Sunday 01 May 2016

IL FILOSOFO AMICO DI RATZINGER AMMONISCE BERGOGLIO: VAI CONTRO LA LEGGE DI DIO E RISCHI DI PROVOCARE UN TRAGICO SCISMA

Sui giornali conformisti e nei salotti Tv imperversano sempre gli adulatori del papa argentino, ma nel mondo del pensiero (sia cattolico che laico) si stanno alzando ora voci sconcertate: sia per la demolizione bergogliana del cattolicesimo, sia per la devastante ideologia politica del papa peronista e noglobal (l’Economist lo ha assimilato addirittura a Lenin per la sua idea della guerra mondiale come prodotto di capitalismo e imperialismo).

Dirompente in questi giorni è stato il più importante filosofo cattolico vivente, Robert Spaemann, amico personale di Joseph Ratzinger e docente di filosofia all’università di Monaco di Baviera.

FUORI DALL’ORTODOSSIA

Spaemann, a Catholic News Agency, ha dichiarato che, nell’Amoris laetitia di Bergoglio, c’è una rottura rispetto a tutto il magistero della Chiesa: “Che si tratti di una rottura è qualcosa che risulta evidente a qualunque persona capace di pensare che legga i testi in questione”.

Ma “rompere”, cioè deviare dal magistero di sempre, per la Chiesa, è gravissimo perché nessun papa ne ha il potere: egli deve essere il custode, non il demolitore della legge di Dio e del “depositum fidei”.

Spaemann, davanti ai sofismi di Bergoglio, è sarcastico: “se si tratta di relazioni sessuali che contraddicono oggettivamente l’ordinamento di vita cristiano, allora vorrei davvero sapere dal papa dopo quanto tempo e in quali circostanze una condotta oggettivamente peccaminosa si muta in una condotta gradita a Dio”.

Il testo bergogliano – spiega Spaemann – è improntato alla cosiddetta “etica della situazione” e, come Pio XII, “Giovanni Paolo II ha ricusato l’etica della situazione e l’ha condannata nella sua enciclica ‘Veritatis splendor’ ”.

La vera misericordia, precisa Spaemann, è quella che Giovanni Paolo II pose “a tema del proprio pontificato. È lui il suo interprete autentico”.

Per la Chiesa le conseguenze del papato bergogliano, sono devastanti: “Ci si deve aspettare una spinta secolarizzatrice e un ulteriore regresso del numero dei sacerdoti… Il caos” aggiunge Spaemann “è stato eretto a principio con un tratto di penna. Il papa avrebbe dovuto sapere che con un tale passo spacca la Chiesa e la porta verso uno scisma. Questo scisma non risiederebbe alla periferia, ma nel cuore stesso della Chiesa”.

La conclusione di Spaemann è drammatica:

“(Adesso) ogni singolo cardinale, ma anche ogni vescovo e sacerdote è chiamato a difendere nel proprio ambito di competenza l’ordinamento sacramentale cattolico e a professarlo pubblicamente. Se il papa non è disposto a introdurre delle correzioni, toccherà al pontificato successivo rimettere le cose a posto ufficialmente”.

Parole che ricordano il caso di papa Onorio (VII secolo) che, per molto meno, fu condannato dal III Concilio ecumenico di Costantinopoli e dai suoi successori.

Di certo il giudizio di Spaemann (che in precedenza aveva definito “autocratico” il sistema di governo del papa sudamericano) è condiviso da molti vescovi e cardinali che in maggioranza avevano bloccato la rivoluzione bergogliana al Concistoro e nei Sinodi del 2014 e del 2015.

Il loro sconcertato silenzio, dopo l’uscita dell’Amoris laetitia, sta diventando assai fragoroso. Spaemann ha svelato cosa pensano. E’ plausibile ritenere che ne abbia parlato pure con l’amico Joseph Ratzinger.

DISASTRO EMIGRAZIONE

Nei giorni scorsi un altro autorevole studioso, Paul Collier, docente di Economia e Politiche pubbliche a Oxford, ma soprattutto autore di “Exodus”, lo studio ritenuto fondamentale sul fenomeno migratorio, è intervenuto sul Catholic Herald bocciando la demagogia bergogliana sull’emigrazione.

Anzitutto ha spiegato che la retorica delle porte aperte ha danneggiato proprio i Paesi sofferenti da cui partono profughi e migranti, perché li ha privati delle energie migliori per la ricostruzione.

Poi ha osservato che – essendo limitate le risorse – gli Stati europei (e soprattutto le élites) non hanno il diritto di spalancare le frontiere a milioni di stranieri bisognosi sacrificando così gli interessi dei poveri d’Europa, magari tacciandoli pure di razzismo.

Del resto le frontiere degli stati nazionali “non sono abomini morali”. Sono la protezione della vita pacifica di una comunità.

REQUISITORIA

Più drastico in Italia è stato l’economista e scrittore Geminello Alvi secondo cui Bergoglio ha messo “il cattolicesimo ormai in liquidazione”, sta favorendo una “scriteriata” immigrazione (i gesuiti fanno i “filantropi coi soldi altrui”) ed è una “disgrazia quotidiana” per i suoi continui interventi su tutto (pure sulla paga degli statali).

Il papa argentino crede che il “peccato originale” sia l’economia, secondo Alvi, che alla fine lo paragona al “papa che profittò della rinuncia di Celestino”, quel Bonifacio VIII detestato (e messo all’inferno) da Dante: “anche quello” dice Alvi “era papato doppio, in condominio, d’elezione assai dubbia come risulta il suo”.

L’economista, che è un erudito, osserva che Bonifacio VIII portò al “crollo del papato e alla decadenza di Roma”, facendo intuire che simile sarà l’esito del papato di Bergoglio, che Alvi definisce “uomo di parte, tramite goffo di un disastro altrove voluto”.

POPULISTA ANTILIBERALE

E’ appena uscito poi il saggio di Loris Zanatta, storico delle relazioni internazionali nell’America latina all’ateneo bolognese. E’ interessante che sia stato pubblicato dal “Mulino”, tempio del mondo prodiano, cattoprogressista e laico di sinistra.

Zanatta afferma che il pensiero “peronista” di Bergoglio è tecnicamente definibile “populismo antiliberale”.

La sua ideologia è centrata sul “pueblo”, il popolo povero (di cui è simbolo il migrante), che sarebbe – nell’immaginario di Bergoglio – il romantico ricettacolo di tutte le virtù, all’opposto del ceto medio e degli altri ceti che hanno a che fare con il satanico denaro.

Naturalmente il semplicismo bergogliano è pieno di contraddizioni perché da questa visione deriverebbe che è un male liberare i popoli dalla povertà (la quale virtuosa povertà, peraltro, secondo Bergoglio, è pure la causa del terrorismo, cosa ben poco virtuosa).

Ma questo semplicismo ideologico permette al papa di accusare l’Occidente di essere un’“economia che uccide”, mentre nulla ha da obiettare sui sanguinari regimi comunisti di Cuba, Corea del Nord e Cina (ai cui tiranni anzi ha rivolto parole affettuosissime).

Bergoglio preferisce il “pueblo”, tutto ideologico, rappresentato dal Centro sociale Leoncavallo (che ha ricevuto), al concreto popolo cristiano del Family day (a cui ha chiuso le porte).

La visione bergogliana di economia ed ecologia è tutta ideologica.

FUORI DAL CATTOLICESIMO

Ma Flavio Cuniberto, docente alla facoltà di filosofia dell’università di Perugia, nel pamphlet “Madonna povertà”, mostra pure l’altra faccia teologica di questa ideologia.

Infatti Bergoglio stesso ha dichiarato: “La parola ‘popolo’ non è una categoria logica, è una categoria mistica”. Esso finisce per sostituire la Chiesa come Corpo mistico di Cristo.

Per questo nella settimana santa, invece di parlare della Passione di Gesù, ha parlato ogni giorno della passione dei migranti.

E il giovedì santo invece di parlare dell’Eucaristia (adorandola) e della sua istituzione nell’ultima cena, ha lavato i piedi ad alcuni migranti (anche musulmani e indù) e ha venerato loro.

Per questo, definendo a quale condizione si può ricevere degnamente la comunione, nell’Amoris laetitia (n. 186), non scrive: “quando si è in grazia di Dio, senza peccati mortali”. Ma: se si professa la religione del “pueblo”, dei migranti, la teologia pauperista.

Bergoglio stravolge le Sacre Scritture, spiega Cuniberto, fino a sostituire il peccato originale (come causa della decadenza del creato) con gli egoismi capitalistici che inquinano l’ambiente. Il peccato non è più l’adulterio, l’ateismo o la miscredenza, ma l’uso di bicchieri di plastica e condizionatori d’aria.

Per Cuniberto è una “rifondazione del cristianesimo”, in chiave new age, senza la croce di Cristo. Cioè l’affondamento del cattolicesimo. Nel ridicolo.

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Antonio Socci

Da “Libero”, 1 maggio 2016

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Saturday 30 April 2016

Aleppo muore, la storia chiederà conto

Più volte, dal 2014, abbiamo lanciato un appello per Aleppo: per salvare la città, costituire attorno ad essa una zona di non combattimento, soccorrere la popolazione. Gli appelli, nonostante il sostegno di tanti uomini e donne di buona volontà, sono caduti nel vuoto tra i combattenti sul terreno e nella comunità internazionale. Si sarebbe potuta creare una “città aperta”, preservando un ambiente unico dal punto di vista storico e umano.

Non è successo niente. Non interessava fermare tanta distruzione. Così Aleppo è stata demolita pezzo dopo pezzo, mentre la sua gente era sottoposta a un logorante assedio e alla brutalità della guerra. E la follia continua.

Le rovine che continuano ad accumularsi ad Aleppo sono il monumento vivente di una guerra assurda. La comunità internazionale si è persa in una fitta trama di giochi e veti incrociati. Intanto, si demoliva la civiltà del vivere insieme che, pur tra difficoltà, aveva reso Aleppo una testimonianza pacifica in tutto il Medio Oriente. La sua grande e varia comunità cristiana prendeva in buona parte la via dell’esilio.

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Lo storico Andrea Riccardi

Il paradosso oggi è che, mentre in Siria vige una fragile tregua (con tante infrazioni), ad Aleppo si muore per la guerra. Anzi la città è nel cuore del conflitto. È l’ultima beffa di una storia lunga e dolorosa dal 2012. Nell’ultima settimana si calcola che siano morte almeno duecento persone, di cui cinquanta bambini. È caduto pure l’ultimo pediatra, uno della schiera di medici coraggiosi rimasti in città. Il governo di Assad (che in passato aveva lanciato i suoi terribili barili esplosivi) bombarda i quartieri occupati dai ribelli, nel tentativo di riconquistarli per operare una ricongiunzione con la parte della città, finora rimasta nelle sue mani, dove vivono anche i restanti cristiani. Pure quest’area viene di nuovo colpita dai ribelli, dopo un breve periodo di tranquillità. La battaglia di Aleppo continua in una città in cui restano più rovine che edifici in piedi. È ora di fermarla!

Il canale di comunicazione tra Stati Uniti e Russia, finalmente, ha mostrato di funzionare nella decisione della tregua nel resto della Siria. Ora si deve salvare quel che resta di Aleppo. La guerra non può più continuare in questa città martire. Quando cadrà il fragile muro di divisione tra le due parti, quella controllata dai governativi e quella dei ribelli, come potranno gli aleppini riprendere a vivere insieme? Come vivranno insieme musulmani e cristiani? Infatti, tanto odio è stato seminato. Tanta gente è morta e sparita. Sono scomparsi nel nulla il vescovo siro-ortodosso Gregorios Ibrahim e quello greco-ortodosso Paul Yazigi, rapiti proprio tre anni fa. La Chiesa di Aleppo, vedova di suoi due vescovi, è come le tante famiglie della città che hanno perso un padre, una madre, un parente e ben più di uno.

Aleppo merita subito la pace. È dimostrato che politicamente si può fare molto per fermare la lotta armata. Perché non farlo per Aleppo? Non si possono perdere settimane assistendo a questa crudele distruzione. Stati Uniti e Russia devono compiere un passo deciso. Il governo di Assad deve fermarsi, se mira a recuperare un po’ di credibilità al cospetto del mondo. La storia chiederà conto di tanti morti e di tante distruzioni. E, purtroppo, quel mondo di convivenza non si ricreerà facilmente. Bisogna fermarsi finché ci sono ancora un po’ di speranza e di vita ad Aleppo.

Saturday 30 April 2016 18:29

Primo Maggio, per il lavoro non «decimali» ma politica intera

Caro direttore,
da Genova, da tante piazze italiane, dal nord al sud del nostro Paese, il sindacato in occasione di questo Primo Maggio farà sentire la sua voce per ribadire che una vera Europa unita e democratica si costruisce con il lavoro, lo sviluppo e la solidarietà. Il lavoro tiene assieme la storia di diverse generazioni, accomuna le aree dell’Europa e del nostro Paese, al di là del colore della pelle, della religione, della cultura. Per questo oggi diciamo con forza basta con le politiche di rigore che hanno fatto aumentare l’area della disoccupazione, della povertà, delle diseguaglianze sociali.

Non è sufficiente qualche decimale in più di “flessibilità” nei conti come si appresta a ottenere il nostro Governo. Occorre battersi per riscrivere un nuovo “Statuto” economico europeo puntando sulla crescita, sugli investimenti e sulla centralità del lavoro. Abbiamo bisogno di incentivare la creazione di nuove infrastrutture, con più innovazione, ricerca, formazione. Parliamo di energia pulita, trasporti, banda larga, opere di bonifica del territorio. L’Italia deve recuperare 25 punti di produzione industriale che sono andati perduti in questa lunga crisi. Quanti anni ci vorranno con i livelli attuali, così bassi e modesti, di crescita del Pil? Lavoro, tasse più basse, nuovi investimenti e riforme istituzionali devono arrivare insieme. Non ci può essere un prima e un dopo. E il problema della disoccupazione è la grande sfida cui tutti dobbiamo saper rispondere, con grande concretezza.
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Annamaria Furlan

In Italia purtroppo quattro giovani su dieci sotto i venticinque anni sono disoccupati. Nelle regioni meridionali soltanto tre donne su dieci lavorano. Sono dati sconfortanti. C’è un evidente problema delle tecnologie che “rubano” lavoro, come sta accadendo in tutti i settori produttivi, soprattutto nelle grandi e medie imprese, cresciute di valore ma non nel numero degli addetti. Ma più in generale, siamo di fronte a grandi trasformazioni dell’economia e del mondo delle imprese, per le quali non basta la politica degli annunci o il rinvio a tempi migliori. Sindacati e imprese sono già impegnati a fornire il loro contributo rinnovando da un lato tutti i contratti ancora aperti, dall’altro lato cambiando le relazioni industriali in modo da legare gli aumenti salariali alla maggiore produttività, alla qualità, a una nuova organizzazione del lavoro, alla indispensabile partecipazione dei lavoratori alle scelte di impresa.

Questa è oggi la nostra sfida. Ma tocca al Governo Renzi accompagnare un tale percorso con un grande “patto sociale” per la crescita, coinvolgendo tutti i soggetti responsabili di fronte a obiettivi chiari, selezionati, condivisi. A partire dalla riforma della legge previdenziale, cruciale oggi non solo per le lavoratrici e i lavoratori che in molti settori non possono rimanere all’opera fino a 65-66 anni, ma anche per il destino dei nostri giovani e di tante donne disoccupate. Così come è urgente che il Governo rinnovi i contratti pubblici e della scuola bloccati da sette anni, anche qui puntando finalmente sull’innovazione, la qualità dei servizi, attraverso la valorizzazione della contrattazione di secondo livello e la partecipazione dei lavoratori. Abbiamo bisogno di un modello complessivo di sviluppo: e questo è mancato finora nell’azione del Governo Renzi, troppo solitaria e autoreferenziale. Allargare la partecipazione ai corpi sociali è oggi l’antidodo per recuperare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e anche nella politica.

Come ci ha ricordato giovedì 28 aprile il presidente della Repubblica Mattarella, dobbiamo fare ogni sforzo per combattere la corruzione e la sub-cultura del malaffare e per ridurre davvero gli sprechi che danneggiano lo sviluppo economico del nostro Paese. Anche qui, gli slogan o le promesse non servono a niente. Un Paese complesso come l’Italia non si governa a colpi di “tweet” o con la politica degli annunci. Bisogna favorire la coesione sociale, dialogando con i corpi intermedi sulle cose da cambiare, in modo che ciascuno faccia la propria parte, responsabilmente.

Ecco perché oggi da Genova, una città mercantile “simbolo” dalla grande tradizione operaia e straordinariamente operosa, e da tutte le piazze d’Italia, in occasione del Primo Maggio, il sindacato rivolgerà il suo appello alla classe dirigente italiana affinché trovi la forza per imprimere quella svolta profonda nella direzione generale della buona economia e del rispetto del “valore” del lavoro. Questo è ciò che da tempo reclamano le forze sociali e l’interesse generale del nostro Paese.
* Segretaria Generale Cisl

Saturday 30 April 2016 18:28

Tre fratelli in fuga dall'Iran. Poi la laurea

Caro direttore, 
vorrei riprendere alla provocazione lanciata dall’economista Leonardo Becchetti in un editoriale di 'Avvenire' del 12 marzo 2016, che lei ha titolato «Pregiudizio e realtà» (LEGGI) e accompagnato con l’occhiello «Migranti e noi: ciò che si dice e ciò che è». Dopo aver presentato in buon ordine i dati di carattere demografico, economico, fiscale, assistenziale, pensionistico, che smentiscono decisamente la rappresentazione propagandistica e mediatica di un’«invasione» che ci toglierebbe sicurezza, benessere e pace, Becchetti afferma che c’è bisogno, oltre ai freddi dati, che hanno poca circolazione nei discorsi da bar, di contronarrazioni e di iniziative che possano contrastare il fenomeno della paura che si autoalimenta, a prescindere dalla realtà. In questo, afferma che «la nostra cultura del fare il bene ma non dirlo, non aiuta affatto. Non si tratta di vantare quello che si fa, quanto di affrontare una missione culturale». 

Bene, provo a raccontare un’esperienza vissuta dalla mia famiglia dal 1984 al 1990, prima della 'emergenza' degli ultimi anni. Abitavamo a Milano, in Via Tadino, nella parrocchia di San Gregorio Magno. Mia moglie Bona venne a sapere dalla Caritas che due studenti iraniani di architettura, dotati di permesso di soggiorno, ma senza soldi, erano stati sfrattati dal collegio universitario e dormivano sulle panchine. Nei giorni precedenti avevamo acquistato, con mutuo, pensando al futuro di un figlio impegnato nel servizio civile, due stanze vicine al nostro appartamento 'di ringhiera'.

Ci mettemmo un paio di giorni per decidere di arredare alla meglio una stanza e di accoglierli in casa, con ingresso separato e con bagno esterno. La domenica li invitavamo a pranzo e Bona metteva a disposizione la lavatrice. Per il resto, guadagnavano qualche lira, cucendo qualche tappeto e anche cercando di vendere cartoline in corso Buenos Aires. In due o tre anni si laurearono entrambi. Il maggiore riuscì a far giungere a Milano un fratello diciottenne, dato che il clima instaurato da Khomeini era ostile nei confronti di questi giovani, di religione zoroastriana, che avevano sostenuto lo scià di Persia Reza Palhavi. Questo altro giovane si iscrisse a medicina. In sei anni imparò l’italiano e si laureò con lode. Noi, collaborando con il Centro Migranti di padre Zonta di Brescia, riuscimmo a prestargli i soldi necessari per iscriversi alla specializzazione in chirurgia plastica e ricostruttiva.

Ora dirige un reparto ospedaliero a Londra e ci ha restituito quei soldi. Il fratello maggiore è rientrato a Teheran, dove è diventato prorettore di una Università. Il terzo vende tappeti a Seregno. Una loro sorella ha sposato un ingegnere italiano e ha due figli. Noi pensavamo che se un’agenzia avesse potuto fare da mediatrice fra anziani soli, con camere vuote, e giovani immigrati bisognosi di un tetto, si sarebbero risolti molti problemi. Conservo quei pensieri da trent’anni. Perché non riprovarci, ora che siamo in emergenza?
* Emerito di Pedagogia generale nell’Università di Roma Tre

Saturday 30 April 2016 17:58

Così sta cambiando il lavoro  Tecnologia, non solo rischi

Una crisi economica che sembra non finire. Un mercato del lavoro che dà deboli segnali di ripresa mettendo però ancora ai margini i più deboli e i giovani, tanto da indurre Mario Draghi, il governatore della Banca Centrale Europea, a lanciare l’allarme di una generazione perduta. La paura, la rassegnazione e il cinismo spesso prevalgono e non aiutano a comprendere la grande trasformazione del lavoro che stiamo già vivendo. Ne subiamo, spesso mediaticamente, gli aspetti più negativi senza saperne cogliere le sfide e le grandi opportunità che ci offre. Eppure il cambiamento in atto non porta alla 'fine del lavoro' preconizzata da Rifkin oltre vent’anni fa. Basti pensare che nel decennio 2005-2015 tutta l’occupazione aggiuntiva americana è stata generata dalle cosiddette 'forme di lavoro alternative', ossia tutto ciò che non è contratto subordinato standard.

Parliamo di lavori nei servizi, proprio quei nuovi lavori che oggi ancora si faticano a definire e ad inquadrare, che vanno dal settore informatico, a quello della sicurezza, passando dagli autisti di Uber e Lyft fino ai servizi alla persona forniti però attraverso agenzie specializzate. Un dato questo che chiarisce più di ogni elucubrazione come il normale rapporto di lavoro subordinato sul quale si è costruito il modello economico e sociale del Novecento stia lentamente scomparendo.

Le cause sono molteplici e vanno dalle diverse esigenze di vita dei lavoratori contemporanei, alla necessità di maggior flessibilità nei sistemi produttivi. Il secondo dato, per restare negli Usa, è che dal 1950 ad oggi siamo passati dal 24% di lavoratori nell’industria all’8,5%. Nello stesso periodo sono cresciuti gli utili ed è cresciuta la produttività. Questo, in parole povere, significa che oggi per produrre gli stessi beni di 60 anni fa abbiamo bisogno di un terzo dei lavoratori. Ma la transizione in atto, soprattutto in Germania, verso la nuova fabbrica intelligente, con la nascita di nuove figure professionali e nuovi lavori, ci porta a dire che siamo anche in questo campo di fronte ad un cambiamento, non all’ultima tappa.

Questi dati si innestano su fattori demografici e inefficienze strutturali nel mercato del lavoro, nella formazione, nella scuola, nell’università con particolare riguardo alla ricerca, nella composizione dei servizi creditizi e finanziari all’impresa, che collocano l’Italia in una posizione di particolare debolezza nel nuovo scenario di marcato dinamismo e 'agilità' che pure dovrebbe essere propizio alle dimensioni delle nostre imprese e ai caratteri originali dei nostri lavoratori e imprenditori. Le tecnologie digitali cambiano l’organizzazione della produzione di beni e servizi e, in conseguenza, il lavoro, con caratteristiche di velocità e imprevedibilità che non hanno precedenti. Vengono progressivamente abbandonati i modelli organizzativi verticali fondati sulla esecuzione di ordini gerarchicamente impartiti e sul relativo potere di controllo; si affermano relazioni lavorative orizzontali che lasciano spazio alla creatività e alla responsabilità; il lavoro si realizza per cicli, per fasi o per obiettivi; cambia radicalmente il concetto di inquadramento e di mansione staticamente inteso; si smaterializza la postazione fissa, l’orario di lavoro diventa flessibile e talora autogestito; la retribuzione viene definita in modo crescente per risultati. Questi tumultuosi cambiamenti, che incidono su imprese e lavoro, non sono solo di tipo economico.

Stili di vita, preferenze, esigenze personali e professionali sono in rapida evoluzione. Non più un posto di lavoro per tutta la vita, ma neanche un unico luogo di lavoro durante lo stesso rapporto di lavoro, e neppure un orario fisso. La mobilità e il cambiamento di occupazione non sono più visti in negativo ma anche come un passaggio spesso obbligato per acquisire nuove e maggiori competenze. Le tecnologie di nuova generazione non sono altro, in questa dimensione, che uno strumento funzionale a questi profondi mutamenti sociali e culturali aprendo nuove opportunità professionali e occupazionali. L’agilità insomma diventa una caratteristica pervasiva della vita e in essa delle prestazioni lavorative; non si risolve nel solo lavoro a distanza o nel solo incremento della produttività indotto dal risparmio di tempo. Si tratta quindi non di fissare i cambiamenti immaginando di codificarli in nuove norme, destinate ad essere sempre incapaci di comprendere una realtà dalle molte sfaccettature e in rapido divenire, ma di individuare strumenti duttili, utili ad accompagnare l’impiego delle tecnologie in modo che esprimano tutti i vantaggi potenziali per i lavoratori e per le imprese.

In una situazione così complessa sembrano due le strade da percorrere parallelamente. Da un lato limitare un certo allarmismo che, come i lavoratori luddisti che nell’Ottocento distruggevano le macchine, identifica tutto ciò che è cambiamento unicamente come un potenziale rischio e mai come una opportunità. Terrorizzare i giovani, dipingendo un futuro grigio e senza lavoro non solo è pericoloso ma è anche anti-storico. Nessun lavoratore agricolo di due secoli fa avrebbe potuto immaginare che la sua professione poteva scomparire quasi totalmente senza che i tassi di occupazione calassero drasticamente come è accaduto, per poi rinascere sotto nuove forme sicuramente meno pesanti e faticose e anzi in linea con le istanze di sostenibilità di cui parla Papa Francesco. La seconda strada è quella di imparare ad osservare la realtà del mondo del lavoro. È un appello fatto più volte ma sempre meno ascoltato.

