Thursday 24 April 2014

Brague: l’Europa antica come futuro

brague.jpgSi è da poco concluso a Parigi un ciclo di incontri tenuti del professor Rémi Brague, filosofo francese, per la Cattedra di Metafisica Étienne Gilson presso l’Institut Catholique. Brague è considerato uno dei massimi pensatori contemporanei. Docente alla Sorbona di Parigi e all’Università di Monaco di Baviera (dove ricopre la cattedra di Weltanschauung che fu di Romano Guardini), ha ricevuto nel 2012 il premio Ratzinger. Gli abbiamo rivolto alcune domande sul rapporto fra bene e male oggi e sulla questione dell’umanesimo in pericolo.

Professor Brague, all’interno della storia del pensiero, dall’antichità sino ad oggi, il tema del bene è stato lungamente analizzato. Se nel medioevo il bene era considerato un trascendentale, oggi è soggetto a svariate letture. Per quale motivo si è scelto di dedicare attenzione a questo tema? Quale la rilevanza a livello storico?

«Mi sembra che in fondo oggi si parli più del male che del bene. È giusto scandalizzarsi del male. Ma è come se il bene vada per conto suo. Boezio ha perfettamente ragione nel rispondere al famoso dilemma di Epicuro (”Se Dio esiste, da dove viene il male?”) ribattendo: “E se non esiste Dio, da dove viene il bene?” (De consolatione philosophiae, I, prosa 4). Perché oggi ci si interessa al Bene? Perché noi abbiamo bisogno di spiegare perché è un bene che ci siano degli uomini sulla terra».

Il tema del bene è oggi al centro di molti dibattiti. Vi sono azioni che possono essere fatte in nome di ciò che si ritiene essere il bene altrui, a partire dal proprio bene. Questo talvolta può comportare decisioni legislativi assai discutibili, come nel caso recente del Belgio. Dove l’errore?

«Mi chiedo se le persone che promuovono queste leggi si preoccupino ancora veramente del bene comune, e anzi del bene in generale. Le persone più consapevoli lo sanno, e l’ho appreso dalla bocca di un ministro francese: non cerco il bene, ciò che mi interessa è la giustizia. Dopo Saint-Just, altri dicono: la felicità. Altri: l’uguaglianza. E chi parla di libertà intende con questa ciò che si lascia cadere ai propri capricci, anche quelli più irrazionali e suicidari».

Come lei ha osservato viviamo in un’epoca del “pensiero debole”. Oggi la società promuove versioni “deboli” del bene, per le quali il linguaggio popolare internazionale ha inventato differenti espressioni molto rivelatrici: cool, fun, OK, eccetera. L’idea del “valore” è, tra le diverse figure del Bene debole, la più forte. Quale linguaggio crede si debba utilizzare? In base a che cosa? Esiste forse ancora una tradizione?

«Non dobbiamo rifiutare il “pensiero debole”. Piuttosto dobbiamo chiederci in quali casi esso sia sufficiente, e in quali insufficiente, così come è necessario mentre si guida cambiare la marcia. È pericoloso ricorrere a un pensiero “forte” laddove un pensiero “debole” è sufficiente, per esempio per trovare delle soluzioni ai problemi sociali. Il problema dei valori è che sono necessariamente deboli, poiché essi sono istituiti per un soggetto, il quale è dunque più forte di essi. E siccome essi sono deboli, devono compensare la loro debolezza con la violenza. Dal momento che essi sono incapaci di convincere per il loro peso intrinseco, sono costretti a fare pressione. Se si ha bisogno di ricorrere ai manganelli, ai carri armati, ai gulag, questo è un segno di debolezza. Ricorrere a un Bene forte è al contrario indispensabile quando ne va della legittimità dell’uomo».

Nel saggio “Les Ancres dans le ciel” (2011) lei ripercorre le tappe principali della storia del pensiero per infine mostrare la convenienza per l’umanità nella conservazione della specie. Crede che per questo sia necessaria una prospettiva di carattere metafisico?

«Sì, certamente. La questione dell’Essere e del Nulla è la questione metafisica per eccellenza. Ora, essa riguarda un aspetto concreto, poiché il problema “essere o non essere” è divenuto collettivo e del tutto pratico. Oggi si dispone di tecniche per porre fine all’avventura umana, brutalmente tramite le armi atomiche, discretamente attraverso l’inquinamento del pianeta, e più semplicemente, pacificamente, con la contraccezione. L’estinzione dell’umanità è oramai una possibilità reale, vale a dire che le sue cause, anche se non agiscono ancora, esistono già».

Lei è autore di due recenti saggi: “Le propre de l’homme. Sur une légitimitée menacée”, Flammarion (2013) e “Modérément moderne”, Flammarion (2014). Parafrasando Schopenhauer che apriva il suo saggio sulla morale affermando che «predicare la morale è facile, difficile è fondarla», lei afferma che «predicare l’umanesimo è facile, difficile è fondarlo». Per quale motivo oggi parlare di umanesimo non è facile? Che cosa s’intende oggi con l’espressione “umano”?

«La risposta è nella sua ultima domanda. Noi sappiamo molto bene che cosa è l’uomo e che cosa lo rende umano. Si parla con enfasi dei diritti dell’uomo e della dignità umana, ma non si dice perché l’uomo abbia dei diritti e una dignità. Nessuno oggi oserebbe scrivere il De dignitate hominis di Gianozzo Manetti (1453). Al contrario, vorrebbero farci credere che ci distinguiamo a malapena dalle grosse scimmie che come noi hanno una vita sociale, un linguaggio rudimentale, e forse dei sentimenti morali. Se fosse così, perché preferire la specie umana alle altre, che d’altronde essa minaccia…».

Lei ha affermato che in fondo oggi parlare di umanesimo significa dire “anti-anti-umanesimo”. Potrebbe spiegare il senso di tale affermazione?

«Molti filosofi autoproclamati declamano con convinzione contro i pensatori che vengono qualificati degli anti-umanisti. Poche persone invece spiegano perché esattamente dovrebbero difendere l’uomo. In fondo, molte persone difendono l’umanesimo perché hanno paura delle conseguenze del suo abbandono. Un umanesimo positivo suppone che si creda che l’uomo è voluto da Dio. Altrimenti possiamo arrangiarci tra di noi salvandoci gli uni gli altri. Ma non abbiamo il diritto di perpetuare l’esistenza della nostra specie».

In “Modérément moderne” lei si chiede se l’Europa possa sopravvivere alla modernità e chiude il libro con un capitolo intitolato “Ricostruire”. Crede che l’Europa possa farsi carico della trasmissione dell’eredità antica? Che cosa la motiverebbe?

«Ho dimenticato la mia sfera di cristallo e non ho alcuna visione chiara del futuro. Mi chiedo se, come motivazione, sia ancora sufficiente il desiderio di sopravvivere. Può essere che il desiderio di trasmettere sia ancora più necessario. Si deve avere ancora qualcosa da trasmettere, sentirsi ereditari e responsabili di un qualcosa più grande che se stessi… Cominciamo dunque con l’avere verso il nostro passato un comportamento intelligentemente critico, senza sputare sui nostri antenati».

Elisa Grimi - Avvenire, 23 aprile 2014

Wednesday 23 April 2014

L'assedio del "pensiero unico"

Nell’udienza del 4 aprile Papa Francesco ha evocato Genesi, la creazione dell’uomo e della donna, all’origine del genere umano, ricordando che «il matrimonio è l’icona dell’amore di Dio con noi». Nei giorni successivi si è soffermato sul ruolo complementare che padre e madre svolgono nell’educazione dei figli, che non può essere negato per via ideologica: di qui l’invito a non cedere, a non piegarsi al «pensiero unico» che vuol impossessarsi delle menti, rovesciare i valori della persona, cancellare le parole più belle. In passato avremmo considerato questo magistero come memoria dei doveri primordiali della coscienza cristiana e d’ogni persona. Oggi ci accorgiamo che le parole della vita pronunciate dal Papa sono motivo di stupore, appaiono come delle verità ferite. Forse perché qualcuno vuole farle dimenticare, insieme alle nostre origini, e d’improvviso ne sentiamo nostalgia. O perché c’è chi le vuole inquinare, e mette a rischio la nostra identità.

Il rapporto tra uomo e donna è sperimentato da ciascuno di noi nel momento in cui nasciamo, lo percepiamo nell’armonia delle loro diversità, lo scorgiamo negli occhi, nelle mani, nei corpi della madre e del padre, che ci curano fin sulla soglia della prima autonomia. Ma dal pensiero socratico e lungo i secoli, fino a Martin Heidegger, sappiamo che l’autonomia per l’essere umano non è mai totale, si realizza nel rapporto con gli altri, anzitutto con l’altro-da-sé. Ciò che all’inizio è essenziale per entrare nella vita, avere amore e protezione, poi diventa gioioso e fecondo per realizzare un progetto comune in cui convergono le aspirazioni più intime, compresa l’apertura a nuove esistenze. Quel «fiunt una caro» ricordato dal Papa con le parole bibliche costituisce il punto decisivo nel quale uomo e donna mettono insieme tutto ciò che hanno, corpo e psiche, desideri e progetti, perché la vita dia loro molto di più, si proietti in altri esseri umani, doni un surplus di significato e di valore a ciò che fanno.

Oggi queste realtà naturali, che costituiscono l’orizzonte dell’essere umano, rischiano d’essere offuscate, inquinate, con danno soprattutto per i giovani. Nelle pieghe della società si muove qualcosa di distruttivo che non ha memoria storica, né sponda o appiglio in alcuna cultura o religione: qualcosa che dice che maschio e femmina non esistono, esiste solo ciò che vogliamo essere, diventare, c’è un vocabolario vuoto che possiamo riempire a volontà, e il matrimonio può essere usato da chiunque, e rifiutato quando si vuole. Questo frammento di pensiero unico dice ancora che il figlio può aversi in tanti modi, anche per acquisizione, con genitori sociali diversi dai naturali, senza fruire di padre e madre insieme, per contratto più o meno oneroso, divenendo, da soggetto di diritti, oggetto di desideri altrui, perdendo la qualità di persona.

Quasi a riassumere il pensiero neo-nichilista, un filosofo italiano esperto di bioetica è giunto a porre una domanda prima inconcepibile: «Perché mai dovremmo dogmaticamente assumere che la nozione psicologica di Io o identità personale esige necessariamente che si conosca il proprio padre e madre, il proprio luogo e anno di nascita, i propri familiari?». Già, perché mai? Forse perché ce lo chiedono la nostra coscienza, il nostro essere persone e non oggetti. Forse perché sappiamo che ogni giorno, ogni minuto, su tutto il pianeta, nasce da donna un bambino, abbracciato e amato dai genitori che l’hanno messo al mondo, e il nuovo nato ha diritto a conoscere la verità su sé stesso.

Anche in Italia stiamo sperimentando una sorta di accelerazione del «pensiero unico», a seguito di provvedimenti giudiziali sul matrimonio tra persone dello stesso sesso, e per la sentenza della Consulta sulla fecondazione eterologa, che spezza il rapporto tra genitori naturali e genitori sociali. Una riflessione più ampia si potrà fare quando si conosceranno le motivazioni della sentenza, ma avvertiamo come l’incrinarsi di una diga, il rischio che la Costituzione, ispirata a princìpi umanistici, divenga un contenitore nel quale invece che diritti e doveri solidali, si convoglino desideri, pretese individuali contrarie ai diritti degli altri, certo dei più deboli. È un vulnus che colpisce la «famiglia naturale» tutelata dal patto costituzionale del 1948, e suggerisce un’attenzione particolare per il rischio di altri strappi in materia di matrimonio, adozione, diritti dei minori. Ogni giorno che passa sentiamo l’urgenza di un impegno per difendere le parole della vita, il loro più autentico significato, e recuperare nell’esperienza collettiva, nella scuola, nelle istituzioni, il senso di solidarietà e di cura per le nuove generazioni, dei più indifesi. Il periodo pasquale che abbiamo appena vissuto evoca la morte e la risurrezione di Gesù, parla ai cristiani in tanti modi, a tutti gli uomini ricorda che insieme alla sofferenza dai tanti volti, e dell’innocenza ferita, deve unirsi la fede nella risurrezione che riguarda il destino personale di ciascuno di noi, ma anche la rinascita di valori universali che il cristianesimo ha introdotto nella storia umana, cambiandola ed elevandola.

È un impegno pieno di difficoltà, ma ricco di prospettiva perché ancorato a quell’umanesimo che è a base dei diritti umani che l’Europa e l’Occidente hanno elaborato e offerto a tutto il mondo, e che oggi corrono il rischio di un declino proprio sul punto nevralgico della tutela dei più deboli.

Wednesday 23 April 2014 22:00

Il Ruanda sceglie l’inglese, tra Cina e nuove sfide

In una saletta per le conferenze di un hotel della capitale ruandese, la coordinatrice di un progetto di sviluppo canadese, aiutata da una sequenza di diapositive, illustra il programma della sua organizzazione nel campo dell’istruzione scolastica e dice che, naturalmente, «i libri di testo per l’insegnamento elementare saranno in lingua inglese». Vent’anni fa, in Ruanda, c’erano due modi per dire la parola 'grazie': murakose,  nella lingua kinyarwanda, oppure, retaggio coloniale, merci, in francese. Oggi – vent’anni dopo il genocidio di 800mila tutsi e hutu moderati e i cento giorni di follia collettiva – è diventato d’obbligo pronunciarla con l’inglese thank you.

Dal 2008 la legge stabilisce che nelle scuole primarie l’inglese è obbligatorio. La mutazione della piccola Repubblica africana avviene anche in questo modo, nella trasformazione linguistica, e quindi anche culturale. Perché così vuole un presidente che è nato all’estero, nell’anglofono Uganda, e che nella lingua francese vede fantasmi da scacciare, perché portatrice di memoria coloniale e politica.

Ma in realtà, anche se i ruandesi adulti, per lo meno a Kigali, si sforzano di parlare inglese, per «stare al passo coi tempi e avere qualche problema in meno», nel Paese reale, appena fuori dalla capitale, in ambito rurale, nelle campagne verdeggianti che macchiano le colline, le comunità locali continuano a regolare in francese la loro vita e i loro commerci di tabacco, sorgo, mais e fagioli, tè e caffè. 

Un paio d’anni fa, in un ufficio di progettazione a Singapore, è stato realizzato il «master plane» di Kigali. Un avveniristico Piano regolatore. Tanto per avere un’idea, nel cuore della capitale – un milione di abitanti cui ogni giorno si aggiungono 200mila pendolari – quel che ancora ricorda la città coloniale andrà a scomparire e al suo posto sorgeranno palazzi di venti piani. Come quello che è già previsto al prossimo cantiere e che una volta ultimato sarà a impatto zero. Autosufficiente e ecologico. Sprovvisto di climatizzazione elettrica, ma capace di un sistema di riscaldamento e refrigerazione garantiti da condotti e giardini pensili. Con la possibilità di riciclare il 40 per cento delle acque nere e pressoché autosufficiente per la fornitura elettrica. Sarà il quinto edificio del genere esistente in Africa. Per un Paese dove il peso dell’economia è sorretto dall’agricoltura, si apre un futuro costruito su milioni di metri cubi di cemento con la discreta, ma significativa mano cinese. 

Di Kigali si parla oramai come della Singapore d’Africa. Nascono cantieri, nuove banche, già una ventina gli sportelli, e i grandi alberghi di classe internazionale sorgono come funghi. Come l’immenso «Marriott», in fase di ultimazione sulla collina che sovrasta il palazzo presidenziale: proprio per questo motivo, i progettisti sono stati costretti, si dice, a cancellare due piani per non incombere troppo sulla quotidianità dell’inquilino di fronte Paul Kagame.

Uno sviluppo, quello della capitale ruandese, da una decina di anni in progressione, anche perché in questo piccolo Paese nel cuore dell’Africa, di soldi ne sono entrati parecchi, e non solo con il boom del turismo, che nel 2012 ha registrato 180mila presenze, in particolare per visitare il pianeta dei gorilla di montagna: con un ticket d’ingresso nella foresta di 750 dollari a persona. Ma la ricchezza è venuta anche con il 'transito' dei minerali pregiati provenienti, legalmente e illegalmente, dalla confinante terremotata regione dei Grandi laghi, dalla Repubblica democratica del Congo.
A Kigali, basta chiedere alla prima persona che si incontra: senza esitazione saprà indicare dove si trova la «strada del coltan», minerale prezioso per la telefonia mobile proveniente – come altre pregiate materie prime, diamanti e oro – dalle miniere di Walikale. È la strada per l’aeroporto che corre sotto la grande antenna della
Deutsche Welle, la Radio internazionale tedesca, che dal 1960 capta il segnale in arrivo da Colonia e poi lo irradia in tutto il continente africano con le sue trasmissioni in varie lingue.

Se si guardano i vicini di casa come il Burundi – gravato da una situazione di insicurezza politica, militare, economica, tanto che Bujumbura si è dovuta vendere l’aereo presidenziale – o il Congo orientale di Goma e Bukavu – strangolato da gruppi armati, milizie tribali, violenza e povertà – il Ruanda assomiglia un piccolo paradiso. Se
Stati Uniti, Gran Bretagna, Olanda e Svezia hanno chiuso i rubinetti della cooperazione, per i coinvolgimenti ruandesi nel vicino Congo, mentre Kigali ha scelto di fare a meno degli aiuti umanitari internazionali, la vita in Ruanda con i suoi 11 milioni e mezzo di abitanti, nel 1994 erano 7 milioni e mezzo, registra notevoli miglioramenti. Tanto che, oggi, nelle abitazioni dei villaggi di campagna, le persone non dormono più per terra, ma su materassi. E ha avuto successo la campagna di informazione condotta per «la protezione del piede da infezioni e malattie». Oggi quasi più nessuno cammina a piedi nudi. 
 
L'assistenza sanitaria è una realtà per tutti. La mortalità infantile è stata assai ridotta. La diffusione dell’Aids, esploso sul finire degli anni Novanta come conseguenza degli stupri etnici del ’94, è stata arginata. Certo, sostenere che tutto funzioni e che modernità e sviluppo scalzeranno gli spettri di un possibile ritorno al passato delle divisioni etniche non si può giurarlo del tutto. La via della pacificazione nazionale la si sta praticando anche nelle aule scolastiche, dove un’ora di lezione al giorno è dedicata a spiegare alle nuove generazione che cosa è stata la politica etnica creata dal colonialismo con le conseguenti, devastanti tensioni tra tutsi e hutu. 
 
Paul Kagame, nel suo secondo mandato da presidente, sta vivendo questo successo. Nel 2017 ci saranno le elezioni e già c’è chi ha sentore che l’uomo forte di Kigali modificherà la Costituzione per assicurarsi una terza opportunità di guidare il Ruanda. Su questo personaggio non mancano i giudizi negativi e le critiche. Ma sono soprattutto provenienti dai circuiti diplomatici internazionali, perché una vera opposizione politica a Kigali non esiste: «È a capo di un regime autoritario, che non tollera dissenso.
Che ha avuto un coinvolgimento diretto nel caos congolese, sostenendo gruppi armati che usano bambini soldato». Kagame respinge ogni addebito come quello di essere, tra l’altro, la lunga mano coinvolta in una serie di omicidi di esiliati ruandesi in Sudafrica, Paese che ospita partiti politici ruandesi clandestini, e che sembrano avere motivazioni politiche. I più clamorosi sono i casi di un ex capo di stato maggiore e del capo della sicurezza nazionale Patrick Karegeya, assassinato nel gennaio scorso. Avversari politici, ma forse anche depositari di segreti inconfessabili. 
 
Una fonte a Kigali che conosce bene il Ruanda e la sua classe politica, e che chiede di non essere identificata, osserva: «Un Paese in piena evoluzione, ma un popolo ancora non del tutto riconciliato. I problemi veri, però, al momento non stanno nelle tensioni tra tutsi e hutu. Nei centri nevralgici del potere e dell’amministrazione ruandese sono quasi tutti solo tutsi. Oggi i guai per Kagame nascono dentro la sua stessa cerchia di potere tutsi».

Wednesday 23 April 2014 22:00

Erdogan e armeni, Abu Mazen ed ebrei: crepe nell'ottusità del negazionismo

Forse la 'Realpolitik' si è travestita da colomba della pace, forse la scaltrezza di due leader ha partorito l’impensabile, o forse ancora un barbaglio di umanità è trapelato dalle crepe dell’intransigenza e del furore ideologico. 

Altro non potremmo immaginare di fronte a due gesti paralleli, quello del premier turco Recep Tayyp Erdogan e quello del presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Abu Mazen: il primo ha presentato per la prima volta le condoglianze della Turchia ai discendenti delle centinaia di migliaia di armeni sterminati nel 1915; il secondo ha preannunciato a Israele un messaggio di cordoglio in occasione della Giornata della Shoah, che si celebrerà il 28 aprile prossimo. 

Due gesti, due annunci che non possono non sorprenderci. La Turchia, uscita giusto un secolo fa dalla lunga agonia dell’impero ottomano sotto la guida di Kemal Atatürk, quella Turchia fortemente laicista e avversa ad ogni vestigia del passato, capace di vietare il fez e il velo (poi ripristinato nel 2000 dal partito islamista al governo), di introdurre il suffragio universale e i caratteri latini non fu tuttavia in grado di rimuovere quell’enorme buco nero chiamato Ermeni Soykirimi, ovvero la deportazione e il genocidio di oltre un milione di armeni. Una tragedia il cui 99° anniversario cade oggi, 24 aprile, ma la cui memoria in Turchia, il semplice farvi cenno come 'genocidio' (la dizione corrente – l’unica ammessa – per i turchi benpensanti era: «I fatti del 1915») comportava fino a poco tempo fa un reato d’opinione punibile con il carcere. Una damnatio memoriae inammissibile per un Paese che da molti anni aspira ad entrare nell’Unione Europea e che per quasi un secolo ha esercitato sul tema uno spietato negazionismo, come ben sa il Premio Nobel turco Orhan Pamuk, che incappò nella censura di Ankara per aver menzionato il genocidio armeno. Ora Erdogan, vincitore morale delle recenti elezioni amministrative e in procinto di candidarsi alla presidenza della Repubblica, ha offerto agli studiosi di tutto il mondo la libera consultazione degli archivi di Stato, perché la questione armena possa essere affrontata «in una prospettiva pluralistica, democratica e moderna». Con un occhio a Bruxelles, dove le procedure di adesione di Ankara alla Ue sono desolatamente ferme al primo capitolo: ne mancano ancora 34 sulla strada della trasparenza e della democrazia. E il riconoscimento del genocidio armeno è uno di quelli centrali. 

Di analoga portata l’annuncio di Abu Mazen, che per la prima volta riconosce la Shoah come «la tragedia più grande della storia moderna». Annuncio epocale, si direbbe, che tuttavia cade nello stesso giorno della ritrovata riconciliazione politica fra Fatah (il partito di Abu Mazen maggioritario in Cisgiordania) e Hamas (il movimento filoiraniano e antisionista che controlla la Striscia di Gaza). Il che un po’ stona se si considera la feroce intransigenza palestinese nei confronti di Israele: l’Olp e Hamas hanno tuttora nel programma politico l’annientamento della nazione ebraica, senza dimenticare i loro alleati iraniani e siriani, che usano alludere a Israele semplicemente come alla «entità sionista».

È quasi imbarazzante, insomma, mettere sullo stesso piano il cordoglio palestinese nei confronti dello sterminio degli ebrei nei campi di concentramento nazisti e la ritrovata unità fra il partito di Yasser Arafat e la costola radicale di Hamas e del suo braccio armato, le brigate Ezzedin al-Qassam: il primo a non crederci è il premier israeliano Netanyahu, per il quale «ogni volta Abu Mazen preferisce fare la pace con Hamas piuttosto che con Israele». Al di là delle strumentalizzazioni, i due annunci – quello di Erdogan e quello del presidente palestinese – non sono da deprecare. La Storia – ricordava Edward Hallett Carr nelle sue insuperate Lezioni di Cambridge – «non è un nucleo duro di fatti storici che esistono obbiettivamente e indipendentemente dalle interpretazioni, ma è un dialogo senza fine fra il passato e il presente». Ed è sempre questa l’unica via per ogni possibile riconciliazione.

Wednesday 23 April 2014 04:00

Diario Vaticano / Francesco ha un nuovo segretario. Che parla arabo

Ed è anche molto polemico con l'Islam. È l'egiziano Yoannis Lahzi Gaid. Una critica del cardinale Kasper al papa. Due inaspettati rientri nella congregazione per i religiosi

Tuesday 22 April 2014

I superbatteri che battono gli antibiotici

Rischiano di divenire armi spuntate gli antibiotici che usiamo abitualmente per curare e sconfiggere le malattie infettive: un effetto del loro eccessivo e spesso inadeguato uso nell’ambito delle medicina umana e, ancor di più, in campo veterinario. La prescrizione di antimicrobici per la terapia di patologie febbrili di origine non batterica, come quelle virali, non solo non serve per guarire queste patologie (spesso banali, come l’influenza), ma diventa un boomerang per la tutela della salute. La presenza di grandi e persistenti quantità di antibiotico nel corpo di un malato seleziona ceppi di batteri che diventano resistenti al tipo di farmaco utilizzato, rendendo così inefficace il suo eventuale successivo uso quando questo fosse realmente necessario. La grande velocità riproduttiva dei batteri – alcuni si moltiplicano in decine di migliaia di esemplari nel giro di pochi minuti – amplifica ulteriormente il fenomeno. Spesso, soprattutto in ambiente ospedaliero, ci si trova di fronte a patologie infettive causate da "superbatteri" resistenti ai farmaci che sovente diventano letali per il malato.  

Le segnalazioni di nuovi "superbatteri" resistenti agli antibiotici disponibili diventano sempre più frequenti. L’ultimo allarme poche settimane fa. Uno studio del Centro per la prevenzione e il controllo della malattie di Atlanta, pubblicato sulla rivista Emerging Infectious Diseases, afferma che il batterio responsabile della gonorrea, una delle più comuni malattie a trasmissione sessuale, sino a ora facilmente curabile, sta diventando resistente a tutti i farmaci. Attualmente il germe non viene debellato dalle penicilline e dalle tetracicline, due tra i più datati e utilizzati tipi di antibiotico, e l’unico trattamento efficace rimasto è quello con le ciclosporine.

Anche se al momento negli Stati Uniti non sono emersi ceppi immuni alle ciclosporine, sottolineano gli autori dello studio, in altri Paesi si stanno già manifestando ed è solo questione di tempo prima che la diffusione di questi germi resistenti diventi sempre più ampia, coinvolgendo territori ancora indenni. Un’indagine epidemiologica svolta negli ultimi due decenni in diverse città statunitensi ha evidenziato che è sufficiente la presenza di un decimo di forme di gonorrea farmacoresistenti sul totale dei casi osservati per provocare quasi il raddoppio dell’incidenza nella comparsa di nuovi malati. «Sulla base dell’esperienza derivata dall’uso di altri farmaci – concludono gli autori – la diffusione di un ceppo resistente negli Usa appare imminente».


Ancora più angosciante la recente notizia su una forma di tubercolosi resistente agli antibiotici che sta velocemente espandendosi in Russia. Secondo gli esperti, è dovuta a un "superbatterio" che per una mutazione genetica è in grado di diffondersi molto più rapidamente rispetto al comune germe, oltre ad essere resistente ai farmaci impiegati nella cura di questa infezione. In particolare, anche a quelli di "seconda linea", cioè gli antibiotici ritenuti più potenti usati solo quando quelli abituali (rifampicina e isoniazide) risultano inefficaci. D’altra parte le forme di Mdr-Tb, sigla che identifica le forme di tubercolosi multiresistente alla terapia, non sono un fenomeno nuovo. Le prime segnalazioni risalgono al marzo del 2006, ma il vero allarme scattò nell’estate di quello stesso anno, dopo l’epidemia scoppiata in Sudafrica, con una mortalità quasi del 100 %. Oggi in Italia, sugli oltre seimila casi di tubercolosi annui, solo il 3,7% riguarda forme multiresistenti, ma nel mondo, su quasi 9 milioni di malati (con una mortalità che si avvicina al milione e mezzo), ben il 10% è multiresistente.

Il problema della resistenza batterica è stato ulteriormente acuito negli ultimi decenni dall’indiscriminato uso di antibiotici in ambito veterinario. La loro somministrazione ad animali, soprattutto bovini, non malati – quindi senza una motivazione terapeutica – era determinata dal notevole incremento ponderale che essa determinava. Una pratica quindi non giustificata da ragioni sanitarie, ma esclusivamente da fini commerciali. Anche se l’Europa ha posto al bando negli allevamenti l’uso non terapeutico di antibiotici (la prima norma risale al 1997 mentre la proibizione totale è in vigore dal 2006), limiti meno vincolanti sono in atto negli Stati Uniti, mentre in molti altri Paesi tali limitazioni non esistono affatto. Questa massiccia diffusione di antibiotici nell’ambiente (perché dispersi con i liquidi biologici degli animali) e nella popolazione (perché inconsapevolmente ingeriti con le carni delle bestie trattate) ha determinato una "bomba ecologica" incontrollata, destabilizzando rapidamente il delicato equilibrio biologico tra ambiente, genere umano e germi (patogeni e non patogeni) stabilitosi nel corso dell’evoluzione. Ciò rende oggi più difficile respingere gli "assalti" dei germi patogeni, agenti infettivi contro i quali la medicina aveva saputo trovare efficaci difese. Il fenomeno della resistenza batterica, inizialmente tipico dei Paesi industrializzati dove l’uso degli antibiotici in terapia umana è esploso subito dopo il secondo dopoguerra, è andato poi interessando anche il resto del mondo, mano mano che si è diffuso l’uso terapeutico di questi farmaci. Oggi è un problema globale, reso ancora più grave dalla facilità di viaggiare, che espone al rischio di una diffusione in tempi rapidissimi dei "superbatteri". 

La resistenza batterica è un problema che mette a dura prova le capacità "creative" della medicina e dei suoi operatori. Quali le strategie per arginare questo esplosivo problema? Un uso più consapevole degli antibiotici sul territorio e dentro gli ospedali rappresenta la strada maestra. Ugualmente è fondamentale interrompere l’indiscriminato impiego non terapeutico degli antibiotici in ambito veterinario. Ma, nonostante tutto, ciò potrebbe non bastare. Di fronte all’avanzata dei "superbatteri" resistenti dobbiamo approntare nuove armi per contrastarli e mettere a punto nuove tecniche per riconoscerli. Dalla fine degli anni 80 non sono state più inventate nuove classi di antibiotici. Quelli che ora usiamo, anche i più recenti, sono molecole messe a punto dall’industria farmaceutica parecchi decenni fa, dalla metà degli anni 40 agli inizi degli anni 80. Da allora lo sviluppo di nuovi antibiotici si è di fatto arenato: da un lato perché si pensava che ormai il campo fosse saturo, dall’altro perché l’industria ha preferito percorrere vie economicamente più vantaggiose, "dimenticandosi" dei bisogni dei malati (soprattutto quelli dei Paesi poveri). Tutto questo mentre molti germi diventavano resistenti ai farmaci disponibili. Per superare questo vuoto occorre che l’industria farmaceutica riprenda – e possa essere, se necessario, incentivata a farlo – la ricerca per scoprire e produrre nuovi antibiotici, tenendo conto che prima dell’arrivo in ambito terapeutico di un nuovo farmaco passano non meno di 15-20 anni dall’inizio della ricerca. Se si incominciasse a lavorare ora, gli antibiotici per gli attuali "superbatteri" non saranno disponibili prima del 2030.


