Monday 20 October 2014

I consigli di un padre e il dono della reciprocità

Sulla terra, mescolati in un mare di provvidenza e di bene, ci sono anche i nemici dei deboli e dei poveri che attraversano i deserti verso le terre promesse. Questi nemici attaccano all’improvviso, a volte senza ragioni. Tanti poveri, ieri e oggi, si salvano perché qualcuno 'tiene le mani alzate', prega, invoca, grida con loro, per loro, a loro posto. E perché altri, quando i profeti sono stanchi per la lunghezza e durezza della battaglia e le loro braccia iniziano a cedere, si mettono accanto a loro e li sostengono. Il male – è questo un messaggio grande dell’umanesimo biblico – per quanto potente e astuto è meno profondo e vero del bene, la vita è più grande e forte della morte. È su questa parola che chiunque lotta per il bene e per la vita può continuare a sperare, e la sua speranza può non essere vana. 
 
Dopo la fame, a Massa e Meriba torna la sete e con essa tornano le proteste (Esodo 17,1-7). In quel deserto di Refidim arriva anche l’attacco di Amalek, e il popolo liberato dall’Egitto conosce la prima guerra, che Israele vinse perché Mosè riuscì a tenere le mani alzate per tutta la durata della battaglia. Ci riuscì con l’aiuto di Aronne e Cur, che «sostenevano le sue mani uno da una parte l’altro dall’altra» (17,4). Quando arrivano certi nemici, per continuare a vivere non è sufficiente la fortezza di Mosè. Occorrono anche le braccia di Aronne e di Cur, altri 'carismi' co-essenziali perché il popolo non muoia. I profeti possono e devono pregare e a volte urlare, ma senza persone e istituzioni che credono a quella preghiera e agiscono, non si riesce a vincere la battaglia, perché le sole braccia del profeta non ce la fanno.
Oggi troppi poveri continuano a morire non solo perché mancano i Mosè; muoiono anche per l’assenza di Aronne e Cur, o perché se ci sono non sono abbastanza forti e resilienti per arrivare fino al tramonto del sole. E così, nonostante le grida dei profeti, continuiamo a morire nelle mille Lampedusa del mondo. 
 
«Udì Ietro, sacerdote di Madian, suocero di Mosè, tutto quello che Dio aveva fatto per Mosè e per Israele, suo popolo» (18,1). Con il suocero, giungono all’accampamento anche sua moglie Zippora (che Mosè aveva sposato durante il suo esilio a Madian), e i loro due figli. E subito in quello scenario di deserto, di fame, di sete, di guerra, si apre uno squarcio di cielo, uno di quei pezzi di paradiso che solo il ritrovarsi in famiglia riesce a farci vedere e vivere: «Mosè uscì per incontrare suo suocero, si prostrò e lo baciò. Chiesero notizie l’un l’altro circa la salute, ed entrarono nella tenda» (18,7). Si baciano, e nella tenda si raccontano la liberazione, il miracolo del mare, la festa, il tamburello di Miriam. E «Ietro esultò» (18,9). 

Sebbene anch’egli erede di Abramo (per via di Ketura, la sua seconda moglie: Genesi 25,1-4), Ietro apparteneva a un altro popolo, adorava altri dei. Aveva però accolto Mosè esule e fuggiasco, gli aveva dato in sposa sua figlia, avevano lavorato insieme (Mosè pascolava il suo gregge), lo aveva certamente amato.
Soprattutto aveva conosciuto e visto la chiamata di Mosè sull’Oreb, e gli aveva detto: «Vai in pace» (3,18). Non poteva conoscere la voce che aveva chiamato suo genero, ma sentì che era una voce vera. 
 
I famigliari dei profeti hanno spesso, quasi sempre, il dono di capire che la voce che chiama un loro figlio, un fratello, una mamma, è una voce buona e vera. Magari non la conoscono, hanno altra cultura e altri culti, ma l’amore e la grazia naturale della famiglia consente loro, spesso nel dolore, di intuire che quella voce è entrata nella loro famiglia per una salvezza. 

L’incontro di Mosè con la sua famiglia ci rivela anche l’assenza di Zippora e dei suoi figli durante la liberazione del
popolo dal faraone. Li avevamo lasciati sulla via tra l’Oreb e l’Egitto, quando Mosè fu salvato da un’azione misteriosa di Zippora dall’attacco di Dio che voleva farlo morire (3,24-26).
Ma durante la sua missione in Egitto Mosè era senza moglie e senza figli. 
 
C'è un mistero di solitudine al cuore della profezia biblica. La vocazione profetica non è - non dimentichiamolo - una chiamata a una vita personale felice, ma un invio per svolgere un compito di liberazione e di felicità per altri. C’è una certa felicità anche nel seguire la voce, ma è una felicità diversa e misteriosa, che dovremmo chiamare 'verità'. Quando una persona riceve questo tipo di vocazione, sa che se risponde 'eccomi' non gli è assicurata la presenza dei suoi affetti e della loro tipica e sublime felicità. 

Nella chiamata del profeta non ci sono promesse di compagnia durante le piaghe e il cammino dell’esodo; c’è la certezza che si sta seguendo una voce vera e buona per sé e per tutti, e ci sono le sorprese di vedere un mare aprirsi, una colonna di fuoco che indica la strada, di udire le nubi parlare. Questa forma di solitudine, accompagnata e riempita da una voce che non si vede ma che si sente, è parte essenziale della vocazione profetica, anche quando si resta dentro casa circondati dai propri famigliari. 
 
Ietro resta anche il giorno seguente presso la tenda di Mosè, lo vede nell’esercizio quotidiano del suo ministero (e mistero). E gli chiede: «'Che cos’è questo che fai per il popolo? Perché siedi tu solo, mentre il popolo sta presso di te dalla mattina alla sera?'» (18,14). Mosè gli risponde: «'Perché il popolo viene da me per consultare Dio. Quando hanno qualche questione, vengono da me e io giudico'» (18,15-16). Ietro replica: «'Non va bene quello che fai! Finirai per esaurirti, tu e il popolo che è con te, perché il compito è troppo pesante per te; non puoi attendervi tu da solo'» (18,17-18). 

È importante lo sguardo tipico dei famigliari e degli amici dei profeti, e la loro misteriosa ma reale autorità («Non va bene quello che fai»). Il popolo e gli anziani avevano un altro sguardo su Mosè: era il loro liberatore e la loro guida, l’interprete della volontà di Dio per loro, il sapiente che amministrava la giustizia. Ietro giunge da fuori, vuole bene a Mosè, lo ha conosciuto da giovane, ha visto sbocciare i suoi affetti e la sua vocazione. Così riesce a vedere che la vita concreta di Mosè non è sostenibile. Senza una moglie, un figlio, un genitore che ci guardano diversamente e ci dicono: 'Se vai avanti così, ti esaurirai', non riusciamo a capire che il nostro lavoro e il nostro compito stanno peggiorando la nostra vita. Non sono i nostri colleghi né i clienti che ci possono dire queste parole diverse, tantomeno le persone che ci vedono come loro guida. Ma senza queste parole 'altre' non raggiungiamo la terra promessa, ci perdiamo nel deserto, smarriamo la via. Questi sguardi sono essenziali non solo per i profeti. Lo sono anche per i responsabili di comunità religiose e civili, per i fondatori di movimenti e di associazioni, per tutti coloro che hanno responsabilità morali e spirituali su altri. Ci si smarrisce e non si porta a complimento il proprio compito senza lo sguardo diverso dei famigliari e degli
amici, almeno di uno di loro. 

I famigliari, gli amici veri, anche quelli provenienti da culture diverse dalle nostre, anche quelli che non credono nel nostro Dio ma ci vogliono veramente bene, hanno per noi una grazia di tipo profetico. Possono parlarci, ci parlano, a nome di Dio; e se li ascoltiamo ci aiutano molto a svolgere la nostra missione. Per questa ragione le comunità che non hanno altri sguardi al di fuori di quelli 'interni', raramente sono luoghi di salvezza. 

  La presenza di sguardi esterni di amore naturale consente al 'profeta' di sperimentare la reciprocità tra uguali, che può mancare, e spesso manca, con i membri della comunità che guida. Un genitore, una moglie, un suocero gli possono donare l’esperienza di incrociare gli 'occhi alla pari', che la Genesi ha posto come legge fondamentale dell’umano (2,18). Il profeta è prima Adam e poi Mosè. Anche i profeti più grandi hanno bisogno di vivere la figliolanza, grazie a qualcuno che con un’altra autorità può dare loro consigli efficaci. Anche i profeti devono obbedire agli uomini. «'Ora ascoltami – aggiunge Ietro –.
Sceglierai tra tutto il popolo uomini validi che temono Dio, uomini retti che odiano i guadagni disonesti, per costituirli sopra di loro come capi di migliaia, capi di centinaia, capi di cinquantine e capi di decine'». Mosè «fece quanto gli aveva suggerito» (18,24). Poi Ietro riparte per «la sua strada» (18,27), e Zippora ritorna sullo sfondo della Bibbia. Fa parte della funzione e della grazia dei famigliari e degli amici dei profeti sapere quando è il momento di ripartire. Ma prima, col loro passaggio, possono guardarli in un altro modo, e aiutarli a
portare a termine il loro compito.

Monday 20 October 2014 06:51

I preziosi «metodi» nella natura

​«La Chiesa è coerente con se stessa sia quando ritiene lecito il ricorso ai periodi infecondi, sia quando condanna come sempre illecito l’uso dei mezzi direttamente contrari alla fecondazione». Quando 46 anni fa Paolo VI scrisse questa frase dell’enciclica Humanae Vitae (n.16, "Liceità del ricorso ai periodi infecondi") non sapeva che la sua decisione avrebbe prodotto due risultati di cui vediamo ancora oggi gli effetti. Il primo, del tutto positivo, anzi profetico, perché esplicitamente desiderato dal Papa, ha aperto la strada all’approfondimento scientifico sui metodi naturali per la regolazione della fertilità. Il secondo, più ambivalente perché non voluto, ha determinato l’annessione d’ufficio dei "metodi" alle scelte che certo laicismo becero continua a bollare come "confessionali", quindi - secondo questa visione – umanamente grette e scientificamente superate. Quanto questo approccio sia frutto di un pregiudizio quasi incoercibile e non tenga conto di tutta una serie di evidenze scientifiche che in questi decenni sono andati affermandosi in modo nettissimo e  trasversale, lo dimostra il documento firmato da undici primari delle cattedre di Ginecologia e Ostetricia di tutte le Università romane.

Al termine di un convegno sull’attualità della Humanae Vitae, in occasione della beatificazione di papa Montini, i docenti hanno avvertito la necessità di riconoscere «come i metodi naturali per la conoscenza della fertilità della donna riservano un particolare interesse e abbiano un loro oggettivo spazio nell’attività diagnostica e clinica». Ma non solo. Si impegnano a diffondere la conoscenza dei metodi naturali dal punto di vista didattico e ad avviare ricerche finalizzate a «comprendere gli intimi meccanismi biologici coinvolti per lo studio del complesso processo della fertilità». Pronunciamento autorevole e significativo, anche per la ricorrenza in cui è stato espresso, ma che non sorprende chi – come gli esperti impegnati nella Confederazione italiana dei Centri per la regolazione naturale della fertilità – hanno in questi anni dedicato tempo e fatiche alla diffusione e allo studio dei "metodi".

Proprio alla luce di questa mole imponente di approfondimenti, condotti in tutto il mondo, anche e soprattutto in ambienti laici, oggi nessuno tra gli esperti mette in dubbio il rigore scientifico dei "metodi". Sottolineatura importante ma parziale, molto parziale, di fronte alla ricchezza di un approccio di conoscenza che è soprattutto antropologica, relazionale e umana. La biologia, pur importante, arriva solo dopo. I "metodi" non sono un’alternativa naturale alla contraccezione, ma sono uno stile di vita per vivere in pienezza la verità dell’amore coniugale.

Tanto è vero che in questi giorni al Sinodo, nello sforzo di approfondire la portata autentica della sessualità nella coppia, i metodi naturali sono stati indicati come scelta di equilibrio in alternativa all’erotismo malato che ormai troppo spesso inquina le relazioni sentimentali, dentro e fuori il matrimonio. Inoltre, la promozione dei metodi naturali, permette di chiarire senza equivoci la verità del maschile e del femminile alla luce di un’evidenza naturale che non ammette interpretazioni ideologiche. La ciclicità della fisiologia femminile si integra con la linearità maschile in un dialogo profondo che si nutre di tenerezza e delicatezza, e dimostra come la reciproca valorizzazione – rispetto ad altri tipi di relazioni – non solo è premessa di fertilità, ma aprendosi alla prospettiva del dono delinea la grandezza dell’essere umano e fonda un principio di civiltà.

Negare la radice culturale, biologica e antropologica della differenza tra maschile e femminile sostituendola con la falsificante idea dell’orientamento sessuale – come vorrebbero le teorie del "gender" – non solo è pretesa scientificamente insostenibile, ma rischia di minare alla base i fondamenti su cui si regge il nostro patto sociale. Ecco perché salvaguardare la natura autentica dell’amore secondo la prospettiva dei "metodi", quale espressione piena della natura umana, è scelta di libertà e di benessere integrale.

Sunday 19 October 2014

​La lezione di Paolo VI (per il Sinodo e oltre)

Che la beatificazione di Paolo VI alla fine del Sinodo straordinario sulla famiglia fosse un messaggio in sé, lo si era capito fin dall’inizio. Adesso c’è anche la conferma. Con pochi ma vigorosi tratti, Papa Francesco ne ha infatti delineato non solo la figura, ma anche la lezione permanente, che vale per la Chiesa del 2000 e soprattutto per il cammino futuro del Sinodo.

Primo elemento “ la profetica testimonianza di amore a Cristo e alla sua Chiesa”. Dove il possessivo “sua” non è un dettaglio, ma richiama il titolo della prima e programmatica enciclica di Paolo VI, Ecclesiam Suam. La Chiesa non è dei fedeli, dei vescovi e nemmeno del Papa, ma “sua”, cioè di Cristo. E dunque questo amore è sinonimo di servizio, quindi di sofferenza se necessario, offerta affinché “sia chiaro – come scriveva Montini alla fine del Concilio e come il Papa ha ricordato ieri – che Egli (cioè Cristo, ndr), e non altri, la guida e la salva”. Lo ha fatto negli anni turbinosi del dopo Concilio, nessuno può dubitare che lo faccia anche oggi in una temperie che per molti versi assomiglia a quel periodo.

Alla luce di questa verità si deve intendere anche il secondo elemento, cioè il coraggio. “Coraggioso cristiano” è stata una delle definizioni con cui Francesco ha disegnato i contorni della figura del Papa beato. Ma il coraggio di Paolo VI non era temerarietà, sconsideratezza, fuga in avanti. Era invece un “guardare alla realtà di Dio per vivere con i piedi ben piantati per terra e rispondere con coraggio (appunto, ndr) alle sfide”. Non è possibile non cogliere, in queste parole dell’omelia della Messa di beatificazione, il riferimento anche al cammino del Sinodo, alle difficili sfide che è chiamato ad affrontare, alle “ferite” sulle quali la Chiesa deve versare l’olio della misericordia e insieme la medicina della verità. In altri termini è il coraggio di chi – e Montini lo ha fatto pienamente nei suoi quindici anni di pontificato – sa navigare nel mare della storia evitando gli scogli (le “tentazioni” le ha definite Bergoglio) dell’”irrigidimento ostile” da una parte e del “buonismo distruttivo” dall’altra.

Infine e soprattutto la perdurante lezione di Paolo VI si estrinseca nella speranza. Il Papa che i suoi detrattori definirono “mesto” era mosso in realtà dalla grande incrollabile speranza cristiana. Francesco, anche in questo caso ha ripreso e attualizzato questo suo insegnamento e nell’omelia ha suonato più volte questo tasto. Il lascarsi sorprendere da Dio, l’affermazione secondo cui un “cristiano che vive il Vangelo è la novità di Dio nella Chiesa e nel mondo”, l’invito a non cedere al “pessimismo prevalente che ci propone il mondo stesso” vanno proprio in questa direzione. E di fatto indicano la strada alle diocesi, ai vescovi, ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose, ai laici e alle famiglie che da qui all’ottobre del 2015 saranno la nuova immensa Aula sinodale diffusa in tutta la terra. Ecclesia nei cinque continenti. Sua, cioè di Cristo. Secondo la lezione di Paolo VI.

Sunday 19 October 2014 10:10

La Chiesa non è partito

Il cammino del Sinodo è aperto. Non ha chiuso i suoi battenti ieri e non ha sbattuto la porta in faccia a nessuno, l’ha lasciata aperta ricalcando il paradigma di «Cristo che ha voluto che la Sua Chiesa fosse una casa con la porta sempre aperta nell’accoglienza», come si è scritto nel messaggio sinodale approvato dall’ampia maggioranza dell’assemblea.

E così come emerge dal testo della Relatio Synodi, varato e consegnato ieri sera nelle mani del Papa e che egli ha voluto far subito pubblicare nella sua totale integrità per una assoluta trasparenza di quanto svoltosi in aula.

Un testo, questo, che non è un documento dottrinale, né un documento chiuso – come si è ribadito più volte –, ma un contributo per un cammino ulteriore e che allo stesso tempo mostra il grado di maturità del percorso fin qui sostenuto dai Padri sinodali. Certamente è il frutto di un’elaborazione comune che si mostra rispettosa della pluralità, delle sensibilità e delle divergenze di opinioni emerse dall’ampio dibattito, vivace e franco, svoltosi in tutti questi giorni senza veli e senza censure, ed è quindi l’espressione di una "dinamica inclusiva", una dinamica autenticamente sinodale, riscoperta nel suo significato originario.

Quella che ha portato innanzitutto la Chiesa a interpellarsi, a intraprendere un profondo moto di discernimento e ad aprire gli occhi sulla realtà guardando alle famiglie per quello che oggi sono e non soltanto per come dovrebbero essere.

Ed è allo stesso tempo anche il paradigma di una Chiesa che non ha avuto paura del confronto aperto al suo interno e nei confronti delle realtà vissute dalle famiglie nel contesto globale del nostro tempo, cosciente che occorrono nuovi linguaggi e nuovi approcci pastorali per farsi prossimi a tutti.

È dunque proprio questo metodo, questa consapevolezza di un rinato modo di procedere che sconfigge la sclerotizzazione, che fa la differenza e costituisce la novità più importante dell’assemblea straordinaria dei vescovi sul tema della famiglia. Proprio in continuità con quanto auspicava Paolo VI nella sua Apostolica Sollecitudo istituendo per la Chiesa universale il Sinodo.

Il Papa che oggi viene proclamato beato parlava della «sollecitudine apostolica, con la quale, scrutando attentamente i segni dei tempi, cerchiamo di adattare le vie ed i metodi del sacro apostolato alle accresciute necessità dei nostri giorni ed alle mutate condizioni della società». «Potrei dire serenamente che con uno spirito di collegialità e di sinodalità abbiamo vissuto davvero un’esperienza di "Sinodo", un percorso solidale, "un cammino insieme"», ha detto Papa Francesco nel suo discorso conclusivo rivolgendosi all’assemblea.

E con lucidità e intensità ha voluto sottolineare e rimarcare il valore di questi passi compiuti nell’autentica sinodalità attraverso quel dibattito non formale che il Papa stesso fin dall’inizio aveva sollecitato, e che si distanzia dai sinodi degli ultimi tempi: «Personalmente mi sarei molto preoccupato e rattristato se non ci fossero state tentazioni e animate discussioni... se tutti fossero stati d’accordo o taciturni in una falsa e quietista pace. Invece ho visto e ho ascoltato con gioia e riconoscenza discorsi e interventi pieni di fede, di coraggio e di parresìa.

E ho sentito che è stato messo davanti agli occhi il bene della Chiesa, delle famiglie e la suprema lex, la salus animarum». Confidando, poi, di aver vissuto «con serenità e con pace interiore» queste giornate di lavoro perché il Sinodo «si svolge cum Petro et sub Petro e la presenza del Papa è garanzia per tutti», Francesco ha perciò voluto ribadire cos’è la Chiesa: «La Madre fertile e Maestra premurosa che non ha paura di rimboccarsi le maniche per versare l’olio e il vino sulle ferite degli uomini, che non guarda l’umanità da un castello di vetro per giudicare le persone.

Questa è la Chiesa... composta da peccatori, bisognosi della Sua misericordia». Con parole che offrono la chiave ermeneutica per riflettere sul percorso fin qui maturato e per quello che si apre ancora ha annotato: «Tanti commentatori hanno immaginato di vedere una Chiesa in litigio dove una parte è contro l’altra» e hanno dubitato «perfino dello Spirito Santo» che è «il vero promotore e garante dell’unità e dell’armonia della Chiesa che lungo storia ha condotto la barca». Così, invece, progredisce la Chiesa di Cristo. E questo è il suo modo di lavorare, il suo spartito per arrivare a una sintesi e a una comprensione più alta, ben diversa da un compromesso. Perché è la Chiesa, non un partito.

Sunday 19 October 2014 07:46

ECCO PERCHE’ PAOLO VI, BEATIFICATO OGGI, E’ L’OPPOSTO ESATTO DI PAPA BERGOGLIO. CHE AL SINODO NON E’ RIUSCITO A FAR PASSARE LA LINEA KASPER. I RISULTATI DELL’OPERAZIONE: UNA CHIESA SPACCATA E SCREDITATA PER AVER CREATO IMMENSA CONFUSIONE SUI SUOI INSEGNAMENTI

E’ imbarazzante oggi per papa Bergoglio beatificare Paolo VI perché è il suo esatto contrario.

Negli anni Sessanta esplode nel mondo la rivoluzione radicale e marxista che farà danni immani prima col comunismo e poi con la sua deriva nichilista (da rileggere Augusto Del Noce).

Paolo VI è il grande profeta che si oppose a questa catastrofe annunciata e tentò di alzare un muro contro l’invasione radicale e marxista nella Chiesa. Bergoglio invece è colui che vuole abbattere quel muro.

 

I DUE OPPOSTI

 

Papa Montini seppe andare contro il conformismo del pensiero unico per difendere la Chiesa e la vera fede. Fu abbandonato e isolato da tutto l’establishment intellettuale cattoprogressista (buttatosi a sinistra) che prima vedeva in lui un punto di riferimento.

Accettò l’isolamento e la loro ostilità per restare fedele a Cristo anche a costo di archiviare le sue personali sensibilità culturali (cioè fece prevalere Pietro su Simone come era suo dovere).

Il cardinale Ratzinger, alla sua morte disse: “Paolo VI ha resistito alla telecrazia e alla demoscopia, le due potenze dittatoriali del presente. Ha potuto farlo perché non prendeva come parametro il successo e l’approvazione, bensì la coscienza, che si misura sulla verità, sulla fede”.

Papa Bergoglio fa l’esatto contrario e usa il sistema mediatico laicista, a lui totalmente osannante, per uniformare la Chiesa al mondo “politically correct” e per affermare le “sue” personali idee (facendo prevalere Simone su Pietro).

Paolo VI con l’eroismo profetico della “Humanae vitae” intuì e denunciò la distruzione dell’umano, dei rapporti affettivi e del valore della vita, che stava per essere perpetrata (e il panorama di macerie di oggi, 50 anni dopo, ne è la prova).

Invece il “bergoglismo” a quella liquefazione nichilista dell’umano, come si è visto al Sinodo, pensa di strizzare l’occhio.

Montini è il papa che per primo ha intuito l’“emergenza antropologica” oggi esplosa e che ha formulato quei “principi non negoziabili” che oggi Bergoglio misconosce e rottama.

Infatti Paolo VI legò la “Humanae vitae” alla “Populorum progressio”, mostrando che la difesa della dignità umana dal concepimento alla morte naturale, ovvero la legge naturale (di cui la Chiesa è custode), è la base di ogni vero progresso economico, civile e sociale.

Invece l’epoca Bergoglio addirittura abbandona la categoria di legge naturale che è sempre stato un pilastro del magistero della Chiesa (e ha pure fondato il diritto internazionale).

 

AUTODEMOLIZIONE

 

Paolo VI intuì che c’erano lobby e ideologie, interne ed esterne al mondo cattolico, che volevano “usare” il Concilio per scardinare la Chiesa. E prima impedì colpi di mano rovinosi al Concilio (anche con la famosa “Nota explicativa Praevia”). Poi denunciò, sempre più drammaticamente quelle correnti cattoprogressiste che puntavano all’“autodemolizione” della Chiesa.

Papa Bergoglio rappresenta invece la bandiera e il simbolo attuale di quel cattoprogressismo che negli anni Sessanta portò la Chiesa – per dirla con Paolo VI – in un tempo di “nuvole, tempesta e buio” (basti pensare alle decine di migliaia di religiosi che abbandonarono l’abito).

Papa Montini denunciò il modernismo come sintesi di tutte le eresie e sottolineò che la Chiesa cattolica ha come missione primaria la “rigorosa conservazione della Rivelazione autentica, e la considera come tesoro inviolabile, e ha una coscienza così severa del suo fondamentale dovere di difendere e di trasmettere in termini inequivocabili la dottrina della fede; l’ortodossia è la sua prima preoccupazione”.

Papa Bergoglio, al contrario, arriva addirittura a scagliarsi contro chi usa “un linguaggio completamente ortodosso” (Ev. gaud. n. 41) e bolla continuamente come “farisei” coloro che chiedono fedeltà alla dottrina cattolica.

Egli infatti contrappone la misericordia alla dottrina come se Gesù Cristo non fosse al tempo stesso la misericordia e la Verità. Al tempo di Bergoglio la parola “misericordia” – come si è visto al Sinodo – si degrada a discutibile accondiscendenza ai costumi e alle ideologie mondane.

Invece papa Montini proclama che la Chiesa è vincolata al “Depositum fidei”, cioè all’insegnamento della Verità, che “costituisce per essa un tale impegno, che sarebbe tradimento violare. La Chiesa maestra non inventa la sua dottrina; ella è teste, è custode, è interprete, è tramite; e, per quanto riguarda le verità proprie del messaggio cristiano, essa si può dire conservatrice, intransigente; e a chi la sollecita di rendere più facile, più relativa ai gusti della mutevole mentalità dei tempi la sua fede, risponde con gli Apostoli: Non possumus, non possiamo (Act 4,20)”.

 

ANNI DI PIOMBO

 

Verso la fine del suo pontificato, nei bui anni Settanta, nei quali la menzogna dell’ideologia si trasformava in dilagante violenza politica e in odio anticristiano, considerando la situazione della Chiesa ormai terra di conquista di ideologie avverse e di dilaganti eresie, nel divampare delle contestazioni, Paolo VI affermò addirittura che “il fumo di Satana è entrato nel tempio di Dio”.

Verità drammatica. Un giorno all’amico Jean Guitton confidò: “C’è un grande turbamento in questo momento nel mondo e nella Chiesa, e ciò che è in questione è la fede. Capita ora che mi ripeta la frase oscura di Gesù nel vangelo di san Luca: ‘Quando il Figlio dell’uomo ritornerà, troverà ancora la fede sulla terra?’ (…). Rileggo talvolta il vangelo della fine dei tempi e constato che in questo momento emergono alcuni segni di questa fine”.

Infine papa Montini ebbe questa intuizione profetica: “Ciò che mi colpisce, quando considero il mondo cattolico, è che all’interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non-cattolico, e può avvenire che questo pensiero non cattolico all’interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia”.

Poi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, figli spirituali di Paolo VI, hanno rappresentato la rinascita della fede, la riscoperta di Gesù da parte dei giovani e la ricostruzione della Chiesa devastata dai “bombardamenti”. Si sono avversate le eresie e l’invasione delle ideologie. Ma il ritiro di Benedetto XVI ha rappresentato il ritorno al buio degli Anni Settanta che angosciava Paolo VI.

E il Sinodo di questi giorni è stato il più pericoloso tentativo del “pensiero non cattolico” di diventare maggioritario all’interno della Chiesa e di farsi magistero.

 

L’INAUDITO

 

Tuttavia la “rivolta” dei pastori ortodossi di giovedì scorso (anniversario dell’elezione di Wojtyla), è stato un evento epico e quasi miracoloso.

La Chiesa fedele alla tradizione quel giorno ha prevalso. Così è stato scritto che, come era accaduto al Concistoro, papa Bergoglio si è trovato in minoranza, praticamente “sfiduciato”.

Per questo nel suo discorso conclusivo è corso ai ripari cercando di smarcarsi dai più progressisti e ritagliarsi una tardiva posizione super partes. Fra chi diceva che due più due fa quattro (ortodossi) e chi sosteneva che fa sei (Kasper), Bergoglio ha proclamato che fa cinque. Gesuitico. Ma sbagliato.

La linea “rivoluzionaria” di Kasper, che ha sempre detto (mai smentito) di parlare a nome di Bergoglio, non ha vinto. Ma non è chiaro quali siano le conclusioni del Sinodo.

Bergoglio, citando Benedetto XVI, ha ricordato una verità che molti suoi sostenitori in questi giorni hanno dimenticato: “la Chiesa è di Cristo” e “il Papa non è il signore supremo, ma piuttosto il supremo servitore… il garante dell’ubbidienza e della conformità della Chiesa alla volontà di Dio, al Vangelo di Cristo e alla Tradizione della Chiesa, mettendo da parte ogni arbitrio personale”.

Forse la verità è che ci ha provato e (per ora) non c’è riuscito. Alla fine c’è un solo risultato certo: la spaccatura della Chiesa e una gran confusione sul suo magistero.

 

Antonio Socci

 

Da “Libero” 19 ottobre 2014

Facebook : “Antonio Socci pagina ufficiale”

Sunday 19 October 2014 07:36

Quel dono d’amore

Scrisse nel "Pensiero alla morte": «Il Signore mi dia grazia di fare della mia prossima morte dono d’amore alla Chiesa. Potrei dire che sempre l’ho amata… Ma vorrei che la Chiesa lo sapesse; e che io avessi la forza di dirglielo». Dono d’amore alla Chiesa è, forse, la sintesi più bella della vita di Paolo VI. Jean Guitton, che come pochi ne ha conosciuto l’animo, ripeteva che il suo fu un amore senza frontiere; anzi, con una particolare sensibilità nella ricerca dell’amore «difficile»; per quelli, cioè, che comunemente sono chiamati i lontani. Il comandamento dell’amore sembrava che egli l’intendesse così: "Ama chi è più lontano da te come te stesso". Quest’amore diventava in lui ricerca dell’altro.

In un’omelia del 9 marzo 1963 Montini parlò del Concilio, di cui pochi mesi dopo avrebbe preso il timone. Disse che la Chiesa stava cercando di giungere a un nuovo contatto col mondo; voleva parlargli ancora. Anticipò così la parola dialogo, che avrebbe ripreso in Ecclesiam suam: «La Chiesa ambisce ritessere un dialogo». Quando, poi, il 4 ottobre 1965 parlò all’Onu (e fu la prima volta per un Papa) disse: «Noi siamo come il messaggero che, dopo un lungo cammino, arriva a recapitare la lettera che gli è stata affidata. È da molto tempo che siamo in cammino».

Come e quanto abbia amato il mondo, lo ha sintetizzato Benedetto XVI quando in Caritas in veritate ha scritto che Paolo VI «ha illuminato il grande tema dello sviluppo dei popoli con lo splendore della verità e con la luce soave della carità di Cristo»; accennando poco più avanti all’Humanae Vitae e poi all’esortazione Evangelii Nuntiandi, aggiunse che «mosso dal desiderio di rendere l’amore di Cristo pienamente visibile all’uomo contemporaneo, Paolo VI affrontò con fermezza importanti questioni etiche, senza cedere alle debolezze culturali del suo tempo».

Il mondo, sì. Oggi, però, a noi preme ancor più ricordare che Montini ha amato la Chiesa. Dom Mathieu ha scritto che l’amore per essa fu il fattore unificante dell’esistenza di Paolo VI. Nei suoi primi gesti, egli ci ha pure detto come sognava la Chiesa. Chiesa delle sorgenti, anzitutto. Perciò nel gennaio 1964 (ancora una prima volta per un Papa) andò in Terra Santa: «Noi, speriamo d’incontrare il Signore nel nostro viaggio», disse. In ultima analisi, il segreto di Paolo VI era proprio lui: Cristo, intensamente e unicamente amato.

