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	<title>Sguardo Cattolico</title>
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		<title type="html">Stili di vita etici per il bene comune</title>
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		<updated>2012-02-06T08:42:29+00:00</updated>
		<content type="html">&lt;p align=&quot;left&quot;&gt;&lt;a href=&quot;http://spazioblog.progettoculturale.it/wp-content/uploads/2012/02/seminario-creato.jpg&quot; title=&quot;seminario-creato.jpg&quot;&gt;&lt;img align=&quot;right&quot; src=&quot;http://spazioblog.progettoculturale.it/wp-content/uploads/2012/02/seminario-creato.jpg&quot; alt=&quot;seminario-creato.jpg&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Nuovi stili di vita? Non si tratta di uno slogan alla moda, ma di una questio­ne che rivela tutta la sua urgenza, soprattutto nell’attuale momento di crisi globale. E anche nella Chie­sa è cresciuta con forza la consa­pevolezza che «il rinnovamento degli stili di vita rappresenta il no­do centrale per un’economia so­stenibile e per una pastorale at­tenta alla cura del Creato», ha af­fermato monsignor Angelo Casi­le, direttore dell’Ufficio nazionale Cei per i problemi sociali e il lavo­ro (Unpsl). Tale istanza «invita a u­na ricerca rinnovata anche l’etica e la teologia per l’individuazione di riferimenti che aiutino a orienta­re la riflessione e la pratica», ha e­videnziato Casile aprendo l’in­contro sul tema che ha riunito ie­ri a Roma il Gruppo di ricerca sul­la teologia della creazione e cu­stodia del Creato, promosso dal­l’Unpsl e dal Servizio nazionale per il progetto culturale in collabora­zione con l’Associazione teologica italiana e l’Associazione teologica italiana per lo studio della mora­le.&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;left&quot;&gt;Quello degli stili di vita, ha rileva­to da parte sua Roberto Presilla del Servizio nazionale per il progetto culturale, che ha moderato i lavo­ri, «può essere un ottimo cataliz­zatore per la riflessione se voglia­mo che la crisi non si traduca in un aumento delle tensioni, ma di­venti un’occasione per cambiare». Ripensare gli stili di vita significa infatti consentire di «abitare in modo sensato questo tempo di cri­si, quasi sempre sperimentato so­lo come coercizione o deprivazio­ne, per cogliere, oltre tali fattori certo reali, anche l’interrogazione e le opportunità che esso porta in sé», ha spiegato Simone Morandi­ni della Fondazione Lanza, per il quale è fondamentale tenere di­stinti il concetto di tenore di vita (espressione di una visione solo e­conomica, basata cioè sulla mera disponibilità dei beni) da quello di stile di vita (nozione che implica lo stimolo ad una trasformazione po­sitiva, in quanto scelta liberamen­te). Solo adottando comporta­menti etici, ha precisato, è possi­bile dare un «contributo impor­tante ad un bene comune che sap­pia farsi carico anche della di­mensione ambientale».&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;left&quot;&gt;Le famiglie cristiane assieme alle istituzioni ecclesiastiche, ha ri­cordato don Gabriele Scalmana, responsabile della pastorale del Creato della diocesi di Brescia, «so­no chiamate a una gestione soste­nibile dei propri beni, nel pieno ri­spetto delle persone e dell’am­biente ». I credenti, ha aggiunto, «devono mettere l’interesse eco­nomico in secondo ordine, per of­frire buoni esempi e modelli utili agli altri cittadini e alla società ci­vile ». Come ha fatto san France­sco, «un cristiano eccellente ed e­semplare di fronte ai problemi am­bientali », «un santo, non uno scienziato: una persona pratica e un praticante, non un teorico, né un teorizzatore», ha osservato pa­dre José Antonio Merino, docente al Pontificio Ateneo Antonianum. «Ma non possiamo ridurre Fran­cesco – ha concluso – a un ecolo­gista. Era un credente, un uomo di fede: per lui ogni cosa era un se­maforo che rimandava a Dio».&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;left&quot;&gt;Stefania Careddu – &lt;em&gt;Avvenire&lt;/em&gt;, 4 febbraio 2012&lt;/p&gt;</content>
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			<title type="html">Nella Piazza</title>
			<subtitle type="html">il blog del Progetto Culturale</subtitle>
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		<title type="html">Gesù nostro contemporaneo</title>
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		<updated>2012-02-06T04:00:00+00:00</updated>
		<content type="html">&amp;Egrave; il titolo dell'evento internazionale che si terr&amp;agrave; a Roma nei prossimi giorni. Ideato dal cardinale Ruini in accordo con la &quot;priorit&amp;agrave; suprema&quot; assegnata da Benedetto XVI al suo pontificato</content>
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			<title type="html">Chiesa -</title>
			<subtitle type="html">Notizie, analisi, documenti - a cura di Sandro Magister</subtitle>
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		<title type="html">John Allen and The Last Exorcist</title>
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		<updated>2012-02-05T22:39:12+00:00</updated>
		<content type="html">&lt;p&gt;Suol National Catholic Reporter è &lt;strong&gt;&lt;a href=&quot;http://en.wikipedia.org/wiki/John_L._Allen,_Jr.&quot;&gt;John Allen&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;, tra i più importanti commentatori di cose religiose degli Stati Uniti, a parlare de L&amp;#8217;ultimo esorcista.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Lo fa in fondo a &lt;strong&gt;&lt;a href=&quot;http://ncronline.org/blogs/all-things-catholic/make-or-break-moment-sex-abuse-and-more-vatican-news&quot;&gt;questo&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt; pezzo. Da non perdere.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;code&gt;Pubblicato su palazzoapostolico.it domenica 5 febbraio 2012&lt;/code&gt;&lt;/p&gt;
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			<title type="html">Palazzo Apostolico - Diario Vaticano di Paolo Rodari</title>
			<subtitle type="html">Diario Vaticano di Paolo Rodari - Vatican Blog</subtitle>
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			<updated>2012-02-05T23:00:20+00:00</updated>
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		<title type="html">Ci si può fidare</title>
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		<updated>2012-02-04T23:00:00+00:00</updated>
		<content type="html">«Vede, signora, è che ormai non ci si può fidare di nessuno». Mila­no, una mattina di neve forte, un com­missariato di quartiere. Raccontare a un a­gente che un signore, mentre salivo in au­to, mi ha avvertita che avevo perso delle monete. Un attimo, mi volto, la borsa non c’è più. Il poliziotto è gentile, illustra tutti i modi in voga per derubare i passanti, consiglia di bloccare sempre la portiera dell’auto dall’interno, di stare attenti a chi chiede una indicazione. E poi, quella fra­se amara: «Qui, ormai, non ci si può più fidare di nessuno», che mi ritorna in men­te come un refrain in una giornata da pel­legrina per uffici pubblici, per richiedere tutte le carte perdute. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi erano rimasti solo il cellulare e le chia­vi di casa, e lo sbalordimento un po’ al­locco di chi, nato e cresciuto a Milano, si sentiva sicuro nella sua giungla domesti­ca. E adesso? mi chiedo smarrita davanti a questa privata Caporetto. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Di corsa a casa, a recuperare cento euro e gli stivaloni di gomma. Con il passaporto stretto fra le mani, unico documento ri­masto ad attestare che esisto, marcio sot­to la neve. Gli stivaloni neri che affonda­no nel bianco e il mio passo rabbioso dan­no alla circostanza un’aura epica. Polizia di Stato. Stanze spoglie, stranieri in coda. All’ufficio denunce gli agenti sono ragaz­zi del Sud, pazienti, solidali, direi. Con cal­ma trascrivono il mio caotico inventario: carta d’identità, patente, bancomat, car­ta di credito, tessere di tutti i tipi e i colo­ri. Ah, e degli assegni, aggiungo affanna­ta. Ah, e la carta di credito del supermer­cato, e anche la tessera sanitaria, aggiun­go ancora. «Nient’altro?», chiede sorri­dendo l’agente, come un confessore do­po una lunga fila di peccati. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi guardo attorno: vecchie scrivanie, computer un po’ lenti, ma questi ragazzi qui al loro posto, e umani, per poche cen­tinaia di euro al mese. Davvero non ci si può più fidare di nessuno, come dice uno di loro? Però voi qui, in una mattina di ne­ve, mentre le Volanti rientrano infangate; voi che chiamate anche la Motorizzazio­ne per sapere se la patente è duplicabile subito, per darmi almeno un foglio prov­visorio senza fare un’altra coda. E la ban­ca, a cui spiego che non ho la benché mi­nima idea dei numeri di serie delle carte e degli assegni rubati? Una sconosciuta impiegata: tranquilla, signora, la aiutiamo noi (uscire poi, brandendo un bancomat fresco fresco, il primo recuperato). Fuori, nevica che Dio la manda, ma Milano, se pure rallentata, procede come un eserci­to cocciuto. Ora, in Comune, piazzale Accursio, con le foto tessera. Sono le tre e venti, dieci mi­nuti alla chiusura. Allo sportello allungo la denuncia bagnata di neve e il passaporto superstite. L’impiegata guarda le foto – spettrali, ammetto, scattate come sono in una giornata di neve e di guai – e dice che i capelli nascondono troppo il viso. Non ri­spondo niente, ma dai miei occhi parte u­no sguardo supplice: la prego, non mi mandi via. L’impiegata china la testa. In­colla, digita, compila. La osservo; somi­glia un po’ alla signora della banca, non nei tratti ma nei modi - pallida, efficiente, si­lenziosa. Cinque minuti, carta d’identità nuova di zecca. Distrattamente mentre e­sco mi cade lo sguardo su un piccolo cro­cefisso appeso nella guardiola dove le ad­dette danno informazioni a due stranie­re. Con calma, anche se l’orario è scadu­to; sforzandosi di parlare adagio, per far­si capire. Anche questa, penso, è l’Italia. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quel carrozzone che sui giornali pare sem­pre sul punto di affondare, quella nave in­cagliata, quel divario stratosferico di spread nel fuoco delle Borse, nella sua a­nonima quotidianità è invece anche que­sto. Facce umane, mani efficienti, pc ac­cesi e operanti, mentre fuori la neve blan­disce di restarsene a dormire. Facce che la sera aspetteranno un tram che arriverà ca­rico, i tergicristalli battenti davanti a un’al­tra faccia stanca di tranviere. Non ci si può più fidare di nessuno? Di tanti invece, a­gente: come lei, come milioni. (Chissà per­ché, fra noi, quasi non ci vediamo, non ci riconosciamo. Ma ci siamo).</content>
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		<title type="html">Due modi, anzi uno</title>
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		<updated>2012-02-04T23:00:00+00:00</updated>
		<content type="html">Ci sono due modi di &amp;quot;vivere la vita&amp;quot; e uso l’espressione di proposito. Perché due modi ci sono per sentirsi viverla e per sentirla vivere: controllarla o servirla, dominarla o accoglierla, imprigionarla o amarla. E vale per tutti: dallo scienziato all’insegnante, dalla madre all’amico. Nella recente commemorazione della Shoah ho riletto alcune parole di Appelfeld che amo molto: «Nel ghetto e nei campi di concentramento avevo visto la bassezza, ma anche la generosità degli uomini. La bassezza era tanta e la generosità poca, ma la mia memoria ha custodito proprio i momenti chiari e umani nei quali la vittima superava il suo meschino egoismo e si sacrificava per il prossimo. Questi pochi momenti non si limitavano a portare luce nell’oscurità: infondevano in me la fiducia che l’uomo non sia un insetto... Ho fatto un conto: ogni uomo che si è salvato durante la guerra si è salvato grazie ad una persona che, in un momento di grande pericolo, gli è venuta in aiuto. Nei campi di concentramento non abbiamo visto Dio ma abbiamo visto i giusti. L’antica leggenda ebraica, che dice che il mondo continua a esistere per merito di pochi giusti, era vera allora come oggi».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se ciò è stato vero nell’orrore nazista, vale in momenti della storia meno assurdi, anche se critici e carenti di speranza. La vita è un compito di fronte al quale siamo posti come esseri liberi, di fronte alla vita che emerge, in ogni sua forma, possiamo scegliere: o imprigionarla per usarne o ammirarla e farla fiorire, servendola. Di fronte ad un fiore blu in montagna, incastrato tra le rocce e il ghiaccio posso scegliere: coglierlo per me o incontrarlo, stupirne come un dono da lasciare intatto. Di fronte alla vita di uno studente posso scegliere il controllo perché faccia ciò che voglio, o cercare di capire che unicità è venuto a portare sulla terra e mettermi a fianco, proteggerla, difenderla, sfidarla. Da oggetto da modellare a soggetto ricco di potenzialità. Così faceva mia nonna con le piantine ancora deboli: piantava accanto un bastoncino che le aiutava a crescere dritte, verso la luce del sole. Più una pianta si slancia verso l’alto più rende profonde le radici. Quando le ha affondate nella terra che la nutre abbastanza in fondo da resistere alle intemperie, il bastone sparisce, altrimenti ne limiterebbe la crescita. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non è una forma di controllo, ma una forma di servizio. All’apparenza ruvido, ingiusto, forse, ma alla fine capace di restituire la pianta a sé stessa, al suo migliore slancio: «Perdonami se ti cerco così / goffamente, dentro / di te / È che da te voglio estrarre / il tuo migliore tu. / Quello che non / vedesti e che io vedo, / immerso nel tuo fondo, preziosissimo. / E afferrarlo / e tenerlo in alto come/ trattiene / l’albero l’ultima luce / che gli viene dal sole» (Pedro Salinas). Davanti a un malato il dottore può scegliere di estirpare o accogliere. Davanti all’embrione lo scienziato può scegliere se congelare o riservare il calore di un grembo. Davanti ad un feto la mamma può scegliere tra la sua vita e la propria vita, tra il controllo della vita del bambino o il dono della propria al bambino. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Davanti alla propria vita un giovane può scegliere: controllare o donare, imprigionarla o servirla. Ma potrà farlo solo se gli adulti che ha vicino gliel’avranno messa sotto gli occhi come qualcosa di amabile e da servire, in sé e negli altri. Emily Dickinson diceva che «non sappiamo la nostra altezza sino a che non siamo chiamati ad alzarci in piedi». Da oggetti a soggetti. Ma avremo noi il coraggio di guardare la vita? Quella vita che tra le ombre emerge, si slancia verso l’alto, a cercare la luce. Avremo noi occhi capaci di vederla? E una volta vista, che cosa sceglieremo: imprigionarla per soddisfare i nostri desideri (che poi non sono altro che desiderio di divorare ciò che c’è aldilà del desiderio stesso), o chinarci a servirla, dovesse costarci la schiena? E la vita la perdiamo di più controllandola o donandola? Lo sanno i giusti. Chiedilo a loro. O al chicco di grano.</content>
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		<title type="html">Il male all'alba</title>
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		<updated>2012-02-04T23:00:00+00:00</updated>
		<content type="html">Cos’ha gettato Patrizio nel Tevere? Un bambino. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Possibile? Suo figlio di neanche due anni. Cosa è questo lancio? Cosa succede? Lo ha buttato dal ponte Mazzini, all’aba in una città deserta e ghiacciata. Patrizio l’ha strappato litigando alle braccia della madre in casa, poi come un fantasma di padre, uno spettro, un demonio – diciamola questa parola – rompendo in lacrime, non sapendo come chiamare quell’uomo solo sul ponte – padre niente, padre gelo – ha gettato nelle acque buie il suo figlio piccolino, l’innocente nell’acqua. L’ha gettato a morire. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Orrore che ci colpisce nel giorno in cui la Chiesa chiama a ricordare la vita. A ricordare che il gesto estremo, buio di Patrizio è il finale compimento in preda a violenza e a cecità di mille e mille gesti, di scelte feriali «contro la vita». Ogni gesto finale, fatale e maledetto contro la vita non è un raptus. Troppo comodo sarebbe per noi che vediamo quell’uomo solo sul ponte, quella donna sola sul lettino, pensare: è un «loro» raptus, una loro scelta, o necessità, insomma un cosa che non poteva che andare così. Chiamare raptus quello di Patrizio è comodo come chiamare «autodeterminazione» il gesto di molte donne che espellono il proprio figlio nel ventre: è non voler guardare tutti i gesti che ci stanno prima. La disperanza, la mala vita, o la mala coscienza, la banalità del male, la lenta sfigurazione di quel che vale davvero. La solitudine che avviene prima e che in quel lancio o espulsione si cristallizza, buia, micidiale. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sarebbe troppo comodo per noi fare i conti solo con Patrizio sperduto sul ponte, con il suo nome che indicava nobiltà nell’antica Roma e ora indica la definitiva misera perdita di ogni nobiltà. O fare i conti solo con le donne sperdute nei lettini. Con lui che sceglie di lanciare, e loro che scelgono di abortire. Sarebbe tropo comodo liquidare la sua come follia e condannare quelle donne per quel che compiono sul lettino come se non ci fosse stata prima una trafila di gesti compiuti da loro e da altri intorno a loro, e da noi tutti, contro la vita. La giornata che richiama tutti a essere «per» la vita non può quasi nulla contro i gesti finali, fatali e miseri come il lancio di Patrizio. O contro le cancellazioni dei figli ad opera delle madri. Ma può richiamare che ci sono migliaia di gesti prima, di attenzioni prima, di scelte prima. Ci sono possibilità prima. Si può agire e testimoniare su questa mole di scelte spesso impercettibili, sulla materia della vita corrente, feriale, su quella terra impastata da fatiche e dolori che poi erompe in gesti così crudeli da lasciarci storditi. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non c’è nessun motivo per un gesto così. Per lanciare dal ponte, nessuno per non far nascere un figlio. Nessuno. Ma questo vuoto di motivi finale, il finale sgomento e la finale sconfitta di tutti – del padre, della madre, di noi – nascono da tanti vuoti prima. È in quei vuoti fatti di chiacchiere banali, di disimpegno, di calcoli miseri, di anima avara, di solitudine mascherata che siamo invitati a guardare e a entrare, specie i più giovani, nella giornata per la vita. Gli uomini vuoti non riescono a sopportare la vita. E uomini e donne si svuotano – perdono energie, ideali, chiarezze, perdono cuore – spesso non perché sono malvagi, ma per una lenta perdita del valore di dono della vita. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il lancio di Patrizio, padre da punire e da abbracciare ora come il più sventurato padre, è iniziato molto prima di questa alba. È iniziato dove possiamo essere tutti. Il piccolo abbracciato dal Tevere – no, non sia stato troppo gelido – sia portato in fretta dal Padre che è foce di tutti i fiumi, di tutti i pianti e le disperazioni. È Lui il nostro patrono glorioso di oggi. Lui il nostro santo.</content>
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		<title type="html">Stampa inside the Devil</title>