Le biotecnologie possono darci un aiuto prezioso per riconoscere questi infidi germi e accelerare la ricerca di nuovi rimedi. Alcuni scienziati britannici sono riusciti a ottenere la prima mappa completa del Dna di uno dei "superbatteri" più diffuso negli ospedali, lo Stafilococco aureo resistente alla meticillina. L’analisi del genoma ha permesso di identificare 125 mutazioni genetiche responsabili della sua tossicità, rendendo possibile riconoscere i tipi di microbo con la variante che induce farmacoresistenza. Questa metodica, applicata alla clinica, consentirà due vantaggi: da un lato di facilitare all’industria la strada per realizzare nuovi antibiotici efficaci su germi mutati; dall’altro di consentire al medico di personalizzare la terapia antibiotica del malato ottenendo, con un semplice tampone salivare, la tipizzazione del germe all’origine dell’infezione in modo da evitare il rischio di farmacoresistenza. Queste strategie potranno salvarci da quella che potrebbe essere in futuro una vera apocalisse post-antibiotica.

Tuesday 22 April 2014 22:00

Salvare, un dovere poi c’è da fare

Siamo in piena emergenza sbarchi, come previsto. La situazione è difficile, come hanno ricordato ieri Caritas, Acnur e l’Alto commissariato Onu per i diritti umani, amplificata dalla polemiche dei partiti in campagna per le Europee. Ma era evitabile affiancando per tempo all’operazione Mare Nostrum un sistema adeguato di accoglienza.


È ormai prossima la quota di 25mila arrivi in questo primo scorcio del 2014 e i comuni siciliani non reggono un ritmo che ricorda l’emergenza Nordafrica del 2011. E da qui all’autunno il flusso non si arresterà. Non ci saranno 600mila persone sulle coste libiche in attesa di partire, come sosteneva poco tempo fa il  ministro Alfano. Ma certo con la primavera, che significa temperature del deserto miti anche per donne e bambini, migliaia di eritrei – prima nazionalità tra quelle sbarcate – vengono segnalati in viaggio sulle rotte dal Sudan verso Tripoli per affidare vita e speranze alle carrette del mare. I trafficanti di uomini sono in piena attività anche in Africa occidentale, dove il Sahara libico è attualmente percorso da colonne di maliani e gambiani, mentre il conflitto in Siria sta moltiplicando i passaggi in Libia dall’Egitto – Paese ritenuto poco amichevole – di siriani e palestinesi intenzionati a prendere la via del mare verso la Ue.


In questo quadro preoccupante, le polemiche politiche nostrane, perlopiù propaganda elettorale, si sono concentrate sui costi dell’operazione Mare Nostrum. I nove milioni mensili di cui il nostro Paese si fa carico dallo scorso novembre per pattugliare le frontiere marine sono infatti ritenuti da alcuni eccessivi e da altri utili solo ai trafficanti, perché incentiverebbero gli arrivi via mare. Occorre anzitutto ribadire che le navi militari italiane hanno salvato finora la vita a 19mila persone, il che in un Paese normale costituisce titolo di merito. Bene fa dunque il governo a dichiarare che indietro non si torna. Del resto, le alternative all’intervento in mare sono inaccettabili e incompatibili con il diritto internazionale e con l’appartenenza al mondo civile. L’Italia, fondatore della Ue e firmatario della Convenzione di Ginevra, non può né deve più respingere i profughi in Libia – Stato al collasso che non garantisce i loro diritti umani – o peggio rifiutarsi di aiutare nel Mediterraneo donne, bambini e uomini che all’80%, stando all’esame delle richieste del 2013, hanno diritto di chiedere asilo perché in fuga da guerre, persecuzioni e fame.


L’errore non è stato avviare l’operazione Mare Nostrum, semmai non affiancarvi un numero congruo di centri di accoglienza per evitare il caos. Ora, per fermarlo, l’azione governativa dovrebbe interrompere prima di tutto il conflitto di competenza tra Comuni e Regioni da una parte e prefetture dall’altra. E poi coordinare e organizzare, mettendo attorno a un tavolo gli attori, compresi gli enti del terzo settore, per evitare gli sprechi e gli scandali dell’emergenza nordafrica.


Quindi, urge chiedere chiarezza e interventi a livello europeo, utilizzando l’imminente semestre di presidenza italiana. Se il Belpaese, declassato ormai dai migranti a porta di ingresso, si sobbarca gli oneri del salvataggio e della prima accoglienza e chiede a ragione sostegno economico ai partner, è altrettanto vero che i profughi vi restano lo stretto necessario e, prima che le forze dell’ordine prendano generalità e impronte, fuggono verso i Paesi più accoglienti e ricchi come Germania, Scandinavia e Gran Bretagna. Sui quali pesano i costi sociali di inserimento come giungono i benefici di una manodopera giovane e produttiva. Difficile uscire in tempi brevi da questa emergenza, ma la presidenza italiana potrebbe dare impulso al contrasto dei trafficanti di uomini, prevenendo i viaggi della speranza.

Le vie percorribili sono diverse, dai corridoi umanitari per i siriani ai visti di transito concessi dalle ambasciate Ue verso uno Stato membro, dove poi giudicare i singoli casi. Anziché rischiare la pelle su un barcone, un profugo pagherebbe così un normale biglietto aereo senza finire nel mercato di vite umane. Soluzioni su cui sappiamo che si sta ragionando. Solo allora le navi di Mare Nostrum potranno rientrare in porto.

Tuesday 22 April 2014 22:00

Finanza sprint, un iperpotere

Una delle condizioni fondamentali per la democrazia è quella dell’equilibrio dei poteri e da sempre la tradizione liberale anglosassone ha ritenuto fondamentale proteggere i delicati meccanismi dell’economia di mercato e i potenziali benefici che essi possono arrecare al bene comune attraverso il contrasto ai monopoli e a gruppi di potere troppo forti. Come sappiamo il mondo sta vivendo da questo punto di vista un momento difficile. Il sonno dei regolatori in finanza ha fatto crescere giganti troppo grandi per fallire e troppo complessi per essere regolati, con attivi superiori al Pil degli Stati di origine e risorse ingenti per condizionare il processo politico e culturale.

Un recente rapporto del Corporate Europe Observatory fornisce dati concreti a questo che altrimenti potrebbe sembrare ad alcuni vago "complottismo". Il rapporto sottolinea come presso le istituzioni europee il settore finanziario abbia 1.700 lobbisti registrati e spenda mediamente più di 120 milioni di euro all’anno in tali attività (contro i 12 milioni di associazioni consumatori, sindacati e Ong). Ma il dato ancor più impressionante è la sproporzione di rappresentanza negli organi consultivi presso la Bce e le istituzioni comunitarie tra i rappresentanti di questa lobby e gli altri (per fare un esempio: operano presso la Bce 95 "ambasciatori" della lobby finanziaria contro 0 di sindacati e associazioni della società civile). Alla luce di questi dati si capisce molto meglio perché tanti slanci riformatori avviati con il consenso della vasta maggioranza degli elettori europei si siano arenati nella fase attuativa.

È il caso, per esempio, delle nuove regole sulla separazione tra banche commerciali e banche d’affari varate negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Francia e in Germania o del percorso di cooperazione rafforzata per l’adozione di una tassa sulle transazioni finanziarie a livello europeo. Su quest’ultimo punto solo nelle ultime due settimane abbiamo registrato prese di posizione molto interessanti. Il premio Nobel Paul Krugman si è domandato il 14 aprile sul New York Times che cosa ci sia di sbagliato nel suo Paese, dove un progetto di infrastruttura essenziale che prevedeva un tunnel ferroviario sotto il fiume Hudson è stato bloccato per mancanza di fondi, mentre sta per concludersi con successo un traforo nei monti della Pennsylvania, costato centinaia di milioni di dollari, per consentire la posa di un cavo di fibra ottica in grado di aumentare di 3 millisecondi la velocità delle transazioni finanziarie tra il mercato dei future di Chicago e la Borsa di New York. Joseph Stiglitz, un altro Nobel, ha rincarato la dose spiegando che il trading ad alta frequenza è un gioco a somma negativa per la società.

Sposta semplicemente utili da un operatore meno tecnologico a uno più tecnologico dopo che quest’ultimo ha sprecato risorse (come nel caso del cavo di cui sopra) solo per crearsi un vantaggio informativo sul primo. Stiglitz sottolinea anche con lucidità che il trading ad alta frequenza non produce buona liquidità e buona informazione finendo con il non portare nemmeno benefici al funzionamento dei mercati finanziari stessi. A conferma che queste osservazioni non sono fantasie di professori (per altro esperti di finanza) John Fullerton (fondatore e presidente di Capital Institute, ex Managing Director alla JPMorgan) conferma che la finta liquidità prodotta dai robot che fanno trading automatico sparisce quando ce n’è veramente bisogno e che una tassa sulle transazioni per frenare queste "guerre stellari" della speculazione sarebbe necessaria.

Sono questioni di cui dovremmo preoccuparci anche noi in Italia nonostante il nostro sistema bancario abbia dato indubbiamente prova di maggiore resistenza di fronte a queste sirene? La risposta non può che essere sì, soprattutto in un momento come questo in cui le Banche centrali inondano il sistema bancario di liquidità e si lamentano, poi, (assieme a governi e associazioni di imprenditori pronte a costituirsi parte civile come in Sicilia) di banche che non hanno particolare interesse a usare questa liquidità per fare credito alle imprese.

Senza alcun pregiudizio ideologico, e senza disconoscere il ruolo assolutamente cruciale di mercati finanziari efficienti, appare oggi fondamentale ripartire da un bilanciamento nelle rappresentanze dei gruppi di pressione tra lobby finanziarie e società civile per poi riflettere sulle vere finalità del sistema finanziario. Che non può essere una bisca di giocatori d’azzardo compulsivi né può massimizzare solo la velocità, ma deve tornare a essere strumento al servizio del bene dei cittadini e delle imprese. Sul fatto che le posizioni più volte espresse su questo giornale in materia siano necessariamente le migliori si possono ovviamente nutrire dubbi e si possono cercare altre soluzioni. Quello che però è certo – parafrasando Adam Smith, che ricordava che quando due o più persone che fanno la stessa professione si riuniscono assieme è per ideare qualcosa ai danni dei consumatori – è che l’attuale squilibrio di potere tra gruppi di pressione non ci garantisce nulla di buono sul fatto che importanti istituzioni siano effettivamente in grado di perseguire il bene comune e non interessi di parte.

Tuesday 22 April 2014 22:00

Alitalia, con Ethiad non sia resa

Tertium non datur: Alitalia si aggrappa a Etihad o si lascia fallire. La terza opzione, quella non data, sarebbe l’ennesimo salvataggio pubblico. Con soldi dello Stato e quindi dei contribuenti. Tanti soldi che, in questo frangente economico-politico votato per necessità a una revisione della spesa, sarebbe comunque difficile rastrellare (e ancor di più giustificare).

La compagnia di bandiera è purtroppo con le spalle al muro. Ce l’hanno messa una crisi lunga decenni e risposte – politiche, industriali, sindacali – sin qui sbagliate. Risposte che hanno sempre curato i sintomi e mai la malattia: troppo esile l’ex vettore di bandiera per un cielo globale, troppo pesante per volare solo sulla piccola Italia o sull’Europa già intasata. Alitalia fu salvata dallo Stato almeno due volte prima del 2008. Un fallimento mal pilotato la consegnò quindi a capitani poco coraggiosi e a un partner industriale, Air France, che l’avrebbe invece volentieri comprata. Scaricando ancora una volta buona parte delle spese, una manciata di miliardi, sui soliti noti: i cittadini.

Il progetto industriale basato sui profitti monopolistici della rotta Milano-Roma è stato spazzato dalla crisi e dal successo dei treni veloci. Ci ha rimesso parecchi quattrini anche Air France. Forse più di tutti, fra i nuovi soci, avendo bruciato i fondi conferiti quale azionista nel 2009. Etihad non vuol fare la stessa fine. Per questo chiede di ristrutturare i debiti pregressi, tagliare altri posti di lavoro e "sacrificare Malpensa", facendo di Fiumicino un vero hub intercontinentale con Linate a giocare di sponda.

Etihad porta in dote capitali freschi e un’ambizione smisurata: ha spiccato il volo appena undici anni fa con due soli aerei e oggi la sua flotta ne conta 89 con ordini per altri 150. Vuol trasformare l’aeroporto Leonardo Da Vinci nella grande pista per i voli atlantici, mantenendo quella di Abu Dhabi per le rotte verso Oriente. Regalerebbe così ad Alitalia – e all’Italia – quei voli intercontinentali fino a oggi mai decollati. Anche il vettore italiano ha però un valore da spendere. Soprattutto se di fronte c’è Etihad: lo status di compagnia "comunitaria" e i diritti "open skies" che liberalizzano il traffico tra Europa e Nord America. Per quanto la cassa sia vuota e le spalle al muro, Alitalia potrebbe impegnare bene i suoi gioielli. Sta al management, ora, non svenderli. E, anzi, farli valere sul piano della trattativa occupazionale.

Sunday 20 April 2014

LA LETTERA D’AMORE PER TE, SCRITTA COL SANGUE

Il 9 aprile scorso, durante l’Udienza generale in Piazza San Pietro, una persona dalla folla ha gridato verso il Pontefice: “Papa Francesco, sei unico!”. Il Santo Padre gli ha risposto: “Anche tu, anche tu sei unico. Non ci sono due come te”.

Con quella semplice battuta ha espresso una verità immensa, che caratterizza il cristianesimo. Infatti per il mondo il singolo è solo un numero, sostituibile con tanti altri, cioè sacrificabile al potere.

Le ideologie moderne poi considerano come protagonisti della storia dei soggetti collettivi (la Razza, la Classe, la Nazione, l’Umanità) o entità astratte come il Mercato, il Capitale, il Partito e lo Stato.

 

RIVOLUZIONE

 

Invece con l’avvenimento cristiano accade qualcosa di rivoluzionario: l’unico Dio che scende sulla terra e ha pietà di ogni singola persona, specie del miserabile, del peccatore incallito, del malato, di ciascun uomo.

Per compassione il Figlio di Dio lo abbraccia, lo risana, lo perdona, addirittura si inginocchia davanti a lui e gli lava i piedi (ovvero fa quello che facevano gli schiavi agli ospiti). Fino a morire per lui, per quel singolo essere (insignificante per il mondo).

Davvero una rivoluzione, un totale capovolgimento dell’ordine costituito da millenni, da sempre basato sui sacrifici umani, in molte forme (a partire dallo schiavismo, fondamento delle economie antiche).

Lo colse bene il più fiero avversario moderno del Nazareno, ovvero Friedrich Nietzsche che scrisse: “L’individuo fu tenuto dal cristianesimo così importante, posto in modo così assoluto, che non lo si poté più sacrificare, ma la specie sussiste solo grazie a sacrifici umani… La vera filantropia vuole il sacrificio per il bene della specie – è dura, è piena di autosuperamento, perché abbisogna del sacrificio dell’uomo. E questo pseudoumanesimo che si chiama cristianesimo, vuole giungere appunto a far sì che nessuno venga sacrificato”.

Noi neanche più ce ne rendiamo conto. Ma il cristianesimo è entrato nel mondo proclamando la fine di tutti i sacrifici umani.

In quale modo lo ha fatto? Col sacrificio del Figlio di Dio. L’editto di liberazione è scritto sulla sua stessa carne.

Lo ha spiegato il filosofo René Girard: Gesù è letteralmente “l’Agnello di Dio” (il capro espiatorio) che si offre in olocausto affinché tutti vengano liberati dalla schiavitù del male e nessun essere umano venga più sacrificato agli dèi della menzogna e della morte.

Ma – attenzione – ancora una volta Gesù non si offre a quella morte orrenda per un’astratta Umanità, bensì per ogni singolo, per me che scrivo questo articolo, per te che leggi.

La dottrina cattolica è arrivata ad affermare che, agli occhi di Dio, la salvezza di un singolo essere umano vale più dell’intero creato.

E la mistica ci ha fatto scoprire che – in un modo misterioso – in quelle ore di atroci sofferenze Gesù pensò proprio a ognuno di noi, nome per nome, ai nostri volti. Uno per uno.

Fa impressione accostare questa rivelazione dei mistici alle fasi del supplizio di Gesù.

La Sindone ci dà la perfetta immagine fisica di quelle atroci torture che il Vangelo elenca in modo scarno, quasi freddo. Vediamole.

 

LETTERA DI SANGUE

 

Le tante tumefazioni sul volto sono i segni dei pugni sopportati (con gli sputi e gli insulti) nelle fasi concitate dell’arresto. Però il naso rotto, l’occhio gonfio e i sopraccigli feriti (evidenti sulla Sindone) sono anche la traccia della bastonata in faccia subita da Gesù durante l’interrogatorio del Sinedrio (Gv 18, 22-23).

Poi c’è quell’inedita macellazione dei 120 colpi di flagello romano (a tre punte) che gli hanno devastato tutto il corpo strappandogli la carne in più di trecento punti (un supplizio del tutto anomalo anche per i crocifissi).

Ma una delle cose più dolorose per Gesù è il peso ruvido della traversa della croce che, lungo il tragitto del Calvario, letteralmente gli scopre le ossa delle spalle provocando sofferenze indicibili.

Poi Gesù avrà la testa trafitta da circa 50 lunghe spine (la corona beffarda dei soldati romani), qualcosa che non è umanamente sopportabile.

Ma la Sindone mostra anche ferite al volto e alle ginocchia dovute alle cadute mentre andava al Calvario (avendo le braccia legate alla traversa della Croce, non poteva ripararsi la faccia).

Infine le ferite dei chiodi, per la crocifissione, e le ore trascorse a respirare dovendosi appoggiare proprio sugli arti inchiodati.

Bisognerebbe fissare una per una queste atroci sofferenze ricordando che in quel momento Gesù pensava a me e a te, sopportava tutto per me e te, al posto mio e tuo, perché non fossimo sacrificati alle crudeli divinità delle tenebre.

 

SCOPERTE RECENTI

 

In questi giorni si è saputo che un’équipe di studiosi veneti, lavorando sulla Sindone, ha scoperto altri particolari impressionanti.

I ricercatori Matteo Bevilacqua, direttore del reparto di Fisiopatologia Respiratoria dell’Ospedale di Padova e Raffaele De Caro, direttore dell’Istituto di Anatomia Normale dell’Università di Padova, hanno lavorato insieme con Giulio Fanti, professore del Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Ateneo padovano che già in passato ha pubblicato studi sulla Sindone che ne accreditano l’antichità.

Dunque questi specialisti hanno provato a riprodurre ciò che fu inflitto all’uomo della Sindone: la simulazione ha comportato due anni di lavoro.

Hanno concluso che le mani del crocifisso probabilmente furono bucate dai chiodi due volte, evidentemente perché non si riusciva a fissarle ai solchi già prefissati sulla croce.

“Per i piedi invece la situazione cambia”, spiega Bevilacqua (le sue dichiarazioni sono riportate dal Mattino di Padova). “Il piede di destra aveva sia due chiodi che due inchiodature: era stato infilato un chiodo a metà piede per assicurare l’arto sulla trave, poi è stato infilato un altro chiodo lungo due centimetri per riuscire ad accavallare il calcagno del piede sinistro sulla caviglia del piede destro”.

Atrocità che si aggiungono a quelle già note, riferite dai Vangeli. Del resto la crocifissione, nel caso di Gesù, “è stata particolarmente brutale” affermano questi specialisti “perché fatta su un soggetto paralizzato che aveva perso molto sangue e che era stato abbondantemente flagellato”.

Ma perché l’uomo della Sindone era in parte “paralizzato”?

Questi specialisti spiegano che la traversa della croce, di una cinquantina di chili, in una delle cadute avrebbe provocato un grave trauma al collo, con una lesione dell’innervazione e una conseguenze paralisi del braccio destro.

Per questo i soldati romani costrinsero Simone di Cirene a portare la croce che Gesù non poteva più sostenere. I ricercatori padovani – i quali aggiungono che l’uomo della Sindone aveva pure una lussazione della spalla – spiegano anche le cause cardiache della morte.

 

PROVA DELLA RESURREZIONE

 

Tutti dati reperibili sulla Sindone che però porta anche le tracce della resurrezione. Per la connessione di questi tre dati.

Primo: i medici legali che hanno lavorato in passato su quel lenzuolo hanno appurato che esso ha sicuramente avvolto il cadavere di un uomo morto per crocifissione.

Secondo: gli scienziati americani dello Sturp che analizzò la Sindone, con strumenti assai sofisticati, conclusero che quel corpo morto non rimase dentro al lenzuolo più di 40 ore perché non vi è alcuna traccia di putrefazione.

Terzo. Costoro accertarono che i contorni della macchie di sangue provano che non vi fu alcun movimento fra il corpo e il lenzuolo. Il mancato strappo dei coaguli ematici rivela che il corpo non si spostò, né fu spostato, ma uscì dal lenzuolo come passandovi attraverso.

E con il misterioso sprigionarsi, dal corpo stesso, di una energia sconosciuta che ha fissato quell’immagine (tuttora senza spiegazione scientifica).

Arnaud-Aaron Upinsky osservò che “la Sindone porta la prova di un fatto metafisico”. In effetti è la resurrezione di Gesù. Che ha sconfitto il male e la morte per ciascuno di noi. Uno per uno. E ci regala l’immortalità.

 

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 20 aprile 2014

Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

Saturday 19 April 2014

Capolavori di canto gregoriano / L'introito di Pasqua

È il canto d'esordio della domenica della Resurrezione. Qui in una nuovissima esecuzione offerta al nostro ascolto dai "Cantori Gregoriani" e dal loro Maestro

Saturday 19 April 2014 03:00

Siamo pieni di gioia nel Signore risorto

                                                                                        
     La Pasqua è la festa della gioia cristiana, perché Gesù è Risorto dai morti. La Risurrezione di Cristo è la garanzia della nostra immortalità. Essere cristiano vuol dire credere fermamente che Cristo è risorto. San Paolo dice: “Se Cristo non è risuscitato, la nostra predicazione è senza fondamento e la vostra fede è senza valore… e se noi abbiamo sperato in Cristo, siamo i più infelici degli uomini” (1 Cor 15, 14-19). E poi aggiunge: “Ma Cristo è veramente risorto, primizia della Risurrezione per quelli che sono morti”.
    Questo è l’augurio che ci facciamo a vicenda: la Pasqua del Signore ci porti la pace del cuore e in famiglia e la gioia di vivere. Noi che crediamo con gioia nella Risurrezione di Gesù non possiamo più essere uomini e donne tristi, scoraggiati, senza speranza. Il cristianesimo non è la religione della Croce, ma di Cristo morto e risorto. La Croce è un passaggio, la Risurrezione uno stato decisivo e definitivo, è la speranza  che anche noi risorgeremo. Anzi, siamo sicuri di questo fatto, che risorgeremo con Cristo alla vera vita, quella eterna in braccio a Dio.
 
      La realtà del mondo in cui viviamo sembra dire  il contrario: quante  sofferenze attorno a noi e in noi, nella mia stessa vita: quante ingiustizie, quante disgrazie, quante notizie negative ci bombardano ogni giorno. Come facciamo ad essere gioiosi, sereni, pieni di speranza e di coraggio? Che senso ha la nostra gioia, se non quello di una grande ingenuità che chiude gli occhi di fronte alla realtà della vita?
      Non è così, perché è vero che se guardiamo con i nostri il mondo in cui viviamo, e attraverso quello che  trasmettono giornali e televisione, siamo tentati di pessimismo e di tristezza. Però questa realtà drammatica e angosciante noi credenti in Cristo Risorto dobbiamo vederla con gli occhi di Dio, che è Padre buono e misericordioso, Dio che vuole bene a tutti, vuole bene a me, più di quanto io voglio bene a me stesso! Questo mi insegna la fede e questo cambia la mia vita e la mia percezione della realtà.
 
     Nella Pasqua 2013, la prima del suo pontificato, Papa Francesco ha detto : “La buona notizia” che Gesù è Risorto, per noi significa “che l’amore di Dio è più forte del male e della stessa morte; significa che l’amore di Dio può trasformare la nostra vita, far fiorire quelle zone di deserto che ci sono nel nostro cuore”.
     La gioia della Pasqua viene dalla fede. Gesù, risorgendo ha sconfitto il peccato, la morte e tutto quello che è la causa delle nostre tristezze: le nostre passioni e tutte le realtà negative che vengono dal peccato. Vivendo la nostra stessa vita, Gesù ha partecipato alla nostra debolezza umana, ha patito la fame e la sete, la stanchezza e la tristezza, ha conosciuto l’ingiustizia, le crudeltà spaventose della flagellazione e della crocifissione.  La Risurrezione rappresenta la liberazione da tutto questo, è l’inizio di una nuova vita vissuta in intimità con Dio. Vivere con fede la Risurrezione significa anche per noi iniziare una vita nuova, liberandoci da tutti i pesi spirituali, morali e psicologici, da tutti gli attacchi terreni che ostacolano il nostro cammino verso Dio, che è la somma felicità per l’uomo.
 
     Per la cultura moderna la vita è un cammino verso il benessere, il potere, il piacere e il divertimento; per noi cristiani è un cammino verso Dio, anche con sofferenze e rinunzie, ma verso Dio. San Paolo dice:  «Le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi» (Rom 8,18). Non c’è proporzione tra quanto ci tocca soffrire e quanto attendiamo con fiducia nel Regno di Dio. Questo non significa che la fede risolve i nostri problemi materiali, ma che noi possiamo vedere le nostre difficoltà in modo diverso, appunto con gli occhi di Dio, la misericordia e la bontà di Dio, che ci vuole bene più di quanto noi vogliamo a noi stessi. Ecco perché i Santi erano sempre sereni e  pieni di gioia.

     Nel 1930, il Servo di Dio Giorgio La Pira, a 26 anni diventa incaricato di diritto romano all’Università di Firenze. In seguito partecipa al concorso per la cattedra universitaria, i risultati del quale, affissi nella bacheca dell’Università, lo dichiarano vincitore con i voti più alti di quelli degli altri partecipanti. Le autorità universitarie gli chiedono di prendere la tessera del PNF (il Partito Nazionale Fascista) e La Pira risponde che come cattolico non può prenderla. Così, la cattedra non è affidata a lui ma ad un altro. I suoi amici gli dicono di protestare e si dichiarano disposti a firmare con lui la lettera di protesta. La Pira risponde: “Vi ringrazio, ma è inutile. So che sono vittima di un’ingiustizia, ma cosa volete che sia questo quando so che Cristo è risorto?”. Ecco la vita vista non con occhi umani ma con gli occhi di Dio e questo esempio vale anche per tutti i milioni di martiri della fede che ancor oggi accettano di subire una morte ingiusta pur di non tradire la fede in Cristo Risorto.

                                                            Piero Gheddo

Friday 18 April 2014

Buona Pasqua ai naviganti

Oggi è il giorno della Passione, della morte, della solitudine, della desolazione. Ma quei discepoli che di fronte all’arresto e alla messa in stato d’accusa del loro Messia se ne scapparono tutti (tranne Giovanni), due giorni dopo sarebbero stati testimoni di un evento straordinario e unico: quell’uomo che era morto crocifisso era risorto ed è vivo.

Buona Pasqua di resurrezione a tutti i naviganti del web che di proposito o per caso capitano su queste pagine.

Come augurio vi propongo la lettura di questo messaggio di Asia Bibi, la giovane donna cristiana condannata a morte per blasfemia in Pakistan, che trovate qui su Vatican Insider.

Thursday 17 April 2014

Giovedì Santo. Autoritratto di padre Jorge

Nell'omelia della messa del Crisma, ampia e tutta di suo pugno, papa Francesco disegna un modello di sacerdote che ha molti tratti autobiografici, compresi "quei momenti apatici e noiosi attraverso i quali anch’io sono passato"

Tuesday 15 April 2014

Un progetto culturale nel nome del Crocifisso

crocifissi-ischia.jpg

Una bella testimonianza del fecondo rapporto tra arte e fede è quella offerta dai crocifissi lignei presenti nelle chiese della Diocesi di Ischia. Recentemente restaurati, essi affermano il valore della memoria, si offrono alla contemplazione dello spirito e nutrono la preghiera del credente anche molti secoli dopo la loro realizzazione.<o:o:p></o:o:p>

A sottolinearlo è un bel volume sulle pregevoli opere di scultura lignea presenti nell’isola ischitana, curato da Serena Pilato, docente dell’Istituto Europeo del Restauro - Isola d’Ischia e direttore dell’Ufficio diocesano del Progetto Culturale. Le opere presentate, corredate di schede di restauro e suggestive immagini, sono il “Cristo Nero” della Cattedrale di Santa Maria Assunta, il crocifisso della chiesa di Santa Maria del Soccorso a Forio, entrambi di autore ignoto, e il crocifisso della chiesa della SS. Trinità del Cretaio, opera di Gaetano Palatano.<o:o:p></o:o:p>

“Un progetto culturale che parte nel nome del Crocifisso”. Così esordisce il prof. Agostino Di Lustro, direttore dell’Archivio Storico Diocesano, nella presentazione del volume, realizzato in collaborazione con l’Istituto Europeo del Restauro. “Può sembrare un fatto devozionale – prosegue Di Lustro – frutto della spiritualità di certi ambienti pietistici di movimenti di base di sapore ancora medievale e di ispirazione francescana. Si tratta, invece, dell’avvio di un itinerario culturale nel senso pieno della parola che parte dalla teologia per finire alla pietà popolare attraverso la sublime espressione dell’arte, questa volta della scultura in modo particolare”.<o:o:p></o:o:p>

Queste sono le linee ispiratrici dell’impegno condotto dalla dottoressa Pilato, “attraverso la proposta di un filone di ricerca nuovo per la nostra isola considerato che quanto è stato scritto sui Crocifissi presenti sul nostro territorio non supera lo spazio di una paginetta”. Gli studi che sono stati condotti sui tre crocifissi più famosi e venerati dell’isola d’Ischia “hanno dato un contributo notevole per una più approfondita conoscenza del nostro patrimonio artistico e religioso. Attraverso lo studio del Crocefisso del Cretaio abbiamo assistito al risveglio anche ad Ischia dell’interesse per i fratelli Gaetano e Pietro Patalano per cui possiamo ben dire che la loro patria non li ha dimenticati, anzi è fortemente interessata ad approfondire, eventualmente, qualche altra loro opera esistente e dimenticata in qualche chiesa della nostra Isola”. <o:o:p></o:o:p>

“Lo studio attento ed entusiasmante della dott.ssa Pilato sul Crocifisso del Cretaio – conclude lo studioso –  posto accanto a  quello di Cadice di Gaetano Patalano, è certamente di grande portata scientifica perché ci permette di approfondire l’opera dei due scultori lacchesi ed eventualmente riconoscere altre opere da loro realizzate e ancora conservate nelle nostre chiese”.<o:o:p></o:o:p>

Tuesday 15 April 2014 06:31

Contro la crisi ci vuole resilienza

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Pubblichiamo alcuni passi del volume di Simone Morandini “Custodire futuro: etica del cambiamento”. Il libro, in uscita per Albeggi (pagine 148, euro 15,00) è stato presentato lunedì scorso a Roma presso Shenker Culture Club. L’autore, teologo e fisico docente nelle Facoltà Teologiche di Venezia e Padova, riflette sul fatto che siamo le persone che siamo anche grazie a quanto riceviamo dalle generazioni precedenti e che il nostro agire è determinante per coloro che verranno dopo di noi. È, questa, la sua visione di “sostenibilità”, l’intreccio tra due dimensioni di giustizia: un’attenzione per le generazioni future e un’istanza di tutela dei beni comuni, fondamentale per il nostro essere “assieme di umani su un pianeta delicato”.<o:o:p></o:o:p>

Custodire è un verbo da articolare al fu­turo (nel segno del progetto e del sogno) e al plurale (nel segno della relazionalità e dell’attenzione per la complessità) […]: tante sono le realtà da custodire, tute­landole contro un vento fatto di merci­ficazione disgregante, contro una cul­tura che non sa accogliere l’alterità.<o:o:p></o:o:p>

È allora tempo di chiederci cosa significhi disegnare politiche della custodia in questa nostra Italia, in que­sti giorni feriti dall’incertezza. Di domandarci quali fronti impegnino le parole che abbiamo evocato, pa­role pesanti, parole generatrici di pratiche. Rispon­dere a tali interrogativi significa individuare alcune urgenze primarie del bene comune in questo tempo […]; esso viene incontro quasi naturalmente a chi sa ascoltare il grido di un Paese diviso che ha visto anzi crescere in questo tempo di crisi la distanza tra grup­pi diversi, con l’impoverimento di vaste fasce della popolazione. È una distanza fatta certo di reddito – si pensi alla crescita continua del rapporto tra i com­pensi dei manager delle grandi aziende e i salari dei dipendenti – ma anche di ga­ranzie, di accessibilità a beni e servizi, di opportunità lavora­tive. C’è, insomma, una dise­guaglianza crescente che si e­stende fino al livello di quelle che Amartya Sen e Martha Nussbaum chiamano capabi-­lities: sono ormai profonda­mente diversi gli insiemi del­le scelte di vita accessibili ad esempio a una giovane precaria del Sud o a un pensionato al minimo rispet­to a quelli di un lavoratore stabile di una regione del Nord o, a maggior ragione, di uno dei succitati mana­ger. Non si tratta qui di fare l’apologia di forme di e­gualitarismo distratte nei confronti del talento indi­viduale, ma di richiamare – con una prospettiva ana­loga a quella indicata da un altro premio Nobel, Joseph Stiglitz – i drammatici costi che un simile eccesso di diseguaglianza impone alle vite delle persone. Non è certo casuale che a esso corrisponda anche un trend demografico discendente, che pone pesanti interro­gativi al sistema-Paese […]. <o:o:p></o:o:p>

Quando sembra che le fondamenta stesse del­la civitas siano erose, appare difficile persino custodire se stessi: difficile mantenere quell’affidabilità su cui altri possono contare; dif­ficile mantenersi responsabili in quelle scelte nelle quali ogni giorno diamo forma alla nostra identità, ma anche alle comunità in cui viviamo, alla città che abitiamo, alla complessa rete delle relazionalità. In tempi così critici, in effetti, persino le scelte quotidia­ne possono diventare logoranti, specie quelle più de­licate ci mettono in gioco profondamente, ci fanno pressione, ci costringono a bruciare energie che tal­volta è faticoso ricostituire, mettendo a rischio il no­stro stesso coraggio di essere. Eppure proprio esse so­no il luogo in cui possiamo superare – sia pur local­mente, in tempi e spazi limitati – quell’ambivalenza che abbiamo segnalato. È in esse che possiamo rea­lizzare quella ripresa a un livello più alto che abbia­mo visto così rilevante per le relazioni interpersona­li,  così come per la vita della comunità e quella della civitas. È in esse – e negli stili di vita che esse genera­no – che diamo corpo a un’identità capace di soste­nere buone pratiche, operando efficacemente per la custodia e per il rinnovamento, mantenendosi sal­da anche nel mutamento e attraverso di esso.<o:o:p></o:o:p>

Continua a leggere qui<o:o:p></o:o:p>

Tuesday 15 April 2014 04:00

Gaudio e dolori del magistero di Francesco

La novità di metodo della "Evangelii gaudium" spiegata da un teologo australiano. Ma non sempre il papa è interpretato correttamente. Nemmeno dal direttore de "La Civiltà Cattolica". Il caso emblematico del battesimo di Córdoba

Tuesday 15 April 2014 02:58

I 50 anni del “Gruppo Bangladesh” a Varallo 15 apr 2014

I missionari del Pime sono in Bengala (e in India) dal 1855, una delle missioni più difficili che la Santa Sede ci ha affidato e ancor oggi il Bangladesh, nato nel 1971 dal Pakistan, è una delle nazioni più povere dell’Asia e senza risorse naturali: 160 milioni di abitanti quasi tutti musulmani in un territorio meno di metà di quello italiano, con una minoranza indù, cristiana e buddista del 5%; il reddito medio pro-capite annuale è di 678 dollari (quello italiano 36.000). Il primo annunzio di Cristo è rivolto soprattutto alle minoranze tribali di religione animista (santal, oraon) e alle basse caste indù, con un discreto numero d conversioni a Cristo.