Ai campesinos di Bogotà, il 23 agosto 1968 disse: «Siamo venuti per onorare Cristo in voi, per inchinarci perciò davanti a voi e per dirvi: noi vi amiamo».

Paolo VI, difatti, sognava pure una Chiesa povera per i poveri. Il 13 novembre 1964 tolse la tiara e la depose sull’altare di san Pietro. Sognava pure un Chiesa umile «che conosce i propri limiti umani, i propri falli, il proprio bisogno della misericordia di Dio e del perdono degli uomini» (10 agosto 1966). Ed ecco che, sorprendendo tutti, il 14 dicembre 1975 s’inginocchiò a baciare i piedi del metropolita Melitone di Calcedonia. Gesto tremendum.

Il padre Duprey confidò che Paolo VI, alludendo alle critiche che quel suo gesto aveva suscitato, disse meravigliato: «Mi si rimprovera d’avere umiliato la Chiesa. Come potrei avere umiliato la Chiesa imitando il gesto di Gesù coi suoi apostoli?».

Rivolto agli ordinandi, nell’omelia già richiamata del 9 marzo 1963, Montini disse che la Chiesa avrebbe iniziato il suo colloquio col mondo con il loro sguardo sulle sue necessità, le sue piaghe, le sue sofferenze.

Era, in anticipo, lo sguardo di Francesco, che ai parroci di Roma ha detto: «La Chiesa oggi possiamo pensarla come un "ospedale da campo". C’è bisogno di curare le ferite, tante ferite! Misericordia significa prima di tutto curare le ferite» (6 marzo 2014).

Paolo VI desiderava che la Chiesa sapesse quanto l’ha amata. La Chiesa oggi glielo dice a voce alta: sì, lo so che mi hai amata! Questo medesimo attestato sa di doverlo dare anche la nostra famiglia di "Avvenire", che di Paolo VI è creatura. «La nostra educazione domestica ci rende dei vostri», disse ai giornalisti il nuovo Papa alla vigilia dell’Incoronazione. Sentirsi di casa col nuovo Beato è gioia grande per noi, come sapere di essere stati voluti e amati da lui.

Saturday 18 October 2014

Brittany, è il valore della vita a dare dignità alla fine

Poter morire con dignità: per questo una giovane americana con un cancro incurabile al cervello – le hanno diagnosticato sei mesi di vita – ha deciso di suicidarsi, prima che le sue condizioni si aggravino troppo. La vicenda è ormai nota: lei si chiama Brittany, ha 29 anni, e per porre fine alla sua vita si è trasferita insieme alla sua famiglia in Oregon, dove il suicidio assistito è legale. Una decisione che ha voluto rendere pubblica, e con cui sta portando avanti una campagna perché la «morte con dignità» sia accessibile in tutti gli Stati americani. Brittany ha già deciso la data: il 1° novembre, dopo il compleanno di suo marito.
 
Questa storia continua a fare il giro del mondo, commuovendo tutti, e d’altra parte, come potrebbe essere altrimenti? Ma non ci si può fermare alla commozione, ed è proprio il rispetto per le persone sconvolte da una tragedia come questa che ci chiede di dire qualcosa di più. Innanzitutto, che le campagne per il «diritto a morire» tendono a usare il meno possibile parole con connotazioni negative come 'eutanasia' – cancellata anche dall’ultimo codice deontologico dei medici italiani – o 'suicidio', sottolineando invece l’aspetto positivo del «diritto a morire», e cioè la 'dignità' che verrebbe dalla possibilità di scegliere quando e come morire con un timbro statale di approvazione. Ma rispetto al 'quando', quel conto alla rovescia di chi sa quando andarsene perché l’ha deciso lui stesso, siamo certi che allontani l’angoscia e riduca la paura? Come vivrebbe ciascuno di noi, conoscendo il giorno e l’ora della propria morte? Riguardo invece al 'come', dobbiamo prendere atto che il dolore, ora, nella stragrande maggioranza dei casi, si può superare: sappiamo che, fortunatamente, le terapie disponibili riescono sempre più a controllare quei dolori insostenibili che altrimenti accompagnerebbero la fase terminale di tanti malati, e che molto spesso il problema è l’accesso a tali terapie.
 
La questione che si pone è quella di voler mantenere le capacità cognitive e di movimento, cioè l’autonomia personale. La 'dignità' consisterebbe quindi in una condizione ben specifica, quella di non dipendenza dagli altri, compresi i nostri cari: si va a morire con dignità se possiamo farlo essendo ancora capaci di muoverci, mangiare, lavarci, senza particolari aiuti da parte di nessuno. Ma è vero che è l’autosufficienza a darci dignità? 

Se così fosse, allora chiunque non in grado di badare a se stesso – anziano, disabile, bambino – non condurrebbe, di fatto, una vita dignitosa. E al contrario, ogni persona in buona salute non avrebbe bisogno di altro. 

Ma l’esperienza ci mostra che non è così. Un bambino, per esempio, non ha paura di dipendere dalla propria madre. La dignità infatti è qualcosa che viene dalla relazione con gli altri, dal fatto che ognuno di noi riconosca o meno che l’altro ha valore, e da come, di conseguenza, tratta l’altro. La dignità agli altri la diamo noi. E d’altra parte possiamo essere perfettamente autosufficienti e sentirci comunque umiliati nella nostra dignità quando siamo 'trattati male', cioè quando chi si rivolge a noi lo fa, facendoci capire che per lui non abbiamo valore, non valiamo niente. 

Dico questo anche per esperienza recente. Insieme alla mia famiglia ho assistito mio padre, morto alla fine di agosto. Aveva 91 anni ed era invalido; dopo una polmonite ha perso progressivamente la capacità di muoversi, di parlare, di vedere, e in un mese è morto. Soprattutto in questo ultimo periodo è dipeso completamente da tutti per tutto, e non sappiamo fino a quando sia stato cosciente.

Ma posso dire che la sua è stata una morte pienamente dignitosa, perché tutti noi che gli eravamo accanto, familiari, dottori e infermieri, lo abbiamo sempre trattato con rispetto, attenzione e affetto profondi, fin nei più piccoli gesti di cura quotidiana – dalla pulizia personale al modo in cui veniva girato nel letto, da come lo imboccavamo e lo massaggiavamo, a come ci rivolgevamo a lui, parlandogli fino alla fine. Trattato come ognuno di noi avrebbe voluto essere trattato. Con dignità, appunto. Perché la sua vita valeva, ed ha avuto valore fino alla fine.

Saturday 18 October 2014 07:27

Giornata missionaria: l'impegno centrale

I missionari rappresentano un valore aggiunto per le nostre comunità. La loro testimonianza, infatti, è motivo di edificazione, soprattutto se si considera che viviamo in un mondo segnato da un’evidente crisi antropologica. Mai come oggi, anche nelle Chiese di antica tradizione, si avverte il bisogno di riscoprire la propria identità a partire dal Mandatum Novum rivolto duemila anni fa da Gesù Cristo agli apostoli. I missionari, da questo punto di vista, sono coloro che più di altri hanno interpretato il radicalismo evangelico, rendendo intelligibile la Buona Notizia, quale valido antidoto contro gli oscuri presagi del nostro tempo. Prendendo lo spunto dal magistero di Papa Francesco, il tema della Giornata Missionaria Mondiale (Gmm), che celebreremo domani nelle nostre parrocchie, ha una forte aderenza con il contesto planetario: «Periferie cuore della missione».

L’obiettivo è quello di richiamare l’attenzione dei fedeli e della comunità sulla centralità dell’impegno ad gentes, per raggiungere tutto ciò che è distante, non solo geograficamente, ma anche a livello esistenziale. Essere credenti, infatti, significa assunzione delle proprie responsabilità battesimali, rispetto alla conversione del cuore, al bene condiviso, alla pace, alla giustizia, alla riconciliazione, al rispetto del creato. La periferia, d’altronde, è il locus per eccellenza della missione e trova il suo fondamento nella Parola di Dio. Un esempio emblematico è quello che troviamo nel Vangelo di Matteo, nella parabola degli invitati alle nozze (22,1-14). In questo testo, il re ordina ai suoi servi di andare «ai crocicchi delle strade» dicendo loro: «Tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze». Il termine greco utilizzato dall’evangelista indica il punto finale di un territorio, laddove, a quei tempi, le strade terminavano e iniziavano i sentieri di campagna. È, appunto, la periferia dove vivono gli esclusi, gli emarginati ai quali è rivolta la Buona Notizia. In questa prospettiva, l’evangelizzazione, nelle periferie del mondo, non può essere percepita come una realtà a sé stante, rispetto alle attività pastorali delle nostre diocesi italiane, ma piuttosto come la conditio si ne qua non per dirsi davvero cristiani. Da rilevare, infine, che lo spirito ad gentes si esprime, sempre e comunque, nell’affermazione della fraternità universale, ponendo al centro dell’azione pastorale i poveri, coloro che sono vittime dell’esclusione.

Papa Francesco auspica, a questo proposito, nella tradizionale missiva per la Gmm, un rinnovato fervore apostolico nelle nostre comunità, nella consapevolezza che «la gioia del Vangelo scaturisce dall’incontro con Cristo e dalla condivisione con i poveri». Ecco, allora, che il personale contributo economico in occasione di questa giornata a favore delle Pontificie Opere Missionarie «è il segno di un’oblazione di se stessi, prima al Signore e poi ai fratelli, perché la propria offerta materiale diventi strumento di evangelizzazione di un’umanità che si costruisce sull’amore».

Pungente è, poi, il tema vocazionale, non foss’altro perché, scrive il Papa: «Dove c’è gioia, fervore, voglia di portare Cristo agli altri, sorgono vocazioni genuine. 

Tra queste non vanno dimenticate le vocazioni laicali alla missione». Una considerazione pertinente che, se da una parte mette in evidenza il ruolo e soprattutto la dignità dei Christifideles laici, dall’altra dovrebbe indurre a un serio discernimento. Se nel 1990 i missionari italiani erano oltre 24mila, oggi sono meno di 10mila, a riprova che la crisi vocazionale rappresenta una sfida che non può essere disattesa per la nostra Chiesa. Come scriveva Paolo VI nell’Evangelii Nuntiandi (51): «Rivelare Gesù Cristo e il suo Vangelo a quelli che non li conoscono, questo è, fin dal mattino della Pentecoste, il programma fondamentale che la Chiesa ha assunto come ricevuto dal suo Fondatore».

Friday 17 October 2014

Scienza onnipotente, dov’è l’umano?

Oggi alla locuzione ‘identità personale’ possono essere attribuiti vari significati, che ruotano tutti attorno a un unico denominatore: l’identità umana è la formula che riassume ciò che rende una persona quella che è; il ‘chi sono io’ è diventato sinonimo di ‘che cos’è l’umano’. Tale ‘questione’ assume oggi in particolare un peso notevole in rapporto all’ostentato dominio della scienza e della tecnica, che intendono costituirsi come paradigma unico e universale nel farsi dell’umano, proprio della post- modernità. In questo contesto i diversi saperi si sentono impegnati a pronunciarsi autorevolmente intorno alla questione seducente dell’identità umana, e tra questi non manca di farlo la teologia con uno stile di confronto dialogo con quanti intendono dire l’humanum dell’uomo, che si traduce nella molteplicità delle esperienze.

Analizzare il rapporto tra identità e corpo significa in primo luogo chiarire cosa s’intende quando si parla d’identità personale, visto che l’identità personale non rinvia a una questione unica ma a una serie di interrogativi e di perplessità metafisiche che possono di volta in volta essere più o meno chiaramente formulate. La questione dell’identità dell’uomo è un fenomeno polivoco, che coinvolge, cioè, aspetti, dimensioni e piani diversi, creando imbarazzo proprio per questo tutte le volte che si tenta di fare una trattazione unitaria. L’uomo, dal dato rivelato, è creato a immagine e somiglianza di Dio, pertanto Dio entra nella sua auto-comprensione, perché è proprio la dimensione teologica della persona che impedisce che l’uomo sia considerato solo nella sua sfera biologica. Nessuna legge fisica o chimica, nessun sapere filosofico o psicologico, riuscirà mai a spiegare compiutamente perché una persona dica a a un’altra persona ‘io ti amo’, e con questa affermazione riveli la sua identità e il mistero profondo che lo abita.

La concezione dell’uomo come immagine di Dio, proposta dall’antropologia cristiana e contestata dall’antropologia laica, se correttamente intesa e articolata è in grado di garantire e difendere l’humanum dell’uomo, poiché «il rapporto con Dio conforma la nostra identità e viceversa ». L’ecce homo della cultura postmoderna e post-umana si ferma all’apparenza, il cristianesimo è religione dell’evento di un Dio fattosi carne. In quanto tale è al servizio dell’intento profondo dell’Incarnazione, cioè la salvezza integrale dell’uomo, la cui verità umana è mostrata senza equivoci nel Verbo Incarnato, l’uomo vero: Ecce homo.

La specificità della riflessione bioetica auspica di porre sempre attenzione all’insorgere di nuovi paradigmi antropologici che interpellano ed esigono risposte nuove, perché sono nuovi gli interrogativi morali ed etici posti in gioco alla nostra riflessione bioetica che non rinuncia, sempre e comunque, a sostenere un’interpretazione sostanzialista della persona. Le scoperte più importanti aprono nuove direzioni di ricerca e nuove attività culturali, filosofiche e scientifiche. Esse servono come locus anthropologicus quando generano questioni fondamentali sull’origine, lo status, la struttura, il comportamento, l’identità, i limiti e il destino degli esseri umani.

La ricerca di un fondamento teologico non è da intendersi come qualcosa di nuovo rispetto a quanto già l’antropologia teologica non abbia fatto, individuare invece un fondamento teologico della bioetica significa muoversi su un terreno completamente diverso, poiché siamo dinanzi a un problema specificamente ontoteologico, iscritto nello statuto epistemologico della bioetica stessa. Per questo la bioetica o, meglio ancora, una bio-onto-etica, può assolvere un ruolo essenziale nell’opera di custodia della verità dell’uomo, tenuto conto di come in essa venga a costituirsi uno speciale crocevia dove scienza- teologia- tecnica-antopologia si incontrano.

Mons. Antonio Staglianò

Avvenire, 16 ottobre 2014

Thursday 16 October 2014

La vera storia di questo sinodo. Regista, esecutori, aiuti

Nuovi paradigmi su divorzio e omosessualità sono ormai di casa ai vertici della Chiesa. Niente è stato deciso, ma papa Francesco è paziente. Un storico americano confuta le tesi de "La Civiltà Cattolica"

Wednesday 15 October 2014

SINODO, IL GIORNO DOPO IL TERREMOTO. MÜLLER: «RELAZIONE VERGOGNOSA, TOTALMENTE SBAGLIATA»

Sinodo, il giorno dopo il terremoto. Müller: «Relazione vergognosa, totalmente sbagliata»

«Indegna, vergognosa, completamente sbagliata». Condanna senza appello della relazione sulla prima settimana di lavori sinodali sulla famiglia (la Relatio post disceptationem) letta ieri davanti a papa Francesco dal cardinale ungherese Peter Erdo. L’ha pronunciata, intervenendo ad uno dei circoli minores (le commissioni), non un padre sinodale “qualsiasi”, ma il custode dell’ortodossia della fede cattolica, il cardinale tedesco Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede (l’ex Sant’Uffizio), assurto negli ultimi giorni a voce di punta di quanti nel Sinodo contestano le annunciate aperture su divorziati risposati, unioni di fatto, convivenze, coppie omosessuali.

Lo stesso cardinale che nel corso della passata settimana si è più volte lamentato pubblicamente su un presunto atteggiamento censorio del Vaticano nei confronti di quei relatori che hanno parlato in difesa della dottrina tradizionale cattolica, con particolare riferimento all’indissolubilità del sacramento del matrimonio. Posizioni che Müller ed altri 4 porporati avevano già espresso in un libro pubblicato alla vigilia del Sinodo, ma che nei giorni scorsi sono state ribadite in piene assise sinodali, trovando però  –  a parere dello stesso Müller – una eco piuttosto limitata nella Relatio letta dal cardinale Erdo. Da qui l’alzata di scudi del Prefetto dell’ex Sant’Uffizio, che nel suo intervento ai circoli minores ha bocciato severamente in particolare i capitoli della relazione dedicati alle aperture in materia di coppie omosessuali, convivenze, sacramenti ai divorziati risposati, esprimendo tutta la sua “contrarietà per una relazione indegna e vergognosa”.

Parole dette da Müller – ha tenuto a specificare sia oggi che nei giorni scorsi quando ha accusato i responsabili del Sinodo di censurare le voci contrarie alle aperture – nella sua veste di Prefetto della Congregazione della Dottrina delle fede e per questo potenzialmente destinate a mettere il freno a quanto riferito dal collega Erdo. Ma nella prima giornata di lavoro dei circoli minores non è stato solo Mueller a prendere le distanze dal documento di “medio” termine». (Orazio La Rocca,Repubblica)

«Se lunedì la conferenza stampa seguita alla lettura della Relatio post disceptationem del cardinale Peter Erdo era stata all’insegna dei parallelismi con il Concilio Vaticano II, ventiquattro ore dopo la Segreteria generale del Sinodo riteneva necessario emettere una dichiarazione ufficiale in cui si spiega a tutti, giornalisti e fedeli laici, che quella relazione è solo un documento di lavoro. Una bozza, insomma. Modificabile ed emendabile. Niente di definitivo.

Anche perché appena Erdo ha finito di leggere il testo da altri in gran parte scritto (notevole il ruolo che ha rivestito nella stesura il segretario speciale, mons. Bruno Forte) e le telecamere del Centro televisivo vaticano si sono spente, nell’aula il clima si è surriscaldato, con quarantuno interventi tesi per lo più a smontare la relazione. Pell, Ouellet, Dolan, Vingt-Trois, Burke, Müller, Scola, Caffarra: a loro non sono piaciuti i paragrafi sulle aperture ai matrimoni civili, alle convivenze e alle coppie omosessuali. E con loro hanno sollevato dubbi tanti vescovi africani, i quali hanno chiesto lumi su certi passaggi che in assemblea mai erano stati discussi. Qualche padre s’è pure accorto che nel documento “la parola peccato non è quasi presente”. Così come è stato ricordato “il tono profetico delle parole di Gesù, per evitare il rischio di conformarsi alla mentalità del mondo presente”.

Durante il briefing quotidiano, il cardinale sudafricano Wilfrid Fox Napier ha usato l’accetta, avanzando perfino il sospetto che i responsabili del Sinodo siano impegnati a favorire “non le opinioni di tutto il sinodo, ma di un gruppo particolare”. E poi, il testo di Erdo “non riflette il dibattito in assemblea”, ha aggiunto. “La mia paura”, ha osservato il porporato arcivescovo di Durban, è che “ciò che è uscito non corrisponda alla realtà”».(Matteo Matzuzzi, La Nuova Bussola Quotidiana)

Wednesday 15 October 2014 10:29

Editoria religiosa. L’Italia tira

Per immedesimarsi in Johannes Gutenberg basta un minuto o poco più. Il tempo di inchiostrare la lastra, applicare il foglio di carta, passare tutto sotto il torchio. Il risultato è un quadretto con citazione dai Salmi o da san Paolo offerto con i complimenti di Bibelmobil, uno dei tanti progetti di diffusione della Bibbia presenti nel settore tedesco della Buchmesse. Nella terra di Lutero la Scrittura viene prima di tutto, ma tra i best seller della fede spicca il benedettino Anselm Grün. Amatissimo in Italia, padre Anselm è tradotto anche negli Usa su iniziativa della Paulist Press in un ristretto drappello di maestri della spiritualità che comprende Enzo Bianchi, Carlo Maria Martini e José Tolentino Mendonça, il sacerdote-poeta portoghese che in patria è una vera celebrità. Il suo nuovo libro, Mistica dell’istante, esce da Paulinas(corrispettivo lusitano delle nostre Paoline) in una tiratura di 15mila copie.

E l’effetto Francesco? La Buchmesse del 2013 era stata letteralmente travolta dall’elezione del Papa argentino. Ora, a un anno di distanza, l’attenzione si sta focalizzando in maniera diversa. «Ci si concentra di più sul retroterra di Bergoglio, sugli elementi costitutivi della sua formazione », spiega Lorenzo Fazzini della Emi, che ha in calendario per i prossimi mesi l’Introduzione alla teologia del popolo di Enrique Ciro Bianchi, subito intercettato da molti osservatori stranieri. Ma incuriosiscono anche i retroscena di vita quotidiana descritti da Aldo Maria Valli in Con Francesco a Santa Marta, una delle proposte dell’Àncora più apprezzate alla Buchmesse. La situazione avvantaggia inoltre le Publicaciones Claretianas, che detengono i diritti dei testi pubblicati dal cardinal Bergoglio nell’epoca in cui era arcivescovo di Buenos Aires. «È stata l’occasione per farci conoscere », spiega direttore del gruppo, padre Fernando Prado Ayuso, aggiungendo che il sussidio di spiritualità quotidiana Palabra y Vida (già disponibile in dieci lingue) riporterà nel 2016 i testi del cardinale Gianfranco Ravasi.

La conferma più autorevole viene da don Giu- seppe Costa, direttore della Libreria Editrice Vaticana: «Le pubblicazioni del Papa sono ancora richiestissime – dice –. In questo momento si privilegiano le raccolte di testi a tema, a partire dalle catechesi del mercoledì e degli Angelus domenicali, e senza dimenticare le riflessioni sulla famiglia, le omelie, le interviste. L’interlocutore principale continuano a essere gli Stati Uniti, che coprono il 30% dei diritti esteri venduti dalla Lev. Non mi riferisco solo ai libri di Francesco, ma anche al filone della mistica contemporanea e ad alcuni sussidi specifici, come quelli indirizzati ai consacrati e alle consacrate».

Lo stand francofortese della Lev ospita un avamposto della Conferenza episcopale statunitense, che lo scorso anno ha visto balzare in testa alle classifiche Amazon la versione americana del Catechismo. È un altro indizio da tenere in considerazione: insieme con gli approfondimenti sul futuro della famiglia, i sussidi per l’iniziazione cristiana sono una delle costanti di questa Buchmesse. La domanda più consistente proviene dai Paesi dell’Est europeo e dell’America Latina, con una gamma di richieste che va dagli opuscoli devozionali agli strumenti per l’evangelizzazione di adulti e ragazzi. Un’area in cui hanno una posizione consolidate sigle come Elledici (che, in vista del bicentenario del 2015, promuove l’innovativa biografia Don Bosco, una storia senza tempo di Domenico sr, Renzo e Domenico jr Agasso), le Paoline (qui a tenere banco sono i libri per bambini, tra cui il sorprendente Mi confesso anch’io! di don Tonino Lasconi) e la più giovane Effatà (benissimo la spiritualità familiare, ma molto attraente risulta anche la collana di narrativa biblica «Scrittori di Scrittura»).

«Stiamo attraversando una fase ancora delicata – avverte padre Alberto Breda, amministratore delegato di Edb – e il rischio da evitare è quello di un’eccessiva sovrapposizione su argomenti e proposte. In questa fase l’editoria religiosa italiana riesce a vendere all’estero più quanto riesca ad acquistare e questo costituisce una criticità da non sottovalutare». La nostra saggistica di qualità, in ogni caso, non è penalizzata. Lo ribadiscono le valutazioni di case editrici comeQueriniana («Il libro teologico si è sempre difeso bene», ammette con un certo orgoglio padre Rosino Gibellini nel segnalare l’interesse riscosso da La Chiesa cattolica verso la sua riforma di Severino Dianich e La trasmissione della fede di Bruno Forte), il tandem Morcelliana-La Scuola (il direttore editoriale Ilario Bertoletti è molto soddisfatto dell’accoglienza riservata a Quale Gesù? di Paolo De Benedetti) e la stessa Edb, che ha in programma, tra l’altro, Le imprese del patriarca di Luigino Bruni: il volume, che raccoglie gli articoli sulla Genesi apparsi ogni domenica su Avvenire, è all’esame di moltissimi editori stranieri.

Una possibile svolta è intravista da don Giacomo Perego, direttore dellaSan Paolo: «Sia nell’area anglosassone sia in quella di lingua spagnola – sottolinea – i grandi gruppi editoriali stanno valutando l’apertura di settori dedicati al libro religioso. Se così fosse, le case editrici italiane potrebbero presto contare su una rete di relazioni internazionali decisamente più solida. Si libererebbero risorse, saremmo nella condizione di tornare a investire ». È un’esigenza avvertita anche dal presidente dell’Unione editori e librai cattolici italiani ( Uelci), Gianni Cappelletto, che nella sua qualità di direttore del Centro Ambrosiano ha presentato con ottimi risultati non solo la meditazione del cardinale Angelo Scola in vista di Expo 2015, Cosa nutre la vita?, ma anche i numerosi titoli di Giovanni Battista Montini presenti in catalogo. «Quest’anno alla Buchmesse gli editori cattolici sono meno numerosi rispetto al passato – conclude – ma quelli che ci sono ragionano tutti in termini di rilancio ».

Alessandro Zaccuri – Avvenire, 11 ottobre 2014

Wednesday 15 October 2014 02:45

Con Francesco la missione rinnova la Chiesa

Perché portare Cristo in Asia, Africa, Oceania e America Latina, quando lo perdiamo qui in Italia? E’ la domanda che molti si fanno, alla quale non basta rispondere che ogni uomo ha diritto di conoscere il Figlio di Dio fatto uomo, Gesù Cristo, unico Salvatore dell’umanità; e che ancor oggi noi cristiani siamo 2 miliardi sui sette di tutto il genere umano. L’irrompere di Papa Francesco a capo della Chiesa cattolica, con le sconcertanti novità del suo Pontificato, rivela un’altra risposta: la missione rinnova la Chiesa. E questo non solo oggi con la “missione alle genti” specialmente in Asia e Africa, ma fin dall’inizio della Chiesa. Gli Apostoli non sono rimasti a Gerusalemme e nel mondo ebraico, ma proprio annunziando Cristo e fondando la Chiesa negli altri popoli (Gesù salendo al Cielo diceva: “Andate in tutto il mondo, annunziate il Vangelo ad ogni creatura”), hanno rinnovato la Chiesa dandole quel respiro e quella consistenza universale che ancor oggi sono lo stimolo del suo rinnovamento e l’immagine della sua giovinezza.

Nell’intervista a padre Antonio Spadaro,

Papa Francesco ha detto: la Chiesa respira con i due polmoni delle Chiese giovani e antiche. Le prime, “sviluppano una sintesi di fede, cultura e vita in divenire e quindi diversa da quella sviluppata dalle Chiese più antiche”. Però ambedue “costruiscono il futuro, le prime con la loro forza e le altre con la loro saggezza. Ci sono dei rischi, ma il futuro si costruisce insieme”. Francesco è il primo Papa che viene dalle giovani Chiese, dalle missioni dove nasce la Chiesa. Non si capisce e non si è in sintonia con il suo pontificato, se non si entra in quest’ottica. Finora le giovani Chiese avevano avuto scarsa voce nella gestione della Chiesa e della pastorale, oggi diventano, per così dire, protagoniste. Il pontificato di Francesco va proprio in questa direzione, infatti parla e scrive spesso (nella “Evangelii Gaudium” ad esempio) di una Chiesa tutta missionaria, di pastorale missionaria, di andare verso le periferie, verso gli ultimi, che la Chiesa è la casa di tutti, ecc.

Le giovani Chiese cosa possono insegnare a noi, ricchi di spiritualità, teologia, diritto, riti liturgici, esperienze pastorali? Il discorso è complesso, ma in estrema sintesi, secondo la mia piccola esperienza e seguendo giorno per giorno cosa dice e fa Papa Francesco, si possono indicare tre punti:

1) Nelle missioni si annunzia Cristo e il cristianesimo è in sostanza la salvezza in Cristo Gesù, che ha rivelato la grande verità: Dio è Amore e ha salvato gli uomini morendo in Croce. La predicazione, la catechesi, la formazione cristiana sono fondate su questa visione dinamica della vita cristiana: rispondere all’amore di Cristo, che è morto per me in Croce. Francesco ha detto a Spadaro: “L’annunzio missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona di più, che fa ardere il cuore come ai discepoli di Emmaus… Una bella omelia, una vera omelia deve cominciare con il primo annunzio, con l’annunzio della salvezza. Non c’è niente di più solido, profondo e sicuro di questo annunzio”. E’ un ritorno agli Atti degli Apostoli e alla “pastorale missionaria”. Nella nostra vita, predicazione e istruzione religiosa, trasmettiamo l’amore a Cristo? Siamo entusiasti della nostra vocazione sacerdotale, cristiana e missionaria? Se non siamo innamorati ed entusiasti di vivere con Cristo, come facciamo a trasmettere tutto questo ad altri?

2) Una Chiesa aperta a tutti e i pastori “con l’odore delle pecore”, che vivono e condividono con la gente comune, specie i più poveri e gli ultimi. Una Chiesa non ferma e chiusa nelle certezze di aver già le risposte a tutti i problemi dell’uomo, ma disposta a camminare con il popolo, per comprendere sempre meglio, con l’assistenza dello Spirito Santo, cosa Gesù ci ha insegnato e cosa vuole da noi oggi (Giov 14, 26; 16, 12-13). Francesco dice (G.S. n. 25): “Spero che tutte le comunità facciano in modo di porre in atto i mezzi necessari per avanzare nel cammino di una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno. Ora non ci serve una semplice amministrazione. In tutte le regioni della terra mettiamoci in “stato permanente di missione” (n.25).

3) Tutti i battezzati sono missionari. Nella Gaudium et Spes si legge: “In tutti i battezzati, dal primo all’ultimo, opera la forza santificatrice dello Spirito che spinge ad evangelizzare (n. 119). In virtù del Battesimo, ogni membro del Popolo di Dio è diventato discepolo missionario (cfr Mt 28,19). Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione e sarebbe inadeguato pensare ad uno schema di evangelizzazione portato avanti da attori qualificati in cui il resto del popolo fedele fosse solamente recettivo delle loro azioni… Ogni cristiano è missionario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in Cristo Gesù” (n. 120). E’ un altro grande insegnamento delle giovani Chiese. In Corea mi dicevano: “Nella nostra Chiesa non si concepisce un laico passivo. Fin dal catecumenato, chi entra nella Chiesa deve impegnarsi in opere di Vangelo, di carità, di missione, in gruppi e movimenti che fanno capo alla parrocchia”.

Dopo il Concilio di Trento c’era stato un terremoto per il rinnovamento durato più d’un secolo. Papa Francesco viene 50 anni dopo il Vaticano II (1962-1965), che già i Pontefici prima di lui stavano applicando, sempre partendo dalle Chiese antiche. Oggi c’è il Papa che parte dalle missioni e dalle giovani Chiese. Merita ascolto, amore, preghiera, attenzione e soprattutto che camminiamo tutti con lui, sotto la guida dello Spirito Santo.

Piero Gheddo

 

Tuesday 14 October 2014

IL SINODO DELLA VERGOGNA

IL PRESIDENTE DEI VESCOVI POLACCHI: IL DOCUMENTO DI METÀ SINODO? CONFUSIONE E CEDIMENTO AL MONDO

 

In un’intervista rilasciata alla sezione in lingua polacca della Radio Vaticana, il presidente dei vescovi della Polonia, l’arcivescovo di Poznan Stanisław Gadecki, non ha esitato a dire che la relazione riassuntiva della prima settimana di lavori del Sinodo sulla famiglia, presentata ieri mattina dal cardinale Peter Erdo, si discosta dall’insegnamento di Giovanni Paolo II sulla famiglia e perfino che in esso si possono riscontrare tracce di un’ideologia anti-famiglia. Per Gadecki il testo mette in luce la mancanza di una chiara visione (leggasi confusione) da parte dell’assemblea sinodale).

«Il fine di questo Sinodo pastorale – si è chiesto Gadecki – è quello di supportare le famiglie in difficoltà o il suo scopo è quello di studiare dei casi particolari? Il nostro obiettivo principale è supportare la famiglia pastoralmente, non di colpirla, esponendo ituazioni difficili che esistono, ma che non costituiscono il nucleo dell’esperienza familiare; questi casi particolari non possono far dimenticare il bisogno di supporto che hanno le famiglie buone, normali, ordinarie, che lottano non tanto per la sopravvivenza ma per la fedeltà».