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		<content type="html">&lt;p&gt;&lt;a href=&quot;http://www.paolorodari.com/wp-content/uploads/2012/02/diav.jpg&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.paolorodari.com/wp-content/uploads/2012/02/diav.jpg&quot; alt=&quot;&quot; title=&quot;&quot; width=&quot;180&quot; height=&quot;133&quot; class=&quot;alignright size-full wp-image-6045&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Oggi sulla Stampa si parla de L&amp;#8217;ultimo esorcista.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;di Giacomo Galeazzi&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Gabriele Amorth, l’anziano sacerdote paolino che sotto il pontificato wojtyliano divenne l’esorcista ufficiale della diocesi di Roma, continua ancora a combattere indefesso contro colui che egli chiama «Il Grande Nemico»: Satana, il principe dell’inferno.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La sua battaglia è ben enucleata nell’esplosivo libro scritto a quattro mani col giornalista del «Foglio» Paolo Rodari: «L’ultimo esorcista», appena uscito per le edizioni Piemme.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Amorth lotta anche contro i molti che all’esistenza di Satana non credono: «Eminenza, lei dovrebbe leggersi un libro», disse a un cardinale della curia romana che sosteneva che Satana fosse soltanto «frutto della superstizione». «Quale libro?» gli chiese il porporato. «Lei dovrebbe leggere il Vangelo» gli rispose Amorth domandandogli ancora: «Sbaglio o una delle attività principali di Gesù nei Vangeli è quella di compiere esorcismi?».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Amorth esegue ancora oggi dagli otto ai dieci esorcismi al giorno, compresi le domeniche e il giorno di Natale. Per lui Satana è ovunque, anche nelle sacre stanze del Vaticano. Lo sapeva Giovanni Paolo II che, infatti, non rinunciava a fare in prima persona degli esorcismi. Una prima volta è il 27 marzo 1982. L’allora vescovo di Spoleto, Ottorino Alberti, gli porta una giovane donna, Francesca Fabrizi, che al vederlo si mette a gridare, a rotolarsi per terra, incurante che il Papa intimi più volte al diavolo di uscire da lei. Si quieta di colpo solo quando Giovanni Paolo II le dice, «domani dirò messa per te». Qualche anno dopo la donna torna dal Papa col marito, tranquilla, felice, in attesa di un bambino. «Non avevo mai visto una cosa simile», confida il Papa al suo prefetto di casa, il cardinale Jacques Martin. «Una scena biblica».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Benedetto XVI non compie esorcismi, ma è talmente odiato da Satana da essere ritenuto dal demonio «peggio di Giovanni Paolo II». Molti cercano l’aiuto di Ratzinger, soprattutto durante le udienze del mercoledì in piazza San Pietro. Due assistenti di Amorth qualche mese fa ne hanno accompagnati in piazza due. Alla vista del Papa hanno cominciato a urlare, a rotolarsi per terra, a sbavare. Papa Ratzinger li ha notati. Si è avvicinato di qualche passo e li ha benedetti. Per loro è stato come ricevere una potente frustata. Sono volati all’indietro di qualche metro tra lo sgomento generale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Dice Amorth che Satana ha sempre tentato le gerarchie della Chiesa e in particolare coloro che abitano in Vaticano. Dice che più che la pista del complotto internazionale, dietro la scomparsa di Emanuela Orlandi ci sarebbero a suo avviso le sette sataniche. Dice: «Io penso che una ragazza di quindici anni non sale su una macchina se non conosce bene la persona che le chiededi salire. Credo dunque che occorrerebbe indagare dentro il Vaticano e non fuori. O comunque indagare intorno alle persone che in qualche modo conoscevano Emanuela. Perché secondo me solo qualcuno che Emanuela conosce bene può averla indotta a salire su una macchina. Spesso le sette sataniche agiscono così: fanno salire su una macchina una ragazza e poi la fanno sparire».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Un libro, anni fa, scritto da Luigi Marinelli e intitolato «Via col vento in Vaticano» denunciò «storie di carriere, arrivismi, avventure amorose». Ma nessuno fece niente: «Doveva essere un allarme per la Chiesa, ma non lo fu».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Satana tenta tutti, religiosi e laici, adulti e bambini. Un caso eclatante quanto ai bambini, o comunque agli adolescenti, si ebbe nell’omicidio di suor Maria Laura Mainetti a Chiavenna, un paesino in provincia di Sondrio, nel giugno del 2000. I giornali posero l’accento sull’interesse delle ragazze omicide per l’esoterismo e per il cantante rock Marilyn Manson. Che ruolo può aver avuto questa passione musicale nel gesto delle tre ragazze? Dice Amorth: «Certo, non posso dire che la causa che ha scatenato l’omicidio sia stata una canzone di Manson o addirittura Manson stesso. Ma una cosa va detta. La musica satanica è uno dei principali veicoli di diffusione del satanismo tra i giovani. I messaggi della musica satanica riescono a influenzare la mente e il cuore dei giovani. Attraverso un certo tipo di musica i giovani hanno la possibilità di avvicinarsi ad argomenti nuovi. Sconosciuti. Frontiere del male prima inesplorate».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;code&gt;Pubblicato su palazzoapostolico.it sabato 4 febbraio 2012&lt;/code&gt;&lt;/p&gt;
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			<name>Paolo Rodari</name>
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			<title type="html">Palazzo Apostolico - Diario Vaticano di Paolo Rodari</title>
			<subtitle type="html">Diario Vaticano di Paolo Rodari - Vatican Blog</subtitle>
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		<title type="html">Siri e la libertà religiosa</title>
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		<updated>2012-02-04T08:12:43+00:00</updated>
		<content type="html">&lt;p&gt;&lt;a href=&quot;http://2.andreatornielli.it/?attachment_id=3596&quot; rel=&quot;attachment wp-att-3596&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://2.andreatornielli.it/wp-content/uploads/2012/02/Giuseppe-Siri-Conclave-1958-221x300.jpg&quot; alt=&quot;&quot; title=&quot;Giuseppe-Siri-Conclave-1958&quot; width=&quot;221&quot; height=&quot;300&quot; class=&quot;alignleft size-medium wp-image-3596&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Come sapete, uno dei punti più contestati del Concilio Vaticano II da parte della Fraternità San Pio X e anche da molti tradizionalisti, è la dichiarazione &amp;#8220;Dignitatis humanae&amp;#8221; sulla libertà religiosa. &lt;strong&gt;Vi propongo a questo proposito un illuminante passo del cardinale Giuseppe Siri&lt;/strong&gt;, del 31 dicembre 1965. E&amp;#8217; un esempio di quell&amp;#8217;ermeneutica della riforma nella continuità della quale avrebbe parlato esattamente quarant&amp;#8217;anni dopo Benedetto XVI.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;#8220;E&amp;#8217; sembrato a qualcuno che &lt;strong&gt;fosse sproporzionato l&amp;#8217;ansito per la difesa della libertà&lt;/strong&gt; (c&amp;#8217;è in proposito un&amp;#8217;intera dichiarazione), e perfino pericolosa la fermezza del suo riconoscimento. Ma il timore aveva per origine una dimenticanza: &lt;strong&gt;nulla rimane umano se non rimane la giusta libertà, come la storia comprova&lt;/strong&gt;; si è parlato di libertà giusta, quella che sgorga dalla natura e non è mai dimenticata nell&amp;#8217;ordine voluto da Dio. Il Concilio di Trento aveva difeso l&amp;#8217;uomo contro l&amp;#8217;attentato di una ideologia negatrice sul piano teoretico; il Concilio Vaticano II ha difeso l&amp;#8217;uomo contro le aberranti e copiose lesioni della sua libertà, cioè ha difeso nella sua umanità&amp;#8221;. &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;#8220;La tirannia, in qualunque modo effettuata, è come la faccia della notte e tutte le tirannie hanno &amp;#8211; da qualunque processo sorgano- un fondo sempre e sostanzialmente identico; &lt;strong&gt;la libertà vera e giusta è come la faccia del giorno&lt;/strong&gt; e tutte le giuste libertà, in qualunque modo si affermino, hanno sempre la stessa sostanziale fisionomia. Certe insistenze, certe ripetizioni, certe apparenti lungaggini del Concilio nel difendere dai molti attentatori l&amp;#8217;onesta libertà degli uomini, possono esser state nei singoli persin testardagine, &lt;strong&gt;ma nel Concilio sono diventati soltanto e purissimamente l&amp;#8217;espressione del volto della Chiesa, non solo divino, ma anche profondamente umano&lt;/strong&gt;&amp;#8220;.&lt;/p&gt;</content>
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			<subtitle type="html">Sacri Palazzi - Il blog di Andrea Tornielli</subtitle>
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			<updated>2012-02-04T17:00:27+00:00</updated>
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		<title type="html">Se Napoli provasse a essere «normale» non sarebbe più grigia o noiosa</title>
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		<updated>2012-02-03T23:00:00+00:00</updated>
		<content type="html">Quando scattò l’obbligo delle cinture per i passeggeri a bordo delle auto, e a Napoli apparvero le magliette con il disegno che le ritraeva, una risata quasi seppellì il raggiro; perché sì, ancora una volta le regole venivano infrante, ma vuoi mettere lo stile, la fantasia e quello spirito «tutto napoletano» non solo di farla franca, ma di prendersi beffe della legge... A Napoli l’unica merce che trova sempre mercato è il grottesco, con variazioni che vanno quasi indifferentemente dal tragico al comico. E del resto, la vita della città non è stata costantemente – e spesso ingenerosamente – rappresentata come un un palcoscenico a cielo aperto? A metterla su questo piano, altro ricco, e per certi versi imperdibile, materiale viene dal blitz contro i falsi invalidi nel quartiere di Poggioreale: trantadue arresti – ultima &amp;quot;tranche&amp;quot; di un blocco di oltre duecento – ma al di là dei numeri, un’operazione che richiama quello spirito di cui si diceva. Dei trentadue arresti – finti ciechi, falsi cardiopatici, pensionati con documentazione &amp;quot;alla bisogna&amp;quot;, e via taroccando – undici abitavano in uno stesso palazzo, una specie di ambulatorio fai-da-te che andava avanti indisturbato da anni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Di fronte a una signora che, pur affetta da gravissime turbe psichiche, riusciva tuttavia a impastare pizze e far da cuoca in un ristorante di famiglia, o a chi la certificata, «totale infermità motoria» non era d’ostacolo per gestire un banco (abusivo) al mercato, rischia ancora una volta di scattare il meccanismo di una certa napoletanità che si fa propedeutica alla legge. Come se Napoli fosse di per sé un’attenuante naturale e scontata; e tanto più per quel genere di reati che chiamano in causa due elementi che, da queste parti, hanno continuato a fronteggiarsi da sempre: la (cosiddetta) furbizia e un’entità, lo Stato che, certo, non lascia trasparire subito il senso istituzionale del bene comune. Quando a Napoli va in scena l’arte di arrangiarsi – è questo l’altro nome della furbizia –, si dà per scontato che a rimetterci debba essere la legge, e di riflesso, anche lo Stato. E se la percezione comune è che non si tratti poi di grandi reati, è perché, bene o male, finisce con lo scattare il meccanismo di una sorta di &amp;quot;scala mobile&amp;quot; della legalità, un valore da sempre considerato fluttuante sul mercato locale. Viene fuori da qui la cifra deformata di un territorio per il quale si accetta una giustizia tarata su parametri diversi, che quasi non prende in considerazione il reato ai suoi primi livelli, e lascia così crescere – anche sotto il profilo culturale – l’area di un’impunità nella quale la camorra comincia a farla da padrone.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Troppe volte a Napoli è accaduto, suo malgrado, di vedersi derubricare un certo genere di reati in puro e semplice «colore» locale: l’«ammirazione» per le doti di inventiva e fantasia ha finito per stemperare di molto ogni eventuale condanna. La città ne ha preso atto e ha continuato a coltivare a suo modo quest’area di illegalità di superficie. Se quando si parla dei «grandi mali» di Napoli si partisse proprio da questo tipo di superficie, forse cambierebbe finalmente qualcosa. Certo, nell’immaginario collettivo Napoli potrà diventare una città più grigia e più opaca, e non verranno subito in mente i tanti (troppi) luoghi comuni – insieme alla pizza, alla chitarra e al mandolino – che ne hanno segnato il cammino. Ma vuoi mettere, la novità, anzi l’ebbrezza di una Napoli capace di diventare una città normale e soprattutto, di essere percepita come tale? In fondo è questa la grande sfida che, da sempre, sta di fronte a una metropoli alla quale non mancano le risorse per imporre la propria unicità e la propria grandezza su altri versanti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il Giubileo della Chiesa locale, appena concluso, ha passato in rassegna, uno dopo l’altro, e in modo attento e profondo, i capitoli davvero importanti attraverso i quali Napoli ha costruito la sua singolarissima storia. È stato, come ogni grande evento di fede, l’occasione per guardare in faccia senza reticenze, ma con motivata speranza nel futuro una realtà alla quale, più che la tavolozza del &amp;quot;colore&amp;quot;, occorre un rinnovato richiamo alla responsabilità. E al valore – questo sì non soggetto a variabili di mercato – del bene comune. Contro il quale, anche a Napoli, non possono esistere furbizie, ma solo reati.</content>
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		<title type="html">Non c'è tempo da perdere</title>
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		<updated>2012-02-03T23:00:00+00:00</updated>
		<content type="html">Secondo le Nazioni Unite, la famigerata carestia che ha afflitto per lunghi mesi la Somalia sarebbe tecnicamente finita con l’arrivo delle piogge. Un annuncio che va decisamente preso con beneficio d’inventario. Anche perché, nonostante i discutibili – e, difatti, discussi – criteri di valutazione del Palazzo di Vetro, da quelle parti, nel lembo estremo del Corno d’Africa, circa un terzo della popolazione ha ancora bisogno degli aiuti di emergenza. Ma per comprendere meglio la materia di cui stiamo parlando è bene ricordare che l’Onu dichiara lo «stato di carestia» quando in una determinata area di crisi un bambino su tre è malnutrito e, ogni giorno, un bambino su 2.500 muore per fame. Dato che è molto difficile monitorare ciò che realmente accade sul campo, questo genere di emergenze viene dichiarato con molta cautela. Nel caso della Somalia non accadeva dal 1992. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;D’altronde, anche le stesse agenzie umanitarie ritengono che bisognerà aspettare almeno tre mesi perché i temporali possano davvero concedere tregua a uno dei territori più torridi del nostro pianeta. Tuttavia, ammesso che l’acqua torni a bagnare la Somalia, il futuro rimane decisamente incerto. Anzitutto perché bisognerà vedere quali orientamenti verranno adottati dalla comunità internazionale per garantire la sopravvivenza della stremata popolazione civile. Secondo alcuni osservatori, con la fine dello «stato di carestia», almeno in parte, verrebbe meno la giustificazione di un intervento militare straniero (come, ad esempio, quello del Kenya), legittimato sul piano del diritto internazionale, dal cosiddetto principio d’ingerenza umanitaria &lt;em&gt;responsibility to protect&lt;/em&gt;). &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Peccato che la Somalia continui a essere quella di sempre: un campo di battaglia. Nel Paese si continua a combattere, perpetuando una crisi militare che sta contaminando i Paesi limitrofi, per il perdurare degli attacchi dei miliziani del gruppo estremista islamico al-Shabaab contro il governo federale di transizione del premier Abdiweli Mohamed Ali. Una speranza reale di cambiamento è legata all’esito della Conferenza di Londra in programma il 23 febbraio, che rappresenta – almeno sulla carta, e speriamo che l’Italia sappia svolgere un degno ruolo – una tappa importante per raccogliere il sostegno della comunità internazionale. &lt;br /&gt;Una cosa è certa: non c’è un minuto da perdere, non foss’altro perché, fino a quando permarrà in Somalia una condizione di totale insicurezza, non sarà possibile creare le condizioni per un reale riscatto del Paese. Come ha rilevato il direttore della Fao, Josè Graziano da Silva, «bisogna mettere la popolazione locale nelle condizioni di rispondere all’emergenza collegando le azioni di soccorso allo sviluppo duraturo». Ed è proprio questa la nota dolente, considerando che le responsabilità, a tale riguardo, sono trasversali e riguardano l’intero consesso delle nazioni. E sì, perché se da una parte è evidente che la Somalia rappresenta la linea di faglia tra opposti interessi geostrategici, legati – almeno in parte – al controllo delle immense fonti energetiche presenti nel sottosuolo (che vanno dal petrolio al gas naturale fino all’uranio), vi sono anche altre negligenze che coinvolgono le classi dirigenti locali (troppo spesso avide di denaro) e di certi grandi benefattori (o presunti tali). &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Da troppi anni a Mogadiscio e dintorni, come anche nel resto del Corno d’Africa, la comunità internazionale anziché promuovere una cooperazione allo sviluppo che tenga conto degli effettivi bisogni del territorio, ha risposto spesso e volentieri alle cicliche calamità climatiche, poco importa che si trattasse di siccità o di inondazioni, promuovendo interventi d’emergenza con modalità che hanno finito per acuire a dismisura la dipendenza delle popolazioni dagli aiuti stranieri. Un’emergenza nell’emergenza, e anche questa non finisce.</content>
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		<title type="html">L'Italia del «Gratta e vinci» e quella del «Leggi e cresci»</title>
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		<updated>2012-02-03T23:00:00+00:00</updated>
		<content type="html">Giochiamo al gioco del paniere. Il paniere Istat, quello che registra l’andamento dei prezzi di alcuni beni di consumo e, di conseguenza, serve a calcolare l’inflazione. Il paniere fotografa, a modo suo, una società. Ecco allora il paniere numero uno: inchiostro nero per scuole, carbon coke, legna secca da ardere, polacchi neri per uomo e ragazzo e soprattutto olio di ricino. In quali anni siamo? Troppo facile: è il 1928, l’esordio del paniere, mentre l’Italia si dondola placida, tra inchiostri e oli, dentro il Ventennio, tra le braccia di un &amp;quot;grande babbo&amp;quot; che si prende cura di noi (l’olio di cui sopra è per i ragazzi con l’intestino pigro e gli adulti irriconoscenti).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Altro paniere: prosciutto, calze di nylon, frigorifero, televisore: facilissimo, sono gli anni del boom, a cavallo tra i Cinquanta e i Sessanta, quando non ci culliamo ma corriamo spensierati verso il benessere, forse, chissà, presumibilmente; ancora resiste, perbacco, la brillantina... E oggi? Il paniere, innanzitutto, ci colloca geograficamente. Abbiamo la grappa ma non la vodka, il tonno ma non l’aringa, la caffettiera ma non la teiera. Siamo decisamente italiani. Da oggi, poi, nel paniere – un paniere gonfio di 1.398 prodotti, quando nel 1928 erano poche decine – entrano almeno due voci che descrivono la complessità contraddittoria dell’Italia di mezzo, che non sa bene se disperarsi o sperare, se scialacquare o investire, se puntare sulla fortuna o sul talento.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il primo sono le «lotterie istantanee». Noi diciamo «Gratta e vinci» ma il burocratese è una neolingua che non può rendersi comprensibile, infatti nel paniere ci sono pure i «giochi a base ippica» (non ittica per ora, ma un domani forse). Già lo sapevamo, perché lo vediamo ogni giorno nei bar e nelle tabaccherie; perché per alcuni, forse purtroppo molti italiani non è un diversivo da pochi euro ma una vera malattia – ludopatia, la sindrome da gioco irrefrenabile che comprende anche le macchinette mangiasoldi, i poker-on-line e altre diavolerie simili – tanto comune da finire dritta dentro il paniere, sì, come nel 1928 l’olio di ricino a cui per certi versi è analoga, nel senso che ti alleggerisce di brutto. Un segno dei tempi: quando dominano insicurezza e paura, quando cultura, talento e professionalità sembrano non bastare a garantire un’esistenza dignitosa a te e alla tua famiglia, è fatale che i tentativi di affidarsi alla botta di fortuna aumentino, come pure i diversivi, le &amp;quot;anestesie&amp;quot; scacciapensieri... e questo appunto può diventare il gioco, una droga, con tanto di dipendenza come effetto collaterale indesiderato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Poi però troviamo pure l’e-book reader, non un gadget elettronico modaiolo – non ci puoi né giocare né chattare – ma uno strumento per archiviare e leggere libri, per semplici appassionati e per bibliomani, un impegno economico in cultura tipico di chi pensa al futuro, è convinto che la conoscenza sia un investimento redditizio, e non si abbandona a malinconia e sconforto. Due indicatori di due Italie che convivono e si mescolano e ci costringono al pensiero complesso. Il paniere è come un lago che riceve acqua da innumerevoli fiumi e torrenti e rivi, come il «Gratta e vinci» e il «Leggi e cresci». Questo siamo noi, oggi, gli italiani del 2012. Ci piaccia o meno.</content>
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		<title type="html">Monotonia, chi l'ha vista?</title>
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		<updated>2012-02-03T23:00:00+00:00</updated>
		<content type="html">Il presidente del Consiglio ha, dunque, affermato che occupare un unico posto di lavoro nell’intera vita lavorativa può essere, in fin dei conti, un po’ monotono (salvo poi correggersi parzialmente). È un concetto condivisibile, nella sua involontaria ironia visti i tempi, ma non particolarmente nuovo: già vent’anni fa c’era chi affermava che alla generazione del &amp;quot;posto fisso&amp;quot; stava subentrando quella del &amp;quot;percorso professionale&amp;quot;. Perché questo possa però passare da una battuta o da un efficace slogan a qualcosa che possa accadere positivamente nella vita delle singole persone occorre che queste siano portatrici di ricche competenze specialistiche. Su queste colonne lo si è sottolineato appena ieri e vorrei tornarci su. Perché senza poter contare su un buon capitale conoscitivo, l’aspirazione massima di un giovane resterà l’assunzione a tempo indeterminato nella pubblica amministrazione. Coloro che si sanno forti e preparati &amp;quot;combattono&amp;quot;, per scelta o per necessità, nel vortice del &amp;quot;mercato del lavoro&amp;quot;, anche con buone opportunità di vittoria; gli altri – più o meno legittimamente – cercano o subiscono coperture politico-sindacali ed entrature, nella migliore delle ipotesi, amicali.