Esistono invece dati, esperienze in atto, sperimentazioni, nuovi modelli che possono servire da base empirica per un dibattito serio, anche in chiave di riforme politico-economiche. Per costruire insieme a chi già ci sta provando una visione per il futuro, partendo non da immagini che mai come oggi sono fumose e mutevoli, ma da quello che già c’è. Occorre ripartire quindi da quel 'fare insieme' al quale il Pontefice ha richiamato tutti poche settimane fa, una dimensione collettiva e comunitaria della quale oggi abbiamo più bisogno che mai. A partire dal rapporto tra lavoratori, tra lavoro e impresa, tra impresa e istituzioni, riscoprendo l’esistenza di tessuti sociali, corpi intermedi, rappresentanza che vivono oggi una crisi che non basta a sancirne l’inutilità.

Saturday 30 April 2016 16:55

Primo maggio: il lavoro, i suoi non-luoghi, il valore

Una grande utopia del nostro capitalismo è la costruzione di una società dove non ci sia più bisogno del lavoro umano. C’è sempre stata un’anima dell’economia che ha sognato imprese e mercati "perfetti" al punto da poter fare a meno degli esseri umani. Gestire e controllare uomini e donne è molto più difficile che gestire docili macchine e ubbidienti algoritmi.

Le persone concrete attraversano crisi, protestano, entrano in conflitto tra di loro, fanno sempre cose diverse da quelle che dovrebbero fare secondo i mansionari, spesso le fanno migliori. Perché siamo semplicemente liberi, esseri spirituali, e quindi sempre eccedenti rispetto ai compiti, ai contratti, agli incentivi. Il mercato veramente perfetto sarebbe allora quel sistema di tecniche, controlli, incentivi, strumenti, finalmente capace di garantire la massima efficienza e la massima produzione di ricchezza, riducendo fino ad eliminare la presenza umana dalle nuove città della nuova economia.

Oggi, grazie ai traguardi straordinari raggiunti dall’automazione e dalla digitalizzazione, quell’antica utopia rischia seriamente di avverarsi. Se, infatti, guardiamo bene al clima che si respira dentro le grandi imprese, ci possiamo accorgere che l’obiettivo che si cela dietro la retorica di una certa cultura manageriale (che afferma esattamente l’opposto) è la standardizzazione, la prevedibilità e la formattazione dei comportamenti dei lavoratori, per depotenziarne quella carica di libertà che non può rientrare nella razionalità della tecnica. Si vorrebbero prestazioni lavorative senza i lavoratori, lavoro senza persone, estraendo dall’azione umana solo la sua componente perfettamente orientata agli obiettivi della proprietà. Ridotta alla sua essenza più nuda, è questa la natura della sempre più sofisticata ideologia dell’incentivo, che è la nuova religione del capitalismo post-moderno.

Ma quando il lavoro viene ridotto a tecnica e prestazione, quando le organizzazioni diventano così razionali da "costruire" lavoratori che imitano la logica delle macchine, non resta più nulla di quell’attività antropologica primaria che è il lavoro umano, e del suo mistero. E se gli uomini e le donne perdono la loro capacità di lavorare perdono molto, troppo, quasi tutto della loro dignità, del loro essere stati fatti "poco meno di Elohim" (Salmo 8). La realizzazione dell’utopia del lavoro-senza-umani sarebbe allora soltanto l’attualizzazione della perfetta disumanizzazione della vita in comune. E per continuare a vivere, saremmo costretti ad emigrare in massa verso altri terre e altri pianeti dove sia ancora possibile lavorare veramente. Questa festa del lavoro può essere allora un momento propizio per ricordarci e ricordare che cosa sono il lavoro e i lavoratori.

Dovremmo ricordarci, ad esempio, che se vogliamo conoscere veramente una persona dobbiamo guardarla mentre lavora. È lì che si rivela con tutta la sua umanità, è lì che si trovano la sua ambivalenza, i suoi limiti ma anche, e soprattutto, la sua capacità di dono e di eccedenza. Possiamo far festa insieme, uscire a cena, giocare a calcetto con gli amici, ma niente come il lavoro è una finestra antropologica e spirituale che ci svela chi ci sta vicino. Non è raro che pensavamo di conoscere un amico, un genitore, un figlio, finché un giorno ci capita di vederlo lavorare e improvvisamente scopriamo di non averlo mai conosciuto veramente, perché ci era rimasta velata una dimensione essenziale della sua persona, che ci si è aperta solo mentre lo guardavamo lavorare: mentre ripara un’auto, pulisce un bagno, fa una lezione, prepara un pranzo.

Siamo tutti noi presenti nella mano che stringe la vite, nella penna che scrive, nello straccio che asciuga: è qui che incontriamo l’umanità nostra e quella degli altri. E, quasi sempre, nasce una nuova stima e una nuova gratitudine per il lavoro che vediamo e scopriamo come dono. Poche realtà danno gioia più del lavoro ben fatto, e quindi pochissime cose (se ce ne sono) danno più infelicità di lavorare male, anche quando non riusciamo a fare diversamente. Siamo diventati grandi guardando i grandi lavorare.

Ho "conosciuto" mio nonno Domenico quando, bambino, l’ho visto nella sua officina costruire con le sue mani un banchetto, per me. Solo lì ho capito cosa fossero veramente le sue grandi mani callose e sapienti, e a partire da lì l’ho conosciuto. Di lui mi resta oggi solo quel banchetto, custodito nel mio studio accanto ai libri, e in quei legni non manca nulla della sua anima, perché un giorno l’ho vista incarnarsi in quell’oggetto, costruito come dono, per me. Una grave forma di povertà dei nostri bambini è non poter guardare più il lavoro degli adulti, perché troppi lavori stanno diventando astratti, invisibili, confinati in non-luoghi lontani e inaccessibili, soprattutto ai bambini e ai giovani. Quale lavoro potranno creare domani se oggi vivono immersi in mille spettacoli, ma privati dello spettacolo del lavorare, il più grande della terra?

Un dono grande per i figli è dare loro la possibilità di vedere il lavoro vero e concreto, e da lì iniziare a vedere il mondo. Ci sono poche esperienze umane e spirituali più vere di passare per le città e guardare la gente mentre lavora. Non c’è allora modo migliore di festeggiare il lavoro che tornare a guardarlo, vederlo, riconoscerlo, e poi ritornare riconoscenti. È la nostra stima, personale e collettiva, per il lavoro e per i lavoratori la prima e vera riforma di cui ha bisogno il mondo del lavoro. E magari, in questo giorno di non-lavoro, torniamo a leggere qualche pagina sul lavoro dei classici della tradizione civile italiana: «Non v'è lavoro, non v'è capitale - ha scritto Carlo Cattaneo - che non cominci con un atto d'intelligenza. Prima d'ogni lavoro, prima d'ogni capitale è l'intelligenza che comincia l'opera, e imprime in essa per la prima volta il carattere di ricchezza»..

Saturday 30 April 2016 08:34

Una carezza a te, sfortunata Fortuna

Ventiquattro giugno di due anni fa. Una orribile tragedia sconvolge il  Parco verde, quartiere povero e degradato di Caivano. Quartiere nel quale, con gioia, esercito la mia missione di parroco. Fortuna Loffredo, una dolcissima bambina di sei anni, precipita dallo stesso palazzo dal quale, un anno prima, era precipitato e morto Antonio Giglio, suo amichetto di quattro anni. 

L’angoscia è destinata a crescere quando l’autopsia rivelerà che la piccola aveva già subito ripetuti abusi sessuali. La caduta era da mettere il relazione alle violenze? Il pedofilo si era trasformato in assassino? E chi era? La gente cominciò a guardarsi con sospetto. Tutti dubitavano di tutti. Anche certa stampa non ci rese, allora, un buon servizio. Ci fu chi - con una superficialità che sgomenta – mise in relazione povertà e pedofilia. E poiché la verità tardava ad arrivare, gli abitanti del rione vennero da qualcuno tacciati di omertà. Non sempre, purtroppo, il bene delle persone e l’amore per la verità hanno la precedenza.  Chi avrebbe dovuto difendere gli innocenti che con quegli scempi non c’entravano niente? Chi doveva farsi carico della loro sofferenza? Compresi che quel compito toccava a me. Anche a costo di essere frainteso. Il pastore non abbandona le pecore in balia dei lupi.

Fin dal giorno del funerale, durante l’omelia, avevo gridato: «Chi sa parli. È nostro dovere. Non rendiamoci complici del male… ». Ma anche avevo aggiunto: «Chi non sa, taccia. Non dica cose insensate. Non gettiamo inutili croci addosso a qualche innocente, povero e disoccupato, che non potrà nemmeno permettersi un avvocato… ».

La verità, non una qualche “verità”. In questi due lunghi anni, Fortuna, anche grazie a programmi televisi intelligenti e seri, è entrata in tante case. Nel cuore di tanta gente. Quel volto piccolo, incorniciato dai lunghi capelli biondi, è diventato caro e familiare agli italiani. Un anno dopo la tragedia, la parrocchia con a capo il vescovo di Aversa, la scuola, gli abitanti del Parco verde sfilarono per le strade. Bambini e adulti, mamme e ragazzine indossarono magliette con impresso il volto di Fortuna e la scritta “Vogliamo giustizia”. Non sempre abbiamo creduto che si arrivasse alla verità. E il pensiero che il pedofilo – o i pedofili? – fosse ancora in libertà ci toglieva la pace e la serenità. 

Mimma, la mamma di Fortuna, intanto, con i suoi bambini era scappata via da Caivano ed aveva trovato riparo al Nord. Oggi, quasi inaspettata, è arrivata la notizia tanto attesa. Per l’omicidio di Fortuna è ritenuto responsabile  Raimondo Caputo, compagno di Marianna Fabozzi, mamma del piccolo Antonio Giglio. Marianna fu l’ultima persona a vedere in vita Fortuna prima che fosse ritrovata senza vita sul selciato. Gli inquirenti hanno sempre avuto gli occhi fissi su quella famiglia. Sei mesi fa Raimondo Caputo fu arrestato per violenza sulla loro piccola di tre anni appena. Storie di una tristezza infinita.

“Giustizia è fatta”, grida qualcuno. Invece no. Per questi orripilanti crimini nessuno mai sarà in grado di fare giustizia. Per chi ha il dono della fede, sapere che Fortuna e Antonio stiano giocando oggi con i più begli angeli del paradiso è di grande conforto. Resta però il misfatto. Resta il dramma immenso della pedofilia. Un dramma sottovalutato. Mai affrontato con la dovuta scientificità, serietà e severità. Dramma di cui si parla solo a scempi già avvenuti. A danni già compiuti.  I bambini vanno difesi, salvaguardati, tutelati. Per farlo occorre arrivare prima. Ben magra consolazione sarà l’arresto del pedofilo. I bambini non si toccano. Vanno messi al centro della nostra riflessione e delle nostre scelte. La pedofilia è trasversale tra le fasce ricche e quelle povere. Tra persone colte e ignoranti. Ogni generalizzazione è falsa e pericolosa. E rischia di diventare un regalo ai colpevoli. 

La mia parrocchia tira oggi un gran respiro di sollievo. Individuato il reo, gli abitanti possono continuare a camminare a testa alta. E a pretendere il rispetto dovuto a tutti. Il pensiero corre, oltre alla famiglia Loffredo, anche a quella di Raimondo. Ai suoi bambini ospitati in casa famiglia. 

Una carezza particolare, però, è riservata a te, piccola Fortuna sfortunata. Che la tua morte non sia vana. Che, anche grazie al tuo sacrificio, nessun bambino più abbia a soffrire e a morire .

Saturday 30 April 2016 06:57

Due errori da non fare

Monitorare costantemente i fenomeni è un bene, ma osservarli in un intervallo di tempo breve, traendone conclusioni definitive, è del tutto fuorviante. È ciò che accade da qualche tempo con i dati sull’occupazione.

Durante la lunga crisi si è passati da una rilevazione trimestrale a una mensile da parte dell’Istat e, contemporaneamente, sia il ministero del Lavoro sia l’Inps hanno cominciato a diffondere ogni 30 giorni le registrazioni dei diversi rapporti di lavoro accesi e cessati. Una bulimia di dati che ha creato spesso distorsioni nella percezione dello stato di salute effettivo del mercato del lavoro.

Emblematico ciò che è accaduto con la rilevazione su «occupati e disoccupati» pubblicata ieri dall’istituto di statistica. A marzo gli occupati sono aumentati di 90mila unità, i disoccupati calati di 63mila, mentre il tasso di disoccupazione è diminuito all’11,4%, il livello più basso dal 2012 (e quasi il doppio del 6% di prima della recessione). Abbastanza per far esultare il fronte governativo: «L’Italia riparte, il Jobs act funziona». Ma in realtà ancora non abbastanza, come ha rimarcato il presidente del Consiglio: «Lo dico io che ho fama di essere ottimista: non basta». Se, infatti, si allarga appena l’intervallo di tempo in cui si osservano i dati, ci si accorge di come nei primi tre mesi dell’anno gli occupati aggiuntivi siano appena 17mila rispetto all’ultimo trimestre 2015 e solo 15mila i disoccupati in meno.

Insomma, abbiamo un buon risultato mensile, nulla più che una stabilità nel trimestre, un discreto miglioramento, infine, se guardiamo al dato annuale, con i suoi 263mila occupati aggiuntivi e i 274mila senza-lavoro in meno. In mezzo ci sono sottofenomeni apparentemente contraddittori – come l’aumento degli occupati ultra cinquantenni, +363mila in un anno, e la contemporanea espulsione di molti "anziani" da fabbriche e uffici – sul quale influiscono fattori demografici e cambiamenti normativi. Come pure occorre sempre tener presente che le quantità di "posti di lavoro" rilevati dall’Istat non danno conto della loro qualità. Per essere considerati occupati, infatti, è sufficiente aver svolto attività per un’ora nella settimana precedente alla rilevazione, anche solo retribuiti con uno dei 114 milioni di voucher da 10 euro che sono stati venduti lo scorso anno.

Le statistiche, dunque, funzionano (e bene) come i fotogrammi di un film, da "leggere" nel suo scorrere, senza soffermarsi troppo sulla singola inquadratura, ma badando a quanto la narrazione complessiva sviluppa. Soprattutto, cercando sempre di scorgere i veri protagonisti dietro le fredde cifre, le persone al di là delle percentuali.

È lo sforzo della Chiesa di cui dava conto ieri il cardinale Bagnasco sottolineando come «l’osservatorio delle nostre parrocchie e delle nostre comunità non registra ancora il miglioramento che tutti auspichiamo». Al di là dei numeri, sulla carne delle persone i morsi della crisi sono ancora visibili: in una famiglia perché i ragazzi non riescono a trovare che qualche tirocinio semi-gratuito, nell’altra perché la chiusura di tante piccole imprese ha lasciato a casa troppi padri 40-50enni, nell’altra ancora perché il grande cambiamento che si è innestato relega ai margini i meno preparati. Realtà dura come pietra, che i tweet di un fronte e dell’altro di polemica politica non intercettano e non scalfiscono.

C’è un duplice errore da evitare, allora. Da un lato disconoscere lo sforzo di cambiamento che è stato innestato dal governo con la (generosa) decontribuzione, il Jobs act, le riforme la cui efficacia si misura almeno su un lustro. L’aumento dei contratti a tempo indeterminato sia in numero assoluto sia in percentuale sui rapporti di lavoro complessivi testimonia che un effetto positivo, almeno finora, c’è stato.

Dall’altro lato, chiudere gli occhi di fronte alla realtà ancora assai complessa e problematica di un Paese tornato sì a crescere, ma ancora stentatamente (nell’ultimo biennio l’aumento del Pil è stato la metà di quello della Germania, un quarto della Gran Bretagna, meno di un quinto rispetto alla Spagna), per il quale, come pure ha ammesso ieri il premier, «tanto resta da fare». Resta da fare, appunto. Tutti assieme, con meno polemiche, più consapevolezza e partecipazione, come anche questo Primo maggio ci chiede. Perché sia davvero la festa dei lavoratori.

Friday 29 April 2016

L’ESEMPIO DI CATERINA, IL FUOCO DELL’AMORE DI CRISTO CHE BRUCIA NEL CUORE…

Nella memoria di santa Caterina, il 29 aprile, voglio sottolineare che questa ragazza straordinaria – che è stata proclamata Dottore della Chiesa, Patrona d’Italia, di Roma e compatrona d’Europa, era semplicemente Caterina Benincasa: quando scriveva queste lettere (andando anche di persona, a piedi, fino ad Avignone, per riportare il Papa a Roma e salvare la Chiesa) era una giovane donna analfabeta sui venti anni, di famiglia popolare, laica e terziaria domenicana.
Agli amici che la seguivano ripeteva: “Non accontentatevi delle piccole cose. Dio le vuole grandi. Se sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in tutta Italia”.
Di Caterina parlò Dio stesso alla mistica Maria Valtorta, in un dettato indirizzato a papa Pio XII: «Altri tuoi predecessori ascoltarono i miei mezzi. e se la chiesa è ancora romana è perché un Pontefice si arrese a Caterina.»

Quindi, mentre ammiriamo la fede, la carità e il coraggio di Caterina, dobbiamo ammirare anche l’umiltà di papi, vescovi e cardinali che – pur immersi in costumi corrotti – seppero ascoltare i richiami veementi di una giovane donna riconoscendo nella sua voce il richiamo di Dio stesso. Sciagurata quell’epoca in cui i Pastori della Chiesa non sanno riconoscere la voce dello Spirito e non vogliono seguirla, per obbedire invece alle potenze delle ideologie mondane.

Ed ecco le parole ardenti di Caterina che hanno cambiato la storia della Chiesa.
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“Io Catarina, serva e schiava de’ servi di Gesù Cristo, scrivo a voi nel prezioso sangue Suo; con desiderio di vedervi fondato in vero lume …
Ora è tempo vostro da sguainare questo coltello; odiare il vizio in voi e nei sudditi vostri, e nei ministri della Santa Chiesa.
In voi, dico; perché in questa vita veruno è senza peccato: e la carità si debbe prima muovere da sé, usarla prima in sé coll’affet- to delle virtù, e nel prossimo nostro.
Sicché, tagliare il vizio; e se il cuore della creatura non si può mutare, né trarlo de’ difetti suoi, se non quanto Dio nel trae, e la creatura si sforzi coll’auditorio di Dio a trarne il veleno del vizio; almeno, santissimo Padre, siano levati dalla Santità vostra il disordinato vivere e’ scelerati modi e costumi loro …
E perciò, se io parlo quello che pare che sia troppo e suoni presunzione; il dolore e l’amore mi scusi dinnazi a Dio e alla Santità vostra.
Ché, dovunque io mi volgo, non ho dove riposare il capo mio.
Se io mi volgo costì (che dove è Cristo, debbe esser vita aeterna); e io vedo che nel luogo vostro, che sete Cristo in terra, si vede l’inferno di molte iniquità, col veleno dell’amore proprio …
Riluca nel petto vostro la margarita della santa giustizia, senza veruno timore”.

(SANTA CATERINA DA SIENA, Lettera a papa Urbano VI)

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Soltanto passando attraverso il crogiolo sarete quello che dovrete essere, il dolce vicario di Cristo in Terra! … Fate dunque tutto quello che è in vostro potere acciocché non veniate ad agire secondo la volontà degli uomini, piuttosto secondo la volontà di Dio che altro non chiede, e per lo quale motivo vi ha posto a sì tanto supremo vicariato.
Ma voi avete bisogno dell’aiuto di Gesù Cristo Crocifisso e con voi i vescovi che sono chiamati a consigliarvi, perocché molti sono fra loro corrotti e neanco ferventi sacerdoti, liberatevi di costoro, ponete il vostro santo desiderio in Cristo Gesù, ripudiate i sollazzamenti del marciume della corruzione, abbiatelo a distinguere da questo: se non sapete soffrire, non siete degno!
Voi fate le veci del dolce Cristo Gesù, e come Lui dovete desi-derare soltanto il bene delle anime, dovete bere il calice dell’amarezza, dovete farvi dare il fiele.
Oh quanto sarà beata l’anima vostra e mia che io vegga voi essere cominciatore di tanto bene”.

(SANTA CATERINA DA SIENA, Lettera a papa Gregorio XI)

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“Adunque seguitate quelli veri pastori che seguitaro Cristo Crocifisso”

(SANTA CATERINA DA SIENA)

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“Aprite l’occhio e guardate la perversità della morte che è venuta nel mondo, e singularmente nel corpo della santa chiesa. oimé, scoppi lo cuore e l’anima vostra a vedere tante offese di Dio! … Ahimé, basta tacere! gridate con centomila lingue. Vedo che, per lo tacere, lo mondo è guasto, la Sposa di cristo è impallidita”.

(SANTA CATERINA DA SIENA, Lettera a un grande prelato)

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“Io, se fussi in voi, temerei che il divino giudicio venisse sopra di me”.

(SANTA CATERINA DA SIENA, Lettera a papa Gregorio XI)

Thursday 28 April 2016

L'opzione tedesca del papa argentino

Il cardinale Kasper e l'ala progressista della Chiesa di Germania hanno ottenuto ciò che volevano. Sulla comunione ai divorziati risposati Francesco è dalla loro parte. L'aveva deciso da tempo e così ha fatto

Tuesday 26 April 2016

“Perché non possiamo non dirci cristiani”

Il continuo e consistente afflusso di migranti verso lEuropa sta mettendo in crisi la politica (e non solo) dellUnione Europea:
– se spalanchiamo le porte per accettare tutti quelli che vogliono venire, ben presto saremo costretti a chiuderci in difesa della nostra sopr...

Monday 25 April 2016

Matrimonio indissolubile? Sì, ma per pochi eletti

Non solo la dottrina della Chiesa, ma le stesse parole di Gesù sul matrimonio sono ormai reinterpretate nei modi più diversi. Secondo il biblista Silvio Barbaglia, nei Vangeli l'indissolubilità assoluta vale solo per le coppie che vivono come fratello e sorella "per il regno dei cieli"

Wednesday 20 April 2016

"Il popolo, categoria mistica". La visione politica del papa sudamericano

È uscito in Argentina e in Italia un saggio del professor Zanatta sul "populismo" di Francesco. Il filo rosso che unisce la sua visita a Lesbo alla simpatia per i "movimenti popolari" anticapitalisti e no global

Monday 18 April 2016

DA FILADELFIA GRANDI SPERANZE PER I BAMBINI (E GLI ADULTI) CEREBROLESI: E’ LA FAMIGLIA LA GRANDE RISORSA

Janet Doman, è CEO degli “Institutes for the achievement of Human Potential” che, da sessant’anni, lavorano a Filadelfia ottenendo straordinari risultati nella riabilitazione delle cerebrolesioni (dalla nascita o acquisite).

 

La parola “cerebroleso” evoca una situazione terribile che, normalmente, viene considerata sinonimo di ritardo mentale. Invece voi affermate che non c’è nessun rapporto fra una lesione cerebrale e l’intelligenza. Perché?

 

Non vi è alcuna correlazione tra lesione cerebrale e intelligenza. È possibile essere cerebrolesi e molto intelligenti, così come è possibile non essere cerebrolesi ed essere intellettivamente limitati. Vi è una forte correlazione tra lesione cerebrale e la capacità di esprimere l’intelligenza. Le persone cerebrolese molto spesso non sono in grado di parlare o emettere suoni, oppure parlano molto male o quando lo fanno dicono cose che non hanno senso. Proprio per questo si pensa che non parlino perché non sono abbastanza intelligenti da avere qualcosa da dire, o quando parlano male o dicono cose che noi non comprendiamo, ciò significa automaticamente che hanno una scarsa capacità di ragionamento oppure non capiscono. In moltissimi casi invece queste persone hanno una perfetta comprensione, ma scarse capacità di esprimere la propria intelligenza perché hanno seri problemi respiratori e quindi non riescono a respirare abbastanza bene da parlare o hanno gravi problemi uditivi e non riescono a tirare fuori le parole di cui hanno bisogno e che vogliono usare. Come potrà immaginare, ciò crea un’enorme frustrazione in queste persone, perché vengono trattate come se fossero stupide.

 

A Filadelfia riabilitate bambini con cerebrolesioni e parallelamente avete istituti scolastici dove si sviluppano al massimo le potenzialità intellettive degli studenti. C’è un legame fra le due cose? Il bambini che il mondo considera “ritardati” hanno le stesse potenzialità di coloro che vengono considerati “geni”?

 

La risposta è “sì”. Un esempio: molti anni fa abbiamo trattato un bambino gravemente leso nel mesencefalo. Si trattava di un caso molto difficile: non era in grado di gattonare, né di camminare, né riusciva ad usare bene le mani. Abbiamo insegnato ai suoi genitori come creare a casa un ambiente intellettivamente stimolante e ricco. I genitori hanno lavorato duramente per anni. Oggi quel bambino cammina, parla e usa le mani, ma soprattutto, è diventato un importantissimo matematico e professore in una delle più antiche università europee. Non è mai stato un solo giorno a scuola fino a quando non ha frequentato l’università, da adulto. Negli anni abbiamo visto migliaia di bambini cerebrolesi dalle qualità intellettive decisamente molto superiori a quelle dei loro coetanei. Nella nostra esperienza, quando un bambino leso è avanti intellettivamente, la lacuna rispetto a un bambino medio si farà sempre più grande se non facciamo qualcosa. Tale è la superiorità del bambino leso quando gli vengono fornite le giuste stimolazioni e opportunità. Abbiamo orrendamente sottovalutato il potenziale intellettivo di tutti i bambini, ma soprattutto di quelli cerebrolesi.

 

Da voi arrivano bambini per i quali la medicina ritiene che non ci sia nessuna prospettiva di guarigione. Ma voi in tutti i diversi ambiti ottenete risultati straordinari. Potrebbe ricordare alcuni dati?

