Friday 31 October 2014

La verità è una “stella fredda”?

Sulla Stampa ho pubblicato le prime due puntate di un viaggio nel post-Sinodo. Potete leggere la prima qui, e la seconda qui.

Oggi sul Foglio diretto da Giuliano Ferrara un editoriale riprende i miei articoli affermando che l’inchiesta “è tutta rivolta a polemiche retrospettive, aggressive e inutili contro i ratzingeriani, cioè gli intellettuali o voci laiche che scommisero sull’alleanza di ragione e fede contro il correttismo ideologico”. Ringrazio per la lezione, ho molto da imparare dal Foglio per evitare polemiche inutili e aggressive.

Mi interessa però fissare l’attenzione sull’ultima riga dell’editoriale di Ferrara, dove si legge: “La pastorale può essere calda e misericordiosa, ma la verità è una stella fredda“. Sono parole che meglio di qualsiasi inchiesta o articolo o commento descrivono quali siano realmente le posizioni in gioco. Il direttore del Foglio non ha – per sua stessa ammissione – il dono della fede: s’interessa delle cose di Chiesa da esterno, per così dire. E dunque comprendo benissimo come possa definire la verità “una stella fredda”.

Faccio molta più fatica, invece, a capire come possano seguire questa impostazione i cattolici per i quali la verità è una persona, Gesù Cristo. Non una “stella fredda”.

Friday 31 October 2014 09:36

Luce e racconti di santità, l'alternativa ad Halloween

L’onda d’urto della moda di Halloween sembra inarrestabile. Non c’è solo l’attrazione 'perversa' del buio, delle tenebre: c’è l’effetto moltiplicatore di infinite serie televisive provenienti dall’industria audiovisiva americana, in cui l’episodio di Halloween non manca mai. Ciò ha reso apparentemente innocua – un rito normale insomma – la festa pagana del 31 ottobre importata da oltreoceano. Che male può celarsi dietro il ritornello 'Dolcetto o scherzetto?', dietro i travestimenti da fantasma o da scheletro, dietro le zucche incavate? Molti educatori e sacerdoti hanno cercato di argomentare che l’apparenza più o meno innocente di festa carnevalesca vela una sostanza diabolica e favorisce l’affermarsi di valori e simboli fortemente anticristiani. Il fatto non è solo di natura spirituale, non riguarda solo la coscienza religiosa delle persone. Infatti, la festa delle zucche, con tutti i suoi elementi folcloristici, è diventata fatto di costume, ricorrenza obbligata, data immancabile nel calendario 'laico'.

Dunque, il tema è prima di tutto culturale. Non c’è dubbio che per la diffusione che è arrivata ad avere, la festa del 31 ottobre continuerà a riscuotere molto successo. Il punto è se, sul terreno del costume e della percezione di massa, si possa fronteggiare con un’alternativa, che non sia soltanto una contrapposizione di valori, ma un felice ritorno a una tradizione culturale, prima ancora che religiosa. Da alcuni anni gruppi cattolici, diocesi, parrocchie propongono eventi che vogliono riscoprire il significato di una festa, quella di «tutti i santi», che dal IX secolo è fissata come solennità nel calendario liturgico alla data del primo novembre.

Nella notte della vigilia, perché non riscoprire il fascino della santità come fonte di gioco, di festa, di stupore? Molte feste della Luce si terranno quest’anno, indirizzate prima di tutto ai bambini. Sono loro, infatti, i più indifesi consumatori di Halloween. Non c’è da illudersi sull’esito statistico di questa proposta, eppure far presente che anche la luce, la santità possono diventare narrazione, gioco, evento, celebrazione popolare sembra una via necessaria da percorrere. Solo se l’alternativa diventerà culturale o, come si dice nel gergo di Internet,
virale, il seme gettato potrà domani dare in una qualche percentuale il suo frutto.

Già dal 2007, le Sentinelle del mattino propongono di esporre alle finestre, la notte del 31 ottobre, immagini di santi. Per secoli la santità è stata narrata (è il grande campo dell’agiografia) e anche oggi può esser fatta propria dal senso comune di una civiltà, oltre che essere un’aspirazione delle anime. Penso, tra altri esempi possibili della letteratura novecentesca, a un intenso romanzo di Nikos Kazantzakis, Francesco (Crocetti Editore). Esso racconta con maestria narrativa, riempiendo vuoti e usando una certa libertà di invenzione, l’avventura del povero di Assisi, il suo 'trasumanare', che riguarda per ciò stesso ogni creatura umana. E così, oggi più che mai, il 31 di ottobre la luce e il racconto della santità possono farsi strada, anche nel nome di Francesco.

Friday 31 October 2014 08:24

Il bene si può misurare: l'ultima sfida del non profit

Valutare il bene compiuto. Misurarlo. Fino a ricavarne un numero o un valore monetario. È la nuova frontiera del non profit. Si prenda ad esempio la cooperazione internazionale nei Paesi in via di sviluppo, o le associazioni che ricevono donazioni e contributi pubblici, o ancora i servizi delle pubbliche amministrazioni. Come sapere se le azioni intraprese producono un reale cambiamento? E se questo cambiamento rappresenta un beneficio reale per le persone o una determinata comunità? La richiesta di metriche e di dati quantitativi che misurino l’impatto sociale degli interventi nel Terzo settore si sta imponendo a livello internazionale e in Italia è al centro di un acceso dibattito. In Europa chi non sta al passo rischia di rimanere escluso: la Commissione europea ha fissato uno standard per misurare gli impatti di imprese a carattere sociale, che sarà determinante per accedere agli 86 milioni di euro stanziati dal 2014 al 2020 dal nuovo programma
Employment and Social Innovation (EaSI) e agli European Social Entrepreneurship Funds (EuSEF), i fondi dedicati all’impresa sociale.

La misurazione del valore sociale è «il tentativo di fornire una rappresentazione oggettiva del cambiamento», «sia esso l’inclusione sociale, la formazione professionale, l’assistenza sanitaria, la protezione e valorizzazione del patrimonio artistico, la rinascita territoriale» sintetizzano Clodia Vurro e Francesco Perrini in 'La valutazione degli impatti sociali' (Egea), una mappatura degli strumenti in campo, alcuni dei quali arrivano a calcolare con una formula il cambiamento prodotto da un progetto, un fondo o un’organizzazione. La 'metrica' che più di tutte sta entusiasmando una fetta di attori e finanziatori del Terzo settore in questo momento è lo Sroi (social return of investment), il calcolo del ritorno sociale dell’investimento. Si ispira al più conosciuto indice economico Roi. 

Considera però non solo i risultati quantitativi di un’attività svolta (output) ma anche i benefici immateriali derivanti da quell’attività (outcome), definendo un indice che esprime il rapporto tra risorse investite e impatto ottenuto. Un esempio è stato fornito di recente da Centro Studi della Fondazione Lang, che ha calcolato lo Sroi su quattro anni di attività della Fondazione Piero e Lucille Corti, nata per sostenere l’ospedale Saint Mary Lacor in Uganda. L’analisi, finanziata da Fondazione Cariplo, ha considerato tutti gli effetti sul territorio ugandese riconducibili al Lacor Hospital dal 2010 al 2014. Lo 'Sroi ratio' è stato calcolato ponendo al numeratore il valore di output e outcome
e al denominatore l’importo delle donazioni all’ospedale, tenendo conto di tutti gli attori coinvolti: l’investitore, gli studenti di medicina e la popolazione locale che vive e utilizza i servizi sanitari. 

Oltre al numero di pazienti curati si sono quantificati benefici come l’aumento di livello di salute pubblica, l’indotto economico sul territorio, il miglioramento delle infrastrutture, la diffusione di cultura e know howa
livello locale. Tutti i dati sono stati poi monetizzati, fino ad arrivare all’indice 2,74: in sostanza per ogni euro erogato dalla Fondazione Corti al Lacor Hospital nel 2014 sono stati generati 2,74 euro sul territorio ugandese.

Ma a chi sono utili questi dati? «Ai donatori, che possono avere un’idea più precisa del valore prodotto dalla propria donazione – risponde Elisa Chiaf, direttrice del Centro di ricerca Socialis dell’Università degli Studi di Brescia – ma anche alle organizzazioni che realizzano gli interventi per migliorare l’efficacia delle proprie performance». Socialis ha applicato alle cooperative che si occupano di inserimento lavorativo di persone svantaggiate il metodo 'Valoris', che permette di misurare il risparmio che l’impresa sociale garantisce all’ente pubblico nel tempo. Ma il benessere di una persona o di una comunità si può misurare?

Non c’è il rischio di appiattire ogni aspetto della vita sulla dimensione economica? E aspetti intangibili come la relazione creata con un paziente o lo stile di un servizio non rischiano di restare al di fuori, per definizione, da ogni calcolo? In Italia la misurazione dell’impatto sociale può contare su entusiasti sostenitori. Ma c’è anche chi ne evidenzia i limiti e gli aspetti problematici. Come il fatto che non esistano metriche condivise, ma una pluralità di indici. Se poi è vero che il valore sociale cambia nel tempo e a seconda dei luoghi, delle persone e delle situazioni, non si rischia che ogni misurazione sia frutto di un punto di vista parziale? 

«È vero, c’è ancora una pluralità di indici, ma è normale – sostiene Mario Molteni, direttore dell’Alta scuola impresa e società (Altis) dell’Università Cattolica – in un’industria allo stato nascente prevale la varietà delle metodologie. È solo con l’accumulo di esperienze che si affinano le metriche e, per tentativi e aggregazioni, si arriva allo standard e all’affermarsi di un tipo di misurazione rispetto a un’altra».
 
Altis è l’unico membro italiano dello Sroi network che ha appena lanciato 'Social Value International', la più grande rete internazionale sul valore sociale del mondo. Secondo Molteni «non esistono organizzazioni non misurabili, anche se può darsi ci siano attività meno misurabili di altre, ad esempio le relazioni di aiuto di tipo psicologico».
D’altra parte, «in tutto il mondo si utilizzano da anni scale quantitative per tracciare anche elementi qualitativi, per esempio nel campo della disabilità». Il valore generato dal Terzo settore italiano, secondo gli ultimi dati Istat, è pari a 64 miliardi di euro. Il non profit dà lavoro a 680mila persone e continua a ricevere fiducia da parte dei cittadini donatori nonostante la crisi: secondo l’Istituto Italiano della Donazione, nel 2013 il 47% delle organizzazioni ha potuto contare sullo stesso volume di entrate dell’anno precedente, mentre il 27% le ha viste addirittura crescere. 

Ma se in Gran Bretagna il 70% delle associazioni misura in modo regolare l’impatto delle proprie attività, in Italia è solo il 32% delle organizzazioni più innovative a farlo, ha rivelato una ricerca di Sodalitas e Irs. Nel 2013 il G7 ha istituito una Task force sul
Social impact investment e in Italia sta operando un advisory board presieduto da Giovanna Melandri che ha tra i suoi obiettivi quello di stimolare la misurazione dell’impatto sociale. E la legge delega di riforma del Terzo settore approvata lo scorso luglio prevede la revisione dello statuto giuridico dell’impresa sociale, definita «impresa privata a finalità d’interesse generale avente come proprio obiettivo primario il raggiungimento di impatti sociali positivi misurabili».

Le perplessità non mancano. «Non sono contro la valutazione, ma imporre come obiettivo primario alle non profit la misurazione è assurdo, finirebbe per essere solo un onere burocratico in più» afferma Carlo Borzaga, professore di Politica economica all’Università di Trento e presidente dell’Istituto europeo di ricerca sull’impresa cooperativa e sociale (Euricse). «Oltretutto in Italia c’è stato un errore di interpretazione: a livello europeo sono i fondi a dover dimostrare che i contributi pubblici sono spesi con efficacia e quindi a sostenere i costi della misurazione dell’impatto sociale, non le non profit». Secondo Stefano Zamagni «l’impatto sociale si può valutare e chi sostiene il contrario lo fa per pigrizia, incapacità o per altri interessi. 

Misurare è un dovere e chi non lo fa resterà indietro perché in ogni caso si andrà in questa direzione: lo chiedono la Commissione europea, il G8 e il governo italiano». Per l’economista, già presidente dell’Agenzia delle Onlus, «l’errore di molte organizzazioni è considerare la valutazione un giudizio, invece bisogna recuperarne il significato originario che è 'dare valore' al proprio operato. Il non profit dovrebbe farsi promotore della valutazione dell’impatto sociale in modo propositivo e diventare protagonista di un grande cambiamento culturale in questa direzione, senza subire come imposizione la richiesta di misurare il risultato dei propri interventi».

Friday 31 October 2014 08:10

Il matrimonio non è gay; quel furto di tradizione

Qualche giorno fa con la consueta acutezza, Sergio Romano ci ha ricordato che «le parole non sono scatole vuote», ma condensano un comune sentire, che a volte è quello che risulta da esperienze plurimillenarie dell’umanità. Così, egli rileva, se si insiste per usare la parola 'matrimonio' per qualificare legalmente le convivenze omosessuali, si realizza un vero e proprio «furto di tradizione», che, secondo l’opinionista del Corriere della Sera, «non conviene neppure agli omosessuali». Ciò che essi dovrebbero richiedere non sarebbe propriamente il matrimonio, ma un «diritto nuovo» e sarebbe, di conseguenza, opportuno che si usasse un «termine nuovo», ove si decidesse di riconoscere loro questo diritto. 

L’argomentazione sembra difficilmente confutabile. La si può anche ricondurre al dettato di una delle poche sagge sentenze in materia della Corte Costituzionale italiana, che da una parte ha negato che le convivenze omosessuali possano essere tutelate ex art. 29 (che, ha ribadito la Corte, è stato pensato con esclusivo riguardo al matrimonio tra un uomo e una donna), ma dall’altra ha aggiunto che è ben possibile (anzi, opportuno) che esse vengano riconosciute in base all’art. 2, quello che impone alla Repubblica di tutelare tutte le formazioni sociali all’interno delle quali si svolge la personalità dell’uomo. 

Ciò non di meno, l’esortazione di Sergio Romano a individuare parole nuove per designare nuove dinamiche e nuovi istituti giuridici appare appesa a un filo. Lo dimostra il fatto che la pretesa di una serie di associazioni e movimenti gay di ottenere (ove lo richiedano) il riconoscimento delle loro convivenze proprio come matrimoni (nel senso linguistico-tradizionale del termine) sta ottenendo ampia soddisfazione, almeno nel mondo occidentale, e si è già consolidata in diversi ordinamenti giuridici.

Lo dimostra altresì il fatto che nei casi in cui alle convivenze gay si è riconosciuto non il diritto al matrimonio, ma il diritto a stipulare una 'convivenza registrata' (come in Germania o, con qualche lieve variante lessicale, nel Regno Unito) si è rapidamente provveduto, o per via amministrativa o per via giurisdizionale, a riconnettere alle convivenze registrate gli stessi identici diritti riconosciuti alle coppie eterosessuali regolarmente coniugate. E poiché tra i diritti delle coppie coniugate eterosessuali c’è quello all’adozione, è possibile, senza contraddirsi, negare questo diritto anche alle coppie gay, regolarmente legalizzate? 

Certamente sì, ma solo a una condizione (quella cui allude Romano), la condizione di non riconoscere le convivenze gay come propriamente matrimoniali, cioè come convivenze di principio 'generative', ma come qualcosa di radicalmente diverso, come convivenze di principio esclusivamente 'aggregative'. Conosciamo bene il desiderio di molte coppie omosessuali (ma non tutte!) di trascendere la loro insuperabile sterilità, aprendosi alla procreazione (secondo le più diverse e complesse tecniche artificiali); ma negare loro il diritto di interpretare se stesse come unioni generative non è far loro violenza, ma rendere un omaggio alla verità delle cose, o, più semplicemente, alla 'natura' (se vogliamo usare un termine controverso, ma in questo contesto irrinunciabile).

È un discorso, questo, che può apparire duro, ma che ha dalla sua la durezza della verità: i fatti, ripeteva Norberto Bobbio, sono «resistenti». Accettiamo l’invito di Sergio Romano e cerchiamo di resistere alla tentazione di commettere nei confronti del termine 'matrimonio' un «furto di tradizione»: cerchiamo, se vogliamo legalizzare le unioni omosessuali, di rispettare la verità delle cose, cioè, in definitiva, di rispettare noi stessi.

Friday 31 October 2014 07:51

Garanzia giovani, l'assurda fatica di spendere per "fare" lavoro

Superare la vecchia idea del posto fisso e l’articolo 18: è questa la direzione giusta? La realtà è complessa, ma l’immagine utilizzata da Matteo Renzi alla Leopolda non lascia molti margini di dubbio: non possiamo pensare – dice il premier – di contrastare la disoccupazione con ricette che andavano bene nel secolo scorso, perché sarebbe come usare un gettone del telefono per cercare di far funzionare i nostri cellulari evoluti. I tempi sono cambiati, afferma insomma Renzi.
 
Chi va tutelato, oggi, è il lavoratore, non più il singolo posto di lavoro. Per questo i vecchi arnesi di tutela forgiati nel Novecento industriale, anche quando frutto di importanti e gloriose conquiste sindacali, vanno "rottamati" facendo spazio a moderni servizi al lavoro ed efficienti programmi di ricollocazione e riqualificazione professionale.

Se quella delle politiche attive è la proposta centrale di quel Jobs Act su cui da mesi si stanno contrapponendo Governo e sindacati, merita allora particolare attenzione l’andamento di Garanzia Giovani. Un programma europeo di contrasto alla disoccupazione e inattività giovanile di cui ancora poco si parla, anche perché non accende gli animi e non conquista gli onori delle piazze e delle prima pagine dei giornali come invece l’articolo 18. Eppure, per rimanere alla immagine proposta da Matteo Renzi, è proprio attraverso un primo bilancio di Garanzia Giovani che possiamo verificare, in modo pragmatico e senza gli occhiali della ideologia, se l’Italia sia oggi dotata del know how (cioè delle competenze, delle esperienze, delle abilità) e di quelle infrastrutture tecnologiche che sono necessarie per far funzionare gli "smartphone" del lavoro.

La prima e forse unica buona notizia è che, in questo caso, le risorse non mancano. Parliamo di uno stanziamento cospicuo, pari a 1,5 miliardi di euro, di cui beneficiano tutte le Regioni italiane. Eppure sono bastati pochi mesi di sperimentazione per comprendere che, in Italia, il vero problema per un reale cambiamento delle politiche del lavoro non è tanto quello delle risorse, che ci sono, ma è che non vengono spese e, così, non stanno producendo i risultati attesi. Emblematico è il caso delle Regioni del Mezzogiorno. Qui si sono persi negli ultimi anni ben 800mila posti di lavoro.
 
Eppure il maggiore ritardo nella attuazione del programma è proprio loro. Garanzia Giovani significa, almeno sulla carta, la promessa di non lasciare solo chi, tra i nostri giovani, è senza una occupazione. E impegna Stato e Regioni a garantire a una persona giovane in carne e ossa, entro quattro mesi dalla iscrizione al programma, una proposta di lavoro o di stage o, in alternativa, un percorso di riqualificazione professionale. Tuttavia, poco meno di un quarto dei 260mila giovani italiani registrati al programma è stato convocato quantomeno per un colloquio preliminare. Pochi sono anche i posti di lavoro attivati. Sono invece ben 200mila i giovani messi in fila davanti a una porta, quella delle politiche attive del lavoro, che rimane incomprensibilmente chiusa anche quando le dotazioni finanziarie ci sono e si tratterebbe solo di valutarne, in prima battuta, i percorsi formativi, le competenze e le professionalità.

Per non parlare della stragrande maggioranza di quei 2 milioni e mezzo di giovani italiani senza lavoro e non iscritti ad alcun percorso formativo, i cosiddetti "Neet" che davanti a quella porta non sono neppure passati. Speculare è la posizione di chi potrebbe davvero dare loro una speranza e una risposta concreta: le aziende che ancora oggi, a sei mesi dall’avvio del programma, non sono nelle condizioni di capire se i fondi a disposizione siano attivi o meno e quali siano le procedure burocratiche da affrontare. Insomma, tanti convegni, moltissimi accordi programmatici, nuovi portali internet, qualche spot pubblicitario di scarsa efficacia e poco altro: per ora Garanzia Giovani non ha contribuito a riattivare l’occupazione giovanile e tanto meno a fluidificare i turbolenti percorsi di transizione dalla scuola al lavoro. Sia chiaro, il fallimento o il successo di uno strumento dalle grandissime potenzialità come Garanzia Giovani non lo si può misurare in termini di freddi numeri: quanti gli iscritti, quanti i colloqui, quante le offerte di lavoro concrete.

Decisiva, piuttosto, sarà la capacità o meno delle nostre istituzioni e della politica di costruire, anche per il tramite di Garanzia Giovani, il nuovo sistema dell’incontro tra la domanda e offerta di lavoro, avvicinando i percorsi formativi dei giovani e le loro competenze ai fabbisogni professionali delle imprese. Solo allora potremo dire se l’era del telefono a gettoni è davvero terminata o se invece è meglio tenersi stretti i vecchi arnesi perché, in una Italia in ginocchio e incapace di vincere la sfida della modernità, sono gli unici che ancora funzionano.

Friday 31 October 2014 07:38

Lotta alla povertà, primissimo dovere

​Se un punto e mezzo di minor povertà vi sembra molto, tirate un sospiro di sollievo e dite pure a parlamentari e governanti di dormire tranquilli, anzi autorizzateli a pensare di aver invertito il terribile trend di immiserimento degli italiani. In realtà il 28,4% di poveri certificato ieri dall’Istat nel Paese dei bonus, della deflazione, degli incapienti e della ripresa sempre rimandata è pesantissimo. Ma più pesante ancora è il dato sull’esplosione sino al 43,7% della povertà delle famiglie con tre o più figli. Qualcuno ha ancora dubbi sul fatto che non si può continuare a trattare questi padri e queste madri con disinteresse ostile a livello fiscale e di erogazione dei servizi? Rispettarli e sostenerli è il primissimo dovere. Irrimandabile.

Thursday 30 October 2014

Ebola, i marines e il Veneto: umanità in quarantena

La quarantena? Se la facciano a casa loro. Più chiaro di così, il governatore del Veneto Luca Zaia non poteva essere. E pazienza se i militari americani rientrati dalla Liberia stanno benissimo e non presentano alcun sintomo del temutissimo virus ebola, anche perché in Africa ci sono andati, nell’ambito di una operazione umanitaria internazionale, per costruire ospedali e non per curare malati. Chiusi per le prossime tre settimane in una stanza sigillata della base Setaf, nella caserma Ederle di Vicenza, gli 11 americani obbediscono a un protocollo ultra precauzionale, studiato per tranquillizzare, non per spaventare la popolazione. Ma Zaia lo dice «in amicizia» e, per non sbagliarsi, lo chiede ufficialmente anche al premier Renzi, perché è anche una questione di rispetto «per il popolo italiano e per i veneti».
Quindi tutti avvisati: se un cittadino straniero (non sia mai, un africano, ad esempio) si scoprisse ammalato di ebola in Veneto – apriti cielo – farebbe bene a tornarsene al paesello suo a farsi curare. Ma ecco, parliamo di rispetto: i cittadini hanno bisogno di essere rassicurati sull’efficienza della prevenzione e delle eventuali cure, non messi inutilmente in allarme. 

Di episodi di caccia agli untori di ebola, pur non avvertendosene la necessità, ce ne sono già stati: la bimba reduce da un viaggio in Africa tenuta fuori dall’asilo di Fiumicino da un gruppo di mamme «spaventate» diventato branco; il nigeriano colto da malore e morto dopo essere rimasto per 50 minuti senza soccorsi nell’aeroporto di Madrid. Episodi in cui si è messo in quarantena (speriamo non perso del tutto) il senso della misura, della realtà e dell’umanità. Nelle stesse ore in cui il governatore Zaia esternava – subito rinfocolato dal sindaco di Padova Massimo Bitonci, già passato alle cronache nazionali per aver sollecitato un «certificato di buona salute» per chi entra in Italia – il Papa da piazza San Pietro esprimeva «affetto» per quanti «si prodigano eroicamente per soccorrere questi nostri fratelli e sorelle ammalati» e ha chiesto di nuovo alla comunità internazionale di compiere «ogni necessario sforzo per debellare questo virus». Non ha parlato di frontiere o di quarantene, solo di «fratelli ammalati». Sguardi diversi. Nel caso di Vicenza, poi, ci sono sì, i fratelli e le sorelle che si prodigano. Ma non ci sono nemmeno i malati.

Thursday 30 October 2014 09:18

ALLORA E’ DAVVERO SCALFARIANO ! (Papa Bergoglio smentisce il Vaticano e ora pubblica, come suo libro, le esplosive interviste – inizialmente tolte dal sito della Santa Sede – col fondatore di “Repubblica”. Con tutto il “relativismo” che contengono e non solo…).

Nel Vaticano di papa Bergoglio la confusione è totale. Ogni giorno ce n’è una. Dopo lo sconcertante caso “Leoncavallo in Vaticano”, ora, con la firma di “Jorge Mario Bergoglio-Papa Francesco”, la Libreria editrice vaticana pubblica il volume “Interviste e conversazioni con i giornalisti”, dove vengono raccolte “le interviste rivolte a papa Francesco, riconosciute e pubblicate come tali dal giornale della Santa Sede L’Osservatore romano e da altre testate”.

E’ clamoroso e significativo che fra di esse ci siano anche le due con Eugenio Scalfari perché finora molti le consideravano controverse. Il fatto creerà imbarazzo. Ricordiamo i loro contenuti più esplosivi.

 

“NON ESISTE UN DIO CATTOLICO”

 

Nell’intervista del 1° ottobre 2013, a proposito dei “mali più gravi” che “affliggono il mondo”, incredibilmente Bergoglio non parla della perdita della fede, della cancellazione di Dio o dell’attacco alle basi della morale e della legge naturale.

No. Dice: “la disoccupazione dei giovani” e “la solitudine dei vecchi”.

Scalfari, stupito, gli fa presente che questi sono un “problema politico ed economico” che “riguarda gli Stati, i governi, i partiti e i sindacati”. Il Papa dovrebbe occuparsi di Dio.

Ma Bergoglio ribatte che quelli da lui enunciati, anche per la Chiesa, sono “il problema più urgente e più drammatico”.

Poi il passo più dirompente, dove il papa afferma: “Ciascuno di noi ha una sua visione del Bene e anche del Male. Noi dobbiamo incitarlo a procedere verso quello che lui pensa sia il Bene (…). Ciascuno ha una sua idea del Bene e del Male e deve scegliere di seguire il Bene e combattere il Male come lui li concepisce. Basterebbe questo per migliorare il mondo”.

Molti hanno osservato che questo concetto, che nega l’oggettività del Bene e del Male, contraddice tutto il magistero della Chiesa ed è molto pericoloso perché potrebbe essere usato perfino da Stalin e Hitler per autogiustificarsi.

Un altro passaggio bergogliano che ha creato forte disagio: “i Capi della Chiesa spesso sono stati narcisi, lusingati e malamente eccitati dai loro cortigiani. La corte è la lebbra del papato” (è stato ricordato a Francesco che lui più di tutti deve guardarsi dalle lusinghe dei cortigiani).

Nell’intervista papa Bergoglio si scaglia poi duramente contro il “liberismo selvaggio”, ma non pronuncia parole di condanna verso il comunismo e neanche verso la teologia della liberazione (in entrambi i casi elogia  le persone che hanno professato queste ideologie).

Il papa argentino condanna inoltre il “proselitismo” cattolico (“una solenne sciocchezza”) dicendo che “il nostro obiettivo non è il proselitismo, ma l’ascolto dei bisogni, dei desideri, delle delusioni”.

Al contrario di quanto prescrive Gesù nel Vangelo: “Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandate” (Mt 28, 19-20).

In un altro passo stupefacente, papa Bergoglio diceva:  “io credo in Dio. Non in un Dio cattolico, non esiste un Dio cattolico, esiste Dio”.

Strane anche le parole sull’escatologia dove dice che, dopo la fine del mondo, “la luce di Dio invaderà tutte le anime” e ripete che “tutta la luce sarà in tutte le anime”.

Quel “tutte” apre qualche interrogativo, soprattutto se si tiene presente che nel magistero ordinario di Bergoglio è difficile trovare la parola “inferno” (io non l’ho trovata).

 

IMBARAZZO VATICANO

 

Questa intervista, uscita il 1° ottobre su “Repubblica”, fu ristampata l’indomani anche sull’”Osservatore romano” e fu collocata nel sito internet del Vaticano.

Qualche coraggioso provò a dar voce allo sconcerto che era di molti cattolici per quelle parole mai pronunciate da un papa.

Padre Lombardi tentò di arrampicarsi sugli specchi dicendo che Francesco non aveva rivisto personalmente il testo, che tuttavia Scalfari aveva inviato prima della pubblicazione.

Non convinse nessuno.

Il fatto poi che non arrivasse nessuna smentita precisa e incontestabile alle dichiarazioni più sorprendenti fece crescere lo sconcerto.

Così, dopo un mese e mezzo, il 15 novembre, fu decisa la cancellazione di quell’intervista dal sito ufficiale del papa e del Vaticano.

Per l’occasione padre Lombardi tornò ad arrampicarsi sugli specchi spiegando che “l’intervista è attendibile in senso generale, ma non nelle  singole valutazioni: per questo si è ritenuto di non farne un testo consultabile sul sito della Santa Sede. In sostanza, togliendola si è fatta una messa a punto della natura di quel testo. C’era qualche equivoco e dibattito sul suo valore. Lo ha deciso la Segreteria di  Stato”.

A quel punto perfino “Vatican Insider”, che è la “curva sud” dei tifosi bergogliani, notò che “in effetti l’articolo conteneva espressioni difficilmente attribuibili a Papa Francesco”.

Sennonché adesso l’intervista viene ripubblicata addirittura in un libro del papa. Dunque ora cosa diranno?

Non solo. Gli incontri fra Scalfari e Bergoglio sono proseguiti. E il 13 luglio di quest’anno su “Repubblica” è uscita un’altra intervista di Scalfari al papa.

 

L’IRA DEI CARDINALI

 

Anche stavolta vi si leggono passi stupefacenti. Per esempio, papa Bergoglio afferma che “se (una persona) sceglie il male perché è sicura che da esso deriverà un bene dall’alto dei cieli queste intenzioni e le loro conseguenze saranno valutate. Non possiamo dire di più perché non sappiamo di più”.

Poi il papa dice che, a proposito degli ecclesiastici, “il celibato fu stabilito nel X secolo” (notizia che ha sorpreso gli storici della Chiesa) e che, per quanto riguarda il matrimonio dei preti, “ci vuole tempo, ma le soluzioni ci sono e le troverò”.

Infine il passo più esplosivo. Parlando della pedofilia nella Chiesa, il papa dette una percentuale sbagliata (in eccesso) e aggiunse che fra questi pedofili ci sono “sacerdoti e perfino vescovi e cardinali”.

La mattina stessa dell’uscita dell’intervista, il 13 luglio, pur essendo domenica, pare che alcuni importanti porporati abbiano telefonato usando parole di fuoco. Così il solito padre Lombardi si precipitò subito a fare una dichiarazione su quel colloquio “cordiale e molto interessante”.

Disse: “come già in precedenza in una circostanza analoga, bisogna far notare che ciò che Scalfari attribuisce al Papa, riferendo ‘fra virgolette’ le sue parole è frutto della sua memoria di esperto giornalista, ma non di trascrizione precisa di una registrazione e tantomeno di revisione da parte dell’interessato”.

Quindi “non si può e non si deve parlare in alcun modo di un’intervista… Se quindi si può ritenere che nell’insieme l’articolo riporti il senso e lo spirito del colloquio… occorre ribadire con forza”, come la volta precedente, “che le singole espressioni riferite, nella formulazione riportata, non possono essere attribuite con sicurezza al Papa”.

“In particolare” padre Lombardi smentì due affermazioni che “non sono attribuibili al Papa. Cioè che fra i pedofili vi siano dei ‘cardinali’, e che il Papa abbia affermato con sicurezza, a proposito del celibato, ‘le soluzioni le troverò’ ”.

Lombardi notò che in queste due affermazioni “attribuite al Papa”, Scalfari apriva le virgolette, ma non le chiudeva: “dimenticanza” si chiedeva il portavoce vaticano “o esplicito riconoscimento che si sta facendo una manipolazione per i lettori ingenui?”.

E’ curioso che una parola così pesante (“manipolazione”) venga usata verso un giornalista che il papa ha continuato a ricevere più volte. Curioso pure che la smentita sia stata precisa e dura su punti scottanti, come quello relativo ai cardinali e la pedofilia, ma non sulle affermazioni di contenuto dottrinale, che sarebbero anche più importanti.

 

E ORA ?

 

Infine, che valore ha questa smentita di luglio, pur riportata, senza commenti, nell’introduzione del libro firmata da don Giuseppe Costa, dal momento che adesso il papa ripubblica quelle due interviste integrali, tali e quali, in un libro con la sua firma?

Può un papa seminare questa confusione fra i fedeli?