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
Il &amp;quot;percorso professionale&amp;quot; è dunque normalmente intrecciato a quello formativo ed è qui che si avvertono le avvisaglie, ancora allo stato percettivo, di un cambiamento che potrebbe rivelarsi epocale. Un po’ alla grossa – e, dunque, ovviamente, facendo di ogni erba un fascio – la mia esperienza mi porta a considerare che è l’università che oggi veicola una cultura più orientata al &amp;quot;posto fisso&amp;quot;, mentre nella scuola media superiore, e particolarmente in quella a indirizzo tecnico-professionale, appare più facile inoculare nelle persone la voglia di fare e di rischiare. Può sembrare un’eresia ed è ancora una semplice sensazione, assolutamente opinabile, ma anche le difficoltà recentemente incontrate dal governo per l’abolizione del valore legale della laurea sembrerebbero confermarla. Se conta di più il titolo, con la sua forza omogeneizzante verso il basso, rispetto al percorso della persona nella specifica sede universitaria se ne deve dedurre che la responsabilità individuale ha, nella media dei laureati, un peso più basso del necessario nel costruire la propria fortuna. È qui invece che bisogna tornare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Trasmettere una passione, un saper fare, una voglia di sperimentare e di mettersi in gioco, di confrontarsi e di approfondire deve tornare a essere l’oggetto prioritario di ogni attività formativa e, quindi, di ogni rapporto docente-discente. Poco male se questo dovesse realizzarsi più facilmente in una scuola professionale o in un istituto tecnico, favoriti anche dall’avere lì a che fare con ragazzi e ragazze più &amp;quot;affamati&amp;quot; di realizzazione. Quali responsabilità, allora, nel sostenere, come sempre è stato fatto nel mondo di lingua tedesca, le esperienze delle migliori scuole di questo tipo, pubbliche e private, rivitalizzando la loro esperienza anche con il fattivo contributo delle imprese e valorizzandone il modello.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nell’ultima settimana mi è capitato casualmente di incontrare una ventina di trenta-quarantenni diplomati occupati, con diversa responsabilità, in aziende di settori differenti e in varie zone del Paese: qualcuno dopo il diploma ha intrapreso gli studi universitari, non sempre ultimandoli, altri no, ma tutti lavorano con passione e, anche se non parenti dell’imprenditore, coadiuvandone con responsabilità crescenti l’attività. Forse non cambieranno azienda, ma dovendolo (o volendolo) fare non incontrerebbero grandi difficoltà. E la monotonia non sanno cos’è. Almeno nel lavoro.</content>
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		<title type="html">Hacker all’attacco del blog. Fellay dice no</title>
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		<updated>2012-02-03T14:31:01+00:00</updated>
		<content type="html">&lt;p&gt;&lt;a href=&quot;http://2.andreatornielli.it/?attachment_id=3573&quot; rel=&quot;attachment wp-att-3573&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://2.andreatornielli.it/wp-content/uploads/2012/02/fotoFellay-300x200.jpg&quot; alt=&quot;&quot; title=&quot;fotoFellay&quot; width=&quot;300&quot; height=&quot;200&quot; class=&quot;alignleft size-medium wp-image-3573&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Cari amici da ieri sera il blog è stato sotto attacco: qualcuno è entrato ed è riuscito a introdurre un virus che ha bloccato tutto fino a ora. Ringrazio i bravi tecnici di Byweb per aver risolto il problema. Non era mai accaduto e spero proprio che non si tratti di un piccolo avvertimento legato ad articoli che ho scritto negli ultimi giorni su &lt;em&gt;Vatican Insider&lt;/em&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Mi scuso per la breve parentesi autoreferenziale, ma dovevo spiegare qualcosa sui problemi di funzionamento del blog. &lt;a href=&quot;http://vaticaninsider.lastampa.it/homepage/vaticano/dettaglio-articolo/articolo/lefebvriani-lefebvrians-lefebvrianos-vaticano-vatican-12285/&quot;&gt;La notizia, che potete leggere su &lt;strong&gt;Vatican Insider&lt;/strong&gt;, a firma di Alessandro Speciale&lt;/a&gt;, riguarda le parole pronunciate da mons. Bernard Fellay in una omelia tenuta nel seminario tradizionalista San Tommaso d&amp;#8217;Aquino a Winona, Minnesota, negli Stati Uniti. Il superiore ha detto che &lt;strong&gt;la Società Sacerdotale San Pio X “è obbligata a dire no” alla proposta di riconciliazione arrivata dal Vaticano.&lt;/strong&gt; L&amp;#8217;omelia è stata pubblicata sul sito del seminario.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Mons. Fellay spiega ai suoi confratelli che &lt;strong&gt;la Santa Sede “ha accettato tutte le nostre richieste” dal punto di vista organizzativo e pratico&lt;/strong&gt;, migliorando l&amp;#8217;offerta fatta il 14 settembre scorso, ma che rimane ancora una distanza profonda dal punto di vista dottrinale. La Pontificia Commissione Ecclesia Dei, incaricata dei rapporti con i gruppi tradizionalisti, secondo Fellay, chiede ai lefebvriani di accettare che &lt;strong&gt;“i punti controversi del Concilio (Vaticano II, ndr) – punti ambigui, su cui c&amp;#8217;è contrasto – come l&amp;#8217;ecumenismo e la libertà religiosa, devono essere letti in coerenza con la dottrina perpetua della Chiesa&lt;/strong&gt;. Se quindi c&amp;#8217;è qualcosa di ambiguo nel Concilio, dovete leggerlo come la Chiesa l&amp;#8217;ha sempre insegnato nel corso della storia”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il problema, per il superiore lefebvriano, è che come esempio di continuità tra la dottrina tradizionale della Chiesa e gli insegnamenti del Concilio il Vaticano presenta proprio le questioni dell&amp;#8217;ecumenismo e della libertà religiosa &lt;strong&gt;“così come vengono intepretati dal Catechismo della Chiesa cattolica, che sono esattamente i punti che noi rimproveriamo al Concilio”&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;“Penso che non ci potrebbe più confusione di così”, commenta il leader tradizionalista, che ironizza sul fatto che le parole “tradizione” e “coerenza” abbiano un significato per la gerarchia cattolica rispetto a quello loro attribuito da lefebvriani. &lt;strong&gt;“E&amp;#8217; per questo – tira le somme Fellay – che siamo obbligati a dire. Non firmeremo. Siamo d&amp;#8217;accordo sul principio ma vediamo che le conclusioni sono opposte”&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La risposta lefebvriana è già stata inviata a Roma ed è ora all&amp;#8217;esame della Commissione Ecclesia Dei: “Ci stanno ancora riflettendo, il che vuol dire che probabilmente sono imbarazzati”, commenta il superiore tradizionalista. “&lt;strong&gt;Abbiamo detto loro molto chiaramente – conclude – se ci accettate così come siamo, senza cambiamenti&lt;/strong&gt;, senza costringerci ad accettare queste cose, siamo pronte. Ma se volete farci accettare queste cose, allora non lo siamo”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Queste parole chiarissime attestano, a mio modesto avviso, tre cose:&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;1) La Fraternità ha avanzato richieste, ha ottenuto ciò che chiedeva (liberalizzazione della messa antica, revocamosso fatto neanche mezzo passo nella direzione delle richieste della Santa Sede, chiedendo invece che la Santa Sede di fatto &lt;strong&gt;misconoscesse il Concilio Vaticano II&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;2) E&amp;#8217; evidente che questa risposta, anche se Fellay non la ritiene affatto conclusiva, segna la vittoria dell&amp;#8217;ala dura dei lefebvriani, &lt;strong&gt;contrari fin dall&amp;#8217;inizio &lt;/strong&gt;a qualsiasi accordo con Roma.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;3) Il Papa dovrà ora decidere il da farsi: va ricordato che, anche se le scomuniche ai vescovi ordinati da mons. Lefebvre senza il mandato pontificio sono state tolte, &lt;strong&gt;il clero della Fraternità San Pio X permane in una posizione canonicamente irregolare&lt;/strong&gt;, di sospensione a divinis. Vedremo che cosa accadrà. Di fronte a una risposta negativa, la Santa Sede potrebbe prendere atto del fallimento dei colloqui, ma non è detto che non vengano messi in atto ulteriori tentativi.&lt;/p&gt;</content>
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			<title type="html">Andrea Tornielli</title>
			<subtitle type="html">Sacri Palazzi - Il blog di Andrea Tornielli</subtitle>
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			<updated>2012-02-04T17:00:27+00:00</updated>
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		<title type="html">Parlano di lui</title>
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		<updated>2012-02-03T12:38:04+00:00</updated>
		<content type="html">&lt;p&gt;Oggi un po&amp;#8217; di battage su L&amp;#8217;ultimo esorcista. C&amp;#8217;è &lt;strong&gt;&lt;a href=&quot;http://www.liberoquotidiano.it/news/925386/Ho-combattuto-il-diavolo-nel-corpo-di-un-contadino.html&quot;&gt;Libero&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt; che fa un pezzo molto ampio sul primo esorcismo compiuto da padre Amorth.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Poi ci sono un po&amp;#8217; di pezzi internazionali: &lt;strong&gt;&lt;a href=&quot;http://www.heraldsun.com.au/news/breaking-news/pope-chased-demons-from-st-peters/story-e6frf7jx-1226261434032&quot;&gt;Herald Sun&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;, &lt;strong&gt;&lt;a href=&quot;http://www.welt.de/vermischtes/article13848859/Papst-soll-zwei-Maennern-Teufel-ausgetrieben-haben.html&quot;&gt;Welt&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;, &lt;strong&gt;&lt;a href=&quot;http://www.focus.de/panorama/vermischtes/der-letzte-exorzist-papst-benedikt-xvi-soll-teufel-ausgetrieben-haben_aid_710037.html&quot;&gt;Focus&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;, &lt;strong&gt;&lt;a href=&quot;http://www.wochenblatt.de/nachrichten/altoetting/ueberregionales/Papst-Benedikt-Exorzist;art5572,92610&quot;&gt;Wochenblatt&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;, &lt;strong&gt;&lt;a href=&quot;http://www.kath.net/detail.php?id=35031&quot;&gt;Kath.net&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;, più altri in lingua portoghese e olandese.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;code&gt;Pubblicato su palazzoapostolico.it venerdì 3 febbraio 2012&lt;/code&gt;&lt;/p&gt;
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			<title type="html">Palazzo Apostolico - Diario Vaticano di Paolo Rodari</title>
			<subtitle type="html">Diario Vaticano di Paolo Rodari - Vatican Blog</subtitle>
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			<updated>2012-02-05T23:00:20+00:00</updated>
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		<title type="html">No a risposte banali</title>
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		<updated>2012-02-03T08:20:54+00:00</updated>
		<content type="html">&lt;p align=&quot;left&quot;&gt;&lt;a href=&quot;http://spazioblog.progettoculturale.it/wp-content/uploads/2012/02/logo-gesu-nostro-contemporaneo.jpg&quot; title=&quot;logo-gesu-nostro-contemporaneo.jpg&quot;&gt;&lt;img align=&quot;right&quot; width=&quot;330&quot; src=&quot;http://spazioblog.progettoculturale.it/wp-content/uploads/2012/02/logo-gesu-nostro-contemporaneo.jpg&quot; alt=&quot;logo-gesu-nostro-contemporaneo.jpg&quot; height=&quot;183&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Giovani e Gesù: si parla sempre più spesso del rapporto tra Gesù e le nuove generazioni, tema reso attuale dai continui riferimenti di Benedetto XVI, contenuti nel suo Magistero. La questione sarà prossimamente dibattuta anche nel corso dell’evento internazionale “Gesù nostro contemporaneo” che si terrà dal 9 all&amp;#8217;11 febbraio 2012 a Roma, per iniziativa del Comitato Cei per il progetto culturale. Il programma, infatti, prevede per venerdì 10 febbraio (ore 17) una “Conversazione” con Roberto Vecchioni, Armando Matteo, Alessandro D’Avenia, su “I giovani e Gesù”. In vista di questo evento il SIR ha incontrato padre &lt;strong&gt;Michele Pischedda&lt;/strong&gt;, assistente nazionale della Fuci (Federazione universitaria cattolica italiana) che, nei giorni scorsi a Cesena, ha parlato su “Giovani e Dio: quale legame?”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Chi è Gesù per i giovani d’oggi? &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;left&quot;&gt;“Generalmente per i giovani Gesù è qualcuno di particolarmente interessante, è una figura che li affascina, ma anche non sempre ben conosciuto, del quale si sa poco. Domina tra le nuove generazioni un approccio superficiale basato sul ‘sentito dire’, ma difficilmente si ha il coraggio di conoscerlo attraverso la lettura della Parola di Dio o la lettura dei Vangeli, o anche attraverso il dialogo con gli adulti o con i coetanei, persone con le quali potersi confrontare su quella che è l’esperienza straordinaria dell’incontro con il Signore. In generale il mondo giovanile oggi si trova ad essere in grande difficoltà nel rapporto con Dio. Un Dio che d’altro canto non è neanche sufficientemente annunciato attraverso una vita che testimoni il Vangelo. I giovani infatti non vogliono risposte banali. Vogliono che chi annuncia, chi testimonia con la propria vita sia coerente con quanto afferma e al limite anche con una dimensione di umiltà che può essere effettivamente un modo di vivere la fedeltà a Cristo e al Vangelo”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Cosa influenza il rapporto tra le giovani generazioni e Gesù? &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;left&quot;&gt;“In questo ambito una grande responsabilità hanno i mezzi di comunicazione come internet o i social network. È innegabile che questo modello di comunicazione influenzi il modo di rapportarsi al vissuto religioso o al tema inerente il rapporto personale con Dio che ne esce così modificato. Il più delle volte i giovani vivono un’esperienza di immediatezza. Se nel 1600 Ugo Grozio sosteneva che si doveva vivere come se Dio non ci fosse, oggi si sperimenta un versante nuovo: l’indifferenza delle nuove generazioni nei suoi confronti. Non c’è più una negazione ma un tasso di indifferenza nei confronti di un Dio che effettivamente si fa fatica a riconoscere perché non si hanno più le coordinate per comprendere quello che ci dice. E se si perdono punti di riferimento importanti è più difficile interrogarsi sulla figura di Gesù”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Cosa significa “credere” per le nuove generazioni? &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;left&quot;&gt;“Per la maggior parte dei giovani dire di essere credenti non significa ancora affidarsi al Dio di Gesù Cristo. Significa interrogarsi semmai. I più credono che esista qualcuno ma questo non è ancora fare il passo verso il Dio di Gesù Cristo. In Italia essere cattolico in molti casi rappresenta solo un dato anagrafico, come a dire ‘sono stato battezzato e, quindi, sono cattolico’. Ma così non basta”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Quanto i giovani sono consapevoli del dato storico di Cristo, del suo carattere di persona reale, o quanto lo associano solamente alla Chiesa? &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;left&quot;&gt;“Questo dipende molto dal tipo di formazione che hanno ricevuto e anche dalle occasioni che hanno avuto. Non mancano oggi indagini serie sulla figura del Gesù storico. È anche vero che a volte i giovani non hanno neanche lo spazio per potersi documentare profondamente. Forse da questo punto di vista sono occasioni molto favorevoli e importanti quelle che vengono proposte loro dalla realtà che li circonda. Penso, per esempio, alle tante Chiese locali e al loro forte impegno attraverso incontri di catechesi. Ma non soltanto. Come non ricordare il grande sforzo compiuto dai pastori durante la Giornata mondiale della gioventù a Madrid. Come non pensare a quanto Benedetto XVI ha annunciato invitando i giovani veramente a vivere questo rapporto con Cristo perché possano crescere in quello che è un rapporto pieno ed essenziale. Lo stesso Pontefice ha dedicato ben due libri (‘Gesù di Nazaret’ e ‘Gesù di Nazaret. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla Risurrezione’) per presentare la figura di Gesù perché evidentemente sentiva questo argomento molto importante, anche per le nuove generazioni”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Cosa può trovare nella figura di Gesù un giovane d’oggi? &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;left&quot;&gt;“Se ha l’umiltà di mettersi in rapporto con Lui, potrà chiaramente trovare la pienezza di vita e non certo la limitatezza e la pochezza. Troverà dunque quello che è il suo realizzarsi come persona perché Gesù non vuole altro che la nostra felicità e che il suo progetto d’amore su di noi possa realizzarsi. Per dirla con una battuta: con Lui tutto si guadagna e nulla si perde”.&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;left&quot;&gt;Michela Mosconi – &lt;em&gt;Sir&lt;/em&gt;, 3 febbraio 2012&lt;/p&gt;</content>
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			<name>Nella piazza</name>
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			<title type="html">Nella Piazza</title>
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			<updated>2012-02-06T09:00:03+00:00</updated>
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		<title type="html">Satana dal Papa. Ecco cosa accadde</title>
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		<updated>2012-02-02T23:40:22+00:00</updated>
		<content type="html">&lt;p&gt;&lt;a href=&quot;http://www.paolorodari.com/wp-content/uploads/2012/02/Dm6hSRLwL9cv_s4.jpg&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.paolorodari.com/wp-content/uploads/2012/02/Dm6hSRLwL9cv_s4.jpg&quot; alt=&quot;&quot; title=&quot;&quot; width=&quot;151&quot; height=&quot;264&quot; class=&quot;alignright size-full wp-image-6019&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;Nel mio libro con padre Amorth, &amp;#8220;L&amp;#8217;ultimo esorcista&amp;#8221;, viene descritto un incontro più o meno ravvicinato tra Benedetto XVI e due posseduti. Poiché ieri diversi media, soprattutto internazionali, hanno travisato il testo facendo divenire questo fatto (che resta nell&amp;#8217;ordine della straordinarietà) come un esorcismo compiuto dal Papa, riporto interamente la parte del libro che ne parla, a beneficio di tutti. E&amp;#8217; padre Amorth a parlare. Buona lettura.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Fa caldo in piazza San Pietro. La primavera è oramai inoltrata. Il sole picchia sulla piazza dove una folla di fedeli aspetta il Papa. È mercoledì, il giorno dell’udienza generale. I fedeli sono arrivati da tutto il mondo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Dal fondo della piazza entra un gruppetto di quattro persone. Due donne e due giovani uomini. Le donne sono due mie assistenti. Mi aiutano durante gli esorcismi, pregano per me e per i posseduti e assistono per quanto è loro possibile i posseduti nel loro lungo e difficile percorso di liberazione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I due giovani uomini sono due posseduti. Nessuno lo sa. Lo sanno soltanto loro e le due donne che li «scortano».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Quel mercoledì le donne decidono di portare i due all’udienza del Papa perché pensano che potrebbero trarne giovamento. Non è un mistero che molti gesti e parole del Papa facciano imbestialire Satana. Non è un mistero che anche la sola presenza del Papa inquieti e in qualche modo aiuti i posseduti nella loro battaglia contro colui che li possiede.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I quattro si avvicinano verso le transenne in prossimità del palco da dove Benedetto XVI di lì a poco è chiamato a parlare. Le guardie svizzere li fermano. Non hanno i biglietti per proseguire oltre. Le due donne insistono. È importante per loro riuscire a portare i due posseduti il più possibile vicino al Papa. &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Le guardie svizzere non ammettono deroghe e intimano loro di allontanarsi. Così una delle due donne fa finta di sentirsi male. La sceneggiata ottiene un risultato. I quattro vengono fatti accomodare oltre le transenne, nei posti riservati ai disabili. «Avete visto, Giovanni e Marco?» chiedono le due donne ai due posseduti. «Ce l’abbiamo fatta. Tra poco arriverà il Papa e noi siamo qui vicini a lui». I due non parlano. Sono stranamente silenziosi. È come se coloro che li possiedono (si tratta di due demoni diversi) stiano cominciando a capire chi di lì a poco arriverà in piazza.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Suonano le 10. Dall’arco delle campane, il portone a fianco della basilica vaticana, esce una jeep bianca. Sopra tre uomini. Un guidatore, il Papa in piedi e, seduto al suo fianco, il suo segretario particolare monsignor Georg Gänswein. Le due donne si girano verso Giovanni e Marco. Istintivamente li sorreggono con le braccia. I due, infatti, iniziano ad avere comportamenti strani. Giovanni trema e batte i denti. Le due donne capiscono che qualcuno sta cominciando ad agire nel corpo di Giovanni e di Marco. Qualcuno che col passare dei minuti si mostra sempre più agitato. «Giovanni, mantieni il controllo di te stesso» dice una delle due donne. «Non farti sopraffare. Reagisci. Mantieni il controllo».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L’altra donna dice le stesse parole a Marco. Giovanni non sembra ascoltare le parole della donna. Salvo, d’improvviso, girarsi e dirle con voce lenta e che sembra venire da non si sa quale mondo: «Io non sono Giovanni».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La donna non dice più nulla. Sa che con il diavolo solo un esorcista può parlare. Se lei lo facesse sarebbe molto rischioso. Così rimane in silenzio e si limita a sostenere il corpo di Giovanni, ora completamente in mano al demonio. La jeep gira per tutta la piazza. I due posseduti si piegano per terra. Battono la testa per terra. Le guardie svizzere li osservano ma non intervengono. Sono forse abituate a scene del genere? Forse sì. Forse altre volte hanno assistito alle reazioni dei posseduti innanzi al Papa. La jeep compie un lungo percorso. Poi arriva in cima alla piazza, a pochi metri dal portone della basilica vaticana.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il Papa scende dall’auto e saluta le persone poste nelle prime file. Giovanni e Marco, insieme, iniziano a ululare. Sdraiati per terra ululano. Ululano fortissimo. «Santità, santità, siamo qui!» urla al Papa una delle due donne cercando di attirare la sua attenzione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Benedetto XVI si gira ma non si avvicina. Vede le due donne e vede i due giovani uomini per terra che urlano, sbavano, tremano, danno in escandescenze. Vede lo sguardo d’odio dei due uomini. Uno sguardo diretto contro di lui. Il Papa non si scompone. Guarda da lontano. Alza un braccio e benedice i quattro. Per i due posseduti è una scossa furente. Una frustata assestata su tutto il corpo. Tanto che cadono 3 metri indietro, sbattuti per terra.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Adesso non urlano più. Ma piangono, piangono, piangono. Gemono per tutta l’udienza. Quando poi il Papa se ne va, rientrano in se stessi. Tornano se stessi. E non ricordano nulla.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Benedetto XVI è temutissimo da Satana. Le sue messe, le sue benedizioni, le sue parole sono come dei potenti esorcismi. Non credo che Benedetto XVI compia esorcismi. O almeno la cosa non mi risulta. Credo tuttavia che tutto il suo pontificato sia un grande esorcismo contro Satana. Efficace. Potente. Un grande esorcismo che molto dovrebbe insegnare ai vescovi e ai cardinali che non credono: costoro comunque dovranno rispondere della loro incredulità.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Non credere e soprattutto non nominare esorcisti laddove ce ne è esplicito bisogno è, a mio avviso, un peccato grave, un peccato mortale. Il modo con cui Benedetto XVI vive la liturgia. Il suo rispetto delle regole. Il suo rigore. La sua postura sono effi cacissimi contro Satana.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La liturgia celebrata dal Pontefice è potente. Satana è ferito ogni volta che il Papa celebra l’eucaristia. Satana molto ha temuto l’elezione di Ratzinger al soglio di Pietro. Perché vedeva in lui la continuazione della grande battaglia che contro di lui ha fatto per ventisei anni e mezzo il suo predecessore, Giovanni Paolo II. Il Papa che, lui sì, faceva esorcismi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;code&gt;Pubblicato su palazzoapostolico.it venerdì 3 febbraio 2012&lt;/code&gt;&lt;/p&gt;
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			<title type="html">Palazzo Apostolico - Diario Vaticano di Paolo Rodari</title>
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		<title type="html">Giudizio è responsabilità (ma la «selva di spade» no, grazie)</title>
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		<updated>2012-02-02T23:00:00+00:00</updated>