«In riferimento al matrimonio e alla famiglia – ha continuato l’arcivescovo – certi criteri che vengono applicati sollevano dei dubbi. Per esempio il criterio della gradualità. È possibile trattare la convivenza in modo graduale, come un sentiero verso la santità? Oggi la discussione ha inoltre messo in evidenza che la dottrina presentata nel documento è caratterizzata da un peccato di omissione. Come se la visione del mondo prevalesse e tutto fosse imperfezione che conduce alla perfezione… si parli delle eccezioni, ma abbiamo anche bisogno di presentare la verità. Inoltre, i punti in cui si parla dei bambini affidati a coppie dello stesso sesso sono formulati come se la situazione fosse da elogiare! Questo è un altro difetto di questo testo, il quale dovrebbe essere un incentivo alla fedeltà, a riconsiderare i valori della famiglia, mentre sembra accettare tutto così così com’è. Si ha l’impressione che l’insegnamento della Chiesa sia stato senza misericordia fino ad ora, e che la misericordia inizi solo ora».

(DA Il Timone)

 

CARD. BURKE: DAI LAVORI DEL SINODO EMERGE UN ALLONTANAMENTO PREOCCUPANTE DALLA VERITÀ DELLA FEDE

 

di Alessandro Gnocchi

 

Piace poco o nulla al mondo, il cardinale Raymond Leo Burke. E, se possibile, piace ancora meno alla chiesa che piace al mondo. D’altra parte, questo americano di sessantasei anni di Richland Center, Wisconsin, ha fatto di tutto per riuscire cattolicamente nell’intento di ustionare le coscienze cristiane troppo inclini alla tiepidezza. Partecipa alle marce per la vita, dice che non va data la comunione ai politici che sostengono leggi abortiste, denuncia il rapido progredire dell’agenda omosessualista, fa sapere a Papa Francesco che la difesa dei principi non negoziabili non è una moda sottoposta agli umori dei pontefici, sostiene la messa in rito tradizionale. Recentemente ha firmato il libro collettivo “Permanere nella verità di Cristo. Matrimonio e comunione nella Chiesa cattolica”, scritto in aperta polemica con le misericordiose aperture del cardinale Walter Kasper su famiglia e comunione ai divorziati risposati. Nulla di strano, quindi, se il rimpasto curiale pensato da Bergoglio prevede che, da prefetto della Segnatura Apostolica, ora venga esiliato alla carica di cardinale patrono del Sovrano Ordine di Malta. Ma intanto, al Sinodo sulla famiglia, questo finissimo canonista figlio dell’America rurale ha assunto il ruolo di oppositore, verrebbe da dire di katechon, al cospetto della svolta attribuita, senza smentite, alla mens papale. Come recita l’antica “Bibbia poliglotta” aperta sul leggìo del suo studio alla pagina dell’Ecclesiaste: “Ogni cosa ha il suo tempo (…) c’è un tempo per tacere e un tempo per parlare”.

D. Cosa si vede oltre la cortina mediatica che avvolge il Sinodo?

R. Emerge una tendenza preoccupante perché alcuni sostengono la possibilità di adottare una prassi che si discosta dalla verità della fede. Anche se dovrebbe essere evidente che non si può procedere in questo senso, molti incoraggiano per esempio pericolose aperture sulla questione della comunione concessa ai divorziati risposati. Non vedo come si possa conciliare il concetto irreformabile dell’indissolubilità del matrimonio con la possibilità di ammettere alla comunione chi vive una situazione irregolare. Qui si mette direttamente in discussione ciò che ci ha detto Nostro Signore quando insegnava che chi divorzia da sua moglie e sposa un’altra donna commette adulterio.

D. Secondo i riformatori questo insegnamento è diventato troppo duro.

R. Dimenticano che il Signore assicura l’aiuto della grazia a coloro che sono chiamati a vivere il matrimonio. Questo non significa che non ci saranno difficoltà e sofferenze, ma che ci sarà sempre un aiuto divino per affrontarle ed essere fedeli sino alla fine. […]

R. Io non so come sia concepito il briefing, ma mi pare che qualcosa non funzioni bene se l’informazione viene manipolata in modo da dare rilievo solo a una tesi invece che riportare fedelmente le varie posizioni esposte. Questo mi preoccupa molto perché un numero consistente di vescovi non accetta le idee di apertura, ma pochi lo sanno. Si parla solo della necessità che la chiesa si apra alle istanze del mondo enunciata a febbraio dal cardinale Kasper. In realtà, la sua tesi sui temi della famiglia e su una nuova disciplina per la comunione ai divorziati risposati non è nuova, è già stata discussa trent’anni fa. Poi da febbraio ha ripreso vigore ed è stata colpevolmente lasciata crescere. Ma tutto questo deve finire perché provoca un grave danno per la fede. Vescovi e sacerdoti mi dicono che ora tanti divorziati risposati chiedono di essere ammessi alla comunione poiché lo vuole Papa Francesco. In realtà, prendo atto che, invece, finora non si è espresso sulla questione.

D. Però sembra evidente che il cardinale Kasper e quanti sono sulla sua linea parlino con il sostegno del Papa.

R. Questo sì. Il Papa ha nominato il cardinale Kasper al Sinodo e ha lasciato che il dibattito proseguisse su questi binari. Ma, come ha detto un altro cardinale, il Papa non si è ancora pronunciato. Io sto aspettando un suo pronunciamento, che può essere solo in continuità con l’insegnamento dato dalla chiesa in tutta la sua storia. Un insegnamento che non è mai mutato perché non può mutare. […]

D. Ammettere alla comunione i divorziati risposati mina il sacramento del matrimonio, ma anche quello dell’eucaristia. Non le sembra una deriva che tocca il cuore della chiesa?

R. Nella Prima Lettera ai Corinzi, al capitolo 11, san Paolo insegna che chi riceve l’eucaristia in stato di peccato mangia la propria condanna. Accedere all’eucaristia significa essere in comunione con Cristo, essere conformi a lui. Molti oppongono l’idea che l’eucaristia non è il sacramento dei perfetti, ma questo è un falso argomento. Nessun uomo è perfetto e l’eucaristia è il sacramento di coloro che stanno combattendo per essere perfetti, secondo quando chiede Gesù stesso: di esserlo come il Nostro Padre che è in cielo (Mt 5, 48). Anche chi combatte per raggiungere la perfezione pecca, certo, e se è in stato di peccato mortale non può comunicarsi. Per poterlo fare deve confessare il suo peccato con pentimento e con il proposito di non commetterlo più: questo vale per tutti, compresi i divorziati risposati. […]

 

Da Il Foglio

 

 

IL CARDINALE RUINI CONTRO IL “DIVORZIO CATTOLICO”

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350894

 

 

ILDEGARDA DI BINGEN CI ILLUMINA ANCHE SUL DISASTROSO SINODO?

HO RICEVUTO UNA LETTERA DOVE FRA L’ALTRO LEGGO:

“In questi momenti nei quali viviamo con trepidazione gli avvenimenti del Sinodo, dal medioevo ci arriva un avvertimento da santa Ildegarda di Bingen, (che Papa Benedetto proclamò Dottore delle Chiesa, e che forse implicitamente aveva citato quando parlò de “il volto deturpato della Chiesa” , espressione che si trova nei testi della santa).
In “Il libro delle opere divine”, Ildegarda di Bingen, nella “Quinta visione della terza parte”, riferendosi ai tempi escatologici, illuminata dallo Spirito Santo, non risparmia duri ammonimenti alla Chiesa che “si lascia vincere dalla stoltezza degli umani costumi” e che “sconsolata non ha più il bastone dell’ insegnamento a cui gli uomini possano appoggiarsi”. Invita ad ammonire i “lupi rapaci”, (“vescovi e quelli che indossano l’abito spirituale”), perché “le loro scelleratezze ricadono su di noi e fanno inaridire la Chiesa”.
E dice: “Ammoniamoli perché svolgano i loro compiti comportandosi in modo conforme alla giusta religione, come l’ hanno istituita un tempo i padri”…(pagina 1059 del libro, ed. Meridiani)”.

 

 

Monday 13 October 2014

Una rete per costruire l’umanesimo ecologico

siloe 2014La cura e l’attenzione per l’ambiente, inteso nella sua accezione ampia di spazio vitale per gli esseri viventi, è sicuramente una delle urgenze che caratterizzano il secolo presente. L’attuale stile di vita assunto dal genere umano nel suo insieme, infatti, sta progressivamente e costantemente degradando la “casa” in cui tutti viviamo, erodendo in maniera irreversibile le risorse naturali e alterando l’equilibrio dell’intero ecosistema. Anche Papa Francesco, intervenendo a tal proposito, ha voluto ricordare come “il creato non è una proprietà di cui possiamo spadroneggiare a nostro piacimento, tanto meno una proprietà di pochi. Ma è un dono che Dio ci ha dato affinché ne abbiamo cura e lo utilizziamo a beneficio di tutti, sempre con grande rispetto e gratitudine” (Ud. Gen. 21 mag 2014).

Di fronte ad una simile contingenza, ecologia, etica, antropologia e teologia da una parte, politica, scienza, economia e demografia dall’altra, tentano di convergere al crocevia della salvaguardia dell’ambiente per individuare percorsi ed iniziative che possano garantirne la custodia e la promozione, in una prospettiva di reale sostenibilità per le generazioni avvenire. Purtroppo, interessi confliggenti e scontri tra ideologie, mostrando uno sguardo sul futuro del tutto miope, hanno finora prodotto pochi risultati concreti, ancora largamente insufficienti e, di conseguenza, molto preoccupanti. A fronte di questo scenario critico, non mancano comunque iniziative e occasioni di riflessione, studio e dibattito sul tema, per lo più finalizzate alla diffusione di un nuovo approccio etico-culturale della questione.

La comunità monastica. In questa direzione è sorto e prosegue l’impegno e le iniziative della comunità monastica di Siloe, presso Poggi del Sasso (Gr), sotto la guida di fra’ Roberto Lanzi, uno dei fondatori del monastero e responsabile del Centro Culturale San Benedetto. Fin dalla sua nascita (1997), infatti, questa giovane comunità (di regola benedettina) manifesta la propria attenzione per il creato e l’ambiente, all’insegna di un nuovo umanesimo ecologico che intrecci la custodia dell’ambiente con quella delle relazioni interumane e con una forte attenzione per le generazioni future. Tra le tante attività promosse, il Monastero di Siloe di recente ha anche contribuito insieme ad altri cinque centri (la rivista Aggiornamenti sociali, il Centro di etica ambientale di Bergamo, il Centro di etica ambientale di Parma, la Fondazione Lanza di Padova) alla formazione di una Rete per l’etica ambientale, una collaborazione fattiva per richiamare la centralità dei temi legati all’ambiente e alla sostenibilità, ponendosi come interlocutrice credibile per le istituzioni, capace di interagire con il mondo dell’economia, della politica, della cultura e dell’educazione.

Custodi e mediatori. “Cosa sta accadendo nella realtà urbana?” si è chiesto fra’ Roberto Lanzi durante un recente incontro di presentazione della Rete, “L’80% di chi bussa al nostro monastero viene dalle aree metropolitane. C’è un grande bisogno di ricostruire le proprie identità e le relazioni umane. Per custodire il Creato ci vogliono custodi, persone ricostruite, mediatori tra l’uomo e Dio. Tutti devono prendere in mano la parola di Dio nascosta nella realtà e gestirla nel modo corretto, ripristinare il giusto ponte tra l’uomo e Dio”. Dunque, il punto di partenza è la centralità della questione ambientale che, nell’ottica della Rete per l’etica ambientale, non è più un tema tra gli altri, ma è diventato ‘il tema’ che determina tutti gli altri.

Il manifesto della Rete. Presentato pubblicamente lo scorso luglio, il testo è stato redatto come una ‘carta d’intenti’ riassuntiva dei principi base cui s’ispirano le varie iniziative dei centri promotori. Di cosa si tratta? Eccone l’elenco:

- l’essere umano dovrebbe porsi di fronte alle realtà ambientali riscoprendo il forte legame che lo unisce ad esse, e quindi con atteggiamenti di cura e responsabilità, consapevolezza e rispetto;

- la diversità che contraddistingue i viventi in ogni loro espressione (sul piano biologico, culturale, religioso, etico, ecc.) è una ricchezza del pianeta e come tale va tutelata;

- gli ecosistemi, che intrecciano realtà viventi e non viventi, sono realtà dinamiche, complesse e strettamente interrelate; il valore di viventi e non viventi non è quindi riducibile al solo soddisfacimento dei bisogni dell’uomo;

- per garantire il benessere delle presenti e future generazioni, l’agire umano deve essere guidato da principi e valori come: precauzione, prudenza, sobrietà, equità, limite, solidarietà, tolleranza, accoglienza.

Nuova mentalità diffusa. Certo, la problematica della custodia dell’ambiente e dell’ecosostenibilità rimane cosa alquanto complessa e difficile da risolvere, anche per i preposti organismi internazionali, ma non si può che plaudire a simili iniziative, i cui sforzi possono contribuire sostanzialmente, pur nel loro limitato raggio d’azione, al sorgere di una nuova mentalità diffusa, che ci veda tutti responsabili ed artefici in prima persona della custodia del creato.

Maurizio Calipari – Sir, 10 ottobre 2014

Monday 13 October 2014 04:00

Il vero dilemma: indissolubilità o divorzio

Questo sinodo non è chiamato a decidere. Ma ormai l'ipotesi delle seconde nozze ha piena cittadinanza ai vertici della Chiesa. Il commento del cardinale Camillo Ruini

Sunday 12 October 2014

E’ OVVIO CHE LE PAOLINE METTANO ALL’INDICE IL MIO LIBRO, PERCHE’ E’ UN LIBRO CATTOLICO…. INVECE PUBBLICANO E VENDONO I TESTI DEL GESUITA BOLLATI DA RATZINGER E WOJTYLA COME “INCOMPATIBILI CON LA FEDE”, TESTI CHE “POSSONO CAUSARE GRAVI DANNI”.

Si dicono “cattolici aperti”, moderni e progressisti e poi riesumano l’Indice, il famigerato Index librorum prohibitorum. Più che indignare fa ridere la decisione delle Paoline di mettere al bando dai loro scaffali il mio libro “Non è Francesco”.

Ma la loro è una decisione prevedibile: il mio libro è cattolico, apostolico, romano e loro, evidentemente, con roba del genere non vogliono avere a che fare.

Nelle loro vetrine puoi trovare Augias e don Gallo, Aldo Busi, Vito Mancuso e Odifreddi. O testi di buddhismo, new age o sinistrismo vario. Mica possono “sputtanarsi” con uno che difende tutta la dottrina cattolica ed ha Benedetto XVI, Giovanni Paolo II, Paolo VI come suoi fari.

Se il mio libro avesse chiesto alla Chiesa di benedire le nozze gay, ordinare le donne prete o abolire il celibato dei preti non avrebbero avuto nulla da ridire. Magari sarei stato direttamente invitato a parlare al Sinodo visto l’andazzo tragicomico…

Se poi mi fossi scatenato a predicare il più ecumenico dei dialoghi con l’Islam o con le ideologie “politically correct” le Paoline avrebbero venduto il mio libro senza problemi.

Ma invece ho scritto un’apologia di Ratzinger e dei suoi predecessori, rilevando – con rispetto, ma anche con franchezza – la brusca e inspiegabile rottura di papa Bergoglio. Quindi è stata decretata per me la condanna: “al rogo! Al rogo!”.

Suor Beatrice Salvioni, portavoce delle Paoline, bolla il mio libro come “integralista” e aggiunge: “non ci piace”, “non serve a costruire dialogo”.

In nome del “dialogo” mettono all’Indice un libro cattolico. I cattoprogresisti sono così: dialogano con tutti, islamici, atei, comunisti, mangiapreti e miscredenti, ma non con i cattolici.

 

QUAL E’ LA LORO RELIGIONE?

 

Le Paoline sono il simbolo perfetto dei tempi. Quelle che mi hanno messo all’Indice dalle loro librerie infatti sono le stesse Paoline che come editore hanno pubblicato e vendono i libri di padre Anthony De Mello.

Questo gesuita indiano ha scritto molti libri dove sono state espresse idee su cui nel 1998 si è dovuta esprimere ufficialmente la Congregazione per la dottrina della fede presieduta dal Cardinale Ratzinger con l’approvazione di papa Giovanni Paolo II.

In quella notificazione vaticana si legge che fin dalle prime opere di De Mello si può osservare “un progressivo allontanamento dai contenuti essenziali della fede cristiana. Alla rivelazione, avvenuta in Cristo, egli sostituisce una intuizione di Dio senza forma né immagini, fino a parlare di Dio come di un puro vuoto”.

Per il gesuita De Mello – dice la Santa Sede – nulla si può dire su Dio, l’unica conoscenza è la non conoscenza. Porre la questione della sua esistenza, è già un nonsenso. Questo apofatismo radicale porta anche a negare che nella Bibbia ci siano delle affermazioni valide su Dio (…). In altri passi il giudizio sui libri sacri delle religioni in generale, senza escludere la stessa Bibbia, è anche più severo: esse impediscono che le persone seguano il proprio buonsenso e le fanno diventare ottuse e crudeli. Le religioni, inclusa quella cristiana, sono uno dei principali ostacoli alla scoperta della verità. Questa verità, d’altronde, non viene mai definita nei suoi contenuti precisi. Pensare che il Dio della propria religione sia l’unico, è, semplicemente, fanatismo. ‘Dio’ viene considerato come una realtà cosmica, vaga e onnipresente. Il suo carattere personale viene ignorato e in pratica negato”.

De Mello si dichiara “discepolo” di Gesù, ma, prosegue Ratzinger, “lo considera come un maestro accanto agli altri (…). Non viene riconosciuto come il Figlio di Dio, ma semplicemente come colui che ci insegna che tutti gli uomini sono figli di Dio. Anche le affermazioni sul destino definitivo dell’uomo destano perplessità (…). In diverse occasioni si dichiara irrilevante anche la questione del destino dopo la morte. (…) secondo la logica dell’Autore qualsiasi credo o professione di fede sia in Dio che in Cristo non può che impedire l’accesso personale alla verità. La Chiesa, facendo della parola di Dio nelle Sacre Scritture un idolo, ha finito per scacciare Dio dal tempio. Di conseguenza essa ha perduto l’autorità di insegnare nel nome di Cristo”.

Ed ecco la conclusione solenne della Congregazione per la dottrina della fede: “Al fine pertanto di tutelare il bene dei fedeli, questa Congregazione ritiene necessario dichiarare che le posizioni su esposte sono incompatibili con la fede cattolica e possono causare gravi danni”.

 

LORO SE NE FREGANO

 

Dopo un simile pronunciamento della Santa Sede – che mostra anche il grave naufragio teologico dei gesuiti moderni – le Paoline che oggi mettono me all’Indice, cosa hanno fatto?

Hanno continuato a stampare e a vendere quei libri. Se andate nel sito delle Paoline sono esposti in bella mostra ben diciassette titoli di questo gesuita: pronti per l’acquisto online.

L’autore è presentato così dalle Paoline: “Anthony De Mello. Gesuita indiano e mistico orientale. Ha consacrato la propria vita a guidare esercizi spirituali, divenendo ben presto un vero e proprio maestro. Le sue opere sono ispirate alla saggezza e alla mistica orientale. Molte sono diventate best-seller in vari Paesi del mondo”.

Non ci crederete, ma questa è la presentazione dell’autore su cui la Santa Sede ha espresso il giudizio che avete letto sopra. Per le paoline è “un maestro”.

Poi senza vergogna hanno messo al bando dai loro scaffali il mio “Non è Francesco” perché – dice suor Beatrice – è “un libro la cui tesi non è ufficiale, né dimostrata”.

Mi viene da pensare allora che considerano “ufficiali e dimostrate” le tesi di De Mello dal momento che lo stampano e lo vendono.

La cosa surreale è che il mio libro non lo hanno nemmeno letto. Se infatti si riferiscono alla probabile invalidità del Conclave del 2013  si tratta di un capitolo di venti pagine su 280 e soprattutto non è una tesi. Trattasi di fatti e poi di domande a cui dare risposta.

 

CHI E’ IL PAPA ?

 

La mia inchiesta espone i dubbi evidenti sulla conformità delle procedure seguite con le norme stabilite da Giovanni Paolo II.

Ma, come ho scritto nel libro, dopo aver fatto emergere il problema, aspetto che siano le autorità a dare risposta. Sono loro a dover spiegare se e come l’elezione di Francesco fu canonicamente corretta o no. Peraltro negli errori di procedura del 13 marzo 2013 Bergoglio non c’entra personalmente.

Certo poi nel mio libro ci sono anche altre domande scomode sulle cose sconcertanti che il papa argentino ha detto e fatto in questo anno e mezzo. E soprattutto sono riportati i dubbi dei canonisti sulla “rinuncia” di Benedetto XVI, che non sarebbe una vera rinuncia al papato, ma al solo esercizio attivo. Tesi che trova conferma nella decisione di Ratzinger di restare “papa emerito”.

Questo cambierebbe totalmente lo scenario, mettendo ancor più in discussione la validità degli eventi successivi alla rinuncia stessa.

Sono questioni di grandissima importanza che meritano attenta considerazione e che nel 2014 non si possono occultare con la censura.

Io ho sollevato tutti questi problemi in modo corretto, rigoroso e rispettoso. E ora le Paoline a vengono a dire che “abbiamo inviato una circolare a tutte le nostre sedi con questo invito. Non intendiamo promuovere un libro la cui tesi non è stata approvata e con accuse infondate”.

Ma approvata da chi? Sono a conoscenza che la Costituzione salvaguarda la libertà di parola e la libertà di coscienza senza approvazione preventiva di nessuno? E quali “accuse infondate” avrei lanciato”? Me le mostrino visto che io documento tutto quello che scrivo?

Si chiedano piuttosto perché la settimana scorsa il mio libro è stato il più venduto nelle librerie cattoliche – come dice la classifica di “Avvenire” – nonostante sia uscito di venerdì.

Del resto alcune librerie delle paoline lo tengono nascosto e lo “spacciano” a richiesta come fosse merce pornografica o qualche “sostanza” proibita. La verità, si sa, è contagiosa. Genera uomini liberi, come dice Gesù nel Vangelo.

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 12 ottobre 2014

facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

 

 

 

 

 

Sunday 12 October 2014 07:47

Lo sguardo di Gesù e le nostre ferite

Cari amici, a metà del percorso di questo primo Sinodo dedicato alla famiglia, mi sembrano belle queste parole pronunciate ieri pomeriggio dal cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, in occasione della presa di possesso della chiesa parrocchiale dei santi Simone e Giuda Taddeo a Torre Angela, nella periferia romana.

«Lo pensavo in questi giorni al Sinodo sulla famiglia», ha detto il porporato, «a cui prendo parte anch’io: ogni volta che nella Chiesa o a nome della Chiesa si parla delle vicende e realtà che toccano la carne viva degli uomini senza guardare a Cristo, senza chiedersi “Cosa farebbe Cristo, che sguardo avrebbe Cristo su questo problema”, è come fare i conti senza l’oste. O un po’ peggio che fare i conti senza l’oste».

Secondo Parolin «è difficile immaginare una Chiesa che dice a Cristo: “Tu sei il nostro capo, tu sei il centro di tutto”, ma poi a risolvere i problemi ci pensiamo noi, con le nostre idee giuste, le idee vere che abbiamo preso da te. Facciamo noi le cose a tuo nome. Senza la tua grazia. Senza dover seguire sempre il tuo sguardo… Senza commuoverci davanti ai tuoi miracoli».

Friday 10 October 2014

CENSURA AL SINODO

FINALMENTE UN PASTORE CHE CRITICA LA CENSURA IMPOSTA AL SINODO PER FAR SENTIRE SOLO LA CAMPANA DI KASPER E BERGOGLIO.
MULLER DIFENDE IL DIRITTO DEL POPOLO DI DIO A SAPERE. EVVIVA IL CARDINALE MULLER, DIFENSORE DELLA RETTA DOTTRINA CATTOLICA E DEL POPOLO DI DIO

http://www.lastampa.it/2014/10/10/blogs/san-pietro-e-dintorni/sinodo-mller-la-censura-B317izcUqpwcJJWCnma8LK/pagina.html

Sinodo: Müller > la censura
www.lastampa.it
Il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il cardinale Gerhard Müller, si è espresso contro la censura imposta agli interventi dei partecipanti al Sinodo. Secondo quanto riporta l’ AP, il porporato tedesco ha…

Friday 10 October 2014 18:09

IL GRANDE INQUISITORE A CRISTO RITORNATO (PAGINE IMMORTALI DI DOSTOEVSKIJ CHE PARLANO ALL’OGGI… E AI PASTORI DI OGGI…)

“Non abbiamo forse amato noi altri l’umanità, tanto umilmente riconoscendo la sua impotenza, con tanto amore alleggerendo il suo fardello e permettendo alla debole sua natura sia pur di peccare, ma col nostro permesso? E che vuoi Tu, che in silenzio e intensamente mi guardi coi dolci occhi Tuoi? Adirati pure: non voglio, io, l’amor Tuo perché, dal canto mio, non Ti amo…”

Da Fedor Dostoevskij, “I fratelli Karamazov”
(Queste sono alcune della parole che il cardinale di Siviglia, il Grande Inquisitore, rivolge a Gesù, tornato sulla terra, dopo averlo fatto imprigionare)

Foto: IL GRANDE INQUISITORE A CRISTO RITORNATO<br /> (PAGINE IMMORTALI DI DOSTOEVSKIJ CHE PARLANO ALL'OGGI... E AI PASTORI DI OGGI...)</p> <p>"Non abbiamo forse amato noi altri l'umanità, tanto umilmente riconoscendo la sua impotenza, con tanto amore alleggerendo il suo fardello e permettendo alla debole sua natura sia pur di peccare, ma col nostro permesso? E che vuoi Tu, che in silenzio e intensamente mi guardi coi dolci occhi Tuoi? Adirati pure: non voglio, io, l'amor Tuo perché, dal canto mio, non Ti amo..."</p> <p>Da Fedor Dostoevskij, "I fratelli Karamazov"<br /> (Queste sono alcune della parole che il cardinale di Siviglia, il Grande Inquisitore, rivolge a Gesù, tornato sulla terra, dopo averlo fatto imprigionare)

 

Friday 10 October 2014 07:26

La corporeità dell’arte sacra

gabriel milanoNon c’è nulla di così contemporaneo come il dramma del Calvario e la speranza in una Resurrezione. Eppure è proprio questa contemporaneità a restare l’elemento ambiguo e superficiale in molta arte “sacra” prodotta oggi. Così come l’elemento religioso è visto con sospetto da chi fa ricerca in campo artistico. Eppure «il sacro è l’avanguardia del contemporaneo », chiosa Raul Gabriel. L’artista italoargentino è protagonista di una personale al Museo Diocesano, a cura di Paolo Biscottini, in occasione della Giornata del Contemporaneo (inaugurazione sabato 11 ottobre; aperta fino al 16 novembre) in cui presenta una inedita Via Crucis nella sala che ospita le ceramiche della Via Crucis bianca, uno dei capolavori di Lucio Fontana. Nei quattordici pannelli Gabriel lavora con gesti di bitume e grafite, arrivando a una estrema sintesi grafica che supera il livello della rappresentazione del corpo per catturarne il senso. «Il corpo è imprendibile – spiega l’artista – sempre in processo. Trasferire in una opera il fremito della corporeità è un’operazione che non dipende dalla rassomiglianza di linee, segni e materie con un elemento riconoscibile, ma dalla capacità di trasferire la vibrazione vitale nel gesto e nella forma».

È una Via Crucis senza compromessi, uno choc salutare per una società (e spesso una Chiesa, come ricorda papa Francesco) anestetizzata, serrata nel comfort delle proprie certezze. Come uno choc è ancora oggi quella di Fontana, con cui Gabriel ingaggia unasorta di faccia a faccia, reso trasparente dall’allestimento dell’architetto Andrea Vaccari. Non è un problema di linguaggio, ma di spirito. Fontana ci ha insegnato che il credere in arte è gloria e travaglio. Gabriel rilancia questa presa di coscienza. L’arte sacra non deve avere paura di essere come il Vangelo e la croce: terremoto e scandalo. «La corporeità – dice l’artista – è nemesi del decoro. Il corpo non è “pulito”, il corpo è puro. E la dimensione della sua purezza non sta nella disinfezione e nella eliminazione dei suoi odori, ma è intrinseca». È la prima volta che il Diocesano allestisce una mostra di un contemporaneo nella sala Fontana, una scelta non facile con cui il museo si pone sul fronte del dibattito e costringe a considerare cosa significhi oggi “tradizione”. Quando Fontana tra gli anni ’40 e ’60 traduceva la propria ricerca nel sacro, pochi furono disposti ad ascoltarlo. Oggi è chiaro a tutti che fu miopia, ma allo stesso tempo si ripropone quell’atteggiamento nei confronti del presente. Ma è lo slancio profetico di Fontana e la sua capacità di uscire dagli schemi la tradizione da cui partire. E Raul Gabriel da qui parte.

Alessandro Beltrami – Avvenire, 9 ottobre 2014

Friday 10 October 2014 06:01

La gioia di portare Cristo al mondo

Il Messaggio di Papa Francesco per la Giornata Missionaria Mondiale che si celebra domenica 19 ottobre 2014 incomincia così: “Cari fratelli e sorelle, oggi c’è ancora moltissima gente che non conosce Gesù Cristo. Rimane perciò di grande urgenza la missione ad gentes, a cui tutti i membri della Chiesa sono chiamati a partecipare, in quanto la Chiesa è per sua natura missionaria: la Chiesa è nata “in uscita”. E termina così: “La Giornata Missionaria Mondiale è anche un momento per ravvivare il desiderio e il dovere morale della partecipazione gioiosa alla missione ad gentes. Il personale contributo economico è il segno di un’oblazione di se stessi, prima al Signore e poi ai fratelli, perché la propria offerta materiale diventi strumento di evangelizzazione di un’umanità che si costruisce sull’amore”.

Parole chiare: la G.M.M. si celebra per evangelizzare “i moltissimi che non conoscono Gesù Cristo”. Eppure nell’opuscolo ufficiale edito a Roma sulla G.M.M. 2014 leggo: “Periferie cuore della Missione. Con questo slogan vogliamo vivere quest’anno l’Ottobre Missionario e la Giornata M. M.”; ma cosa si intende per periferie? Nell’opuscolo si legge che il Papa parla spesso delle periferie e “Lui stesso non poteva che richiamare tutta la Chiesa a raggiungere le “periferie esistenziali”, i dimenticati, esclusi, stranieri, umanità insomma ai margini della nostra vita (ma possiamo considerarci “noi” centro?)… Andare/uscire verso gli ultimi (poveri e peccatori) per i cristiani non vuol dire solo andare verso i fratelli e le sorelle, ma scoprire che Dio è già qui… Se le periferie sono il luogo dove si converte la Chiesa, andare verso le periferie (e abitarvi da poveri in mezzo ai poveri) significa far risuonare l’annunzio del Regno che libera dall’attaccamento disordinato nei confronti delle ricchezze”.

Certo non sono queste poche righe che scandalizzano, ma la mentalità del redattore, che riflette il modo comune di intendere oggi la missione alle genti: non una missione verticale che porta gli uomini a Cristo e a Dio, ma una missione orizzontale orientata ai poveri (nei quali “Dio è già presente”), per liberare gli uomini non da ogni peccato (anzitutto personale e poi sociale), ma dalla cupidigia di denaro e delle ricchezze materiali! In altre parole, si passa da una missione di natura religiosa ad una missione di natura sociale-economica-politica.

I più poveri del mondo, secondo Papa Francesco e la tradizione cristiana sono quelli che non conoscono Cristo. Madre Teresa diceva: “La più grande disgrazia dell’India è di non conoscere Gesù”. La grande Santa è l’unica persona straniera alla quale il governo indiano ha voluto fare il funerale di Stato. Non si può dire che non vivesse povera tra i poveri, aiutandoli in ogni modo possibile, ma il suo punto di riferimento e la meta da raggiungere in tutto quelche era e faceva era sempre Cristo e il suo Vangelo, era “l’ansia di evangelizzare” che la portava fra gli ultimi.