 

 

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 30 ottobre 2014

Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

 

 

 

 

 

 

Thursday 30 October 2014 08:32

Dare forza alla Tunisia

Chi avrebbe mai immaginato che un partito di maggioranza relativa di intonazione islamista perdesse il primato a favore di una formazione laico-moderata e accettasse il risultato elettorale senza che scorresse il sangue per le strade, senza il preannuncio di un golpe, senza una catena di attentati alla vigilia del voto? Che cioè s’instaurasse proprio lì, nel Maghreb, la regola dell’alternanza democratica che nel mondo occidentale è la base condivisa della democrazia rappresentativa? Pochi, pochissimi ci avrebbero scommesso.

La dura lezione della storia ci aveva tristemente ammonito: nel giro di un paio d’anni le proteste e i sommovimenti rivoluzionari che avevano scosso la Libia, l’Egitto, lo Yemen, il Bahrein, l’Algeria, l’Iraq, l’Iran, la Giordania, Gibuti, la Siria e che avevano in qualche modo illuso il mondo libero che fosse in atto un’irreversibile quanto gloriosa "primavera araba" si erano ripiegati su se stessi dando vita il più delle volte a guerre civili senza fine, a caotiche restaurazioni, a repressioni durissime, a inconcludenti cosmesi istituzionali.

Il marhaban, la rivoluzione era fallita dovunque e al suo posto trionfavano i tagliatori di teste dello Stato islamico, i kamikaze di Baghdad, gli scontri tribali di Tripoli e Bengasi, il fallimento e la messa al bando dei Fratelli musulmani in Egitto, il pugno di ferro dell’Arabia Saudita e degli Emirati nei confronti del dissenso e il sanguinoso slabbrarsi delle frontiere disegnate un secolo fa dall’accordo Sykes-Picot, con una drammatica quanto imponente massa di profughi.
Ma a conferma del fatto che la vita ha più fantasia dei suoi scribi, la Tunisia, piccola e caparbia nazione affacciata sul Mediterraneo e quasi schiacciata dai suoi vasti vicini, la Libia e l’Algeria, proprio quella Tunisia, dove nel 2010 tutto ebbe inizio, ci ha di nuovo sorpreso. Rached Ghannouchi, capo del partito di ispirazione religiosa Ennahda, si è complimentato con Béji Caïd Essebsi, leader di Nidaa Tounes, uscito vincitore dalla consultazione elettorale di domenica scorsa.

Com’è potuto accadere? Certamente la Tunisia è un Paese speciale. La lunga influenza francese e l’indubbia lungimiranza dell’allora presidente Bourghiba (fondatore autoritario della Tunisia moderna, ma al tempo stesso di inaspettata apertura quanto a temi come l’emancipazione femminile e i diritti dell’uomo che nel mondo arabo sono sempre stati un tabù nella loro versione piena, secondo la Carta Onu del 1948) avevano posto le radici di una società che nel gennaio scorso è stata in grado di darsi una Costituzione di intonazione liberaldemocratica dove svetta – impensabile o quasi, ripetiamolo, nella più parte del mondo arabo per non dire dell’islam – l’uguaglianza fra uomo e donna e dove la sharia, l’osservanza coranica, è tutelata  («lo Stato è custode della religione, garante della libertà di coscienza e di fede e del libero esercizio del culto») ma non è la base e il fondamento del diritto.

Sgombriamo subito il campo da inutili equivoci: Béji Caïd Essebsi non è un nuovo messia, bensì un navigato esponente politico dei passati regimi. Gli islamisti lo definiscono "laico", ma non è in una nebulosa laicità che risiede la sua principale risorsa così come gli ottantotto anni che ha sulle spalle non fanno di lui il leader del futuro. Tuttavia ha il merito di aver trovato una lunghezza d’onda civile con gli islamisti di Ennahda, con i quali verosimilmente finirà per governare. Non fosse perché un nemico comune l’hanno entrambi: i jihadisti che hanno scelto di entrare nelle file del Califfato. Pur essendo soltanto alcune migliaia, per una nazione a suo modo fragile come la Tunisia rappresentano un pericolo non indifferente.

Tenere lontano dalla politica l’integralismo e la sirena della sharia sarà probabilmente il compito più arduo per la Tunisia democratica. Ma lo spettacolo offertoci da questa prova elettorale torna a riproporci un miraggio che credevamo svanito per sempre: quello di una via araba alla democrazia moderna. Per questo Tunisi avrà molti nemici, visibili e soprattutto occulti.

E per questo la Tunisia – che è alle prese con serie difficoltà economiche – va sostenuta. L’Europa e l’Italia, sinora troppo distratte e assurdamente noncuranti, farebbero bene a stare in prima linea in questo concreto impegno di amicizia. La lezione del resto è chiarissima: non è con i bombardamenti e con i droni che si costruiscono le grandi trasformazioni. La grande prova di maturità civile offerta dalla Tunisia lo conferma.

Tuesday 28 October 2014

Il progetto costante

È stata l’occasione per un grande riconoscimento alla persona di Benedetto XVI lo scoprimento, ieri, del busto che lo rappresenta nella sede della Pontificia Accademia delle Scienze. Papa Francesco ha messo in luce la figura eminente del suo predecessore, come teologo, il suo amore per la verità che non si è limitato alla teologia o alla filosofia e si è aperto alla scienza. Ma la circostanza è stata anche occasione per alcune considerazioni sulla creazione e la scienza. All’inizio e nella parte finale dell’intervento del Papa c’è una osservazione: il progresso scientifico deve essere portato avanti, ma finalizzato all’uomo, a preparare il suo futuro, a eliminare i rischi dell’ambiente sia naturale che umano, cioè a costruire un mondo umano; e deve essere finalizzato al miglioramento delle condizioni di vita della gente, specialmente dei più poveri. Un riferimento molto concreto che comprendiamo bene in un Papa che continuamente manifesta la sua sollecitudine per gli ultimi, i marginali, i senza potere, i periferici.

Papa Francesco non è entrato nel tema dell’evoluzione del concetto di natura, che viene affrontato nella riunione della Pontificia Accademia delle Scienze, ma ha dato quasi le premesse soffermandosi sul concetto di creazione che implica un rapporto del mondo con il Creatore non solo agli inizi del tempo, ma costante. Ricordando le parole di Paolo nell’Areopago – «In lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» – ha affermato: «Dio e Cristo camminano con noi e sono presenti nella natura». La creazione non va vista come una magia con cui Dio fa esistere le cose. «Ha creato gli esseri e li ha lasciati sviluppare secondo le leggi interne che ha dato a ognuno». Ciò a partire dal Big Bang che oggi si pone all’origine del mondo. «Esso non contraddice, l’intervento creatore divino, ma lo esige».

L’evoluzione della natura non contrasta con la nozione di creazione, perché l’evoluzione presuppone la creazione degli esseri che si evolvono. L’evoluzione manifesta le potenzialità della creazione. «Egli ha creato gli esseri e li ha lasciati sviluppare secondo le leggi interne che Lui ha dato ad ognuno, perché si sviluppassero, perché arrivassero alla propria pienezza. Egli ha dato autonomia agli esseri dell’universo… E così la creazione è andata avanti per secoli e secoli, millenni e millenni finché è diventata quella che conosciamo oggi, proprio perché Dio non è un demiurgo o un mago, ma il Creatore che dà l’essere a tutti gli enti». Papa Francesco riprende e ribadisce con grande chiarezza un concetto che Giovanni Paolo II e Benedetto XVI in varie occasioni avevano espresso. Teilhard de Chardin diceva: «Dio non fa le cose, fa in modo che si facciano». E il Catechismo della Chiesa cattolica ricorda che Dio è «la causa prima che opera nelle e per mezzo delle cause seconde» (n.308). La grande sfida che la fede lancia alla scienza è la scoperta delle leggi che regolano le trasformazioni del mondo, che solo in parte conosciamo.

Ma per quanto riguarda l’uomo il Papa ricorda che Dio dà all’essere umano un’autonomia diversa da quella della natura, quella della libertà, rendendolo responsabile della creazione, «perché domini il creato e lo sviluppi fino alla fine dei tempi». E qui Francesco fa appello non solo alle responsabilità nel preservare la creazione, ma alla ricerca per scoprire le potenzialità della natura: «Lo scienziato deve essere mosso dalla fiducia che la natura nasconda, nei suoi meccanismi evolutivi, delle potenzialità che spetta all’intelligenza e alla libertà scoprire e attuare per arrivare allo sviluppo che è nel disegno del Creatore». Riemerge implicitamente il concetto espresso all’inizio del discorso: costruire un mondo umano. «Allora, per quanto limitata, l’azione dell’uomo partecipa della potenza di Dio ed è in grado di costruire un mondo adatto alla sua duplice vita corporea e spirituale».

Ma, aggiunge il Papa, «è anche vero che l’azione dell’uomo, quando la sua libertà diventa autonomia, distrugge il creato e l’uomo prende il posto del Creatore. È il peccato contro Dio Creatore». Oltre alla preoccupazione dell’ambiente, su cui in varie occasioni il Papa ha richiamato l’attenzione, viene ripreso un concetto espresso all’inizio del discorso: la finalizzazione del progresso della scienza a realizzare un mondo umano, a migliorare le condizioni di vita di tutti e non solo di alcuni privilegiati. E questo è il punto.

Fiorenzo Facchini – Avvenire, 28 ottobre 2014

Tuesday 28 October 2014 04:00

La "Evangelii gaudium" del papa emerito Benedetto

Ratzinger ha rotto un'altra volta il silenzio. Per avvertire che un dialogo che rinunci alla verità "è letale" per la propagazione della fede cristiana. E quindi anche per la diffusione di quella "gioia del Vangelo" che è nel programma di papa Francesco

Saturday 25 October 2014

BENEDETTO XVI E GIOVANNI PAOLO II IN NOSTRO AIUTO…

23 OTTOBRE

BENEDETTO XVI TORNA A PARLARE: UN GRANDE DISCORSO SULLA GIOIA DELL’INCONTRO CON GESU’ E LA MISSIONE… LEGGERE, MEDITARE E IMPARARE !!! ANCHE IN VATICANO

http://www.korazym.org/18000/messaggio-benedetto-xvi-urbaniana-religioni-missione/

 

25 OTTOBRE
IN QUESTI GIORNI ALTRI DUE SIGNIFICATIVI MESSAGGI DI BENEDETTO XVI : SUL “RITO ANTICO” E SULLA DIFESA DELLA VITA COME PILASTRO DELLA PACE.
GRANDE MAGISTERO CATTOLICO.Oltre al messaggio all’Università Urbaniana (che ho pubblicato due giorni fa), dove Benedetto XVI parla del dovere e della bellezza dell’annuncio cristiano e del rapporto con le altre religioni, il papa emerito in questi giorni ha scritto altri due significativi messaggi.
Una lettera di saluto al delegato generale del pellegrinaggio del «Summorum Pontificum», dove si legge:
«Sono molto felice che l’Usus antiquus vive adesso in una piena pace della Chiesa, anche presso i giovani, appoggiato e celebrato da grandi cardinali. Spiritualmente sarò con voi. Il mio stato di “monaco in clausura” non mi permette una presenza anche esteriore. Esco dalla mia clausura solo in casi particolari, invitato personalmente dal Papa».
La “presenza spirituale” che garantisce è relativa al pontificale in San Pietro che viene celebrato in rito antico dai “grandi cardinali” Leo Raymond Burke e George Pell. Grandi cardinali !!!
Il secondo messaggio è stato inviato al convegno internazionale “Il rispetto per la vita, cammino per la pace”, che si svolge a Medellín, in Colombia, ed è stato promosso dalla Fondazione Vaticana Joseph Ratzinger.
Benedetto XVI scrive:
“l’impegno per la pace – così fondamentale in un mondo dilaniato dalla violenza – comincia col rispetto incondizionato della vita dell’uomo, creato secondo l’immagine di Dio e così dotato con una dignità assoluta. La fede in Dio Creatore è il fondamento essenziale della dignità umana come nodo essenziale di ogni ordine di diritto. Il tema della pace e il tema del rispetto per la vita umana sono legati alla fede nel Dio Creatore come la vera garanzia della nostra dignità”

MI SEMBRANO TRE MESSAGGI MOLTO SIGNIFICATIVI !!!

Foto: IN QUESTI GIORNI ALTRI DUE SIGNIFICATIVI MESSAGGI DI BENEDETTO XVI : SUL "RITO ANTICO" E SULLA DIFESA DELLA VITA COME PILASTRO DELLA PACE.<br /><br /> GRANDE MAGISTERO CATTOLICO.</p><br /> <p>Oltre al messaggio all'Università Urbaniana (che ho pubblicato due giorni fa), dove Benedetto XVI parla del dovere e della bellezza dell'annuncio cristiano e del rapporto con le altre religioni, il papa emerito in questi giorni ha scritto altri due significativi messaggi.<br /><br /> Una lettera di saluto al delegato generale del pellegrinaggio del «Summorum Pontificum», dove si legge:<br /><br /> «Sono molto felice che l'Usus antiquus vive adesso in una piena pace della Chiesa, anche presso i giovani, appoggiato e celebrato da grandi cardinali. Spiritualmente sarò con voi. Il mio stato di "monaco in clausura" non mi permette una presenza anche esteriore. Esco dalla mia clausura solo in casi particolari, invitato personalmente dal Papa».<br /><br /> La "presenza spirituale" che garantisce è relativa al pontificale in San Pietro che viene celebrato in rito antico dal "grande cardinale" Leo Raymond Burke.<br /><br /> Il secondo messaggio è stato inviato al convegno internazionale “Il rispetto per la vita, cammino per la pace”, che si svolge a Medellín, in Colombia, ed è stato promosso dalla Fondazione Vaticana Joseph Ratzinger.<br /><br /> Benedetto XVI scrive:<br /><br /> "l’impegno per la pace – così fondamentale in un mondo dilaniato dalla violenza – comincia col rispetto incondizionato della vita dell’uomo, creato secondo l’immagine di Dio e così dotato con una dignità assoluta. La fede in Dio Creatore è il fondamento essenziale della dignità umana come nodo essenziale di ogni ordine di diritto. Il tema della pace e il tema del rispetto per la vita umana sono legati alla fede nel Dio Creatore come la vera garanzia della nostra dignità” </p><br /> <p>MI SEMBRANO TRE MESSAGGI MOLTO SIGNIFICATIVI !!!
LA VERA “CHIESA IN USCITA” COME CI E’ STATA INSEGNATA DAL GRANDE GIOVANNI PAOLO II.
COMMOVENTE ED ENTUSIASMANTE !!!!
QUESTA E’ LA MERAVIGLIOSA CHIESA CATTOLICA !!!
(GUARDATE IL BELLISSIMO VIDEO E LEGGETE LA TRADUZIONE).

L’ultima frase è di Giovanni Paolo II. Fu pronunciata a Denver il 15 agosto 1993, in un memorabile discorso. Questo il passo completo:

«Non abbiate paura di andare per le strade e nei luoghi pubblici, come i primi Apostoli che hanno predicato Cristo e la Buona Novella della salvezza nelle piazze delle città e dei villaggi. Non è tempo di vergognarsi del Vangelo (cf. Rm 1,16). È tempo di predicarlo dai tetti (cf. Mt 10,7). Non abbiate paura di rompere con i comodi e abituali modi di vivere, al fine di raccogliere la sfida di far conoscere Cristo nella moderna “metropoli”. Dovete essere voi ad andare “ai crocicchi delle strade” (cf. Mt 22) invitando tutti quelli che incontrate al banchetto che Dio ha apparecchiato per il suo popolo. Il Vangelo non deve essere tenuto nascosto per paura o indifferenza. Non è stato concepito per essere custodito in privato. Deve essere messo sopra un podio cosicché il popolo possa vedere la sua luce e rendere lode al nostro Padre celeste».

 

Saturday 25 October 2014 09:32

Sinodo, un colpo di mano che non è riuscito

"Il sismografo" (http://ilsismografo.blogspot.it/) in questi giorni si sta rivolgendo a diversi colleghi vaticanisti per chiedere un loro ulteriore contributo di analisi e commento in merito all'importante Assemblea straordinaria sinodale dedicata alla famiglia.

Angela Ambrogetti, Responsabile di Korazym, vaticanista e scrittrice, ci ha offerto la sua riflessione in risposta a questa domanda:

Senza entrare in complessi approfondimenti, quale la caratteristica o riflessione che più ti ha colpito o che ritiene di notevole rilevanza di questo Sinodo?

"Un colpo di mano che non è riuscito. Lo definirei così il Sinodo straordinario sulla famiglia che si è appena concluso. Ma anche l’occasione per alcuni episcopati di mostrare la loro fedeltà al Vangelo e la voglia di emancipazione da un “centro” che non è Roma, ma qualcuno che vorrebbe colonizzarla.

Friday 24 October 2014

La paziente rivoluzione di Francesco

Su omosessualità e divorzio nel sinodo è mancato l'accordo, ma alla fine a decidere sarà il papa. E i cambiamenti che vuole introdurre li ha già in mente, anzi, li mette già in pratica. Un commento di Paul Anthony McGavin

Thursday 23 October 2014

TV2000, una tv “in uscita”

tv“Oggi diamo inizio a un cantiere, a un viaggio. Siamo a un inizio carico di attese”. È il “cantiere” l’immagine che il segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino, ha utilizzato per definire Tv2000, oggi a Milano alla presentazione del nuovo palinsesto. “Una novità – ha precisato – che deve avere la caratteristica di una svolta, per valorizzare al massimo tutto quello che abbiamo tra le mani e nel cuore”.

Aprendo il suo intervento, Galantino ha chiesto provocatoriamente: “Perché un vescovo alla presentazione del palinsesto?”. Rappresentando l’editore, ossia la Cei, la sua presenza, ha spiegato, è segno della “voglia di far parte di questo progetto”, del “desiderio dell’editore di sentirsi parte di una realtà”, che assieme alla Tv vede “Avvenire, l’Agenzia Sir, Radio In Blu”. “Non esiste solo la Chiesa in uscita, ma anche la Tv in uscita”, ha aggiunto il segretario della Cei, chiedendo all’emittente di “stare sulla strada, vedere cosa c’è di bello e pure di problematico, farlo nostro e presentarlo nella maniera dovuta”. L’obiettivo dev’essere “raccontare il mondo, girando le telecamere per vedere il mondo con gli occhi del Vangelo”, il che “non significa fare una televisione bigotta”.

Tutt’altro. Galantino ha chiesto “una tv che provochi di più”, che non sia “una nicchia comoda ma residuale”, “un orto chiuso per i credenti o, ancor più, per i praticanti”. Al contrario, “dev’essere un luogo attivo, vivo, una tv di tutti e per tutti e non per pochi eletti”, che sia “interessante anche per chi non crede e persino per chi ha sempre rifiutato di credere”. Insomma, ha concluso, “una sorta di Giovanni Battista capace di stare sul territorio e dire la sua parola con passione”.

“Una Tv in uscita, che racconta il mondo, che lo ascolta, che lo vede”, ha confermato Paolo Ruffini, direttore di rete: “Non presentiamo un lavoro, ma un work in progress” per “condividere una tv di qualità, piantata sul presente”. L’emittente della Cei, ha illustrato Ruffini, ha una media di 70mila telespettatori, che arrivano a un milione considerando i telespettatori che l’hanno vista per almeno mezz’ora; 0,7% è lo share medio. “La religione – ha aggiunto Ruffini – non è per Tv2000 un anestetico, un modo per chiudere gli occhi sulla realtà”; quest’ultima, piuttosto, è protagonista della programmazione, a partire dalla Messa quotidiana, per la quale “ogni giorno porteremo le telecamere nelle comunità, dal rione Sanità di Napoli a Lampedusa. Uscire dallo studio – ha concluso – sarà una costante del nostro palinsesto”.

I programmi

Una nuova edizione del Tg alle 12, che si aggiunge a quella delle 18.30 (che durerà mezz’ora), e la conferma del “Tgtg” come terzo appuntamento con l’informazione. Questa la novità negli spazi informativi di Tv2000, a partire dal prossimo 3 novembre, annunciata da Lucio Brunelli, direttore delle testate giornalistiche dell’emittente.  Brunelli ha così declinato l’identità degli spazi informativi: “Non vogliamo essere la brutta copia dei tg esistenti, ma cerchiamo una nostra fisionomia”.  No, quindi, al pastone politico, “formula sempre più stantia e vuota”. Piuttosto, “vogliamo raccontare la politica senza condizionamenti di palazzo”, con “un taglio di servizio, per spiegare i provvedimenti politici nella misura in cui impattano su di noi cittadini”. Spazio anche per la vita della Chiesa “senza retoriche e senza reticenza”. “Abbiamo un editore – ha ricordato Brunelli – che ci invita a essere più giornalisti e meno bigotti”.

E mentre i 23 milioni di visualizzazioni su YouTube in un anno “sfatano l’idea che il nostro pubblico sia composto solo da anziani”, il direttore generale Lorenzo Serra ha annotato che non cambierà il budget stanziato per l’emittente, ma “è attraverso il cambiamento del modo di lavoro che riusciremo a dare una linea diversa”.

Alessandro Sortino, ex Iena e ora vice di Ruffino, ha parlato di tre direttrici di lavoro: “Attualità, prossimità e dialogo”. “Farò la Iena ma con la speranza”, ha sintetizzato, parlando di un linguaggio in cui non prevalga più l’indignazione, ma la sorpresa per il modo positivo che ha questo Paese di reagire alla crisi. Un linguaggio moderno, ironico, “serio ma non serioso”.

Tuesday 21 October 2014

Nel sinodo e dopo, porta girevole per gli omosessuali

Prima ammessi con tutti gli onori, poi ricacciati fuori. Così è parso dall'andamento della discussione. Ma ecco che cosa è accaduto davvero. Martin Rhonheimer fa il punto sulla questione

Tuesday 21 October 2014 18:23

ORA INIZIA UN ANNO DRAMMATICO PER LA CHIESA …

La “rivoluzione d’ottobre” del Sinodo è fallita e con esso è finita la prima parte del pontificato bergogliano. Quale sarà la seconda?

Il discorso conclusivo fatto sabato da Francesco lo fa intuire. Forse quello che inizia sarà uno degli anni più drammatici e confusi della storia della Chiesa.

 

MACHIAVELLISMO

 

Anzitutto papa Bergoglio ha scaricato sul cardinale Kasper (e compagnia) la sconfitta, dopo averlo usato come testa d’ariete per sfondare la resistenza dei cardinali ortodossi, sia al Concistoro di febbraio che al Sinodo.

La maggioranza ha bocciato la “rivoluzione” che Kasper, per volere di Bergoglio, ha prospettato, quindi il papa ha preso le distanze dalle sue tesi squalificandole come “buonismo distruttivo, che a nome di una misericordia ingannatrice fascia le ferite senza prima curarle e medicarle; che tratta i sintomi e non le cause e le radici”.

Peccato che proprio su queste assurde tesi kasperiane si sia fatta spaccare traumaticamente la Chiesa per mesi e per mesi quelle tesi siano state fatte passare sui media come la novità del pontificato di Bergoglio, senza nessuna smentita.

Peccato che sia stato papa Francesco ad imporre lo stesso Kasper come relatore unico al Concistoro di febbraio e a elogiarne le tesi come “teologia in ginocchio” (Kasper ha sempre dichiarato, senza essere smentito, che aveva fatto tutto d’accordo col papa).

Fior di intellettuali e giornalisti cattolici un tempo ratzingeriani e ora smaniosi di ricollocazione hanno abbracciato e applaudito le rivoluzionarie tesi kasperiane. Come pure tutti i giornali laici.

Vedere adesso la stroncatura che ne fa Bergoglio dovrebbe essere umiliante per tutti questi papalini frettolosi. E avrebbe dovuto indurre anche i giornaloni laici – tipo “Repubblica” – a riconoscere di aver sbagliato tutto.

Invece nessuno lo ha fatto. Evidentemente perché tutti ritengono che l’imbarazzato smarcamento tardivo di Bergoglio dalla tesi perdente è solo tattico.

E constatano che dal Concistoro di febbraio e dal Sinodo di ottobre a uscire sconfitto e “sfiduciato” è lo stesso Bergoglio.

Certo, ci sono ancora gli ultimi “giapponesi” i quali sottolineano come sugli argomenti controversi della comunione ai divorziati risposati e degli omosessuali (punti 52, 53 e 55), pur non essendoci stati i due terzi dei voti (quindi pur risultando bocciati dal Sinodo), c’è tuttavia la maggioranza assoluta e quindi non si tratta di sconfitta. Ma questo argomento è risibile perché quelli erano comunque i testi emendati e corretti, non erano testi “kasperiani” e “fortiani”.

Di fatto la “Relatio post disceptationem”, di metà Sinodo, quella “rivoluzionaria”, è stata bocciata e riscritta. E la “Relatio Synodi” è un altro testo (“più bilanciato, equilibrato e sviluppato”, come ha precisato lo stesso padre Lombardi).

 

SORPRESA

 

Dunque l’esito del Sinodo è una vera e propria “sorpresa di Dio” e se papa Bergoglio fosse aperto a tali sorprese prenderebbe atto che non è possibile uno “sbaraccamento” scalfariano del cattolicesimo che finirebbe per travolgere sacramenti, comandamenti e magistero.

Come lui stesso ha detto “questa è la Chiesa, la nostra madre! E quando la Chiesa, nella varietà dei suoi carismi, si esprime in comunione, non può sbagliare: è la bellezza e la forza del ‘sensus fidei’ che viene donato dallo Spirito Santo”.

Dunque perché non riconoscere serenamente quello che dal Sinodo è emerso? Perché non ascoltare il soffio dello Spirito?

In realtà, a quanto pare, il papa argentino non ama queste “sorprese di Dio” che hanno fatto naufragare la sua “rivoluzione” e – secondo alcuni osservatori – sarebbe intenzionato a vincere a tavolino la partita che ha perso sul campo.

 

CONTRO I CATTOLICI

 

Lo si evincerebbe dai punti successivi del suo intervento conclusivo. Infatti, ancor prima di prendere le distanze da Kasper, ha liquidato (ancora una volta) come “irrigidimento ostile” nella “lettera” (cioè il Vangelo sine glossa) la posizione dei cattolici che si sono opposti a Kasper.

Ha bollato come “tradizionalisti” e “intellettualisti” coloro che semplicemente hanno ricordato il magistero di sempre della Chiesa, dai Vangeli e da San Paolo fino a Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

Ma se i cattolici, apostolici romani che professano la posizione della Chiesa di sempre e di tutti i papi precedenti, per Bergoglio sono da bocciare non è chiaro quale ritiene che sia il suo gregge e il magistero cattolico (è pur vero però che lo stesso Bergoglio a Scalfari ha detto che “Dio non è cattolico”…).

 

IL PAPA RE

 

Poi il discorso conclusivo del papa ricorda qual è stato l’argomento che i suoi “avversari” gli hanno opposto, l’argomento vincente: il papa non è padrone del Vangelo, della dottrina, della tradizione e della Chiesa, ma loro servitore. Ne ha preso atto, concordando. Ma ha aggiunto un finale a sorpresa.

Ha detto: “la Chiesa è di Cristo – è la Sua Sposa – e tutti i vescovi, in comunione con il Successore di Pietro, hanno il compito e il dovere di custodirla e di servirla, non come ‘padroni’ ma come ‘servitori’Il Papa, in questo contesto, non è il ‘signore supremo’ ma piuttosto il ‘supremo servitore’ - il ‘servus servorum Dei’il garante dell’ubbidienza e della conformità della Chiesa alla volontà di Dio, al Vangelo di Cristo e alla Tradizione della Chiesa, mettendo da parte ogni arbitrio personale, pur essendo – per volontà di Cristo stesso – il ‘Pastore e Dottore supremo di tutti i fedeli’ (Can. 749) e pur godendo ‘della potestà ordinaria che è suprema, piena, immediata e universale nella Chiesa’ (cf. Cann. 331-334)”.

La prima parte di questa citazione smentisce i più fanatici bergogliani che, da media cattolici o laici, nelle settimane scorse avevano teorizzato che il Papa potesse fare quello che voleva anche dei sacramenti (qualcuno era arrivato a definirlo “signore assoluto”).

I nostri lettori ricorderanno che proprio su queste colonne, il 5 ottobre scorso, io lo avevo scritto citando una pagina di Joseph Ratzinger: “Il papa non può dire: La Chiesa sono io, oppure: La tradizione sono io, ma al contrario ha precisi vincoli, incarna l’obbligo della Chiesa a conformarsi alla parola di Dio”.

Mi presi insulti e invettive dei fanatici, come se avessi delegittimato il papa. Ebbene, sabato sera Francesco ha detto la stessa cosa.

Poi ha aggiunto però a sorpresa la citazione del Codice di diritto canonico che gli dà un potere insindacabile su tutti i fedeli e sulla Chiesa universale.

Quel Francesco che si è presentato ostentatamente come “vescovo di Roma” e rifuggiva dalla qualifica di papa, di colpo ha riscoperto le prerogative di potere più pesanti del papa, da papa re.

In effetti già sul Sinodo ha esercitato il suo potere, attraverso la struttura direttiva, per orientarlo e controllarlo, con modalità assai poco sinodali e conciliari. Tanto da suscitare vivaci proteste per l’imbavagliamento.

La stessa sua decisione di far arrivare alle diocesi anche i tre punti che il Sinodo ha bocciato su divorziati risposati e gay, dà la sensazione che se ne infischia del Sinodo stesso e vuole continuare la battaglia (a Roma si dice “nun ce vonno sta”). Ricomincia il caos.

 

PURGHE

 

Un osservatore come John Allen ritiene che ora si passi agli “avvvicendamenti”, cioè alle defenestrazioni di coloro che più hanno avversato la rivoluzione Kasper-Bergoglio, a cominciare dai cardinali Burke e Mueller.

Se così fosse quella citazione del Codice significherebbe: “voi mi dite che io non posso toccare la dottrina, ma io vi ricordo che posso decidere le vostre sorti”.

Sarebbe l’inizio di epurazioni e purghe davvero disdicevoli, che sconcerterebbero un popolo cristiano già sotto choc.

La confusione in cui la Chiesa si è trovata negli ultimi mesi diventerebbe davvero drammatica. E’ questo che si vuole?

Allen ha riportato il commento postsinodale di un cardinale: “Non penso (che Bergoglio) sia un grande stratega… pensavo ci fosse un piano dietro il caos… ora mi chiedo se non sia il caos il suo piano”.

C’è solo da sperare in una sorpresa di Dio: che papa Bergoglio inverta la sua direzione.

 

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 21 ottobre 2014

Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

 

Tuesday 21 October 2014 07:12

Un sinodo ancora da capire

Strano questo Sinodo straordinario appena concluso. Una formula che era stata abbandonata nel 1985. Due settimane sono poche per ragionare, e i presidenti delle Conferenze episcopali non sempre sono i più adatti a discutere. Sono abituati a mediare più che a portare idee. Molti dei sinodali è chiaro che un sinodo non lo avevano mai seguito. Ed è stato evidente che un gruppetto lo voleva guidare senza lasciare spazio alle alternative. Cominciamo dalla poca trasparenza. Scegliere di non pubblicare i singoli interventi ha messo in difficoltà parecchi vescovi. Perché i loro fedeli volevano sapere e seguire lo sviluppo del dibattito e soprattutto chi aveva detto cosa. Cosa che del resto si era saputa per decenni. Il Bollettino del Sinodo è base e fonte per la storia della Chiesa. Di questo sinodo invece avremo solo testimonianze di coppie ( ne sentiamo già molte nelle Giornata per la Famiglia) e omelie. Sulla Relatio dopo la discussione c’è poi ancora molto da capire. Lo stesso relatore del Sinodo il cardinale ungherese Erdő ne ha preso le distanze. Il Papa gli ha messo al fianco degli altri collaboratori. Una Relazione che è stata di fatto disconosciuta dai Circoli Minori. In molti all’uscita dei lavori dicevano: “ ma noi non abbiamo detto quelle cose!”

Monday 20 October 2014

Presentato a Rondine il “Quarto Anno”

arezzo 18 ottobre rondine“Questo modello formativo dovrebbe diffondersi in Italia perché porta innovazione e cambiamento e se cambia la scuola cambia anche la società “. Queste le parole di Gherardo Colombo che ha voluto essere presente all’Open day del nuovo progetto di Rondine il “Quarto Anno Liceale d’Eccellenza” presentato quest’oggi alla Cittadella della Pace di Arezzo. “L’idea di Rondine di mettere insieme giovani provenienti da luoghi in conflitto è un’idea eccezionale – continua l’ex magistrato oggi Presidente della Garzanti Libri, da tempo impegnato nella diffusione della cultura della legalità – Io sono stato qui qualche anno fa e  credo che questa nuova sfida di rivolgere il modello formativo di Rondine ai giovani italiani sia straordinaria, perché anche in Italia i conflitti sono molti e dobbiamo rendere i nostri giovani protagonisti della società che vivono, non spettatori”.

