorra.

La dialettica “ideologica” tra legge naturale e diritti rischia seriamente di compromettere la comprensione adeguata di fenomeni che vengono troppo affrettatamente contrapposti – la libertà dell’io e la verità delle cose – e apre una questione bruciante: è possibile ancora comprendere e per così dire riconquistare, non per teoria ma per esperienza, l’amicizia e l’unità tra questi due fenomeni? La natura è una legge assoluta o una realtà che “accade” nella storia e si avvera nell’esperienza? La difficoltà ad accettare oggi la legge naturale come qualcosa di astratto, può essere fronteggiata solo se essa viene riscoperta come qualcosa di concreto, addirittura come un bisogno, un’esigenza degli stessi diritti umani. La posta in gioco è alta e affascinante: accorgersi di nuovo della propria natura, scoprendo dall’interno dei propri diritti un bisogno irriducibile ad ogni diritto, ma radicato e condiviso in ogni vita cosciente e libera: il bisogno di accogliere e amare sé stessi e gli altri per il fatto misterioso che “siamo”, che “sono”, infinitamente di più di quello che riusciamo a fare di noi stessi.

Costantino Esposito

 

Tuesday 22 September 2015

Le religioni nello spazio pubblico

differenze e relazioni 3Dal 2012 al 2014 si è tenuto un ciclo di convegni rivolti a giovani filosofi organizzati dal Centro Studi Filosofici di Gallarate con il patrocinio del Servizio Nazionale della CEI per il Progetto Culturale e con la collaborazione del Dipartimento di Filosofia dell’Università di Macerata. Il tema sviluppato nel corso del triennio, “Differenze e relazioni”, è stato svolto il primo anno a partire dalla coppia terminologica “il prossimo e l’estraneo” e il secondo anno a partire dal tema della “cura dei legami”. Il terzo anno ha affrontato la questione delle “religioni nello spazio pubblico”.

È da pochi giorni in libreria il volume che ne contiene i materiali. Intitolato “Differenze e relazioni. Le religioni nello spazio pubblico” (Aracne editore) è stato curato da Carla Canullo. Nel testo compaiono i contributi degli studiosi che hanno partecipato al convegno, la cui apertura è stata affidata a Giovanni Ferretti, e le cui conferenze plenarie sono state tenute da Gerardo Cunico, Graziano Lingua e Andrés Torres Queiruga, e le cui riflessioni conclusive sono state proposte da Roberto Mancini.

Nel volume sono pubblicati inoltre i contributi di Sofia Alunni, Gian Luigi Brena, Elisabetta Colagrossi, Marco Damonte, Cecilia Maria Di Bona, Fabiola Falappa,  Ezio Gamba, Umberto Lodovici, Giulia Maniezzi, Stefano Marchionni, Silvia Maron, Alessandro Paris, Silvia Pierosara, Martina Properzi, Daniele Referza, Claudio Tarditi, Tommaso Valentini, Giovanna Varani, Sofia Vescovelli.

Monday 21 September 2015

Viaggio nel cuore di Firenze tra arte, storia, fede e carità

logo FIGuardare al passato è la strada sicura per costruire un futuro migliore. Riflettere sulla propria storia è sempre motivo di crescita. Lo è soprattutto in questa stagione di cambiamenti in cui non bisogna smarrire la bussola dell’umano secondo la natura profonda della persona e della comunità degli uomini. Per illustrare ai delegati che arriveranno da tutte le diocesi d’Italia la propria specifica identità, la Chiesa fiorentina proporrà, nel corso del Convegno ecclesiale nazionale, trenta incontri in altrettanti luoghi significativi della città per raccontare le proprie origini, le esperienze religiose e le più alte espressioni di spiritualità, caritative, culturali e artistiche oltre alle grandi figure- simbolo del Novecento: il cardinale Elia Dalla Costa, don Giulio Facibeni, Giorgio La Pira e don Lorenzo Milani.

Ma il vero volto di Firenze, che lega insieme fede, verità e carità, non può prescindere dall’intreccio con la vita pastorale nelle parrocchie, come è stato sottolineato ieri dal vicario generale di Firenze, monsignor Andrea Bellandi, nel corso di una conferenza stampa in arcivescovado per presentare l’iniziativa. Ecco allora il secondo gruppo di incontri che narrano di una fede operante nel tempo, alimentata da forme di spiritualità e di vita monastica, non chiuse in se stesse, ma che agiscono come «finestre aperte» su Firenze. Un «tessuto » sul quale si innesta la carità, che è ben radicata nella tradizione fiorentina.

La ricca panoramica, che nel pomeriggio di giovedì 12 novembre qualificati coordinatori, relatori e testimoni presenteranno ai delegati della Chiesa italiana per aprirsi al dialogo con la città, richiamerà pure l’attenzione sulle più significative esperienze sociali e culturali che Firenze oggi offre e che sono sintetizzate nel terzo gruppo di incontri. A partire da quelle che si occupano della salute delle persone, degli anziani, dell’integrazione degli studenti stranieri, del recupero dei detenuti. Dalla solidarietà si passa al rapporto tra fede, arte, cultura e scienza, mettendo in primo piano le grandi basiliche (con il nuovo Museo dell’Opera di Santa Maria del Fiore che sarà inaugurato il 29 ottobre) e il «cuore» del sapere e del dialogo (musei, biblioteche e fondazioni). Senza trascurare esperienze artistiche e culturali meno conosciute che si sono affermate di recente. Tutte espressioni di una realtà sociale viva, con una grande storia, capaci di confrontarsi e di cooperare con la vocazione umanistica della Chiesa.

Andrea Fagioli – Avvenire, 20 settembre 2015

Friday 18 September 2015

Galantino: non c’è vera teologia senza sapienza

galantino nunzio

Non c’è vera teologia senza sapienza. E la sapienza «consiste nella verità esercitata con la carità». Nella tavola rotonda che ha chiuso ieri il seminario per docenti di teologia e assistenti pastorali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore quest’anno ospitato dalla sede di Piacenza dell’ateneo – il segretario generale della Cei Nunzio Galantino ha ripreso la riflessione del beato Antonio Rosmini per tracciare l’orizzonte di una riflessione teologica capace di esprimere il richiamo ad una ‘Chiesa in uscita’ più volte ribadito da papa Francesco. «Oltre la secolarizzazione dei saperi» è il filo conduttore su cui si è lavorato nella tregiorni di seminario, facendo tesoro delle sollecitazioni della Evangelii gaudium come dei recenti interventi che papa Bergoglio ha rivolto alla Facoltà cattolica di Buenos Aires.

«Accogliamo l’invito a una teologia capace di farsi carico delle transizioni difficili, dei conflitti, senza cadere nella tentazione della ‘teologia da tavolino’», ha sottolineato l’assistente ecclesiastico generale dell’Università Cattolica il vescovo Claudio Giuliodori introducendo la tavola rotonda, a cui, insieme al vescovo Galantino, hanno portato il loro contributo Pierangelo Sequeri, preside della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, e Francesco Botturi, filosofo e prorettore dell’Università Cattolica.