		<content type="html">Chi sbaglia paga, è un principio sacrosanto. Tutti i giorni lo applichiamo, quando c’è da stabilire dov’è la ragione e dov’è il torto, dov’è la colpa e dov’è il danno. I tribunali ci sono per questo, appunto per giudicare, riparare, risarcire, far pagare gli sbagli, com’è giusto che sia. Ma quando a sbagliare sono loro, sono i giudici, e fanno danno proprio col loro mestiere, devono rispondere o no? Certo che sì, certo che devono rispondere. E non c’è nessun problema, nessuno dico, di fronte a una condotta infedele, a una ipotesi accertata di dolo, di colpa grave, di negligenza inescusabile.&lt;br /&gt;Il problema nasce però, in modo immanente, quando si accusa un giudice di avere «sbagliato il giudizio». Giudicare, lo sappiamo, è attività umana, e gli uomini possono sbagliare, e il loro sbaglio far danno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Proprio per rimediare agli errori delle sentenze ci sono i gradi di Appello e di Cassazione. Peraltro l’attività non cambia natura, al cambiare del grado: sempre giudizi umani sono. E sul piano dell’assoluto nessuno può dire in anticipo se una sentenza ribaltata è una correzione o un guasto. Chi vuole &amp;quot;giudicare un giudice&amp;quot; per dire che la sua decisione è sbagliata, e fargliela pagare, deve sapere che fatalmente questo giudizio di colpa è rimesso a un altro giudice, che potrà essere accusato di sbaglio colpevole, e sottoposto a sua volta eccetera. Una selva di spade.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Credo sia questa la ragione per cui, dopo il referendum del 1987, fu introdotto un sistema che affermò la responsabilità dei giudici per dolo o colpa grave o diniego di giustizia (cioè grave negligenza), e stabilì il diritto al risarcimento del danno. Ma nei confronti dello Stato, prima. Con una sorta di &amp;quot;presa diretta&amp;quot; tra la funzione giudicante e lo Stato, che fronteggiava direttamente la pretesa di chi avesse patito danno per quelle colpe. Poi, una volta soddisfatta la parte offesa, se la vedeva internamente col giudice responsabile, falciandogli lo stipendio. È la legge n. 117 del 1988.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ieri la Camera dei deputati, mentre discuteva la legge comunitaria, ha votato un emendamento che introduce la responsabilità dei giudici in modo da inchiodarli direttamente e personalmente al risarcimento, e non più dietro lo scudo dello Stato. È un segnale che impensierisce, per il suo aspetto emotivamente collerico. Il proponente dice che è per giustizia, ma sotto c’è una venatura di ostilità. In astratto può essere giusto che per quel tipo di errori (dolo, colpa grave, diniego di giustizia) i giudici paghino in diretta; ma non è questo il punto, idoneo soltanto a spostare il problema nel campo assicurativo, dove una polizza collettiva acconcia non costerebbe che qualche spicciolo quotidiano, meno di un caffè. Il punto è in un’altra variante introdotta: il giudice pagherebbe per i casi di «violazione manifesta del diritto». Che saggio e virtuoso principio, che non fa una piega, o meglio non la farebbe se il giudicare fosse simile a un compito di geometria.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In realtà, l’esperienza giurisprudenziale si orienta con la bussola intepretativa sempre accesa, attenta al lessico delle norme (spesso caotico), al senso (spesso ambiguo), ai principi ispiratori dell’ordinamento (cui restare fedeli), alla inesauribile varietà delle fattispecie vissute. Naturalmente ciò richiede onestà intellettuale, fedeltà al principio di sottomissione alla legge, ma anche il coraggio di una libertà interiore, sciolta da tentazioni personalistiche, come pure da omologazioni preventive. È un tema da ridiscutere a fondo, da non sciupare.</content>
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		<title type="html">Finanziamenti ai partiti: svolta decente in tempi decenti</title>
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		<updated>2012-02-02T23:00:00+00:00</updated>
		<content type="html">Il caso dell’amministratore di un partito disciolto (la Margherita) che ha confessato di aver distolto ingenti capitali, quale che sia l’esito giudiziario di una vicenda che presenta aspetti confusi e tuttora oscuri, impone una riflessione severa sulla situazione dei partiti, la cui evidente crisi di rappresentatività e di funzione ha raggiunto ormai limiti inaccettabili. Secondo la Costituzione «tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Siccome a ogni diritto corrisponde un dovere, al diritto dei cittadini corrisponde l’obbligo per i partiti di organizzarsi secondo il «metodo democratico», il che implica anche l’esigenza di finanziasi in modo trasparente e controllabile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quanto le due questioni siano connesse appare evidente, perché un’effettiva dialettica democratica rende difficile una raccolta e un uso improprio delle risorse e una gestione corretta delle risorse impedisce che blocchi di potere interni, controllando le risorse, diventino irremovibili paralizzando la democrazia. L’autoriforma dei partiti è da tempo un’esigenza avvertita dall’opinione pubblica e dall’elettorato, che votando a maggioranza per l’abolizione del finanziamento pubblici aveva dato un segnale inequivoco. Invece, la proibizione è stata aggirata con l’introduzione dei cosiddetti rimborsi elettorali, mentre la vita dei partiti ha preso ad avvitarsi sempre più in una logica di centralizzazione e secessionismo. Alla fine la stessa funzione specifica dei partiti – assicurare l’indirizzo politico del Paese (dal governo) e l’alternativa (dall’opposizione) – è entrata pesantemente in crisi. Sino a venire sostanzialmente meno. Così, dopo quella che è stata chiamata sarcasticamente la &amp;quot;partitocrazia senza partiti&amp;quot; si è arrivati al &amp;quot;governo fuori dai partiti&amp;quot;, vista la paralisi cui era giunta la maggioranza di centrodestra e l’incapacità delle due diverse opposizioni di fornire una soluzione di ricambio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Chi crede – e noi siamo tra questi – che i partiti restino, comunque, una risorsa indispensabile per una democrazia, che negare una qualche forma di sostegno pubblico all’attività politica la riserverebbe a ceti abbienti o a poteri non elettivi, non può rassegnarsi al loro declino inesorabile. Naturalmente spetta ai partiti stessi intervenire imponendo e imponendosi, per legge, norme serie e severe. Servono regole minime ma stringenti, che senza pretendere di interferire sulle scelte proprie di ogni forza politica della forma-partito che intendono realizzare, garantiscano il diritto del cittadino a concorrere alla formazione della volontà politica in condizioni di parità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Qualche partito ha già annunciato proposte, qualcuno dice che vanno addirittura approvate in una settimana. Non si pretende tanto: si rifletta e si cerchi il massimo consenso parlamentare, ma si arrivi in tempi decenti a una soluzione decente, nell’interesse stesso dei partiti e di una dialettica democratica degna di questo nome. Altrimenti il solco già grande che separa la politica e i suoi strumenti dal comune sentire si allargherà fino a diventare davvero irrimediabile. Il che, complice una situazione economica e sociale assai critica, rischierebbe di aprire il passo ad avventure di ogni genere.</content>
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		<title type="html">Neve, dolce casa</title>
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		<updated>2012-02-02T23:00:00+00:00</updated>
		<content type="html">Mentre si parla di treni bloccati, di stadi da spalare, di strade infide, molti dei nostri bambini sono a casa, bloccati dalla neve. E le case diventano per un po’ dei luoghi &amp;quot;strani&amp;quot;, paradossalmente. Quasi con una presenza ingombrante. Con gli spalaneve e con gli eserciti dei volontari si mobilita pure un esercito di altri volontari per fare fronte a questa &amp;quot;emergenza casa&amp;quot;. E un nugolo di nonne, suocere, cognati, parenti più o meno stretti si mobilita per soccorrere le mamme lavoratrici in difficoltà e i padri già abbastanza nervosi per i parabrezza ghiacciati, i marciapiedi infidi, i colleghi che non si presentano o i treni in ritardo. Le case per questi nostri figli che guardano fuori i fiocchi cadere e cadere e cadere tornano ad essere più del solito nido e rifugio. Per qualche giorno sono luoghi da cui non esser buttati fuori a forza come quasi tutte le mattine con pesanti zaini sulle spalle contro la città che urla di traffico e inghiottisce gli ultimi dolci veli del sogno. Le case da cui troppo spesso si fugge per andare a scuola, a sport, a inglese, a feste, al cinema, in vacanza, a fare un giro etc. etc. si chiudono in un abbraccio strano, soffice e ovattato. I cortili o i prati che si trovano a tiro diventano piste o campi di battaglia per le palle di neve. I piccoli e i ragazzini si inzuppano felicemente, anche se poi le madri non sono troppo felici di quei panni zuppi, delle scarpe che grondano e delle mani gelate con gocce al naso e capelli da asciugare. I mattini senza scuola si devono riempire con un po’ di sonno in più, qualche anticipo di compito, la seduzione dei computer e della tv, magari qualche lettura. Il tempo sembra dilatato. Le stanze sono quasi stupite d’essere abitate alle dieci o alle undici e mezza del mattino. Non si è malati, non si deve stare a letto. Si sta a casa. In casa. La neve riporta a casa le case. E le fa riscoprire un po’, belle o scalcagnate che siano, come i luoghi dove la vita custodisce se stessa. Se c’è la bufera fuori, la casa è il nido dove la vita trova protezione, dove non si è lasciati soli a fronteggiare il gelo. E il gelo di questi giorni è anche metafora di tante gelate che ci arrivano dalla vita, dalla inimicizia, dalla malora che tutti sappiamo contribuire a far nevicare sulle vite di tutti. La casa dunque, il luogo più solito e scontato in questi giorni può essere riscoperto nella sua natura profonda, radicale e semplice. Certo, la prossimità forzata può pure produrre qualche screzio in più. Sale la temperatura delle arrabbiature. Può scattare più rapida l’irritazione. Ma anche questo fa parte di una esperienza della casa che non è riducibile né forse comprensibile in alcuna analisi sociologica o psicologica. Ogni casa è un mondo. Un cosmo di cui fanno parte anche caos e disordini. È un mistero feriale, quotidiano. La neve che ha &amp;quot;chiuso&amp;quot; molti in casa potrebbe essere un’occasione per stupirsi di questo mistero. Basta un poco di lucidità e di disponibilità allo stupore per guardare con occhi sgranati e allegri lo strano mistero che, per le vie di legami fondati sulla libertà e sul sangue, tiene insieme nello stesso spazio persone così diverse, così capaci spesso di dirsi le cose più dure e di abbracciarsi nel modo più grande. In un momento in cui sembrava che gli occhi di tutti fossero puntati sullo stato di salute dei grandi sistemi (la finanza mondiale, l’Europa, la nazione…) ecco arriva la neve, delicata ma potente e dispotica e ci costringe a guardare non lontano ma vicinissimo. Non a un grande sistema ma a un &amp;quot;sistema&amp;quot; minimo e grandioso. Alla cellula, alla casa. È lì che la vita cerca se stessa, la sua prima e più misteriosa gloria.</content>
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		<title type="html">E sì, ci vuole mestiere</title>
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		<updated>2012-02-02T23:00:00+00:00</updated>
		<content type="html">C’è qualcosa di sbagliato, o quanto meno di sfocato, nel dibattito che si è riacceso attorno al mondo del lavoro. Ci sono tesi condivisibili e sagge – e saggio sarà renderle ampiamente condivise – in quanto afferma il presidente del Consiglio Mario Monti, sia nelle dichiarazioni ufficiali sia nelle apparizioni televisive. Si pensi, soprattutto, a quella che sottolinea la grave asimmetria che esiste oggi in Italia tra chi sta dentro il mondo del lavoro e chi sta fuori e non riesce a entrare. Saggio è anche porre l’accento sull’urgenza di rendere il &amp;quot;mercato del lavoro&amp;quot; (non dimentichiamo mai le virgolette quando accostiamo la parola mercato al lavoro umano e ai lavoratori) più efficiente, più veloce, con meno rendite di posizione, e quindi più moderno e più capace di rispondere alle nuove sfide poste dalla globalizzazione. Il discorso, invece, relativo al lavoro dei giovani e al «posto fisso» avrebbe bisogno di meno fretta, di più mediazione sociale e di una valutazione più approfondita e meditata.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il lavoro che una persona svolge è molto più di un mezzo per procurarsi il necessario per vivere: il lavoro dice a noi stessi e agli altri anche &amp;lt;+corsivo&amp;gt;chi&amp;lt;+tondo&amp;gt; siamo, non solo che &lt;em&gt;cosa&lt;/em&gt; facciamo. E in una cultura dove i luoghi identitari tradizionali sono in crisi (comunità, famiglia), il lavoro resta tra i pochi linguaggi sociali per trovare e raccontare il nostro posto al mondo. Ciò è vero sempre, addirittura anche quando si è in pensione; ma vale soprattutto, e in modo tutto speciale, per un giovane. Ma chi oggi osserva il mondo dei giovani scopre una grande sofferenza anche su questo terreno identitario, per una scuola e una università sempre meno capaci di formare lavoratori e per politiche miopi che hanno moltiplicato quei contratti di lavoro precari e frammentati che stanno caratterizzando questa fase del capitalismo. È molto triste vedere tanti diplomati e laureati che a distanza di dieci anni dal diploma o dalla laurea fanno una gran fatica a dire ad amici e parenti, e a se stessi, quali siano il proprio lavoro e le proprie competenze, quale sia il proprio &lt;em&gt;mestiere&lt;/em&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La società tradizionale era stata capace di creare una forte etica del lavoro basata sui mestieri, che ha retto la nostra civiltà per secoli: fabbri, panettieri, maestre, operai e dottori hanno dato serietà e ordine non solo all’economia ma all’Umanesimo dell’occidente. È, infatti, il &lt;em&gt;mestiere&lt;/em&gt; il grande tema che va posto al centro del dibattito sul lavoro, senza guardare nostalgicamente indietro, ma con la consapevolezza che senza mestieri, antichi, nuovi e nuovissimi, non c’è sviluppo. Ma che mestiere fa oggi un laureato in economia che ha trascorso due anni in stage, uno in amministrazione di una impresa, due in una società di consulenza, tre in una assicurazione? Che mestiere fa un perito (cioè un esperto diplomato) che non trova neanche un posto da apprendista? Che cosa sa fare e in che cosa è competente? Se un giovane quando si affaccia sul mondo del lavoro non ha davanti alcuni anni nei quali apprendere un mestiere, dal falegname al professore universitario, corre fortemente il rischio di ritrovarsi in età matura a non avere nessun mestiere, a non essere quindi competente in nulla. Dagli studi sul benessere lavorativo sappiamo che il sentirsi competente è ciò che più pesa nella felicità di una persona, anche più dello stipendio. Non riuscire ad acquisire un mestiere da giovani ha allora enormi effetti sull’identità delle persone, e sulla qualità della vita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ecco perché in questa fase critica del nostro tempo, per i giovani è fondamentale sapere che un’impresa o una istituzione sta investendo in loro, e loro in essa, dando loro del tempo per poter apprendere un mestiere, ed essere così davvero utili all’impresa e alla società civile. E se si è precari e senza competenze da giovani lo si sarà ancora di più da adulti, quando perdere il lavoro diventa un dramma anche perché il valore del proprio capitale umano è molto basso. Occorre, infatti, ricordare che il nostro valore in quanto lavoratori, quello che l’economia chiama il &amp;quot;capitale umano&amp;quot; (che è solo un sotto-insieme del valore globale di una persona), lo si accumula solo in minima parte a scuola, perché la parte più consistente di esso la si acquisisce lavorando.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un ottimo studente universitario che a distanza di cinque anni è ancora precario, si ritrova con un capitale umano deteriorato e minore di quello che aveva il giorno della laurea. E questo è un grave fallimento per la persona, ma soprattutto per un sistema-Paese che se non &amp;lt;+corsivo&amp;gt;apprezza &amp;lt;+tondo&amp;gt;(anche nel senso di aumentarne il valore) i suoi giovani, sta sperperando la sua ricchezza più grande. I giovani oggi hanno bisogno di fiducia, soprattutto in questo tempo di crisi, che loro non hanno causato ma di cui subiscono le gravi conseguenze. E il primo atto di fiducia verso un giovane è dargli la possibilità di coltivare la sua vocazione lavorativa, da cui dipende la felicità (&amp;lt;+corsivo&amp;gt;eu-daimonia&amp;lt;+tondo&amp;gt;) individuale e pubblica.</content>
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		<title type="html">Rischia di finire come il San Raffaele, ma per ora il Gemelli non si vende</title>
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		<updated>2012-02-02T18:28:10+00:00</updated>
		<content type="html">&lt;p&gt;E’ oggi il giorno nel quale i sindacati incontreranno il consiglio di amministrazione del Policlinico Gemelli, l’ospedale e la Facoltà di medicina dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, famoso in tutto il mondo perché ospitò e curò Giovanni Paolo II dopo avergli salvato la vita dal terribile attentato del 1981.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L’incontro avviene in un clima molto difficile. Il cda del Policlinico, infatti, deve gestire una situazione che a momenti può divenire esplosiva. Da tempo l’ospedale ha aperto un contenzioso con la regione Lazio: in sostanza il Policlinico vanta un credito verso la regione per prestazioni ospedaliere che si aggirerebbe sui 500 milioni di euro.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Una cifra considerevole che preoccupa anche alla luce delle ultime dichiarazioni rilasciate dal presidente della regione Lazio, Renata Polverini: “Il Gemelli è una struttura di assoluta eccellenza ma si deve confrontare con le stesse regole con cui si confrontano tutti gli operatori del settore”. Il rischio che in molti paventano è che si verifichi la medesima débâcle che ha dovuto subire l’ospedale San Raffaele che per sopravvivere ha dovuto vendere. Ma secondo indiscrezioni la cosa non sarebbe assolutamente all’ordine del giorno.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il tentativo, infatti, è quello di salvare la baracca e, come extrema ratio, procedere a uno scorporo dell’ospedale dall’università: entrambi diverrebbero, infatti, enti autonomi ovviamente sempre sotto la supervisione dell’Istituto Toniolo, l’ente fondatore e promotore della stessa Università Cattolica. Lo scorporo, tuttavia, è soltanto una delle ipotesi. Altre soluzioni potrebbero arrivare dopo l’incontro odierno.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ogni passaggio è monitorato con attenzione dal direttore amministrativo della Cattolica, Marco Elefanti. L’ipotesi che in soccorso del Gemelli arrivi la corazzata vaticana guidata dall’imprenditore ligure Giuseppe Profiti, da Ettore Gotti Tedeschi, Giovanni Maria Flick e Vittorio Malacalza è sfumata quando la stessa cordata legata al Vaticano ha deciso pochi giorni fa di non pareggiare l’offerta di 405 milioni di euro che l’imprenditore della sanità Giuseppe Rotelli aveva messo sul piatto per acquistare l’ospedale che fu di don Verzé.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il passo indietro della Santa Sede è stato letto come il segnale della volontà di non procedere nel tentativo di mettere la mani sugli altri ospedali vicini al mondo cattolico, non solo il Gemelli ma anche il Bambin Gesù di Roma e la Casa Sollievo di San Giovanni Rotondo. Nei prossimi mesi al Toniolo la presidenza oggi in mano al cardinale arcivescovo emerito di Milano Dionigi Tettamanzi verrà presa dal cardinale Angelo Scola. La linea di Scola sarà la medesima di Tettamanzi sul Gemelli: salvaguardare un’eccellenza ospedaliera e universitaria.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;code&gt;Pubblicato sul Foglio giovedì 2 febbraio 2012&lt;/code&gt;&lt;/p&gt;
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	<entry xml:lang="en">
		<title type="html">Precisazione su L&amp;#8217;ultimo esorcista</title>
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		<updated>2012-02-02T17:43:53+00:00</updated>
		<content type="html">&lt;p&gt;Leggo &lt;strong&gt;&lt;a href=&quot;http://kipa-apic.ch/index.php?&amp;pw=&amp;na=0,0,0,0,f&amp;ki=228413&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt; una nota di I-media che riprende padre Lombardi che sostiene che la notizia secondo la quale Benedetto XVI avrebbe fatto un esorcismo in piazza San Pietro è falsa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I-media avrebbe dovuto leggere bene il libro di Amorth prima di chiedere lumi a Lombardi. Avrebbe scoperto che nel libro Amorth non parla di &amp;#8220;esorcismo&amp;#8221; ma di benedizione &amp;#8220;da lontano&amp;#8221; alla quale (e alle sue conseguenze) hanno assistito diversi testimoni.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Post scriputm: mi scrive I-media: non abbiamo scritto che “la notizia secondo la quale Benedetto XVI avrebbe fatto un esorcismo in piazza San Pietro è falsa“ ma che, secondo Padre Lombardi, la storia raccontata da padre Amorth e “senza nessun fondamento“. Inoltre sembra difficile “leggere bene il libro di Amorth“ visto che deve ancora uscire. In effetti, ci siamo limitati a quello che pubblicava Panorama che parla chiaramente di “esorcismi davvero straordinari“ di cui “un rito eseguito da Joseph Ratzinger“. Forse quel settimanale a anche qualche responsabilità&amp;#8230;&lt;br /&gt;
Cordialmente&lt;br /&gt;
Antoine-Marie Izoard&lt;br /&gt;
Direttore dell&amp;#8217;agenzia I.MEDIA&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;code&gt;Pubblicato su palazzoapostolico.it giovedì 2 febbraio 2011 &lt;/code&gt;&lt;/p&gt;
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		<title type="html">L&amp;#8217;ultimo esorcista è qui</title>
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		<updated>2012-02-02T14:09:28+00:00</updated>
		<content type="html">&lt;p&gt;&lt;a href=&quot;http://www.paolorodari.com/wp-content/uploads/2012/02/Dm6hSRLwL9cv_s4.jpg&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.paolorodari.com/wp-content/uploads/2012/02/Dm6hSRLwL9cv_s4.jpg&quot; alt=&quot;&quot; title=&quot;&quot; width=&quot;351&quot; height=&quot;564&quot; class=&quot;aligncenter size-full wp-image-6019&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ho passato con lui due ore ogni settimana, per diversi mesi. Volevo scrivere una storia vera e nello stesso tempo esplosiva. E&amp;#8217; stato difficile entrare nella sua mente, capire cosa significa essere esorcista in una diocesi particolare come quella di Roma. Anche perché non sapevo nulla di un argomento che, più che attirarmi, mi spaventava.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Padre Gabriele Amorth, l&amp;#8217;esorcista più famoso al mondo ancora oggi &amp;#8220;praticante&amp;#8221; in diocesi, ci ha messo qualche settimana a vedere e rivedere il testo defintivo. Il risultato lo vedete da oggi, in tutte le librerie. S&amp;#8217;intitola L&amp;#8217;ultimo esorcista, è edito da Piemme e costa 16 euro e cinquanta.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;All&amp;#8217;età di 86 anni, con oltre 160.000 esorcismi praticati, Amorth è tra i più autorevoli esorcisti della chiesa cattolica. In questo libro racconta la sua lunga vita in lotta contro Satana. Il giorno in cui un cardinale gli disse: &amp;#8220;Ti nomino esorcista&amp;#8221;. Il primo esorcismo su un contadino che parlava aramaico e di colpo si mise a levitare. Tante storie fino ad arrivare alle possessioni più dure, quelle dei preti e delle suore. Poi gli esorcismi dei Papi, la scomparsa di Emanuela Orlandi che è un mistero dietro il quale si potrebbero nascondere sette sataniche; magia, spiritismo e superstizione si nascondono dietro l&amp;#8217;omicidio della suora di Chiavenna e di altri efferati delitti perpetrati da adolescenti come Erika e Omar: sono in crescita i fenomeni di bambini posseduti da presenze oscure. Nel libro Amorth parla anche dell&amp;#8217;esistenza &amp;#8220;del figlio prediletto di Satana&amp;#8221;, una figura della quale occorerebbe diffidare.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La lotta contro il maligno, cominciata all&amp;#8217;origine del mondo, è destinata a durare fino alla fine dei tempi, ma siamo alla battaglia finale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nel suo lungo racconto, padre Amorth lancia infine una denuncia: non tutta la chiesa crede all&amp;#8217;esistenza del demonio. &amp;#8220;Eminenza&amp;#8221; disse un giorno Amorth a un cardinale che non credeva all&amp;#8217;esistenza di Satana, &amp;#8220;lei dovrebbe leggere un libro&amp;#8221;. &amp;#8220;Quale?&amp;#8221; gli chiese il cardinale. &amp;#8220;Lei dovrebbe leggere il vangelo&amp;#8221;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;code&gt;Pubblicato su palazzoapostolico.it giovedì 2 febbraio 2012&lt;/code&gt;&lt;/p&gt;
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		<author>
			<name>Paolo Rodari</name>
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			<title type="html">Palazzo Apostolico - Diario Vaticano di Paolo Rodari</title>
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		<title type="html">“Non si è mai allontanato”</title>
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		<updated>2012-02-02T14:07:25+00:00</updated>