 

Noi registriamo i cambiamenti neurologici significativi dal momento in cui il bambino inizia a fare il nostro programma. Questi sono alcuni dei risultati raggiunti dai bambini che abbiamo seguito dal 1998 al 2015, quindi alcuni di loro stanno ancora facendo il programma e potranno ottenere nuove vittorie: dei 390 bambini che erano ciechi, 326 (l’83%) hanno visto per la prima volta nella loro vita; dei 162 bambini che erano sordi, 137 (l’84%) hanno udito per la prima volta nella loro vita; dei 589 bambini che non erano in grado di camminare, 306 (il 52%) hanno iniziato a camminare senza aiuto per la prima volta nella loro vita; Dei 684 bambini capaci di camminare ma non di correre, 354 (il 51%) hanno imparato a correre per la prima volta; Dei 1710 bambini che erano incapaci di leggere, 1661 (il 97%) hanno letto per la prima volta; Dei 1414 bambini che non erano in grado di parlare, 591 (il 41%) hanno parlato per la prima volta nella loro vita; Dei 766 bambini che non erano capaci di scrivere, 194 (il 25%) hanno scritto per la prima volta nella loro vita.

 

Perché, se voi ottenete questi risultati straordinari, le altre istituzioni che si occupano di riabilitazione e cura non studiano i vostri metodi?

 

Non siamo noi che possiamo rispondere. Dovrebbe fare questa domanda alle istituzioni a cui si riferisce. Io so solo che noi porremmo loro questi quattro semplici interrogativi: 1) Quanti bambini cerebrolesi avete trattato? 2) Qual è il vostro protocollo di trattamento? 3) Quali sono i vostri risultati? 4) Dove pubblicate i vostri risultati?

 

Sono rimasto molto colpito dalla figura di Suo padre, Glenn Doman. Meriterebbe di essere conosciuto da tutti per la sua straordinaria umanità e per quello che è riuscito a fare per tanti bambini sofferenti. Qual era la motivazione più profonda che lo muoveva?

 

Io credo che il primo bambino cerebroleso che mio padre abbia mai incontrato lo abbia influenzato profondamente. Quel bambino era paralizzato, completamente incapace di muoversi. Mio padre non riusciva nemmeno a immaginare come potesse essere trascorrere una vita intrappolato in una gabbia della stessa misura del proprio corpo. Questo pensiero lo assillava. Nel suo libro mio padre scrisse che l’unica gabbia buona era una gabbia vuota. Decise che nessun bambino avrebbe dovuto passare una vita intera intrappolato nel proprio corpo. Una seconda, enorme, motivazione fu la sua scoperta che i bambini cerebrolesi non solo erano più intelligenti di quanto si potesse pensare, ma potevano anche essere molto più intelligenti dei loro fratelli e sorelle. Fu molto colpito dalla differenza tra il modo in cui veniva insegnato a leggere ai bambini sani e il modo in cui i bambini lesi imparavano a leggere agli Istituti. Questo lo motivò a scrivere il libro “Leggere a tre anni” nel 1963.

 

Il cervello umano ha veramente le risorse necessarie per superare una grave lesione? Quali sono le sue potenzialità che normalmente non usiamo o non sappiamo sfruttare?

 

Chiaramente il cervello ha le risorse per superare una lesione grave. Lo vediamo accadere spesso. Il cervello ha un potere di recupero eccezionale. Anzitutto perché il cervello umano è enorme. Abbiamo molto più cervello di quanto ne usiamo. Forse usiamo meno del 10% delle sue capacità. Nessun altro organo del nostro corpo è così sotto-utilizzato. Nessuno sa perché le cose stanno così. Quindi il potenziale c’è. È chiaro che il cervello cresce con l’uso. Questo è oggi ampiamente documentato in numerosissimi articoli e studi sulla neuroplasticità. Infine, oggi sappiamo che siamo in grado di generare continuamente nuove cellule cerebrali, dalla nascita fino alla morte. Questa neurogenesi è una scoperta molto recente. Ma la ricerca mostra che queste nuove cellule non si mantengono e muoiono facilmente. L’unico modo che abbiamo per mantenerle è fare qualcosa ‘che non abbiamo mai fatto prima’. Il nostro programma richiede effettivamente che ogni giorno i bambini facciano qualcosa che non hanno mai fatto oppure che facciano nuovamente qualcosa che non fanno da molti anni, e quindi forse anche se non eravamo consapevoli della neurogenesi, l’abbiamo sicuramente sfruttata!

 

Il punto di forza del vostro metodo è la famiglia. Glenn Doman sosteneva che è l’istituzione più antica della storia umana ed ha potuto attraversare i millenni, perché applica, tacitamente, quel nobilissimo principio che lui imparò nell’esercito Americano, prima di imbarcarsi per la liberazione dell’Europa, nella II Guerra Mondiale, ovvero: “Non si abbandonano mai i nostri feriti”. Lei non creda che la cultura oggi dominante tenda invece a scartare e abbandonare i feriti, i più deboli e sofferenti?

 

Sì, credo che sia così in generale, ma solo in alcune culture, non in tutte. I nostri genitori vengono da tutto il mondo ed è chiaro che in alcuni paesi ci sono ancora famiglie molto forti in cui la madre è rispettata e dove i bambini sono la priorità assoluta. Abbiamo sempre avuto molti bambini provenienti dal Messico, dall’Italia e dal Giappone. Oggi gli australiani, gli indiani e i russi stanno scoprendo il nostro lavoro e hanno iniziato a portarci i loro bambini. Queste famiglie sono la dimostrazione che ci sono ancora molti genitori che farebbero qualsiasi cosa per aiutare il proprio figlio ad avere l’opportunità per guarire.

 

Una famiglia italiana che fosse interessata a conoscervi cosa deve fare?

 

Anzitutto i genitori devono leggere il libro “Cosa fare per il vostro bambino cerebroleso”. La nuova edizione (con una nuova traduzione) è pubblicata dal nostro nuovo editore Red!, gruppo Castello. Per maggiori informazioni, le famiglie possono contattare il nostro Istituto europeo a Fauglia, Pisa, in Via Delle Colline Di Lari, 6, tel. 050 650 237, www. irpue.it

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A cura di Antonio Socci

Da “Libero”, 18 aprile 2016

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Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

Twitter: @AntonioSocci1

 

Sunday 17 April 2016

Luigi Soletta: in Giappone il sole splende a mezzanotte

I missionari gettano ponti di comprensione fra i popoli. Padre Luigi Soletta si dedicato al dialogo interreligioso. In 40 anni di missione ha approfondito la conoscenza del buddismo giapponese, lo Zen, diventando un personaggio famoso in Giappone.

Il 4 aprile scorso morto al...

Sunday 17 April 2016 12:27

TUTTO QUELLO CHE NON SAPETE SULL’ESIBIZIONE IN MONDOVISIONE A LESBO DI BERGOGLIO (CHE PORTA IN ITALIA 12 MUSULMANI, MA SE NE INFISCHIA DEI CRISTIANI PERSEGUITATI DAGLI ISLAMICI E NON HA NEMMENO VOLUTO RICEVERE I POVERI FAMILIARI DI ASIA BIBI VENUTI DISPERATAMENTE A ROMA PER CHIEDERE IL SUO AIUTO)

I migranti morti nel Mediterraneo dal 2000 ad oggi, secondo calcoli approssimativi, sono stati circa 27 mila. E’ un’orribile tragedia e va fermata. Ma da qui a definirla – come ha fatto ieri papa Bergoglio a Lesbo – “la catastrofe umanitaria più grande dopo la Seconda guerra mondiale” ce ne corre.

Debole in teologia l’attuale vescovo di Roma appare debolissimo in storia contemporanea. Basta ricordare una tragedia che Bergoglio dovrebbe conoscere bene: la dittatura militare argentina dal 1976 al 1983 ha fatto circa 40 mila vittime.

TRAGEDIE IGNORATE

Parlando di catastrofi umanitarie dal 1945 ad oggi (ma morti ammazzati, mentre così non è per i migranti), va ricordato il genocidio del Sudan dove, nel 1983, fu imposta la sharia anche a cristiani e animisti: alla fine del 2000, su 30 milioni di abitanti, si contavano quasi 2 milioni di vittime, 4,5 milioni di sfollati, 500 mila profughi all’estero e centinaia di donne e bambini ridotti in schiavitù.

C’è poi l’orrendo genocidio del Ruanda che, nel 1994, fece quasi 1 milioni di vittime su circa 5 milioni di abitanti.

Infine c’è il capitolo comunista su cui Bergoglio glissa sempre. A parte l’Urss (che dal 1917 – secondo le stime minimali – fece 20 milioni di vittime) c’è la Corea del Nord (inferno comunista tuttora funzionante): dal 1950 circa 3 milioni di vittime.

E la Cambogia: dal 1975 al 1979 i Khmer rossi hanno fatto 2 milioni di vittime su 6 milioni di abitanti.

Accanto ad altri macelli comunisti dal 1945 in avanti (Africa, Vietnam, Afghanistan, Europa dell’est, Cuba), che hanno fatto anch’essi qualche milione di vittime, c’è il caso più tragico: la Cina.

Dal 1949, quando il comunismo di Mao ha preso il potere, ha fatto più di 70 milioni di vittime. A cui vanno aggiunti gli aborti forzati imposti dal 1979 per la legge sul figlio unico: 300 milioni di “nascite in meno” in 21 anni.

BERGOGLIO AMICO DEI TIRANNI

A questo regime comunista – tuttora imperante – Bergoglio tre mesi fa ha lanciato un amorevole messaggio (sotto forma di intervista) che – come scrive Sandro Magister – brilla “per il suo totale silenzio sulle questioni religiose e di libertà” e “per le sue parole sfrenatamente assolutrici di passato, presente e futuro della Cina, esortata a farsi ‘misericordiosa verso se stessa’ e ad ‘accettare il proprio cammino per quel che è stato’, come ‘acqua che scorre’ e tutto purifica, anche quei milioni di vittime che il papa mai nomina, neppure velatamente”.

Avendo taciuto così pure sulle migliaia di persone tuttora nei lager (compresi vescovi e sacerdoti) come può oggi Bergoglio fare la morale agli altri sui migranti?

Peraltro – a proposito di aborto – i predecessori di Bergoglio ritenevano una “catastrofe umanitaria” anche l’aborto libero (non forzato come in Cina) introdotto dalle legislazioni dei paesi democratici dagli anni Settanta (sull’esempio dei paesi totalitari).

I dati dell’Organizzazione mondiale della Sanità dicono infatti che ogni anno, in tutto il pianeta, si fanno circa 50 milioni di aborti (la Seconda guerra mondiale in sei anni fece 50 milioni di vittime).

In 40 anni dunque siamo ben sopra al miliardo di aborti. Ma questa tragedia non è in cima ai pensieri di Bergoglio come l’emigrazione.

Per la quale ama fare esibizioni di bontà “politically correct” (e in favore di telecamera) come quella di Lesbo e (prima) di Lampedusa.

LA VERITA’ SULL’EMIGRAZIONE

Naturalmente il problema c’è e va risolto. I trattati internazionali stabiliscono che i profughi (che scappano da guerre e persecuzioni) devono essere accolti ed è quello che l’Europa fa.

Ma i profughi sono una minoranza e – come hanno ripetuto molte volte i patriarchi delle chiese martiri orientali – desiderano anzitutto tornare nelle loro case.

Sogno impossibile se non si spazza via totalmente l’Isis. Ma come fare? Bergoglio, che si è sempre rifiutato di chiamare per nome – cioè “stato islamico” – l’autore di quei crimini, è contro interventi di polizia internazionale. Altre soluzioni?

Il Papa potrebbe chiedere all’Arabia Saudita di farsi carico dei profughi provenienti da Siria e Iraq: è un paese con tantissimo territorio libero, uno Stato con immense ricchezze derivanti dal petrolio ed è anche il centro propulsore dell’Islam, quindi sarebbe tenuto a soccorrere i musulmani.

Oltretutto l’Arabia è vicinissima a quelle aree, quindi i profughi potrebbero trovare asilo lì, evitando migrazioni terribili e pericolose.

Lo stesso discorso si potrebbe fare all’Iran che è l’altro paese confinante, anch’esso super-islamico (sia pure sciita).

Ma sia Arabia Saudita che Iran in quella regione sono tra i fomentatori dei conflitti e non tra gli operatori di pace. Perché il Papa non lancia messaggi morali a quei due regimi?

Ci sono poi – accanto ai profughi – i migranti economici. In questo caso il primo diritto da proclamare – come fecero Giovanni Paolo II e Benedetto XVI – è il “diritto di non emigrare”, cioè di non doversi sradicare.

Pure i vescovi africani, l’anno scorso, hanno lanciato un appello alle giovani generazioni scolarizzate perché restino nei propri paesi aiutandone lo sviluppo (oggi l’Africa è un continente in crescita che ha prospettive economiche molto buone).

IL DISASTRO BERGOGLIANO

Il fenomeno dell’emigrazione sconvolge sia paesi di partenza, sia quelli di arrivo che non sono in grado di sopportare una simile invasione.

Oltretutto il traffico di esseri umani è spesso gestito da organizzazioni criminali che si arricchiscono sulla pelle dei migranti e talora portano quei poveretti alla morte.

Perché dunque il Papa non invita anzitutto a scongiurare il fenomeno migratorio invece di pretendere l’abbattimento delle frontiere d’Europa? Non si rischia così di alimentarlo?

Secondo certi osservatori, per esempio, il suo tour buonista a Lampedusa nel 2013 probabilmente contribuì a illudere migliaia di persone inducendoli a intraprendere viaggi terribili e a volte mortali.

Il Papa dimostra altrettanta superficialità riguardo all’impatto sull’Europa della marea migratoria. Sottovaluta l’evidenza storica di una difficilissima integrazione (vedi il caso del Belgio). E non considera che certi Paesi come l’Italia hanno già fatto il massimo.

Del resto la nostra opinione pubblica – che avverte la crisi economica (l’Italia ha il record europeo della povertà) – trova sconcertanti certi episodi di cronaca che mostrano un eccesso di pretese da parte dei migranti che ospitiamo.

Il problema è soprattutto l’enormità dell’ “invasione”.

In una recente intervista Bergoglio è arrivato a dire: “si può parlare oggi di invasione araba” dell’Europa, “è un fatto sociale”. Ma – ha minimizzato – “quante invasioni l’Europa ha conosciuto nel corso della sua storia! Ha sempre saputo sorpassarsi, andare avanti per trovarsi poi come ingrandita dallo scambio di culture”.

Colpisce la spensierata superficialità di queste parole. Ancora una volta papa Bergoglio mostra di essere a digiuno di storia.

Se parliamo delle invasioni barbariche sono state per l’Europa una vera devastazione: fu spazzato via il millenario Impero romano e il continente sprofondò nel caos, regredendo a uno stato pressoché selvatico.

Ci vollero secoli – e la vigorosa Chiesa dei monaci (non certo quella di Bergoglio) – per risollevarsi e dar forma al luminoso Medioevo.

Se poi parliamo – come Bergoglio – di “invasione araba” va detto che nella storia d’Europa proprio le invasioni musulmane (arabe e turche) sono state il più tragico dei flagelli.

Perché a Oriente hanno spazzato via la grande civiltà bizantina e per tre volte hanno tentato l’occupazione militare dell’Europa (miracolosamente scongiurata anche grazie a veri papi davvero illuminati).

I saraceni hanno poi sottoposto per secoli l’Italia a scorribande sanguinarie. Bergoglio continua a voler ignorare la natura dell’Islam e sottovalutarne il pericolo.

Si dedica con tanta passione ai migranti musulmani, che non ha tempo di ricordarsi dei molti cristiani perseguitati (come Asia Bibi), schiavizzati e uccisi sotto regimi islamici e comunisti.

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Antonio Socci

Da “Libero”, 17 aprile 2016

(nella foto: i 21 giovani operai cristiani sgozzati dai guerriglieri musulmani in Libia nel febbraio 2015:  QUI il video)

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Thursday 14 April 2016

Su il sipario. Va in scena il teatro del papa

Lesbo e Lampedusa. Porta santa e lavanda dei piedi. La borsa in mano sulla scaletta dell'aereo. Ecco come Francesco attualizza il teatro pedagogico dei gesuiti del Seicento

Wednesday 13 April 2016

DIARIO NEI GIORNI DELLA GRANDE DESOLAZIONE (1)

12 APRILE

SAN PAOLO : ANCHE SE FOSSE UN PAPA A PREDICARVI UN VANGELO DIVERSO, SIA ANATEMA!

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ECCO COME L’APOSTOLO AMMONISCE I TRADITORI CHE IN UN ATTIMO HANNO VOLTATO LE SPALLE ALLA VERITA’ DI CRISTO SEGUENDO UN FALSO VANGELO…
“Io mi meraviglio che così presto voi siate passati da colui che vi ha chiamati mediante la grazia di Cristo, a un altro vangelo. Ché poi non c’è un altro vangelo; ma ci sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire l’Evangelo di Cristo. Ma quand’anche noi stessi, quand’anche un angelo dal cielo vi annunziasse un vangelo diverso da quello che v’abbiamo annunziato, sia egli anatema. Come l’abbiamo detto prima d’ora, torno a ripeterlo anche adesso: se alcuno vi annunzia un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anatema. Vado io forse cercando di ottenere il favore degli uomini o piuttosto quello di Dio? O cerco io di piacere agli uomini? Se cercassi ancora di piacere agli uomini, non sarei servitore di Cristo”.
San Paolo (Galati 1: 6-10)

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13 APRILE

IL “FARISEO” BERGOGLIO

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Anche oggi, all’udienza del mercoledi, Bergoglio attacca coloro che non sono d’accordo col suo “nuovo vangelo”, che ha appena espresso nella sua Esortazione, dove ribalta il magistero di sempre della Chiesa.
Il “misericordioso” vescovo di Roma si scaglia violentemente contro quanti difendono la dottrina cattolica e li chiama sprezzantemente “farisei” (dimenticando, fra l’altro, le proteste del rabbino capo di Roma per l’abuso di questo termine).
Bergoglio dunque bombarda pesantemente quelli che restano fedeli alla dottrina cattolica, citando gli scontri dei farisei con Gesù, e quindi identificando se stesso con Gesù.
Solo che, nella sua continua manipolazione dei testi evangelici, dimentica (o finge di dimenticare) che sull’indissolubIlità del matrimonio (che è il vero oggetto dell’Esortazione perché legittima il secondo matrimonio, le convivenze ec) i cosiddetti “misericordiosi” (cioè i bergogliani del tempo) erano proprio i farisei, mentre Gesù era il “rigorista” che condanna il ripudio e il secondo matrimonio (Mt 19, 3-12) e chiama all’amore per sempre, elevando a sacramento il matrimonio (VEDI QUI).
Quindi, tuonando contro i cosiddetti “rigoristi”, in realtà Bergoglio tuona contro Gesù stesso (VEDI QUI). Lo fa in nome della misericordia, ma Gesù è proprio la Misericordia fatta carne. Ed è Lui la vera misericordia che salva, perché è anche la Verità fatta carne.
Noi non siamo stati redenti da Bergoglio (e dalle sue dottrine solo apparentemente misericordiose), ma da Gesù Cristo, vero Figlio di Dio, morto e risorto per noi.

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Antonio Socci

 

 

Tuesday 12 April 2016

Non c’è più magistero

Il cardinale Raymond Leo Burke, Patrono dell’Ordine di Malta, ha affermato che l’esortazione post-sinodale «Amoris Laetitia» di Francesco non è un documento magisteriale, ma una semplice riflessione del Papa. Null’altro che un punto di vista, insomma.

Parole sorprendenti, che lasciano aperte molte domande. Il porporato, infatti, non ha parlato di «magistero infallibile», ma semplicemente di «magistero» e basta. Ora, dire che un’esortazione apostolica firmata dal Papa al termine di due Sinodi ai quali hanno preso parte vescovi provenienti da tutto il mondo rappresenti null’altro che l’opinione personale del Pontefice, una semplice raccolta di suoi pensieri, è un’affermazione destinata a far discutere.

Se infatti finisce per essere magistero solo quello «infallibile», cioè definito ex cathedra, se quello che viene considerato magistero ordinario in realtà non è più magistero (e chiunque può decidere se lo sia o no), bisogna allora concludere che neanche l’enciclica «Humanae vitae» è magistero, e che non lo è neppure la «Familiaris consortio» di san Giovanni Paolo II. Tutti testi da leggere con un certo qual rispetto, sicuramente, ma nulla più: tutti punti di vista che i Papi hanno presentato, senza volerli «imporre» a nessuno.

Sarebbe interessante poi rispondere anche alla domanda su chi ha titolo per «interpretare» correttamente i documenti che secondo il cardinale Burke sarebbero «non magisteriali».

Tuesday 12 April 2016 12:14

Il progetto di Francesco arriva negli Stati Uniti

La copertina dell'edizione inglese de "Il progetto di Francesco"

La copertina dell’edizione inglese de “Il progetto di Francesco”

Quando nel febbraio del 2014 uscì “Il progetto di Francesco”, un mio libro con padre Victor Manuel Fernandez, teologo argentino amico di Jorge Mario Bergoglio e in qualche misura suo “consulente” teologico, non sapevo quale strada avrebbe percorso.

Soprattutto non immaginavo che, dopo le edizioni in spagnolo, francese, portoghese e polacco, sarebbe arrivata anche un’edizione in lingua inglese per l’americana Paulist Press. È un bel risultato per un libro certamente di nicchia, ma ritengo ancora utile per comprendere nel profondo un Papa preso dai cardinali – così disse lo stesso Francesco affacciandosi alla loggia centrale della basilica vaticana la sera del 13 marzo 2013 – quasi alla fine del mondo.

Ripropongo qui la prefazione del libro, dove spiego perché, poco tempo dopo l’elezione, cercai di mettermi in contattto con Fernandez, fino alla decisione di recarmi a Buenos Aires e scrivere con lui un libro. Buona lettura.

13 marzo 2013. Verso dove Francesco vuole portare la Chiesa? È la domanda che mi sono fatto nei primi giorni di pontificato di Jorge Mario Bergoglio. E dovendo, da cronista, raccontare il pontificato in corso, è la domanda che ho posto fin dalla chiusura del conclave a tutte le persone che per lavoro ho incontrato o sentito. «Voi sapete che il dovere del conclave era di dare un vescovo a Roma e sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo alla fine del mondo… ma siamo qui», ha detto papa Francesco, affacciandosi la sera dell’elezione alla loggia centrale della basilica vaticana. Mi sono chiesto: cosa significa avere un papa che viene dalla fine del mondo? Cosa porterà alla Chiesa? E, soprattutto, dove la porterà?

Giorni dopo l’elezione, ho chiamato un amico vescovo. Avevo intenzione di svolgere un’inchiesta fra i gesuiti e gli ho chiesto il suo parere sulle domande da porre e, in particolare, sul nuovo papa. Mi ha risposto: «Hai letto Il cielo e la terra, il libro che Bergoglio ha scritto con il rabbino Abraham Skorka? Per me sono stati illuminanti i capitoli in cui i due affrontano i temi cosiddetti eticamente sensibili, il matrimonio fra uomo e donna, l’aborto, l’eutanasia ecc. Leggendoli, mi sembra di aver capito che per Bergoglio prima dei princìpi e della loro difesa viene il kerygma, ovvero l’annuncio della buona notizia che è il Vangelo. Mi sembra che questo sia il tratto principale del nuovo papa: i princìpi esistono e non si negano, ma prima occorre annunciare che il Vangelo è amore, misericordia, abbraccio. Insistere troppo sui princìpi non serve e può essere controproducente».

19 settembre 2013. È mattina. Mi trovo a Firenze e squilla il telefono. Mi avvisano che sta per uscire una lunga intervista concessa dal papa a padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica. Mi faccio mandare il testo. Gli spunti sono innumerevoli, ma resto colpito più che altro da un passaggio.

Il papa dice: «Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione». E ancora: «Gli insegnamenti, tanto dogmatici quanto morali, non sono tutti equivalenti. Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L’annuncio di tipo missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus. Dobbiamo quindi trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l’edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte, di perdere la freschezza e il profumo del Vangelo. La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. È da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali».

Sono parole per me illuminanti. Perché confermano che la prima intuizione suggeritami dall’amico vescovo sembra giusta: Francesco mostra di volere una Chiesa che abbraccia e che non esclude. E ritiene che insistere troppo, quasi ossessivamente, sui princìpi, sia una tattica non consonante con il messaggio evangelico. Beninteso, anche i suoi predecessori volevano una Chiesa siffatta. Ma in Francesco questa sottolineatura pare più accentuata.

21 ottobre 2013. Su Repubblica pubblico una pagina d’intervista a Víctor Manuel Fernández, rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina, una delle prime nomine episcopali di Francesco, elevato nel maggio 2013 alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, ha un rapporto di fiducia con il papa che vede in lui un valido consulente. Non a caso fu lui, nel 2007, alla V Conferenza dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida (San Paolo), ad aiutare Bergoglio a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro papa. Pochi come Fernández, dunque, possono aiutare a capire chi sia Francesco e verso dove egli vuole che la Chiesa vada.

Così, a inizio ottobre, lo chiamo a Buenos Aires. Mi risponde una voce cordiale. Gli spiego il mio interesse per il papa, il desiderio di conoscere la sua figura in profondità, le caratteristiche della «sua» Chiesa. Acconsente a che gli invii alcune domande, senza però garantirmi che mi risponderà.

Invece, dopo qualche giorno, mi risponde. Non elude nessuna domanda e a quella per me più importante, ovvero se a suo avviso si può dire che Francesco sia il papa che privilegia la misericordia ai princìpi, risponde così: «L’annuncio del cuore del Vangelo prima d’ogni altra cosa è una caratteristica importante di Francesco, ma è da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Il papa pensa che una Chiesa che vuole uscire da sé stessa e raggiungere tutti debba necessariamente adattare il suo modo di predicare. Soprattutto, egli applica un criterio proposto dal Concilio Vaticano II ma spesso dimenticato e trascurato: la “gerarchia delle verità”.

Francesco ci invita a riconoscere che spesso i precetti della dottrina morale della Chiesa vengono proposti fuori dal contesto che dà loro significato. Il problema maggiore si ha quando il messaggio che la Chiesa annuncia si identifica soltanto con questi aspetti che tuttavia non manifestano per intero il cuore del messaggio di Gesù Cristo…».