Indica l’enciclica Laudato si’ come «esercizio del magistero di una Chiesa in uscita» il professor Botturi, esempio di un approccio all’ecologia che è «inclusivo di competenze diverse» e dunque sa trasformare l’oggetto della ricerca in «ecologia sociale» e, da lì, in «ecologia umana». La critica che il Papa fa sul dominio del paradigma tecnocratico non è altro che l’intuizione di chi, cogliendo la natura trinitaria della realtà, sa portare «la verticalità sapienziale dentro una orizzontalità sapienziale». Indica così la strada per superare la ‘interdisciplinarità’ – che si limita a mettere insieme, al termine della ricerca, risultati a cui i saperi sono giunti in maniera autonoma – e approdare alla ‘transdisciplinarità’, a una «contaminazione trasformativa tra le discipline». Papa Francesco nella Laudato si’ porta dentro l’indagine sulla questione ambientale l’atteggiamento del teologo che «dice il senso e chiede la sua realizzazione » spiega Botturi, in un’esortazione «a trasformare in sofferenza personale quel che accade nel mondo e così individuare il contributo che ciascuno può portare ». È proprio «disinnescare l’accademismo», l’intellettualismo fine a se stesso, per «riabilitare la qualità umana del sapere» il compito più urgente a cui è chiamata oggi la riflessione teologica secondo monsignor Sequeri. Ma l’obiettivo richiede un ritorno «all’esercizio del cristianesimo», perché l’impressione – osserva – è che «il cristianesimo si faccia poco e si spieghi tanto, troppo: il Papa lancia un bel tema e subito la parrocchia organizza un corso». Basta allora fare qualche opera buona in più? Anche questa è una lettura riduttiva. Il centro nevralgico sta nel riattivare le relazioni, «il rapporto tra qualità della conoscenza ed esercizio della intenzionalità», far affiorare «i contenuti affettivi dei saperi», con lealtà e onestà intellettuale.

La teologia – evidenzia, con le parole del Rosmini, Galantino – non è nata «per cacciar fuori frasi pompose» o «per far mostra di ingegno », ma per «guidare l’umanità alla virtù». È questa la sapienza che non perde il legame con la realtà fatta «di persone in polvere e cenere» e si nutre della consapevolezza che si è tutti «condiscepoli» di un unico maestro, Gesù Cristo.

Barbara Sartori – Avvenire, 18 settembre 2015

Thursday 17 September 2015

Bari, presentate le Notti Sacre

«In un tempo in cui vengono evidenziate la caduta dei valori e l’indifferenza, di fatto ci accorgiamo che esiste una sete profonda di partecipazione culturale e la risposta del pubblico a Notti Sacre ne è un esempio ». Lo ha detto ieri l’arcivescovo di Bari- Bitonto, Francesco Cacucci, durante la presentazione della sesta edizione di ‘Notti Sacre’. Dal 19 al 27 settembre, otto delle venti chiese della città vecchia di Bari ospiteranno la rassegna di ventidue eventi culturali, organizzata dall’arcidiocesi barese anche grazie al contributo del Progetto culturale della Chiesa italiana e di Sovvenire, sul tema «Un nuovo umanesimo di misericordia».

Aprirà la rassegna la Messa nella Basilica di San Nicola, presieduta da Cacucci, durante la quale sarà eseguita la Missa n.6 ‘Sancti Nicolai’ di Haydn. Il calendario offre, tra l’altro, occasioni di riflessione come il dialogo tra Giuseppe Giulietti della associazione ‘Articolo 21′, Francesco Occhetta di ‘Civiltà Cattolica’ ed Enzo Quarto, presidente regionale dell’Ucsi, sul rapporto tra giornalismo ed etica. Don Maurizio Patriciello, a partire dall’enciclica di papa Francesco Laudato si’, interverrà sul tema «Noi non siamo Dio. La terra ci precede e ci è stata data». Tra le novità di questa edizione, la presenza di musicisti e artisti stranieri: il coro dell’Università cattolica di Ratisbona e musicisti iraniani e israeliani.

A dieci anni dal Congresso eucaristico nazionale che si svolse a Bari, viene riproposto il testo teatrale ‘I martiri di Abitene’. «Il programma, negli ultimi anni, è sempre più concentrato sulla musica sacra», ha evidenziato il direttore artistico, don Antonio Parisi. Non a caso, la rassegna sarà chiusa dalla prima esecuzione mondiale di una inedita Messa in re maggiore per soli, coro e orchestra, di Niccolò Piccinni.

Antonio Rubino – Avvenire, 17 settembre 2015

Monday 08 June 2015

Un giorno a Sarajevo con il Papa

 

Se si arriva per la prima volta a Sarajevo sembra di scorrere le pagine di un libro di storia. A Sarajevo la storia è lì, aperta davanti ai tuoi occhi con la sua tragicità. Ci sono la case in stile ottomano nel centro storico, i palazzi in stile austriaco e i giardini come a Vienna, i casermoni in stile sovietico e le vecchie case senza stile ancora crivellate di colpi che ti ricordano la guerra più recente. Come i cimiteri, dislocati qua e là, macchie bianche che segnano la città dallo stadio ai parchi pubblici. E ci sono gli impianti sportivi che ricordano le ultime glorie comuniste ridotti a miseri resti, a fianco dei centri commerciali iper moderni dove troneggiano le insegne dei maggiori brand specialmente italiani.

Saturday 25 October 2014

Sinodo, un colpo di mano che non è riuscito

"Il sismografo" (http://ilsismografo.blogspot.it/) in questi giorni si sta rivolgendo a diversi colleghi vaticanisti per chiedere un loro ulteriore contributo di analisi e commento in merito all'importante Assemblea straordinaria sinodale dedicata alla famiglia.

Angela Ambrogetti, Responsabile di Korazym, vaticanista e scrittrice, ci ha offerto la sua riflessione in risposta a questa domanda:

Senza entrare in complessi approfondimenti, quale la caratteristica o riflessione che più ti ha colpito o che ritiene di notevole rilevanza di questo Sinodo?

"Un colpo di mano che non è riuscito. Lo definirei così il Sinodo straordinario sulla famiglia che si è appena concluso. Ma anche l’occasione per alcuni episcopati di mostrare la loro fedeltà al Vangelo e la voglia di emancipazione da un “centro” che non è Roma, ma qualcuno che vorrebbe colonizzarla.

Tuesday 21 October 2014

Un sinodo ancora da capire

Strano questo Sinodo straordinario appena concluso. Una formula che era stata abbandonata nel 1985. Due settimane sono poche per ragionare, e i presidenti delle Conferenze episcopali non sempre sono i più adatti a discutere. Sono abituati a mediare più che a portare idee. Molti dei sinodali è chiaro che un sinodo non lo avevano mai seguito. Ed è stato evidente che un gruppetto lo voleva guidare senza lasciare spazio alle alternative. Cominciamo dalla poca trasparenza. Scegliere di non pubblicare i singoli interventi ha messo in difficoltà parecchi vescovi. Perché i loro fedeli volevano sapere e seguire lo sviluppo del dibattito e soprattutto chi aveva detto cosa. Cosa che del resto si era saputa per decenni. Il Bollettino del Sinodo è base e fonte per la storia della Chiesa. Di questo sinodo invece avremo solo testimonianze di coppie ( ne sentiamo già molte nelle Giornata per la Famiglia) e omelie. Sulla Relatio dopo la discussione c’è poi ancora molto da capire. Lo stesso relatore del Sinodo il cardinale ungherese Erdő ne ha preso le distanze. Il Papa gli ha messo al fianco degli altri collaboratori. Una Relazione che è stata di fatto disconosciuta dai Circoli Minori. In molti all’uscita dei lavori dicevano: “ ma noi non abbiamo detto quelle cose!”