Nel discorso alle Pontificie opere missionarie (9 maggio 2014) Francesco afferma: “Anche nella nostra epoca la missio ad gentes è la forza trainante di questo dinamismo fondamentale della Chiesa. L’ansia di evangelizzare ai “confini”, testimoniata da missionari santi e generosi, aiuta tutte le comunità a realizzare una pastorale estroversa ed efficace, un rinnovamento delle strutture e delle opere. L’azione missionaria è paradigma di ogni opera della Chiesa (cfr Evangelii gaudium, 15)”.

Questo però non è un problema organizzativo, tecnico o economico, ma di fede. Per credere nella “missione alle genti” è necessario conoscere e sperimentare “la gioia di portare Cristo al mondo”, come scrive Papa Francesco nella Lettera apostolica “Evangelii Gaudium” (del 24 novembre 2013), che inizia così: “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui, sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia. In questa Esortazione desidero indirizzarmi ai fedeli cristiani, per invitarli a una nuova tappa evangelizzatrice marcata da questa gioia e indicare vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni” E poi continua: Una gioia che si rinnova e si comunica…”.

L’Ottobre missionario e la G.M.M. offrono a tutte gli enti che operano per le “missione alle genti” (Pontificie opere missionarie, Centri missionari diocesani, Istituti, stampa e animazione missionaria, associazioni e gruppi missionari), l’occasione per monitorare se quanto fanno e scrivono è su questa linea oppure (vedi il Blog del 5 ottobre) non stiamo seguendo l’onda culturale che porta la missione ad essere (e sembrare) una Ong umanitaria mentre lo scopo fondamentale è annunziare e testimoniare la salvezza in Cristo; e nel nostro mondo secolarizzato va sempre dichiarato.

Il Venerabile dott. Marcello Candia, quando in Brasile ricevette il Premio de “L’uomo più buono del Brasile” (lui diceva: “Vorrei tanto che fosse vero!”), lo accompagnai alla sede della Rai-TV in Corso Sempione a Milano dov’era stato invitato. Dopo un breve documentario in cui si vedeva Marcello con i lebbrosi di Marituba e due Missionarie dell’Immacolata che aveva portato nel lebbrosario, l’intervistatore dice: “Ecco a voi Marcello Candia, l’uomo più buono del Brasile perché è innamorato dei lebbrosi e vive con loro….”. Marcello dice: “Grazie, ma vorrei precisare che sono andato tra i lebbrosi perché sono innamorato di Gesù Cristo e perché ho visto Gesù in ciascuno di essi. Allora mi sono innamorato anche dei lebbrosi, che a prima vista rifiutavo e mi mettevano angoscia e paura”.

Piero Gheddo

Wednesday 08 October 2014

Quella coppia di sposi che bussa alle porte del sinodo

Ludmila e Stanislaw Grygiel insegnano nell'istituto pontificio di studi sulla famiglia creato da papa Karol Wojtyla, loro amico di una vita. Non sono stati invitati. Ma avevano molto da dire ai padri sinodali. E l'hanno detto. Con chiarezza e coraggio

Wednesday 08 October 2014 17:55

IL CONCLAVE NON E’ UNA GRIGLIATA FRA AMICI. RISPOSTA ALLE OBIEZIONI DEI MIEI CRITICI SUL CONCLAVE DEL 2013: RESTANO TUTTI I DUBBI SULL’ELEZIONE DI BERGOGLIO

Ma davvero il Conclave del marzo 2013 ha seguito procedure errate e l’elezione di papa Francesco potrebbe essere nulla?

Tante persone mi hanno posto questa domanda (pure la Bbc vuole saperne di più).

Rimando alla lettura del capitolo del mio libro “Non è Francesco” dove ho esposto i fatti e i dubbi, ponendo le domande del caso.

Molti mi hanno attaccato ferocemente prima ancora che il libro uscisse e continuano a farlo senza aver letto nemmeno quelle venti paginette (su 250) dedicate al Conclave del 2013 (che non sono nemmeno le più importanti del libro).

Perché? Io ne ho scritto pacatamente, in quanto un’inchiesta su fatti e procedure va condotta con obiettività, fuori da pregiudizi e furori ideologici.

Oltretutto in quella vicenda non c’entra niente papa Bergoglio, né l’opinione che si ha del suo pontificato. Se avessi scoperto lo stesso errore nell’elezione di Ratzinger avrei sollevato egualmente il problema, perché la ricerca della verità è il dovere dei giornalisti e di certo è vitale per la Chiesa.

Ho sottolineato nel libro che, a mio avviso, quegli errori nelle procedure del Conclave sono presumibilmente dovuti a superficialità e approssimazione, non a malafede e dolo.

Ho aggiunto che restavo in attesa di risposte e se ne fossero arrivate di esaurienti ne avrei preso atto perfino con sollievo.

Purtroppo però ad oggi di risposte esaurienti non si è vista nemmeno l’ombra.

 

IMBARAZZO

 

Al cardinale Lorenzo Baldisseri, il 3 ottobre, il “Fatto quotidiano” ha chiesto: “Nel suo ultimo libro ‘Non è Francesco’, Antonio Socci afferma che durante il conclave sono state violate le norme che lo regolano e quindi che l’elezione di Bergoglio è ‘nulla e invalida’. Lei che era il segretario del conclave cosa risponde?”

Risposta: “Escludo nel modo più assoluto che sia stata violata alcuna norma. L’elezione di Papa Francesco è avvenuta regolarmente e Bergoglio è stato eletto validamente”.

Sarà, ma il prelato così non dà alcuna risposta alle questioni sollevate nel mio libro. Non porta argomenti.

E poi Baldisseri il 13 marzo 2013 era ancora monsignore: stava forse nella Cappella Sistina durante il voto? Se no come fa a smentire qualcosa che non conosce?

 

IL CAN PER L’AIA

 

Ieri su un giornale online ha cercato di rispondere al mio libro il canonista Giancarlo Cerrelli (con Massimo Introvigne).

Ovviamente non basta la qualifica di canonista perché ho anche io i miei canonisti e più competenti in materia di Cerrelli che si occupa di cause matrimoniali.

Il mio interlocutore inizia ricordando che io sono partito dal resoconto del Conclave pubblicato dalla giornalista argentina (e biografa del papa) Elisabetta Piqué nel libro “Francesco. Vita e rivoluzione”, dove si rivela appunto l’annullamento della quinta votazione per le due schede attaccate.

A parere di Cerrelli “l’argomento di Socci è infondatoperché nessuno può sapere se quanto riferisce la Piqué è vero”.

Faccio sommessamente presente che le rivelazioni della Piqué sul Conclave sono state rilanciate e lodate da “Osservatore romano”, “Radio Vaticana” e perfino dall’ultrabergogliano Andrea Tornielli. Inoltre in un anno e mezzo non sono mai state smentite da nessuno.

Cerrelli allora obietta: “nessuno che al conclave ci sia stato davvero li smentisce, perché smentendoli si esporrebbe a essere scomunicato”.

In realtà non c’è scomunica per i cardinali. Infatti alcuni presenti al Conclave hanno parlato e non per smentire bensì per confermare la “versione Piqué”.

La conferma di “alcuni cardinali” è stata raccolta da Gian Guido Vecchi e pubblicata sul “Corriere della sera” del 9 marzo 2014. Lo scrivo a pagina 124 del mio libro. Perché Cerrelli rimuove quello che contraddice la sua versione? E’ obiettività questa?

Non solo. All’uscita delle anticipazioni del mio libro la stessa Piqué, un’autorevole collega che collabora anche con Cnn, ha riferito il contenuto del mio libro su “La Nacion” di Buenos Aires e – da ineccepibile professionista – ha confermato quanto lei aveva rivelato nel suo libro. Quindi la mia fonte conferma.

“En passant” faccio notare che non ha smentito la mia ipotesi secondo cui proprio il papa (l’unico svincolato dal segreto e suo amico) le potrebbe aver rivelato il fatto.

 

BANAL GRANDE

 

Nella seconda contestazione Cerrelli afferma che hanno fatto bene in Conclave ad applicare l’articolo 68 della Universi Dominici gregis, annullando la votazione e lo scrutinio.

Qui semplicemente io rimando alle venti pagine del mio libro dove spiego perché invece andava applicato l’articolo 69 e non si doveva annullare niente.

Se infatti si adotta l’articolo 68 si apre una contraddizione insanabile fra due articoli, come se normassero in modo opposto lo stesso caso, e si concede di fatto a qualsiasi cardinale il potere di annullare all’infinito il voto del Conclave o per prendere tempo o per far saltare una candidatura sgradita.

Un’altra cosa a me è parsa una violazione delle norme, ovvero la quinta votazione nella stessa giornata mentre l’articolo 63 della Costituzione apostolica ne prevede solo quattro al giorno (e per ragioni non solo formali, ma gravide di conseguenze concrete sul voto).

Il testo recita: “si dovranno tenere due votazioni sia al mattino sia al pomeriggio”. Quattro sole. Stop. Cerrelli sostiene però che quella che non è stata scrutinata non va contata come votazione. Ma dove sta scritto?

Se Giovanni Paolo II avesse consentito deroghe avrebbe aggiunto: “due votazioni sia al mattino sia al pomeriggio, a meno che una votazione venga annullata…”. Invece non l’ha scritto.

Ma Cerrelli sostiene che il 13 marzo hanno fatto bene a farne una quinta, nonostante le norme. Appoggiandosi (erroneamente come ho detto) all’articolo 68 vi legge che dopo l’annullamento bisogna “procedere subito ad una seconda votazione” e ne ricava che si doveva rivotare quella sera stessa.

In realtà la norma si riferisce al caso generale di una votazione che avviene nell’arco della giornata e che ha delle votazioni successive già previste, perché se dovessimo applicare automaticamente questa logica all’ultima votazione annullata del giorno e vi fossero dei cardinali che deliberatamente vogliono far saltare lo scrutinio, inserendo ogni volta una scheda in più, di fatto, i poveri elettori (anziani e stremati) potrebbero dover andare avanti quella sera all’infinito, fino a stramazzare al suolo senza mai arrivare allo scrutinio.

Non solo. Cerrelli cita come risolutivo quel “subito” dell’articolo 68 (“procedere subito a una seconda votazione”) senza avvedersi che nel testo normativo latino della Universi Dominici gregis quel “subito” non c’è.

E’ una traduzione che non corrisponde alla lettera del testo latino ufficiale. Quindi ulteriore smentita.

Infine Cerrelli evita di confutare la mia terza contestazione, ovvero l’apertura della scheda doppia in fase di conteggio, che non è consentita.

 

SINE GLOSSA

 

Invece Cerrelli  contesta l’applicazione dell’articolo 76 sull’annullamento del voto perché a suo parere io interpreto “in modo letterale e formalistico” quella norma.

Ma quale altro modo c’è di rispettare le norme? Un Conclave non è mica una grigliata fra amici.

Secondo Cerrelli “i requisiti di validità” devono essere “ridotti al minimo”. Peccato che non la pensasse così Giovanni Paolo II che ha stabilito norme di nullità molto ampie, ovviamente riferite agli atti elettivi e non ad aspetti secondari.

Un collega canonista di Cerrelli, a commento di quell’articolo 76 scrive che il testo di Giovanni Paolo II è “più generico” del precedente, perciò “non possiamo limitarlo” ai casi previsti in passato.

Infatti “il Legislatore ha preferito parlare più genericamente ‘electio aliter celebrata’, affinché tutte le disposizioni prescritte nella Costituzione assumano una particolare forza (…). Laddove il Legislatore avrà ritenuto non invalidante una norma riguardante strettamente l’atto elettivo, lo dovrà dire espressamente nella medesima norma, come ad esempio nel caso dell’elezione simoniaca”.

Dunque le domande restano.

 

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 8 ottobre 2014

Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

 

 

 

 

Tuesday 07 October 2014

Sinodo: non giudizio ma verità

La notizia di oggi è che il 20 ottobre il Papa ha deciso che al concistoro si parli di Medio Oriente. Sarà un modo per comunicare ai cardinali i risultati dell’incontro con i nunzi che si è svolto la settimana scorsa. Martedi mattina, secondo quello che riporta l’ Osservatore Romano, si è parlato anche della violenza. “Così è stato messo in risalto come i terroristi di Boko Haram non hanno nulla a che vedere con la visione che in Nigeria, anche da parte dei musulmani stessi, si ha del valore della famiglia. Mentre a Baghdad, è stato reso noto, nonostante tutti i problemi, oltre 1.500 bambini sono accompagnati dai genitori, ogni venerdì, al corso di catechismo: è stata così anche rimarcata la testimonianza di fede e di unità delle famiglie cristiane rimaste in Iraq. Accompagnata pure dall’auspicio che venga sempre rispettato il loro credo come un diritto fondamentale della persona e così non ci debba essere timore nel testimoniarlo. Un discorso simile è stato proposto, poi, a proposito dell’Iran, dove ci sono appena cinquemila cristiani a fronte di settantacinque milioni di musulmani che, è stato affermato, non appartengono al fondamentalismo dell’Is.”

Tuesday 07 October 2014 07:37

Effetto Francesco sull’editoria cattolica

I dati ci sono e di questi tempi è già una notizia. Alla vigiluelci dati 2014ia della Fiera del Libro di Francoforte, l’editoria religiosa italiana mette le carte in tavola, ammettendo che sì, la crisi continua, ma anche lasciando intendere che molto può ancora essere fatto. «La nostra è una scelta di trasparenza», rivendicaGiovanni Cappelletto, presidente dell’Uelci, l’Unione editori e librai cattolici italiani per conto della quale Giovanni Peresson (responsabile dell’Ufficio studi dell’Aie, Associazione editori italiani) allestisce un Osservatorio specificamente dedicato al mercato del libro religioso nel nostro Paese.

Per quanto riguarda le abitudini dei lettori in materia di spiritualità e affini, ecco invece la ricerca Ipsos curata da Nando Pagnoncelli all’inizio di settembre su un campione di duemila persone. Senza dimenticare il punto quadrimestrale fissato dal Consorzioper l’editoria cattolica (Cec), che attraverso Rebeccalibri elabora la classifica dei “best seller della fede” pubblicata ogni settimana da “Avvenire”. Una serie di strumenti fra loro complementari, dove ogni cifra nasconde un’opportunità di riflessione.

Qualche numero, dunque. Nel 2013 la produzione degli editori religiosi si è assestata sul 6,5% del panorama complessivo, con un lieve incremento (+2,7%) che parrebbe impallidire rispetto davanti al balzo in avanti dell’editoria “non di settore”, più che mai interessata a investire su titoli di argomento religioso (erano poco più di 1.300 nel 2012, sono andati oltre quota 1.600 lo scorso anno: in percentuale si tratta di un +25,3%). Una tendenza che può essere in gran parte ricondotta al “fenomeno Francesco”, ma che richiede in ogni caso di essere analizzata e discussa. «Il 2013 è stato caratterizzato da una serie di circostanze non ripetibili – spiega il direttore del Cec, Giorgio Raccis –. Su papa Bergoglio, in particolare, si è concentrata un’attenzione senza precedenti, che adesso sta mostrando i primi segni di assestamento. Finora, a livello editoriale, ci si è soffermati sulla persona di Francesco e sul suo insegnamento. Da adesso in poi, invece, dovremmo sviluppare i temi che contraddistinguono il pontificato. Il Papa ha preparato il sommario, insomma, ma il libro è ancora tutto da scrivere».

E da vendere, si capisce. Impresa non facile in un mercato ancora in perdita. Anche nel 2013, com’è noto, si sono venduti meno libri rispetto all’anno precedente, ma il passivo del settore religioso (-12,5%) è più ridotto di quello complessivo (-14,7%). «Dalle nostre stime – spiega Nando Pagnoncelli – negli ultimi dodici mesi gli italiani hanno letto (attenzione: letto, non necessariamente acquistato) circa 10 milioni e mezzo di libri religiosi, spinti da motivazioni che vanno dalla volontà di approfondire la propria fede alla ricerca storica e culturale, con un’evidente accentuazione di un atteggiamento che potremmo definire “devozionale” nel senso più allargato. In linea di massima, i lettori riconoscono al libro religioso un ruolo insostituibile per quanto riguarda la spiritualità, ma vorrebbero un maggior impegno su problematiche oggi cruciali, quali il lavoro e l’ambiente». Due temi che, non a caso, rivestono un ruolo centrale nel magistero di papa Francesco.

L’editoria religiosa conferma alcune delle sue felici anomalie, come la preponderanza del “catalogo” rispetto alle novità (nel secondo quadrimestre del 2014 tra i “best seller della fede” spiccano titoli non recentissimi, come il Diario di suor Faustina Kowalska, edito dalla Libreria Editrice Vaticana nel 2007, o Padre ricco padre povero di Kiyosaki e Lechter, che Gribaudi propone dal lontano 2004). Nondimeno, le librerie religiose restano in sofferenza e le chiusure, purtroppo, non sono mancate. Questione delicatissima, che il vicepresidente Uelci, Enzo Pagani, invita a considerare con franchezza. «Se ad abbassare la saracinesca è una normale libreria indipendente – osserva – è prevedibile che quello spazio venga coperto, presto o tardi, da una libreria di catena. Non così per i punti vendita religiosi, che nella maggior parte dei casi spariscono e basta, senza che il servizio da loro offerto (al lettore, ma anche alla comunità) sia in alcun modo rimpiazzato. Anche per questo, fatte salve le ragioni economiche, ogni situazione andrebbe affrontata nel modo più ampio e articolato, per esempio avvalendosi del tavolo comune che la Uelci di sua natura costituisce. In molti casi, invece, ogni realtà decide per conto proprio, senza riferirsi a criteri condivisi».

Alessandro Zaccuri – Avvenire, 4 ottobre 2014

Monday 06 October 2014

TV2000. Più realtà nelle news

brunelli tv2000«Mi piace parlare di una tv e di una radio “in uscita”, parafrasando uno dei motti di papa Francesco. Un’informazione non autoreferenziale, ma in grado di uscire sulla realtà, un linguaggio capace di interessare anche chi è lontano dal “nostro” mondo». Il nuovo direttore delle news delle emittenti cattoliche italiane Tv2000 e Radio InBlu, Lucio Brunelli, nominato il 5 maggio scorso dopo una lunga esperienza come vaticanista del Tg2, racconta con orgoglio ad Avvenireil suo piano editoriale appena approvato. E lo fa alla vigilia di un week end per Tv2000, oggi e domani, ricco di dirette in occasione dell’inizio del Sinodo dei vescovi dedicato al tema della famiglia.

Direttore Brunelli, quali le novità dunque per le news di radio e tv?

«Ne accenno qualcuna. È in cantiere, partirà a novembre, una nuova edizione di Tg2000 alle 12, che si affiancherà a quella principale delle 18.30. Per la radio, il quotidiano di informazione religiosa Ecclesia cambia orario (13,36 – 13,58) e sarà condotto tutti i giorni in diretta, per stare di più in presa diretta sull’attualità. Sempre alla radio stanno per partire anche due nuovi programmi di informazione, uno al mattino, Piazza in blu, con un taglio di servizio e con un filo diretto con il pubblico, e un altro serale,Buona la prima, che andrà a curiosare dietro le quinte dei giornali che stanno disegnando le loro prime pagine».

Vedremo anche più approfondimenti e speciali sull’attualità?

«Sì. Gli esperimenti fatti, su Lampedusa un anno dopo la visita del Papa (un documentario firmato da Erri de Luca), il raduno degli Scout dell’Agesci (con il docufilm di Andrea Salvadore) e sul Kurdistan iracheno (il reportage di Massimiliano Cochi con la testimonianza in studio del cardinale Filoni) sono stati incoraggianti. Vogliamo continuare su questa strada».

Il Tg2000 è sempre stato apprezzato per un tipo di informazione diversa dagli altri notiziari. Quali le novità?

Una bella novità è il Post, l’approfondimento quotidiano che segue il notiziario delle 18,30. Inchieste, analisi e soprattutto storie positive, di solidarietà, accoglienza, coraggio. Perché la migliore apologia del cristianesimo, di questo sono convinto, è il “di più” di umanità che può nascere dal dono della fede».

E i talk? Il pubblico pare essere stanco, specie di troppa politica urlata…

«Il pubblico non è stanco dell’informazione. Desidera anzi capire, chiede strumenti per capire meglio la complessità del mondo in cui viviamo: l’economia, le crisi internazionali, l’infelicità che è il vero tarlo oscuro di tante vite anonime. La gente apprezza l’informazione di qualità. Si aspetta da noi anche punti di vista, esperienze, che provano a prospettare soluzioni. La gente è stanca invece di una cattiva informazione, del teatrino vacuo della politica, dei talk dove tutti si parlano addosso senza approfondire».

I temi sempre più scottanti legati all’emergenza immigrazione e all’avanzata del-l’Isis, invece, come verranno trattati?

«L’immigrazione è un fenomeno drammatico. Lo tratteremo sempre con attenzione e con uno sguardo realistico e insieme carico di pietà. Credo che il modo più efficace di vincere il pregiudizio sia quello di raccontare le storie individuali, perché dietro le immagini in apparenza sempre uguali di quei barconi stracolmi di gente, ci sono tante singole persone in carne ed ossa, con sentimenti, drammi, paure: uomini e donne come noi. Per quanto riguarda l’Isis, abbiamo già dato tanto spazio alla tragedia dei cristiani iracheni e siriani costretti a lasciare le loro case, e ne daremo ancora. Non cadremo però nel tranello di identificare l’islamtout court con la barbarie di gruppi sanguinari».

Papa Francesco è fonte continua di notizie, con le sue parole e col suo esempio: come lo seguite e come lo seguirete?

«Questo pontefice non ha bisogno di esegeti, la sua forza è proprio nell’efficacia della sua comunicazione, profonda e semplice insieme, che tocca direttamente i cuori e le menti. Continueremo a seguire in diretta ogni evento pubblico che lo vede protagonista, dalle udienze del mercoledì ai grandi viaggi internazionali. Ogni giorno, alle 17.30, Il diario di papa Francesco racconterà la giornata del Santo Padre, con filmati, ospiti, testimonianze. Nel tg ci sarà sempre uno spazio per uno stralcio della omelia nella messa a santa Marta. Daremo tutte le notizie che riguardano la vita della Chiesa, senza reticenze, con un linguaggio giornalistico, senza retorica».

Da oggi il grande impegno del Sinodo straordinario dei vescovi sulla famiglia.

«Oggi pomeriggio faremo un lungo speciale in tv sulla veglia in piazza san Pietro promossa dall’episcopato italiano e domenica mattina daremo in diretta la cerimonia di apertura. Cerchiamo di capire cosa il Papa chiede a ciascuno di noi e alla Chiesa intera. Anche qui, senza timore di affrontare le questioni spinose, andando oltre i vecchi schemi ideologici (progressisti-conservatori, lassisti-rigoristi). Con chiarezza dalla parte del Papa, del suo desiderio di una Chiesa più vicina agli uomini e alle donne del nostro tempo».

Col nuovo direttore di Tv2000 Paolo Ruffini state affrontando insieme una nuova sfida?

«È un’avventura. Paolo Ruffini è una persona straordinaria che vive davvero come un servizio questo nuovo incarico. Ha tante idee per rinnovare Tv2000. Siamo una tv povera, una piccola barchetta, rispetto alle corazzate che solcano il grande mare della comunicazione. Ma le piccole barchette, specie se un po’ corsare, a volte riescono a spingersi là dove i grande vascelli non riescono ad arrivare».

Angela Calvini – Avvenire, 4 ottobre 2014

Monday 06 October 2014 14:06

“L’Europa nonna torni ad essere madre che genera”

europa 2014Europa non avere paura e vergogna delle tue radici cristiane. È quanto Papa Francesco, il Papa latino-americano, ha detto incontrando i vescovi europei a Roma per l’assemblea plenaria del Ccee (Consiglio delle Conferenze episcopali europee). A riportare le parole del Santo Padre è stato monsignor Angelo Massafra, arcivescovo di Scutari-Pult e neo eletto vicepresidente del Ccee. Il Papa ha affidato alla sala stampa il testo ufficiale del suo saluto preferendo con i vescovi europei andare a braccio. Ne è scaturito un discorso “con il cuore”, terminato con un appello importante: “Annunciate Cristo senza paura e senza vergogna. Non abbiate paura di essere cristiani e di annunciare che Gesù è la vita e salverà anche l’Europa se ci lasciamo salvare da Lui”.

“Famiglia e futuro dell’Europa”. Di questo hanno parlato i vescovi europei trovandosi a Roma alla vigilia dell’atteso Sinodo sulla famiglia. In assemblea plenaria i presuli hanno confrontato le sfide che mettono alla prova la famiglia in Europa. Tra tutte – ha detto il cardinale Péter Erdő, arcivescovo di Esztergom-Budapest e presidente del Ccee – spicca la “fuga dall’impegno istituzionale” che determina una diminuzione non solo dei matrimoni religiosi ma anche di quelli civili. Una situazione “paradossale” se si considera che tra i valori più desiderati dai giovani in Europa c’è tra i primi posti l’aspirazione a creare una famiglia. Il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e vicepresidente del Ccee, ha invece puntato il dito, sulla sfida antropologica che la famiglia sta vivendo oggi. “Siamo dentro – ha detto – a una mutazione dell’alfabeto umano dove i concetti base di amore, famiglia, vita, libertà stanno cambiando significato e si vuole ridefinirli”. La famiglia in Europa si confronta poi anche con la sfida della “fragilità dell’amore” che risente fortemente della “paura più ampia” per i legami che non sono avvertiti più “come una ricchezza” ma vissuti “come una diminuzione della libertà, dell’io”. Il terzo elemento che mette alla prova la famiglia “è la denatalità”. L’arcivescovo di Genova ha rivelato come molti Paesi europei “non hanno messo in atto politiche familiari efficaci e certamente – ha aggiunto – il nostro Paese non brilla a riguardo”. Però questo fattore politico “è soltanto un elemento ma non l’unico”. “C’è – ha osservato Bagnasco – anche un elemento culturale che riguarda il grado di speranza e di fiducia verso il futuro”.

“L’Europa è una nonna o una madre che genera?”. All’Assemblea dei vescovi europei ha partecipato anche Sua Beatitudine Fouad Twal, patriarca di Gerusalemme dei Latini. “Visto dall’esterno – ha detto il patriarca – il problema dell’Europa oggi è che mancano i figli. Ci sono più case di riposo per anziani che asili per bambini. E allora non lamentatevi se avete creato voi questo vuoto. Non dovete avere paura degli stranieri. Dovete avere paura del vostro modo di vivere la vita”. E ricevendo i vescovi in Vaticano, anche il Papa ha toccato il tema della denatalità parlando di “rischio di mancanza di generazione”. È risuonata anche la domanda: “L’Europa è una nonna o una madre?”. “La nonna – ha detto mons. Massafra riportando le parole del Papa – non genera più. E quindi l’Europa è chiamata a essere una madre viva”. “Però il Papa ha detto anche che il quadro non è tutto nero e l’Europa ha tante chance per riprendersi”. Ma queste chance sono riposte in Dio. “Senza Dio, l’Europa non può andare avanti”. Da qui l’invito alle Chiese a non aver paura di annunciare Cristo all’Europa di oggi.

Maria Chiara Biagioni – Sir, 4 ottobre 2014

Sunday 05 October 2014

Chiude “Popoli”, la rivista missionaria dei Gesuiti

All’inizio del mese missionario di ottobre, un comunicato stampa del Centro San Fedele di Milano informa che la rivista missionaria mensile dei Gesuiti “Popoli” chiude nel dicembre prossimo. La rivista è nata nel 1915 col titolo “Le missioni della Compagnia di Gesù”, nel 1970 ha assunto il titolo di “Popoli e Missione”, negli anni ottanta “Popoli”, che chiude alla soglia dei cento anni. Ma allora, i gesuiti non hanno più missionari? Per carità, sono forse l’ordine religioso con il maggior numero di missionari “ad gentes”. Ma in Italia questo è un tema che interessa sempre meno e questo è il gravissimo problema dell’ottobre missionario, per noi missionari ma anche per tutta la Chiesa italiana.

Dopo la chiusura della rivista “Ad Gentes” degli Istituti missionari (Vedi il Blog del 15 giugno 2014) anche questa è una triste notizia per l’animazione missionaria ad gentes nella Chiesa italiana, come tante altre simili, ad esempio il crollo vertiginoso delle vocazioni ad gentes (e ad vitam) degli istituti missionari italiani. In questo anno scolastico, nel seminario teologico del Pime di Monza abbiamo una cinquantina di teologi e filosofi, dei quali solo quattro italiani! E dobbiamo ringraziare la Provvidenza di Dio perchè il Pime, fondato da mons. Angelo Ramazzotti nel 1850 come “Seminario lombardo per le missioni estere” e da Pio XI nel 1926 come Pime (unendolo ad un altro simile Seminario fondato a Roma nel 1872), è diventato internazionale, altrimenti dovremmo chiudere la nostra teologia missionaria, affiliata con l’Università Urbaniana di Roma per il corso accademico di teologia che si chiude con il diploma di Baccalaureato, riconosciuto anche dallo stato italiano.

La “missione alle genti” significa annunziare e testimoniare Cristo ai popoli non cristiani (5 miliardi sui 7 dell’umanità) e il danno peggiore di questa decadenza dello spirito e della missione ad gentes sta nel dato di fatto che la Chiesa italiana, presa nel suo assieme, sta percorrendo il cammino opposto a quello che dichiarano i testi del Concilio Vaticano II, dei Papi e della stessa CEI (Conferenza episcopale italiana): si proclama una cosa e se ne fa un’altra. E questo avviene nella Chiesa di Cristo, che vuol essere autentica, trasparente, efficace immagine di Cristo Salvatore.

Ma nel Vangelo di San Marco (16, 14-15) si legge: “Gesù apparve agli undici discepoli mentre erano a tavola. Li rimproverò perché avevano avuto poca fede e si ostinavano a non credere a quelli che l’avevano visto risuscitato. E disse loro: “Andate in tutto il mondo e portate il Vangelo a tutti gli uomini. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, chi non crederà sarà condannato”. E noi potremmo dire: “Ma Gesù, tu rimproveri i tuoi Apostoli di non credere alla tua Risurrezione e poi subito dopo li mandi a predicare la Buona Notizia in tutto il modo! Ma com’è possibile? Se non credono che tu sei risorto, che razza di messaggio portano al mondo?”.

Ha risposto Giovanni Paolo II nella “Redemptoris Missio” (N. 2): “La fede si rafforza donandola!”, e spiega perché; e poi richiama la grande verità di fede: “Lo Spirito Santo protagonista della Missione” (Capitolo III). E fa venire in mente la famosa scenetta de “La Croix” che pubblicai in “Mondo e Missione” negli anni settanta, dove si vede Gesù che sale al Cielo mentre detta il suo testamento agli Apostoli, in cerchio davanti a Lui: “Andate in tutto il mondo,,,,”. Ma uno sussurra all’altro: “Ma noi, non siamo incardinati nella diocesi di Gerusalemme?”.

Quando Papa Francesco, e tutti i Papi e tutti i vescovi prima di lui, continuano a martellare lo slogan: “Per salvare l’uomo e l’umanità dobbiamo ritornare a Cristo!”, penso che nessuno aggiunga nella sua mente e nel suo cuore: “Eccetto quando ci dice di andare in tutto il mondo a portare il Vangelo a tutti gli uomini”.

Chi segue il mio Blog “Armagheddo”, sa che a volte è volutamente provocatorio, come anche questa volta. Non voglio assolutamente accusare nessuno, ma solo riproporre con forza il problema: qual è lo scopo dell’animazione e della stampa missionaria ad gentes dei Centri missionari diocesani, degli Istituti missionari, delle Pontificie opere missionarie e della stampa e animazione missionaria? Presentare le testimonianze dei missionari che nelle periferie dell’umanità annunziano Cristo, battezzano i popoli convertendoli a Cristo e formando le prime comunità cristiane; oppure abbiamo cominciato noi a politicizzare la missione alle genti, riducendo la Chiesa in missione ad una Ong mondiale che si interessa dei poveri e dei marginali, delle ingiustizie e violenze contro gli ultimi di ogni società, spesso senza alcun aggancio esplicito a Gesù Cristo? Non invento nulla, potrei raccontare decine e decine di esempi, perché l’onda culturale è questa e non è facile fare e proporre e realizzare qualcosa di diverso, si rischia di passare per conservatori, tradizionalisti, reperti archeologi da rottamare.