E ancora: «Ci deve essere una proporzione adeguata soprattutto nella frequenza con la quale alcuni argomenti o accenti vengono inseriti nella predicazione. Per esempio, se un parroco lungo l’anno liturgico parla dieci volte di morale sessuale e soltanto due o tre volte dell’amore fraterno o della giustizia, vi è una sproporzione. Ugualmente se parla spesso contro il matrimonio fra omosessuali e poco della bellezza del matrimonio. Oppure se parla più della legge che della grazia, più della Chiesa che di Gesù Cristo, più del papa che della parola di Dio».

L’intervista esce su Repubblica il 21 ottobre. L’occasione ci fa conoscere meglio e mi porta a fargli una seconda richiesta: perché non pubblichiamo insieme un libro-conversazione tutto dedicato a Francesco, o meglio al suo «programma»? Con mia grande gioia padre Fernández acconsente una seconda volta. Insieme decidiamo di usare l’esortazione apostolica Evangelii gaudium (EG) come base sulla quale lavorare, avendo ben presente che è stato lo stesso papa a dire che il documento ha un «senso programmatico».

E il risultato, dopo il tempo trascorso assieme a Buenos Aires e un’intensa corrispondenza epistolare, sono le pagine di questo libro, un testo che spero risulti utile per chi vuole comprendere fino in fondo la sfida che il papa venuto «dalla fine del mondo» vuole porre alla Chiesa e, insieme, anche a chi è lontano da una vita di fede.

Evangelii gaudium è un programma di pontificato ampio e accurato. L’esortazione apostolica, infatti, firmata dal papa il 24 novembre 2013, festa di Cristo Re dell’universo, formalmente sarebbe dovuta essere «post-sinodale», ovvero semplicemente un approfondimento delle proposizioni che il Sinodo dei vescovi, svoltosi in Vaticano nel 2012 e dedicato alla nuova evangelizzazione, aveva prodotto. In realtà il documento volutamente non riporta la dizione «post-sinodale», proprio perché è, e vuol essere, molto di più, un testo appunto programmatico. E così, partendo da Evangelii gaudium, è stato per noi semplice ampliare l’orizzonte su un papa così soprendente.

Evangelii gaudium, ovvero la gioia del Vangelo. Sembra essere questa, anzitutto, la direzione. Portare la Chiesa a prendere consapevolezza che il cristianesimo è gioia perché annuncia che Dio è con noi. Una delle azioni maggiormente richieste dal papa è la necessità di «uscire fuori». Uscire dalle proprie convinzioni, comodità, privilegi, idee, per portare il Vangelo di Cristo a tutti senza pregiudizi né preclusioni. Uscire, cambiare, dunque, ripensando daccapo l’intera vita di fede. Il papa non manca di indicare nello specifico alcune riforme e alcuni cambiamenti, esortando «tutti ad applicare con generosità e coraggio gli orientamenti di questo documento, senza divieti né paure». Non è più il tempo della ritrosia. Francesco vuole che tutti, a cominciare dai semplici fedeli, abbandonino «il comodo criterio del “si è fatto sempre così”». Dice: «Invito tutti ad essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità».

Questo libro, dunque, nasce anche dallo stupore per questo testo papale, una vera e propria enciclica, secondo quanto hanno scritto diversi osservatori. Stupore per un papa che decide di mettere per iscritto un programma esigente anche verso sé stesso e la propria persona: «Dal momento che sono chiamato a vivere quanto chiedo agli altri, devo anche pensare a una conversione del papato». Il cantiere che papa Francesco ha aperto con Evangelii gaudium è ampio e può far venire le vertigini. «Tuttavia – scrive Francesco – non c’è maggiore libertà che quella di lasciarci portare dallo Spirito, rinunciando a calcolare tutto, e permettere che Egli ci illumini, ci guidi, ci orienti, ci spinga dove Lui desidera».

Tuesday 12 April 2016 08:26

12 aprile. Anniversario dell’apparizione delle Tre Fontane. UN LIBRO ADESSO RIVELA CHE BRUNO CORNACCHIOLA EBBE LA RIVELAZIONE DI UN FUTURO PAPA ERETICO

Pochi conoscono, fra le apparizioni della Madonna a Roma, quella avvenuta il 12 aprile del 1947 (oggi è l’anniversario), alle Tre Fontane, sulla strada per l’Eur, proprio dove nel 67 dC fu martirizzato san Paolo.

Il protagonista è Bruno Cornacchiola, che a quel tempo aveva 34 anni. La storia di questo “ragazzo di vita” sembra uscire da un film neorealista ed è ambientata in quelle misere borgate romane, fatte di baracche, poi raccontate da Pasolini. La sua era stata fino a quel momento, a tutti gli effetti, “una vita violenta”.

Verso il 1936 (in pieno ventennio) comincia a frequentare il Partito comunista clandestino e “i compagni, sapendo che era senza lavoro, gli proposero una vera e propria operazione di spionaggio: arruolarsi come volontario nella Missione militare Italiana in Spagna, che il governo fascista stava organizzando… per passare informazioni ai combattenti repubblicani del Fronte popolare”.

Così scrive Saverio Gaeta nel volume – appena uscito – “Il veggente: il segreto delle Tre Fontane” (Salani editore) che poi racconta come il Cornacchiola – in quella spericolata avventura -diventò amico di un soldato tedesco e si convertì al protestantesimo più ferocemente anticattolico.

Tornato in Italia, Bruno sfoga la rabbia che aveva dentro (e che rendeva turbolenta anche la sua vita familiare) accostando alla militanza politica l’apostolato protestante.

Proprio per i suoi infuocati sentimenti anticattolici, quel 12 aprile 1947, portando i suoi figli a giocare nel bosco delle Tre Fontane, stava preparando un discorso “contro i dogmi di Maria”.

E lì, in un anfratto sudicio, di solito rifugio di coppiette, prima ai suoi bambini e poi a lui appare la “Bella Signora”.

APPARIZIONE

Lei teneva nella mano destra una Bibbia e ai suoi piedi “c’erano un drappo nero simile a una tonaca e pezzi di un crocifisso, il medesimo che Cornacchiola aveva frantumato in casa al rientro dalla Spagna nel 1939”.

L’uomo ricorda che quel giorno “la Madre divina” lo rimprovera “perché la perseguitavo, essendomi fatto nemico di Dio, militando nelle sette protestanti. Mi invita amorosamente a rientrare nella Chiesa cattolica, apostolica, romana, promettendo benedizioni e guarigioni a tutti coloro che con fede entrano o si aspergono di questa terra benedetta”.

Bruno si converte e quello che riferisce farà scalpore sui giornali del tempo. Pio XII lo riceverà, con tenerezza paterna, e lui gli confesserà la sua precedente ostilità. Ma il veggente è stato anche incaricato dalla Madonna di consegnare un messaggio al Pontefice.

Gaeta lo pubblica nel suo libro mostrando anche i richiami che vi sono sia al Terzo Segreto di Fatima, sia alle future lacrime di sangue della Madonna di Civitavecchia.

La preoccupazione materna della Madonna – che alle Tre Fontane si presenta come “Vergine della Rivelazione” – è dolorosamente concentrata su drammatici eventi futuri riguardanti Roma, la Chiesa e il papato.

Non si paventano solo fatti tragici per un mondo che ha abbandonato Dio, con cenni alla minaccia islamica (“ma perché gli uomini responsabili non vedono l’invasione dell’Islam in Europa?”).

Soprattutto incombe una terribile minaccia alla vera fede cattolica, un’apostasia che sembra riguardare il cuore stesso della cristianità (“l’ira di Satana non è più mantenuta: lo Spirito di Dio si ritira dalla Terra, la Chiesa sarà lasciata vedova, ecco il drappo talare funebre, sarà lasciata in balìa del mondo”).

MESSAGGI SUCCESSIVI

Scrive Gaeta: “Era soltanto il primo di una sessantina di messaggi, sogni e profezie che il veggente avrebbe continuato periodicamente a ricevere fino a pochissimi mesi prima della morte, avvenuta il 22 maggio 2001”.

Avendo lavorato sulle sue agende e i suoi appunti, Gaeta pubblica per la prima volta queste inedite profezie che vanno dal sequestro e l’uccisione di Aldo Moro, all’attacco alle Torri gemelle di New York, passando per l’attentato a Giovanni Paolo II, il quale avrà lo stesso atteggiamento di simpatia di Pio XII verso il Cornacchiola e verso le Tre Fontane, dove oggi sorge un santuario (già dal 1956 Papa Pacelli “consentì il culto pubblico, affidando ai francescani minori conventuali la custodia della grotta e della cappella adiacente”).

Il Cornacchiola addirittura riuscì ad avvertire papa Wojtyla prima del secondo (e poco noto) attentato del 1982: quella volta fu scongiurata la tragedia, ma – osserva Gaeta – l’episodio fu “una straordinaria conferma postuma della veridicità di quella premonizione”.

Il centro del “messaggio” delle Tre Fontane – e delle premonizioni del Cornacchiola – riguarda tuttavia le minacce dell’eresia e dell’apostasia alla vera fede cattolica: “Figli miei, la salvezza non è riunire tutte le religioni per farne un ammasso di eresie e di errori… Gli uomini devono vivere la Chiesa e non la Chiesa vivere di loro. Gli uomini devono essere persuasi della verità… La dottrina della Chiesa è di Cristo… Non cambiate la dottrina, ma cambiate i vostri cuori a vivere essa dottrina per la salvezza vostra e del prossimo”.

Parole assai distanti da quello che si sente oggi nel Vaticano di Bergoglio.

Nelle pagine del Cornacchiola ci sono parole durissime che il Cielo rivolge agli ecclesiastici modernisti, quelli che vogliono “adeguare” la Chiesa ai tempi, cioè distruggerla (già nel messaggio del 1947 si dice: “L’Eucaristia sarà un giorno dissacrata e non più creduta la presenza reale di Mio Figlio. False ideologie e teologie!”).

IL PAPA ERETICO

Infine l’episodio più inquietante ed enigmatico è descritto così dal Cornacchiola in data 21 settembre 1988:

“Quello che ho sognato non si avveri mai, è troppo doloroso e spero che il Signore non permetta che il Papa neghi ogni verità di fede e si metta al posto di Dio. Quanto dolore ho provato nella notte, mi si paralizzavano le gambe e non potevo più muovermi, per quel dolore provato nel vedere la Chiesa ridotta a un ammasso di rovine”.

Quello che viene prefigurato qui era già stato annunciato, più o meno chiaramente, in altri eventi soprannaturali dell’epoca moderna, dall’apparizione della Salette, in Francia, alla famosa visione che ebbe papa Leone XIII. E’ un incubo che percorre la vita della Chiesa dell’ultimo secolo.

Ma è possibile? Il diritto canonico ha sempre ammesso la possibilità di un papa eretico, ma – a parte alcuni parziali episodi dei secoli passati – non si è mai verificato pienamente questo evento.

La possibilità di un Papa che “nega ogni verità di fede e si mette al posto di Dio” ha un sapore apocalittico e richiama alcuni passi profetici delle Sacre Scritture.

Tanto è vero che c’è una profezia ufficiale che fa parte della stessa rivelazione pubblica (quindi per i cattolici è “di fede”, non è opinabile come le apparizioni e le rivelazioni private).

La Chiesa l’ha riportata addirittura al n. 675 del Catechismo della Chiesa cattolica (quello firmato da Giovanni Paolo II e dal cardinale Ratzinger), quindi è veramente seria:

Prima della venuta di Cristo, la Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti. La persecuzione che accompagna il suo pellegrinaggio sulla terra svelerà il ‘Mistero di iniquità’ sotto la forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità. La massima impostura religiosa è quella dell’Anti-Cristo, cioè di uno pseudo-messianismo in cui l’uomo glorifica se stesso al posto di Dio e del suo Messia venuto nella carne”.

Naturalmente non è affatto detto che la “premonizione” avuta dal Cornacchiola abbia a che fare con questa autentica profezia biblica. Inoltre non si conosce il suo tempo.

Peraltro certi avvertimenti profetici sono condizionati – come accadde a Ninive nella Bibbia – quindi sono sottoposti alla libertà dell’uomo che può sempre convertirsi (e scongiurare la catastrofe) oppure può disobbedire a Dio e quindi avverarla.

In ogni caso lo scoop di Gaeta in questi giorni circola in rete e fa molta impressione. Un segno dei tempi.

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Antonio Socci

Da Libero, 12 aprile 2016

 

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Tuesday 12 April 2016 04:00

Francesco e Antonio, una coppia in ottima Compagnia

Il papa ha in padre Antonio Spadaro, gesuita come lui, il suo interprete autorizzato. Ecco come "La Civiltà Cattolica" ridice con parole più chiare ciò che nella "Amoris lætitia" è scritto in forma allusiva

Monday 11 April 2016

OLTRAGGIO AI MARTIRI. BERGOGLIO DECRETA IL TRIONFO DI ERODIADE E DI ENRICO VIII, CONTRO SAN GIOVANNI BATTISTA E SAN TOMMASO MORO

Un vaticanista ultrabergogliano oggi pubblica un articolo con questo titolo: “Papa Francesco chiude i conti con il Concilio Trento”.
E’ vero. E’ esattamente quello che è accaduto con la “AMORIS FURBIZIA”, ma c’è poco da gioirne. Perché nessun papa ha il potere di rinnegare la legge di Dio e il magistero costante della Chiesa.
Peraltro Bergoglio, con il suo documento, chiude anche i conti con il Vangelo. Perché la Parola di Gesù sull’indissolubilità del matrimonio è chiarissima (“non osi l’uomo separare ciò che Dio congiunge” Mt 19,6) e sempre la Sacra Scrittura comanda: “chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore” (1Cor 11,27).
E – come dice Gesù nel Vangelo di Giovanni – “la Scrittura non può essere annullata”.
Bergoglio si è messo sotto i piedi la Parola di Dio e la Legge di Dio e stamani da Santa Marta tuona contro “i dottori della lettera”, cioè contro coloro che gli ricordano la Parola di Dio e la Legge di Dio.
Egli li paragona a quelli che hanno condannato santo Stefano.
Ma santo Stefano, al contrario, è stato martirizzato proprio perché difendeva la verità, la dottrina cristiana! Era lui il vero dottore della lettera, così come san Francesco d’Assisi predicava il Vangelo “sine glossa”, cioè il Vangelo alla lettera, ricordando a tutti: “guai a quelli che morranno nelli peccata mortali”.
E ci sono molti altri santi, da san Giovanni Battista a san Tommaso Moro, che egualmente hanno accettato il martirio per fedeltà alla lettera (quindi allo spirito) del Vangelo, cioè per testimoniare la Legge di Dio e la Legge morale proprio sul matrimonio.
Costoro oggi vengono svillaneggiati dal “vescovo di Roma”.
E’ l’ora delle tenebre.

Antonio Socci

Per approfondire e capire l’assurdità dell’ “Amoris furbizia” leggere qui , quiquiqui e qui

Thursday 07 April 2016

La sapienza dello scriba si deve alle sue ore di quiete

Indro Montanelli

Il mio prossimo libro esce a settembre. C’ho lavorato tre anni: mandavo le bozze alla casa editrice che, puntualmente, me le mandava indietro.

Semplifica, taglia, accorcia, mi dicevano. E avevano ragione. Ma che fatica. Eppure, se potessi tornare indietro anche io, farei il medesimo lavoro con tutti gli altri libri che ho scritto. Alcuni, anzi, non li scriverei nemmeno più. Ero inesperto, anche giovane, e il demone della frenesia mi possedeva.

Dovevo scrivere, pubblicare, fare. Complice questo strano lavoro che è il giornalismo che tutti i maledetti giorni esige cose, cose e ancora cose… ero sempre spinto a dare qualcosa. Che stupido che ero. Non avevo ancora capito che aveva ragione il Siracide: «La sapienza dello scriba si deve alle sue ore di quiete; chi ha poca attività diventerà saggio».

L’ho compreso soltanto adesso. Ma non mi condanno per questo. Non posso condannarmi per ciò che ero. Sarebbe ingiusto. Posso solo ringraziare per ciò che sono ora. E molto, di ciò che sono, lo devo alla casa editrice che mi ha seguito, direi plasmato, in questi tre anni: riscrivi, rifai, accorcia, semplifica, mi hanno detto. Non c’è fretta. C’è tempo. Il tempo della giusta maturazione.

E ho obbedito. Uscirà a settembre. Dopo tre anni. Per me è un nuovo inizio.

Thursday 07 April 2016 10:14

Ana Maria Berti, artista amica del Papa, racconta: «Quando la Vergine che scioglie i nodi colpì l’anima di Bergoglio…»

La Madonna che scioglie i nodi custodita nella chiesa di San José del Talar a Buenos Aires

La Madonna che scioglie i nodi custodita nella chiesa di San José del Talar a Buenos Aires

Due anni fa trascorsi del tempo a Buenos Aires per incontrare padre Victor Manuel Fernandez col quale scrissi “Il progetto di Francesco”.

Girai un po’ per la città e conobbi alcuni amici di Jorge Mario Bergoglio. Fra questi, Ana Maria Berti, artista e pittrice locale, che anni fa, conoscendo la devozione del futuro Papa per la “Knotenloeserin”, e cioè per la Vergine che scioglie i nodi, ne dipinse una riproduzione del quadro originale tedesco e la donò alla parrocchia di San Josè del Talar.

L’8 dicembre del 2011 Bergoglio visitò la parrocchia e sottolineò che la rappresentazione della Madonna illustra il fatto che «Dio, il quale distribuisce la sua Grazia a tutti i suoi figli, vuole che noi ci fidiamo di Lei, che le affidiamo i nodi dei nostri peccati per fare sì che Lei ci avvicini a suo figlio Gesù».

L’immagine, attribuita al pittore settecentesco Johann Georg Melchior Schmidtner, si trova nella chiesa di St. Peter am Perlach ad Augusta, nel Sud della Baviera, e rappresenta la Madonna che scioglie i nodi di un lungo nastro che le è offerto da angeli che si trovano alla destra del quadro, mentre altri angeli a sinistra raccolgono il tessuto ormai liscio.

Il sacerdote Bergoglio, in Germania per motivi di studio, fu colpito da quest’allegoria del ruolo di mediatrice della madre di Gesù e decise così di portarla con sé a Buenos Aires, dove iniziò a distribuirla a sacerdoti e fedeli.

Ad Ana Maria ho chiesto di raccontarmi un po’ del suo rapporto con Bergoglio e dell’idea di dipingere la “Knotenloeserin.

Come ha conosciuto il dipinto della Madonna che scioglie i nodi?
«Ho conosciuto la Madonna da una piccola immagine portata da Bergoglio a Buenos Aires da Ausgurg, Germania, dove si trova l’originale».

Perché ha deciso di riprodurlo?
«Me l’hanno chiesto all’Università del Salvatore, a Buenos Aires, in occasione dell’inaugurazione della cappella della stessa Università».

Quante riproduzioni ha fatto e dove sono ora?
«Ne ho riprodotte cinque. La prima si trova come ho detto nella cappella dell’Università del Salvatore a Buenos Aires; la seconda, nella chiesa San Guiseppe del Talar, a Buenos Aires, dove si venera; la terza, nella cappella della Casa del Governo a Buenos Aires; la quarta nel Rettorato della Lumsa di Roma; e la quinta a Santa Marta, dove abita papa Francesco».

Perché, secondo Lei, Bergoglio è così affezionato a questo quadro?
«Questa domanda dovrebbe essere fatta a lui, ma mi prendo il rischio di dare un’interpretazione della probabile ragione per la quale egli ha avuto l’ispirazione di portare l’immagine a Buenos Aires. Penso che il messaggio della composizione del quadro sia molto forte. Si vede Maria che lavora per noi, sciogliendo i nodi in riferimento ai problemi della nostra vita. Con certezza questa immagine ha colpito nell’anima Bergoglio che ha voluto farla conoscere nel suo Paese senza pensare che da Buenos Aires si sarebbe diffusa in tutto il mondo».

Da quanto tempo conosce Bergoglio?
«Da quarant’anni! Allora eravamo molto giovani».

Si aspettava la sua elezione?
«Tutti noi pensavamo che davvero egli meritasse d’essere eletto. Ma pensavamo anche che l’elezione di un Papa non nato in Italia sarebbe stata molto difficile, nonostante egli sia italiano essendo figlio di italiani».

Cosa ha provato la sera dell’elezione?
«Un’enorme emozione e gioia! Quando egli è apparso al balcone tutti piangevamo per l’emozione e la gioia, mentre il nostro cuore batteva forte nel petto. Tutte le campane di Buenos Aires suonavano insieme e tutte le macchine che c’erano nelle strade suonavano i clacson. In questa miscela di sensazioni, nel fondo dal cuore, c’era una certa nostalgia perché già sapevamo che non avremmo più sentito la sua voce, i suoi consigli, il suo aiuto e la sua cara presenza vicina a noi. Pensavamo che era già diventato vescovo di Roma, tanto caro ma tanto lontano da noi. Ma lo Spirito Santo è lo spirito di Dio e, con suoi progetti e misteri, ha l’ultima parola».

Dopo l’elezione ha più sentito Bergoglio?
«Seguiamo da qui tutte le sue attività, le sue parole, e suoi viaggi attraverso la televisione, e sui giornali. Le domeniche lo guardiamo in piazza San Pietro per l’Angelus. Anche lui, a volte, ha l’infinita gentilezza e delicatezza di dedicarci alcuni minuti attraverso delle brevi telefonate, in alcune occasioni molto speciali. Noi lo ringraziamo di cuore perché capiamo che adesso veramente non ha più tempo libero, attento com’è ai problemi di Roma e del mondo. Non si può chiedere di più a quest’uomo che mette l’anima e tutto l’amore possibile in tutto ciò che fa».

Maria che scioglie i nodi è stata dipinta da Johann Georg Schmidlher. Il suo dipinto è venerato nella Chiesa di San Peter Am Perlach ad Asburgo in Germania dal 1700.
Oggi è conservata nel Santuario di “St. Peter am Perlach”, Rathausplatz, 86159, Augsburg, Germania.

Qui si può trovare la storia del dipinto:
La storia del dipinto

Thursday 07 April 2016 10:13

La felicità dipende da noi, e non da Dio. L’attualità di un’esperienza mistica non pienamente ascoltata

Angela Volpini durante un'apparizione

Angela Volpini durante un’apparizione

Il libro più interessante che ho letto negli ultimi tempi è “Visione mistica”, un dialogo fra Raimon Panikkar e Angela Volpini (Jaka Book). Dopo averlo letto viene da chiedersi come sia possibile che l’esperienza mistica della Volpini sia così poco dibattuta nella Chiesa, come sia possibile che il messaggio affidatole da Maria sia – non del tutto ma in parte sì – caduto nell’oblio.

Ma andiamo con ordine. Chi è Angela Volpini?

Come è riportato sul suo sito (angelavolpini.it), Angela è la protagonista di un’esperienza mistica straordinaria, avvenuta dal ’47 al ’56, che ancora bambina la catapultò al centro della cronaca e dell’attenzione di tantissime persone. Angela si distingue nettamente da ogni altra persona che ha vissuto analoghe esperienze di apparizioni della Madonna, per il coraggio e la capacità di rielaborare questa sua esperienza in un pensiero la cui peculiarità principale è quella di aiutare l’uomo a rendersi consapevole delle sue infinite possibilità di sviluppo, e a riconoscere la felicità nella qualità della relazione con gli altri: «È cambiando la concezione del sacro e del divino che l’uomo può cambiare il modo stesso di guardare al mondo e alla sua vita».

Questa differenza la si nota nettamente quando si va in visita a Casanova Staffora, in provincia di Pavia, il piccolo paese dove tuttora vive e dove le apparse Maria. Qui non si trovano santuari stile Lourdes o Medjugorje. Anche perché la gente che qui arriva, se ciò che cerca sono miracoli o manifestazioni esteriori del sacro resterà delusa. La strada che qui Maria ha insegnato è un’altra: la via per raggiungere la felicità sulla terra è dentro l’uomo. Egli è desiderio di bene e di infinito. Solo se accetta il fatto che questo desiderio che ha dentro sia la strada della sua felicità la sua vita si compie. Maria, del resto, così ha fatto: ha seguito il suo desiderio di amore ed è diventata la madre di Dio. Come lei possiamo essere tutti se siamo fedeli al nostro – e sottolineo nostro – desiderio. Dio vuole soltanto che il nostro desiderio si compia ed egli nulla può senza la nostra libertà e creatività. La felicità, insomma, dipende da noi e non da Dio.

Tutto per Angela inizia all’età di sette anni, il 4 giugno del 1947. Racconta: «Mi trovavo con dei miei coetanei a pascolare le mucche nei pascoli del Bocco, una località distante circa mezz’ora dal paese. Ero seduta sull’erba a confezionare dei mazzetti di fiori quando all’improvviso sentii una persona prendermi sotto le braccia, da dietro, e sollevarmi come per prendermi in braccio. Mi girai, convinta di trovarmi viso a viso con mia zia, ed invece mi trovai di fronte un volto di donna bellissimo, dolcissimo e sconosciuto. Mi distanziai per vedere meglio quel volto: era proprio il viso di una donna sconosciuta e di una bellezza mai vista. Non avevo mai neanche immaginato una bellezza e dolcezza simile».

La prima cosa che balza agli occhi da questo racconto è il corpo: Maria fa sentire ad Angela il suo corpo. Racconta: «Quando si è visto quel corpo non si può più sopportare che un corpo venga ferito, umiliato o assassinato. In ogni più piccolo uomo vedi la sua possibile gloria, e non ci sono più buoni o cattivi, perché tutti sono chiamati all’amore».

In sostanza, nel corpo trasfigurato di Maria così come le appare, Angela vede tutti gli esseri umani: ogni uomo – questo il messaggio che Maria le affida – può essere come lei, può diventare ciò che lei è diventata. Non c’è preferenza, non ci sono privilegiati. Tutti possono trasfigurarsi se sono fedeli al proprio, unico e personale, desiderio di amore. Cosa ha fatto Maria che noi invece non riusciamo a fare? Ha creduto che il suo desiderio di amore poteva realizzarsi. Ha creduto che davvero poteva diventare la madre di Dio. Ha creduto e ha voluto.