Anche i Ministri Stefania Giannini e Gian Luca Galletti pur non potendo essere presenti hanno inviato il loro saluto: “Desidero esprimervi la mia vicinanza e la mia stima per questa nuova e audace impresa educativa – queste le parole del Ministro all’Istruzione Giannini – l’intento, oggi, di applicare il “metodo di Rondine” ai conflitti vissuti dagli adolescenti, nei diversi luoghi italiani e nei risvolti personali, famigliari e sociali, spero accresca questo patrimonio spirituale e culturale perché si possa poi spendere nelle classi, nelle scuole e nei territori di loro provenienza. Perché, come dite a Rondine, la pace comincia da se stessi”.

Così il Ministro all’Ambiente Galletti ha inviato il suo “augurio più vivo per la migliore riuscita dell’evento che porti a conoscenza a giovani, famiglie, insegnanti italiani questo innovativo progetto per cui insieme, quando ancora ero Sottosegretario al Ministero dell’Istruzione, abbiamo gettato le basi. A Rondine – conclude – si può tenere insieme una cultura della pace fra le persone e fra i popoli e una cultura della pace tra l’uomo e l’ambiente”.

Il Presidente Franco Vaccari ha quindi illustrato l’offerta formativa del “Quarto Anno Liceale d’Eccellenza a Rondine” rivolta ai giovani che frequenteranno la classe quarta nell’a.s. 2015/16 e provenienti dai Licei Classico, Scientifico e delle Scienze Umane che potranno  trascorrere l’anno scolastico a Rondine per vivere un’esperienza unica. Il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca riconosce l’intera opportunità di educazione, formazione e studio che è equiparata all’anno all’estero. La didattica ministeriale sarà integrata con il percorso “Ulisse. Il viaggio per scoprire chi sono”, con moduli di vocazione professionale, tre viaggi studio, laboratori con lo Studentato Internazionale, eventi di ricaduta sociale sul territorio.

Molto di più di un’esperienza all’estero il “Quarto Anno Liceale d’Eccellenza a Rondine” è  una scuola interattiva capace di mettere in comunicazione diversi paesi e culture, dove è possibile fare il giro del mondo in 365 giorni grazie all’interazione con i giovani dello Studentato Internazionale di Rondine. Una scuola capace di fornire ai giovani di tutta Italia strumenti per comprendere se stessi, affrontare le sfide del quotidiano e del futuro, con la piena consapevolezza del mondo che ci circonda in continuo divenire. Ampio spazio sarà dato alla tecnologia e ai nuovi mezzi di comunicazione in quanto strumenti essenziali della contemporaneità ma da utilizzare in maniera consapevole. Non solo un percorso di crescita individuale ma un progetto che prevede una forte ricaduta nei territori di provenienza dei ragazzi.

Le lezioni si terranno nell’edificio che anticamente ospitava la scuola elementare di Rondine, recentemente ristrutturato grazie al contributo di Fondazione Vodafone Italia che è stata ufficialmente inaugurata alla presenza del sindaco di Arezzo, Stefano Gasperini, Vicenzo Ceccarelli, assessore regionale toscano, e Ida Linzalone, segretario generale della Fondazione Vodafone Italia che ha ricordato come “la Fondazione da sempre si impegna nel sostegno di progetti che accorciano le distanze tra le diversità. La scuolina – continua il segretario generale della Fondazione Vodafone Italia – ha restituito uno spazio a questa comunità. Per ora il nostro contributo è stato “analogico” il contributo che vorremmo aggiungere in futuro sarà quello delle nuove tecnologie che aiutino i processi formativi e che rendano il progetto più accessibile per tutti”.

L’evento, patrocinato dalla Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, dalla Regione Toscana, dalla Provincia di Arezzo, dal Comune di Arezzo e realizzato in collaborazione con la Cooperativa Sociale Rondine Servizi, si conclude nel pomeriggio con un workshop che coinvolge un ricco parterre di ospiti del mondo delle istituzioni, della scuola e dell’associazionismo per un approfondimento condiviso con la cittadinanza sulla necessità di ripensare la formazione delle nuove generazioni in quanto attori protagonisti della società del futuro. Per saperne di più visita il sito: http://quartoanno.rondine.org/

Sunday 19 October 2014

ECCO PERCHE’ PAOLO VI, BEATIFICATO OGGI, E’ L’OPPOSTO ESATTO DI PAPA BERGOGLIO. CHE AL SINODO NON E’ RIUSCITO A FAR PASSARE LA LINEA KASPER. I RISULTATI DELL’OPERAZIONE: UNA CHIESA SPACCATA E SCREDITATA PER AVER CREATO IMMENSA CONFUSIONE SUI SUOI INSEGNAMENTI

E’ imbarazzante oggi per papa Bergoglio beatificare Paolo VI perché è il suo esatto contrario.

Negli anni Sessanta esplode nel mondo la rivoluzione radicale e marxista che farà danni immani prima col comunismo e poi con la sua deriva nichilista (da rileggere Augusto Del Noce).

Paolo VI è il grande profeta che si oppose a questa catastrofe annunciata e tentò di alzare un muro contro l’invasione radicale e marxista nella Chiesa. Bergoglio invece è colui che vuole abbattere quel muro.

 

I DUE OPPOSTI

 

Papa Montini seppe andare contro il conformismo del pensiero unico per difendere la Chiesa e la vera fede. Fu abbandonato e isolato da tutto l’establishment intellettuale cattoprogressista (buttatosi a sinistra) che prima vedeva in lui un punto di riferimento.

Accettò l’isolamento e la loro ostilità per restare fedele a Cristo anche a costo di archiviare le sue personali sensibilità culturali (cioè fece prevalere Pietro su Simone come era suo dovere).

Il cardinale Ratzinger, alla sua morte disse: “Paolo VI ha resistito alla telecrazia e alla demoscopia, le due potenze dittatoriali del presente. Ha potuto farlo perché non prendeva come parametro il successo e l’approvazione, bensì la coscienza, che si misura sulla verità, sulla fede”.

Papa Bergoglio fa l’esatto contrario e usa il sistema mediatico laicista, a lui totalmente osannante, per uniformare la Chiesa al mondo “politically correct” e per affermare le “sue” personali idee (facendo prevalere Simone su Pietro).

Paolo VI con l’eroismo profetico della “Humanae vitae” intuì e denunciò la distruzione dell’umano, dei rapporti affettivi e del valore della vita, che stava per essere perpetrata (e il panorama di macerie di oggi, 50 anni dopo, ne è la prova).

Invece il “bergoglismo” a quella liquefazione nichilista dell’umano, come si è visto al Sinodo, pensa di strizzare l’occhio.

Montini è il papa che per primo ha intuito l’“emergenza antropologica” oggi esplosa e che ha formulato quei “principi non negoziabili” che oggi Bergoglio misconosce e rottama.

Infatti Paolo VI legò la “Humanae vitae” alla “Populorum progressio”, mostrando che la difesa della dignità umana dal concepimento alla morte naturale, ovvero la legge naturale (di cui la Chiesa è custode), è la base di ogni vero progresso economico, civile e sociale.

Invece l’epoca Bergoglio addirittura abbandona la categoria di legge naturale che è sempre stato un pilastro del magistero della Chiesa (e ha pure fondato il diritto internazionale).

 

AUTODEMOLIZIONE

 

Paolo VI intuì che c’erano lobby e ideologie, interne ed esterne al mondo cattolico, che volevano “usare” il Concilio per scardinare la Chiesa. E prima impedì colpi di mano rovinosi al Concilio (anche con la famosa “Nota explicativa Praevia”). Poi denunciò, sempre più drammaticamente quelle correnti cattoprogressiste che puntavano all’“autodemolizione” della Chiesa.

Papa Bergoglio rappresenta invece la bandiera e il simbolo attuale di quel cattoprogressismo che negli anni Sessanta portò la Chiesa – per dirla con Paolo VI – in un tempo di “nuvole, tempesta e buio” (basti pensare alle decine di migliaia di religiosi che abbandonarono l’abito).

Papa Montini denunciò il modernismo come sintesi di tutte le eresie e sottolineò che la Chiesa cattolica ha come missione primaria la “rigorosa conservazione della Rivelazione autentica, e la considera come tesoro inviolabile, e ha una coscienza così severa del suo fondamentale dovere di difendere e di trasmettere in termini inequivocabili la dottrina della fede; l’ortodossia è la sua prima preoccupazione”.

Papa Bergoglio, al contrario, arriva addirittura a scagliarsi contro chi usa “un linguaggio completamente ortodosso” (Ev. gaud. n. 41) e bolla continuamente come “farisei” coloro che chiedono fedeltà alla dottrina cattolica.

Egli infatti contrappone la misericordia alla dottrina come se Gesù Cristo non fosse al tempo stesso la misericordia e la Verità. Al tempo di Bergoglio la parola “misericordia” – come si è visto al Sinodo – si degrada a discutibile accondiscendenza ai costumi e alle ideologie mondane.

Invece papa Montini proclama che la Chiesa è vincolata al “Depositum fidei”, cioè all’insegnamento della Verità, che “costituisce per essa un tale impegno, che sarebbe tradimento violare. La Chiesa maestra non inventa la sua dottrina; ella è teste, è custode, è interprete, è tramite; e, per quanto riguarda le verità proprie del messaggio cristiano, essa si può dire conservatrice, intransigente; e a chi la sollecita di rendere più facile, più relativa ai gusti della mutevole mentalità dei tempi la sua fede, risponde con gli Apostoli: Non possumus, non possiamo (Act 4,20)”.

 

ANNI DI PIOMBO

 

Verso la fine del suo pontificato, nei bui anni Settanta, nei quali la menzogna dell’ideologia si trasformava in dilagante violenza politica e in odio anticristiano, considerando la situazione della Chiesa ormai terra di conquista di ideologie avverse e di dilaganti eresie, nel divampare delle contestazioni, Paolo VI affermò addirittura che “il fumo di Satana è entrato nel tempio di Dio”.

Verità drammatica. Un giorno all’amico Jean Guitton confidò: “C’è un grande turbamento in questo momento nel mondo e nella Chiesa, e ciò che è in questione è la fede. Capita ora che mi ripeta la frase oscura di Gesù nel vangelo di san Luca: ‘Quando il Figlio dell’uomo ritornerà, troverà ancora la fede sulla terra?’ (…). Rileggo talvolta il vangelo della fine dei tempi e constato che in questo momento emergono alcuni segni di questa fine”.

Infine papa Montini ebbe questa intuizione profetica: “Ciò che mi colpisce, quando considero il mondo cattolico, è che all’interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non-cattolico, e può avvenire che questo pensiero non cattolico all’interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia”.

Poi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, figli spirituali di Paolo VI, hanno rappresentato la rinascita della fede, la riscoperta di Gesù da parte dei giovani e la ricostruzione della Chiesa devastata dai “bombardamenti”. Si sono avversate le eresie e l’invasione delle ideologie. Ma il ritiro di Benedetto XVI ha rappresentato il ritorno al buio degli Anni Settanta che angosciava Paolo VI.

E il Sinodo di questi giorni è stato il più pericoloso tentativo del “pensiero non cattolico” di diventare maggioritario all’interno della Chiesa e di farsi magistero.

 

L’INAUDITO

 

Tuttavia la “rivolta” dei pastori ortodossi di giovedì scorso (anniversario dell’elezione di Wojtyla), è stato un evento epico e quasi miracoloso.

La Chiesa fedele alla tradizione quel giorno ha prevalso. Così è stato scritto che, come era accaduto al Concistoro, papa Bergoglio si è trovato in minoranza, praticamente “sfiduciato”.

Per questo nel suo discorso conclusivo è corso ai ripari cercando di smarcarsi dai più progressisti e ritagliarsi una tardiva posizione super partes. Fra chi diceva che due più due fa quattro (ortodossi) e chi sosteneva che fa sei (Kasper), Bergoglio ha proclamato che fa cinque. Gesuitico. Ma sbagliato.

La linea “rivoluzionaria” di Kasper, che ha sempre detto (mai smentito) di parlare a nome di Bergoglio, non ha vinto. Ma non è chiaro quali siano le conclusioni del Sinodo.

Bergoglio, citando Benedetto XVI, ha ricordato una verità che molti suoi sostenitori in questi giorni hanno dimenticato: “la Chiesa è di Cristo” e “il Papa non è il signore supremo, ma piuttosto il supremo servitore… il garante dell’ubbidienza e della conformità della Chiesa alla volontà di Dio, al Vangelo di Cristo e alla Tradizione della Chiesa, mettendo da parte ogni arbitrio personale”.

Forse la verità è che ci ha provato e (per ora) non c’è riuscito. Alla fine c’è un solo risultato certo: la spaccatura della Chiesa e una gran confusione sul suo magistero.

 

Antonio Socci

 

Da “Libero” 19 ottobre 2014

Facebook : “Antonio Socci pagina ufficiale”

Friday 17 October 2014

Scienza onnipotente, dov’è l’umano?

Oggi alla locuzione ‘identità personale’ possono essere attribuiti vari significati, che ruotano tutti attorno a un unico denominatore: l’identità umana è la formula che riassume ciò che rende una persona quella che è; il ‘chi sono io’ è diventato sinonimo di ‘che cos’è l’umano’. Tale ‘questione’ assume oggi in particolare un peso notevole in rapporto all’ostentato dominio della scienza e della tecnica, che intendono costituirsi come paradigma unico e universale nel farsi dell’umano, proprio della post- modernità. In questo contesto i diversi saperi si sentono impegnati a pronunciarsi autorevolmente intorno alla questione seducente dell’identità umana, e tra questi non manca di farlo la teologia con uno stile di confronto dialogo con quanti intendono dire l’humanum dell’uomo, che si traduce nella molteplicità delle esperienze.

Analizzare il rapporto tra identità e corpo significa in primo luogo chiarire cosa s’intende quando si parla d’identità personale, visto che l’identità personale non rinvia a una questione unica ma a una serie di interrogativi e di perplessità metafisiche che possono di volta in volta essere più o meno chiaramente formulate. La questione dell’identità dell’uomo è un fenomeno polivoco, che coinvolge, cioè, aspetti, dimensioni e piani diversi, creando imbarazzo proprio per questo tutte le volte che si tenta di fare una trattazione unitaria. L’uomo, dal dato rivelato, è creato a immagine e somiglianza di Dio, pertanto Dio entra nella sua auto-comprensione, perché è proprio la dimensione teologica della persona che impedisce che l’uomo sia considerato solo nella sua sfera biologica. Nessuna legge fisica o chimica, nessun sapere filosofico o psicologico, riuscirà mai a spiegare compiutamente perché una persona dica a a un’altra persona ‘io ti amo’, e con questa affermazione riveli la sua identità e il mistero profondo che lo abita.

La concezione dell’uomo come immagine di Dio, proposta dall’antropologia cristiana e contestata dall’antropologia laica, se correttamente intesa e articolata è in grado di garantire e difendere l’humanum dell’uomo, poiché «il rapporto con Dio conforma la nostra identità e viceversa ». L’ecce homo della cultura postmoderna e post-umana si ferma all’apparenza, il cristianesimo è religione dell’evento di un Dio fattosi carne. In quanto tale è al servizio dell’intento profondo dell’Incarnazione, cioè la salvezza integrale dell’uomo, la cui verità umana è mostrata senza equivoci nel Verbo Incarnato, l’uomo vero: Ecce homo.

La specificità della riflessione bioetica auspica di porre sempre attenzione all’insorgere di nuovi paradigmi antropologici che interpellano ed esigono risposte nuove, perché sono nuovi gli interrogativi morali ed etici posti in gioco alla nostra riflessione bioetica che non rinuncia, sempre e comunque, a sostenere un’interpretazione sostanzialista della persona. Le scoperte più importanti aprono nuove direzioni di ricerca e nuove attività culturali, filosofiche e scientifiche. Esse servono come locus anthropologicus quando generano questioni fondamentali sull’origine, lo status, la struttura, il comportamento, l’identità, i limiti e il destino degli esseri umani.

La ricerca di un fondamento teologico non è da intendersi come qualcosa di nuovo rispetto a quanto già l’antropologia teologica non abbia fatto, individuare invece un fondamento teologico della bioetica significa muoversi su un terreno completamente diverso, poiché siamo dinanzi a un problema specificamente ontoteologico, iscritto nello statuto epistemologico della bioetica stessa. Per questo la bioetica o, meglio ancora, una bio-onto-etica, può assolvere un ruolo essenziale nell’opera di custodia della verità dell’uomo, tenuto conto di come in essa venga a costituirsi uno speciale crocevia dove scienza- teologia- tecnica-antopologia si incontrano.

Mons. Antonio Staglianò

Avvenire, 16 ottobre 2014

Thursday 16 October 2014

La vera storia di questo sinodo. Regista, esecutori, aiuti

Nuovi paradigmi su divorzio e omosessualità sono ormai di casa ai vertici della Chiesa. Niente è stato deciso, ma papa Francesco è paziente. Un storico americano confuta le tesi de "La Civiltà Cattolica"

Wednesday 15 October 2014

SINODO, IL GIORNO DOPO IL TERREMOTO. MÜLLER: «RELAZIONE VERGOGNOSA, TOTALMENTE SBAGLIATA»

Sinodo, il giorno dopo il terremoto. Müller: «Relazione vergognosa, totalmente sbagliata»

«Indegna, vergognosa, completamente sbagliata». Condanna senza appello della relazione sulla prima settimana di lavori sinodali sulla famiglia (la Relatio post disceptationem) letta ieri davanti a papa Francesco dal cardinale ungherese Peter Erdo. L’ha pronunciata, intervenendo ad uno dei circoli minores (le commissioni), non un padre sinodale “qualsiasi”, ma il custode dell’ortodossia della fede cattolica, il cardinale tedesco Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede (l’ex Sant’Uffizio), assurto negli ultimi giorni a voce di punta di quanti nel Sinodo contestano le annunciate aperture su divorziati risposati, unioni di fatto, convivenze, coppie omosessuali.

Lo stesso cardinale che nel corso della passata settimana si è più volte lamentato pubblicamente su un presunto atteggiamento censorio del Vaticano nei confronti di quei relatori che hanno parlato in difesa della dottrina tradizionale cattolica, con particolare riferimento all’indissolubilità del sacramento del matrimonio. Posizioni che Müller ed altri 4 porporati avevano già espresso in un libro pubblicato alla vigilia del Sinodo, ma che nei giorni scorsi sono state ribadite in piene assise sinodali, trovando però  –  a parere dello stesso Müller – una eco piuttosto limitata nella Relatio letta dal cardinale Erdo. Da qui l’alzata di scudi del Prefetto dell’ex Sant’Uffizio, che nel suo intervento ai circoli minores ha bocciato severamente in particolare i capitoli della relazione dedicati alle aperture in materia di coppie omosessuali, convivenze, sacramenti ai divorziati risposati, esprimendo tutta la sua “contrarietà per una relazione indegna e vergognosa”.

Parole dette da Müller – ha tenuto a specificare sia oggi che nei giorni scorsi quando ha accusato i responsabili del Sinodo di censurare le voci contrarie alle aperture – nella sua veste di Prefetto della Congregazione della Dottrina delle fede e per questo potenzialmente destinate a mettere il freno a quanto riferito dal collega Erdo. Ma nella prima giornata di lavoro dei circoli minores non è stato solo Mueller a prendere le distanze dal documento di “medio” termine». (Orazio La Rocca,Repubblica)

«Se lunedì la conferenza stampa seguita alla lettura della Relatio post disceptationem del cardinale Peter Erdo era stata all’insegna dei parallelismi con il Concilio Vaticano II, ventiquattro ore dopo la Segreteria generale del Sinodo riteneva necessario emettere una dichiarazione ufficiale in cui si spiega a tutti, giornalisti e fedeli laici, che quella relazione è solo un documento di lavoro. Una bozza, insomma. Modificabile ed emendabile. Niente di definitivo.

Anche perché appena Erdo ha finito di leggere il testo da altri in gran parte scritto (notevole il ruolo che ha rivestito nella stesura il segretario speciale, mons. Bruno Forte) e le telecamere del Centro televisivo vaticano si sono spente, nell’aula il clima si è surriscaldato, con quarantuno interventi tesi per lo più a smontare la relazione. Pell, Ouellet, Dolan, Vingt-Trois, Burke, Müller, Scola, Caffarra: a loro non sono piaciuti i paragrafi sulle aperture ai matrimoni civili, alle convivenze e alle coppie omosessuali. E con loro hanno sollevato dubbi tanti vescovi africani, i quali hanno chiesto lumi su certi passaggi che in assemblea mai erano stati discussi. Qualche padre s’è pure accorto che nel documento “la parola peccato non è quasi presente”. Così come è stato ricordato “il tono profetico delle parole di Gesù, per evitare il rischio di conformarsi alla mentalità del mondo presente”.

Durante il briefing quotidiano, il cardinale sudafricano Wilfrid Fox Napier ha usato l’accetta, avanzando perfino il sospetto che i responsabili del Sinodo siano impegnati a favorire “non le opinioni di tutto il sinodo, ma di un gruppo particolare”. E poi, il testo di Erdo “non riflette il dibattito in assemblea”, ha aggiunto. “La mia paura”, ha osservato il porporato arcivescovo di Durban, è che “ciò che è uscito non corrisponda alla realtà”».(Matteo Matzuzzi, La Nuova Bussola Quotidiana)

Wednesday 15 October 2014 10:29

Editoria religiosa. L’Italia tira

Per immedesimarsi in Johannes Gutenberg basta un minuto o poco più. Il tempo di inchiostrare la lastra, applicare il foglio di carta, passare tutto sotto il torchio. Il risultato è un quadretto con citazione dai Salmi o da san Paolo offerto con i complimenti di Bibelmobil, uno dei tanti progetti di diffusione della Bibbia presenti nel settore tedesco della Buchmesse. Nella terra di Lutero la Scrittura viene prima di tutto, ma tra i best seller della fede spicca il benedettino Anselm Grün. Amatissimo in Italia, padre Anselm è tradotto anche negli Usa su iniziativa della Paulist Press in un ristretto drappello di maestri della spiritualità che comprende Enzo Bianchi, Carlo Maria Martini e José Tolentino Mendonça, il sacerdote-poeta portoghese che in patria è una vera celebrità. Il suo nuovo libro, Mistica dell’istante, esce da Paulinas(corrispettivo lusitano delle nostre Paoline) in una tiratura di 15mila copie.

E l’effetto Francesco? La Buchmesse del 2013 era stata letteralmente travolta dall’elezione del Papa argentino. Ora, a un anno di distanza, l’attenzione si sta focalizzando in maniera diversa. «Ci si concentra di più sul retroterra di Bergoglio, sugli elementi costitutivi della sua formazione », spiega Lorenzo Fazzini della Emi, che ha in calendario per i prossimi mesi l’Introduzione alla teologia del popolo di Enrique Ciro Bianchi, subito intercettato da molti osservatori stranieri. Ma incuriosiscono anche i retroscena di vita quotidiana descritti da Aldo Maria Valli in Con Francesco a Santa Marta, una delle proposte dell’Àncora più apprezzate alla Buchmesse. La situazione avvantaggia inoltre le Publicaciones Claretianas, che detengono i diritti dei testi pubblicati dal cardinal Bergoglio nell’epoca in cui era arcivescovo di Buenos Aires. «È stata l’occasione per farci conoscere », spiega direttore del gruppo, padre Fernando Prado Ayuso, aggiungendo che il sussidio di spiritualità quotidiana Palabra y Vida (già disponibile in dieci lingue) riporterà nel 2016 i testi del cardinale Gianfranco Ravasi.

La conferma più autorevole viene da don Giu- seppe Costa, direttore della Libreria Editrice Vaticana: «Le pubblicazioni del Papa sono ancora richiestissime – dice –. In questo momento si privilegiano le raccolte di testi a tema, a partire dalle catechesi del mercoledì e degli Angelus domenicali, e senza dimenticare le riflessioni sulla famiglia, le omelie, le interviste. L’interlocutore principale continuano a essere gli Stati Uniti, che coprono il 30% dei diritti esteri venduti dalla Lev. Non mi riferisco solo ai libri di Francesco, ma anche al filone della mistica contemporanea e ad alcuni sussidi specifici, come quelli indirizzati ai consacrati e alle consacrate».

Lo stand francofortese della Lev ospita un avamposto della Conferenza episcopale statunitense, che lo scorso anno ha visto balzare in testa alle classifiche Amazon la versione americana del Catechismo. È un altro indizio da tenere in considerazione: insieme con gli approfondimenti sul futuro della famiglia, i sussidi per l’iniziazione cristiana sono una delle costanti di questa Buchmesse. La domanda più consistente proviene dai Paesi dell’Est europeo e dell’America Latina, con una gamma di richieste che va dagli opuscoli devozionali agli strumenti per l’evangelizzazione di adulti e ragazzi. Un’area in cui hanno una posizione consolidate sigle come Elledici (che, in vista del bicentenario del 2015, promuove l’innovativa biografia Don Bosco, una storia senza tempo di Domenico sr, Renzo e Domenico jr Agasso), le Paoline (qui a tenere banco sono i libri per bambini, tra cui il sorprendente Mi confesso anch’io! di don Tonino Lasconi) e la più giovane Effatà (benissimo la spiritualità familiare, ma molto attraente risulta anche la collana di narrativa biblica «Scrittori di Scrittura»).

«Stiamo attraversando una fase ancora delicata – avverte padre Alberto Breda, amministratore delegato di Edb – e il rischio da evitare è quello di un’eccessiva sovrapposizione su argomenti e proposte. In questa fase l’editoria religiosa italiana riesce a vendere all’estero più quanto riesca ad acquistare e questo costituisce una criticità da non sottovalutare». La nostra saggistica di qualità, in ogni caso, non è penalizzata. Lo ribadiscono le valutazioni di case editrici comeQueriniana («Il libro teologico si è sempre difeso bene», ammette con un certo orgoglio padre Rosino Gibellini nel segnalare l’interesse riscosso da La Chiesa cattolica verso la sua riforma di Severino Dianich e La trasmissione della fede di Bruno Forte), il tandem Morcelliana-La Scuola (il direttore editoriale Ilario Bertoletti è molto soddisfatto dell’accoglienza riservata a Quale Gesù? di Paolo De Benedetti) e la stessa Edb, che ha in programma, tra l’altro, Le imprese del patriarca di Luigino Bruni: il volume, che raccoglie gli articoli sulla Genesi apparsi ogni domenica su Avvenire, è all’esame di moltissimi editori stranieri.

Una possibile svolta è intravista da don Giacomo Perego, direttore dellaSan Paolo: «Sia nell’area anglosassone sia in quella di lingua spagnola – sottolinea – i grandi gruppi editoriali stanno valutando l’apertura di settori dedicati al libro religioso. Se così fosse, le case editrici italiane potrebbero presto contare su una rete di relazioni internazionali decisamente più solida. Si libererebbero risorse, saremmo nella condizione di tornare a investire ». È un’esigenza avvertita anche dal presidente dell’Unione editori e librai cattolici italiani ( Uelci), Gianni Cappelletto, che nella sua qualità di direttore del Centro Ambrosiano ha presentato con ottimi risultati non solo la meditazione del cardinale Angelo Scola in vista di Expo 2015, Cosa nutre la vita?, ma anche i numerosi titoli di Giovanni Battista Montini presenti in catalogo. «Quest’anno alla Buchmesse gli editori cattolici sono meno numerosi rispetto al passato – conclude – ma quelli che ci sono ragionano tutti in termini di rilancio ».

Alessandro Zaccuri – Avvenire, 11 ottobre 2014

Wednesday 15 October 2014 02:45

Con Francesco la missione rinnova la Chiesa

Perché portare Cristo in Asia, Africa, Oceania e America Latina, quando lo perdiamo qui in Italia? E’ la domanda che molti si fanno, alla quale non basta rispondere che ogni uomo ha diritto di conoscere il Figlio di Dio fatto uomo, Gesù Cristo, unico Salvatore dell’umanità; e che ancor oggi noi cristiani siamo 2 miliardi sui sette di tutto il genere umano. L’irrompere di Papa Francesco a capo della Chiesa cattolica, con le sconcertanti novità del suo Pontificato, rivela un’altra risposta: la missione rinnova la Chiesa. E questo non solo oggi con la “missione alle genti” specialmente in Asia e Africa, ma fin dall’inizio della Chiesa. Gli Apostoli non sono rimasti a Gerusalemme e nel mondo ebraico, ma proprio annunziando Cristo e fondando la Chiesa negli altri popoli (Gesù salendo al Cielo diceva: “Andate in tutto il mondo, annunziate il Vangelo ad ogni creatura”), hanno rinnovato la Chiesa dandole quel respiro e quella consistenza universale che ancor oggi sono lo stimolo del suo rinnovamento e l’immagine della sua giovinezza.

Nell’intervista a padre Antonio Spadaro,

Papa Francesco ha detto: la Chiesa respira con i due polmoni delle Chiese giovani e antiche. Le prime, “sviluppano una sintesi di fede, cultura e vita in divenire e quindi diversa da quella sviluppata dalle Chiese più antiche”. Però ambedue “costruiscono il futuro, le prime con la loro forza e le altre con la loro saggezza. Ci sono dei rischi, ma il futuro si costruisce insieme”. Francesco è il primo Papa che viene dalle giovani Chiese, dalle missioni dove nasce la Chiesa. Non si capisce e non si è in sintonia con il suo pontificato, se non si entra in quest’ottica. Finora le giovani Chiese avevano avuto scarsa voce nella gestione della Chiesa e della pastorale, oggi diventano, per così dire, protagoniste. Il pontificato di Francesco va proprio in questa direzione, infatti parla e scrive spesso (nella “Evangelii Gaudium” ad esempio) di una Chiesa tutta missionaria, di pastorale missionaria, di andare verso le periferie, verso gli ultimi, che la Chiesa è la casa di tutti, ecc.

Le giovani Chiese cosa possono insegnare a noi, ricchi di spiritualità, teologia, diritto, riti liturgici, esperienze pastorali? Il discorso è complesso, ma in estrema sintesi, secondo la mia piccola esperienza e seguendo giorno per giorno cosa dice e fa Papa Francesco, si possono indicare tre punti:

1) Nelle missioni si annunzia Cristo e il cristianesimo è in sostanza la salvezza in Cristo Gesù, che ha rivelato la grande verità: Dio è Amore e ha salvato gli uomini morendo in Croce. La predicazione, la catechesi, la formazione cristiana sono fondate su questa visione dinamica della vita cristiana: rispondere all’amore di Cristo, che è morto per me in Croce. Francesco ha detto a Spadaro: “L’annunzio missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona di più, che fa ardere il cuore come ai discepoli di Emmaus… Una bella omelia, una vera omelia deve cominciare con il primo annunzio, con l’annunzio della salvezza. Non c’è niente di più solido, profondo e sicuro di questo annunzio”. E’ un ritorno agli Atti degli Apostoli e alla “pastorale missionaria”. Nella nostra vita, predicazione e istruzione religiosa, trasmettiamo l’amore a Cristo? Siamo entusiasti della nostra vocazione sacerdotale, cristiana e missionaria? Se non siamo innamorati ed entusiasti di vivere con Cristo, come facciamo a trasmettere tutto questo ad altri?

2) Una Chiesa aperta a tutti e i pastori “con l’odore delle pecore”, che vivono e condividono con la gente comune, specie i più poveri e gli ultimi. Una Chiesa non ferma e chiusa nelle certezze di aver già le risposte a tutti i problemi dell’uomo, ma disposta a camminare con il popolo, per comprendere sempre meglio, con l’assistenza dello Spirito Santo, cosa Gesù ci ha insegnato e cosa vuole da noi oggi (Giov 14, 26; 16, 12-13). Francesco dice (G.S. n. 25): “Spero che tutte le comunità facciano in modo di porre in atto i mezzi necessari per avanzare nel cammino di una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno. Ora non ci serve una semplice amministrazione. In tutte le regioni della terra mettiamoci in “stato permanente di missione” (n.25).

3) Tutti i battezzati sono missionari. Nella Gaudium et Spes si legge: “In tutti i battezzati, dal primo all’ultimo, opera la forza santificatrice dello Spirito che spinge ad evangelizzare (n. 119). In virtù del Battesimo, ogni membro del Popolo di Dio è diventato discepolo missionario (cfr Mt 28,19). Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione e sarebbe inadeguato pensare ad uno schema di evangelizzazione portato avanti da attori qualificati in cui il resto del popolo fedele fosse solamente recettivo delle loro azioni… Ogni cristiano è missionario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in Cristo Gesù” (n. 120). E’ un altro grande insegnamento delle giovani Chiese. In Corea mi dicevano: “Nella nostra Chiesa non si concepisce un laico passivo. Fin dal catecumenato, chi entra nella Chiesa deve impegnarsi in opere di Vangelo, di carità, di missione, in gruppi e movimenti che fanno capo alla parrocchia”.

Dopo il Concilio di Trento c’era stato un terremoto per il rinnovamento durato più d’un secolo. Papa Francesco viene 50 anni dopo il Vaticano II (1962-1965), che già i Pontefici prima di lui stavano applicando, sempre partendo dalle Chiese antiche. Oggi c’è il Papa che parte dalle missioni e dalle giovani Chiese. Merita ascolto, amore, preghiera, attenzione e soprattutto che camminiamo tutti con lui, sotto la guida dello Spirito Santo.