		<content type="html">&lt;p align=&quot;left&quot;&gt;&lt;a href=&quot;http://spazioblog.progettoculturale.it/wp-content/uploads/2012/02/manns-gesu-contemporaneo.jpg&quot; title=&quot;manns-gesu-contemporaneo.jpg&quot;&gt;&lt;img align=&quot;right&quot; width=&quot;246&quot; src=&quot;http://spazioblog.progettoculturale.it/wp-content/uploads/2012/02/manns-gesu-contemporaneo.jpg&quot; alt=&quot;manns-gesu-contemporaneo.jpg&quot; height=&quot;273&quot; /&gt;&lt;/a&gt;“Oggi come allora, sulla strada di Emmaus, Cristo si fa nostro contemporaneo. Ci accompagna, cammina con noi, ci spiega la Scrittura. Questa, dunque, non è più un testo morto ma vivo. Si è fatta carne, Persona che si rivela a noi, pellegrini nel tempo e nella storia”. Prende spunto dal racconto dei discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35), il padre francescano &lt;strong&gt;Frédéric Manns&lt;/strong&gt;, biblista di fama internazionale, per sottolineare la contemporaneità di Cristo e il suo carattere di persona viva e reale. Un tema che sarà al centro dell’evento internazionale “Gesù nostro contemporaneo”, in programma a Roma dal 9 all’11 febbraio per iniziativa del Comitato Cei per il progetto culturale. Da Gerusalemme, dove vive ormai da circa 40 anni e dove insegna esegesi del Nuovo Testamento presso lo Studium biblicum franciscanum, istituto che ha diretto dal 1996 al 2001, padre Manns lancia un’esortazione: “Non dobbiamo limitarci solo a un’esegesi classica della Parola ma questa deve diventare esistenziale. Gli ebrei celebrano, ogni anno, la festa della ‘Gioia della Torah’, anche noi dobbiamo fare festa sapendo che Cristo ci porta la gioia ogni volta che ci parla. Gesù parla a ciascuno di noi come con i discepoli di Emmaus. Il Verbo si fa carne per tutti e in modo particolare per coloro, come i pellegrini, che leggono la Scrittura in situ, nella Terra delle Scritture”. “Gli Esseni, che vivevano a Qumran nei pressi del mar Morto – spiega il biblista – non erano interessati tanto al senso storico della Scrittura ma a quanto questa significasse, a livello personale, per ciascuno di loro. Una lettura esistenziale tipica della tradizione giudaica”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Una lettura esistenziale che, purtroppo, non ha prodotto – oggi come allora - una realtà di pace, ma conflitti e divisioni&amp;#8230;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;left&quot;&gt;“La realtà che Cristo ha conosciuto oltre venti secoli è in qualche modo identica a quella odierna, un mondo senza pace. Pensiamo alla Terra Santa. Non basta cambiare le strutture ma serve cambiare il cuore dell’uomo, via più importante per cercare la pace autentica. Il mondo di Cristo era diviso, c’erano i samaritani, i sadducei, i farisei, gli ebrei ortodossi. Ciò che rimane della Parola di Gesù, ‘vi do la mia pace’, resta fondamentale e si attualizza quando celebriamo l’Eucaristia. I Sacramenti sono presenza autentica di Cristo che ci permettono di essere suoi contemporanei. Il suo comandamento, ‘amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e tutte le forze e amare il prossimo’, in Terra Santa assume un rilievo speciale”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Accanto ad una lettura esistenziale della Scrittura cosa altro aiuta, in Terra Santa, la conoscenza di Gesù quale nostro contemporaneo?&lt;/strong&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;left&quot;&gt;“Paolo VI diceva che la Terra Santa è il Quinto Vangelo, e che le pietre parlano. L’archeologia è una realtà viva. Ogni volta che riporta alla luce un nuovo sito conosciamo meglio Gesù e la sua persona. La scoperta di Sephoris, in Galilea, ci permette di conoscere il mondo dell’infanzia di Cristo e della sua vita nascosta. Gli scavi nella zona della Decapoli ci mostrano l’apertura straordinaria di Gesù dinanzi ai pagani. Gli ebrei non mettevano piede nelle città pagane. Gesù invece annunciava il Regno in mezzo ai pagani. In questo vedo anche l’ironia di Dio: gli ebrei sono tornati nella loro terra e fanno scavi per ritrovare il livello dell’epoca di David e poter dire così che questa terra appartiene a loro. Invece di trovare il livello di David trovano quello dell’epoca del Figlio di David, di Cristo. Il Signore ha aspettato 2000 anni per permettere agli ebrei di aprire gli occhi, sono loro che hanno condotto gli scavi a Siloe, a Magdala, nell’Herodion e in altri luoghi che ci aiutano a capire il tempo di Gesù. Queste scoperte ci mostrano la storicità dei Vangeli e ci permettono di rivivere il Kerigma, Cristo morto e risorto, che perdona i nostri peccati in virtù del Battesimo. Questa novità portata da Gesù nel mondo giudaico è fondamentale per la nuova evangelizzazione. Non ci sarà nuova evangelizzazione senza riscoperta dell’Antico Testamento e del mondo della Bibbia”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Come è possibile percepire più a fondo questa presenza, storica, reale di Cristo? &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;left&quot;&gt;“Ripeto quello che il Sinodo del 2008 sulla Parola di Dio ha già detto: il pellegrinaggio in Terra Santa è eccezionale per scoprire l’attualità della Scrittura. Ciascuno viene interpellato. Il pellegrino che si ferma davanti al Calvario non può non rispondere. Ho visto tanta gente, che da decenni non metteva più piede in Chiesa, piangere davanti al Crocifisso sul Golgota. Gli ebrei dicono che la Shekinà, la presenza di Dio, non si è mai allontanata dal Muro Occidentale. Noi possiamo dire che Gesù non si è mai allontanato dal Calvario, luogo della sua morte, da Betlemme, luogo della rivelazione ai pagani. In Terra Santa è impossibile non farsi domande, ieri come oggi”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Che significa essere contemporanei di Gesù in Terra Santa? &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;left&quot;&gt;“Pensiamo ai nostri cristiani copti: sono contemporanei di Gesù e per loro esserlo vuole dire accettare di essere perseguitati, a causa del Suo nome. Essere cristiani non è un privilegio ma una missione, ricordare al mondo lacerato che l’unico comandamento è amare Dio e il prossimo”.&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;left&quot;&gt;&lt;em&gt;Sir&lt;/em&gt;, 31 gennaio 2012&lt;/p&gt;</content>
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		<title type="html">Tramonto senza gloria per il cardinale Bertone</title>
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		<updated>2012-02-02T03:00:00+00:00</updated>
		<content type="html">La fuga di lettere d'accusa. La fallita operazione del San Raffaele. Il segretario di Stato &amp;egrave; sempre pi&amp;ugrave; solo, in una curia che non governa e con un papa a cui non &amp;egrave; d'aiuto</content>
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			<subtitle type="html">Notizie, analisi, documenti - a cura di Sandro Magister</subtitle>
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		<title type="html">Costi della politica, colpi di coda autolesionisti</title>
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		<updated>2012-02-01T23:00:00+00:00</updated>
		<content type="html">Massima comprensione umana per il disagio personale che può aver spinto una pattuglia di deputati, in carica o ex, a tentare l’estrema resistenza contro la decisione di portare l’età minima dei vitalizi degli onorevoli da 50 a 60 anni. Ma qui forse, dalle parti di Montecitorio, qualcuno non ha ancora capito qual è la vera posta in gioco, alla luce della spinta imperiosa che arriva dall’opinione pubblica, per il superamento di un sempre più intollerabile regime di &amp;quot;benefit&amp;quot; a disposizione della classe politica. Eppure, quegli stessi onorevoli che hanno fatto ricorso contro la decisione unanime dei vertici della Camera, hanno già avuto più di un’occasione di ascoltare in aula interventi autorevoli, di questo e del precedente governo, che attestano la necessità di andare avanti ancora per un bel pezzo, tutti insieme, sulla strada dei sacrifici condivisi. Immaginare ancora la conservazione di aree di privilegio è francamente improponibile. Azzardare impossibili colpi di coda è autolesionismo puro, che rischia di azzerare la residua credibilità di un ceto bisognoso piuttosto di un rigoroso - anche se doloroso - processo di rigenerazione.</content>
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		<title type="html">Milano in mano agli sposi promessi E in Comune le nozze diventano slow</title>
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		<updated>2012-02-01T23:00:00+00:00</updated>
		<content type="html">L’equivoco è in agguato e la premessa, quindi, è quanto mai necessaria. Guido Lopez è stato uno studioso e uno scrittore più che rispettabile, autore tra l’altro di un best seller di notorietà non soltanto locale, &amp;quot;Milano in mano&amp;quot;, che basterebbe da solo a certificare la sua passione per il capoluogo lombardo. Ma proprio perché era una persona seria, l’ottimo Lopez sapeva benissimo di non poter competere con Alessandro Manzoni. &amp;quot;Milano in mano&amp;quot; non è &amp;quot;I promessi sposi&amp;quot;, insomma, e non lo è neppure &amp;quot;Storia e storie di Milano&amp;quot;, il volume del compianto Lopez (è morto nel 2010, all’età di 86 anni) che l’amministrazione meneghina ha appena deciso di donare alle coppie che scelgono di celebrare il matrimonio con rito civile a Palazzo Reale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nulla di strano, non fosse che fino a qualche giorno fa il libro-strenna era un altro: &amp;quot;I promessi sposi&amp;quot;, appunto. L’iniziativa era stata introdotta nel 2003 dal sindaco Albertini e prevedeva, insieme con l’omaggio letterario, anche la consegna di un Tricolore alle nuove famiglie. Della bandiera non si sa, ma a quanto pare a Palazzo Marino sono finite le scorte del romanzo di &amp;lt;+corsivo_bandiera&amp;gt;don Lisander&amp;lt;+tondo_bandiera&amp;gt; (e sì che la Casa del Manzoni è lì a due passi, senz’altro una buona parola con i librai si poteva mettere) e di conseguenza si è pensato di trovare un rimpiazzo. Fuori Manzoni, avanti con Lopez, il cui libro – spiega il comunicato diffuso dall’assessore alla Municipalità e servizi civili, Daniela Benelli – vuole essere «un invito a scoprire la città in modo slow».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ora, a parte il fatto che se si scriveva &amp;quot;adagio&amp;quot; andava bene lo stesso (è un bellissimo avverbio, oltretutto, milanese e italiano nello stesso tempo, proprio come Manzoni e il Tricolore), provate a immaginare che cosa penserebbero a Londra se, per dire, si volesse sostituire Dickens con una guida Lonely Planet o con il pur indispensabile London A-Z. Non diversamente dai Promessi sposi, &amp;quot;Oliver Twist&amp;quot; è un mondo, non la mappa di un mondo: qualunque lettore di Dickens prova il desiderio di visitare Londra, mentre non è affatto detto che un turista a spasso per Piccadilly senta il bisogno di commuoversi per &amp;quot;La piccola Dorrit&amp;quot;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Prima obiezione: Dickens è uno spasso, Manzoni è una lagna. Perdonabile luogo comune, favorito dal pregiudizio scolastico e dalla mancata conoscenza del monumentale Dombey e figlio. Ma se poi si prova a leggerlo sul serio, il gran romanzo manzoniano, ci si accorge che la Milano conosciuta dal povero Renzo non è poi così diversa dalla metropoli con la quale devono vedersela due sposini del 2012. Niente peste e niente caccia agli untori, però la crisi economica morde adesso come mordeva allora (avete presente l’assalto al forno delle grucce?). E sposarsi continua a non essere una passeggiata, slow o adagio che sia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Seconda obiezione, più preoccupante: c’è da aggiornarsi, c’è da andare al passo con i tempi. Vero, ma allora sarebbe il caso di accelerare sulla &lt;em&gt;roadmap&lt;/em&gt; di Expo 2015 (ricorriamo all’inglese per non fare la figura dei provinciali: &lt;em&gt;oh yes&lt;/em&gt;, direbbe il milanese Jannacci) e lasciare che i classici facciano il loro mestiere, che è quello di essere i contemporanei del futuro, secondo la formula scelta da Giuseppe Pontiggia come titolo di una sua raccolta di saggi. Anche perché, a leggerli nel modo giusto, I promessi sposi sono ancora adesso, e resteranno a lungo, una bella lezione di complessità. Ci ricordano, se non altro, che ogni progetto d’amore si pone sempre al cospetto della storia e che con la storia deve fare i conti. Mica male, specie di questi tempi.</content>
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		<title type="html">Il calcio nel freezer</title>
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		<updated>2012-02-01T23:00:00+00:00</updated>
		<content type="html">&lt;p&gt;«Come era bello il calcio una volta, quando al Del Duca, certe domeniche d’inverno, c’erano montagne di neve... E noi tifosi tutti lì sul campo a spalare, in modo che la partita dell’Ascoli cominciasse puntuale, alle tre del pomeriggio».&lt;br /&gt;Questo racconto nostalgico, lo ascoltai parecchi anni fa (all’Istituto Missionario di Foligno) da padre Franco, tifoso sfegatato dell’Ascoli del presidentissimo Costantino Rozzi. Mi rendo conto che ci vogliono certe microstorie di provincia per rinfrescare le memorie congelate (non solo dalla neve) su quegli anni, prima dell’avvento ferino delle pay-tv, quando il campionato si disputava solo ed esclusivamente alla domenica pomeriggio. Niente anticipi né posticipi. La notturna del mercoledì era un evento speciale, nel «mercoledì sport», c’erano le Coppe, e la gara rinviata, magari per nebbia in Val Padana, era l’eccezione. Chi è stato un ragazzo-juventino negli anni ’80, ricorderà di un mercoledì di Coppa dei Campioni con un pallone arancione fosforescente che scivolava veloce sulla neve “copiosa” caduta sul prato del vecchio Comunale di Torino, rincorso da uno Zibi Boniek intirizzito, ma felice di giocare. La sensazione di questo tempo da “grande freddo” è che i calciatori di oggi saranno anche più ricchi di allora, ma piangono di più e sono stanchi anche loro – quanto noi tifosi innamorati indefessi del pallone – di giocare sempre e soltanto per assecondare le leggi di mercato di nostra matrigna tv. Che nei “giorni della merla” il calcio si possa fermare e la Serie A rinvii quattro partite (più due in B) non è scandaloso, lo scandalo sono quegli «scienziati -–come li chiama Behrami della Fiorentina – che fanno i calendari». &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Giornate stilate a uso e consumo solo di Sky e Mediaset Premium, ma anche della Rai che come un pettirosso raccoglierà pure le briciole dei palinsesti calcistici, ma comunque manda in onda le partite della Coppa Italia nelle stesse notti in cui in campo e sugli spalti si sta tutti al freddo e al gelo. Dal Palazzo del calcio, è inutile che si affannino a catechizzarci sempre, che i nostri stadi sono brutti, vecchi e cattivi. È vero che la maggior parte degli impianti sono distanti anni luce dal futuristico Juventus Stadium, perché non hanno tribune coperte e sulle Curve e le Gradinate la neve si ghiaccia all’istante rendendole inagibili, ma questa è la solita verità parziale, quanto il risultato di un primo tempo. L’ipocrisia, che è ormai lo sport nazionale più praticato, impedisce ai padroni del “giocattolo” e ai loro potenti sodali, di ammettere e comunicare al popolo degli stadi – niente affatto sovrano – , l’unica verità finale: il calcio moderno è solo ed esclusivamente televisivo. Non a caso il 70% degli introiti dell’industria italiana calcio derivano dalla vendita dei diritti televisivi. Le 20 grandi e piccole sorelle della Lega di Serie A si spartiscono, in maniera più o meno equa, 1 miliardo di euro. Una cifra che nessuno stadio pieno per tutta la stagione, da agosto a giugno, potrebbe garantire alle singole società. &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E allora chi se ne importa di quelle migliaia di juventini folli, che da mezza Italia martedì sera erano saliti fino a Parma per vedere la loro squadra del cuore. Poveri, nessuno gliel’ha ancora spiegato, ma la razza in estinzione dello “spettatore da stadio” è stata messa al bando. Sostituita dalle sagome sugli spalti a Trieste, ma soprattutto spenta, con un colpo di zapping, dal “tifoso in pantofole”, l’abbonato a Sky e Mediaset Premium, che guarda la partita seduto comodamente nel suo caldo salotto, anche se magari ha l’abbonamento a San Siro o allo stadio Friuli.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Le bufere e i resoconti da “Sergente sulla neve” sono un pretesto per rimandare la soluzione del problema allo scioglimento dei ghiacciai perenni. Basterebbero campionati più “umani” (Serie A a 16 squadre invece che a 20), con meno partite in campo e anche in tv. Avremmo stadi con più spettatori e braccia forti di tifosi dal cuore grande, pronti anche a spalare la neve assieme a padre Franco, perché lo spettacolo cominci puntuale, ma alle tre del pomeriggio.&lt;/p&gt;</content>
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		<title type="html">L’eroico quotidiano</title>
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		<updated>2012-02-01T23:00:00+00:00</updated>
		<content type="html">In una società che si va sempre più secolarizzando, dedicare una giornata mondiale alla vita consacrata può apparire un anacronismo; ma proprio per questo si rivela tanto più necessario. Anzitutto per richiamare l’attenzione dei cristiani e degli stessi consacrati sul valore, il significato e il fine della loro esclusiva consacrazione a Dio. In concomitanza con il decennio che la Chiesa propone per educare alla vita buona del Vangelo, questa giornata assume un’importanza capitale. I consacrati – uomini e donne – saranno, ovviamente, nella Chiesa quelli più direttamente impegnati nell’opera educativa. Perché il loro insegnamento abbia efficacia dovrà consistere soprattutto in una coerente testimonianza di vita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’educazione alla vita buona del Vangelo richiede perciò che il libro di testo sia ampiamente illustrato. Le immagini vive dovrebbero proprio essere quelle delle persone consacrate che i ragazzi, i giovani e i cristiani di ogni età hanno davanti agli occhi nella vita quotidiana. Questo comporta che le immagini corrispondano al testo del Vangelo, ossia alla vita di Gesù. In coloro che per una vocazione speciale sono stati chiamati a seguirlo «più da vicino», come gli apostoli, si devono vedere i tratti essenziali del Cristo, della sua santità, della sua divina bellezza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel messaggio della Commissione episcopale per il clero e la vita consacrata vengono opportunamente richiamate le quattro note fondamentali costitutive della vita cristiana di cui i consacrati devono essere modello: il primato di Dio, la fraternità, lo zelo divino, lo stile di vita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dal primo posto dato a Dio nell’esistenza cristiana scaturisce l’accoglienza di tutti gli uomini come fratelli e l’impegno assiduo nel «presentare all’umanità di oggi così dispersa e divisa» il volto della Chiesa, quale famiglia di Dio, comunione d’amore. I consacrati che vivono in autentiche comunità fraterne possono essere segno di speranza per tutta l’umanità che soffre di interminabili e devastanti conflitti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma per realizzare questa credibile e consolante testimonianza è necessario il buon zelo, l’amore divino, ossia il fuoco dello Spirito acceso nei cuori dei credenti. Soltanto con un ardente amore per Dio e per il prossimo si può cambiare la società vincendo il male con il bene, mettendo pace dove c’è guerra, amore dove c’è odio. Ne consegue uno stile di vita diversa da quella che domina la scena del mondo in cui prevalgono l’egoismo, l’orgoglio, la concupiscenza e tutto il corredo delle passioni che rendono schiavo l’uomo assetato, per assurdo, di libertà.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nei consacrati, deve potersi vedere Gesù povero, umile, obbediente, gratuito, accogliente. In una parola: santo, irradiante lo splendore della gloria del Padre fin sulla croce. Lì, infatti, si è manifestato il più grande, misericordioso, gratuito amore. Amore per il Padre e amore per i fratelli. Non è ammissibile, oggi, una vita cristiana, ancor più se consacrata, che sia mediocre e facile al compromesso con la mentalità del mondo. È Gesù stesso che spinge fortemente all’eroico quotidiano per poter vivere nel mondo senza essere del mondo. E questo perché il mondo stesso sia conquistato a Dio, si lasci trasformare e consacrare dalla presenza del Cristo consacratore del cosmo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La giornata mondiale della vita consacrata avrà efficacia soltanto se dilatata nel cuore di tutta la Chiesa – in particolare dei consacrati – come preghiera incessante, come ardente anelito al compimento del Regno di Dio nel pieno splendore della Sua bellezza. Questo non è un sogno o un’utopia. In realtà gli uomini del nostro tempo, pur avendo emarginato Dio, sentono una grande, insopprimibile nostalgia di Lui e quando scoprono persone e comunità che lo rendono visibile nella bellezza del loro stile di vita, ne restano affascinati e si lasciano attrarre a Lui.</content>
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		<title type="html">L&amp;#8217;ultimo esorcista sta arrivando</title>
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		<updated>2012-02-01T15:19:29+00:00</updated>
		<content type="html">&lt;p&gt;Fossi in voi domani comprerei Panorama e poi correrei subito nella libreria più vicina. &lt;strong&gt;&lt;a href=&quot;http://www.edizpiemme.it/libri/l-ultimo-esorcista&quot;&gt;L&amp;#8217;ultimo esorcista&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt; domani è in libreria. Panorama ne fa la storia di copertina e ne anticipa un capitolo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href=&quot;http://www.paolorodari.com/wp-content/uploads/2012/02/AkklS4kCAAEVppO.jpg&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.paolorodari.com/wp-content/uploads/2012/02/AkklS4kCAAEVppO.jpg&quot; alt=&quot;&quot; title=&quot;&quot; width=&quot;500&quot; height=&quot;500&quot; class=&quot;aligncenter size-full wp-image-6005&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;code&gt;Pubblicato su palazzoapostolico.it mercoledì 1 febbraio 2011&lt;/code&gt;&lt;/p&gt;
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			<subtitle type="html">Diario Vaticano di Paolo Rodari - Vatican Blog</subtitle>
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		<title type="html">Come l’Islam guarda a Gesù</title>
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		<updated>2012-02-01T13:49:07+00:00</updated>
		<content type="html">&lt;p align=&quot;left&quot;&gt;&lt;a href=&quot;http://spazioblog.progettoculturale.it/wp-content/uploads/2012/02/gesu-imam-pallavicini.jpg&quot; title=&quot;gesu-imam-pallavicini.jpg&quot;&gt;&lt;img align=&quot;right&quot; width=&quot;326&quot; src=&quot;http://spazioblog.progettoculturale.it/wp-content/uploads/2012/02/gesu-imam-pallavicini.jpg&quot; alt=&quot;gesu-imam-pallavicini.jpg&quot; height=&quot;293&quot; /&gt;&lt;/a&gt;“La Chiesa guarda con stima i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini”. Inizia così il brano del paragrafo dedicato dalla Dichiarazione conciliare “Nostra Aetate” alla religione musulmana. Ed aggiunge: “Benché essi non riconoscano Gesù come Dio, lo venerano tuttavia come profeta; onorano la sua madre vergine, Maria, e talvolta pure la invocano con devozione. Inoltre attendono il giorno del giudizio, quando Dio retribuirà tutti gli uomini risuscitati. Così pure hanno in stima la vita morale e rendono culto a Dio, soprattutto con la preghiera, le elemosine e il digiuno”. Dunque il Cristianesimo e l’Islam sono due religioni molto diverse tra loro eppure profondamente legate. La dichiarazione “Nostra Aetate” conclude così il paragrafo riservato all’Islam: “Se, nel corso dei secoli, non pochi dissensi e inimicizie sono sorte tra cristiani e musulmani, il sacro Concilio esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e promuovere insieme per tutti gli uomini la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà”.&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;left&quot; class=&quot;MsoNormal&quot;&gt;In vista del convegno promosso dal Comitato per il progetto culturale della Cei (&lt;a href=&quot;http://www.progettoculturale.it/&quot;&gt;www.progettoculturale.it&lt;/a&gt;) su “Gesù nostro contemporaneo” (Roma, 8-11 febbraio 2012) abbiamo rivolto al riguardo alcune domande a &lt;strong&gt;Yahya Sergio Yahe Pallavicini&lt;/strong&gt;, vicepresidente e imam della Coreis (Comunità religiosa islamica) italiana.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Chi è Gesù per un musulmano?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;left&quot;&gt;“Gesù per un musulmano che conosca e rispetti la dottrina islamica è uno dei Profeti esplicitamente menzionati nel Corano, la fonte della Rivelazione islamica. Il neonato &amp;#8216;Isa ibn Maryam (Gesù figlio di Maria) compie il suo primo miracolo prendendo la parola a difesa dell’onore e dell’integrità spirituale e personale della madre vergine e pura, modello di devozione religiosa. Dalla purezza straordinaria di Maryam nasce un ‘segno per le genti, un atto del Misericordioso’ (Corano: XIX, 21). Nel Corano, Gesù si presenta direttamente come ‘servo di Dio, pio e portatore di pace’ e, per i maestri musulmani, è anche ‘maestro del soffio dello Spirito’ tramite il quale ridà vita alle cose inanimate. Infine, sempre secondo la dottrina islamica, Gesù tornerà alla fine dei tempi come ‘annuncio dell’ora’ che segnerà la fine del presente ciclo dell’umanità e l’inizio del giudizio universale”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Cristiani e musulmani condividono molte cose su Gesù e Maria. Quale testimonianza al mondo di oggi possono dare insieme alla luce di queste due figure del Vangelo?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;left&quot;&gt;“Cristiani e musulmani possono ritrovare insieme nelle due figure comuni di Gesù e Maria l’insegnamento più profondo di un richiamo alla Verità della fede che viene realizzato nella purezza della concentrazione e della testimonianza spirituale. Il modello di vitalità e amore che Gesù e Maria esprimono rappresentano l’esempio più elevato di sensibilità e partecipazione al richiamo dell’ordine divino e possono favorire nei fedeli cristiani e musulmani la fratellanza nei comandamenti dell’amore per Dio e per il prossimo. Nel mondo contemporaneo, Gesù e Maria possono ancora svolgere un richiamo fondamentale al mistero della trascendenza e alla ricerca della vera pace interiore nel rispetto del bene comune che ogni uomo e donna devono scoprire e sviluppare nella vita”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Che cosa si aspetta un musulmano da un seguace di Gesù? &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;left&quot;&gt;“Un musulmano deve aspettarsi da un seguace di Gesù una comunione fraterna nella pazienza e nella determinazione di soddisfare i risultati di uno sforzo comune teso a orientare le responsabilità della vita in tutti i campi sociali, familiari, culturali, professionali, commerciali e politici secondo una gerarchia di valori e di principi che appartengono fedelmente alla prospettiva della sacralità e della santità dello spazio e del tempo. Proprio così vivevano Gesù e Maria e, con la stessa intenzione, devono comportarsi e rapportarsi tra di loro i credenti cristiani e musulmani che si lasciano ispirare dai loro insegnamenti eccezionali”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Nella vita e nel messaggio di Gesù, che cosa colpisce di più un musulmano?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;left&quot;&gt;“Ciò che colpisce maggiormente un musulmano della vita e del messaggio di Gesù è la trasparenza nella sintesi tra vita e messaggio. La sua vita è al servizio del messaggio e il messaggio è ‘rappresentato’ perfettamente in tutta la sua vita. L’immortalità della sua vita coincide con l’eternità del messaggio che Gesù trasmette con la stessa purezza con la quale sua madre Maria lo ha accompagnato nella nascita. Il rapporto di Gesù con i suoi apostoli e con i poveri o con i governatori del suo tempo sono alcuni aspetti pratici e molto concreti nelle relazioni che ricordano nel musulmano, come in ogni credente, un metodo di comunicazione e attenzione di grande importanza”.&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;left&quot;&gt;&lt;em&gt;Sir&lt;/em&gt;, 27 gennaio 2012&lt;/p&gt;</content>