Tuesday 07 October 2014

Sinodo: non giudizio ma verità

La notizia di oggi è che il 20 ottobre il Papa ha deciso che al concistoro si parli di Medio Oriente. Sarà un modo per comunicare ai cardinali i risultati dell’incontro con i nunzi che si è svolto la settimana scorsa. Martedi mattina, secondo quello che riporta l’ Osservatore Romano, si è parlato anche della violenza. “Così è stato messo in risalto come i terroristi di Boko Haram non hanno nulla a che vedere con la visione che in Nigeria, anche da parte dei musulmani stessi, si ha del valore della famiglia. Mentre a Baghdad, è stato reso noto, nonostante tutti i problemi, oltre 1.500 bambini sono accompagnati dai genitori, ogni venerdì, al corso di catechismo: è stata così anche rimarcata la testimonianza di fede e di unità delle famiglie cristiane rimaste in Iraq. Accompagnata pure dall’auspicio che venga sempre rispettato il loro credo come un diritto fondamentale della persona e così non ci debba essere timore nel testimoniarlo. Un discorso simile è stato proposto, poi, a proposito dell’Iran, dove ci sono appena cinquemila cristiani a fronte di settantacinque milioni di musulmani che, è stato affermato, non appartengono al fondamentalismo dell’Is.”

Tuesday 06 May 2014

Cristiani crocifissi: lo scandalo in Siria, mentre l'Italia fa finta di nulla.

Parlare di crocifissione del 2014, parlarne soprattutto non nella dimensione rituale della Settimana Santa ma sulla pelle vera di cristiani veri che vivono, resporano, pregano e credono...è una delle cose più scandalose che possa capitare!

Ne parla in questi giorni "La Bussola Quotidiana", sito on line di informazione ed approfondimento su tematiche eligiose.

Può - si chiede LBQ - la semplice interpretazione di un versetto del Corano legalizzare la crocifissione o l'uccisione come pena per chi sbaglia? Ma soprattutto: può quello stesso principio di fede circolare liberamente in uno dei testi più venduti in Italia ed essere accettato in sede di revisione dall'Unione delle comunità ed Organizzazioni Islamiche in Italia (Ucoii)?

Continua a leggere Cristiani crocifissi: lo scandalo in Siria, mentre l'Italia fa finta di nulla....

Commenta »



Saturday 15 February 2014

Padre Konrad, le braccia caritatevoli di Papa Francesco

“Tu sai cosa devi fare, hai bisogno di soldi?” E’ la frase che Konrad Krajewski, arcivescovo ed Elemosiniere di sua Santità, si sente ripetere spesso da papa Francesco. Si perché è lui che aiuta il Papa ad essere vicino a chi ha bisogno, con gesti che sembrano piccoli, ma che diventano immensi per chi li riceve. Padre Konrad come lo chiamano tutti, non vive in Vaticano, ma a Borgo Pio, in una casa “con la bandiera polacca”, dice. “Perché così posso essere più vicino alla gente”. Vuole essere chiamato così e il papa gli ha detto: a chi ti chiama eccellenza chiedi 5 euro di tassa per i poveri. Konrad che viene dalla diocesi di Łódź, lui che dal 1998 è stato a fianco di tre papi durante le liturgie, lui che da anni gira la notte per le vie di Roma per dare aiuto a chi ne ha bisogno. “Le mie braccia sono corte adesso, se le prolunghiamo con le tue braccia riesco a toccare i poveri di Roma e d’ Italia, io non posso uscire, tu sì” gli ha detto il papa alla sua nomina.

Wednesday 12 February 2014

Due Papi per una sola Chiesa

Diciamoci la verità, non avremmo mai pensato che la coabitazione funzionasse così bene. Anzi che potesse diventare un modello per il futuro. Quando in un giorno di brutto tempo a febbraio i media di tutto il mondo hanno iniziato a far girare la notizia del secolo, la rinuncia del Papa, l’idea stessa di avere due Papi in Vaticano sembrava roba da Apocalisse. Quel fulmine che colpiva la cupola di San Pietro immortalato da un fotografo fortunato, sembrava davvero l’inizio della fine del mondo secondo i canoni di certi B movies degli anni ’70. Fulmini e saette, l’attacco del Maligno e cose del genere. Qualcuno ha anche cavalcato quest’onda per sferrare l’ultimo colpo a Papa Benedetto XVI colpevole di non aver mai ceduto ai facili popolarismi e di aver sempre predicato la verità del Vangelo con gioiosa e ferma chiarezza. Ma il Vento dello Spirito soffia dove vuole e non segue le regole del meteo.

Wednesday 12 February 2014 09:08

La Quaresima della Chiesa

Quando pensiamo alla Quaresima i laici pensano ad una cosa lunga e triste, i cattolici ad un tempo forte della liturgica che si prepara alla luce della Pasqua. E in effetti quei poco più di quaranta giorni che lo scorso anno abbiamo vissuto tra l’ 11 febbraio, e il 13 marzo e poi fino a Pasqua, sono stati davvero una Quaresima. E in entrambi i sensi. Perché sono stati giorni lunghi, di ansia e di stupore, di attesa di incredulità. E in questo senso giorni di penitenza. Per la prima volta nella storia moderna, un pontefice decideva di rinunciare al governo della Chiesa Universale. Si certo, tutti gli addetti ai lavori sapevano che fin dai tempi di Paolo VI si parlava di come permettere al Papa di essere davvero libero da qualunque condizionamento, di poter esercitare il ministero petrino in pienezza e completezza e quindi di poter “lasciare” qualora non potesse essere in piena coscienza libero

Wednesday 27 November 2013

L'eutanasia ai minori: per la Chiesa un gesto di estrema inciviltà. Occorre riflettere.

Le parole sono forti e sono quelle di un prelato molto autorevole all'interno della Chiesa cattolica.

Mons. Sgreccia è presidente della fondazione Ut Vitam habeant nonchè presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita.

Il tema è uno di quelli che in questoi periodo sta suscitando acceso dibattito in ambito cattolico ed etico: quello dell'eutanasia...anzi, quello dell'eutanasia aperta alle persone minori di età.

«È un salto. Un salto abissale, sotto il livello di civiltà, di umanità». Queste le parole del prelato che commenta il primo sì del parlamento belga all'estensione dell'eutanasia ai minori. 

Continua a leggere L'eutanasia ai minori: per la Chiesa un gesto di estrema inciviltà. Occorre riflettere....