Spiega ancora Angela: «Durante le apparizioni, vedevo e leggevo in Maria il mio desiderio di pienezza, di amore infinito, e che questo era il desiderio che hanno tutti gli esseri umani nella loro esistenza. Maria è stata Maria precisamente perché ha messo questo desiderio alla base della sua esistenza. Ed è stata sempre fedele a questo suo desiderio d’amore. Fedele sino al punto di rompere con la legge esterna, con la visione esterna di Dio, per recuperarla dentro di sé, dentro questo desiderio, che è desiderio di amore. Ha potuto conoscere Dio com’è veramente: amore. Questo processo che Maria ha vissuto, e che mi ha fatto conoscere come il suo processo di umanizzazione, me lo ha fatto vedere come il nostro possibile. Lo stesso desiderio è presente in noi, e se anche saremo fedeli a questo desiderio potremo giungere alla nostra pienezza umana».

Questo mi sembra un punto centrale nella visione avuta da Angela: la felicità non viene da un Dio esterno che ci obbliga a una data strada piuttosto che a un’altra. Dio è amore e dunque è il nostro desiderio di amore che dobbiamo cercare di realizzare per essere davvero in sintonia con lui. Egli non ci impone nulla, desidera soltanto che noi coi nostri desideri e le nostre aspirazioni ci realizziamo. Siamo liberi di provarci, almeno. Liberi di dire di sì al nostro desiderio, e non a tutto il resto.

Angela dice anche che all’inizio ha avuto paura: «Paura della scoperta di lei, perché era il nuovo assoluto. Ho cercato di vincere la paura e di esplorare il nuovo che mi veniva offerto». Cos’è questo nuovo? Lo ripeto ancora una volta lasciando parlare Angela: «Dopo che Maria mi ha messo a terra, iniziò a parlare. Mi ha detto: “Sono venuta a insegnarvi la via della felicità sulla terra”. Con queste parole ha trasformato, capovolgendola, la piccola visione che io, bambina di sette anni, potevo avere: che il cielo e lo spirito sono la perfezione, ma non la terra e il corpo. In quella visione, capivo che ciò che stavo vedendo era la mia stessa realtà: il mio corpo, tutta me stessa, compreso il mio corpo, tutta la terra e tutto il cosmo formava la pienezza. Che il cielo era solo una parentesi, contrariamente a quello che intendiamo. Questo mi impressionò molto».

E ancora: «Attraverso Maria ho avuto una visione diversa. Lei non è come ce la mostra la Chiesa, ma una persona molto attiva. Mi dispiace se questo scandalizza qualcuno, però il progetto di Dio e l’Incarnazione sono un desiderio esplicito che Lei ha ottenuto di realizzare. E non perché fosse “lei”. Tuto quello che è nel progetto di Dio si compie anche se “noi” lo vogliamo… Credo che Maria abbia fatto un lavoro creativo su di sé. Ha detto sì al suo desiderio, a “se stessa”, non a “qualcosa”. Ma per dire di sì a se stessa deve avere avuto un grande coraggio».

In questo video Angela spiega meglio di come non abbia fatto io in questa sintesi cosa significhi che la felicità è nelle nostre mani, dipenda solo da una nostra scelta. Dio, Maria, ci sostengono e aiutano, ma la scelta è la nostra.

Thursday 07 April 2016 09:00

Integrazione sì, comunione chissà. Il sibillino responso del papa

Brani scelti dell'esortazione postsinodale "Amoris lætitia". In 264 pagine e 325 paragrafi non una sola parola chiara, ma molte oscure, a favore della comunione ai divorziati risposati

Thursday 07 April 2016 04:00

"Amoris lætitia" è fatta così. Parola di due cardinali

Sono Baldisseri e Schönborn, che papa Francesco ha scelto per presentare come piace a lui l'esortazione postsinodale. Che cosa pensano l'hanno già detto. Il primo in una lettera, il secondo in un'intervista

Monday 04 April 2016

Qual è il segreto della vita cristiana?

La preghiera non una semplice invocazione per chiedere grazie. Se autentica, deve cambiare la vita di chi prega e portarlo a fare la volont di Dio. Gli esempi di Papa Francesco, le Suore di Madre Teresa e il dott. Marcello Candia.

 

Una volta, ...

Tuesday 29 March 2016

A proposito di presenza e di “nemici”

Uno dei rischi che corre certo cattolicesimo contemporaneo è quello di credere di essere “rilevanti” perché si hanno dei “nemici”. Mi hanno colpito a questo proposito queste parole del Papa alle Acli:

“Con letizia voi oggi dite: noi abbiamo progredito nella nostra via. Noi siamo là, non solo, ma così che nessuno, amico o avversario, ci può ignorare; noi rappresentiamo qualche cosa; tutti devono fare i conti con noi. È vero. La nostra gioia e la nostra soddisfazione non è minore della vostra, specialmente quando pensiamo come questi felici risultati sono stati ottenuti in breve tempo e sempre in concorrenza con avversari implacabili, che spesso avevano occupato il terreno prima di voi”.

“Tuttavia sarebbe un modo di giudicare superficiale, esteriore e, per così dire, puramente sportivo, se voi consideraste il cammino percorso soltanto da quell’aspetto. Le associazioni cattoliche dei lavoratori non sono là, unicamente perché là è l’avversario. Chi lo affermasse, falserebbe la verità storica, misconoscerebbe completamente l’impulso proprio della Chiesa e dei cristiani degni di questo nome per l’azione sociale. Questo impulso non viene loro dal di fuori; non la paura della rivoluzione, né del sollevamento delle masse li spinge al lavoro per il popolo. No. L’amore fa battere il loro cuore, quello stesso amore che faceva battere il cuore di Cristo, e ispira loro la sollecitudine per la difesa e il rispetto della dignità del lavoratore moderno e lo zelo attivo per metterlo in condizioni di vita materiali e sociali in armonia con tale dignità”.*

Ecco, non volontà di contrapposizione o compiacimento per l’avere avversari e nemici a cui controbattere con le rime alzando la voce nei talk show. Non l’evocazione di clima da “persecuzione” per i cristiani anche in Occidente (quasi una bestemmia verso i cristiani davvero perseguitati). Ma l’amore che fa battere il cuore di Cristo. Se c’è questo amore la fede non si trasforma in ideologia: quando agisce o quando parla, il cristiano con questo cuore comunica la verità dello sguardo misericordioso di Dio nel mondo.

* Discorso di Pio XII alle Acli, 29 giugno 1948

Monday 21 March 2016

Auguri di risorgere con Cristo

Piero Gheddo augura una Buona Pasqua missionaria

 

Mancano pochi giorni alla Pasqua, la festa della nostra fede. Noi siamo cristiani, discepoli di Cristo perch Lui risorto dalla morte. Se Cristo non fosse risorto, dice san...

Sunday 20 March 2016

Costruì la chiesa dove Bergoglio scoprì la sua vocazione. Storia di don Feliciano De Vita, prete campano che amava la Vergine della Misericordia

San José de Flores

San José de Flores a Buenos Aires

Quello che tutti sanno è che Jorge Mario Bergoglio, secondo quanto ha raccontato lui stesso in un documento scritto in risposta a una promessa fatta al salesiano Cayetano Bruno – “Storia di una vocazione” è il titolo che l’Osservatore Romano, il 23 dicembre del 2013, ha dato alla pubblicazione del testo – deve la sua vocazione sia a Enrique Pozzoli, il salesiano di origini italiane che lo battezzò il 25 dicembre 1936 e che “convinse” i genitori a farlo entrare in seminario, sia a una confessione avvenuta il 21 settembre 1954 nella chiesa della sua parrocchia, San José de Flores: «Il 21 settembre 1954 mi hanno buttato giù dal cavallo – scrisse Bergoglio –. Ho conosciuto P. Carlos B. Duarte Ibarra a Flores (la mia parrocchia). Mi sono confessato con lui per caso… e lì, senza che io stessi nel banco delle imposte come il santo del giorno (Matteo), mi aspettava il Signore “miserando et eligendo”. Lì non ho avuto dubbi che dovevo essere sacerdote».

Ciò che invece è meno noto è l’origine di questa chiesa, San José de Flores, sorta nel secolo scorso nel cuore di Buenos Aires, a sole quindici fermate di metropolitana da Plaza de Mayo. E cioè il fatto che essa, senza la tenacia di un sacerdote italiano, non avrebbe mai visto la luce. Di lui parla in un libro difficile da trovare, ma ricco di notizie, Giuseppe D’Amico, giornalista pubblicista di Polla (Sa), collaboratore di numerose testate della Campania, ex direttore dell’emittente Televallo e del periodico Il Corriere del Vallo. In “Il coraggio di partire” D’Amico ripercorre alcune tappe dell’emigrazione di alcuni suoi conterranei, tra la fine dell’800 e l’inizio del’900, dal Vallo di Diano nella zone del Rio de La Plata, in Argentina. Fra questi c’è «un parroco indimenticabile», don Feliciano De Vita. Si deve a lui la costruzione della chiesa che la famiglia Bergoglio frequentava quando Jorge Mario era un bambino, quello stesso edificio nel quale il futuro Papa sentirà la spinta a farsi prete.

Nato nel 1827 a Padula (Sa), De Vita entrò nel seminario di Teggiano. Al termine degli studi venne ordinato e “promosso” docente. Predicatore in tutto il Vallo, verso la fine del 1866 decise di trasferirsi in Argentina. Fino a pochi giorni prima della partenza non disse a nessuno che avrebbe lasciato l’Italia. Temeva, infatti, che i familiari si opponessero. Raggiunse l’Argentina il 19 febbraio 1867. Scrive D’Amico: «Poco dopo, tra la sorpresa generale, era già in grado di tenere la prima predica in lingua spagnola dedicando un panegirico alla Vergine della Misericordia». Divenne vice parroco di Ayacucho, quindi parroco di Carmen de Areco. Il 16 aprile 1878 venne trasferito nella parrocchia di San José de Flores dove, in breve tempo, posò la prima pietra «per la costruzione di un grandioso tempio che lascerà come ricordo imperituro ai suoi fedeli». Alla costruzione non contribuirono soltanto i fedeli cattolici, ma anche i protestanti, e con notevoli somme.

Cordiale, dotato di vastissima cultura, presto don De Vita divenne «il prete più popolare della capitale argentina». Nella parrocchia di San José de Flores rimase fino alla morte, avvenuta il 19 ottobre 1890 dopo una malattia di tre mesi. Cosciente della morte vicina chiese preghiere affinché la chiesa venisse ultimata. La morte arrivò quando ancora mancava l’altare centrale. I fedeli, tuttavia, ottennero di seppellirlo all’entrata del tempio.

Bergoglio, a quanto risulta almeno in Italia, non ha mai parlato pubblicamente di De Vita. Né si sa se il Papa della misericordia abbia mai letto quella prima omelia che il sacerdote italiano appena sbarcato in Argentina dedicò alla Vergine della Misericordia. Quello che è certo è che il prete che costruì San José de Flores era molto simile a Bergoglio quanto al desiderio di spendersi per gli altri, missionario nel cuore, cosciente che la vocazione abbracciata era un servizio se necessario da spendere anche molto lontano da casa.

 

Leggi qui “Storia di una vocazione”, l’articolo integrale uscito sull’Osservatore Romano nel quale Bergoglio racconta la nascita della sua vocazione

Qui invece puoi trovare il discorso del Papa al convengo internazionale dei giovani consacrati (17 settembre 2015) nel quale, in risposta alla terza domanda, egli racconta più dettagliatamente cosa accadde nella chiesa di San José de Flores il 21 settembre 1954

E qui un link al libro di Giuseppe D’Amico “Il coraggio di partire

Friday 18 March 2016

Auguri a tutti i papà (anche adottivi)

Auguri a tutti i papà, anche quelli adottivi, che sono veri padri senza paternità carnale, come lo fu san Giuseppe per Gesù.

Vi propongo queste parole pronunciate da Benedetto XVI in Camerun, nei primi Vespri della festa del santo, il 18 marzo 2009, nella Basilica Marie Reine des Apôtres nel quartiere di Mvolyé di Yaoundé. Parlando ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose, Papa Ratzinger tratteggiava quasi con stupore teologico la figura del santo:

«San Giuseppe manifesta ciò in maniera sorprendente, lui che è padre senza aver esercitato una paternità carnale. Non è il padre biologico di Gesù, del quale Dio solo è il Padre, e tuttavia egli esercita una paternità piena e intera. Essere padre è innanzitutto essere servitore della vita e della crescita. San Giuseppe ha dato prova, in questo senso, di una grande dedizione».

Friday 11 March 2016

Una salutare decentralizzazione

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Come spesso mi capita quando vado in giro a parlare, le domande che mi vengono poste sono per me motivo di riflessione anche nei giorni a seguire.

Così è capitato ieri sera, durante un incontro all’abbazia di San Pietro a San Bonifacio (provincia di Verona), dove sono stato chiamato per parlare del “Progetto di Francesco” (l’incontro s’inseriva nella rassegna “Incontri d’autore”, promossa dalla Libreria Bonturi di San Bonifacio in collaborazione con Confcommercio e la Scuola di Formazione Teologica «Adriana Monti Brugnoli» con il patrocinio del Comune di San Bonifacio. Ha moderato Lorenzo Fazzini, direttore della Emi).

Fra le tante domande ricevute mi ha fatto molto pensare l’ultima. L’ha posta un signore, se non sbaglio di nome Luigi, da anni volontario in un ospedale del Kenya gestito da salesiani.

«Secondo lei Francesco riuscirà a tenere conto del fatto che in tante parti del mondo la Chiesa non può dipendere in tutto e per tutto dalle disposizioni romane?», mi ha chiesto. E ancora: «In Africa i missionari hanno a che fare con realtà molto dure. E le discussioni che sentono fare a Roma risultano spesso loro lontane. Riuscirà Francesco a non mortificare ma anzi a valorizzare le diverse soluzioni pastorali che le Chiese locali adottano di volta in volta a seconda del territorio in cui sono e delle persone che incontrano?».

Brevemente ho risposto che senz’altro un Papa che viene da un «Paese quasi ai confini del mondo», e che bene conosce la distanza che le Chiese locali possono sentire da Roma, saprà adeguatamente andare fino in fondo a ciò che già il Concilio Vaticano II aveva auspicato: la Chiesa di Cristo esiste nella Chiesa locale in forma piena anche se le diocesi sono piccole, povere e disperse. E, dunque, la necessità dell’inculturazione non può che portare le stesse Chiese locali a rispettare fino in fondo, anche con soluzioni pastorali proprie, le diversità e le particolarità presenti.

C’è anche un passaggio di Evangelii Gaudium molto esplicito in proposito. Scrive Francesco: «Non è opportuno che il Papa sostituisca gli episcopati locali nel discernimento di tutte le problematiche che si prospettano nei loro territori. In questo senso, avverto la necessità di procedere in una salutare “decentralizzazione”».

Però la domanda ha continuato a farmi riflettere. Perché è evidente che ancora oggi molte Chiese locali sentono Roma distante. E che il lavoro di tanti missionari fra gli ultimi è spesso poco considerato e, anzi, a volte addirittura mortificato da un centralismo che non può essere il futuro della Chiesa. E mi sono così chiesto il perché di questo centralismo? E cosa pensassero in proposito i due predecessori di Francesco.

Rispondere non è facile, perché il rischio di cedere ai pregiudizi o anche semplicemente a letture superficiali è sempre presente.

Tuttavia ho trovato illuminante riscoprire un dialogo uscito nel 1991 sul settimanale “Die Zeit” fra il cardinale “liberale” Franz Koenig e Joseph Ratzinger, allora prefetto dell’ex Sant’Uffizio. Pubblicato su Repubblica da Domenico Del Rio con un pezzo dal titolo “Dobbiamo superare il centralismo papale”, mostra come anche il futuro Benedetto XVI, al di là delle letture semplicistiche che lo dipingono come protagonista di una sorta di restaurazione teologica del centralismo romano, fosse in linea con le parole usate da Francesco in Evangelii Gaudium. E, a quanto dice Koenig, in linea era probabilmente anche Wojtyla.

Disse Koenig: «Io soffro per il fatto che alcuni ritengono che tutto deve essere fatto discendere dal papa. Mi sembra che il Papa stesso (Giovanni Paolo II, ndr), in realtà, non la pensi così. Ricordo un pranzo che ho avuto con lui a Castelgandolfo. Egli mi parlava in maniera positiva di un articolo, pubblicato allora sulla rivista dei Gesuiti “La civiltà cattolica”, in cui si criticava il centralismo papale».

Rispose Ratzinger: «Certo, ci si deve guardare da queste tendenze verso una centralizzazione sbagliata. Comunque, è del tutto errata l’idea che il Papa debba dire e prescrivere tutto quello che gli altri devono eseguire. Ciò non sarebbe in armonia né con la Bibbia né con la Tradizione cristiana, e anche a livello umano non sarebbe auspicabile».

(Il testo integrale del colloquio fra Koenig e Ratzinger pubblicato nel 1991 su Repubblica:
Dobbiamo superare il centralismo papale”)

Friday 11 March 2016 09:32

Madri del deserto. Quando le donne erano guide spirituali

La Maddalena del Perugino (Palazzo Pitti, Firenze)

La Maddalena del Perugino (Palazzo Pitti, Firenze)

 

Fai vivere la tua anima.
Non inquietarti davanti alle contrarietà,
non fissarti sul male.
Chiedi a Dio: Signore dammi la forza.
Tu sei il sacrario di Dio.
Cura te stesso.
Non giudicare gli altri.
Distingui.

Gabriel Ziegler è teologa e oblata benedettina, docente di latino e di greco, studiosa di storia della Chiesa primitiva, con un particolare interesse verso i padri e le madri del deserto. A lei si deve il libro “Madri del deserto” (“Die Wüstenmütter”, il titolo originale) che la Libreria Editrice Vaticana ha deciso di pubblicare in questi giorni, a ridosso della festa della donna (8 marzo).

Un segno, a mio avviso, affinché la Chiesa – che per Francesco senza la donna «rischia la sterilità» – riscopra il ruolo che le donne devono avere al suo interno. Quale? Lo spiegò bene lo stesso Francesco il 28 luglio 2013 di ritorno dal viaggio in Brasile: la donna, disse, «non si può limitare a fare la chierichetta, la presidentessa della Caritas, la catechista. No, deve essere profondamente, misticamente di più».

Ma il libro è un segno anche rispetto a un leitmotiv proprio di questo pontificato. La necessità che chi crede – non soltanto l’uomo di curia – viva il silenzio. Le chiacchiere, i pettegolezzi, per Francesco uccidono. E, soprattutto, allontanano da un’autentica vita in Cristo. Per le donne del deserto descritte da Zigler tutto questo era molto chiaro: vivevano di silenzio perché «quando la porta dell’anima, la bocca, è costantemente aperta, l’anima non può essere in sé».

Il libro trasporta in una realtà, quella delle madri del deserto, poco conosciuta. Eppure, scrive Anselm Grün nella prefazione, «l’assistenza spirituale al tempo dei primi monaci non è stata solo una questione riservata a uomini», ma «anche alle donne». Si tratta di «donne di rottura», come le chiama Ziegler, che nella società tardoantica hanno abbandonato tutto e si sono ritirate nella zona del Nilo, nel Sinai o in altre regioni appartate per diventare «assistenti spirituali di donne, di monaci o di donne e di uomini della società colta di Alessandria e di altre città». Hanno lasciato tutto per vivere la sequela di Cristo nella forma del deserto, e cioè del silenzio e della solitudine. E da lì aiutare gli altri.

Di loro, di queste «donne del deserto», nel corso dei secoli, si sono perse le tracce. Eppure avevano in sé quel «misticamente di più» che Francesco oggi chiede abbiano le donne all’interno della Chiesa. Non a caso venivano chiamate conformemente al titolo onorifico di «padre», «Abba». E cioè «amma», «balia», «madre». Ritirandosi nel deserto come eremite, venivano cercate da tante persone delle quali divenivano guide, assistenti spirituali. Quale il loro atteggiamento? Scrive Ziegler: «Prendersi cura di sé, non condannare, esercitare discrezione». «La madre – scrive invece Grün – non giudica, lei protegge, si prende cura e sostiene la vita».

Ziegler tratteggia brevemente il profilo di alcune di queste madri. Sono affreschi che portano in un tempo lontano, eppure attuali ancora oggi. Perché queste donne, col loro esempio, «incoraggiano a non sopprimere la nostalgia del mettersi in marcia e di un’altra vita».

TEODORA
Visse al tempo dell’arcivescovo Teofilo d’Alessandria (morto nel 412). Per migliorarsi si guardava sempre come fosse davanti a uno specchio, come un’estranea. Così facendo poteva essere maggiormente obiettiva con se stessa. Praticava il digiuno che non era semplicemente astinenza dal cibo. Era di più, perché aveva a che fare con la tendenza, riguardante corpo e anima, a stipare qualcosa in sé. «Se l’uomo desidera possedere sempre di più, non sopporta più il vuoto, non ama più il silenzio, e sottrae qualcosa ad altri – si tratti di cibo, lavoro o felicità – e ciò conduce all’ingrassamento del nostro spirito» attraverso l’ingordigia, l’ira, l’invidia, la vanagloria e l’inquietudine. Il digiuno, infatti, è quello tratteggiato da Isaia 58, 6ss: «Sciogliere le ingiuste catene, liberare dal giogo, spezzare il pane all’affamato, accogliere il povero in casa, donare un vestito a un nudo, non sottrarsi al prossimo».

SARRHA
Non si sa esattamente quando visse. Lottò per anni contro la lussuria. Alla fine vinse, ma la vittoria non fu sua bensì di Dio. La strada fu una: ignorare il male e concentrarsi invece su Dio. Disse: «Due cose deve preservarsi l’essere umano: dal pensare alla lussuria e dal condannare il prossimo». La non condanna del prossimo è una caratteristica costante nelle madri del deserto. Esse, infatti, non erano del tutto solitarie. Nel senso che erano in costante rapporto fra di loro, si aiutavano. Quando ad esempio Teodora chiese aiuto a Sarrha perché soggiogata dai cattivi pensieri, lei le rispose di digiunare e di pregare ma soprattutto le disse: «Né io né Dio possiamo impietosirci di te, se tu non hai pietà di te stessa».

SINCLETICA
Vissuta ad Alessandria, la sua vita fu pari a quella degli apostoli. Per essere maestri nella vita spirituale, diceva, occorre «sopportare i tempi del silenzio interiore o il dispregio di altri, così come i propri errori e i propri fallimenti, il non adeguarsi alle mode del tempo e il desistere dalla ricerca dello straordinario». Occorre poi fare propria la mitezza di Mosè, che emerge n Esodo 33, 11 quando egli parlò a Dio come un uomo rivolto al suo amico. Questa mitezza fa cambiare un cuore di roccia in fonte di acqua.

MELANIA
Visse fra il 342 e il 410. Fulminante la risposta data a una madre del deserto che le disse di voler preservare il suo cuore dal male ma di non riuscirci: «Che cosa significa “vorrei ma non posso?”. Non sai forse che chi non mantiene il silenzio non può acquisire alcuna virtù?».

ANCORA TEODORA
Quella delle madri del deserto fu un’ascesi non soltanto attiva, ma anche passiva di accettazione ad esempio di ciò che Dio desidera dire attraverso il corpo, nella malattia. Teodora suggerì di «guardare con vigilanza i sintomi della malattia, ma senza farci condizionare facilmente da loro. Vigili e coscienti, dobbiamo occuparcene, così scopriremo che essi sono espressione della nostra anima, ed è su questa che dobbiamo lavorare, combattendo i sentimenti negativi di sconforto. Accadrà allora che anche i sintomi si affievoliranno, che scomparirà d’improvviso anche la febbre». Teodora non lottò direttamente contro la malattia, semplicemente la ammise. Solo così riuscì a distaccarsene, a non farsi condizionare.

Monday 07 March 2016

Misericordia Missione della Chiesa

Il libro di padre Giuseppe Buono presentato da mons. Fisichella nella seconda edizione in tre mesi, il pi originale tra i libri su questo tema

 

Fra i molti libri sulla Misericordia di Dio, questo di padre Giuseppe Buono, missionario del Pime: Mi...

Tuesday 01 March 2016

L’Anticristo è già tra noi

Il Blog di oggi lho gi pubblicato nel settembre 2014, ma visto che si discute ancora in modo animato degli stessi problemi di un anno e mezzo fa, lo ripubblico per sentire il...

Monday 22 February 2016

Rosetta e Giovanni in cammino verso la Beatificazione

Come noto ai lettori dei miei Blog, il Signore mi ha fatto la grande grazia di essere figlio di due genitori diventati Servi di Dio nel 2006. Le due Cause per la loro Beatificazione, in questo Anno della Famiglia, stanno per riprendere il cammino con buone prospettive di continuarlo, con l...

Friday 29 January 2016

Uteri in affitto e dignità della donna

Cari amici, nell’augurarvi in ritardo un buon 2016, mi scuso per l’assenza, determinata anche dalle tante presentazioni del nuovo libro. Oggi solo poche righe per dire che mi stupisce sentir parlare dell’utero in affitto come se si trattasse di una conquista di civiltà. Mi è accaduto l’altro giorno, mentre partecipavo a una trasmissione televisiva: il fatto che una coppia omosessuale avesse fatto nascere così i bambini poi da loro adottati è stato considerato come qualcosa di normale. Non dimentichiamo peraltro che si tratta di una pratica usata anche da coppie eterosessuali.

Ci sono donne che vengono pagate (e se lo fanno significa che hanno bisogno di soldi) per portare in grembo e far crescere un figlio per nove mesi, fino alla nascita, quando il piccolo o la piccola sarà consegnata a coloro che hanno commissionato il figlio. Non giudico qui i sentimenti delle persone, il desiderio di paternità e maternità, la voglia di donare affetto, etc. etc. Guardo alla questione dal punto di vista della dignità della donna, che viene svilita.