Ma la Chiesa, lo dice spesso Papa Francesco, non è una Ong di carattere sociale-politico-economico-sindacale, ma la comunità dei seguaci di Cristo, che deve andare in tutto il mondo annunziando la Buona Notizia del Vangelo. E quando, noi missionari diamo un’immagine diversa di noi stessi al mondo, perdiamo la nostra unica identità e diventiamo inefficienti, inefficaci, non leggono più le nostre riviste, i giovani non ci seguono più, non donano più la vita e hanno ragione. Donare la vita per che cosa? Per promuovere l’acqua pubblica o protestare contro il debito estero dei paesi africani o contro la produzione di armi? I giovani danno la vita solo se noi siamo innamorati di Cristo e capaci di innamorarli di Gesù Cristo, nient’altro. Nell’ottobre missionario e della Giornata Missionaria Mondiale è permesso riproporre con forza questo problema, perchè se ne discuta e si giunga, con l’aiuto di Dio, ad una decisiva correzione di rotta.

Piero Gheddo

Saturday 04 October 2014

Seconde nozze a Venezia per "La Civiltà Cattolica"

A sostegno delle tesi del cardinale Kasper, la rivista con l'imprimatur papale rispolvera una concessione fatta dal Concilio di Trento ai cattolici delle isole greche sotto dominio veneziano, alcuni dei quali si risposavano con rito ortodosso

Thursday 02 October 2014

Il vescovo destituito in Paraguay. La parola alla difesa

È stato rimosso senza poter leggere i capi d'accusa. Ha bussato alla porta del papa senza essere da lui ricevuto. Ecco la sua ricostruzione dei fatti, sullo sfondo drammatico della Chiesa del suo paese

Tuesday 30 September 2014

L’Anticristo è già tra noi

L’Anticristo è il Demonio e tutte le forze del male che si oppongono alla venuta del Regno di Dio e di Cristo negli ultimi giorni, ma anche nella storia dell’uomo (Apocalisse, I e II Lettera di Giovanni, II Lettera di Paolo ai Tessalonicesi). Ma è anche il titolo del libro di Friedrich Nietzsche (1844-1900), che un laico cattolico, Agostino Nobile, ha commentato nel volumetto pubblicato nel luglio 2014: “Anticristo superstar” (Edizioni Segno, Udine – pagg. 120). Agostino Nobile, sposato e padre di due figli, professore di storia della musica, 25 anni fa decise di lasciare l’insegnamento per studiare le culture non cristiane ed è vissuto per dieci anni nel mondo musulmano, indù e buddista, esperienza che ha rafforzato la sua fede cattolica. Nobile vive oggi in Portogallo con la sua famiglia, si dedica agli studi per approfondire la sua fede e ha lavorato fino ad un anno fa come pianista e cantante.

Ecco le battute di partenza di “Anticristo superstar”: “Quando anni fa mi capitò di leggere L’Anticristo di Friedrich Nietzsche, pensai di trovarmi di trovarmi di fronte ad un insano di mente. Oggi l’Anticristo è diventato il Referente imprescindibile di tutti i governi occidentali. Se a Friedrich Nietzsche avessero detto che in poco più di cent’anni il suo “Anticristo” sarebbe stato una superstar, l’avrebbe considerata una ridicola provocazione” (il libro di Nietzsche è del 1888) .

E continua: “L’Anticristo ha persuaso l’uomo che potrà essere felice solo quando soddisferà liberamente i propri istinti, eliminando il concetto del bene e del male, il concetto del bene e del peccato. Il peccato, si sa, pesa, e l’idea di liberarsene una volta per tutte, oggi più che mai è diventata una vera smania. Nel secolo scorso l’Anticristo ci convinse che “Dio è morto”, per poi eliminare milioni di esseri umani (attraverso le ideologie ispirate a questa convinzione). Oggi ci ha intruppati in una nuova ideologia, per annullare la natura stessa dell’uomo. Nel suo piano muta i metodi, ma il fine è sempre lo stesso: dimostrare a Dio che la sua creatura prediletta è l’essere più idiota del creato”.

Il pamphlet di Nobile, di poche pagine ma denso di fatti e di idee e facile da leggere, è tutto un esame storico e attuale di come l’idea centrale di Nietzsche e le altre espressioni seguenti si stanno realizzando. La convinzione basilare di Nietzsche è questa: “Io definisco il cristianesimo l’unica grande maledizione, unica grande intima perversione, unico grande istinto di vendetta, per il quale nessun mezzo è abbastanza velenoso, occulto, sotterraneo, piccino. Io lo definisco: l’unico imperituro marchio di abominio dell’umanità”.

Agostino Nobile affronta L’Anticristo a mo’ di botta e risposta. Ha estratto dal volume del filosofo tedesco le molte proposte e previsioni che riguardano la “Guerra mortale contro il vizio e il vizio è il cristianesimo” e con una carrellata storica di duemila anni dimostra con riferimenti storici e attuali, come questi sogni di Nietzsche si sono gradualmente realizzati e ancor oggi si stanno realizzando, con l’educazione dei minori, la cultura dominante, i costumi e le leggi che riportano i popoli cristiani a ridiventare pagani. Il capitolo più provocatorio per noi, uomini d’oggi, è quello finale col titolo Anticristo Superstar (che è quello del libro divulgativo), dove Agostino Nobile dimostra che nel nostro tempo la “guerra mortale contro il cristianesimo” è giunta quasi al termine, poiché i sogni di Nietzsche stanno influenzando e orientando i governi dei paesi cristiani (cioè occidentali) e l’Onu con i suoi organismi.

Ecco un solo esempio di questa corrente della cultura e della legislazione che si sta imponendo nel nostro tempo. Noi anziani o persone di mezza età non ce ne accorgiamo, ma la massima autorità mondiale della sanità vuol imporre ai bambini delle scuole aberrazioni di questo. L’Oms dell’Onu (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha diffuso a tutti i governi europei un vademecum per promuovere nelle scuole corsi di sessuologia: “Standard dell’Educazione Sessuale in Europa” (consultabile su Internet), dove tra l’altro si legge: “ai bimbi da 0 a 4 anni gli educatori dovranno trasmettere informazioni sulla masturbazione infantile precoce e scoperta del corpo e dei genitali, mettendoli in grado di esprimere i propri bisogni e desideri, ad esempio nel gioco del “dottore”… Dai 4 ai 6 anni i bambini dovranno essere istruiti sull’amore e le relazioni con persone dello stesso sesso… Con i bambini dai 6 ai 12 anni i maestri terranno lezioni sui cambiamenti del corpo, mestruazione ed eiaculazione, facendo conoscere i diversi metodi contraccettivi. Nella fascia puberale tra i 12 e i 15 anni gli adolescenti dovranno acquisire familiarità col concetto di “pianificazione familiare” e conoscere il difficile impatto della maternità in giovane età, con la consapevolezza di un’assistenza in caso di gravidanze indesiderate e la relativa presa di decisione”.

Leggendo questo documento dell’Onu, che suscita sgomento e paura, mi vengono in mente i molti testi di Giovanni Paolo II e di Papa Benedetto su questo tema: “La questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica” (Caritas in Veritate, 75), in questo senso: nel secolo scorso il “problema sociale” più grave era l’equa distribuzione della ricchezza e del benessere fra ricchi e poveri; oggi il maggior “problema sociale” è la distruzione della famiglia naturale e il pansessualismo che riducono rapidamente la popolazione mondiale promuovendo l’aborto, il matrimonio fra persone dello stesso sesso, l’eutanasia e l’eugenetica e tante altre aberrazioni, fino alla clonazione di esseri umani, oggi tecnicamente possibile e già sperimentata. Benedetto XVI scrive (Caritas in Veritate, 75): “Non si possono minimizzare gli scenari inquietanti per il futuro dell’uomo e i nuovi potenti strumenti che la “cultura della morte” ha messo nelle mani dell’uomo. Alla diffusa, tragica piaga dell’aborto si potrebbe aggiungere in futuro, che è già abusivamente in atto, una sistematica pianificazione eugenetica delle nascite”.

Si giungerebbe così alla meta finale di quanto Nietzsche sognava: “Un mondo abitato e dominato da Superuomini che hanno imposto la loro volontà di potenza agli uomini inferiori, mediocri e comuni”, per cui era necessario “stabilire i valori della società e dello Stato in favore dell’individuo più forte, del Superuomo (l’uomo eletto, geniale, l’artista creatore che vince l’uomo medio) e della superiorità di razza e di cultura” (“Enciclopedia cattolica”, Città del Vaticano 1952). Non meraviglia che Nietzsche, messosi al servizio del nazionalismo tedesco, abbia profondamente influenzato il nazismo e la sua nefasta ideologia!

Ma è ancora più scandaloso che il nostro Occidente, con profonde radici cristiane, che si ritiene libero, democratico, istruito, laico, evoluto, popolare, sia incamminato, senza forse averne coscienza, sulla stessa via che conduce al nichilismo, alla distruzione della natura umana e alla morte. Come popolo, abbiamo tolto il Sole di Dio dal nostro orizzonte umano, vogliamo fare a meno di Dio e di Gesù Cristo e non abbiamo più nessuna luce di speranza nel nostro futuro.

 

Piero Gheddo

 

Tuesday 30 September 2014 04:00

Diario Vaticano / I retroscena della nomina di Chicago

Come successore del cardinale George, grande ispiratore dell'attuale linea della conferenza episcopale degli Stati Uniti, papa Francesco ha nominato un vescovo di orientamento opposto. Ecco come e perché

Thursday 25 September 2014

Divorzio e seconde nozze. La cedevole "oikonomia" delle Chiese ortodosse

Cedevole al prepotere dei tribunali civili, fin dai tempi dell'impero bizantino. Passato e presente della prassi matrimoniale dell'ortodossia nella ricostruzione di un'autorità in materia, l'arcivescovo Cyril Vasil, segretario della congregazione per le Chiese orientali

Thursday 25 September 2014 03:05

La Chiesa chiede dialogo e fraternità coi musulmani

In Italia siamo (quasi) tutti convinti che “il vero nemico dell’umanità è il terrorismo islamico”, ha scritto mons. Bruno Forte il 31 agosto scorso (su “Il Sole 24 Ore”), lanciando un forte grido d’allarme sul diffondersi dell’estremismo islamico, oggi “Il Califfato”. Prima c’erano i Fratelli musulmani, i Talebani, Al Quaida, Boko Haram e altri locali, che continuano a soffiare sul fuoco. La sostanza è sempre la stessa: c’è un nemico mortale dell’uomo (anzi, “il vero nemico”) che si aggira per il mondo. Non è solo anti-cristiano e anti-occidentale, ma contro l’umanità intera, contro gli stessi musulmani, pur ispirandosi all’islam “puro e duro” e alla storia islamica: è l’estremismo radicale, il terrorismo, la “guerra santa”. E Forte spiega che questo giudizio viene anche dal fatto che Il Califfato dice di agire “in nome di Dio”, la peggior bestemmia che si possa immaginare. Ma aggiunge che tutto questo “non va assolutamente confuso con le forme dell’Islam autentico e con le aspirazioni alla pace e alla giustizia che pervadono il cuore e l’impegno di tanti musulmani” (vedi il mio Blog del 5 settembre 2014).

Parlo di questo con un missionario cattolico che vive in un paese islamico del Medio Oriente. Si dice d’accordo con quanto ha scritto mons. Forte, però teme che il tragico e travolgente prevalere di queste violenze disumane, facciano dimenticare ai cristiani d’Italia e d’Europa che la Chiesa ha scelto, come rapporto con i popoli islamici il dialogo, l’accoglienza, la solidarietà verso i bisognosi. La Chiesa denunzia e condanna fortemente l’estremismo e il terrorismo di radice islamica, ma vede anche queste situazioni con gli occhi di Dio, non con i nostri occhi pieni di passioni.

E mi parla dei frequenti e fraterni incontri che ha con tre rappresentanti dell’islam nella sua città, che condannano tutti decisamente il terrorismo islamico, in privato con lui, ma non in pubblico. A questi amici ha posto questa domanda: “L’umanità potrà essere una sola famiglia?”e nell’incontro del mese seguente hanno risposto.

Il primo che risponde è molto fedele al Corano, ma come lo interpreta lui. Mi dice per esempio: “Ormai siamo amici, ma non potrei darti la mano, perché sei un cristiano, un miscredente. E poi, poveretto, non potrai salvarti! Dio vuole solo credenti nell’Islam. Gli altri sono esclusi dalla convivenza umana. L’umanità non potrà mai essere una sola famiglia, lo proibisce il Corano!”.

Il secondo, o meglio la seconda, è una donna e un po’ più aperta ad accettare il dialogo con appartenenti ad altre culture e religioni. Spesso racconta le difficoltà della convivenza anche all’interno del suo ambiente musulmano e della sua stessa famiglia. In realtà lei nota un moltiplicarsi di posizioni sempre più differenziate all’interno degli stessi musulmani, uno spirito e uno sguardo di giudizio, quasi di controllo sulla fedeltà degli altri alle tradizioni e pratiche di preghiera, ramadan, elemosina e doni cultuali, portamento del velo, ecc. Questo è dovuto a un certo indottrinamento da parte di persone venute da altri paesi. Il missionario aggiunge: “Infatti io vedo crescere il razzismo nei confronti di persone di colore diverso e di religione diversa, un crescendo di secolarismo e di comportamenti di ipocrisia anche in persone semplici, che non sono mai state così.

La signora risponde decisamente: “Oggi è impossibile che l’umanità diventi una sola famiglia, non siamo uniti nemmeno noi musulmani e temo che ci divideremo sempre più, vedendo dove porta un certo modo radicale ed estremista di vivere l’islam!”.

Il terzo è un professore che negli incontri mantiene il ruolo di ascolto rispettoso e spesso concilia e avvicina le posizioni divergenti. Legge molto e ama informarsi ed estendere le sue conoscenze. La sua risposta è questa: “La cosa va studiata. Anche all’interno dell’Islam, ci sono persone che si impegnano alla convivenza rispettosa con i non musulmani, atteggiamento che suscita divisioni fra noi. Non mi, sento di prevedere il futuro, che comunque è sempre nelle mani di Allah”.

“Le tre risposte – conclude il missionario – mostrano che all’interno del mondo musulmano le divergenze possono aiutare a una riflessione più profonda sull’islam, alla rilettura dello stesso Corano e all’ascolto rispettoso delle altre esperienze religiose. E capisco meglio il mio servizio di accompagnamento nell’ascolto reciproco, nella riflessione e nello scambio di esperienze e di valori”.

Il missionario, vivendo in paese islamico, leggendo anche la stampa locale e frequentando molti musulmani, anche persone autorevoli in campo religioso-culturale, è convinto che il terrorismo islamico è certamente contro l’Occidente cristiano (“ma voi siete sempre meno cristiani!” mi dice), ma è ancora più convinto che la battaglia finale sarà tra musulmani violenti e intolleranti, e musulmani veramente amanti della pace e della convivenza tra popoli di diversa religione e cultura. La soluzione del terrorismo islamico non verrà quindi, secondo lui, dalla guerra dell’Occidente contro l’islam e dal rifiuto dei musulmani come tali, ma dal dialogo e dall’appoggio e sostegno delle iniziative che nascono nell’islam, contrarie alla “guerra per Dio”. Un conto è “fermare l’ingiusto aggressore”, un altro è dimenticare che l’islam è una grande e nobile religione (è un discorso che va approfondito) e condannare tutti i musulmani come nemici dell’Occidente. Questa mentalità, se si diffonde anche fra noi cristiani, porta inevitabilmente alla guerra totale, mondiale, che non avrà né vinti né vincitori.

Piero Gheddo

Wednesday 24 September 2014

Divorziati-risposati e semplici ricette

“Il problema dei divorziati risposati è una delle grandi sofferenze della Chiesa di oggi. E non abbiamo semplici ricette“. Non l’ha detto qualche teologo progressista, non è l’affermazione di qualche prelato del Nord Europa che ha il segreto progetto di scardinare la tradizione cattolica, né il relativistico messaggio di qualche intellettuale che vuole demolire il matrimonio.

Quelle parole sono di Benedetto XVI, il “vero” Benedetto XVI, quello che rispondeva a braccio a una domanda durante l’incontro delle famiglie di Milano nel giugno 2012. Le posizioni di Papa Ratzinger sono arci-note e nessuno qui ha intenzione di attribuirgli pensieri o aperture non sue. Citiamo questa frase soltanto per dire che, comunque la si pensi e qualunque sia la posizione che ciascuno ha rispetto al dibattito sul prossimo Sinodo in merito al tema dei divorziati-risposati come pure a qualsiasi altro tema legato alla famiglia, ciò che traspare da quelle parole è la capacità di percepire, comprendere, condividere le sofferenze delle persone.

Una capacità che è il cuore dell’annuncio cristiano. Il cristianesimo non è innanzitutto una dottrina spedita da Dio via SMS, un insieme di regole, e nemmeno un insieme di affascinanti riti (lo ha ripetuto Papa Ratzinger all’inizio dell’enciclica Deus caritas est). E’ l’incontro con una persona viva, Gesù. Ed è l’incontro con un abbraccio, con la misericordia di chi prima di giudicarti ti dice che ti vuole bene e che ti accoglie, permettendoti di scoprire in questo abbraccio la tua piccolezza, la tua inadeguatezza, il tuo peccato.

Sarebbe bello che questo soprattutto trasparisse nei discorsi, negli interventi, nei libri, nelle interviste dei cardinali, vescovi, teologi e opinionisti che parlano di famiglia in vista del Sinodo e dei padri sinodali che parleranno in aula. Perché comunque la si pensi e qualunque sia l’esito del dibattito sinodale, senza quel palpito e quello sguardo profondamente cristiano, certe rivendicazioni e le pretese di presunti diritti a proposito di sacramenti, come pure certe metalliche esposizioni della dottrina, risultano lontane mille miglia dalla vita, dalla carne, dalla sofferenza delle persone. Cioè ultimamente hanno ben poco a che vedere con il cristianesimo.

Saturday 20 September 2014

Due buone notizie da Buccinasco

La sera di giovedì 18 settembre ho parlato del Beato Clemente Vismara nella grande e bella chiesa parrocchiale di Maria Madre della Chiesa a Buccinasco, all’estrema periferia vicina al Parco Sud di Milano. Col parroco don Maurizio Braga e don Silvano Bonfanti, siamo andati a cena dalla famiglia di Davide e Marta, quella con otto bambini fra i 12 anni (la prima Benedetta) e l’ultima di quattro mesi (Carolina), sulla quale ho già scritto un Blog (il 5 luglio 2014). Una cenetta leggera e rallegrata dalla vita normale di queste sette bambine con un solo fratellino di due anni (Riccardo), che danno gioia e speranza al vederle come si aiutano a vicenda, giocano e bisticciano, dan da mangiare ai più piccoli, fanno i capricci e i genitori o gli anziani amici marito e moglie dello stesso palazzo le prendono in braccio e tante altre scenette che ricordano la nostra infanzia. Davide dice che deve ancora finire di pagare il mutuo per l’acquisto di quest’alloggio di più di 100 mq, al settimo piano di una casa popolare costruita pochi anni fa, però aggiunge che la Provvidenza e la solidarietà di tante famiglie li ha sempre aiutati e li aiuta ancora (lui è giornalista della Regione, lei insegnante è andata in pensione dopo la quarta bambina).

E poi un’altra bella notizia che allarga il cuore: a Buccinasco sono molti i giovani sposi che hanno tanti figli. Inizialmente l‘esempio l’hanno dato alcune coppie di C.L., ma adesso molti coniugi cristiani incominciano a fidarsi della Provvidenza e della gioia che i bambini portano in una famiglia con numerosi figli e che questi piccoli crescono molto meglio che nelle famiglie con un solo bambino. Venerdì mattino è venuta al Pime di Milano una giovane signora, Serena Varamo, a prendere altri libri di Vismara per la parrocchia, che venderanno domenica. Lei ha quattro figli e ha confermato la bella notizia che a Buccinasco sono molte le famiglie con tanti figli.

Don Maurizio mi dice che nel 2013 le due parrocchie di Buccinasco hanno celebrato 180 battesimi di bambini per complessivi 25.000 abitanti. Uno “scoop” giornalistico per l’Italia che è in crisi perché ci sono troppo pochi bambini. Secondo dati dell’Istat pubblicati dai giornali il 26 giugno 2014, “nel 2013 c’è stato un crollo delle nascite: 514.000 per più di 60 milioni di abitanti. Il numero medio di figli per donna in età fertile è sceso da 2,41 nel 2012 a 2,39 nel 2013”. Che l’Italia sia in crisi anche per produrre sempre meno bambini lo sanno tutti, ma pare un tabù per la stampa alla ricerca di segnali di speranza per il nostri amato paese.

Dopo questo bagno gioioso in una famiglia numerosa, eccoci in parrocchia dove stava terminando la Messa per i missionari e dove è esposta la Mostra fotografica del Beato Clemente Vismara (1997-1988) presa dalla parrocchia di Agrate Brianza. Dopo la S. Messa per i missionari della missione alle genti, ho presentato ad un’assemblea di circa 300 fedeli il Beato Clemente, missionario in Birmania per 65 anni, che ha fondato la Chiesa fra popolazioni tribali della diocesi di Kengtung, di cui Vismara è stato uno dei fondatori. La sua devozione si è diffusa spontaneamente in vari paesi del mondo, anche dove il Pime non è presente (Polonia, Francia, Romania, Germania, Svizzera. E’invocato come santo della carità, protettore dei bambini, uomo della Provvidenza. Ma gli amici lettori del mio Blog già lo conoscono e scriverò ancora di lui.

Una “buona notizia” è il canto in poesia che un cantautore italo-rumeno ha composto ed eseguito ieri sera prima del mio intervento. Fabio Constantinescu è figlio di un militare rumeno che dopo l’ultima guerra, liberato dal campo di concentramento di Mauthausen è venuto in Italia, ha sposato una milanese e Fabio è nato nel 1961. Sposato con due figli ha un negozio in centro a Milano e frequenta la parrocchia di don Maurizio, ha una forte tendenza alla poesia e alla musica e prepara canti per le feste parrocchiali. Leggendo “Fatto per andare lontano”, ha preparato le parole di questo canto; i fedeli avevano in mano il foglio con le parole e Fabio cantava suonando la chitarra con una bella ed espressiva voce questa poesia, che ha commosso tutti, preparando l’atmosfera alla mia conferenza. Fabio è disposto ad andare a cantare gratis dove si celebrano altre serate del beato Clemente Vismara.

Piero Gheddo

Ecco il testo dei due canti:

Il Beato Clemente testimone della forza di Dio

I missionari sono stelle comete
che portan la luce in luoghi sperduti

si lasciano indietro la loro vita

e con coraggio affrontano l’ignoto di un nuovo viaggio

Disposti a tutto, persino a morire

per donare all’uomo la loro immensa ricchezza

la grandezza, l’altezza e la civiltà

del Vangelo portato dal Figlio di Dio

e Clemente, lacero e affaticato

per sentieri impervi, tra uomini ostili

tende le mani, offre un sorriso,

e aiuto e riso e cure per tutti i mali

e coltiva bambini come teneri arbusti

che diventeranno alti e robusti

e che renderanno frutti dai rami

che saranno mangiati e sazieremo anime nuove.

Nel semibuio Clemente sorride

con gli occhi che brillano e scrive per noi

e con la sua vita si fa testimone

della forza di Dio, si fa luce ed esempio

si ferma ed esce un pò acciaccato

a guardare le stelle … e si fa una “pipata”


Lo sguardo di Dio


L’ho visto negli occhi pieni di paura di un soldato morente

negli occhi di fiducia di un orfano bambino

negli occhi pieni di delirio di un fumatore di oppio

negli occhi velati e tristi di una vedova birmana

e non potevo fare a meno di aiutare
di costruire con fatica e di pregare

perchè in quegli occhi profondi io ho visto lo sguardo di Dio

perchè in quegli occhi profondi io ho visto lo sguardo di Dio.


l’ho visto negli occhi pieni di speranza di un umile credente
nei riflessi di luce tra le ombre di ogni mio fratello

negli occhi pieni di di dolcezza di una suora sgangherata

l’ho visto anche nei miei occhi…


e non potevo fare a meno di aiutare
di costruire con fatica e di pregare

perchè in quegli occhi profondi io ho visto la sguardo di Dio

perchè in quegli occhi profondi io ho visto lo sguardo di Dio


e non potevo fare a meno di sorridere
per la bellezza della vita e del creato

per l’immensa profondità dell’anima

per l’immensa profondità del cielo


e non potevo fare a meno di aiutare
di costruire con fatica e di pregare

perchè in quegli occhi profondi io ho visto la sguardo di Dio

perchè in quegli occhi profondi io ho visto lo sguardo di Dio

Fabio Constantinescu

Monday 15 September 2014

Il segreto della vita cristiana: la preghiera

Nella lunga intervista di padre Spadaro della Civiltà Cattolica a Giorgio Mario Bergoglio, alla domanda su come il Papa prega, lui risponde ricordando le preghiere che dice durante la giornata e poi aggiunge: “Ciò che davvero preferisco è l’Adorazione serale, anche quando mi distraggo e penso ad altro o addirittura mi addormento pregando. La sera quindi, tra le sette e le otto, sto davanti al Santissimo per un’ora in adorazione”. Il Papa non è solo il Pastore universale, ma anche il Maestro della vita cristiana. Con tutte le cose che deve fare e le decisioni da prendere, ci dà l’esempio; alla sera passa un’ora davanti al Tabernacolo dove c’è Gesù, da cui riceve la forza, la serenità, il coraggio, la lucidità, tutto il necessario alla sua vita.

L’abitudine alla preghiera non viene, per Papa Francesco, da una vita cristiana impostata bene fin dall’inizio, ma da un ritorno a Cristo quando aveva vent’anni: operato al polmone destro, glie ne asportarono una parte. Nato in una famiglia cristiana, nell’adolescenza aveva abbandonato la preghiera e la frequenza alla chiesa. Ma durante la lunga e dolorosa permanenza in ospedale, con l’aiuto di una suora ritorna a Cristo e decide di farsi prete e poi gesuita. La sua preghiera è il frutto di un graduale ritorno ad un’autentica vita cristiana e oggi abbiamo Papa Francesco.

Nel mondo d’oggi, che impone una vita travolgente di impegni, di informazioni, preoccupazioni, divertimenti e distrazioni, attraversiamo tutti la crisi della preghiera. Si dice che non abbiamo mai tempo, siamo sempre di corsa. Ripetiamo delle formule, il cuore e la mente sono lontani. Se perdiamo il contatto personale con Gesù Cristo e il mondo soprannaturale, ci ritroviamo da soli con le nostre miserie e i nostri limiti.

Cos’è la preghiera e perché pregare? E’ mettersi in comunicazione intima, personale, affettuosa con Dio; è parlare, amare, ringraziare, chiedere perdono, rispondere a Dio. Tutti gli uomini pregano, tutte le religioni hanno le loro formule, riti e metodi, ma pregano un Dio che non conoscono. Noi cristiani abbiamo ricevuto la rivelazione di Gesù Cristo che Dio è Amore, sappiamo che la preghiera dev’essere un’esperienza personale di parlare con Dio, metterci in trasparenza davanti a Dio e riconoscere la sua grandezza infinita, la sua bontà e misericordia, ringraziare per i doni che ci ha fatto e poi, la nostra miseria, piccolezza, debolezza; e raccontare a Dio le nostre gioie e sofferenze, come fa il bambino con il papà e la mamma, chiedendo quelle grazie di cui sentiamo la necessità.

Dio mi ama e vuole il mio bene. La preghiera è dirgli di farmi conoscere la sua volontà e darmi la forza e l’umiltà di fare quanto lui vuole da me, perchè fare la volontà di Dio è il miglior modo di vivere. Bisogna dare a Dio il suo tempo, non basta un pensiero affrettato perché pregare vuol dire sperimentare e anche commuoversi per la misericordia e il perdono di Dio. Quando si sperimenta in concreto l’amore di Dio e con Dio, che viene da una vita impostata sull’imitazione di Cristo, allora si sente davvero di avere “una marcia in più” anche di fronte alle più gravi difficoltà e prove che la vita ci riserva. San Giovanni della Croce dice che bisogna avere una cella segreta nel nostro cuore, per incontrare Dio e l’amore che Dio ha per me, sempre, anche quando sbaglio e vado fuori strada. E’ la cella della contemplazione, dell’adorazione, del tempo destinato alla preghiera. E’ il segreto della vita cristiana, quello che fa vivere meglio.

Il Venerabile (presto Beato) dott. Marcello Candia (1916-1983) era un giovane industriale di fede viva e operosa, lavorava molto per l’azienda ereditata da suo padre, ma era anche impegnato in opere di carità ai poveri e di aiuti ai missionari. Negli anni 1949-1950, costruendo il nuovo stabilimento di via Tacito a Milano, Marcello aveva riservato a sé un piccolo angolo vicino al muro di cinta, sul quale non c’erano finestre. Solo una panca e tre alberelli. Marcello diceva: “Questo è il mio rifugio per pregare” e ogni tanto scendeva dal suo ufficio e andava alcuni minuti in quello che chiamava: “Il mio monastero”.

Morì nel 1983 di cancro e dopo cinque infarti e un’operazione al cuore. Aveva speso tutto se stesso e tutti i suoi soldi per i più poveri dell’Amazzonia. Il capo dei lebbrosi nel lebbrosario di Marituba presso Belem, Adalucio, al quale 14 anni dopo la morte di Candia chiedevo come mai ricordavano così tanto Marcello e lo pregavano, mi rispose: “”Il dottor Candia non solo ci ha aiutati economicamente e con le opere sanitarie e sociali, ma ci ha voluto bene: in lui vedevamo l’amore di Dio anche per noi lebbrosi, rifiutati da tutti”.

Ho chiesto ad Adalucio perchè gli ospiti della colonia di Marituba considerano Marcello Candia un santo. “Perchè faceva tutto per amore di Dio, mi risponde. Non cercava nulla per sè ma tutto per gli altri, i poveri, gli ammalati, noi hanseniani. Era eroico nella sua donazione al prossimo, commovente: lui ricco, colto e importante nel mondo, veniva a spendere la sua vita tra noi che non potevamo dargli nulla in cambio. E non per un motivo umano, altrimenti non avrebbe resistito, sarebbe rimasto deluso: ma solo per amore di Dio. Noi pensavamo: se lui è un uomo così buono, quanto più buono dev’essere Dio!”.

Piero Gheddo

Friday 12 September 2014

Chi giudica credendosi perfetto…

Oggi nell’omelia di Santa Marta Papa Francesco ha pronunciato parole che, come sempre, interrogano ciascuno di noi.

«Non si può correggere una persona senza amore e senza carità. Non si può fare un intervento chirurgico senza anestesia: non si può, perché l’ammalato morirà di dolore. E la carità è come una anestesia che aiuta a ricevere la cura e accettare la correzione. Prenderlo da parte, con mitezza, con amore e parlargli».

«Se tu devi correggere un difetto piccolino… pensa che tu ne hai tanti più grossi!: la correzione fraterna è un atto per guarire il corpo della Chiesa. C’è un buco, lì, nel tessuto della Chiesa che bisogna ricucire. E come le mamme e le nonne, quando ricuciono, lo fanno con tanta delicatezza, così si deve fare la correzione fraterna. Se tu non sei capace di farla con amore, con carità, nella verità e con umiltà, tu farai un’offesa, una distruzione al cuore di quella persona, tu farai una chiacchiera in più, che ferisce, e tu diventerai un cieco ipocrita, come dice Gesù. “Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio….”. Ipocrita! Riconosci che tu sei più peccatore dell’altro, ma che tu come fratello devi aiutare a correggere l’altro».