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			<name>Nella piazza</name>
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			<title type="html">Nella Piazza</title>
			<subtitle type="html">il blog del Progetto Culturale</subtitle>
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			<updated>2012-02-06T09:00:03+00:00</updated>
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		<title type="html">Quella “notizia” di Moraglia…</title>
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		<updated>2012-02-01T09:05:39+00:00</updated>
		<content type="html">&lt;p&gt;&lt;a href=&quot;http://2.andreatornielli.it/?attachment_id=3540&quot; rel=&quot;attachment wp-att-3540&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://2.andreatornielli.it/wp-content/uploads/2012/02/20120131_moraqglia-300x246.jpg&quot; alt=&quot;&quot; title=&quot;PAPA: NOMINA MONS. MORAGLIA VESCOVO DELLA SPEZIA&quot; width=&quot;300&quot; height=&quot;246&quot; class=&quot;alignleft size-medium wp-image-3540&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Cari amici, come sapete ieri Benedetto XVI &lt;strong&gt;ha nominato il vescovo di La Spezia, Francesco Moraglia&lt;/strong&gt;, nuovo patriarca di Venezia, dopo il trasferimento del cardinale Scola a Milano. Volevo raccontare qui un aneddoto, un episodio accaduto venerdì scorso. Ospite nel seminario di La Spezia era &lt;strong&gt;monsignor Guido Marini, il maestro delle cerimonie di Benedetto XVI&lt;/strong&gt;, che il giorno prima aveva incontrato i seminaristi e la mattina del 27 gennaio, con un giorno d&amp;#8217;anticipo, ha celebrato la festa di San Tommaso, in presenza del vescovo Moraglia e di tutto il clero diocesano.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Monsignor Marini ha tenuto una conferenza su come Benedetto XVI vive la liturgia. Al termine ha preso la parola monsignor Moraglia. &lt;strong&gt;Dalla domenica precedente, sui quotidiani locali di Venezia e di La Spezia&lt;/strong&gt;, e poi anche su testate nazionali come Repubblica e il Corriere, lo si indicava come nuovo patriarca. Venerdì scorso il vescovo aveva già ricevuto la comunicazione ufficiale, che gli è arrivata, come ha rivelato lui stesso ieri, martedì 24 gennaio, ma era tenuto al segreto e dunque non poteva rispondere a questo riguardo. &lt;strong&gt;L&amp;#8217;attesa del clero era però grande&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Così, prendendo la parola, e scandendo ogni frase molto lentamente, monsignor Moraglia ha cominciato a dire: &amp;#8220;&lt;strong&gt;Ora&amp;#8230; devo darvi una notizia&amp;#8230;&amp;#8221;. In sala scende il gelo.&lt;/strong&gt; &amp;#8220;Forse molti di voi la sanno già&amp;#8230; Ma ora voglio darla ufficialmente&amp;#8230;&amp;#8221;. In sala tensione altissima: i sacerdoti e i seminaristi di La Spezia, che hanno letto i giornali della settimana, rimangono sospesi, certi che Moraglia annuncerà in quella occasione il suo trasferimento nella città lagunare. E il vescovo continua: &amp;#8220;Sì&amp;#8230; la notizia che ora vi posso dare ufficialmente è che&amp;#8230; &lt;strong&gt;le Paoline lasciano la libreria e la diocesi la deciso di rilevarla!&lt;/strong&gt;&amp;#8220;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La tensione tra i presenti &amp;#8211; circa un&amp;#8217;ottantina &amp;#8211; &lt;strong&gt;si stempera subito&lt;/strong&gt;. Non era l&amp;#8217;annuncio atteso e anche temuto da molti sacerdoti. Per quello, com&amp;#8217;è consuetudine, c&amp;#8217;è voluta una convocazione in curia, com&amp;#8217;è avvenuto a mezzogiorno di ieri. Ho appreso questo episodio e ve l&amp;#8217;ho descritto perché attesta che tra le caratteristiche del nuovo pastore veneziano &lt;strong&gt;c&amp;#8217;è anche l&amp;#8217;ironia&lt;/strong&gt;. Ironia che traspare anche da una battuta fatta ieri dal nuovo patriarca e che oggi potete leggere sul Corriere della Sera. La mamma di Moraglia ha origini lombarde e lui ha sempre tenuto per l&amp;#8217;Inter. Al giornalista che gli faceva notare come Scola tenga invece per il Milan, ha risposto: &amp;#8220;Davvero? Non saprei dire se il mio predecessore abbia questo difetto!&amp;#8221;.&lt;/p&gt;</content>
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			<name>Sacri Palazzi</name>
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			<title type="html">Andrea Tornielli</title>
			<subtitle type="html">Sacri Palazzi - Il blog di Andrea Tornielli</subtitle>
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			<updated>2012-02-04T17:00:27+00:00</updated>
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		<title type="html">L’unica medicina</title>
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		<updated>2012-01-31T23:00:00+00:00</updated>
		<content type="html">Come esce l’Italia dal vertice dei capi di Stato e di governo dell’Unione Europea che si è chiuso ieri a Bruxelles e che ha visto il varo del nuovo Patto di bilancio? E come ne escono l’Europa dell’euro piagata dai colpi della speculazione e l’Unione stessa a 27, vincolata da una disciplina di bilancio – dalla quale si sottraggono per ora la sola Gran Bretagna e la Repubblica Ceca – che prevede il pareggio dei conti pubblici quale &amp;quot;regola d’oro&amp;quot; inserita nelle singole Costituzioni?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cominciamo dall’Unione. L’Europa a Ventisette è, per antica definizione, un ornitorinco, animale dalla bizzarra morfologia (il becco d’anatra, la natura di mammifero che tuttavia depone uova) la cui evoluzione è ancora in corso. Guardare un pezzo d’Europa trascurandone un altro non rende giustizia alla visione d’assieme. Nel carattere europeo si fronteggiano da sempre – e spesso ciò diventa abusato luogo comune – il rigorismo nordico e il lassismo mediterraneo, il negoziato e il mercimonio più bieco delle grandi maratone per la spartizione dei fondi con il formalismo più rigido nella stesura dei meccanismi fiscali.&lt;br /&gt;Questo vertice, come quelli che l’hanno preceduto, rispecchia le anime differenti dell’Europa ricomponendole in uno dei tanti compromessi che accontentano e al tempo stesso scontentano le opinioni pubbliche nazionali. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Con il «fiscal compact» l’Unione Europea si è finalmente data delle regole. Regole stringenti, certo, non sempre facili da osservare, ma che sono l’unico presupposto (in questo la Bce di Mario Draghi e la cancelliera Merkel sono assolutamente d’accordo) perché dopo il rigore ci si avvii verso la crescita.&lt;br /&gt;Insieme alle regole di bilancio e alla corsa irrevocabile verso il pareggio ci sarà anche un fondo salva-Stati permanente, la cui entità (500 o 750 miliardi di euro) è ancora oggetto di discussione, ma che fornisce una garanzia robusta nei confronti degli assalti della speculazione. L’Italia avrà un compito non facile: dovrà rientrare ogni anno di un ventesimo dell’eccedenza oltre il 60% del debito pubblico, formula intricata e da adottare a partire nel 2013, con un anno di tempo cioè per ammorbidire grazie alla crescita (se ci sarà) e al contenimento della spesa l’onere di un rientro per noi molto gravoso. Ma non potevamo aspettarci di meno, anzi, si temeva dovessimo patire di più: olandesi e tedeschi erano pronti a introdurre sanzioni ben più pesanti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Inevitabile in casi simili domandarsi chi siano i vincitori e chi gli sconfitti. L’Italia a nostro giudizio ne esce più che bene: contiene le misure più aspre e mette sul piatto il debito privato (fra i più bassi al mondo) e la riforma delle pensioni che rende il nostro sistema fra i più sostenibili in assoluto. La forte credibilità personale del presidente del Consiglio Monti è essa stessa una moneta spendibile in frangenti come questo: non per niente la sua lunga esperienza come mediatore ha dato frutti tangibili, &lt;em&gt;in primis&lt;/em&gt; quello di convincere Sarkozy e la Merkel a includere i Paesi che non appartengono all’eurozona (come la Polonia) nelle decisioni sulle politiche di bilancio. Meno smaglianti del previsto invece i risultati portati a casa dalla Germania. La Merkel non ha ottenuto tutto ciò che voleva e in compenso si è fatta bacchettare non solo dai Paesi «virtuosi» come l’Austria e il Lussemburgo per la sferzante proposta di commissariare la Grecia, ma financo dal presidente dell’Europarlamento, il germanissimo Schulz, con il risultato di riaccendere passioni nazionalistiche e revanscismi che l’Europa delle patrie dovrebbe aver cancellato, pur serbandone memoria.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un tempo, giova ricordarlo, certe controversie a cavallo fra protezionismo e dazi l’Europa dei principati e delle monarchie le risolveva – con capziosi alibi politici e ideologici – a colpi di cannone. Oggi fortunatamente non accade più. Il che non significa che le guerre delle valute, delle materie prime e quella sui debiti sovrani che stiamo vivendo siano meno cruente e meno onerose in termini finanziari. Proprio per questo l’Europa deve saper crescere in modo nuovo. Nel rigore, nella disciplina, ma deve imparare a reinvenatare saggiamente la crescita. Altra strada, di fronte a una disoccupazione che tocca i 23 milioni di individui, non c’è. E il negoziato rimane l’unica medicina possibile.</content>
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		<title type="html">Messaggio dall'Europa sul lavoro: la soluzione per i giovani è già scritta</title>
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		<updated>2012-01-31T23:00:00+00:00</updated>
		<content type="html">A dicembre è calato il gelo sull’occupazione. Dopo una primavera di ripresa, i posti di lavoro hanno ricominciato a diminuire già da agosto e il 2011 si è chiuso con solo 22 milioni e 900mila persone che lavorano e ben 2 milioni e 243mila senza un posto. La disoccupazione all’8,9% segna così il nuovo record decennale, ma ciò che preoccupa davvero è la quota di giovani che non riesce a trovare un’occupazione, inchiodata al 31%.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il peso della crisi che si è scaricato in particolare sui più giovani è un fenomeno comune a tutta l’Europa. Solo da noi, però, assume proporzioni così eclatanti e preoccupanti. Se si esaminano i dati comparati, infatti, si può verificare come di norma la disoccupazione giovanile sia circa il doppio del tasso generale (la media dell’area euro è rispettivamente del 21,3% e 10,4%). In Italia invece si arriva a sfiorare addirittura il quadruplo. Non stupisce perciò che l’Unione europea abbia deciso di accendere un faro su una questione divenuta assolutamente prioritaria. Tanto da convincere il presidente Barroso a inviare ieri una lettera a otto Paesi – fra cui il nostro – nella quale si propone «un’attività in team» per «combattere questa sfida fondamentale» e arrivare a risultati concreti entro aprile. Come? Le linee principali indicate sono due: il sostegno alle piccole imprese da un lato e, dall’altro, «misure specifiche a livello di politiche e di bilancio per la creazione di nuovi posti e la formazione dei giovani, cercando di conciliare domanda e offerta di competenze e di arginare l’abbandono scolastico». L’indicazione della chiave di volta per costruire il futuro dei giovani dunque è chiara: sta nel migliore raccordo tra istruzione e lavoro. Nella formazione come parte integrante dell’attività lavorativa, che arrivi anzi ad essere &amp;quot;il&amp;quot; lavoro dei ragazzi al loro ingresso nel mercato. E che possa anche fungere da alternativa all’abbandono scolastico e all’inattività, che oggi è il destino segnato di altre 2 milioni e 200mila persone in Italia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La risposta, allora, è assai più vicina di quanto non si creda e si chiama «apprendistato», nelle sue tre forme di alta formazione, professionalizzante e per il completamento del diritto-dovere all’istruzione. Un contratto insieme &amp;quot;flessibile&amp;quot;, perché può essere rescisso alla fine dei primi 3 anni (ma con penalizzazioni economiche); &amp;quot;tutelato&amp;quot;, perché a tempo indeterminato e ricco di ore di formazione; &amp;quot;agevolato&amp;quot;, grazie al forte sconto previsto sui contributi. Non per caso proprio sull’apprendistato – assieme a una migliore istruzione tecnica – ha da tempo puntato la Germania. Col risultato di essere oggi l’eccezione positiva dell’Europa con i due tassi di disoccupazione – 7,8% quello giovanile, 5,5% il generale – che non solo sono tra i più bassi del continente ma soprattutto tendono a coincidere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alla vigilia della trattativa fra il governo e le parti sociali – che sarebbe bene allargare quantomeno alle agenzie per il lavoro e alle associazioni dei parasubordinati – il messaggio che arriva dall’Europa e dai dati Istat indica dunque che non c’è tanto da immaginare una nuova architettura contrattuale. Che la risposta non sta in qualche modello teorico calato dall’alto o in forzature improvvise sul piano del diritto. È invece già scritta nelle nostre norme. Va solo attivata con uno sforzo comune, davvero convinto, da parte di chi sul mercato del lavoro opera tutti i giorni.</content>
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		<title type="html">Vortici polari e venti di buriana Stavolta è veramente inverno</title>
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		<updated>2012-01-31T23:00:00+00:00</updated>
		<content type="html">L'anticiclone atlantico si è fatto un po’ più in là va verso l’America. Il vento dell’Est , quello che parte dalla Siberia, attraversa gli Urali, ha voluto spingersi fin sull’Italia e ci siamo accorti che esiste l’inverno. Con meraviglia riscopriamo che alla fine di gennaio e all’inizio di febbraio può fare freddo e può anche nevicare. È strano, ma non troppo. È strano il nostro comportamento sempre pronto a meravigliarsi per una bella giornata di sole o per una candida nevicata. Altrettanto strano è il nostro tempo che non conosce mezze misure. È un tempo che si manifesta con paurose alluvioni (tra tutte, quelle di Genova e delle Cinque Terre), oppure con accanite siccità (come quella che sta colpendo il Nord dove da agosto non piove come si deve). Intanto è alquanto strano il tempo che, come in questo caso, si manifesta all’improvviso con un freddo e con nevicate degne del 1929, del febbraio del 1956 o del gennaio del 1985. È un tempo estremo: o non piove o piove troppo, fa un freddo cane oppure fioriscono le margherite sulle piste da sci in gennaio. Eppure si sa che il tempo è vario e mutevole. &lt;br /&gt;Diceva Oliver Sutton, direttore del Servizio meteorologico britannico: «Una sola cosa è certa in meteorologia: il clima muta ed il tempo è variabile». Il tempo è mutevole e nessuna meraviglia se a un tratto riscopriamo l’inverno dopo aver vissuto una stagione avara di piogge con le cime delle montagne tutt’altro che imbiancate. &lt;br /&gt;Tutto normale? Direi di no. Siamo decisamente fuori dalle medie anche se non sembra che in questa circostanza si possano toccare punte e valori estremi da record, il tempo in inverno ha fatto ben di peggio (ad esempio, -23 a Firenze nel gennaio del 1985). &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cosa sta accadendo? Le nostre regioni dopo essere state protette da una tenace alta pressione, sono state attaccate su due fronti dal freddo. Il primo è rappresentato dalle discese dall’Artico verso il Mediterraneo di una serie di «gocce» di aria fredda che di colpo hanno assunto una direttrice da Nord a Sud. Ciò è stato determinato dal fatto che il «vortice polare» ha perso velocità non riuscendo più a far mantenere una direttrice Ovest-Est ai flussi di aria fredda. Il vortice polare è quell’immenso mulinello di aria che gira intorno al Polo Nord e che  distribuisce il freddo sul nostro emisfero. Il fatto che sia meno intenso significa che il suo flusso è meno regolare, meno teso, meno circolare, ma più ondulato, e queste ondulazioni riescono a raggiungere anche il Mediterraneo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il secondo fronte è rappresentato dall’arrivo del vento freddo di buriana che segue l’andamento dell’anticiclone russo-siberiano che si muove verso Ovest guadagnando circa 1000 chilometri al giorno. Il suo percorso è segnato da temperature a dir poco basse. Ieri pomeriggio, in Russia la temperatura più alta era di -10 e la più bassa di -40. A Mosca la massima, dico la massima, è stata intorno ai -18. Anche la Polonia e la Romania hanno sperimentato temperature di -18/20. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ora toccherà all’Italia? In parte sì ed in parte no, perché siamo pur sempre in mezzo al mare ed il mare, si sa, ha un effetto mitigante. Il culmine del freddo si avrà tra sabato e domenica prossimi. Nel fine settimana le minime potrebbero scendere addirittura sotto i -10 su gran parte del Centro-Nord. A causa del ghiaccio e della neve (se ne prevedono quantitativi abbondanti, anche 40 cm) le prossime 4-5 giornate saranno impegnative, soprattutto sulle strade. Nevicherà su molte regioni, anche su quelle solitamente risparmiate dai fiocchi. Prepariamoci, con saggezza e senza eccessivi timori. Come da secoli l’uomo sa fare quando arriva l’inverno, quello vero.</content>
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		<title type="html">Dipingere e fotografare, meditazione in corso</title>
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		<updated>2012-01-31T13:40:08+00:00</updated>
		<content type="html">&lt;p align=&quot;left&quot;&gt;&lt;a href=&quot;http://spazioblog.progettoculturale.it/wp-content/uploads/2012/01/incontro-giovani-parrocchia.jpg&quot; title=&quot;incontro-giovani-parrocchia.jpg&quot;&gt;&lt;img align=&quot;right&quot; width=&quot;279&quot; src=&quot;http://spazioblog.progettoculturale.it/wp-content/uploads/2012/01/incontro-giovani-parrocchia.jpg&quot; alt=&quot;incontro-giovani-parrocchia.jpg&quot; height=&quot;215&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Se ne inventano di tutti i colori. Stavolta è proprio il caso di dirlo dato che immagini, pitture, performance teatrali e musicali saranno gli strumenti con cui i ragazzi racconteranno il loro mondo interiore ed esteriore, compreso il rapporto con l’Assoluto. «Sono un’autodidatta, ma ho trovato nella fotografia il modo per esprimere me stessa», conferma Chiara Carenini, 30 anni, di Bergamo. Per lei, che lo ha sperimentato su di sé e lo ha verificato facendo l’animatrice in oratorio, l’arte è sicuramente un linguaggio adatto a parlare di fede. «Due volte l’anno – spiega – proponiamo di riflettere a partire da immagini e da sculture particolari perché rispetto alla forma convenzionale della lettura del brano biblico lasciano più spazio per la meditazione». Finalista al concorso artistico­letterario lanciato in occasione della Gmg (uno dei suoi scatti è stato esposto a Madrid nella mostra allestita nei giorni dell’evento), Chiara sarà a Roma il 24 e 25 febbraio per partecipare al laboratorio «Giovani, arte ed educazione alla fede»: «L’ambiente artistico – sottolinea – è frequentato soprattutto da persone adulte mentre qui sarà interessante incontrare e confrontarsi con coetanei appassionati di arte».&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;left&quot;&gt;«Come è avvenuto in passato, anche oggi è una necessità per la Chiesa lasciare il segno attraverso l’arte», osserva monsignor Stefano Russo, direttore dell’Ufficio nazionale per i beni culturali ecclesiastici della Cei, per il quale è fondamentale «recuperare e ravvivare il rapporto tra arte e Chiesa». Coinvolgendo i giovani e valorizzando le esperienze in atto. «Durante il laboratorio i ragazzi avranno la possibilità di sperimentare grazie a otto workshop quello che già avviene in campo artistico e può essere riproposto in altri territori con frutti significativi», annuncia monsignor Russo auspicando che l’arte trovi spazio «nella pastorale ordinaria delle nostre diocesi».&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;left&quot;&gt;Stefania Careddu – Avvenire, 25 gennaio 2012&lt;/p&gt;</content>
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			<title type="html">Nella Piazza</title>
			<subtitle type="html">il blog del Progetto Culturale</subtitle>
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			<updated>2012-02-06T09:00:03+00:00</updated>
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		<title type="html">Moraglia di Venezia. Un patriarca pastore. Per il Papa (e molti cardinali) è il vescovo di La Spezia ad avere il giusto profilo</title>
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		<updated>2012-01-31T10:37:01+00:00</updated>
		<content type="html">&lt;p&gt;&lt;a href=&quot;http://www.paolorodari.com/wp-content/uploads/2012/01/903179-cattedra.jpg&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.paolorodari.com/wp-content/uploads/2012/01/903179-cattedra.jpg&quot; alt=&quot;&quot; title=&quot;&quot; width=&quot;230&quot; height=&quot;130&quot; class=&quot;alignright size-full wp-image-6001&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Leggi anche &lt;strong&gt;&lt;a href=&quot;http://www.ilfoglio.it/soloqui/12111&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Lo ha ricordato il Papa quando qualche mese fa ha ordinato cinque nuovi vescovi nella basilica vaticana: “Il pastore – ha detto – non deve essere una canna di palude che si piega secondo il soffio del vento”. E ancora: “L’essere intrepido, il coraggio di opporsi alle correnti del momento appartiene in modo essenziale al compito del pastore. Il vescovo, dunque, deve essere come un albero che ha radici profonde”. Parole che bene si possono riferire al nuovo patriarca di Venezia, il vescovo di La Spezia Francesco Moraglia.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La nomina esce in queste ore, dopo che una lunga e approfondita consultazione è stata fatta dal nunzio in Italia Adriano Bernardini con tutti i cardinali residenti (compresi Cesare Nosiglia e Giuseppe Betori, arcivescovi rispettivamente di Torino e di Firenze), con tutti i vescovi del Triveneto, i consultori diocesani, e diversi religiosi e laici. In favore di Moraglia, ovviamente, molto hanno pesato i pareri favorevoli di cardinali di peso come pare siano stati quelli di Giacomo Biffi, Camillo Ruini, Angelo Scola e Angelo Bagnasco.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ordinato sacerdote trentacinque anni fa, Moraglia ha puntato nella sua permanenza a La Spezia sul contatto coi fedeli. Ha visitato tutte le parrocchie, anche le più sperdute e spopolate, cercando di mettere in pratica ciò che già Papa Benedetto XVI aveva chiesto ai sacerdoti nell’anno loro dedicato: “Non si è sacerdote a tempo solo parziale; lo si è sempre, con tutta l’anima, con tutto il nostro cuore”. Moraglia si sveglia tutte le mattine alle 4.30, trascorre lungo tempo in preghiera prima di dedicarsi agli impegni quotidiani. Nato a Genova nel 1953, è stato ordinato sacerdote dal cardinale Giuseppe Siri il 29 giugno 1977. Dottore in Teologia dogmatica, è stato direttore dell’ufficio per la Cultura e l’università della diocesi genovese; assistente diocesano del Movimento ecclesiale di impegno culturale (Meic); docente di Cristologia, Antropologia, Sacramentaria e di Storia della teologia alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale; preside e docente dell’Istituto superiore di scienze religiose ligure. Nominato vescovo di La Spezia nel 2007, ha ricevuto l’ordinazione dal cardinale Bagnasco. Attualmente ricopre l’incarico di presidente del consiglio di amministrazione della fondazione Comunicazione e cultura, che sovrintende ai media della Conferenza episcopale italiana.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Venezia è sede prestigiosa. Tre degli ultimi sette Pontefici italiani sono entrati nei conclavi che li hanno eletti al soglio di Pietro da patriarchi in laguna.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;code&gt;Pubblicato sul Foglio martedì 31 gennaio 2011&lt;/code&gt;&lt;/p&gt;
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			<name>Paolo Rodari</name>
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			<title type="html">Palazzo Apostolico - Diario Vaticano di Paolo Rodari</title>
			<subtitle type="html">Diario Vaticano di Paolo Rodari - Vatican Blog</subtitle>
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			<updated>2012-02-05T23:00:20+00:00</updated>
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		<title type="html">Diario Vaticano / Per Venezia il papa ha fatto tutto da solo</title>
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		<updated>2012-01-31T09:00:00+00:00</updated>
		<content type="html">Il nuovo patriarca &amp;egrave; stato scelto personalmente da Benedetto XVI. Viene da Genova ed &amp;egrave; discepolo del cardinale Siri. &amp;Egrave; un sicuro ratzingeriano, sia in teologia che in liturgia</content>
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			<title type="html">Chiesa -</title>
			<subtitle type="html">Notizie, analisi, documenti - a cura di Sandro Magister</subtitle>
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		<title type="html">Il filo sottile di Damasco</title>
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		<updated>2012-01-30T23:00:00+00:00</updated>
