Monday 05 December 2016

Nuovo appello al papa. I dubbi cattolici del "New York Times"

In California il vescovo di San Diego, pupillo di Bergoglio, ammette di fatto i divorzi e le seconde nozze, come in qualsiasi chiesa protestante. Dalla notizia nasce la domanda: "Amoris laetitia" può essere interpretata anche così?

Friday 02 December 2016

Che idea mi faccio di Dio?

La domanda del titolo è fondamentale nella nostra vita cristiana, se vogliamo viverla secondo il Vangelo. Sono stato allevato dalla mamma di mio padre Anna e dalla sorella maggiore Adelaide, maestra elementare, tutte e due molto religiose. Quand’ero un bambino, la nonna diceva spesso: “Non si muove foglia che Dio non voglia”. Ero curioso, mi mettevo davanti al piccolo alberello che avevamo in cortile e pensavo: ”Ma Dio come fa ad essere in tutte queste foglie?”. Pochi anni dopo, quando studiavo teologia, ho scoperto che Gesù ha detto: “Non abbiate paura, Dio conosce anche il numero dei vostri capelli” (Mat. 19, 30). E poi ancora: “Voi sarete odiati da tutti per causa mia, ma neppure un capello cadrà dal vostro capo” (Luc, 21, 18). Dio è sempre infinitamente più grande di quanto noi possiamo comprendere o immaginare. Noi sappiamo solo che “Dio è Amore” (1 Giov, 4, 16). Possiamo entrare nel fantastico, affascinante e gioioso mistero di Dio, solo amandolo e amando il nostro prossimo come noi stessi, così come il Signore Gesù ha amato noi.

Nel Catechismo di San Pio X (1905), fatto a domanda e risposta, si leggono queste affermazioni che inquadrano bene la nostra fede:

“Dio é l’Essere perfettissimo, Creatore e Signore del cielo e della terra.
“Dio é potenza, sapienza e bontà infinita.
“Dio é in cielo, in terra e in ogni luogo:
“Dio conosce tutto, anche i nostri pensieri.

“Dio è in ogni luogo…Dio conosce tutto, anche i nostri pensieri”.
Noi viviamo immersi in Dio. Qualsiasi cosa noi facciamo o pensiamo, Dio ci vede e penetra anche nelle intenzioni più profonde del nostro cuore. Egli è “bontà infinita” e, come ci ha insegnato Gesù, è “il Padre nostro che sta nei cieli”. Noi siamo sempre nelle braccia di Dio, come un bambino vive nelle braccia di sua madre. E Dio ci ama molto più di nostra madre, perché è “sapienza e bontà infinita”. Ecco il volto di Dio che Gesù ci ha presentato con la sua stessa vita. Racconto un’altra parabola, capitata a me, che ricorda il volto di Dio.

Nel 1973 ero nel Vietnam del sud durante la guerra. Scendevo dai monti verso la pianura, da Pleiku a Qui Nhon, su un camion militare, assieme a numerosi vietnamiti. Una giornata intera di viaggio, su strade dissestate, in un paese in guerra: abbiamo attraversato zone dove si combatteva, villaggi bruciati e bombardati, mitragliamenti, profughi che scappavano a piedi e con ogni mezzo. Tutto questo è un’immagine del mondo in cui viviamo anche oggi!

Io e gli altri profughi eravamo seduti su delle panche nel cassone scoperto del camion. Di fronte a me una giovane mamma vietnamita teneva in braccio il suo bambino che aveva pochi mesi. Lo cullava, lo allattava, lo coccolava. Ad un certo punto, passando vicino ad un villaggio in fiamme dove molti gridavano, il bambino, sentendo quel trambusto, si è messo a piangere, avvertiva anche lui il pericolo. La mamma ha steso su di lui un asciugamano ed ha continuato a cullarlo. Dopo un po’ il bambino dormiva placidamente. Attorno a noi crollava il mondo e lui dormiva: non sentiva niente, non sapeva nulla, era l’unico che non aveva paura. Si fidava dell’amore e delle braccia di sua madre.

Ecco, quando penso a Dio mi vengono in mente quella dolce mammina vietnamita e il suo bambino. Se noi viviamo questa materna e paterna immagine di Dio, non possiamo più essere pessimisti, scontenti, scoraggiati, timorosi di chissà cosa. Qualunque cosa mi capiti, io sono sempre nelle braccia del Padre! I miei genitori, che sono servi di Dio, avviati alla beatificazione, ripetevano spesso: mamma Rosetta diceva: “Dobbiamo sempre fare la volontà di Dio”; e papà Giovanni: “Siamo sempre nelle mani di Dio”.

I popoli non cristiani, che non conoscono la Rivelazione di Cristo, immaginano Dio come un personaggio misterioso, inconoscibile, lontanissimo dalla nostra piccola Terra, che è dominata da spiriti buoni e cattivi. Questi vanno propiziati con offerte, sacrifici di animali, secondo i responsi di indovini, stregoni, interrogando i morti e gli oroscopi, ecc. Papa Francesco ha detto: “Chi consulta gli oroscopi non è più cristiano, non crede nella Divina Provvidenza”. In Italia, al mattino tutte le televisioni trasmettono e commentano non il Vangelo, ma gli oroscopi per una decina di minuti. Ma il popolo italiano, battezzato nella Chiesa cattolica per circa il 90%, sta ridiventando pagano? Che idea mi faccio di Dio?

Monday 28 November 2016

Un nuovo concilio, come sedici secoli fa

I conflitti messi in moto oggi da "Amoris laetitia" hanno un precedente nelle controversie cristologiche del tardo impero romano. Le risolse il concilio ecumenico di Calcedonia. Dal Cile, uno studioso propone di rifare lo stesso cammino

Friday 25 November 2016

Overbooking, la cialtroneria di Alitalia

«L’attenzione alla qualità del servizio, alla manutenzione della sua flotta e all’assistenza ai propri passeggeri fanno di Alitalia il principale Gruppo di trasporto aereo italiano». Sì, ma quando arriveranno le compagnie straniere a coprire un po’ di tratte italiane? Cari amici, vi racconto ciò che mi è capitato nelle ultime 48 ore. La sera di giovedì 24 novembre dovevo moderare a Milano un incontro con l’amministratore apostolico di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa e il vicario per la cultura e la carità della diocesi ambrosiana, Luca Bressan. Il tema della serata, organizzata dal museo diocesano, era la figura del cardinale Carlo Maria Martini, legato sia a Milano che a Gerusalemme, e le sfide comuni alle due città legate in particolare ai contesti multireligiosi.

Non ho potuto esserci perché sono stato lasciato a terra dal mio volo Alitalia Trieste-Milano (AZ1352) che doveva riportarmi a Linate per le 20. La motivazione non è un guasto tecnico, un ritardo del volo dovuto al traffico, problemi meteo – chiunque usi l’aereo ha sperimentato tutto ciò – ma il fatto che l’allegra compagnia di bandiera ha venduto per quel volo più biglietti dei posti disponibili, contando sul fatto che qualcuno desse buca. Il fenomeno tecnicamente chiamato overbooking fa sì che una parte di malcapitati e sventurati clienti arrivando in aeroporto si trovino in una lista d’attesa senza sapere se partiranno. Avevo lasciato Milano mercoledì 23, ero prenotato sul volo da Milano Linate a Trieste. Dovevo andare in Slovenia. Il volo, invece di decollare alle 08.25, è partito alle 10, per un guasto tecnico che ha comportato il cambio di aeromobile e di equipaggio. Mi è saltato un appuntamento, ma si sa, i guasti possono accadere.

Giovedì pomeriggio, invece, la sorpresa dell’overbooking. Non era la prima volta per me con Alitalia, ma in un caso precedente, due anni fa, la motivazione era legata ai ritardi conseguenti all’incendio di qualche giorno prima a Fiumicino: tutti i voli erano sballati, alcuni erano stati cancellati. Insomma in quel caso c’erano delle ragioni. Questa volta no. Ero arrivato in aeroporto esattamente un’ora e mezzo prima della partenza. Dunque con largo anticipo. Ero il secondo in lista d’attesa, sono stato il primo a restare a terra. Alitalia ha spedito tutti i passeggeri rimasti fuori dal volo a Roma e da lì, dopo un’ora, li ha riportati su Milano. Morale della favola: due ore e mezza di viaggio in più del previsto (quasi il tempo che ci si mette in macchina) e nel mio caso la mancata partecipazione a un appuntamento a cui tenevo. Sono atterrano a Linate alle 22.30, invece che alle 20. A Trieste non c’era nessuno di Alitalia a metterci la faccia nel parlare con i clienti, se la sono dovuta cavare gli incolpevoli addetti dello scalo. Avevo fatto presente la mia difficoltà legata all’impegno che mi aspettava. Arrivando a Fiumicino ho scoperto che c’era un volo Alitalia in partenza per Milano alle 20.20, in fortissimo ritardo, se mi avessero fatto salire, sarei comunque arrivato per la serata, ma nonostante attendessero un passeggero smarrito che non si presentava, non me lo hanno permesso. Dunque assistenza zero!

Insomma, anche se avete acquistato un biglietto chiuso, non modificabile, con prenotazione regolarmente effettuata, non sentitevi mai sicuri di partire. I cialtroni dell’overbooking sono all’opera quando e dove meno ve l’aspettate. Nell’ultimo mese ho preso molti treni, e nessuna delle Frecce su cui sono salito è mai arrivata in orario (alta velocità, altissimi ritardi). Ma almeno dal treno non mi è mai capitato di essere lasciato a terra perché sono stati venduti più biglietti dei posti disponibili. Un consiglio: se potete meglio il treno! In attesa che arrivo compagnie aeree affidabili nel nostro Paese…

Thursday 24 November 2016

Un invito ai miei amici e lettori

La Direzione Generale del Pime ha avuto, mesi fa, l’idea di farmi raccontare la mia vita di missionario-giornalista e ha incaricato l’amico Gerolamo Fazzini di aiutarmi in questo progetto. All’inizio l’ho rifiutato (mi pareva un’auto-esaltazione), poi ho dovuto accettarlo. L’ha pubblicato la Emi (di cui sono stato uno dei fondatori nel 1955!) e, grazie a Dio, sta andando bene.

Dalle mail e telefonate che ricevo, capisco che “fa del bene”; e un importante amico vercellese mi scrive: ”Fa del bene soprattutto alle persone lontane dalla fede, perché tu non fai prediche, ma racconti fatti, sei interessante e ti fai leggere fino alla fine. La tua vita trasmette la fede e l’amore a Dio e al prossimo”. Sono lettere che mi confortano. Il volume “Piero Gheddo con Gerolamo Fazzini-, inviato speciale ai confini della fede” raggiunge lo scopo per cui è nato.

Cari amici e lettori, vi invito mercoledì prossimo 30 novembre, alle ore 21 al Centro missionario Pime in Via Mosè Bianchi, 94 (parcheggio interno). Cinque amici e personaggi presentano il volume (220 pagine, Euro 14, con 16 pagg. di inserto fotografico). Non so cosa racconteranno di me, certamente aneddoti e situazioni della mia missione, che non ho messo nel volume.

Ma prego e spero che la mia vita avventurosa testimoni il valore di un Istituto missionario a Milano e nella nostra Italia dove prevale il pessimismo. Quale valore? I missionari del Pime hanno fondato la Chiesa in una trentina di paesi e in una cinquantina di diocesi in quattro continenti. Papa Francesco ha detto più volte che “le giovani Chiese danno speranza alla Chiesa universale”. E Gesù, mandando agli Apostoli e i discepoli d annunziare il Vangelo nel mondo pagano ha detto: “Voi siete il sale della terra, voi siete la luce del mondo”.
Noi siamo piccoli, siamo poveri, il mondo secolarizzato in cui viviamo non capisce e non apprezza la nostra missione. Non importa, il Pime vive la speranza e l’ottimismo fondati sull’incrollabile roccia della fede in Gesù Cristo.

Vi invito alla serata del Centro missionario. Tornerete a casa con una fede più robusta e la gioia nel cuore. Tra l’altro, il volume è un buon regalo natalizio a chi è lontano dalla fede. Vostro padre Piero Gheddo.

 

L’UNICA NOTIZIA CHE CONTA

Presentazione del volume autobiografico di padre Piero Gheddo

“Inviato speciale ai confini della fede” (Emi)

30 novembre 2016 ore 21

Centro missionario Pime – Milano

Saluti del Superiore generale del Pime, padre Ferruccio Brambillasca

Intervengono:

Marco Tarquinio, direttore di Avvenire

Padre Bernardo Cervellera, direttore di AsiaNews

Marina Corradi, giornalista e scrittrice

Giorgio Torelli, già inviato del Giornale

Moderatore: Gerolamo Fazzini, consulente per la comunicazione del Pime

Centro missionario Pime – Milano
Via Mosé Bianchi 94
MM 1 e 5 – (fermata Amendola e Lotto)

Wednesday 23 November 2016

Il papa tace, ma i cardinali suoi amici parlano. E accusano

Il prefetto del nuovo dicastero per la famiglia attacca l'arcivescovo di Philadelphia, Charles J. Chaput, per come attua "Amoris laetitia" nella sua diocesi. Ecco le linee guida finite sotto processo

Friday 18 November 2016

Elezioni americane, quelle dei vescovi. I numeri e i retroscena

Il nuovo presidente è uno dei tredici cardinali della famosa lettera che fece infuriare il papa. Il nuovo vicepresidente è un membro dell'Opus Dei. La disfatta dei vescovi prediletti da Bergoglio

Tuesday 15 November 2016

Il beato Paolo Manna, precursore del Vaticano II e anche Dottore della Chiesa?

Nel 2016 sono cent’anni che il Beato padre Paolo Manna (1872-1952) fondò l’Unione missionaria del clero e dei religiosi, oggi Opera pontificia.
Il 28 ottobre a Roma si è celebrato il “Giubileo della Missione” e padre Ciro Biondi, segretario nazionale della Pum e responsabile di Missio-Consacrati, ha presentato questa proposta su padre Manna al presidente di Missio e della Commissione per l’Evangelizzazione della Cei, mons. Francesco Beschi, vescovo di Bergamo e al segretario generale della Cei, Mons. Nunzio Galantino.
Per noi del Pime il beato p. Paolo Manna, superiore generale (1924-1934), è il personaggio che rappresenta bene lo spirito del nostro Istituto che non è un Ordine religioso, ma una Comunità di Vita Apostolica per la “Missio ad gentes”. Questa la radice della Pum (Pontificia unione missionaria) che nei suoi cent’anni di vita vuole rinnovarsi secondo lo spirito del Fondatore. Anche la Missione alle genti, ancora ai primi passi rispetto alle sterminate popolazioni dell’Asia (il 62% dell’umanità col 6-7% di cristiani) che ancora ignorano Gesù Cristo Salvatore, può avere il suo Dottore della Chiesa, profeta e precursore del Comcilio Vaticano II.

Ecco cosa hanno detto di lui:

“Il Beato Paolo Manna fu un autentico precursore delle intuizioni e delle indicazioni del Concilio Ecumenico Vaticano II”. Così, quando lo proclamava Beato il 4 novembre 2001 Giovanni Paolo II, che nel settembre 1990 si recò nel Cimitero dei missionari nel giardino della casa del Pime a Ducenta (Caserta) e si fermò a pregare davanti alle tombe di padre Manna e del suo discepolo e primo biografo padre G. B. Tragella. Il Papa di Sotto il Monte, Giovanni XXIII che lo conosceva bene, lo definiva “Il Cristoforo Colombo della nuova cooperazione missionaria”. Paolo VI l’ha giudicato “uno dei più efficaci promotori dell’universalismo missionario nel secolo XX“. Padre Drehmanns, studioso di storia missionaria e superiore generale degli OMI, ha scritto: “Padre Manna è all’origine e alla guida di tutto il movimento missionario del ‘900”. Il famoso teologo gesuita Henri De Lubac ha scritto durante il Vaticano II: “Padre Manna è l’espressione più completa di una missione condivisa” (da tutta la Chiesa, non più solo dei missionari e dei religiosi). Il cardinale Celso Costantini, Prefetto di Propaganda Fide), l’ha definito: «Un uomo pericoloso, come si diceva in qualche seminario dopo la diffusione di Operarii autem pauci! …un seccatore! Santo ma seccatore… un temerario… Comunque e sempre un missionario scomodo” (perché le sue intuizioni sulla universale missione della Chiesa davano fastidio).

Quali sono le intuizioni e le iniziative profetiche di Manna, che l’hanno reso il protagonista del movimento missionario nel ‘900? Non è facile rispondere a questa domanda. Per scrivere la sua Biografia sono stato giorno e notte nelle due grandi sale dell’Archivio di p. Manna, nella casa del Pime a Ducenta (Caserta), curato dal p. Ferdinando Germani, autore dei cinque grossi volumi della sua monumentale biografia. Il mio libro (Paolo Manna, fondatore dell’Unione missionaria del Clero, Emi, 2001, pagg. 400, 18 Euro) è stato scritto per la sua beatificazione nel 2001. Ecco in estrema sintesi chi era padre Manna:

La santità e la profezia di Paolo Manna

Paolo Manna nasce nel 1872 ad Avellino da una famiglia molto religiosa con diversi sacerdoti e suore. I suoi genitori, Vincenzo e Lorenza Ruggiero, hanno avuto sei figli, due sacerdoti, uno medico e prof. universitario. La mamma muore quando il piccolo Paolo aveva due anni e mezzo, diventa un adolescente irrequieto e viene educato dagli zii paterni.. Compie a Roma gli studi per diventare sacerdote e dopo aver letto Le Missioni Cattoliche, nel 1891 entra nel Pime ed è ordinato sacerdote nel 1895. Parte per la Birmania orientale, ma non resiste a quel clima molto umido e caldo-freddo. Si ammala di tubercolosi come altri della sua famiglia. Nel 1905 ritorna in Italia e si dichiara “un missionario fallito”. Pellegrino a Lourdes, non chiede alla Madonna di guarire, ma di innamorarsi di Gesù e donare tutta la sua vita alla diffusione del Regno di Dio.

Nel 1909 Manna è nominato direttore di “Le Missioni Cattoliche” che allora era settimanale (oggi “Mondo e Missione”) e manifesta subito la sua straordinaria passione missionaria, Sfogliando i fascicoli di quegli anni, la differenza tra prima e dopo Manna si vede subito. Pur senza abbandonare le caratteristiche che l’avevano resa famosa (relazioni da tutte le missioni, studi storici e antropologici, attualità missionaria da tutto il mondo, le religioni non cristiane, relazioni di viaggi tra popoli lontani, ecc.) “Le Missioni Cattoliche” diventa una fucina di proposte e provocazioni. Gli editoriali trasmettono entusiasmo per l’ideale missionario! Quasi in ogni fascicolo, Manna trova gli spunti per promuovere libri missionari, opuscoli popolari, calendari, strenne, cartoline; appelli per le vocazioni missionarie, esortazioni a pregare per i missionari, ecc.; inventa e inizia le “zelatrici missionarie” in diocesi e parrocchie per promuovere in Italia le Opere della Propagazione della Fede e della Santa Infanzia (che erano ancora in Francia),
“Le Missioni Cattoliche” ha trovato un’anima. All’inizio del ‘900, quando le riviste missionarie erano bollettini di istituti e ordini religiosi, la “rivoluzione profetica” di p. Manna è questa: il problema missionario riguarda non solo i missionari ma tutta la Chiesa ed esige una soluzione globale: il coinvolgimento di tutti i battezzati, vescovi, sacerdoti e fedeli, diocesi e parrocchie, congregazioni religiose e associazioni laicali. E’ una novità profetica nella vita della Chiesa: non più le missioni affidate ai missionari e ai religiosi, ma opera di tutto il Popolo di Dio, di tutta la Chiesa: “La conversione degli infedeli è il problema dei problemi” – “Tutti i fedeli per tutti gli infedeli”

Nel 1909 padre Manna pubblica “Operarii autem pauci” (Gli operai sono pochi) e manda il libro a Pio X, che risponde con una lettera scritta a mano:

“Al carissimo figlio padre Paolo Manna, missionario apostolico, colle più sincere congratulazioni pel bel lavoro ‘sulla vocazione alle Missioni Estere’ e col voto che molti rispondano generosamente alla voce del Signore ùe li chiamasse a questo apostolato. In segno di gratitudine e di particolare affetto, impartiamo l’Apostolica Benedizione. Dal Vaticano, 12 maggio 1909. Pius Papa X”.

Un fatto eccezionale che aumentò, se possibile, la carica di spirito missionario dell’Autore. Ma il libro venne proibito in molti seminari diocesani, perché infiammava i giovani nell’amore a Gesù Cristo, invitandoli a donare la vita per il Regno di Dio. Nel 1916 Paolo Manna fonda l’Unione missionaria del clero e nel 1919 la rivista “Italia Missionaria” per le vocazioni missionarie; istituisce i “circoli missionari” nei seminari diocesani, da cui vengono numerose vocazioni per le missioni. Nel 1942 scrive “I fratelli separati e noi”, che scuote la Chiesa italiana e, nonostante il tempo di guerra, fa discutere anche i vescovi e i sacerdoti. Il Beato Paolo Manna è sempre espressivo nei suoi scritti. Questo è il primo libro appassionato e provocatorio, che chiede con forza l’unità dei cristiani per la missione universale: “Non si può annunziare un Cristo diviso”.

Nel 1950, due anni prima della morte, scrive “Le nostre Chiese e la propagazione del Vangelo – Per la soluzione del problema missionario”, da cui ha chiaramente origine l’enciclica di Pio XII “Fidei Donum” (1957), che apre la via delle missioni al clero diocesano. Manna afferma che tutti i vescovi e i sacerdoti sono responsabili della missione tra i non cristiani; non si può affidare l’annunzio di Cristo solo ad ordini religiosi e istituti missionari: “Mobilitiamo, organizziamo tutta la Chiesa in ordine alle missioni; rendiamo l’apostolato per la diffusione del Vangelo dovere di tutti quanti credono in Cristo”. Il volume propone che sorgano “seminari missionari in tutte le province ecclesiastiche”, per inviare in missione sacerdoti diocesani e laici (nel 1960 sorge a Verona il Ceial, per inviare sacerdoti e laici ai vescovi che li chiedono in America Latina).

L’Unione missionaria del clero, fondata nel 1916 con l’aiuto decisivo di San. Guido Maria Conforti, arcivescovo di Parma e Fondatore dei missionari Saveriani, aveva lo scopo di infiammare i sacerdoti dell’amore di Cristo e poi “accendere in tutto il popolo cristiano una grande fiamma di apostolico zelo per la conversione del mondo”. E più avanti, in un lungo e forte articolo del 1934 su “Il Pensiero missionario”, padre Manna si lamentava perché nell’Unione missionaria si stava travisando lo spirito degli inizi, riducendo l’associazione ad uno strumento volto ad impressionare, a commuovere per far denaro: “L’opera di Dio non si muove con questi mezzi”. L’Umdc in pochi anni si diffonde in tutto il mondo: nel 1919 aveva in Italia 4.035 iscritti (fra i quali i futuri Pio XI e Giovanni XXIII), nel 1920 10.255, nel 1923 16.000 sacerdoti (poi l’Unione è stata estesa anche ai religiosi e religiose). Manna era convinto che tutto nella Chiesa dipende dal clero: “La soluzione del problema missionario – scriveva – sta nel clero: se i preti sono missionari, il popolo cristiano lo sarà egualmente; se i preti non vivono la passione di portare Cristo a tutti gli uomini, anche il mondo cristiano non potrà fare miracoli… Lo spirito missionario è anzitutto una grande passione per Gesù Cristo e la sua Chiesa”. Questo, nell’Italia d’oggi, significa la proiezione verso i non credenti e non praticanti italiani, Cioè, la “Chiesa in uscita” di Papa Francesco. Come il Beato Paolo concepiva l’Unione missionaria del clero è un tema che va approfondito, perché più che mai attuale.

Nel 1924 Manna è eletto superiore generale del PIME, fino al 1934; dal 1943 fino alla morte nel 1952 superiore regionale nel Sud Italia, regione che lui stesso aveva fondato col “Seminario meridionale per le Missioni Estere” a Ducenta (Caserta). Muore a Napoli dopo un’operazione chirurgica il 15 settembre 1952. Ha dato il meglio di sé nell’animazione missionaria: insisteva sulle vocazioni missionarie, la preghiera per le missioni, l’impegno personale di ogni cristiano. Ecco la profezia del Beato padre Paolo Manna. Da Superiore generale del Pime (1924-1934) ha scritto 23 lunghe “Lettere ai missionari”, poi pubblicate nel volume “Virtù Apostoliche” (IV edizione Emi 1997, pagg. 460), che è stato definito “un vero trattato di spiritualità della missione, maturato nell’esperienza sul campo, un classico della letteratura missionaria dei tempi moderni”. A quindici anni dalla beatificazione, il beato Manna è più che mai attuale. Nelle sue “Virtù apostoliche” egli afferma: “Il missionario non è niente se non impersona Gesù Cristo… Solo il missionario che copia fedelmente Gesù Cristo in se stesso… può riprodurne l’immagine nelle anime degli altri” (Lettera 6). L’enciclica Redemptoris Misssio di Giovanni Paolo II (1990) ha ripreso quasi alla lettera quel che scriveva p. Manna: “L’universale vocazione alla santità è strettamente collegata all’universale chiamata alla missione: ogni fedele è chiamato alla santità e alla missione” (“Redemptoris Missio”, n. 90). Ancora la R.M. n. 84 (dove cita p. Manna nella Nota N. 169): “La parola d’ordine deve essere questa: Tutte le Chiese per la conversione di tutto il mondo”.

Nel 1927 padre Manna parte per un lungo viaggio nelle missioni: in quasi due anni visita una dozzina di paesi d’Asia, Oceania e nord America, rimanendo impressionato di come le missioni erano, a quel tempo, quasi isolate dalla vita dei popoli; si accontentavano di curare i poveri e i marginali, ma non avevano alcun influsso sulle classi colte e le politiche nazionali. Scrive un pro-memoria provocatorio per Propaganda Fide, “Osservazioni sul metodo moderno di evangelizzazione” (commentato da Giuseppe Butturini, Emi 1997); chiede cambiamenti rivoluzionari nel “metodo di evangelizzazione”: rifiutare l’occidentalismo, liberarsi dalla protezione interessata delle potenze occidentali, educare i sacerdoti locali secondo programmi diversi da quelli usati in Occidente; abolire il latino e il celibato per favorire una maggior partecipazione degli indigeni al sacerdozio nelle missioni , consacrando i migliori catechisti dove mancano assolutamente sacerdoti; eliminare ogni compromesso con il denaro e ogni fiducia nella potenza dei mezzi materiali. Manna non era per nulla un contestatore o un ribelle, anzi afferma che le sue proposte non hanno valore assoluto e che partendo dalle stesse premesse si può giungere a conclusioni opposte alle sue: però lancia il grido d’allarme. La sua passione per la conversione del mondo infedele e la salvezza delle anime non gli permetteva di tacere: “Salus animarum suprema lex!” scriveva: la salvezza delle anime è la prima legge!

Perché Dottore della Chiesa?

La proposta di attribuire il titolo di Dottore della Chiesa al Beato P. Manna è venuta da p. Ferdinando Germani con un lungo studio del 2010 e una tesi universitaria di Giovanni Zerbi. Ed è giustificata dal fatto che dal secolo XVI ad oggi la Chiesa ha attribuito questo titolo ai santi che si erano distinti per la SANTITA’ della vita, l’ORTODOSSIA nella fede e soprattutto per la loro SCIENZA eminente nelle opere sacre, testimoniata dai libri e dall’impatto positivo che le loro iniziative hanno avuto nel cammino storico della Chiesa. La proposta di p. Germani è interessante e plausibile, ma il titolo di “Dottore della Chiesa” è attribuito dal Papa solo ai Santi canonizzati. E noi speriamo e preghiamo che ciò avvenga al più presto per il Beato padre Paolo Manna.

Comunque, non c’è alcun dubbio che la rivoluzione della missione universale portata dal Concilio Vaticano II nella Chiesa è stata preparata dal crescere travolgente, per 40 anni (1920 – 1960), delle missioni cattoliche e dalla nascita di centinaia di nuove giovani Chiese, che oggi, dice Papa Francesco, sono la speranza della Chiesa universale (Discorso alle Pontificie Opere Missionarie del 5 giugno 2015). Di tutto questo Manna è stato il profeta e precursore, sia come “missionario alle genti” che come “ecumenista”.

Tra le Sante vergini Dottori della Chiesa ricordo Caterina da Siena (1347-1380), dichiarata tale nel 1939 da Pio XII. 40 anni dopo, nel 1979, celebrando l’anniversario, l’arcivescovo di Siena, mons. Mario Ismaele Castellano, scriveva: “I Dottori della Chiesa non appartengono ad una Università o Accademia, ma fanno parte unicamente della Chiesa la quale, sola, li riconosce tali e ad essi è grata perché il loro insegnamento la arricchisce di sapienza e l’aiuta nella missione di salvezza”. Quello che mons. Castellano scriveva di S. Caterina si può benissimo attribuire anche al Beato Manna. Egli non aveva titoli accademici, era però un sacerdote ricco di sapienza apostolica e, pochi mesi prima della morte (15-9-1952), pubblicò la seconda edizione di “Le nostre Chiese e la propagazione del Vangelo”. In copertina spiccava la sintesi del suo progetto, che coinvolgeva il Corpo mistico della Chiesa per la salvezza del mondo: “Tutta la Chiesa per tutto il mondo”.

 

Monday 14 November 2016

"Fare chiarezza". L'appello di quattro cardinali al papa

Una lettera. Cinque domande sui punti più controversi di "Amoris laetitia". A cui Francesco non ha risposto. Un motivo in più, dicono, per "informare della nostra iniziativa il popolo di Dio"

Friday 11 November 2016

L'Italia del primate d'Italia è un po' meno cattolica

Aumentano i seguaci di altre confessioni religiose nella nazione ove risiede il papa. Ma i più numerosi non sono i musulmani. Sono gli ortodossi e i protestanti. E c'è chi si fa buddista

Monday 07 November 2016

Terremoti e castighi divini

Cari amici, dico la mia sul caso Cavalcoli, la polemica montata dopo alcune espressioni usate dal teologo domenicano ai microfoni di Radio Maria. Innanzitutto, ciò che padre Giovanni ha effettivamente detto. Un ascoltatore aveva citato la legge sulle unioni civili, domandando al frate domenicano:

«Le catastrofi naturali come il terremoto, possono essere una conseguenza di un popolo, di un legislatore che fa delle leggi contrarie?».

Padre Cavalcoli spiegava che

«Queste leggi sulle unioni civili certamente ci creano molta difficoltà a noi credenti, non c’è dubbio».