Commenta »



Tuesday 03 September 2013

Anche S. Francesco pregherà per la Pace in Siria

Papa Francesco ha chiamato...e moltissimi stanno rispondendo.

La mobilitazione chiesta dal Papa per la pace in Siria si sta estendendo a vista d'occhio, coinvolgendo ambienti laici, religiosi, cattolici e non.

Anche i frati francescani di Assisi si uniscono alla preghiera, attraverso il segno grandell'apertura della tomba di S. Francesco.

Come riferisce infatti l'ANSA, la  Basilica Inferiore di San Francesco d'Assisi resterà aperta, in via del tutto eccezionale, da oggi a venerdì fino alle 22 per pregare sulla Tomba del Santo per la pace in Siria e per coloro che sono chiamati a garantire le vie della giustizia nel mondo.

Continua a leggere Anche S. Francesco pregherà per la Pace in Siria...

Commenta »



Saturday 18 May 2013

I cristiani parlano troppo...degli altri: parola di Papa Francesco.

Per il papa, che ha pronunciato nuovamente parole forti durante la Messa mattutina a Santa Marta, i cristiani hanno proprio il vizio di parlare troppo degli altri. Pettogolezzi e farsi troppo gli affari degli altri, detto in parole povere, sono una mina vagante costante nella vita della Chiesa.

«Quanto si chiacchiera nella Chiesa! Quanto chiacchieriamo noi cristiani!». Lo ha detto papa Francesco - riferisce Vatican Insider - nella messa di stamane a Santa Marta. Per Bergoglio, «la chiacchiera è proprio spellarsi, farsi male l'uno all'altro». «Le chiacchiere sono distruttive nella Chiesa», ha aggiunto  il Pontefice.  Secondo Bergoglio, il cristiano deve vincere la tentazione di «mischiarsi nella vita degli altri». Il Papa, secondo quanto riferisce la Radio Vaticana, ha inoltre sottolineato che chiacchiere e invidie fanno tanto male alla comunità cristiana e che non si può «dire soltanto la metà che ci conviene».

Ma non ha solo parlato di questo il santo Padre.

Continua a leggere I cristiani parlano troppo...degli altri: parola di Papa Francesco....

Leggi i commenti (15) »



Friday 12 April 2013

Unioni gay: la Consulta chiede di intervenire, ma non con l'equiparazione del matrimonio.

Oggi è arrivata una ammonizione della Consulta su alcuni noti ritenuti irrisolti, nel panorama politico e istituzionale italiano.

La Consulta ha chiesto un intervento sulla legge elettorale, ma - soprattutto - ha chiesto che venga fatto qualche cosa per tutelare i diritti ed i doveri delle persona omosessuali, che intendano costituire una unione stabile.

"Il legislatore deve affrontare il nodo delle unioni gay", ha riferito Gallo parlando di fronte alle più alte cariche dello Stato. Queste le parole: "La Corte ha escluso l'illegittimità costituzionale delle norme che limitano l'applicazione dell'istituto matrimoniale alle unioni tra uomo e donna, ma nel contempo  ha affermato che due persone dello stesso sesso hanno comunque il diritto fondamentale di ottenere riconoscimento giuridico, con i connessi diritti e doveri, della loro stabile unione". La Consulta, ha ricordato Gallo, "ha perciò affidato al Parlamento la regolamentazione della materia nei modi e nei limiti più opportuni".

Cosa significa questa frase?

Continua a leggere Unioni gay: la Consulta chiede di intervenire, ma non con l'equiparazione del matrimonio....

Commenta »



Thursday 14 March 2013

Papa Francesco: sarà il Papa dell'ecumenismo e del dialogo.

Le parole che Papa Francesco ha pronunciato ieri sera subito dopo l'elezione, sono state poche. Significative, grandemente, insieme ai gesti compiuti.

Una parentesi: dovremo di nuovo abituarci a gesti di questo tipo, ed anche il servizio di sicurezza....che avrà un bel lavoro da fare, con questo Papa che si prefigura già come molto, molto libero...dai protocollo.

Paolo_VI_Atenagora.jpg

Ma le parole di ieri hanno avuto una grande rilevanza dal punto di vista del dialogo e del'ecumenismo.

Mi riferisco alle parole con le quali il Papa ha parlato di sè: come tutti hanno notato non ha mai citato la parola "papa", ma ha sempre utilizzato la parola "vescovo di Roma".

 

Tra l'altro, anche nel ringraziamento nei confronti di Benedetto XVI chiamato, anch'egli "vescovo emerito di Roma".

 

Dal sito Aleteia.org riporto le parole del Papa:

Fratelli e sorelle, buona sera!

Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un vescovo a Roma, sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo. Ma siamo qui. Vi ringrazio dell'accoglienza. La comunità diocesana di Roma ha il vescovo. Grazie! E prima di tutto vorrei fare una preghiera per il nostro vescovo emerito Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca...

[Preghiera Padre Nostro, Ave Maria, Gloria al Padre]

E adesso incominciamo questo cammino, vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma che è quella che presiede nella carità tutte le chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia fra noi. Preghiamo sempre per noi, l'uno per l'altro. Preghiamo per tutto il mondo perché ci sia una grande fratellanza. Mi auguro che questo cammino di Chiesa che oggi incominciamo e in cui mi aiuterà il mio cardinale vicario qui presente sia fruttuoso per l'evangelizzazione di questa tanto bella città. E adesso vorrei dare la benedizione. Ma prima vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica. La preghiera del popolo perché chieda la benedizione per il suo vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me.

 

Ma perchè il Papa ha parlato così, perchè si è rivolto a Roma, alla sua città...quasi, dimenticando...il mondo che gli stava praticamente tutto davanti?

Non certamente per provincialismo: alcuni forse l'hanno colto così..ma nolla è più distante dalla realtà.

C'è a mio avviso un motivo, cosicnetemente voluto, per il quale il papa ha utilizzato queste parole, e questo motivo non è stato neppure l'umiltà...francescana.

Il motivo è stato l'ecumenismo.

Continua a leggere Papa Francesco: sarà il Papa dell'ecumenismo e del dialogo....

Commenta »



Wednesday 13 March 2013

Il gabbiano ed il Conclave: quando i media non sanno cosa dire!

gabbiano.jpg

 

In queste ore è tanta l'apprensione e l'attesa da parte del mondo cattolico (e non solo) per l'esito del Conclave.

Si stanno ascoltando fiumi di parole: trasmissioni televisive e radiofoniche, dirette web, twitter, facebook...e chi più ne ha più ne metta.

Non c'è dubbio che questo sia davvero il Conclave più mediatico degli utlimi anni.

Chiaramente tutti sono con gli occhi all'insù, per seguire, anche in televisione, l'andamento delle votazioni vaticane. Inoltre moltissimi media stanno coprendo con grande intensità gli eventi in diretta oltre che avere realizato molteplici servizi ed interviste.

Oggi poi un nuovo personaggio si è affacciato sul Conclave, con una dirompenza mediatica...quasi sopra le nuvole: un gabbiano.

Un gabbiano che, non credo di sbagliarmi, sta davvero diventando una star della riflessione mediatica di questo evento sul quale, con buona pace di tutti, non si può che dire una parola che abbia senso: ASPETTARE. Punto.