Mezzo secolo fa, quando si celebrava il Concilio Vaticano II (1962-1965), il popolo e la Chiesa italiani si erano appassionati alla “fame nel mondo”, i missionari erano spesso sulle prime pagine dei giornali e i “gemellaggi” all’ordine del giorno. Nel marzo 1964 nasceva al Pime “Mani Tese” e pochi mesi dopo don Ercole Scolari, assistente diocesano dei giovani di Azione cattolica di Novara, veniva a Milano proponendo un “gemellaggio” fra le diocesi di Novara e Dinajpur, che iniziava con la costruzione della “Novara Technical School” di Suihari, alla periferia di Dinajpur, oggi diretta da fratel Massimo Cattaneo del Pime, che è una delle opere più apprezzate della Chiesa cattolica per il popolo bengalese, non solo per le migliaia di giovani e ragazze che ha formato, ma per l’esempio concreto che ha proposto (era la prima scuola di questo genere) di come avviare i contadini alle professioni produttive industriali, con il seguito di opere che ha suscitato; fra le quali la Scuola tecnico-professionale di Rajshahi, gemella di quella di Dinajpur.

La domenica 6 aprile 2014 sono stato a Varallo Sesia (provincia di Vercelli e diocesi di Novara) per celebrare il 50° anniversario del “Novara Centre” e del “Gruppo Bangladesh”. Alla Messa solenne del mattino, con la chiesa strapiena e alla presenza delle autorità cittadine, il presidente dell’associazione Giorgio Brunetti ha presentato il volumetto sui “50 anni di solidarietà 1964-2014 Novara-Dinajpur” e il rapporto fraterno che si è creato tra il Bangladesh e Varallo, dove don Scolari è stato parroco per 32 anni (1966-1998) e dove è nato il “Gruppo Bangladesh”, che coinvolge con diverse iniziative i cittadini di Varallo e la diocesi di Novara.

Nell’omelia ho detto che oggi, nella crisi di fede e di vita cristiana che stiamo vivendo, le missioni ci vengono in aiuto e il primo dono è Francesco, il Papa missionario che viene “dall’altra parte del mondo” e sta riformando la Chiesa universale con spirito, metodi e contenuti in uso dove il primo annunzio di Cristo è ancora attuale. Il rapporto col Bangladesh è ottimo, ma deve mobilitarci tutti non solo per continuare ad aiutare le opere sociali-educative in Bangladesh, ma soprattutto per seguire con fede e amore Papa Francesco, che vuole riportare a Cristo ciascuno di noi, le nostre famiglia, la nostra società italiana. Il Papa propone a tutti la conversione del cuore a Dio e al prossimo, specie quello più povero e abbandonato. Solo così la crisi della nostra Italia di cui tutti soffriamo, che non è solo economica e politica, ma prima di tutto religiosa e morale, potrà essere superata. Allora, anche i rapporti e gli scambi con il mondo missionario saranno benefici per tutti.

Alla Messa è seguito il pranzo comunitario dalle Suore di Gesù eterno Sacerdote e al pomeriggio la tavola rotonda nel salone dell’oratorio, con vari interventi. Il parroco don Roberto Collarini e il sindaco Eraldo Botta hanno illustralo i valori educativi che il “Gruppo Bangladesh” ha avuto e ancora ha per la popolazione di Varallo, che si ritrova unita nelle varie iniziative e incontri e manda ogni anni una delegazione a visitare la missione del Pime in Bangladesh; però quest’anno, a gennaio, questa visita programmata è stata bloccata dallo stato di disordini e scontri anche a fuoco che ha dilaniato il paese, in occasione delle elezioni politiche. Si è poi ricordato don Ercole Scolari, fondatore del gemellaggio Novara Bangladesh e grande parroco di Varallo ancora ricordato, che ha fatto numerose visite al Bangladesh portandovi i suoi parrocchiani perché, diceva, che nulla è più educativo per la nostra vita umana e cristiana che il passare 10-15 giorni a contatto con tanti uomini e donne, bambini e giovani di una povertà e miseria commovente, che ci fanno riflettere sul nostro benessere; e una Chiesa nascente in cui tutti sono missionari perché apprezzano il dono della fede gratuitamente ricevuto da Dio.

La tavola rotonda è continuata sul tema “Non c’è pace senza giustizia”, con il mio intervento sul Bangladesh e l’India, suor Chiara Piana, missionaria varallese della Consolata che ha illustrato la situazione in vari paesi africani (Centro Africa, Sud Sudan, Somalia, Ruanda) e don Walter Fiocchi, diocesano di Alessandria, che ha parlato della Terrasanta e dei cristiani presenti nel Medio Oriente, con una puntuale descrizione delle ingiustizie di cui sono vittime.

Piero Gheddo

 

Monday 14 April 2014

Riabilitare Gioacchino da Fiore: poco profeta, ma ortodosso

abate-calabrese.jpg

Un asceta, uomo di penitenze durissime, versato nelle Scrit­ture e la cui vita emanava una luce di santità. Questo è il ri­tratto che fece di Gioacchino da Fio­re l’arcivescovo Luca di Cosenza, già suo «scriba», poco dopo la morte del­l’abate calabrese avvenuta nel 1202. E otto secoli dopo è sempre l’arci­diocesi di Cosenza-Bisignano a te­nere viva la fama di santità di Gioac­chino, con il processo di beatifica­zione che ha avviato. Tra questi due attestati di grande tempra cristiana si distendono però 800 anni di presenza gioachimita nel­la Chiesa (e non solo) che costitui­scono uno dei capitoli più contro­versi della spiritualità occidentale.<o:o:p></o:o:p>

Forse nessuno avrebbe mai immagi­nato, infatti, che dai ritiri di Gioac­chino a Casamari e in altri luoghi di contemplazione, mentre si immer­geva nello studio e nella dettatura delle sue esegesi bibliche, sarebbe ve­nuta una scossa alla cristianità di ta­le portata. La sua profezia dell’av­vento di un’età dello Spirito, dopo quella del Padre e del Figlio, avrebbe infiammato il francescanesimo ma anche alimentato una miriade di gruppi ereticali, avrebbe incontrato il favore di Dante così come la cen­sura netta di san Tommaso, e avreb­be influenzato teologi, filosofi e rifor­matori fino al ‘900 inoltrato. In mez­zo anche una condanna della dottri­na trinitaria di Gioacchino al Conci­lio Lateranense IV. Chi fu dunque l’abate di Fiore real­mente: uno spirito incandescente scivolato nell’eresia o un mistico pie­namente cattolico, solo incompreso o tradito dai suoi seguaci? Una nuo­va fase di studi gioachimiti negli ul­timi 40 anni ha in gran parte riabili­tato la sua figura, grazie anche agli apporti della filologia e delle medie­vistica, a partire dalla sua rocciosa fe­deltà e docilità alla sede apostolica, testimoniata da papi e vescovi. Ora u­no dei più profondi conoscitori di Gioacchino in Italia, il teologo e ve­scovo di Noto Antonio Staglianò, in­terviene con un saggio prefato dal cardinale Gianfranco Ravasi e con u­na postfazione di monsignor Piero Coda, per incardinare meglio due a­spetti chiave del problema.<o:o:p></o:o:p>

Il primo è la fede trinitaria dell’aba­te, di cui Staglianò mostra con eru­dizione e acribia la piena ortodossia, nel suo ribadire senza confusione l’u­nità della natura divina e la triplicità delle persone divine. Per cui quella del Concilio Lateranense sarebbe da leggersi come una condanna delle metafore e delle analogie “di gruppo” che Gioacchino usò per descrive l’u­nità delle persone divine, immagini tali da poter far pensare a una unità “collettiva e similitudinaria” ma non reale. Il secondo aspetto è appunto la fede trinitaria come matrice della sua teologia della storia e non viceversa. Con due conseguenze: l’inscindibi­lità dello Spirito e del Figlio, che ren­derebbe impossibile pensare a un’età dello Spirito contrapposta a quella precedente, con una Chiesa pneu­matica non più «dogmatica» o priva della sua struttura gerarchica voluta dal Signore. Per Gioacchino due e so­lo due restano i Vangeli, mentre tre sono i tempi della storia, riflesso del­la pericoresi trinitaria. In secondo luogo, per Staglianò l’età dello Spiri­to, letta nella sua luce autentica, sa­rebbe congruente con l’escatologia cristiana, come espansione dell’a­zione della terza persona della Tri­nità nel dischiudere i tesori della sal­vezza realizzata dal Figlio. Gioacchi­no fallì nel calcolare date e nel voler “storicizzare” eccessivamente la sua profezia, ma questa, nel suo cuore, resterebbe ancora valida e feconda. <o:o:p></o:o:p>

Andrea Galli - Avvenire, 11 aprile 2014<o:o:p></o:o:p>

Monday 14 April 2014 09:30

Altro che ”oscurantisti”, i cattolici italiani dalla parte delle famiglie

settimana-sociale-finale.jpg“La famiglia costituita da un padre, una madre e dei figli non è omologabile a nessun altro tipo di unione”: con queste parole monsignor Arrigo Miglio, arcivescovo di Cagliari e presidente del Comitato scientifico-organizzatore delle Settimane Sociali dei cattolici italiani, ha presentato oggi (11 aprile) a Roma il documento conclusivo dell’ultima edizione, quella di Torino del settembre 2013. Titolo del testo: “La famiglia fa la differenza. Per il futuro, per la città, per la politica”. Sono passati solo pochi mesi da quando, nell’autunno scorso, si è tenuto il raduno di 1.300 delegati da ogni parte d’Italia per pensare alle sfide odierne poste alla famiglia. Ma da allora sono emerse molte novità e richieste in nome di presunti nuovi “diritti” da ottenere ad ogni costo. Basti pensare alle richieste per il riconoscimento delle unioni civili tra persone dello stesso sesso, oppure ai matrimoni “gay”. E anche alla recente decisione della Corte Costituzionale (mercoledì 9 aprile) in materia di fecondazione medicalmente assistita, che di fatto ha aperto le porte alla sua forma eterologa, precedentemente vietata.

Ma chi sono davvero gli “oscurantisti” oggi? Proprio da questo pronunciamento ha mosso, nell’introduzione alla conferenza stampa presso Radio Vaticana, il sottosegretario monsignor Domenico Pompili, ricordando come “all’indomani della doppia dichiarazione della presidenza della Cei, l’una sulla trascrizione a Grosseto di un matrimonio tra persone dello stesso sesso e l’altra sulla decisione della Corte Costituzionale”, venga presentato il documento conclusivo delle Settimane Sociali. “La Chiesa italiana non manca di offrire un’interpretazione globale del momento sociale - ha proseguito - a partire dalla famiglia che resta la ‘differenza fondamentale’ tra una società aperta alla relazione plurale e una società chiusa in un individualismo autosufficiente”. Mons. Pompili ha voluto reagire a un editoriale del “Corriere della Sera” dove si parla di “scontro fra cosiddetti amanti del progresso e cosiddetti oscurantisti”, sottolineando che la Chiesa ha “due persuasioni programmatiche”, la prima è che “l’etica sociale non è mai separata da quella individuale” ed esiste “un nesso decisivo tra scelte personali e ricadute pubbliche”. La seconda è che “laici, uomini e donne, con le loro scelte di vita quotidiane e con i loro progetti di famiglia, sono i protagonisti di un cambiamento che può andare ben al di là di certe rituali polemiche ideologiche”. Su tutto - ha ricordato - domina “la drammatica crisi demografica che è la più grande sfida per un Paese che fatica a rialzarsi”, dovuta anche a “logiche ripiegate sull’individuo che non portano da nessuna parte”.

Anno dell’Onu, incontro a Madrid, Sinodo. La famiglia “disprezzata e maltrattata”, parole usate dal cardinale Angelo Bagnasco, è “nel cuore della Chiesa, che vuole essere vicina a tutte le sue sofferenze”: così monsignor Miglio è entrato nel vivo della presentazione del documento. Ne ha delineato i contenuti e quindi ha richiamato gli appuntamenti dell’anno in corso attorno alla famiglia che sono rilevanti: il 2014 è stato proclamato dall’Onu “Anno internazionale della famiglia”; a Madrid, nel prossimo settembre, si terrà la “Settimana sociale europea” sempre sulla famiglia e a cura delle Chiese di Europa; in ottobre si terrà il primo dei due Sinodi indetti dal Papa, ancora sulla famiglia e sulle istanze che si levano dalla società. Da ultimo, mons. Miglio ha voluto richiamare anche l’imminente appuntamento del 10 maggio, quando una moltitudine di genitori e figli raggiungerà piazza San Pietro per ritrovarsi assieme al Papa nella giornata per la scuola. “Sarà una manifestazione per la scuola, statale e paritaria insieme, per il suo grande significato formativo - ha detto -. Ma dentro la problematica della scuola si trova la libertà di scelta educativa, che è anch’essa un tema centrale”. “Vorrei ricordare a tutti che la famiglia non è un ‘problema’ che riguarda l’ambito religioso, ma coinvolge tutta la società e se la famiglia non viene sostenuta, in quanto pilastro del bene comune, ne soffre la società intera”.

Prossima “Settimana” nel 2017. Ridare dignità all’istituto familiare, chiedere meno tasse per le famiglie, specie le più numerose, organizzare un welfare più favorevole verso le famiglie che farebbe innalzare anche la natalità: sono queste le “ricette” pro-famiglia individuate dal sociologo Luca Diotallevi, vice-presidente delle Settimane Sociali. Sono concetti presenti nel documento che chiede tra l’altro di ridurre il debito pubblico, riformare la spesa pubblica e offrire una fiscalità “equa”, eliminando “i costi e i privilegi ingiustificabili del ceto politico e quelli per una dirigenza pubblica nell’uno e nell’altro caso minimamente giustificati dai risultati”. Le Settimane Sociali non guardano solo dentro la comunità cristiana ma parlano a tutti e toccano tasti “dolenti”, come quelli che al momento preoccupano per la tenuta economica e sociale del nostro Paese. L’annuncio finale è che la prossima Settimana Sociale sarà nell’anno 2017. Il tema non è ancora stato individuato.

Luigi Crimella - Sir, 11 aprile 2014

Monday 14 April 2014 06:41

Quali di questi siamo noi?

Vi invito a guardare e ad ascoltare l’omelia che durante la messa della Domenica delle Palme, Papa Francesco ha tenuto in piazza San Pietro lasciando da parte il testo preparato.

Colpisce la drammaticità di quelle domande poste a ciascuno di noi, così come colpisce il silenzio con cui i fedeli sulla piazza hanno seguito e accolto le parole del Papa.

Sunday 13 April 2014

CHI NON VOLEVA WOJTYLA SANTO… GRANDEZZA DI GIOVANNI PAOLO II. IL DOVERE DEI PAPI: DIFENDERE IL GREGGE DALLA DITTATURA DEL MONDO.

Andrea Riccardi ha rivelato, in un suo libro, il contenuto della “deposizione” che il cardinale Carlo Maria Martini rese al processo per la canonizzazione di Karol Wojtyla.

Le sue parole hanno fatto una triste impressione, non solo perché egli giudica inopportuna l’elevazione agli altari di Giovanni Paolo II (desideratissima invece dal popolo cristiano: avverrà in piazza San Pietro il 27 aprile prossimo). Ma soprattutto per il modo e per gli argomenti usati.

 

CRITICHE

 

C’è chi ha scritto che è stata “la vendetta del cardinal Martini”, che “opponendosi alla canonizzazione di Papa Wojtyla si è voluto prendere una rivincita”.

Ma non voglio credere che il cardinale coltivasse (ri)sentimenti del genere, anche perché proprio Giovanni Paolo II lo aveva nominato arcivescovo di Milano, lo aveva creato cardinale e – come Ratzinger – aveva sempre avuto parole di stima personale nei suoi confronti.

Qualche caduta di stile si nota, però, nella deposizione di Martini. Il quale critica Wojtyla, fra l’altro, per le sue nomine, precisando: “soprattutto negli ultimi tempi” (la sua fu una nomina dei primi tempi).

Inoltre il prelato attacca Giovanni Paolo II per il suo appoggio ai movimenti ecclesiali. Questo livore martiniano contro le nuove realtà suscitate dallo Spirito Santo gli impedì di vedere quanto papa Wojtyla avesse rinnovato la Chiesa, valorizzando i carismi e gli impetuosi movimenti di rinascita della fede, che sono i veri frutti positivi del Concilio.

Ci sono anche altre critiche di Martini, in quella deposizione, che sconcertano. Per esempio afferma che Giovanni Paolo II si pose “al centro dell’attenzione, specie nei viaggi, con il risultato che la gente lo percepiva un po’ come il vescovo del mondo e ne usciva oscurato il ruolo della Chiesa locale e del vescovo”.

Questa desolante considerazione dimentica che papa Wojtyla dovette confortare nella fede e ridare coraggio a milioni di cristiani che negli anni Settanta erano perseguitati e incarcerati in Oriente e umiliati e silenziati in Occidente.

Inoltre i pellegrinaggi di Giovanni Paolo II dettero un formidabile slancio missionario proprio alle chiese locali (basti pensare ai sedici viaggi in Africa e alla rinascita della fede che ne è seguita in quel continente).

Martini riconosce pure qualche lato positivo a papa Wojtyla, per esempio “la virtù della perseveranza”, ma subito aggiunge che fu eccessiva perché decise di restare papa fino alla fine: “personalmente riterrei che aveva motivi per ritirarsi un po’ prima”.

A dire il vero lo stesso Martini, concluso il suo episcopato milanese, per raggiungimento dell’età canonica, invece di ritirarsi a vita di preghiera, come aveva annunciato, intensificò il suo presenzialismo mediatico. E indurì le sue critiche alla Chiesa. Un comportamento che sconcertò molti fedeli.

D’altra parte il cardinale di Milano, per tutto il pontificato di Wojtyla (e pure di Ratzinger), è stato esaltato dai media laicisti come il loro (anti)papa.

E non si può dire che egli abbia fatto degli sforzi visibili per sottrarsi alle insidiose lusinghe di anticattolici, mangiapreti e miscredenti. I quali facevano a gara per osannarlo, intervistarlo e amplificare le sue critiche alla Chiesa.

 

O CESARE O DIO

 

Papa Wojtyla – col suo carisma personale e la sua fede accorata – ha affascinato i popoli, milioni di persone andavano a cercarlo per ascoltarlo. Però non è mai stato amato dai poteri di questo mondo. Anzi, è stato letteralmente detestato.

Fin dall’inizio fu bollato come reazionario, anticomunista, bigotto, “troppo polacco” e via dicendo. Poi – vista la forza del suo carisma e l’amore che suscitava nelle folle – ritennero che non conveniva loro opporvisi frontalmente e cercarono di logorarlo in altri modi.

Ma il grande Giovanni Paolo non ha mai annacquato la verità. Nel suo amore per Cristo e per gli uomini, ha sempre chiamato bene il bene e male il male.

Joseph Ratzinger, con la sua recente testimonianza raccolta da Wlodzimierz Redzioch nel libro “Accanto a Giovanni Paolo II”, ha insistito proprio su questo:

“Giovanni Paolo II non chiedeva applausi, né si è mai guardato intorno preoccupato di come le sue decisioni sarebbero state accolte. Egli ha agito a partire dalla sua fede e dalle sue convinzioni, ed era pronto anche a subire colpi. Il coraggio della verità è ai miei occhi un criterio di primo ordine della santità. Solo a partire dal suo rapporto con Dio è possibile capire anche il suo indefesso impegno pastorale. Si è dato con una radicalità che non può essere spiegata altrimenti”.

Ratzinger già alla morte di Paolo VI, il 10 agosto 1978, disse:

un Papa che oggi non subisse critiche fallirebbe il suo compito dinanzi a questo tempo. Paolo VI ha resistito alla telecrazia e alla demoscopia, le due potenze dittatoriali del presente. Ha potuto farlo perché non prendeva come parametro il successo e l’approvazione, bensì la coscienza, che si misura sulla verità, sulla fede”.

Infatti, diventato lui stesso papa, Benedetto XVI, indifesa dei piccoli e dei poveri denunciò “la dittatura del relativismo”. E sempre affermò che il ministero di Pietro era legato al martirio.

Un martirio fisico per i papi dei primi tre secoli. Un martirio morale per i papi di oggi (ma Wojtyla sparse anche il suo sangue).

Non che i cristiani debbano cercare l’odio del mondo, ovviamente. Ma le “potenze dittatoriali” delle ideologie o del nichilismo sono realtà e minacciano o condizionano pesantemente la Chiesa.

Gesù stesso nel discorso della montagna aveva ammonito i suoi a restare liberi e sottrarsi ai condizionamenti:

Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi” (Lc 6, 24-26). 

I veri discepoli di Gesù infatti sono segno di contraddizione per i poteri mondani:

“Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo (…) il mondo vi odia. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Gv 16, 18-20).

Gesù arrivò a indicare ai suoi questa beatitudine:

“Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v’insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli” (Lc 6, 20-23).

Non significa che si debba cercare la persecuzione, ma che non si deve essere succubi dei poteri e delle ideologie di questo mondo. Pietro deve sempre insegnare che fra obbedire a Cesare e obbedire Dio, bisogna scegliere Dio.

 

FRANCESCO E I MEDIA

 

E non basta nemmeno dichiarare apertamente la scelta giusta, perché la “dittatura” del “politically correct” è insidiosa. Esemplare e inquietante è il modo in cui si piegano certe frasi di papa Francesco verso questo “pensiero unico”.

Mentre vengono ignorati certi suoi interventi molto decisi, come quelli di venerdì scorso, contro l’aborto, l’eutanasia e per la famiglia naturale uomo-donna (“occorre ribadire il diritto del bambino a crescere in una famiglia, con un papà e una mamma capaci di creare un ambiente idoneo al suo sviluppo e alla sua maturazione affettiva. Continuando a maturare in relazione alla mascolinità e alla femminilità di un padre e di una madre”).

Il Papa – in chiaro riferimento all’attualità – ha anche invitato a “sostenere il diritto dei genitori all’educazione morale e religiosa dei propri figli. A questo proposito” ha aggiunto “vorrei manifestare il mio rifiuto per ogni tipo di sperimentazione educativa con i bambini. Con i bambini e i giovani non si può sperimentare. Non sono cavie da laboratorio! Gli orrori della manipolazione educativa che abbiamo vissuto nelle grandi dittature genocide del secolo XX non sono spariti; conservano la loro attualità sotto vesti diverse e proposte che, con pretesa di modernità, spingono i bambini e i giovani a camminare sulla strada dittatoriale del “pensiero unico’ ”.

Nella notte del “pensiero unico” queste parole sono luce e libertà per tutti come lo sono state quelle di Wojtyla e Ratzinger.

 

 

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 13 aprile 2014

Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

Friday 11 April 2014

Il Papa e il narcisismo dei teologi

Il Papa ha tenuto un discorso alla comunità della Pontificia Università Gregoriana. Ve ne propongo un piccolo stralcio:

«Questa è una delle sfide del nostro tempo: trasmettere il sapere e offrirne una chiave di comprensione vitale, non un cumulo di nozioni non collegate tra loro. C’è bisogno di una vera ermeneutica evangelica per capire meglio la vita, il mondo, gli uomini, non di una sintesi ma di una atmosfera spirituale di ricerca e certezza basata sulle verità di ragione e di fede. La filosofia e la teologia permettono di acquisire le convinzioni che strutturano e fortificano l’intelligenza e illuminano la volontà… ma tutto questo è fecondo solo se lo si fa con la mente aperta e in ginocchio. Il teologo che si compiace del suo pensiero completo e concluso è un mediocre. Il buon teologo e filosofo ha un pensiero aperto, cioè incompleto, sempre aperto al maius di Dio e della verità, sempre in sviluppo, secondo quella legge che san Vincenzo di Lerins descrive così: “annis consolidetur, dilatetur tempore, sublimetur aetate” (Commonitorium primum, 23: PL 50, 668): si consolida con gli anni, si dilata col tempo, si approfondisce con l’età. Questo è il teologo che ha la mente aperta. E il teologo che non prega e che non adora Dio finisce affondato nel più disgustoso narcisismo. E questa è una malattia ecclesiastica. Fa tanto male il narcisismo dei teologi, dei pensatori, è disgustoso».

Friday 11 April 2014 04:00

Capolavori di canto gregoriano / Il graduale della Passione

Si canta nella Domenica delle Palme e nel Venerdì Santo. Qui in una nuovissima esecuzione offerta al nostro ascolto dai "Cantori Gregoriani" e dal loro Maestro

Thursday 10 April 2014

“Custodire l’umanità”. Percorsi per un nuovo umanesimo

logo-convegno-assisi.jpgNei giorni 29-30 novembre 2013 si è svolto ad Assisi un convegno internazionale sul tema “Custodire l’umanità. Verso le periferie esistenziali”, promosso dalla Conferenza episcopale umbra e dal Servizio nazionale per il progetto culturale della Cei, in collaborazione anche con l’Università degli Studi e l’Università per Stranieri di Perugia. L’iniziativa è stata accolta con straordinario interesse e ha visto la presenza, in ciascuno dei due giorni, di oltre mille partecipanti. Gli argomenti affrontati sono stati molteplici, dall’economia alla politica, dalla sociologia alla storia, ma hanno trovato un punto di raccordo intorno al tema delle periferie esistenziali, particolarmente acro a papa Francesco, e del nuovo umanesimo, su cui la Chiesa italiana terrà il Convegno nazionale di metà decennio nel 2015.

Sul n. 1/2014 della rivista culturale “Dialoghi”, il prof. Antonio Pieretti ne fa una ricca e articolata lettura. l’autore è professore emerito di Filosofia teoretica all’Università di Perugia, dopo esser stato anche preside della facoltà di Filosofia e prorettore della medesima università. Le sue riflessioni aprono una prospettiva sui possibili sviluppi dei risultati raggiunti dal convegno.

“L’esigenza di un nuovo umanesimo ormai interpella tutti, sia i credenti che i non credenti - esordisce Pieretti - Ha infatti motivazioni profonde che attingono la loro origine nella condizione in cui si dibatte l’uomo contemporaneo indipendentemente da ogni distinzione di cultura, di religione e di classe sociale. Per molto tempo il processo di secolarizzazione è stato considerato come l’effetto inevitabile dell’espansione del capitalismo, del progresso scientifico e tecnologico. È stato inoltre presentato come l’espressione più compiuta del diritto all’emancipazione che l’uomo, fin dall’Illuminismo, rivendica contro tutti i dogmi e le oppressioni, oltre che nei confronti di qualsiasi condizionamento fisico o spirituale”.

Alla fine del Novecento, però, il fallimento delle ideologie materialiste e il ridimensionamento della presunta autosufficienza della ragione scientifica e tecnologica, hanno portato alla luce un fenomeno del tutto imprevisto: la diffusione di un vasto processo di de-secolarizzazione. Si è così palesato, accanto al desiderio di sapere, un bisogno di credere, associato all’imprescindibilità del sacro, oltre che la rivendicazione della legittimità di forme di vita capaci di intercettarne il significato.

“Il nuovo umanesimo - conclude Pieretti - si declina come una forma di discernimento a proposito della profonda crisi di identità in cui l’uomo si dibatte, come una sorta di disincanto nei confronti del mondo e, al tempo stesso, come uno sforzo rivolto a inventare una diversa condizione umana. Non va peraltro dimenticato che il mondo in cui viviamo, per quanto difficile, non ci è stato imposto, ma noi stessi abbiamo contribuito a generarlo. Non possiamo pertanto abbandonarci all’indifferenza o alla disperazione, ma dobbiamo reagire con un sussulto di coscienza verso noi stessi e verso gli altri, se vogliamo tornare a guardare al futuro con fiducia”.