Quanto ai terremoti aggiungeva:

«Posso rispondere con sicurezza come dogmatico: una cosa è sicura, che i cataclismi, la natura, i disordini della natura, tutte quelle azioni della natura che mettono in pericolo la vita umana sono di tanti tipi, le alluvioni, eccetera, hanno una spiegazione di carattere teologico… Dal punto di vista teologico questi disastri sono una conseguenza del peccato originale, quindi si possono considerare veramente come castigo del peccato originale – anche se la parola non piace, ma io la dico lo stesso, è una parola biblica, non c’è nessun problema. Naturalmente bisogna intendere bene cosa si intende per castigo. Poi un’ultima domanda che lei dice: ma non saranno un castigo divino per azioni commesse oggi nella nostra società? Questo è un discorso molto più delicato, eventualmente si può avere una qualche opinione, qui non si riesce a raggiungere una sicurezza, a meno che uno non abbia un’illuminazione divina. Io vi dico questo, una mia opinione personalissima».

E concludeva:

«Insomma, si ha l’impressione che queste offese che si recano alla legge divina, pensate alla dignità della famiglia, alla dignità del matrimonio, alla stessa dignità dell’unione sessuale, al limite, no? Vien fatto veramente di pensare che qui siamo davanti, chiamiamolo castigo divino, certamente è un richiamo molto forte della provvidenza, ma non tanto nel senso, non diciamo nel senso afflittivo, ma nel senso di richiamo alle coscienze, per ritrovare quelli che sono i principi della legge naturale».

Alcune personali osservazioni. Il contesto del ragionamento di Cavalcoli è quello delle conseguenze del peccato originale (la prima delle quali è la morte). Bisogna però riconoscere che nelle conclusioni, così come state offerte nella risposta dal teologo domenicano, risulta in qualche modo avvalorata, seppur presentata come una sua opinione personalissima, l’idea di un possibile nesso causa-effetto tra attacchi alla famiglia (l’ascoltatore – ricordiamolo – aveva parlato esplicitamente della legge sulle unioni civili) e terremoto. Questa è l’idea che se ne trae ascoltando tutto l’audio originale della risposta. In due successive interviste radiofoniche, su Radio24 (trasmissione «La Zanzara») e RTL, il padre domenicano è sembrato rincarare la dose, arrabbiato per la durissima reazione vaticana, anche se poi, in realtà, in un’intervista con un sito web ha riconosciuto: «Sono stato frainteso o forse mi sono espresso male».

La questione teologica che veniva sollevata dalla domanda dell’ascoltatore di Radio Maria mi sembra ben spiegata e argomentata da un confratello domenicano di Cavalcoli, padre Giorgio Carbone, che su La Nuova Bussola Quotidiana ha scritto:

Non abbiamo poi elementi per dire che gli accadimenti della vita siano dei castighi. Anzi il Vangelo ci suggerisce il contrario. Luca 13,1-5: «Si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: “Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Siloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo». Questo insegnamento di Gesù è rivoluzionario per la mentalità ebraica del tempo secondo la quale le disgrazie, anche accidentali, della vita sarebbero state una conseguenza del peccato personale. Gesù nega per ben due volte che ci sia un legame tra quelle due tragedie e la condotta delle vittime, e invita a leggere negli eventi, anche accidentali, degli inviti alla conversione, cioè ad ascoltare, amare lui e servire i fratelli. Un insegnamento analogo lo dà davanti al cieco nato dicendo: Né lui ha peccato, né i suoi genitori, ma è perché in lui [cioè nel cieco nato] siano manifestate le opere di Dio (Giovanni 9,3).

Dunque, è vero che le catastrofi naturali rientrano nel mistero della creazione ferita dal peccato originale e soprattutto sono un richiamo alla fugacità della nostra vita, alla possibilità concreta di essere chiamati davanti al giudizio del Padre da un istante all’altro, con la morte che arriva «come un ladro nella notte». Appare però arbitrario – dalle parole di Gesù – trarre conseguenze e creare nessi di causa ed effetto. Anche perché, se si facesse così, non è che si contribuirebbe a dare di Dio un’immagine del castigatore o del giustiziere. Tutt’altro. Si rischierebbe infatti di presentare il Padreterno come affetto da una certa miopia. Che responsabilità hanno i cittadini di Norcia o quanti hanno perso i loro familiari sotto le macerie ad Amatrice per l’approvazione della legge sulle unioni civili? Forse il terremoto del Friuli (1976) era una conseguenza per il referendum sul divorzio di due anni prima? Ma perché proprio e soltanto in Friuli? E se questo è il criterio, perché nel 1980 è stata colpita così duramente l’Irpinia, dove invece aveva vinto il sì all’abrogazione della legge divorzista in una regione nella quale la maggioranza degli elettori aveva votato come richiesto dal beato Paolo VI e dai vescovi italiani? O ancora, perché Dio che castiga non ha fatto crollare un palazzo sulle teste di Hitler o di Stalin, invece di permettere i loro stermini? Non sono teologo. Mi sembra però di poter dire che il male e soprattutto il dolore innocente sono ferite drammatiche, alle quali nessuno può rispondere sulla base di formule astratte. Il male e il dolore innocente rimangono un mistero. A proposito dei nessi causa-effetto tra peccati e catastrofi naturali, una domanda azzeccatissima venne fatta a suo tempo da un bambino a una lezione di catechismo, dopo l’alluvione di Firenze di cinquant’anni fa. Un prete (che probabilmente viveva lontano dalla città) aveva detto che quanto era accaduto rappresentava una punizione per i peccatori del capoluogo toscano. Il bambino chiese candidamente come mai i peccatori abitassero tutti ai primi piani delle case.

Chiarito tutto questo, sono convinto che sarebbe bastato a padre Giovanni Cavalcoli dire immediatamente e semplicemente che un paio di frasi della sua risposta a braccio non gli erano uscite bene (può capitare a tutti, anche ai teologi più preparati), e dunque precisare che non intendeva trasmettere l’idea di un nesso causa-effetto tra voto sulle unioni civili e terremoto. Si sarebbe evitato di ferire le persone che hanno perso i propri cari sotto le macerie, gli sfollati che hanno dovuto abbandonare tutto e vivono nella precarietà, uomini, donne e bambini che di tutto hanno bisogno tranne che sentirsi additati come prescelti per punizioni divine. E si sarebbero anche evitate reazioni e polemiche sopra le righe in tante parti del mondo.

Monday 07 November 2016 04:00

Venezuela. Come Francesco arriva a salvare una nazione sull'orlo del baratro

Passo dopo passo, la ricostruzione dell'intervento diretto del papa e dei suoi emissari nella crisi venezuelana. Con l'ex presidente spagnolo Zapatero tra i mediatori

Thursday 27 October 2016

The young (boring) Pope

Cari amici, sono rientrato da alcuni giorni all’estero e così ho visto soltanto ora le prime due puntate di «The youg Pope», la serie di Sorrentino con Jude Law nei panni di Pio XIII, al secolo l’americano Lenny Belardo. Pontefice ieraticissimo e alquanto antipatico, eletto – come peraltro già accaduto nella storia – da chi pensava o sperava di «manovrarlo», e rivelatosi invece una sorpresa.

Devo dire che ho trovato le prime due puntate piuttosto noiose, lente. Guardando al protagonista, cioè al Papa deciso a ripristinare il triregno, viene da chiedersi se, al di là della sua ieraticità e dell’impeccabilità formale, creda davvero in Dio. Enorme, per questo Pontefice che confessa di non avere peccati, è il peccato che commette violando il sigillo sacramentale, inducendo un frate a confidargli tutte le magagne dei cardinali della Curia passati per il suo confessionale (detto per inciso: penso che i porporati siano tutti, a prescindere dalle tendenze teologiche, politiche e sessuali, un po’ più intelligenti e che difficilmente scelgano un confessore comune. E continuo a credere che anche l’ecclesiastico più carrierista e politicante abbia il sacrosanto diritto di non vedere violata la sua confessione).

Ho trovato invece geniale – l’unica cosa geniale delle prime due puntate – la decisione di Pio XIII di non farsi fotografare, di non volere la sua immagine riprodotta. E di apparire alla loggia centrale della Basilica di San Pietro nella penombra, così da risultare per i fedeli soltanto una siluette e una voce. Certo, risulta incredibile che l’arcivescovo e cardinale di New York sia riuscito a guidare la diocesi della Grande Mela senza che di lui venisse pubblicata o riprodotta una foto… Nei giorni scorsi, quando Francesco ha annunciato i nomi dei nuovi cardinali che riceveranno la porpora il 19 novembre, giornali e siti web hanno faticato non poco a rintracciare in rete una qualsiasi immagine dell’anziano Sebastian Koto Khoarai, vescovo Emerito di Mohale’s Hoek, in Lesotho. Non ce n’erano sul web, ma alla fine una è saltata fuori. Che un miracolo simile possa essere riuscito a un giovane e aitante cardinale statunitense, arcivescovo di New York, una città dove anche gli scoiattoli hanno lo smartphone, risulta davvero difficile da credere.

Detto questo, l’idea di una decongestione mediatica del papato, di un essere meno protagonista con la sua persona, è buona, anzi ottima. Forse l’unico elemento autenticamente cristiano delle prime due puntate della serie.

PS
Qualcuno ha paragonato “The young Pope” ad “House of cards”, la serie sugli intrighi di potere alla Casa Bianca con l’inarrivabile Kevin Spacey. Ecco, per favore, visto che siamo in tema, non bestemmiate. Da quella serie, che mette in scena la spietatezza del potere fine a se stesso, se cominci, non riesci a staccarti. Il giovane Papa Lenny Belardo, con le sue pose un po’ troppo studiate, è soltanto un’ombra sbiadita, che nello staff di Frank Underwood avrebbe un ruolo secondario. Speriamo che le prossime puntate di “The young Pope” ci sorprendano…

Tuesday 25 October 2016

Incubo culle vuote: nel 2031 natalità zero

​Declino, decrescita, recessione. Tutti termini che, ripetuti senza tregua dai mezzi di comunicazione, sono ormai entrati a far parte del linguaggio comune e dei discorsi quotidiani. La preoccupazione ricorrente è di dover "andare indietro" invece che progredire, di "perdere terreno" lungo la via della crescita e della qualità della vita. Ma non è solo l’economia a togliere il sonno agli italiani del nostro tempo. Un altro ambito da cui arrivano indicazioni di continuo regresso è quello della demografia, dove i segnali di declino si manifestano nei fenomeni che segnano il futuro delle persone e della società. Chi pensava che il 2015 – l’anno passato alla storia per la più bassa natalità di sempre e per un calo di popolazione che non si ricordava dai tempi della Grande Guerra – dovesse rappresentare un caso eccezionale, deve ricredersi.

Abbiamo appena scoperto che i 222mila nati nel primo semestre del 2016 sono il 6% in meno di quelli registrati nello stesso periodo dello scorso anno (236mila) e che il corrispondente saldo naturale (nati-morti) è già "in rosso" per 93mila unità. Tutto lascia supporre che su base annua si arrivi al nuovo record (al ribasso) di 456mila nati e a un saldo naturale negativo per quasi 150mila unità. Se qualche mese fa si parlava provocatoriamente della scomparsa dei matrimoni religiosi entro il 2031 – essendosi ridotti mediamente di 6mila unità ogni anno durante l’ultimo ventennio – che dire della prospettiva di una "natalità zero"? A questi ritmi di decrescita, 30mila nati in meno ogni anno, basterebbe un quindicennio e, guarda caso ancora nel 2031, avremmo chiuso con quello che è da sempre l’evento gioioso che celebra la vita: il primo vagito di un bimbo. Potremmo così riconvertire i reparti di ostetricia in unità geriatriche, sostituire pannolini e passeggini con pannoloni e deambulatori, e finalmente smettere di adoperarci (spesso con sacrifici) per dare ai nostri figli un’istruzione, una casa, un lavoro, in un parola: un futuro. Avremmo quindi la prospettiva di sopravvivere in un mondo di pensionati – senza per altro immaginare qualcuno che ci paghi la pensione – immersi nel presente e in attesa che si esaurisca quella che in demografia è chiamata "l’aspettativa di vita".


Follia? Fantascienza? Pessimismo cosmico? Forse. O più semplicemente un gioco di numeri che però mira a sottolineare, con la forza del paradosso, la pericolosità di quelle tendenze su cui ripetutamente abbiamo richiesto, alla società e a chi ne ha le leve di comando, più attenzione e più azioni capaci di contrastarne le dinamiche e gli effetti. «Senza nascite non c’è futuro» titolava Avvenire giusto quattro anni fa (25 ottobre 2012, pag.3) richiamando il messaggio della Cei per la 35a Giornata nazionale per la vita. E quel messaggio non solo non ha perso attualità, ma è andato sempre più assumendo i toni di accorata preoccupazione. Una preoccupazione che si è accresciuta partendo dalla stessa diagnosi di quattro anni fa, ulteriormente aggravata dal fatto che mentre il "paziente Italia" segnalava allora 534mila nascite, oggi ne conteggia quasi 80mila in meno: abbiamo perso nell’ultimo quadriennio il 15% dei nati. Altro che calo del Pil!


E la terapia? Quella resta la stessa di allora ed è di comprensione immediata: più famiglia. Un "più famiglia" da declinare con azioni concrete, orientate a recuperare equità nella imposizione tributaria e nelle politiche tariffarie, a favorire la conciliazione nel mondo del lavoro, a rendere accessibili i servizi di cura e a sviluppare politiche abitative a misura di famiglia. Si tratta di attivare iniziative di "politica demografica e familiare" che, senza venir circoscritte alla sola sfera dell’emersione dalla povertà/esclusione sociale (come si è soliti pensarle) abbiano carattere universale. Perché c’è bisogno di coinvolgere, e se necessario supportare (quand’anche in modo differenziato ma con un comune segnale di gratificazione), l’intero universo familiare che è chiamato a svolgere un difficile impegno nella produzione e formazione del capitale umano di cui il Paese non può fare a meno. Il tutto senza tergiversare inseguendo le aspettative (di comodo) secondo cui il problema della denatalità verrà magicamente risolto grazie al contributo dell’immigrazione – importante ma certo non risolutivo – o a seguito di alquanto improbabili nuovi comportamenti capaci di generare spontanee inversioni di tendenza. Non illudiamoci, senza un forte segnale di attenzione da parte della società e della politica prevarrà sempre l’inerzia dettata da orientamenti culturali e da condizioni di contesto che certo non sono favorevoli a chi ha (più) figli.


Riguardo poi a chi dovrebbe farsi carico della progettazione e dell’esecuzione dei necessari interventi di natura terapeutica sulla "demografia malata" di questa nostra Italia, va purtroppo ancora denunciata la persistente grave latitanza da parte delle istituzioni e della politica, oggi come quattro anni fa. D’altra parte, se è vero che ogni azione con riflessi (diretti e non) in ambito demografico richiede un’ottica lungimirante, coerente nelle scelte e paziente nell’attesa dei frutti – si semina oggi per raccogliere dopodomani – è anche vero che essa mal si concilia con una classe politica che ha un respiro di breve periodo. I tempi della demografia sono la distanza tra due generazioni (oggi circa trent’anni), mentre quelli della politica guardano, nel caso migliore, la durata di una legislatura (cinque anni). Chi rischia il consenso elettorale in nome di un intervento con ricadute in campo demografico – magari con scelte controverse che ridisegnano la redistribuzione di risorse scarse – vorrebbe quell’immediato riscontro che, viceversa, la natura stessa dell’oggetto dell’intervento diluisce nel tempo.



Che fare dunque per eliminare il gap? Occorre svolgere un paziente lavoro, anche sul piano della comunicazione, per far nascere una cultura condivisa del cambiamento demografico come fenomeno da conoscere, nelle manifestazioni e nelle conseguenze, ma soprattutto da poter governare di comun accordo, accettando e ripartendoci gli eventuali costi e i sacrifici che derivano da scelte che mirano al bene comune. Ben consapevoli che anche in un mondo globalizzato, con una popolazione in crescita e sempre più aperta alla mobilità, le grandi problematiche sul fronte demografico sono e restano "locali". Il crollo della natalità in Italia va innanzitutto risolto in Italia, restituendo a chi vive nel nostro Paese, con o senza il passaporto italiano, il coraggio di costruire il proprio futuro e il piacere di farlo insieme a tanti altri.

Tuesday 25 October 2016 06:02

Migranti via da Calais, mai più la Giungla

Stanno smontando, pezzo a pezzo, la Giungla cresciuta a Calais, in riva alla Manica. L’abitavano in migliaia, ma non era loro. Loro hanno volto e nome. La Giungla era terra di nessuno, terra dei nessuno. Ghetto infame, zeppo di dolore per le tragedie e le fatiche dei migranti per forza, eppure pieno di sogni, perché le donne e gli uomini non si rassegnano mai a soffrire e basta.

Se ne vanno a migliaia. Alcuni – i più piccoli – forse finalmente verso l’Inghilterra, di là dal mare che non riuscivano a passare. Gli altri sparsi per la Francia che sinora non li aveva accolti né lasciati andare. E ci sono xenofobi che perciò già gridano alle «mini-Calais», come se la Giungla fosse ormai il marchio impresso sulla carne di chi vi era imprigionato. Sta invece sulla pelle d’Europa il marchio.

E non c’è civile operazione di pulizia, né di polizia, che lo potrà lavare se, ovunque, non diverrà regola l’ancora piccola "eccezione italiana" dei corridoi umanitari che in queste ore si ripete. Riconoscere il bisogno e il diritto all’asilo e al domani, strappare i profughi alla mortale non-legge dei trafficanti e a ogni Giungla. È l’unica via, il vero prologo alla giustizia che comincerà quando nessuno più dovrà fuggire la terra dov’è nato.

Monday 24 October 2016

L’unica notizia che conta

Le ultime settimane mi hanno impegnato con il libro sulla mia vita: “Piero Gheddo, inviato speciale ai confiini  estremi della fede”, Prefazione di Andrea Tornielli,  EMI 2016, pagg. 224 + 16 pagg. di foto – Euro 14. Mi permetto di usare  una delle migliori recensioni del volume. Non la pubblico per vanità, ma perché dalle molte lettere che ricevo, capisco che fa del bene, sparge semi di Vangelo nei lettori. Ne ringrazio il Signore Gesù. E ringrazio pure l’amico Pietro Piccinini per questo straordinario articolo. Piero Gheddo.

librogheddo

 

L’unica notizia che conta

ottobre 8, 2016 – Pietro Piccinini,vice-diretore del settimanale Tempi

Viaggi, avventure, drammi e intuizioni di padre Piero Gheddo, missionario-cronista del Pime, sessantatré anni da “inviato speciale ai confini della fede”.

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola

È bene precisare, come fa Gerolamo Fazzini nell’introduzione, che questo libro non è stato scritto per «esaltare o, peggio, mitizzare» padre Piero Gheddo. Ma quello che è giusto è giusto, perciò: grande padre Gheddo. Inviato speciale ai confini della fede sarebbe di per sé l’autobiografia del più importante giornalista italiano vivente, visto che questo missionario del Pime si è girato ottanta paesi extraeuropei, ha scritto letteralmente migliaia di articoli per alcune tra le più importanti testate cattoliche e laiche del nostro paese, ha firmato a occhio e croce un centinaio di libri, molti dei quali tradotti in più lingue, è stato testimone diretto, “in prima linea” come si dice, di molte delle enormi tragedie che hanno sconvolto l’ultimo mezzo secolo, dalla guerra in Vietnam all’apartheid in Sudafrica, dal genocidio in Cambogia a quello in Ruanda, dalla rivoluzione comunista di Cuba alle dittature militari in Sudamerica, solo per citarne alcune.

E perché, invece, un cronista del genere non è venerato come un guru del quarto potere? Perché fondamentalmente padre Gheddo ha trascorso sessanta e passa anni di missione a inseguire una sola notizia. L’unica che valesse la pena di essere inseguita. Quella che sfugge regolarmente a tutti i colleghi. La notizia: Gesù Cristo. Il Suo impatto sulle persone, sui popoli, sulla storia. È andato a cercarlo sotto le bombe e tra gli affamati. È andato a pescarlo in mezzo alla foresta amazzonica, fin dentro alla capanna sperduta di un missionario quasi eremita.

È un pioniere, padre Gheddo. Da tempo ha intuito verità e osservato fenomeni di cui nemmeno oggi “la civiltà” sembra ancora rendersi conto, ha scritto cose che a noi serviranno molti anni per arrivare solo ad ammettere. Già negli anni Cinquanta, per esempio, avvertiva che l’Africa si stava ribellando a “mamma” Europa, e che si sarebbe salvata, letteralmente, solo convertendosi. Perché se c’è una cosa di cui Gheddo può dire di avere le prove, è che il progresso dell’uomo inizia grazie all’incontro con Cristo, non all’elemosina dei ricchi. Il cronista del Pime lo ha visto succedere mille volte sotto i suoi occhi, nel libro ci sono decine di episodi. Le persone «sentono la diversità fra vivere con Cristo e vivere senza Cristo. Questo li rende entusiasti e pronti a fare grandi sacrifici per servire la Chiesa», gli ha detto una volta un missionario nel Borneo.

Commovente la storia del «villaggio paria» di Beddipally, India, anno 1964. Per padre Gheddo era «il mio primo e forse unico “Battesimo di massa”: 190 catecumeni da battezzare fra grandi e piccini (62 li ho battezzati io)». Recatosi là con altri due missionari e quattro suore, trovò il «povero villaggio di capanne di paglia e di fango» tutto quanto «in festa, i paria raggianti di gioia: danze, canti, pifferi, flauti, tamburelli, festoni di carta colorata alle porte e alle finestre». Peccato che «i non cristiani dei villaggi vicini, gente di casta e proprietari terrieri», non vedessero di buon occhio il “balzo in avanti” dei diseredati, e il giorno dopo, all’alba, «armati di bastoni hanno picchiato tutti, uomini, donne, vecchi, bambini; poi hanno distrutto numerose capanne e sporcato i muri della cappella-sala comunitaria». I missionari si offrirono di denunciare l’accaduto alla giustizia, ma si sentirono rispondere così: «Padre, noi non vogliamo vendetta. Tu ci hai detto che il Battesimo è il più grande dono di Dio e che la Croce è il segno di chi segue Cristo. Ecco, noi vogliamo soffrire qualcosa in silenzio per ringraziare Dio del Battesimo. Non andare dal giudice, aiutaci e ricostruiremo tutto noi, ma senza chiedere punizione per i nostri persecutori. Non ci hai detto tu che dobbiamo perdonare le offese ricevute, come ha fatto Gesù?».

Scandalo, censura, false accuse

In un mondo che si crede progredito e invece è sempre più inselvatichito, la notizia di Cristo servirebbe più del pane. Quante volte lo ha ripetuto padre Gheddo, anche su Tempi, pieno di dolore quando invece tanti missionari preferiscono dedicarsi all’acqua pubblica. «A dispetto di molti drammi nel mondo, divento sempre più ottimista per il futuro», dice. «Vedo gli sterminati popoli che devono ancora ricevere l’annunzio della “buona novella” e soffro per l’indifferenza di troppi cristiani di fronte al problema primario: portare l’annunzio di salvezza a tutti gli uomini. Ma vedo anche con chiarezza che Gesù Cristo col suo Vangelo è sempre più l’unica via di salvezza per tutti».

Ha dato fastidio padre Gheddo? Certo che lo ha dato. Innanzitutto agli stessi cattolici. Come quando, nel 1972, pubblicò su Mondo e Missione il celebre servizio “A scuola dalle giovani Chiese”. «Le molte lettere ricevute – ricorda il sacerdote – esprimevano in maggioranza sconcerto e anche scandalo per quel titolo e i contenuti dello studio: pareva impossibile che noi, dopo duemila anni di cristianesimo, dovessimo andare a scuola da giovani cristiani senza alcuna esperienza di fede, di vita cristiana, di teologia, di esegesi biblica. Credo che oggi siamo un po’ tutti convinti che le giovani Chiese possono insegnarci molto. Non perché i battezzati delle missioni siano migliori cristiani di noi. Forse sono più peccatori di noi; ma è altrettanto certo che a noi manca l’entusiasmo della fede e lo spirito missionario che loro hanno. Cosa potrebbero insegnarci? Anzitutto questo: bisogna ripartire dall’annunzio di Cristo, in modo semplice, elementare, esperienziale, molto concreto».

Padre Gheddo scandalizza perché racconta quel che vede. Senza arzigogoli, scrive pane al pane. Ha il coraggio di riconoscere i frutti insperati prodotti dalla teologia della liberazione in America latina perché ne è stato testimone sul campo, pur non smettendo mai di ricordare i danni prodotti da chi ha ridotto la fede cattolica alla continuazione della lotta di classe con altri mezzi. Ha contribuito a “sdoganare” nella Chiesa Hélder Câmara, il “vescovo delle favelas” di Olinda e Recife, Brasile. Durante il Concilio Vaticano II padre Gheddo, «impressionato» dalla potenza di quella personalità, ottenne con lui un’intervista per l’Osservatore Romano, che però finì censurata, essendo all’epoca il prelato brasiliano in odore di marxismo. Oggi Gheddo, che nel frattempo quella intervista l’ha pubblicata in un libro, parla con nonchalance della censura subìta e spiega: sono sempre stato convinto che Camara fosse «strumentalizzato dalle sinistre marxiste» interessate a metterlo contro la Chiesa, quando invece era un vero «uomo di Dio». Attualmente è in corso per lui una causa di beatificazione.

Ma Gheddo ha dato fastidio soprattutto a tanti colleghi giornalisti e intellettuali, ostinato com’è nel raccontare quel che vede invece di quel che “deve”. Svelò la menzogna genocida dei khmer rossi in Cambogia, voce quasi unica in un’Italia di piombo dove «non solo non si poteva credere ai crimini comunisti, ma non li si poteva nemmeno raccontare». Tra l’altro si beccò per questo gli attacchi di Tiziano Terzani e l’accusa di essere pagato dalla Cia da parte dell’Unità. Considerato fino ad allora un progressista, divenne «reazionario» e «fascista». Forse perché il suo interesse esclusivo per la verità gli ha levato anche ogni indugio ad ammettere gli errori. Nel libro riconosce di essersi lasciato mezzo abbagliare dalla rivoluzione culturale in Cina, per poi scoprire il vero volto del regime maoista. Anche a Cuba nel 1970 fu costretto dai fatti a rivedere un giudizio quasi positivo sulla revolución castrista. Ovviamente per questo subì «insulti e minacce», ricorda, «ma a me basta sapere che dico la verità di quel che ho visto».

«Noi preghiamo, gli altri zitti»

Negli stessi anni, comprese prima degli altri che razza di regime stavano instaurando i vietcong. Mentre nelle piazze italiane riecheggiavano i salaci inni sessantottini a Ho Chi Minh, padre Gheddo riusciva a inoltrarsi «vestito da prete» in zone del Vietnam che i cronisti occidentali, dagli alberghi di Saigon, nemmeno si sognavano di raggiungere. Nelle missioni cattoliche il sacerdote del Pime sentiva fischiare proiettili e schegge di bombe sulla testa, e scopriva che «nessuno voleva essere “liberato” dai vietcong».

La prima autobiografia di padre Gheddo è un grande libro di avventure. «La mia missione è stata e ancora è un giornalismo appassionato e militante», scrive lui. 87 anni di età, 63 di sacerdozio desiderato fin da bambino, una vocazione alla missione «infiammata» dai racconti di padre Clemente Vismara pubblicati su Italia Missionaria, e anche un po’ da Sandokan, padre Gheddo è uno che nel 1959 sale su un aereo «carico di turisti italiani» diretto a Milano da Londra, e nel mezzo di una tempesta, mentre a bordo è in corso una scena di panico apocalittico, quasi strappa di mano alla hostess il microfono e grida: «Sono un sacerdote missionario, ho anch’io paura come voi e forse più di voi. Il comandante ci assicura che l’aereo è sicuro, ma forse ci dà maggior sicurezza sapere che siamo tutti nelle mani di Dio. Chi vuole pregare, preghi con me, gli altri facciano silenzio: “Padre nostro che sei nei cieli…”».

Da don Luigi Giussani dice di avere imparato il concetto che «se la fede in Cristo non crea, oltre che un “uomo nuovo” in noi, una “cultura nuova” e un “mondo nuovo”, non conta nulla». Il fondatore di Cl, ricorda Gheddo, «metteva con forza, noi ragazzi e giovani preti, di fronte alla bellezza e alla forza della fede, ma anche alla responsabilità di aver ricevuto da Dio questo dono di cui tutti hanno bisogno. (…) Non avevo mai sentito una testimonianza così appassionata di quello che significa il mio essere cristiano e prete».

L’incontro con Madre Teresa

A Madre Teresa dedica un intero capitolo. Se l’opera della piccola suora albanese in favore degli ultimi fra gli ultimi è diventata così famosa, in parte è merito di padre Gheddo, che era entrato al Pime sognando di essere destinato proprio all’India. È stato uno dei primi giornalisti in assoluto a incontrare a Calcutta le Missionarie della Carità. Scrive: «Talvolta per dialogare con le religioni si tende a mettere in ombra la persona di Cristo, uomo-Dio morto in Croce per salvare l’umanità, perché Cristo “fa difficoltà”. Si preferisce parlare di “valori” del Vangelo (pace, perdono, dignità di ogni uomo, giustizia, solidarietà). Si predica il messaggio tacendo del messaggero, si parla del Regno ignorando il Re. Tutto questo rischia di ridurre l’evangelizzazione a un’attività sociale e caritativa. Madre Teresa va controcorrente. La sua vita e quella delle suore testimoniano la fede in Cristo contemplato nell’Eucaristia, amato come un fratello in ciascuno dei poveri. A chi le chiedeva il senso del suo impegno per i poveri diceva: “Noi non siamo assistenti sociali, noi ci muoviamo per Cristo che sulla Croce dice: ‘Ho sete!’. La missione quindi, prima di essere opere di bene da fare, è partecipare alla “sete” di Gesù e rendere presente il suo amore per ogni uomo”. Questo ritorno all’essenziale della missione attira molto i giovani. Madre Teresa dimostra che c’è una straordinaria convergenza e consonanza fra Cristo e il senso dell’umano, al di là di ogni razza, lingua, età, religione e cultura. Ogni uomo, conoscendo Madre Teresa, capisce e sente che in lei c’è tutto quello a cui lui aspira, capisce che lì c’è Dio. E ogni uomo, anche quelli che si dichiarano atei (e non lo sono), aspira a conoscere Dio».

Ora che ha una certa età, il più grande giornalista italiano è costretto a rinuciare ai suoi viaggi. Scrive ancora, ma la sua missione adesso non è più girare il mondo, è darci dentro con la preghiera. Ha scritto a Tempi qualche giorno fa: «Capisco che il buon Dio mi vuole ancora un po’ attivo, dato che posso pregare, soffrire (“La sofferenza è la forma più alta della preghiera”, diceva il venerabile Marcello Candia), scrivere e parlare». Invia regolarmente a questo giornale suoi contributi e testimonianze raccolte dai colleghi del Pime sparsi nel mondo. Ogni volta si impara una cosa nuova. Ogni volta è una notizia. Anzi, la notizia. Grande padre Gheddo.