Piero Gheddo

 

Tuesday 14 October 2014

IL SINODO DELLA VERGOGNA

IL PRESIDENTE DEI VESCOVI POLACCHI: IL DOCUMENTO DI METÀ SINODO? CONFUSIONE E CEDIMENTO AL MONDO

 

In un’intervista rilasciata alla sezione in lingua polacca della Radio Vaticana, il presidente dei vescovi della Polonia, l’arcivescovo di Poznan Stanisław Gadecki, non ha esitato a dire che la relazione riassuntiva della prima settimana di lavori del Sinodo sulla famiglia, presentata ieri mattina dal cardinale Peter Erdo, si discosta dall’insegnamento di Giovanni Paolo II sulla famiglia e perfino che in esso si possono riscontrare tracce di un’ideologia anti-famiglia. Per Gadecki il testo mette in luce la mancanza di una chiara visione (leggasi confusione) da parte dell’assemblea sinodale).

«Il fine di questo Sinodo pastorale – si è chiesto Gadecki – è quello di supportare le famiglie in difficoltà o il suo scopo è quello di studiare dei casi particolari? Il nostro obiettivo principale è supportare la famiglia pastoralmente, non di colpirla, esponendo ituazioni difficili che esistono, ma che non costituiscono il nucleo dell’esperienza familiare; questi casi particolari non possono far dimenticare il bisogno di supporto che hanno le famiglie buone, normali, ordinarie, che lottano non tanto per la sopravvivenza ma per la fedeltà».

«In riferimento al matrimonio e alla famiglia – ha continuato l’arcivescovo – certi criteri che vengono applicati sollevano dei dubbi. Per esempio il criterio della gradualità. È possibile trattare la convivenza in modo graduale, come un sentiero verso la santità? Oggi la discussione ha inoltre messo in evidenza che la dottrina presentata nel documento è caratterizzata da un peccato di omissione. Come se la visione del mondo prevalesse e tutto fosse imperfezione che conduce alla perfezione… si parli delle eccezioni, ma abbiamo anche bisogno di presentare la verità. Inoltre, i punti in cui si parla dei bambini affidati a coppie dello stesso sesso sono formulati come se la situazione fosse da elogiare! Questo è un altro difetto di questo testo, il quale dovrebbe essere un incentivo alla fedeltà, a riconsiderare i valori della famiglia, mentre sembra accettare tutto così così com’è. Si ha l’impressione che l’insegnamento della Chiesa sia stato senza misericordia fino ad ora, e che la misericordia inizi solo ora».

(DA Il Timone)

 

CARD. BURKE: DAI LAVORI DEL SINODO EMERGE UN ALLONTANAMENTO PREOCCUPANTE DALLA VERITÀ DELLA FEDE

 

di Alessandro Gnocchi

 

Piace poco o nulla al mondo, il cardinale Raymond Leo Burke. E, se possibile, piace ancora meno alla chiesa che piace al mondo. D’altra parte, questo americano di sessantasei anni di Richland Center, Wisconsin, ha fatto di tutto per riuscire cattolicamente nell’intento di ustionare le coscienze cristiane troppo inclini alla tiepidezza. Partecipa alle marce per la vita, dice che non va data la comunione ai politici che sostengono leggi abortiste, denuncia il rapido progredire dell’agenda omosessualista, fa sapere a Papa Francesco che la difesa dei principi non negoziabili non è una moda sottoposta agli umori dei pontefici, sostiene la messa in rito tradizionale. Recentemente ha firmato il libro collettivo “Permanere nella verità di Cristo. Matrimonio e comunione nella Chiesa cattolica”, scritto in aperta polemica con le misericordiose aperture del cardinale Walter Kasper su famiglia e comunione ai divorziati risposati. Nulla di strano, quindi, se il rimpasto curiale pensato da Bergoglio prevede che, da prefetto della Segnatura Apostolica, ora venga esiliato alla carica di cardinale patrono del Sovrano Ordine di Malta. Ma intanto, al Sinodo sulla famiglia, questo finissimo canonista figlio dell’America rurale ha assunto il ruolo di oppositore, verrebbe da dire di katechon, al cospetto della svolta attribuita, senza smentite, alla mens papale. Come recita l’antica “Bibbia poliglotta” aperta sul leggìo del suo studio alla pagina dell’Ecclesiaste: “Ogni cosa ha il suo tempo (…) c’è un tempo per tacere e un tempo per parlare”.

D. Cosa si vede oltre la cortina mediatica che avvolge il Sinodo?

R. Emerge una tendenza preoccupante perché alcuni sostengono la possibilità di adottare una prassi che si discosta dalla verità della fede. Anche se dovrebbe essere evidente che non si può procedere in questo senso, molti incoraggiano per esempio pericolose aperture sulla questione della comunione concessa ai divorziati risposati. Non vedo come si possa conciliare il concetto irreformabile dell’indissolubilità del matrimonio con la possibilità di ammettere alla comunione chi vive una situazione irregolare. Qui si mette direttamente in discussione ciò che ci ha detto Nostro Signore quando insegnava che chi divorzia da sua moglie e sposa un’altra donna commette adulterio.

D. Secondo i riformatori questo insegnamento è diventato troppo duro.

R. Dimenticano che il Signore assicura l’aiuto della grazia a coloro che sono chiamati a vivere il matrimonio. Questo non significa che non ci saranno difficoltà e sofferenze, ma che ci sarà sempre un aiuto divino per affrontarle ed essere fedeli sino alla fine. […]

R. Io non so come sia concepito il briefing, ma mi pare che qualcosa non funzioni bene se l’informazione viene manipolata in modo da dare rilievo solo a una tesi invece che riportare fedelmente le varie posizioni esposte. Questo mi preoccupa molto perché un numero consistente di vescovi non accetta le idee di apertura, ma pochi lo sanno. Si parla solo della necessità che la chiesa si apra alle istanze del mondo enunciata a febbraio dal cardinale Kasper. In realtà, la sua tesi sui temi della famiglia e su una nuova disciplina per la comunione ai divorziati risposati non è nuova, è già stata discussa trent’anni fa. Poi da febbraio ha ripreso vigore ed è stata colpevolmente lasciata crescere. Ma tutto questo deve finire perché provoca un grave danno per la fede. Vescovi e sacerdoti mi dicono che ora tanti divorziati risposati chiedono di essere ammessi alla comunione poiché lo vuole Papa Francesco. In realtà, prendo atto che, invece, finora non si è espresso sulla questione.

D. Però sembra evidente che il cardinale Kasper e quanti sono sulla sua linea parlino con il sostegno del Papa.

R. Questo sì. Il Papa ha nominato il cardinale Kasper al Sinodo e ha lasciato che il dibattito proseguisse su questi binari. Ma, come ha detto un altro cardinale, il Papa non si è ancora pronunciato. Io sto aspettando un suo pronunciamento, che può essere solo in continuità con l’insegnamento dato dalla chiesa in tutta la sua storia. Un insegnamento che non è mai mutato perché non può mutare. […]

D. Ammettere alla comunione i divorziati risposati mina il sacramento del matrimonio, ma anche quello dell’eucaristia. Non le sembra una deriva che tocca il cuore della chiesa?

R. Nella Prima Lettera ai Corinzi, al capitolo 11, san Paolo insegna che chi riceve l’eucaristia in stato di peccato mangia la propria condanna. Accedere all’eucaristia significa essere in comunione con Cristo, essere conformi a lui. Molti oppongono l’idea che l’eucaristia non è il sacramento dei perfetti, ma questo è un falso argomento. Nessun uomo è perfetto e l’eucaristia è il sacramento di coloro che stanno combattendo per essere perfetti, secondo quando chiede Gesù stesso: di esserlo come il Nostro Padre che è in cielo (Mt 5, 48). Anche chi combatte per raggiungere la perfezione pecca, certo, e se è in stato di peccato mortale non può comunicarsi. Per poterlo fare deve confessare il suo peccato con pentimento e con il proposito di non commetterlo più: questo vale per tutti, compresi i divorziati risposati. […]

 

Da Il Foglio

 

 

IL CARDINALE RUINI CONTRO IL “DIVORZIO CATTOLICO”

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350894

 

 

ILDEGARDA DI BINGEN CI ILLUMINA ANCHE SUL DISASTROSO SINODO?

HO RICEVUTO UNA LETTERA DOVE FRA L’ALTRO LEGGO:

“In questi momenti nei quali viviamo con trepidazione gli avvenimenti del Sinodo, dal medioevo ci arriva un avvertimento da santa Ildegarda di Bingen, (che Papa Benedetto proclamò Dottore delle Chiesa, e che forse implicitamente aveva citato quando parlò de “il volto deturpato della Chiesa” , espressione che si trova nei testi della santa).
In “Il libro delle opere divine”, Ildegarda di Bingen, nella “Quinta visione della terza parte”, riferendosi ai tempi escatologici, illuminata dallo Spirito Santo, non risparmia duri ammonimenti alla Chiesa che “si lascia vincere dalla stoltezza degli umani costumi” e che “sconsolata non ha più il bastone dell’ insegnamento a cui gli uomini possano appoggiarsi”. Invita ad ammonire i “lupi rapaci”, (“vescovi e quelli che indossano l’abito spirituale”), perché “le loro scelleratezze ricadono su di noi e fanno inaridire la Chiesa”.
E dice: “Ammoniamoli perché svolgano i loro compiti comportandosi in modo conforme alla giusta religione, come l’ hanno istituita un tempo i padri”…(pagina 1059 del libro, ed. Meridiani)”.

 

 

Monday 13 October 2014

Una rete per costruire l’umanesimo ecologico

siloe 2014La cura e l’attenzione per l’ambiente, inteso nella sua accezione ampia di spazio vitale per gli esseri viventi, è sicuramente una delle urgenze che caratterizzano il secolo presente. L’attuale stile di vita assunto dal genere umano nel suo insieme, infatti, sta progressivamente e costantemente degradando la “casa” in cui tutti viviamo, erodendo in maniera irreversibile le risorse naturali e alterando l’equilibrio dell’intero ecosistema. Anche Papa Francesco, intervenendo a tal proposito, ha voluto ricordare come “il creato non è una proprietà di cui possiamo spadroneggiare a nostro piacimento, tanto meno una proprietà di pochi. Ma è un dono che Dio ci ha dato affinché ne abbiamo cura e lo utilizziamo a beneficio di tutti, sempre con grande rispetto e gratitudine” (Ud. Gen. 21 mag 2014).

Di fronte ad una simile contingenza, ecologia, etica, antropologia e teologia da una parte, politica, scienza, economia e demografia dall’altra, tentano di convergere al crocevia della salvaguardia dell’ambiente per individuare percorsi ed iniziative che possano garantirne la custodia e la promozione, in una prospettiva di reale sostenibilità per le generazioni avvenire. Purtroppo, interessi confliggenti e scontri tra ideologie, mostrando uno sguardo sul futuro del tutto miope, hanno finora prodotto pochi risultati concreti, ancora largamente insufficienti e, di conseguenza, molto preoccupanti. A fronte di questo scenario critico, non mancano comunque iniziative e occasioni di riflessione, studio e dibattito sul tema, per lo più finalizzate alla diffusione di un nuovo approccio etico-culturale della questione.

La comunità monastica. In questa direzione è sorto e prosegue l’impegno e le iniziative della comunità monastica di Siloe, presso Poggi del Sasso (Gr), sotto la guida di fra’ Roberto Lanzi, uno dei fondatori del monastero e responsabile del Centro Culturale San Benedetto. Fin dalla sua nascita (1997), infatti, questa giovane comunità (di regola benedettina) manifesta la propria attenzione per il creato e l’ambiente, all’insegna di un nuovo umanesimo ecologico che intrecci la custodia dell’ambiente con quella delle relazioni interumane e con una forte attenzione per le generazioni future. Tra le tante attività promosse, il Monastero di Siloe di recente ha anche contribuito insieme ad altri cinque centri (la rivista Aggiornamenti sociali, il Centro di etica ambientale di Bergamo, il Centro di etica ambientale di Parma, la Fondazione Lanza di Padova) alla formazione di una Rete per l’etica ambientale, una collaborazione fattiva per richiamare la centralità dei temi legati all’ambiente e alla sostenibilità, ponendosi come interlocutrice credibile per le istituzioni, capace di interagire con il mondo dell’economia, della politica, della cultura e dell’educazione.

Custodi e mediatori. “Cosa sta accadendo nella realtà urbana?” si è chiesto fra’ Roberto Lanzi durante un recente incontro di presentazione della Rete, “L’80% di chi bussa al nostro monastero viene dalle aree metropolitane. C’è un grande bisogno di ricostruire le proprie identità e le relazioni umane. Per custodire il Creato ci vogliono custodi, persone ricostruite, mediatori tra l’uomo e Dio. Tutti devono prendere in mano la parola di Dio nascosta nella realtà e gestirla nel modo corretto, ripristinare il giusto ponte tra l’uomo e Dio”. Dunque, il punto di partenza è la centralità della questione ambientale che, nell’ottica della Rete per l’etica ambientale, non è più un tema tra gli altri, ma è diventato ‘il tema’ che determina tutti gli altri.

Il manifesto della Rete. Presentato pubblicamente lo scorso luglio, il testo è stato redatto come una ‘carta d’intenti’ riassuntiva dei principi base cui s’ispirano le varie iniziative dei centri promotori. Di cosa si tratta? Eccone l’elenco:

- l’essere umano dovrebbe porsi di fronte alle realtà ambientali riscoprendo il forte legame che lo unisce ad esse, e quindi con atteggiamenti di cura e responsabilità, consapevolezza e rispetto;

- la diversità che contraddistingue i viventi in ogni loro espressione (sul piano biologico, culturale, religioso, etico, ecc.) è una ricchezza del pianeta e come tale va tutelata;

- gli ecosistemi, che intrecciano realtà viventi e non viventi, sono realtà dinamiche, complesse e strettamente interrelate; il valore di viventi e non viventi non è quindi riducibile al solo soddisfacimento dei bisogni dell’uomo;

- per garantire il benessere delle presenti e future generazioni, l’agire umano deve essere guidato da principi e valori come: precauzione, prudenza, sobrietà, equità, limite, solidarietà, tolleranza, accoglienza.

Nuova mentalità diffusa. Certo, la problematica della custodia dell’ambiente e dell’ecosostenibilità rimane cosa alquanto complessa e difficile da risolvere, anche per i preposti organismi internazionali, ma non si può che plaudire a simili iniziative, i cui sforzi possono contribuire sostanzialmente, pur nel loro limitato raggio d’azione, al sorgere di una nuova mentalità diffusa, che ci veda tutti responsabili ed artefici in prima persona della custodia del creato.

Maurizio Calipari – Sir, 10 ottobre 2014

Monday 13 October 2014 04:00

Il vero dilemma: indissolubilità o divorzio

Questo sinodo non è chiamato a decidere. Ma ormai l'ipotesi delle seconde nozze ha piena cittadinanza ai vertici della Chiesa. Il commento del cardinale Camillo Ruini

Sunday 12 October 2014

E’ OVVIO CHE LE PAOLINE METTANO ALL’INDICE IL MIO LIBRO, PERCHE’ E’ UN LIBRO CATTOLICO…. INVECE PUBBLICANO E VENDONO I TESTI DEL GESUITA BOLLATI DA RATZINGER E WOJTYLA COME “INCOMPATIBILI CON LA FEDE”, TESTI CHE “POSSONO CAUSARE GRAVI DANNI”.

Si dicono “cattolici aperti”, moderni e progressisti e poi riesumano l’Indice, il famigerato Index librorum prohibitorum. Più che indignare fa ridere la decisione delle Paoline di mettere al bando dai loro scaffali il mio libro “Non è Francesco”.

Ma la loro è una decisione prevedibile: il mio libro è cattolico, apostolico, romano e loro, evidentemente, con roba del genere non vogliono avere a che fare.

Nelle loro vetrine puoi trovare Augias e don Gallo, Aldo Busi, Vito Mancuso e Odifreddi. O testi di buddhismo, new age o sinistrismo vario. Mica possono “sputtanarsi” con uno che difende tutta la dottrina cattolica ed ha Benedetto XVI, Giovanni Paolo II, Paolo VI come suoi fari.

Se il mio libro avesse chiesto alla Chiesa di benedire le nozze gay, ordinare le donne prete o abolire il celibato dei preti non avrebbero avuto nulla da ridire. Magari sarei stato direttamente invitato a parlare al Sinodo visto l’andazzo tragicomico…

Se poi mi fossi scatenato a predicare il più ecumenico dei dialoghi con l’Islam o con le ideologie “politically correct” le Paoline avrebbero venduto il mio libro senza problemi.

Ma invece ho scritto un’apologia di Ratzinger e dei suoi predecessori, rilevando – con rispetto, ma anche con franchezza – la brusca e inspiegabile rottura di papa Bergoglio. Quindi è stata decretata per me la condanna: “al rogo! Al rogo!”.

Suor Beatrice Salvioni, portavoce delle Paoline, bolla il mio libro come “integralista” e aggiunge: “non ci piace”, “non serve a costruire dialogo”.

In nome del “dialogo” mettono all’Indice un libro cattolico. I cattoprogresisti sono così: dialogano con tutti, islamici, atei, comunisti, mangiapreti e miscredenti, ma non con i cattolici.

 

QUAL E’ LA LORO RELIGIONE?

 

Le Paoline sono il simbolo perfetto dei tempi. Quelle che mi hanno messo all’Indice dalle loro librerie infatti sono le stesse Paoline che come editore hanno pubblicato e vendono i libri di padre Anthony De Mello.

Questo gesuita indiano ha scritto molti libri dove sono state espresse idee su cui nel 1998 si è dovuta esprimere ufficialmente la Congregazione per la dottrina della fede presieduta dal Cardinale Ratzinger con l’approvazione di papa Giovanni Paolo II.

In quella notificazione vaticana si legge che fin dalle prime opere di De Mello si può osservare “un progressivo allontanamento dai contenuti essenziali della fede cristiana. Alla rivelazione, avvenuta in Cristo, egli sostituisce una intuizione di Dio senza forma né immagini, fino a parlare di Dio come di un puro vuoto”.

Per il gesuita De Mello – dice la Santa Sede – nulla si può dire su Dio, l’unica conoscenza è la non conoscenza. Porre la questione della sua esistenza, è già un nonsenso. Questo apofatismo radicale porta anche a negare che nella Bibbia ci siano delle affermazioni valide su Dio (…). In altri passi il giudizio sui libri sacri delle religioni in generale, senza escludere la stessa Bibbia, è anche più severo: esse impediscono che le persone seguano il proprio buonsenso e le fanno diventare ottuse e crudeli. Le religioni, inclusa quella cristiana, sono uno dei principali ostacoli alla scoperta della verità. Questa verità, d’altronde, non viene mai definita nei suoi contenuti precisi. Pensare che il Dio della propria religione sia l’unico, è, semplicemente, fanatismo. ‘Dio’ viene considerato come una realtà cosmica, vaga e onnipresente. Il suo carattere personale viene ignorato e in pratica negato”.

De Mello si dichiara “discepolo” di Gesù, ma, prosegue Ratzinger, “lo considera come un maestro accanto agli altri (…). Non viene riconosciuto come il Figlio di Dio, ma semplicemente come colui che ci insegna che tutti gli uomini sono figli di Dio. Anche le affermazioni sul destino definitivo dell’uomo destano perplessità (…). In diverse occasioni si dichiara irrilevante anche la questione del destino dopo la morte. (…) secondo la logica dell’Autore qualsiasi credo o professione di fede sia in Dio che in Cristo non può che impedire l’accesso personale alla verità. La Chiesa, facendo della parola di Dio nelle Sacre Scritture un idolo, ha finito per scacciare Dio dal tempio. Di conseguenza essa ha perduto l’autorità di insegnare nel nome di Cristo”.

Ed ecco la conclusione solenne della Congregazione per la dottrina della fede: “Al fine pertanto di tutelare il bene dei fedeli, questa Congregazione ritiene necessario dichiarare che le posizioni su esposte sono incompatibili con la fede cattolica e possono causare gravi danni”.

 

LORO SE NE FREGANO

 

Dopo un simile pronunciamento della Santa Sede – che mostra anche il grave naufragio teologico dei gesuiti moderni – le Paoline che oggi mettono me all’Indice, cosa hanno fatto?

Hanno continuato a stampare e a vendere quei libri. Se andate nel sito delle Paoline sono esposti in bella mostra ben diciassette titoli di questo gesuita: pronti per l’acquisto online.

L’autore è presentato così dalle Paoline: “Anthony De Mello. Gesuita indiano e mistico orientale. Ha consacrato la propria vita a guidare esercizi spirituali, divenendo ben presto un vero e proprio maestro. Le sue opere sono ispirate alla saggezza e alla mistica orientale. Molte sono diventate best-seller in vari Paesi del mondo”.

Non ci crederete, ma questa è la presentazione dell’autore su cui la Santa Sede ha espresso il giudizio che avete letto sopra. Per le paoline è “un maestro”.

Poi senza vergogna hanno messo al bando dai loro scaffali il mio “Non è Francesco” perché – dice suor Beatrice – è “un libro la cui tesi non è ufficiale, né dimostrata”.

Mi viene da pensare allora che considerano “ufficiali e dimostrate” le tesi di De Mello dal momento che lo stampano e lo vendono.

La cosa surreale è che il mio libro non lo hanno nemmeno letto. Se infatti si riferiscono alla probabile invalidità del Conclave del 2013  si tratta di un capitolo di venti pagine su 280 e soprattutto non è una tesi. Trattasi di fatti e poi di domande a cui dare risposta.

 

CHI E’ IL PAPA ?

 

La mia inchiesta espone i dubbi evidenti sulla conformità delle procedure seguite con le norme stabilite da Giovanni Paolo II.

Ma, come ho scritto nel libro, dopo aver fatto emergere il problema, aspetto che siano le autorità a dare risposta. Sono loro a dover spiegare se e come l’elezione di Francesco fu canonicamente corretta o no. Peraltro negli errori di procedura del 13 marzo 2013 Bergoglio non c’entra personalmente.

Certo poi nel mio libro ci sono anche altre domande scomode sulle cose sconcertanti che il papa argentino ha detto e fatto in questo anno e mezzo. E soprattutto sono riportati i dubbi dei canonisti sulla “rinuncia” di Benedetto XVI, che non sarebbe una vera rinuncia al papato, ma al solo esercizio attivo. Tesi che trova conferma nella decisione di Ratzinger di restare “papa emerito”.

Questo cambierebbe totalmente lo scenario, mettendo ancor più in discussione la validità degli eventi successivi alla rinuncia stessa.

Sono questioni di grandissima importanza che meritano attenta considerazione e che nel 2014 non si possono occultare con la censura.

Io ho sollevato tutti questi problemi in modo corretto, rigoroso e rispettoso. E ora le Paoline a vengono a dire che “abbiamo inviato una circolare a tutte le nostre sedi con questo invito. Non intendiamo promuovere un libro la cui tesi non è stata approvata e con accuse infondate”.

Ma approvata da chi? Sono a conoscenza che la Costituzione salvaguarda la libertà di parola e la libertà di coscienza senza approvazione preventiva di nessuno? E quali “accuse infondate” avrei lanciato”? Me le mostrino visto che io documento tutto quello che scrivo?

Si chiedano piuttosto perché la settimana scorsa il mio libro è stato il più venduto nelle librerie cattoliche – come dice la classifica di “Avvenire” – nonostante sia uscito di venerdì.

Del resto alcune librerie delle paoline lo tengono nascosto e lo “spacciano” a richiesta come fosse merce pornografica o qualche “sostanza” proibita. La verità, si sa, è contagiosa. Genera uomini liberi, come dice Gesù nel Vangelo.

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 12 ottobre 2014

facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

 

 

 

 

 

Sunday 12 October 2014 07:47

Lo sguardo di Gesù e le nostre ferite

Cari amici, a metà del percorso di questo primo Sinodo dedicato alla famiglia, mi sembrano belle queste parole pronunciate ieri pomeriggio dal cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, in occasione della presa di possesso della chiesa parrocchiale dei santi Simone e Giuda Taddeo a Torre Angela, nella periferia romana.

«Lo pensavo in questi giorni al Sinodo sulla famiglia», ha detto il porporato, «a cui prendo parte anch’io: ogni volta che nella Chiesa o a nome della Chiesa si parla delle vicende e realtà che toccano la carne viva degli uomini senza guardare a Cristo, senza chiedersi “Cosa farebbe Cristo, che sguardo avrebbe Cristo su questo problema”, è come fare i conti senza l’oste. O un po’ peggio che fare i conti senza l’oste».

Secondo Parolin «è difficile immaginare una Chiesa che dice a Cristo: “Tu sei il nostro capo, tu sei il centro di tutto”, ma poi a risolvere i problemi ci pensiamo noi, con le nostre idee giuste, le idee vere che abbiamo preso da te. Facciamo noi le cose a tuo nome. Senza la tua grazia. Senza dover seguire sempre il tuo sguardo… Senza commuoverci davanti ai tuoi miracoli».

Friday 10 October 2014

La corporeità dell’arte sacra

gabriel milanoNon c’è nulla di così contemporaneo come il dramma del Calvario e la speranza in una Resurrezione. Eppure è proprio questa contemporaneità a restare l’elemento ambiguo e superficiale in molta arte “sacra” prodotta oggi. Così come l’elemento religioso è visto con sospetto da chi fa ricerca in campo artistico. Eppure «il sacro è l’avanguardia del contemporaneo », chiosa Raul Gabriel. L’artista italoargentino è protagonista di una personale al Museo Diocesano, a cura di Paolo Biscottini, in occasione della Giornata del Contemporaneo (inaugurazione sabato 11 ottobre; aperta fino al 16 novembre) in cui presenta una inedita Via Crucis nella sala che ospita le ceramiche della Via Crucis bianca, uno dei capolavori di Lucio Fontana. Nei quattordici pannelli Gabriel lavora con gesti di bitume e grafite, arrivando a una estrema sintesi grafica che supera il livello della rappresentazione del corpo per catturarne il senso. «Il corpo è imprendibile – spiega l’artista – sempre in processo. Trasferire in una opera il fremito della corporeità è un’operazione che non dipende dalla rassomiglianza di linee, segni e materie con un elemento riconoscibile, ma dalla capacità di trasferire la vibrazione vitale nel gesto e nella forma».

È una Via Crucis senza compromessi, uno choc salutare per una società (e spesso una Chiesa, come ricorda papa Francesco) anestetizzata, serrata nel comfort delle proprie certezze. Come uno choc è ancora oggi quella di Fontana, con cui Gabriel ingaggia unasorta di faccia a faccia, reso trasparente dall’allestimento dell’architetto Andrea Vaccari. Non è un problema di linguaggio, ma di spirito. Fontana ci ha insegnato che il credere in arte è gloria e travaglio. Gabriel rilancia questa presa di coscienza. L’arte sacra non deve avere paura di essere come il Vangelo e la croce: terremoto e scandalo. «La corporeità – dice l’artista – è nemesi del decoro. Il corpo non è “pulito”, il corpo è puro. E la dimensione della sua purezza non sta nella disinfezione e nella eliminazione dei suoi odori, ma è intrinseca». È la prima volta che il Diocesano allestisce una mostra di un contemporaneo nella sala Fontana, una scelta non facile con cui il museo si pone sul fronte del dibattito e costringe a considerare cosa significhi oggi “tradizione”. Quando Fontana tra gli anni ’40 e ’60 traduceva la propria ricerca nel sacro, pochi furono disposti ad ascoltarlo. Oggi è chiaro a tutti che fu miopia, ma allo stesso tempo si ripropone quell’atteggiamento nei confronti del presente. Ma è lo slancio profetico di Fontana e la sua capacità di uscire dagli schemi la tradizione da cui partire. E Raul Gabriel da qui parte.

Alessandro Beltrami – Avvenire, 9 ottobre 2014

Friday 10 October 2014 06:01

La gioia di portare Cristo al mondo

Il Messaggio di Papa Francesco per la Giornata Missionaria Mondiale che si celebra domenica 19 ottobre 2014 incomincia così: “Cari fratelli e sorelle, oggi c’è ancora moltissima gente che non conosce Gesù Cristo. Rimane perciò di grande urgenza la missione ad gentes, a cui tutti i membri della Chiesa sono chiamati a partecipare, in quanto la Chiesa è per sua natura missionaria: la Chiesa è nata “in uscita”. E termina così: “La Giornata Missionaria Mondiale è anche un momento per ravvivare il desiderio e il dovere morale della partecipazione gioiosa alla missione ad gentes. Il personale contributo economico è il segno di un’oblazione di se stessi, prima al Signore e poi ai fratelli, perché la propria offerta materiale diventi strumento di evangelizzazione di un’umanità che si costruisce sull’amore”.

Parole chiare: la G.M.M. si celebra per evangelizzare “i moltissimi che non conoscono Gesù Cristo”. Eppure nell’opuscolo ufficiale edito a Roma sulla G.M.M. 2014 leggo: “Periferie cuore della Missione. Con questo slogan vogliamo vivere quest’anno l’Ottobre Missionario e la Giornata M. M.”; ma cosa si intende per periferie? Nell’opuscolo si legge che il Papa parla spesso delle periferie e “Lui stesso non poteva che richiamare tutta la Chiesa a raggiungere le “periferie esistenziali”, i dimenticati, esclusi, stranieri, umanità insomma ai margini della nostra vita (ma possiamo considerarci “noi” centro?)… Andare/uscire verso gli ultimi (poveri e peccatori) per i cristiani non vuol dire solo andare verso i fratelli e le sorelle, ma scoprire che Dio è già qui… Se le periferie sono il luogo dove si converte la Chiesa, andare verso le periferie (e abitarvi da poveri in mezzo ai poveri) significa far risuonare l’annunzio del Regno che libera dall’attaccamento disordinato nei confronti delle ricchezze”.

Certo non sono queste poche righe che scandalizzano, ma la mentalità del redattore, che riflette il modo comune di intendere oggi la missione alle genti: non una missione verticale che porta gli uomini a Cristo e a Dio, ma una missione orizzontale orientata ai poveri (nei quali “Dio è già presente”), per liberare gli uomini non da ogni peccato (anzitutto personale e poi sociale), ma dalla cupidigia di denaro e delle ricchezze materiali! In altre parole, si passa da una missione di natura religiosa ad una missione di natura sociale-economica-politica.

I più poveri del mondo, secondo Papa Francesco e la tradizione cristiana sono quelli che non conoscono Cristo. Madre Teresa diceva: “La più grande disgrazia dell’India è di non conoscere Gesù”. La grande Santa è l’unica persona straniera alla quale il governo indiano ha voluto fare il funerale di Stato. Non si può dire che non vivesse povera tra i poveri, aiutandoli in ogni modo possibile, ma il suo punto di riferimento e la meta da raggiungere in tutto quelche era e faceva era sempre Cristo e il suo Vangelo, era “l’ansia di evangelizzare” che la portava fra gli ultimi.

Nel discorso alle Pontificie opere missionarie (9 maggio 2014) Francesco afferma: “Anche nella nostra epoca la missio ad gentes è la forza trainante di questo dinamismo fondamentale della Chiesa. L’ansia di evangelizzare ai “confini”, testimoniata da missionari santi e generosi, aiuta tutte le comunità a realizzare una pastorale estroversa ed efficace, un rinnovamento delle strutture e delle opere. L’azione missionaria è paradigma di ogni opera della Chiesa (cfr Evangelii gaudium, 15)”.

Questo però non è un problema organizzativo, tecnico o economico, ma di fede. Per credere nella “missione alle genti” è necessario conoscere e sperimentare “la gioia di portare Cristo al mondo”, come scrive Papa Francesco nella Lettera apostolica “Evangelii Gaudium” (del 24 novembre 2013), che inizia così: “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui, sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia. In questa Esortazione desidero indirizzarmi ai fedeli cristiani, per invitarli a una nuova tappa evangelizzatrice marcata da questa gioia e indicare vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni” E poi continua: Una gioia che si rinnova e si comunica…”.

L’Ottobre missionario e la G.M.M. offrono a tutte gli enti che operano per le “missione alle genti” (Pontificie opere missionarie, Centri missionari diocesani, Istituti, stampa e animazione missionaria, associazioni e gruppi missionari), l’occasione per monitorare se quanto fanno e scrivono è su questa linea oppure (vedi il Blog del 5 ottobre) non stiamo seguendo l’onda culturale che porta la missione ad essere (e sembrare) una Ong umanitaria mentre lo scopo fondamentale è annunziare e testimoniare la salvezza in Cristo; e nel nostro mondo secolarizzato va sempre dichiarato.