E non mi sembra di vedere differenze tra questi casi e quelli di coloro che si vendono un rene al mercato nero per sopravvivere. Anzi, sì, ci sono differenze: perché nel caso dell’utero in affitto (come se si trattasse di un monolocale disponibile a prezzi di mercato) è implicato anche un nuovo essere umano.

Non è un esempio di colonizzazione ideologica e di sfruttamento dei poveri da parte dei ricchi?

Monday 21 December 2015

Buon Natale ai naviganti

Buon Natale a tutti i naviganti!

La tenerezza di Dio che si è fatto carne per salvarci ha il volto di un Bambino, figlio di migranti poi diventati rifugiati. Un Bambino nato nella precarietà di una stalla, che guardiamo con stupore, lasciandoci guardare da Lui.

Per farlo sopravvivere alla violenza del re Erode, i suoi genitori sono stati costretti a cercare scampo in un altro Paese, che li ha accolti.

Grazie a Maria, per aver detto sì, abbandonandosi al disegno di Dio su di Lei

Grazie a Giuseppe per averle creduto, per aver custodito e fatto crescere il Bambino Gesù.

Grazie all’Egitto per aver permesso a questa famiglia di profughi di attraversare il confine e di essere accolti e salvati dalla violenza e dall’odio.

Grazie a tutti quelli che in questi giorni guardando stupiti il presepe e la piccola folla di pastori, barboni, accattoni, border line e povericristi ai quali per primi è stata annunciata la nascita del Salvatore, riconosceranno in tante famiglie in fuga, o bisognose, il riverbero della Natività di Betlemme.

Thursday 10 December 2015

San Pietro, Fiat Lux e le troppe bestie

Cari amici,
la sera dell’8 dicembre, festa dell’Immacolata e giorno di apertura della Porta Santa della Misericordia in San Pietro, sulla facciata della basilica vaticana sono stati proiettati filmati e fotografie scattate da grandi artisti dell’immagine, raffiguranti animali di ogni tipo e paesaggi. Lo spettacolo, offerto come forma di ringraziamento per l’enciclica «Laudato si’» di Francesco, era intitolato «Fiat Lux».

Una premessa, tanto per essere chiari: sono tra coloro che avrebbero fatto volentieri a meno di questo «grande evento» la sera dell’inizio di un Giubileo che non dovrebbe essere incentrato per l’appunto sui «grandi eventi» e sulla spettacolarizzazione. Non se ne sentiva il bisogno, per la giornata bastavano e avanzavano le parole del Papa e il gesto dell’apertura della Porta Santa.

Detto questo, sono rimasto però sorpreso (ma non troppo, in fondo) nel registrare le reazioni scandalizzate e apocalittiche di analisti e commentatori, inorriditi per la proiezione dissacrante che avrebbe trasformato in un trionfo del paganesimo animalista la grande facciata della basilica vaticana. «Fiat Lux» è stato definito una «baracconata» e un «osceno oltraggio» alla Madonna. C’è chi osservato «quanto siamo caduti in basso» e via di questo passo.

Quelle immagini proiettate ritraevano la natura, creazione di Dio. Siamo sicuri che la presenza di leoni, delfini, balene, api e farfalle sulla facciata di San Pietro sia stata una «dissacrazione»? Uno sguardo a ciò che è contenuto all’interno della basilica vaticana, cioè in uno spazio certamente più sacro rispetto alla sua facciata, avrebbe dovuto indurre a un po’ più di prudenza nei commenti di chi si è stracciato le vesti in questa occasione.

Dentro la basilica di San Pietro sono infatti raffigurate, con dovizia di particolari, ben 67 specie diverse di animali. Un primo conteggio lo fece in un mini-saggio un grande maestro del vaticanismo, Arcangelo Paglialunga, corrispondente dal Vaticano per i quotidiani «Il Gazzettino» e «Il Giornale di Brescia». Più recente è lo studio sistematico dello storico dell’arte Sandro Barbagallo, che lavora ai Musei Vaticani e ha pubblicato il libro «Gli animali nell’arte religiosa. La Basilica di San Pietro» (Libreria Editrice Vaticana, 240 pagine, 33 euro), corredato con molte immagini suggestive.

Ebbene, tra le 67 specie di animali figurano rappresentante in sculture, dipinti, mosaici e bassorilievi ben 500 api, 470 colombe, 100 draghi (sì, avete capito bene, proprio draghi, quelli preferiti dagli amanti del Fantasy e di Harry Potter). Ci sono leoni, aquile, farfalle, serpenti, elefanti, delfini, gatti, cani, coccodrilli, giaguari, balene, lucertole. Ci sono anche pipistrelli, e creature mitologiche come unicorni e sfingi. Per questo monsignor Giovanni Fallani, presidente della Commissione di Arte Sacra ai tempi di Giovanni XXIII, amava definire quello di San Pietro un vero e proprio «zoo sacro».

Ora, che a qualcuno possa non essere piaciuto lo spettacolo di luci e immagini sulla facciata perché giudicato inappropriato alla circostanza, è più che comprensibile e, come ho detto, condivido la perplessità. In ogni caso è vero che i giochi di luce non sono una novità per la basilica vaticana: si veda quanto accadde nel 1940, con il mondo in guerra, e San Pietro trasformata in un trionfo di luminarie.

Ed è vero che lo spettacolo non è mai stato del tutto escluso dalla grande piazza vaticana: qualche anno fa venne montato un tendone del circo in occasione di un pellegrinaggio dei circensi.

Quello che suona a mio avviso stonato, in molti commenti, è il ritenere dissacrante la proiezione di immagini di animali sulla facciata di San Pietro. Ne hanno mostrati comunque di meno di quelli che vi sono rappresentati all’interno, mai ritenuti dissacranti neanche ai tempi della Controriforma e tutt’oggi ospitati nel più grande «zoo sacro» della cristianità insieme alle statue di Gesù, della Madonna, dei grandi santi e dei papi (santi e meno santi).

Friday 04 December 2015

Stranieri e rifugiati nel presepe

Cari amici, torno a farmi sentire dopo un mese di assenza, densissimo di impegni e culminato con il viaggio in Africa del Papa. In questi ultimi giorni, il presepe e altri simboli del Natale sono al centro del dibattito politico, a motivo di qualche curiosa iniziativa in alcune scuole da parte di chi pensa che rispettare le altre fedi significhi rinunciare alle proprie tradizioni. È stato ben spiegato che ai musulmani, ad esempio, il presepe non dà alcun fastidio, anzi: essi venerano la nascita di Gesù. Il fatto di vederci arrendevoli rispetto a queste tradizioni contribuisce piuttosto ad accrescere il giudizio negativo da parte degli immigrati islamici.

Ma non è della polemica che volevo parlare, quanto piuttosto dei pensieri che mi ha suscitato la fotografia che ritrae un noto politico italiano con un presepe in mano, mentre partecipa a una manifestazione di protesta davanti a una scuola.

Ci sono alcuni aspetti che forse varrebbe la pena non dimenticare.

1) Le persone rappresentate nel presepe erano lontane dal loro paese di residenza, avevano avuto difficoltà a trovare un luogo adeguato dove sistemarsi e si erano alla fine accomodati in una stalla. Dunque erano temporaneamente dei senza tetto.

2) Tra i personaggi principali di quella rappresentazione ci sono i pastori, cioè l’equivalente all’epoca, degli «irregolari» di oggi: persone che vivano ai margini della società, erano tenuti alla larga, si pensava vivessero anche di furti. Insomma, l’esatto opposto degli integrati, delle persone perbene, dei notabili.

3) Nel presepe sono integrate, appartenendovi a pieno titolo, le figure di alcuni «stranieri», i magi.

4) I protagonisti della scena, Giuseppe, Maria e il bambino Gesù, si trasformano in emigrati e rifugiati: per scampare alla ferocia del re Erode, scappano in Egitto.

Ecco, mi è venuto da pensare: ma chi propugna la chiusura delle frontiere e propone di rispedire a casa i clandestini lo sa che se le regole che lui sognate fossero state in vigore duemila anni fa, il piccolo rifugiato Gesù sarebbe stato ucciso da Erode dopo aver trovato sbarrate le frontiere dell’Egitto?

Tuesday 29 September 2015

Sale della comunità, si svolta

adriano bianchiNon si vede, ma accade. In questi primi giorni d’inizio autunno le parrocchie e gli oratori italiani si animano. Famiglie, catechisti, bambini, sport, attività. La Chiesa che è tra la gente declina ancora una volta nel quotidiano la sfida di annunciare il Vangelo per rendere più umano il territorio, i quartieri, la società di cui si sente parte. Prende i ritmi e i tempi della comunità, crea legami promuovendo l’educazione, la carità e la cultura con uno stile libero e sobrio. È un impegno vivo in ogni città e paese italiano e ha il volto di preti, operatori pastorali e persone che nel servizio parrocchiale mettono passione, creatività e competenza.

In circa mille parrocchie italiane questo servizio pastorale trova casa anche nell’animazione delle sale della comunità. Ricomincia il cinema, la musica, il teatro. Non puro intrattenimento, ma con una coscienza sempre più piena che anche le sale della comunità debbano rispondere a una vocazione ecclesiale e culturale. Accanto alla chiesa e all’oratorio, oggi sempre più spesso esse intercettano l’espressività giovanile, la sperimentazione artistica, il protagonismo, il dialogo tra le culture, l’approfondimento nel pensare. Sono uno spazio privilegiato di educazione alla bellezza, alla ricerca e all’incontro. La parrocchia resta la casa del progetto della sala della comunità e ad essa deve rendere conto. È l’indicazione dei vescovi italiani che fin dal 1999 con una nota pastorale sul servizio ecclesiale e culturale delle Sale (ribadito poi nel direttorio Comunicazione e mis- sione del 2004) hanno affidato a questo prezioso spazio di evangelizzazione e promozione culturale.

La sala della comunità è progetto di soglia,’propedeutico al tempio’ diceva all’Acec San Giovanni Paolo II, e l’Associazione cattolica esercenti cinema (Acec), su mandato della Chiesa italiana, continua a promuovere, sostenere e rappresentare questo cammino. Lo fa da associazione, e non da semplice soggetto culturale preposto, nella convinzione che la modalità associativa aiuti a rappresentare meglio i bisogni del territorio, serva a salvaguardare la peculiarità e il contributo di ciascun territorio pur in un percorso unitario.

D’altro canto le sfide, anche per le Sale della comunità, non finiscono mai. L’ultima riguarda il cinema. La trasformazione digitale e la sparizione della pellicola cinematografica ha comportato l’investimento per l’acquisto del nuovo proiettore di circa 50mila euro per ogni sala. Soldi che sono arrivati anzitutto dalla gente delle nostre parrocchie. Qualche bando regionale c’è stato, qualche aiuto da parte di qualche benemerita fondazione è arrivato, qualche diocesi si è mossa. L’ultima, in ordine di tempo è la convenzione stipulata tra Bnl, Acec e Anec per la cedibilità del credito nella digitalizzazione e presentata recentemente alla Mostra di Venezia. Un’opportunità in più che andrà sfruttata al meglio. A oggi 550 sale hanno superato lo scoglio. Altre 150 potrebbero farlo a breve. Almeno 200 hanno mollato la presa. Chi si è digitalizzato lo deve però alla tenacia soprattutto dei volontari. Sono loro che non hanno smesso di fare iniziative e di sollecitarle le istituzioni. In Italia oggi le sale cattoliche ormai all’avanguardia dal punto di vista tecnologico, garantiscono al cinema di raggiungere i piccoli comuni e località più sperdute. Lo fanno con prezzi popolari e con programmazioni sia di qualità che di svago. Le nostre sale si sono anche aperte al teatro, ivi compreso quello sacro (grazie alle circuitazioni nazionali promosse da Acec, Federgat e Cei) e, in accordo con le scuole, fanno crescere con progetti educativi mirati il pubblico del futuro. Dove sono presenti sono certo un’opportunità, ma, soprattutto al Sud, avrebbero bisogno di essere maggiormente integrate anche attraverso l’apporto associativo che l’Acec offre, perché possano esprimere al meglio il loro valore e il servizio che le Chiese. Resta ancora molto da fare, ma la passione e l’impegno non mancano.

Adriano Bianchi, presidente Associazione cattolica esercenti cinema (Acec)

Avvenire, 29 settembre 2015

Monday 28 September 2015

Caro Hawking, il Big Bang non esclude Dio

Dice ancora qualcosa il nome di Dio agli uomini di oggi? Secondo Nietzsche, poco o nulla. Lo stesso annuncio che «Dio è morto» è destinato a cadere nel vuoto. Magari tutti ripetono la frase a proposito di questo o di quello. Ma come se fosse un’ovvietà, una cosa scontata, di cui prendere atto per poi archiviarla senza farsi troppi problemi [...].

Che morte di Dio appaia come un evento che è ormai alle nostre spalle e che ci lascia sostanzialmente indifferenti non è ateismo. È nichilismo. L’ateismo a suo modo tiene ferma l’idea di Dio [...], vede in Dio il nemico dell’uomo. Perciò gli muove guerra. Per il nichilismo niente di tutto ciò. Quella di Dio è una grande idea. Talmente alta e nobile che, come afferma quel perfetto nichilista che è Ivan Karamazov, c’è da stupire che sia venuta in mente a un “animale selvaggio” come l’uomo. Però destinata a dissolversi come rugiada al sole sotto i raggi spietati della scienza.

Rimasto senza Dio, l’uomo deve fare i conti con la realtà. Deve imparare a vivere sotto un cielo da cui non può più venirgli alcun soccorso né consolazione. Quindi, deve riappropriarsi della sua vita terrena e soltanto terrena. Con quanto di buono e prezioso la terra ha da offrire una volta che Dio è uscito di scena. Ma siccome non c’è nulla di buono e prezioso se non in forza dei nostri stessi limiti, diciamo pure in forza del nostro destino di morte (infatti come potremmo amarci gli uni gli altri se fossimo immortali?), sia lode al nulla! Questo dice il nichilismo.

Ma anche più importante di quel che il nichilismo dice, è quel che il nichilismo non dice. Per realizzare il suo progetto di riconciliazione con la mortalità e la finitezza, il nichilismo deve tacere su un punto decisivo: lo scandalo dal male. Precisamente lo scandalo che l’ateismo aveva fatto valere contro Dio, in questo dimostrandosi consapevole del fatto che il male sta e cade con Dio. È di fronte a Dio che il male appare scandaloso. Cancellato del tutto Dio, persino come idea, il male continua a far male, ma rientra nell’ordine naturale delle cose. Ed ecco la parola d’ordine del nichilismo: tranquilli, non è il caso di far tragedie [...].

Spostiamo ora la nostra attenzione su un altro piano. Dove in questione sono scienza e religione. Affermando, come gli è accaduto recentemente, che una “teoria unificata dell’universo” è ormai a portata di mano, Stephen Hawking ha riproposto quello che per Einstein era un sogno irrealizzabile, ossia la riunificazione in un solo campo delle forze dell’infinitamente piccolo (forza nucleare e radioattività) e delle forze dell’infinitamente grande (elettromagnetismo e gravità). Lasciamo stare se Hawking abbia ragione o pecchi di ottimismo. Chiediamoci piuttosto da dove Hawking tragga l’idea che fa da corollario alla sua affermazione: quella per cui tale teoria metterebbe Dio definitivamente fuori gioco. E dire che proprio Hawking solo qualche anno fa ne aveva ammesso la possibilità. Lo stesso vale per Einstein. Per non parlare di Cantor, la cui teoria degli insiemi prospetta gli infiniti (al plurale) l’uno dentro l’altro, come in un gioco di scatole cinesi, ed evoca Dio come infinito degli infiniti (ma anche come ultimo orizzonte in cui la ragione fa naufragio). Sia come sia il problema Dio appariva aperto e invece ora non più. Se non risolto, accantonato su base fisicomatematica prima ancora che su altra base (ad esempio etica).

In altri termini, quel che viene sostenuto da Hawking è che di Dio non c’è alcun bisogno per spiegare il passaggio dallo stato assolutamente inerziale dell’inizio al Big Bang. Nulla infatti vieta di pensare che lo stato iniziale contenga già, prima della sua esplosione – e dunque in un tempo solo immaginario e non ancora reale –, tutte le informazioni necessarie a produrre l’esplosione stessa. Se il successivo processo entropico viene fatto regredire fino al grado zero, dove l’entropia è nulla ma le informazioni ci sono e contengono nel tempo immaginario la totalità delle cose che poi si svilupperanno nel tempo reale, è come se ci fosse dato di giungere al limite estremo dell’universo (per non dire dell’essere) e poi fare ancora un passo. Un passo a nord del Polo Nord, per usare la paradossale metafora di Hawking.

Che cos’è questo? Un salto nel nulla? Un tentativo di costruire, nel cuore stesso del nulla, una postazione da cui osservare il prodursi della realtà, il suo venire alla luce, il suo offrirsi a uno sguardo capace di descriverne perfettamente la manifestazione? Certo è un salto nel grado zero della realtà. Diciamo pure: un salto nello zero. E allora perché stupirsi? Lo zero è un numero. Ma un numero straordinario. Simboleggia ciò che sta prima dell’uno, ma al tempo stesso contiene l’uno, se è vero che zero elevato a potenza zero dà uno. Contiene non solo quel che non è ancora ma addirittura quel che esso nega. Posto lo zero, è posto anche l’uno. E con l’uno la serie infinita dei numeri, con i numeri il prima e il dopo, vale a dire il tempo, col tempo la possibilità che le cose siano… Accade con il numero zero quel che accade con il concetto di nulla: ce ne serviamo per indicare una realtà negativa, realtà che non esiste, eppure grazie a essi compiamo operazioni altrimenti impossibili o riusciamo a pensare ciò che diversamente resterebbe impensato (l’indeterminazione, la libertà, e così via).

Nondimeno… Se ci limitiamo a considerare lo zero un analogo del nulla, quasi che lo zero fosse in matematica quel che il nulla è in metafisica, perdiamo di vista la differenza essenziale. Lo zero è qualcosa. È un numero, appunto. Un simbolo. È qualcosa che ha pur sempre che fare con qualcosa, anche quando questo qualcosa è una realtà puramente negativa o realtà che sta prima della realtà, come il tempo immaginario che sta prima del tempo reale. Invece posto il nulla, non è posto alcunché [...]: il nulla non designa nulla e soprattutto non ha a che fare con dei fatti, ma semmai col senso o col non senso delle cose. Come quando dico: questo non significa nulla. Oppure: il nulla è il senso del tutto. Oppure: Dio ha tratto il mondo fuori dal nulla. Come intendere queste affermazioni? In un solo modo, se si vuole evitare di cadere nell’assurdo: come affermazioni che non riguardano questo o quel fatto, né la totalità dei fatti, né l’essere, ma il senso dell’essere. Quando dico che Dio ha tratto il mondo fuori da nulla, non sto affatto descrivendo il processo che ha innescato il Big Bang, cioè una serie di fatti. Al contrario, sto dicendo (magari a torto, ma questo non è qui in discussione) che il mondo ha senso, visto che Dio, che poteva abbandonarlo al nulla, lo ha invece tratto fuori dal nulla e quindi lo ha “salvato”. Due piani, dunque, da tenere ben distinti. Per gli astrofisici si tratta di spiegare com’è fatto il mondo. Per i filosofi e per i teologi, se il mondo abbia o non abbia un senso. Chiamare o non chiamare Dio quel principio di spiegazione è irrilevante, così come è fuori luogo applicare a una teoria fisica la nozione di disegno salvifico o intelligente che sia.

Sergio Givone

Avvenire, 27 settembre 2015

Thursday 24 September 2015

Ripartire dalla legge di natura

«Per vivere occorre un’identità, ossia una dignità », scriveva Primo Levi ne I sommersi e i salvati (1986), scolpendo con queste parole la verità irrinunciabile di ogni esistenza umana, umiliata e negata nei campi di sterminio nazisti. Ciascuno porta con sé il diritto di essere qualcosa di irriducibile e inviolabile. Il diritto della persona umana coincide con la sua stessa nascita, con quell’“inizio” che riaccade ogni volta che un essere umano viene al mondo, e di cui Hannah Arendt aveva parlato alla fine del suo studio su Le origini del totalitarismo (1951), riprendendo un’intuizione formidabile di Agostino: « Initium ut esset, homo creatus est », l’uomo è stato fatto per poter cominciare, per essere un inizio, per dare inizio a qualcosa di nuovo e di libero. A questo livello si radica la vera resistenza alla distruzione ideologica dell’umano, che è la cifra tragica dei totalitarismi novecenteschi, ma anche la più normalizzata omologazione di una cultura nichilista, in cui l’umano implode per mancanza di un significato reale per cui vivere.

In questa identità, in questo inizio è il seme di ogni diritto, nato non semplicemente dalla rivendicazione di qualcosa che non ci viene riconosciuto o per cui siamo discriminati (questo verrà dopo, certo, come inevitabile conseguenza dell’essere al mondo), ma dal non esserci fatti da noi stessi. Paradossalmente, il nostro primo diritto è la nostra provenienza, nei confronti della quale noi siamo sempre “in debito”, in quanto “dati” a noi stessi. Forse è proprio ripartendo da qui che possiamo comprendere nuovamente il significato di “legge di natura”, un’espressione diventata per molti troppo ingombrante, nel migliore dei casi così scontata da non essere più interessante. Nel dibattito culturale contemporaneo assistiamo infatti a una strana contraddizione: da un lato i diritti individuali delle persone e i diritti collettivi dei gruppi sociali, vengono sempre più concepiti – e rivendicati – come il test dell’affermazione o della negazione della dignità dell’essere umano. Dall’altro lato però diventa sempre più problematico fondare tali diritti su di una “base” naturale oggettiva e universale. Temi caldi come il diritto a decidere della propria morte o della propria identità di genere in base alle condizioni fisico-ambientali e al sentimento di sé che segna i singoli soggetti in maniera diversificata, portano piuttosto a considerare l’essere umano non tanto un “dato” naturale, ma una costruzione storica e culturale. Assicurare la libertà di potersi costruire la propria esistenza, adeguando anche la legislazione in maniera tale che garantisca la realizzazione di tali opzioni, sembra un punto essenziale non solo per il diritto ma anche per la pietà (emblematica l’onda di discussioni dopo il referendum irlandese sul matrimonio omosessuale). Questa tendenza sembra ormai inarrestabile nella cultura contemporanea, chiamata appunto dei “diritti”. Ma non sembrano efficaci i richiami ad una legge naturale vista come un ordine oggettivo che semplicemente limiti l’auto-determinazione dei singoli individui. E questo non perché non ci si debba riferire ad una base intangibile per la natura identitaria della persona umana; a risultare inadeguata è piuttosto la contrapposizione tra legge naturale e diritti umani come tra un ordine “assoluto” e un ordine “relativistico”. Nel momento in cui l’alternativa è questa, sembra quasi scontato che prevalga e infine vinca il “relativo”, così come vince l’esperienza fatta di incontri, eventi, occasioni perse o guadagnate, rispetto ad un ordine avvertito (ingiustamente) come fisso e immutabile. Insomma la preferenza va quasi sicuramente alla libertà dell’io piuttosto che ad una verità percepita come una zavorra.

La dialettica “ideologica” tra legge naturale e diritti rischia seriamente di compromettere la comprensione adeguata di fenomeni che vengono troppo affrettatamente contrapposti – la libertà dell’io e la verità delle cose – e apre una questione bruciante: è possibile ancora comprendere e per così dire riconquistare, non per teoria ma per esperienza, l’amicizia e l’unità tra questi due fenomeni? La natura è una legge assoluta o una realtà che “accade” nella storia e si avvera nell’esperienza? La difficoltà ad accettare oggi la legge naturale come qualcosa di astratto, può essere fronteggiata solo se essa viene riscoperta come qualcosa di concreto, addirittura come un bisogno, un’esigenza degli stessi diritti umani. La posta in gioco è alta e affascinante: accorgersi di nuovo della propria natura, scoprendo dall’interno dei propri diritti un bisogno irriducibile ad ogni diritto, ma radicato e condiviso in ogni vita cosciente e libera: il bisogno di accogliere e amare sé stessi e gli altri per il fatto misterioso che “siamo”, che “sono”, infinitamente di più di quello che riusciamo a fare di noi stessi.

Costantino Esposito

 

Tuesday 22 September 2015

Le religioni nello spazio pubblico

differenze e relazioni 3Dal 2012 al 2014 si è tenuto un ciclo di convegni rivolti a giovani filosofi organizzati dal Centro Studi Filosofici di Gallarate con il patrocinio del Servizio Nazionale della CEI per il Progetto Culturale e con la collaborazione del Dipartimento di Filosofia dell’Università di Macerata. Il tema sviluppato nel corso del triennio, “Differenze e relazioni”, è stato svolto il primo anno a partire dalla coppia terminologica “il prossimo e l’estraneo” e il secondo anno a partire dal tema della “cura dei legami”. Il terzo anno ha affrontato la questione delle “religioni nello spazio pubblico”.

È da pochi giorni in libreria il volume che ne contiene i materiali. Intitolato “Differenze e relazioni. Le religioni nello spazio pubblico” (Aracne editore) è stato curato da Carla Canullo. Nel testo compaiono i contributi degli studiosi che hanno partecipato al convegno, la cui apertura è stata affidata a Giovanni Ferretti, e le cui conferenze plenarie sono state tenute da Gerardo Cunico, Graziano Lingua e Andrés Torres Queiruga, e le cui riflessioni conclusive sono state proposte da Roberto Mancini.

Nel volume sono pubblicati inoltre i contributi di Sofia Alunni, Gian Luigi Brena, Elisabetta Colagrossi, Marco Damonte, Cecilia Maria Di Bona, Fabiola Falappa,  Ezio Gamba, Umberto Lodovici, Giulia Maniezzi, Stefano Marchionni, Silvia Maron, Alessandro Paris, Silvia Pierosara, Martina Properzi, Daniele Referza, Claudio Tarditi, Tommaso Valentini, Giovanna Varani, Sofia Vescovelli.