Monday 24 October 2016 09:25

L'asse Italia-Usa, senso e rischi di un'intesa

​L’incontro alla Casa Bianca tra Barack Obama e Matteo Renzi testimonia l’abituale, ottimo stato delle relazioni tra Stati Uniti e Italia e allo stesso tempo certifica la relazione speciale tra il presidente americano uscente e il premier italiano. Cogliendo l’opportunità offertagli dall’ultima cena di Stato, a poche settimane dal voto che designerà il suo successore, Obama non ha certo lesinato i complimenti a Renzi. Anzi, ha persino voluto sostentare la perfetta sintonia personale tra lui e "Matteo" sui temi dell’accoglienza ai migranti, dell’importanza della crescita economica e delle riforme necessarie a velocizzare l’attività di governo per portarla in linea con i tempi che corrono.


Più di così, Renzi non poteva sperare di ottenere, tanto più in una fase per lui assai delicata, tra un referendum costituzionale che potrebbe perdere e una manovra economica per il 2017 di cui, come al solito, non si conoscono i dettagli neppure dopo che essa è stata licenziata dal Consiglio dei ministri; ma sulla quale la Commissione europea già storce il naso per «l’euforia contabile» che sembra contraddistinguerla. E infatti, Renzi ha subito rassicurato «Barack» circa la piena e convinta adesione italiana alle operazioni militari sostenute dal Pentagono: dall’Iraq all’Afghanistan alla Libia. In fondo, all’Italia, è questo che l’America ha sempre chiesto, sin dalla Guerra del Golfo del 1990-91: fornire soldati e appoggio politico allo sforzo comune. E tutti i governi italiani che si sono succeduti nell’ultimo quarto di secolo hanno sempre e costantemente acconsentito alle richieste d’Oltreoceano, a prescindere dalle rispettive coloriture politiche.



Al netto della particolare sintonia personale tra i due protagonisti della cena, questo è il dato costante che va tenuto presente perché esprime la continuità della nostra relazione transatlantica. Nei giorni scorsi, più di un osservatore ha suggerito l’idea che, ora che con la Brexit il Regno Unito è fuori dall’Unione, gli Stati Uniti siano alla ricerca di un altro "pivot" all’interno della Ue, un Paese sicuramente dal "rango" inferiore a quello britannico (che ancora dispone di un diritto di veto in sede Onu), ma proprio per questo più desideroso di poter vantare ed esibire una relazione speciale con l’America e comunque dalla lealtà atlantica ferrea. Ma quale utilità avrebbe per Washington un simile partner? Nell’ipotesi più benevolente esso potrebbe costituire una sorta di facilitatore delle relazioni, non sempre semplici, tra Washington e Bruxelles. In particolar modo, coccolare il più piccolo (e fragile) dei tre "grandi" dell’Unione, consentirebbe di evitare che la ritrovata e obbligatoria sintonia tra Parigi e Berlino possa anche solo implicitamente allentare l’allineamento tra Bruxelles e Washington.
Sul tappeto c’è il dossier russo, su cui Renzi in altre sedi era stato molto critico, ma sul quale Francia e Germania hanno dimostrato nel vertice in "formato Normandia" di qualche giorno fa di essere disposte a seguire Washington. Ma c’è soprattutto il Ttip, il trattato commerciale transatlantico, nei cui confronti sia Berlino sia Parigi stanno frenando, mentre invece il governo italiano continua a mostrare granitiche certezze. L’ipotesi più maliziosa è che, proseguendo su questa china, l’Italia possa essere pensata come un "guastatore" all’interno della ex fortezza europea, in grado di intralciare l’azione egemonica tedesca, ovvero della seconda grande economia esportatrice al mondo dopo quella cinese.



È un’ipotesi molto azzardata, che non tiene conto della storica entusiastica adesione dell’Italia al progetto europeo. E però difficile non constatare come Renzi stesso non abbia esitato un solo minuto a cogliere l’opportunità di attaccare l’Unione, la Commissione, la Germania e la signora Merkel già dal suolo americano, allo scopo di iniziare la schermaglia sulla sua legge di stabilità sull’onda del maxi endorsement di Obama.
L’incontro alla Casa Bianca tra Barack Obama e Matteo Renzi testimonia l’abituale, ottimo stato delle relazioni tra Stati Uniti e Italia e allo stesso tempo certifica la relazione speciale tra il presidente americano uscente e il premier italiano. Cogliendo l’opportunità offertagli dall’ultima cena di Stato, a poche settimane dal voto che designerà il suo successore, Obama non ha certo lesinato i complimenti a Renzi. Anzi, ha persino voluto sostentare la perfetta sintonia personale tra lui e "Matteo" sui temi dell’accoglienza ai migranti, dell’importanza della crescita economica e delle riforme necessarie a velocizzare l’attività di governo per portarla in linea con i tempi che corrono.



Più di così, Renzi non poteva sperare di ottenere, tanto più in una fase per lui assai delicata, tra un referendum costituzionale che potrebbe perdere e una manovra economica per il 2017 di cui, come al solito, non si conoscono i dettagli neppure dopo che essa è stata licenziata dal Consiglio dei ministri; ma sulla quale la Commissione europea già storce il naso per «l’euforia contabile» che sembra contraddistinguerla. E infatti, Renzi ha subito rassicurato «Barack» circa la piena e convinta adesione italiana alle operazioni militari sostenute dal Pentagono: dall’Iraq all’Afghanistan alla Libia. In fondo, all’Italia, è questo che l’America ha sempre chiesto, sin dalla Guerra del Golfo del 1990-91: fornire soldati e appoggio politico allo sforzo comune. E tutti i governi italiani che si sono succeduti nell’ultimo quarto di secolo hanno sempre e costantemente acconsentito alle richieste d’Oltreoceano, a prescindere dalle rispettive coloriture politiche.



Al netto della particolare sintonia personale tra i due protagonisti della cena, questo è il dato costante che va tenuto presente perché esprime la continuità della nostra relazione transatlantica. Nei giorni scorsi, più di un osservatore ha suggerito l’idea che, ora che con la Brexit il Regno Unito è fuori dall’Unione, gli Stati Uniti siano alla ricerca di un altro "pivot" all’interno della Ue, un Paese sicuramente dal "rango" inferiore a quello britannico (che ancora dispone di un diritto di veto in sede Onu), ma proprio per questo più desideroso di poter vantare ed esibire una relazione speciale con l’America e comunque dalla lealtà atlantica ferrea. Ma quale utilità avrebbe per Washington un simile partner? Nell’ipotesi più benevolente esso potrebbe costituire una sorta di facilitatore delle relazioni, non sempre semplici, tra Washington e Bruxelles. In particolar modo, coccolare il più piccolo (e fragile) dei tre "grandi" dell’Unione, consentirebbe di evitare che la ritrovata e obbligatoria sintonia tra Parigi e Berlino possa anche solo implicitamente allentare l’allineamento tra Bruxelles e Washington.
Sul tappeto c’è il dossier russo, su cui Renzi in altre sedi era stato molto critico, ma sul quale Francia e Germania hanno dimostrato nel vertice in "formato Normandia" di qualche giorno fa di essere disposte a seguire Washington. Ma c’è soprattutto il Ttip, il trattato commerciale transatlantico, nei cui confronti sia Berlino sia Parigi stanno frenando, mentre invece il governo italiano continua a mostrare granitiche certezze. L’ipotesi più maliziosa è che, proseguendo su questa china, l’Italia possa essere pensata come un "guastatore" all’interno della ex fortezza europea, in grado di intralciare l’azione egemonica tedesca, ovvero della seconda grande economia esportatrice al mondo dopo quella cinese.


È un’ipotesi molto azzardata, che non tiene conto della storica entusiastica adesione dell’Italia al progetto europeo. E però difficile non constatare come Renzi stesso non abbia esitato un solo minuto a cogliere l’opportunità di attaccare l’Unione, la Commissione, la Germania e la signora Merkel già dal suolo americano, allo scopo di iniziare la schermaglia sulla sua legge di stabilità sull’onda del maxi endorsement di Obama.

Un’inversione di 180 gradi rispetto al "quadretto di Ventotene", fortissimamente voluto e organizzato da Renzi stesso a Brexit ancora calda... Al di là delle considerazioni di stile, si tratta di un gioco pericoloso. Innanzitutto perché Obama è, politicamente parlando, un’anatra zoppa (il cui appoggio nei referendum oltre tutto non sempre porta bene, chiedere a David Cameron per avere ragguagli) e non è per nulla detto che Hillary Clinton (per tacere di Donald Trump) vorrà confermare la linea del suo predecessore, che peraltro in politica estera può esibire ben modesti successi.

 

Ma è pericoloso soprattutto perché, oggi e ancor più domani, la relazione con la Germania è ben più cruciale di quella con l’America per la solidità, il benessere e persino la sicurezza italiana. Giocare l’una contro l’altra dimostrerebbe una miopia estremamente grave. A partire dai dossier che più stanno a cuore al premier, immigrazione e flessibilità, sui quali tutto l’entusiastico appoggio di Washington non vale un’unghia della più piccola apertura da parte di Berlino.

Monday 24 October 2016 09:24

Via dall’insaziato idolo

La fede biblica è liberazione. L’alleanza con YHWH è stata soprattutto la grande strada per fuggire dalla schiavitù degli imperi. Sta qui molta della portata innovativa e rivoluzionaria della Bibbia: accettare di allearsi con un Dio altissimo, invisibile, impronunciabile, tutto spirituale, è stata la via per non diventare sudditi di re e faraoni troppo visibili, materiali, pronunciabili e pronunciati. Schiavi di sovrani dal nome detto e ripetuto in ogni angolo del regno, la cui immagine era riprodotta in mille statue che disegnavano il paesaggio dei loro imperi. Riconoscere che solo YHWH è signore è stata una pedagogia straordinaria per imparare la vera laicità della politica e della vita civile e quindi riconoscere la natura idolatrica degli imperi, delle comunità, delle famiglie (dove per non trasformare i nostri figli in idoli stupidi dobbiamo rinunciare a pensarli, volerli e "crearli" a nostra immagine e somiglianza).
 
Il Dio biblico è distinto da Cesare perché Cesare non è Dio e non può mai diventarlo. Al massimo potrà conquistare lo status di idolo. Gli idoli sono molto meno di Dio, sono molto meno dell’uomo. L’idolatria è sempre rimpicciolimento di Dio, ma è ancor di più rimpicciolimento dell’uomo. La profezia, proteggendo YHWH dall’idolatria, ha protetto noi dal diventare immagine di feticci. Ecco perché essa è soprattutto un messaggio antropologico rivolto alla donna e all’uomo di ogni tempo: "non rimpicciolirti, non diventare copia di cose troppo meschine: tu vali molto di più". Non deve stupire, allora, che il libro di Isaia, aperto dalla critica radicale agli idoli, termini il ciclo del cosiddetto "primo Isaia" ancora con l’idolatria. Il re Ezechia fu giusto e quindi anti-idolatra: «Egli eliminò le alture e frantumò le stele, tagliò il palo sacro e fece a pezzi il serpente di bronzo... Egli ebbe fiducia in YHWH» (Secondo Libro dei Re, 3-5).
 
Questo re giusto sta ora per affrontare la sua crisi più grande. La superpotenza assira, dopo aver occupato i vari regni della regione, si accinge a conquistare anche Gerusalemme. Il re Sanherib invia una delegazione per chiedergli la resa. I grandi ufficiali siriani parlano e toccano il cuore della fede di Israele: «Non vi inganni Ezechia dicendo: "Il Signore ci libererà! Forse gli dèi delle nazioni sono riusciti a liberare ognuno la propria terra dalla mano del re d’Assiria?"» (Isaia 36,18). Il messaggio degli ambasciatori assiri è dunque molto chiaro: il vostro Dio è come quello dei popoli che abbiamo già conquistato. È impotente come loro. La vostra fede-fiducia è vana, è solo illusioni, stupidità, scemenze. E quindi così si rivolgono ai tre funzionari di Ezechia: «Riferite a Ezechia: "Così dice il grande re, il re d’Assiria: Che razza di fede-fiducia è quella nella quale confidi?"» (36,3).
 
Gli assiri parlano lo stesso linguaggio religioso di Israele. Vogliono una resa volontaria, interiore, libera. Gli imperi sanno che non conquistano mai un popolo finché non gli conquistano l’anima, finché non lo convincono che la sua fede è una stupidaggine per offrirgli la propria più intelligente. Quel siniscalco del re assiro mostra anche di conoscere il nome il Dio di Israele, YHWH, e dice di parlare in suo nome (36,10). Come i falsi profeti. E come tutti i falsi profeti si dimostra subito idolatrico equiparando YHWH agli idoli. È sempre stata questa la bestemmia più grande nella Bibbia, persino peggiore di quella che pronuncia chi nega l’esistenza di Dio: chi pensa "Dio non c’è" è semplicemente "stolto" (Salmo 14), ma chi lo confonde con gli idoli è idolatra. Per questa ragione teologica profonda Ezechia non accetta il "turpe commercio" che gli assiri gli offrono, e ne smaschera la finta religiosità. Così Ezechia, ascoltato il racconto dei suoi messaggeri, si straccia le vesti, si mette il sacco, e si reca nel tempio. E prega: «Porgi, Signore, il tuo orecchio e ascolta; apri, Signore, i tuoi occhi e guarda. (...) È vero, Signore, i re d’Assiria hanno devastato le nazioni e la loro terra, hanno gettato i loro dèi nel fuoco; quelli però non erano dèi, ma solo opera di mani d’uomo, legno e pietra: perciò li hanno distrutti». (37, 17-19). La sua è una preghiera splendida, grandiosa, perfetta. Rinnova la sua fede diversa, e invita YHWH ad ascoltare, ad aprire i suoi occhi, a guardare.
 
A "svegliarsi". La prima preghiera nei tempi della prova è un grido per svegliare Dio. Per poter continuare ad avere fede in Dio quando non interviene, occorre credere che stia "dormendo", perché se non fa nulla e non dorme allora o non è Dio o è morto. Il "sonno di Dio" è stato molte volte la salvezza della fede di chi sperimenta l’ingiustizia nel suo silenzio.
 
La Bibbia ci sta allora dicendo che Dio ha bisogno del nostro grido per mostrarsi Dio. Perché l’impotenza diventi onnipotenza c’è bisogno della nostra preghiera-grido. Solo se Dio non è idolo può svegliarsi, udire, guardare, vedere, perché gli idoli sono muti, sordi, cerchi; non dormono perché sono morti da sempre. Poi Ezechia manda emissari da Isaia per ascoltare la sua parola. Il re riconosce che il suo ministero regale è insufficiente in quel momento decisivo per il suo popolo, quando «i bambini stanno per nascere ma non c’è forza per partorire» (37,3) - sono sempre splendide le immagini femminili usate nel libro di Isaia. Sa, perché è un re giusto, che è in gioco l’identità profonda del popolo (la sua fede in YHWH), e quindi deve far ricorso alla profezia, che è risorsa essenziale quando è minacciata l’anima collettiva.
 
Nei tempi ordinari la saggezza del buon governo può essere sufficiente per costruire fortificazioni, bonificare i campi, guidare bene l’economia e i commerci. Ma quando è in pericolo l’identità del popolo, la politica deve saper lasciare il posto alla profezia, perché sono altre le risorse e le "competenze" necessarie. Troppe crisi grandi non si superano perché i politici non hanno l’umiltà di chiedere aiuto ai profeti: perché non li cercano, non li conoscono, non li trovano, o perché, semplicemente, non ci sono più. Sono morti, sono in esilio, sono fuggiti in terre che non uccidono i profeti.
 
Quella volta, però, la profezia non era morta né fuggita da Gerusalemme. C’era Isaia, ed Ezechia lo sapeva, lo conosceva. Era un re giusto. E così lo manda a cercare, ascolta la sua parola, e salva il suo popolo. Isaia ripete le stesse parole che aveva detto molti anni prima a Akaz, un re ingiusto e idolatra: «Non temere», non abbiate paura. È sempre questa la prima parola dei profeti non-falsi. I falsi profeti, invece, aumentano le paure allo scopo di offrire false soluzioni. I profeti tengono per loro stessi le paure e al popolo donano pace, perché sanno che nei tempi della prova occorre dapprima ricostruire la pace dentro le anime, che in preda al timore non riescono ad ascoltare le parole di verità.
 
E poi aggiunge: «Così dice il Signore riguardo al re d’Assiria: "Non entrerà in questa città né vi lancerà una freccia, non l’affronterà con scudi e contro di essa non costruirà terrapieno. Ritornerà per la strada per cui è venuto; non entrerà in questa città"». (37,33-34). E così fu. Gerusalemme non fu conquistata, il popolo non fu deportato. Non sappiamo più ricostruire e narrare la sequenza e la concatenazione storica dei fatti che portarono gli assiri a rinunciare alla presa di Gerusalemme. Il Libro di Isaia e il secondo Libro dei re (capp. 18,19) ci offrono versioni diverse. Ciò che interessa al redattore finale del libro di Isaia è associare la salvezza di Gerusalemme e della nazione alla fede di Ezechia, alla parola di Isaia, e quindi a YHWH. Gli interessava raccontarci, con i dati storici a sua disposizione, lontani e parziali, un passaggio cruciale della storia di Israele, nel quale il popolo, di fronte a una crisi grande, non aveva perso la fede e si era salvato – un racconto scritto e maturato durante l’esilio babilonese, quando il popolo sperimentava il fallimento di quella fede che un giorno li aveva salvati.
 
In Isaia e nei profeti la fede è sempre e indissolubilmente legata alla fiducia e alla salvezza. Fede è avere fiducia che quell’Elohim che aveva parlato ai patriarchi, che aveva rivelato poi il suo nome (YHWH) a Mosè, non è un idolo, ma è vivo e quindi operante nel mondo e nella loro storia concreta, per salvarli. Nella Bibbia la salvezza è pegno della fede. La mancata conquista di Gerusalemme da parte degli Assiri è importante prima di tutto come segno che YHWH è all’opera, e che non si stanno affidando a un dio-feticcio.
 
Ci salviamo finché crediamo, crediamo finché siamo capaci di fidarci e di affidarci e quindi leggere la nostra salvezza come verità della nostra fede. Finché possiamo raccontare che "un giorno" siamo stati salvati per non aver creduto negli idoli, possiamo sempre sperare che "verrà un giorno" in cui un non-idolo ci libererà. L’idolatria è oggi dilagante perché si presenta come laicità, come spirito post-religioso e finalmente adulto, e così non ci accorgiamo che il "feticismo delle merci" è diventata la nuova religione di massa del nostro tempo. Un culto con milioni, miliardi di totem, perché con la scomparsa delle comunità e con il post-capitalismo gli idoli si sono personalizzati, disegnati e prodotti sui gusti del singolo consumatore, sommo e unico sacerdote in un "tempio" vuoto di persone e strapieno di oggetti.
 
Ogni cultura idolatrica è cultura di solo consumo, e ogni cultura di solo consumo è implicitamente idolatrica. È l’idolo il consumatore perfetto e sovrano, mai sazio di merci. In tali società, nel lavoro e nella produzione non c’è né gioia né senso: si lavora solo e sempre da schiavi, per produrre mattoni per innalzare le sfingi e le piramidi del faraone-dio. Siamo tutti scultori e forgiatori di idoli, dentro e fuori le religioni. Finché sulla terra ci sarà un idolo, avremo ancora bisogno dei profeti.

Monday 24 October 2016 07:40

Parola di giustizia

L’odierna Giornata missionaria mondiale si colloca, per una felice coincidenza del calendario, nella fase conclusiva dell’Anno Santo della Misericordia, un evento ecclesiale che, per sua natura, si spinge ben oltre i limiti temporali fissati nella Misericordiae Vultus, cioè dall’8 dicembre 2015 al 20 novembre 2016. In effetti, la Bolla d’indizione del Giubileo spiega chiaramente che si tratta di un’iniziativa dalla forte valenza missionaria il cui dinamismo proietta le nostre comunità verso il futuro. «La Chiesa – ha scritto papa Francesco – ha la missione di annunciare la misericordia di Dio, cuore pulsante del Vangelo, che per mezzo suo deve raggiungere il cuore e la mente di ogni persona» (Mv 12).

Questo, in sostanza, significa che vi è un bisogno impellente di rilanciare, a livello mondiale, l’impegno contenuto nel Mandatum Novum di Nostro Signore, affidato agli apostoli duemila anni fa. Lo si evince anche leggendo il tradizionale messaggio che il Papa ha redatto per la Gmm, laddove ci invita a guardare alla Missione ad gentes «come una grande, immensa opera di misericordia sia spirituale che materiale».


Ecco, allora, che il modo più efficace per dare continuità all’Anno giubilare, stando sempre al messaggio di Francesco, è quello di «uscire, come discepoli missionari, ciascuno mettendo a servizio i propri talenti, la propria creatività, la propria saggezza ed esperienza nel portare il messaggio della tenerezza e della compassione di Dio all’intera famiglia umana». Una Missione, dunque, «Nel nome della Misericordia», come recita lo slogan scelto per la Giornata dalla Fondazione Missio che rappresenta in Italia le Pontificie opere missionarie.

D’altronde, è sufficiente riflettere su quanto sta avvenendo sul palcoscenico della storia dove, quotidianamente, un numero indicibile di uomini e di donne sono ostaggio di logiche perverse in quelle che il Santo Padre, pertinentemente, definisce «periferie geografiche ed esistenziali» del nostro tempo. Si tratta di vittime sacrificali nel contesto della «globalizzazione dell’indifferenza», rispetto alle quali la comunità ecclesiale, nel suo complesso, semplicemente non può essere indifferente.


È sufficiente, ad esempio, riflettere su quanto sta avvenendo in Siria o in Iraq, per non parlare della martoriata regione congolese del Kivu settentrionale o in altre regioni dell’Africa subsahariana, per rendersi conto dell’egoismo che attanaglia l’animo umano. E cosa dire della finanza speculativa che ha acuito a dismisura la divaricazione tra ricchi e poveri, penalizzando l’economia reale e dunque sconvolgendo il cosiddetto "mercato del lavoro"?

Per non parlare del fenomeno migratorio che interpella le società europee e in particolare le Chiese di antica tradizione. Da questo punto di vista è urgente l’impegno di tutti i credenti, non fosse altro per il fatto che nel mondo "villaggio globale" le responsabilità sono condivise.

Ecco perché è fondamentale cogliere, in chiave missionaria, il rapporto tra giustizia e misericordia. Non sono due aspetti in contrasto tra di loro, spiega il Papa nella Bolla di indizione del Giubileo, «ma due dimensioni di un’unica realtà che si sviluppa progressivamente fino a raggiungere il suo apice nella pienezza dell’amore». E poi chiarisce che «per superare la prospettiva legalista, bisognerebbe ricordare che nella Sacra Scrittura la giustizia è concepita essenzialmente come un abbandonarsi fiducioso alla volontà di Dio».

 

Una sfida che richiama, anche se non esplicitamente, l’antica tradizione della remissione dei debiti nei confronti soprattutto dei poveri, di coloro che vivono nei bassifondi della storia. La tradizionale colletta che verrà destinata alle Pontificie opere missionarie, in questo contesto, è il segno di una condivisione, all’insegna della solidarietà, di cui i nostri missionari e le nostre missionarie (membri di istituti o congregazioni, sacerdoti fidei donum e laici) sono i primi interpreti. Numericamente parlando, essi sono passati da oltre 24mila unità del 1990, a circa ottomila di oggi. Il calo è sotto gli occhi di tutti e dice come occorra recuperare lo slancio e l’entusiasmo missionario, nella consapevolezza, come dice papa Francesco, che la Chiesa per seguire il suo Signore deve essere davvero «in uscita».

Saturday 22 October 2016

Non è la cicogna a portare i mammoni

Da tempo ci si chiede come mai in Italia si formano sempre meno famiglie e nascono sempre meno bambini, e ci si interroga su cosa fare per invertire la tendenza. Poi arriva un dato che sposta la questione su un piano completamente diverso, più a monte, e costringe a fare i conti con un problema che ultimamente era stato un po’ accantonato: i giovani adulti non lasciano la casa dei genitori. In cifre, due terzi degli italiani tra i 18 e i 34 anni vivono con la famiglia d’origine.


Attenti a dare giudizi, perché termini come "mammoni" o "bamboccioni" appartengono alla preistoria delle analisi sulla condizione giovanile. Il problema è più serio e questa emergenza generazionale non può essere liquidata con gli slogan, considerato che chiama in causa la cultura di una società e la sua struttura, mentre nella misura in cui diventa un motivo di stagnazione rischia di assumere connotati patologici. Già, perché a qualcuno può sembrare normale restare in famiglia quando il lavoro manca, è poco pagato o è precario, ma se il nostro 67% si confronta con il 34 della Francia e della Gran Bretagna, il 43 della Germania o il 48 della media di 28 Paesi europei, qualche problema dovremmo porcelo.

È veramente solo una questione legata alla crisi? Non sembra: quattro su dieci di coloro che restano in casa coi genitori ha un lavoro full-time, solo il 25% è disoccupato. L’anomalia da primato europeo è ancora più evidente tra i 25 e i 34 anni, quando gli studi dovrebbero essere terminati: gli italiani che vivono con mamma e papà sono più della metà, mentre la quota di chi non ha rescisso il cordone ombelicale crolla a uno su dieci nella vicina Francia, a due su dieci in Germania, ed è di dieci punti inferiore persino in Spagna.
Qui non stiamo parlando di mettere su famiglia o avere figli. Siamo a un livello molto precedente. I giovani adulti non escono di casa nemmeno per andare a vivere da soli, nemmeno per conquistarsi un minimo di autonomia e divertirsi con gli amici. Il dato forse più preoccupante è la caduta della spinta all’indipendenza nei giovani maschi, a riprova che la dimensione culturale è prevalente: tre su quattro di chi non se ne va sono uomini.


Noi sappiamo che posti di lavoro stabili, abitazioni a costi accessibili e prospettive di fiducia nel futuro sono le condizioni di base per favorire la costituzione di nuove famiglie, o quantomeno incominciare a spezzare i legami con quella d’origine e tentare di affrontare l’avventura della vita. Ma sappiamo anche che spesso sono bassi livelli di autostima nell’adolescenza o una scarsa attitudine alla responsabilità a produrre alti tassi di fragilità sociale e occupazionale in futuro. Quando un giovane confida ai sondaggisti di desiderare un certo tipo di vita, magari un matrimonio felice o una prole numerosa, siamo sicuri che abbia gli strumenti per realizzare i suoi sogni? Che cioè sia convinto di essere in grado di farcela e disposto ad assumersi la responsabilità necessaria a diventare adulto, con il peso delle difficoltà che questo comporta?


"L’Italia non è un paese per giovani" è il ritornello che accompagna ogni valutazione di questa anomalia tutta italiana. Lo ha ricordato bene anche l’ultimo rapporto Caritas nel mettere in luce come negli ultimi anni la povertà sia aumentata per gli under 35 e sia calata per chi ha più di 65 anni. E lo rammentano ogni giorno le misure di politica economica che premiano la rendita delle generazioni più anziane a discapito delle misure a favore di chi si impegna in una famiglia. O la filosofia di un welfare che spinge a vivere sulle spalle dei genitori e dei nonni e a dipendere dai loro aiuti, anziché favorire l’emancipazione e l’autonomia di chi è diventato adulto.


Eppure insistere solo sulla dimensione pubblica è limitante. C’è un tratto privato molto forte da considerare, e che richiama il tipo di educazione impartita in famiglia, il compito dei padri e delle madri che si ridefinisce in una stagione di abdicazione dei ruoli. A che serve uscire di casa se in fondo non vi è alcuna differenza col restare? Se la famiglia di origine può essere a scelta una comunità di parenti o una compagnia di amici? O una meravigliosa cellula di protezione dalle difficoltà del mondo esterno?


L’aumento del numero di genitori che socializza le lettere con cui difende la prole dai compiti impartiti dagli insegnanti, o di coloro che accompagnano i figli nelle aule universitarie o ai colloqui di lavoro ci dice che l’anomalia italiana non è destinata a venire meno in breve tempo. Con tutto quello che comporta in termini di sviluppo di una società.

Saturday 22 October 2016 07:49

Non sottovalutare il disagio d'Europa

Il gran nodo dei confini, delle identità e delle diversità L’ancora recente quindicesimo anniversario dell’attacco alle Torri Gemelle di New York ha stimolato anche in Italia una serie di commenti e reazioni sul tema del terrorismo internazionale, animati in molti casi da ottiche diverse rispetto a quelle prevalenti negli ultimi mesi sul tema degli attentati nel cuore dell’Europa e legate al futuro dell’Unione Europea e alle connessioni con i flussi migratori irregolari di migranti. Ad esempio sono stati sollevati seri interrogativi, puntualmente confermati dai pesanti fatti di cronaca in Minnesota e a New York, in merito alla presunta sconfitta negli Usa del pericolo terroristico.


Senza entrare nel merito di questioni lontane da noi, viene spontaneo chiedersi se sia plausibile pensare che il campo di azione si sia davvero spostato dall’America all’Europa, e quanto contino nello sviluppo della situazione in ambito europeo rispettivamente le dinamiche geopolitiche mondiali e le problematiche interne all’Europa stessa, dalla Brexit, alla costruzione di 'muri' e alla ricostruzione delle frontiere per arginare i flussi irregolari, all’integrazione degli stranieri, al disagio sociale, alle diseguaglianze economiche e al dialogo etnico-religioso. Da un punto di vista mondiale si impongono il tema dei confini, politici ma anche culturali, e quello a esso strettamente legato dell’identità. Che tipo di identità hanno in prevalenza oggi i popoli e gli individui? Locale, nazionale, federata, globale? Si sta andando verso una «identità plurima» e «poliglotta», in tutti i sensi, dal linguistico al comportamentale, al valoriale? E ciò avviene nel rispetto della diversità e con consapevolezza delle implicazioni e dei rischi? In tema di confini, l’alternativa tra allargare e chiudere le frontiere, dalla nazione alla macroregione, al continente, al mondo, e viceversa, sembra essere ormai scavalcato da una 'apertura senza confini', che caratterizza la cosiddetta globalizzazione, e che viviamo tutti ogni giorno nella comunicazione, nei consumi, nel lavoro.


L’ipotesi delle macroregioni e delle aggregazioni sovranazionali – di cui quella europea, ma anche quella mediterranea sono tra le più interessanti – ha allora ancora un senso? I recenti avvenimenti della Brexit e dei 'muri' hanno portato alla luce le contraddizioni insite nel processo di superamento dei confini. Come ha scritto recentemente lo storico geopolitico Manlio Graziano: «Sotto i confini del Vecchio Continente riaffiora l’antica eredità di alcuni blocchi geopolitici rivali: carolingio, mediterraneo, bizantinoottomano, prussiano, asburgico. E poi quello britannico (...) Il passato rimosso ora torna a premere (come al Brennero), con effetti centrifughi che ricordano la dissoluzione della Jugoslavia di Tito». Una argomentazione interessante rispetto alla fenomenologia del 'chiudere le porte ai diversi'.