Il Venerabile dott. Marcello Candia, quando in Brasile ricevette il Premio de “L’uomo più buono del Brasile” (lui diceva: “Vorrei tanto che fosse vero!”), lo accompagnai alla sede della Rai-TV in Corso Sempione a Milano dov’era stato invitato. Dopo un breve documentario in cui si vedeva Marcello con i lebbrosi di Marituba e due Missionarie dell’Immacolata che aveva portato nel lebbrosario, l’intervistatore dice: “Ecco a voi Marcello Candia, l’uomo più buono del Brasile perché è innamorato dei lebbrosi e vive con loro….”. Marcello dice: “Grazie, ma vorrei precisare che sono andato tra i lebbrosi perché sono innamorato di Gesù Cristo e perché ho visto Gesù in ciascuno di essi. Allora mi sono innamorato anche dei lebbrosi, che a prima vista rifiutavo e mi mettevano angoscia e paura”.

Piero Gheddo

Wednesday 08 October 2014

Quella coppia di sposi che bussa alle porte del sinodo

Ludmila e Stanislaw Grygiel insegnano nell'istituto pontificio di studi sulla famiglia creato da papa Karol Wojtyla, loro amico di una vita. Non sono stati invitati. Ma avevano molto da dire ai padri sinodali. E l'hanno detto. Con chiarezza e coraggio

Tuesday 07 October 2014

Sinodo: non giudizio ma verità

La notizia di oggi è che il 20 ottobre il Papa ha deciso che al concistoro si parli di Medio Oriente. Sarà un modo per comunicare ai cardinali i risultati dell’incontro con i nunzi che si è svolto la settimana scorsa. Martedi mattina, secondo quello che riporta l’ Osservatore Romano, si è parlato anche della violenza. “Così è stato messo in risalto come i terroristi di Boko Haram non hanno nulla a che vedere con la visione che in Nigeria, anche da parte dei musulmani stessi, si ha del valore della famiglia. Mentre a Baghdad, è stato reso noto, nonostante tutti i problemi, oltre 1.500 bambini sono accompagnati dai genitori, ogni venerdì, al corso di catechismo: è stata così anche rimarcata la testimonianza di fede e di unità delle famiglie cristiane rimaste in Iraq. Accompagnata pure dall’auspicio che venga sempre rispettato il loro credo come un diritto fondamentale della persona e così non ci debba essere timore nel testimoniarlo. Un discorso simile è stato proposto, poi, a proposito dell’Iran, dove ci sono appena cinquemila cristiani a fronte di settantacinque milioni di musulmani che, è stato affermato, non appartengono al fondamentalismo dell’Is.”

Sunday 05 October 2014

Chiude “Popoli”, la rivista missionaria dei Gesuiti

All’inizio del mese missionario di ottobre, un comunicato stampa del Centro San Fedele di Milano informa che la rivista missionaria mensile dei Gesuiti “Popoli” chiude nel dicembre prossimo. La rivista è nata nel 1915 col titolo “Le missioni della Compagnia di Gesù”, nel 1970 ha assunto il titolo di “Popoli e Missione”, negli anni ottanta “Popoli”, che chiude alla soglia dei cento anni. Ma allora, i gesuiti non hanno più missionari? Per carità, sono forse l’ordine religioso con il maggior numero di missionari “ad gentes”. Ma in Italia questo è un tema che interessa sempre meno e questo è il gravissimo problema dell’ottobre missionario, per noi missionari ma anche per tutta la Chiesa italiana.

Dopo la chiusura della rivista “Ad Gentes” degli Istituti missionari (Vedi il Blog del 15 giugno 2014) anche questa è una triste notizia per l’animazione missionaria ad gentes nella Chiesa italiana, come tante altre simili, ad esempio il crollo vertiginoso delle vocazioni ad gentes (e ad vitam) degli istituti missionari italiani. In questo anno scolastico, nel seminario teologico del Pime di Monza abbiamo una cinquantina di teologi e filosofi, dei quali solo quattro italiani! E dobbiamo ringraziare la Provvidenza di Dio perchè il Pime, fondato da mons. Angelo Ramazzotti nel 1850 come “Seminario lombardo per le missioni estere” e da Pio XI nel 1926 come Pime (unendolo ad un altro simile Seminario fondato a Roma nel 1872), è diventato internazionale, altrimenti dovremmo chiudere la nostra teologia missionaria, affiliata con l’Università Urbaniana di Roma per il corso accademico di teologia che si chiude con il diploma di Baccalaureato, riconosciuto anche dallo stato italiano.

La “missione alle genti” significa annunziare e testimoniare Cristo ai popoli non cristiani (5 miliardi sui 7 dell’umanità) e il danno peggiore di questa decadenza dello spirito e della missione ad gentes sta nel dato di fatto che la Chiesa italiana, presa nel suo assieme, sta percorrendo il cammino opposto a quello che dichiarano i testi del Concilio Vaticano II, dei Papi e della stessa CEI (Conferenza episcopale italiana): si proclama una cosa e se ne fa un’altra. E questo avviene nella Chiesa di Cristo, che vuol essere autentica, trasparente, efficace immagine di Cristo Salvatore.

Ma nel Vangelo di San Marco (16, 14-15) si legge: “Gesù apparve agli undici discepoli mentre erano a tavola. Li rimproverò perché avevano avuto poca fede e si ostinavano a non credere a quelli che l’avevano visto risuscitato. E disse loro: “Andate in tutto il mondo e portate il Vangelo a tutti gli uomini. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, chi non crederà sarà condannato”. E noi potremmo dire: “Ma Gesù, tu rimproveri i tuoi Apostoli di non credere alla tua Risurrezione e poi subito dopo li mandi a predicare la Buona Notizia in tutto il modo! Ma com’è possibile? Se non credono che tu sei risorto, che razza di messaggio portano al mondo?”.

Ha risposto Giovanni Paolo II nella “Redemptoris Missio” (N. 2): “La fede si rafforza donandola!”, e spiega perché; e poi richiama la grande verità di fede: “Lo Spirito Santo protagonista della Missione” (Capitolo III). E fa venire in mente la famosa scenetta de “La Croix” che pubblicai in “Mondo e Missione” negli anni settanta, dove si vede Gesù che sale al Cielo mentre detta il suo testamento agli Apostoli, in cerchio davanti a Lui: “Andate in tutto il mondo,,,,”. Ma uno sussurra all’altro: “Ma noi, non siamo incardinati nella diocesi di Gerusalemme?”.

Quando Papa Francesco, e tutti i Papi e tutti i vescovi prima di lui, continuano a martellare lo slogan: “Per salvare l’uomo e l’umanità dobbiamo ritornare a Cristo!”, penso che nessuno aggiunga nella sua mente e nel suo cuore: “Eccetto quando ci dice di andare in tutto il mondo a portare il Vangelo a tutti gli uomini”.

Chi segue il mio Blog “Armagheddo”, sa che a volte è volutamente provocatorio, come anche questa volta. Non voglio assolutamente accusare nessuno, ma solo riproporre con forza il problema: qual è lo scopo dell’animazione e della stampa missionaria ad gentes dei Centri missionari diocesani, degli Istituti missionari, delle Pontificie opere missionarie e della stampa e animazione missionaria? Presentare le testimonianze dei missionari che nelle periferie dell’umanità annunziano Cristo, battezzano i popoli convertendoli a Cristo e formando le prime comunità cristiane; oppure abbiamo cominciato noi a politicizzare la missione alle genti, riducendo la Chiesa in missione ad una Ong mondiale che si interessa dei poveri e dei marginali, delle ingiustizie e violenze contro gli ultimi di ogni società, spesso senza alcun aggancio esplicito a Gesù Cristo? Non invento nulla, potrei raccontare decine e decine di esempi, perché l’onda culturale è questa e non è facile fare e proporre e realizzare qualcosa di diverso, si rischia di passare per conservatori, tradizionalisti, reperti archeologi da rottamare.

Ma la Chiesa, lo dice spesso Papa Francesco, non è una Ong di carattere sociale-politico-economico-sindacale, ma la comunità dei seguaci di Cristo, che deve andare in tutto il mondo annunziando la Buona Notizia del Vangelo. E quando, noi missionari diamo un’immagine diversa di noi stessi al mondo, perdiamo la nostra unica identità e diventiamo inefficienti, inefficaci, non leggono più le nostre riviste, i giovani non ci seguono più, non donano più la vita e hanno ragione. Donare la vita per che cosa? Per promuovere l’acqua pubblica o protestare contro il debito estero dei paesi africani o contro la produzione di armi? I giovani danno la vita solo se noi siamo innamorati di Cristo e capaci di innamorarli di Gesù Cristo, nient’altro. Nell’ottobre missionario e della Giornata Missionaria Mondiale è permesso riproporre con forza questo problema, perchè se ne discuta e si giunga, con l’aiuto di Dio, ad una decisiva correzione di rotta.

Piero Gheddo

Saturday 04 October 2014

Seconde nozze a Venezia per "La Civiltà Cattolica"

A sostegno delle tesi del cardinale Kasper, la rivista con l'imprimatur papale rispolvera una concessione fatta dal Concilio di Trento ai cattolici delle isole greche sotto dominio veneziano, alcuni dei quali si risposavano con rito ortodosso

Tuesday 30 September 2014

L’Anticristo è già tra noi

L’Anticristo è il Demonio e tutte le forze del male che si oppongono alla venuta del Regno di Dio e di Cristo negli ultimi giorni, ma anche nella storia dell’uomo (Apocalisse, I e II Lettera di Giovanni, II Lettera di Paolo ai Tessalonicesi). Ma è anche il titolo del libro di Friedrich Nietzsche (1844-1900), che un laico cattolico, Agostino Nobile, ha commentato nel volumetto pubblicato nel luglio 2014: “Anticristo superstar” (Edizioni Segno, Udine – pagg. 120). Agostino Nobile, sposato e padre di due figli, professore di storia della musica, 25 anni fa decise di lasciare l’insegnamento per studiare le culture non cristiane ed è vissuto per dieci anni nel mondo musulmano, indù e buddista, esperienza che ha rafforzato la sua fede cattolica. Nobile vive oggi in Portogallo con la sua famiglia, si dedica agli studi per approfondire la sua fede e ha lavorato fino ad un anno fa come pianista e cantante.

Ecco le battute di partenza di “Anticristo superstar”: “Quando anni fa mi capitò di leggere L’Anticristo di Friedrich Nietzsche, pensai di trovarmi di trovarmi di fronte ad un insano di mente. Oggi l’Anticristo è diventato il Referente imprescindibile di tutti i governi occidentali. Se a Friedrich Nietzsche avessero detto che in poco più di cent’anni il suo “Anticristo” sarebbe stato una superstar, l’avrebbe considerata una ridicola provocazione” (il libro di Nietzsche è del 1888) .

E continua: “L’Anticristo ha persuaso l’uomo che potrà essere felice solo quando soddisferà liberamente i propri istinti, eliminando il concetto del bene e del male, il concetto del bene e del peccato. Il peccato, si sa, pesa, e l’idea di liberarsene una volta per tutte, oggi più che mai è diventata una vera smania. Nel secolo scorso l’Anticristo ci convinse che “Dio è morto”, per poi eliminare milioni di esseri umani (attraverso le ideologie ispirate a questa convinzione). Oggi ci ha intruppati in una nuova ideologia, per annullare la natura stessa dell’uomo. Nel suo piano muta i metodi, ma il fine è sempre lo stesso: dimostrare a Dio che la sua creatura prediletta è l’essere più idiota del creato”.

Il pamphlet di Nobile, di poche pagine ma denso di fatti e di idee e facile da leggere, è tutto un esame storico e attuale di come l’idea centrale di Nietzsche e le altre espressioni seguenti si stanno realizzando. La convinzione basilare di Nietzsche è questa: “Io definisco il cristianesimo l’unica grande maledizione, unica grande intima perversione, unico grande istinto di vendetta, per il quale nessun mezzo è abbastanza velenoso, occulto, sotterraneo, piccino. Io lo definisco: l’unico imperituro marchio di abominio dell’umanità”.

Agostino Nobile affronta L’Anticristo a mo’ di botta e risposta. Ha estratto dal volume del filosofo tedesco le molte proposte e previsioni che riguardano la “Guerra mortale contro il vizio e il vizio è il cristianesimo” e con una carrellata storica di duemila anni dimostra con riferimenti storici e attuali, come questi sogni di Nietzsche si sono gradualmente realizzati e ancor oggi si stanno realizzando, con l’educazione dei minori, la cultura dominante, i costumi e le leggi che riportano i popoli cristiani a ridiventare pagani. Il capitolo più provocatorio per noi, uomini d’oggi, è quello finale col titolo Anticristo Superstar (che è quello del libro divulgativo), dove Agostino Nobile dimostra che nel nostro tempo la “guerra mortale contro il cristianesimo” è giunta quasi al termine, poiché i sogni di Nietzsche stanno influenzando e orientando i governi dei paesi cristiani (cioè occidentali) e l’Onu con i suoi organismi.

Ecco un solo esempio di questa corrente della cultura e della legislazione che si sta imponendo nel nostro tempo. Noi anziani o persone di mezza età non ce ne accorgiamo, ma la massima autorità mondiale della sanità vuol imporre ai bambini delle scuole aberrazioni di questo. L’Oms dell’Onu (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha diffuso a tutti i governi europei un vademecum per promuovere nelle scuole corsi di sessuologia: “Standard dell’Educazione Sessuale in Europa” (consultabile su Internet), dove tra l’altro si legge: “ai bimbi da 0 a 4 anni gli educatori dovranno trasmettere informazioni sulla masturbazione infantile precoce e scoperta del corpo e dei genitali, mettendoli in grado di esprimere i propri bisogni e desideri, ad esempio nel gioco del “dottore”… Dai 4 ai 6 anni i bambini dovranno essere istruiti sull’amore e le relazioni con persone dello stesso sesso… Con i bambini dai 6 ai 12 anni i maestri terranno lezioni sui cambiamenti del corpo, mestruazione ed eiaculazione, facendo conoscere i diversi metodi contraccettivi. Nella fascia puberale tra i 12 e i 15 anni gli adolescenti dovranno acquisire familiarità col concetto di “pianificazione familiare” e conoscere il difficile impatto della maternità in giovane età, con la consapevolezza di un’assistenza in caso di gravidanze indesiderate e la relativa presa di decisione”.

Leggendo questo documento dell’Onu, che suscita sgomento e paura, mi vengono in mente i molti testi di Giovanni Paolo II e di Papa Benedetto su questo tema: “La questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica” (Caritas in Veritate, 75), in questo senso: nel secolo scorso il “problema sociale” più grave era l’equa distribuzione della ricchezza e del benessere fra ricchi e poveri; oggi il maggior “problema sociale” è la distruzione della famiglia naturale e il pansessualismo che riducono rapidamente la popolazione mondiale promuovendo l’aborto, il matrimonio fra persone dello stesso sesso, l’eutanasia e l’eugenetica e tante altre aberrazioni, fino alla clonazione di esseri umani, oggi tecnicamente possibile e già sperimentata. Benedetto XVI scrive (Caritas in Veritate, 75): “Non si possono minimizzare gli scenari inquietanti per il futuro dell’uomo e i nuovi potenti strumenti che la “cultura della morte” ha messo nelle mani dell’uomo. Alla diffusa, tragica piaga dell’aborto si potrebbe aggiungere in futuro, che è già abusivamente in atto, una sistematica pianificazione eugenetica delle nascite”.

Si giungerebbe così alla meta finale di quanto Nietzsche sognava: “Un mondo abitato e dominato da Superuomini che hanno imposto la loro volontà di potenza agli uomini inferiori, mediocri e comuni”, per cui era necessario “stabilire i valori della società e dello Stato in favore dell’individuo più forte, del Superuomo (l’uomo eletto, geniale, l’artista creatore che vince l’uomo medio) e della superiorità di razza e di cultura” (“Enciclopedia cattolica”, Città del Vaticano 1952). Non meraviglia che Nietzsche, messosi al servizio del nazionalismo tedesco, abbia profondamente influenzato il nazismo e la sua nefasta ideologia!

Ma è ancora più scandaloso che il nostro Occidente, con profonde radici cristiane, che si ritiene libero, democratico, istruito, laico, evoluto, popolare, sia incamminato, senza forse averne coscienza, sulla stessa via che conduce al nichilismo, alla distruzione della natura umana e alla morte. Come popolo, abbiamo tolto il Sole di Dio dal nostro orizzonte umano, vogliamo fare a meno di Dio e di Gesù Cristo e non abbiamo più nessuna luce di speranza nel nostro futuro.

 

Piero Gheddo

 

Thursday 25 September 2014

La Chiesa chiede dialogo e fraternità coi musulmani

In Italia siamo (quasi) tutti convinti che “il vero nemico dell’umanità è il terrorismo islamico”, ha scritto mons. Bruno Forte il 31 agosto scorso (su “Il Sole 24 Ore”), lanciando un forte grido d’allarme sul diffondersi dell’estremismo islamico, oggi “Il Califfato”. Prima c’erano i Fratelli musulmani, i Talebani, Al Quaida, Boko Haram e altri locali, che continuano a soffiare sul fuoco. La sostanza è sempre la stessa: c’è un nemico mortale dell’uomo (anzi, “il vero nemico”) che si aggira per il mondo. Non è solo anti-cristiano e anti-occidentale, ma contro l’umanità intera, contro gli stessi musulmani, pur ispirandosi all’islam “puro e duro” e alla storia islamica: è l’estremismo radicale, il terrorismo, la “guerra santa”. E Forte spiega che questo giudizio viene anche dal fatto che Il Califfato dice di agire “in nome di Dio”, la peggior bestemmia che si possa immaginare. Ma aggiunge che tutto questo “non va assolutamente confuso con le forme dell’Islam autentico e con le aspirazioni alla pace e alla giustizia che pervadono il cuore e l’impegno di tanti musulmani” (vedi il mio Blog del 5 settembre 2014).

Parlo di questo con un missionario cattolico che vive in un paese islamico del Medio Oriente. Si dice d’accordo con quanto ha scritto mons. Forte, però teme che il tragico e travolgente prevalere di queste violenze disumane, facciano dimenticare ai cristiani d’Italia e d’Europa che la Chiesa ha scelto, come rapporto con i popoli islamici il dialogo, l’accoglienza, la solidarietà verso i bisognosi. La Chiesa denunzia e condanna fortemente l’estremismo e il terrorismo di radice islamica, ma vede anche queste situazioni con gli occhi di Dio, non con i nostri occhi pieni di passioni.

E mi parla dei frequenti e fraterni incontri che ha con tre rappresentanti dell’islam nella sua città, che condannano tutti decisamente il terrorismo islamico, in privato con lui, ma non in pubblico. A questi amici ha posto questa domanda: “L’umanità potrà essere una sola famiglia?”e nell’incontro del mese seguente hanno risposto.

Il primo che risponde è molto fedele al Corano, ma come lo interpreta lui. Mi dice per esempio: “Ormai siamo amici, ma non potrei darti la mano, perché sei un cristiano, un miscredente. E poi, poveretto, non potrai salvarti! Dio vuole solo credenti nell’Islam. Gli altri sono esclusi dalla convivenza umana. L’umanità non potrà mai essere una sola famiglia, lo proibisce il Corano!”.

Il secondo, o meglio la seconda, è una donna e un po’ più aperta ad accettare il dialogo con appartenenti ad altre culture e religioni. Spesso racconta le difficoltà della convivenza anche all’interno del suo ambiente musulmano e della sua stessa famiglia. In realtà lei nota un moltiplicarsi di posizioni sempre più differenziate all’interno degli stessi musulmani, uno spirito e uno sguardo di giudizio, quasi di controllo sulla fedeltà degli altri alle tradizioni e pratiche di preghiera, ramadan, elemosina e doni cultuali, portamento del velo, ecc. Questo è dovuto a un certo indottrinamento da parte di persone venute da altri paesi. Il missionario aggiunge: “Infatti io vedo crescere il razzismo nei confronti di persone di colore diverso e di religione diversa, un crescendo di secolarismo e di comportamenti di ipocrisia anche in persone semplici, che non sono mai state così.

La signora risponde decisamente: “Oggi è impossibile che l’umanità diventi una sola famiglia, non siamo uniti nemmeno noi musulmani e temo che ci divideremo sempre più, vedendo dove porta un certo modo radicale ed estremista di vivere l’islam!”.

Il terzo è un professore che negli incontri mantiene il ruolo di ascolto rispettoso e spesso concilia e avvicina le posizioni divergenti. Legge molto e ama informarsi ed estendere le sue conoscenze. La sua risposta è questa: “La cosa va studiata. Anche all’interno dell’Islam, ci sono persone che si impegnano alla convivenza rispettosa con i non musulmani, atteggiamento che suscita divisioni fra noi. Non mi, sento di prevedere il futuro, che comunque è sempre nelle mani di Allah”.

“Le tre risposte – conclude il missionario – mostrano che all’interno del mondo musulmano le divergenze possono aiutare a una riflessione più profonda sull’islam, alla rilettura dello stesso Corano e all’ascolto rispettoso delle altre esperienze religiose. E capisco meglio il mio servizio di accompagnamento nell’ascolto reciproco, nella riflessione e nello scambio di esperienze e di valori”.

Il missionario, vivendo in paese islamico, leggendo anche la stampa locale e frequentando molti musulmani, anche persone autorevoli in campo religioso-culturale, è convinto che il terrorismo islamico è certamente contro l’Occidente cristiano (“ma voi siete sempre meno cristiani!” mi dice), ma è ancora più convinto che la battaglia finale sarà tra musulmani violenti e intolleranti, e musulmani veramente amanti della pace e della convivenza tra popoli di diversa religione e cultura. La soluzione del terrorismo islamico non verrà quindi, secondo lui, dalla guerra dell’Occidente contro l’islam e dal rifiuto dei musulmani come tali, ma dal dialogo e dall’appoggio e sostegno delle iniziative che nascono nell’islam, contrarie alla “guerra per Dio”. Un conto è “fermare l’ingiusto aggressore”, un altro è dimenticare che l’islam è una grande e nobile religione (è un discorso che va approfondito) e condannare tutti i musulmani come nemici dell’Occidente. Questa mentalità, se si diffonde anche fra noi cristiani, porta inevitabilmente alla guerra totale, mondiale, che non avrà né vinti né vincitori.

Piero Gheddo

Wednesday 24 September 2014

Divorziati-risposati e semplici ricette

“Il problema dei divorziati risposati è una delle grandi sofferenze della Chiesa di oggi. E non abbiamo semplici ricette“. Non l’ha detto qualche teologo progressista, non è l’affermazione di qualche prelato del Nord Europa che ha il segreto progetto di scardinare la tradizione cattolica, né il relativistico messaggio di qualche intellettuale che vuole demolire il matrimonio.

Quelle parole sono di Benedetto XVI, il “vero” Benedetto XVI, quello che rispondeva a braccio a una domanda durante l’incontro delle famiglie di Milano nel giugno 2012. Le posizioni di Papa Ratzinger sono arci-note e nessuno qui ha intenzione di attribuirgli pensieri o aperture non sue. Citiamo questa frase soltanto per dire che, comunque la si pensi e qualunque sia la posizione che ciascuno ha rispetto al dibattito sul prossimo Sinodo in merito al tema dei divorziati-risposati come pure a qualsiasi altro tema legato alla famiglia, ciò che traspare da quelle parole è la capacità di percepire, comprendere, condividere le sofferenze delle persone.

Una capacità che è il cuore dell’annuncio cristiano. Il cristianesimo non è innanzitutto una dottrina spedita da Dio via SMS, un insieme di regole, e nemmeno un insieme di affascinanti riti (lo ha ripetuto Papa Ratzinger all’inizio dell’enciclica Deus caritas est). E’ l’incontro con una persona viva, Gesù. Ed è l’incontro con un abbraccio, con la misericordia di chi prima di giudicarti ti dice che ti vuole bene e che ti accoglie, permettendoti di scoprire in questo abbraccio la tua piccolezza, la tua inadeguatezza, il tuo peccato.

Sarebbe bello che questo soprattutto trasparisse nei discorsi, negli interventi, nei libri, nelle interviste dei cardinali, vescovi, teologi e opinionisti che parlano di famiglia in vista del Sinodo e dei padri sinodali che parleranno in aula. Perché comunque la si pensi e qualunque sia l’esito del dibattito sinodale, senza quel palpito e quello sguardo profondamente cristiano, certe rivendicazioni e le pretese di presunti diritti a proposito di sacramenti, come pure certe metalliche esposizioni della dottrina, risultano lontane mille miglia dalla vita, dalla carne, dalla sofferenza delle persone. Cioè ultimamente hanno ben poco a che vedere con il cristianesimo.

Saturday 20 September 2014

Due buone notizie da Buccinasco

La sera di giovedì 18 settembre ho parlato del Beato Clemente Vismara nella grande e bella chiesa parrocchiale di Maria Madre della Chiesa a Buccinasco, all’estrema periferia vicina al Parco Sud di Milano. Col parroco don Maurizio Braga e don Silvano Bonfanti, siamo andati a cena dalla famiglia di Davide e Marta, quella con otto bambini fra i 12 anni (la prima Benedetta) e l’ultima di quattro mesi (Carolina), sulla quale ho già scritto un Blog (il 5 luglio 2014). Una cenetta leggera e rallegrata dalla vita normale di queste sette bambine con un solo fratellino di due anni (Riccardo), che danno gioia e speranza al vederle come si aiutano a vicenda, giocano e bisticciano, dan da mangiare ai più piccoli, fanno i capricci e i genitori o gli anziani amici marito e moglie dello stesso palazzo le prendono in braccio e tante altre scenette che ricordano la nostra infanzia. Davide dice che deve ancora finire di pagare il mutuo per l’acquisto di quest’alloggio di più di 100 mq, al settimo piano di una casa popolare costruita pochi anni fa, però aggiunge che la Provvidenza e la solidarietà di tante famiglie li ha sempre aiutati e li aiuta ancora (lui è giornalista della Regione, lei insegnante è andata in pensione dopo la quarta bambina).

E poi un’altra bella notizia che allarga il cuore: a Buccinasco sono molti i giovani sposi che hanno tanti figli. Inizialmente l‘esempio l’hanno dato alcune coppie di C.L., ma adesso molti coniugi cristiani incominciano a fidarsi della Provvidenza e della gioia che i bambini portano in una famiglia con numerosi figli e che questi piccoli crescono molto meglio che nelle famiglie con un solo bambino. Venerdì mattino è venuta al Pime di Milano una giovane signora, Serena Varamo, a prendere altri libri di Vismara per la parrocchia, che venderanno domenica. Lei ha quattro figli e ha confermato la bella notizia che a Buccinasco sono molte le famiglie con tanti figli.

Don Maurizio mi dice che nel 2013 le due parrocchie di Buccinasco hanno celebrato 180 battesimi di bambini per complessivi 25.000 abitanti. Uno “scoop” giornalistico per l’Italia che è in crisi perché ci sono troppo pochi bambini. Secondo dati dell’Istat pubblicati dai giornali il 26 giugno 2014, “nel 2013 c’è stato un crollo delle nascite: 514.000 per più di 60 milioni di abitanti. Il numero medio di figli per donna in età fertile è sceso da 2,41 nel 2012 a 2,39 nel 2013”. Che l’Italia sia in crisi anche per produrre sempre meno bambini lo sanno tutti, ma pare un tabù per la stampa alla ricerca di segnali di speranza per il nostri amato paese.

Dopo questo bagno gioioso in una famiglia numerosa, eccoci in parrocchia dove stava terminando la Messa per i missionari e dove è esposta la Mostra fotografica del Beato Clemente Vismara (1997-1988) presa dalla parrocchia di Agrate Brianza. Dopo la S. Messa per i missionari della missione alle genti, ho presentato ad un’assemblea di circa 300 fedeli il Beato Clemente, missionario in Birmania per 65 anni, che ha fondato la Chiesa fra popolazioni tribali della diocesi di Kengtung, di cui Vismara è stato uno dei fondatori. La sua devozione si è diffusa spontaneamente in vari paesi del mondo, anche dove il Pime non è presente (Polonia, Francia, Romania, Germania, Svizzera. E’invocato come santo della carità, protettore dei bambini, uomo della Provvidenza. Ma gli amici lettori del mio Blog già lo conoscono e scriverò ancora di lui.

Una “buona notizia” è il canto in poesia che un cantautore italo-rumeno ha composto ed eseguito ieri sera prima del mio intervento. Fabio Constantinescu è figlio di un militare rumeno che dopo l’ultima guerra, liberato dal campo di concentramento di Mauthausen è venuto in Italia, ha sposato una milanese e Fabio è nato nel 1961. Sposato con due figli ha un negozio in centro a Milano e frequenta la parrocchia di don Maurizio, ha una forte tendenza alla poesia e alla musica e prepara canti per le feste parrocchiali. Leggendo “Fatto per andare lontano”, ha preparato le parole di questo canto; i fedeli avevano in mano il foglio con le parole e Fabio cantava suonando la chitarra con una bella ed espressiva voce questa poesia, che ha commosso tutti, preparando l’atmosfera alla mia conferenza. Fabio è disposto ad andare a cantare gratis dove si celebrano altre serate del beato Clemente Vismara.

Piero Gheddo

Ecco il testo dei due canti:

Il Beato Clemente testimone della forza di Dio

I missionari sono stelle comete
che portan la luce in luoghi sperduti

si lasciano indietro la loro vita

e con coraggio affrontano l’ignoto di un nuovo viaggio

Disposti a tutto, persino a morire

per donare all’uomo la loro immensa ricchezza

la grandezza, l’altezza e la civiltà

del Vangelo portato dal Figlio di Dio

e Clemente, lacero e affaticato

per sentieri impervi, tra uomini ostili

tende le mani, offre un sorriso,

e aiuto e riso e cure per tutti i mali

e coltiva bambini come teneri arbusti

che diventeranno alti e robusti

e che renderanno frutti dai rami

che saranno mangiati e sazieremo anime nuove.

Nel semibuio Clemente sorride

con gli occhi che brillano e scrive per noi

e con la sua vita si fa testimone

della forza di Dio, si fa luce ed esempio

si ferma ed esce un pò acciaccato

a guardare le stelle … e si fa una “pipata”


Lo sguardo di Dio


L’ho visto negli occhi pieni di paura di un soldato morente

negli occhi di fiducia di un orfano bambino

negli occhi pieni di delirio di un fumatore di oppio

negli occhi velati e tristi di una vedova birmana

e non potevo fare a meno di aiutare
di costruire con fatica e di pregare

perchè in quegli occhi profondi io ho visto lo sguardo di Dio

perchè in quegli occhi profondi io ho visto lo sguardo di Dio.


l’ho visto negli occhi pieni di speranza di un umile credente
nei riflessi di luce tra le ombre di ogni mio fratello

negli occhi pieni di di dolcezza di una suora sgangherata

l’ho visto anche nei miei occhi…


e non potevo fare a meno di aiutare
di costruire con fatica e di pregare

perchè in quegli occhi profondi io ho visto la sguardo di Dio

perchè in quegli occhi profondi io ho visto lo sguardo di Dio


e non potevo fare a meno di sorridere
per la bellezza della vita e del creato

per l’immensa profondità dell’anima

per l’immensa profondità del cielo


e non potevo fare a meno di aiutare
di costruire con fatica e di pregare

perchè in quegli occhi profondi io ho visto la sguardo di Dio

perchè in quegli occhi profondi io ho visto lo sguardo di Dio

Fabio Constantinescu

Monday 15 September 2014

Il segreto della vita cristiana: la preghiera

Nella lunga intervista di padre Spadaro della Civiltà Cattolica a Giorgio Mario Bergoglio, alla domanda su come il Papa prega, lui risponde ricordando le preghiere che dice durante la giornata e poi aggiunge: “Ciò che davvero preferisco è l’Adorazione serale, anche quando mi distraggo e penso ad altro o addirittura mi addormento pregando. La sera quindi, tra le sette e le otto, sto davanti al Santissimo per un’ora in adorazione”. Il Papa non è solo il Pastore universale, ma anche il Maestro della vita cristiana. Con tutte le cose che deve fare e le decisioni da prendere, ci dà l’esempio; alla sera passa un’ora davanti al Tabernacolo dove c’è Gesù, da cui riceve la forza, la serenità, il coraggio, la lucidità, tutto il necessario alla sua vita.

L’abitudine alla preghiera non viene, per Papa Francesco, da una vita cristiana impostata bene fin dall’inizio, ma da un ritorno a Cristo quando aveva vent’anni: operato al polmone destro, glie ne asportarono una parte. Nato in una famiglia cristiana, nell’adolescenza aveva abbandonato la preghiera e la frequenza alla chiesa. Ma durante la lunga e dolorosa permanenza in ospedale, con l’aiuto di una suora ritorna a Cristo e decide di farsi prete e poi gesuita. La sua preghiera è il frutto di un graduale ritorno ad un’autentica vita cristiana e oggi abbiamo Papa Francesco.

Nel mondo d’oggi, che impone una vita travolgente di impegni, di informazioni, preoccupazioni, divertimenti e distrazioni, attraversiamo tutti la crisi della preghiera. Si dice che non abbiamo mai tempo, siamo sempre di corsa. Ripetiamo delle formule, il cuore e la mente sono lontani. Se perdiamo il contatto personale con Gesù Cristo e il mondo soprannaturale, ci ritroviamo da soli con le nostre miserie e i nostri limiti.