«Un segno che forse ci può aiutare» – ha osservato il Papa – è il fatto di sentire «un certo piacere» quando «uno vede qualcosa che non va» e che ritiene di dover correggere: bisogna stare «attenti perché quello non è del Signore»: «Nel Signore sempre c’è la croce, la difficoltà di fare una cosa buona; del Signore è sempre l’amore che ci porta, la mitezza. Non fare da giudice. Noi cristiani abbiamo la tentazione di farci come dottori: spostarci fuori del gioco del peccato e della grazia come se noi fossimo angeli… No! È quello che Paolo dice: “Non succeda che dopo avere predicato agli altri, io stesso venga squalificato”. E un cristiano che, in comunità, non fa le cose – anche la correzione fraterna – in carità, in verità e con umiltà, è uno squalificato! Non è riuscito a diventare un cristiano maturo. Che il Signore ci aiuti in questo servizio fraterno, tanto bello e tanto doloroso, di aiutare i fratelli e le sorelle a essere migliori e ci aiuti a farlo sempre con carità, in verità e con umiltà».

Si comprende bene come più che una messa a punto sui modi della correzione fraterna, le parole del Papa si riferiscano al cuore del “correttore”, di chi si mette in cattedra, di chi giudica e spesso si esprime in modo sprezzante. E magari ha molto più bisogno di conversione e misericordia di colui che sta correggendo e giudicando…

Friday 05 September 2014

Peguy, i chierici e i padri di famiglia

Oggi ricorrono cent’anni dalla morte di Charles Péguy, avvenuta durante la battaglia della Marna. Vi invito a leggere questo articolo di Gianni Valente, pubblicato poco fa su Vatican Insider, del quale ripropongo qui qualche stralcio.

Proprio ieri Papa Francesco, nell’omelia mattutina di Santa Marta (l’appuntamento quotidiano che conforta tutti coloro che guardano al Papa lasciandosi sorprendere dal suo sguardo di fede, ignorato invece, come la maggior parte del suo magistero, da quanti vivono come cecchini pronti per coglierlo in fallo e tirargli le loro pallottole di carta) ha parlato dei peccati come il “luogo privilegiato” per l’incontro con Gesù.

Dall’articolo che vi invito a leggere, emerge una interessante sintonia tra l’approccio di Francesco e quello di Peguy. Scriveva quest’ultimo: «le peggiori miserie, le peggiori grettezze, le turpitudini e i crimini, anche il peccato, spesso sono falle nell’armatura dell’uomo, falle della corazza, da dove la grazia può penetrare nella durezza dell’uomo». Mentre «sulla corazza inorganica dell’abitudine tutto scivola, ogni spada ha la punta smussata». Così – notava Péguy più di un secolo fa «la gente perbene, quelli che amano sentirsi chiamare così, non hanno falle nell’armatura. non sono feriti». Non hanno «quell’ingresso per la grazia che è essenzialmente il peccato». In loro, anche la morale intesa come capacità di coerenza autosufficiente diventa come «uno strato che rende l’uomo impermeabile alla grazia». Perché «Neanche la carità di Dio medica chi non ha piaghe». E «Colui che non è mai caduto non sarà mai rialzato; e colui che non è sporco non sarà mai asciugato».

A motivo della sua condizione Péguy sperimentò sulla sua pelle che i battezzati laici, i padri e le madri di famiglia presi dalla fatica di ogni giorno – quelli costantemente chiamati in causa nelle omelie e nei discorsi di Papa Bergoglio, anche come membri ordinari della «classe media della santità» – vivono nel mondo un’avventura senza pari. Stretti da condizionamenti e vincoli che rendono comunque più difficile snaturare anche l’esperienza cristiana in spiritualismo auto-compiaciuto. Secondo Péguy «c’è un solo avventuriero al mondo, e ciò si vede soprattutto nel mondo moderno: è il padre di famiglia». Al suo confronto gli altri, «i peggiori avventurieri, non sono nulla». Perché tutti gli altri, rispetto a lui, «non corrono assolutamente alcun pericolo». Gli altri «soffrono solo per se stessi. Ipsi. Al primo grado». Invece solo il padre e la madre di famiglia soffrono per gli altri. «Lui solo ha degli ostaggi, la moglie, il bambino, e la malattia e la morte possono colpirlo in tutte le sue membra». Tutti gli altri, compresi i chierici, possono sempre «scantonare», fare manovre diversive, perché con sé «non hanno bagagli». Mentre i padri – e le madri – di famiglia, «coinvolti da ogni parte nelle sofferenze, nelle miserie, in tutte le responsabilità, sono come capi responsabili e appesantiti, carichi e responsabili di una banda di prigionieri, prigionieri essi stessi, carichi, responsabili di una banda di ostaggi, ostaggi essi stessi». (Véronique. Dialogo della storia e dell’anima carnale).

Péguy era sposato civilmente con una donna atea, che non dava il consenso al battesimo dei figli. Per questa sua condizione matrimoniale, Péguy non poteva accostarsi ai sacramenti. Visse quindi tutta la vita come sulla soglia della Chiesa, il «punto sorgivo – come scrisse Hans Urs von Balthasar riferendosi a lui – dove il pagano diventa cristiano». In questa condizione segnata dalla precarietà del «principiante», dal cristianesimo generico «da peccatore che frequenta la messa domenicale in parrocchia», sempre ricondotto alla apparente fragilità del primo germogliare della speranza cristiana, Péguy dovette sopportare negli ultimi anni di vita anche l’assillo di alcuni amici (preti e intellettuali del mondo cattolico ufficiale, compreso Jacques Maritain e sua moglie Raissa) che lo accusavano di lassismo morale per le sue esitazioni a regolarizzare il suo ménage familiare, riportandolo entro i confini della regolarità canonica. Lo deridevano come uno che si illude «che la salvezza sia facile» e non accetta «il giogo intellettuale della fede, senza il quale non vi è vera fede» (Maritain). Alcuni gli suggerivano anche di abbandonare la moglie, se lei non avesse ceduto e non fosse scesa a patti.

Nelle intemperanze di quello che Péguy chiamava il «Partito dei devoti» si coglie la stessa impronta genetica delle prassi neo-clericali e da «dogana pastorale» tante volte stigmatizzate da Papa Francesco nella sua predicazione. Quelle pòse da «controllori» della fede altrui che mettono in soggezione il popolo di Dio e aumentano il senso di repulsione in tutti gli altri.

Friday 22 August 2014

L’ultima bufala sul Papa

La quotidiana e ricerca di qualunque appiglio utile per attaccare Papa Francesco da parte di quegli ex papisti che appena due anni fa s’indignavano per qualunque mancanza di rispetto verso Benedetto XVI mentre ora bombardano con sarcasmo e talora con disprezzo il suo successore, sta raggiungendo livelli comici.

E’ vero, non c’è proprio nulla da ridere, pensando a ciò di cui si parla. Hanno pesantemente criticato il Papa (meglio Bergoglio, come lo definiscono, senza mai ricordare una volta il nome pontificale di Francesco, dato che per qualcuno di costoro il vero Papa è l’emerito) per i suoi presunti “silenzi” circa l’Iraq, con le stesse identiche motivazioni per le quali esattamente mezzo secolo fa, pochi anni dopo la sua morte, venne messo alla berlina Pio XII. Dimenticano di rileggersi le dichiarazioni analoghe fatte dai predecessori negli ultimi decenni in casi di persecuzioni, guerre, emergenze umanitarie (scoprirebbero che il Papa quando interviene in questi casi, evita sempre di additare con nome e cognome i “cattivi” e la loro eventuale appartenenza religiosa, si vedano gli interventi di Papa Wojtyla sul Kosovo).

Finiscono per mettere erroneamente sullo stesso piano gli appelli papali lanciati in occasioni di crisi internazionali e di emergenze umanitarie con un passaggio dell’importante discorso accademico di Papa Ratzinger dedicato al dialogo tra fede e ragione (la lectio di Ratisbona): frasi che vennero distorte e male interpretate, sulle quali lo stesso Benedetto XVI volle fare chiarezza spiegandone il significato con una lettura che nulla concesse ai desiderata dei fautori dello “scontro di civiltà”.

L’ultima – nel senso della più recente – puntata di questa “guerra” contro il successore di Pietro combattuta con la carta e il web s’inventa un’opposizione tra l’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, e Papa Benedetto, proprio sul caso Ratisbona. La presunta “notizia”, “scoperta” dal Telegraph, è stata subito rilanciata sui social network da quanti si sentono investiti della missione di cantargliele al Papa qualunque cosa dica, faccia o non faccia.

I fatti sono questi: padre Guillermo Marcó, giornalista, incaricato dei rapporti con la stampa dell’arcidiocesi di Buenos Aires, nel 2006, dopo il discorso di Benedetto XVI a Ratisbona, si fece intervistare dal “Newsweek” (nella sua versione in lingua spagnola), criticando Ratzinger: disse di non sentirsi rappresentato da quelle parole sull’islam, affermò di ritenere quello di Ratisbona un passo indietro rispetto all’atteggiamento di Giovanni Paolo II. L’intervista fece ovviamente scalpore, anche in Vaticano. Marcó spiegò di aver rilasciato l’intervista non in quanto incaricato dei media della diocesi, ma come presidente dell’Istituto per il dialogo interreligioso. Leggendola appare del tutto evidente che il sacerdote parlava a titolo personale (“quelle parole non MI rappresentano”), senza alcun mandato della diocesi né tantomeno dell’allora arcivescovo di Buenos Aires.

Ciononostante, visto il comprensibile imbarazzo che quell’intervista – e anche altre dichiarazioni – avevano provocato, padre Marcó, venne rimosso dal suo incarico di responsabile dei rapporti con la stampa, per volere del cardinale Bergoglio, e destinato altrove. Una circostanza che quanti hanno scovato e rilanciato la presunta notizia si guardano dal raccontare, perché rovinerebbe questa nuova pretestuosa accusa.

Attribuire al futuro Papa le parole di Marcó, per contrapporlo a Benedetto XVI è dunque un’operazione propagandistica. Non dissimile da quelle messe in atto da Horacio Verbitsky, che per anni ha cercato di attribuire a Bergoglio una qualche vicinanza con il regime argentino durante la dittatura (venendo peraltro magistralmente smentito dalla documentata inchiesta di Nello Scavo, pubblicata col titolo “La lista di Bergoglio”). O da quella infelice tentata subito dopo l’Habemus Papam del 13 marzo 2013 dal regista americano Michael Moore, che twittò la foto di un anziano prelato mentre dava la comunione a Videla dicendo che si trattava del nuovo Papa e fu sbugiardato nel giro di pochi minuti.

Thursday 07 August 2014

Vicini ai cristiani di Ninive

La notte scorsa gli uomini dell’autoproclamato “Califfato” sono entrati nella piana di Ninive e hanno cacciato via le migliaia di cristiani che vivono nei villaggi della zona. La notizia è stata data dal cardinale Fernando Filoni ed è rilanciata dall’Agenzia Fides della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli. “I cristiani hanno dovuto abbandonare tutto, persino le scarpe, e scalzi sono stati instradati a forza verso l’area del Kurdistan. La situazione dei cristiani cacciati è disperata - ha detto Filoni – perché ad Arbil, la capitale del Kurdistan iracheno, non sono intenzionati ad accoglierli perché non sanno come ospitare queste migliaia di persone. Queste notizie mi sono state riferite dalle Suore Caldee Figlie di Maria Immacolata” ha precisato il porporato, che in precedenza era stato nunzio apostolico in Iraq.

“Siamo di fronte ad una grave situazione umanitaria. Queste persone sono lasciate a loro stesse di fronte ad un confine chiuso e non sanno dove andare. Già si contano i primi morti, tre o quattro ragazzi hanno perso la vita. Occorre intervenire subito in loro aiuto” ha concluso Filoni.

Wednesday 23 July 2014

I bambini e il massacro di Gaza

Cari amici, in questi giorni le notizie che arrivano dal Medio Oriente sono terribili. Mi ha molto colpito questo articolo del Telegraph con l’elenco dei bambini rimasti uccisi negli ultimi giorni a Gaza: una lista purtroppo già superata. Come sapete, l’esercito israeliano accusa i militanti di Hamas di usare bambini e civili come scudi umani. Non sono in grado di giudicare la fondatezza di questa accusa. Mi chiedo soltanto come si possano giustificare così tante vittime civili, così tanti bambini uccisi, così tante persone innocenti a cui viene tolta la vita. Come pure mi chiedo come sia possibile giustificare il fatto che per eliminare un capo di Hamas si uccida tutta la sua famiglia, bambini compresi.

Thursday 20 February 2014

Il progetto di Francesco. Dove vuole portare la Chiesa

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È in libreria “Il progetto di Francesco. Dove vuole portare la Chiesa”. Una conversazione di Víctor Manuel Fernández con Paolo Rodari, Collana «Vita di missione – Nuova serie», Editrice Missionaria Italiana, pp. 144, euro 10,90.

Fernández è rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina; è stato uno dei primi vescovi nominati da papa Francesco, elevato nel maggio 2013 alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, uno dei saggisti più letti in America latina in fatto di teologia e spiritualità, ha un rapporto di assoluta fiducia con il papa che vede in lui un valido consulente e collaboratore. Non a caso fu lui, nel 2007, alla V Conferenza dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida, ad aiutare l’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro papa.

Poche persone come Fernández, dunque, possono aiutare a capire chi sia Francesco e verso dove egli vuole che la Chiesa vada. Anzitutto, secondo il teologo argentino, Francesco chiede alla Chiesa un movimento: l’uscita. «Uscire da sé stessi», spiega Fernández, «una categoria-chiave per comprendere a fondo il pensiero e la proposta del papa, perché il Vangelo ha sempre la dinamica dell’esodo e del dono, dell’uscire da sé. È il contrario dell’autorefenzialità che egli tanto deplora». E ancora, su questa idea che è centrale nel magistero dell’attuale pontefice: «Tale uscita richiede di osare, fare il primo passo, non restare seduti sperando che la gente venga ai nostri incontri o ai nostri corsi, avere il coraggio di parlare di Gesù e della propria esperienza di fede a tutti e in ogni luogo. Il papa ci ricorda sempre che la comunità evangelizzatrice non si chiude, ma anzi accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione se necessario, e si fa carico della vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo».

È il programma rivoluzionario del Papa venuto da un Paese «quasi ai confini del mondo» che il teologo argentino declama in queste intense pagine: prima dei princìpi, viene l’annuncio del Vangelo, da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Non ci si può limitare ad annunciare i princìpi morali da seguire. Occorre parlare anzitutto della gioia del Vangelo e del fatto che il Suo annuncio è un annuncio di misericordia. Secondo Fernández l’intento del Papa è di scuotere la Chiesa, di farla uscire dal recinto dei suoi privilegi, oltre le logiche del carrierismo e delle divisioni per arrivare a tutti, specialmente agli ultimi, agli emarginati, a chi non ha nulla. È una Chiesa povera e per i poveri che vuole il Papa, la stessa Chiesa che voleva quando era cardinale a Buenos Aires.

Ecco di seguito la prefazione al libro, firmata da Paolo Rodari:

13 marzo 2013. Verso dove Francesco vuole portare la Chiesa? È la domanda che mi sono fatto nei primi giorni di pontificato di Jorge Mario Bergoglio. E dovendo, da cronista, raccontare il pontificato in corso, è la domanda che ho posto fin dalla chiusura del conclave a tutte le persone che per lavoro ho incontrato o sentito. «Voi sapete che il dovere del conclave era di dare un vescovo a Roma e sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo… ma siamo qui», ha detto papa Francesco, affacciandosi la sera dell’elezione alla loggia centrale della basilica vaticana. Mi sono chiesto: cosa significa avere un papa che viene dalla fine del mondo? Cosa porterà alla Chiesa? E, soprattutto, dove la porterà?

Giorni dopo l’elezione, ho chiamato un amico vescovo. Avevo intenzione di svolgere un’inchiesta fra i gesuiti e gli ho chiesto il suo parere sulle domande da porre e, in particolare, sul nuovo papa. Mi ha risposto: «Hai letto Il cielo e la terra, il libro che Bergoglio ha scritto con il rabbino Abraham Skorka? Per me sono stati illuminanti i capitoli in cui i due affrontano i temi cosiddetti eticamente sensibili, il matrimonio fra uomo e donna, l’aborto, l’eutanasia ecc. Leggendoli, mi sembra di aver capito che per Bergoglio prima dei princìpi e della loro difesa viene il kerygma, ovvero l’annuncio della buona notizia che è il Vangelo. Mi sembra che questo sia il tratto principale del nuovo papa: i princìpi esistono e non si negano, ma prima occorre annunciare che il Vangelo è amore, misericordia, abbraccio. Insistere troppo sui princìpi non serve e può essere controproducente».

19 settembre 2013. È mattina. Mi trovo a Firenze e squilla il telefono. Mi avvisano che sta per uscire una lunga intervista concessa dal papa a padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica. Mi faccio mandare il testo. Gli spunti sono innumerevoli, ma resto colpito più che altro da un passaggio. Il papa dice: «Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione». E ancora: «Gli insegnamenti, tanto dogmatici quanto morali, non sono tutti equivalenti. Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L’annuncio di tipo missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus. Dobbiamo quindi trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l’edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte, di perdere la freschezza e il profumo del Vangelo. La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. È da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali».

Sono parole per me illuminanti. Perché confermano che la prima intuizione suggeritami dall’amico vescovo sembra giusta: Francesco mostra di volere una Chiesa che abbraccia e che non esclude. E ritiene che insistere troppo, quasi ossessivamente, sui princìpi, sia una tattica non consonante con il messaggio evangelico. Beninteso, anche i suoi predecessori volevano una Chiesa siffatta. Ma in Francesco questa sottolineatura pare più accentuata.

21 ottobre 2013. Su Repubblica pubblico una pagina d’intervista a Víctor Manuel Fernández, rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina, una delle prime nomine episcopali di Francesco, elevato nel maggio 2013 alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, ha un rapporto di fiducia con il papa che vede in lui un valido consulente. Non a caso fu lui, nel 2007, alla V Conferenza dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida (San Paolo), ad aiutare Bergoglio a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro papa. Pochi come Fernández, dunque, possono aiutare a capire chi sia Francesco e verso dove egli vuole che la Chiesa vada. Così, a inizio ottobre, lo chiamo a Buenos Aires. Mi risponde una voce cordiale. Gli spiego il mio interesse per il papa, il desiderio di conoscere la sua figura in profondità, le caratteristiche della «sua» Chiesa. Acconsente a che gli invii alcune domande, senza però garantirmi che mi risponderà. Invece, dopo qualche giorno, mi risponde. Non elude nessuna domanda e a quella per me più importante, ovvero se a suo avviso si può dire che Francesco sia il papa che privilegia la misericordia ai princìpi, risponde così: «L’annuncio del cuore del Vangelo prima d’ogni altra cosa è una caratteristica importante di Francesco, ma è da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Il papa pensa che una Chiesa che vuole uscire da sé stessa e raggiungere tutti debba necessariamente adattare il suo modo di predicare. Soprattutto, egli applica un criterio proposto dal Concilio Vaticano II ma spesso dimenticato e trascurato: la “gerarchia delle verità”. Francesco ci invita a riconoscere che spesso i precetti della dottrina morale della Chiesa vengono proposti fuori dal contesto che dà loro significato. Il problema maggiore si ha quando il messaggio che la Chiesa annuncia si identifica soltanto con questi aspetti che tuttavia non manifestano per intero il cuore del messaggio di Gesù Cristo…». E ancora: «Ci deve essere una proporzione adeguata soprattutto nella frequenza con la quale alcuni argomenti o accenti vengono inseriti nella predicazione. Per esempio, se un parroco lungo l’anno liturgico parla dieci volte di morale sessuale e soltanto due o tre volte dell’amore fraterno o della giustizia, vi è una sproporzione. Ugualmente se parla spesso contro il matrimonio fra omosessuali e poco della bellezza del matrimonio. Oppure se parla più della legge che della grazia, più della Chiesa che di Gesù Cristo, più del papa che della parola di Dio».

L’intervista esce su Repubblica il 21 ottobre. L’occasione ci fa conoscere meglio e mi porta a fargli una seconda richiesta: perché non pubblichiamo insieme un libro-conversazione tutto dedicato a Francesco, o meglio al suo «programma»? Con mia grande gioia padre Fernández acconsente una seconda volta. Insieme decidiamo di usare l’esortazione apostolica Evangelii gaudium (EG) come base sulla quale lavorare, avendo ben presente che è stato lo stesso papa a dire che il documento ha un «senso programmatico». E il risultato, dopo il tempo trascorso assieme a Buenos Aires e un’intensa corrispondenza epistolare, sono le pagine di questo libro, un testo che spero risulti utile per chi vuole comprendere fino in fondo la sfida che il papa venuto «dalla fine del mondo» vuole porre alla Chiesa e, insieme, anche a chi è lontano da una vita di fede.

Evangelii gaudium è un programma di pontificato ampio e accurato. L’esortazione apostolica, infatti, firmata dal papa il 24 novembre 2013, festa di Cristo Re dell’universo, formalmente sarebbe dovuta essere «post-sinodale», ovvero semplicemente un approfondimento delle proposizioni che il Sinodo dei vescovi, svoltosi in Vaticano nel 2012 e dedicato alla nuova evangelizzazione, aveva prodotto. In realtà il documento volutamente non riporta la dizione «post-sinodale», proprio perché è, e vuol essere, molto di più, un testo appunto programmatico. E così, partendo da Evangelii gaudium, è stato per noi semplice ampliare l’orizzonte su un papa così sorprendente.

Evangelii gaudium, ovvero la gioia del Vangelo. Sembra essere questa, anzitutto, la direzione. Portare la Chiesa a prendere consapevolezza che il cristianesimo è gioia perché annuncia che Dio è con noi. Una delle azioni maggiormente richieste dal papa è la necessità di «uscire fuori». Uscire dalle proprie convinzioni, comodità, privilegi, idee, per portare il Vangelo di Cristo a tutti senza pregiudizi né preclusioni. Uscire, cambiare, dunque, ripensando daccapo l’intera vita di fede. Il papa non manca di indicare nello specifico alcune riforme e alcuni cambiamenti, esortando «tutti ad applicare con generosità e coraggio gli orientamenti di questo documento, senza divieti né paure». Non è più il tempo della ritrosia. Francesco vuole che tutti, a cominciare dai semplici fedeli, abbandonino «il comodo criterio del “si è fatto sempre così”». Dice: «Invito tutti ad essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità».

Questo libro, dunque, nasce anche dallo stupore per questo testo papale, una vera e propria enciclica, secondo quanto hanno scritto diversi osservatori. Stupore per un papa che decide di mettere per iscritto un programma esigente anche verso sé stesso e la propria persona: «Dal momento che sono chiamato a vivere quanto chiedo agli altri, devo anche pensare a una conversione del papato». Il cantiere che papa Francesco ha aperto con Evangelii gaudium è ampio e può far venire le vertigini. «Tuttavia – scrive Francesco – non c’è maggiore libertà che quella di lasciarci portare dallo Spirito, rinunciando a calcolare tutto, e permettere che Egli ci illumini, ci guidi, ci orienti, ci spinga dove Lui desidera».

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Saturday 15 February 2014

Padre Konrad, le braccia caritatevoli di Papa Francesco

“Tu sai cosa devi fare, hai bisogno di soldi?” E’ la frase che Konrad Krajewski, arcivescovo ed Elemosiniere di sua Santità, si sente ripetere spesso da papa Francesco. Si perché è lui che aiuta il Papa ad essere vicino a chi ha bisogno, con gesti che sembrano piccoli, ma che diventano immensi per chi li riceve. Padre Konrad come lo chiamano tutti, non vive in Vaticano, ma a Borgo Pio, in una casa “con la bandiera polacca”, dice. “Perché così posso essere più vicino alla gente”. Vuole essere chiamato così e il papa gli ha detto: a chi ti chiama eccellenza chiedi 5 euro di tassa per i poveri. Konrad che viene dalla diocesi di Łódź, lui che dal 1998 è stato a fianco di tre papi durante le liturgie, lui che da anni gira la notte per le vie di Roma per dare aiuto a chi ne ha bisogno. “Le mie braccia sono corte adesso, se le prolunghiamo con le tue braccia riesco a toccare i poveri di Roma e d’ Italia, io non posso uscire, tu sì” gli ha detto il papa alla sua nomina.

Wednesday 12 February 2014

Due Papi per una sola Chiesa

Diciamoci la verità, non avremmo mai pensato che la coabitazione funzionasse così bene. Anzi che potesse diventare un modello per il futuro. Quando in un giorno di brutto tempo a febbraio i media di tutto il mondo hanno iniziato a far girare la notizia del secolo, la rinuncia del Papa, l’idea stessa di avere due Papi in Vaticano sembrava roba da Apocalisse. Quel fulmine che colpiva la cupola di San Pietro immortalato da un fotografo fortunato, sembrava davvero l’inizio della fine del mondo secondo i canoni di certi B movies degli anni ’70. Fulmini e saette, l’attacco del Maligno e cose del genere. Qualcuno ha anche cavalcato quest’onda per sferrare l’ultimo colpo a Papa Benedetto XVI colpevole di non aver mai ceduto ai facili popolarismi e di aver sempre predicato la verità del Vangelo con gioiosa e ferma chiarezza. Ma il Vento dello Spirito soffia dove vuole e non segue le regole del meteo.

Wednesday 12 February 2014 09:08

La Quaresima della Chiesa

Quando pensiamo alla Quaresima i laici pensano ad una cosa lunga e triste, i cattolici ad un tempo forte della liturgica che si prepara alla luce della Pasqua. E in effetti quei poco più di quaranta giorni che lo scorso anno abbiamo vissuto tra l’ 11 febbraio, e il 13 marzo e poi fino a Pasqua, sono stati davvero una Quaresima. E in entrambi i sensi. Perché sono stati giorni lunghi, di ansia e di stupore, di attesa di incredulità. E in questo senso giorni di penitenza. Per la prima volta nella storia moderna, un pontefice decideva di rinunciare al governo della Chiesa Universale. Si certo, tutti gli addetti ai lavori sapevano che fin dai tempi di Paolo VI si parlava di come permettere al Papa di essere davvero libero da qualunque condizionamento, di poter esercitare il ministero petrino in pienezza e completezza e quindi di poter “lasciare” qualora non potesse essere in piena coscienza libero

Wednesday 27 November 2013

L'eutanasia ai minori: per la Chiesa un gesto di estrema inciviltà. Occorre riflettere.

Le parole sono forti e sono quelle di un prelato molto autorevole all'interno della Chiesa cattolica.

Mons. Sgreccia è presidente della fondazione Ut Vitam habeant nonchè presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita.

Il tema è uno di quelli che in questoi periodo sta suscitando acceso dibattito in ambito cattolico ed etico: quello dell'eutanasia...anzi, quello dell'eutanasia aperta alle persone minori di età.

«È un salto. Un salto abissale, sotto il livello di civiltà, di umanità». Queste le parole del prelato che commenta il primo sì del parlamento belga all'estensione dell'eutanasia ai minori. 

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Tuesday 05 November 2013

Così pregava Karol Wojtyla. Una lista di nomi (con allegati dossier), l’elenco dei collaboratori in vista, un Atlante sottomano per la “preghiera geografica”

Giovanni Paolo II aveva un segreto, la preghiera. Ore trascorse nel silenzio, in un dialogo nascosto con Dio dal quale traeva la forza per andare, con efficacia, incontro al mondo.

Della preghiera di Karol Wojtyla hanno scritto in tanti. Una testimonianza significativa in merito l’ha data il 4 novembre 2013 un sacerdote riservato e preparato, che ha avuto la possibilità di frequentare molto il Papa polacco durante i suoi ultimi anni di vita.

Si chiama Pawel Ptasznik. Oggi è il responsabile della sezione polacca della segreteria di stato vaticana. Ai tempi di Giovanni Paolo II era colui che saliva nell’Appartamento papale per aiutare lo stesso Wojtyla nella stesura dei suoi testi. È stata l’assidua frequentazione dell’Appartamento a premettergli di conoscere quel segreto, la preghiera appunto, che ha caratterizzato tutta la vita del Papa che la prossima primavera diviene santo.

Monsignor Ptasznik ha dato la sua testimonianza a Roma, durante la presentazione dell’ultimo libro dell’ex segretario di Wojtyla Stanislaw Dziwisz, una conversazione con Gian Franco Svidercoschi intitolata “Ho vissuto con un santo”.

Questa la trascrizione di quanto ha detto:

«Quella di Wojtyla era una preghiera costante e vera. Anche durante i viaggi normalmente voleva rispettare “l’ora santa” dedicata all’adorazione eucaristica, e così la via crucis del venerdì sera e la Messa. Chi organizzava i viaggi doveva tenere presente queste sue esigenze».

«La segreteria di stato consegnava al Papa la lista con le richieste di preghiere arrivate da tutto il mondo. Pregava consultando quella lista, che spesso aveva degli allegati, delle cartelle che spiegavano meglio la situazione di coloro che chiedevano preghiere».

«Una volta l’ho visto pregare in cappella. Aveva aperto davanti a sé l’Osservatore Romano su una pagina in cui c’erano tutti i nomi dei capi dicastero della Curia Romana con anche gli “officiali” di lingua polacca. Pregava per tutti i suoi collaboratori».

«Sulla sua scrivania aveva un Atlante. Ogni giorno posava lo sguardo su una parte concreta del mondo, per poi pregare per tutta la giornata per le popolazioni di quella stessa porzione. Era la sua preghiera geografica».

«Si confessava ogni due settimane. Una macchina arriva in centro a Roma per “prelevare” monsingor Stanislaw Michalski, il suo confessore, che veniva accompagnato appositamente in Vaticano».

«Quando doveva scrivere un testo faceva tutti i giorni un’ora di meditazione sul camminamento situato sul tetto del palazzo apostolico. Poi scendeva in Appartamento e mi dettava il testo. Citava a memoria passi della Scrittura e dei padri della Chiesa. Dopo un’ora, un’ora e mezza, il testo era pronto».

Friday 01 November 2013

«Ho l’impressione che Gesù è stato rinchiuso all’interno della Chiesa e che bussa perché vuole uscire». Ecco cosa disse Jorge Mario Bergoglio prima del Conclave secondo il cardinale Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione

«Durante il suo intervento alle congregazioni generali che hanno preceduto il conclave, il cardinale Jorge Mario Bergoglio ha parlato con insistenza della necessità che la Chiesa “esca fuori” da se stessa. Egli ha detto che la Chiesa è malata, che deve prendersi cura di se stessa. Il suo breve discorso ha colpito tutti. Ha detto testualmente: “Ho l’impressione che Gesù è stato rinchiuso all’interno della Chiesa e che bussa perché vuole uscire, vuole andare via”».

«Bergoglio ha chiesto ai vescovi di essere veramente pastori e non degli amministratori. Del resto, è ciò che egli ha fatto a Buenos Aires rifiutando, ad esempio, di andare ad abitare nella residenza vescovile. Così ora che è Papa con la decisione di abitare nel convitto di Santa Marta. Egli ha bisogno di vedere gente e incontrare semplicemente la gente per parlare con loro nei corridoi, durante i pasti … La parola “fuori”, si sa, è importante. Possiamo dire che questa è la parola che meglio definisce la missione di Gesù, egli è uscito fuori in qualche modo da se stesso per andare in periferia, dove l’uomo vive perso e in difficoltà”».

Così l’arcivescovo di Lione, il cardinale Philippe Xavier Ignace Barbarin – in tempo di sede vacante arrivava in Vaticano in bicicletta –, rivela come già nelle riunioni pre-conclave Bergoglio abbia usato parole dure per descrivere la situazione della Chiesa. «Cristo è rinchiuso in prigione», ha detto il futuro Papa durante le Congregazioni generali. Parole che hanno convinto i cardinali a sceglierlo perché, dice Barbarin, «quel discorso ha colpito tutti».

È stato il discorso durante le congregazioni a convincere i cardinali a votare Bergoglio oppure il suo nome era nella mente dei cardinali già da prima?
«Il nome del cardinale Bergoglio circolava molto fra i cardinali. Tutti però siamo rimasti colpiti durante le congregazione generali dal suo discorso. Parlava della necessità di guardare altrove. Ha raccontato dell’America Latina, dove il 40 per cento della popolazione è cattolica. Egli è stato in grado di governare la provincia gesuita affidatagli durante il difficile periodo della dittatura militare. Ben presto si è trovato a capo dell’arcidiocesi di Buenos Aires, dove ha mostrato un grande zelo missionario, in un vero spirito di povertà e di vicinanza verso tutte le persone che gli erano state affidate. Ci è apparso come un uomo di grande autorità che sa come impostare il proprio cammino e prendere le decisioni giuste. Già in questi mesi vediamo come tutte queste qualità siano state messe in campo. Soprattutto colpisce la semplicità e la chiarezza delle sue omelie, e insieme il grande programma lanciato per la riforma della curia romana. Questa è la riforma che la Chiesa si aspetta e di cui essa ha grande bisogno».