Da un punto di vista europeo si impone la questione dei valori sottostanti il processo di integrazione europea e il rapporto tra Europa e mondo, in particolare il mondo dei più poveri. Un’altra rievocazione recente, quella di Altiero Spinelli e del Manifesto di Ventotene, ci fa riflettere su uno dei punti principali di quel documento e della azione politica di Spinelli, Rossi e Hirschmann per una Europa unita: il superamento degli egoismi e delle chiusure nazionali attraverso una unione sovrannazionale e di continente. E ci si chiede che fine abbiano fatto quei princìpi. La sensazione che si ha è che vi sia un evidente collegamento tra tutti i temi citati, ma al tempo stesso che il radicalismo che sta alla base di un certo terrorismo abbia molto a che vedere con i nostri problemi interni in ambito europeo, e in particolare con il disagio giovanile e la difficoltà a gestire i «meticciati culturali» che la globalizzazione crea, e con la perdita dei riferimenti ai valori positivi di stampo sociale, umano e spirituale. Questo spiegherebbe sia il fenomeno della «islamizzazione del radicalismo», da alcuni indicato come valvola di sfogo di drammi che hanno origine in Europa e nelle sue aree di maggiore emarginazione, sia quello dei cosiddetti foreign fighters. 


In altre parole, accanto ai fattori esogeni del terrorismo internazionale in Europa, non vi è dubbio che le questioni sociali, la disoccupazione, le disuguaglianze crescenti meritino maggiore attenzione, e assieme a esse i rischi derivanti da un appannamento delle certezze rispetto a temi fondamentali, come quello dei diritti umani e della necessità di studiare e promuovere politiche fondate sul bene delle comunità, sull’umanità e sulla valorizzazione dei valori positivi. Tutte realtà e riferimenti che pure esistono, ad esempio all’interno di movimenti trasversali e reti sociali, che rimangono però per lo più sottotraccia e senza diritto di cronaca.

Thursday 13 October 2016

Come ho conosciuto Marcello Candia

Nel 2016 sono cent’anni dalla nascita del missionario laico che Papa Francesco ha proclamato Venerabile. La Fondazione dott. Marcello Candia ha festeggiato la ricorrenza con un concerto alla Scala: il maestro Chailly ha diretto il Requiem di Verdi. Ecco il mio ricordo di  come ho conosciuto e amato l’industriale italiano che ha speso tutta la vita e i suoi beni per gli “ultimi” dell’Amazzonia brasiliana.

candia

Marcello Candia (1916-1983)

Ringrazio Dio della grande grazia che mi ha fatto di conoscere bene il Venerabile dottor Marcello Candia, ed aver poi scritto la sua biografia dopo la morte (31 agosto 1983), per incarico della famiglia e della Fondazione Candia, che ne continua il ricordo e l’opera di carità.

Marcello era un uomo di vita evangelica fin da giovane. Un suo consulente, il professor Siro Lombardini, in un’intervista per la causa di canonizzazione di Marcello mi diceva: «Aveva un fiuto straordinario per i soldi, tutto quello che toccava diventava oro!». Poteva rimanere a Milano, gestendo l’industria chimica ereditata dal padre. Invece, ha venduto tutte le sue proprietà ed è partito come missionario laico per l’Amazzonia, dove ha vissuto solo 18 anni, dando tutto quel che aveva e tutto se stesso per i più poveri ed umili.
Partì per Macapà nel 1965, a 49 anni, quando il Pime, allora, non mandava in Amazzonia missionari sopra i 35 anni per le difficoltà di ambientarsi in un clima equatoriale costantemente caldo umido e l’estrema miseria dei caboclos e indios.

Sono andato a visitarlo nell’estate 1966. Viveva in una stanzetta nella residenza (in costruzione) del vescovo, monsignor Beppe Maritano, con scatole, borse e baule personali portati dall’Italia ancora nel corridoio, da aprire e sistemare. A Milano ero stato a cena da lui tre volte: viveva in un grande e ricco appartamento, con diverse persone di servizio. In Amazzonia non aveva acqua corrente in stanza, i servizi e la doccia erano in fondo al cortile, e sul muro c’era un rubinetto al quale doveva riempire una brocca d’acqua per lavarsi e farsi la barba. Il pane non c’era tutti i giorni, la carne si vedeva poche volte, perché non c’erano frigoriferi, il formaggio (di cui era goloso) a Macapà non esisteva, il cibo base era: riso (quando c’era) e la mandioca bollita (che ha il gusto della segatura).

Mi faceva pena. Gli chiesi se si stava adattando alla vita di missione. Mi disse: «Quando mi viene la nostalgia della mia casa a Milano, penso a tutte le miserie che vedo ogni giorno fra i lebbrosi e i poveri di Macapà e mi ripeto: chi ha molto ricevuto deve dare molto. Io ho ricevuto moltissimo, incomincio a rendere qualcosa a questi poveri che mi circondano e dovrò dare tutto».
Marcello, innamorato di Gesù Cristo, vedeva nei poveri e nei lebbrosi l’immagine di Cristo: si inginocchiava di fianco a loro, li baciava, amava stare con le persone più umili.

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1. L’ospedale e il ciclone

Un giorno del 1966 lo accompagno a visitare alcuni ammalati di lebbra di Macapà che sono ancora nelle loro capanne (in seguito li porterà nel lebbrosario di Marituba). C’è una vecchietta già sfigurata dalla lebbra, accudita dalla figlia in una capanna dove il fetore di carne marcia e di pus toglie il respiro. Dopo pochi minuti devo uscire all’aperto. Marcello si inginocchia accanto al letto dell’anziana signora, le parla e prega con lei.
Quando esce, gli dico che l’ammiro per quel gesto così spontaneo ed eroico. Risponde: «Vedi, se con l’aiuto di Dio non mi sforzassi di vedere Gesù in tutti i poveri che incontro, ritornerei subito in Italia. Pregando chiedo sempre questa grazia. Non è facile vivere qui, ma questa è la via che il Signore mi ha indicato e la percorro con la gioia che mi viene da Dio».

Candia era il santo della carità cristiana, ma a me è apparso subito, fin da quella prima visita, come il santo della Croce. Stava costruendo il più grande ospedale dell’Amazzonia (a quei tempi), una costruzione monumentale e maestosa. In una cittadina di 25.000 abitanti com’era Macapà nel 1965 (oggi sono 600.000!), in buona parte ancora formata da capanne di fango e paglia o casupole di legno (anche la casa dei missionari del Pime era di legno), con 20-25 case in muratura a uno o due piani. L’ospedale di Candia a due piani (in cemento armato) misurava 120 metri di lunghezza sulla pubblica via e 97 metri di profondità.

Quando arriva a Macapà nel giugno 1965, il giorno dopo è già al lavoro per l’ospedale, la cui costruzione l’aveva iniziata monsignor Pirovano tre anni prima. Non poteva studiare e conoscere il portoghese, ma era di esempio a tutti per le virtù che esercitava in modo esemplare: umiltà, spirito di sacrificio, pazienza, fedeltà alle preghiere e soprattutto la convinzione e l’entusiasmo che metteva in ogni sua azione. Lavorava veramente per Dio e non per se stesso. Quando l’ho visitato nel 1966, si era già affermato come un sant’uomo e, a parte le critiche per l’ospedale, lo ammiravano, ne erano edificati. Marcello, fin dall’inizio, aiutava nella costruzione di chiese, sosteneva il giornale e la radio cattolica e altri progetti dei missionari. Aveva molto di suo, ma si accorse subito che, in Amazzonia, le spese erano molto superiori del previsto.

Nel dicembre 1966, Marcello ritornò a Milano e iniziò la sua “campagna invernale” per l’animazione missionaria. Noi che gli eravamo vicini, parlavamo del “Ciclone Candia” in arrivo, ci preparavamo ad accettarlo, come si accetta un fenomeno naturale – un ciclone, appunto -, contro cui non c’è rimedio. Il cataclisma, però, era di natura benefica. Ma quando Marcello era in arrivo bisognava tenersi liberi per accompagnarlo in una continua girandola di incontri – che il Centro missionario Pime gli procurava (cioè il direttore, padre Giacomo Girardi) – in parrocchie e scuole, seminari e centri culturali, interviste con giornalisti, in radio e Tv, volantini e opuscoli da preparare, articoli da scrivere. Marcello finanziava questo lavoro con generose offerte per la stampa e il Centro Pime.

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2. «Piero, ricordati, la fede non basta mai!»

E poi, diciamo la verità, piaceva e faceva bene, a noi giovani missionari del Pime, portare in giro un “santo”, presentarlo, sentirlo parlare, vedere la commozione che suscitava nella gente. Una volta l’ho portato a Rai Uno. Il giornalista che lo intervistava, presentandolo, dice:

«Lei è innamorato dei poveri e dei lebbrosi, ci racconti di quando è andato nel lebbrosario di Marituba».
«Scusi», risponde Marcello, «io non sono innamorato dei lebbrosi. Sono innamorato di Gesù Cristo, che mi aiuta a vedere in ogni lebbroso e in ogni povero Gesù in Croce. Questo spiega tutta la mia vita».

Il suo spirito di sacrificio era esemplare. Dopo il 1973, quando è venuto ad abitare nella nostra comunità di missionari (nel secondo Centro missionario di via Mosè Bianchi a Milano), ci imbarazzava mica male con i suoi ritmi di lavoro e di preghiera. Lavorava dalle 12 alle14 ore al giorno, tutti i giorni. Dormiva pochissimo, eppure era sempre sorridente con tutti. Non l’abbiamo mai visto prendersi una giornata di riposo, alla sera non vedeva il telegiornale, andava subito in stanza per fare una telefonata urgente (aveva una sua linea telefonica e le sue telefonate erano tutte “urgenti”!). Le sue giornate erano travolgenti.
Un pomeriggio d’inverno, con neve e gelo, dovevo portarlo a Piacenza per un incontro, e saremmo tornati dopo mezzanotte. Entra in auto premendosi le due mani contro il petto per il mal di cuore. Gli dico: «Marcello, non puoi venire col mal di cuore. Stai a casa, vado io e parlo per te, ci vediamo domani». Niente da fare, vuol venire lui. In genere recitavamo il Rosario, ma quella sera non si sente bene e dice: «Ripeto la giaculatoria che mi ha insegnato mia mamma: “Signore, aumenta la mia fede”». Io gli rispondo: «Marcello, tu di fede ne hai tanta, hai venduto tutto e spendi tutto per i poveri. A Milano non hai più una tua casa…». E lui, sempre tenendosi le mani premute sul petto replica: «Piero, ricordati, la fede non basta mai!».
Aveva tanta fede. Una volta gli chiedo: «Non pensi che tu moltiplichi le tue opere e come farai poi a mantenerle?». Lui risponde: «Non mi pongo questo problema. Io lavoro per il Signore, quindi ci pensa lui».

Marcello si definiva «un semplice battezzato»: non apparteneva ad alcuna associazione o movimento ecclesiale. Aveva preso sul serio il suo Battesimo. Era un uomo libero, con una spiritualità profonda ma elementare (pur essendo tre volte laureato), che s’è santificato con le preghiere del “Manuale del buon cristiano”: recitava tutti i giorni a memoria “Le Preghiere per la buona morte” e altre. Gli bastava poco per mettersi in contatto con Dio, con Gesù e lo Spirito Santo, con la Madonna di cui era devotissimo. Quando si immergeva nella preghiera non voleva essere disturbato, erano i suoi tempi, dai quali traeva la forza di andare avanti in una vita frenetica per moltiplicare le opere di bene.

Il primo viaggio a Macapà è del 1950 (poi a Milano lo chiamano “il dottor Macapà”) e per 15 anni si prepara per andare con Pirovano e realizzare l’ospedale, programmato e poi iniziato dal vescovo Pirovano. Ma, quando lui arriva in Amazzonia nel giugno 1965, Pirovano è da tre mesi superiore generale del Pime e il vescovo Maritano (un sant’uomo anche lui, che gli voleva bene davvero), arriva a Macapà sei mesi dopo Marcello. Lui rimane solo ad affrontare un mondo che gli rimane estraneo, lo ostacola, come le autorità militari, in quel tempo di dittatura militare (iniziata nel 1964), che sospettavano avesse un secondo fine: lo sorvegliavano, lo umiliavano, non gli davano i permessi necessari, eccetera.

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Eppure, la santità di Marcello si impone in pochi anni in Italia e in Brasile. Negli anni riceve molti premi e riconoscimenti dal nostro Paese. Nel 1980 Giorgio Torelli pubblica Da ricco che era, di cui sono state vendute 120.000 copie in pochi anni (circa 50.000 diffuse dal Centro missionario Pime di Milano), Marcello Candia diventa «il missionario italiano più conosciuto e più amato». Non solo, Torelli crea il mito di “Marcello il leggendario”. Il suo libro penetra nelle case come un amico, parla al cuore della gente, entusiasma, interroga, mette in crisi, suscita rimorsi o rimpianti, dà a tutti il senso della bontà e della grandezza di Dio. Il personaggio “leggendario” è creato, Marcello ha lasciato una traccia profonda di cristianesimo vissuto ed ha ricevuto con gioia una quantità di offerte, donazioni, lasciti, eredità.

Da quel lancio iniziale, la Fondazione Candia ha dichiarato più volte che, anche dopo la sua morte, il vero miracolo di Marcello è che gli aiuti ricevuti dai suoi amici e devoti hanno continuato ad aumentare. Tanto che, dalle 14 opere nel Brasile dei poveri che Candia aveva lasciato, la Fondazione ne ha iniziate altre ed è giunta a finanziarne una trentina.

In Brasile Candia diventa ben presto una personalità conosciuta e stimata a livello nazionale, pur vivendo in un angolo sperduto dell’Amazzonia. Nel 1971 il Presidente del Brasile, generale Garrastazu Medici, conferisce a Marcello il “Cruzeiro do Sul” (Croce del sud), la massima onorificenza nazionale data ai benemeriti della nazione e per la prima volta ad uno straniero. Nel 1975, il più importante settimanale illustrato brasiliano, Manchete, gli dedica un lungo servizio intitolato “L’uomo più buono del Brasile”, con questa motivazione: «Il nostro Paese è terra di conquista per finanzieri e industriali italiani. Molti vengono da noi ad impegnare i loro capitali allo scopo di guadagnarne altri. Marcello Candia, ricco industriale milanese, vive in Amazzonia da dieci anni, vi ha speso tutte le sue sostanze, con uno scopo ben diverso: per aiutare gli indios, i caboclos, i lebbrosi, i poveri. L’abbiamo eletto l’uomo più buono del Brasile per l’anno 1975».

Sono ritornato per la quinta volta in Amazzonia nel gennaio-marzo 1996. Rivedo il lebbrosario di Marituba, l’ospedale e le altre opere costruite e finanziate da Candia a Macapá e Belem, parlo con tante persone. Gli incontri più belli sono quelli di Marituba, dove i lebbrosi che hanno conosciuto Candia, tredici anni dopo la sua scomparsa (là dove la vita dura molto meno che in Italia), non sono più molti. Ma il ricordo di lui si tramanda dall’uno all’altro, Marcello è diventato una figura mitica anche per i ragazzi delle scuole. Il lebbroso Adalucio, di grande saggezza umana e cristiana, più volte eletto capo dei lebbrosi di Marituba, mi dice: «Marcello non solo ci ha aiutati economicamente e con le opere sanitarie e sociali, ma ci ha voluto bene: in lui vedevamo l’amore di Dio anche per noi lebbrosi, rifiutati da tutti».

Chiedo ad Adalucio perché lui e gli altri lebbrosi considerano Candia un santo e lo pregano per ottenere grazie. Risponde: «Perché faceva tutto per amore di Dio. Non aveva nulla per sé, non cercava nulla per sé, ma tutto per gli altri, i poveri, gli ammalati, i lebbrosi. Era eroico nella sua donazione al prossimo. Lui ricco, colto e importante nel mondo, veniva a spendere la vita fra noi che non potevamo dargli nulla in cambio. E non per un motivo umano, altrimenti non avrebbe resistito, sarebbe rimasto deluso: ma solo per amore di Dio. Noi pensavamo: se lui è un uomo così buono, quanto più dev’essere buono Dio!».

3. La causa di canonizzazione

L’eredità più bella e intramontabile che Marcello ha lasciato non sono le opere, pur ottime e provvidenziali, ma il ricordo della sua santità e gli esempi della sua vita eroica per servire i più poveri. La Chiesa lo studia per proporlo, a un miliardo e più di cattolici e poi al mondo intero, come modello di cristiano che ha vissuto il Vangelo in modo integrale, per servire i poveri, gli ultimi. E chiede da Dio un “segno” straordinario che confermi la santità di Marcello, cioè il cosiddetto “miracolo”, in genere una guarigione da grave malattia, inspiegabile alla scienza medica. Occorre quindi che i devoti di Marcello Candia non si accontentino di ammirarlo e di aiutare le sue opere, ma si propongano di imitarlo nelle sue virtù e lo preghino per ottenere grazie per sua intercessione.

Il 12 gennaio 1991 (otto anni dopo la sua morte), il cardinale Carlo Maria Martini istituisce il tribunale diocesano per l’inizio della sua Causa di canonizzazione (ne ero il Postulatore) e afferma: «È un modello di laico impegnato, coraggioso, capace di prendere sul serio la parola di Gesù, che ha messo la sua professionalità a servizio degli ultimi. È dunque per noi un testimone straordinario, un cristiano esemplare, un modello nel nome del quale vorremmo avviarci verso il terzo millennio per incominciarlo con speranza». L’8 febbraio 1994, chiudendo il processo diocesano, dirà: «La Chiesa ambrosiana esprime ufficialmente il desiderio di poter un giorno annoverare tra i suoi santi e beati questo suo figlio».

Il lungo cammino della causa di canonizzazione termina l’8 luglio 2014, quando la Congregazione dei Santi promulga il decreto sul riconoscimento delle virtù eroiche del Servo di Dio dottor Marcello Candia, che diventa Venerabile. Manca solo un “miracolo”, riconosciuto come tale, per la beatificazione. Questo è il tempo delle preghiere per chiedere grazie per sua intercessione. Marcello è sepolto nella sua chiesa parrocchiale dei Santi Angeli custodi in via Colletta a Milano, in un semplice ma solenne mausoleo, per iniziativa della Fondazione dott. Marcello Candia, che ha sede nei locali della parrocchia.

Quando Marcello Candia, a Dio piacendo, verrà elevato alla gloria degli altari, sarà un santo tipico del nostro tempo: industriale di successo, ha dimostrato che anche un ricco può diventare un santo, usando i  capitale e le tecniche manageriali non per servire i propri interessi, ma per il prossimo più povero e abbandonato. La biografia di Marcello Candia: P. Gheddo, “Marcello dei Lebbrosi ”, Prefazione di Giorgio Torelli, De Agostini Novara, 5° edizione 1994, pagg. 328 + 32 pagg. di fotografie, Euro 20. Il Card. Carlo Maria Martini ha scritto: “Suggerisco la lettura di Marcello dei Lebbrosi. Emergerà non solo la commovente storia della sua santità, ma anche la geniale intraprendenza con cui la carità ha animato la vita sociale milanese”. Il volume, purtroppo, è praticamente esaurito.

 

Friday 23 September 2016

Parole del Papa sui musulmani

Cari amici, sono stato ad Assisi e ho partecipato all’incontro interreligioso di preghiera per la pace. In questi ultimi tempi, come sapete, ci si è messa anche la politica a fare scelte scismatiche, com’è noto e come attestano le felpe leghiste su Benedetto XVI.

Per confermare certe tendenze più patologiche che scismatiche (e qui non mi riferisco certo a Salvini e ai leghisti, ma a chi quotidianamente attraverso scritti “ispirati” educa tanti lettori e fan ad odiare il Papa) ricordo queste parole papali sull’islam, che faranno di certo indignare e rabbrividire molti esperti di dottrina e molti collaboratori esterni del Sant’Uffizio.

“Cristiani e musulmani, abbiamo molte cose in comune, come credenti e come uomini. Viviamo nello stesso mondo, solcato da numerosi segni di speranza, ma anche da molteplici segni di angoscia. Abramo è per noi uno stesso modello di fede in Dio, di sottomissione alla sua volontà e di fiducia nella sua bontà. Noi crediamo nello stesso Dio, l’unico Dio, il Dio vivente, il Dio che crea i mondi e porta le sue creature alla loro perfezione”.

“È dunque verso Dio che si rivolge il mio pensiero e che si eleva il mio cuore: è di Dio stesso che desidero innanzitutto parlarvi; di Lui, perché è in Lui che noi crediamo, voi musulmani e noi cattolici, e parlarvi anche dei valori umani che hanno in Dio il loro fondamento, questi valori che riguardano lo sviluppo delle nostre persone, come pure quello delle nostre famiglie e delle nostre società, nonché quello della comunità internazionale”.

Parole gravi, eh! “Noi crediamo nello stesso Dio”… Certo che “questo Papa non ci piace”, ha davvero passato il segno. Che ne diranno quei prelati irritati per i credenti islamici che sono venuti a testimoniare nelle chiese la loro vicinanza dopo l’assassinio del padre Hamel? Ah, dimenticavo, “Non è Francesco”. Sono parole pronunciate da Giovanni Paolo II, a Casablanca, il 19 agosto 1985. Papa e pure santo. Soprattutto dimenticato…

Saturday 17 September 2016

Missionario-giornalista agli estremi confini della fede

In questi giorni è nelle librerie:  “Piero Gheddo, inviato speciale agli estremi confini della fede” (Prefazione di Andrea Tornielli, EMI, 2016 con inserto fotografico a colori, euro 14,00). È il libro  voluto dalla Direzione generale del Pime e ho obbedito con qualche resistenza, ma oggi mi accorgo che è un buon strumento di evangelizzazione. L’ho scritto con l’aiuto dell’amico giornalista di “Credere” e “Avvenire”, Gerolamo Fazzini.

Quando rileggo i miei 87 anni, non solo ringrazio il Signore Gesù di avermi chiamato a seguirlo fin dalla più giovane età, ma mi stupisco di quante innumerevoli grazie mi ha fatto, ad esempio di entrare nel Pime, quando tutto si opponeva a questo, come ho scritto nel primo Capitolo. Eppure il Pime era ed è proprio l’Istituto adatto per me e per valorizzare i doni che Dio mi ha dato. Ho 87 anni, ma il buon Dio mi mantiene lucidi la testa (la fede) e il cuore (il fuoco della passione per la missione alle genti) e mi dà anche tanta voglia di vivere. Posso ancora pregare, soffrire (la sofferenza, portata con Gesù, è la forma più alta della preghiera), scrivere e parlare.

Quand’ero giovane sacerdote (ordinato dal beato card. Schuster il 28 giugno 1953) dovevo partire per l’India, ma i superiori decisero diversamente. Così, la mia missione è stata e ancora è un giornalismo appassionato e militante. Migliaia gli articoli scritti per testate cattoliche e laiche; un centinaio i libri pubblicati (il primo è del 1956, quando nasceva l’EMI), moltissime conferenze e presenze a Radio Maria e in Radio e Televisioni. Ringrazio il Signore che dal 2001 il fondatore e direttore degli “Amici di Lazzaro” di Torino, Paolo Botti, mi fa gratis il mio sito internet (www.gheddopiero.it ),  dove si trovano gran parte dei miei scritti, l’elenco dei libri, i viaggi, le foto, le notizie sulla Causa di beatificazione dei miei genitori, i servi di Dio Rosetta e Giovanni Gheddo. Senza il materiale raccolto da questo sito, il racconto della mia vita sarebbe stato impossibile.

Nei miei viaggi di visita alle giovani Chiese missionarie sono stato in circa 80 Paesi extra-europei,  spesso testimone in prima linea delle più terribili e tragiche pagine del Novecento, di cui scrivo in questo libro: la Rivoluzione culturale in Cina, la guerra in Vietnam e i profughi di Vietnam e Cambogia, l’apartheid in Sudafrica, le dittature militari in Sudamerica, la guerra civile in Angola, Mozambico e Sri Lanka, il genocidio in Ruanda, la guerra tribale in Uganda, la distruzione della Somalia, la fine del Cile socialista di Allende, l’eterna dittatura della Cuba di Fidel Castro, ecc.

Ma la mia missione era ed è un’altra. Partivo per visitare i missionari e le giovani Chiese e spesso mi dicevo: «Piero, tu stai vivendo gli Atti degli Apostoli». Ho scoperto che il Vangelo produce sempre frutti buoni e lo Spirito Santo, là dove nasce la Chiesa, soffia dove e come Lui vuole. Ho riscoperto un mio “Servizio speciale” di “Mondo e Missione” del 1972 intitolato “Imparare dalle giovani Chiese”, a quel tempo molto contestato e discusso. Pareva impossibile e anche assurdo che noi, cattolici da duemila anni e ricchi di tesori di studi biblici e teologici e di migliaia di Santi e Padri della Chiesa, dovessimo imparare qualcosa da quei cari e poveri “cristianucci” appena nati alla fede. Oggi, Papa Francesco viene da una “Chiesa missionaria” in tutti i sensi, poiché gran parte dei popoli latino-americani hanno avuto la prima evangelizzazione dai missionari europei e nord-americani dopo il 1900 e specialmente dopo il 1946. Così noi comprendiamo molto meglio che dobbiamo imparare dalle giovani Chiese missionarie, dove lo Spirito ispira e realizza un cammino di riforma che ringiovanisce la Chiesa.

Questo dimostro con tantissimi esempi, che ho visto e studiato in India, Corea del Sud, Borneo, Bangladesh, Myanmar (Birmania), Thailandia, Guinea Bisssau, Congo Kinshasa, Mozambico e altri paesi d’Asia, Africa. America Latina e Oceania. Dedico anche parecchie pagine alla “Teologia della Liberazione”, che negli anni Settanta e Ottanta ho combattuto perché spesso adottava l’ispirazione e l’azione marxista-rivoluzionaria per trasformare il mondo secondo giustizia. Ma racconto nel libro, sempre con esempi molto concreti, come questa Teologia, con l’azione dello Spirito, ha anche prodotto e produce buoni frutti.

Noi vediamo la storia dei popoli e la nostra storia personale con i nostri occhi umani, che ci portano al pessimismo. Dobbiamo vederla con gli occhi di Dio, cioè con la fede, che è fiducia nella Divina Provvidenza. Nei Paesi non cristiani, i credenti i Cristo sono spesso i perseguitati, gli incompresi, i disprezzati dal mondo. Ma Gesù ha detto: «Voi siete il sale della terra e la luce del mondo». Infatti le giovani Chiese cooperano alla salvezza della nostra Italia e alla riforma della Chiesa che lo Spirito Santo sta facendo con Papa Francesco.

Più passano gli anni e più divento ottimista per il futuro. Sono crollate o stanno crollando le ideologie atee (soprattutto nazismo, comunismo e maoismo) e visitando i Paesi non cristiani ho visto e racconto questa realtà. Vedo gli sterminati popoli che devono ancora ricevere l’annunzio della Buona Novella, ma vedo anche con chiarezza che Gesù Cristo col suo Vangelo è  sempre più l’unica via di salvezza per tutti. Non nego affatto gli enormi problemi che ci turbano, ma noi non comprendiamo nulla della storia umana, vediamo tanti fatti, siamo sempre informati su tutto, ma non sappiamo giudicarli con il metro dell’eternità, cioè con il metro di Dio.

L’ho spiegato nel Capitolo del libro sulla rinascita della Chiesa in Cina, dopo Mao che pensava di averla distrutta. Non è stato così! La fede autentica ci dice che la storia dell’umanità, come la nostra piccola storia personale e quella millenaria della Chiesa, sono nelle mani di Dio. La mia esperienza di missionario-giornalista racconta questo. Ecco perché sono ottimista: perché mi fido di Dio, ho fiducia nella Provvidenza e vedo che la realtà dei fatti conferma quanto credo per fede.

Tuesday 06 September 2016

Senza bambini l’Italia non ha futuro

Il 22 settembre prossimo in Italia si celebra il “Fertility Day” (Il Giorno della Fertilità), lanciato dal Ministero della Salute per sensibilizzare donne e uomini che dopo i 35 anni c’è un drastico calo delle capacità riproduttive. Le coppie rischiano di perdere la possibilità di avere un figlio, pur desiderandolo. Ottima l’iniziativa del ministro Beatrice Lorenzin, che ha suscitato interesse e dibattiti. E’ venuto alla ribalta il tema che sembrava un tabù: in Italia nascono sempre meno bambini. Al recente Meeting di Rimini, il demografo Gian Carlo Blangiardo, dell’Università Milano-Bicocca, ha presentato questi dati dell’Istat: nel primo trimestre del 2016, rispetto al primo trimestre del 2015 (il quinto anno consecutivo di diminuzione delle nascite), i nati sono ancora diminuiti del 3%  e i morti sono anch’essi diminuiti dell’11%. Questa “la strana demografia italiana”, siamo sempre più un paese di vecchi e di pensionati. Nel 2008 i nati per donna in Italia erano in media 1,47; nel 2015 1,35. Ogni anno noi italiani diminuiamo di circa 100-120.000 unità. Per fortuna abbiamo circa 5 milioni di stranieri legali che ancora hanno molti bambini.

Senza bambini, l’Italia non ha futuro. E’ vero, il governo italiano non ha mai fatto politiche familiari per sostenere le giovani coppie ad avere dei figli (le ha fatte il governo Berlusconi col ministro della salute Giovanardi). C’è un grosso problema economico. Eppure, anche in questa situazione ho conosciuto famiglie cristiane con più di 4 figli e genitori non anziani e non ricchi.

Anna e Nicola Celora (questa la situazione del 2012) abitano a Meda (Milano), insegnanti in scuole medie superiori, si sono sposati nel 1993 e hanno avuto nove figli: Gabriella (nata nel 1994), Veronica (1996), Marco (1999,in Cielo), Carolina (2000), Tecla (2002), Stefano (2003), Matilde (2006), Davide (2007) e Benedetto (2011, anche lui in Cielo). La signora Anna racconta: “Siamo persone comuni, ma educati alla vita cristiana dai nostri genitori e vissuta in parrocchia e in Comunione e Liberazione. Ai tempi dell’Università è nato il nostro amore e dopo due anni di insegnamento precario ci siamo sposati senza fare troppi calcoli, con il poco che avevamo (il viaggio di nozze fatto con l’auto dei genitori). A nove mesi dal matrimonio è nata la prima figlia, poi tutti gli altri. Prediamo i figli che Dio ci manda, pregando e fidando nella Provvidenza, che non ci è mai mancata. Abbiamo cambiato casa due volte, scegliendo appartamenti per una famiglia in continua espansione, anche questo con l’aiuto misterioso ma reale della Provvidenza. Cerchiamo di offrire ai figli la possibilità di fare esperienza della vita cristiana: preghiera, condivisione dei bisogni, vita di comunione con gli amici, poca televisione e tanti libri. Grazie a Dio i nostri figli crescono senza pretese, grati di quello che offriamo loro, che non si riduce solo ai beni materiali. Per i più piccoli si impegnano anche i più grandicelli, si aiutano a vicenda in grande allegria: l’atmosfera della nostra famiglia è di gioia e di ottimismo nella vita. Con due soli stipendi, facciamo una vita spartana, il necessario non manca ma non c’è molto di superfluo, anche i bambini capiscono questo e vengono educati al risparmio, al sacrificio; dormono in letti a castello, i più piccoli crescendo riprendono i vestitini dei più grandi, ecc. Per i primi figli è dura, poi molti aiutano.