Cos’è la preghiera e perché pregare? E’ mettersi in comunicazione intima, personale, affettuosa con Dio; è parlare, amare, ringraziare, chiedere perdono, rispondere a Dio. Tutti gli uomini pregano, tutte le religioni hanno le loro formule, riti e metodi, ma pregano un Dio che non conoscono. Noi cristiani abbiamo ricevuto la rivelazione di Gesù Cristo che Dio è Amore, sappiamo che la preghiera dev’essere un’esperienza personale di parlare con Dio, metterci in trasparenza davanti a Dio e riconoscere la sua grandezza infinita, la sua bontà e misericordia, ringraziare per i doni che ci ha fatto e poi, la nostra miseria, piccolezza, debolezza; e raccontare a Dio le nostre gioie e sofferenze, come fa il bambino con il papà e la mamma, chiedendo quelle grazie di cui sentiamo la necessità.

Dio mi ama e vuole il mio bene. La preghiera è dirgli di farmi conoscere la sua volontà e darmi la forza e l’umiltà di fare quanto lui vuole da me, perchè fare la volontà di Dio è il miglior modo di vivere. Bisogna dare a Dio il suo tempo, non basta un pensiero affrettato perché pregare vuol dire sperimentare e anche commuoversi per la misericordia e il perdono di Dio. Quando si sperimenta in concreto l’amore di Dio e con Dio, che viene da una vita impostata sull’imitazione di Cristo, allora si sente davvero di avere “una marcia in più” anche di fronte alle più gravi difficoltà e prove che la vita ci riserva. San Giovanni della Croce dice che bisogna avere una cella segreta nel nostro cuore, per incontrare Dio e l’amore che Dio ha per me, sempre, anche quando sbaglio e vado fuori strada. E’ la cella della contemplazione, dell’adorazione, del tempo destinato alla preghiera. E’ il segreto della vita cristiana, quello che fa vivere meglio.

Il Venerabile (presto Beato) dott. Marcello Candia (1916-1983) era un giovane industriale di fede viva e operosa, lavorava molto per l’azienda ereditata da suo padre, ma era anche impegnato in opere di carità ai poveri e di aiuti ai missionari. Negli anni 1949-1950, costruendo il nuovo stabilimento di via Tacito a Milano, Marcello aveva riservato a sé un piccolo angolo vicino al muro di cinta, sul quale non c’erano finestre. Solo una panca e tre alberelli. Marcello diceva: “Questo è il mio rifugio per pregare” e ogni tanto scendeva dal suo ufficio e andava alcuni minuti in quello che chiamava: “Il mio monastero”.

Morì nel 1983 di cancro e dopo cinque infarti e un’operazione al cuore. Aveva speso tutto se stesso e tutti i suoi soldi per i più poveri dell’Amazzonia. Il capo dei lebbrosi nel lebbrosario di Marituba presso Belem, Adalucio, al quale 14 anni dopo la morte di Candia chiedevo come mai ricordavano così tanto Marcello e lo pregavano, mi rispose: “”Il dottor Candia non solo ci ha aiutati economicamente e con le opere sanitarie e sociali, ma ci ha voluto bene: in lui vedevamo l’amore di Dio anche per noi lebbrosi, rifiutati da tutti”.

Ho chiesto ad Adalucio perchè gli ospiti della colonia di Marituba considerano Marcello Candia un santo. “Perchè faceva tutto per amore di Dio, mi risponde. Non cercava nulla per sè ma tutto per gli altri, i poveri, gli ammalati, noi hanseniani. Era eroico nella sua donazione al prossimo, commovente: lui ricco, colto e importante nel mondo, veniva a spendere la sua vita tra noi che non potevamo dargli nulla in cambio. E non per un motivo umano, altrimenti non avrebbe resistito, sarebbe rimasto deluso: ma solo per amore di Dio. Noi pensavamo: se lui è un uomo così buono, quanto più buono dev’essere Dio!”.

Piero Gheddo

Friday 12 September 2014

Chi giudica credendosi perfetto…

Oggi nell’omelia di Santa Marta Papa Francesco ha pronunciato parole che, come sempre, interrogano ciascuno di noi.

«Non si può correggere una persona senza amore e senza carità. Non si può fare un intervento chirurgico senza anestesia: non si può, perché l’ammalato morirà di dolore. E la carità è come una anestesia che aiuta a ricevere la cura e accettare la correzione. Prenderlo da parte, con mitezza, con amore e parlargli».

«Se tu devi correggere un difetto piccolino… pensa che tu ne hai tanti più grossi!: la correzione fraterna è un atto per guarire il corpo della Chiesa. C’è un buco, lì, nel tessuto della Chiesa che bisogna ricucire. E come le mamme e le nonne, quando ricuciono, lo fanno con tanta delicatezza, così si deve fare la correzione fraterna. Se tu non sei capace di farla con amore, con carità, nella verità e con umiltà, tu farai un’offesa, una distruzione al cuore di quella persona, tu farai una chiacchiera in più, che ferisce, e tu diventerai un cieco ipocrita, come dice Gesù. “Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio….”. Ipocrita! Riconosci che tu sei più peccatore dell’altro, ma che tu come fratello devi aiutare a correggere l’altro».

«Un segno che forse ci può aiutare» – ha osservato il Papa – è il fatto di sentire «un certo piacere» quando «uno vede qualcosa che non va» e che ritiene di dover correggere: bisogna stare «attenti perché quello non è del Signore»: «Nel Signore sempre c’è la croce, la difficoltà di fare una cosa buona; del Signore è sempre l’amore che ci porta, la mitezza. Non fare da giudice. Noi cristiani abbiamo la tentazione di farci come dottori: spostarci fuori del gioco del peccato e della grazia come se noi fossimo angeli… No! È quello che Paolo dice: “Non succeda che dopo avere predicato agli altri, io stesso venga squalificato”. E un cristiano che, in comunità, non fa le cose – anche la correzione fraterna – in carità, in verità e con umiltà, è uno squalificato! Non è riuscito a diventare un cristiano maturo. Che il Signore ci aiuti in questo servizio fraterno, tanto bello e tanto doloroso, di aiutare i fratelli e le sorelle a essere migliori e ci aiuti a farlo sempre con carità, in verità e con umiltà».

Si comprende bene come più che una messa a punto sui modi della correzione fraterna, le parole del Papa si riferiscano al cuore del “correttore”, di chi si mette in cattedra, di chi giudica e spesso si esprime in modo sprezzante. E magari ha molto più bisogno di conversione e misericordia di colui che sta correggendo e giudicando…

Friday 05 September 2014

Peguy, i chierici e i padri di famiglia

Oggi ricorrono cent’anni dalla morte di Charles Péguy, avvenuta durante la battaglia della Marna. Vi invito a leggere questo articolo di Gianni Valente, pubblicato poco fa su Vatican Insider, del quale ripropongo qui qualche stralcio.

Proprio ieri Papa Francesco, nell’omelia mattutina di Santa Marta (l’appuntamento quotidiano che conforta tutti coloro che guardano al Papa lasciandosi sorprendere dal suo sguardo di fede, ignorato invece, come la maggior parte del suo magistero, da quanti vivono come cecchini pronti per coglierlo in fallo e tirargli le loro pallottole di carta) ha parlato dei peccati come il “luogo privilegiato” per l’incontro con Gesù.

Dall’articolo che vi invito a leggere, emerge una interessante sintonia tra l’approccio di Francesco e quello di Peguy. Scriveva quest’ultimo: «le peggiori miserie, le peggiori grettezze, le turpitudini e i crimini, anche il peccato, spesso sono falle nell’armatura dell’uomo, falle della corazza, da dove la grazia può penetrare nella durezza dell’uomo». Mentre «sulla corazza inorganica dell’abitudine tutto scivola, ogni spada ha la punta smussata». Così – notava Péguy più di un secolo fa «la gente perbene, quelli che amano sentirsi chiamare così, non hanno falle nell’armatura. non sono feriti». Non hanno «quell’ingresso per la grazia che è essenzialmente il peccato». In loro, anche la morale intesa come capacità di coerenza autosufficiente diventa come «uno strato che rende l’uomo impermeabile alla grazia». Perché «Neanche la carità di Dio medica chi non ha piaghe». E «Colui che non è mai caduto non sarà mai rialzato; e colui che non è sporco non sarà mai asciugato».

A motivo della sua condizione Péguy sperimentò sulla sua pelle che i battezzati laici, i padri e le madri di famiglia presi dalla fatica di ogni giorno – quelli costantemente chiamati in causa nelle omelie e nei discorsi di Papa Bergoglio, anche come membri ordinari della «classe media della santità» – vivono nel mondo un’avventura senza pari. Stretti da condizionamenti e vincoli che rendono comunque più difficile snaturare anche l’esperienza cristiana in spiritualismo auto-compiaciuto. Secondo Péguy «c’è un solo avventuriero al mondo, e ciò si vede soprattutto nel mondo moderno: è il padre di famiglia». Al suo confronto gli altri, «i peggiori avventurieri, non sono nulla». Perché tutti gli altri, rispetto a lui, «non corrono assolutamente alcun pericolo». Gli altri «soffrono solo per se stessi. Ipsi. Al primo grado». Invece solo il padre e la madre di famiglia soffrono per gli altri. «Lui solo ha degli ostaggi, la moglie, il bambino, e la malattia e la morte possono colpirlo in tutte le sue membra». Tutti gli altri, compresi i chierici, possono sempre «scantonare», fare manovre diversive, perché con sé «non hanno bagagli». Mentre i padri – e le madri – di famiglia, «coinvolti da ogni parte nelle sofferenze, nelle miserie, in tutte le responsabilità, sono come capi responsabili e appesantiti, carichi e responsabili di una banda di prigionieri, prigionieri essi stessi, carichi, responsabili di una banda di ostaggi, ostaggi essi stessi». (Véronique. Dialogo della storia e dell’anima carnale).

Péguy era sposato civilmente con una donna atea, che non dava il consenso al battesimo dei figli. Per questa sua condizione matrimoniale, Péguy non poteva accostarsi ai sacramenti. Visse quindi tutta la vita come sulla soglia della Chiesa, il «punto sorgivo – come scrisse Hans Urs von Balthasar riferendosi a lui – dove il pagano diventa cristiano». In questa condizione segnata dalla precarietà del «principiante», dal cristianesimo generico «da peccatore che frequenta la messa domenicale in parrocchia», sempre ricondotto alla apparente fragilità del primo germogliare della speranza cristiana, Péguy dovette sopportare negli ultimi anni di vita anche l’assillo di alcuni amici (preti e intellettuali del mondo cattolico ufficiale, compreso Jacques Maritain e sua moglie Raissa) che lo accusavano di lassismo morale per le sue esitazioni a regolarizzare il suo ménage familiare, riportandolo entro i confini della regolarità canonica. Lo deridevano come uno che si illude «che la salvezza sia facile» e non accetta «il giogo intellettuale della fede, senza il quale non vi è vera fede» (Maritain). Alcuni gli suggerivano anche di abbandonare la moglie, se lei non avesse ceduto e non fosse scesa a patti.

Nelle intemperanze di quello che Péguy chiamava il «Partito dei devoti» si coglie la stessa impronta genetica delle prassi neo-clericali e da «dogana pastorale» tante volte stigmatizzate da Papa Francesco nella sua predicazione. Quelle pòse da «controllori» della fede altrui che mettono in soggezione il popolo di Dio e aumentano il senso di repulsione in tutti gli altri.

Friday 22 August 2014

L’ultima bufala sul Papa

La quotidiana e ricerca di qualunque appiglio utile per attaccare Papa Francesco da parte di quegli ex papisti che appena due anni fa s’indignavano per qualunque mancanza di rispetto verso Benedetto XVI mentre ora bombardano con sarcasmo e talora con disprezzo il suo successore, sta raggiungendo livelli comici.

E’ vero, non c’è proprio nulla da ridere, pensando a ciò di cui si parla. Hanno pesantemente criticato il Papa (meglio Bergoglio, come lo definiscono, senza mai ricordare una volta il nome pontificale di Francesco, dato che per qualcuno di costoro il vero Papa è l’emerito) per i suoi presunti “silenzi” circa l’Iraq, con le stesse identiche motivazioni per le quali esattamente mezzo secolo fa, pochi anni dopo la sua morte, venne messo alla berlina Pio XII. Dimenticano di rileggersi le dichiarazioni analoghe fatte dai predecessori negli ultimi decenni in casi di persecuzioni, guerre, emergenze umanitarie (scoprirebbero che il Papa quando interviene in questi casi, evita sempre di additare con nome e cognome i “cattivi” e la loro eventuale appartenenza religiosa, si vedano gli interventi di Papa Wojtyla sul Kosovo).

Finiscono per mettere erroneamente sullo stesso piano gli appelli papali lanciati in occasioni di crisi internazionali e di emergenze umanitarie con un passaggio dell’importante discorso accademico di Papa Ratzinger dedicato al dialogo tra fede e ragione (la lectio di Ratisbona): frasi che vennero distorte e male interpretate, sulle quali lo stesso Benedetto XVI volle fare chiarezza spiegandone il significato con una lettura che nulla concesse ai desiderata dei fautori dello “scontro di civiltà”.

L’ultima – nel senso della più recente – puntata di questa “guerra” contro il successore di Pietro combattuta con la carta e il web s’inventa un’opposizione tra l’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, e Papa Benedetto, proprio sul caso Ratisbona. La presunta “notizia”, “scoperta” dal Telegraph, è stata subito rilanciata sui social network da quanti si sentono investiti della missione di cantargliele al Papa qualunque cosa dica, faccia o non faccia.

I fatti sono questi: padre Guillermo Marcó, giornalista, incaricato dei rapporti con la stampa dell’arcidiocesi di Buenos Aires, nel 2006, dopo il discorso di Benedetto XVI a Ratisbona, si fece intervistare dal “Newsweek” (nella sua versione in lingua spagnola), criticando Ratzinger: disse di non sentirsi rappresentato da quelle parole sull’islam, affermò di ritenere quello di Ratisbona un passo indietro rispetto all’atteggiamento di Giovanni Paolo II. L’intervista fece ovviamente scalpore, anche in Vaticano. Marcó spiegò di aver rilasciato l’intervista non in quanto incaricato dei media della diocesi, ma come presidente dell’Istituto per il dialogo interreligioso. Leggendola appare del tutto evidente che il sacerdote parlava a titolo personale (“quelle parole non MI rappresentano”), senza alcun mandato della diocesi né tantomeno dell’allora arcivescovo di Buenos Aires.

Ciononostante, visto il comprensibile imbarazzo che quell’intervista – e anche altre dichiarazioni – avevano provocato, padre Marcó, venne rimosso dal suo incarico di responsabile dei rapporti con la stampa, per volere del cardinale Bergoglio, e destinato altrove. Una circostanza che quanti hanno scovato e rilanciato la presunta notizia si guardano dal raccontare, perché rovinerebbe questa nuova pretestuosa accusa.

Attribuire al futuro Papa le parole di Marcó, per contrapporlo a Benedetto XVI è dunque un’operazione propagandistica. Non dissimile da quelle messe in atto da Horacio Verbitsky, che per anni ha cercato di attribuire a Bergoglio una qualche vicinanza con il regime argentino durante la dittatura (venendo peraltro magistralmente smentito dalla documentata inchiesta di Nello Scavo, pubblicata col titolo “La lista di Bergoglio”). O da quella infelice tentata subito dopo l’Habemus Papam del 13 marzo 2013 dal regista americano Michael Moore, che twittò la foto di un anziano prelato mentre dava la comunione a Videla dicendo che si trattava del nuovo Papa e fu sbugiardato nel giro di pochi minuti.

Thursday 07 August 2014

Vicini ai cristiani di Ninive

La notte scorsa gli uomini dell’autoproclamato “Califfato” sono entrati nella piana di Ninive e hanno cacciato via le migliaia di cristiani che vivono nei villaggi della zona. La notizia è stata data dal cardinale Fernando Filoni ed è rilanciata dall’Agenzia Fides della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli. “I cristiani hanno dovuto abbandonare tutto, persino le scarpe, e scalzi sono stati instradati a forza verso l’area del Kurdistan. La situazione dei cristiani cacciati è disperata - ha detto Filoni – perché ad Arbil, la capitale del Kurdistan iracheno, non sono intenzionati ad accoglierli perché non sanno come ospitare queste migliaia di persone. Queste notizie mi sono state riferite dalle Suore Caldee Figlie di Maria Immacolata” ha precisato il porporato, che in precedenza era stato nunzio apostolico in Iraq.

“Siamo di fronte ad una grave situazione umanitaria. Queste persone sono lasciate a loro stesse di fronte ad un confine chiuso e non sanno dove andare. Già si contano i primi morti, tre o quattro ragazzi hanno perso la vita. Occorre intervenire subito in loro aiuto” ha concluso Filoni.

Thursday 20 February 2014

Il progetto di Francesco. Dove vuole portare la Chiesa

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È in libreria “Il progetto di Francesco. Dove vuole portare la Chiesa”. Una conversazione di Víctor Manuel Fernández con Paolo Rodari, Collana «Vita di missione – Nuova serie», Editrice Missionaria Italiana, pp. 144, euro 10,90.

Fernández è rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina; è stato uno dei primi vescovi nominati da papa Francesco, elevato nel maggio 2013 alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, uno dei saggisti più letti in America latina in fatto di teologia e spiritualità, ha un rapporto di assoluta fiducia con il papa che vede in lui un valido consulente e collaboratore. Non a caso fu lui, nel 2007, alla V Conferenza dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida, ad aiutare l’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro papa.

Poche persone come Fernández, dunque, possono aiutare a capire chi sia Francesco e verso dove egli vuole che la Chiesa vada. Anzitutto, secondo il teologo argentino, Francesco chiede alla Chiesa un movimento: l’uscita. «Uscire da sé stessi», spiega Fernández, «una categoria-chiave per comprendere a fondo il pensiero e la proposta del papa, perché il Vangelo ha sempre la dinamica dell’esodo e del dono, dell’uscire da sé. È il contrario dell’autorefenzialità che egli tanto deplora». E ancora, su questa idea che è centrale nel magistero dell’attuale pontefice: «Tale uscita richiede di osare, fare il primo passo, non restare seduti sperando che la gente venga ai nostri incontri o ai nostri corsi, avere il coraggio di parlare di Gesù e della propria esperienza di fede a tutti e in ogni luogo. Il papa ci ricorda sempre che la comunità evangelizzatrice non si chiude, ma anzi accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione se necessario, e si fa carico della vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo».

È il programma rivoluzionario del Papa venuto da un Paese «quasi ai confini del mondo» che il teologo argentino declama in queste intense pagine: prima dei princìpi, viene l’annuncio del Vangelo, da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Non ci si può limitare ad annunciare i princìpi morali da seguire. Occorre parlare anzitutto della gioia del Vangelo e del fatto che il Suo annuncio è un annuncio di misericordia. Secondo Fernández l’intento del Papa è di scuotere la Chiesa, di farla uscire dal recinto dei suoi privilegi, oltre le logiche del carrierismo e delle divisioni per arrivare a tutti, specialmente agli ultimi, agli emarginati, a chi non ha nulla. È una Chiesa povera e per i poveri che vuole il Papa, la stessa Chiesa che voleva quando era cardinale a Buenos Aires.

Ecco di seguito la prefazione al libro, firmata da Paolo Rodari:

13 marzo 2013. Verso dove Francesco vuole portare la Chiesa? È la domanda che mi sono fatto nei primi giorni di pontificato di Jorge Mario Bergoglio. E dovendo, da cronista, raccontare il pontificato in corso, è la domanda che ho posto fin dalla chiusura del conclave a tutte le persone che per lavoro ho incontrato o sentito. «Voi sapete che il dovere del conclave era di dare un vescovo a Roma e sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo… ma siamo qui», ha detto papa Francesco, affacciandosi la sera dell’elezione alla loggia centrale della basilica vaticana. Mi sono chiesto: cosa significa avere un papa che viene dalla fine del mondo? Cosa porterà alla Chiesa? E, soprattutto, dove la porterà?

Giorni dopo l’elezione, ho chiamato un amico vescovo. Avevo intenzione di svolgere un’inchiesta fra i gesuiti e gli ho chiesto il suo parere sulle domande da porre e, in particolare, sul nuovo papa. Mi ha risposto: «Hai letto Il cielo e la terra, il libro che Bergoglio ha scritto con il rabbino Abraham Skorka? Per me sono stati illuminanti i capitoli in cui i due affrontano i temi cosiddetti eticamente sensibili, il matrimonio fra uomo e donna, l’aborto, l’eutanasia ecc. Leggendoli, mi sembra di aver capito che per Bergoglio prima dei princìpi e della loro difesa viene il kerygma, ovvero l’annuncio della buona notizia che è il Vangelo. Mi sembra che questo sia il tratto principale del nuovo papa: i princìpi esistono e non si negano, ma prima occorre annunciare che il Vangelo è amore, misericordia, abbraccio. Insistere troppo sui princìpi non serve e può essere controproducente».

19 settembre 2013. È mattina. Mi trovo a Firenze e squilla il telefono. Mi avvisano che sta per uscire una lunga intervista concessa dal papa a padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica. Mi faccio mandare il testo. Gli spunti sono innumerevoli, ma resto colpito più che altro da un passaggio. Il papa dice: «Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione». E ancora: «Gli insegnamenti, tanto dogmatici quanto morali, non sono tutti equivalenti. Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L’annuncio di tipo missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus. Dobbiamo quindi trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l’edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte, di perdere la freschezza e il profumo del Vangelo. La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. È da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali».

Sono parole per me illuminanti. Perché confermano che la prima intuizione suggeritami dall’amico vescovo sembra giusta: Francesco mostra di volere una Chiesa che abbraccia e che non esclude. E ritiene che insistere troppo, quasi ossessivamente, sui princìpi, sia una tattica non consonante con il messaggio evangelico. Beninteso, anche i suoi predecessori volevano una Chiesa siffatta. Ma in Francesco questa sottolineatura pare più accentuata.

21 ottobre 2013. Su Repubblica pubblico una pagina d’intervista a Víctor Manuel Fernández, rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina, una delle prime nomine episcopali di Francesco, elevato nel maggio 2013 alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, ha un rapporto di fiducia con il papa che vede in lui un valido consulente. Non a caso fu lui, nel 2007, alla V Conferenza dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida (San Paolo), ad aiutare Bergoglio a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro papa. Pochi come Fernández, dunque, possono aiutare a capire chi sia Francesco e verso dove egli vuole che la Chiesa vada. Così, a inizio ottobre, lo chiamo a Buenos Aires. Mi risponde una voce cordiale. Gli spiego il mio interesse per il papa, il desiderio di conoscere la sua figura in profondità, le caratteristiche della «sua» Chiesa. Acconsente a che gli invii alcune domande, senza però garantirmi che mi risponderà. Invece, dopo qualche giorno, mi risponde. Non elude nessuna domanda e a quella per me più importante, ovvero se a suo avviso si può dire che Francesco sia il papa che privilegia la misericordia ai princìpi, risponde così: «L’annuncio del cuore del Vangelo prima d’ogni altra cosa è una caratteristica importante di Francesco, ma è da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Il papa pensa che una Chiesa che vuole uscire da sé stessa e raggiungere tutti debba necessariamente adattare il suo modo di predicare. Soprattutto, egli applica un criterio proposto dal Concilio Vaticano II ma spesso dimenticato e trascurato: la “gerarchia delle verità”. Francesco ci invita a riconoscere che spesso i precetti della dottrina morale della Chiesa vengono proposti fuori dal contesto che dà loro significato. Il problema maggiore si ha quando il messaggio che la Chiesa annuncia si identifica soltanto con questi aspetti che tuttavia non manifestano per intero il cuore del messaggio di Gesù Cristo…». E ancora: «Ci deve essere una proporzione adeguata soprattutto nella frequenza con la quale alcuni argomenti o accenti vengono inseriti nella predicazione. Per esempio, se un parroco lungo l’anno liturgico parla dieci volte di morale sessuale e soltanto due o tre volte dell’amore fraterno o della giustizia, vi è una sproporzione. Ugualmente se parla spesso contro il matrimonio fra omosessuali e poco della bellezza del matrimonio. Oppure se parla più della legge che della grazia, più della Chiesa che di Gesù Cristo, più del papa che della parola di Dio».

L’intervista esce su Repubblica il 21 ottobre. L’occasione ci fa conoscere meglio e mi porta a fargli una seconda richiesta: perché non pubblichiamo insieme un libro-conversazione tutto dedicato a Francesco, o meglio al suo «programma»? Con mia grande gioia padre Fernández acconsente una seconda volta. Insieme decidiamo di usare l’esortazione apostolica Evangelii gaudium (EG) come base sulla quale lavorare, avendo ben presente che è stato lo stesso papa a dire che il documento ha un «senso programmatico». E il risultato, dopo il tempo trascorso assieme a Buenos Aires e un’intensa corrispondenza epistolare, sono le pagine di questo libro, un testo che spero risulti utile per chi vuole comprendere fino in fondo la sfida che il papa venuto «dalla fine del mondo» vuole porre alla Chiesa e, insieme, anche a chi è lontano da una vita di fede.

Evangelii gaudium è un programma di pontificato ampio e accurato. L’esortazione apostolica, infatti, firmata dal papa il 24 novembre 2013, festa di Cristo Re dell’universo, formalmente sarebbe dovuta essere «post-sinodale», ovvero semplicemente un approfondimento delle proposizioni che il Sinodo dei vescovi, svoltosi in Vaticano nel 2012 e dedicato alla nuova evangelizzazione, aveva prodotto. In realtà il documento volutamente non riporta la dizione «post-sinodale», proprio perché è, e vuol essere, molto di più, un testo appunto programmatico. E così, partendo da Evangelii gaudium, è stato per noi semplice ampliare l’orizzonte su un papa così sorprendente.

Evangelii gaudium, ovvero la gioia del Vangelo. Sembra essere questa, anzitutto, la direzione. Portare la Chiesa a prendere consapevolezza che il cristianesimo è gioia perché annuncia che Dio è con noi. Una delle azioni maggiormente richieste dal papa è la necessità di «uscire fuori». Uscire dalle proprie convinzioni, comodità, privilegi, idee, per portare il Vangelo di Cristo a tutti senza pregiudizi né preclusioni. Uscire, cambiare, dunque, ripensando daccapo l’intera vita di fede. Il papa non manca di indicare nello specifico alcune riforme e alcuni cambiamenti, esortando «tutti ad applicare con generosità e coraggio gli orientamenti di questo documento, senza divieti né paure». Non è più il tempo della ritrosia. Francesco vuole che tutti, a cominciare dai semplici fedeli, abbandonino «il comodo criterio del “si è fatto sempre così”». Dice: «Invito tutti ad essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità».

Questo libro, dunque, nasce anche dallo stupore per questo testo papale, una vera e propria enciclica, secondo quanto hanno scritto diversi osservatori. Stupore per un papa che decide di mettere per iscritto un programma esigente anche verso sé stesso e la propria persona: «Dal momento che sono chiamato a vivere quanto chiedo agli altri, devo anche pensare a una conversione del papato». Il cantiere che papa Francesco ha aperto con Evangelii gaudium è ampio e può far venire le vertigini. «Tuttavia – scrive Francesco – non c’è maggiore libertà che quella di lasciarci portare dallo Spirito, rinunciando a calcolare tutto, e permettere che Egli ci illumini, ci guidi, ci orienti, ci spinga dove Lui desidera».

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Saturday 15 February 2014

Padre Konrad, le braccia caritatevoli di Papa Francesco

“Tu sai cosa devi fare, hai bisogno di soldi?” E’ la frase che Konrad Krajewski, arcivescovo ed Elemosiniere di sua Santità, si sente ripetere spesso da papa Francesco. Si perché è lui che aiuta il Papa ad essere vicino a chi ha bisogno, con gesti che sembrano piccoli, ma che diventano immensi per chi li riceve. Padre Konrad come lo chiamano tutti, non vive in Vaticano, ma a Borgo Pio, in una casa “con la bandiera polacca”, dice. “Perché così posso essere più vicino alla gente”. Vuole essere chiamato così e il papa gli ha detto: a chi ti chiama eccellenza chiedi 5 euro di tassa per i poveri. Konrad che viene dalla diocesi di Łódź, lui che dal 1998 è stato a fianco di tre papi durante le liturgie, lui che da anni gira la notte per le vie di Roma per dare aiuto a chi ne ha bisogno. “Le mie braccia sono corte adesso, se le prolunghiamo con le tue braccia riesco a toccare i poveri di Roma e d’ Italia, io non posso uscire, tu sì” gli ha detto il papa alla sua nomina.

Wednesday 12 February 2014

Due Papi per una sola Chiesa

Diciamoci la verità, non avremmo mai pensato che la coabitazione funzionasse così bene. Anzi che potesse diventare un modello per il futuro. Quando in un giorno di brutto tempo a febbraio i media di tutto il mondo hanno iniziato a far girare la notizia del secolo, la rinuncia del Papa, l’idea stessa di avere due Papi in Vaticano sembrava roba da Apocalisse. Quel fulmine che colpiva la cupola di San Pietro immortalato da un fotografo fortunato, sembrava davvero l’inizio della fine del mondo secondo i canoni di certi B movies degli anni ’70. Fulmini e saette, l’attacco del Maligno e cose del genere. Qualcuno ha anche cavalcato quest’onda per sferrare l’ultimo colpo a Papa Benedetto XVI colpevole di non aver mai ceduto ai facili popolarismi e di aver sempre predicato la verità del Vangelo con gioiosa e ferma chiarezza. Ma il Vento dello Spirito soffia dove vuole e non segue le regole del meteo.

Wednesday 12 February 2014 09:08

La Quaresima della Chiesa

Quando pensiamo alla Quaresima i laici pensano ad una cosa lunga e triste, i cattolici ad un tempo forte della liturgica che si prepara alla luce della Pasqua. E in effetti quei poco più di quaranta giorni che lo scorso anno abbiamo vissuto tra l’ 11 febbraio, e il 13 marzo e poi fino a Pasqua, sono stati davvero una Quaresima. E in entrambi i sensi. Perché sono stati giorni lunghi, di ansia e di stupore, di attesa di incredulità. E in questo senso giorni di penitenza. Per la prima volta nella storia moderna, un pontefice decideva di rinunciare al governo della Chiesa Universale. Si certo, tutti gli addetti ai lavori sapevano che fin dai tempi di Paolo VI si parlava di come permettere al Papa di essere davvero libero da qualunque condizionamento, di poter esercitare il ministero petrino in pienezza e completezza e quindi di poter “lasciare” qualora non potesse essere in piena coscienza libero

Wednesday 27 November 2013

L'eutanasia ai minori: per la Chiesa un gesto di estrema inciviltà. Occorre riflettere.

Le parole sono forti e sono quelle di un prelato molto autorevole all'interno della Chiesa cattolica.

Mons. Sgreccia è presidente della fondazione Ut Vitam habeant nonchè presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita.

Il tema è uno di quelli che in questoi periodo sta suscitando acceso dibattito in ambito cattolico ed etico: quello dell'eutanasia...anzi, quello dell'eutanasia aperta alle persone minori di età.

«È un salto. Un salto abissale, sotto il livello di civiltà, di umanità». Queste le parole del prelato che commenta il primo sì del parlamento belga all'estensione dell'eutanasia ai minori. 

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Tuesday 05 November 2013

Così pregava Karol Wojtyla. Una lista di nomi (con allegati dossier), l’elenco dei collaboratori in vista, un Atlante sottomano per la “preghiera geografica”

Giovanni Paolo II aveva un segreto, la preghiera. Ore trascorse nel silenzio, in un dialogo nascosto con Dio dal quale traeva la forza per andare, con efficacia, incontro al mondo.

Della preghiera di Karol Wojtyla hanno scritto in tanti. Una testimonianza significativa in merito l’ha data il 4 novembre 2013 un sacerdote riservato e preparato, che ha avuto la possibilità di frequentare molto il Papa polacco durante i suoi ultimi anni di vita.

Si chiama Pawel Ptasznik. Oggi è il responsabile della sezione polacca della segreteria di stato vaticana. Ai tempi di Giovanni Paolo II era colui che saliva nell’Appartamento papale per aiutare lo stesso Wojtyla nella stesura dei suoi testi. È stata l’assidua frequentazione dell’Appartamento a premettergli di conoscere quel segreto, la preghiera appunto, che ha caratterizzato tutta la vita del Papa che la prossima primavera diviene santo.

Monsignor Ptasznik ha dato la sua testimonianza a Roma, durante la presentazione dell’ultimo libro dell’ex segretario di Wojtyla Stanislaw Dziwisz, una conversazione con Gian Franco Svidercoschi intitolata “Ho vissuto con un santo”.

Questa la trascrizione di quanto ha detto:

«Quella di Wojtyla era una preghiera costante e vera. Anche durante i viaggi normalmente voleva rispettare “l’ora santa” dedicata all’adorazione eucaristica, e così la via crucis del venerdì sera e la Messa. Chi organizzava i viaggi doveva tenere presente queste sue esigenze».