Leggi l’articolo del prof. Pieretti: pierettidialoghi01-14.pdf

Thursday 10 April 2014 04:11

Matrimonio e famiglia nelle Trobriand 10 apr 2014

 

     In preparazione al Sinodo sulla famiglia (ottobre 2014 e 2015) è bene conoscere i costumi tradizionali dei popoli ai quali la Chiesa annunzia Gesù Cristo. Dopo Giappone, Africa nera e India, ecco la Papua Nuova Guinea, indipendente dall’Australia nel 1975, dove i missionari del Pime sono tornati nel 1981, nei luoghi del martirio del Beato Giovanni Mazzucconi nel 1855, invitati dal Nunzio apostolico, oggi cardinale Andrea di Montezemolo. Il Blog è ripreso da tre articoli pubblicati su “Venga il Tuo Regno” (Napoli, febbraio e maggio 1991 e febbraio 1994) da padre Giuseppe Filandia, missionario in PNG dal 1986 al 1997 e poi in Amazzonia brasiliana. Piero Gheddo

 

    L’arcipelago delle Trobriand è all’estremo sud-ovest della Papua Nuova Guinea, una trentina di isole con circa 30.000 abitanti, 28.000 dei quali nell’isola di Kiriwina, lunga 60 km. e larga 20. Gli etnologi (fra i quali i famosi Bronislaw Malinowsky e Margaret Mead) le hanno definite “le isole dell’amore”, perché l’assenza di ogni regola morale nel rapporto uomo-donna si è quasi istituzionalizzata. Gli stessi genitori e parenti si preoccupano perché ragazzi e ragazze possano avere rapporti normali secondo la tradizione. Nella loro cultura non esiste un’educazione che li prepari al vero significato della vita a due. Le pratiche sessuali sono un gioco che devono praticare fin dall’età di sette-otto anni. Spetta agli zii materni trovare la ragazzina (scherzando la chiamano “la futura sposa”) con cui il nipotino possa passare la notte insieme. I bambini di 5-6 anni vedono a cominciano ad imitare i fratelli e le sorelle maggiori. Così le storielle, i racconti del passato, i giochi, i canti, le danze, le feste (a cui partecipano piccoli e grandi) hanno questa dimensione. Ci sono ragazze che volte sentono la naturale ripugnanza ad essere oggetto di piacere per i loro fratelli o per il loro padre e si suicidano gettandosi giù dall’alto di una palma da cocco.

     Si può capire com’è difficile per il missionario fare discorsi sulla purezza, la castità, sulla preparazione ad un matrimonio cristiano. Ciò diventa ancor più difficile quando le nostre isole sono meta di turisti da paesi che si dicono cristiani, generando nel nostro popolo la convinzione che in tutto il mondo si fa così. Eppure qualcosa sta cambiando nella cultura locale, quando il missionario, fiducioso nella grazia di Dio  nella potenza del Vangelo, dona la sua vita perché a cominciare dalla famiglia il Regno di Dio arrivi anche in queste isole alla fine del mondo.

     Il matrimonio non avviene per attrazione sessuale, ma per interesse materiale: sposare una donna per l’uomo significa garantirsi una sicurezza economica…. Per la donna i motivi per contrarre matrimonio si riducono al bisogno concreto di avere accanto qualcuno, per sentirsi protetta, avere una casetta propria e un focolare da custodire…. L’educazione dei figli non esiste. Il padre ne lascia l’incarico ai cognati, secondo la tradizione, e questi, regolarmente, non se ne interessano. Per cui i bambini crescono senza principi morali, senza freni, si permettono di fare tutto quel che vogliono e non sono rimproverati né corretti, perché la loro tradizione è molto permissiva in ciò che noi consideriamo il male: come la vendetta, la prepotenza, il furto, l’inganno, la pigrizia e qualsiasi altra immoralità… L’uomo non coopera affatto alla nascita dei figli, sono degli spiriti speciali che danno i bambini alle donne, attraverso la loro testa! Quindi l’uomo non ha nessuna responsabilità e partecipazione nella procreazione. I mariti che stanno lontani dalle mogli per anni (in genere per lavoro) non si meravigliano se al loro ritorno trovano uno o due figli in più. Tanto, non è l’uomo ma sono gli spiriti che danno i bambini alle donne.   

     Accenno a queste miserie per ricordare ai lettori, se ce ne fosse bisogno, quanto meravigliosa è la nostra morale cattolica, che è sicura difesa della vita, della persona e salva amore e unità delle famiglie…. Fa pena vedere i nostri ragazzi e le nostre ragazze delle Trobriand, che seguono ciecamente certe tradizioni senza mai capire cosa sia il vero amore, il senso della vita, del “diventare due in una sola carne”. Qui la famiglia è per tradizione monogamica, avere più moglie è privilegio solo del re, dei capi e dei parenti stretti del re. I capi villaggio debbono accontentarsi di due mogli. Quando il re poligamo vuole una ragazza come moglie, nessuno vi si può opporre, pena la morte. La vendetta non avviene in pubblico, ma per vie segrete, avvelenamento, magie,ecc. Quando i giovani decidono di sposarsi, dovrebbero smettere ogni altro gioco sessuale con diversi partner e giurare fedeltà. In teoria è così, ma in pratica l’adulterio è molto comune, sembra accettato, a meno che ci sia una pubblica accusa, allora si deve fare un po’ di scena per salvare la faccia. Il colpevole paga le sue ventimila lire di multa e tutto finisce lì.

    In questo ambiente, noi portiamo avanti l’evangelizzazione, sono pochissimi coloro che possono ricevere il sacramento del matrimonio. Riteniamo che concederlo potrebbe essere un’imprudenza, data la mancanza di valori spirituali e morali ai riguardo. Quindi, dobbiamo accontentarci di un primo annunzio, anche questo difficile. Tentiamo di organizzare corsi di formazione familiare per tutti, ma pochissimi rispondono al nostro appello. Cinquant’anni di cattolicesimo sono ancora pochi per cambiare la cultura tradizionale. Noi seminiamo senza la soddisfazione di vederne il risultato. Voi che avete la gioia di vivere in una famiglia cristiana, abbiate un pensiero e una preghiera per questo nostro popolo della Papua Nuova Guinea. Cari amici lettori, questa è una cultura non cristiana, non nelle cartoline turistiche, nei romanzi e documentari televisivi, ma nella concretezza della vita quotidiana di un popolo che ancora non conosce il Vangelo. E il nostro popolo italiano, che ha ricevuto il Vangelo da duemila anni, quanto è lontano da queste miserie “pagane”?

                                                                          Giuseppe Filandia

 



Thursday 10 April 2014 02:29

Matrimonio e famiglia nelle Trobriand

In preparazione al Sinodo sulla famiglia (ottobre 2014 e 2015) è bene conoscere i costumi tradizionali dei popoli ai quali la Chiesa annunzia Gesù Cristo. Dopo Giappone, Africa nera e India, ecco la Papua Nuova Guinea, indipendente dall’Australia nel 1975, dove i missionari del Pime sono tornati nel 1981, nei luoghi del martirio del Beato Giovanni Mazzucconi nel 1855, invitati dal Nunzio apostolico, oggi cardinale Andrea di Montezemolo. L’articolo è ripreso da tre articoli pubblicati su “Venga il Tuo Regno” (Napoli, febbraio e maggio 1991 e febbraio 1994) da padre Giuseppe Filandia, missionario in PNG dal 1986 al 1997 e poi in Amazzonia brasiliana. Piero Gheddo

L’arcipelago delle Trobriand è all’estremo sud-ovest della Papua Nuova Guinea, una trentina di isole con circa 30.000 abitanti, 28.000 dei quali nell’isola di Kiriwina, lunga 60 km. e larga 20. Gli etnologi (fra i quali i famosi Bronislaw Malinowsky e Margaret Mead) le hanno definite “le isole dell’amore”, perché l’assenza di ogni regola morale nel rapporto uomo-donna si è quasi istituzionalizzata. Gli stessi genitori e parenti si preoccupano perché ragazzi e ragazze possano avere rapporti normali secondo la tradizione. Nella loro cultura non esiste un’educazione che li prepari al vero significato della vita a due. Le pratiche sessuali sono un gioco che devono praticare fin dall’età di sette-otto anni. Spetta agli zii materni trovare la ragazzina (scherzando la chiamano “la futura sposa”) con cui il nipotino possa passare la notte insieme. I bambini di 5-6 anni vedono a cominciano ad imitare i fratelli e le sorelle maggiori. Così le storielle, i racconti del passato, i giochi, i canti, le danze, le feste (a cui partecipano piccoli e grandi) hanno questa dimensione. Ci sono ragazze che volte sentono la naturale ripugnanza ad essere oggetto di piacere per i loro fratelli o per il loro padre e si suicidano gettandosi giù dall’alto di una palma da cocco.

Si può capire com’è difficile per il missionario fare discorsi sulla purezza, la castità, sulla preparazione ad un matrimonio cristiano. Ciò diventa ancor più difficile quando le nostre isole sono meta di turisti da paesi che si dicono cristiani, generando nel nostro popolo la convinzione che in tutto il mondo si fa così. Eppure qualcosa sta cambiando nella cultura locale, quando il missionario, fiducioso nella grazia di Dio nella potenza del Vangelo, dona la sua vita perché a cominciare dalla famiglia il Regno di Dio arrivi anche in queste isole alla fine del mondo.

Il matrimonio non avviene per attrazione sessuale, ma per interesse materiale: sposare una donna per l’uomo significa garantirsi una sicurezza economica…. Per la donna i motivi per contrarre matrimonio si riducono al bisogno concreto di avere accanto qualcuno, per sentirsi protetta, avere una casetta propria e un focolare da custodire…. L’educazione dei figli non esiste. Il padre ne lascia l’incarico ai cognati, secondo la tradizione, e questi, regolarmente, non se ne interessano. Per cui i bambini crescono senza principi morali, senza freni, si permettono di fare tutto quel che vogliono e non sono rimproverati né corretti, perché la loro tradizione è molto permissiva in ciò che noi consideriamo il male: come la vendetta, la prepotenza, il furto, l’inganno, la pigrizia e qualsiasi altra immoralità… L’uomo non coopera affatto alla nascita dei figli, sono degli spiriti speciali che danno i bambini alle donne, attraverso la loro testa! Quindi l’uomo non ha nessuna responsabilità e partecipazione nella procreazione. I mariti che stanno lontani dalle mogli per anni (in genere per lavoro) non si meravigliano se al loro ritorno trovano uno o due figli in più. Tanto, non è l’uomo ma sono gli spiriti che danno i bambini alle donne.

Accenno a queste miserie per ricordare ai lettori, se ce ne fosse bisogno, quanto meravigliosa è la nostra morale cattolica, che è sicura difesa della vita, della persona e salva amore e unità delle famiglie…. Fa pena vedere i nostri ragazzi e le nostre ragazze delle Trobriand, che seguono ciecamente certe tradizioni senza mai capire cosa sia il vero amore, il senso della vita, del “diventare due in una sola carne”. Qui la famiglia è per tradizione monogamica, avere più moglie è privilegio solo del re, dei capi e dei parenti stretti del re. I capi villaggio debbono accontentarsi di due mogli. Quando il re poligamo vuole una ragazza come moglie, nessuno vi si può opporre, pena la morte. La vendetta non avviene in pubblico, ma per vie segrete, avvelenamento, magie, ecc. Quando i giovani decidono di sposarsi, dovrebbero smettere ogni altro gioco sessuale con diversi partner e giurare fedeltà. In teoria è così, ma in pratica l’adulterio è molto comune, sembra accettato, a meno che ci sia una pubblica accusa, allora si deve fare un po’ di scena per salvare la faccia. Il colpevole paga le sue ventimila lire di multa e tutto finisce lì.

In questo ambiente, noi portiamo avanti l’evangelizzazione, sono pochissimi coloro che possono ricevere il sacramento del matrimonio. Riteniamo che concederlo potrebbe essere un’imprudenza, data la mancanza di valori spirituali e morali ai riguardo. Quindi, dobbiamo accontentarci di un primo annunzio, anche questo difficile. Tentiamo di organizzare corsi di formazione familiare per tutti, ma pochissimi rispondono al nostro appello. Cinquant’anni di cattolicesimo sono ancora pochi per cambiare la cultura tradizionale. Noi seminiamo senza la soddisfazione di vederne il risultato. Voi che avete la gioia di vivere in una famiglia cristiana, abbiate un pensiero e una preghiera per questo nostro popolo della Papua Nuova Guinea. Cari amici lettori, questa è una cultura non cristiana, non nelle cartoline turistiche, nei romanzi e documentari televisivi, ma nella concretezza della vita quotidiana di un popolo che ancora non conosce il Vangelo. E il nostro popolo italiano, che ha ricevuto il Vangelo da duemila anni, quanto è lontano da queste miserie “pagane”?

Giuseppe Filandia

Wednesday 09 April 2014

Vangeli verso la “terza via”

ruini-feb-09.jpg​Sono sempre stato interessato alla questione del Gesù storico perché la ritengo una dimensione ineludibile del tema centrale della teologia e della stessa fede cristiana, che è Dio e la sua autorivelazione che trova la sua pienezza e il suo compimento in Gesù Cristo. È questo il punto di vista a partire dal quale esaminerò gli atti del Simposio sui Vangeli, storia e cristologia, in rapporto al Gesù di Nazaret di Benedetto XVI. In concreto mi limiterò a considerare due contributi: principalmente quello di John Meier sulla figura storica di Gesù e sulla valutazione storica delle sue parabole (vol. I, pp. 237-260). Secondariamente il contributo di Tobias Nicklas sulla storia di Gesù nel Vangelo di Marco (vol. II, pp. 37-61).

La trattazione di Meier sulle parabole e specialmente su quella del buon Samaritano è senza dubbio molto interessante, ma a me interessa ancor più il grande riconoscimento che Meier dà al Gesù di Nazaret di Benedetto XVI, affermando che ha aiutato a produrre uno sviluppo non solo nella teologia ma anche nella dottrina, nel senso che queste parole hanno in John Henry Newman. Infatti da quando, con Ed Parish Sanders e la «terza questione», l’indagine su Gesù è diventata veramente storica e non cripto-teologica, si è creato un concreto terreno di lavoro a cui gli studiosi cattolici possono prendere parte senza riserve o timori. In questo nuovo contesto accademico Benedetto XVI ha spiegato, all’inizio del primo volume del Gesù di Nazaret, come comprendere l’interrelazione tra l’«indispensabile» metodo storico-critico e l’ermeneutica cristologica che permette al credente di entrare in un rapporto vivente, personale e comunitario, con il Gesù Cristo reale.

Poi, all’inizio del secondo volume, Benedetto XVI ha fatto un’osservazione assai significativa: egli non ha inteso scrivere una Vita di Gesù, cioè un’opera esplicitamente dedicata alla questione del Gesù storico con i suoi intricati problemi di cronologia e topografia (per questo rimanda ai lavori di Joachim Gnilka e dello stesso Meier), bensì quella che, con un po’ di esagerazione, si potrebbe chiamare una «cristologia dal basso», impegnata in un’ermeneutica della fede. Meier colloca proprio in questa osservazione il grande contributo di Benedetto XVI, che fa una chiara distinzione tra una legittima indagine storico-critica su Gesù di Nazaret, che rimane dentro i suoi limiti, e un’indagine che va al di là di ciò, riprendendo i risultati dell’indagine storico-critica all’interno di una più ampia visione di fede e specificamente in una cristologia contemporanea ma in vivente continuità con la tradizione.

Nonostante questa penetrante e ben articolata valutazione positiva, personalmente ritengo che tra Meier e Ratzinger permanga una diversità, limitata e tuttavia profonda. Per Ratzinger, a proposito della conoscenza storica di Gesù ci troviamo in una situazione drammatica per la fede, nella quale il suo autentico punto di riferimento, l’amicizia con Gesù, minaccia di annaspare nel vuoto. Da una parte, infatti, il metodo storico è irrinunciabile, perché per la fede biblica è fondamentale il riferimento a eventi storici reali: se esso viene meno «la fede cristiana come tale viene eliminata e trasformata in un’altra religione». Dall’altra parte vanno riconosciuti i limiti dello stesso metodo storico-critico, tra i quali il fatto che esso non può oltrepassare l’ambito delle ipotesi, sia pure con un alto grado di probabilità: nell’insieme dobbiamo cioè essere consapevoli del limite delle nostre certezze, come è confermato dalla storia dell’esegesi moderna. Perciò questo metodo, per la sua stessa natura, «rimanda a qualcosa che lo supera e porta in sé un’intrinseca apertura verso metodi complementari». (…)

Come afferma Ratzinger in Fede Verità Tolleranza. Il cristianesimo e le religioni del mondo, non sono quindi praticabili né la via percorsa dalla neoscolastica di ricostruire i praeambula fidei con una ragione rigorosamente indipendente dalla fede, né la via di Karl Barth di qualificare la fede come un puro paradosso, che può sussistere solo in totale indipendenza dalla ragione. Si tratta piuttosto di superare la presunta estraneità tra la ragione e la fede: quest’ultima può contribuire a risanare la ragione, non snaturandola ma aiutandola a ritrovare pienamente se stessa (oggi, in concreto, aiutandola a liberarsi dai suoi condizionamenti positivistici); a sua volta la ragione è un’esigenza interna della fede stessa, che rende autenticamente umano questo gratuito dono di Dio.

Card. Camillo Ruini

Leggi su Avvenire.it il testo integrale

Monday 07 April 2014

Il terzo corpo del papa

È lo stato di vita di Benedetto XVI dopo la rinuncia. Non è più il vicario di Cristo, ma nemmeno è tornato alla vita privata. È "papa emerito" e agisce come tale: una novità senza precedenti nella storia della Chiesa

Sunday 06 April 2014

Il Papa e la povertà del peccato

Dal bellissimo dialogo-intervista con alcuni giovani belgi (che qui potete leggere in versione integrale) vi propongo una domanda e una risposta riguardanti la centralità dei poveri nel Vangelo.

In molti modi Lei ci manifesta il suo grande amore per i poveri e per le persone ferite. Perché questo è così importante per Lei?

“Perché questo è il cuore del Vangelo. Io sono credente, credo in Dio, credo in Gesù Cristo e nel suo Vangelo, e il cuore del Vangelo è l’annuncio ai poveri. Quando tu leggi le Beatitudini, per esempio, o tu leggi Matteo 25, tu vedi lì come Gesù è chiaro, in questo. Il cuore del Vangelo è questo. E Gesù dice di se stesso: “Sono venuto ad annunciare ai poveri la liberazione, la salute, la grazia di Dio…”. Ai poveri. Quelli che hanno bisogno di salvezza, che hanno bisogno di essere accolti nella società. Poi, se tu leggi il Vangelo, vedi che Gesù aveva una certa preferenza per gli emarginati: i lebbrosi, le vedove, i bambini orfani, i ciechi… le persone emarginate. E anche i grandi peccatori… e questa è la mia consolazione! Sì, perché Lui non si spaventa neppure del peccato! Quando trovò una persona come Zaccheo, che era un ladro, o come Matteo, che era un traditore della patria per i soldi, Lui non si è spaventato! Li ha guardati e li ha scelti. Anche questa è una povertà: la povertà del peccato. Per me, il cuore del Vangelo è dei poveri. Ho sentito, due mesi fa, che una persona ha detto, per questo parlare dei poveri, per questa preferenza: “Questo Papa è comunista”. No! Questa è una bandiera del Vangelo, non del comunismo: del Vangelo! Ma la povertà senza ideologia, la povertà… E per questo io credo che i poveri sono al centro dell’annuncio di Gesù. Basta leggerlo. Il problema è che poi questo atteggiamento verso i poveri alcune volte, nella storia, è stato ideologizzato. No, non è così: l’ideologia è un’altra cosa. E’ così nel Vangelo, è semplice, molto semplice. Anche nell’Antico Testamento si vede questo. E per questo io li metto al centro, sempre“.

Sunday 06 April 2014 08:52

GLI OCCHI DI GESU’ (di fronte alla nostra morte…)

Certo, i poeti e i profeti lo dicono con ben altra potenza. Ma anche quei protagonisti della cultura pop di oggi che sono i cantautori – menestrelli del duemila – a volta azzeccano un verso (o una canzone) che, sia pure in un mare di nichilismo, è come un lampo di luce sulla condizione umana.

Penso all’ultimo successo di Vasco Rossi, “Dannate nuvole”, che parla della vita come “valle di lacrime” dove “tutto si deve abbandonare” perché “niente dura” e “questo lo sai, però non ti ci abitui mai. Chissà perché?”.

Questa fragilità dell’esistenza, che davvero dura un soffio di vento e – dice la Bibbia – è come l’erba del campo (“al mattino fiorisce e alla sera è falciata e dissecca”), è la vera grande domanda che grava su di noi. Più incombente di qualsiasi problema quotidiano. Perché è la domanda sul senso della vita.

 

STRUZZI

 

Ma noi solitamente facciamo spallucce e mettiamo la testa sotto la sabbia. C’è una scambio di battute, nel film “La grande bellezza”, che è un simbolo perfetto del nostro tempo vacuo e superficiale.

“Come stai , caro?”, chiede Jep Gambardella ad Andrea. E lui: “Male. Proust scrive che la morte potrebbe coglierci questo pomeriggio. Mette paura Proust. Non domani, non tra un anno, ma questo stesso pomeriggio, scrive”. La replica di Jep è questa: “Vabbè, intanto adesso è sera, dunque il pomeriggio sarebbe comunque domani”.

E’ un cinismo compiaciuto che oggi è molto diffuso (ci si sente furbi e spiritosi a buttarla in battuta), ma che nasconde una disperata inermità.

Del resto già Pascal diceva che gli uomini, non sapendo trovar rimedio alla morte, decisero, per rendersi felici, di non pensarci. Ma quale felicità? Quella del ballo sul Titanic? Più che una grande bellezza, una grande tristezza.

Dev’esserci anche un qualche meccanismo psicologico che si è interiorizzato per evitare di guardare l’abisso. Freud sosteneva che “in fondo nessuno di noi crede alla propria morte”.

Così quando arriva è troppo tardi per pensarci. Ma la si sconta vivendo, avvertiva il poeta. E specialmente vivendo la morte delle persone che amiamo.

In quel caso – e capita a tutti – per un attimo, un’ora o un giorno il teatro delle chiacchiere e dei burattini che è la quotidianità scompare e ci si trova ammutoliti davanti alla realtà.

 

I NOSTRI NANNI

 

Pare che sia un evento privato di questo tipo, la morte della madre, avvenuta l’anno passato, ad aver ispirato il film che Nanni Moretti sta girando in questi giorni a Roma e che s’intitolerà appunto “Mia madre”.

E’ già cominciata la solita solfa del set blindatissimo e però anche delle indiscrezioni da cui puntualmente filtra la trama. E’ stato Michele Anselmi sul “Secolo XIX” a parlarne.

Protagonisti saranno i due figli di una madre anziana e malata: due fratelli interpretati da Moretti stesso (che arriva a licenziarsi per accudire la madre) e da Margherita Buy che nel film interpreta una regista “engagée” in via di separazione dal compagno e con una figlia adolescente.

Margherita, la regista, è alle prese con un film di denuncia sociale sulla ristrutturazione e i licenziamenti in una fabbrica mentre la vita privata incombe e gli ultimi giorni della madre impongono le solite, drammatiche domande sul tenerla in ospedale o portarla a morire a casa.

Si può immaginare la tipica fibrillazione nervosa del personaggio della Buy che non riesce a tenere insieme “l’impegno” del suo film sociale, dove la fabbrica in crisi è la metafora dell’Italia, i problemi scolastici della figlia, la separazione e il dramma di una madre morente.

Del resto Anselmi scrive che “l’idea di Moretti, al di là del tirante drammaturgico della malattia, è interrogarsi su quella che ha definito ‘una crisi culturale e sociale che ci coinvolge tutti’ ”.

Vedremo se e come il regista romano saprà farci stare di fronte alle domande immense suscitate dalla malattia e dalla morte. Vedremo se saranno solo dei pretesti narrativi, delle metafore per parlare del momento storico e sociale, o se lui avrà il coraggio di prendere di petto la questione di fondo: il senso del vivere e del morire.

Ovviamente Moretti non è Bergman, né Tarkovskij. Però potrebbe sorprendere con un accento nuovo.

Ha già affrontato il tema del dolore e della morte con “La stanza del figlio” (che vinse la Palma d’oro a Cannes nel 2001). Mostrò un certo talento, ma più che fare i conti col tema della morte mise in scena il problema dell’elaborazione del lutto. Più Freud che Leopardi.

 

SCOPERTA

 

Moretti dà spesso la sensazione di un “vorrei, ma non posso”. Regista di talento, sembra non riuscire mai a scappare dalle gabbie del conformismo, dai tic e dai pregiudizi della sua generazione. Conosce e pratica (molto bene) il registro dell’ironia, ma gli è sconosciuto lo sguardo profondo e lieve della poesia.

E’ l’icona di una generazione che sembra incapace di essere libera, di mettersi veramente in discussione e di cercare la verità dovunque essa sia, anche fuori dal proprio frigorifero esistenziale.

Azzardo una previsione. Specialmente se il film andrà alla mostra del cinema di Venezia, fra qualche mese la cultura dominante – cioè il salottismo borghese-sinistrese – scoprirà che esiste la morte (perché le cose esistono solo quando le scopre lei).

Ne ciancerà con qualche serioso pistolotto per una decina di giorni e poi ordinerà un aperitivo passando ad altro. Che sia Renzi o Berlusconi, che sia l’ultima articolessa di Scalfari o papa Francesco.

Infatti nel “banal grande” politically correct in cui tramonta stancamente questa generazione di vecchi vincenti, si riesce perfino a mitizzare Francesco snobbando tutto quello che lui accoratamente dona.

Con i loro assordanti applausi evitano di ascoltare ciò che dice e perdono la grande occasione della loro vita: conoscere un’ignota Misericordia.

 

LA SOLA SPERANZA

 

Parafrasando Pessoa si può dire che la generazione pre e post Sessantottina ha perduto la fede cristiana per la stessa ragione per cui i suoi padri l’avevano avuta: senza sapere perché.

C’è perfino chi – come Scalfari – ogni settimana sulla “Repubblica” riesce nella spericolata operazione di osannare Francesco e proclamarsi suo amico e seguace, ma senza considerare minimamente ciò che al Papa sta più a cuore: quella Misericordia che tanto commuove il suo cuore.

Eppure proprio quella Misericordia è la grande bellezza (quella vera). Ed è la risposta alle domande più profonde.

Perché può dar senso alla vita solo qualcosa – o meglio Qualcuno – che sa vincere la morte. Altrimenti è un imbroglio.

Quella Misericordia – ha ripetuto papa Francesco – è un Uomo. L’unico che ha vinto la morte e la disperazione. La potenza e la bontà del suo sguardo hanno ridato la vita al figlio della vedova di Naim, alla figlia di Giairo, al suo amico Lazzaro.

Incontrare (e seguire) quello sguardo è la più grande fortuna della vita.

Ieri don Julian Carron, parlando davanti ad alcune migliaia di persone della Fraternità di CL, ha indicato proprio quello sguardo – Ojos de cielo, occhi di cielo – come la sola speranza: quegli occhi che ci tolgono dall’inferno dei nostri affanni e ci illuminano perché sono cammino e guida.

Quegli occhi che fanno vivere tutto. E non fanno morire mai più coloro che si amano. Con Lui, caro Vasco, ogni bellezza dura. E per sempre.

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 6 aprile 2014

Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

Friday 04 April 2014

Capolavori di canto gregoriano / L'antifona della risurrezione di Lazzaro

È il communio della quinta domenica di Quaresima. Qui in una nuovissima esecuzione offerta al nostro ascolto dai "Cantori Gregoriani" e dal loro Maestro

Friday 04 April 2014 03:00

Il matrimonio tra i paria in India

 

Due padri del Pime raccontano il matrimonio in India, secondo la loro esperienza, uno scriveva nel 2001, l’altro nel 1975. L’India è un continente con un miliardo e 100 milioni di abitanti, una federazione di 28 stati con loro parlamenti e leggi, ad esempio le “Personal Laws” sul matrimonio e le eredità nelle diverse comunità religiose. I due testi di questo Blog riguardano i paria dell’Andhra Pradesh, però danno un’idea di cos’è il matrimonio in un popolo non cristiano o da poco convertito al cristianesimo. Piero Gheddo

Padre Luigi Pezzoni (1931-2013) in una lettera da Nalgonda del 18-X-2001 (registrata n. 95) al gruppo missionario di Mornico (Bergamo):

Sono felice di scrivervi per ringraziarvi del grande aiuto che ci avete dato per il Progetto: “Figlie di Abramo”. Avete già salvato la vita a 10 ragazze che abbiamo “sostenuto” per pagare la dote del matrimonio. Secondo la Costituzione Indiana la dote è stata abolita … sulla carta ma non in pratica! Per cui questa crudele Tradizione del maschio che domanda una grossa cifra per sposare la ragazza propostagli dai genitori, continua ad infliggere alle ragazze una Tremenda CROCE. Ogni giorno, sui giornali appare la notizia che una giovane sposa si butta addosso il kerosene e si brucia viva, perchè il marito la perseguita e la maltratta perchè non ha pagato la dote promessa al matrimonio. Col vostro aiuto avete già salvato una decina di ragazze da questa tragica fine. Siate felici! Grande sarà la vostra ricompensa in Cielo. Un fraterno abbraccio e CONTINUATE ad aiutarci! Vostro padre Luigi

Luigi Pezzoni

Nel 1975 padre Augusto Colombo (1927-2009) scriveva da Warangal questo articolo per le riviste del Pime (registrato al n. 38):

È un fatto che il diavolo sa usare la sua coda avvelenata non solo in un modo, diciamo così, violento, ma anche in un modo altamente scientifico. E tutti sanno che il mezzo più scientifico per rompere i piatti quando si tratta di cristianesimo è il matrimonio. Per rendere l’idea ricorrerò all’esempio classico che capita qui dalle mie parti e che è abbastanza frequente. Due genitori hanno una bambina quindicenne. Arriva la stagione dei matrimoni e viene loro offerto un ottimo partito: un suo cugino secondo, di diciotto anni, con un po’ di terra al sole ed un paio di bufale legate davanti alla casa. Rifiutare sarebbe pazzesco.

Il matrimonio viene combinato dai capi dei due villaggi e quando tutto è preparato: dote della sposa, riso per il pranzo da darsi a tutti i membri della casta, vestiti nuovi, ecc. ecc. le parti interessate si presentano al Padre chiedendo di andare a benedire il matrimonio. Davanti agli impedimenti di età e consanguineità il Padre dapprima si rifiuta, poi consiglia una dilazione, ma dopo una mezz’ora di discussione, capisce che non c’é nulla da fare e che il matrimonio avverrà lo stesso, benedice validamente e lecitamente il matrimonio, sperando poi nella divina Provvidenza. La bambina, sposa felice, viene portata nella casa dello sposo. Qui però c’è la suocera che aspettava la nuora per avere un po’ di aiuto nei pesanti lavori di casa. Ma la nuora, come tutte le bambine, è abituata ancora a giocare da mattina a sera e quando vede che nella nuova casa deve lavorare, e lavorare sul serio, un bel mattino si alza, se ne va dalla propria mamma e comincia a raccontare una lunga storia di sevizie, battiture, digiuni, ecc. ecc.

La storia viene creduta fino all’ultima virgola e così quando lo sposo si presenta alla casa della sposa a reclamare la propria moglie, viene investito da una tale fiumana di improperi e di minacce che, per non rischiare di peggio fa immediatamente dietro front, e tornato al proprio villaggio comincia a raccontare come è sfuggito per miracolo da sicura morte, dopo avere rischiato il linciaggio per salvaguardare la sua fedeltà coniugale. La storia viene creduta fino all’ultima parola e così nasce un odio cordiale fra le due famiglie. Dopo un conveniente periodo di tempo, la sposa viene riportata dallo sposo, ma siccome la suocera non vuole rinunciare al privilegio di farsi aiutare nei lavori, dopo quindici giorni ecco una nuova fuga ecc.ecc. Lo sposo non osa presentarsi di nuovo alla casa della sposa, ed allora va dal Padre missionario e gli dice: “Quella sposa l’hai benedetta tu, ma essa non vuole venire, va’ tu e portamela”. Cosa fare?