Monday 21 September 2015

Viaggio nel cuore di Firenze tra arte, storia, fede e carità

logo FIGuardare al passato è la strada sicura per costruire un futuro migliore. Riflettere sulla propria storia è sempre motivo di crescita. Lo è soprattutto in questa stagione di cambiamenti in cui non bisogna smarrire la bussola dell’umano secondo la natura profonda della persona e della comunità degli uomini. Per illustrare ai delegati che arriveranno da tutte le diocesi d’Italia la propria specifica identità, la Chiesa fiorentina proporrà, nel corso del Convegno ecclesiale nazionale, trenta incontri in altrettanti luoghi significativi della città per raccontare le proprie origini, le esperienze religiose e le più alte espressioni di spiritualità, caritative, culturali e artistiche oltre alle grandi figure- simbolo del Novecento: il cardinale Elia Dalla Costa, don Giulio Facibeni, Giorgio La Pira e don Lorenzo Milani.

Ma il vero volto di Firenze, che lega insieme fede, verità e carità, non può prescindere dall’intreccio con la vita pastorale nelle parrocchie, come è stato sottolineato ieri dal vicario generale di Firenze, monsignor Andrea Bellandi, nel corso di una conferenza stampa in arcivescovado per presentare l’iniziativa. Ecco allora il secondo gruppo di incontri che narrano di una fede operante nel tempo, alimentata da forme di spiritualità e di vita monastica, non chiuse in se stesse, ma che agiscono come «finestre aperte» su Firenze. Un «tessuto » sul quale si innesta la carità, che è ben radicata nella tradizione fiorentina.

La ricca panoramica, che nel pomeriggio di giovedì 12 novembre qualificati coordinatori, relatori e testimoni presenteranno ai delegati della Chiesa italiana per aprirsi al dialogo con la città, richiamerà pure l’attenzione sulle più significative esperienze sociali e culturali che Firenze oggi offre e che sono sintetizzate nel terzo gruppo di incontri. A partire da quelle che si occupano della salute delle persone, degli anziani, dell’integrazione degli studenti stranieri, del recupero dei detenuti. Dalla solidarietà si passa al rapporto tra fede, arte, cultura e scienza, mettendo in primo piano le grandi basiliche (con il nuovo Museo dell’Opera di Santa Maria del Fiore che sarà inaugurato il 29 ottobre) e il «cuore» del sapere e del dialogo (musei, biblioteche e fondazioni). Senza trascurare esperienze artistiche e culturali meno conosciute che si sono affermate di recente. Tutte espressioni di una realtà sociale viva, con una grande storia, capaci di confrontarsi e di cooperare con la vocazione umanistica della Chiesa.

Andrea Fagioli – Avvenire, 20 settembre 2015

Friday 18 September 2015

Galantino: non c’è vera teologia senza sapienza

galantino nunzio

Non c’è vera teologia senza sapienza. E la sapienza «consiste nella verità esercitata con la carità». Nella tavola rotonda che ha chiuso ieri il seminario per docenti di teologia e assistenti pastorali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore quest’anno ospitato dalla sede di Piacenza dell’ateneo – il segretario generale della Cei Nunzio Galantino ha ripreso la riflessione del beato Antonio Rosmini per tracciare l’orizzonte di una riflessione teologica capace di esprimere il richiamo ad una ‘Chiesa in uscita’ più volte ribadito da papa Francesco. «Oltre la secolarizzazione dei saperi» è il filo conduttore su cui si è lavorato nella tregiorni di seminario, facendo tesoro delle sollecitazioni della Evangelii gaudium come dei recenti interventi che papa Bergoglio ha rivolto alla Facoltà cattolica di Buenos Aires.

«Accogliamo l’invito a una teologia capace di farsi carico delle transizioni difficili, dei conflitti, senza cadere nella tentazione della ‘teologia da tavolino’», ha sottolineato l’assistente ecclesiastico generale dell’Università Cattolica il vescovo Claudio Giuliodori introducendo la tavola rotonda, a cui, insieme al vescovo Galantino, hanno portato il loro contributo Pierangelo Sequeri, preside della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, e Francesco Botturi, filosofo e prorettore dell’Università Cattolica.

Indica l’enciclica Laudato si’ come «esercizio del magistero di una Chiesa in uscita» il professor Botturi, esempio di un approccio all’ecologia che è «inclusivo di competenze diverse» e dunque sa trasformare l’oggetto della ricerca in «ecologia sociale» e, da lì, in «ecologia umana». La critica che il Papa fa sul dominio del paradigma tecnocratico non è altro che l’intuizione di chi, cogliendo la natura trinitaria della realtà, sa portare «la verticalità sapienziale dentro una orizzontalità sapienziale». Indica così la strada per superare la ‘interdisciplinarità’ – che si limita a mettere insieme, al termine della ricerca, risultati a cui i saperi sono giunti in maniera autonoma – e approdare alla ‘transdisciplinarità’, a una «contaminazione trasformativa tra le discipline». Papa Francesco nella Laudato si’ porta dentro l’indagine sulla questione ambientale l’atteggiamento del teologo che «dice il senso e chiede la sua realizzazione » spiega Botturi, in un’esortazione «a trasformare in sofferenza personale quel che accade nel mondo e così individuare il contributo che ciascuno può portare ». È proprio «disinnescare l’accademismo», l’intellettualismo fine a se stesso, per «riabilitare la qualità umana del sapere» il compito più urgente a cui è chiamata oggi la riflessione teologica secondo monsignor Sequeri. Ma l’obiettivo richiede un ritorno «all’esercizio del cristianesimo», perché l’impressione – osserva – è che «il cristianesimo si faccia poco e si spieghi tanto, troppo: il Papa lancia un bel tema e subito la parrocchia organizza un corso». Basta allora fare qualche opera buona in più? Anche questa è una lettura riduttiva. Il centro nevralgico sta nel riattivare le relazioni, «il rapporto tra qualità della conoscenza ed esercizio della intenzionalità», far affiorare «i contenuti affettivi dei saperi», con lealtà e onestà intellettuale.

La teologia – evidenzia, con le parole del Rosmini, Galantino – non è nata «per cacciar fuori frasi pompose» o «per far mostra di ingegno », ma per «guidare l’umanità alla virtù». È questa la sapienza che non perde il legame con la realtà fatta «di persone in polvere e cenere» e si nutre della consapevolezza che si è tutti «condiscepoli» di un unico maestro, Gesù Cristo.

Barbara Sartori – Avvenire, 18 settembre 2015

Thursday 17 September 2015

Bari, presentate le Notti Sacre

«In un tempo in cui vengono evidenziate la caduta dei valori e l’indifferenza, di fatto ci accorgiamo che esiste una sete profonda di partecipazione culturale e la risposta del pubblico a Notti Sacre ne è un esempio ». Lo ha detto ieri l’arcivescovo di Bari- Bitonto, Francesco Cacucci, durante la presentazione della sesta edizione di ‘Notti Sacre’. Dal 19 al 27 settembre, otto delle venti chiese della città vecchia di Bari ospiteranno la rassegna di ventidue eventi culturali, organizzata dall’arcidiocesi barese anche grazie al contributo del Progetto culturale della Chiesa italiana e di Sovvenire, sul tema «Un nuovo umanesimo di misericordia».

Aprirà la rassegna la Messa nella Basilica di San Nicola, presieduta da Cacucci, durante la quale sarà eseguita la Missa n.6 ‘Sancti Nicolai’ di Haydn. Il calendario offre, tra l’altro, occasioni di riflessione come il dialogo tra Giuseppe Giulietti della associazione ‘Articolo 21′, Francesco Occhetta di ‘Civiltà Cattolica’ ed Enzo Quarto, presidente regionale dell’Ucsi, sul rapporto tra giornalismo ed etica. Don Maurizio Patriciello, a partire dall’enciclica di papa Francesco Laudato si’, interverrà sul tema «Noi non siamo Dio. La terra ci precede e ci è stata data». Tra le novità di questa edizione, la presenza di musicisti e artisti stranieri: il coro dell’Università cattolica di Ratisbona e musicisti iraniani e israeliani.

A dieci anni dal Congresso eucaristico nazionale che si svolse a Bari, viene riproposto il testo teatrale ‘I martiri di Abitene’. «Il programma, negli ultimi anni, è sempre più concentrato sulla musica sacra», ha evidenziato il direttore artistico, don Antonio Parisi. Non a caso, la rassegna sarà chiusa dalla prima esecuzione mondiale di una inedita Messa in re maggiore per soli, coro e orchestra, di Niccolò Piccinni.

Antonio Rubino – Avvenire, 17 settembre 2015

Monday 08 June 2015

Un giorno a Sarajevo con il Papa

 

Se si arriva per la prima volta a Sarajevo sembra di scorrere le pagine di un libro di storia. A Sarajevo la storia è lì, aperta davanti ai tuoi occhi con la sua tragicità. Ci sono la case in stile ottomano nel centro storico, i palazzi in stile austriaco e i giardini come a Vienna, i casermoni in stile sovietico e le vecchie case senza stile ancora crivellate di colpi che ti ricordano la guerra più recente. Come i cimiteri, dislocati qua e là, macchie bianche che segnano la città dallo stadio ai parchi pubblici. E ci sono gli impianti sportivi che ricordano le ultime glorie comuniste ridotti a miseri resti, a fianco dei centri commerciali iper moderni dove troneggiano le insegne dei maggiori brand specialmente italiani.

Saturday 25 October 2014

Sinodo, un colpo di mano che non è riuscito

"Il sismografo" (http://ilsismografo.blogspot.it/) in questi giorni si sta rivolgendo a diversi colleghi vaticanisti per chiedere un loro ulteriore contributo di analisi e commento in merito all'importante Assemblea straordinaria sinodale dedicata alla famiglia.

Angela Ambrogetti, Responsabile di Korazym, vaticanista e scrittrice, ci ha offerto la sua riflessione in risposta a questa domanda:

Senza entrare in complessi approfondimenti, quale la caratteristica o riflessione che più ti ha colpito o che ritiene di notevole rilevanza di questo Sinodo?

"Un colpo di mano che non è riuscito. Lo definirei così il Sinodo straordinario sulla famiglia che si è appena concluso. Ma anche l’occasione per alcuni episcopati di mostrare la loro fedeltà al Vangelo e la voglia di emancipazione da un “centro” che non è Roma, ma qualcuno che vorrebbe colonizzarla.

Tuesday 21 October 2014

Un sinodo ancora da capire

Strano questo Sinodo straordinario appena concluso. Una formula che era stata abbandonata nel 1985. Due settimane sono poche per ragionare, e i presidenti delle Conferenze episcopali non sempre sono i più adatti a discutere. Sono abituati a mediare più che a portare idee. Molti dei sinodali è chiaro che un sinodo non lo avevano mai seguito. Ed è stato evidente che un gruppetto lo voleva guidare senza lasciare spazio alle alternative. Cominciamo dalla poca trasparenza. Scegliere di non pubblicare i singoli interventi ha messo in difficoltà parecchi vescovi. Perché i loro fedeli volevano sapere e seguire lo sviluppo del dibattito e soprattutto chi aveva detto cosa. Cosa che del resto si era saputa per decenni. Il Bollettino del Sinodo è base e fonte per la storia della Chiesa. Di questo sinodo invece avremo solo testimonianze di coppie ( ne sentiamo già molte nelle Giornata per la Famiglia) e omelie. Sulla Relatio dopo la discussione c’è poi ancora molto da capire. Lo stesso relatore del Sinodo il cardinale ungherese Erdő ne ha preso le distanze. Il Papa gli ha messo al fianco degli altri collaboratori. Una Relazione che è stata di fatto disconosciuta dai Circoli Minori. In molti all’uscita dei lavori dicevano: “ ma noi non abbiamo detto quelle cose!”

Tuesday 07 October 2014

Sinodo: non giudizio ma verità

La notizia di oggi è che il 20 ottobre il Papa ha deciso che al concistoro si parli di Medio Oriente. Sarà un modo per comunicare ai cardinali i risultati dell’incontro con i nunzi che si è svolto la settimana scorsa. Martedi mattina, secondo quello che riporta l’ Osservatore Romano, si è parlato anche della violenza. “Così è stato messo in risalto come i terroristi di Boko Haram non hanno nulla a che vedere con la visione che in Nigeria, anche da parte dei musulmani stessi, si ha del valore della famiglia. Mentre a Baghdad, è stato reso noto, nonostante tutti i problemi, oltre 1.500 bambini sono accompagnati dai genitori, ogni venerdì, al corso di catechismo: è stata così anche rimarcata la testimonianza di fede e di unità delle famiglie cristiane rimaste in Iraq. Accompagnata pure dall’auspicio che venga sempre rispettato il loro credo come un diritto fondamentale della persona e così non ci debba essere timore nel testimoniarlo. Un discorso simile è stato proposto, poi, a proposito dell’Iran, dove ci sono appena cinquemila cristiani a fronte di settantacinque milioni di musulmani che, è stato affermato, non appartengono al fondamentalismo dell’Is.”

Tuesday 06 May 2014

Cristiani crocifissi: lo scandalo in Siria, mentre l'Italia fa finta di nulla.

Parlare di crocifissione del 2014, parlarne soprattutto non nella dimensione rituale della Settimana Santa ma sulla pelle vera di cristiani veri che vivono, resporano, pregano e credono...è una delle cose più scandalose che possa capitare!

Ne parla in questi giorni "La Bussola Quotidiana", sito on line di informazione ed approfondimento su tematiche eligiose.

Può - si chiede LBQ - la semplice interpretazione di un versetto del Corano legalizzare la crocifissione o l'uccisione come pena per chi sbaglia? Ma soprattutto: può quello stesso principio di fede circolare liberamente in uno dei testi più venduti in Italia ed essere accettato in sede di revisione dall'Unione delle comunità ed Organizzazioni Islamiche in Italia (Ucoii)?

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Saturday 15 February 2014

Padre Konrad, le braccia caritatevoli di Papa Francesco

“Tu sai cosa devi fare, hai bisogno di soldi?” E’ la frase che Konrad Krajewski, arcivescovo ed Elemosiniere di sua Santità, si sente ripetere spesso da papa Francesco. Si perché è lui che aiuta il Papa ad essere vicino a chi ha bisogno, con gesti che sembrano piccoli, ma che diventano immensi per chi li riceve. Padre Konrad come lo chiamano tutti, non vive in Vaticano, ma a Borgo Pio, in una casa “con la bandiera polacca”, dice. “Perché così posso essere più vicino alla gente”. Vuole essere chiamato così e il papa gli ha detto: a chi ti chiama eccellenza chiedi 5 euro di tassa per i poveri. Konrad che viene dalla diocesi di Łódź, lui che dal 1998 è stato a fianco di tre papi durante le liturgie, lui che da anni gira la notte per le vie di Roma per dare aiuto a chi ne ha bisogno. “Le mie braccia sono corte adesso, se le prolunghiamo con le tue braccia riesco a toccare i poveri di Roma e d’ Italia, io non posso uscire, tu sì” gli ha detto il papa alla sua nomina.

Wednesday 12 February 2014

Due Papi per una sola Chiesa

Diciamoci la verità, non avremmo mai pensato che la coabitazione funzionasse così bene. Anzi che potesse diventare un modello per il futuro. Quando in un giorno di brutto tempo a febbraio i media di tutto il mondo hanno iniziato a far girare la notizia del secolo, la rinuncia del Papa, l’idea stessa di avere due Papi in Vaticano sembrava roba da Apocalisse. Quel fulmine che colpiva la cupola di San Pietro immortalato da un fotografo fortunato, sembrava davvero l’inizio della fine del mondo secondo i canoni di certi B movies degli anni ’70. Fulmini e saette, l’attacco del Maligno e cose del genere. Qualcuno ha anche cavalcato quest’onda per sferrare l’ultimo colpo a Papa Benedetto XVI colpevole di non aver mai ceduto ai facili popolarismi e di aver sempre predicato la verità del Vangelo con gioiosa e ferma chiarezza. Ma il Vento dello Spirito soffia dove vuole e non segue le regole del meteo.

Wednesday 12 February 2014 09:08

La Quaresima della Chiesa

Quando pensiamo alla Quaresima i laici pensano ad una cosa lunga e triste, i cattolici ad un tempo forte della liturgica che si prepara alla luce della Pasqua. E in effetti quei poco più di quaranta giorni che lo scorso anno abbiamo vissuto tra l’ 11 febbraio, e il 13 marzo e poi fino a Pasqua, sono stati davvero una Quaresima. E in entrambi i sensi. Perché sono stati giorni lunghi, di ansia e di stupore, di attesa di incredulità. E in questo senso giorni di penitenza. Per la prima volta nella storia moderna, un pontefice decideva di rinunciare al governo della Chiesa Universale. Si certo, tutti gli addetti ai lavori sapevano che fin dai tempi di Paolo VI si parlava di come permettere al Papa di essere davvero libero da qualunque condizionamento, di poter esercitare il ministero petrino in pienezza e completezza e quindi di poter “lasciare” qualora non potesse essere in piena coscienza libero

Wednesday 27 November 2013

L'eutanasia ai minori: per la Chiesa un gesto di estrema inciviltà. Occorre riflettere.

Le parole sono forti e sono quelle di un prelato molto autorevole all'interno della Chiesa cattolica.

Mons. Sgreccia è presidente della fondazione Ut Vitam habeant nonchè presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita.

Il tema è uno di quelli che in questoi periodo sta suscitando acceso dibattito in ambito cattolico ed etico: quello dell'eutanasia...anzi, quello dell'eutanasia aperta alle persone minori di età.

«È un salto. Un salto abissale, sotto il livello di civiltà, di umanità». Queste le parole del prelato che commenta il primo sì del parlamento belga all'estensione dell'eutanasia ai minori. 

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Tuesday 03 September 2013

Anche S. Francesco pregherà per la Pace in Siria

Papa Francesco ha chiamato...e moltissimi stanno rispondendo.

La mobilitazione chiesta dal Papa per la pace in Siria si sta estendendo a vista d'occhio, coinvolgendo ambienti laici, religiosi, cattolici e non.

Anche i frati francescani di Assisi si uniscono alla preghiera, attraverso il segno grandell'apertura della tomba di S. Francesco.

Come riferisce infatti l'ANSA, la  Basilica Inferiore di San Francesco d'Assisi resterà aperta, in via del tutto eccezionale, da oggi a venerdì fino alle 22 per pregare sulla Tomba del Santo per la pace in Siria e per coloro che sono chiamati a garantire le vie della giustizia nel mondo.

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Saturday 18 May 2013

I cristiani parlano troppo...degli altri: parola di Papa Francesco.

Per il papa, che ha pronunciato nuovamente parole forti durante la Messa mattutina a Santa Marta, i cristiani hanno proprio il vizio di parlare troppo degli altri. Pettogolezzi e farsi troppo gli affari degli altri, detto in parole povere, sono una mina vagante costante nella vita della Chiesa.

«Quanto si chiacchiera nella Chiesa! Quanto chiacchieriamo noi cristiani!». Lo ha detto papa Francesco - riferisce Vatican Insider - nella messa di stamane a Santa Marta. Per Bergoglio, «la chiacchiera è proprio spellarsi, farsi male l'uno all'altro». «Le chiacchiere sono distruttive nella Chiesa», ha aggiunto  il Pontefice.  Secondo Bergoglio, il cristiano deve vincere la tentazione di «mischiarsi nella vita degli altri». Il Papa, secondo quanto riferisce la Radio Vaticana, ha inoltre sottolineato che chiacchiere e invidie fanno tanto male alla comunità cristiana e che non si può «dire soltanto la metà che ci conviene».

Ma non ha solo parlato di questo il santo Padre.

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Friday 12 April 2013

Unioni gay: la Consulta chiede di intervenire, ma non con l'equiparazione del matrimonio.

Oggi è arrivata una ammonizione della Consulta su alcuni noti ritenuti irrisolti, nel panorama politico e istituzionale italiano.

La Consulta ha chiesto un intervento sulla legge elettorale, ma - soprattutto - ha chiesto che venga fatto qualche cosa per tutelare i diritti ed i doveri delle persona omosessuali, che intendano costituire una unione stabile.

"Il legislatore deve affrontare il nodo delle unioni gay", ha riferito Gallo parlando di fronte alle più alte cariche dello Stato. Queste le parole: "La Corte ha escluso l'illegittimità costituzionale delle norme che limitano l'applicazione dell'istituto matrimoniale alle unioni tra uomo e donna, ma nel contempo  ha affermato che due persone dello stesso sesso hanno comunque il diritto fondamentale di ottenere riconoscimento giuridico, con i connessi diritti e doveri, della loro stabile unione". La Consulta, ha ricordato Gallo, "ha perciò affidato al Parlamento la regolamentazione della materia nei modi e nei limiti più opportuni".

Cosa significa questa frase?

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Thursday 14 March 2013

Papa Francesco: sarà il Papa dell'ecumenismo e del dialogo.

Le parole che Papa Francesco ha pronunciato ieri sera subito dopo l'elezione, sono state poche. Significative, grandemente, insieme ai gesti compiuti.

Una parentesi: dovremo di nuovo abituarci a gesti di questo tipo, ed anche il servizio di sicurezza....che avrà un bel lavoro da fare, con questo Papa che si prefigura già come molto, molto libero...dai protocollo.

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Ma le parole di ieri hanno avuto una grande rilevanza dal punto di vista del dialogo e del'ecumenismo.

Mi riferisco alle parole con le quali il Papa ha parlato di sè: come tutti hanno notato non ha mai citato la parola "papa", ma ha sempre utilizzato la parola "vescovo di Roma".

 

Tra l'altro, anche nel ringraziamento nei confronti di Benedetto XVI chiamato, anch'egli "vescovo emerito di Roma".

 

Dal sito Aleteia.org riporto le parole del Papa:

Fratelli e sorelle, buona sera!

Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un vescovo a Roma, sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo. Ma siamo qui. Vi ringrazio dell'accoglienza. La comunità diocesana di Roma ha il vescovo. Grazie! E prima di tutto vorrei fare una preghiera per il nostro vescovo emerito Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca...

[Preghiera Padre Nostro, Ave Maria, Gloria al Padre]

E adesso incominciamo questo cammino, vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma che è quella che presiede nella carità tutte le chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia fra noi. Preghiamo sempre per noi, l'uno per l'altro. Preghiamo per tutto il mondo perché ci sia una grande fratellanza. Mi auguro che questo cammino di Chiesa che oggi incominciamo e in cui mi aiuterà il mio cardinale vicario qui presente sia fruttuoso per l'evangelizzazione di questa tanto bella città. E adesso vorrei dare la benedizione. Ma prima vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica. La preghiera del popolo perché chieda la benedizione per il suo vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me.

 

Ma perchè il Papa ha parlato così, perchè si è rivolto a Roma, alla sua città...quasi, dimenticando...il mondo che gli stava praticamente tutto davanti?

Non certamente per provincialismo: alcuni forse l'hanno colto così..ma nolla è più distante dalla realtà.

C'è a mio avviso un motivo, cosicnetemente voluto, per il quale il papa ha utilizzato queste parole, e questo motivo non è stato neppure l'umiltà...francescana.

Il motivo è stato l'ecumenismo.

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Wednesday 13 March 2013

Il gabbiano ed il Conclave: quando i media non sanno cosa dire!

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In queste ore è tanta l'apprensione e l'attesa da parte del mondo cattolico (e non solo) per l'esito del Conclave.

Si stanno ascoltando fiumi di parole: trasmissioni televisive e radiofoniche, dirette web, twitter, facebook...e chi più ne ha più ne metta.

Non c'è dubbio che questo sia davvero il Conclave più mediatico degli utlimi anni.

Chiaramente tutti sono con gli occhi all'insù, per seguire, anche in televisione, l'andamento delle votazioni vaticane. Inoltre moltissimi media stanno coprendo con grande intensità gli eventi in diretta oltre che avere realizato molteplici servizi ed interviste.

Oggi poi un nuovo personaggio si è affacciato sul Conclave, con una dirompenza mediatica...quasi sopra le nuvole: un gabbiano.

Un gabbiano che, non credo di sbagliarmi, sta davvero diventando una star della riflessione mediatica di questo evento sul quale, con buona pace di tutti, non si può che dire una parola che abbia senso: ASPETTARE. Punto.

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Thursday 14 April 2011

L’esperimento di Riace

Una risposta positiva al problema dell’immigrazione

di Lucetta Scaraffia

L’arrivo di questa ondata di migranti ha di nuovo messo in moto nell’opinione pubblica italiana il dibattito fra chi li vuole accogliere e chi li vuole respingere. Questo, mentre davanti ai nostri occhi sfilano immagini drammatiche e coinvolgenti, tra speranza e disperazione: da una parte, la madre che ha partorito nel barcone, riuscendo a salvare sé e la piccola, dall’altra i corpi dei molti che muoiono fra le onde, vittime dei trafficanti di esseri umani, oltre che del maltempo e di imbarcazioni fatiscenti.

La Chiesa predica il dovere, che è umano e cristiano, dell’accoglienza nei confronti di chi è più sventurato di noi — che, oltretutto, di lavoratori immigrati abbiamo assolutamente bisogno — ma non sempre è facile tradurre in fatti queste esortazioni. Ci vuole anche un po’ di inventiva, di coraggio e di fantasia. Come quella che hanno avuto gli abitanti di Riace, paese sulla riva ionica della Calabria, composto, come tutti quelli della zona, di un nucleo antico sul cocuzzolo di una collina, lontano dal mare, e di un nuovo abitato in via di espansione lungo la costa (proprio quella dove sono stati trovati i celeberrimi bronzi).

Oggi, il centro antico, che per decenni era stato abbandonato e si stava deteriorando irrimediabilmente, è tornato alla vita. Lo abitano immigrati di varie provenienze, tutti profughi politici, che i cittadini di Riace hanno accolto, a cominciare dai trecento curdi arrivati una decina di anni fa.