Continua a leggere Il gabbiano ed il Conclave: quando i media non sanno cosa dire!...

Commenta »



Thursday 14 April 2011

L’esperimento di Riace

Una risposta positiva al problema dell’immigrazione

di Lucetta Scaraffia

L’arrivo di questa ondata di migranti ha di nuovo messo in moto nell’opinione pubblica italiana il dibattito fra chi li vuole accogliere e chi li vuole respingere. Questo, mentre davanti ai nostri occhi sfilano immagini drammatiche e coinvolgenti, tra speranza e disperazione: da una parte, la madre che ha partorito nel barcone, riuscendo a salvare sé e la piccola, dall’altra i corpi dei molti che muoiono fra le onde, vittime dei trafficanti di esseri umani, oltre che del maltempo e di imbarcazioni fatiscenti.

La Chiesa predica il dovere, che è umano e cristiano, dell’accoglienza nei confronti di chi è più sventurato di noi — che, oltretutto, di lavoratori immigrati abbiamo assolutamente bisogno — ma non sempre è facile tradurre in fatti queste esortazioni. Ci vuole anche un po’ di inventiva, di coraggio e di fantasia. Come quella che hanno avuto gli abitanti di Riace, paese sulla riva ionica della Calabria, composto, come tutti quelli della zona, di un nucleo antico sul cocuzzolo di una collina, lontano dal mare, e di un nuovo abitato in via di espansione lungo la costa (proprio quella dove sono stati trovati i celeberrimi bronzi).

Oggi, il centro antico, che per decenni era stato abbandonato e si stava deteriorando irrimediabilmente, è tornato alla vita. Lo abitano immigrati di varie provenienze, tutti profughi politici, che i cittadini di Riace hanno accolto, a cominciare dai trecento curdi arrivati una decina di anni fa.

Gli immigrati hanno avuto un tetto, qualcosa da mangiare ma anche, cosa ben più importante, un lavoro: all’interno delle antiche mura, infatti, sono nate tante piccole aziende artigianali — ceramica, tessitura, preparazione di prodotti alimentari — dove lavorano, fianco a fianco, italiani e immigrati.

Così chi attraversa questo centro sereno e laborioso vede bimbi di diverse provenienze giocare tra loro, calabresi e africani lavorare insieme; ma anche una rinascita economica che porta benefici a tutti, indistintamente: i bambini nella scuola sono aumentati, rendendo così necessario un numero maggiore di insegnanti e impiegati; gli operatori culturali, che si occupano dell’integrazione e insegnano l’italiano, sono in maggioranza originari del luogo; sono rinate industrie artigianali locali come la tessitura della ginestra e gli abitanti delle case abbandonate del borgo ricevono un affitto, basso, ma comunque guadagnano qualcosa e hanno chi restaura le loro case altrimenti destinate alla rovina. E il finanziamento che il ministero italiano dell’Interno ha stanziato per questo esperimento — 24 euro per immigrato — è servito a dare nuovo impulso anche all’economia locale.

È insomma una situazione nella quale i benefici reciproci sono chiari a entrambe le comunità e la convivenza non risulta difficile, tanto che il paese proprio per questo è diventato un’attrazione turistica. Per valorizzarla, alcune case sono state destinate a ospitalità diffusa nel tessuto urbano ed è stato aperto un ristorante. Sulla sua porta si vede ancora il segno di due proiettili: non tutti a Riace hanno gradito questa rinascita. Ma molte persone e intere scuole vengono a vedere questo miracolo quotidiano, e cercano di capire il segreto di un’accoglienza riuscita.

Il segreto sta certo nella tenacia di Mimmo Lucano, attuale sindaco e animatore del progetto, che interviene continuamente a migliorarlo. Ma sta anche in una iniziativa, nella diocesi dove è stato vescovo amatissimo monsignor Bregantini, nata dal basso grazie a una associazione — Città futura don Puglisi — fondata nel 1999 da ragazzi del luogo intorno alla chiesa parrocchiale e che oggi ha sede in un palazzo del centro antico, vero cuore della vita di Riace.

Certo, il successo dell’esperimento è dovuto anche al numero abbastanza ridotto degli immigrati, al loro essere profughi politici e quindi desiderosi di integrarsi nel nuovo paese, non potendo tornare in patria. Non è facilmente riproponibile in tutte le situazioni: anzi, in qualche modo, proprio le condizioni della sua riuscita mettono in luce le difficoltà che si incontrano in altre situazioni.

Ma il solo fatto che esista una simile realtà, che qualcuno sia riuscito a creare e mantenere questo difficile equilibrio — che dura da più di dieci anni — costituisce un esempio a cui guardare, un caso che fa pensare. Allora, la soluzione del problema immigrati sta forse proprio nell’inventare qualcosa di positivo. Invece di scrollare le spalle con indifferenza.

Saturday 02 April 2011

Nostro contemporaneo

La seconda parte del «Gesù di Nazaret»

Il nuovo libro di Ratzinger-Benedetto XVI rende Gesù di Nazaret nostro contemporaneo. Nel gran disordine che regna sotto il cielo l’irrompere di un libro tanto appassionante accende interrogativi che toccano in profondità le nostre inquietudini. Ciascuno può trovarvi qualche luce per uscirne. Vi si raccontano i tre giorni cruciali dell’esistenza di Gesù, le sue ultime ore di vita scandite dalla passione e morte; l’inizio del tempo nuovo, la risurrezione, vero spartiacque della storia che origina un pensiero alternativo sul futuro del mondo e delle speranze umane.

L’autore è convinto che il confronto positivo con Gesù di Nazaret possa essere una soluzione anziché un problema per l’umanità. La sua indagine è convincente, ragionevole e rispettosa di culture e punti di vista differenti. Interessarsi a Gesù ha senso — si percepisce tra le righe — perché è l’unico risorto della storia, il Vivente immerso in ogni epoca e perciò nel nostro presente; compagno di viaggio affidabile che ci introduce negli orizzonti sconosciuti della vita oltre la morte.

Chiunque volesse capire questo misterioso Signore può calarsi nei giorni finali della sua vita terrena.

Pagina dopo pagina, dalle parole e dai comportamenti di Gesù, il teologo diventato Papa trae i tasselli di una carta d’identità dell’essere cristiano. Da un lato salda l’esperienza del patire, dell’angoscia e della tenerezza del Nazareno con l’insieme del pianto e del dolore smisurati delle vittime di ogni tempo e, dall’altro, ci aiuta a leggere frammenti del mistero del male e della sofferenza non più invincibili dopo la sua agonia nell’orto degli ulivi e l’abbandono sulla croce. La risurrezione di Gesù non è un tardivo volo pindarico dei suoi discepoli delusi che, non potendolo dimenticare, lo trasformarono in mito.