Pro bono pacis il Padre va e con le buone o con le cattive fa riportare la ragazza dallo sposo; ma oramai le pentole sono in ebollizione e dopo quindici giorni o anche meno, la ragazza è di nuovo dalla propria mamma, lacrimante come una vitellina e decisa a non più ritornare nella casa dei suoi tormenti. Ed anche i genitori sono del suo parere, dal momento che hanno ricevuto l’offerta di un partito molto migliore, ed essi sono ancora pagani, avendo fatto battezzare la figlia a causa del matrimonio con il ragazzo che era cattolico. Di nuovo il Padre interviene con minacce, scongiuri, ecc.ecc. ma quando c’è di mezzo l’interesse, le parole trovano il tempo che trovano. Conclusione, la ragazza viene risposata ed il ragazzo, a diciotto anni resta vedovo, con una moglie vivente. Cosa fare?

Il ragazzo dice che egli non si era mai sognato di sposare quella ragazza ma che gli era sta data forzatamente dai genitori. E probabilmente è la verità. Quando è il ragazzo che si sposa e la ragazza a rimanere vedova, allora la ragazza afferma che non ha mai voluto sposarsi, e che solo la minaccia e le botte dei genitori l’hanno indotta a pronunciare il sì che però equivaleva ad un no: ed anche questo in molti casi è vero. Ma ormai quello che è stato è stato ed ora una vedova di quindici anni e un vedovo di diciannove vogliono risposarsi, e di fatto si risposano, perché nella loro mentalità è inconcepibile che un uomo possa vivere e morire senza lasciare in questo mondo una continuazione della propria esistenza; senza poi tenere conto anche di altri fattori non meno importanti.

Per la Chiesa il nuovo matrimonio è un concubinaggio ed i peccatori devono essere esclusi dai sacramenti, assieme ai genitori, complici volenti e necessari. Cosa ci può fare il missionario?….Piangere ed aspettare che la Provvidenza mandi la circostanza favorevole affinché la situazione possa essere regolarizzata. Ma anche questa gente è proprio del tutto condannabile? Quando io ho da fare con questi casi, immancabilmente mi viene in mente quella pagina del Vecchio Testamento, ove il Signore, dopo avere quasi distrutto l’umanità con il diluvio, si rattrista perché gli uomini e specialmente il suo popolo eletto non vuole fare giudizio e gli uomini corrono dietro alle donne proibite, ed allora, “propter duritiam cordis eorum” allarga un po’ le maglie, e concede qualche moglie extra.

Ora però siamo nel nuovo Testamento, e le cose devono essere fatte sul serio. Ed il missionario non può fare altro che pregare, gridare, minacciare, ricorrere, quando è consigliabile, anche a qualche altro mezzo più persuasivo per far entrare nella testa dura di tanta gente anche questa necessità di santificare il matrimonio cristiano. Ma non sempre egli riesce. E la ragione è evidente. Il matrimonio è la benedizione e la consacrazione dell’istinto di procreazione che Dio ha messo in ogni uomo. Un istinto che nella sua forza ed importanza viene subito dopo l’istinto della conservazione.

Il paganesimo spesso non è altro che il culto degli istinti naturali, ed in questo caso, specialmente in mezzo ai popoli primitivi, il culto della procreazione è quello tenuto più in auge, perché oltre che a perpetuare la vita di un individuo, serve anche a dare forza ed importanza alla tribù.

Di conseguenza il matrimonio, presso i popoli pagani, ha sempre un posto eminente, e le leggi e tradizioni che lo governano sono considerate tra le più essenziali nell’ordinamento della comunità. Quando una tribù od una casta si converte a Cristo ed entra nella Chiesa, tutto quanto vi è di superstizioso nelle tradizioni matrimoniali viene abolito e sostituito con qualcosa di cattolico; ma ciò che può essere lasciato viene lasciato, per non imporre inutili fardelli a povera gente che di fardelli ne deve già portare, vivendo nella estrema miseria. Solo si spera che il tempo ed una vita più civile possa far loro capire l’utilità di abolire certe tradizioni e seguirne altre; ma come si fa ad imporre con la forza ciò che noi non abbiamo il diritto di imporre?….

E così il missionario deve correre ad accalappiare mogli fuggite od a minacciar la collera divina a mariti impenitenti; e siccome quando si tratta: di una donna o di un uomo, anche questi argomenti perdono molto della loro forza persuasiva, il missionario deve rassegnarsi spesso a vedere anime, guadagnate alla religione con tanta fatica, ritornare sulla via sbagliata e vivere male, anche se non proprio ritornare al paganesimo. E questa è una croce pesante del missionario.

Augusto Colombo

 

 

Wednesday 02 April 2014

ANTICIPAZIONE DI “TORNATI DALL’ALDILA’ ” PUBBLICATA DA “LIBERO”

C’è uno scetticismo triste e superficiale che si esprime
nella vulgata popolare con la frase: «Dall’Aldilà non è
mai tornato nessuno».
S’intende dire che, in fin dei conti, quelle sull’oltretomba
sono tutte congetture, ipotesi, magari anche vere, ma chi lo sa davvero se c’è qualcosa? E cosa poi?
Nessuno può dirlo, si pensa.
Gran parte delle persone afferma di credere che c’è
una vita dopo la morte, ma la prospettiva è comunque
avvolta dal mistero, dalle nebbie e dal timore. Ed
è spesso vissuta come una «credenza», come una convinzione
soggettiva, un sentimento irrazionale, anche
quando si professa una fede cristiana che di «prove»
di ragionevolezza ne fornisce a bizzeffe.
La morte resta un abisso oscuro e nessuno sa veramente se c’è un
Aldilà e com’è precisamente, perché – ci si dice – nessuno
c’è stato e nessuno è tornato per raccontarcelo.
Ebbene, questo libro vuol mostrare che non è così: di persone che sono tornate dall’Aldilà ce ne sono, e tantissime. Anche viventi, testimoni che si possono interpellare, se superano la diffusa riservatezza di chi ha vissuto un’avventura così grande e indicibile come l’esperienza di pre-morte.
Ripeto: tantissime persone.
E non si tratta certo di pazzoidi allucinati, ma di
persone normalissime. Non si tratta nemmeno solo di
famosi mistici o di coloro che hanno avuto doni speciali
come i veggenti di certe apparizioni soprannaturali.
Ma di uomini e donne che noi, ignari del loro segreto,
incontriamo ogni giorno.
Se fino a pochissimo tempo fa queste esperienze,
quando raramente emergevano, potevano essere relegate
nello scaffale delle cose strane, misteriose, bizzarre
e irrazionali (o addirittura esoteriche), e così sostanzialmente
rimosse, da pochi anni non è più così perché
la stessa scienza medica si è interessata, ha studiato e
approfondito queste testimonianze e ha dovuto constatare
la loro veridicità.
Cosicché paradossalmente si può dire che oggi abbiamo
addirittura le prove scientifiche dell’esistenza
dell’anima e della sua vita fuori dal corpo, una volta
che le nostre funzioni vitali sono cessate e noi siamo
biologicamente morti.
Quello che tali testimonianze ci dicono, a dire il vero,
è molto di più dell’esistenza e della sopravvivenza
dell’anima, perché tutte concordano nel riferire e
nel descrivere – dopo l’evento della morte fisica – una
realtà di felicità straripante e di amore inimmaginabile,
da una parte, o un luogo di terrore e strazio indicibili
dall’altra.
Ma quello che qui anzitutto mi interessa sottolineare,
almeno inizialmente, è ciò che ho chiamato dimostrazione
scientifica dell’esistenza dell’anima: un’anima
immortale in ciascuno di noi. Che vede e sperimenta una vita più vera e intensa di questa terrena dopo la morte.
Sono evidenze che oggi pure la scienza deve constatare,
così come la scienza si trova anche a studiare e
riconoscere i casi di guarigioni miracolose e di fatto è
diventata la migliore alleata della Chiesa: addirittura la
Chiesa – sia nelle cause di beatificazione e canonizzazione
sia per i miracoli che avvengono in santuari come
Lourdes – esige che sia prima la scienza a vagliare i
casi e a pronunciarsi, se siamo di fronte a qualcosa che
vince le leggi naturali in modo inspiegabile.
Quindi il soprannaturale, che si pensava dovesse
appartenere al passato, a un tempo di creduloni, paradossalmente
è molto più evidente e indiscutibile oggi che disponiamo di strumenti scientifici per indagare la realtà.
E questo smantella vecchi pregiudizi e ammuffite ideologie positiviste imponendo una riflessione profonda a tutti.
All’inizio del Novecento un grande filosofo, Henri
Bergson, concludeva la sua opera “Le due fonti della
morale e della religione”, pubblicata nel 1932, sostenendo
che sappiamo abbastanza «per intuire l’immensità
della “terra incognita” di cui inizia soltanto l’esplorazione».
Poi faceva un’ipotesi e formulava una speranza:
“Supponiamo che un barlume di questo mondo sconosciuto
si faccia visibile agli occhi del nostro corpo.
Quale trasformazione in una umanità generalmente
abituata, per quanto si dica, ad accettare come esistente
solo ciò che le è dato di vedere e di toccare! (…). Non ci sarebbe bisogno d’altro per trasformare in realtà vivente e operante
una credenza nell’Aldilà che sembra ritrovarsi nella
maggior parte degli uomini, ma che il più delle volte
resta verbale, astratta, inefficace. Per sapere in quale
misura essa conti basta guardare come ci si getta sul
piacere; non ci si terrebbe fino a questo punto se non
vi si vedesse tanto di guadagnato sul nulla, un mezzo
per non curarsi della morte. In realtà se fossimo sicuri,
assolutamente sicuri, di sopravvivere, non potremmo
più pensare ad altro. I piaceri sussisterebbero, ma
offuscati e sbiaditi, perché la loro intensità non sarebbe
che l’attenzione da noi fissata su di essi. Impallidirebbero,
come la luce delle nostre lampade al sole
del mattino. Il piacere sarebbe eclissato dalla gioia”. 
In effetti così dovrebbe essere. Già la saggezza induce,
di fronte all’effimera fragilità della vita e alla prospettiva
certa della morte, a non attaccarsi avidamente ai
beni terreni e a «cercare le cose di lassù», dove la felicità
o la sofferenza sono per sempre.
Tanto più – scriveva Bergson – di fronte all’evidenza
della vita ultraterrena: se essa si mostrasse con certezza
l’umanità intera dovrebbe cambiare e puntare a essa,
scommettere tutto su ciò che veramente dura e vale. Secondo
il filosofo tutto dovrebbe cambiare sulla Terra.
Tuttavia l’uomo tende a comportarsi in maniera irrazionale
sulle cose veramente importanti dell’esistenza.
Specialmente nella modernità. È vero infatti ciò che
Gesù dice nella parabola del ricco Epulone. Ricordate?
Quando il gaudente nababbo, per la vita senza pietà
che ha condotto, si trova poi sprofondato nell’Inferno,
dopo aver provato inutilmente a ottenere un sollievo,
così implora Abramo: «Ti prego di mandare Lazzaro
a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca,
perché non vengano anch’essi in questo luogo
di tormento».
Però Abramo risponde: «Hanno Mosè e i Profe-
ti; ascoltino loro». E lui: «No, padre Abramo, ma se
qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno».
Ma a questo punto Abramo conclude: «Se non ascoltano
Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai
morti saranno persuasi» (Lc 16,30-31).
L’apologo di Gesù era rivolto anzitutto agli uomini
del suo tempo perché gli avevano visto operare proprio
miracoli di resurrezione e tuttavia in buona parte
negavano l’evidenza e gli erano ostili. Cosicché la misericordia
di Dio inutilmente aveva dato questi segni
grandiosi.
Quelle parole di Gesù sono anche profetiche di ciò
che sarebbe accaduto di lì a poco, perché lui stesso sarebbe
resuscitato dai morti, come prova suprema data
al mondo della sua identità divina e della sua missione
salvifica, ma nemmeno questo – prevedeva Gesù – sarebbe
stato sufficiente a persuadere tutti.
Peraltro la sua resurrezione non fu un semplice ritorno
alla vita terrena, come per quelli che lui beneficò,
ma segnò la vittoria definitiva sulla morte (…).
La resurrezione di Gesù, attraverso la quale entrò
nella gloria, manifestò la sua signoria sul tempo e sull’universo,
cosicché Lui, restando misteriosamente vivo e
presente sulla Terra in mezzo ai suoi, cioè nella Chiesa,
in questi duemila anni ha continuato a operare miracoli
e anche resurrezioni – a centinaia! – come quelle riferite
nei Vangeli. Per mostrare la sua potente presenza
nella Chiesa, prova clamorosa che il Nazareno è vivo.
In effetti le resurrezioni di morti sono i segni più eclatanti
che parlano all’intelligenza degli uomini. Specie degli
uomini del nostro tempo, così fiduciosi nella scienza
e nelle sue certezze. Eppure per molti vale ancora oggi
l’amara profezia di Gesù secondo la quale «neanche
se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi».
Fino a tal punto si continueranno a sprecare le grazie
che il Cielo ci dà per la nostra salvezza. (…).
Tuttavia non si può e non si deve dire più, con triste
disincanto, che «da là nessuno è tornato». Perché non
è così. Sono tornati. Ed è davvero il caso di ascoltarli.

Antonio Socci

la pagina facebook dedicata al libro è qui:

https://www.facebook.com/tornatidallaldila?skip_nax_wizard=true

 

 

 

Tuesday 01 April 2014

Una precisazione….

La newsletter ha inopinatamente inviato l’articolo sul libro di Felica Vinci, insieme all’annuncio dell’uscita del mio libro, “Tornati dall’Aldilà”.

Molti sono stati tratti in errore. In realtà il mio libro, che esce mercoledì 2 aprile, non parla di Omero, di Ulisse ec… Ma parla della Vita oltre la vita.

 

antonio socci

Tuesday 01 April 2014 03:00

Matrimonio e famiglia nelle Trobriand 10 apr 2014

 

In preparazione al Sinodo sulla famiglia (ottobre 2014 e 2015) è bene conoscere i costumi tradizionali dei popoli ai quali la Chiesa annunzia Gesù Cristo. Dopo Giappone, Africa nera e India, ecco la Papua Nuova Guinea, indipendente dall’Australia nel 1975, dove i missionari del Pime sono tornati nel 1981 (dopo il martirio del Beato Giovanni Mazzucconi nel 1855, invitati dal Nunzio apostolico, oggi cardinale Andrea di Montezemolo. Il Blog è ripreso da due articoli pubblicati su “Venga il Tuo Regno” (Napoli, maggio 1991 e febbraio 1994) da padre Giuseppe Filandia, missionario in PNG dal 1986 al 1997 e poi in Amazzonia brasiliana. Piero Gheddo

 

L’arcipelago delle Trobriand è all’estremo sud-ovest della Papua Nuova Guinea, una trentina di isole con circa 30.000 abitanti, 28.000 dei quali nell’isola di Kiriwina, lunga 60 km. e larga 20. Gli etnologi (fra i quali i famosi Bronislaw Malinowsky e Margaret Mead) le hanno definite “le isole dell’amore”, perché l’assenza di ogni regola morale nel rapporto uomo-donna si è quasi istituzionalizzata. Gli stessi genitori e parenti si preoccupano perché ragazzi e ragazze possano avere rapporti normali secondo la tradizione. Nella loro cultura non esiste un’educazione che li prepari al vero significato della vita a due. Le pratiche sessuali sono un gioco che devono praticare fin dall’età di sette-otto anni. Spetta agli zii materni trovare la ragazzina (scherzando la chiamano “la futura sposa”) con cui il nipotino possa passare la notte insieme. I bambini di 5-6 anni vedono a cominciano ad imitare i fratelli e le sorelle maggiori. Così le storielle, i racconti del passato, i giochi, i canti, le danze, le feste (a cui partecipano piccoli e grandi) hanno questa dimensione. Ci sono ragazze che volte sentono la naturale ripugnanza ad essere oggetto di piacere per i loro fratelli o per il loro padre e si suicidano gettandosi giù dall’alto di una palma da cocco.

Si può capire com’è difficile per il missionario fare discorsi sulla purezza, la castità, sulla preparazione ad un matrimonio cristiano. Ciò diventa ancor più difficile quando le nostre isole sono meta di turisti da paesi che si dicono cristiani, generando nel nostro popolo la convinzione che in tutto il mondo si fa così. Eòpure qualcosa sta cambiando nella cultura locale, quando il missionario, fiducioso nella grazia di Dio nella potenza del Vangelo, dona la sua vita perché a cominciare dalla famiglia il Regno di Dio arrivi anche in queste isole alla fine del mondo.

Il matrimonio non avviane per attrazione sessuale, ma per interesse materiale: sposare una donna per l’uomo significa garantirsi una sicurezza economica…. Per la donna i motivi per contrarre matrimonio si riducono al bisogno concreto di avere accanto qualcuno, per sentirsi protetta, avere una casetta propria e un focolare da custodire…. L’educazione dei figli non esiste. Il padre ne lascia l’incarico ai cognati, secondo la tradizione, e questi, regolarmente, non se ne interessano. Per cui i bambini crescono senza principi morali, senza freni, si permettono di fare tutto quel che vogliono e non sono rimproverati né corretti, perché la loro tradizione è molto permissiva in ciò che noi consideriamo il male: come la vendetta, la prepotenza, il furto, l’inganno, la pigrizia e qualsiasi altra immoralità… L’uomo non coopera affatto alla nascita dei figli, sono degli spiriti speciali che danno i bambini alle donne, attraverso la loro testa! Quindi l’uomo non ha nessuna responsabilità e partecipazione nella procreazione. I mariti che stanno lontani dalle mogli per anni (in genere per lavoro) non si meravigliano se al loro ritorno trovano uno o due figli in più. Tanto, non è l’uomo ma sono gli spiriti che danno i bambini alle donne.

Accenno a queste miserie per ricordare ai lettori, se ce ne fosse bisogno, quanto meravigliosa è la nostra morale cattolica, che è sicura difesa della vita, della persona e salva amore e unità delle famiglie…. Fa pena vedere i nostri ragazzi e le nostre ragazze delle Trobriand, che seguono ciecamente certe tradizioni senza mai capire cosa sia il vero amore, il senso della vita, del “diventare due in una sola carne”. Qui la famiglia è per tradizione monogamica, avere più moglie è privilegio solo del re, dei capi e dei parenti stretti del re. I capi villaggio debbono accontentarsi di due mogli. Quando il re poligamo vuole una ragazza come moglie, nessuno vi si può opporre, pena la morte. La vendetta non avviene in pubblico, ma per vie segrete, avvelenamento, magie,ecc. Quando i giovani decidono di sposarsi, dovrebbero smettere ogni altro gioco con diversi partner e giurare fedeltà. In teoria è così, ma in pratica l’adulterio è molto comune, sembra accettato, a meno che ci sia una pubblica accusa, allora si deve fare un po’ di scena per salvare la faccia. Il colpevole paga le sue ventimila lire di multa e tutto finisce lì.

Voi che avete la gioia di vivere in una famiglia cristiana, abbiate un pensiero e una preghiera per questo nostro popolo della Papua Nuova Guinea. Cari amici lettori, questa è una cultura non cristiana, non nelle cartoline turistiche, nei romanzi e documentari televisivi, ma nella concretezza della vita quotidiana di un popolo che ancora non conosce il Vangelo. E il nostro popolo italiano, che ha ricevuto il Vangelo da duemila anni, quanto è lontano da queste miserie “pagane”?

Giuseppe Filandia

 

Monday 31 March 2014

MERCOLEDI 2 APRILE ESCE IL MIO NUOVO LIBRO

 

 

 

copertina

Monday 31 March 2014 07:27

SE ULISSE NAVIGO’ I MARI DEL NORD… UNA TESI CHE RIVOLUZIONA LA STORIA DELLA CIVILTA’

Adesso che perfino Umberto Eco nel suo libro “Storia delle terre e dei luoghi leggendari” ha “consacrato” la tesi di Felice Vinci, che colloca nel Baltico, in Scandinavia e nel Mare del Nord le vicende dell’Iliade e dell’Odissea, possiamo davvero dire che sta per essere rivoluzionata la storia della civiltà europea.

Non credevo che sarebbe accaduto così velocemente, tredici anni fa, quando lessi (e commentai) il libro di Vinci “Omero nel Baltico” (Palombi), un volume di quasi 500 pagine, pieno di sorprese, che lanciava quella tesi nuova e affascinante.

In sostanza Vinci sostiene che quelle saghe nordiche, fiorite con l’età del bronzo nel II millennio a.C., poi fissate in potente poesia da Omero, a causa di un grande cambiamento climatico furono portate a Sud dall’emigrazione di “biondi navigatori” che si stabilirono sull’Egeo e lì – dando vita alla civiltà micenea – ricostruirono il loro mondo con i relativi toponimi.

La tesi sembrava a prima vista pazzesca, ma Vinci accumulava, nel suo libro, una tale quantità di prove che era impossibile non prenderlo sul serio. Anche perché risolveva una serie di storiche incongruenze contenute nella versione tradizionale.

Del resto il libro si presentava con una prefazione di Rosa Calzecchi Onesti che era un’autorità indiscussa, trattandosi della traduttrice ufficiale dei poemi omerici in Italia.

Il mio lungo articolo (uno dei primi in Italia sulla tesi di Vinci) uscì il 31 marzo 2001 sul “Giornale” con questo titolo: “L’Odissea trasloca in Scandinavia”.

Ricordo che riscosse grande interesse da parte dei lettori, ma qualche addetto ai lavori mi scrisse, indignato, ritenendo una bestemmia la tesi di Vinci.

Il quale ha pure la “colpa” di essere un outsider, esercitando il mestiere di ingegnere nucleare. In realtà la sua formazione classica e la sua passione per i poemi omerici gli hanno permesso di scoprire quello che, per secoli, legioni di addetti ai lavori non hanno saputo cogliere.

E’ uno dei classici casi di genio italiano. Da allora la tesi di Vinci ne ha fatta di strada. L’ho seguito, anno dopo anno, in questa sua continua ricerca che ha accumulato conferme sempre più solide e ha guadagnato consensi sempre più vasti e autorevoli.

Il libro ha cominciato ad essere tradotto all’estero (Russia, Stati Uniti, Estonia, Svezia, Danimarca). L’autore è stato invitato a parlare nelle università straniere (da Vancouver a Riga) e italiane (Pavia, Padova, Roma).

Ha esposto le sue tesi in diversi Istituti di cultura e nel 2004 fu invitato all’Accademia delle scienze di San Pietroburgo a presentare l’edizione russa del volume. Nel 2007 il libro è diventato materia di studio al Department of Classics del Bard College di New York. Nello stesso periodo veniva recensito su “ARION. A Journal of Humanities and the Classics” dell’Università di Boston.

Naturalmente la Scandinavia e la Grecia si sono dimostrate molto interessate alla nuova tesi. Infatti nel 2007 nella finlandese Toija (avete capito bene: il paese che sorge dove anticamente – per Vinci – sorgeva Troia) si è tenuto un importante simposio scientifico sulle tesi di Vinci. E un altro è stato realizzato nella stessa località il 23 e 24 luglio 2011.

Nel marzo 2008 Vinci fu invitato anche ad Atene a esporre le sue tesi alla International  Conference on Mediterranean Studies, promossa dall’Athens Institute for  Education and Research.

Pure l’Università di Roma gli ha dedicato un convegno nel 2012. Perché nel frattempo diversi studiosi italiani si erano “allertati” su quella che potrebbe rivelarsi una delle più straordinarie scoperte archeologico-letterarie di tutti i tempi.

Non c’è solo la Calzecchi Onesti che giudica “convincenti” le ipotesi di Vinci e lealmente invita ad approfondirle ed eventualmente ad accettare “cambiamenti che sconvolgono le nostre idee”.

Ma si è mostrato interessato – per esempio – un grande critico letterario del calibro di Pietro Boitani, che partecipò al simposio Toija del 2007.

E un autorevole geografo come Claudio Cerreti sul “Bollettino della Società Geografica Italiana”, a proposito del libro di Vinci, scriveva: “L’autore propone una  serie di ipotesi molto ragionevoli e molto razionalmente esposte,  inanellando una serie impressionante di indizi (…). Libro stupefacente  e spesso molto godibile”.

Addirittura entusiastico appare poi il consenso di un altro importante critico letterario come Edoardo Sanguineti che, in un articolo di qualche anno fa, dopo aver passato in rassegna le ragioni di Vinci, concludeva:

“Non Omero, ma tutta la civiltà greca delle origini, e tutti i miti classici, ci sono arrivati di là, tra Circolo Polare Artico e Mare del Nord, da Helsinki e dintorni. L’archeologia avrà l’ultima parola, ma, per intanto, non intendo taciteggiare, astenendomi dal ‘confirmare’ come dal ‘refellere’. Non refello niente, e scommetto che il Vinci può vincere”.

Ora poi è uscito anche un volumone, la prestigiosa rivista di filologia classica fondata da Ettore Paratore – “Rivista di cultura classica e medievale” – la quale ha dedicato un numero monografico al tema “La Scandinavia e i poemi omerici”. Ovvero alla tesi di Vinci.

Che ne esce potentemente arricchita di ragioni. Infatti ci si rende conto, ormai in diverse discipline, che è da buttare il vecchio paradigma per cui la culla della civiltà sarebbe stata l’area che va dalla Mesopotamia, all’Egitto e all’Egeo.

Sir Colin Renfrew, professore a Cambridge, ha scritto:

“Molti di noi erano convinti che le piramidi d’Egitto fossero i più antichi monumenti del mondo costruiti in pietra, e che i primi templi fossero stati innalzati dall’uomo nel Vicino Oriente, nella fertile regione mesopotamica. Si riteneva anche che là, nella culla delle più antiche civiltà, fosse stata inventata la metallurgia e che, successivamente, le tecnologie per la lavorazione del rame e del bronzo, dell’architettura monumentale e di altre ancora, fossero state acquisite dalle popolazioni più arretrate (…) per diffondersi poi a gran parte dell’Europa e al resto del mondo antico. Fu quindi un’enorme sorpresa” sottolinea Sir Renfrew “quando ci si rese conto che tutta questa costruzione era errata. Le tombe a camera megalitiche dell’Europa occidentale sono ora considerate più antiche delle piramidi (…). Sembra inoltre che in Inghilterra Stonehenge fosse completato e la ricca età del Bronzo locale fosse ben attestata, prima che in Grecia avesse inizio la civiltà micenea. In effetti Stonehenge, struttura straordinaria ed enigmatica, può a ben diritto essere considerato il più antico osservatorio astronomico del mondo. E così ogni assunto della visione tradizionale della preistoria viene contraddetto”.

Lo studioso inglese conclude:

“Le nuove datazioni ci rivelano quanto abbiamo sottovalutato quei creativi ‘barbari’ dell’Europa preistorica, i quali, in realtà, innalzavano monumenti in pietra, fondevano il rame, creavano osservatori solari e facevano altre cose ingegnose, senza alcun aiuto dal Mediterraneo orientale”.

Che i greci e la loro antica civiltà, come afferma Vinci, discendano dalle genti del Baltico e della Scandinavia oggi è scoperta doppiamente clamorosa.

Perché svela pure quanto il Nord e il Sud dell’Europa siano legati e frammisti e quanto sia forte e plurimillenaria l’identità culturale unitaria di questo continente, sebbene le varie tecnocrazie europee attuali si diano da fare per demolirla.

Torniamo dunque a rileggere le vicende di Troia per dimenticare la Troika, ossia quel triunvirato senza memoria e senza identità che ha imposto il suo diktat alla Grecia e a tutta l’Europa, riuscendo a far montare nel vecchio continente l’onda dell’antieuropeismo.

La grande storia dell’Europa prevarrà sulla meschina cronaca. In modo singolare è così confermata l’intuizione di Charles Péguy secondo cui “Omero è nuovo stamattina e niente è così vecchio come il giornale di oggi”.

 

 

Antonio Socci

 

Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

www.antoniosocci.com

Sunday 30 March 2014

“Svegliate il mondo con la gioia del Vangelo”

 

La “Evangelii Gaudium” (la gioia del Vangelo), pubblicata il 24 novembre 2013 da Papa Francesco, è una “esortazione apostolica”, perché non è dedicata ad un tema unico (come in genere le encicliche), ma spazia su tutto il vastissimo panorama delle attività ecclesiali. Però è stata giustamente definita “il manifesto programmatico del papato”, un proclama d’intenti all’inizio di un pontificato che speriamo abbastanza lungo in rapporto a quanto Papa Francesco si propone di realizzare. Per tentare di capire a fondo questo Papa argentino-italiano, che viene “dalla fine del mondo”, bisogna sempre aver presente l’obiettivo prioritario che Giorgio Mario Bergoglio si propone di raggiungere nei suoi anni di Vescovo di Roma. Cosa che non tutti i commentatori fanno; molti si fermano sui dettagli e non capiscono perché non sono sulla sua stessa lunghezza d’onda.

Un volume che può aiutare a capire è “Svegliate il mondo con la gioia del Vangelo”, che padre Giuseppe Buono, pubblica con la LER (Libreria Editrice Redenzione di Marigliano (Napoli), pagg. 150, 10 Euro). Uscito a metà marzo il libro si è esaurito in pochi giorni ed esce ora in seconda edizione aggiornata e con la prefazione di mons. Antonio Staglianò, vescovo di Noto (Siracusa).

Padre Buono, sacerdote e missionario del Pime dal 1959, docente di missiologia e di bioetica e religioni, ha visitato molte missioni nei quattro continenti e, come fondatore del Movimento Giovanile delle Pontificie Opere Missionarie e segretario della Pontificia Unione Missionaria, ha maturato una conoscenza e una passione per la missione alle genti che lo rende lettore e testimone credibile della Evangelii Gaudium. Nell’Introduzione egli spiega che ha scritto il libro come sussidio agli studenti di ecclesiologia della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia meridionale, sez. San Tommaso, Napoli, per aiutarli ad una “lettura organica dei temi della missione, così come Papa Francesco li espone e che necessitano di ulteriori premesse teologiche e storiche e di approfondimenti che segnino profondamente la vita del cristiano”.

Ma il volume è utile a tutti coloro che desiderano approfondire meglio la natura missionaria della Chiesa e il conseguente dovere missionario di ogni battezzato perché rilegge l’Esortazione apostolica da un’ottica non comune e oggi troppo spesso dimenticata e sottovalutata. Infatti, data la crisi di fede e di vita cristiana che ha colpito l’Occidente europeo, le nostre Chiese locali sentono la forte tentazione di chiudersi in difesa dell’ovile e del gregge di Cristo, minacciati da tanti nemici. Non è facile capire Papa Francesco se non si parte dall’ottica di “Svegliate il mondo con la gioia del Vangelo”, che non è solo il titolo del libro ma l’impegno prioritario che la Evangelii Gaudium propone a tutti i battezzati e credenti in Cristo: “Voglio una Chiesa tutta missionaria”.

Il libro di Padre Buono dimostra che la rivoluzione evangelica, di cui Papa Francesco è profeta e testimone, in pratica si traduce in questo movimento: uscire dall’ovile per andare verso le periferie dell’umanità, verso i più piccoli e poveri, verso gli estremi confini della terra. “Svegliate il mondo con la gioia del Vangelo” aiuta a leggere ed a capire a fondo la Evangelii Gaudium, cioè il pontificato di Papa Francesco. Il cammino della conversione a Cristo, alla quale l’Esortazione apostolica chiama la Chiesa e tutti i battezzati, è come il cammino del missionario che va fra i non cristiani per annunziare Cristo e lo annunzia soprattutto con la carità e diventando non “come loro”, ma “uno di loro”, sempre amico di tutti con molta umiltà e sacrifici, fin che la gente dice: “Sei uno di noi”. Così nasce la Chiesa fra i popoli che non conoscono Cristo e così può rinascere fra un popolo come il nostro, cristiano da duemila anni, ma nel quale molti ormai non conoscono più Gesù Cristo. In quest’ottica, anche le novità di Papa Francesco acquistano significato e chiedono adesione e preghiere allo Spirito Santo, protagonista della missione.