Gli immigrati hanno avuto un tetto, qualcosa da mangiare ma anche, cosa ben più importante, un lavoro: all’interno delle antiche mura, infatti, sono nate tante piccole aziende artigianali — ceramica, tessitura, preparazione di prodotti alimentari — dove lavorano, fianco a fianco, italiani e immigrati.

Così chi attraversa questo centro sereno e laborioso vede bimbi di diverse provenienze giocare tra loro, calabresi e africani lavorare insieme; ma anche una rinascita economica che porta benefici a tutti, indistintamente: i bambini nella scuola sono aumentati, rendendo così necessario un numero maggiore di insegnanti e impiegati; gli operatori culturali, che si occupano dell’integrazione e insegnano l’italiano, sono in maggioranza originari del luogo; sono rinate industrie artigianali locali come la tessitura della ginestra e gli abitanti delle case abbandonate del borgo ricevono un affitto, basso, ma comunque guadagnano qualcosa e hanno chi restaura le loro case altrimenti destinate alla rovina. E il finanziamento che il ministero italiano dell’Interno ha stanziato per questo esperimento — 24 euro per immigrato — è servito a dare nuovo impulso anche all’economia locale.

È insomma una situazione nella quale i benefici reciproci sono chiari a entrambe le comunità e la convivenza non risulta difficile, tanto che il paese proprio per questo è diventato un’attrazione turistica. Per valorizzarla, alcune case sono state destinate a ospitalità diffusa nel tessuto urbano ed è stato aperto un ristorante. Sulla sua porta si vede ancora il segno di due proiettili: non tutti a Riace hanno gradito questa rinascita. Ma molte persone e intere scuole vengono a vedere questo miracolo quotidiano, e cercano di capire il segreto di un’accoglienza riuscita.

Il segreto sta certo nella tenacia di Mimmo Lucano, attuale sindaco e animatore del progetto, che interviene continuamente a migliorarlo. Ma sta anche in una iniziativa, nella diocesi dove è stato vescovo amatissimo monsignor Bregantini, nata dal basso grazie a una associazione — Città futura don Puglisi — fondata nel 1999 da ragazzi del luogo intorno alla chiesa parrocchiale e che oggi ha sede in un palazzo del centro antico, vero cuore della vita di Riace.

Certo, il successo dell’esperimento è dovuto anche al numero abbastanza ridotto degli immigrati, al loro essere profughi politici e quindi desiderosi di integrarsi nel nuovo paese, non potendo tornare in patria. Non è facilmente riproponibile in tutte le situazioni: anzi, in qualche modo, proprio le condizioni della sua riuscita mettono in luce le difficoltà che si incontrano in altre situazioni.

Ma il solo fatto che esista una simile realtà, che qualcuno sia riuscito a creare e mantenere questo difficile equilibrio — che dura da più di dieci anni — costituisce un esempio a cui guardare, un caso che fa pensare. Allora, la soluzione del problema immigrati sta forse proprio nell’inventare qualcosa di positivo. Invece di scrollare le spalle con indifferenza.

Saturday 02 April 2011

Nostro contemporaneo

La seconda parte del «Gesù di Nazaret»

Il nuovo libro di Ratzinger-Benedetto XVI rende Gesù di Nazaret nostro contemporaneo. Nel gran disordine che regna sotto il cielo l’irrompere di un libro tanto appassionante accende interrogativi che toccano in profondità le nostre inquietudini. Ciascuno può trovarvi qualche luce per uscirne. Vi si raccontano i tre giorni cruciali dell’esistenza di Gesù, le sue ultime ore di vita scandite dalla passione e morte; l’inizio del tempo nuovo, la risurrezione, vero spartiacque della storia che origina un pensiero alternativo sul futuro del mondo e delle speranze umane.

L’autore è convinto che il confronto positivo con Gesù di Nazaret possa essere una soluzione anziché un problema per l’umanità. La sua indagine è convincente, ragionevole e rispettosa di culture e punti di vista differenti. Interessarsi a Gesù ha senso — si percepisce tra le righe — perché è l’unico risorto della storia, il Vivente immerso in ogni epoca e perciò nel nostro presente; compagno di viaggio affidabile che ci introduce negli orizzonti sconosciuti della vita oltre la morte.

Chiunque volesse capire questo misterioso Signore può calarsi nei giorni finali della sua vita terrena.

Pagina dopo pagina, dalle parole e dai comportamenti di Gesù, il teologo diventato Papa trae i tasselli di una carta d’identità dell’essere cristiano. Da un lato salda l’esperienza del patire, dell’angoscia e della tenerezza del Nazareno con l’insieme del pianto e del dolore smisurati delle vittime di ogni tempo e, dall’altro, ci aiuta a leggere frammenti del mistero del male e della sofferenza non più invincibili dopo la sua agonia nell’orto degli ulivi e l’abbandono sulla croce. La risurrezione di Gesù non è un tardivo volo pindarico dei suoi discepoli delusi che, non potendolo dimenticare, lo trasformarono in mito.

È una realtà veramente accaduta, alla pari della crocifissione e della morte. Mentre però del dolore e della morte che impastano la storia abbiamo una conoscenza sperimentale, della risurrezione abbiamo una conoscenza per fede. Si tratta di una fede ragionevole, ma sempre fede. Anzi, ci ricorda Papa Ratzinger, la fede cristiana è fondata sulla risurrezione. Poiché è strettamente collegata alla croce, la memoria della risurrezione è altrettanto pericolosa per la sapienza umana. Per i discepoli che attendevano un messia regale e vittorioso, la morte di Gesù è stata sconvolgente; la risurrezione, una volta verificata, ne ha cambiato la prospettiva, decidendoli a seguire il Maestro finalmente compreso.

Nel mistero della passione, morte e risurrezione — ci ricorda l’autore — sono racchiuse alcune delle questioni profonde dell’esistenza. E nel processo a Gesù è presente la critica radicale alle politiche basate sull’inganno e la violenza anziché sulla verità. Il destino del mondo si gioca sulla verità, non sulla forza che rimane una soluzione illusoria. Occuparsi di Gesù è occuparsi di tale destino poiché egli è venuto per rendere la più autorevole testimonianza alla verità che la prospettiva cristiana identifica con Dio.

Nello stile dei Padri della Chiesa, Papa Ratzinger non scrive per puro godimento intellettuale, ma offre un libro per la vita. La lettura ci immerge nella profondità del mistero cristiano, svelandoci quanto poco sia conosciuto e gustato. Con la scelta di una interpretazione dei racconti della passione basata sulla storia e sulla fede non contrapposte ma complementari, l’autore conferma la teologia conciliare e pone fine al pregiudizio nei confronti del popolo ebraico accusato nei secoli di deicidio. Nei vari momenti esaminati, dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Benedetto XVI sceglie un linguaggio nuovo e accessibile senza perdere profondità.

Chiama la Chiesa «la comunità dei discepoli» di Gesù; definisce la caritas «premura per l’altro», non un secondo settore del cristianesimo accanto al culto, «ma radicato proprio in esso e ne fa parte». C’è emozione per la lotta tra bene e male nella notte del Getsemani dove Gesù «trascina la natura recalcitrante in alto verso la sua vera essenza» e porta «il travaglio dell’essere uomini in alto verso Dio». L’ascensione è tradotta in una «vicinanza permanente» di Gesù con noi, un «entrare nel mistero di Dio» e un’altra dimensione dell’essere.

Si descrive, infine, la risurrezione, come fenomeno totalmente nuovo, una nuova dimensione dell’essere uomini, una mutazione decisiva, un salto di qualità; un nuovo genere di futuro per gli uomini, una nuova dimensione dell’esistenza umana, inclusa nell’atto di donare la vita. L’amore e la risurrezione — insiste l’autore — sono i due motivi distintivi dell’essere cristiani. La risurrezione come «mutazione» genetica compiuta da Dio in Gesù e promessa a tutti; l’amore come metodo di vita che distingue i figli di Dio e per il cosmo dischiude già ora un futuro di speranza.

c. d. c.

Tuesday 29 March 2011

Dall’abisso del male

Il pellegrinaggio di Benedetto XVI alle Fosse ardeatine — così l’ha voluto definire lo stesso Papa — per rendere omaggio alle vittime dello spaventoso eccidio, che resta indelebile tra i numerosissimi orrori della seconda guerra mondiale, non ha trovato molto spazio nei media. Forse anche per il succedersi incalzante e drammatico di notizie nel panorama internazionale.

Eppure la visita di Benedetto XVI a questo sacrario «caro a tutti gli italiani» — in continuità con quelle di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, e con la volontà di pregare e «rinnovare la memoria» — ha un significato particolare, che rimane. Il loro successore ha infatti compiuto un altro passo nella ricomposizione della memoria di quel conflitto che contribuì a sprofondare il Novecento nell’abisso del male. Come aveva affermato lo stesso Benedetto XVI un mese esatto dopo la sua elezione riflettendo sulle ultime successioni papali.

In questo modo non bisogna forse considerare, aveva detto il nuovo Papa, «il fatto che sulla cattedra di Pietro, ad un Pontefice polacco sia succeduto un cittadino di quella terra, la Germania, dove il regime nazista poté affermarsi con grande virulenza, attaccando poi le nazioni vicine, tra le quali in particolare la Polonia? Entrambi questi Papi in gioventù — seppure su fronti avversi e in situazioni differenti — hanno dovuto conoscere la barbarie della seconda guerra mondiale e dell’insensata violenza di uomini contro altri uomini, di popoli contro altri popoli».

Alla presenza del rabbino capo della più antica comunità della diaspora occidentale, ferocemente colpita dalla persecuzione razziale anche alle Fosse ardeatine, il vescovo di Roma, «città consacrata dal sangue dei martiri», ha voluto incontrare a lungo i familiari delle vittime — cattolici ed ebrei insieme — e ha reso omaggio alla loro memoria, in un luogo vicino alle catacombe e dal quale ancora una volta si è levata la preghiera dei Salmi, con le parole che da molti secoli ebrei e cristiani innalzano all’unico Dio.

Quel Dio al quale, nell’ora delle tenebre, si rivolsero due caduti, come altri in quei giorni, per affermare la fede «in Dio e nell’Italia» e invocare la protezione degli ebrei «dalle barbare persecuzioni». Benedetto XVI ha citato le loro parole, ricordando il centocinquantesimo anniversario dell’unità del Paese e ripetendo che nel Padre di tutti è possibile un futuro diverso. Che non offenda il Nome santo di Dio e l’essere umano, creato a sua immagine.

g. m. v.

Monday 28 March 2011

Da Gerusalemme a Parigi

L’intuizione di Benedetto XVI di un nuovo spazio dove laici e non credenti possano essere accolti con amicizia per condividere con chi crede la ricerca dell’unico Dio sta prendendo forma. Nella visione papale questa proposta è rappresentata dall’immagine del «cortile dei gentili» nel Tempio di Gerusalemme — dove appunto erano ammessi i pagani attratti dalla religiosità ebraica — ed è stata assunta dall’organismo curiale che si occupa del mondo della cultura con originale creatività.

Carica di simboli è stata così la scelta di Parigi — la «città dei Lumi» emblema di quella modernità contraddittoria e drammatica nata dagli ideali e dagli errori della rivoluzione francese — per l’esordio di questa iniziativa. Che senza dubbio è tra le più importanti decise da un Papa tanto mite quanto coraggioso, uomo di fede e teologo profondo, abituato sin da giovane al confronto, soprattutto nel mondo universitario, con chi è al di fuori dei confini visibili della Chiesa.

Uso dunque a esprimersi con parole comprensibili a tutti, Benedetto XVI ha voluto essere presente a Parigi con un messaggio ai giovani riuniti davanti a Notre-Dame, in uno spazio aperto oggi come venti secoli fa era accessibile ai pagani il cortile esterno del Tempio gerosolimitano. Dal grande santuario di un ebraismo sempre più caratterizzato da aspirazioni universalistiche rimanevano però esclusi i non giudei.

A cambiare tutto è stata la venuta di Cristo, quella luce vista da Giovanni che illumina ogni essere umano e ha abbattuto «il muro di separazione» tra ebrei e gentili, e dunque ogni divisione: anche quella tra credenti e non credenti. E perché non fosse reso difficile l’accesso dei pagani allo spazio loro riservato nel santuario di Gerusalemme Gesù aveva cacciato chi di questo luogo si approfittava per lucro. Per questo Benedetto XVI in molti modi si fa capire. Come hanno dimostrato, diversamente ma con straordinaria efficacia, i suoi ultimi due libri.

Ed efficaci per credenti e non credenti sono risuonate a Parigi le sue parole, rivolte ai giovani, ma più in generale alle donne e agli uomini di oggi. Il Papa ha così rinnovato l’invito che nel succedersi dei secoli e sino alla fine dei tempi la Chiesa di Cristo non si è stancata e non si stancherà di rivolgere: di non aver paura di aprire a Dio i cuori e le società. Senza timore di assumere le parole — libertà, uguaglianza, fraternità — che hanno riassunto gli ideali rivoluzionari, tante volte poi brandite con asprezza contro la Chiesa e il cristianesimo, e che pure dal cristianesimo sono nate.

Comuni sono moltissime aspirazioni di credenti e non credenti, per costruire «un mondo nuovo e più libero, più giusto e più solidale, più pacifico e più felice». Allora — dice Benedetto XVI — tra chi crede e chi non crede deve cadere, nel riconoscimento reciproco, ogni diffidenza: Dio non è un pericolo per la società e la vita umana e non lo è naturalmente la ragione, purché non si pieghi agli interessi e all’utilità, come spesso avviene. Per questo il Papa ha invitato i giovani parigini, riuniti davanti a Notre-Dame, senza distinguere tra credenti e non credenti, a non fermarsi nel cortile dei gentili. E a entrare invece nella cattedrale, dove come incenso si alzava la preghiera della sera.

g.m.v.

Friday 25 March 2011

Una rivoluzione femminile

A tre anni dalla morte la prima biografia di Chiara Lubich

di Lucetta Scaraffia

A tre anni dalla scomparsa, è uscita la prima biografia di Chiara Lubich, scritta da Armando Torno per Città Nuova: un libro che sceglie volutamente un tono non agiografico per descrivere quella che è sicuramente una delle più straordinarie esistenze del Novecento. Una narrazione piana, costruita attraverso le testimonianze delle focolarine e dei focolarini che sono stati più vicini alla loro fondatrice. Un racconto che volutamente mette sullo stesso piano le vicende umane e le esperienze mistiche di Chiara; rispettando, in questo modo, il suo carattere riservato, la sua capacità di stare al centro di tutto ma al tempo stesso di scomparire come persona.

Mi è capitato di incontrarla personalmente una sola volta, l’8 marzo di qualche anno fa, al Quirinale, dove era arrivata per ricevere un’importante onorificenza dal presidente della Repubblica italiana. Era entrata sorridendo, come sempre, senza preoccuparsi se nessuno dei presenti dava segno di riconoscerla e di darle onore. A me, che le ero andata incontro emozionata, ha riservato un sorriso timido e dolce, e ha declinato con semplicità ogni mio tentativo di far sapere ai responsabili del cerimoniale che era arrivata.

La biografia rispetta questo suo atteggiamento umile e ritroso, profondamente disponibile al contatto umano ma del tutto indifferente alla notorietà, e alla ribalta che pure le spettava. A tal punto che si coglie l’importanza di Chiara nella storia del Novecento quasi più dalla cronologia comparata, molto ben fatta, che si trova in appendice al volume e che dà conto della ricchezza delle forme di aggregazione da lei create all’interno del mondo cattolico, della sua straordinaria capacità di costruire momenti di incontro e di vero dialogo con esponenti e fedeli di altre religioni, della fecondità spirituale che ha segnato la sua vita interiore.

Una fecondità che ha sempre condiviso con le sorelle e i fratelli più vicini, e poi con tutti coloro che rivelavano disponibilità all’ascolto, consapevole che i tempi in cui si trovava a vivere richiedevano un’immediata condivisione di quanto lei, strumento di Gesù, arrivava a comprendere illuminata dallo Spirito Santo. Illuminazioni che nascevano dalla lettura continua della Sacra Scrittura: «Ogni volta che Chiara apriva il Vangelo vi scopriva la profondità di quelle parole di vita eterna che mai prima aveva trovato».

In questo modo, Chiara ha anticipato quello che la cultura cattolica avrebbe poi scoperto: l’ingresso nel linguaggio spirituale della parola amore, fino a quel momento riservata più che altro ai discorsi mondani; l’idea della spiritualità dell’unità, che si trasforma in una appassionata forma di dialogo tra le religioni e in una risposta alla «notte culturale» dell’umanità. Senza mai preoccuparsi che fosse ricordato il suo ruolo precorritore.

La proposta di una nuova evangelizzazione, secondo le sue parole, «non significa soltanto che il mondo secolarizzato» ne ha bisogno, ma anche che «l’evangelizzazione va fatta in maniera nuova». E alla ricerca di questa maniera nuova dedica tutte le sue energie: gli incontri, anche quelli apparentemente secondari, si trasformano grazie a lei in nuove vie e nuovi progetti, allargando sempre più la rete dei coinvolgimenti nel suo ideale: la santità a portata di tutti. Il suo movimento si apre a tutti gli ambiti, in un’ottica universale, con particolare attenzione alla cultura e ai media, mentre la sua vita interiore dà un nuovo impulso agli studi teologici.

Ma certamente l’aspetto di novità più forte che ha segnato la sua vicenda è proprio il suo essere donna, una donna che dà un accento fortemente femminile a ogni sua opera: basti pensare al nome più conosciuto del movimento da lei fondato (ufficialmente Opera di Maria) che evoca il focolare, spazio tradizionalmente femminile. Comincia circondandosi di donne, che sanno poi aprirsi alla necessaria presenza maschile, e dà disposizioni che a presiedere il movimento sia sempre una donna.

Anche la spiritualità dell’Opera prende una forma femminile, rappresentando la presenza mistica di Maria nella Chiesa. In questo modo, con la sua straordinaria esperienza, Chiara — che parla alle assemblee dei vescovi, è ascoltata dai Papi, viene accolta con gli onori di un capo di Stato nei Paesi che visita — realizza quello che i tempi richiedono anche alla Chiesa: riconoscere l’importanza del ruolo delle donne.

Ma lo ottiene senza rivendicare diritti, senza nessuna asprezza. Lo ottiene dimostrando di sapersi meritare quell’autorità che le viene riconosciuta, come è stato per le grandi sante nella storia della Chiesa. La sua importanza nel cattolicesimo del Novecento è anche la prova di una rivoluzione femminile compiuta nel silenzio e nella modestia. Rimane il compito di prenderne atto.

Wednesday 23 March 2011

Questione di radicalità evangelica

Il celibato sacerdotale

di Mauro Piacenza

Residuo preconciliare e mera legge ecclesiastica. Sono queste, in definitiva, le principali e più dannose obiezioni che riaffiorano nel periodico riaccendersi del dibattito sul celibato sacerdotale. Eppure, niente di questo ha reale fondamento, sia che si guardi ai documenti del concilio Vaticano II, sia che ci si soffermi sul magistero pontificio. Il celibato è un dono del Signore che il sacerdote è chiamato liberamente ad accogliere e a vivere in pienezza.

Se infatti si esaminano i testi, si nota innanzitutto la radicale continuità tra il magistero che ha preceduto il concilio e quello successivo. Pur con accenti talora sensibilmente differenti, l’insegnamento papale degli ultimi decenni, da Pio XI a Benedetto XVI, è concorde nel fondare il celibato sulla realtà teologica del sacerdozio ministeriale, sulla configurazione ontologica e sacramentale al Signore, sulla partecipazione al suo unico sacerdozio e sulla imitatio Christi che esso implica. Solo, dunque, una scorretta ermeneutica dei testi del Vaticano II – a cominciare dalla Presbyterorum ordinis – potrebbe condurre a vedere nel celibato un residuo del passato di cui liberarsi. E una tale posizione, oltre che errata storicamente, teologicamente e dottrinalmente, è anche dannosa sotto il profilo spirituale, pastorale, missionario e vocazionale.

Alla luce del magistero pontificio bisogna anche superare la riduzione, in taluni ambienti molto diffusa, del celibato a mera legge ecclesiastica. Esso, infatti, è una legge solo perché è un’esigenza intrinseca del sacerdozio e della configurazione a Cristo che il sacramento dell’Ordine determina. In tale senso la formazione al celibato, oltre ogni altro aspetto umano e spirituale, deve includere una solida dimensione dottrinale, poiché non si può vivere ciò di cui non si comprende la ragione.

In ogni caso, il dibattito sul celibato, che periodicamente nei secoli si è riacceso, certamente non favorisce la serenità delle giovani generazioni nel comprendere un dato così determinante della vita sacerdotale.

Giovanni Paolo II nella Pastores dabo vobis (n. 29), riportando il voto dell’assemblea sinodale, afferma: “Il Sinodo non vuole lasciare nessun dubbio nella mente di tutti sulla ferma volontà della Chiesa di mantenere la legge che esige il celibato liberamente scelto e perpetuo per i candidati all’Ordinazione sacerdotale nel Rito latino. Il Sinodo sollecita che il celibato sia presentato e spiegato nella sua piena ricchezza biblica, teologica e spirituale, come dono prezioso dato da Dio alla sua Chiesa e come segno del Regno che non è di questo mondo, segno dell’amore di Dio verso questo mondo nonché dell’amore indiviso del sacerdote verso Dio e il Popolo di Dio”.

Il celibato è questione di radicalismo evangelico. Povertà, castità e obbedienza non sono consigli riservati in modo esclusivo ai religiosi. Sono virtù da vivere con intensa passione missionaria. Non possiamo abbassare il livello della formazione e, di fatto, della proposta di fede. Non possiamo deludere il popolo santo di Dio, che attende pastori santi come il curato d’Ars. Dobbiamo essere radicali nella sequela Christi senza temere il calo del numero dei chierici. Infatti, tale numero decresce quando si abbassa la temperatura della fede, perché le vocazioni sono “affare” divino e non umano. Esse seguono la logica divina che è stoltezza agli occhi umani.

Mi rendo conto, ovviamente, che in un mondo secolarizzato è sempre più difficile comprendere le ragioni del celibato. Ma dobbiamo avere il coraggio, come Chiesa, di domandarci se intendiamo rassegnarci a una tale situazione, accettando come ineluttabile la progressiva secolarizzazione delle società e delle culture, o se siamo pronti a un’opera di profonda e reale nuova evangelizzazione, al servizio del Vangelo e, perciò, della verità sull’uomo. Ritengo, in tal senso, che il motivato sostegno al celibato e la sua adeguata valorizzazione nella Chiesa e nel mondo possano rappresentare alcune tra le vie più efficaci per superare la secolarizzazione.

La radice teologica del celibato, dunque, è da rintracciare nella nuova identità che viene donata a colui che è insignito del sacramento dell’Ordine. La centralità della dimensione ontologica e sacramentale e la conseguente strutturale dimensione eucaristica del sacerdozio rappresentano gli ambiti di comprensione, sviluppo e fedeltà esistenziale al celibato. La questione, allora, riguarda la qualità della fede. Una comunità che non avesse in grande stima il celibato, quale attesa del Regno o quale tensione eucaristica potrebbe vivere?

Non dobbiamo allora lasciarci condizionare o intimidire da chi non comprende il celibato e vorrebbe modificare la disciplina ecclesiastica, almeno aprendo delle fessure. Al contrario, dobbiamo recuperare la motivata consapevolezza che il nostro celibato sfida la mentalità del mondo, mettendo in crisi il suo secolarismo e il suo agnosticismo e gridando, nei secoli, che Dio c’è ed è presente.

Tuesday 22 March 2011

L’orso del Papa

Alla dedicazione della parrocchia romana di San Corbiniano — una liturgia esemplare per la cura e la partecipazione dei fedeli, tra i quali tantissimi bambini — erano presenti ben tre successori del fondatore della diocesi di Frisinga: oltre a Joseph Ratzinger, oggi Papa con il nome di Benedetto XVI, i cardinali Friedrich Wetter e Reinhard Marx. Un fatto eccezionale, che il parroco ha sottolineato nel suo caloroso saluto iniziale.

Nell’omelia il vescovo di Roma, successore del primo degli apostoli, ha improvvisato una breve riflessione su questo monaco francese attratto dalla vita contemplativa che scese a Roma per fondarvi un monastero. Ma qui la sua vita cambiò in modo inatteso: il Papa lo ordinò vescovo per la Baviera, dove la popolazione «voleva farsi cristiana, ma mancava gente colta, mancavano sacerdoti per annunciare il Vangelo».

Una scelta, quella di Gregorio ii, che si rivelò di universalità — il santo infatti «collega la Francia, la Germania, Roma», ha sottolineato il Papa — e nello stesso tempo di unità: Corbiniano ci dice che «la Chiesa è fondata su Pietro» e che era la stessa «come oggi». Per una ragione molto semplice: Cristo è lo stesso, «la Verità, sempre antica e sempre nuova, attualissima, presente, e apre la chiave per il futuro».

Parlando ai fedeli Benedetto XVI ha accennato all’orso che ha scelto di collocare nel suo stemma, episcopale e poi papale. Joseph Ratzinger ne aveva scritto per la prima volta nel libro autobiografico, tanto piccolo quanto prezioso, che pubblicò nel suo settantesimo anno e dove raccolse i suoi ricordi sino alla consacrazione episcopale. Raccontando come all’animale che aveva sbranato il cavallo di Corbiniano, in viaggio per Roma, fu imposto dal monaco di portare il suo fardello.

Ratzinger, sulla traccia del prediletto Agostino, spiegava che quel peso — il carico episcopale di chi «tira il carro di Dio in questo mondo» — venne imposto a Corbiniano e al vescovo africano, attratti entrambi dalla contemplazione e dallo studio. «Ma proprio in questo modo io ti sono vicino, ti servo, tu mi hai nella mano», concludeva il cardinale ormai a Roma. Affidandosi all’unico Signore, come ogni giorno fa Benedetto XVI. Che resta sempre affezionatissimo al suo orso.

g. m. v.