I coniugi Susanna e Michele Rizza della parrocchia di Niguarda (Milano), impiegati al catasto di Milano (situazione del 2010), hanno avuto sette figli e 21 nipoti, ma altri sono ancora in arrivo. La signora mi dice: “Quando ho avuto i figli uno dopo l’altro, le amiche mi dicevano: “Poverina!”, nessuna diceva: “Che bello!”. Adesso tutte dicono: “Siete stati fortunati! I molti figli vi hanno mantenuti giovani”. Certo abbiamo fatto una vita austera, ma i figli si educano molto meglio se sono tanti e si abituano a fare a meno di tante cose”.

E’ vero che bisogna insistere affinché lo Stato assista le famiglie numerose (esiste un’Associazione delle famiglie numerose con 4 o più figli!), ma i coniugi cristiani che si fidano della Provvidenza, pregano assieme e prendono i figli che Dio manda. Vivono meglio di altre famiglie e danno una forte testimonianza di vita cristiana. Il 9 maggio 2014, a Buccinasco (Mi) è nata Carolina Maria, l’ottava figlia di Davide Bertani e Marta Ciacci, nati nel 1977 e nel 1978, laureati nel 2001 e sposati nel 2002, che hanno fin dall’inizio deciso di prendere tutti i figli che Dio manda. Eccoli: Benedetta (2003), Giuditta (2004), Maria Chiara (2006), Maddalena (2007), Miriam (2010), Cecilia (2011), Riccardo (2012) e Carolina di quasi due mesi. Anche solo vedere la foto di questi genitori con le 7 bambine e un maschietto allarga il cuore e commuove.

Com’è possibile? Ho parlato con la signora Elisabetta, mamma di Marta. Dice: “Non hanno avuto veri aiuti economici da nessuno, eccetto dai genitori che hanno dato loro una mano per l’acquisto della casa. E poi hanno imparato a usare bene i soldi ed educato i figli ad una vita senza il superfluo verso cui il mondo e il consumismo sfrenato di oggi spingono. Una vita che però è piena di gioia, di affetti e di amore vicendevole. Pregando, si sono fidati di Dio, si sono sacrificati loro e hanno abituato i bambini, fin da piccoli, alle rinunzie e ad una vita di famiglia cristiana che sa andare contro corrente rispetto alle mode mondane. Da anni fanno parte del movimento di Comunione e Liberazione all’interno del quale hanno costruito una rete di amicizie che è un vero sostegno quotidiano”.

La signora Marta mi dice: “Ci siamo sposati a 24 anni, esattamente un anno dopo la laurea. Io ho insegnato sei anni poi ho smesso quando ho avuto la quarta bambina. Mio marito è giornalista e viviamo del suo stipendio. Quattro anni fa eravamo già in sette in un appartamento di 100 metri quadri quando sono rimasta incinta di Cecilia. Stringendo la cinghia e con un altro mutuo (ne abbiamo ancora per vent’anni), siamo riusciti a cambiare casa. Ora abbiamo 4 camere da letto, una cucina bella grande dove possiamo mangiare tutti insieme e una sala accogliente. Per il parto di Carolina ho avuto tante difficoltà e temevo di perderla. Abbiamo fatto una novena a Rosetta e Giovanni Gheddo e Carolina è nata bene, con un mese di anticipo, ma sta crescendo bene. Le nostre figlie sono più autonome di altre della stessa età, hanno imparato presto a cavarsela da sole. I capricci li fanno anche loro (quando piangono tutte insieme vorrei scappare) a volte, bisticciano e se le suonano di santa ragione. Hanno imparato a fare a meno del superfluo, ad aiutare gli altri e poi in casa ci danno una mano con le piccole cose: rifanno il letto, preparano la tavola, buttano l’immondizia e aiutano le più piccoline a lavarsi e prepararsi. Le più grandi a volte vogliono qualcosa di particolare e, se possibile cerchiamo di accontentarle. Le cose nuove si comprano soprattutto con i saldi. Non ci riteniamo affatto diversi dagli altri. Qui attorno ci sono altre famiglie che hanno tanti bambini. Una ne ha dieci (e uno in affido) più grandicelli dei nostri e anche i loro sono molto più vivaci e maturi dei coetanei”. Il parroco di Buccinasco, don Maurizio Braga, mi dice: “Buccinasco è una città giovane. Hanno incominciato le famiglie di CL a fare tanti figli, adesso anche altre, a poco a poco, imitano il loro esempio”.

Il marito e papà Davide mi dice: “I vicini di casa ci aiutano in tanti modi, per  portare le bambine alla scuola statale, vengono volentieri da noi qualche ora per darci una mano. Le mie figlie danno spazio alla loro creatività, creano piccoli oggetti (orecchini, collanine, braccialetti). Benedetta è un pesciolino e a settembre inizierà a fare nuoto a livello agonistico. Giuditta è vicecampionessa regionale di ginnastica artistica e Maddalena lo è a livello provinciale. Stanno trasformando anche casa nostra nella loro palestra… Miriam e Cecilia al momento si accontentano di giocare con libretti, bambole e passeggini, ma già promettono bene anche loro. L’entusiasmo delle sorelle le sta già travolgendo. In questa famiglia praticamente tutta al femminile vogliamo che Riccardo abbia il suo spazio. Il papà lo farebbe giocare sempre a calcio….Siamo una famiglia normalissima. Forse di diverso abbiamo una grande fede e un profondo amore l’uno per l’altro. E soprattutto sappiamo molto bene che noi siamo strumento della volontà di Dio. Il modo migliore per educare i figli è farne più di uno o due, almeno tre o quattro. Nella nostra famiglia, lo dicono tutti, c’è la gioia che è educativa del carattere. Abbiamo sempre pregato assieme. Se non si cerca la comunione con Dio, non è possibile affrontare la vita e rimanere sereni e pieni di speranza, nelle grandi difficoltà e sofferenze d’oggi”.

Wednesday 24 August 2016

La custode del silenzio. Storia di una eremita di città

cover copia

Il mio nuovo libro è la storia di Antonella Lumini, eremita in un antico appartamento nel cuore di Firenze.

Anni fa Antonella ha sentito un richiamo che l’ha spinta su una via già percorsa da tanti eremiti prima di lei.

Dipendente part time presso la Biblioteca Nazionale Centrale dove lavora nel reparto dedicato ai libri antichi, appena rientra nel suo appartamento Antonella chiude la porta e si apre al silenzio.

Lontana dall’idea di rifiutare il mondo, questa donna dall’aspetto fragile, tanto riservata, quanto disponibile all’ascolto e all’accoglienza, dosa con disciplina la connessione a internet e l’uso del telefono.

Le parole che pronuncia sono un balsamo per l’anima di chi va a trovarla, uomini e donne che cercano di dare un senso alla propria esistenza.

Per tre anni sono andato a trovarla, frequentando la sua “pustinia”, il suo deserto privato. Colpito dalla sua dimensione mistica, ho deciso di narrare la sua storia.

Qui puoi trovare un link con una scheda: “La custode del silenzio” su Amazon.

Monday 22 August 2016

L’ipocrisia di chi s’indigna per il burkini

Tra i tanti segnali di decadenza e di impazzimento delle nostre società c’è sicuramente il divieto del burkini su qualche spiaggia francese, e la grande voglia di emulazione di sindaci, politici e politicanti nostrani. Tutti preoccupati per il fatto che quel costume rappresenta un segno di sottomissione maschilista. Peccato che sindaci, politici e politicanti nostrani non s’indignino per le maxi-vendite miliardarie di armamenti all’Arabia Saudita, che i francesi (in questo in buonissima compagnia) hanno perfezionato. Un tempo era un’offesa al comune senso del pudore girare per le spiagge con il seno al vento. Oggi è un’offesa al comune senso di laicità fare il bagno vestiti, perché non ci si vuole scoprire! Ma uno non ha il sacrosanto diritto di andarsene in spiaggia vestito come gli pare? E di fare il bagno vestito come gli pare? E quand’anche queste donne musulmane fossero state indotte a vestirsi così per tradizioni alle quali non sono in grado di ribellarsi, vogliamo per questo vietare loro di fare un bagno e prendersi qualche ora di libertà? In nome di che cosa? Se i Paesi occidentali, invece di dilettarsi con queste ridicole amenità che ledono le libertà fondamentali delle persone, vendessero meno armi ai certi cari alleati, forse si comincerebbe a combattere seriamente l’Isis. Invece di importunare le donne che vanno vestite in spiaggia.

Wednesday 29 June 2016

Le bufale sui due Papi e la realtà

Bastava guardarli, mezzogiorno di martedì 28 giugno, il Papa e il suo predecessore oggi emerito. Bastava soffermarsi sullo sguardo di Benedetto XVI, con il volto sempre più affilato dall’età, quando ascoltava le parole di Francesco. E bastava osservare lo sguardo di Francesco verso il Papa emerito, che al termine della cerimonia per i suoi 65 anni di sacerdozio ha pronunciato un breve ringraziamento a braccio che si percepiva sgorgargli dal cuore.

Le parole pronunciate da entrambi hanno detto molto di più di tante elucubrazioni fanta-teologiche sul ministero petrino «condiviso», di tante arrampicate sugli specchi canonistiche sul «munus» del Vescovo di Roma distinguibile dal suo «esercizio» concreto, di tante teorie complottiste su Benedetto «costretto» a rinunciare e dunque in realtà ancora Papa, che ancora appassionano gruppuscoli pseudo-ratzingeriani sempre più sedevacantisti e i loro corifei.

«Lei, Santità – ha detto Francesco a Ratzinger – continua a servire la Chiesa, non smette di contribuire veramente con vigore e sapienza alla sua crescita; e lo fa da quel piccolo monastero Mater Ecclesiae… dal quale promana una tranquillità, una pace, una forza, una fiducia, una maturità, una fede, una dedizione e una fedeltà che mi fanno tanto bene e danno tanta forza a me ed a tutta la Chiesa. E di lì, mi permetto di dire – ha aggiunto a braccio il Pontefice – viene anche un sano e gioioso senso dell’umorismo». Non essendo più Papa a motivo della sua rinuncia, sulla cui validità, come aveva egli stesso scritto in una lettera pubblicata su La Stampa, «non c’è il minimo dubbio», Benedetto XVI continua a servire la Chiesa pregando e così aiuta il suo successore. Non passi inosservata quell’inciso a braccio di Francesco a proposito dell’«umorismo» che promana dal monastero Mater Ecclesiae: lascia intendere che negli scambi, negli incontri, nelle telefonate e nelle lettere il Papa emerito mostri una capacità distacco e di sana ironia, probabilmente anche rispetto al ruolo che certi suoi ammiratori gli attribuiscono arrivando persino a contraddire la realtà dei fatti.

Quando è stato il suo turno, per un ringraziamento finale, il Papa emerito non ha tirato fuori dalla tasca un foglio con un pensiero scritto, ma ha parlato a braccio, con voce flebile e bassa, ma con la lucidità di sempre.

Ha ricordato la parola in greco, “Eucharistomen”, che 65 ani fa un suo compagno di ordinazione volle stampare sull’immaginetta: grazie! Quindi ha ringraziato in modo particolare Francesco: «Grazie soprattutto a lei, Santo Padre! La sua bontà, dal primo momento dell’elezione, in ogni momento della mia vita qui, mi colpisce, mi porta realmente, interiormente. Più che nei Giardini Vaticani, con la loro bellezza, la sua bontà è il luogo dove abito: mi sento protetto. Grazie anche della parola di ringraziamento, di tutto. E speriamo che lei potrà andare avanti con noi tutti su questa via della Misericordia Divina, mostrando la strada di Gesù, verso Gesù, verso Dio».

Poi, dopo aver ringraziato i cardinali Müller e Sodano, è tornato sulla parola «Eucharistomen», che «ci rimanda a quella realtà di ringraziamento, a quella nuova dimensione che Cristo ha dato. Lui ha trasformato in ringraziamento, e così in benedizione, la croce, la sofferenza, tutto il male del mondo. E così fondamentalmente ha “transustanziato” la vita e il mondo e ci ha dato e ci dà ogni giorno il pane della vera vita, che supera il mondo grazie alla forza del Suo amore».

Guardando ciò che è avvenuto ieri è apparso chiaro agli occhi di tutti l’affetto sincero che Benedetto prova nei confronti del suo successore e, viceversa, l’affetto sincero che il Papa prova per il suo predecessore. Ascoltandoli entrambi, poi, non si poteva non percepire anche la distanza talvolta siderale che esiste tra lo sguardo e l’approccio umile di Ratzinger e quello di tanti sedicenti «ratzingeriani» che ne hanno cementificato l’insegnamento in una visione tutta «Law & Order». Così come una distanza simile esiste tra lo sguardo e l’approccio di Francesco e quello di tanti sedicenti «bergogliani» che ne riducono la testimonianza a slogan e parole d’ordine svuotate di significato e di carne.

Friday 17 June 2016

Il Papa e la morale evangelica

Cari amici, grazie alla trascrizione parola per parola che mi ha mandato oggi un amico, vi propongo la risposta che ieri Papa Francesco, all’apertura del convegno della diocesi di Roma in San Giovanni in Laterano, ha dato a proposito della «doppia morale». Questa la domanda rivolta al Pontefice da una donna laica: «Come si fa a non arrivare a una doppia morale, una esigente ed una permissiva e una rigorista ed una lassista?». È una questione centrale, che entra nel dibattito scaturito dopo la pubblicazione dell’esortazione «Amoris laetitia».

Questa la risposta di Francesco:

«Le due non sono verità, il Vangelo sceglie un’altra strada. Per questo quelle quattro parole: accogliere, accompagnare, integrare, discernere, senza mettere il naso nella vita cosiddetta morale della gente. Per la vostra tranquillità, perché questo devo dirlo, tutto quanto è scritto nell’Esortazione - e prendo le parole di un grande teologo… il cardinale Schönborn, che l’ha presentata – è tomista dall’inizio alla fine, è la dottrina sicura. Ma noi vogliamo tante volte che la dottrina sicura sia con quella sicurezza matematica, che non esiste».

«Sia col lassismo, manica larga, sia con la rigidità… ma pensiamo a Gesù, la storia è la stessa eh, si ripete: Gesù quando parlava la gente diceva: “Ma questo parla non come i nostri dottori, parla come uno che ha autorità”. Questi dottori conoscevano la Legge, ma per ogni caso avevano una legge esplicita, fino ad arrivare quasi a 600 comandamenti. Tutto regolato, tutto no? E il Signore… l’ira di Dio io la vedo in quel capitolo XXIII di Matteo eh, è terribile quel capitolo eh, e soprattutto mi fa impressione quando parla del IV comandamento e dice: “Ma voi, che invece di dare da mangiare ai vostri genitori anziani dite loro: no ho fatto la promessa, è meglio l’altare che voi”. Entrano in contraddizione. E Gesù era così, è stato condannato per odio, perché era così. E gli mettevano sempre il tranello davanti: “Si può fare questo o non si può?”. Pensiamo alla scena dell’adultera. Sta scritto che deve essere lapidata. E la morale è chiara. E non rigida eh, quella non è rigida, è una morale chiara. Deve essere lapidata perché? Perché il sacro [vincolo] del matrimonio, la fedeltà, in questo Gesù è chiaro. La parola è adulterio. È chiaro. E Gesù fa un po’ “lo scemo”, lascia passare il tempo, scrive e poi… “Ma incominciate, il primo di voi che non abbia peccato scagli la prima pietra”».

«Ha mancato la Legge Gesù lì? Sono andati via cominciando da noi, i più vecchi. “Donna nessuno t’ha condannato, neppure io”. E la morale qual è? Era di lapidarla, ma Gesù manca, ha mancato la morale. Questo ci fa pensare che non si può parlare…. la rigidità, la sicurezza, deve essere matematico nella morale come la morale del Vangelo. Poi continuiamo con le donne no? Come quella signora o signorina, non so cosa fosse, incominciò a fare la catechista: “In questo monte o in quello?”… Tuo marito? “Non ne ho” Hai detto la verità. E lei aveva tante medaglie di adulterio, tante onorificenze. È stata lei, prima di essere perdonata, è stata l’apostolo della Samaria».

«Ma come si fa così? Andiamo al Vangelo, andiamo al Vangelo, andiamo a Gesù. Questo non significa buttare dalla finestra l’acqua col bambino, no no! Questo significa cercare la verità. E che la morale è un atto di amore sempre. Amore a Dio, amore al prossimo. È anche un atto che lascia spazio alla conversione dell’altro, non condanna subito lascia spazio. Una volta, ci sono tanti preti qui, ma scusatemi, il mio predecessore no, l’altro, il cardinale Aramburu che è morto dopo del mio predecessore, quando sono stato nominato arcivescovo m’ha dato un consiglio: “Quando tu vedi che un sacerdote è così così, scivola, chiamalo e digli: ‘Mi hanno detto che tu stai in questa situazione quasi di doppia vita, non so’. E tu vedrai che questo sacerdote dirà ‘Non è vero’. Non lasciarlo parlare, digli: ‘Vattene a casa, pensa e torna entro 15 giorni e continuiamo a parlare’. E in quei 15 giorni, così mi diceva lui, aveva il tempo di pensare, ripensare, davanti a Gesù e tornare ‘Sì è vero aiutami’».

«Sempre il tempo. Ma quest’uomo ha vissuto, ha celebrato la messa in peccato mortale 15 giorni! Così dice la morale e lei [si rivolge alla laica] cosa dice? Che è stato meglio? Che il vescovo abbia avuto quella generosità di dare 15 giorni per ripensare col rischio di celebrare la messa in peccato morale, è meglio questo o non lo è? È la morale rigida. Questa l’ho sentita io. Quando noi eravamo in teologia, l’esame per ascoltare le confessioni ad audiendas si faceva al III anno, ma a noi quelli di II avevano permesso di andare ad ascoltare per prepararci. E una volta ad un compagno nostro e stato posto un caso di una persona che va a confessarsi, ma un caso così intricato, del VII comandamento, ma proprio un caso così irreale. E questo compagno, che era normale, ha detto al professore: “Ma padre, questo nella vita non si trova, c’è nei libri”. Questo l’ho visto io eh. Ma per queste cose non andate ad accusarmi dal cardinale Müller per favore».

Friday 27 May 2016

La rinuncia di Ratzinger un anno prima. Era il marzo del 2012 quando disse: “Mi sento monaco”

Immagine tratta da "Il grande silenzio", documentario di Philip Gröning (2005)

Immagine tratta da “Il grande silenzio”, documentario di Philip Gröning (2005)

In questi giorni ho potuto rileggermi l’intervento che Georg Gänswein ha tenuto una settimana fa in occasione della presentazione del volume “Oltre la crisi della Chiesa. Il pontificato di Benedetto XVI” (Lindau 2016) di Roberto Regoli.

Sono tornato in particolare sul passaggio nel quale il segretario di Ratzinger e prefetto della Casa Pontificia parla di come Benedetto XVI ha concepito il suo ritiro dal soglio di Pietro. Gänswein, con parole che hanno sorpreso anche me, racconta di «un ministero allargato», di Francesco «membro attivo» di questo ministero e di Benedetto «membro contemplativo».

Non voglio entrare in disquisizioni teologiche in merito a queste riflessioni, piuttosto semplicemente riportarvi l’incipit di un mio piccolo libro che feci uscire per Giunti poco dopo l’elezione di Francesco (“La Chiesa ferita. Papa Francesco e la sfida del futuro”), nel quale il monaco camaldolese Guido Innocenzo Gargano svela (lo incontrai durante la sede vacante, quando ancora Francesco non era stato eletto) un piccolo segreto riguardante Papa Ratzinger.

Un anno prima della rinuncia Benedetto XVI si recò in visita alla comunità guidata da Gargano a Roma, San Gregorio al Celio. E qui, ai monaci riuniti ad ascoltarlo disse in forma privata e riservata di «sentirsi a casa», e anche di «sentirsi monaco», facendo per la prima volta capire che il suo desiderio era quello di fare un passo indietro per guidare la Chiesa in altro modo, nel silenzio della preghiera. Non so se prima di quella visita Ratzinger avesse mai pensato così chiaramente alla possibilità della rinuncia. Di fatto in quel giorno qualcosa accadde dentro di lui, qualcosa che poi lo portò al ritiro annunciato l’11 febbraio del 2013.

 

Ecco qui di seguito il racconto di quanto avvenne quel giorno, dal prologo del mio libro:

«Sabato 10 marzo 2012. Benedetto XVI si trova su uno dei sette colli di Roma, il Celio, nel monastero dei benedettini camaldolesi dove ha appena incontrato l’arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams.

C’è molto che lega Papa Ratzinger a questa chiesa e al convento. Più di tutto c’è Gregorio Magno, ricco possidente romano che, convertitosi alla vita monastica nel 574-575, trasformò la casa paterna sul Celio in un monastero dedicato a sant’Andrea apostolo. È lo stesso monastero nel quale Ratzinger si trova in visita.

Grande ammiratore di Benedetto da Norcia, Gregorio si dedicò con assiduità alla contemplazione dei misteri di Dio nella lettura della Bibbia. Per lui leggere la Bibbia era entrare in rapporto con Dio, era sentire la voce di Dio.

Non poté dimorare a lungo nel suo convento del Celio poiché, dopo essere stato ordinato diacono, Papa Pelagio II lo inviò presso la corte di Costantinopoli, dove restò per sei anni, e si guadagnò la stima dell’imperatore Maurizio I, di cui tenne a battesimo il figlio Teodosio.

Rientrato a Roma, nel 586, tornò nel monastero sul Celio; vi rimase però per pochissimo tempo, perché il 3 settembre 590 fu chiamato al soglio pontificio dall’entusiasmo dei credenti e dalle insistenze del clero e del senato di Roma, dopo la morte di Pelagio II di cui era stato segretario. Gregorio cercò di resistere alle insistenze del popolo, inviando una lettera all’imperatore Maurizio in cui lo pregava di non ratificare l’elezione, ma il praefectus urbi di Roma, di nome Germano o forse fratello di Gregorio, intercettò la lettera e la sostituì con la petizione del popolo che chiedeva che Gregorio fosse eletto Papa.

Come Papa si dimostrò uomo di azione, pratico e intraprendente (per questo chiamato “l’ultimo dei Romani”), nonostante fosse fisicamente abbastanza esile e cagionevole di salute. Fu amministratore energico, sia nelle questioni sociali e politiche intervenendo a favore dei bisognosi di aiuto e protezione, sia nelle questioni interne della Chiesa.

Benedetto XVI si sente legato a questo Papa. Ma più ancora, si sente legato alla vocazione di Gregorio come monaco, che mai questi ha rinnegato anche negli anni del suo papato. Ratzinger ha preso il nome di Benedetto anche in onore di san Benedetto da Norcia, la cui vita conosce grazie a quanto di lui ha scritto san Gregorio Magno. Il libro II dei Dialoghi di Gregorio è, infatti, interamente dedicato alla figura di Benedetto ed è l’unica testimonianza antica sulla vita del santo monaco, la cui bellezza spirituale appare nel testo in tutta evidenza.

Benedetto XVI è affascinato da Gregorio e dalla regola benedettina. Ha desiderato questa visita non soltanto per motivi ecumenici, la preghiera assieme al primate anglicano Williams, ma anche per un altro motivo: per toccare con mano la spiritualità benedettina che ama nel profondo. Tanto che a pranzo con i cinque monaci che ancora abitano il convento, a sorpresa dice: “Mi sento monaco come voi. Fra i monaci mi sento a casa”.

Nessuno fa caso più di tanto a queste parole. Perché nessuno ancora sa che in cuor suo Benedetto XVI sta maturando (o forse ha già maturato) una decisione storica: la rinuncia al papato, il ritiro per vivere da monaco come probabilmente nel suo intimo desidera da anni.

«Io mi sento a casa fra voi”, dice Ratzinger. Che probabilmente già in quest’occasione sa che è la stessa vita di questi monaci che presto andrà ad abbracciare. Parole che nessuno ha mai saputo egli abbia pronunziato. A confermarle qui è padre Enzo Gargano, per anni priore di questa piccola comunità. Che dice: “La scelta di Ratzinger di ritirarsi è per abbracciare una dimensione diversa. Ha capito che è nella contemplazione che può governare meglio la Chiesa. Esiste una dimensione diversa e che nessuno considera mai, appunto la contemplazione, che permette di guardare le cose in profondità e a chi deve guidare un popolo di farlo nel modo più alto e vero possibile. Perché si lascia che a entrare dentro le cose sia Dio. Si fa un passo indietro e si lascia spazio a Dio”.

È qui, sul monte Celio, in un sabato invernale del 2012, che Ratzinger matura la sua decisione di rinunciare al pontificato. Ma più che una rinuncia al pontificato, la sua decisione sembra essere la volontà di abbracciare la vocazione monacale per la quale si sente fatto. Gregorio divenne Papa nonostante fosse monaco. Ratzinger ugualmente, soltanto che a differenza di Gregorio, monaco lo era nell’intimo del proprio cuore. Per lui lasciare il pontificato è probabilmente compiere fino in fondo la propria vita. Gli andavano stretti i panni del Papa. Ora, invece, può guidare la Chiesa nel modo che ha sempre desiderato: pregando sul monte in solitudine, pregando ritirato come solo i monaci fanno.

E non è un caso che pochi giorni dopo l’annuncio della rinuncia, il cardinale Gianfranco Ravasi, introducendo gli esercizi spirituali per il Papa e la curia romana, abbia rappresentato il futuro della presenza di Benedetto XVI nella Chiesa citando Mosè che sale sul monte a pregare per il popolo d’Israele mentre giù nella valle combatte contro Amalek. “Questa immagine rappresenta la funzione principale per la Chiesa, cioè l’intercessione, intercedere. Noi rimarremo nella valle, quella valle dove c’è Amalek, dove c’è la polvere, dove ci sono le paure, i terrori anche, gli incubi, ma anche la speranza, dove Lei è rimasto in questi otto anni con noi. D’ora in avanti, però, noi sapremo che, sul monte, c’è la sua intercessione per noi”».

Sunday 22 May 2016

Quando Papa Ratzinger soffrì di più. In Gregoriana la presentazione del primo lavoro scientifico sul pontificato di Benedetto XVI

Paolo Rodari e Georg Gänswein

Paolo Rodari e Georg Gänswein

Venerdì sera, in Gregoriana, ho moderato la presentazione del primo libro dedicato a uno studio scientifico del pontificato di Benedetto XVI. Scritto da Roberto Regoli ed edito da Lindau, s’intitola “Oltre la crisi della Chiesa”.

Come relatori c’erano Georg Gänswein, prefetto della Casa pontificia e segretario particolare di Ratzinger, e Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio.

Dell’intervento di Gänswein mi ha colpito quando ha parlato del momento di in cui Benedetto XVI ha sofferto di più. Non fu quando scoppiò Vatileaks, con il tradimento di persone a lui vicine, bensì il momento del «tragico incidente nel quale nel 2010 morì Manuela Camagni, una delle Memores Domini» che lo assistevano in casa. «Soffrì anche per il tradimento di Paolo Gabriele ma, lo ribadisco ancora una volta, non si è dimesso a causa del povero e malguidato assistente di camera né per i Vatileaks. Nessun traditore, o corvo, o qualsivoglia giornalista, avrebbe potuto spingerlo alle dimissioni. Era uno scandalo troppo piccolo rispetto a una decisione così grande».

Dell’intervento di Riccardi mi ha colpito quando ha parlato di Carlo Maria Martini e di come il cardinale arcivescovo di Milano abbia visto con favore, nel 2005, l’elezione di Ratzinger. Pur nella diversa sensibilità teologica i due si stimavano.

Io ho fatto una breve presentazione del libro, raccontando di un colloquio avuto con Regoli due settimane prima della presentazione nel quale l’autore del volume mi ha spiegato i motivi che l’hanno spinto, a così poca distanza dalla fine del pontificato di Ratzinger, a cimentarsi con un libro del genere. Buona lettura.

«Quando ho incontrato Roberto Regoli qualche settimana fa per parlare un po’ di questa serata gli ho chiesto il motivo per il quale ha deciso di scrivere un libro così impegnativo. Perché da storico descrivere un intero pontificato, e un pontificato così singolare soprattutto a motivo del fatto che, terminato il 28 febbraio del 2013, esso in qualche modo continua essendo Papa Benedetto ancora vivo, è davvero un grave impegno.

La risposta che Regoli mi ha dato mi ha molto colpito e credo sia utile riportarvela: mi ha detto più o meno così: “Di un pontificato spesso resta ciò che i primi biografi e i primi storici scrivono di esso. Così ho pensato che avrei potuto, da storico, provare io a dare qualche linea interpretativa, con un lavoro scientifico”. Questa risposta mi ha incuriosito perché in effetti è così: cosa sono stati effettivamente i pontificati di Giovanni Paolo II, di Paolo VI e di Giovanni XXIII e cosa di essi pensiamo a motivo degli studi che su di essi sono stati pubblicati?

È tuttavia evidente che questo lavoro, anche per la vicinanza dal pontificato stesso, non è una biografia di Benedetto XVI quanto, come dice lo stesso Regoli nella sua introduzione, “una bozza della storia del suo pontificato”, una bozza utile per facilitare la messa a fuoco di anni decisivi per il presente e il futuro del cattolicesimo contemporaneo. Il compito insomma che Regoli si è preposto è stato quello di storicizzare, è la prima volta che accade per Benedetto XVI, cioè di leggere il pontificato nel contesto ecclesiale e sociale del periodo in cui si è svolto.

Quale il filo che tiene insieme questa “bozza”? E qual è, quindi, la linea interpretativa di questo pontificato che Regoli ci offre? La risposta, ovviamente, la può desumere ognuno di noi dalla lettura di queste oltre quattrocento pagine. Eppure, a mio avviso, una cosa sembra chiara: il pontificato di Benedetto XVI, secondo Regoli, non dovrà essere ricordato soltanto per la sua imprevedibile conclusione, ma anche per le tante questioni che il Papa ha aperto e che ancora non sono state chiuse. Benedetto XVI, infatti, ha aperto dossier centrali per la vita ecclesiale. Si pensi all’attuazione del Concilio Vaticano II, alle relazioni ecumeniche, al rapporto con le grandi religioni, all’ecclesiologia, con quell’attenzione particolare riservata alla fede in Gesù Cristo in netto regresso soprattutto in Occidente.

Una seconda questione che mi ha colpito del breve colloquio che ho avuto con l’autore qualche settimana fa riguarda la casa editrice. Ho chiesto a Regoli perché avesse scelto Lindau. Mi ha risposto che spesso il limite di questi volumi risiede nel fatto che, pubblicati con una certa casa editrice, non vengono letti perché di essi si presume già di sapere tutto. Cioè: spesso le case editrici seguono una linea ecclesiale – diciamo così – conosciuta e ben marcata e dunque pubblicare con loro, anche se il volume magari si discosta da quella linea, crea un pregiudizio nel lettore. Invece Lindau a detta di Regoli non corre questo rischio perché con essa hanno scritto e scrivono autori di provenienze diverse e questo è il motivo della scelta di Regoli».

Tuesday 12 April 2016

Il progetto di Francesco arriva negli Stati Uniti

La copertina dell'edizione inglese de "Il progetto di Francesco"

La copertina dell’edizione inglese de “Il progetto di Francesco”

Quando nel febbraio del 2014 uscì “Il progetto di Francesco”, un mio libro con padre Victor Manuel Fernandez, teologo argentino amico di Jorge Mario Bergoglio e in qualche misura suo “consulente” teologico, non sapevo quale strada avrebbe percorso.