È urgente questa riforma secondo lei?
«La riforma deve certamente avvenire. Il Consiglio dei cardinali saprà come fare. Ha l’obiettivo di riorganizzare la Chiesa, servendo le chiese locali e collaborando collegialmente con i vescovi del mondo. Possiamo dire della curia ciò che il Papa ha detto della Chiesa: “È buono e sano se essa si occupa prima di se stessa che degli altri”».

Cosa pensa delle riforma dello Ior? È giusto che il Vaticano abbia una banca?
«La questione non è se ci deve essere una banca in Vaticano o meno. È ovvio che il Vaticano ha bisogno di soldi, come ogni diocesi o istituzione della Chiesa. Ma piuttosto la questione è se e come il denaro entra in Vaticano, se tutto è trasparente o meno, verificabile, come le spese sono organizzate».

In questi giorni un sito web cileno ha riportato le parole che il Papa avrebbe detto a dei religiosi sudamericani circa l’esistenza di una “lobby gay” in Vaticano. Esiste davvero secondo lei questa lobby? Perché il Papa ne ha parlato?
«Ovviamente, su questo argomento non so nulla. Quel che è certo è che tutti gli uomini sono peccatori, e quindi anche in Vaticano ci sono uomini che sbagliano. Sarebbe sciocco dire: “Non credete, in Vaticano è impossibile!”. Ma io non voglio amplificare voci e dicerie. Se il Papa ha qualcosa di chiaro da dire in proposito, lo sapremo. E se si decide di agire, lo farà senz’altro».

Ratzinger nella Via Crucis del 2005 al Colosseo parlò della “sporcizia” presente nella Chiesa. Ancora Francesco parla spesso dei “mali” interni alla Chiesa. A cosa si riferiscono?
«Sì, è una triste realtà. La Chiesa, da semplice fedele al vertice della gerarchia è danneggiata e talvolta screditata dai peccati e dagli scandali di coloro che la compongono. Questa è una grande ferita interiore. Naturalmente, siamo tutti peccatori, ma se uno non lascia Cristo fuori di questo peccato, se lui non si assoggetterà alla misericordia di Dio, il danno potrà essere grande, e soprattutto se la persona che pecca si trova in una posizione di notevole responsabilità. Certo, nella storia, abbiamo visto molti Papi non essere di esempio ma crediamo che, nonostante i tanti peccati, la Chiesa goda del sostegno costante dello Spirito Santo. Egli ha parole di vita eterna».

Spesso la Chiesa è chiamata a rapportarsi con i problemi anche più scomodi della gente. Sempre più fedeli vicino situazioni difficili. Le famiglie spesso si sfasciano. Sono tanti i divorziati risposati che non possono accedere alla comunione. Come si comporta con questi problemi a Lione? Quali soluzioni?
«Sì, la sofferenza è sempre più pesante, in generale, sia nella Chiesa di Lione che altrove. Si ha l’impressione che non solo le famiglie, ma l’intera società stia arrivando ad annullarsi, e ci si chiede con una certa ansia dove si andrà in futuro. È in atto una decostruzione quasi desiderata, programmata per staccare le radici ai giovani e qualche volta anche alle famiglie.Ma ognuno ha un suo posto nella Chiesa. Benedetto XVI lo ha ripetuto spesso. Il Signore ha scelto come uno dei pilastri della sua Chiesa un rinnegato, Pietro, che aveva vilmente abbandonato al momento della passione, e un “parassita!” della Chiesa, come Paolo, ed entrambi sono diventati pilastri della costruzione. Così egli saprà utilizzare tutti noi, qualunque siano le nostre debolezze e peccati. Dobbiamo spostare gradualmente (questa è la legge della gradualità, in modo spesso spiegato da Giovanni Paolo II) su un percorso dove la misericordia e l’attenzione per ogni persona sono illimitate. E dove la Parola di Dio è accolta come una verità la luce e in assoluto, anche se ci porta attraverso momenti di sofferenza e angoscia, certamente porta ad un cammino di felicità».

Tuesday 22 October 2013

Prima il Vangelo e poi la dottrina. Il segreto di Jorge Mario Bergoglio secondo Victor Manuel Fernández, uno dei teologi più vicini al Papa

Victor Manuel Fernández, rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina, è una delle prime nomine di Jorge Mario Bergoglio, elevato lo scorso maggio alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, ha un filo diretto col Papa che vede in lui un valido “consulente”. Nel 2007 alla conferenza dei vescovi latino americani ad Aparecida, fu Fernández ad aiutarlo a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro Papa.

Monsignore, vorrei entrare subito “in medias res”. Nel libro con Abraham Skorka, Jorge Mario Beroglio svolge una breve introduzione nella quale parla dell’importanza della “cultura dell’incontro”. E dice che a volte l’uomo arriva a identificarsi di più con “i costruttori di mura che con quelli di ponti”. I media di tutto il mondo lodano le “aperture” di Francesco, stupìti più che altro del fatto che egli non insiste anzitutto sui princìpi ma – come ha detto lui stesso nell’intervista concessa il 19 settembre a Civiltà Cattolica – su “ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus”, insomma sull’essenziale, sul Vangelo. È a suo avviso questo il tratto fondamentale del nuovo pontificato? L’annuncio del Vangelo prima della morale? Oppure qual è il suo tratto caratteristico?
L’annuncio del cuore del Vangelo prima d’ogni altra cosa è una caratteristica importante di Francesco, ma è da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Il Papa pensa che una Chiesa che vuole uscire da se stessa e raggiungere tutti debba necessariamente adattare il suo modo di predicare. Soprattutto, egli applica un criterio proposto dal Concilio Vaticano II spesso dimenticato e trascurato: la “gerarchia delle verità”. Francesco ci invita a riconoscere che molte volte, i precetti della dottrina morale della Chiesa vengono proposti fuori dal contesto che dà loro significato. Il problema maggiore si ha quando il messaggio che la Chiesa annuncia si identifica soltanto con questi aspetti che tuttavia non manifestano per intero il cuore del messaggio di Gesù Cristo. Mentre una pastorale missionaria non può essere ossessionata dalla trasmissione disorganizzata di un insieme di dottrine da imporre con la forza dell’insistenza. Quando la Chiesa assume uno stile missionario diretto a tutti, senza eccezioni o esclusioni, l’annuncio si concentra sull’essenziale, su ciò che c’è di più bello, di più grande, di più attraente e nello stesso tempo di più necessario. Certo, tutte le verità rivelate sono credute con la medesima fede, ma alcune di loro sono più importanti perché esprimono più direttamente il nucleo fondamentale che è la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo. Ci deve essere una proporzione adeguata soprattutto nella frequenza con la quale alcuni argomenti o accenti vengono inseriti nella predicazione. Per esempio, se un parroco lungo l’anno liturgico parla dieci volte di morale sessuale e soltanto due o tre volte dell’amore fraterno o della giustizia, vi è una sproporzione. Ugualmente se parla spesso contro il matrimonio fra omosessuali e poco della bellezza del matrimonio. Oppure se parla più della legge che della grazia, più della Chiesa che di Gesù Cristo, più del Papa che della parola di Dio. Insomma, ogni verità si comprende meglio se posta in relazione armoniosa con tutto il messaggio cristiano, perché in tale contesto tutte le verità si illuminano a vicenda. Il Vangelo invita soprattutto a rispondere all’amore salvifico di Dio, riconoscendolo negli altri e in se stessi, al fine di cercare il bene di tutti. Questo invito non dovrebbe essere posto per nessun motivo in secondo piano! Se questo invito non brilla con forza e appeal, la morale della Chiesa rischia di diventare come un castello di carta: è qui che risiede il nostro più grande pericolo. Il messaggio perde la sua freschezza e cessa di avere il cosidetto “odore del Vangelo”. Certo, c’è poi anche lo stile del Papa, che non solo mira all’essenziale, ma lo esprime in modo chiaro e con segni. E a giudicare dagli effetti di questo fenomeno, non possiamo che guardarlo con occhi positivi, seppure esso dia fastidio in alcuni luoghi minoritari e poco rappresentativi dell’intera Chiesa.

In Italia è recentemente uscito un retroscena secondo il quale nel 2005, se Bergoglio fosse stato eletto Papa, si sarebbe chiamato Giovanni XXIV. Così, infatti, lo stesso Bergoglio avrebbe risposto al cardinale Francesco Marchisano, dalle radici piemontesi come il futuro Francesco, all’atto dell’elezione di Ratzinger. Marchisano era allora arciprete della Basilica di San Pietro. Al di là della veridicità o meno del retroscena, è papa Roncalli il Papa al quale Bergoglio ispira il suo pontificato? E in particolare, a suo avviso cosa pensa egli del Concilio Vaticano II? Si dice che dopo anni di tentativi di interpretare in senso conservatore o progressista il Concilio (le grandi “battaglie” sull’ermeneutica) egli ritenga che sia arrivato il momento di “farlo” il Concilio. È così?
Francesco è diverso da tutti i Papi che l’hanno preceduto. Certo, può avere caratteristiche di uno o dell’altro, ma sempre nella strada aperta dal Concilio. Senza dubbio egli rimane al di fuori delle discussioni teoriche sul Concilio perché semplicemente interessato a continuare lo spirito di rinnovamento e riforma che viene dal Concilio. In questo senso si pone fuori da ogni ossessione ideologica, senza pause o giravolte, con l’intenzione di portare la Chiesa fuori da se stessa così da raggiungere tutti. Ciò che ho detto sul criterio della “gerarchia delle verità” vale anche per molti altri percorsi di riforma che ha aperto il Concilio e che sono rimasti a metà strada.

Per quel che si sa la giornata di papa Francesco ha tre momenti fissi: la meditazione della Scrittura il mattino presto prima della Santa Messa; la recita del Rosario il pomeriggio; un’ora di adorazione eucaristica la sera. Nell’intervista a Civiltà Cattolica ha detto che la sua preghiera è “memoriosa”. Cosa intende? Cosa significa pregare per Francesco? Lo ha mai visto pregare? Come pregava in Argentina?
Il tema della memoria è una cosa su cui egli insiste molto ed è una chiave per conoscerlo. Non dobbiamo guardare le novità che egli porta come uno sradicamento, come un oblìo della storia viva della Chiesa. Egli spiega spesso che la memoria è una dimensione della nostra fede, in analogia alla memoria di Israele. Cita spesso gli Apostoli che non dimenticarono mai il momento in cui Gesù toccò il loro cuore: “Erano circa le quattro del pomeriggio”, dice Giovanni. E spesso ricorda le persone che sono state toccate in modo speciale, così da mostrare a tutti la gioia del credere. A volte si tratta di persone semplici e a noi vicine nella vita di fede. Bergoglio ama ricordare la seconda lettera a Timoteo: “Ho in mente la sincerità della vostra fede, una fede che fu prima in tua nonna Loide e in tua madre Eunice”. Perciò egli crede che la Chiesa non possa rinunciare alla propria ricca tradizione e che sarebbe sciocco pretendere di ripartire da zero. Egli non è un progressista senza radici, come qualcuno vorrebbe presentarlo. La sua preghiera è “memoriosa”, perché quando prega ricorda le persone che ha incontrato nel corso della giornata e cerca di raccogliere il messaggio che gli ha lasciato ciò che ha vissuto. La sua preghiera è piena di volti e nomi. Quando incontra la gente egli si mostra vicino, attento, affettuoso, e porta nella preghiera tutte quelle persone. In questo senso la sua è una preghiera “memoriosa”.

Non è un mistero per nessuno che negli anni passati i rapporti fra il cardinale Bergoglio con la presidente Kirchner sono stati difficili. Di Bergoglio il quotidiano argentino “Il Clarin” ha ricordato la vicinanza al gruppo peronista di destra “Guardia di Hierro”, con cui, negli anni – scrive il quotidiano -, avrebbe continuato a mantenere un legame spirituale. Quanto c’è di vero in questo? E soprattutto: è verosimile che il Papa auspichi in futuro un ritorno in argentina di un peronismo moderato che sappia legare con la Chiesa e i suoi convincimenti?
Penso che il suo rapporto con la presidente Kirchner non sia stato correttamente interpretato. Alcuni hanno creduto che alcune affermazioni delle sue omelie fossero attacchi personali contro di lei. Ma non è così. Del resto nessun politico può dire di avere o di avere avuto Bergoglio come proprio alleato politico, sia di sinistra sia di destra. Perché le sue parole possono soddisfare oggi, ma domani possono essere lette al contrario come pericolosi attacchi. Penso infatti che chiunque ha una qualche forma di potere, anche di potere ecclesiastico, non può non sentire su di sé lo “sperone” di Bergoglio, come una spina nel fianco, perché egli è e sarà sempre l’interprete di coloro che non hanno potere. Nel 2000 Bergoglio ha espresso un suo grande auspicio: “Che il potere non sia un privilegio inespugnabile”. E ciò vale per un presidente, un governatore, un uomo d’affari, un cardinale, e anche per i membri della Curia Romana. Il suo messaggio è il seguente: se hai accettato il potere senza privilegi, è necessario che usi il potere per servire e devi esporti ai reclami di tutti con umiltà, soprattutto i reclami dei deboli sono ascoltati. Se hai accettato una qualche forma di potere, allora devi sottometterti al controllo degli altri. Comunque, una certa affinità di Bergoglio al peronismo c’è e ha a che fare con due fatti: il peronismo assunse con forza la dottrina sociale della Chiesa e i suoi valori e comprese la cultura dei settori più poveri della società. Ma ciò non significa che Bergoglio abbia mai sostenuto un qualche potere politico. Fra l’altro egli ha sempre avuto un dialogo cordiale con tutti i politici.

Nell’intervista a Civiltà Cattolica, Bergoglio cita il beato Pietro Favre come suo modello. Chi fu Favre? Perché è un modello per Bergoglio?
Il beato Favre ha portato alla compagnia di Gesù un particolare modo di accompagnare le persone in un percorso di crescita. Accompagnare è una questione chiave per i gesuiti. Favre ha insistito sulla necessità di dare tempo alla gente, di rispettare i tempi di ognuno. Era un maestro di dolcezza, di pazienza e di dialogo con tutti. Bergoglio ricorda una frase di Favre che dice che “il tempo è il messaggero di Dio”, e la interpreta dicendo che “il tempo è superiore allo spazio”. Favre preferiva non perdere tempo in discussioni teoriche con i protestanti e sottolineava la necessità per la Chiesa di maturare e crescere nella testimonianza del Vangelo. Credo che tutto questo abbia molto a che fare con lo stile di Francesco, lontano da polemiche teoriche e in grado di esprimere le proprie convinzioni in una testimonianza attraente. Le riforme non vengono fatte per forza o in fretta, perché devono essere sempre accompagnate da una riforma interna. Tutto ciò è ben presente in Favre.

Colpisce molto in Francesco la sua ricerca dell’essenziale e anche di una certa austerità. Gira con macchine utilitarie, non ama sfarzi e lussi, visita i profughi e parla ai poveri. A Civiltà Cattolica dice di essere vicino alla corrente mistica di Louis Lallemant e Jean-Joseph Surin. Entrambi predicano la necessità di “spogliarsi” per arrivare a Dio. È questa la strada che Bergoglio vuole compiere?
Il suo non è amore del sacrificio fine a se stesso né un’ossessione per l’austerità. Si tratta di una “spoliazione” interiore, una rinuncia a indugiare troppo su se stessi, così da mettere Dio e gli altri al centro della propria vita e non se stessi. Ciò ha anche un significato pastorale, perché implica stare più vicini ai poveri, ai loro limiti, alla loro condizione sociale, alle loro umiliazioni. Per questo a Bergoglio non piacciono i sacerdoti princìpi o i vescovi “da aeroporto”, o gli ecclesiastici che amano le vacanze troppo costose, le cene nei migliori ristoranti, i preziosi d’oro e d’argento ostentati sui capi di abbigliamento, le continue visite a persone potenti, o coloro che amano parlare molto di se stessi o che si sentono diversi dagli altri. Tutto ciò che è mondanità spirituale che avvelena la Chiesa.

Si parla molto a Roma delle riforma della struttura della Chiesa: una nuova curia romana, una nuovo collegialità nell’esercizio del governo. Di Joseph Ratzinger è famosa la lezione nella quale disse che la vera riforma della Chiesa non è nelle strutture ma nel cuore di ognuno. Qual è a suo avviso l’idea di riforma propria di Bergoglio?
Le due cose insieme, perché la sua idea di riforma non è ideale, ma incarnata. Senza dubbio egli pensa che una riforma esteriore delle strutture non si sostiene senza uno spirito e uno stile di vita adeguato. Ma mi sembra che che la cosa più importante non sia la semplificazione della struttura della Curia romana, ma lo sviluppo di altre forme di partecipazione (sinodi, conferenze episcopali, consultazione dei laici, etc) che negli ultimi anni sono state più formali che reali. Senza dubbio questo sviluppo richiede che alcuni settori della Curia Romana cessino di essere eccessivamente giuridici, inquisitori e insieme maestosi, correndo fra l’altro il rischio di diventare autoreferenziali. Alcune volte ho sentito personalità della in Curia dire “noi” senza includere tutta la Chiesa, e nemmeno il Papa ma soltanto se stessi. Francesco ci ricorda che Gesù in realtà ha dato a Pietro e agli Apostoli una missione speciale, non una struttura centrale che comunque può avere soltanto una funzione ausiliaria.

Più volte papa Francesco ha parlato del Demonio. Nel libro con Skorka vi dedica un capitolo dove afferma: “Credo nell’esistenza del Demonio. Forse il maggior successo in questi tempi è stato farci credere che non esiste, che tutto possa essere risolto su un piano meramente umano. Come dice Giobbe, la vita dell’uomo sulla terra è una lotta…”. Che significato assume nella spiritualità ignaziana la figura del Demonio? Ha mai fatto esorcismi?
Non lo ho mai sentito parlare di esorcismi, ma del Diavolo sì. Penso che il parlare del Diavolo sia un invito a stare attenti, perché se non curiamo la nostra sanità interiore e le nostre reali intenzioni diventiamo facilmente marionette guidate da altre forze di dissoluzione e di menzogna. Significa che la sua visione della vita e della realtà non è ingenua, ma molto realistica. È necessaria una vigilanza serena, fiduciosa nell’amore del Signore, ma costante.

Nelle scorse settimane uno dei pensatori più influenti della cosiddetta teologia della liberazione è stato ricevuto da Francesco. Alcuni commentatori hanno addirittura scritto che con questo gesto “la Chiesa sdogana la teologia della liberazione”. È così? Cosa pensa Bergoglio della teologia della liberazione e in che rapporto sta con essa?
Non è possibile pensare che questo Papa possa sostenere una teologia della liberazione fondata su un’analisi marxista. Tuttavia, egli farà propria ogni difesa della dignità dei poveri e tutte le critiche dei sistemi economici ideologici, di ogni speculazione finanziaria, di ogni assolutizzazione della libertà di mercato, cose che finiscono per creare nuove ingiustizie. D’altra parte i poveri non dovrebbero essere soltanto oggetto di una liberazione operata da altri più illuminati, ma essere rispettati come persone attive, con la propria cultura, un modo proprio di vedere la vita, una religiosità caratteristica.

Come è diventato amico di Bergoglio? Ci sono dei momenti che ricorda in modo particolare della vostra amicizia?
Io non la chiamerei amicizia, ma filiazione. Anche se c’è una grande affinità di idee, per me egli è stato ed è soprattutto un grande padre che è riuscito a riconoscere e promuovere il meglio di me. Così teneramente ha tollerato i miei errori, le vanità e le impazienze, e sempre mi ha spinto, in particolare con la sua testimonianza, a continuare, a maturare e a crescere. Posso citare tre momenti speciali: uno era nel 2007, quando siamo tornati dalla V Conferenza dei vescovi ad Aparecida, dove ho rappresentato i sacerdoti argentini. Viaggiavo con lui sul volo di ritorno verso Buenos Aires e per tre ore abbiamo discusso alcune questioni che mi hanno aiutato a capire il suo pensiero. Un altro momento importante fu nel suo ufficio, quando alcune persone anonime avevano inviato in Vaticano alcune critiche su tre miei articoli. Ma dopo un anno e mezzo le risposte che io inviavo per chiarire sembravano non convincere. In quell’occasione abbiamo avuto un grande colloquio spirituale nel quale egli ha insistito perché io alzassi la testa e non lasciassi che mi togliessero la dignità. Infine, il mio incontro con lui a Santa Marta nel mese di agosto quando gli ho dato un abbraccio già da vescovo.

Wednesday 25 September 2013

Una rosa bianca per papa Francesco

Una rosa bianca. È il dono che papa Francesco ha ricevuto domenica 8 settembre mentre passeggiava nei giardini vaticani. Un giardiniere l’ha colta e gliel’ha donata. Chi era con lui dice che grande è stato il suo stupore, perché per Jorge Mario Bergoglio ricevere una rosa bianca è un segno del cielo. Un «segnale» — è la parola esatta che egli stesso ha usato nel libro intervista “El Jesuita” con Sergio Rubin e Francesca Ambrogetti — proveniente direttamente dalla santa della quale egli è devoto: Teresina di Lisieux, la monaca carmelitana morta a soli 24 anni e che il 19 ottobre 1997 Giovanni Paolo II dichiarò dottore della Chiesa (la terza donna a ricevere tale titolo dopo Caterina da Siena e Teresa d’Avila).

Domenica 8 settembre non era un giorno qualunque per Francesco. La sera prima egli aveva convocato una veglia di preghiera per la pace. Era preoccupato. Ma la rosa ricevuta inaspettatamente gli ha fatto comprendere che la sua preoccupazione era stata accolta in cielo, direttamente da Teresina. Lo Spirito parla spesso così, usando segni che ai più dicono nulla. È il suo linguaggio, un parlare che chiede la fede per essere compreso.

L’episodio è stato raccontato nei giorni scorsi da un vescovo italiano che nelle ore successive alla veglia era stato ricevuto in udienza. Il Papa gli ha permesso di raccontarlo durante la presentazione di un libro dedicato proprio alla giovane santa francese svoltasi a Pedaso in provincia di Fermo: “Teresa di Lisieux. Il fascino della santità. I segreti di una dottrina ritrovata”, di Gianni Gennari (Lindau).

È alle pagine 125 e 126 di “El Jesuita” che Rubin e Ambrogetti, descrivendo la biblioteca di Bergoglio a Buenos Aires, raccontano del «segnale» delle rose bianche. Scrivono: «Ci soffermiamo su un vaso pieno di rose bianche in uno scaffale della biblioteca, davanti a una foto di santa Teresa. “Quando ho un problema”, spiega Bergoglio ai due giornalisti, “chiedo alla santa — Teresina, ndr —, non di risolverlo, ma di prenderlo in mano e aiutarmi ad accettarlo, e come segnale ricevo quasi sempre una rosa bianca”».

Bergoglio, nella veglia del 7 settembre, ha chiesto aiuto a Teresina. Il Papa, infatti, ha recitato i misteri gaudiosi del Rosario e, al termine di ogni mistero, dopo un brano del Vangelo, ha letto cinque brani di una poesia scritta dalla santa: “Perché ti amo o Maria”. È la poesia dove dice fra le altre cose che Gesù «sarà fratello di tanti peccatori tanto da chiamarsi tuo — si riferisce a Maria, ndr — primogenito».

È nel rapporto intimo e personale di Bergoglio con Teresina che si evidenzia uno dei tratti della sua personalità e del suo pontificato. Un filo diretto con il cielo per il Papa, come era per Karol Wojtyla il rapporto con santa Faustina Kowalska.

Mentre era ancora in vita, santa Teresina promise che dopo la sua morte avrebbe fatto piovere dal cielo dei “petali di rose”, ossia delle grazie concesse da Dio per sua intercessione. Diceva: «Un’anima infiammata di amore non può restare inattiva. […] Se voi sapeste quanti progetti faccio su tutte le cose che farò quando sarò in cielo. […] Sì, voglio passare il mio cielo a fare del bene sulla terra».

Il 3 dicembre 1925, un gesuita, padre Putigan, cominciò una novena a santa Teresa chiedendo una grazia importante. Il gesuita domandò anche di ricevere da qualcuno una rosa come segno che ciò che egli chiedeva corrispondeva alla volontà di Dio e che, quindi, la sua preghiera sarebbe stata esaudita. Non fece parola con nessuno della novena che stava facendo. Al terzo giorno ricevette una rosa da una persona sconosciuta e ottenne la grazia. Cominciò un’altra novena. Il quarto giorno di questa seconda novena una suora-infermiera gli portò una rosa bianca dicendogli: «Santa Teresa vi manda questa rosa». Padre Putignan, ricevuta la grazia che aveva chiesto, prese la decisione di diffondere questa novena, detta “Novena delle rose”. Oggi questa novena si pratica in tutto il mondo.

Papa Francesco ha più volte parlato nei primi mesi di pontificato di Teresina. Una volta è stato durante la conferenza stampa (28 luglio 2013) tenuta sull’aereo che lo riportava a Roma dal Brasile, meta del suo primo viaggio apostolico fuori dall’Italia. Quando gli è stato chiesto cosa contenesse una valigia nera che il Papa ha trasportato da solo sull’aereo ha detto: «Non c’era la chiave della bomba atomica! Mah! La portavo perché sempre ho fatto così: io, quando viaggio, la porto. E dentro, cosa c’è? C’è il rasoio, c’è il breviario, c’è l’agenda, c’è un libro da leggere – ne ho portato uno su santa Teresina di cui io sono devoto».

Si è saputo poi che il libro in questione era il libro sopra citato “Teresa di Lisieux. Il fascino della santità. I segreti di una dottrina ritrovata”, di Gianni Gennari.

Tuesday 03 September 2013

Anche S. Francesco pregherà per la Pace in Siria

Papa Francesco ha chiamato...e moltissimi stanno rispondendo.

La mobilitazione chiesta dal Papa per la pace in Siria si sta estendendo a vista d'occhio, coinvolgendo ambienti laici, religiosi, cattolici e non.

Anche i frati francescani di Assisi si uniscono alla preghiera, attraverso il segno grandell'apertura della tomba di S. Francesco.

Come riferisce infatti l'ANSA, la  Basilica Inferiore di San Francesco d'Assisi resterà aperta, in via del tutto eccezionale, da oggi a venerdì fino alle 22 per pregare sulla Tomba del Santo per la pace in Siria e per coloro che sono chiamati a garantire le vie della giustizia nel mondo.

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Saturday 31 August 2013

Un grazie al cardinal Bertone

Forse sarò l’unica ma vorrei dire grazie al cardinale Bertone. Lo posso fare con serenità perchè sono stata la prima forse a criticare il suo modo di fare il Segretario di Stato. Ma oggi a fronte di tante critiche corali nate spesso da una cattiva lettura della vicenda vatileaks credo che il grazie a questo cardinale, che mai ha tradito la fiducia del Papa e della Chiesa, sia doveroso.

Thursday 01 August 2013

Lo IOR in bilico tra Curia e outsourcing

“Cari Utenti,

benvenuti nel sito web dell'Istituto per le Opere di Religione (IOR).”  Approccio morbido e friendly per il sito dello IOR. Atteso e promesso sembra più un lavoro di marketing aziendale che un vero sito di informazione. Di fatto le informazioni si trovano tutte nei link al sito della Santa Sede dove erano a disposizione di tutti da parecchio tempo.

Altre informazioni sono le stesse anche se riformulate, che vennero fornite poco più di un anno fa dall’allora direttore generale Paolo Cipriani che decise, dopo il difficile periodo Gotti Tedeschi, di invitare i giornalisti accreditati in Vaticano, ad un tour con tanto di lezione e slides, dell’ Istituto.

Monday 15 July 2013

Se vi piacciono i thriller, ne ho scritto uno

«L’empio fugge anche se nessuno lo insegue, mentre il giusto è sicuro come un giovane leone». (Proverbi 28, 1)

Leggi un capitolo gratis QUI.

Compra QUI (Rilegato), oppure QUI (Kindle).

Tuesday 11 June 2013

Sull'aereo di Papa Benedetto- La presentazione alla Radio Vaticana

Sarà presentato giovedì 13 giugno alle ore 17.30 presso la Sala Marconi della Radio Vaticana (Piazza Pia, 3 – Roma), il volume “Sull’aereo di Papa Benedetto. Conversazioni con i giornalisti”, curato per la Libreria Editrice Vaticana dalla giornalistaAngela Ambrogetti, direttrice della testata online Korazym.org.

Insieme alla curatrice, interverranno: padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa della Santa Sede e direttore generale della Radio Vaticana; Salvatore Mazza, giornalista di Avvenire e presidente dell’Aigav; Albert Link, corrispondente del quotidiano tedesco Bild. La presentazione sarà moderata da Javier Martínez-Brocal, direttore di Rome Reports.

 

24 viaggi apostolici in ogni continente. E per ogni volo una conferenza stampa in aereo. “Il Papa non ha mai – dico assolutamente mai – rifiutato o fatto alcuna obiezione circa alcuna domanda che gli fosse stata presentata” afferma padre Federico Lombardinell’introduzione al volume, che presenta le conversazioni tenute da Benedetto XVI con i giornalisti ammessi sul volo papale durante i suoi viaggi in numerosi Paesi del mondo, dal primo a Colonia per la XX Giornata Mondiale della Gioventù, nell’agosto del 2005, a quello in Libano nel settembre del 2012.

Saturday 18 May 2013

I cristiani parlano troppo...degli altri: parola di Papa Francesco.

Per il papa, che ha pronunciato nuovamente parole forti durante la Messa mattutina a Santa Marta, i cristiani hanno proprio il vizio di parlare troppo degli altri. Pettogolezzi e farsi troppo gli affari degli altri, detto in parole povere, sono una mina vagante costante nella vita della Chiesa.

«Quanto si chiacchiera nella Chiesa! Quanto chiacchieriamo noi cristiani!». Lo ha detto papa Francesco - riferisce Vatican Insider - nella messa di stamane a Santa Marta. Per Bergoglio, «la chiacchiera è proprio spellarsi, farsi male l'uno all'altro». «Le chiacchiere sono distruttive nella Chiesa», ha aggiunto  il Pontefice.  Secondo Bergoglio, il cristiano deve vincere la tentazione di «mischiarsi nella vita degli altri». Il Papa, secondo quanto riferisce la Radio Vaticana, ha inoltre sottolineato che chiacchiere e invidie fanno tanto male alla comunità cristiana e che non si può «dire soltanto la metà che ci conviene».

Ma non ha solo parlato di questo il santo Padre.

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Friday 12 April 2013

Unioni gay: la Consulta chiede di intervenire, ma non con l'equiparazione del matrimonio.

Oggi è arrivata una ammonizione della Consulta su alcuni noti ritenuti irrisolti, nel panorama politico e istituzionale italiano.

La Consulta ha chiesto un intervento sulla legge elettorale, ma - soprattutto - ha chiesto che venga fatto qualche cosa per tutelare i diritti ed i doveri delle persona omosessuali, che intendano costituire una unione stabile.

"Il legislatore deve affrontare il nodo delle unioni gay", ha riferito Gallo parlando di fronte alle più alte cariche dello Stato. Queste le parole: "La Corte ha escluso l'illegittimità costituzionale delle norme che limitano l'applicazione dell'istituto matrimoniale alle unioni tra uomo e donna, ma nel contempo  ha affermato che due persone dello stesso sesso hanno comunque il diritto fondamentale di ottenere riconoscimento giuridico, con i connessi diritti e doveri, della loro stabile unione". La Consulta, ha ricordato Gallo, "ha perciò affidato al Parlamento la regolamentazione della materia nei modi e nei limiti più opportuni".

Cosa significa questa frase?

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Thursday 14 March 2013

Papa Francesco: sarà il Papa dell'ecumenismo e del dialogo.

Le parole che Papa Francesco ha pronunciato ieri sera subito dopo l'elezione, sono state poche. Significative, grandemente, insieme ai gesti compiuti.