Piero Gheddo

 

Saturday 29 March 2014

Il Papa in confessionale

Non si era mai vista l’immagine di un Papa inginocchiato davanti a un confessore. Ieri pomeriggio Francesco, durante la celebrazione penitenziale in San Pietro, prima di entrare nel confessionale predisposto per lui e amministrare il sacramento della riconciliazione ad alcuni fedeli, ha voluto dirigersi verso il confessionale vicino. E prima di confessare, si è confessato.

E’ un’immagine forte, potente. Il Papa aveva già detto, nell’intervista con il direttore di Civiltà Cattolica padre Spadaro, di ritenersi “un peccatore al quale Dio ha guardato“. Vedere per la prima volta il Papa che si inginocchia come qualsiasi fedele in confessionale aiuta a comprendere il suo messaggio sulla misericordia di Dio e sul perdono. Misericordia e perdono che passano attraverso il mettersi in ginocchio e l’accusare i propri peccati davanti al sacerdote.

Questa foto vale più di tante prediche sulla necessità di riscoprire il sacramento della confessione. E’ un invito a tutti a riscoprire il dono di un Dio che “non si stanca mai di perdonare”. Ed è anche un invito ai sacerdoti, perché siano più disponibili a passare del tempo in confessionale.

Tuesday 25 March 2014

Nostalgie per i Papi “distanti”

«Dei precedenti pontefici percepivo che erano diversi da me. In Francesco non colgo il senso del sacro». Sono parole usate da Alessandro Gnocchi, scrittore e giornalista, in una lunga intervista con Stefano Lorenzetto pubblicata su «Il Giornale». Il giornalista, insieme a Mario Palmaro (scomparso dopo una lunga malattia alla vigilia dell’uscita del libro) e a Giuliano Ferrara, ha appena firmato il saggio «Questo Papa piace troppo» (Piemme). Un volume dove vengono raccolti, tra l’altro, gli articoli critici verso Francesco che Gnocchi e Palmaro hanno pubblicato sul «Foglio» nell’ultimo anno.

Mi vorrei soffermare su quelle parole, peraltro non nuove come critica: se non ricordo male, proprio su «Il Foglio» – il quotidiano che si è ritagliato in questi mesi il ruolo di principale oppositore del pontefice argentino – a parlare di «mancanza di distanza» tra il Papa e la gente era stato già Mario Sechi in un lungo e argomentato articolo.

Mancanza del senso del sacro, mancanza di diversità da noi. In altre parole, troppa vicinanza. Francesco è un Papa che annulla le distanze. Ho pensato e ripensato a queste osservazioni critiche. Trovo debolissima l’argomentazione secondo la quale certe piccole innovazioni di stile o certe decisioni porterebbero con sé una sorta di giudizio negativo sui predecessori. La continuità di una tradizione vivente qual è quella della fede cattolica (mai sclerotizzabile, pena la sua riduzione ideologica) riguarda per l’appunto il contenuto della fede, non gli stili di vita o gli atteggiamenti. In nome della perfetta continuità il Papa non avrebbe mai dovuto abbandonare la sedia gestatoria e i flabelli, o meglio, in realtà non avrebbe mai dovuto usarli (non mi sembra di ricordare che se ne parli, a proposito di Pietro nei Vangeli).

Dunque non sono d’accordo con Gnocchi quando afferma – ad esempio – che l’essere rimasto a vivere a Santa Marta di Francesco rappresenta implicitamente un giudizio negativo su tutti i predecessori residenti nell’appartamento pontificio del palazzo apostolico. Non ho nulla contro l’appartamento pontificio, non mi disturbava che i papi lo abitassero, così come non mi disturba che oggi Francesco viva in un luogo che avverte più consono a sé.

Ma la riflessione che volevo proporvi riguarda un po’ più a fondo il tema della mancanza di «distanza». I cristiani professano la fede in un Dio che facendosi uomo ha annullato ogni distanza. Un Dio che si è incarnato, è stato un neonato venuto al mondo in circostanze alquanto precarie, con buona pace di quanti – talvolta per giustificare l’alleanza tra capitalismo e cristianesimo così cara a certi ambienti neocon d’Oltreoceano – contrastano continuamente l’idea di Gesù «povero», temendo di dover mettere in discussione gli unici veri dogmi considerati rivelati e indiscutibili oggi, quelli relativi all’attuale sistema economico finanziario.

Ebbene, se Dio ha annullato ogni distanza, se si è fatto uomo nascendo nella precarietà, se è stato un neonato totalmente dipendente dalle cure di un padre (putativo) e di una madre, se si è fatto abbracciare… se tutto questo ha fatto Dio, perché l’ideale per l’autorità umana nella Chiesa dovrebbe essere quello della «distanza»? È vero, come ricorda Gnocchi, il Papa «è un re». Ma è un re la cui regalità è modellata su quella del Nazareno, non su quella di Cesare Augusto, di Costantino, di Carlo Magno, di Francesco Giuseppe. E quale fosse la regalità di Gesù, lo leggiamo nei Vangeli (che non sono testi post-conciliari inficiati di teologia della liberazione marxisteggiante) cioè in quelle pagine dove si parla di umiltà, di servizio, di vicinanza, di amore. Di un Gesù che si commuove, che ha pietà della vedova di Nain e le dice «donna, non piangere!» prima di risuscitarle l’unico figlio appena morto.

Se Dio fattosi uomo ha detto esplicitamente che colui che vuole essere grande deve farsi piccolo, e ha mostrato questo ai suoi apostoli nell’ultima cena lavando loro i piedi, cioè facendosi servo, perché mai l’ideale per l’autorità del prete, del vescovo e pure del Papa – pastore universale perché vescovo di Roma, la Chiesa che presiede nella carità – dovrebbe essere quello della «distanza»? Perché il Papa non dovrebbe chinarsi, abbracciare, consolare, essere tenero con i più piccoli e i sofferenti (come Gesù nel Vangelo)? Perché non dovrebbe essere accessibile? Perché il modello immutabile dovrebbe essere quello del principe e non quello del servo?

«Chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve». Questo è il programma dettato con l’esempio prima ancora che con la parola da Gesù di Nazaret. Forse sarebbe utile non confondere le pur legittime preferenze per certe forme e stili che via via lungo la sua storia travagliata il papato ha assunto con la centralità del messaggio evangelico. Che in quanto a «distanza» (o meglio, ad assenza di «distanza») a me pare inequivocabile.

Infine, quanto alla diversità, personalmente percepisco ogni giorno che Francesco è «diverso da me» (per usare l’espressione di Gnocchi): vorrei avere un centesimo della sua fede, della sua misericordia, della sua capacità di annunciare il Vangelo in modo semplice e profondo, della sua pace, della sua gioia e della sua capacità di perdonare e di abbracciare chi soffre.

Saturday 22 March 2014

Preghiera in ginocchio ai mafiosi

Non è un appello, non è un’invettiva. È innanzitutto una preghiera fatta «in ginocchio» quella che Francesco ha pronunciato ieri incontrando i familiari delle vittime della mafia alla veglia organizzata da don Luigi Ciotti e dall’associazione «Libera» nella chiesa parrocchiale di Gregorio VII a due passi dal Vaticano. Una preghiera in ginocchio rivolta ai mafiosi, con un avvertimento sull’inferno.

«Convertitevi, c’è tempo per non finire nell’inferno, che è quello che vi aspetta se non cambiate strada», ha detto il Papa. «Per favore cambiate vita! Convertitevi, fermate di fare il male! Noi preghiamo per voi: convertitevi ve lo chiedo in ginocchio, è per il vostro bene… Questa vita che vivete non vi darà felicità, gioia. Potere e denaro che avete adesso da tanti affari sporchi, dai crimini mafiosi sono denaro insanguinato, potere insanguinato non potrai portarlo all’altra vita».

«Avete avuto un papà e una mamma pensate a loro e convertitevi», ha detto ancora Francesco. Che al termine ha ringraziato i familiari delle vittime della mafia: «Grazie della vostra testimonianza perché non vi siete chiusi ma aperti usciti, a raccontare la vostra esperienza. Questo è importante per i giovani… Il desiderio che sento è di condividere con voi una speranza: che il senso di responsabilità piano piano vinca sulla corruzione in ogni parte del mondo. Ma questo deve partire da dentro, dalle coscienze. E risanare i comportamenti e il tessuto sociale. Così la giustizia si allarghi e radichi, e prenda il posto dell’iniquità». Ancora una volta, dunque, il Papa parla della «conversione del cuore», di un cambiamento che parte dalla persona. Un cambiamento che ha chiesto pregando «in ginocchio».

Thursday 20 February 2014

Il progetto di Francesco. Dove vuole portare la Chiesa

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È in libreria “Il progetto di Francesco. Dove vuole portare la Chiesa”. Una conversazione di Víctor Manuel Fernández con Paolo Rodari, Collana «Vita di missione – Nuova serie», Editrice Missionaria Italiana, pp. 144, euro 10,90.

Fernández è rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina; è stato uno dei primi vescovi nominati da papa Francesco, elevato nel maggio 2013 alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, uno dei saggisti più letti in America latina in fatto di teologia e spiritualità, ha un rapporto di assoluta fiducia con il papa che vede in lui un valido consulente e collaboratore. Non a caso fu lui, nel 2007, alla V Conferenza dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida, ad aiutare l’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro papa.

Poche persone come Fernández, dunque, possono aiutare a capire chi sia Francesco e verso dove egli vuole che la Chiesa vada. Anzitutto, secondo il teologo argentino, Francesco chiede alla Chiesa un movimento: l’uscita. «Uscire da sé stessi», spiega Fernández, «una categoria-chiave per comprendere a fondo il pensiero e la proposta del papa, perché il Vangelo ha sempre la dinamica dell’esodo e del dono, dell’uscire da sé. È il contrario dell’autorefenzialità che egli tanto deplora». E ancora, su questa idea che è centrale nel magistero dell’attuale pontefice: «Tale uscita richiede di osare, fare il primo passo, non restare seduti sperando che la gente venga ai nostri incontri o ai nostri corsi, avere il coraggio di parlare di Gesù e della propria esperienza di fede a tutti e in ogni luogo. Il papa ci ricorda sempre che la comunità evangelizzatrice non si chiude, ma anzi accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione se necessario, e si fa carico della vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo».

È il programma rivoluzionario del Papa venuto da un Paese «quasi ai confini del mondo» che il teologo argentino declama in queste intense pagine: prima dei princìpi, viene l’annuncio del Vangelo, da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Non ci si può limitare ad annunciare i princìpi morali da seguire. Occorre parlare anzitutto della gioia del Vangelo e del fatto che il Suo annuncio è un annuncio di misericordia. Secondo Fernández l’intento del Papa è di scuotere la Chiesa, di farla uscire dal recinto dei suoi privilegi, oltre le logiche del carrierismo e delle divisioni per arrivare a tutti, specialmente agli ultimi, agli emarginati, a chi non ha nulla. È una Chiesa povera e per i poveri che vuole il Papa, la stessa Chiesa che voleva quando era cardinale a Buenos Aires.

Ecco di seguito la prefazione al libro, firmata da Paolo Rodari:

13 marzo 2013. Verso dove Francesco vuole portare la Chiesa? È la domanda che mi sono fatto nei primi giorni di pontificato di Jorge Mario Bergoglio. E dovendo, da cronista, raccontare il pontificato in corso, è la domanda che ho posto fin dalla chiusura del conclave a tutte le persone che per lavoro ho incontrato o sentito. «Voi sapete che il dovere del conclave era di dare un vescovo a Roma e sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo… ma siamo qui», ha detto papa Francesco, affacciandosi la sera dell’elezione alla loggia centrale della basilica vaticana. Mi sono chiesto: cosa significa avere un papa che viene dalla fine del mondo? Cosa porterà alla Chiesa? E, soprattutto, dove la porterà?

Giorni dopo l’elezione, ho chiamato un amico vescovo. Avevo intenzione di svolgere un’inchiesta fra i gesuiti e gli ho chiesto il suo parere sulle domande da porre e, in particolare, sul nuovo papa. Mi ha risposto: «Hai letto Il cielo e la terra, il libro che Bergoglio ha scritto con il rabbino Abraham Skorka? Per me sono stati illuminanti i capitoli in cui i due affrontano i temi cosiddetti eticamente sensibili, il matrimonio fra uomo e donna, l’aborto, l’eutanasia ecc. Leggendoli, mi sembra di aver capito che per Bergoglio prima dei princìpi e della loro difesa viene il kerygma, ovvero l’annuncio della buona notizia che è il Vangelo. Mi sembra che questo sia il tratto principale del nuovo papa: i princìpi esistono e non si negano, ma prima occorre annunciare che il Vangelo è amore, misericordia, abbraccio. Insistere troppo sui princìpi non serve e può essere controproducente».

19 settembre 2013. È mattina. Mi trovo a Firenze e squilla il telefono. Mi avvisano che sta per uscire una lunga intervista concessa dal papa a padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica. Mi faccio mandare il testo. Gli spunti sono innumerevoli, ma resto colpito più che altro da un passaggio. Il papa dice: «Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione». E ancora: «Gli insegnamenti, tanto dogmatici quanto morali, non sono tutti equivalenti. Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L’annuncio di tipo missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus. Dobbiamo quindi trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l’edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte, di perdere la freschezza e il profumo del Vangelo. La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. È da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali».

Sono parole per me illuminanti. Perché confermano che la prima intuizione suggeritami dall’amico vescovo sembra giusta: Francesco mostra di volere una Chiesa che abbraccia e che non esclude. E ritiene che insistere troppo, quasi ossessivamente, sui princìpi, sia una tattica non consonante con il messaggio evangelico. Beninteso, anche i suoi predecessori volevano una Chiesa siffatta. Ma in Francesco questa sottolineatura pare più accentuata.

21 ottobre 2013. Su Repubblica pubblico una pagina d’intervista a Víctor Manuel Fernández, rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina, una delle prime nomine episcopali di Francesco, elevato nel maggio 2013 alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, ha un rapporto di fiducia con il papa che vede in lui un valido consulente. Non a caso fu lui, nel 2007, alla V Conferenza dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida (San Paolo), ad aiutare Bergoglio a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro papa. Pochi come Fernández, dunque, possono aiutare a capire chi sia Francesco e verso dove egli vuole che la Chiesa vada. Così, a inizio ottobre, lo chiamo a Buenos Aires. Mi risponde una voce cordiale. Gli spiego il mio interesse per il papa, il desiderio di conoscere la sua figura in profondità, le caratteristiche della «sua» Chiesa. Acconsente a che gli invii alcune domande, senza però garantirmi che mi risponderà. Invece, dopo qualche giorno, mi risponde. Non elude nessuna domanda e a quella per me più importante, ovvero se a suo avviso si può dire che Francesco sia il papa che privilegia la misericordia ai princìpi, risponde così: «L’annuncio del cuore del Vangelo prima d’ogni altra cosa è una caratteristica importante di Francesco, ma è da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Il papa pensa che una Chiesa che vuole uscire da sé stessa e raggiungere tutti debba necessariamente adattare il suo modo di predicare. Soprattutto, egli applica un criterio proposto dal Concilio Vaticano II ma spesso dimenticato e trascurato: la “gerarchia delle verità”. Francesco ci invita a riconoscere che spesso i precetti della dottrina morale della Chiesa vengono proposti fuori dal contesto che dà loro significato. Il problema maggiore si ha quando il messaggio che la Chiesa annuncia si identifica soltanto con questi aspetti che tuttavia non manifestano per intero il cuore del messaggio di Gesù Cristo…». E ancora: «Ci deve essere una proporzione adeguata soprattutto nella frequenza con la quale alcuni argomenti o accenti vengono inseriti nella predicazione. Per esempio, se un parroco lungo l’anno liturgico parla dieci volte di morale sessuale e soltanto due o tre volte dell’amore fraterno o della giustizia, vi è una sproporzione. Ugualmente se parla spesso contro il matrimonio fra omosessuali e poco della bellezza del matrimonio. Oppure se parla più della legge che della grazia, più della Chiesa che di Gesù Cristo, più del papa che della parola di Dio».

L’intervista esce su Repubblica il 21 ottobre. L’occasione ci fa conoscere meglio e mi porta a fargli una seconda richiesta: perché non pubblichiamo insieme un libro-conversazione tutto dedicato a Francesco, o meglio al suo «programma»? Con mia grande gioia padre Fernández acconsente una seconda volta. Insieme decidiamo di usare l’esortazione apostolica Evangelii gaudium (EG) come base sulla quale lavorare, avendo ben presente che è stato lo stesso papa a dire che il documento ha un «senso programmatico». E il risultato, dopo il tempo trascorso assieme a Buenos Aires e un’intensa corrispondenza epistolare, sono le pagine di questo libro, un testo che spero risulti utile per chi vuole comprendere fino in fondo la sfida che il papa venuto «dalla fine del mondo» vuole porre alla Chiesa e, insieme, anche a chi è lontano da una vita di fede.

Evangelii gaudium è un programma di pontificato ampio e accurato. L’esortazione apostolica, infatti, firmata dal papa il 24 novembre 2013, festa di Cristo Re dell’universo, formalmente sarebbe dovuta essere «post-sinodale», ovvero semplicemente un approfondimento delle proposizioni che il Sinodo dei vescovi, svoltosi in Vaticano nel 2012 e dedicato alla nuova evangelizzazione, aveva prodotto. In realtà il documento volutamente non riporta la dizione «post-sinodale», proprio perché è, e vuol essere, molto di più, un testo appunto programmatico. E così, partendo da Evangelii gaudium, è stato per noi semplice ampliare l’orizzonte su un papa così sorprendente.

Evangelii gaudium, ovvero la gioia del Vangelo. Sembra essere questa, anzitutto, la direzione. Portare la Chiesa a prendere consapevolezza che il cristianesimo è gioia perché annuncia che Dio è con noi. Una delle azioni maggiormente richieste dal papa è la necessità di «uscire fuori». Uscire dalle proprie convinzioni, comodità, privilegi, idee, per portare il Vangelo di Cristo a tutti senza pregiudizi né preclusioni. Uscire, cambiare, dunque, ripensando daccapo l’intera vita di fede. Il papa non manca di indicare nello specifico alcune riforme e alcuni cambiamenti, esortando «tutti ad applicare con generosità e coraggio gli orientamenti di questo documento, senza divieti né paure». Non è più il tempo della ritrosia. Francesco vuole che tutti, a cominciare dai semplici fedeli, abbandonino «il comodo criterio del “si è fatto sempre così”». Dice: «Invito tutti ad essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità».

Questo libro, dunque, nasce anche dallo stupore per questo testo papale, una vera e propria enciclica, secondo quanto hanno scritto diversi osservatori. Stupore per un papa che decide di mettere per iscritto un programma esigente anche verso sé stesso e la propria persona: «Dal momento che sono chiamato a vivere quanto chiedo agli altri, devo anche pensare a una conversione del papato». Il cantiere che papa Francesco ha aperto con Evangelii gaudium è ampio e può far venire le vertigini. «Tuttavia – scrive Francesco – non c’è maggiore libertà che quella di lasciarci portare dallo Spirito, rinunciando a calcolare tutto, e permettere che Egli ci illumini, ci guidi, ci orienti, ci spinga dove Lui desidera».

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Saturday 15 February 2014

Padre Konrad, le braccia caritatevoli di Papa Francesco

“Tu sai cosa devi fare, hai bisogno di soldi?” E’ la frase che Konrad Krajewski, arcivescovo ed Elemosiniere di sua Santità, si sente ripetere spesso da papa Francesco. Si perché è lui che aiuta il Papa ad essere vicino a chi ha bisogno, con gesti che sembrano piccoli, ma che diventano immensi per chi li riceve. Padre Konrad come lo chiamano tutti, non vive in Vaticano, ma a Borgo Pio, in una casa “con la bandiera polacca”, dice. “Perché così posso essere più vicino alla gente”. Vuole essere chiamato così e il papa gli ha detto: a chi ti chiama eccellenza chiedi 5 euro di tassa per i poveri. Konrad che viene dalla diocesi di Łódź, lui che dal 1998 è stato a fianco di tre papi durante le liturgie, lui che da anni gira la notte per le vie di Roma per dare aiuto a chi ne ha bisogno. “Le mie braccia sono corte adesso, se le prolunghiamo con le tue braccia riesco a toccare i poveri di Roma e d’ Italia, io non posso uscire, tu sì” gli ha detto il papa alla sua nomina.

Wednesday 12 February 2014

Due Papi per una sola Chiesa

Diciamoci la verità, non avremmo mai pensato che la coabitazione funzionasse così bene. Anzi che potesse diventare un modello per il futuro. Quando in un giorno di brutto tempo a febbraio i media di tutto il mondo hanno iniziato a far girare la notizia del secolo, la rinuncia del Papa, l’idea stessa di avere due Papi in Vaticano sembrava roba da Apocalisse. Quel fulmine che colpiva la cupola di San Pietro immortalato da un fotografo fortunato, sembrava davvero l’inizio della fine del mondo secondo i canoni di certi B movies degli anni ’70. Fulmini e saette, l’attacco del Maligno e cose del genere. Qualcuno ha anche cavalcato quest’onda per sferrare l’ultimo colpo a Papa Benedetto XVI colpevole di non aver mai ceduto ai facili popolarismi e di aver sempre predicato la verità del Vangelo con gioiosa e ferma chiarezza. Ma il Vento dello Spirito soffia dove vuole e non segue le regole del meteo.

Wednesday 12 February 2014 09:08

La Quaresima della Chiesa

Quando pensiamo alla Quaresima i laici pensano ad una cosa lunga e triste, i cattolici ad un tempo forte della liturgica che si prepara alla luce della Pasqua. E in effetti quei poco più di quaranta giorni che lo scorso anno abbiamo vissuto tra l’ 11 febbraio, e il 13 marzo e poi fino a Pasqua, sono stati davvero una Quaresima. E in entrambi i sensi. Perché sono stati giorni lunghi, di ansia e di stupore, di attesa di incredulità. E in questo senso giorni di penitenza. Per la prima volta nella storia moderna, un pontefice decideva di rinunciare al governo della Chiesa Universale. Si certo, tutti gli addetti ai lavori sapevano che fin dai tempi di Paolo VI si parlava di come permettere al Papa di essere davvero libero da qualunque condizionamento, di poter esercitare il ministero petrino in pienezza e completezza e quindi di poter “lasciare” qualora non potesse essere in piena coscienza libero

Wednesday 27 November 2013

L'eutanasia ai minori: per la Chiesa un gesto di estrema inciviltà. Occorre riflettere.

Le parole sono forti e sono quelle di un prelato molto autorevole all'interno della Chiesa cattolica.

Mons. Sgreccia è presidente della fondazione Ut Vitam habeant nonchè presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita.

Il tema è uno di quelli che in questoi periodo sta suscitando acceso dibattito in ambito cattolico ed etico: quello dell'eutanasia...anzi, quello dell'eutanasia aperta alle persone minori di età.

«È un salto. Un salto abissale, sotto il livello di civiltà, di umanità». Queste le parole del prelato che commenta il primo sì del parlamento belga all'estensione dell'eutanasia ai minori. 

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Tuesday 05 November 2013

Così pregava Karol Wojtyla. Una lista di nomi (con allegati dossier), l’elenco dei collaboratori in vista, un Atlante sottomano per la “preghiera geografica”

Giovanni Paolo II aveva un segreto, la preghiera. Ore trascorse nel silenzio, in un dialogo nascosto con Dio dal quale traeva la forza per andare, con efficacia, incontro al mondo.

Della preghiera di Karol Wojtyla hanno scritto in tanti. Una testimonianza significativa in merito l’ha data il 4 novembre 2013 un sacerdote riservato e preparato, che ha avuto la possibilità di frequentare molto il Papa polacco durante i suoi ultimi anni di vita.

Si chiama Pawel Ptasznik. Oggi è il responsabile della sezione polacca della segreteria di stato vaticana. Ai tempi di Giovanni Paolo II era colui che saliva nell’Appartamento papale per aiutare lo stesso Wojtyla nella stesura dei suoi testi. È stata l’assidua frequentazione dell’Appartamento a premettergli di conoscere quel segreto, la preghiera appunto, che ha caratterizzato tutta la vita del Papa che la prossima primavera diviene santo.

Monsignor Ptasznik ha dato la sua testimonianza a Roma, durante la presentazione dell’ultimo libro dell’ex segretario di Wojtyla Stanislaw Dziwisz, una conversazione con Gian Franco Svidercoschi intitolata “Ho vissuto con un santo”.

Questa la trascrizione di quanto ha detto:

«Quella di Wojtyla era una preghiera costante e vera. Anche durante i viaggi normalmente voleva rispettare “l’ora santa” dedicata all’adorazione eucaristica, e così la via crucis del venerdì sera e la Messa. Chi organizzava i viaggi doveva tenere presente queste sue esigenze».

«La segreteria di stato consegnava al Papa la lista con le richieste di preghiere arrivate da tutto il mondo. Pregava consultando quella lista, che spesso aveva degli allegati, delle cartelle che spiegavano meglio la situazione di coloro che chiedevano preghiere».

«Una volta l’ho visto pregare in cappella. Aveva aperto davanti a sé l’Osservatore Romano su una pagina in cui c’erano tutti i nomi dei capi dicastero della Curia Romana con anche gli “officiali” di lingua polacca. Pregava per tutti i suoi collaboratori».

«Sulla sua scrivania aveva un Atlante. Ogni giorno posava lo sguardo su una parte concreta del mondo, per poi pregare per tutta la giornata per le popolazioni di quella stessa porzione. Era la sua preghiera geografica».

«Si confessava ogni due settimane. Una macchina arriva in centro a Roma per “prelevare” monsingor Stanislaw Michalski, il suo confessore, che veniva accompagnato appositamente in Vaticano».

«Quando doveva scrivere un testo faceva tutti i giorni un’ora di meditazione sul camminamento situato sul tetto del palazzo apostolico. Poi scendeva in Appartamento e mi dettava il testo. Citava a memoria passi della Scrittura e dei padri della Chiesa. Dopo un’ora, un’ora e mezza, il testo era pronto».

Friday 01 November 2013

«Ho l’impressione che Gesù è stato rinchiuso all’interno della Chiesa e che bussa perché vuole uscire». Ecco cosa disse Jorge Mario Bergoglio prima del Conclave secondo il cardinale Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione

«Durante il suo intervento alle congregazioni generali che hanno preceduto il conclave, il cardinale Jorge Mario Bergoglio ha parlato con insistenza della necessità che la Chiesa “esca fuori” da se stessa. Egli ha detto che la Chiesa è malata, che deve prendersi cura di se stessa. Il suo breve discorso ha colpito tutti. Ha detto testualmente: “Ho l’impressione che Gesù è stato rinchiuso all’interno della Chiesa e che bussa perché vuole uscire, vuole andare via”».

«Bergoglio ha chiesto ai vescovi di essere veramente pastori e non degli amministratori. Del resto, è ciò che egli ha fatto a Buenos Aires rifiutando, ad esempio, di andare ad abitare nella residenza vescovile. Così ora che è Papa con la decisione di abitare nel convitto di Santa Marta. Egli ha bisogno di vedere gente e incontrare semplicemente la gente per parlare con loro nei corridoi, durante i pasti … La parola “fuori”, si sa, è importante. Possiamo dire che questa è la parola che meglio definisce la missione di Gesù, egli è uscito fuori in qualche modo da se stesso per andare in periferia, dove l’uomo vive perso e in difficoltà”».

Così l’arcivescovo di Lione, il cardinale Philippe Xavier Ignace Barbarin – in tempo di sede vacante arrivava in Vaticano in bicicletta –, rivela come già nelle riunioni pre-conclave Bergoglio abbia usato parole dure per descrivere la situazione della Chiesa. «Cristo è rinchiuso in prigione», ha detto il futuro Papa durante le Congregazioni generali. Parole che hanno convinto i cardinali a sceglierlo perché, dice Barbarin, «quel discorso ha colpito tutti».

È stato il discorso durante le congregazioni a convincere i cardinali a votare Bergoglio oppure il suo nome era nella mente dei cardinali già da prima?
«Il nome del cardinale Bergoglio circolava molto fra i cardinali. Tutti però siamo rimasti colpiti durante le congregazione generali dal suo discorso. Parlava della necessità di guardare altrove. Ha raccontato dell’America Latina, dove il 40 per cento della popolazione è cattolica. Egli è stato in grado di governare la provincia gesuita affidatagli durante il difficile periodo della dittatura militare. Ben presto si è trovato a capo dell’arcidiocesi di Buenos Aires, dove ha mostrato un grande zelo missionario, in un vero spirito di povertà e di vicinanza verso tutte le persone che gli erano state affidate. Ci è apparso come un uomo di grande autorità che sa come impostare il proprio cammino e prendere le decisioni giuste. Già in questi mesi vediamo come tutte queste qualità siano state messe in campo. Soprattutto colpisce la semplicità e la chiarezza delle sue omelie, e insieme il grande programma lanciato per la riforma della curia romana. Questa è la riforma che la Chiesa si aspetta e di cui essa ha grande bisogno».

È urgente questa riforma secondo lei?
«La riforma deve certamente avvenire. Il Consiglio dei cardinali saprà come fare. Ha l’obiettivo di riorganizzare la Chiesa, servendo le chiese locali e collaborando collegialmente con i vescovi del mondo. Possiamo dire della curia ciò che il Papa ha detto della Chiesa: “È buono e sano se essa si occupa prima di se stessa che degli altri”».

Cosa pensa delle riforma dello Ior? È giusto che il Vaticano abbia una banca?
«La questione non è se ci deve essere una banca in Vaticano o meno. È ovvio che il Vaticano ha bisogno di soldi, come ogni diocesi o istituzione della Chiesa. Ma piuttosto la questione è se e come il denaro entra in Vaticano, se tutto è trasparente o meno, verificabile, come le spese sono organizzate».

In questi giorni un sito web cileno ha riportato le parole che il Papa avrebbe detto a dei religiosi sudamericani circa l’esistenza di una “lobby gay” in Vaticano. Esiste davvero secondo lei questa lobby? Perché il Papa ne ha parlato?
«Ovviamente, su questo argomento non so nulla. Quel che è certo è che tutti gli uomini sono peccatori, e quindi anche in Vaticano ci sono uomini che sbagliano. Sarebbe sciocco dire: “Non credete, in Vaticano è impossibile!”. Ma io non voglio amplificare voci e dicerie. Se il Papa ha qualcosa di chiaro da dire in proposito, lo sapremo. E se si decide di agire, lo farà senz’altro».

Ratzinger nella Via Crucis del 2005 al Colosseo parlò della “sporcizia” presente nella Chiesa. Ancora Francesco parla spesso dei “mali” interni alla Chiesa. A cosa si riferiscono?
«Sì, è una triste realtà. La Chiesa, da semplice fedele al vertice della gerarchia è danneggiata e talvolta screditata dai peccati e dagli scandali di coloro che la compongono. Questa è una grande ferita interiore. Naturalmente, siamo tutti peccatori, ma se uno non lascia Cristo fuori di questo peccato, se lui non si assoggetterà alla misericordia di Dio, il danno potrà essere grande, e soprattutto se la persona che pecca si trova in una posizione di notevole responsabilità. Certo, nella storia, abbiamo visto molti Papi non essere di esempio ma crediamo che, nonostante i tanti peccati, la Chiesa goda del sostegno costante dello Spirito Santo. Egli ha parole di vita eterna».