Soprattutto non immaginavo che, dopo le edizioni in spagnolo, francese, portoghese e polacco, sarebbe arrivata anche un’edizione in lingua inglese per l’americana Paulist Press. È un bel risultato per un libro certamente di nicchia, ma ritengo ancora utile per comprendere nel profondo un Papa preso dai cardinali – così disse lo stesso Francesco affacciandosi alla loggia centrale della basilica vaticana la sera del 13 marzo 2013 – quasi alla fine del mondo.

Ripropongo qui la prefazione del libro, dove spiego perché, poco tempo dopo l’elezione, cercai di mettermi in contattto con Fernandez, fino alla decisione di recarmi a Buenos Aires e scrivere con lui un libro. Buona lettura.

13 marzo 2013. Verso dove Francesco vuole portare la Chiesa? È la domanda che mi sono fatto nei primi giorni di pontificato di Jorge Mario Bergoglio. E dovendo, da cronista, raccontare il pontificato in corso, è la domanda che ho posto fin dalla chiusura del conclave a tutte le persone che per lavoro ho incontrato o sentito. «Voi sapete che il dovere del conclave era di dare un vescovo a Roma e sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo alla fine del mondo… ma siamo qui», ha detto papa Francesco, affacciandosi la sera dell’elezione alla loggia centrale della basilica vaticana. Mi sono chiesto: cosa significa avere un papa che viene dalla fine del mondo? Cosa porterà alla Chiesa? E, soprattutto, dove la porterà?

Giorni dopo l’elezione, ho chiamato un amico vescovo. Avevo intenzione di svolgere un’inchiesta fra i gesuiti e gli ho chiesto il suo parere sulle domande da porre e, in particolare, sul nuovo papa. Mi ha risposto: «Hai letto Il cielo e la terra, il libro che Bergoglio ha scritto con il rabbino Abraham Skorka? Per me sono stati illuminanti i capitoli in cui i due affrontano i temi cosiddetti eticamente sensibili, il matrimonio fra uomo e donna, l’aborto, l’eutanasia ecc. Leggendoli, mi sembra di aver capito che per Bergoglio prima dei princìpi e della loro difesa viene il kerygma, ovvero l’annuncio della buona notizia che è il Vangelo. Mi sembra che questo sia il tratto principale del nuovo papa: i princìpi esistono e non si negano, ma prima occorre annunciare che il Vangelo è amore, misericordia, abbraccio. Insistere troppo sui princìpi non serve e può essere controproducente».

19 settembre 2013. È mattina. Mi trovo a Firenze e squilla il telefono. Mi avvisano che sta per uscire una lunga intervista concessa dal papa a padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica. Mi faccio mandare il testo. Gli spunti sono innumerevoli, ma resto colpito più che altro da un passaggio.

Il papa dice: «Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione». E ancora: «Gli insegnamenti, tanto dogmatici quanto morali, non sono tutti equivalenti. Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L’annuncio di tipo missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus. Dobbiamo quindi trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l’edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte, di perdere la freschezza e il profumo del Vangelo. La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. È da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali».

Sono parole per me illuminanti. Perché confermano che la prima intuizione suggeritami dall’amico vescovo sembra giusta: Francesco mostra di volere una Chiesa che abbraccia e che non esclude. E ritiene che insistere troppo, quasi ossessivamente, sui princìpi, sia una tattica non consonante con il messaggio evangelico. Beninteso, anche i suoi predecessori volevano una Chiesa siffatta. Ma in Francesco questa sottolineatura pare più accentuata.

21 ottobre 2013. Su Repubblica pubblico una pagina d’intervista a Víctor Manuel Fernández, rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina, una delle prime nomine episcopali di Francesco, elevato nel maggio 2013 alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, ha un rapporto di fiducia con il papa che vede in lui un valido consulente. Non a caso fu lui, nel 2007, alla V Conferenza dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida (San Paolo), ad aiutare Bergoglio a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro papa. Pochi come Fernández, dunque, possono aiutare a capire chi sia Francesco e verso dove egli vuole che la Chiesa vada.

Così, a inizio ottobre, lo chiamo a Buenos Aires. Mi risponde una voce cordiale. Gli spiego il mio interesse per il papa, il desiderio di conoscere la sua figura in profondità, le caratteristiche della «sua» Chiesa. Acconsente a che gli invii alcune domande, senza però garantirmi che mi risponderà.

Invece, dopo qualche giorno, mi risponde. Non elude nessuna domanda e a quella per me più importante, ovvero se a suo avviso si può dire che Francesco sia il papa che privilegia la misericordia ai princìpi, risponde così: «L’annuncio del cuore del Vangelo prima d’ogni altra cosa è una caratteristica importante di Francesco, ma è da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Il papa pensa che una Chiesa che vuole uscire da sé stessa e raggiungere tutti debba necessariamente adattare il suo modo di predicare. Soprattutto, egli applica un criterio proposto dal Concilio Vaticano II ma spesso dimenticato e trascurato: la “gerarchia delle verità”.

Francesco ci invita a riconoscere che spesso i precetti della dottrina morale della Chiesa vengono proposti fuori dal contesto che dà loro significato. Il problema maggiore si ha quando il messaggio che la Chiesa annuncia si identifica soltanto con questi aspetti che tuttavia non manifestano per intero il cuore del messaggio di Gesù Cristo…».

E ancora: «Ci deve essere una proporzione adeguata soprattutto nella frequenza con la quale alcuni argomenti o accenti vengono inseriti nella predicazione. Per esempio, se un parroco lungo l’anno liturgico parla dieci volte di morale sessuale e soltanto due o tre volte dell’amore fraterno o della giustizia, vi è una sproporzione. Ugualmente se parla spesso contro il matrimonio fra omosessuali e poco della bellezza del matrimonio. Oppure se parla più della legge che della grazia, più della Chiesa che di Gesù Cristo, più del papa che della parola di Dio».

L’intervista esce su Repubblica il 21 ottobre. L’occasione ci fa conoscere meglio e mi porta a fargli una seconda richiesta: perché non pubblichiamo insieme un libro-conversazione tutto dedicato a Francesco, o meglio al suo «programma»? Con mia grande gioia padre Fernández acconsente una seconda volta. Insieme decidiamo di usare l’esortazione apostolica Evangelii gaudium (EG) come base sulla quale lavorare, avendo ben presente che è stato lo stesso papa a dire che il documento ha un «senso programmatico».

E il risultato, dopo il tempo trascorso assieme a Buenos Aires e un’intensa corrispondenza epistolare, sono le pagine di questo libro, un testo che spero risulti utile per chi vuole comprendere fino in fondo la sfida che il papa venuto «dalla fine del mondo» vuole porre alla Chiesa e, insieme, anche a chi è lontano da una vita di fede.

Evangelii gaudium è un programma di pontificato ampio e accurato. L’esortazione apostolica, infatti, firmata dal papa il 24 novembre 2013, festa di Cristo Re dell’universo, formalmente sarebbe dovuta essere «post-sinodale», ovvero semplicemente un approfondimento delle proposizioni che il Sinodo dei vescovi, svoltosi in Vaticano nel 2012 e dedicato alla nuova evangelizzazione, aveva prodotto. In realtà il documento volutamente non riporta la dizione «post-sinodale», proprio perché è, e vuol essere, molto di più, un testo appunto programmatico. E così, partendo da Evangelii gaudium, è stato per noi semplice ampliare l’orizzonte su un papa così soprendente.

Evangelii gaudium, ovvero la gioia del Vangelo. Sembra essere questa, anzitutto, la direzione. Portare la Chiesa a prendere consapevolezza che il cristianesimo è gioia perché annuncia che Dio è con noi. Una delle azioni maggiormente richieste dal papa è la necessità di «uscire fuori». Uscire dalle proprie convinzioni, comodità, privilegi, idee, per portare il Vangelo di Cristo a tutti senza pregiudizi né preclusioni. Uscire, cambiare, dunque, ripensando daccapo l’intera vita di fede. Il papa non manca di indicare nello specifico alcune riforme e alcuni cambiamenti, esortando «tutti ad applicare con generosità e coraggio gli orientamenti di questo documento, senza divieti né paure». Non è più il tempo della ritrosia. Francesco vuole che tutti, a cominciare dai semplici fedeli, abbandonino «il comodo criterio del “si è fatto sempre così”». Dice: «Invito tutti ad essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità».

Questo libro, dunque, nasce anche dallo stupore per questo testo papale, una vera e propria enciclica, secondo quanto hanno scritto diversi osservatori. Stupore per un papa che decide di mettere per iscritto un programma esigente anche verso sé stesso e la propria persona: «Dal momento che sono chiamato a vivere quanto chiedo agli altri, devo anche pensare a una conversione del papato». Il cantiere che papa Francesco ha aperto con Evangelii gaudium è ampio e può far venire le vertigini. «Tuttavia – scrive Francesco – non c’è maggiore libertà che quella di lasciarci portare dallo Spirito, rinunciando a calcolare tutto, e permettere che Egli ci illumini, ci guidi, ci orienti, ci spinga dove Lui desidera».

Thursday 07 April 2016

La sapienza dello scriba si deve alle sue ore di quiete

Indro Montanelli

Il mio prossimo libro esce a settembre. C’ho lavorato tre anni: mandavo le bozze alla casa editrice che, puntualmente, me le mandava indietro.

Semplifica, taglia, accorcia, mi dicevano. E avevano ragione. Ma che fatica. Eppure, se potessi tornare indietro anche io, farei il medesimo lavoro con tutti gli altri libri che ho scritto. Alcuni, anzi, non li scriverei nemmeno più. Ero inesperto, anche giovane, e il demone della frenesia mi possedeva.

Dovevo scrivere, pubblicare, fare. Complice questo strano lavoro che è il giornalismo che tutti i maledetti giorni esige cose, cose e ancora cose… ero sempre spinto a dare qualcosa. Che stupido che ero. Non avevo ancora capito che aveva ragione il Siracide: «La sapienza dello scriba si deve alle sue ore di quiete; chi ha poca attività diventerà saggio».

L’ho compreso soltanto adesso. Ma non mi condanno per questo. Non posso condannarmi per ciò che ero. Sarebbe ingiusto. Posso solo ringraziare per ciò che sono ora. E molto, di ciò che sono, lo devo alla casa editrice che mi ha seguito, direi plasmato, in questi tre anni: riscrivi, rifai, accorcia, semplifica, mi hanno detto. Non c’è fretta. C’è tempo. Il tempo della giusta maturazione.

E ho obbedito. Uscirà a settembre. Dopo tre anni. Per me è un nuovo inizio.

Thursday 07 April 2016 10:14

Ana Maria Berti, artista amica del Papa, racconta: «Quando la Vergine che scioglie i nodi colpì l’anima di Bergoglio…»

La Madonna che scioglie i nodi custodita nella chiesa di San José del Talar a Buenos Aires

La Madonna che scioglie i nodi custodita nella chiesa di San José del Talar a Buenos Aires

Due anni fa trascorsi del tempo a Buenos Aires per incontrare padre Victor Manuel Fernandez col quale scrissi “Il progetto di Francesco”.

Girai un po’ per la città e conobbi alcuni amici di Jorge Mario Bergoglio. Fra questi, Ana Maria Berti, artista e pittrice locale, che anni fa, conoscendo la devozione del futuro Papa per la “Knotenloeserin”, e cioè per la Vergine che scioglie i nodi, ne dipinse una riproduzione del quadro originale tedesco e la donò alla parrocchia di San Josè del Talar.

L’8 dicembre del 2011 Bergoglio visitò la parrocchia e sottolineò che la rappresentazione della Madonna illustra il fatto che «Dio, il quale distribuisce la sua Grazia a tutti i suoi figli, vuole che noi ci fidiamo di Lei, che le affidiamo i nodi dei nostri peccati per fare sì che Lei ci avvicini a suo figlio Gesù».

L’immagine, attribuita al pittore settecentesco Johann Georg Melchior Schmidtner, si trova nella chiesa di St. Peter am Perlach ad Augusta, nel Sud della Baviera, e rappresenta la Madonna che scioglie i nodi di un lungo nastro che le è offerto da angeli che si trovano alla destra del quadro, mentre altri angeli a sinistra raccolgono il tessuto ormai liscio.

Il sacerdote Bergoglio, in Germania per motivi di studio, fu colpito da quest’allegoria del ruolo di mediatrice della madre di Gesù e decise così di portarla con sé a Buenos Aires, dove iniziò a distribuirla a sacerdoti e fedeli.

Ad Ana Maria ho chiesto di raccontarmi un po’ del suo rapporto con Bergoglio e dell’idea di dipingere la “Knotenloeserin.

Come ha conosciuto il dipinto della Madonna che scioglie i nodi?
«Ho conosciuto la Madonna da una piccola immagine portata da Bergoglio a Buenos Aires da Ausgurg, Germania, dove si trova l’originale».

Perché ha deciso di riprodurlo?
«Me l’hanno chiesto all’Università del Salvatore, a Buenos Aires, in occasione dell’inaugurazione della cappella della stessa Università».

Quante riproduzioni ha fatto e dove sono ora?
«Ne ho riprodotte cinque. La prima si trova come ho detto nella cappella dell’Università del Salvatore a Buenos Aires; la seconda, nella chiesa San Guiseppe del Talar, a Buenos Aires, dove si venera; la terza, nella cappella della Casa del Governo a Buenos Aires; la quarta nel Rettorato della Lumsa di Roma; e la quinta a Santa Marta, dove abita papa Francesco».

Perché, secondo Lei, Bergoglio è così affezionato a questo quadro?
«Questa domanda dovrebbe essere fatta a lui, ma mi prendo il rischio di dare un’interpretazione della probabile ragione per la quale egli ha avuto l’ispirazione di portare l’immagine a Buenos Aires. Penso che il messaggio della composizione del quadro sia molto forte. Si vede Maria che lavora per noi, sciogliendo i nodi in riferimento ai problemi della nostra vita. Con certezza questa immagine ha colpito nell’anima Bergoglio che ha voluto farla conoscere nel suo Paese senza pensare che da Buenos Aires si sarebbe diffusa in tutto il mondo».

Da quanto tempo conosce Bergoglio?
«Da quarant’anni! Allora eravamo molto giovani».

Si aspettava la sua elezione?
«Tutti noi pensavamo che davvero egli meritasse d’essere eletto. Ma pensavamo anche che l’elezione di un Papa non nato in Italia sarebbe stata molto difficile, nonostante egli sia italiano essendo figlio di italiani».

Cosa ha provato la sera dell’elezione?
«Un’enorme emozione e gioia! Quando egli è apparso al balcone tutti piangevamo per l’emozione e la gioia, mentre il nostro cuore batteva forte nel petto. Tutte le campane di Buenos Aires suonavano insieme e tutte le macchine che c’erano nelle strade suonavano i clacson. In questa miscela di sensazioni, nel fondo dal cuore, c’era una certa nostalgia perché già sapevamo che non avremmo più sentito la sua voce, i suoi consigli, il suo aiuto e la sua cara presenza vicina a noi. Pensavamo che era già diventato vescovo di Roma, tanto caro ma tanto lontano da noi. Ma lo Spirito Santo è lo spirito di Dio e, con suoi progetti e misteri, ha l’ultima parola».

Dopo l’elezione ha più sentito Bergoglio?
«Seguiamo da qui tutte le sue attività, le sue parole, e suoi viaggi attraverso la televisione, e sui giornali. Le domeniche lo guardiamo in piazza San Pietro per l’Angelus. Anche lui, a volte, ha l’infinita gentilezza e delicatezza di dedicarci alcuni minuti attraverso delle brevi telefonate, in alcune occasioni molto speciali. Noi lo ringraziamo di cuore perché capiamo che adesso veramente non ha più tempo libero, attento com’è ai problemi di Roma e del mondo. Non si può chiedere di più a quest’uomo che mette l’anima e tutto l’amore possibile in tutto ciò che fa».

Maria che scioglie i nodi è stata dipinta da Johann Georg Schmidlher. Il suo dipinto è venerato nella Chiesa di San Peter Am Perlach ad Asburgo in Germania dal 1700.
Oggi è conservata nel Santuario di “St. Peter am Perlach”, Rathausplatz, 86159, Augsburg, Germania.

Qui si può trovare la storia del dipinto:
La storia del dipinto

Thursday 07 April 2016 10:13

La felicità dipende da noi, e non da Dio. L’attualità di un’esperienza mistica non pienamente ascoltata

Angela Volpini durante un'apparizione

Angela Volpini durante un’apparizione

Il libro più interessante che ho letto negli ultimi tempi è “Visione mistica”, un dialogo fra Raimon Panikkar e Angela Volpini (Jaka Book). Dopo averlo letto viene da chiedersi come sia possibile che l’esperienza mistica della Volpini sia così poco dibattuta nella Chiesa, come sia possibile che il messaggio affidatole da Maria sia – non del tutto ma in parte sì – caduto nell’oblio.

Ma andiamo con ordine. Chi è Angela Volpini?

Come è riportato sul suo sito (angelavolpini.it), Angela è la protagonista di un’esperienza mistica straordinaria, avvenuta dal ’47 al ’56, che ancora bambina la catapultò al centro della cronaca e dell’attenzione di tantissime persone. Angela si distingue nettamente da ogni altra persona che ha vissuto analoghe esperienze di apparizioni della Madonna, per il coraggio e la capacità di rielaborare questa sua esperienza in un pensiero la cui peculiarità principale è quella di aiutare l’uomo a rendersi consapevole delle sue infinite possibilità di sviluppo, e a riconoscere la felicità nella qualità della relazione con gli altri: «È cambiando la concezione del sacro e del divino che l’uomo può cambiare il modo stesso di guardare al mondo e alla sua vita».

Questa differenza la si nota nettamente quando si va in visita a Casanova Staffora, in provincia di Pavia, il piccolo paese dove tuttora vive e dove le apparse Maria. Qui non si trovano santuari stile Lourdes o Medjugorje. Anche perché la gente che qui arriva, se ciò che cerca sono miracoli o manifestazioni esteriori del sacro resterà delusa. La strada che qui Maria ha insegnato è un’altra: la via per raggiungere la felicità sulla terra è dentro l’uomo. Egli è desiderio di bene e di infinito. Solo se accetta il fatto che questo desiderio che ha dentro sia la strada della sua felicità la sua vita si compie. Maria, del resto, così ha fatto: ha seguito il suo desiderio di amore ed è diventata la madre di Dio. Come lei possiamo essere tutti se siamo fedeli al nostro – e sottolineo nostro – desiderio. Dio vuole soltanto che il nostro desiderio si compia ed egli nulla può senza la nostra libertà e creatività. La felicità, insomma, dipende da noi e non da Dio.

Tutto per Angela inizia all’età di sette anni, il 4 giugno del 1947. Racconta: «Mi trovavo con dei miei coetanei a pascolare le mucche nei pascoli del Bocco, una località distante circa mezz’ora dal paese. Ero seduta sull’erba a confezionare dei mazzetti di fiori quando all’improvviso sentii una persona prendermi sotto le braccia, da dietro, e sollevarmi come per prendermi in braccio. Mi girai, convinta di trovarmi viso a viso con mia zia, ed invece mi trovai di fronte un volto di donna bellissimo, dolcissimo e sconosciuto. Mi distanziai per vedere meglio quel volto: era proprio il viso di una donna sconosciuta e di una bellezza mai vista. Non avevo mai neanche immaginato una bellezza e dolcezza simile».

La prima cosa che balza agli occhi da questo racconto è il corpo: Maria fa sentire ad Angela il suo corpo. Racconta: «Quando si è visto quel corpo non si può più sopportare che un corpo venga ferito, umiliato o assassinato. In ogni più piccolo uomo vedi la sua possibile gloria, e non ci sono più buoni o cattivi, perché tutti sono chiamati all’amore».

In sostanza, nel corpo trasfigurato di Maria così come le appare, Angela vede tutti gli esseri umani: ogni uomo – questo il messaggio che Maria le affida – può essere come lei, può diventare ciò che lei è diventata. Non c’è preferenza, non ci sono privilegiati. Tutti possono trasfigurarsi se sono fedeli al proprio, unico e personale, desiderio di amore. Cosa ha fatto Maria che noi invece non riusciamo a fare? Ha creduto che il suo desiderio di amore poteva realizzarsi. Ha creduto che davvero poteva diventare la madre di Dio. Ha creduto e ha voluto.

Spiega ancora Angela: «Durante le apparizioni, vedevo e leggevo in Maria il mio desiderio di pienezza, di amore infinito, e che questo era il desiderio che hanno tutti gli esseri umani nella loro esistenza. Maria è stata Maria precisamente perché ha messo questo desiderio alla base della sua esistenza. Ed è stata sempre fedele a questo suo desiderio d’amore. Fedele sino al punto di rompere con la legge esterna, con la visione esterna di Dio, per recuperarla dentro di sé, dentro questo desiderio, che è desiderio di amore. Ha potuto conoscere Dio com’è veramente: amore. Questo processo che Maria ha vissuto, e che mi ha fatto conoscere come il suo processo di umanizzazione, me lo ha fatto vedere come il nostro possibile. Lo stesso desiderio è presente in noi, e se anche saremo fedeli a questo desiderio potremo giungere alla nostra pienezza umana».

Questo mi sembra un punto centrale nella visione avuta da Angela: la felicità non viene da un Dio esterno che ci obbliga a una data strada piuttosto che a un’altra. Dio è amore e dunque è il nostro desiderio di amore che dobbiamo cercare di realizzare per essere davvero in sintonia con lui. Egli non ci impone nulla, desidera soltanto che noi coi nostri desideri e le nostre aspirazioni ci realizziamo. Siamo liberi di provarci, almeno. Liberi di dire di sì al nostro desiderio, e non a tutto il resto.

Angela dice anche che all’inizio ha avuto paura: «Paura della scoperta di lei, perché era il nuovo assoluto. Ho cercato di vincere la paura e di esplorare il nuovo che mi veniva offerto». Cos’è questo nuovo? Lo ripeto ancora una volta lasciando parlare Angela: «Dopo che Maria mi ha messo a terra, iniziò a parlare. Mi ha detto: “Sono venuta a insegnarvi la via della felicità sulla terra”. Con queste parole ha trasformato, capovolgendola, la piccola visione che io, bambina di sette anni, potevo avere: che il cielo e lo spirito sono la perfezione, ma non la terra e il corpo. In quella visione, capivo che ciò che stavo vedendo era la mia stessa realtà: il mio corpo, tutta me stessa, compreso il mio corpo, tutta la terra e tutto il cosmo formava la pienezza. Che il cielo era solo una parentesi, contrariamente a quello che intendiamo. Questo mi impressionò molto».

E ancora: «Attraverso Maria ho avuto una visione diversa. Lei non è come ce la mostra la Chiesa, ma una persona molto attiva. Mi dispiace se questo scandalizza qualcuno, però il progetto di Dio e l’Incarnazione sono un desiderio esplicito che Lei ha ottenuto di realizzare. E non perché fosse “lei”. Tuto quello che è nel progetto di Dio si compie anche se “noi” lo vogliamo… Credo che Maria abbia fatto un lavoro creativo su di sé. Ha detto sì al suo desiderio, a “se stessa”, non a “qualcosa”. Ma per dire di sì a se stessa deve avere avuto un grande coraggio».

In questo video Angela spiega meglio di come non abbia fatto io in questa sintesi cosa significhi che la felicità è nelle nostre mani, dipenda solo da una nostra scelta. Dio, Maria, ci sostengono e aiutano, ma la scelta è la nostra.

Tuesday 29 September 2015

Sale della comunità, si svolta

adriano bianchiNon si vede, ma accade. In questi primi giorni d’inizio autunno le parrocchie e gli oratori italiani si animano. Famiglie, catechisti, bambini, sport, attività. La Chiesa che è tra la gente declina ancora una volta nel quotidiano la sfida di annunciare il Vangelo per rendere più umano il territorio, i quartieri, la società di cui si sente parte. Prende i ritmi e i tempi della comunità, crea legami promuovendo l’educazione, la carità e la cultura con uno stile libero e sobrio. È un impegno vivo in ogni città e paese italiano e ha il volto di preti, operatori pastorali e persone che nel servizio parrocchiale mettono passione, creatività e competenza.

In circa mille parrocchie italiane questo servizio pastorale trova casa anche nell’animazione delle sale della comunità. Ricomincia il cinema, la musica, il teatro. Non puro intrattenimento, ma con una coscienza sempre più piena che anche le sale della comunità debbano rispondere a una vocazione ecclesiale e culturale. Accanto alla chiesa e all’oratorio, oggi sempre più spesso esse intercettano l’espressività giovanile, la sperimentazione artistica, il protagonismo, il dialogo tra le culture, l’approfondimento nel pensare. Sono uno spazio privilegiato di educazione alla bellezza, alla ricerca e all’incontro. La parrocchia resta la casa del progetto della sala della comunità e ad essa deve rendere conto. È l’indicazione dei vescovi italiani che fin dal 1999 con una nota pastorale sul servizio ecclesiale e culturale delle Sale (ribadito poi nel direttorio Comunicazione e mis- sione del 2004) hanno affidato a questo prezioso spazio di evangelizzazione e promozione culturale.

La sala della comunità è progetto di soglia,’propedeutico al tempio’ diceva all’Acec San Giovanni Paolo II, e l’Associazione cattolica esercenti cinema (Acec), su mandato della Chiesa italiana, continua a promuovere, sostenere e rappresentare questo cammino. Lo fa da associazione, e non da semplice soggetto culturale preposto, nella convinzione che la modalità associativa aiuti a rappresentare meglio i bisogni del territorio, serva a salvaguardare la peculiarità e il contributo di ciascun territorio pur in un percorso unitario.

D’altro canto le sfide, anche per le Sale della comunità, non finiscono mai. L’ultima riguarda il cinema. La trasformazione digitale e la sparizione della pellicola cinematografica ha comportato l’investimento per l’acquisto del nuovo proiettore di circa 50mila euro per ogni sala. Soldi che sono arrivati anzitutto dalla gente delle nostre parrocchie. Qualche bando regionale c’è stato, qualche aiuto da parte di qualche benemerita fondazione è arrivato, qualche diocesi si è mossa. L’ultima, in ordine di tempo è la convenzione stipulata tra Bnl, Acec e Anec per la cedibilità del credito nella digitalizzazione e presentata recentemente alla Mostra di Venezia. Un’opportunità in più che andrà sfruttata al meglio. A oggi 550 sale hanno superato lo scoglio. Altre 150 potrebbero farlo a breve. Almeno 200 hanno mollato la presa. Chi si è digitalizzato lo deve però alla tenacia soprattutto dei volontari. Sono loro che non hanno smesso di fare iniziative e di sollecitarle le istituzioni. In Italia oggi le sale cattoliche ormai all’avanguardia dal punto di vista tecnologico, garantiscono al cinema di raggiungere i piccoli comuni e località più sperdute. Lo fanno con prezzi popolari e con programmazioni sia di qualità che di svago. Le nostre sale si sono anche aperte al teatro, ivi compreso quello sacro (grazie alle circuitazioni nazionali promosse da Acec, Federgat e Cei) e, in accordo con le scuole, fanno crescere con progetti educativi mirati il pubblico del futuro. Dove sono presenti sono certo un’opportunità, ma, soprattutto al Sud, avrebbero bisogno di essere maggiormente integrate anche attraverso l’apporto associativo che l’Acec offre, perché possano esprimere al meglio il loro valore e il servizio che le Chiese. Resta ancora molto da fare, ma la passione e l’impegno non mancano.

Adriano Bianchi, presidente Associazione cattolica esercenti cinema (Acec)

Avvenire, 29 settembre 2015

Monday 28 September 2015

Caro Hawking, il Big Bang non esclude Dio

Dice ancora qualcosa il nome di Dio agli uomini di oggi? Secondo Nietzsche, poco o nulla. Lo stesso annuncio che «Dio è morto» è destinato a cadere nel vuoto. Magari tutti ripetono la frase a proposito di questo o di quello. Ma come se fosse un’ovvietà, una cosa scontata, di cui prendere atto per poi archiviarla senza farsi troppi problemi [...].

Che morte di Dio appaia come un evento che è ormai alle nostre spalle e che ci lascia sostanzialmente indifferenti non è ateismo. È nichilismo. L’ateismo a suo modo tiene ferma l’idea di Dio [...], vede in Dio il nemico dell’uomo. Perciò gli muove guerra. Per il nichilismo niente di tutto ciò. Quella di Dio è una grande idea. Talmente alta e nobile che, come afferma quel perfetto nichilista che è Ivan Karamazov, c’è da stupire che sia venuta in mente a un “animale selvaggio” come l’uomo. Però destinata a dissolversi come rugiada al sole sotto i raggi spietati della scienza.

Rimasto senza Dio, l’uomo deve fare i conti con la realtà. Deve imparare a vivere sotto un cielo da cui non può più venirgli alcun soccorso né consolazione. Quindi, deve riappropriarsi della sua vita terrena e soltanto terrena. Con quanto di buono e prezioso la terra ha da offrire una volta che Dio è uscito di scena. Ma siccome non c’è nulla di buono e prezioso se non in forza dei nostri stessi limiti, diciamo pure in forza del nostro destino di morte (infatti come potremmo amarci gli uni gli altri se fossimo immortali?), sia lode al nulla! Questo dice il nichilismo.

Ma anche più importante di quel che il nichilismo dice, è quel che il nichilismo non dice. Per realizzare il suo progetto di riconciliazione con la mortalità e la finitezza, il nichilismo deve tacere su un punto decisivo: lo scandalo dal male. Precisamente lo scandalo che l’ateismo aveva fatto valere contro Dio, in questo dimostrandosi consapevole del fatto che il male sta e cade con Dio. È di fronte a Dio che il male appare scandaloso. Cancellato del tutto Dio, persino come idea, il male continua a far male, ma rientra nell’ordine naturale delle cose. Ed ecco la parola d’ordine del nichilismo: tranquilli, non è il caso di far tragedie [...].

Spostiamo ora la nostra attenzione su un altro piano. Dove in questione sono scienza e religione. Affermando, come gli è accaduto recentemente, che una “teoria unificata dell’universo” è ormai a portata di mano, Stephen Hawking ha riproposto quello che per Einstein era un sogno irrealizzabile, ossia la riunificazione in un solo campo delle forze dell’infinitamente piccolo (forza nucleare e radioattività) e delle forze dell’infinitamente grande (elettromagnetismo e gravità). Lasciamo stare se Hawking abbia ragione o pecchi di ottimismo. Chiediamoci piuttosto da dove Hawking tragga l’idea che fa da corollario alla sua affermazione: quella per cui tale teoria metterebbe Dio definitivamente fuori gioco. E dire che proprio Hawking solo qualche anno fa ne aveva ammesso la possibilità. Lo stesso vale per Einstein. Per non parlare di Cantor, la cui teoria degli insiemi prospetta gli infiniti (al plurale) l’uno dentro l’altro, come in un gioco di scatole cinesi, ed evoca Dio come infinito degli infiniti (ma anche come ultimo orizzonte in cui la ragione fa naufragio). Sia come sia il problema Dio appariva aperto e invece ora non più. Se non risolto, accantonato su base fisicomatematica prima ancora che su altra base (ad esempio etica).