Una parentesi: dovremo di nuovo abituarci a gesti di questo tipo, ed anche il servizio di sicurezza....che avrà un bel lavoro da fare, con questo Papa che si prefigura già come molto, molto libero...dai protocollo.

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Ma le parole di ieri hanno avuto una grande rilevanza dal punto di vista del dialogo e del'ecumenismo.

Mi riferisco alle parole con le quali il Papa ha parlato di sè: come tutti hanno notato non ha mai citato la parola "papa", ma ha sempre utilizzato la parola "vescovo di Roma".

 

Tra l'altro, anche nel ringraziamento nei confronti di Benedetto XVI chiamato, anch'egli "vescovo emerito di Roma".

 

Dal sito Aleteia.org riporto le parole del Papa:

Fratelli e sorelle, buona sera!

Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un vescovo a Roma, sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo. Ma siamo qui. Vi ringrazio dell'accoglienza. La comunità diocesana di Roma ha il vescovo. Grazie! E prima di tutto vorrei fare una preghiera per il nostro vescovo emerito Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca...

[Preghiera Padre Nostro, Ave Maria, Gloria al Padre]

E adesso incominciamo questo cammino, vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma che è quella che presiede nella carità tutte le chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia fra noi. Preghiamo sempre per noi, l'uno per l'altro. Preghiamo per tutto il mondo perché ci sia una grande fratellanza. Mi auguro che questo cammino di Chiesa che oggi incominciamo e in cui mi aiuterà il mio cardinale vicario qui presente sia fruttuoso per l'evangelizzazione di questa tanto bella città. E adesso vorrei dare la benedizione. Ma prima vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica. La preghiera del popolo perché chieda la benedizione per il suo vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me.

 

Ma perchè il Papa ha parlato così, perchè si è rivolto a Roma, alla sua città...quasi, dimenticando...il mondo che gli stava praticamente tutto davanti?

Non certamente per provincialismo: alcuni forse l'hanno colto così..ma nolla è più distante dalla realtà.

C'è a mio avviso un motivo, cosicnetemente voluto, per il quale il papa ha utilizzato queste parole, e questo motivo non è stato neppure l'umiltà...francescana.

Il motivo è stato l'ecumenismo.

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Wednesday 13 March 2013

Il gabbiano ed il Conclave: quando i media non sanno cosa dire!

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In queste ore è tanta l'apprensione e l'attesa da parte del mondo cattolico (e non solo) per l'esito del Conclave.

Si stanno ascoltando fiumi di parole: trasmissioni televisive e radiofoniche, dirette web, twitter, facebook...e chi più ne ha più ne metta.

Non c'è dubbio che questo sia davvero il Conclave più mediatico degli utlimi anni.

Chiaramente tutti sono con gli occhi all'insù, per seguire, anche in televisione, l'andamento delle votazioni vaticane. Inoltre moltissimi media stanno coprendo con grande intensità gli eventi in diretta oltre che avere realizato molteplici servizi ed interviste.

Oggi poi un nuovo personaggio si è affacciato sul Conclave, con una dirompenza mediatica...quasi sopra le nuvole: un gabbiano.

Un gabbiano che, non credo di sbagliarmi, sta davvero diventando una star della riflessione mediatica di questo evento sul quale, con buona pace di tutti, non si può che dire una parola che abbia senso: ASPETTARE. Punto.

Continua a leggere Il gabbiano ed il Conclave: quando i media non sanno cosa dire!...

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Monday 11 February 2013

Benedetto XVI si dimette dal pontificato. Notizia shock e approfondimenti.

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La notizia delle dimissioni, o meglio della rinuncia al Pontificato, di Benedetto XVI, sta facendo il giro del mondo e sta creando molto turbamento nella Chiesa.

Così è stata data, e così ce la riporta il sito Aleteia.org.

Carissimi Fratelli,

vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l'età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell'animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l'elezione del nuovo Sommo Pontefice. Carissimi Fratelli, vi ringrazio di vero cuore per tutto l'amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero, e chiedo perdono per tutti i miei difetti. Ora, affidiamo la Santa Chiesa alla cura del suo Sommo Pastore, Nostro Signore Gesù Cristo, e imploriamo la sua santa Madre Maria, affinché assista con la sua bontà materna i Padri Cardinali nell'eleggere il nuovo Sommo Pontefice. Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio.

 

Non c'è dubbio che la notizia è davvero...la notizia del secolo, anzi, forse, del millennio. Per la novità totale di questo gesto, e per la lucidità con cui questa grandissimo Papa ce l'ha proposta. 

Anche diversi siti ci aiutano a entrare in questo evento, ponendoci domande ed aiutandoci a dare delle risposte.

 

Non un gesto di codardia, non un gesto di affaticamento: ma un gesto responsabile, lucidissimo...che probabilmente solo Papa Ratzinger...poteva fare.

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Thursday 14 April 2011

L’esperimento di Riace

Una risposta positiva al problema dell’immigrazione

di Lucetta Scaraffia

L’arrivo di questa ondata di migranti ha di nuovo messo in moto nell’opinione pubblica italiana il dibattito fra chi li vuole accogliere e chi li vuole respingere. Questo, mentre davanti ai nostri occhi sfilano immagini drammatiche e coinvolgenti, tra speranza e disperazione: da una parte, la madre che ha partorito nel barcone, riuscendo a salvare sé e la piccola, dall’altra i corpi dei molti che muoiono fra le onde, vittime dei trafficanti di esseri umani, oltre che del maltempo e di imbarcazioni fatiscenti.

La Chiesa predica il dovere, che è umano e cristiano, dell’accoglienza nei confronti di chi è più sventurato di noi — che, oltretutto, di lavoratori immigrati abbiamo assolutamente bisogno — ma non sempre è facile tradurre in fatti queste esortazioni. Ci vuole anche un po’ di inventiva, di coraggio e di fantasia. Come quella che hanno avuto gli abitanti di Riace, paese sulla riva ionica della Calabria, composto, come tutti quelli della zona, di un nucleo antico sul cocuzzolo di una collina, lontano dal mare, e di un nuovo abitato in via di espansione lungo la costa (proprio quella dove sono stati trovati i celeberrimi bronzi).

Oggi, il centro antico, che per decenni era stato abbandonato e si stava deteriorando irrimediabilmente, è tornato alla vita. Lo abitano immigrati di varie provenienze, tutti profughi politici, che i cittadini di Riace hanno accolto, a cominciare dai trecento curdi arrivati una decina di anni fa.

Gli immigrati hanno avuto un tetto, qualcosa da mangiare ma anche, cosa ben più importante, un lavoro: all’interno delle antiche mura, infatti, sono nate tante piccole aziende artigianali — ceramica, tessitura, preparazione di prodotti alimentari — dove lavorano, fianco a fianco, italiani e immigrati.

Così chi attraversa questo centro sereno e laborioso vede bimbi di diverse provenienze giocare tra loro, calabresi e africani lavorare insieme; ma anche una rinascita economica che porta benefici a tutti, indistintamente: i bambini nella scuola sono aumentati, rendendo così necessario un numero maggiore di insegnanti e impiegati; gli operatori culturali, che si occupano dell’integrazione e insegnano l’italiano, sono in maggioranza originari del luogo; sono rinate industrie artigianali locali come la tessitura della ginestra e gli abitanti delle case abbandonate del borgo ricevono un affitto, basso, ma comunque guadagnano qualcosa e hanno chi restaura le loro case altrimenti destinate alla rovina. E il finanziamento che il ministero italiano dell’Interno ha stanziato per questo esperimento — 24 euro per immigrato — è servito a dare nuovo impulso anche all’economia locale.

È insomma una situazione nella quale i benefici reciproci sono chiari a entrambe le comunità e la convivenza non risulta difficile, tanto che il paese proprio per questo è diventato un’attrazione turistica. Per valorizzarla, alcune case sono state destinate a ospitalità diffusa nel tessuto urbano ed è stato aperto un ristorante. Sulla sua porta si vede ancora il segno di due proiettili: non tutti a Riace hanno gradito questa rinascita. Ma molte persone e intere scuole vengono a vedere questo miracolo quotidiano, e cercano di capire il segreto di un’accoglienza riuscita.

Il segreto sta certo nella tenacia di Mimmo Lucano, attuale sindaco e animatore del progetto, che interviene continuamente a migliorarlo. Ma sta anche in una iniziativa, nella diocesi dove è stato vescovo amatissimo monsignor Bregantini, nata dal basso grazie a una associazione — Città futura don Puglisi — fondata nel 1999 da ragazzi del luogo intorno alla chiesa parrocchiale e che oggi ha sede in un palazzo del centro antico, vero cuore della vita di Riace.

Certo, il successo dell’esperimento è dovuto anche al numero abbastanza ridotto degli immigrati, al loro essere profughi politici e quindi desiderosi di integrarsi nel nuovo paese, non potendo tornare in patria. Non è facilmente riproponibile in tutte le situazioni: anzi, in qualche modo, proprio le condizioni della sua riuscita mettono in luce le difficoltà che si incontrano in altre situazioni.

Ma il solo fatto che esista una simile realtà, che qualcuno sia riuscito a creare e mantenere questo difficile equilibrio — che dura da più di dieci anni — costituisce un esempio a cui guardare, un caso che fa pensare. Allora, la soluzione del problema immigrati sta forse proprio nell’inventare qualcosa di positivo. Invece di scrollare le spalle con indifferenza.

Saturday 02 April 2011

Nostro contemporaneo

La seconda parte del «Gesù di Nazaret»

Il nuovo libro di Ratzinger-Benedetto XVI rende Gesù di Nazaret nostro contemporaneo. Nel gran disordine che regna sotto il cielo l’irrompere di un libro tanto appassionante accende interrogativi che toccano in profondità le nostre inquietudini. Ciascuno può trovarvi qualche luce per uscirne. Vi si raccontano i tre giorni cruciali dell’esistenza di Gesù, le sue ultime ore di vita scandite dalla passione e morte; l’inizio del tempo nuovo, la risurrezione, vero spartiacque della storia che origina un pensiero alternativo sul futuro del mondo e delle speranze umane.

L’autore è convinto che il confronto positivo con Gesù di Nazaret possa essere una soluzione anziché un problema per l’umanità. La sua indagine è convincente, ragionevole e rispettosa di culture e punti di vista differenti. Interessarsi a Gesù ha senso — si percepisce tra le righe — perché è l’unico risorto della storia, il Vivente immerso in ogni epoca e perciò nel nostro presente; compagno di viaggio affidabile che ci introduce negli orizzonti sconosciuti della vita oltre la morte.

Chiunque volesse capire questo misterioso Signore può calarsi nei giorni finali della sua vita terrena.

Pagina dopo pagina, dalle parole e dai comportamenti di Gesù, il teologo diventato Papa trae i tasselli di una carta d’identità dell’essere cristiano. Da un lato salda l’esperienza del patire, dell’angoscia e della tenerezza del Nazareno con l’insieme del pianto e del dolore smisurati delle vittime di ogni tempo e, dall’altro, ci aiuta a leggere frammenti del mistero del male e della sofferenza non più invincibili dopo la sua agonia nell’orto degli ulivi e l’abbandono sulla croce. La risurrezione di Gesù non è un tardivo volo pindarico dei suoi discepoli delusi che, non potendolo dimenticare, lo trasformarono in mito.

È una realtà veramente accaduta, alla pari della crocifissione e della morte. Mentre però del dolore e della morte che impastano la storia abbiamo una conoscenza sperimentale, della risurrezione abbiamo una conoscenza per fede. Si tratta di una fede ragionevole, ma sempre fede. Anzi, ci ricorda Papa Ratzinger, la fede cristiana è fondata sulla risurrezione. Poiché è strettamente collegata alla croce, la memoria della risurrezione è altrettanto pericolosa per la sapienza umana. Per i discepoli che attendevano un messia regale e vittorioso, la morte di Gesù è stata sconvolgente; la risurrezione, una volta verificata, ne ha cambiato la prospettiva, decidendoli a seguire il Maestro finalmente compreso.

Nel mistero della passione, morte e risurrezione — ci ricorda l’autore — sono racchiuse alcune delle questioni profonde dell’esistenza. E nel processo a Gesù è presente la critica radicale alle politiche basate sull’inganno e la violenza anziché sulla verità. Il destino del mondo si gioca sulla verità, non sulla forza che rimane una soluzione illusoria. Occuparsi di Gesù è occuparsi di tale destino poiché egli è venuto per rendere la più autorevole testimonianza alla verità che la prospettiva cristiana identifica con Dio.

Nello stile dei Padri della Chiesa, Papa Ratzinger non scrive per puro godimento intellettuale, ma offre un libro per la vita. La lettura ci immerge nella profondità del mistero cristiano, svelandoci quanto poco sia conosciuto e gustato. Con la scelta di una interpretazione dei racconti della passione basata sulla storia e sulla fede non contrapposte ma complementari, l’autore conferma la teologia conciliare e pone fine al pregiudizio nei confronti del popolo ebraico accusato nei secoli di deicidio. Nei vari momenti esaminati, dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Benedetto XVI sceglie un linguaggio nuovo e accessibile senza perdere profondità.

Chiama la Chiesa «la comunità dei discepoli» di Gesù; definisce la caritas «premura per l’altro», non un secondo settore del cristianesimo accanto al culto, «ma radicato proprio in esso e ne fa parte». C’è emozione per la lotta tra bene e male nella notte del Getsemani dove Gesù «trascina la natura recalcitrante in alto verso la sua vera essenza» e porta «il travaglio dell’essere uomini in alto verso Dio». L’ascensione è tradotta in una «vicinanza permanente» di Gesù con noi, un «entrare nel mistero di Dio» e un’altra dimensione dell’essere.

Si descrive, infine, la risurrezione, come fenomeno totalmente nuovo, una nuova dimensione dell’essere uomini, una mutazione decisiva, un salto di qualità; un nuovo genere di futuro per gli uomini, una nuova dimensione dell’esistenza umana, inclusa nell’atto di donare la vita. L’amore e la risurrezione — insiste l’autore — sono i due motivi distintivi dell’essere cristiani. La risurrezione come «mutazione» genetica compiuta da Dio in Gesù e promessa a tutti; l’amore come metodo di vita che distingue i figli di Dio e per il cosmo dischiude già ora un futuro di speranza.

c. d. c.

Tuesday 29 March 2011

Dall’abisso del male

Il pellegrinaggio di Benedetto XVI alle Fosse ardeatine — così l’ha voluto definire lo stesso Papa — per rendere omaggio alle vittime dello spaventoso eccidio, che resta indelebile tra i numerosissimi orrori della seconda guerra mondiale, non ha trovato molto spazio nei media. Forse anche per il succedersi incalzante e drammatico di notizie nel panorama internazionale.

Eppure la visita di Benedetto XVI a questo sacrario «caro a tutti gli italiani» — in continuità con quelle di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, e con la volontà di pregare e «rinnovare la memoria» — ha un significato particolare, che rimane. Il loro successore ha infatti compiuto un altro passo nella ricomposizione della memoria di quel conflitto che contribuì a sprofondare il Novecento nell’abisso del male. Come aveva affermato lo stesso Benedetto XVI un mese esatto dopo la sua elezione riflettendo sulle ultime successioni papali.

In questo modo non bisogna forse considerare, aveva detto il nuovo Papa, «il fatto che sulla cattedra di Pietro, ad un Pontefice polacco sia succeduto un cittadino di quella terra, la Germania, dove il regime nazista poté affermarsi con grande virulenza, attaccando poi le nazioni vicine, tra le quali in particolare la Polonia? Entrambi questi Papi in gioventù — seppure su fronti avversi e in situazioni differenti — hanno dovuto conoscere la barbarie della seconda guerra mondiale e dell’insensata violenza di uomini contro altri uomini, di popoli contro altri popoli».

Alla presenza del rabbino capo della più antica comunità della diaspora occidentale, ferocemente colpita dalla persecuzione razziale anche alle Fosse ardeatine, il vescovo di Roma, «città consacrata dal sangue dei martiri», ha voluto incontrare a lungo i familiari delle vittime — cattolici ed ebrei insieme — e ha reso omaggio alla loro memoria, in un luogo vicino alle catacombe e dal quale ancora una volta si è levata la preghiera dei Salmi, con le parole che da molti secoli ebrei e cristiani innalzano all’unico Dio.

Quel Dio al quale, nell’ora delle tenebre, si rivolsero due caduti, come altri in quei giorni, per affermare la fede «in Dio e nell’Italia» e invocare la protezione degli ebrei «dalle barbare persecuzioni». Benedetto XVI ha citato le loro parole, ricordando il centocinquantesimo anniversario dell’unità del Paese e ripetendo che nel Padre di tutti è possibile un futuro diverso. Che non offenda il Nome santo di Dio e l’essere umano, creato a sua immagine.

g. m. v.

Monday 28 March 2011

Da Gerusalemme a Parigi

L’intuizione di Benedetto XVI di un nuovo spazio dove laici e non credenti possano essere accolti con amicizia per condividere con chi crede la ricerca dell’unico Dio sta prendendo forma. Nella visione papale questa proposta è rappresentata dall’immagine del «cortile dei gentili» nel Tempio di Gerusalemme — dove appunto erano ammessi i pagani attratti dalla religiosità ebraica — ed è stata assunta dall’organismo curiale che si occupa del mondo della cultura con originale creatività.

Carica di simboli è stata così la scelta di Parigi — la «città dei Lumi» emblema di quella modernità contraddittoria e drammatica nata dagli ideali e dagli errori della rivoluzione francese — per l’esordio di questa iniziativa. Che senza dubbio è tra le più importanti decise da un Papa tanto mite quanto coraggioso, uomo di fede e teologo profondo, abituato sin da giovane al confronto, soprattutto nel mondo universitario, con chi è al di fuori dei confini visibili della Chiesa.

Uso dunque a esprimersi con parole comprensibili a tutti, Benedetto XVI ha voluto essere presente a Parigi con un messaggio ai giovani riuniti davanti a Notre-Dame, in uno spazio aperto oggi come venti secoli fa era accessibile ai pagani il cortile esterno del Tempio gerosolimitano. Dal grande santuario di un ebraismo sempre più caratterizzato da aspirazioni universalistiche rimanevano però esclusi i non giudei.

A cambiare tutto è stata la venuta di Cristo, quella luce vista da Giovanni che illumina ogni essere umano e ha abbattuto «il muro di separazione» tra ebrei e gentili, e dunque ogni divisione: anche quella tra credenti e non credenti. E perché non fosse reso difficile l’accesso dei pagani allo spazio loro riservato nel santuario di Gerusalemme Gesù aveva cacciato chi di questo luogo si approfittava per lucro. Per questo Benedetto XVI in molti modi si fa capire. Come hanno dimostrato, diversamente ma con straordinaria efficacia, i suoi ultimi due libri.

Ed efficaci per credenti e non credenti sono risuonate a Parigi le sue parole, rivolte ai giovani, ma più in generale alle donne e agli uomini di oggi. Il Papa ha così rinnovato l’invito che nel succedersi dei secoli e sino alla fine dei tempi la Chiesa di Cristo non si è stancata e non si stancherà di rivolgere: di non aver paura di aprire a Dio i cuori e le società. Senza timore di assumere le parole — libertà, uguaglianza, fraternità — che hanno riassunto gli ideali rivoluzionari, tante volte poi brandite con asprezza contro la Chiesa e il cristianesimo, e che pure dal cristianesimo sono nate.

Comuni sono moltissime aspirazioni di credenti e non credenti, per costruire «un mondo nuovo e più libero, più giusto e più solidale, più pacifico e più felice». Allora — dice Benedetto XVI — tra chi crede e chi non crede deve cadere, nel riconoscimento reciproco, ogni diffidenza: Dio non è un pericolo per la società e la vita umana e non lo è naturalmente la ragione, purché non si pieghi agli interessi e all’utilità, come spesso avviene. Per questo il Papa ha invitato i giovani parigini, riuniti davanti a Notre-Dame, senza distinguere tra credenti e non credenti, a non fermarsi nel cortile dei gentili. E a entrare invece nella cattedrale, dove come incenso si alzava la preghiera della sera.

g.m.v.

Friday 25 March 2011

Una rivoluzione femminile

A tre anni dalla morte la prima biografia di Chiara Lubich

di Lucetta Scaraffia

A tre anni dalla scomparsa, è uscita la prima biografia di Chiara Lubich, scritta da Armando Torno per Città Nuova: un libro che sceglie volutamente un tono non agiografico per descrivere quella che è sicuramente una delle più straordinarie esistenze del Novecento. Una narrazione piana, costruita attraverso le testimonianze delle focolarine e dei focolarini che sono stati più vicini alla loro fondatrice. Un racconto che volutamente mette sullo stesso piano le vicende umane e le esperienze mistiche di Chiara; rispettando, in questo modo, il suo carattere riservato, la sua capacità di stare al centro di tutto ma al tempo stesso di scomparire come persona.

Mi è capitato di incontrarla personalmente una sola volta, l’8 marzo di qualche anno fa, al Quirinale, dove era arrivata per ricevere un’importante onorificenza dal presidente della Repubblica italiana. Era entrata sorridendo, come sempre, senza preoccuparsi se nessuno dei presenti dava segno di riconoscerla e di darle onore. A me, che le ero andata incontro emozionata, ha riservato un sorriso timido e dolce, e ha declinato con semplicità ogni mio tentativo di far sapere ai responsabili del cerimoniale che era arrivata.

La biografia rispetta questo suo atteggiamento umile e ritroso, profondamente disponibile al contatto umano ma del tutto indifferente alla notorietà, e alla ribalta che pure le spettava. A tal punto che si coglie l’importanza di Chiara nella storia del Novecento quasi più dalla cronologia comparata, molto ben fatta, che si trova in appendice al volume e che dà conto della ricchezza delle forme di aggregazione da lei create all’interno del mondo cattolico, della sua straordinaria capacità di costruire momenti di incontro e di vero dialogo con esponenti e fedeli di altre religioni, della fecondità spirituale che ha segnato la sua vita interiore.

Una fecondità che ha sempre condiviso con le sorelle e i fratelli più vicini, e poi con tutti coloro che rivelavano disponibilità all’ascolto, consapevole che i tempi in cui si trovava a vivere richiedevano un’immediata condivisione di quanto lei, strumento di Gesù, arrivava a comprendere illuminata dallo Spirito Santo. Illuminazioni che nascevano dalla lettura continua della Sacra Scrittura: «Ogni volta che Chiara apriva il Vangelo vi scopriva la profondità di quelle parole di vita eterna che mai prima aveva trovato».

In questo modo, Chiara ha anticipato quello che la cultura cattolica avrebbe poi scoperto: l’ingresso nel linguaggio spirituale della parola amore, fino a quel momento riservata più che altro ai discorsi mondani; l’idea della spiritualità dell’unità, che si trasforma in una appassionata forma di dialogo tra le religioni e in una risposta alla «notte culturale» dell’umanità. Senza mai preoccuparsi che fosse ricordato il suo ruolo precorritore.

La proposta di una nuova evangelizzazione, secondo le sue parole, «non significa soltanto che il mondo secolarizzato» ne ha bisogno, ma anche che «l’evangelizzazione va fatta in maniera nuova». E alla ricerca di questa maniera nuova dedica tutte le sue energie: gli incontri, anche quelli apparentemente secondari, si trasformano grazie a lei in nuove vie e nuovi progetti, allargando sempre più la rete dei coinvolgimenti nel suo ideale: la santità a portata di tutti. Il suo movimento si apre a tutti gli ambiti, in un’ottica universale, con particolare attenzione alla cultura e ai media, mentre la sua vita interiore dà un nuovo impulso agli studi teologici.

Ma certamente l’aspetto di novità più forte che ha segnato la sua vicenda è proprio il suo essere donna, una donna che dà un accento fortemente femminile a ogni sua opera: basti pensare al nome più conosciuto del movimento da lei fondato (ufficialmente Opera di Maria) che evoca il focolare, spazio tradizionalmente femminile. Comincia circondandosi di donne, che sanno poi aprirsi alla necessaria presenza maschile, e dà disposizioni che a presiedere il movimento sia sempre una donna.

Anche la spiritualità dell’Opera prende una forma femminile, rappresentando la presenza mistica di Maria nella Chiesa. In questo modo, con la sua straordinaria esperienza, Chiara — che parla alle assemblee dei vescovi, è ascoltata dai Papi, viene accolta con gli onori di un capo di Stato nei Paesi che visita — realizza quello che i tempi richiedono anche alla Chiesa: riconoscere l’importanza del ruolo delle donne.

Ma lo ottiene senza rivendicare diritti, senza nessuna asprezza. Lo ottiene dimostrando di sapersi meritare quell’autorità che le viene riconosciuta, come è stato per le grandi sante nella storia della Chiesa. La sua importanza nel cattolicesimo del Novecento è anche la prova di una rivoluzione femminile compiuta nel silenzio e nella modestia. Rimane il compito di prenderne atto.

Wednesday 23 March 2011

Questione di radicalità evangelica

Il celibato sacerdotale

di Mauro Piacenza

Residuo preconciliare e mera legge ecclesiastica. Sono queste, in definitiva, le principali e più dannose obiezioni che riaffiorano nel periodico riaccendersi del dibattito sul celibato sacerdotale. Eppure, niente di questo ha reale fondamento, sia che si guardi ai documenti del concilio Vaticano II, sia che ci si soffermi sul magistero pontificio. Il celibato è un dono del Signore che il sacerdote è chiamato liberamente ad accogliere e a vivere in pienezza.

Se infatti si esaminano i testi, si nota innanzitutto la radicale continuità tra il magistero che ha preceduto il concilio e quello successivo. Pur con accenti talora sensibilmente differenti, l’insegnamento papale degli ultimi decenni, da Pio XI a Benedetto XVI, è concorde nel fondare il celibato sulla realtà teologica del sacerdozio ministeriale, sulla configurazione ontologica e sacramentale al Signore, sulla partecipazione al suo unico sacerdozio e sulla imitatio Christi che esso implica. Solo, dunque, una scorretta ermeneutica dei testi del Vaticano II – a cominciare dalla Presbyterorum ordinis – potrebbe condurre a vedere nel celibato un residuo del passato di cui liberarsi. E una tale posizione, oltre che errata storicamente, teologicamente e dottrinalmente, è anche dannosa sotto il profilo spirituale, pastorale, missionario e vocazionale.

Alla luce del magistero pontificio bisogna anche superare la riduzione, in taluni ambienti molto diffusa, del celibato a mera legge ecclesiastica. Esso, infatti, è una legge solo perché è un’esigenza intrinseca del sacerdozio e della configurazione a Cristo che il sacramento dell’Ordine determina. In tale senso la formazione al celibato, oltre ogni altro aspetto umano e spirituale, deve includere una solida dimensione dottrinale, poiché non si può vivere ciò di cui non si comprende la ragione.

In ogni caso, il dibattito sul celibato, che periodicamente nei secoli si è riacceso, certamente non favorisce la serenità delle giovani generazioni nel comprendere un dato così determinante della vita sacerdotale.

Giovanni Paolo II nella Pastores dabo vobis (n. 29), riportando il voto dell’assemblea sinodale, afferma: “Il Sinodo non vuole lasciare nessun dubbio nella mente di tutti sulla ferma volontà della Chiesa di mantenere la legge che esige il celibato liberamente scelto e perpetuo per i candidati all’Ordinazione sacerdotale nel Rito latino. Il Sinodo sollecita che il celibato sia presentato e spiegato nella sua piena ricchezza biblica, teologica e spirituale, come dono prezioso dato da Dio alla sua Chiesa e come segno del Regno che non è di questo mondo, segno dell’amore di Dio verso questo mondo nonché dell’amore indiviso del sacerdote verso Dio e il Popolo di Dio”.

Il celibato è questione di radicalismo evangelico. Povertà, castità e obbedienza non sono consigli riservati in modo esclusivo ai religiosi. Sono virtù da vivere con intensa passione missionaria. Non possiamo abbassare il livello della formazione e, di fatto, della proposta di fede. Non possiamo deludere il popolo santo di Dio, che attende pastori santi come il curato d’Ars. Dobbiamo essere radicali nella sequela Christi senza temere il calo del numero dei chierici. Infatti, tale numero decresce quando si abbassa la temperatura della fede, perché le vocazioni sono “affare” divino e non umano. Esse seguono la logica divina che è stoltezza agli occhi umani.

Mi rendo conto, ovviamente, che in un mondo secolarizzato è sempre più difficile comprendere le ragioni del celibato. Ma dobbiamo avere il coraggio, come Chiesa, di domandarci se intendiamo rassegnarci a una tale situazione, accettando come ineluttabile la progressiva secolarizzazione delle società e delle culture, o se siamo pronti a un’opera di profonda e reale nuova evangelizzazione, al servizio del Vangelo e, perciò, della verità sull’uomo. Ritengo, in tal senso, che il motivato sostegno al celibato e la sua adeguata valorizzazione nella Chiesa e nel mondo possano rappresentare alcune tra le vie più efficaci per superare la secolarizzazione.

La radice teologica del celibato, dunque, è da rintracciare nella nuova identità che viene donata a colui che è insignito del sacramento dell’Ordine. La centralità della dimensione ontologica e sacramentale e la conseguente strutturale dimensione eucaristica del sacerdozio rappresentano gli ambiti di comprensione, sviluppo e fedeltà esistenziale al celibato. La questione, allora, riguarda la qualità della fede. Una comunità che non avesse in grande stima il celibato, quale attesa del Regno o quale tensione eucaristica potrebbe vivere?

Non dobbiamo allora lasciarci condizionare o intimidire da chi non comprende il celibato e vorrebbe modificare la disciplina ecclesiastica, almeno aprendo delle fessure. Al contrario, dobbiamo recuperare la motivata consapevolezza che il nostro celibato sfida la mentalità del mondo, mettendo in crisi il suo secolarismo e il suo agnosticismo e gridando, nei secoli, che Dio c’è ed è presente.

Tuesday 22 March 2011

L’orso del Papa

Alla dedicazione della parrocchia romana di San Corbiniano — una liturgia esemplare per la cura e la partecipazione dei fedeli, tra i quali tantissimi bambini — erano presenti ben tre successori del fondatore della diocesi di Frisinga: oltre a Joseph Ratzinger, oggi Papa con il nome di Benedetto XVI, i cardinali Friedrich Wetter e Reinhard Marx. Un fatto eccezionale, che il parroco ha sottolineato nel suo caloroso saluto iniziale.

Nell’omelia il vescovo di Roma, successore del primo degli apostoli, ha improvvisato una breve riflessione su questo monaco francese attratto dalla vita contemplativa che scese a Roma per fondarvi un monastero. Ma qui la sua vita cambiò in modo inatteso: il Papa lo ordinò vescovo per la Baviera, dove la popolazione «voleva farsi cristiana, ma mancava gente colta, mancavano sacerdoti per annunciare il Vangelo».

Una scelta, quella di Gregorio ii, che si rivelò di universalità — il santo infatti «collega la Francia, la Germania, Roma», ha sottolineato il Papa — e nello stesso tempo di unità: Corbiniano ci dice che «la Chiesa è fondata su Pietro» e che era la stessa «come oggi». Per una ragione molto semplice: Cristo è lo stesso, «la Verità, sempre antica e sempre nuova, attualissima, presente, e apre la chiave per il futuro».

Parlando ai fedeli Benedetto XVI ha accennato all’orso che ha scelto di collocare nel suo stemma, episcopale e poi papale. Joseph Ratzinger ne aveva scritto per la prima volta nel libro autobiografico, tanto piccolo quanto prezioso, che pubblicò nel suo settantesimo anno e dove raccolse i suoi ricordi sino alla consacrazione episcopale. Raccontando come all’animale che aveva sbranato il cavallo di Corbiniano, in viaggio per Roma, fu imposto dal monaco di portare il suo fardello.

Ratzinger, sulla traccia del prediletto Agostino, spiegava che quel peso — il carico episcopale di chi «tira il carro di Dio in questo mondo» — venne imposto a Corbiniano e al vescovo africano, attratti entrambi dalla contemplazione e dallo studio. «Ma proprio in questo modo io ti sono vicino, ti servo, tu mi hai nella mano», concludeva il cardinale ormai a Roma. Affidandosi all’unico Signore, come ogni giorno fa Benedetto XVI. Che resta sempre affezionatissimo al suo orso.

g. m. v.