«La segreteria di stato consegnava al Papa la lista con le richieste di preghiere arrivate da tutto il mondo. Pregava consultando quella lista, che spesso aveva degli allegati, delle cartelle che spiegavano meglio la situazione di coloro che chiedevano preghiere».

«Una volta l’ho visto pregare in cappella. Aveva aperto davanti a sé l’Osservatore Romano su una pagina in cui c’erano tutti i nomi dei capi dicastero della Curia Romana con anche gli “officiali” di lingua polacca. Pregava per tutti i suoi collaboratori».

«Sulla sua scrivania aveva un Atlante. Ogni giorno posava lo sguardo su una parte concreta del mondo, per poi pregare per tutta la giornata per le popolazioni di quella stessa porzione. Era la sua preghiera geografica».

«Si confessava ogni due settimane. Una macchina arriva in centro a Roma per “prelevare” monsingor Stanislaw Michalski, il suo confessore, che veniva accompagnato appositamente in Vaticano».

«Quando doveva scrivere un testo faceva tutti i giorni un’ora di meditazione sul camminamento situato sul tetto del palazzo apostolico. Poi scendeva in Appartamento e mi dettava il testo. Citava a memoria passi della Scrittura e dei padri della Chiesa. Dopo un’ora, un’ora e mezza, il testo era pronto».

Friday 01 November 2013

«Ho l’impressione che Gesù è stato rinchiuso all’interno della Chiesa e che bussa perché vuole uscire». Ecco cosa disse Jorge Mario Bergoglio prima del Conclave secondo il cardinale Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione

«Durante il suo intervento alle congregazioni generali che hanno preceduto il conclave, il cardinale Jorge Mario Bergoglio ha parlato con insistenza della necessità che la Chiesa “esca fuori” da se stessa. Egli ha detto che la Chiesa è malata, che deve prendersi cura di se stessa. Il suo breve discorso ha colpito tutti. Ha detto testualmente: “Ho l’impressione che Gesù è stato rinchiuso all’interno della Chiesa e che bussa perché vuole uscire, vuole andare via”».

«Bergoglio ha chiesto ai vescovi di essere veramente pastori e non degli amministratori. Del resto, è ciò che egli ha fatto a Buenos Aires rifiutando, ad esempio, di andare ad abitare nella residenza vescovile. Così ora che è Papa con la decisione di abitare nel convitto di Santa Marta. Egli ha bisogno di vedere gente e incontrare semplicemente la gente per parlare con loro nei corridoi, durante i pasti … La parola “fuori”, si sa, è importante. Possiamo dire che questa è la parola che meglio definisce la missione di Gesù, egli è uscito fuori in qualche modo da se stesso per andare in periferia, dove l’uomo vive perso e in difficoltà”».

Così l’arcivescovo di Lione, il cardinale Philippe Xavier Ignace Barbarin – in tempo di sede vacante arrivava in Vaticano in bicicletta –, rivela come già nelle riunioni pre-conclave Bergoglio abbia usato parole dure per descrivere la situazione della Chiesa. «Cristo è rinchiuso in prigione», ha detto il futuro Papa durante le Congregazioni generali. Parole che hanno convinto i cardinali a sceglierlo perché, dice Barbarin, «quel discorso ha colpito tutti».

È stato il discorso durante le congregazioni a convincere i cardinali a votare Bergoglio oppure il suo nome era nella mente dei cardinali già da prima?
«Il nome del cardinale Bergoglio circolava molto fra i cardinali. Tutti però siamo rimasti colpiti durante le congregazione generali dal suo discorso. Parlava della necessità di guardare altrove. Ha raccontato dell’America Latina, dove il 40 per cento della popolazione è cattolica. Egli è stato in grado di governare la provincia gesuita affidatagli durante il difficile periodo della dittatura militare. Ben presto si è trovato a capo dell’arcidiocesi di Buenos Aires, dove ha mostrato un grande zelo missionario, in un vero spirito di povertà e di vicinanza verso tutte le persone che gli erano state affidate. Ci è apparso come un uomo di grande autorità che sa come impostare il proprio cammino e prendere le decisioni giuste. Già in questi mesi vediamo come tutte queste qualità siano state messe in campo. Soprattutto colpisce la semplicità e la chiarezza delle sue omelie, e insieme il grande programma lanciato per la riforma della curia romana. Questa è la riforma che la Chiesa si aspetta e di cui essa ha grande bisogno».

È urgente questa riforma secondo lei?
«La riforma deve certamente avvenire. Il Consiglio dei cardinali saprà come fare. Ha l’obiettivo di riorganizzare la Chiesa, servendo le chiese locali e collaborando collegialmente con i vescovi del mondo. Possiamo dire della curia ciò che il Papa ha detto della Chiesa: “È buono e sano se essa si occupa prima di se stessa che degli altri”».

Cosa pensa delle riforma dello Ior? È giusto che il Vaticano abbia una banca?
«La questione non è se ci deve essere una banca in Vaticano o meno. È ovvio che il Vaticano ha bisogno di soldi, come ogni diocesi o istituzione della Chiesa. Ma piuttosto la questione è se e come il denaro entra in Vaticano, se tutto è trasparente o meno, verificabile, come le spese sono organizzate».

In questi giorni un sito web cileno ha riportato le parole che il Papa avrebbe detto a dei religiosi sudamericani circa l’esistenza di una “lobby gay” in Vaticano. Esiste davvero secondo lei questa lobby? Perché il Papa ne ha parlato?
«Ovviamente, su questo argomento non so nulla. Quel che è certo è che tutti gli uomini sono peccatori, e quindi anche in Vaticano ci sono uomini che sbagliano. Sarebbe sciocco dire: “Non credete, in Vaticano è impossibile!”. Ma io non voglio amplificare voci e dicerie. Se il Papa ha qualcosa di chiaro da dire in proposito, lo sapremo. E se si decide di agire, lo farà senz’altro».

Ratzinger nella Via Crucis del 2005 al Colosseo parlò della “sporcizia” presente nella Chiesa. Ancora Francesco parla spesso dei “mali” interni alla Chiesa. A cosa si riferiscono?
«Sì, è una triste realtà. La Chiesa, da semplice fedele al vertice della gerarchia è danneggiata e talvolta screditata dai peccati e dagli scandali di coloro che la compongono. Questa è una grande ferita interiore. Naturalmente, siamo tutti peccatori, ma se uno non lascia Cristo fuori di questo peccato, se lui non si assoggetterà alla misericordia di Dio, il danno potrà essere grande, e soprattutto se la persona che pecca si trova in una posizione di notevole responsabilità. Certo, nella storia, abbiamo visto molti Papi non essere di esempio ma crediamo che, nonostante i tanti peccati, la Chiesa goda del sostegno costante dello Spirito Santo. Egli ha parole di vita eterna».

Spesso la Chiesa è chiamata a rapportarsi con i problemi anche più scomodi della gente. Sempre più fedeli vicino situazioni difficili. Le famiglie spesso si sfasciano. Sono tanti i divorziati risposati che non possono accedere alla comunione. Come si comporta con questi problemi a Lione? Quali soluzioni?
«Sì, la sofferenza è sempre più pesante, in generale, sia nella Chiesa di Lione che altrove. Si ha l’impressione che non solo le famiglie, ma l’intera società stia arrivando ad annullarsi, e ci si chiede con una certa ansia dove si andrà in futuro. È in atto una decostruzione quasi desiderata, programmata per staccare le radici ai giovani e qualche volta anche alle famiglie.Ma ognuno ha un suo posto nella Chiesa. Benedetto XVI lo ha ripetuto spesso. Il Signore ha scelto come uno dei pilastri della sua Chiesa un rinnegato, Pietro, che aveva vilmente abbandonato al momento della passione, e un “parassita!” della Chiesa, come Paolo, ed entrambi sono diventati pilastri della costruzione. Così egli saprà utilizzare tutti noi, qualunque siano le nostre debolezze e peccati. Dobbiamo spostare gradualmente (questa è la legge della gradualità, in modo spesso spiegato da Giovanni Paolo II) su un percorso dove la misericordia e l’attenzione per ogni persona sono illimitate. E dove la Parola di Dio è accolta come una verità la luce e in assoluto, anche se ci porta attraverso momenti di sofferenza e angoscia, certamente porta ad un cammino di felicità».

Tuesday 22 October 2013

Prima il Vangelo e poi la dottrina. Il segreto di Jorge Mario Bergoglio secondo Victor Manuel Fernández, uno dei teologi più vicini al Papa

Victor Manuel Fernández, rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina, è una delle prime nomine di Jorge Mario Bergoglio, elevato lo scorso maggio alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, ha un filo diretto col Papa che vede in lui un valido “consulente”. Nel 2007 alla conferenza dei vescovi latino americani ad Aparecida, fu Fernández ad aiutarlo a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro Papa.

Monsignore, vorrei entrare subito “in medias res”. Nel libro con Abraham Skorka, Jorge Mario Beroglio svolge una breve introduzione nella quale parla dell’importanza della “cultura dell’incontro”. E dice che a volte l’uomo arriva a identificarsi di più con “i costruttori di mura che con quelli di ponti”. I media di tutto il mondo lodano le “aperture” di Francesco, stupìti più che altro del fatto che egli non insiste anzitutto sui princìpi ma – come ha detto lui stesso nell’intervista concessa il 19 settembre a Civiltà Cattolica – su “ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus”, insomma sull’essenziale, sul Vangelo. È a suo avviso questo il tratto fondamentale del nuovo pontificato? L’annuncio del Vangelo prima della morale? Oppure qual è il suo tratto caratteristico?
L’annuncio del cuore del Vangelo prima d’ogni altra cosa è una caratteristica importante di Francesco, ma è da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Il Papa pensa che una Chiesa che vuole uscire da se stessa e raggiungere tutti debba necessariamente adattare il suo modo di predicare. Soprattutto, egli applica un criterio proposto dal Concilio Vaticano II spesso dimenticato e trascurato: la “gerarchia delle verità”. Francesco ci invita a riconoscere che molte volte, i precetti della dottrina morale della Chiesa vengono proposti fuori dal contesto che dà loro significato. Il problema maggiore si ha quando il messaggio che la Chiesa annuncia si identifica soltanto con questi aspetti che tuttavia non manifestano per intero il cuore del messaggio di Gesù Cristo. Mentre una pastorale missionaria non può essere ossessionata dalla trasmissione disorganizzata di un insieme di dottrine da imporre con la forza dell’insistenza. Quando la Chiesa assume uno stile missionario diretto a tutti, senza eccezioni o esclusioni, l’annuncio si concentra sull’essenziale, su ciò che c’è di più bello, di più grande, di più attraente e nello stesso tempo di più necessario. Certo, tutte le verità rivelate sono credute con la medesima fede, ma alcune di loro sono più importanti perché esprimono più direttamente il nucleo fondamentale che è la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo. Ci deve essere una proporzione adeguata soprattutto nella frequenza con la quale alcuni argomenti o accenti vengono inseriti nella predicazione. Per esempio, se un parroco lungo l’anno liturgico parla dieci volte di morale sessuale e soltanto due o tre volte dell’amore fraterno o della giustizia, vi è una sproporzione. Ugualmente se parla spesso contro il matrimonio fra omosessuali e poco della bellezza del matrimonio. Oppure se parla più della legge che della grazia, più della Chiesa che di Gesù Cristo, più del Papa che della parola di Dio. Insomma, ogni verità si comprende meglio se posta in relazione armoniosa con tutto il messaggio cristiano, perché in tale contesto tutte le verità si illuminano a vicenda. Il Vangelo invita soprattutto a rispondere all’amore salvifico di Dio, riconoscendolo negli altri e in se stessi, al fine di cercare il bene di tutti. Questo invito non dovrebbe essere posto per nessun motivo in secondo piano! Se questo invito non brilla con forza e appeal, la morale della Chiesa rischia di diventare come un castello di carta: è qui che risiede il nostro più grande pericolo. Il messaggio perde la sua freschezza e cessa di avere il cosidetto “odore del Vangelo”. Certo, c’è poi anche lo stile del Papa, che non solo mira all’essenziale, ma lo esprime in modo chiaro e con segni. E a giudicare dagli effetti di questo fenomeno, non possiamo che guardarlo con occhi positivi, seppure esso dia fastidio in alcuni luoghi minoritari e poco rappresentativi dell’intera Chiesa.

In Italia è recentemente uscito un retroscena secondo il quale nel 2005, se Bergoglio fosse stato eletto Papa, si sarebbe chiamato Giovanni XXIV. Così, infatti, lo stesso Bergoglio avrebbe risposto al cardinale Francesco Marchisano, dalle radici piemontesi come il futuro Francesco, all’atto dell’elezione di Ratzinger. Marchisano era allora arciprete della Basilica di San Pietro. Al di là della veridicità o meno del retroscena, è papa Roncalli il Papa al quale Bergoglio ispira il suo pontificato? E in particolare, a suo avviso cosa pensa egli del Concilio Vaticano II? Si dice che dopo anni di tentativi di interpretare in senso conservatore o progressista il Concilio (le grandi “battaglie” sull’ermeneutica) egli ritenga che sia arrivato il momento di “farlo” il Concilio. È così?
Francesco è diverso da tutti i Papi che l’hanno preceduto. Certo, può avere caratteristiche di uno o dell’altro, ma sempre nella strada aperta dal Concilio. Senza dubbio egli rimane al di fuori delle discussioni teoriche sul Concilio perché semplicemente interessato a continuare lo spirito di rinnovamento e riforma che viene dal Concilio. In questo senso si pone fuori da ogni ossessione ideologica, senza pause o giravolte, con l’intenzione di portare la Chiesa fuori da se stessa così da raggiungere tutti. Ciò che ho detto sul criterio della “gerarchia delle verità” vale anche per molti altri percorsi di riforma che ha aperto il Concilio e che sono rimasti a metà strada.

Per quel che si sa la giornata di papa Francesco ha tre momenti fissi: la meditazione della Scrittura il mattino presto prima della Santa Messa; la recita del Rosario il pomeriggio; un’ora di adorazione eucaristica la sera. Nell’intervista a Civiltà Cattolica ha detto che la sua preghiera è “memoriosa”. Cosa intende? Cosa significa pregare per Francesco? Lo ha mai visto pregare? Come pregava in Argentina?
Il tema della memoria è una cosa su cui egli insiste molto ed è una chiave per conoscerlo. Non dobbiamo guardare le novità che egli porta come uno sradicamento, come un oblìo della storia viva della Chiesa. Egli spiega spesso che la memoria è una dimensione della nostra fede, in analogia alla memoria di Israele. Cita spesso gli Apostoli che non dimenticarono mai il momento in cui Gesù toccò il loro cuore: “Erano circa le quattro del pomeriggio”, dice Giovanni. E spesso ricorda le persone che sono state toccate in modo speciale, così da mostrare a tutti la gioia del credere. A volte si tratta di persone semplici e a noi vicine nella vita di fede. Bergoglio ama ricordare la seconda lettera a Timoteo: “Ho in mente la sincerità della vostra fede, una fede che fu prima in tua nonna Loide e in tua madre Eunice”. Perciò egli crede che la Chiesa non possa rinunciare alla propria ricca tradizione e che sarebbe sciocco pretendere di ripartire da zero. Egli non è un progressista senza radici, come qualcuno vorrebbe presentarlo. La sua preghiera è “memoriosa”, perché quando prega ricorda le persone che ha incontrato nel corso della giornata e cerca di raccogliere il messaggio che gli ha lasciato ciò che ha vissuto. La sua preghiera è piena di volti e nomi. Quando incontra la gente egli si mostra vicino, attento, affettuoso, e porta nella preghiera tutte quelle persone. In questo senso la sua è una preghiera “memoriosa”.

Non è un mistero per nessuno che negli anni passati i rapporti fra il cardinale Bergoglio con la presidente Kirchner sono stati difficili. Di Bergoglio il quotidiano argentino “Il Clarin” ha ricordato la vicinanza al gruppo peronista di destra “Guardia di Hierro”, con cui, negli anni – scrive il quotidiano -, avrebbe continuato a mantenere un legame spirituale. Quanto c’è di vero in questo? E soprattutto: è verosimile che il Papa auspichi in futuro un ritorno in argentina di un peronismo moderato che sappia legare con la Chiesa e i suoi convincimenti?
Penso che il suo rapporto con la presidente Kirchner non sia stato correttamente interpretato. Alcuni hanno creduto che alcune affermazioni delle sue omelie fossero attacchi personali contro di lei. Ma non è così. Del resto nessun politico può dire di avere o di avere avuto Bergoglio come proprio alleato politico, sia di sinistra sia di destra. Perché le sue parole possono soddisfare oggi, ma domani possono essere lette al contrario come pericolosi attacchi. Penso infatti che chiunque ha una qualche forma di potere, anche di potere ecclesiastico, non può non sentire su di sé lo “sperone” di Bergoglio, come una spina nel fianco, perché egli è e sarà sempre l’interprete di coloro che non hanno potere. Nel 2000 Bergoglio ha espresso un suo grande auspicio: “Che il potere non sia un privilegio inespugnabile”. E ciò vale per un presidente, un governatore, un uomo d’affari, un cardinale, e anche per i membri della Curia Romana. Il suo messaggio è il seguente: se hai accettato il potere senza privilegi, è necessario che usi il potere per servire e devi esporti ai reclami di tutti con umiltà, soprattutto i reclami dei deboli sono ascoltati. Se hai accettato una qualche forma di potere, allora devi sottometterti al controllo degli altri. Comunque, una certa affinità di Bergoglio al peronismo c’è e ha a che fare con due fatti: il peronismo assunse con forza la dottrina sociale della Chiesa e i suoi valori e comprese la cultura dei settori più poveri della società. Ma ciò non significa che Bergoglio abbia mai sostenuto un qualche potere politico. Fra l’altro egli ha sempre avuto un dialogo cordiale con tutti i politici.

Nell’intervista a Civiltà Cattolica, Bergoglio cita il beato Pietro Favre come suo modello. Chi fu Favre? Perché è un modello per Bergoglio?
Il beato Favre ha portato alla compagnia di Gesù un particolare modo di accompagnare le persone in un percorso di crescita. Accompagnare è una questione chiave per i gesuiti. Favre ha insistito sulla necessità di dare tempo alla gente, di rispettare i tempi di ognuno. Era un maestro di dolcezza, di pazienza e di dialogo con tutti. Bergoglio ricorda una frase di Favre che dice che “il tempo è il messaggero di Dio”, e la interpreta dicendo che “il tempo è superiore allo spazio”. Favre preferiva non perdere tempo in discussioni teoriche con i protestanti e sottolineava la necessità per la Chiesa di maturare e crescere nella testimonianza del Vangelo. Credo che tutto questo abbia molto a che fare con lo stile di Francesco, lontano da polemiche teoriche e in grado di esprimere le proprie convinzioni in una testimonianza attraente. Le riforme non vengono fatte per forza o in fretta, perché devono essere sempre accompagnate da una riforma interna. Tutto ciò è ben presente in Favre.

Colpisce molto in Francesco la sua ricerca dell’essenziale e anche di una certa austerità. Gira con macchine utilitarie, non ama sfarzi e lussi, visita i profughi e parla ai poveri. A Civiltà Cattolica dice di essere vicino alla corrente mistica di Louis Lallemant e Jean-Joseph Surin. Entrambi predicano la necessità di “spogliarsi” per arrivare a Dio. È questa la strada che Bergoglio vuole compiere?
Il suo non è amore del sacrificio fine a se stesso né un’ossessione per l’austerità. Si tratta di una “spoliazione” interiore, una rinuncia a indugiare troppo su se stessi, così da mettere Dio e gli altri al centro della propria vita e non se stessi. Ciò ha anche un significato pastorale, perché implica stare più vicini ai poveri, ai loro limiti, alla loro condizione sociale, alle loro umiliazioni. Per questo a Bergoglio non piacciono i sacerdoti princìpi o i vescovi “da aeroporto”, o gli ecclesiastici che amano le vacanze troppo costose, le cene nei migliori ristoranti, i preziosi d’oro e d’argento ostentati sui capi di abbigliamento, le continue visite a persone potenti, o coloro che amano parlare molto di se stessi o che si sentono diversi dagli altri. Tutto ciò che è mondanità spirituale che avvelena la Chiesa.

Si parla molto a Roma delle riforma della struttura della Chiesa: una nuova curia romana, una nuovo collegialità nell’esercizio del governo. Di Joseph Ratzinger è famosa la lezione nella quale disse che la vera riforma della Chiesa non è nelle strutture ma nel cuore di ognuno. Qual è a suo avviso l’idea di riforma propria di Bergoglio?
Le due cose insieme, perché la sua idea di riforma non è ideale, ma incarnata. Senza dubbio egli pensa che una riforma esteriore delle strutture non si sostiene senza uno spirito e uno stile di vita adeguato. Ma mi sembra che che la cosa più importante non sia la semplificazione della struttura della Curia romana, ma lo sviluppo di altre forme di partecipazione (sinodi, conferenze episcopali, consultazione dei laici, etc) che negli ultimi anni sono state più formali che reali. Senza dubbio questo sviluppo richiede che alcuni settori della Curia Romana cessino di essere eccessivamente giuridici, inquisitori e insieme maestosi, correndo fra l’altro il rischio di diventare autoreferenziali. Alcune volte ho sentito personalità della in Curia dire “noi” senza includere tutta la Chiesa, e nemmeno il Papa ma soltanto se stessi. Francesco ci ricorda che Gesù in realtà ha dato a Pietro e agli Apostoli una missione speciale, non una struttura centrale che comunque può avere soltanto una funzione ausiliaria.

Più volte papa Francesco ha parlato del Demonio. Nel libro con Skorka vi dedica un capitolo dove afferma: “Credo nell’esistenza del Demonio. Forse il maggior successo in questi tempi è stato farci credere che non esiste, che tutto possa essere risolto su un piano meramente umano. Come dice Giobbe, la vita dell’uomo sulla terra è una lotta…”. Che significato assume nella spiritualità ignaziana la figura del Demonio? Ha mai fatto esorcismi?
Non lo ho mai sentito parlare di esorcismi, ma del Diavolo sì. Penso che il parlare del Diavolo sia un invito a stare attenti, perché se non curiamo la nostra sanità interiore e le nostre reali intenzioni diventiamo facilmente marionette guidate da altre forze di dissoluzione e di menzogna. Significa che la sua visione della vita e della realtà non è ingenua, ma molto realistica. È necessaria una vigilanza serena, fiduciosa nell’amore del Signore, ma costante.

Nelle scorse settimane uno dei pensatori più influenti della cosiddetta teologia della liberazione è stato ricevuto da Francesco. Alcuni commentatori hanno addirittura scritto che con questo gesto “la Chiesa sdogana la teologia della liberazione”. È così? Cosa pensa Bergoglio della teologia della liberazione e in che rapporto sta con essa?
Non è possibile pensare che questo Papa possa sostenere una teologia della liberazione fondata su un’analisi marxista. Tuttavia, egli farà propria ogni difesa della dignità dei poveri e tutte le critiche dei sistemi economici ideologici, di ogni speculazione finanziaria, di ogni assolutizzazione della libertà di mercato, cose che finiscono per creare nuove ingiustizie. D’altra parte i poveri non dovrebbero essere soltanto oggetto di una liberazione operata da altri più illuminati, ma essere rispettati come persone attive, con la propria cultura, un modo proprio di vedere la vita, una religiosità caratteristica.

Come è diventato amico di Bergoglio? Ci sono dei momenti che ricorda in modo particolare della vostra amicizia?
Io non la chiamerei amicizia, ma filiazione. Anche se c’è una grande affinità di idee, per me egli è stato ed è soprattutto un grande padre che è riuscito a riconoscere e promuovere il meglio di me. Così teneramente ha tollerato i miei errori, le vanità e le impazienze, e sempre mi ha spinto, in particolare con la sua testimonianza, a continuare, a maturare e a crescere. Posso citare tre momenti speciali: uno era nel 2007, quando siamo tornati dalla V Conferenza dei vescovi ad Aparecida, dove ho rappresentato i sacerdoti argentini. Viaggiavo con lui sul volo di ritorno verso Buenos Aires e per tre ore abbiamo discusso alcune questioni che mi hanno aiutato a capire il suo pensiero. Un altro momento importante fu nel suo ufficio, quando alcune persone anonime avevano inviato in Vaticano alcune critiche su tre miei articoli. Ma dopo un anno e mezzo le risposte che io inviavo per chiarire sembravano non convincere. In quell’occasione abbiamo avuto un grande colloquio spirituale nel quale egli ha insistito perché io alzassi la testa e non lasciassi che mi togliessero la dignità. Infine, il mio incontro con lui a Santa Marta nel mese di agosto quando gli ho dato un abbraccio già da vescovo.

Wednesday 25 September 2013

Una rosa bianca per papa Francesco

Una rosa bianca. È il dono che papa Francesco ha ricevuto domenica 8 settembre mentre passeggiava nei giardini vaticani. Un giardiniere l’ha colta e gliel’ha donata. Chi era con lui dice che grande è stato il suo stupore, perché per Jorge Mario Bergoglio ricevere una rosa bianca è un segno del cielo. Un «segnale» — è la parola esatta che egli stesso ha usato nel libro intervista “El Jesuita” con Sergio Rubin e Francesca Ambrogetti — proveniente direttamente dalla santa della quale egli è devoto: Teresina di Lisieux, la monaca carmelitana morta a soli 24 anni e che il 19 ottobre 1997 Giovanni Paolo II dichiarò dottore della Chiesa (la terza donna a ricevere tale titolo dopo Caterina da Siena e Teresa d’Avila).

Domenica 8 settembre non era un giorno qualunque per Francesco. La sera prima egli aveva convocato una veglia di preghiera per la pace. Era preoccupato. Ma la rosa ricevuta inaspettatamente gli ha fatto comprendere che la sua preoccupazione era stata accolta in cielo, direttamente da Teresina. Lo Spirito parla spesso così, usando segni che ai più dicono nulla. È il suo linguaggio, un parlare che chiede la fede per essere compreso.

L’episodio è stato raccontato nei giorni scorsi da un vescovo italiano che nelle ore successive alla veglia era stato ricevuto in udienza. Il Papa gli ha permesso di raccontarlo durante la presentazione di un libro dedicato proprio alla giovane santa francese svoltasi a Pedaso in provincia di Fermo: “Teresa di Lisieux. Il fascino della santità. I segreti di una dottrina ritrovata”, di Gianni Gennari (Lindau).

È alle pagine 125 e 126 di “El Jesuita” che Rubin e Ambrogetti, descrivendo la biblioteca di Bergoglio a Buenos Aires, raccontano del «segnale» delle rose bianche. Scrivono: «Ci soffermiamo su un vaso pieno di rose bianche in uno scaffale della biblioteca, davanti a una foto di santa Teresa. “Quando ho un problema”, spiega Bergoglio ai due giornalisti, “chiedo alla santa — Teresina, ndr —, non di risolverlo, ma di prenderlo in mano e aiutarmi ad accettarlo, e come segnale ricevo quasi sempre una rosa bianca”».

Bergoglio, nella veglia del 7 settembre, ha chiesto aiuto a Teresina. Il Papa, infatti, ha recitato i misteri gaudiosi del Rosario e, al termine di ogni mistero, dopo un brano del Vangelo, ha letto cinque brani di una poesia scritta dalla santa: “Perché ti amo o Maria”. È la poesia dove dice fra le altre cose che Gesù «sarà fratello di tanti peccatori tanto da chiamarsi tuo — si riferisce a Maria, ndr — primogenito».

È nel rapporto intimo e personale di Bergoglio con Teresina che si evidenzia uno dei tratti della sua personalità e del suo pontificato. Un filo diretto con il cielo per il Papa, come era per Karol Wojtyla il rapporto con santa Faustina Kowalska.

Mentre era ancora in vita, santa Teresina promise che dopo la sua morte avrebbe fatto piovere dal cielo dei “petali di rose”, ossia delle grazie concesse da Dio per sua intercessione. Diceva: «Un’anima infiammata di amore non può restare inattiva. […] Se voi sapeste quanti progetti faccio su tutte le cose che farò quando sarò in cielo. […] Sì, voglio passare il mio cielo a fare del bene sulla terra».

Il 3 dicembre 1925, un gesuita, padre Putigan, cominciò una novena a santa Teresa chiedendo una grazia importante. Il gesuita domandò anche di ricevere da qualcuno una rosa come segno che ciò che egli chiedeva corrispondeva alla volontà di Dio e che, quindi, la sua preghiera sarebbe stata esaudita. Non fece parola con nessuno della novena che stava facendo. Al terzo giorno ricevette una rosa da una persona sconosciuta e ottenne la grazia. Cominciò un’altra novena. Il quarto giorno di questa seconda novena una suora-infermiera gli portò una rosa bianca dicendogli: «Santa Teresa vi manda questa rosa». Padre Putignan, ricevuta la grazia che aveva chiesto, prese la decisione di diffondere questa novena, detta “Novena delle rose”. Oggi questa novena si pratica in tutto il mondo.

Papa Francesco ha più volte parlato nei primi mesi di pontificato di Teresina. Una volta è stato durante la conferenza stampa (28 luglio 2013) tenuta sull’aereo che lo riportava a Roma dal Brasile, meta del suo primo viaggio apostolico fuori dall’Italia. Quando gli è stato chiesto cosa contenesse una valigia nera che il Papa ha trasportato da solo sull’aereo ha detto: «Non c’era la chiave della bomba atomica! Mah! La portavo perché sempre ho fatto così: io, quando viaggio, la porto. E dentro, cosa c’è? C’è il rasoio, c’è il breviario, c’è l’agenda, c’è un libro da leggere – ne ho portato uno su santa Teresina di cui io sono devoto».

Si è saputo poi che il libro in questione era il libro sopra citato “Teresa di Lisieux. Il fascino della santità. I segreti di una dottrina ritrovata”, di Gianni Gennari.

Tuesday 03 September 2013

Anche S. Francesco pregherà per la Pace in Siria

Papa Francesco ha chiamato...e moltissimi stanno rispondendo.

La mobilitazione chiesta dal Papa per la pace in Siria si sta estendendo a vista d'occhio, coinvolgendo ambienti laici, religiosi, cattolici e non.

Anche i frati francescani di Assisi si uniscono alla preghiera, attraverso il segno grandell'apertura della tomba di S. Francesco.

Come riferisce infatti l'ANSA, la  Basilica Inferiore di San Francesco d'Assisi resterà aperta, in via del tutto eccezionale, da oggi a venerdì fino alle 22 per pregare sulla Tomba del Santo per la pace in Siria e per coloro che sono chiamati a garantire le vie della giustizia nel mondo.

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Saturday 31 August 2013

Un grazie al cardinal Bertone

Forse sarò l’unica ma vorrei dire grazie al cardinale Bertone. Lo posso fare con serenità perchè sono stata la prima forse a criticare il suo modo di fare il Segretario di Stato. Ma oggi a fronte di tante critiche corali nate spesso da una cattiva lettura della vicenda vatileaks credo che il grazie a questo cardinale, che mai ha tradito la fiducia del Papa e della Chiesa, sia doveroso.

Monday 15 July 2013

Se vi piacciono i thriller, ne ho scritto uno

«L’empio fugge anche se nessuno lo insegue, mentre il giusto è sicuro come un giovane leone». (Proverbi 28, 1)

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Saturday 18 May 2013

I cristiani parlano troppo...degli altri: parola di Papa Francesco.

Per il papa, che ha pronunciato nuovamente parole forti durante la Messa mattutina a Santa Marta, i cristiani hanno proprio il vizio di parlare troppo degli altri. Pettogolezzi e farsi troppo gli affari degli altri, detto in parole povere, sono una mina vagante costante nella vita della Chiesa.

«Quanto si chiacchiera nella Chiesa! Quanto chiacchieriamo noi cristiani!». Lo ha detto papa Francesco - riferisce Vatican Insider - nella messa di stamane a Santa Marta. Per Bergoglio, «la chiacchiera è proprio spellarsi, farsi male l'uno all'altro». «Le chiacchiere sono distruttive nella Chiesa», ha aggiunto  il Pontefice.  Secondo Bergoglio, il cristiano deve vincere la tentazione di «mischiarsi nella vita degli altri». Il Papa, secondo quanto riferisce la Radio Vaticana, ha inoltre sottolineato che chiacchiere e invidie fanno tanto male alla comunità cristiana e che non si può «dire soltanto la metà che ci conviene».

Ma non ha solo parlato di questo il santo Padre.

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Friday 12 April 2013

Unioni gay: la Consulta chiede di intervenire, ma non con l'equiparazione del matrimonio.

Oggi è arrivata una ammonizione della Consulta su alcuni noti ritenuti irrisolti, nel panorama politico e istituzionale italiano.

La Consulta ha chiesto un intervento sulla legge elettorale, ma - soprattutto - ha chiesto che venga fatto qualche cosa per tutelare i diritti ed i doveri delle persona omosessuali, che intendano costituire una unione stabile.