È una realtà veramente accaduta, alla pari della crocifissione e della morte. Mentre però del dolore e della morte che impastano la storia abbiamo una conoscenza sperimentale, della risurrezione abbiamo una conoscenza per fede. Si tratta di una fede ragionevole, ma sempre fede. Anzi, ci ricorda Papa Ratzinger, la fede cristiana è fondata sulla risurrezione. Poiché è strettamente collegata alla croce, la memoria della risurrezione è altrettanto pericolosa per la sapienza umana. Per i discepoli che attendevano un messia regale e vittorioso, la morte di Gesù è stata sconvolgente; la risurrezione, una volta verificata, ne ha cambiato la prospettiva, decidendoli a seguire il Maestro finalmente compreso.

Nel mistero della passione, morte e risurrezione — ci ricorda l’autore — sono racchiuse alcune delle questioni profonde dell’esistenza. E nel processo a Gesù è presente la critica radicale alle politiche basate sull’inganno e la violenza anziché sulla verità. Il destino del mondo si gioca sulla verità, non sulla forza che rimane una soluzione illusoria. Occuparsi di Gesù è occuparsi di tale destino poiché egli è venuto per rendere la più autorevole testimonianza alla verità che la prospettiva cristiana identifica con Dio.

Nello stile dei Padri della Chiesa, Papa Ratzinger non scrive per puro godimento intellettuale, ma offre un libro per la vita. La lettura ci immerge nella profondità del mistero cristiano, svelandoci quanto poco sia conosciuto e gustato. Con la scelta di una interpretazione dei racconti della passione basata sulla storia e sulla fede non contrapposte ma complementari, l’autore conferma la teologia conciliare e pone fine al pregiudizio nei confronti del popolo ebraico accusato nei secoli di deicidio. Nei vari momenti esaminati, dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Benedetto XVI sceglie un linguaggio nuovo e accessibile senza perdere profondità.

Chiama la Chiesa «la comunità dei discepoli» di Gesù; definisce la caritas «premura per l’altro», non un secondo settore del cristianesimo accanto al culto, «ma radicato proprio in esso e ne fa parte». C’è emozione per la lotta tra bene e male nella notte del Getsemani dove Gesù «trascina la natura recalcitrante in alto verso la sua vera essenza» e porta «il travaglio dell’essere uomini in alto verso Dio». L’ascensione è tradotta in una «vicinanza permanente» di Gesù con noi, un «entrare nel mistero di Dio» e un’altra dimensione dell’essere.

Si descrive, infine, la risurrezione, come fenomeno totalmente nuovo, una nuova dimensione dell’essere uomini, una mutazione decisiva, un salto di qualità; un nuovo genere di futuro per gli uomini, una nuova dimensione dell’esistenza umana, inclusa nell’atto di donare la vita. L’amore e la risurrezione — insiste l’autore — sono i due motivi distintivi dell’essere cristiani. La risurrezione come «mutazione» genetica compiuta da Dio in Gesù e promessa a tutti; l’amore come metodo di vita che distingue i figli di Dio e per il cosmo dischiude già ora un futuro di speranza.

c. d. c.

Tuesday 29 March 2011

Dall’abisso del male

Il pellegrinaggio di Benedetto XVI alle Fosse ardeatine — così l’ha voluto definire lo stesso Papa — per rendere omaggio alle vittime dello spaventoso eccidio, che resta indelebile tra i numerosissimi orrori della seconda guerra mondiale, non ha trovato molto spazio nei media. Forse anche per il succedersi incalzante e drammatico di notizie nel panorama internazionale.

Eppure la visita di Benedetto XVI a questo sacrario «caro a tutti gli italiani» — in continuità con quelle di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, e con la volontà di pregare e «rinnovare la memoria» — ha un significato particolare, che rimane. Il loro successore ha infatti compiuto un altro passo nella ricomposizione della memoria di quel conflitto che contribuì a sprofondare il Novecento nell’abisso del male. Come aveva affermato lo stesso Benedetto XVI un mese esatto dopo la sua elezione riflettendo sulle ultime successioni papali.

In questo modo non bisogna forse considerare, aveva detto il nuovo Papa, «il fatto che sulla cattedra di Pietro, ad un Pontefice polacco sia succeduto un cittadino di quella terra, la Germania, dove il regime nazista poté affermarsi con grande virulenza, attaccando poi le nazioni vicine, tra le quali in particolare la Polonia? Entrambi questi Papi in gioventù — seppure su fronti avversi e in situazioni differenti — hanno dovuto conoscere la barbarie della seconda guerra mondiale e dell’insensata violenza di uomini contro altri uomini, di popoli contro altri popoli».

Alla presenza del rabbino capo della più antica comunità della diaspora occidentale, ferocemente colpita dalla persecuzione razziale anche alle Fosse ardeatine, il vescovo di Roma, «città consacrata dal sangue dei martiri», ha voluto incontrare a lungo i familiari delle vittime — cattolici ed ebrei insieme — e ha reso omaggio alla loro memoria, in un luogo vicino alle catacombe e dal quale ancora una volta si è levata la preghiera dei Salmi, con le parole che da molti secoli ebrei e cristiani innalzano all’unico Dio.

Quel Dio al quale, nell’ora delle tenebre, si rivolsero due caduti, come altri in quei giorni, per affermare la fede «in Dio e nell’Italia» e invocare la protezione degli ebrei «dalle barbare persecuzioni». Benedetto XVI ha citato le loro parole, ricordando il centocinquantesimo anniversario dell’unità del Paese e ripetendo che nel Padre di tutti è possibile un futuro diverso. Che non offenda il Nome santo di Dio e l’essere umano, creato a sua immagine.

g. m. v.

Monday 28 March 2011

Da Gerusalemme a Parigi

L’intuizione di Benedetto XVI di un nuovo spazio dove laici e non credenti possano essere accolti con amicizia per condividere con chi crede la ricerca dell’unico Dio sta prendendo forma. Nella visione papale questa proposta è rappresentata dall’immagine del «cortile dei gentili» nel Tempio di Gerusalemme — dove appunto erano ammessi i pagani attratti dalla religiosità ebraica — ed è stata assunta dall’organismo curiale che si occupa del mondo della cultura con originale creatività.

Carica di simboli è stata così la scelta di Parigi — la «città dei Lumi» emblema di quella modernità contraddittoria e drammatica nata dagli ideali e dagli errori della rivoluzione francese — per l’esordio di questa iniziativa. Che senza dubbio è tra le più importanti decise da un Papa tanto mite quanto coraggioso, uomo di fede e teologo profondo, abituato sin da giovane al confronto, soprattutto nel mondo universitario, con chi è al di fuori dei confini visibili della Chiesa.

Uso dunque a esprimersi con parole comprensibili a tutti, Benedetto XVI ha voluto essere presente a Parigi con un messaggio ai giovani riuniti davanti a Notre-Dame, in uno spazio aperto oggi come venti secoli fa era accessibile ai pagani il cortile esterno del Tempio gerosolimitano. Dal grande santuario di un ebraismo sempre più caratterizzato da aspirazioni universalistiche rimanevano però esclusi i non giudei.

A cambiare tutto è stata la venuta di Cristo, quella luce vista da Giovanni che illumina ogni essere umano e ha abbattuto «il muro di separazione» tra ebrei e gentili, e dunque ogni divisione: anche quella tra credenti e non credenti. E perché non fosse reso difficile l’accesso dei pagani allo spazio loro riservato nel santuario di Gerusalemme Gesù aveva cacciato chi di questo luogo si approfittava per lucro. Per questo Benedetto XVI in molti modi si fa capire. Come hanno dimostrato, diversamente ma con straordinaria efficacia, i suoi ultimi due libri.