In altri termini, quel che viene sostenuto da Hawking è che di Dio non c’è alcun bisogno per spiegare il passaggio dallo stato assolutamente inerziale dell’inizio al Big Bang. Nulla infatti vieta di pensare che lo stato iniziale contenga già, prima della sua esplosione – e dunque in un tempo solo immaginario e non ancora reale –, tutte le informazioni necessarie a produrre l’esplosione stessa. Se il successivo processo entropico viene fatto regredire fino al grado zero, dove l’entropia è nulla ma le informazioni ci sono e contengono nel tempo immaginario la totalità delle cose che poi si svilupperanno nel tempo reale, è come se ci fosse dato di giungere al limite estremo dell’universo (per non dire dell’essere) e poi fare ancora un passo. Un passo a nord del Polo Nord, per usare la paradossale metafora di Hawking.

Che cos’è questo? Un salto nel nulla? Un tentativo di costruire, nel cuore stesso del nulla, una postazione da cui osservare il prodursi della realtà, il suo venire alla luce, il suo offrirsi a uno sguardo capace di descriverne perfettamente la manifestazione? Certo è un salto nel grado zero della realtà. Diciamo pure: un salto nello zero. E allora perché stupirsi? Lo zero è un numero. Ma un numero straordinario. Simboleggia ciò che sta prima dell’uno, ma al tempo stesso contiene l’uno, se è vero che zero elevato a potenza zero dà uno. Contiene non solo quel che non è ancora ma addirittura quel che esso nega. Posto lo zero, è posto anche l’uno. E con l’uno la serie infinita dei numeri, con i numeri il prima e il dopo, vale a dire il tempo, col tempo la possibilità che le cose siano… Accade con il numero zero quel che accade con il concetto di nulla: ce ne serviamo per indicare una realtà negativa, realtà che non esiste, eppure grazie a essi compiamo operazioni altrimenti impossibili o riusciamo a pensare ciò che diversamente resterebbe impensato (l’indeterminazione, la libertà, e così via).

Nondimeno… Se ci limitiamo a considerare lo zero un analogo del nulla, quasi che lo zero fosse in matematica quel che il nulla è in metafisica, perdiamo di vista la differenza essenziale. Lo zero è qualcosa. È un numero, appunto. Un simbolo. È qualcosa che ha pur sempre che fare con qualcosa, anche quando questo qualcosa è una realtà puramente negativa o realtà che sta prima della realtà, come il tempo immaginario che sta prima del tempo reale. Invece posto il nulla, non è posto alcunché [...]: il nulla non designa nulla e soprattutto non ha a che fare con dei fatti, ma semmai col senso o col non senso delle cose. Come quando dico: questo non significa nulla. Oppure: il nulla è il senso del tutto. Oppure: Dio ha tratto il mondo fuori dal nulla. Come intendere queste affermazioni? In un solo modo, se si vuole evitare di cadere nell’assurdo: come affermazioni che non riguardano questo o quel fatto, né la totalità dei fatti, né l’essere, ma il senso dell’essere. Quando dico che Dio ha tratto il mondo fuori da nulla, non sto affatto descrivendo il processo che ha innescato il Big Bang, cioè una serie di fatti. Al contrario, sto dicendo (magari a torto, ma questo non è qui in discussione) che il mondo ha senso, visto che Dio, che poteva abbandonarlo al nulla, lo ha invece tratto fuori dal nulla e quindi lo ha “salvato”. Due piani, dunque, da tenere ben distinti. Per gli astrofisici si tratta di spiegare com’è fatto il mondo. Per i filosofi e per i teologi, se il mondo abbia o non abbia un senso. Chiamare o non chiamare Dio quel principio di spiegazione è irrilevante, così come è fuori luogo applicare a una teoria fisica la nozione di disegno salvifico o intelligente che sia.

Sergio Givone

Avvenire, 27 settembre 2015

Thursday 24 September 2015

Ripartire dalla legge di natura

«Per vivere occorre un’identità, ossia una dignità », scriveva Primo Levi ne I sommersi e i salvati (1986), scolpendo con queste parole la verità irrinunciabile di ogni esistenza umana, umiliata e negata nei campi di sterminio nazisti. Ciascuno porta con sé il diritto di essere qualcosa di irriducibile e inviolabile. Il diritto della persona umana coincide con la sua stessa nascita, con quell’“inizio” che riaccade ogni volta che un essere umano viene al mondo, e di cui Hannah Arendt aveva parlato alla fine del suo studio su Le origini del totalitarismo (1951), riprendendo un’intuizione formidabile di Agostino: « Initium ut esset, homo creatus est », l’uomo è stato fatto per poter cominciare, per essere un inizio, per dare inizio a qualcosa di nuovo e di libero. A questo livello si radica la vera resistenza alla distruzione ideologica dell’umano, che è la cifra tragica dei totalitarismi novecenteschi, ma anche la più normalizzata omologazione di una cultura nichilista, in cui l’umano implode per mancanza di un significato reale per cui vivere.

In questa identità, in questo inizio è il seme di ogni diritto, nato non semplicemente dalla rivendicazione di qualcosa che non ci viene riconosciuto o per cui siamo discriminati (questo verrà dopo, certo, come inevitabile conseguenza dell’essere al mondo), ma dal non esserci fatti da noi stessi. Paradossalmente, il nostro primo diritto è la nostra provenienza, nei confronti della quale noi siamo sempre “in debito”, in quanto “dati” a noi stessi. Forse è proprio ripartendo da qui che possiamo comprendere nuovamente il significato di “legge di natura”, un’espressione diventata per molti troppo ingombrante, nel migliore dei casi così scontata da non essere più interessante. Nel dibattito culturale contemporaneo assistiamo infatti a una strana contraddizione: da un lato i diritti individuali delle persone e i diritti collettivi dei gruppi sociali, vengono sempre più concepiti – e rivendicati – come il test dell’affermazione o della negazione della dignità dell’essere umano. Dall’altro lato però diventa sempre più problematico fondare tali diritti su di una “base” naturale oggettiva e universale. Temi caldi come il diritto a decidere della propria morte o della propria identità di genere in base alle condizioni fisico-ambientali e al sentimento di sé che segna i singoli soggetti in maniera diversificata, portano piuttosto a considerare l’essere umano non tanto un “dato” naturale, ma una costruzione storica e culturale. Assicurare la libertà di potersi costruire la propria esistenza, adeguando anche la legislazione in maniera tale che garantisca la realizzazione di tali opzioni, sembra un punto essenziale non solo per il diritto ma anche per la pietà (emblematica l’onda di discussioni dopo il referendum irlandese sul matrimonio omosessuale). Questa tendenza sembra ormai inarrestabile nella cultura contemporanea, chiamata appunto dei “diritti”. Ma non sembrano efficaci i richiami ad una legge naturale vista come un ordine oggettivo che semplicemente limiti l’auto-determinazione dei singoli individui. E questo non perché non ci si debba riferire ad una base intangibile per la natura identitaria della persona umana; a risultare inadeguata è piuttosto la contrapposizione tra legge naturale e diritti umani come tra un ordine “assoluto” e un ordine “relativistico”. Nel momento in cui l’alternativa è questa, sembra quasi scontato che prevalga e infine vinca il “relativo”, così come vince l’esperienza fatta di incontri, eventi, occasioni perse o guadagnate, rispetto ad un ordine avvertito (ingiustamente) come fisso e immutabile. Insomma la preferenza va quasi sicuramente alla libertà dell’io piuttosto che ad una verità percepita come una zavorra.

La dialettica “ideologica” tra legge naturale e diritti rischia seriamente di compromettere la comprensione adeguata di fenomeni che vengono troppo affrettatamente contrapposti – la libertà dell’io e la verità delle cose – e apre una questione bruciante: è possibile ancora comprendere e per così dire riconquistare, non per teoria ma per esperienza, l’amicizia e l’unità tra questi due fenomeni? La natura è una legge assoluta o una realtà che “accade” nella storia e si avvera nell’esperienza? La difficoltà ad accettare oggi la legge naturale come qualcosa di astratto, può essere fronteggiata solo se essa viene riscoperta come qualcosa di concreto, addirittura come un bisogno, un’esigenza degli stessi diritti umani. La posta in gioco è alta e affascinante: accorgersi di nuovo della propria natura, scoprendo dall’interno dei propri diritti un bisogno irriducibile ad ogni diritto, ma radicato e condiviso in ogni vita cosciente e libera: il bisogno di accogliere e amare sé stessi e gli altri per il fatto misterioso che “siamo”, che “sono”, infinitamente di più di quello che riusciamo a fare di noi stessi.

Costantino Esposito

 

Tuesday 22 September 2015

Le religioni nello spazio pubblico

differenze e relazioni 3Dal 2012 al 2014 si è tenuto un ciclo di convegni rivolti a giovani filosofi organizzati dal Centro Studi Filosofici di Gallarate con il patrocinio del Servizio Nazionale della CEI per il Progetto Culturale e con la collaborazione del Dipartimento di Filosofia dell’Università di Macerata. Il tema sviluppato nel corso del triennio, “Differenze e relazioni”, è stato svolto il primo anno a partire dalla coppia terminologica “il prossimo e l’estraneo” e il secondo anno a partire dal tema della “cura dei legami”. Il terzo anno ha affrontato la questione delle “religioni nello spazio pubblico”.

È da pochi giorni in libreria il volume che ne contiene i materiali. Intitolato “Differenze e relazioni. Le religioni nello spazio pubblico” (Aracne editore) è stato curato da Carla Canullo. Nel testo compaiono i contributi degli studiosi che hanno partecipato al convegno, la cui apertura è stata affidata a Giovanni Ferretti, e le cui conferenze plenarie sono state tenute da Gerardo Cunico, Graziano Lingua e Andrés Torres Queiruga, e le cui riflessioni conclusive sono state proposte da Roberto Mancini.

Nel volume sono pubblicati inoltre i contributi di Sofia Alunni, Gian Luigi Brena, Elisabetta Colagrossi, Marco Damonte, Cecilia Maria Di Bona, Fabiola Falappa,  Ezio Gamba, Umberto Lodovici, Giulia Maniezzi, Stefano Marchionni, Silvia Maron, Alessandro Paris, Silvia Pierosara, Martina Properzi, Daniele Referza, Claudio Tarditi, Tommaso Valentini, Giovanna Varani, Sofia Vescovelli.

Monday 21 September 2015

Viaggio nel cuore di Firenze tra arte, storia, fede e carità

logo FIGuardare al passato è la strada sicura per costruire un futuro migliore. Riflettere sulla propria storia è sempre motivo di crescita. Lo è soprattutto in questa stagione di cambiamenti in cui non bisogna smarrire la bussola dell’umano secondo la natura profonda della persona e della comunità degli uomini. Per illustrare ai delegati che arriveranno da tutte le diocesi d’Italia la propria specifica identità, la Chiesa fiorentina proporrà, nel corso del Convegno ecclesiale nazionale, trenta incontri in altrettanti luoghi significativi della città per raccontare le proprie origini, le esperienze religiose e le più alte espressioni di spiritualità, caritative, culturali e artistiche oltre alle grandi figure- simbolo del Novecento: il cardinale Elia Dalla Costa, don Giulio Facibeni, Giorgio La Pira e don Lorenzo Milani.

Ma il vero volto di Firenze, che lega insieme fede, verità e carità, non può prescindere dall’intreccio con la vita pastorale nelle parrocchie, come è stato sottolineato ieri dal vicario generale di Firenze, monsignor Andrea Bellandi, nel corso di una conferenza stampa in arcivescovado per presentare l’iniziativa. Ecco allora il secondo gruppo di incontri che narrano di una fede operante nel tempo, alimentata da forme di spiritualità e di vita monastica, non chiuse in se stesse, ma che agiscono come «finestre aperte» su Firenze. Un «tessuto » sul quale si innesta la carità, che è ben radicata nella tradizione fiorentina.

La ricca panoramica, che nel pomeriggio di giovedì 12 novembre qualificati coordinatori, relatori e testimoni presenteranno ai delegati della Chiesa italiana per aprirsi al dialogo con la città, richiamerà pure l’attenzione sulle più significative esperienze sociali e culturali che Firenze oggi offre e che sono sintetizzate nel terzo gruppo di incontri. A partire da quelle che si occupano della salute delle persone, degli anziani, dell’integrazione degli studenti stranieri, del recupero dei detenuti. Dalla solidarietà si passa al rapporto tra fede, arte, cultura e scienza, mettendo in primo piano le grandi basiliche (con il nuovo Museo dell’Opera di Santa Maria del Fiore che sarà inaugurato il 29 ottobre) e il «cuore» del sapere e del dialogo (musei, biblioteche e fondazioni). Senza trascurare esperienze artistiche e culturali meno conosciute che si sono affermate di recente. Tutte espressioni di una realtà sociale viva, con una grande storia, capaci di confrontarsi e di cooperare con la vocazione umanistica della Chiesa.

Andrea Fagioli – Avvenire, 20 settembre 2015

Friday 18 September 2015

Galantino: non c’è vera teologia senza sapienza

galantino nunzio

Non c’è vera teologia senza sapienza. E la sapienza «consiste nella verità esercitata con la carità». Nella tavola rotonda che ha chiuso ieri il seminario per docenti di teologia e assistenti pastorali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore quest’anno ospitato dalla sede di Piacenza dell’ateneo – il segretario generale della Cei Nunzio Galantino ha ripreso la riflessione del beato Antonio Rosmini per tracciare l’orizzonte di una riflessione teologica capace di esprimere il richiamo ad una ‘Chiesa in uscita’ più volte ribadito da papa Francesco. «Oltre la secolarizzazione dei saperi» è il filo conduttore su cui si è lavorato nella tregiorni di seminario, facendo tesoro delle sollecitazioni della Evangelii gaudium come dei recenti interventi che papa Bergoglio ha rivolto alla Facoltà cattolica di Buenos Aires.

«Accogliamo l’invito a una teologia capace di farsi carico delle transizioni difficili, dei conflitti, senza cadere nella tentazione della ‘teologia da tavolino’», ha sottolineato l’assistente ecclesiastico generale dell’Università Cattolica il vescovo Claudio Giuliodori introducendo la tavola rotonda, a cui, insieme al vescovo Galantino, hanno portato il loro contributo Pierangelo Sequeri, preside della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, e Francesco Botturi, filosofo e prorettore dell’Università Cattolica.

Indica l’enciclica Laudato si’ come «esercizio del magistero di una Chiesa in uscita» il professor Botturi, esempio di un approccio all’ecologia che è «inclusivo di competenze diverse» e dunque sa trasformare l’oggetto della ricerca in «ecologia sociale» e, da lì, in «ecologia umana». La critica che il Papa fa sul dominio del paradigma tecnocratico non è altro che l’intuizione di chi, cogliendo la natura trinitaria della realtà, sa portare «la verticalità sapienziale dentro una orizzontalità sapienziale». Indica così la strada per superare la ‘interdisciplinarità’ – che si limita a mettere insieme, al termine della ricerca, risultati a cui i saperi sono giunti in maniera autonoma – e approdare alla ‘transdisciplinarità’, a una «contaminazione trasformativa tra le discipline». Papa Francesco nella Laudato si’ porta dentro l’indagine sulla questione ambientale l’atteggiamento del teologo che «dice il senso e chiede la sua realizzazione » spiega Botturi, in un’esortazione «a trasformare in sofferenza personale quel che accade nel mondo e così individuare il contributo che ciascuno può portare ». È proprio «disinnescare l’accademismo», l’intellettualismo fine a se stesso, per «riabilitare la qualità umana del sapere» il compito più urgente a cui è chiamata oggi la riflessione teologica secondo monsignor Sequeri. Ma l’obiettivo richiede un ritorno «all’esercizio del cristianesimo», perché l’impressione – osserva – è che «il cristianesimo si faccia poco e si spieghi tanto, troppo: il Papa lancia un bel tema e subito la parrocchia organizza un corso». Basta allora fare qualche opera buona in più? Anche questa è una lettura riduttiva. Il centro nevralgico sta nel riattivare le relazioni, «il rapporto tra qualità della conoscenza ed esercizio della intenzionalità», far affiorare «i contenuti affettivi dei saperi», con lealtà e onestà intellettuale.

La teologia – evidenzia, con le parole del Rosmini, Galantino – non è nata «per cacciar fuori frasi pompose» o «per far mostra di ingegno », ma per «guidare l’umanità alla virtù». È questa la sapienza che non perde il legame con la realtà fatta «di persone in polvere e cenere» e si nutre della consapevolezza che si è tutti «condiscepoli» di un unico maestro, Gesù Cristo.

Barbara Sartori – Avvenire, 18 settembre 2015

Thursday 17 September 2015

Bari, presentate le Notti Sacre

«In un tempo in cui vengono evidenziate la caduta dei valori e l’indifferenza, di fatto ci accorgiamo che esiste una sete profonda di partecipazione culturale e la risposta del pubblico a Notti Sacre ne è un esempio ». Lo ha detto ieri l’arcivescovo di Bari- Bitonto, Francesco Cacucci, durante la presentazione della sesta edizione di ‘Notti Sacre’. Dal 19 al 27 settembre, otto delle venti chiese della città vecchia di Bari ospiteranno la rassegna di ventidue eventi culturali, organizzata dall’arcidiocesi barese anche grazie al contributo del Progetto culturale della Chiesa italiana e di Sovvenire, sul tema «Un nuovo umanesimo di misericordia».

Aprirà la rassegna la Messa nella Basilica di San Nicola, presieduta da Cacucci, durante la quale sarà eseguita la Missa n.6 ‘Sancti Nicolai’ di Haydn. Il calendario offre, tra l’altro, occasioni di riflessione come il dialogo tra Giuseppe Giulietti della associazione ‘Articolo 21′, Francesco Occhetta di ‘Civiltà Cattolica’ ed Enzo Quarto, presidente regionale dell’Ucsi, sul rapporto tra giornalismo ed etica. Don Maurizio Patriciello, a partire dall’enciclica di papa Francesco Laudato si’, interverrà sul tema «Noi non siamo Dio. La terra ci precede e ci è stata data». Tra le novità di questa edizione, la presenza di musicisti e artisti stranieri: il coro dell’Università cattolica di Ratisbona e musicisti iraniani e israeliani.

A dieci anni dal Congresso eucaristico nazionale che si svolse a Bari, viene riproposto il testo teatrale ‘I martiri di Abitene’. «Il programma, negli ultimi anni, è sempre più concentrato sulla musica sacra», ha evidenziato il direttore artistico, don Antonio Parisi. Non a caso, la rassegna sarà chiusa dalla prima esecuzione mondiale di una inedita Messa in re maggiore per soli, coro e orchestra, di Niccolò Piccinni.

Antonio Rubino – Avvenire, 17 settembre 2015

Monday 08 June 2015

Un giorno a Sarajevo con il Papa

 

Se si arriva per la prima volta a Sarajevo sembra di scorrere le pagine di un libro di storia. A Sarajevo la storia è lì, aperta davanti ai tuoi occhi con la sua tragicità. Ci sono la case in stile ottomano nel centro storico, i palazzi in stile austriaco e i giardini come a Vienna, i casermoni in stile sovietico e le vecchie case senza stile ancora crivellate di colpi che ti ricordano la guerra più recente. Come i cimiteri, dislocati qua e là, macchie bianche che segnano la città dallo stadio ai parchi pubblici. E ci sono gli impianti sportivi che ricordano le ultime glorie comuniste ridotti a miseri resti, a fianco dei centri commerciali iper moderni dove troneggiano le insegne dei maggiori brand specialmente italiani.

Saturday 25 October 2014

Sinodo, un colpo di mano che non è riuscito

"Il sismografo" (http://ilsismografo.blogspot.it/) in questi giorni si sta rivolgendo a diversi colleghi vaticanisti per chiedere un loro ulteriore contributo di analisi e commento in merito all'importante Assemblea straordinaria sinodale dedicata alla famiglia.

Angela Ambrogetti, Responsabile di Korazym, vaticanista e scrittrice, ci ha offerto la sua riflessione in risposta a questa domanda:

Senza entrare in complessi approfondimenti, quale la caratteristica o riflessione che più ti ha colpito o che ritiene di notevole rilevanza di questo Sinodo?

"Un colpo di mano che non è riuscito. Lo definirei così il Sinodo straordinario sulla famiglia che si è appena concluso. Ma anche l’occasione per alcuni episcopati di mostrare la loro fedeltà al Vangelo e la voglia di emancipazione da un “centro” che non è Roma, ma qualcuno che vorrebbe colonizzarla.

Tuesday 21 October 2014

Un sinodo ancora da capire

Strano questo Sinodo straordinario appena concluso. Una formula che era stata abbandonata nel 1985. Due settimane sono poche per ragionare, e i presidenti delle Conferenze episcopali non sempre sono i più adatti a discutere. Sono abituati a mediare più che a portare idee. Molti dei sinodali è chiaro che un sinodo non lo avevano mai seguito. Ed è stato evidente che un gruppetto lo voleva guidare senza lasciare spazio alle alternative. Cominciamo dalla poca trasparenza. Scegliere di non pubblicare i singoli interventi ha messo in difficoltà parecchi vescovi. Perché i loro fedeli volevano sapere e seguire lo sviluppo del dibattito e soprattutto chi aveva detto cosa. Cosa che del resto si era saputa per decenni. Il Bollettino del Sinodo è base e fonte per la storia della Chiesa. Di questo sinodo invece avremo solo testimonianze di coppie ( ne sentiamo già molte nelle Giornata per la Famiglia) e omelie. Sulla Relatio dopo la discussione c’è poi ancora molto da capire. Lo stesso relatore del Sinodo il cardinale ungherese Erdő ne ha preso le distanze. Il Papa gli ha messo al fianco degli altri collaboratori. Una Relazione che è stata di fatto disconosciuta dai Circoli Minori. In molti all’uscita dei lavori dicevano: “ ma noi non abbiamo detto quelle cose!”

Tuesday 07 October 2014

Sinodo: non giudizio ma verità

La notizia di oggi è che il 20 ottobre il Papa ha deciso che al concistoro si parli di Medio Oriente. Sarà un modo per comunicare ai cardinali i risultati dell’incontro con i nunzi che si è svolto la settimana scorsa. Martedi mattina, secondo quello che riporta l’ Osservatore Romano, si è parlato anche della violenza. “Così è stato messo in risalto come i terroristi di Boko Haram non hanno nulla a che vedere con la visione che in Nigeria, anche da parte dei musulmani stessi, si ha del valore della famiglia. Mentre a Baghdad, è stato reso noto, nonostante tutti i problemi, oltre 1.500 bambini sono accompagnati dai genitori, ogni venerdì, al corso di catechismo: è stata così anche rimarcata la testimonianza di fede e di unità delle famiglie cristiane rimaste in Iraq. Accompagnata pure dall’auspicio che venga sempre rispettato il loro credo come un diritto fondamentale della persona e così non ci debba essere timore nel testimoniarlo. Un discorso simile è stato proposto, poi, a proposito dell’Iran, dove ci sono appena cinquemila cristiani a fronte di settantacinque milioni di musulmani che, è stato affermato, non appartengono al fondamentalismo dell’Is.”

Tuesday 06 May 2014

Cristiani crocifissi: lo scandalo in Siria, mentre l'Italia fa finta di nulla.

Parlare di crocifissione del 2014, parlarne soprattutto non nella dimensione rituale della Settimana Santa ma sulla pelle vera di cristiani veri che vivono, resporano, pregano e credono...è una delle cose più scandalose che possa capitare!

Ne parla in questi giorni "La Bussola Quotidiana", sito on line di informazione ed approfondimento su tematiche eligiose.

Può - si chiede LBQ - la semplice interpretazione di un versetto del Corano legalizzare la crocifissione o l'uccisione come pena per chi sbaglia? Ma soprattutto: può quello stesso principio di fede circolare liberamente in uno dei testi più venduti in Italia ed essere accettato in sede di revisione dall'Unione delle comunità ed Organizzazioni Islamiche in Italia (Ucoii)?

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Saturday 15 February 2014

Padre Konrad, le braccia caritatevoli di Papa Francesco

“Tu sai cosa devi fare, hai bisogno di soldi?” E’ la frase che Konrad Krajewski, arcivescovo ed Elemosiniere di sua Santità, si sente ripetere spesso da papa Francesco. Si perché è lui che aiuta il Papa ad essere vicino a chi ha bisogno, con gesti che sembrano piccoli, ma che diventano immensi per chi li riceve. Padre Konrad come lo chiamano tutti, non vive in Vaticano, ma a Borgo Pio, in una casa “con la bandiera polacca”, dice. “Perché così posso essere più vicino alla gente”. Vuole essere chiamato così e il papa gli ha detto: a chi ti chiama eccellenza chiedi 5 euro di tassa per i poveri. Konrad che viene dalla diocesi di Łódź, lui che dal 1998 è stato a fianco di tre papi durante le liturgie, lui che da anni gira la notte per le vie di Roma per dare aiuto a chi ne ha bisogno. “Le mie braccia sono corte adesso, se le prolunghiamo con le tue braccia riesco a toccare i poveri di Roma e d’ Italia, io non posso uscire, tu sì” gli ha detto il papa alla sua nomina.

Wednesday 12 February 2014

Due Papi per una sola Chiesa

Diciamoci la verità, non avremmo mai pensato che la coabitazione funzionasse così bene. Anzi che potesse diventare un modello per il futuro. Quando in un giorno di brutto tempo a febbraio i media di tutto il mondo hanno iniziato a far girare la notizia del secolo, la rinuncia del Papa, l’idea stessa di avere due Papi in Vaticano sembrava roba da Apocalisse. Quel fulmine che colpiva la cupola di San Pietro immortalato da un fotografo fortunato, sembrava davvero l’inizio della fine del mondo secondo i canoni di certi B movies degli anni ’70. Fulmini e saette, l’attacco del Maligno e cose del genere. Qualcuno ha anche cavalcato quest’onda per sferrare l’ultimo colpo a Papa Benedetto XVI colpevole di non aver mai ceduto ai facili popolarismi e di aver sempre predicato la verità del Vangelo con gioiosa e ferma chiarezza. Ma il Vento dello Spirito soffia dove vuole e non segue le regole del meteo.

Wednesday 12 February 2014 09:08

La Quaresima della Chiesa

Quando pensiamo alla Quaresima i laici pensano ad una cosa lunga e triste, i cattolici ad un tempo forte della liturgica che si prepara alla luce della Pasqua. E in effetti quei poco più di quaranta giorni che lo scorso anno abbiamo vissuto tra l’ 11 febbraio, e il 13 marzo e poi fino a Pasqua, sono stati davvero una Quaresima. E in entrambi i sensi. Perché sono stati giorni lunghi, di ansia e di stupore, di attesa di incredulità. E in questo senso giorni di penitenza. Per la prima volta nella storia moderna, un pontefice decideva di rinunciare al governo della Chiesa Universale. Si certo, tutti gli addetti ai lavori sapevano che fin dai tempi di Paolo VI si parlava di come permettere al Papa di essere davvero libero da qualunque condizionamento, di poter esercitare il ministero petrino in pienezza e completezza e quindi di poter “lasciare” qualora non potesse essere in piena coscienza libero

Wednesday 27 November 2013

L'eutanasia ai minori: per la Chiesa un gesto di estrema inciviltà. Occorre riflettere.

Le parole sono forti e sono quelle di un prelato molto autorevole all'interno della Chiesa cattolica.

Mons. Sgreccia è presidente della fondazione Ut Vitam habeant nonchè presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita.

Il tema è uno di quelli che in questoi periodo sta suscitando acceso dibattito in ambito cattolico ed etico: quello dell'eutanasia...anzi, quello dell'eutanasia aperta alle persone minori di età.

«È un salto. Un salto abissale, sotto il livello di civiltà, di umanità». Queste le parole del prelato che commenta il primo sì del parlamento belga all'estensione dell'eutanasia ai minori. 

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Tuesday 03 September 2013

Anche S. Francesco pregherà per la Pace in Siria

Papa Francesco ha chiamato...e moltissimi stanno rispondendo.

La mobilitazione chiesta dal Papa per la pace in Siria si sta estendendo a vista d'occhio, coinvolgendo ambienti laici, religiosi, cattolici e non.

Anche i frati francescani di Assisi si uniscono alla preghiera, attraverso il segno grandell'apertura della tomba di S. Francesco.

Come riferisce infatti l'ANSA, la  Basilica Inferiore di San Francesco d'Assisi resterà aperta, in via del tutto eccezionale, da oggi a venerdì fino alle 22 per pregare sulla Tomba del Santo per la pace in Siria e per coloro che sono chiamati a garantire le vie della giustizia nel mondo.

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Saturday 18 May 2013

I cristiani parlano troppo...degli altri: parola di Papa Francesco.

Per il papa, che ha pronunciato nuovamente parole forti durante la Messa mattutina a Santa Marta, i cristiani hanno proprio il vizio di parlare troppo degli altri. Pettogolezzi e farsi troppo gli affari degli altri, detto in parole povere, sono una mina vagante costante nella vita della Chiesa.

«Quanto si chiacchiera nella Chiesa! Quanto chiacchieriamo noi cristiani!». Lo ha detto papa Francesco - riferisce Vatican Insider - nella messa di stamane a Santa Marta. Per Bergoglio, «la chiacchiera è proprio spellarsi, farsi male l'uno all'altro». «Le chiacchiere sono distruttive nella Chiesa», ha aggiunto  il Pontefice.  Secondo Bergoglio, il cristiano deve vincere la tentazione di «mischiarsi nella vita degli altri». Il Papa, secondo quanto riferisce la Radio Vaticana, ha inoltre sottolineato che chiacchiere e invidie fanno tanto male alla comunità cristiana e che non si può «dire soltanto la metà che ci conviene».

Ma non ha solo parlato di questo il santo Padre.

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Friday 12 April 2013

Unioni gay: la Consulta chiede di intervenire, ma non con l'equiparazione del matrimonio.

Oggi è arrivata una ammonizione della Consulta su alcuni noti ritenuti irrisolti, nel panorama politico e istituzionale italiano.

La Consulta ha chiesto un intervento sulla legge elettorale, ma - soprattutto - ha chiesto che venga fatto qualche cosa per tutelare i diritti ed i doveri delle persona omosessuali, che intendano costituire una unione stabile.

"Il legislatore deve affrontare il nodo delle unioni gay", ha riferito Gallo parlando di fronte alle più alte cariche dello Stato. Queste le parole: "La Corte ha escluso l'illegittimità costituzionale delle norme che limitano l'applicazione dell'istituto matrimoniale alle unioni tra uomo e donna, ma nel contempo  ha affermato che due persone dello stesso sesso hanno comunque il diritto fondamentale di ottenere riconoscimento giuridico, con i connessi diritti e doveri, della loro stabile unione". La Consulta, ha ricordato Gallo, "ha perciò affidato al Parlamento la regolamentazione della materia nei modi e nei limiti più opportuni".

Cosa significa questa frase?