		<content type="html">Adesso che i combattimenti tra l’esercito e i ribelli sono arrivati a sfiorare il cuore del potere di Assad, insanguinando la periferia della capitale Damasco, nessuno può ormai negare la realtà, evocata, temuta e spesso ignorata in questi lunghi undici mesi di rivolte e repressioni: in Siria divampa la guerra civile, tanto più tragica quanto più avvolta da pesanti incognite sugli attori in gioco.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’unica certezza riguarda la ferocia con cui il regime di Hafez al-Assad, giovane leader dalle velleità riformiste e dal pugno di ferro, ha cercato di stroncare il movimento di protesta nato sull’onda delle primavere arabe. I massacri sistematici degli oppositori e dei dimostranti presi a cannonate hanno segnato negli ultimi giorni un’escalation che ha costretto gli osservatori della Lega araba a sospendere la loro missione, già screditata e resa difficoltosa dagli intralci posti dalle autorità di Damasco. Le stesse organizzazioni umanitarie hanno smesso di tenere la triste contabilità delle vittime (5 mila a fine dicembre), data l’impossibilità di verificare le cifre esatte. Anche perché ogni giorno si segnalano sabotaggi e attentati, con morti e feriti, da parte dei rivoltosi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La protesta di intellettuali e pacifici cittadini che prese avvio lo scorso marzo è stata via via affiancata da gruppi armati che hanno finito per egemonizzare la ribellione. È una galassia dai contorni non ben definiti: ci sono civili che hanno formato delle ronde di autodifesa, disertori che hanno dato vita all’Esercito siriano di liberazione, formazioni radicali islamiche sostenute dall’Arabia Saudita e, probabilmente, anche cellule terroriste di al-Qaeda.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Come già in Libia, l’opposizione armata siriana invoca un intervento &amp;quot;umanitario&amp;quot; della comunità internazionale per impedire la sanguinosa repressione del dittatore. Ma la Nato non ha alcuna intenzione di fare la guerra ad Assad come fece, su sollecitazione di Sarkozy, nei confronti di Gheddafi. E il Consiglio di sicurezza dell’Onu che si riunisce oggi per dibattere del caso siriano, è bloccato dal veto della Russia. Per Mosca infatti il regime di Damasco, cui ha fornito recentemente aerei e armi pesanti, rappresenta un insostituibile alleato in Medio Oriente. Né l’America né l’Europa, e neppure Israele, sono del resto interessate ad abbattere il nemico Assad, secondo il cinico detto «meglio il diavolo che conosci dell’angelo senza volto».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una Siria senza più il suo uomo forte sarebbe una minaccia per la stabilità dell’intera regione, a cominciare dal Libano, e aggraverebbe lo scontro tra sunniti e sciiti in tutta l’area. La Lega araba alza i toni e s’appresta a riconoscere il Cns, il Consiglio nazionale siriano che raggruppa l’opposizione, ma si guarda bene dall’intervenire militarmente. La Turchia di Erdogan lo farebbe volentieri, ma s’accontenta di dare rifugio e supporto logistico ai disertori dell’esercito di Assad.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tutti dicono che il tiranno di Damasco è destinato a cadere, ma al tempo stesso ne temono le conseguenze. E nello scontro sempre più sanguinoso tra il dittatore e i ribelli,a finire stritolati sono i cristiani, minoranza religiosa che ha goduto della protezione di Assad, leader alawita odiato dalla maggioranza senza potere dei sunniti. L’uccisione pochi giorni fa di un prete ortodosso ad Hama, la roccaforte della ribellione, segna un punto di svolta inquietante nella tragedia siriana, dove regime e opposizione s’accusano reciprocamente del misfatto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In Siria vittime e carnefice sembrano avvinghiati in un abbraccio mortale. Tocca alla comunità internazionale separarli, costringendo il tiranno a lasciare il potere e spingendo l’opposizione a diventare una forza responsabile, democratica e tollerante. È un filo sottile, ma è l’unico cui i siriani possono aggrapparsi per non finire nel baratro.</content>
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		<title type="html">La nidiata sovrappeso del Paese ingrigito</title>
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		<updated>2012-01-30T23:00:00+00:00</updated>
		<content type="html">Da tempo ci eravamo accorti che l’Italia non era più un Paese accogliente verso i bambini, ma spesso accade che le cifre restituiscano una realtà persino più amara di quella che s’intuisce. Se infatti è noto che il numero di nascite è precipitato a livelli impensati per la tradizione e la sapienza antica del nostro Paese, fa ugualmente impressione leggere che in poco meno di un secolo e mezzo la natalità si è ridotta dei tre quarti. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La storia dell’Italia unita, appena celebrata nel corso di un anno che ci ha fatto scoprire numerosi e sorprendenti motivi di orgoglio, è anche percorsa appena sotto la superficie da un traumatico fenomeno di impoverimento demografico, una lenta e inavvertita implosione censurata come un fatto inconfessabile, silenziosa eppure sotto gli occhi di tutti. Tra il 1871 e il 2009 la natalità è andata inabissandosi fino a registrare un calo del 74,25%, col rovesciamento della piramide anagrafica che ha fatto travasare nella fascia dei pensionati quel che è andato perso nella nidiata dei bambini. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’Italia unita s’è desta, certo, ma s’è anche ingrigita. Sappiamo che i nuovi nati oggi sono appena 9,5 ogni mille abitanti, assai meno rispetto ai 12,8 di Francia e Gran Bretagna, ai 12 della Svezia, persino ai 10,8 della Spagna che sta sperimentando un deficit analogo al nostro. E non s’intravede non diciamo il segnale di un’inversione di questo sinistro spread vitale sul resto d’Europa ma persino un buon motivo che incoraggi gli italiani a mettere al mondo più figli. Il tracollo infatti «è dovuto alla mancanza di politiche a supporto della famiglia, dal secondo dopoguerra in poi», mica da ieri, come ha messo in chiaro chi ha curato il Libro bianco 2011 sulla salute dei bambini (generoso di dati e annotazioni), messo a punto dall’OsservaSalute dell’Università Cattolica insieme alla Società italiana di pediatria, e diffuso ieri. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’emorragia non può essere arrestata se non si invia al Paese un chiaro messaggio di fiducia in ciò che – per unanime ammissione – lo sostiene e lo rende capace di reggere l’urto anche di una crisi come quella attuale, ovvero la famiglia, architrave pure della piccola impresa di cui gli economisti di casa nostra si mostrano così fieri. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quanta tenacia e risolutezza richiede questa operazione, che ha a che fare con la cultura e la mentalità diffusa ancor prima che con la contabilità, lo documenta il paradosso tutto italiano – anch’esso mostrato dalle eloquenti tabelle del Libro bianco – dell’invidiabile stato di salute goduto dai bambini italiani, tra i più sani e accuditi del continente. Il merito è anche di un sistema sanitario che, nel groviglio di problemi e difetti che lo travagliano, riesce a garantire un’assistenza di prim’ordine alla nostra sempre meno numerosa infanzia. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma per garantire il benessere dei figli, persino eccessivo se si considera che i bimbi italiani sono mediamente sovrappeso, non bastano pediatri in gamba e ospedali attrezzati: il rapporto mostra infatti come ancora una volta sia la famiglia ad assicurare una rete di assistenza e welfare che provvede a ogni necessità, con la solerzia garantita da una devozione persistente ai valori della cura e della genitorialità moltiplicati dall’esiguità dei beneficiari di tante premure. In non poche famiglie attorno a un nipote si concentrano infatti le attenzioni di due genitori e quattro nonni, che si spartiscono il bambino e ne monitorano apprensivamente ogni possibile disagio, provocando un’inevitabile lievitazione delle prestazioni sanitarie e della sommnistrazione di farmaci. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il Libro bianco parla – senza inutili giri di parole – di un Paese di «nonni senza nipoti», bambini circondati da ogni attenzione, percepiti come un bene tanto più prezioso quanto più è centellinato. Ma se gli italiani vogliono rialzarsi – ed è fuori discussione che lo stiano fortissimamente desiderando – non sarà il caso di aiutarli in qualche modo ad aver fiducia in un futuro di genitori aperti più generosamente alla vita?</content>
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		<title type="html">Bene così</title>
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		<updated>2012-01-30T23:00:00+00:00</updated>
		<content type="html">Alla fine dello scorso giugno, commentando l’avvio dei tagli ai &amp;quot;costi della politica&amp;quot;, provammo a suggerire una linea di rigorosa tenacia e coerenza a deputati e senatori: da quel momento – su quei temi – gli italiani avrebbero capito e accettato solo passi avanti. Perché i cittadini – nell’aspra stagione di sacrifici che viviamo – meritano messaggi inequivocabili e, soprattutto, un severo e sereno buon esempio. Lo pensiamo più che mai. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E registriamo perciò con grande interesse, e con il consueto rispetto per la massima istituzione rappresentativa della nazione e della sovranità popolare, questa decisa ripresa d’iniziativa delle Camere secondo i tempi già annunciati. Certo, ci sarà chi non si accontenterà delle nuove sforbiciate e chi rinfaccerà ai parlamentari le resistenze e le giravolte degli ultimi mesi sulla questione dei vitalizi e degli emolumenti a vario titolo percepiti. Ma il messaggio è serio, chiaro e forte. C’è voluto un po’ troppo per farlo arrivare, e però è arrivato: accompagnando e, in un certo senso, coronando il varo da parte del Governo di importanti misure di &amp;quot;moderazione salariale&amp;quot; ai vertici della pubblica amministrazione. Bene così, avanti così.</content>
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		<title type="html">Vade retro Obama. La grande guerra dei cattolici degli Stati Uniti contro il presidente “illiberale” e pro choice. L’avevano sostenuto, si sentono traditi</title>
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		<content type="html">&lt;p&gt;&lt;a href=&quot;http://www.paolorodari.com/wp-content/uploads/2012/01/images.jpg&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.paolorodari.com/wp-content/uploads/2012/01/images.jpg&quot; alt=&quot;&quot; title=&quot;&quot; width=&quot;285&quot; height=&quot;177&quot; class=&quot;alignright size-full wp-image-5997&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E’ davvero difficile credere che sia successo. E’ stato come ricevere un violento schiaffo in faccia. Eppure le cose stanno così. Barack Obama ha detto in sostanza a tutti noi cattolici: ‘To Hell with you’– ‘Andate all’inferno’. Non so in quale altro modo spiegare la sua assurda decisione”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Parole del vescovo di Pittsburgh, David Zubik, poche ore fa, molto simili per livore e acredine a quelle pronunciate da Joseph McFadden, vescovo nella piccola Harrisburg, vicino a Philadelphia: “Mai prima d’ora il governo aveva costretto i cattolici e tutte le organizzazioni religiose a comprare a scatola chiusa un prodotto che viola pesantemente la loro coscienza. Certe cose non dovrebbero accadere in una terra come la nostra dove la libera espressione del proprio credo sta al primo posto nel Bill of Rights”. Zubik e McFadden sono due vescovi combattivi. Le loro dichiarazioni, rilanciate da tutti i giornali americani, manifestano un sentimento in queste ore radicato nelle profondità della pancia del cattolicesimo statunitense, senza alcuna eccezione. Il leitmotiv è uno: “Obama ci ha tradito”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La protesta è divampata nelle scorse ore e il motivo è semplice: il governo, tramite il segretario per la Salute e i servizi umani, Kathleen Sebelius, ha fatto sapere che a partire dall’agosto del 2013 anche le chiese e le associazioni religiose saranno costrette a offrire ai propri dipendenti un’assicurazione sanitaria che contempli i rimborsi per la contraccezione e l’aborto. La direttiva, ha detto Sebelius, “bilancia la libertà religiosa e l’aumento dell’accesso ai servizi di prevenzione”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Inizialmente i vescovi americani hanno temporeggiato. Prima di prendere qualsiasi iniziativa, infatti, dovevano aspettare l’esito di un’udienza particolare, quella che giovedì scorso Benedetto XVI ha concesso a un gruppo scelto di vescovi degli Stati Uniti, tra i quali l’arcivescovo di Washington, il cardinale Donald W. Wuerl.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Prima dell’incontro al Papa è stato fatto arrivare un dettagliato dossier relativo alla situazione americana, le parole di Sebelius allegate in calce al documento. Ratzinger ha preso visione d’ogni dettaglio e poi, di suo pugno, ha redatto il testo del discorso pronunciato ai vescovi. “E’ come se il Papa parlando ai vescovi di Washington”, dice Sandro Magister, “abbia voluto parlare anche all’Amministrazione americana”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E, in effetti, il suo cenno all’impedimento dell’obiezione di coscienza “per quanto riguarda la cooperazione a pratiche intrinsecamente cattive” ad altro non sembra alludere se non alla fatidica decisione di Barack Obama, quella che fa obbligo a qualsiasi organizzazione, anche cattolica, di pagare per i propri dipendenti l’assicurazione sanitaria comprensiva di contraccezione e aborto. Le parole del Papa, per i vescovi americani, sono state inequivocabili: “Tornate nel vostro paese e fatevi sentire”, ha sostanzialmente voluto dire loro Benedetto XVI.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E così è stato. E così, ancora in queste ore, continua a essere. Si tratta di “una gravissima offesa alla libertà religiosa” ha scritto in una nota ufficiale la Conferenza episcopale degli Stati Uniti. Parole rilanciate – è questa la caratteristica più significativa della protesta – anche dai mondi più liberal del cattolicesimo americano.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Tra questi c’è anche la rivista progressista e “obamiana” National Catholic Reporter nella quale scrive la stella del vaticanismo americano John Allen, e cioè colui che, quando nel luglio del 2009 Obama andò in Vaticano a incontrare il Papa, parlò con soddisfazione della calda accoglienza concessa da Ratzinger al presidente “che gli europei etichettano come pro choice”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Oggi il vento è cambiato. Oggi anche per il National Catholic Reporter Obama non è più affidabile. Cosa dice a noi cattolici la decisione annunciata da Sebelius? “Dice che per noi credenti non c’è più spazio in questo grande paese” ha scritto lapidario sulla rivista Michael Sean Winters, docente di Storia della chiesa alla Catholic University of America e autore di “Sinistra all’altare: come i democratici hanno perso i cattolici e come i cattolici possono salvare i democratici”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Dice: “Sono arrivato a questa amara conclusione nonostante io sia un liberale e un democratico, uno che fino a ieri ha sostenuto il presidente, uno il cui cuore si è scaldato quando ha ascoltato Obama dire all’Università di Notre Dame: ‘Dobbiamo trovare un modo per riconciliare il nostro mondo sempre più piccolo con la sua sempre crescente diversità, diversità di pensiero, diversità di cultura, e diversità di fede. Dobbiamo trovare un modo per vivere insieme come una sola famiglia umana’. Ora io non posso fare altro che accusarla, signor presidente, di aver tradito quel liberalismo filosofico che ha avuto inizio come difesa dei diritti della coscienza. Beninteso: come cattolici, dobbiamo essere onesti e ammettere che, trecento anni fa, la difesa della libertà di coscienza non era ai primi posti nell’agenda della nostra chiesa. E’ vero, ma abbiamo imparato ad abbracciare l’idea che la coercizione della coscienza è una violazione della dignità umana. Questa è una lezione, signor presidente, che lei e anche molti dei vostri liberali colleghi hanno disimparato a quanto pare”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Cattolici conservatori e cattolici su posizioni più liberal. Mai come questa volta è del tutto compatto il fronte cattolico statunitense contro Obama. Timothy Dolan, arcivescovo di New York, è stato eletto capo della Conferenza episcopale americana non certo perché è un conservatore. Quando da Milwaukee venne promosso a New York vi fu addirittura chi disse che con lui il tempo della chiesa arroccata in difesa dei principii (e contro la modernità), il tempo insomma del suo predecessore, il cardinale Edward Michael Egan, era finito.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Secondo questa vulgata a Dolan mancava la tempra del condottiero. “Uomo da salotto, uomo del sistema, è celebre una sua foto mentre gioca a baseball”, dicevano i suoi detrattori. E ancora: “New York ancora non ha trovato l’erede ideale dell’indimenticato cardinale Francis Joseph Spellman, arcivescovo dal ’39 al ’67”. Eppure è lui in queste ore, lui che i più non giudicano essere un conservatore, a usare le parole più dure contro Obama, le stilettate più intransigenti e decise. “Il presidente ci sta dicendo che abbiamo un anno per capire come violare le nostre coscienze” ha detto pochi giorni fa. “Bene, la sua altro non è che una decisione sconsiderata”. E ancora: “Obama ha disegnato una linea nella sabbia senza precedenti. La chiesa non starà a guardare, i vescovi cattolici si impegnano a collaborare con i loro compatrioti americani per cambiare questa norma ingiusta”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il clima è incandescente, soprattutto tenuto conto che la frizione che oramai pare insanabile si sta consumando in piena campagna elettorale. Nel mondo cristiano, non più soltanto tra gli estremisti di destra o in qualche frangia dell’integralismo tradizionalista, l’“Anticristo” è l’epiteto che viene maggiormente cucito addosso a Obama. Ritornano, in queste ore, le accuse che fin dalla campagna elettorale del 2008 l’allora senatore dell’Illinois si sentiva fare: fu il sito conservatore RedState.com che arrivò a vendere tazze e t-shirt sulle quali era stampata una grande “O” sovrastata da due corna demoniache e dalla scritta “L’Anticristo”. Certo, i vescovi oggi non osano arrivare a tanto, ma poco, davvero poco, ci manca.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Anche in Vaticano gli occhi di molti sono puntati su Obama. Dopo l’uscita del Papa di giovedì scorso e un articolo che riprendeva le parole di Dolan contro Obama pubblicato sull’Osservatore Romano, l’impressione è che la Santa Sede cerchi di mantenersi coperta. Anche se, a onor del vero, la Radio vaticana non è stata a guardare. Ha chiamato a commentare la vicenda il giurista Carlo Cardia, docente di Diritto ecclesiastico all’Università Roma Tre, che ha spiegato come “non soltanto è in gioco la Costituzione americana, ma le carte internazionali dei diritti dell’uomo che hanno avuto e hanno, tra i punti essenziali, il rispetto della libertà di coscienza, che a sua volta, ha una serie di applicazioni. Tutti noi ricordiamo una delle prime forme dell’obiezione di coscienza, il servizio militare, quando il valore della difesa della patria cedeva di fronte all’obiezione di coscienza di non volere prendere le armi. Questo principio, che ha una serie di applicazioni, viene ora quasi messo tra parentesi. Si fa quasi finta che non esista! L’attacco all’obiezione di coscienza si sta verificando su diversi fronti, e io credo che questa erosione si va facendo sempre più pesante”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I rapporti tra Vaticano e Washington sono delicati e finché non emergerà il nome dello sfidante repubblicano di Obama, senz’altro il low profile nei rapporti con la Casa Bianca sarà l’unica parola d’ordine. Basso profilo a Roma, certo, ma libertà d’espressione negli Stati Uniti. Non a caso, dopo Dolan è sceso in campo un altro cardinale di peso.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Si tratta del nuovo arcivescovo di Los Angeles, l’ispanico José Gómez, che ha pubblicamente invocato una levata di scudi contro una decisione che “viola i principii non negoziabili”. Gómez è uno dei principali interpreti di quella linea episcopale chiamata dei “conservatori creativi” (copyright John Allen) grazie alla quale Benedetto XVI sta rifondando la maggior parte delle diocesi americane. “A conservative bishop for Los Angeles”, titolarono i giornali statunitensi quando ad aprile 2010 monsignor Gómez venne indicato come successore del cardinale Roger Mahony. Una scelta di discontinuità quella del messicano Gómez, un uomo in grande ascesa al quale adesso la Santa Sede lascia libertà di azione contro la decisione “eticamente inaccettabile”, sono sue parole, di Obama.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Lunedì scorso, nel giorno del 39esimo anniversario della Roe vs. Wade (la sentenza del 1973 che ha legalizzato l’aborto), i vescovi hanno chiamato i fedeli in piazza, chiedendo loro di aderire alla Marcia per la vita. Erano migliaia per le strade, guidati dal cardinale Daniel DiNardo, arcivescovo di Galveston-Houston e capo della commissione per le attività pro vita della Conferenza episcopale statunitense.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ha scritto in proposito il quotidiano della Conferenza episcopale italiana Avvenire: “Per il variegato movimento pro life americano portare in piazza decine di migliaia di persone da tutto il paese per un happening religioso e politico è il segnale di un radicamento popolare che oltrepassa il calibro della manifestazione folkloristica di una minoranza, per quanto motivata”. E ancora: “La grande marcia di Washington ha fornito lo spettacolo di un raduno popolare assai più imponente di quelli mandati in scena dagli ‘indignados’ d’oltreoceano, a Wall Street e altrove, capaci forse di un appeal mediatico superiore ma certamente non in grado quanto il popolo per la vita di dar voce all’alfabeto condiviso di una civiltà”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La sostanza è una. Il mondo cattolico si è sentito tradito da un presidente che ancora in questi giorni si è detto impegnato a “ridurre il numero degli aborti”. Il “bluff”, così lo chiamano i vescovi, non è stato digerito anche da chi, in passato, aveva difeso la riforma sanitaria. Su tutti basta il nome di suor Carol Keehan, presidente di quella Catholic Health Association che nel 2010 nonostante la richiesta di prudenza espressa dai vescovi del paese, elogiava gli effetti del programma sanitario varato dalla Casa Bianca dicendo che “milioni di americani sono stati aiutati attraverso la copertura medica della quale avevano bisogno”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I contatti tra Dolan e la Santa Sede sono costanti. Roma spinge i vescovi perché cerchino il più possibile di allargare il fronte del dissenso. Un esempio a cui guardare esiste già, ed è recente. Fu il 20 novembre 2009 che cattolici, protestanti e ortodossi degli Stati Uniti si unirono nel difendere la vita e la famiglia. Avevano dichiaratamente la Casa Bianca nel mirino. Firmarono un appello pubblico che venne intitolato “Manhattan Declaration: A Call of Christian Conscience” – “Dichiarazione di Manhattan. Un appello della coscienza cristiana” a difesa della vita, del matrimonio, della libertà religiosa e dell’obiezione di coscienza. La redazione finale del testo fu affidata al cattolico Robert P. George, professore di Diritto alla Princeton University, e agli evangelici Chuck Colson e Timothy George, quest’ultimo professore della Beeson Divinity School, nella Samford University di Birmingham in Alabama. Tra gli altri firmatari figuravano il metropolita Jonah Paffhausen, primate della chiesa ortodossa in America, l’arciprete Chad Hatfield, del seminario teologico ortodosso di San Vladimiro, il reverendo William Owens, presidente della Coalition of African American Pastors, e due personaggi di spicco della Comunione anglicana: Robert Wm. Duncan, primate della Anglican Church in North America, e Peter J. Akinola, primate della Anglican Church in Nigeria. Obama era impegnatissimo a far passare il piano di riforma dell’assistenza sanitaria negli Stati Uniti. Difendendo la vita umana fin dal concepimento e il diritto all’obiezione di coscienza, l’appello diceva a chiare lettere che i firmatari non si sarebbero fatti “ridurre al silenzio o all’acquiescenza o alla violazione delle nostre coscienze da qualsiasi potere sulla terra, sia esso culturale o politico, indipendentemente dalle conseguenze su noi stessi”. E ancora: “Noi daremo a Cesare ciò che è di Cesare, in tutto e con generosità. Ma in nessuna circostanza noi daremo a Cesare ciò che è di Dio”. Oggi la promessa è stata mantenuta. Contro Obama ci sono ancora molti dei firmatari della Manhattan Declaration. E tanti altri.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E’ ancora Michael Sean Winters a ricordare che stavolta Obama “ha contro tutti”, anche quelli che in passato l’hanno sostenuto. Winters non ricorda soltanto il nome di suor Carol Keehan, ma anche il presidente della Caritas degli Stati Uniti, padre Larry Snyder, che si è detto “profondamente deluso”. E poi padre John Jenkins, presidente dell’Università cattolica di Notre Dame, nell’Indiana. Nel 2009 invitò Obama per ricevere una laurea honoris causa in Giurisprudenza. I cattolici insorsero a motivo dell’“ardente e costante appoggio di Obama a politiche in favore del diritto di aborto”. Jenkins difese Obama e disse che l’invito rappresentava una possibilità di dialogo. Ricorda ora Winters a Obama: “Queste persone hanno cicatrici da mostrare per colpa della loro disponibilità a lavorare con voi, per averla sostenuta nella dura lotta politica. Sono tante. Ma le domando: è questo il modo di trattare persone che sono andate al tappeto per voi?”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;code&gt;Pubblicato sul Foglio sabato 28 gennaio 2011&lt;/code&gt;&lt;/p&gt;
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			<title type="html">Palazzo Apostolico - Diario Vaticano di Paolo Rodari</title>
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		<title type="html">Israele- Vaticano: un rapporto stabile costruito lontano dai riflettori</title>