Spesso la Chiesa è chiamata a rapportarsi con i problemi anche più scomodi della gente. Sempre più fedeli vicino situazioni difficili. Le famiglie spesso si sfasciano. Sono tanti i divorziati risposati che non possono accedere alla comunione. Come si comporta con questi problemi a Lione? Quali soluzioni?
«Sì, la sofferenza è sempre più pesante, in generale, sia nella Chiesa di Lione che altrove. Si ha l’impressione che non solo le famiglie, ma l’intera società stia arrivando ad annullarsi, e ci si chiede con una certa ansia dove si andrà in futuro. È in atto una decostruzione quasi desiderata, programmata per staccare le radici ai giovani e qualche volta anche alle famiglie.Ma ognuno ha un suo posto nella Chiesa. Benedetto XVI lo ha ripetuto spesso. Il Signore ha scelto come uno dei pilastri della sua Chiesa un rinnegato, Pietro, che aveva vilmente abbandonato al momento della passione, e un “parassita!” della Chiesa, come Paolo, ed entrambi sono diventati pilastri della costruzione. Così egli saprà utilizzare tutti noi, qualunque siano le nostre debolezze e peccati. Dobbiamo spostare gradualmente (questa è la legge della gradualità, in modo spesso spiegato da Giovanni Paolo II) su un percorso dove la misericordia e l’attenzione per ogni persona sono illimitate. E dove la Parola di Dio è accolta come una verità la luce e in assoluto, anche se ci porta attraverso momenti di sofferenza e angoscia, certamente porta ad un cammino di felicità».

Tuesday 22 October 2013

Prima il Vangelo e poi la dottrina. Il segreto di Jorge Mario Bergoglio secondo Victor Manuel Fernández, uno dei teologi più vicini al Papa

Victor Manuel Fernández, rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina, è una delle prime nomine di Jorge Mario Bergoglio, elevato lo scorso maggio alla dignità di arcivescovo. Teologo di pregio, ha un filo diretto col Papa che vede in lui un valido “consulente”. Nel 2007 alla conferenza dei vescovi latino americani ad Aparecida, fu Fernández ad aiutarlo a stendere quel documento finale che sancì l’idea di Chiesa del futuro Papa.

Monsignore, vorrei entrare subito “in medias res”. Nel libro con Abraham Skorka, Jorge Mario Beroglio svolge una breve introduzione nella quale parla dell’importanza della “cultura dell’incontro”. E dice che a volte l’uomo arriva a identificarsi di più con “i costruttori di mura che con quelli di ponti”. I media di tutto il mondo lodano le “aperture” di Francesco, stupìti più che altro del fatto che egli non insiste anzitutto sui princìpi ma – come ha detto lui stesso nell’intervista concessa il 19 settembre a Civiltà Cattolica – su “ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus”, insomma sull’essenziale, sul Vangelo. È a suo avviso questo il tratto fondamentale del nuovo pontificato? L’annuncio del Vangelo prima della morale? Oppure qual è il suo tratto caratteristico?
L’annuncio del cuore del Vangelo prima d’ogni altra cosa è una caratteristica importante di Francesco, ma è da intendere nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa. Il Papa pensa che una Chiesa che vuole uscire da se stessa e raggiungere tutti debba necessariamente adattare il suo modo di predicare. Soprattutto, egli applica un criterio proposto dal Concilio Vaticano II spesso dimenticato e trascurato: la “gerarchia delle verità”. Francesco ci invita a riconoscere che molte volte, i precetti della dottrina morale della Chiesa vengono proposti fuori dal contesto che dà loro significato. Il problema maggiore si ha quando il messaggio che la Chiesa annuncia si identifica soltanto con questi aspetti che tuttavia non manifestano per intero il cuore del messaggio di Gesù Cristo. Mentre una pastorale missionaria non può essere ossessionata dalla trasmissione disorganizzata di un insieme di dottrine da imporre con la forza dell’insistenza. Quando la Chiesa assume uno stile missionario diretto a tutti, senza eccezioni o esclusioni, l’annuncio si concentra sull’essenziale, su ciò che c’è di più bello, di più grande, di più attraente e nello stesso tempo di più necessario. Certo, tutte le verità rivelate sono credute con la medesima fede, ma alcune di loro sono più importanti perché esprimono più direttamente il nucleo fondamentale che è la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo. Ci deve essere una proporzione adeguata soprattutto nella frequenza con la quale alcuni argomenti o accenti vengono inseriti nella predicazione. Per esempio, se un parroco lungo l’anno liturgico parla dieci volte di morale sessuale e soltanto due o tre volte dell’amore fraterno o della giustizia, vi è una sproporzione. Ugualmente se parla spesso contro il matrimonio fra omosessuali e poco della bellezza del matrimonio. Oppure se parla più della legge che della grazia, più della Chiesa che di Gesù Cristo, più del Papa che della parola di Dio. Insomma, ogni verità si comprende meglio se posta in relazione armoniosa con tutto il messaggio cristiano, perché in tale contesto tutte le verità si illuminano a vicenda. Il Vangelo invita soprattutto a rispondere all’amore salvifico di Dio, riconoscendolo negli altri e in se stessi, al fine di cercare il bene di tutti. Questo invito non dovrebbe essere posto per nessun motivo in secondo piano! Se questo invito non brilla con forza e appeal, la morale della Chiesa rischia di diventare come un castello di carta: è qui che risiede il nostro più grande pericolo. Il messaggio perde la sua freschezza e cessa di avere il cosidetto “odore del Vangelo”. Certo, c’è poi anche lo stile del Papa, che non solo mira all’essenziale, ma lo esprime in modo chiaro e con segni. E a giudicare dagli effetti di questo fenomeno, non possiamo che guardarlo con occhi positivi, seppure esso dia fastidio in alcuni luoghi minoritari e poco rappresentativi dell’intera Chiesa.

In Italia è recentemente uscito un retroscena secondo il quale nel 2005, se Bergoglio fosse stato eletto Papa, si sarebbe chiamato Giovanni XXIV. Così, infatti, lo stesso Bergoglio avrebbe risposto al cardinale Francesco Marchisano, dalle radici piemontesi come il futuro Francesco, all’atto dell’elezione di Ratzinger. Marchisano era allora arciprete della Basilica di San Pietro. Al di là della veridicità o meno del retroscena, è papa Roncalli il Papa al quale Bergoglio ispira il suo pontificato? E in particolare, a suo avviso cosa pensa egli del Concilio Vaticano II? Si dice che dopo anni di tentativi di interpretare in senso conservatore o progressista il Concilio (le grandi “battaglie” sull’ermeneutica) egli ritenga che sia arrivato il momento di “farlo” il Concilio. È così?
Francesco è diverso da tutti i Papi che l’hanno preceduto. Certo, può avere caratteristiche di uno o dell’altro, ma sempre nella strada aperta dal Concilio. Senza dubbio egli rimane al di fuori delle discussioni teoriche sul Concilio perché semplicemente interessato a continuare lo spirito di rinnovamento e riforma che viene dal Concilio. In questo senso si pone fuori da ogni ossessione ideologica, senza pause o giravolte, con l’intenzione di portare la Chiesa fuori da se stessa così da raggiungere tutti. Ciò che ho detto sul criterio della “gerarchia delle verità” vale anche per molti altri percorsi di riforma che ha aperto il Concilio e che sono rimasti a metà strada.

Per quel che si sa la giornata di papa Francesco ha tre momenti fissi: la meditazione della Scrittura il mattino presto prima della Santa Messa; la recita del Rosario il pomeriggio; un’ora di adorazione eucaristica la sera. Nell’intervista a Civiltà Cattolica ha detto che la sua preghiera è “memoriosa”. Cosa intende? Cosa significa pregare per Francesco? Lo ha mai visto pregare? Come pregava in Argentina?
Il tema della memoria è una cosa su cui egli insiste molto ed è una chiave per conoscerlo. Non dobbiamo guardare le novità che egli porta come uno sradicamento, come un oblìo della storia viva della Chiesa. Egli spiega spesso che la memoria è una dimensione della nostra fede, in analogia alla memoria di Israele. Cita spesso gli Apostoli che non dimenticarono mai il momento in cui Gesù toccò il loro cuore: “Erano circa le quattro del pomeriggio”, dice Giovanni. E spesso ricorda le persone che sono state toccate in modo speciale, così da mostrare a tutti la gioia del credere. A volte si tratta di persone semplici e a noi vicine nella vita di fede. Bergoglio ama ricordare la seconda lettera a Timoteo: “Ho in mente la sincerità della vostra fede, una fede che fu prima in tua nonna Loide e in tua madre Eunice”. Perciò egli crede che la Chiesa non possa rinunciare alla propria ricca tradizione e che sarebbe sciocco pretendere di ripartire da zero. Egli non è un progressista senza radici, come qualcuno vorrebbe presentarlo. La sua preghiera è “memoriosa”, perché quando prega ricorda le persone che ha incontrato nel corso della giornata e cerca di raccogliere il messaggio che gli ha lasciato ciò che ha vissuto. La sua preghiera è piena di volti e nomi. Quando incontra la gente egli si mostra vicino, attento, affettuoso, e porta nella preghiera tutte quelle persone. In questo senso la sua è una preghiera “memoriosa”.

Non è un mistero per nessuno che negli anni passati i rapporti fra il cardinale Bergoglio con la presidente Kirchner sono stati difficili. Di Bergoglio il quotidiano argentino “Il Clarin” ha ricordato la vicinanza al gruppo peronista di destra “Guardia di Hierro”, con cui, negli anni – scrive il quotidiano -, avrebbe continuato a mantenere un legame spirituale. Quanto c’è di vero in questo? E soprattutto: è verosimile che il Papa auspichi in futuro un ritorno in argentina di un peronismo moderato che sappia legare con la Chiesa e i suoi convincimenti?
Penso che il suo rapporto con la presidente Kirchner non sia stato correttamente interpretato. Alcuni hanno creduto che alcune affermazioni delle sue omelie fossero attacchi personali contro di lei. Ma non è così. Del resto nessun politico può dire di avere o di avere avuto Bergoglio come proprio alleato politico, sia di sinistra sia di destra. Perché le sue parole possono soddisfare oggi, ma domani possono essere lette al contrario come pericolosi attacchi. Penso infatti che chiunque ha una qualche forma di potere, anche di potere ecclesiastico, non può non sentire su di sé lo “sperone” di Bergoglio, come una spina nel fianco, perché egli è e sarà sempre l’interprete di coloro che non hanno potere. Nel 2000 Bergoglio ha espresso un suo grande auspicio: “Che il potere non sia un privilegio inespugnabile”. E ciò vale per un presidente, un governatore, un uomo d’affari, un cardinale, e anche per i membri della Curia Romana. Il suo messaggio è il seguente: se hai accettato il potere senza privilegi, è necessario che usi il potere per servire e devi esporti ai reclami di tutti con umiltà, soprattutto i reclami dei deboli sono ascoltati. Se hai accettato una qualche forma di potere, allora devi sottometterti al controllo degli altri. Comunque, una certa affinità di Bergoglio al peronismo c’è e ha a che fare con due fatti: il peronismo assunse con forza la dottrina sociale della Chiesa e i suoi valori e comprese la cultura dei settori più poveri della società. Ma ciò non significa che Bergoglio abbia mai sostenuto un qualche potere politico. Fra l’altro egli ha sempre avuto un dialogo cordiale con tutti i politici.

Nell’intervista a Civiltà Cattolica, Bergoglio cita il beato Pietro Favre come suo modello. Chi fu Favre? Perché è un modello per Bergoglio?
Il beato Favre ha portato alla compagnia di Gesù un particolare modo di accompagnare le persone in un percorso di crescita. Accompagnare è una questione chiave per i gesuiti. Favre ha insistito sulla necessità di dare tempo alla gente, di rispettare i tempi di ognuno. Era un maestro di dolcezza, di pazienza e di dialogo con tutti. Bergoglio ricorda una frase di Favre che dice che “il tempo è il messaggero di Dio”, e la interpreta dicendo che “il tempo è superiore allo spazio”. Favre preferiva non perdere tempo in discussioni teoriche con i protestanti e sottolineava la necessità per la Chiesa di maturare e crescere nella testimonianza del Vangelo. Credo che tutto questo abbia molto a che fare con lo stile di Francesco, lontano da polemiche teoriche e in grado di esprimere le proprie convinzioni in una testimonianza attraente. Le riforme non vengono fatte per forza o in fretta, perché devono essere sempre accompagnate da una riforma interna. Tutto ciò è ben presente in Favre.

Colpisce molto in Francesco la sua ricerca dell’essenziale e anche di una certa austerità. Gira con macchine utilitarie, non ama sfarzi e lussi, visita i profughi e parla ai poveri. A Civiltà Cattolica dice di essere vicino alla corrente mistica di Louis Lallemant e Jean-Joseph Surin. Entrambi predicano la necessità di “spogliarsi” per arrivare a Dio. È questa la strada che Bergoglio vuole compiere?
Il suo non è amore del sacrificio fine a se stesso né un’ossessione per l’austerità. Si tratta di una “spoliazione” interiore, una rinuncia a indugiare troppo su se stessi, così da mettere Dio e gli altri al centro della propria vita e non se stessi. Ciò ha anche un significato pastorale, perché implica stare più vicini ai poveri, ai loro limiti, alla loro condizione sociale, alle loro umiliazioni. Per questo a Bergoglio non piacciono i sacerdoti princìpi o i vescovi “da aeroporto”, o gli ecclesiastici che amano le vacanze troppo costose, le cene nei migliori ristoranti, i preziosi d’oro e d’argento ostentati sui capi di abbigliamento, le continue visite a persone potenti, o coloro che amano parlare molto di se stessi o che si sentono diversi dagli altri. Tutto ciò che è mondanità spirituale che avvelena la Chiesa.

Si parla molto a Roma delle riforma della struttura della Chiesa: una nuova curia romana, una nuovo collegialità nell’esercizio del governo. Di Joseph Ratzinger è famosa la lezione nella quale disse che la vera riforma della Chiesa non è nelle strutture ma nel cuore di ognuno. Qual è a suo avviso l’idea di riforma propria di Bergoglio?
Le due cose insieme, perché la sua idea di riforma non è ideale, ma incarnata. Senza dubbio egli pensa che una riforma esteriore delle strutture non si sostiene senza uno spirito e uno stile di vita adeguato. Ma mi sembra che che la cosa più importante non sia la semplificazione della struttura della Curia romana, ma lo sviluppo di altre forme di partecipazione (sinodi, conferenze episcopali, consultazione dei laici, etc) che negli ultimi anni sono state più formali che reali. Senza dubbio questo sviluppo richiede che alcuni settori della Curia Romana cessino di essere eccessivamente giuridici, inquisitori e insieme maestosi, correndo fra l’altro il rischio di diventare autoreferenziali. Alcune volte ho sentito personalità della in Curia dire “noi” senza includere tutta la Chiesa, e nemmeno il Papa ma soltanto se stessi. Francesco ci ricorda che Gesù in realtà ha dato a Pietro e agli Apostoli una missione speciale, non una struttura centrale che comunque può avere soltanto una funzione ausiliaria.

Più volte papa Francesco ha parlato del Demonio. Nel libro con Skorka vi dedica un capitolo dove afferma: “Credo nell’esistenza del Demonio. Forse il maggior successo in questi tempi è stato farci credere che non esiste, che tutto possa essere risolto su un piano meramente umano. Come dice Giobbe, la vita dell’uomo sulla terra è una lotta…”. Che significato assume nella spiritualità ignaziana la figura del Demonio? Ha mai fatto esorcismi?
Non lo ho mai sentito parlare di esorcismi, ma del Diavolo sì. Penso che il parlare del Diavolo sia un invito a stare attenti, perché se non curiamo la nostra sanità interiore e le nostre reali intenzioni diventiamo facilmente marionette guidate da altre forze di dissoluzione e di menzogna. Significa che la sua visione della vita e della realtà non è ingenua, ma molto realistica. È necessaria una vigilanza serena, fiduciosa nell’amore del Signore, ma costante.

Nelle scorse settimane uno dei pensatori più influenti della cosiddetta teologia della liberazione è stato ricevuto da Francesco. Alcuni commentatori hanno addirittura scritto che con questo gesto “la Chiesa sdogana la teologia della liberazione”. È così? Cosa pensa Bergoglio della teologia della liberazione e in che rapporto sta con essa?
Non è possibile pensare che questo Papa possa sostenere una teologia della liberazione fondata su un’analisi marxista. Tuttavia, egli farà propria ogni difesa della dignità dei poveri e tutte le critiche dei sistemi economici ideologici, di ogni speculazione finanziaria, di ogni assolutizzazione della libertà di mercato, cose che finiscono per creare nuove ingiustizie. D’altra parte i poveri non dovrebbero essere soltanto oggetto di una liberazione operata da altri più illuminati, ma essere rispettati come persone attive, con la propria cultura, un modo proprio di vedere la vita, una religiosità caratteristica.

Come è diventato amico di Bergoglio? Ci sono dei momenti che ricorda in modo particolare della vostra amicizia?
Io non la chiamerei amicizia, ma filiazione. Anche se c’è una grande affinità di idee, per me egli è stato ed è soprattutto un grande padre che è riuscito a riconoscere e promuovere il meglio di me. Così teneramente ha tollerato i miei errori, le vanità e le impazienze, e sempre mi ha spinto, in particolare con la sua testimonianza, a continuare, a maturare e a crescere. Posso citare tre momenti speciali: uno era nel 2007, quando siamo tornati dalla V Conferenza dei vescovi ad Aparecida, dove ho rappresentato i sacerdoti argentini. Viaggiavo con lui sul volo di ritorno verso Buenos Aires e per tre ore abbiamo discusso alcune questioni che mi hanno aiutato a capire il suo pensiero. Un altro momento importante fu nel suo ufficio, quando alcune persone anonime avevano inviato in Vaticano alcune critiche su tre miei articoli. Ma dopo un anno e mezzo le risposte che io inviavo per chiarire sembravano non convincere. In quell’occasione abbiamo avuto un grande colloquio spirituale nel quale egli ha insistito perché io alzassi la testa e non lasciassi che mi togliessero la dignità. Infine, il mio incontro con lui a Santa Marta nel mese di agosto quando gli ho dato un abbraccio già da vescovo.

Wednesday 25 September 2013

Una rosa bianca per papa Francesco

Una rosa bianca. È il dono che papa Francesco ha ricevuto domenica 8 settembre mentre passeggiava nei giardini vaticani. Un giardiniere l’ha colta e gliel’ha donata. Chi era con lui dice che grande è stato il suo stupore, perché per Jorge Mario Bergoglio ricevere una rosa bianca è un segno del cielo. Un «segnale» — è la parola esatta che egli stesso ha usato nel libro intervista “El Jesuita” con Sergio Rubin e Francesca Ambrogetti — proveniente direttamente dalla santa della quale egli è devoto: Teresina di Lisieux, la monaca carmelitana morta a soli 24 anni e che il 19 ottobre 1997 Giovanni Paolo II dichiarò dottore della Chiesa (la terza donna a ricevere tale titolo dopo Caterina da Siena e Teresa d’Avila).

Domenica 8 settembre non era un giorno qualunque per Francesco. La sera prima egli aveva convocato una veglia di preghiera per la pace. Era preoccupato. Ma la rosa ricevuta inaspettatamente gli ha fatto comprendere che la sua preoccupazione era stata accolta in cielo, direttamente da Teresina. Lo Spirito parla spesso così, usando segni che ai più dicono nulla. È il suo linguaggio, un parlare che chiede la fede per essere compreso.

L’episodio è stato raccontato nei giorni scorsi da un vescovo italiano che nelle ore successive alla veglia era stato ricevuto in udienza. Il Papa gli ha permesso di raccontarlo durante la presentazione di un libro dedicato proprio alla giovane santa francese svoltasi a Pedaso in provincia di Fermo: “Teresa di Lisieux. Il fascino della santità. I segreti di una dottrina ritrovata”, di Gianni Gennari (Lindau).

È alle pagine 125 e 126 di “El Jesuita” che Rubin e Ambrogetti, descrivendo la biblioteca di Bergoglio a Buenos Aires, raccontano del «segnale» delle rose bianche. Scrivono: «Ci soffermiamo su un vaso pieno di rose bianche in uno scaffale della biblioteca, davanti a una foto di santa Teresa. “Quando ho un problema”, spiega Bergoglio ai due giornalisti, “chiedo alla santa — Teresina, ndr —, non di risolverlo, ma di prenderlo in mano e aiutarmi ad accettarlo, e come segnale ricevo quasi sempre una rosa bianca”».

Bergoglio, nella veglia del 7 settembre, ha chiesto aiuto a Teresina. Il Papa, infatti, ha recitato i misteri gaudiosi del Rosario e, al termine di ogni mistero, dopo un brano del Vangelo, ha letto cinque brani di una poesia scritta dalla santa: “Perché ti amo o Maria”. È la poesia dove dice fra le altre cose che Gesù «sarà fratello di tanti peccatori tanto da chiamarsi tuo — si riferisce a Maria, ndr — primogenito».

È nel rapporto intimo e personale di Bergoglio con Teresina che si evidenzia uno dei tratti della sua personalità e del suo pontificato. Un filo diretto con il cielo per il Papa, come era per Karol Wojtyla il rapporto con santa Faustina Kowalska.

Mentre era ancora in vita, santa Teresina promise che dopo la sua morte avrebbe fatto piovere dal cielo dei “petali di rose”, ossia delle grazie concesse da Dio per sua intercessione. Diceva: «Un’anima infiammata di amore non può restare inattiva. […] Se voi sapeste quanti progetti faccio su tutte le cose che farò quando sarò in cielo. […] Sì, voglio passare il mio cielo a fare del bene sulla terra».

Il 3 dicembre 1925, un gesuita, padre Putigan, cominciò una novena a santa Teresa chiedendo una grazia importante. Il gesuita domandò anche di ricevere da qualcuno una rosa come segno che ciò che egli chiedeva corrispondeva alla volontà di Dio e che, quindi, la sua preghiera sarebbe stata esaudita. Non fece parola con nessuno della novena che stava facendo. Al terzo giorno ricevette una rosa da una persona sconosciuta e ottenne la grazia. Cominciò un’altra novena. Il quarto giorno di questa seconda novena una suora-infermiera gli portò una rosa bianca dicendogli: «Santa Teresa vi manda questa rosa». Padre Putignan, ricevuta la grazia che aveva chiesto, prese la decisione di diffondere questa novena, detta “Novena delle rose”. Oggi questa novena si pratica in tutto il mondo.

Papa Francesco ha più volte parlato nei primi mesi di pontificato di Teresina. Una volta è stato durante la conferenza stampa (28 luglio 2013) tenuta sull’aereo che lo riportava a Roma dal Brasile, meta del suo primo viaggio apostolico fuori dall’Italia. Quando gli è stato chiesto cosa contenesse una valigia nera che il Papa ha trasportato da solo sull’aereo ha detto: «Non c’era la chiave della bomba atomica! Mah! La portavo perché sempre ho fatto così: io, quando viaggio, la porto. E dentro, cosa c’è? C’è il rasoio, c’è il breviario, c’è l’agenda, c’è un libro da leggere – ne ho portato uno su santa Teresina di cui io sono devoto».

Si è saputo poi che il libro in questione era il libro sopra citato “Teresa di Lisieux. Il fascino della santità. I segreti di una dottrina ritrovata”, di Gianni Gennari.

Tuesday 03 September 2013

Anche S. Francesco pregherà per la Pace in Siria

Papa Francesco ha chiamato...e moltissimi stanno rispondendo.

La mobilitazione chiesta dal Papa per la pace in Siria si sta estendendo a vista d'occhio, coinvolgendo ambienti laici, religiosi, cattolici e non.

Anche i frati francescani di Assisi si uniscono alla preghiera, attraverso il segno grandell'apertura della tomba di S. Francesco.

Come riferisce infatti l'ANSA, la  Basilica Inferiore di San Francesco d'Assisi resterà aperta, in via del tutto eccezionale, da oggi a venerdì fino alle 22 per pregare sulla Tomba del Santo per la pace in Siria e per coloro che sono chiamati a garantire le vie della giustizia nel mondo.

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Saturday 31 August 2013

Un grazie al cardinal Bertone

Forse sarò l’unica ma vorrei dire grazie al cardinale Bertone. Lo posso fare con serenità perchè sono stata la prima forse a criticare il suo modo di fare il Segretario di Stato. Ma oggi a fronte di tante critiche corali nate spesso da una cattiva lettura della vicenda vatileaks credo che il grazie a questo cardinale, che mai ha tradito la fiducia del Papa e della Chiesa, sia doveroso.

Thursday 01 August 2013

Lo IOR in bilico tra Curia e outsourcing

“Cari Utenti,

benvenuti nel sito web dell'Istituto per le Opere di Religione (IOR).”  Approccio morbido e friendly per il sito dello IOR. Atteso e promesso sembra più un lavoro di marketing aziendale che un vero sito di informazione. Di fatto le informazioni si trovano tutte nei link al sito della Santa Sede dove erano a disposizione di tutti da parecchio tempo.

Altre informazioni sono le stesse anche se riformulate, che vennero fornite poco più di un anno fa dall’allora direttore generale Paolo Cipriani che decise, dopo il difficile periodo Gotti Tedeschi, di invitare i giornalisti accreditati in Vaticano, ad un tour con tanto di lezione e slides, dell’ Istituto.

Monday 15 July 2013

Se vi piacciono i thriller, ne ho scritto uno

«L’empio fugge anche se nessuno lo insegue, mentre il giusto è sicuro come un giovane leone». (Proverbi 28, 1)

Leggi un capitolo gratis QUI.

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Tuesday 11 June 2013

Sull'aereo di Papa Benedetto- La presentazione alla Radio Vaticana

Sarà presentato giovedì 13 giugno alle ore 17.30 presso la Sala Marconi della Radio Vaticana (Piazza Pia, 3 – Roma), il volume “Sull’aereo di Papa Benedetto. Conversazioni con i giornalisti”, curato per la Libreria Editrice Vaticana dalla giornalistaAngela Ambrogetti, direttrice della testata online Korazym.org.

Insieme alla curatrice, interverranno: padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa della Santa Sede e direttore generale della Radio Vaticana; Salvatore Mazza, giornalista di Avvenire e presidente dell’Aigav; Albert Link, corrispondente del quotidiano tedesco Bild. La presentazione sarà moderata da Javier Martínez-Brocal, direttore di Rome Reports.

 

24 viaggi apostolici in ogni continente. E per ogni volo una conferenza stampa in aereo. “Il Papa non ha mai – dico assolutamente mai – rifiutato o fatto alcuna obiezione circa alcuna domanda che gli fosse stata presentata” afferma padre Federico Lombardinell’introduzione al volume, che presenta le conversazioni tenute da Benedetto XVI con i giornalisti ammessi sul volo papale durante i suoi viaggi in numerosi Paesi del mondo, dal primo a Colonia per la XX Giornata Mondiale della Gioventù, nell’agosto del 2005, a quello in Libano nel settembre del 2012.

Saturday 18 May 2013

I cristiani parlano troppo...degli altri: parola di Papa Francesco.

Per il papa, che ha pronunciato nuovamente parole forti durante la Messa mattutina a Santa Marta, i cristiani hanno proprio il vizio di parlare troppo degli altri. Pettogolezzi e farsi troppo gli affari degli altri, detto in parole povere, sono una mina vagante costante nella vita della Chiesa.

«Quanto si chiacchiera nella Chiesa! Quanto chiacchieriamo noi cristiani!». Lo ha detto papa Francesco - riferisce Vatican Insider - nella messa di stamane a Santa Marta. Per Bergoglio, «la chiacchiera è proprio spellarsi, farsi male l'uno all'altro». «Le chiacchiere sono distruttive nella Chiesa», ha aggiunto  il Pontefice.  Secondo Bergoglio, il cristiano deve vincere la tentazione di «mischiarsi nella vita degli altri». Il Papa, secondo quanto riferisce la Radio Vaticana, ha inoltre sottolineato che chiacchiere e invidie fanno tanto male alla comunità cristiana e che non si può «dire soltanto la metà che ci conviene».

Ma non ha solo parlato di questo il santo Padre.

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Friday 12 April 2013

Unioni gay: la Consulta chiede di intervenire, ma non con l'equiparazione del matrimonio.

Oggi è arrivata una ammonizione della Consulta su alcuni noti ritenuti irrisolti, nel panorama politico e istituzionale italiano.

La Consulta ha chiesto un intervento sulla legge elettorale, ma - soprattutto - ha chiesto che venga fatto qualche cosa per tutelare i diritti ed i doveri delle persona omosessuali, che intendano costituire una unione stabile.

"Il legislatore deve affrontare il nodo delle unioni gay", ha riferito Gallo parlando di fronte alle più alte cariche dello Stato. Queste le parole: "La Corte ha escluso l'illegittimità costituzionale delle norme che limitano l'applicazione dell'istituto matrimoniale alle unioni tra uomo e donna, ma nel contempo  ha affermato che due persone dello stesso sesso hanno comunque il diritto fondamentale di ottenere riconoscimento giuridico, con i connessi diritti e doveri, della loro stabile unione". La Consulta, ha ricordato Gallo, "ha perciò affidato al Parlamento la regolamentazione della materia nei modi e nei limiti più opportuni".

Cosa significa questa frase?

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Thursday 14 March 2013

Papa Francesco: sarà il Papa dell'ecumenismo e del dialogo.

Le parole che Papa Francesco ha pronunciato ieri sera subito dopo l'elezione, sono state poche. Significative, grandemente, insieme ai gesti compiuti.

Una parentesi: dovremo di nuovo abituarci a gesti di questo tipo, ed anche il servizio di sicurezza....che avrà un bel lavoro da fare, con questo Papa che si prefigura già come molto, molto libero...dai protocollo.

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Ma le parole di ieri hanno avuto una grande rilevanza dal punto di vista del dialogo e del'ecumenismo.

Mi riferisco alle parole con le quali il Papa ha parlato di sè: come tutti hanno notato non ha mai citato la parola "papa", ma ha sempre utilizzato la parola "vescovo di Roma".

 

Tra l'altro, anche nel ringraziamento nei confronti di Benedetto XVI chiamato, anch'egli "vescovo emerito di Roma".

 

Dal sito Aleteia.org riporto le parole del Papa:

Fratelli e sorelle, buona sera!

Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un vescovo a Roma, sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo. Ma siamo qui. Vi ringrazio dell'accoglienza. La comunità diocesana di Roma ha il vescovo. Grazie! E prima di tutto vorrei fare una preghiera per il nostro vescovo emerito Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca...

[Preghiera Padre Nostro, Ave Maria, Gloria al Padre]

E adesso incominciamo questo cammino, vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma che è quella che presiede nella carità tutte le chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia fra noi. Preghiamo sempre per noi, l'uno per l'altro. Preghiamo per tutto il mondo perché ci sia una grande fratellanza. Mi auguro che questo cammino di Chiesa che oggi incominciamo e in cui mi aiuterà il mio cardinale vicario qui presente sia fruttuoso per l'evangelizzazione di questa tanto bella città. E adesso vorrei dare la benedizione. Ma prima vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica. La preghiera del popolo perché chieda la benedizione per il suo vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me.

 

Ma perchè il Papa ha parlato così, perchè si è rivolto a Roma, alla sua città...quasi, dimenticando...il mondo che gli stava praticamente tutto davanti?

Non certamente per provincialismo: alcuni forse l'hanno colto così..ma nolla è più distante dalla realtà.

C'è a mio avviso un motivo, cosicnetemente voluto, per il quale il papa ha utilizzato queste parole, e questo motivo non è stato neppure l'umiltà...francescana.

Il motivo è stato l'ecumenismo.

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Wednesday 13 March 2013

Il gabbiano ed il Conclave: quando i media non sanno cosa dire!