"Il legislatore deve affrontare il nodo delle unioni gay", ha riferito Gallo parlando di fronte alle più alte cariche dello Stato. Queste le parole: "La Corte ha escluso l'illegittimità costituzionale delle norme che limitano l'applicazione dell'istituto matrimoniale alle unioni tra uomo e donna, ma nel contempo  ha affermato che due persone dello stesso sesso hanno comunque il diritto fondamentale di ottenere riconoscimento giuridico, con i connessi diritti e doveri, della loro stabile unione". La Consulta, ha ricordato Gallo, "ha perciò affidato al Parlamento la regolamentazione della materia nei modi e nei limiti più opportuni".

Cosa significa questa frase?

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Thursday 14 March 2013

Papa Francesco: sarà il Papa dell'ecumenismo e del dialogo.

Le parole che Papa Francesco ha pronunciato ieri sera subito dopo l'elezione, sono state poche. Significative, grandemente, insieme ai gesti compiuti.

Una parentesi: dovremo di nuovo abituarci a gesti di questo tipo, ed anche il servizio di sicurezza....che avrà un bel lavoro da fare, con questo Papa che si prefigura già come molto, molto libero...dai protocollo.

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Ma le parole di ieri hanno avuto una grande rilevanza dal punto di vista del dialogo e del'ecumenismo.

Mi riferisco alle parole con le quali il Papa ha parlato di sè: come tutti hanno notato non ha mai citato la parola "papa", ma ha sempre utilizzato la parola "vescovo di Roma".

 

Tra l'altro, anche nel ringraziamento nei confronti di Benedetto XVI chiamato, anch'egli "vescovo emerito di Roma".

 

Dal sito Aleteia.org riporto le parole del Papa:

Fratelli e sorelle, buona sera!

Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un vescovo a Roma, sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo. Ma siamo qui. Vi ringrazio dell'accoglienza. La comunità diocesana di Roma ha il vescovo. Grazie! E prima di tutto vorrei fare una preghiera per il nostro vescovo emerito Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca...

[Preghiera Padre Nostro, Ave Maria, Gloria al Padre]

E adesso incominciamo questo cammino, vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma che è quella che presiede nella carità tutte le chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia fra noi. Preghiamo sempre per noi, l'uno per l'altro. Preghiamo per tutto il mondo perché ci sia una grande fratellanza. Mi auguro che questo cammino di Chiesa che oggi incominciamo e in cui mi aiuterà il mio cardinale vicario qui presente sia fruttuoso per l'evangelizzazione di questa tanto bella città. E adesso vorrei dare la benedizione. Ma prima vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica. La preghiera del popolo perché chieda la benedizione per il suo vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me.

 

Ma perchè il Papa ha parlato così, perchè si è rivolto a Roma, alla sua città...quasi, dimenticando...il mondo che gli stava praticamente tutto davanti?

Non certamente per provincialismo: alcuni forse l'hanno colto così..ma nolla è più distante dalla realtà.

C'è a mio avviso un motivo, cosicnetemente voluto, per il quale il papa ha utilizzato queste parole, e questo motivo non è stato neppure l'umiltà...francescana.

Il motivo è stato l'ecumenismo.

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Wednesday 13 March 2013

Il gabbiano ed il Conclave: quando i media non sanno cosa dire!

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In queste ore è tanta l'apprensione e l'attesa da parte del mondo cattolico (e non solo) per l'esito del Conclave.

Si stanno ascoltando fiumi di parole: trasmissioni televisive e radiofoniche, dirette web, twitter, facebook...e chi più ne ha più ne metta.

Non c'è dubbio che questo sia davvero il Conclave più mediatico degli utlimi anni.

Chiaramente tutti sono con gli occhi all'insù, per seguire, anche in televisione, l'andamento delle votazioni vaticane. Inoltre moltissimi media stanno coprendo con grande intensità gli eventi in diretta oltre che avere realizato molteplici servizi ed interviste.

Oggi poi un nuovo personaggio si è affacciato sul Conclave, con una dirompenza mediatica...quasi sopra le nuvole: un gabbiano.

Un gabbiano che, non credo di sbagliarmi, sta davvero diventando una star della riflessione mediatica di questo evento sul quale, con buona pace di tutti, non si può che dire una parola che abbia senso: ASPETTARE. Punto.

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Monday 11 February 2013

Benedetto XVI si dimette dal pontificato. Notizia shock e approfondimenti.

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La notizia delle dimissioni, o meglio della rinuncia al Pontificato, di Benedetto XVI, sta facendo il giro del mondo e sta creando molto turbamento nella Chiesa.

Così è stata data, e così ce la riporta il sito Aleteia.org.

Carissimi Fratelli,

vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l'età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell'animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l'elezione del nuovo Sommo Pontefice. Carissimi Fratelli, vi ringrazio di vero cuore per tutto l'amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero, e chiedo perdono per tutti i miei difetti. Ora, affidiamo la Santa Chiesa alla cura del suo Sommo Pastore, Nostro Signore Gesù Cristo, e imploriamo la sua santa Madre Maria, affinché assista con la sua bontà materna i Padri Cardinali nell'eleggere il nuovo Sommo Pontefice. Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio.

 

Non c'è dubbio che la notizia è davvero...la notizia del secolo, anzi, forse, del millennio. Per la novità totale di questo gesto, e per la lucidità con cui questa grandissimo Papa ce l'ha proposta. 

Anche diversi siti ci aiutano a entrare in questo evento, ponendoci domande ed aiutandoci a dare delle risposte.

 

Non un gesto di codardia, non un gesto di affaticamento: ma un gesto responsabile, lucidissimo...che probabilmente solo Papa Ratzinger...poteva fare.

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Thursday 14 April 2011

L’esperimento di Riace

Una risposta positiva al problema dell’immigrazione

di Lucetta Scaraffia

L’arrivo di questa ondata di migranti ha di nuovo messo in moto nell’opinione pubblica italiana il dibattito fra chi li vuole accogliere e chi li vuole respingere. Questo, mentre davanti ai nostri occhi sfilano immagini drammatiche e coinvolgenti, tra speranza e disperazione: da una parte, la madre che ha partorito nel barcone, riuscendo a salvare sé e la piccola, dall’altra i corpi dei molti che muoiono fra le onde, vittime dei trafficanti di esseri umani, oltre che del maltempo e di imbarcazioni fatiscenti.

La Chiesa predica il dovere, che è umano e cristiano, dell’accoglienza nei confronti di chi è più sventurato di noi — che, oltretutto, di lavoratori immigrati abbiamo assolutamente bisogno — ma non sempre è facile tradurre in fatti queste esortazioni. Ci vuole anche un po’ di inventiva, di coraggio e di fantasia. Come quella che hanno avuto gli abitanti di Riace, paese sulla riva ionica della Calabria, composto, come tutti quelli della zona, di un nucleo antico sul cocuzzolo di una collina, lontano dal mare, e di un nuovo abitato in via di espansione lungo la costa (proprio quella dove sono stati trovati i celeberrimi bronzi).

Oggi, il centro antico, che per decenni era stato abbandonato e si stava deteriorando irrimediabilmente, è tornato alla vita. Lo abitano immigrati di varie provenienze, tutti profughi politici, che i cittadini di Riace hanno accolto, a cominciare dai trecento curdi arrivati una decina di anni fa.

Gli immigrati hanno avuto un tetto, qualcosa da mangiare ma anche, cosa ben più importante, un lavoro: all’interno delle antiche mura, infatti, sono nate tante piccole aziende artigianali — ceramica, tessitura, preparazione di prodotti alimentari — dove lavorano, fianco a fianco, italiani e immigrati.

Così chi attraversa questo centro sereno e laborioso vede bimbi di diverse provenienze giocare tra loro, calabresi e africani lavorare insieme; ma anche una rinascita economica che porta benefici a tutti, indistintamente: i bambini nella scuola sono aumentati, rendendo così necessario un numero maggiore di insegnanti e impiegati; gli operatori culturali, che si occupano dell’integrazione e insegnano l’italiano, sono in maggioranza originari del luogo; sono rinate industrie artigianali locali come la tessitura della ginestra e gli abitanti delle case abbandonate del borgo ricevono un affitto, basso, ma comunque guadagnano qualcosa e hanno chi restaura le loro case altrimenti destinate alla rovina. E il finanziamento che il ministero italiano dell’Interno ha stanziato per questo esperimento — 24 euro per immigrato — è servito a dare nuovo impulso anche all’economia locale.

È insomma una situazione nella quale i benefici reciproci sono chiari a entrambe le comunità e la convivenza non risulta difficile, tanto che il paese proprio per questo è diventato un’attrazione turistica. Per valorizzarla, alcune case sono state destinate a ospitalità diffusa nel tessuto urbano ed è stato aperto un ristorante. Sulla sua porta si vede ancora il segno di due proiettili: non tutti a Riace hanno gradito questa rinascita. Ma molte persone e intere scuole vengono a vedere questo miracolo quotidiano, e cercano di capire il segreto di un’accoglienza riuscita.

Il segreto sta certo nella tenacia di Mimmo Lucano, attuale sindaco e animatore del progetto, che interviene continuamente a migliorarlo. Ma sta anche in una iniziativa, nella diocesi dove è stato vescovo amatissimo monsignor Bregantini, nata dal basso grazie a una associazione — Città futura don Puglisi — fondata nel 1999 da ragazzi del luogo intorno alla chiesa parrocchiale e che oggi ha sede in un palazzo del centro antico, vero cuore della vita di Riace.

Certo, il successo dell’esperimento è dovuto anche al numero abbastanza ridotto degli immigrati, al loro essere profughi politici e quindi desiderosi di integrarsi nel nuovo paese, non potendo tornare in patria. Non è facilmente riproponibile in tutte le situazioni: anzi, in qualche modo, proprio le condizioni della sua riuscita mettono in luce le difficoltà che si incontrano in altre situazioni.

Ma il solo fatto che esista una simile realtà, che qualcuno sia riuscito a creare e mantenere questo difficile equilibrio — che dura da più di dieci anni — costituisce un esempio a cui guardare, un caso che fa pensare. Allora, la soluzione del problema immigrati sta forse proprio nell’inventare qualcosa di positivo. Invece di scrollare le spalle con indifferenza.

Saturday 02 April 2011

Nostro contemporaneo

La seconda parte del «Gesù di Nazaret»

Il nuovo libro di Ratzinger-Benedetto XVI rende Gesù di Nazaret nostro contemporaneo. Nel gran disordine che regna sotto il cielo l’irrompere di un libro tanto appassionante accende interrogativi che toccano in profondità le nostre inquietudini. Ciascuno può trovarvi qualche luce per uscirne. Vi si raccontano i tre giorni cruciali dell’esistenza di Gesù, le sue ultime ore di vita scandite dalla passione e morte; l’inizio del tempo nuovo, la risurrezione, vero spartiacque della storia che origina un pensiero alternativo sul futuro del mondo e delle speranze umane.

L’autore è convinto che il confronto positivo con Gesù di Nazaret possa essere una soluzione anziché un problema per l’umanità. La sua indagine è convincente, ragionevole e rispettosa di culture e punti di vista differenti. Interessarsi a Gesù ha senso — si percepisce tra le righe — perché è l’unico risorto della storia, il Vivente immerso in ogni epoca e perciò nel nostro presente; compagno di viaggio affidabile che ci introduce negli orizzonti sconosciuti della vita oltre la morte.

Chiunque volesse capire questo misterioso Signore può calarsi nei giorni finali della sua vita terrena.

Pagina dopo pagina, dalle parole e dai comportamenti di Gesù, il teologo diventato Papa trae i tasselli di una carta d’identità dell’essere cristiano. Da un lato salda l’esperienza del patire, dell’angoscia e della tenerezza del Nazareno con l’insieme del pianto e del dolore smisurati delle vittime di ogni tempo e, dall’altro, ci aiuta a leggere frammenti del mistero del male e della sofferenza non più invincibili dopo la sua agonia nell’orto degli ulivi e l’abbandono sulla croce. La risurrezione di Gesù non è un tardivo volo pindarico dei suoi discepoli delusi che, non potendolo dimenticare, lo trasformarono in mito.

È una realtà veramente accaduta, alla pari della crocifissione e della morte. Mentre però del dolore e della morte che impastano la storia abbiamo una conoscenza sperimentale, della risurrezione abbiamo una conoscenza per fede. Si tratta di una fede ragionevole, ma sempre fede. Anzi, ci ricorda Papa Ratzinger, la fede cristiana è fondata sulla risurrezione. Poiché è strettamente collegata alla croce, la memoria della risurrezione è altrettanto pericolosa per la sapienza umana. Per i discepoli che attendevano un messia regale e vittorioso, la morte di Gesù è stata sconvolgente; la risurrezione, una volta verificata, ne ha cambiato la prospettiva, decidendoli a seguire il Maestro finalmente compreso.

Nel mistero della passione, morte e risurrezione — ci ricorda l’autore — sono racchiuse alcune delle questioni profonde dell’esistenza. E nel processo a Gesù è presente la critica radicale alle politiche basate sull’inganno e la violenza anziché sulla verità. Il destino del mondo si gioca sulla verità, non sulla forza che rimane una soluzione illusoria. Occuparsi di Gesù è occuparsi di tale destino poiché egli è venuto per rendere la più autorevole testimonianza alla verità che la prospettiva cristiana identifica con Dio.

Nello stile dei Padri della Chiesa, Papa Ratzinger non scrive per puro godimento intellettuale, ma offre un libro per la vita. La lettura ci immerge nella profondità del mistero cristiano, svelandoci quanto poco sia conosciuto e gustato. Con la scelta di una interpretazione dei racconti della passione basata sulla storia e sulla fede non contrapposte ma complementari, l’autore conferma la teologia conciliare e pone fine al pregiudizio nei confronti del popolo ebraico accusato nei secoli di deicidio. Nei vari momenti esaminati, dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Benedetto XVI sceglie un linguaggio nuovo e accessibile senza perdere profondità.

Chiama la Chiesa «la comunità dei discepoli» di Gesù; definisce la caritas «premura per l’altro», non un secondo settore del cristianesimo accanto al culto, «ma radicato proprio in esso e ne fa parte». C’è emozione per la lotta tra bene e male nella notte del Getsemani dove Gesù «trascina la natura recalcitrante in alto verso la sua vera essenza» e porta «il travaglio dell’essere uomini in alto verso Dio». L’ascensione è tradotta in una «vicinanza permanente» di Gesù con noi, un «entrare nel mistero di Dio» e un’altra dimensione dell’essere.

Si descrive, infine, la risurrezione, come fenomeno totalmente nuovo, una nuova dimensione dell’essere uomini, una mutazione decisiva, un salto di qualità; un nuovo genere di futuro per gli uomini, una nuova dimensione dell’esistenza umana, inclusa nell’atto di donare la vita. L’amore e la risurrezione — insiste l’autore — sono i due motivi distintivi dell’essere cristiani. La risurrezione come «mutazione» genetica compiuta da Dio in Gesù e promessa a tutti; l’amore come metodo di vita che distingue i figli di Dio e per il cosmo dischiude già ora un futuro di speranza.

c. d. c.

Tuesday 29 March 2011

Dall’abisso del male

Il pellegrinaggio di Benedetto XVI alle Fosse ardeatine — così l’ha voluto definire lo stesso Papa — per rendere omaggio alle vittime dello spaventoso eccidio, che resta indelebile tra i numerosissimi orrori della seconda guerra mondiale, non ha trovato molto spazio nei media. Forse anche per il succedersi incalzante e drammatico di notizie nel panorama internazionale.

Eppure la visita di Benedetto XVI a questo sacrario «caro a tutti gli italiani» — in continuità con quelle di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, e con la volontà di pregare e «rinnovare la memoria» — ha un significato particolare, che rimane. Il loro successore ha infatti compiuto un altro passo nella ricomposizione della memoria di quel conflitto che contribuì a sprofondare il Novecento nell’abisso del male. Come aveva affermato lo stesso Benedetto XVI un mese esatto dopo la sua elezione riflettendo sulle ultime successioni papali.

In questo modo non bisogna forse considerare, aveva detto il nuovo Papa, «il fatto che sulla cattedra di Pietro, ad un Pontefice polacco sia succeduto un cittadino di quella terra, la Germania, dove il regime nazista poté affermarsi con grande virulenza, attaccando poi le nazioni vicine, tra le quali in particolare la Polonia? Entrambi questi Papi in gioventù — seppure su fronti avversi e in situazioni differenti — hanno dovuto conoscere la barbarie della seconda guerra mondiale e dell’insensata violenza di uomini contro altri uomini, di popoli contro altri popoli».

Alla presenza del rabbino capo della più antica comunità della diaspora occidentale, ferocemente colpita dalla persecuzione razziale anche alle Fosse ardeatine, il vescovo di Roma, «città consacrata dal sangue dei martiri», ha voluto incontrare a lungo i familiari delle vittime — cattolici ed ebrei insieme — e ha reso omaggio alla loro memoria, in un luogo vicino alle catacombe e dal quale ancora una volta si è levata la preghiera dei Salmi, con le parole che da molti secoli ebrei e cristiani innalzano all’unico Dio.

Quel Dio al quale, nell’ora delle tenebre, si rivolsero due caduti, come altri in quei giorni, per affermare la fede «in Dio e nell’Italia» e invocare la protezione degli ebrei «dalle barbare persecuzioni». Benedetto XVI ha citato le loro parole, ricordando il centocinquantesimo anniversario dell’unità del Paese e ripetendo che nel Padre di tutti è possibile un futuro diverso. Che non offenda il Nome santo di Dio e l’essere umano, creato a sua immagine.

g. m. v.

Monday 28 March 2011

Da Gerusalemme a Parigi

L’intuizione di Benedetto XVI di un nuovo spazio dove laici e non credenti possano essere accolti con amicizia per condividere con chi crede la ricerca dell’unico Dio sta prendendo forma. Nella visione papale questa proposta è rappresentata dall’immagine del «cortile dei gentili» nel Tempio di Gerusalemme — dove appunto erano ammessi i pagani attratti dalla religiosità ebraica — ed è stata assunta dall’organismo curiale che si occupa del mondo della cultura con originale creatività.

Carica di simboli è stata così la scelta di Parigi — la «città dei Lumi» emblema di quella modernità contraddittoria e drammatica nata dagli ideali e dagli errori della rivoluzione francese — per l’esordio di questa iniziativa. Che senza dubbio è tra le più importanti decise da un Papa tanto mite quanto coraggioso, uomo di fede e teologo profondo, abituato sin da giovane al confronto, soprattutto nel mondo universitario, con chi è al di fuori dei confini visibili della Chiesa.

Uso dunque a esprimersi con parole comprensibili a tutti, Benedetto XVI ha voluto essere presente a Parigi con un messaggio ai giovani riuniti davanti a Notre-Dame, in uno spazio aperto oggi come venti secoli fa era accessibile ai pagani il cortile esterno del Tempio gerosolimitano. Dal grande santuario di un ebraismo sempre più caratterizzato da aspirazioni universalistiche rimanevano però esclusi i non giudei.

A cambiare tutto è stata la venuta di Cristo, quella luce vista da Giovanni che illumina ogni essere umano e ha abbattuto «il muro di separazione» tra ebrei e gentili, e dunque ogni divisione: anche quella tra credenti e non credenti. E perché non fosse reso difficile l’accesso dei pagani allo spazio loro riservato nel santuario di Gerusalemme Gesù aveva cacciato chi di questo luogo si approfittava per lucro. Per questo Benedetto XVI in molti modi si fa capire. Come hanno dimostrato, diversamente ma con straordinaria efficacia, i suoi ultimi due libri.

Ed efficaci per credenti e non credenti sono risuonate a Parigi le sue parole, rivolte ai giovani, ma più in generale alle donne e agli uomini di oggi. Il Papa ha così rinnovato l’invito che nel succedersi dei secoli e sino alla fine dei tempi la Chiesa di Cristo non si è stancata e non si stancherà di rivolgere: di non aver paura di aprire a Dio i cuori e le società. Senza timore di assumere le parole — libertà, uguaglianza, fraternità — che hanno riassunto gli ideali rivoluzionari, tante volte poi brandite con asprezza contro la Chiesa e il cristianesimo, e che pure dal cristianesimo sono nate.

Comuni sono moltissime aspirazioni di credenti e non credenti, per costruire «un mondo nuovo e più libero, più giusto e più solidale, più pacifico e più felice». Allora — dice Benedetto XVI — tra chi crede e chi non crede deve cadere, nel riconoscimento reciproco, ogni diffidenza: Dio non è un pericolo per la società e la vita umana e non lo è naturalmente la ragione, purché non si pieghi agli interessi e all’utilità, come spesso avviene. Per questo il Papa ha invitato i giovani parigini, riuniti davanti a Notre-Dame, senza distinguere tra credenti e non credenti, a non fermarsi nel cortile dei gentili. E a entrare invece nella cattedrale, dove come incenso si alzava la preghiera della sera.

g.m.v.

Friday 25 March 2011

Una rivoluzione femminile

A tre anni dalla morte la prima biografia di Chiara Lubich

di Lucetta Scaraffia

A tre anni dalla scomparsa, è uscita la prima biografia di Chiara Lubich, scritta da Armando Torno per Città Nuova: un libro che sceglie volutamente un tono non agiografico per descrivere quella che è sicuramente una delle più straordinarie esistenze del Novecento. Una narrazione piana, costruita attraverso le testimonianze delle focolarine e dei focolarini che sono stati più vicini alla loro fondatrice. Un racconto che volutamente mette sullo stesso piano le vicende umane e le esperienze mistiche di Chiara; rispettando, in questo modo, il suo carattere riservato, la sua capacità di stare al centro di tutto ma al tempo stesso di scomparire come persona.

Mi è capitato di incontrarla personalmente una sola volta, l’8 marzo di qualche anno fa, al Quirinale, dove era arrivata per ricevere un’importante onorificenza dal presidente della Repubblica italiana. Era entrata sorridendo, come sempre, senza preoccuparsi se nessuno dei presenti dava segno di riconoscerla e di darle onore. A me, che le ero andata incontro emozionata, ha riservato un sorriso timido e dolce, e ha declinato con semplicità ogni mio tentativo di far sapere ai responsabili del cerimoniale che era arrivata.

La biografia rispetta questo suo atteggiamento umile e ritroso, profondamente disponibile al contatto umano ma del tutto indifferente alla notorietà, e alla ribalta che pure le spettava. A tal punto che si coglie l’importanza di Chiara nella storia del Novecento quasi più dalla cronologia comparata, molto ben fatta, che si trova in appendice al volume e che dà conto della ricchezza delle forme di aggregazione da lei create all’interno del mondo cattolico, della sua straordinaria capacità di costruire momenti di incontro e di vero dialogo con esponenti e fedeli di altre religioni, della fecondità spirituale che ha segnato la sua vita interiore.

Una fecondità che ha sempre condiviso con le sorelle e i fratelli più vicini, e poi con tutti coloro che rivelavano disponibilità all’ascolto, consapevole che i tempi in cui si trovava a vivere richiedevano un’immediata condivisione di quanto lei, strumento di Gesù, arrivava a comprendere illuminata dallo Spirito Santo. Illuminazioni che nascevano dalla lettura continua della Sacra Scrittura: «Ogni volta che Chiara apriva il Vangelo vi scopriva la profondità di quelle parole di vita eterna che mai prima aveva trovato».

In questo modo, Chiara ha anticipato quello che la cultura cattolica avrebbe poi scoperto: l’ingresso nel linguaggio spirituale della parola amore, fino a quel momento riservata più che altro ai discorsi mondani; l’idea della spiritualità dell’unità, che si trasforma in una appassionata forma di dialogo tra le religioni e in una risposta alla «notte culturale» dell’umanità. Senza mai preoccuparsi che fosse ricordato il suo ruolo precorritore.

La proposta di una nuova evangelizzazione, secondo le sue parole, «non significa soltanto che il mondo secolarizzato» ne ha bisogno, ma anche che «l’evangelizzazione va fatta in maniera nuova». E alla ricerca di questa maniera nuova dedica tutte le sue energie: gli incontri, anche quelli apparentemente secondari, si trasformano grazie a lei in nuove vie e nuovi progetti, allargando sempre più la rete dei coinvolgimenti nel suo ideale: la santità a portata di tutti. Il suo movimento si apre a tutti gli ambiti, in un’ottica universale, con particolare attenzione alla cultura e ai media, mentre la sua vita interiore dà un nuovo impulso agli studi teologici.

Ma certamente l’aspetto di novità più forte che ha segnato la sua vicenda è proprio il suo essere donna, una donna che dà un accento fortemente femminile a ogni sua opera: basti pensare al nome più conosciuto del movimento da lei fondato (ufficialmente Opera di Maria) che evoca il focolare, spazio tradizionalmente femminile. Comincia circondandosi di donne, che sanno poi aprirsi alla necessaria presenza maschile, e dà disposizioni che a presiedere il movimento sia sempre una donna.

Anche la spiritualità dell’Opera prende una forma femminile, rappresentando la presenza mistica di Maria nella Chiesa. In questo modo, con la sua straordinaria esperienza, Chiara — che parla alle assemblee dei vescovi, è ascoltata dai Papi, viene accolta con gli onori di un capo di Stato nei Paesi che visita — realizza quello che i tempi richiedono anche alla Chiesa: riconoscere l’importanza del ruolo delle donne.

Ma lo ottiene senza rivendicare diritti, senza nessuna asprezza. Lo ottiene dimostrando di sapersi meritare quell’autorità che le viene riconosciuta, come è stato per le grandi sante nella storia della Chiesa. La sua importanza nel cattolicesimo del Novecento è anche la prova di una rivoluzione femminile compiuta nel silenzio e nella modestia. Rimane il compito di prenderne atto.

Wednesday 23 March 2011

Questione di radicalità evangelica

Il celibato sacerdotale

di Mauro Piacenza

Residuo preconciliare e mera legge ecclesiastica. Sono queste, in definitiva, le principali e più dannose obiezioni che riaffiorano nel periodico riaccendersi del dibattito sul celibato sacerdotale. Eppure, niente di questo ha reale fondamento, sia che si guardi ai documenti del concilio Vaticano II, sia che ci si soffermi sul magistero pontificio. Il celibato è un dono del Signore che il sacerdote è chiamato liberamente ad accogliere e a vivere in pienezza.

Se infatti si esaminano i testi, si nota innanzitutto la radicale continuità tra il magistero che ha preceduto il concilio e quello successivo. Pur con accenti talora sensibilmente differenti, l’insegnamento papale degli ultimi decenni, da Pio XI a Benedetto XVI, è concorde nel fondare il celibato sulla realtà teologica del sacerdozio ministeriale, sulla configurazione ontologica e sacramentale al Signore, sulla partecipazione al suo unico sacerdozio e sulla imitatio Christi che esso implica. Solo, dunque, una scorretta ermeneutica dei testi del Vaticano II – a cominciare dalla Presbyterorum ordinis – potrebbe condurre a vedere nel celibato un residuo del passato di cui liberarsi. E una tale posizione, oltre che errata storicamente, teologicamente e dottrinalmente, è anche dannosa sotto il profilo spirituale, pastorale, missionario e vocazionale.

Alla luce del magistero pontificio bisogna anche superare la riduzione, in taluni ambienti molto diffusa, del celibato a mera legge ecclesiastica. Esso, infatti, è una legge solo perché è un’esigenza intrinseca del sacerdozio e della configurazione a Cristo che il sacramento dell’Ordine determina. In tale senso la formazione al celibato, oltre ogni altro aspetto umano e spirituale, deve includere una solida dimensione dottrinale, poiché non si può vivere ciò di cui non si comprende la ragione.

In ogni caso, il dibattito sul celibato, che periodicamente nei secoli si è riacceso, certamente non favorisce la serenità delle giovani generazioni nel comprendere un dato così determinante della vita sacerdotale.

Giovanni Paolo II nella Pastores dabo vobis (n. 29), riportando il voto dell’assemblea sinodale, afferma: “Il Sinodo non vuole lasciare nessun dubbio nella mente di tutti sulla ferma volontà della Chiesa di mantenere la legge che esige il celibato liberamente scelto e perpetuo per i candidati all’Ordinazione sacerdotale nel Rito latino. Il Sinodo sollecita che il celibato sia presentato e spiegato nella sua piena ricchezza biblica, teologica e spirituale, come dono prezioso dato da Dio alla sua Chiesa e come segno del Regno che non è di questo mondo, segno dell’amore di Dio verso questo mondo nonché dell’amore indiviso del sacerdote verso Dio e il Popolo di Dio”.

Il celibato è questione di radicalismo evangelico. Povertà, castità e obbedienza non sono consigli riservati in modo esclusivo ai religiosi. Sono virtù da vivere con intensa passione missionaria. Non possiamo abbassare il livello della formazione e, di fatto, della proposta di fede. Non possiamo deludere il popolo santo di Dio, che attende pastori santi come il curato d’Ars. Dobbiamo essere radicali nella sequela Christi senza temere il calo del numero dei chierici. Infatti, tale numero decresce quando si abbassa la temperatura della fede, perché le vocazioni sono “affare” divino e non umano. Esse seguono la logica divina che è stoltezza agli occhi umani.

Mi rendo conto, ovviamente, che in un mondo secolarizzato è sempre più difficile comprendere le ragioni del celibato. Ma dobbiamo avere il coraggio, come Chiesa, di domandarci se intendiamo rassegnarci a una tale situazione, accettando come ineluttabile la progressiva secolarizzazione delle società e delle culture, o se siamo pronti a un’opera di profonda e reale nuova evangelizzazione, al servizio del Vangelo e, perciò, della verità sull’uomo. Ritengo, in tal senso, che il motivato sostegno al celibato e la sua adeguata valorizzazione nella Chiesa e nel mondo possano rappresentare alcune tra le vie più efficaci per superare la secolarizzazione.

La radice teologica del celibato, dunque, è da rintracciare nella nuova identità che viene donata a colui che è insignito del sacramento dell’Ordine. La centralità della dimensione ontologica e sacramentale e la conseguente strutturale dimensione eucaristica del sacerdozio rappresentano gli ambiti di comprensione, sviluppo e fedeltà esistenziale al celibato. La questione, allora, riguarda la qualità della fede. Una comunità che non avesse in grande stima il celibato, quale attesa del Regno o quale tensione eucaristica potrebbe vivere?

Non dobbiamo allora lasciarci condizionare o intimidire da chi non comprende il celibato e vorrebbe modificare la disciplina ecclesiastica, almeno aprendo delle fessure. Al contrario, dobbiamo recuperare la motivata consapevolezza che il nostro celibato sfida la mentalità del mondo, mettendo in crisi il suo secolarismo e il suo agnosticismo e gridando, nei secoli, che Dio c’è ed è presente.

Tuesday 22 March 2011

L’orso del Papa

Alla dedicazione della parrocchia romana di San Corbiniano — una liturgia esemplare per la cura e la partecipazione dei fedeli, tra i quali tantissimi bambini — erano presenti ben tre successori del fondatore della diocesi di Frisinga: oltre a Joseph Ratzinger, oggi Papa con il nome di Benedetto XVI, i cardinali Friedrich Wetter e Reinhard Marx. Un fatto eccezionale, che il parroco ha sottolineato nel suo caloroso saluto iniziale.

Nell’omelia il vescovo di Roma, successore del primo degli apostoli, ha improvvisato una breve riflessione su questo monaco francese attratto dalla vita contemplativa che scese a Roma per fondarvi un monastero. Ma qui la sua vita cambiò in modo inatteso: il Papa lo ordinò vescovo per la Baviera, dove la popolazione «voleva farsi cristiana, ma mancava gente colta, mancavano sacerdoti per annunciare il Vangelo».

Una scelta, quella di Gregorio ii, che si rivelò di universalità — il santo infatti «collega la Francia, la Germania, Roma», ha sottolineato il Papa — e nello stesso tempo di unità: Corbiniano ci dice che «la Chiesa è fondata su Pietro» e che era la stessa «come oggi». Per una ragione molto semplice: Cristo è lo stesso, «la Verità, sempre antica e sempre nuova, attualissima, presente, e apre la chiave per il futuro».

Parlando ai fedeli Benedetto XVI ha accennato all’orso che ha scelto di collocare nel suo stemma, episcopale e poi papale. Joseph Ratzinger ne aveva scritto per la prima volta nel libro autobiografico, tanto piccolo quanto prezioso, che pubblicò nel suo settantesimo anno e dove raccolse i suoi ricordi sino alla consacrazione episcopale. Raccontando come all’animale che aveva sbranato il cavallo di Corbiniano, in viaggio per Roma, fu imposto dal monaco di portare il suo fardello.

Ratzinger, sulla traccia del prediletto Agostino, spiegava che quel peso — il carico episcopale di chi «tira il carro di Dio in questo mondo» — venne imposto a Corbiniano e al vescovo africano, attratti entrambi dalla contemplazione e dallo studio. «Ma proprio in questo modo io ti sono vicino, ti servo, tu mi hai nella mano», concludeva il cardinale ormai a Roma. Affidandosi all’unico Signore, come ogni giorno fa Benedetto XVI. Che resta sempre affezionatissimo al suo orso.

g. m. v.