Ed efficaci per credenti e non credenti sono risuonate a Parigi le sue parole, rivolte ai giovani, ma più in generale alle donne e agli uomini di oggi. Il Papa ha così rinnovato l’invito che nel succedersi dei secoli e sino alla fine dei tempi la Chiesa di Cristo non si è stancata e non si stancherà di rivolgere: di non aver paura di aprire a Dio i cuori e le società. Senza timore di assumere le parole — libertà, uguaglianza, fraternità — che hanno riassunto gli ideali rivoluzionari, tante volte poi brandite con asprezza contro la Chiesa e il cristianesimo, e che pure dal cristianesimo sono nate.

Comuni sono moltissime aspirazioni di credenti e non credenti, per costruire «un mondo nuovo e più libero, più giusto e più solidale, più pacifico e più felice». Allora — dice Benedetto XVI — tra chi crede e chi non crede deve cadere, nel riconoscimento reciproco, ogni diffidenza: Dio non è un pericolo per la società e la vita umana e non lo è naturalmente la ragione, purché non si pieghi agli interessi e all’utilità, come spesso avviene. Per questo il Papa ha invitato i giovani parigini, riuniti davanti a Notre-Dame, senza distinguere tra credenti e non credenti, a non fermarsi nel cortile dei gentili. E a entrare invece nella cattedrale, dove come incenso si alzava la preghiera della sera.

g.m.v.

Friday 25 March 2011

Una rivoluzione femminile

A tre anni dalla morte la prima biografia di Chiara Lubich

di Lucetta Scaraffia

A tre anni dalla scomparsa, è uscita la prima biografia di Chiara Lubich, scritta da Armando Torno per Città Nuova: un libro che sceglie volutamente un tono non agiografico per descrivere quella che è sicuramente una delle più straordinarie esistenze del Novecento. Una narrazione piana, costruita attraverso le testimonianze delle focolarine e dei focolarini che sono stati più vicini alla loro fondatrice. Un racconto che volutamente mette sullo stesso piano le vicende umane e le esperienze mistiche di Chiara; rispettando, in questo modo, il suo carattere riservato, la sua capacità di stare al centro di tutto ma al tempo stesso di scomparire come persona.

Mi è capitato di incontrarla personalmente una sola volta, l’8 marzo di qualche anno fa, al Quirinale, dove era arrivata per ricevere un’importante onorificenza dal presidente della Repubblica italiana. Era entrata sorridendo, come sempre, senza preoccuparsi se nessuno dei presenti dava segno di riconoscerla e di darle onore. A me, che le ero andata incontro emozionata, ha riservato un sorriso timido e dolce, e ha declinato con semplicità ogni mio tentativo di far sapere ai responsabili del cerimoniale che era arrivata.

La biografia rispetta questo suo atteggiamento umile e ritroso, profondamente disponibile al contatto umano ma del tutto indifferente alla notorietà, e alla ribalta che pure le spettava. A tal punto che si coglie l’importanza di Chiara nella storia del Novecento quasi più dalla cronologia comparata, molto ben fatta, che si trova in appendice al volume e che dà conto della ricchezza delle forme di aggregazione da lei create all’interno del mondo cattolico, della sua straordinaria capacità di costruire momenti di incontro e di vero dialogo con esponenti e fedeli di altre religioni, della fecondità spirituale che ha segnato la sua vita interiore.

Una fecondità che ha sempre condiviso con le sorelle e i fratelli più vicini, e poi con tutti coloro che rivelavano disponibilità all’ascolto, consapevole che i tempi in cui si trovava a vivere richiedevano un’immediata condivisione di quanto lei, strumento di Gesù, arrivava a comprendere illuminata dallo Spirito Santo. Illuminazioni che nascevano dalla lettura continua della Sacra Scrittura: «Ogni volta che Chiara apriva il Vangelo vi scopriva la profondità di quelle parole di vita eterna che mai prima aveva trovato».

In questo modo, Chiara ha anticipato quello che la cultura cattolica avrebbe poi scoperto: l’ingresso nel linguaggio spirituale della parola amore, fino a quel momento riservata più che altro ai discorsi mondani; l’idea della spiritualità dell’unità, che si trasforma in una appassionata forma di dialogo tra le religioni e in una risposta alla «notte culturale» dell’umanità. Senza mai preoccuparsi che fosse ricordato il suo ruolo precorritore.

La proposta di una nuova evangelizzazione, secondo le sue parole, «non significa soltanto che il mondo secolarizzato» ne ha bisogno, ma anche che «l’evangelizzazione va fatta in maniera nuova». E alla ricerca di questa maniera nuova dedica tutte le sue energie: gli incontri, anche quelli apparentemente secondari, si trasformano grazie a lei in nuove vie e nuovi progetti, allargando sempre più la rete dei coinvolgimenti nel suo ideale: la santità a portata di tutti. Il suo movimento si apre a tutti gli ambiti, in un’ottica universale, con particolare attenzione alla cultura e ai media, mentre la sua vita interiore dà un nuovo impulso agli studi teologici.

Ma certamente l’aspetto di novità più forte che ha segnato la sua vicenda è proprio il suo essere donna, una donna che dà un accento fortemente femminile a ogni sua opera: basti pensare al nome più conosciuto del movimento da lei fondato (ufficialmente Opera di Maria) che evoca il focolare, spazio tradizionalmente femminile. Comincia circondandosi di donne, che sanno poi aprirsi alla necessaria presenza maschile, e dà disposizioni che a presiedere il movimento sia sempre una donna.

Anche la spiritualità dell’Opera prende una forma femminile, rappresentando la presenza mistica di Maria nella Chiesa. In questo modo, con la sua straordinaria esperienza, Chiara — che parla alle assemblee dei vescovi, è ascoltata dai Papi, viene accolta con gli onori di un capo di Stato nei Paesi che visita — realizza quello che i tempi richiedono anche alla Chiesa: riconoscere l’importanza del ruolo delle donne.

Ma lo ottiene senza rivendicare diritti, senza nessuna asprezza. Lo ottiene dimostrando di sapersi meritare quell’autorità che le viene riconosciuta, come è stato per le grandi sante nella storia della Chiesa. La sua importanza nel cattolicesimo del Novecento è anche la prova di una rivoluzione femminile compiuta nel silenzio e nella modestia. Rimane il compito di prenderne atto.

Wednesday 23 March 2011

Questione di radicalità evangelica

Il celibato sacerdotale

di Mauro Piacenza

Residuo preconciliare e mera legge ecclesiastica. Sono queste, in definitiva, le principali e più dannose obiezioni che riaffiorano nel periodico riaccendersi del dibattito sul celibato sacerdotale. Eppure, niente di questo ha reale fondamento, sia che si guardi ai documenti del concilio Vaticano II, sia che ci si soffermi sul magistero pontificio. Il celibato è un dono del Signore che il sacerdote è chiamato liberamente ad accogliere e a vivere in pienezza.