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Thursday 14 March 2013

Papa Francesco: sarà il Papa dell'ecumenismo e del dialogo.

Le parole che Papa Francesco ha pronunciato ieri sera subito dopo l'elezione, sono state poche. Significative, grandemente, insieme ai gesti compiuti.

Una parentesi: dovremo di nuovo abituarci a gesti di questo tipo, ed anche il servizio di sicurezza....che avrà un bel lavoro da fare, con questo Papa che si prefigura già come molto, molto libero...dai protocollo.

Paolo_VI_Atenagora.jpg

Ma le parole di ieri hanno avuto una grande rilevanza dal punto di vista del dialogo e del'ecumenismo.

Mi riferisco alle parole con le quali il Papa ha parlato di sè: come tutti hanno notato non ha mai citato la parola "papa", ma ha sempre utilizzato la parola "vescovo di Roma".

 

Tra l'altro, anche nel ringraziamento nei confronti di Benedetto XVI chiamato, anch'egli "vescovo emerito di Roma".

 

Dal sito Aleteia.org riporto le parole del Papa:

Fratelli e sorelle, buona sera!

Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un vescovo a Roma, sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo. Ma siamo qui. Vi ringrazio dell'accoglienza. La comunità diocesana di Roma ha il vescovo. Grazie! E prima di tutto vorrei fare una preghiera per il nostro vescovo emerito Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca...

[Preghiera Padre Nostro, Ave Maria, Gloria al Padre]

E adesso incominciamo questo cammino, vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma che è quella che presiede nella carità tutte le chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia fra noi. Preghiamo sempre per noi, l'uno per l'altro. Preghiamo per tutto il mondo perché ci sia una grande fratellanza. Mi auguro che questo cammino di Chiesa che oggi incominciamo e in cui mi aiuterà il mio cardinale vicario qui presente sia fruttuoso per l'evangelizzazione di questa tanto bella città. E adesso vorrei dare la benedizione. Ma prima vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica. La preghiera del popolo perché chieda la benedizione per il suo vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me.

 

Ma perchè il Papa ha parlato così, perchè si è rivolto a Roma, alla sua città...quasi, dimenticando...il mondo che gli stava praticamente tutto davanti?

Non certamente per provincialismo: alcuni forse l'hanno colto così..ma nolla è più distante dalla realtà.

C'è a mio avviso un motivo, cosicnetemente voluto, per il quale il papa ha utilizzato queste parole, e questo motivo non è stato neppure l'umiltà...francescana.

Il motivo è stato l'ecumenismo.

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Wednesday 13 March 2013

Il gabbiano ed il Conclave: quando i media non sanno cosa dire!

gabbiano.jpg

 

In queste ore è tanta l'apprensione e l'attesa da parte del mondo cattolico (e non solo) per l'esito del Conclave.

Si stanno ascoltando fiumi di parole: trasmissioni televisive e radiofoniche, dirette web, twitter, facebook...e chi più ne ha più ne metta.

Non c'è dubbio che questo sia davvero il Conclave più mediatico degli utlimi anni.

Chiaramente tutti sono con gli occhi all'insù, per seguire, anche in televisione, l'andamento delle votazioni vaticane. Inoltre moltissimi media stanno coprendo con grande intensità gli eventi in diretta oltre che avere realizato molteplici servizi ed interviste.

Oggi poi un nuovo personaggio si è affacciato sul Conclave, con una dirompenza mediatica...quasi sopra le nuvole: un gabbiano.

Un gabbiano che, non credo di sbagliarmi, sta davvero diventando una star della riflessione mediatica di questo evento sul quale, con buona pace di tutti, non si può che dire una parola che abbia senso: ASPETTARE. Punto.

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Thursday 14 April 2011

L’esperimento di Riace

Una risposta positiva al problema dell’immigrazione

di Lucetta Scaraffia

L’arrivo di questa ondata di migranti ha di nuovo messo in moto nell’opinione pubblica italiana il dibattito fra chi li vuole accogliere e chi li vuole respingere. Questo, mentre davanti ai nostri occhi sfilano immagini drammatiche e coinvolgenti, tra speranza e disperazione: da una parte, la madre che ha partorito nel barcone, riuscendo a salvare sé e la piccola, dall’altra i corpi dei molti che muoiono fra le onde, vittime dei trafficanti di esseri umani, oltre che del maltempo e di imbarcazioni fatiscenti.

La Chiesa predica il dovere, che è umano e cristiano, dell’accoglienza nei confronti di chi è più sventurato di noi — che, oltretutto, di lavoratori immigrati abbiamo assolutamente bisogno — ma non sempre è facile tradurre in fatti queste esortazioni. Ci vuole anche un po’ di inventiva, di coraggio e di fantasia. Come quella che hanno avuto gli abitanti di Riace, paese sulla riva ionica della Calabria, composto, come tutti quelli della zona, di un nucleo antico sul cocuzzolo di una collina, lontano dal mare, e di un nuovo abitato in via di espansione lungo la costa (proprio quella dove sono stati trovati i celeberrimi bronzi).

Oggi, il centro antico, che per decenni era stato abbandonato e si stava deteriorando irrimediabilmente, è tornato alla vita. Lo abitano immigrati di varie provenienze, tutti profughi politici, che i cittadini di Riace hanno accolto, a cominciare dai trecento curdi arrivati una decina di anni fa.

Gli immigrati hanno avuto un tetto, qualcosa da mangiare ma anche, cosa ben più importante, un lavoro: all’interno delle antiche mura, infatti, sono nate tante piccole aziende artigianali — ceramica, tessitura, preparazione di prodotti alimentari — dove lavorano, fianco a fianco, italiani e immigrati.

Così chi attraversa questo centro sereno e laborioso vede bimbi di diverse provenienze giocare tra loro, calabresi e africani lavorare insieme; ma anche una rinascita economica che porta benefici a tutti, indistintamente: i bambini nella scuola sono aumentati, rendendo così necessario un numero maggiore di insegnanti e impiegati; gli operatori culturali, che si occupano dell’integrazione e insegnano l’italiano, sono in maggioranza originari del luogo; sono rinate industrie artigianali locali come la tessitura della ginestra e gli abitanti delle case abbandonate del borgo ricevono un affitto, basso, ma comunque guadagnano qualcosa e hanno chi restaura le loro case altrimenti destinate alla rovina. E il finanziamento che il ministero italiano dell’Interno ha stanziato per questo esperimento — 24 euro per immigrato — è servito a dare nuovo impulso anche all’economia locale.

È insomma una situazione nella quale i benefici reciproci sono chiari a entrambe le comunità e la convivenza non risulta difficile, tanto che il paese proprio per questo è diventato un’attrazione turistica. Per valorizzarla, alcune case sono state destinate a ospitalità diffusa nel tessuto urbano ed è stato aperto un ristorante. Sulla sua porta si vede ancora il segno di due proiettili: non tutti a Riace hanno gradito questa rinascita. Ma molte persone e intere scuole vengono a vedere questo miracolo quotidiano, e cercano di capire il segreto di un’accoglienza riuscita.

Il segreto sta certo nella tenacia di Mimmo Lucano, attuale sindaco e animatore del progetto, che interviene continuamente a migliorarlo. Ma sta anche in una iniziativa, nella diocesi dove è stato vescovo amatissimo monsignor Bregantini, nata dal basso grazie a una associazione — Città futura don Puglisi — fondata nel 1999 da ragazzi del luogo intorno alla chiesa parrocchiale e che oggi ha sede in un palazzo del centro antico, vero cuore della vita di Riace.

Certo, il successo dell’esperimento è dovuto anche al numero abbastanza ridotto degli immigrati, al loro essere profughi politici e quindi desiderosi di integrarsi nel nuovo paese, non potendo tornare in patria. Non è facilmente riproponibile in tutte le situazioni: anzi, in qualche modo, proprio le condizioni della sua riuscita mettono in luce le difficoltà che si incontrano in altre situazioni.

Ma il solo fatto che esista una simile realtà, che qualcuno sia riuscito a creare e mantenere questo difficile equilibrio — che dura da più di dieci anni — costituisce un esempio a cui guardare, un caso che fa pensare. Allora, la soluzione del problema immigrati sta forse proprio nell’inventare qualcosa di positivo. Invece di scrollare le spalle con indifferenza.

Saturday 02 April 2011

Nostro contemporaneo

La seconda parte del «Gesù di Nazaret»

Il nuovo libro di Ratzinger-Benedetto XVI rende Gesù di Nazaret nostro contemporaneo. Nel gran disordine che regna sotto il cielo l’irrompere di un libro tanto appassionante accende interrogativi che toccano in profondità le nostre inquietudini. Ciascuno può trovarvi qualche luce per uscirne. Vi si raccontano i tre giorni cruciali dell’esistenza di Gesù, le sue ultime ore di vita scandite dalla passione e morte; l’inizio del tempo nuovo, la risurrezione, vero spartiacque della storia che origina un pensiero alternativo sul futuro del mondo e delle speranze umane.

L’autore è convinto che il confronto positivo con Gesù di Nazaret possa essere una soluzione anziché un problema per l’umanità. La sua indagine è convincente, ragionevole e rispettosa di culture e punti di vista differenti. Interessarsi a Gesù ha senso — si percepisce tra le righe — perché è l’unico risorto della storia, il Vivente immerso in ogni epoca e perciò nel nostro presente; compagno di viaggio affidabile che ci introduce negli orizzonti sconosciuti della vita oltre la morte.

Chiunque volesse capire questo misterioso Signore può calarsi nei giorni finali della sua vita terrena.

Pagina dopo pagina, dalle parole e dai comportamenti di Gesù, il teologo diventato Papa trae i tasselli di una carta d’identità dell’essere cristiano. Da un lato salda l’esperienza del patire, dell’angoscia e della tenerezza del Nazareno con l’insieme del pianto e del dolore smisurati delle vittime di ogni tempo e, dall’altro, ci aiuta a leggere frammenti del mistero del male e della sofferenza non più invincibili dopo la sua agonia nell’orto degli ulivi e l’abbandono sulla croce. La risurrezione di Gesù non è un tardivo volo pindarico dei suoi discepoli delusi che, non potendolo dimenticare, lo trasformarono in mito.

È una realtà veramente accaduta, alla pari della crocifissione e della morte. Mentre però del dolore e della morte che impastano la storia abbiamo una conoscenza sperimentale, della risurrezione abbiamo una conoscenza per fede. Si tratta di una fede ragionevole, ma sempre fede. Anzi, ci ricorda Papa Ratzinger, la fede cristiana è fondata sulla risurrezione. Poiché è strettamente collegata alla croce, la memoria della risurrezione è altrettanto pericolosa per la sapienza umana. Per i discepoli che attendevano un messia regale e vittorioso, la morte di Gesù è stata sconvolgente; la risurrezione, una volta verificata, ne ha cambiato la prospettiva, decidendoli a seguire il Maestro finalmente compreso.

Nel mistero della passione, morte e risurrezione — ci ricorda l’autore — sono racchiuse alcune delle questioni profonde dell’esistenza. E nel processo a Gesù è presente la critica radicale alle politiche basate sull’inganno e la violenza anziché sulla verità. Il destino del mondo si gioca sulla verità, non sulla forza che rimane una soluzione illusoria. Occuparsi di Gesù è occuparsi di tale destino poiché egli è venuto per rendere la più autorevole testimonianza alla verità che la prospettiva cristiana identifica con Dio.

Nello stile dei Padri della Chiesa, Papa Ratzinger non scrive per puro godimento intellettuale, ma offre un libro per la vita. La lettura ci immerge nella profondità del mistero cristiano, svelandoci quanto poco sia conosciuto e gustato. Con la scelta di una interpretazione dei racconti della passione basata sulla storia e sulla fede non contrapposte ma complementari, l’autore conferma la teologia conciliare e pone fine al pregiudizio nei confronti del popolo ebraico accusato nei secoli di deicidio. Nei vari momenti esaminati, dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Benedetto XVI sceglie un linguaggio nuovo e accessibile senza perdere profondità.

Chiama la Chiesa «la comunità dei discepoli» di Gesù; definisce la caritas «premura per l’altro», non un secondo settore del cristianesimo accanto al culto, «ma radicato proprio in esso e ne fa parte». C’è emozione per la lotta tra bene e male nella notte del Getsemani dove Gesù «trascina la natura recalcitrante in alto verso la sua vera essenza» e porta «il travaglio dell’essere uomini in alto verso Dio». L’ascensione è tradotta in una «vicinanza permanente» di Gesù con noi, un «entrare nel mistero di Dio» e un’altra dimensione dell’essere.

Si descrive, infine, la risurrezione, come fenomeno totalmente nuovo, una nuova dimensione dell’essere uomini, una mutazione decisiva, un salto di qualità; un nuovo genere di futuro per gli uomini, una nuova dimensione dell’esistenza umana, inclusa nell’atto di donare la vita. L’amore e la risurrezione — insiste l’autore — sono i due motivi distintivi dell’essere cristiani. La risurrezione come «mutazione» genetica compiuta da Dio in Gesù e promessa a tutti; l’amore come metodo di vita che distingue i figli di Dio e per il cosmo dischiude già ora un futuro di speranza.

c. d. c.

Tuesday 29 March 2011

Dall’abisso del male

Il pellegrinaggio di Benedetto XVI alle Fosse ardeatine — così l’ha voluto definire lo stesso Papa — per rendere omaggio alle vittime dello spaventoso eccidio, che resta indelebile tra i numerosissimi orrori della seconda guerra mondiale, non ha trovato molto spazio nei media. Forse anche per il succedersi incalzante e drammatico di notizie nel panorama internazionale.

Eppure la visita di Benedetto XVI a questo sacrario «caro a tutti gli italiani» — in continuità con quelle di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, e con la volontà di pregare e «rinnovare la memoria» — ha un significato particolare, che rimane. Il loro successore ha infatti compiuto un altro passo nella ricomposizione della memoria di quel conflitto che contribuì a sprofondare il Novecento nell’abisso del male. Come aveva affermato lo stesso Benedetto XVI un mese esatto dopo la sua elezione riflettendo sulle ultime successioni papali.

In questo modo non bisogna forse considerare, aveva detto il nuovo Papa, «il fatto che sulla cattedra di Pietro, ad un Pontefice polacco sia succeduto un cittadino di quella terra, la Germania, dove il regime nazista poté affermarsi con grande virulenza, attaccando poi le nazioni vicine, tra le quali in particolare la Polonia? Entrambi questi Papi in gioventù — seppure su fronti avversi e in situazioni differenti — hanno dovuto conoscere la barbarie della seconda guerra mondiale e dell’insensata violenza di uomini contro altri uomini, di popoli contro altri popoli».

Alla presenza del rabbino capo della più antica comunità della diaspora occidentale, ferocemente colpita dalla persecuzione razziale anche alle Fosse ardeatine, il vescovo di Roma, «città consacrata dal sangue dei martiri», ha voluto incontrare a lungo i familiari delle vittime — cattolici ed ebrei insieme — e ha reso omaggio alla loro memoria, in un luogo vicino alle catacombe e dal quale ancora una volta si è levata la preghiera dei Salmi, con le parole che da molti secoli ebrei e cristiani innalzano all’unico Dio.

Quel Dio al quale, nell’ora delle tenebre, si rivolsero due caduti, come altri in quei giorni, per affermare la fede «in Dio e nell’Italia» e invocare la protezione degli ebrei «dalle barbare persecuzioni». Benedetto XVI ha citato le loro parole, ricordando il centocinquantesimo anniversario dell’unità del Paese e ripetendo che nel Padre di tutti è possibile un futuro diverso. Che non offenda il Nome santo di Dio e l’essere umano, creato a sua immagine.

g. m. v.

Monday 28 March 2011

Da Gerusalemme a Parigi

L’intuizione di Benedetto XVI di un nuovo spazio dove laici e non credenti possano essere accolti con amicizia per condividere con chi crede la ricerca dell’unico Dio sta prendendo forma. Nella visione papale questa proposta è rappresentata dall’immagine del «cortile dei gentili» nel Tempio di Gerusalemme — dove appunto erano ammessi i pagani attratti dalla religiosità ebraica — ed è stata assunta dall’organismo curiale che si occupa del mondo della cultura con originale creatività.

Carica di simboli è stata così la scelta di Parigi — la «città dei Lumi» emblema di quella modernità contraddittoria e drammatica nata dagli ideali e dagli errori della rivoluzione francese — per l’esordio di questa iniziativa. Che senza dubbio è tra le più importanti decise da un Papa tanto mite quanto coraggioso, uomo di fede e teologo profondo, abituato sin da giovane al confronto, soprattutto nel mondo universitario, con chi è al di fuori dei confini visibili della Chiesa.

Uso dunque a esprimersi con parole comprensibili a tutti, Benedetto XVI ha voluto essere presente a Parigi con un messaggio ai giovani riuniti davanti a Notre-Dame, in uno spazio aperto oggi come venti secoli fa era accessibile ai pagani il cortile esterno del Tempio gerosolimitano. Dal grande santuario di un ebraismo sempre più caratterizzato da aspirazioni universalistiche rimanevano però esclusi i non giudei.

A cambiare tutto è stata la venuta di Cristo, quella luce vista da Giovanni che illumina ogni essere umano e ha abbattuto «il muro di separazione» tra ebrei e gentili, e dunque ogni divisione: anche quella tra credenti e non credenti. E perché non fosse reso difficile l’accesso dei pagani allo spazio loro riservato nel santuario di Gerusalemme Gesù aveva cacciato chi di questo luogo si approfittava per lucro. Per questo Benedetto XVI in molti modi si fa capire. Come hanno dimostrato, diversamente ma con straordinaria efficacia, i suoi ultimi due libri.

Ed efficaci per credenti e non credenti sono risuonate a Parigi le sue parole, rivolte ai giovani, ma più in generale alle donne e agli uomini di oggi. Il Papa ha così rinnovato l’invito che nel succedersi dei secoli e sino alla fine dei tempi la Chiesa di Cristo non si è stancata e non si stancherà di rivolgere: di non aver paura di aprire a Dio i cuori e le società. Senza timore di assumere le parole — libertà, uguaglianza, fraternità — che hanno riassunto gli ideali rivoluzionari, tante volte poi brandite con asprezza contro la Chiesa e il cristianesimo, e che pure dal cristianesimo sono nate.

Comuni sono moltissime aspirazioni di credenti e non credenti, per costruire «un mondo nuovo e più libero, più giusto e più solidale, più pacifico e più felice». Allora — dice Benedetto XVI — tra chi crede e chi non crede deve cadere, nel riconoscimento reciproco, ogni diffidenza: Dio non è un pericolo per la società e la vita umana e non lo è naturalmente la ragione, purché non si pieghi agli interessi e all’utilità, come spesso avviene. Per questo il Papa ha invitato i giovani parigini, riuniti davanti a Notre-Dame, senza distinguere tra credenti e non credenti, a non fermarsi nel cortile dei gentili. E a entrare invece nella cattedrale, dove come incenso si alzava la preghiera della sera.

g.m.v.

Friday 25 March 2011

Una rivoluzione femminile

A tre anni dalla morte la prima biografia di Chiara Lubich

di Lucetta Scaraffia

A tre anni dalla scomparsa, è uscita la prima biografia di Chiara Lubich, scritta da Armando Torno per Città Nuova: un libro che sceglie volutamente un tono non agiografico per descrivere quella che è sicuramente una delle più straordinarie esistenze del Novecento. Una narrazione piana, costruita attraverso le testimonianze delle focolarine e dei focolarini che sono stati più vicini alla loro fondatrice. Un racconto che volutamente mette sullo stesso piano le vicende umane e le esperienze mistiche di Chiara; rispettando, in questo modo, il suo carattere riservato, la sua capacità di stare al centro di tutto ma al tempo stesso di scomparire come persona.

Mi è capitato di incontrarla personalmente una sola volta, l’8 marzo di qualche anno fa, al Quirinale, dove era arrivata per ricevere un’importante onorificenza dal presidente della Repubblica italiana. Era entrata sorridendo, come sempre, senza preoccuparsi se nessuno dei presenti dava segno di riconoscerla e di darle onore. A me, che le ero andata incontro emozionata, ha riservato un sorriso timido e dolce, e ha declinato con semplicità ogni mio tentativo di far sapere ai responsabili del cerimoniale che era arrivata.

La biografia rispetta questo suo atteggiamento umile e ritroso, profondamente disponibile al contatto umano ma del tutto indifferente alla notorietà, e alla ribalta che pure le spettava. A tal punto che si coglie l’importanza di Chiara nella storia del Novecento quasi più dalla cronologia comparata, molto ben fatta, che si trova in appendice al volume e che dà conto della ricchezza delle forme di aggregazione da lei create all’interno del mondo cattolico, della sua straordinaria capacità di costruire momenti di incontro e di vero dialogo con esponenti e fedeli di altre religioni, della fecondità spirituale che ha segnato la sua vita interiore.

Una fecondità che ha sempre condiviso con le sorelle e i fratelli più vicini, e poi con tutti coloro che rivelavano disponibilità all’ascolto, consapevole che i tempi in cui si trovava a vivere richiedevano un’immediata condivisione di quanto lei, strumento di Gesù, arrivava a comprendere illuminata dallo Spirito Santo. Illuminazioni che nascevano dalla lettura continua della Sacra Scrittura: «Ogni volta che Chiara apriva il Vangelo vi scopriva la profondità di quelle parole di vita eterna che mai prima aveva trovato».

In questo modo, Chiara ha anticipato quello che la cultura cattolica avrebbe poi scoperto: l’ingresso nel linguaggio spirituale della parola amore, fino a quel momento riservata più che altro ai discorsi mondani; l’idea della spiritualità dell’unità, che si trasforma in una appassionata forma di dialogo tra le religioni e in una risposta alla «notte culturale» dell’umanità. Senza mai preoccuparsi che fosse ricordato il suo ruolo precorritore.

La proposta di una nuova evangelizzazione, secondo le sue parole, «non significa soltanto che il mondo secolarizzato» ne ha bisogno, ma anche che «l’evangelizzazione va fatta in maniera nuova». E alla ricerca di questa maniera nuova dedica tutte le sue energie: gli incontri, anche quelli apparentemente secondari, si trasformano grazie a lei in nuove vie e nuovi progetti, allargando sempre più la rete dei coinvolgimenti nel suo ideale: la santità a portata di tutti. Il suo movimento si apre a tutti gli ambiti, in un’ottica universale, con particolare attenzione alla cultura e ai media, mentre la sua vita interiore dà un nuovo impulso agli studi teologici.

Ma certamente l’aspetto di novità più forte che ha segnato la sua vicenda è proprio il suo essere donna, una donna che dà un accento fortemente femminile a ogni sua opera: basti pensare al nome più conosciuto del movimento da lei fondato (ufficialmente Opera di Maria) che evoca il focolare, spazio tradizionalmente femminile. Comincia circondandosi di donne, che sanno poi aprirsi alla necessaria presenza maschile, e dà disposizioni che a presiedere il movimento sia sempre una donna.

Anche la spiritualità dell’Opera prende una forma femminile, rappresentando la presenza mistica di Maria nella Chiesa. In questo modo, con la sua straordinaria esperienza, Chiara — che parla alle assemblee dei vescovi, è ascoltata dai Papi, viene accolta con gli onori di un capo di Stato nei Paesi che visita — realizza quello che i tempi richiedono anche alla Chiesa: riconoscere l’importanza del ruolo delle donne.

Ma lo ottiene senza rivendicare diritti, senza nessuna asprezza. Lo ottiene dimostrando di sapersi meritare quell’autorità che le viene riconosciuta, come è stato per le grandi sante nella storia della Chiesa. La sua importanza nel cattolicesimo del Novecento è anche la prova di una rivoluzione femminile compiuta nel silenzio e nella modestia. Rimane il compito di prenderne atto.

Wednesday 23 March 2011

Questione di radicalità evangelica

Il celibato sacerdotale

di Mauro Piacenza

Residuo preconciliare e mera legge ecclesiastica. Sono queste, in definitiva, le principali e più dannose obiezioni che riaffiorano nel periodico riaccendersi del dibattito sul celibato sacerdotale. Eppure, niente di questo ha reale fondamento, sia che si guardi ai documenti del concilio Vaticano II, sia che ci si soffermi sul magistero pontificio. Il celibato è un dono del Signore che il sacerdote è chiamato liberamente ad accogliere e a vivere in pienezza.

Se infatti si esaminano i testi, si nota innanzitutto la radicale continuità tra il magistero che ha preceduto il concilio e quello successivo. Pur con accenti talora sensibilmente differenti, l’insegnamento papale degli ultimi decenni, da Pio XI a Benedetto XVI, è concorde nel fondare il celibato sulla realtà teologica del sacerdozio ministeriale, sulla configurazione ontologica e sacramentale al Signore, sulla partecipazione al suo unico sacerdozio e sulla imitatio Christi che esso implica. Solo, dunque, una scorretta ermeneutica dei testi del Vaticano II – a cominciare dalla Presbyterorum ordinis – potrebbe condurre a vedere nel celibato un residuo del passato di cui liberarsi. E una tale posizione, oltre che errata storicamente, teologicamente e dottrinalmente, è anche dannosa sotto il profilo spirituale, pastorale, missionario e vocazionale.

Alla luce del magistero pontificio bisogna anche superare la riduzione, in taluni ambienti molto diffusa, del celibato a mera legge ecclesiastica. Esso, infatti, è una legge solo perché è un’esigenza intrinseca del sacerdozio e della configurazione a Cristo che il sacramento dell’Ordine determina. In tale senso la formazione al celibato, oltre ogni altro aspetto umano e spirituale, deve includere una solida dimensione dottrinale, poiché non si può vivere ciò di cui non si comprende la ragione.

In ogni caso, il dibattito sul celibato, che periodicamente nei secoli si è riacceso, certamente non favorisce la serenità delle giovani generazioni nel comprendere un dato così determinante della vita sacerdotale.

Giovanni Paolo II nella Pastores dabo vobis (n. 29), riportando il voto dell’assemblea sinodale, afferma: “Il Sinodo non vuole lasciare nessun dubbio nella mente di tutti sulla ferma volontà della Chiesa di mantenere la legge che esige il celibato liberamente scelto e perpetuo per i candidati all’Ordinazione sacerdotale nel Rito latino. Il Sinodo sollecita che il celibato sia presentato e spiegato nella sua piena ricchezza biblica, teologica e spirituale, come dono prezioso dato da Dio alla sua Chiesa e come segno del Regno che non è di questo mondo, segno dell’amore di Dio verso questo mondo nonché dell’amore indiviso del sacerdote verso Dio e il Popolo di Dio”.

Il celibato è questione di radicalismo evangelico. Povertà, castità e obbedienza non sono consigli riservati in modo esclusivo ai religiosi. Sono virtù da vivere con intensa passione missionaria. Non possiamo abbassare il livello della formazione e, di fatto, della proposta di fede. Non possiamo deludere il popolo santo di Dio, che attende pastori santi come il curato d’Ars. Dobbiamo essere radicali nella sequela Christi senza temere il calo del numero dei chierici. Infatti, tale numero decresce quando si abbassa la temperatura della fede, perché le vocazioni sono “affare” divino e non umano. Esse seguono la logica divina che è stoltezza agli occhi umani.

Mi rendo conto, ovviamente, che in un mondo secolarizzato è sempre più difficile comprendere le ragioni del celibato. Ma dobbiamo avere il coraggio, come Chiesa, di domandarci se intendiamo rassegnarci a una tale situazione, accettando come ineluttabile la progressiva secolarizzazione delle società e delle culture, o se siamo pronti a un’opera di profonda e reale nuova evangelizzazione, al servizio del Vangelo e, perciò, della verità sull’uomo. Ritengo, in tal senso, che il motivato sostegno al celibato e la sua adeguata valorizzazione nella Chiesa e nel mondo possano rappresentare alcune tra le vie più efficaci per superare la secolarizzazione.

La radice teologica del celibato, dunque, è da rintracciare nella nuova identità che viene donata a colui che è insignito del sacramento dell’Ordine. La centralità della dimensione ontologica e sacramentale e la conseguente strutturale dimensione eucaristica del sacerdozio rappresentano gli ambiti di comprensione, sviluppo e fedeltà esistenziale al celibato. La questione, allora, riguarda la qualità della fede. Una comunità che non avesse in grande stima il celibato, quale attesa del Regno o quale tensione eucaristica potrebbe vivere?

Non dobbiamo allora lasciarci condizionare o intimidire da chi non comprende il celibato e vorrebbe modificare la disciplina ecclesiastica, almeno aprendo delle fessure. Al contrario, dobbiamo recuperare la motivata consapevolezza che il nostro celibato sfida la mentalità del mondo, mettendo in crisi il suo secolarismo e il suo agnosticismo e gridando, nei secoli, che Dio c’è ed è presente.

Tuesday 22 March 2011

L’orso del Papa

Alla dedicazione della parrocchia romana di San Corbiniano — una liturgia esemplare per la cura e la partecipazione dei fedeli, tra i quali tantissimi bambini — erano presenti ben tre successori del fondatore della diocesi di Frisinga: oltre a Joseph Ratzinger, oggi Papa con il nome di Benedetto XVI, i cardinali Friedrich Wetter e Reinhard Marx. Un fatto eccezionale, che il parroco ha sottolineato nel suo caloroso saluto iniziale.

Nell’omelia il vescovo di Roma, successore del primo degli apostoli, ha improvvisato una breve riflessione su questo monaco francese attratto dalla vita contemplativa che scese a Roma per fondarvi un monastero. Ma qui la sua vita cambiò in modo inatteso: il Papa lo ordinò vescovo per la Baviera, dove la popolazione «voleva farsi cristiana, ma mancava gente colta, mancavano sacerdoti per annunciare il Vangelo».

Una scelta, quella di Gregorio ii, che si rivelò di universalità — il santo infatti «collega la Francia, la Germania, Roma», ha sottolineato il Papa — e nello stesso tempo di unità: Corbiniano ci dice che «la Chiesa è fondata su Pietro» e che era la stessa «come oggi». Per una ragione molto semplice: Cristo è lo stesso, «la Verità, sempre antica e sempre nuova, attualissima, presente, e apre la chiave per il futuro».

Parlando ai fedeli Benedetto XVI ha accennato all’orso che ha scelto di collocare nel suo stemma, episcopale e poi papale. Joseph Ratzinger ne aveva scritto per la prima volta nel libro autobiografico, tanto piccolo quanto prezioso, che pubblicò nel suo settantesimo anno e dove raccolse i suoi ricordi sino alla consacrazione episcopale. Raccontando come all’animale che aveva sbranato il cavallo di Corbiniano, in viaggio per Roma, fu imposto dal monaco di portare il suo fardello.

Ratzinger, sulla traccia del prediletto Agostino, spiegava che quel peso — il carico episcopale di chi «tira il carro di Dio in questo mondo» — venne imposto a Corbiniano e al vescovo africano, attratti entrambi dalla contemplazione e dallo studio. «Ma proprio in questo modo io ti sono vicino, ti servo, tu mi hai nella mano», concludeva il cardinale ormai a Roma. Affidandosi all’unico Signore, come ogni giorno fa Benedetto XVI. Che resta sempre affezionatissimo al suo orso.

g. m. v.