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In queste ore è tanta l'apprensione e l'attesa da parte del mondo cattolico (e non solo) per l'esito del Conclave.

Si stanno ascoltando fiumi di parole: trasmissioni televisive e radiofoniche, dirette web, twitter, facebook...e chi più ne ha più ne metta.

Non c'è dubbio che questo sia davvero il Conclave più mediatico degli utlimi anni.

Chiaramente tutti sono con gli occhi all'insù, per seguire, anche in televisione, l'andamento delle votazioni vaticane. Inoltre moltissimi media stanno coprendo con grande intensità gli eventi in diretta oltre che avere realizato molteplici servizi ed interviste.

Oggi poi un nuovo personaggio si è affacciato sul Conclave, con una dirompenza mediatica...quasi sopra le nuvole: un gabbiano.

Un gabbiano che, non credo di sbagliarmi, sta davvero diventando una star della riflessione mediatica di questo evento sul quale, con buona pace di tutti, non si può che dire una parola che abbia senso: ASPETTARE. Punto.

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Tuesday 19 February 2013

Il coraggio, la libertà e il pudore di Benedetto XVI

Ci vuole un grande coraggio a riscoprire il senso del limite. E ci vuole umiltà. La notizia che lunedì 11 febbraio 2013 si è diffusa con la velocità del fulmine, le dimissioni del Papa, è sembrata a molti uno scherzo. Telefoni che squillano, e mail, sms, chat impazzite. Benedetto XVI si dimette dal 28 febbraio alle 20.00. Pazzesco, inaudito. Eppure no, era molto più prevedibile di quanto si potesse immaginare. Non abbiamo saputo leggere i segni, a cominciare da quando, ancora Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, aveva detto che Papa Giovanni Paolo II avrebbe fatto bene a dimettersi negli ultimi mesi della sua vita. Lo avevamo dimenticato. Poi a novembre del 2010 esce un libro intervista di Benedetto XVI “ Luce del Mondo”. Ci sono tanti temi, compreso quello delle dimissioni. Ma in modo chiarissimo. Non per paura, o davanti alle difficoltà , “davanti ai lupi” come aveva detto all’inizio del Pontificato. “Quando il pericolo è grande non si può scappare. Ecco perchè questo sicuramente non è il momento di dimettersi” diceva il Papa nell’estate del 2010. Lo scandalo degli abusi sessuali del clero era al suo massimo livello di mediaticità, nella Chiesa si sentivano strani scricchioliii. No, non si poteva lasciare. E poi le vicende dei lefbreviani, e quella difficile attuazione del Concilio che , dopo anni di entusiasmi, aveva portato a profondi ripensamenti. C’è anche chi racconta che negli anni il teologo Joseph Ratzinger avesse perso non dico la fede ma la speranza. Era stato Luigi Giussani a ridargli la gioia della vita nella Chiesa. Ratzinger il Pessimista? Per certi aspetti forse si, o meglio Ratznger il realista che sa che oggi il compito di un Papa è riportare Dio al centro della storia, nel cuore dell’ uomo.

Monday 11 February 2013

Benedetto XVI si dimette dal pontificato. Notizia shock e approfondimenti.

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La notizia delle dimissioni, o meglio della rinuncia al Pontificato, di Benedetto XVI, sta facendo il giro del mondo e sta creando molto turbamento nella Chiesa.

Così è stata data, e così ce la riporta il sito Aleteia.org.

Carissimi Fratelli,

vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l'età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell'animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l'elezione del nuovo Sommo Pontefice. Carissimi Fratelli, vi ringrazio di vero cuore per tutto l'amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero, e chiedo perdono per tutti i miei difetti. Ora, affidiamo la Santa Chiesa alla cura del suo Sommo Pastore, Nostro Signore Gesù Cristo, e imploriamo la sua santa Madre Maria, affinché assista con la sua bontà materna i Padri Cardinali nell'eleggere il nuovo Sommo Pontefice. Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio.

 

Non c'è dubbio che la notizia è davvero...la notizia del secolo, anzi, forse, del millennio. Per la novità totale di questo gesto, e per la lucidità con cui questa grandissimo Papa ce l'ha proposta. 

Anche diversi siti ci aiutano a entrare in questo evento, ponendoci domande ed aiutandoci a dare delle risposte.

 

Non un gesto di codardia, non un gesto di affaticamento: ma un gesto responsabile, lucidissimo...che probabilmente solo Papa Ratzinger...poteva fare.

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Thursday 14 April 2011

L’esperimento di Riace

Una risposta positiva al problema dell’immigrazione

di Lucetta Scaraffia

L’arrivo di questa ondata di migranti ha di nuovo messo in moto nell’opinione pubblica italiana il dibattito fra chi li vuole accogliere e chi li vuole respingere. Questo, mentre davanti ai nostri occhi sfilano immagini drammatiche e coinvolgenti, tra speranza e disperazione: da una parte, la madre che ha partorito nel barcone, riuscendo a salvare sé e la piccola, dall’altra i corpi dei molti che muoiono fra le onde, vittime dei trafficanti di esseri umani, oltre che del maltempo e di imbarcazioni fatiscenti.

La Chiesa predica il dovere, che è umano e cristiano, dell’accoglienza nei confronti di chi è più sventurato di noi — che, oltretutto, di lavoratori immigrati abbiamo assolutamente bisogno — ma non sempre è facile tradurre in fatti queste esortazioni. Ci vuole anche un po’ di inventiva, di coraggio e di fantasia. Come quella che hanno avuto gli abitanti di Riace, paese sulla riva ionica della Calabria, composto, come tutti quelli della zona, di un nucleo antico sul cocuzzolo di una collina, lontano dal mare, e di un nuovo abitato in via di espansione lungo la costa (proprio quella dove sono stati trovati i celeberrimi bronzi).

Oggi, il centro antico, che per decenni era stato abbandonato e si stava deteriorando irrimediabilmente, è tornato alla vita. Lo abitano immigrati di varie provenienze, tutti profughi politici, che i cittadini di Riace hanno accolto, a cominciare dai trecento curdi arrivati una decina di anni fa.

Gli immigrati hanno avuto un tetto, qualcosa da mangiare ma anche, cosa ben più importante, un lavoro: all’interno delle antiche mura, infatti, sono nate tante piccole aziende artigianali — ceramica, tessitura, preparazione di prodotti alimentari — dove lavorano, fianco a fianco, italiani e immigrati.

Così chi attraversa questo centro sereno e laborioso vede bimbi di diverse provenienze giocare tra loro, calabresi e africani lavorare insieme; ma anche una rinascita economica che porta benefici a tutti, indistintamente: i bambini nella scuola sono aumentati, rendendo così necessario un numero maggiore di insegnanti e impiegati; gli operatori culturali, che si occupano dell’integrazione e insegnano l’italiano, sono in maggioranza originari del luogo; sono rinate industrie artigianali locali come la tessitura della ginestra e gli abitanti delle case abbandonate del borgo ricevono un affitto, basso, ma comunque guadagnano qualcosa e hanno chi restaura le loro case altrimenti destinate alla rovina. E il finanziamento che il ministero italiano dell’Interno ha stanziato per questo esperimento — 24 euro per immigrato — è servito a dare nuovo impulso anche all’economia locale.

È insomma una situazione nella quale i benefici reciproci sono chiari a entrambe le comunità e la convivenza non risulta difficile, tanto che il paese proprio per questo è diventato un’attrazione turistica. Per valorizzarla, alcune case sono state destinate a ospitalità diffusa nel tessuto urbano ed è stato aperto un ristorante. Sulla sua porta si vede ancora il segno di due proiettili: non tutti a Riace hanno gradito questa rinascita. Ma molte persone e intere scuole vengono a vedere questo miracolo quotidiano, e cercano di capire il segreto di un’accoglienza riuscita.

Il segreto sta certo nella tenacia di Mimmo Lucano, attuale sindaco e animatore del progetto, che interviene continuamente a migliorarlo. Ma sta anche in una iniziativa, nella diocesi dove è stato vescovo amatissimo monsignor Bregantini, nata dal basso grazie a una associazione — Città futura don Puglisi — fondata nel 1999 da ragazzi del luogo intorno alla chiesa parrocchiale e che oggi ha sede in un palazzo del centro antico, vero cuore della vita di Riace.

Certo, il successo dell’esperimento è dovuto anche al numero abbastanza ridotto degli immigrati, al loro essere profughi politici e quindi desiderosi di integrarsi nel nuovo paese, non potendo tornare in patria. Non è facilmente riproponibile in tutte le situazioni: anzi, in qualche modo, proprio le condizioni della sua riuscita mettono in luce le difficoltà che si incontrano in altre situazioni.

Ma il solo fatto che esista una simile realtà, che qualcuno sia riuscito a creare e mantenere questo difficile equilibrio — che dura da più di dieci anni — costituisce un esempio a cui guardare, un caso che fa pensare. Allora, la soluzione del problema immigrati sta forse proprio nell’inventare qualcosa di positivo. Invece di scrollare le spalle con indifferenza.

Saturday 02 April 2011

Nostro contemporaneo

La seconda parte del «Gesù di Nazaret»

Il nuovo libro di Ratzinger-Benedetto XVI rende Gesù di Nazaret nostro contemporaneo. Nel gran disordine che regna sotto il cielo l’irrompere di un libro tanto appassionante accende interrogativi che toccano in profondità le nostre inquietudini. Ciascuno può trovarvi qualche luce per uscirne. Vi si raccontano i tre giorni cruciali dell’esistenza di Gesù, le sue ultime ore di vita scandite dalla passione e morte; l’inizio del tempo nuovo, la risurrezione, vero spartiacque della storia che origina un pensiero alternativo sul futuro del mondo e delle speranze umane.

L’autore è convinto che il confronto positivo con Gesù di Nazaret possa essere una soluzione anziché un problema per l’umanità. La sua indagine è convincente, ragionevole e rispettosa di culture e punti di vista differenti. Interessarsi a Gesù ha senso — si percepisce tra le righe — perché è l’unico risorto della storia, il Vivente immerso in ogni epoca e perciò nel nostro presente; compagno di viaggio affidabile che ci introduce negli orizzonti sconosciuti della vita oltre la morte.

Chiunque volesse capire questo misterioso Signore può calarsi nei giorni finali della sua vita terrena.

Pagina dopo pagina, dalle parole e dai comportamenti di Gesù, il teologo diventato Papa trae i tasselli di una carta d’identità dell’essere cristiano. Da un lato salda l’esperienza del patire, dell’angoscia e della tenerezza del Nazareno con l’insieme del pianto e del dolore smisurati delle vittime di ogni tempo e, dall’altro, ci aiuta a leggere frammenti del mistero del male e della sofferenza non più invincibili dopo la sua agonia nell’orto degli ulivi e l’abbandono sulla croce. La risurrezione di Gesù non è un tardivo volo pindarico dei suoi discepoli delusi che, non potendolo dimenticare, lo trasformarono in mito.

È una realtà veramente accaduta, alla pari della crocifissione e della morte. Mentre però del dolore e della morte che impastano la storia abbiamo una conoscenza sperimentale, della risurrezione abbiamo una conoscenza per fede. Si tratta di una fede ragionevole, ma sempre fede. Anzi, ci ricorda Papa Ratzinger, la fede cristiana è fondata sulla risurrezione. Poiché è strettamente collegata alla croce, la memoria della risurrezione è altrettanto pericolosa per la sapienza umana. Per i discepoli che attendevano un messia regale e vittorioso, la morte di Gesù è stata sconvolgente; la risurrezione, una volta verificata, ne ha cambiato la prospettiva, decidendoli a seguire il Maestro finalmente compreso.

Nel mistero della passione, morte e risurrezione — ci ricorda l’autore — sono racchiuse alcune delle questioni profonde dell’esistenza. E nel processo a Gesù è presente la critica radicale alle politiche basate sull’inganno e la violenza anziché sulla verità. Il destino del mondo si gioca sulla verità, non sulla forza che rimane una soluzione illusoria. Occuparsi di Gesù è occuparsi di tale destino poiché egli è venuto per rendere la più autorevole testimonianza alla verità che la prospettiva cristiana identifica con Dio.

Nello stile dei Padri della Chiesa, Papa Ratzinger non scrive per puro godimento intellettuale, ma offre un libro per la vita. La lettura ci immerge nella profondità del mistero cristiano, svelandoci quanto poco sia conosciuto e gustato. Con la scelta di una interpretazione dei racconti della passione basata sulla storia e sulla fede non contrapposte ma complementari, l’autore conferma la teologia conciliare e pone fine al pregiudizio nei confronti del popolo ebraico accusato nei secoli di deicidio. Nei vari momenti esaminati, dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Benedetto XVI sceglie un linguaggio nuovo e accessibile senza perdere profondità.

Chiama la Chiesa «la comunità dei discepoli» di Gesù; definisce la caritas «premura per l’altro», non un secondo settore del cristianesimo accanto al culto, «ma radicato proprio in esso e ne fa parte». C’è emozione per la lotta tra bene e male nella notte del Getsemani dove Gesù «trascina la natura recalcitrante in alto verso la sua vera essenza» e porta «il travaglio dell’essere uomini in alto verso Dio». L’ascensione è tradotta in una «vicinanza permanente» di Gesù con noi, un «entrare nel mistero di Dio» e un’altra dimensione dell’essere.

Si descrive, infine, la risurrezione, come fenomeno totalmente nuovo, una nuova dimensione dell’essere uomini, una mutazione decisiva, un salto di qualità; un nuovo genere di futuro per gli uomini, una nuova dimensione dell’esistenza umana, inclusa nell’atto di donare la vita. L’amore e la risurrezione — insiste l’autore — sono i due motivi distintivi dell’essere cristiani. La risurrezione come «mutazione» genetica compiuta da Dio in Gesù e promessa a tutti; l’amore come metodo di vita che distingue i figli di Dio e per il cosmo dischiude già ora un futuro di speranza.

c. d. c.

Tuesday 29 March 2011

Dall’abisso del male

Il pellegrinaggio di Benedetto XVI alle Fosse ardeatine — così l’ha voluto definire lo stesso Papa — per rendere omaggio alle vittime dello spaventoso eccidio, che resta indelebile tra i numerosissimi orrori della seconda guerra mondiale, non ha trovato molto spazio nei media. Forse anche per il succedersi incalzante e drammatico di notizie nel panorama internazionale.

Eppure la visita di Benedetto XVI a questo sacrario «caro a tutti gli italiani» — in continuità con quelle di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, e con la volontà di pregare e «rinnovare la memoria» — ha un significato particolare, che rimane. Il loro successore ha infatti compiuto un altro passo nella ricomposizione della memoria di quel conflitto che contribuì a sprofondare il Novecento nell’abisso del male. Come aveva affermato lo stesso Benedetto XVI un mese esatto dopo la sua elezione riflettendo sulle ultime successioni papali.

In questo modo non bisogna forse considerare, aveva detto il nuovo Papa, «il fatto che sulla cattedra di Pietro, ad un Pontefice polacco sia succeduto un cittadino di quella terra, la Germania, dove il regime nazista poté affermarsi con grande virulenza, attaccando poi le nazioni vicine, tra le quali in particolare la Polonia? Entrambi questi Papi in gioventù — seppure su fronti avversi e in situazioni differenti — hanno dovuto conoscere la barbarie della seconda guerra mondiale e dell’insensata violenza di uomini contro altri uomini, di popoli contro altri popoli».

Alla presenza del rabbino capo della più antica comunità della diaspora occidentale, ferocemente colpita dalla persecuzione razziale anche alle Fosse ardeatine, il vescovo di Roma, «città consacrata dal sangue dei martiri», ha voluto incontrare a lungo i familiari delle vittime — cattolici ed ebrei insieme — e ha reso omaggio alla loro memoria, in un luogo vicino alle catacombe e dal quale ancora una volta si è levata la preghiera dei Salmi, con le parole che da molti secoli ebrei e cristiani innalzano all’unico Dio.

Quel Dio al quale, nell’ora delle tenebre, si rivolsero due caduti, come altri in quei giorni, per affermare la fede «in Dio e nell’Italia» e invocare la protezione degli ebrei «dalle barbare persecuzioni». Benedetto XVI ha citato le loro parole, ricordando il centocinquantesimo anniversario dell’unità del Paese e ripetendo che nel Padre di tutti è possibile un futuro diverso. Che non offenda il Nome santo di Dio e l’essere umano, creato a sua immagine.

g. m. v.

Monday 28 March 2011

Da Gerusalemme a Parigi

L’intuizione di Benedetto XVI di un nuovo spazio dove laici e non credenti possano essere accolti con amicizia per condividere con chi crede la ricerca dell’unico Dio sta prendendo forma. Nella visione papale questa proposta è rappresentata dall’immagine del «cortile dei gentili» nel Tempio di Gerusalemme — dove appunto erano ammessi i pagani attratti dalla religiosità ebraica — ed è stata assunta dall’organismo curiale che si occupa del mondo della cultura con originale creatività.

Carica di simboli è stata così la scelta di Parigi — la «città dei Lumi» emblema di quella modernità contraddittoria e drammatica nata dagli ideali e dagli errori della rivoluzione francese — per l’esordio di questa iniziativa. Che senza dubbio è tra le più importanti decise da un Papa tanto mite quanto coraggioso, uomo di fede e teologo profondo, abituato sin da giovane al confronto, soprattutto nel mondo universitario, con chi è al di fuori dei confini visibili della Chiesa.

Uso dunque a esprimersi con parole comprensibili a tutti, Benedetto XVI ha voluto essere presente a Parigi con un messaggio ai giovani riuniti davanti a Notre-Dame, in uno spazio aperto oggi come venti secoli fa era accessibile ai pagani il cortile esterno del Tempio gerosolimitano. Dal grande santuario di un ebraismo sempre più caratterizzato da aspirazioni universalistiche rimanevano però esclusi i non giudei.

A cambiare tutto è stata la venuta di Cristo, quella luce vista da Giovanni che illumina ogni essere umano e ha abbattuto «il muro di separazione» tra ebrei e gentili, e dunque ogni divisione: anche quella tra credenti e non credenti. E perché non fosse reso difficile l’accesso dei pagani allo spazio loro riservato nel santuario di Gerusalemme Gesù aveva cacciato chi di questo luogo si approfittava per lucro. Per questo Benedetto XVI in molti modi si fa capire. Come hanno dimostrato, diversamente ma con straordinaria efficacia, i suoi ultimi due libri.

Ed efficaci per credenti e non credenti sono risuonate a Parigi le sue parole, rivolte ai giovani, ma più in generale alle donne e agli uomini di oggi. Il Papa ha così rinnovato l’invito che nel succedersi dei secoli e sino alla fine dei tempi la Chiesa di Cristo non si è stancata e non si stancherà di rivolgere: di non aver paura di aprire a Dio i cuori e le società. Senza timore di assumere le parole — libertà, uguaglianza, fraternità — che hanno riassunto gli ideali rivoluzionari, tante volte poi brandite con asprezza contro la Chiesa e il cristianesimo, e che pure dal cristianesimo sono nate.

Comuni sono moltissime aspirazioni di credenti e non credenti, per costruire «un mondo nuovo e più libero, più giusto e più solidale, più pacifico e più felice». Allora — dice Benedetto XVI — tra chi crede e chi non crede deve cadere, nel riconoscimento reciproco, ogni diffidenza: Dio non è un pericolo per la società e la vita umana e non lo è naturalmente la ragione, purché non si pieghi agli interessi e all’utilità, come spesso avviene. Per questo il Papa ha invitato i giovani parigini, riuniti davanti a Notre-Dame, senza distinguere tra credenti e non credenti, a non fermarsi nel cortile dei gentili. E a entrare invece nella cattedrale, dove come incenso si alzava la preghiera della sera.

g.m.v.

Friday 25 March 2011

Una rivoluzione femminile

A tre anni dalla morte la prima biografia di Chiara Lubich

di Lucetta Scaraffia

A tre anni dalla scomparsa, è uscita la prima biografia di Chiara Lubich, scritta da Armando Torno per Città Nuova: un libro che sceglie volutamente un tono non agiografico per descrivere quella che è sicuramente una delle più straordinarie esistenze del Novecento. Una narrazione piana, costruita attraverso le testimonianze delle focolarine e dei focolarini che sono stati più vicini alla loro fondatrice. Un racconto che volutamente mette sullo stesso piano le vicende umane e le esperienze mistiche di Chiara; rispettando, in questo modo, il suo carattere riservato, la sua capacità di stare al centro di tutto ma al tempo stesso di scomparire come persona.

Mi è capitato di incontrarla personalmente una sola volta, l’8 marzo di qualche anno fa, al Quirinale, dove era arrivata per ricevere un’importante onorificenza dal presidente della Repubblica italiana. Era entrata sorridendo, come sempre, senza preoccuparsi se nessuno dei presenti dava segno di riconoscerla e di darle onore. A me, che le ero andata incontro emozionata, ha riservato un sorriso timido e dolce, e ha declinato con semplicità ogni mio tentativo di far sapere ai responsabili del cerimoniale che era arrivata.

La biografia rispetta questo suo atteggiamento umile e ritroso, profondamente disponibile al contatto umano ma del tutto indifferente alla notorietà, e alla ribalta che pure le spettava. A tal punto che si coglie l’importanza di Chiara nella storia del Novecento quasi più dalla cronologia comparata, molto ben fatta, che si trova in appendice al volume e che dà conto della ricchezza delle forme di aggregazione da lei create all’interno del mondo cattolico, della sua straordinaria capacità di costruire momenti di incontro e di vero dialogo con esponenti e fedeli di altre religioni, della fecondità spirituale che ha segnato la sua vita interiore.

Una fecondità che ha sempre condiviso con le sorelle e i fratelli più vicini, e poi con tutti coloro che rivelavano disponibilità all’ascolto, consapevole che i tempi in cui si trovava a vivere richiedevano un’immediata condivisione di quanto lei, strumento di Gesù, arrivava a comprendere illuminata dallo Spirito Santo. Illuminazioni che nascevano dalla lettura continua della Sacra Scrittura: «Ogni volta che Chiara apriva il Vangelo vi scopriva la profondità di quelle parole di vita eterna che mai prima aveva trovato».

In questo modo, Chiara ha anticipato quello che la cultura cattolica avrebbe poi scoperto: l’ingresso nel linguaggio spirituale della parola amore, fino a quel momento riservata più che altro ai discorsi mondani; l’idea della spiritualità dell’unità, che si trasforma in una appassionata forma di dialogo tra le religioni e in una risposta alla «notte culturale» dell’umanità. Senza mai preoccuparsi che fosse ricordato il suo ruolo precorritore.

La proposta di una nuova evangelizzazione, secondo le sue parole, «non significa soltanto che il mondo secolarizzato» ne ha bisogno, ma anche che «l’evangelizzazione va fatta in maniera nuova». E alla ricerca di questa maniera nuova dedica tutte le sue energie: gli incontri, anche quelli apparentemente secondari, si trasformano grazie a lei in nuove vie e nuovi progetti, allargando sempre più la rete dei coinvolgimenti nel suo ideale: la santità a portata di tutti. Il suo movimento si apre a tutti gli ambiti, in un’ottica universale, con particolare attenzione alla cultura e ai media, mentre la sua vita interiore dà un nuovo impulso agli studi teologici.

Ma certamente l’aspetto di novità più forte che ha segnato la sua vicenda è proprio il suo essere donna, una donna che dà un accento fortemente femminile a ogni sua opera: basti pensare al nome più conosciuto del movimento da lei fondato (ufficialmente Opera di Maria) che evoca il focolare, spazio tradizionalmente femminile. Comincia circondandosi di donne, che sanno poi aprirsi alla necessaria presenza maschile, e dà disposizioni che a presiedere il movimento sia sempre una donna.

Anche la spiritualità dell’Opera prende una forma femminile, rappresentando la presenza mistica di Maria nella Chiesa. In questo modo, con la sua straordinaria esperienza, Chiara — che parla alle assemblee dei vescovi, è ascoltata dai Papi, viene accolta con gli onori di un capo di Stato nei Paesi che visita — realizza quello che i tempi richiedono anche alla Chiesa: riconoscere l’importanza del ruolo delle donne.

Ma lo ottiene senza rivendicare diritti, senza nessuna asprezza. Lo ottiene dimostrando di sapersi meritare quell’autorità che le viene riconosciuta, come è stato per le grandi sante nella storia della Chiesa. La sua importanza nel cattolicesimo del Novecento è anche la prova di una rivoluzione femminile compiuta nel silenzio e nella modestia. Rimane il compito di prenderne atto.

Wednesday 23 March 2011

Questione di radicalità evangelica

Il celibato sacerdotale

di Mauro Piacenza

Residuo preconciliare e mera legge ecclesiastica. Sono queste, in definitiva, le principali e più dannose obiezioni che riaffiorano nel periodico riaccendersi del dibattito sul celibato sacerdotale. Eppure, niente di questo ha reale fondamento, sia che si guardi ai documenti del concilio Vaticano II, sia che ci si soffermi sul magistero pontificio. Il celibato è un dono del Signore che il sacerdote è chiamato liberamente ad accogliere e a vivere in pienezza.

Se infatti si esaminano i testi, si nota innanzitutto la radicale continuità tra il magistero che ha preceduto il concilio e quello successivo. Pur con accenti talora sensibilmente differenti, l’insegnamento papale degli ultimi decenni, da Pio XI a Benedetto XVI, è concorde nel fondare il celibato sulla realtà teologica del sacerdozio ministeriale, sulla configurazione ontologica e sacramentale al Signore, sulla partecipazione al suo unico sacerdozio e sulla imitatio Christi che esso implica. Solo, dunque, una scorretta ermeneutica dei testi del Vaticano II – a cominciare dalla Presbyterorum ordinis – potrebbe condurre a vedere nel celibato un residuo del passato di cui liberarsi. E una tale posizione, oltre che errata storicamente, teologicamente e dottrinalmente, è anche dannosa sotto il profilo spirituale, pastorale, missionario e vocazionale.

Alla luce del magistero pontificio bisogna anche superare la riduzione, in taluni ambienti molto diffusa, del celibato a mera legge ecclesiastica. Esso, infatti, è una legge solo perché è un’esigenza intrinseca del sacerdozio e della configurazione a Cristo che il sacramento dell’Ordine determina. In tale senso la formazione al celibato, oltre ogni altro aspetto umano e spirituale, deve includere una solida dimensione dottrinale, poiché non si può vivere ciò di cui non si comprende la ragione.

In ogni caso, il dibattito sul celibato, che periodicamente nei secoli si è riacceso, certamente non favorisce la serenità delle giovani generazioni nel comprendere un dato così determinante della vita sacerdotale.

Giovanni Paolo II nella Pastores dabo vobis (n. 29), riportando il voto dell’assemblea sinodale, afferma: “Il Sinodo non vuole lasciare nessun dubbio nella mente di tutti sulla ferma volontà della Chiesa di mantenere la legge che esige il celibato liberamente scelto e perpetuo per i candidati all’Ordinazione sacerdotale nel Rito latino. Il Sinodo sollecita che il celibato sia presentato e spiegato nella sua piena ricchezza biblica, teologica e spirituale, come dono prezioso dato da Dio alla sua Chiesa e come segno del Regno che non è di questo mondo, segno dell’amore di Dio verso questo mondo nonché dell’amore indiviso del sacerdote verso Dio e il Popolo di Dio”.

Il celibato è questione di radicalismo evangelico. Povertà, castità e obbedienza non sono consigli riservati in modo esclusivo ai religiosi. Sono virtù da vivere con intensa passione missionaria. Non possiamo abbassare il livello della formazione e, di fatto, della proposta di fede. Non possiamo deludere il popolo santo di Dio, che attende pastori santi come il curato d’Ars. Dobbiamo essere radicali nella sequela Christi senza temere il calo del numero dei chierici. Infatti, tale numero decresce quando si abbassa la temperatura della fede, perché le vocazioni sono “affare” divino e non umano. Esse seguono la logica divina che è stoltezza agli occhi umani.

Mi rendo conto, ovviamente, che in un mondo secolarizzato è sempre più difficile comprendere le ragioni del celibato. Ma dobbiamo avere il coraggio, come Chiesa, di domandarci se intendiamo rassegnarci a una tale situazione, accettando come ineluttabile la progressiva secolarizzazione delle società e delle culture, o se siamo pronti a un’opera di profonda e reale nuova evangelizzazione, al servizio del Vangelo e, perciò, della verità sull’uomo. Ritengo, in tal senso, che il motivato sostegno al celibato e la sua adeguata valorizzazione nella Chiesa e nel mondo possano rappresentare alcune tra le vie più efficaci per superare la secolarizzazione.

La radice teologica del celibato, dunque, è da rintracciare nella nuova identità che viene donata a colui che è insignito del sacramento dell’Ordine. La centralità della dimensione ontologica e sacramentale e la conseguente strutturale dimensione eucaristica del sacerdozio rappresentano gli ambiti di comprensione, sviluppo e fedeltà esistenziale al celibato. La questione, allora, riguarda la qualità della fede. Una comunità che non avesse in grande stima il celibato, quale attesa del Regno o quale tensione eucaristica potrebbe vivere?

Non dobbiamo allora lasciarci condizionare o intimidire da chi non comprende il celibato e vorrebbe modificare la disciplina ecclesiastica, almeno aprendo delle fessure. Al contrario, dobbiamo recuperare la motivata consapevolezza che il nostro celibato sfida la mentalità del mondo, mettendo in crisi il suo secolarismo e il suo agnosticismo e gridando, nei secoli, che Dio c’è ed è presente.

Tuesday 22 March 2011

L’orso del Papa

Alla dedicazione della parrocchia romana di San Corbiniano — una liturgia esemplare per la cura e la partecipazione dei fedeli, tra i quali tantissimi bambini — erano presenti ben tre successori del fondatore della diocesi di Frisinga: oltre a Joseph Ratzinger, oggi Papa con il nome di Benedetto XVI, i cardinali Friedrich Wetter e Reinhard Marx. Un fatto eccezionale, che il parroco ha sottolineato nel suo caloroso saluto iniziale.

Nell’omelia il vescovo di Roma, successore del primo degli apostoli, ha improvvisato una breve riflessione su questo monaco francese attratto dalla vita contemplativa che scese a Roma per fondarvi un monastero. Ma qui la sua vita cambiò in modo inatteso: il Papa lo ordinò vescovo per la Baviera, dove la popolazione «voleva farsi cristiana, ma mancava gente colta, mancavano sacerdoti per annunciare il Vangelo».

Una scelta, quella di Gregorio ii, che si rivelò di universalità — il santo infatti «collega la Francia, la Germania, Roma», ha sottolineato il Papa — e nello stesso tempo di unità: Corbiniano ci dice che «la Chiesa è fondata su Pietro» e che era la stessa «come oggi». Per una ragione molto semplice: Cristo è lo stesso, «la Verità, sempre antica e sempre nuova, attualissima, presente, e apre la chiave per il futuro».

Parlando ai fedeli Benedetto XVI ha accennato all’orso che ha scelto di collocare nel suo stemma, episcopale e poi papale. Joseph Ratzinger ne aveva scritto per la prima volta nel libro autobiografico, tanto piccolo quanto prezioso, che pubblicò nel suo settantesimo anno e dove raccolse i suoi ricordi sino alla consacrazione episcopale. Raccontando come all’animale che aveva sbranato il cavallo di Corbiniano, in viaggio per Roma, fu imposto dal monaco di portare il suo fardello.

Ratzinger, sulla traccia del prediletto Agostino, spiegava che quel peso — il carico episcopale di chi «tira il carro di Dio in questo mondo» — venne imposto a Corbiniano e al vescovo africano, attratti entrambi dalla contemplazione e dallo studio. «Ma proprio in questo modo io ti sono vicino, ti servo, tu mi hai nella mano», concludeva il cardinale ormai a Roma. Affidandosi all’unico Signore, come ogni giorno fa Benedetto XVI. Che resta sempre affezionatissimo al suo orso.

g. m. v.