Se infatti si esaminano i testi, si nota innanzitutto la radicale continuità tra il magistero che ha preceduto il concilio e quello successivo. Pur con accenti talora sensibilmente differenti, l’insegnamento papale degli ultimi decenni, da Pio XI a Benedetto XVI, è concorde nel fondare il celibato sulla realtà teologica del sacerdozio ministeriale, sulla configurazione ontologica e sacramentale al Signore, sulla partecipazione al suo unico sacerdozio e sulla imitatio Christi che esso implica. Solo, dunque, una scorretta ermeneutica dei testi del Vaticano II – a cominciare dalla Presbyterorum ordinis – potrebbe condurre a vedere nel celibato un residuo del passato di cui liberarsi. E una tale posizione, oltre che errata storicamente, teologicamente e dottrinalmente, è anche dannosa sotto il profilo spirituale, pastorale, missionario e vocazionale.

Alla luce del magistero pontificio bisogna anche superare la riduzione, in taluni ambienti molto diffusa, del celibato a mera legge ecclesiastica. Esso, infatti, è una legge solo perché è un’esigenza intrinseca del sacerdozio e della configurazione a Cristo che il sacramento dell’Ordine determina. In tale senso la formazione al celibato, oltre ogni altro aspetto umano e spirituale, deve includere una solida dimensione dottrinale, poiché non si può vivere ciò di cui non si comprende la ragione.

In ogni caso, il dibattito sul celibato, che periodicamente nei secoli si è riacceso, certamente non favorisce la serenità delle giovani generazioni nel comprendere un dato così determinante della vita sacerdotale.

Giovanni Paolo II nella Pastores dabo vobis (n. 29), riportando il voto dell’assemblea sinodale, afferma: “Il Sinodo non vuole lasciare nessun dubbio nella mente di tutti sulla ferma volontà della Chiesa di mantenere la legge che esige il celibato liberamente scelto e perpetuo per i candidati all’Ordinazione sacerdotale nel Rito latino. Il Sinodo sollecita che il celibato sia presentato e spiegato nella sua piena ricchezza biblica, teologica e spirituale, come dono prezioso dato da Dio alla sua Chiesa e come segno del Regno che non è di questo mondo, segno dell’amore di Dio verso questo mondo nonché dell’amore indiviso del sacerdote verso Dio e il Popolo di Dio”.

Il celibato è questione di radicalismo evangelico. Povertà, castità e obbedienza non sono consigli riservati in modo esclusivo ai religiosi. Sono virtù da vivere con intensa passione missionaria. Non possiamo abbassare il livello della formazione e, di fatto, della proposta di fede. Non possiamo deludere il popolo santo di Dio, che attende pastori santi come il curato d’Ars. Dobbiamo essere radicali nella sequela Christi senza temere il calo del numero dei chierici. Infatti, tale numero decresce quando si abbassa la temperatura della fede, perché le vocazioni sono “affare” divino e non umano. Esse seguono la logica divina che è stoltezza agli occhi umani.

Mi rendo conto, ovviamente, che in un mondo secolarizzato è sempre più difficile comprendere le ragioni del celibato. Ma dobbiamo avere il coraggio, come Chiesa, di domandarci se intendiamo rassegnarci a una tale situazione, accettando come ineluttabile la progressiva secolarizzazione delle società e delle culture, o se siamo pronti a un’opera di profonda e reale nuova evangelizzazione, al servizio del Vangelo e, perciò, della verità sull’uomo. Ritengo, in tal senso, che il motivato sostegno al celibato e la sua adeguata valorizzazione nella Chiesa e nel mondo possano rappresentare alcune tra le vie più efficaci per superare la secolarizzazione.

La radice teologica del celibato, dunque, è da rintracciare nella nuova identità che viene donata a colui che è insignito del sacramento dell’Ordine. La centralità della dimensione ontologica e sacramentale e la conseguente strutturale dimensione eucaristica del sacerdozio rappresentano gli ambiti di comprensione, sviluppo e fedeltà esistenziale al celibato. La questione, allora, riguarda la qualità della fede. Una comunità che non avesse in grande stima il celibato, quale attesa del Regno o quale tensione eucaristica potrebbe vivere?

Non dobbiamo allora lasciarci condizionare o intimidire da chi non comprende il celibato e vorrebbe modificare la disciplina ecclesiastica, almeno aprendo delle fessure. Al contrario, dobbiamo recuperare la motivata consapevolezza che il nostro celibato sfida la mentalità del mondo, mettendo in crisi il suo secolarismo e il suo agnosticismo e gridando, nei secoli, che Dio c’è ed è presente.

Tuesday 22 March 2011

L’orso del Papa

Alla dedicazione della parrocchia romana di San Corbiniano — una liturgia esemplare per la cura e la partecipazione dei fedeli, tra i quali tantissimi bambini — erano presenti ben tre successori del fondatore della diocesi di Frisinga: oltre a Joseph Ratzinger, oggi Papa con il nome di Benedetto XVI, i cardinali Friedrich Wetter e Reinhard Marx. Un fatto eccezionale, che il parroco ha sottolineato nel suo caloroso saluto iniziale.

Nell’omelia il vescovo di Roma, successore del primo degli apostoli, ha improvvisato una breve riflessione su questo monaco francese attratto dalla vita contemplativa che scese a Roma per fondarvi un monastero. Ma qui la sua vita cambiò in modo inatteso: il Papa lo ordinò vescovo per la Baviera, dove la popolazione «voleva farsi cristiana, ma mancava gente colta, mancavano sacerdoti per annunciare il Vangelo».

Una scelta, quella di Gregorio ii, che si rivelò di universalità — il santo infatti «collega la Francia, la Germania, Roma», ha sottolineato il Papa — e nello stesso tempo di unità: Corbiniano ci dice che «la Chiesa è fondata su Pietro» e che era la stessa «come oggi». Per una ragione molto semplice: Cristo è lo stesso, «la Verità, sempre antica e sempre nuova, attualissima, presente, e apre la chiave per il futuro».

Parlando ai fedeli Benedetto XVI ha accennato all’orso che ha scelto di collocare nel suo stemma, episcopale e poi papale. Joseph Ratzinger ne aveva scritto per la prima volta nel libro autobiografico, tanto piccolo quanto prezioso, che pubblicò nel suo settantesimo anno e dove raccolse i suoi ricordi sino alla consacrazione episcopale. Raccontando come all’animale che aveva sbranato il cavallo di Corbiniano, in viaggio per Roma, fu imposto dal monaco di portare il suo fardello.

Ratzinger, sulla traccia del prediletto Agostino, spiegava che quel peso — il carico episcopale di chi «tira il carro di Dio in questo mondo» — venne imposto a Corbiniano e al vescovo africano, attratti entrambi dalla contemplazione e dallo studio. «Ma proprio in questo modo io ti sono vicino, ti servo, tu mi hai nella mano», concludeva il cardinale ormai a Roma. Affidandosi all’unico Signore, come ogni giorno fa Benedetto XVI. Che resta sempre affezionatissimo al suo orso.

g. m. v.