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		<updated>2012-01-30T09:43:01+00:00</updated>
		<content type="html">&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;http://www.ilportonedibronzo.it/images/stories/olivovaticano.jpg&quot; border=&quot;0&quot; width=&quot;250&quot; /&gt;Il 26 gennaio “si è riunita ancora una volta la Commissione Bilaterale Permanente di Lavoro tra Stato d’Israele e Santa Sede. Sessione plenaria, ospitata dal Ministero degli Affari esteri d’Israele, per portare avanti i negoziati che fanno seguito all’articolo 10 paragrafo 2, dell’Accordo Fondamentale, riguardante materie economiche e fiscali. Nel comunicato ufficiale si ricorda che l’incontro è stato presieduto dal Viceministro degli Affari Esteri israeliano, Mp Danny Ayalon e dal Sottosegretario per i Rapporti con gli Stati, Mons. Ettore Balestero. I negoziati si sono svolti in un’atmosfera aperta  cordiale e costruttiva. Sono stati fatti sostanziali progressi su argomenti importanti. Le Parti hanno concordato i passi futuri verso la conclusione dell’Accordo. La prossima riunione plenaria si terrà il giorno11 Giugno 2012 presso il Vaticano.  Da tempo ormai i negoziati sembrano in stallo, ma di fatto anche se piccoli, di passi avanti se ne fanno diversi.&lt;/p&gt;</content>
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			<name>Angela Ambrogetti</name>
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			<title type="html">Il Portone di Bronzo - Frammenti e idee di Angela Ambrogetti</title>
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			<updated>2012-02-07T02:00:23+00:00</updated>
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		<title type="html">Dalla demografia per cambiare l’Italia</title>
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		<updated>2012-01-30T09:18:03+00:00</updated>
		<content type="html">&lt;p align=&quot;left&quot;&gt;&lt;a href=&quot;http://spazioblog.progettoculturale.it/wp-content/uploads/2011/10/cambiamento-demografico-laterza.jpg&quot; title=&quot;cambiamento-demografico-laterza.jpg&quot;&gt;&lt;img align=&quot;right&quot; width=&quot;282&quot; src=&quot;http://spazioblog.progettoculturale.it/wp-content/uploads/2011/10/cambiamento-demografico-laterza.jpg&quot; alt=&quot;cambiamento-demografico-laterza.jpg&quot; height=&quot;428&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Nel 1985, quando la diminuzione delle nascite non suscitava ancora interesse e tanto meno preoccupazione nelle istituzioni e nell’opinione pubblica, i vescovi dell’Emilia Romagna pubblicarono un documento dal titolo “Una Chiesa che guarda al futuro”, nel quale denunciavano l’andamento demografico gravemente negativo di quella regione. Venticinque anni più tardi, nel maggio del 2010, in occasione dell’assemblea della Cei, il card. Angelo Bagnasco, senza usare mezzi termini, ha affermato che «l’Italia sta andando verso un lento suicidio demografico».&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;left&quot;&gt;A mettere in luce questa costante e profetica attenzione della Chiesa nei confronti della questione demografica è il card. Camillo Ruini nella Prefazione del recente volume, curato dal Comitato per il Progetto culturale della Cei, “Il cambiamento demografico. Rapporto-proposta sul futuro dell’Italia”. Potrebbe sembrare strano che la Chiesa nutra un così forte interesse per la demografia. In realtà, essa, leggendo e interpretando con acutezza i dati tecnici, sa cogliere le correnti vitali che essi rappresentano: gli aspetti “numerici e quantitativi – scrive Ruini a questo proposito – sono analizzati e soppesati con cura, ma l’attenzione si concentra soprattutto sulle motivazioni e implicazioni antropologiche e socio-culturali, oltre che economiche, dei cambiamenti demografici. L’impegno costante è stato tenere insieme e ricondurre a sintesi evidenze statistiche e riflessione antropologica, così da far emergere l’unità della vita, personale e sociale, che sta alla base di entrambe”.&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;left&quot;&gt;Il libro si articola in tre capitoli: il primo fornisce un panorama oggettivo delle enormi trasformazioni verificatesi in Italia negli ultimi quarant’anni, mentre il secondo ne analizza le cause e le conseguenze. Nel terzo capitolo vengono proposte alcune linee di politica demografica rispondenti alle attuali esigenze del nostro Paese. Gli estensori del rapporto non nascondono le loro preoccupazioni e tra i motivi più gravi e profondi dell’attuale crisi demografica segnalano l’interpretazione individualistica degli affetti e della famiglia che caratterizza l’antropologia contemporanea. Proprio per questa ragione, il libro pone l’istituto familiare al centro delle analisi, delle riflessioni e delle indicazioni per il futuro. La famiglia italiana di oggi manifesta “una crescente fragilità, testimoniata dall’incremento delle separazioni e dei divorzi, dall’aumento della frequenza di coppie senza figli, dalla crescente presenza dei nuclei monogenitoriali, dall’esplosione di quelli formati da persone anziane, e spesso tragicamente sole”.&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;left&quot;&gt;Perché sta accadendo tutto questo? La risposta è complessa e chiama in causa numerosi elementi. Tuttavia, secondo i curatori del libro, non v’è dubbio che alla base del disorientamento di cui è vittima la famiglia stia il martellante accreditamento che da vari decenni è stato operato nei confronti “di comportamenti individualisti, più preoccupati di raggiungere soddisfazioni a breve termine che animati da un’ampia progettualità”. Nel volume non mancano analisi e proposte riguardanti l’economia e la politica, perché la concretezza di tali dimensioni non può essere sottovalutata. Ma è certo che per “salvare” l’istituto familiare appare necessario innanzitutto un profondo mutamento di mentalità. A questo proposito, nel dicembre scorso, parlando al Pontificio Consiglio per la famiglia Benedetto XVI ha affermato: «La famiglia fondata sul sacramento del matrimonio è attuazione particolare della Chiesa, comunità salvata e salvante, evangelizzata ed evangelizzante. Come la Chiesa, essa è chiamata ad accogliere, irradiare e manifestare nel mondo l’amore e la presenza di Cristo».&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;left&quot;&gt;Maurizio Schoepflin – &lt;em&gt;Verona Fedele&lt;/em&gt;, 29 gennaio 2012&lt;/p&gt;</content>
		<author>
			<name>Nella piazza</name>
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			<title type="html">Nella Piazza</title>
			<subtitle type="html">il blog del Progetto Culturale</subtitle>
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		<title type="html">Le suore di clausura  pregano per la Chiesa in Cina</title>
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		<updated>2012-01-30T04:30:52+00:00</updated>
		<content type="html">&lt;div&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;Le  notizie che giungono dalla Cina sulla situazione in cui si trova la Chiesa sono preoccupanti. Due  missionari del Pime, i padri Angelo Lazzarotto e Piero Gheddo, a nome  del Pime (che lavora nell’”Impero di mezzo” dal 1858), hanno preso  l’iniziativa di coinvolgere i circa 530 conventi femminili di clausura in Italia per una campagna di preghiere, mandando in omaggio  il volume “Una vita per la Cina” (EMI 2011, pagg. 363) con le lettere  del martire padre Cesare Mencattini (1910-1941) commentate da padre  Lazzarotto e inviando due lettere che spiegano alle sorelle il perché di questa iniziativa.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt; La Chiesa di Cina “oggi è una bella speranza per la Chiesa universale e soprattutto per la missione in Asia, &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;il continente in cui vivono l’80-82% dei non cristiani di tutto il mondo!&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;”, ma “&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;attraversa il più difficile e decisivo momento della sua storia recente&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;, perché corre il pericolo di dividersi e di cadere in uno scisma, &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;una parola drammatica che ricorda altri tristi tempi nella storia millenaria della Chiesa di Cristo&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;”, scrive padre Gheddo che da trenta e più anni manda ai conventi femminili  di clausura i suoi libri sulle missioni e altri dell’Ufficio storico del Pime. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt; &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt; Padre Angelo&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt; Lazzarotto, già missionario ad Hong Kong e profondo conoscitore della Chiesa di Cina attraverso decine di viaggi,  illustra brevemente, secondo la sintesi di “Asia News”, una crisi  “innescata il 20 novembre 2010 quando le autorità comuniste decisero di  imporre una ordinazione episcopale nella città di Chengde (provincia Hebei) senza l&amp;#8217;accordo del Papa”. “Nell&amp;#8217;estate del  2011, il governo ha imposto due altre ordinazioni episcopali, il 29  giugno a Leshan (prov. Sichuan) e 14 luglio a Shantou (prov. Guangdong),  anche se gli erano stati comunicati i motivi per cui il Papa non poteva dare la sua approvazione. Così la Santa Sede  ha dovuto dichiarare che i due sacerdoti che accettarono di farsi  ordinare vescovi contro le leggi della Chiesa sono incorsi  automaticamente nella scomunica. La Cina ha protestato”.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt; “Purtroppo - osserva padre Lazzarotto - il governo comunista non esita  ad usare le lusinghe e anche la violenza fisica per raggiungere i suoi  scopi. Nell&amp;#8217;ultimo anno ha mandato addirittura la polizia per costringere vari vescovi sia a partecipare all&amp;#8217;Assemblea del  dicembre 2010, che ad eseguire quelle Ordinazioni episcopali. Il governo  ha creato per questo l&amp;#8217;Associazione Patriottica dei cattolici, che  finisce per emarginare i vescovi. Questo assurdo uso della forza per imporre specifiche scelte religiose disonora il  prestigio della Nuova Cina di fronte al mondo. Non pochi osservatori e  studiosi dicono che ci sono fazioni di estrema sinistra che stanno  tentando di prendere il sopravvento nell&amp;#8217;apparato governativo: non dimentichiamo che si sta preparando un importante congresso del  Partito comunista, che dovrà rinnovare i vertici del potere. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt; Quanto  alle prospettive per la Chiesa in Cina, “c&amp;#8217;è bisogno, certo, di nuovi  vescovi. Ma la Chiesa di Cina si trova in una vera emergenza perché per  30 anni, con la chiusura di tutti i seminari, non era stato ordinato alcun prete. Oggi i possibili candidati  all&amp;#8217;episcopato sono tutti giovani sui 35-40 anni, che mancano spesso di  esperienza. Così, accanto a numerosi vescovi e altri delegati che hanno  cercato in tutti i modi di rifiutare la partecipazione ai fatti sopra ricordati, non mancano di quelli che non hanno saputo  opporre resistenza. E’ difficile sapere &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;quanto  spontaneamente lo abbiano fatto, perché spesso sono preoccupati di  assicurare il funzionamento delle strutture indispensabili alla vita ecclesiale,  dato che il controllo sulle finanze diocesane spesso è in mano ai membri  dell&amp;#8217;Associazione patriottica. E&amp;#8217; noto che molto denaro fluisce  attraverso l’Associazione a un numero crescente di diocesi, seminari e parrocchie, per cui chi non coopera col governo deve  pagare un grosso costo finanziario. E, come sempre accade, accettare  denaro significa una perdita di indipendenza”.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt; In questo quadro, “vari tentativi del passato di trovare un&amp;#8217;intesa  anche con le autorità della Cina comunista sono falliti per il  sabotaggio di forze interessate a mantenere lo stato di conflittualità. Ma Benedetto XVI, come già i suoi predecessori, non  perde occasione per esprimere la sua fiducia nella Chiesa che vive in  Cina, come pure la grande stima che nutre per il popolo cinese e il suo  rispetto per il governo che lo guida”. E “anche le autorità di Pechino non ignorano il notevole prestigio di cui gode  sul piano internazionale la figura del Papa. Per cui anch&amp;#8217;esse ripetono  di essere disponibili a migliorare le relazioni col Vaticano”.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt; “Un dialogo costruttivo va cercato, a mio avviso, sul terreno pratico.  Le comunità cattoliche desiderano collaborare alla pace sociale e  prodigarsi per il bene comune. Ma bisogna che sia assicurata alla Chiesa la possibilità di operare secondo le  proprie tradizioni. E nella scelta di candidati all’episcopato è  indispensabile che si tratti di sacerdoti idonei sul piano dei requisiti  personali ed ecclesiali; e non si può accettare che alcuni organismi, voluti dallo Stato ed estranei alla struttura della  Chiesa, si pongano al di sopra dei vescovi stessi nella guida della  comunità ecclesiale. Lo ha detto chiaramente anche Papa Benedetto XVI”.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt; Per raggiungere un accordo valido e duraturo, a giudizio di padre  Lazzarotto, “occorre, credo, un vero miracolo. C&amp;#8217;è bisogno, quindi, di  una crociata di preghiere, sapendo che ‘nulla è impossibile a Dio’. Per questo Papa Benedetto XVI ha chiesto più volte  ai cattolici di tutto il mondo di unirsi all&amp;#8217;invocazione dei loro  fratelli e sorelle della Repubblica Popolare Cinese. Essi hanno una  grande fiducia nella Vergine Maria, che venerano in molti santuari; specialmente a Sheshan (vicino a Shanghai) la invocano  come Aiuto dei Cristiani. In particolare, il Papa raccomanda di chiedere  che l&amp;#8217;intercessione di Maria possa “illuminare quanti sono nel dubbio,  richiamare quanti hanno sbagliato, consolare quanti soffrono, e dare forza a quanti sono attratti dalla lusinghe  dell&amp;#8217;opportunismo”. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt; &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;strong&gt;&lt;span&gt;Piero Gheddo&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;</content>
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			<name>Armagheddo</name>
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			<title type="html">ARMAGHEDDO</title>
			<subtitle type="html">L'attualità vista da un missionario-giornalista</subtitle>
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		<title type="html">Chi è quel “signor Méndez” che ha pietà di noi, che ci fa stupire… e che trasforma il bruco deforme della nostra anima in una splendida farfalla ?</title>
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		<updated>2012-01-29T14:02:32+00:00</updated>
		<content type="html">&lt;p&gt;C’è da tempo, in rete, un cortometraggio bellissimo The Butterfly Circus (Il circo della farfalla) diretto da Joshua Weigel. Dura 20 minuti ed è sottotitolato in italiano.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E’ struggente. Ve lo consiglio (poi, sotto, vi propongo un’interpretazione).&lt;span id=&quot;more-1493&quot;&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Penso che si sbaglierebbe a credere che questo stupendo film metta a tema la sofferenza della disabilità o l’emarginazione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per me non è un film sui corpi, ma sulle anime e lo suggerisce proprio il “signor Méndez”, direttore del “Circo della farfalla” che presenta alla fine Will come “un’anima coraggiosissima”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La “deformità” di Will, la sua mutilazione è l’immagine della nostra povera umanità, l’immagine di ciascuno di noi, inchiodato al proprio limite, alla propria incapacità, alla propria disperazione e solitudine, al proprio peccato, ai propri sbagli, al proprio “non essere amato” e quindi vittima impotente di un mondo crudele che trae guadagni dalle sue mostruosità.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La storia infatti si apre proprio sullo spettacolo crudele del mondo, che di questa miseria umana fa spettacolo: “il miglior spettacolo di mostri della città”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Promesse di soldi, dolore e crudeltà, tristezza. E quei poveretti esposti come animali e crudelmente derisi per le loro deformità…&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il tipaccio che li illustra infine annuncia: “una perversione della natura, un uomo – se così lo si può chiamare – a cui Dio stesso ha voltato le spalle!”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ecco, questo è il modo come noi ci vediamo e vediamo gli altri: abbandonati da Dio. E quindi asserviti a chi fa senza scrupoli mercimonio della nostra umanità.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il pubblico davanti a Will alterna sguardi di orrore, derisione, risolini e crudeltà.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma quel giorno, in quel cinico luna park, è arrivato un uomo diverso da tutti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il “Signor Méndez” ha uno sguardo diverso su quei poveretti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Vi fa pensare a Qualcuno?&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ecco la sua compassione, il suo fermare la crudeltà dei ragazzetti, il suo levarsi il cappello davanti a Will, il suo “tu sei magnifico!”, l’immediato perdono per lo sputo del povero disperato che credeva di essere deriso perché lui non si vedeva “magnifico”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il “Signor Méndez” è subito pronto a scusarlo e giustificarlo: “non è successo niente. E’ colpa mia. Forse mi sono avvicinato un po’ troppo, giusto amico?”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Chi è quest’uomo strano, unico? E’ il “signor Méndez”, famoso perché direttore del “Circo della farfalla”, quello che – secondo il mondo &amp;#8211; fa “spettacoli stravaganti”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E’ considerato “strano”, “stravagante”, perché è diverso dal luna park delle mostruosità.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Will decide di andare col “Circo della farfalla”, dove lo accolgono con calore, ma non gli fanno fare quello che faceva prima perché “da noi non c’è nessun fenomeno da baraccone”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il “Signor Méndez” gli dice: “non c’è niente di edificante nell’esporre le imperfezioni di un uomo… noi siamo contenti che tu stia qui con noi e puoi restare finché vuoi, ma io dirigo un altro tipo di spettacolo”&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;È lo spettacolo della bellezza, dell’armonia, dell’audacia, dell’abilità umana, della grazia. Lo si vede quando in un villaggio triste e decadente arriva la compagnia del “Circo della farfalla”….&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il “Signor Méndez” annuncia: “signori e signore, ragazzi e ragazze, ciò di cui ha bisogno questo mondo è di un po’ di stupore”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il “signor Méndez” guarda i suoi artisti incantato e commosso. E sussurra a Will: “splendidi, non è vero? Come si muovono, pieni di forza, colore e grazia. Sono sbalorditivi!”&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Poi lo scuote bruscamente. Gli fa capire quanto è crudele e ingiusto ciò che pensa di se stesso e gli dice che anche lui può essere come loro.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Infatti gli svela qual è la vera bellezza dei suoi artisti: sono tutti dei redenti, sono persone che erano state buttate dal mondo come perduti e perdenti. E sono rinate.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Perché il “Circo della farfalla” mostra appunto questo meraviglioso spettacolo: il bruco deforme che diventa bellissima farfalla.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Dice il “Signor Méndez” a Will: “se soltanto tu potessi vedere la bellezza che può nascere dalle ceneri”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E’ una possibilità anche per Will. Perché la vera bellezza è quella di chi si lascia amare, di chi accetta la misericordia e “rischia” tutto se stesso in questo amore,&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L’obiezione di Will: “Ma sono diversi da me” (tipica obiezione di chi si sente più disgraziato e più incapace di tutti gli altri).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma il “Signor Méndez” rovescia totalmente le sue categorie di giudizo:&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;“Sì. Tu un vantaggio ce l’hai: più grande è la lotta e più è glorioso il trionfo”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E infatti per Will arriva il trionfo. Così il “Signor Méndez”, felice e commosso può annunciare:&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;“I vostri occhi saranno testimoni, in questo stesso giorno di un’anima coraggiosissima”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Non più spettatori di una mostruosità, ma testimoni di una gloriosa rinascita e di un’avventura ardimentosa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Io penso che il “Circo della farfalla” esista in questo mondo. E’ il Regno di Dio che Gesù è venuto a instaurare. E’ lui che davanti alla mostruosità di ogni uomo gli sussurra: “Tu sei magnifico!”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E gli diventa amico perché il bruco, il verme, diventi la libera e bella farfalla … Gesù non è venuto a incriminare, a giudicare, a puntare il dito (lo fa già il mondo). No. Gesù è venuto pietosamente a guarirci. A farci rinascere.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E chi siamo noi per dire: no, quello non può farcela, quello è uno abbandonato da Dio?&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ecco una bella pagina del grande Dietrich Bonhoeffer:&lt;br /&gt;
&lt;em&gt;“Dio non si vergogna della bassezza dell’uomo, vi entra dentro,&lt;br /&gt;
sceglie una creatura umana come suo strumento e compie meraviglie lì dove uno meno se le aspetta. &lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;Dio è vicino alla bassezza, ama ciò che è perduto, ciò che non è considerato, l’insignificante, ciò che è emarginato, debole e affranto; dove gli uomini dicono ‘perduto’, lì Egli dice ‘salvato’; dove gli uomini dicono ‘no!’, lì Egli dice ‘sì’! Dove gli uomini distolgono con indifferenza o altezzosamente il loro sguardo, lì Egli posa il Suo sguardo pieno di un amore ardente incomparabile. (…). &lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;Dove nella nostra vita siamo finiti in una situazione in cui possiamo solo vergognarci davanti a noi stessi e davanti a Dio, dove pensiamo che anche Dio dovrebbe adesso vergognarsi di noi, dove ci sentiamo lontani da Dio come mai nella vita, lì Egli vuole irrompere nella nostra vita, lì ci fa sentire il Suo approssimarsi, affinché comprendiamo il  miracolo del Suo amore, della Sua vicinanza e della Sua Grazia”&lt;/em&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Questo è il cristianesimo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Antonio Socci&lt;/p&gt;</content>
		<author>
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			<subtitle type="html">Il blog di Antonio Socci</subtitle>
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			<updated>2012-01-30T12:00:17+00:00</updated>
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		<title type="html">Giornalismo, lezione di 400 anni fa</title>
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		<updated>2012-01-29T08:11:13+00:00</updated>
		<content type="html">&lt;p&gt;&lt;a href=&quot;http://2.andreatornielli.it/?attachment_id=3510&quot; rel=&quot;attachment wp-att-3510&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://2.andreatornielli.it/wp-content/uploads/2012/01/scola.jpg&quot; alt=&quot;&quot; title=&quot;scola&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;277&quot; class=&quot;alignleft size-full wp-image-3510&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;a href=&quot;http://2.andreatornielli.it/?attachment_id=3509&quot; rel=&quot;attachment wp-att-3509&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://2.andreatornielli.it/wp-content/uploads/2012/01/Franz_von_Sales.jpg&quot; alt=&quot;&quot; title=&quot;Franz_von_Sales&quot; width=&quot;198&quot; height=&quot;300&quot; class=&quot;alignleft size-full wp-image-3509&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Cari amici, ieri ho partecipato all’incontro del cardinale &lt;strong&gt;Angelo Scola &lt;/strong&gt;con i giornalisti per la festa del nostro patrono, &lt;strong&gt;san Francesco di Sales&lt;/strong&gt;, vescovo di Ginevra e dottore della Chiesa, vissuto tra il 1567 e il 1622. L’arcivescovo ha iniziato il suo intervento leggendo alcune bellissime citazioni tratte da «Filotea», l’introduzione alla vita devota scritta dal santo. Sono parole &lt;strong&gt;che mantengono intatta la loro attualità &lt;/strong&gt;e potrebbero rappresentare una sorta di piccolo vademecum per chi fa informazione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;«Quando parlo del prossimo, la mia bocca nel servirsi della lingua è da paragonarsi al chirurgo che maneggia il bisturi in un intervento delicato tra nervi e tendini: &lt;strong&gt;il colpo che vibro deve essere esattissimo nel non esprimere né di più né di meno della verità&lt;/strong&gt;».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;«Il tuo modo di parlare sia pacato, schietto, sincero, senza fronzoli, semplice e veritiero. Tieniti lontano dalla doppiezza, dall’astuzia e dalle finzioni. &lt;strong&gt;È  vero che non tutte le verità devono sempre essere dette; ma per nessun motivo è lecito andare contro la verità&lt;/strong&gt;».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;«Occorre seguire l&amp;#8217;interpretazione più benevola del fatto. Bisogna agire sempre in questo modo, Filotea, interpretando sempre in favore del prossimo; &lt;strong&gt;e se un’azione avesse cento aspetti, tu ferma sempre la tua attenzione al più bello&lt;/strong&gt;…».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;«L’uomo giusto quando non può scusare né il fatto né l&amp;#8217;intenzione di chi sa per altre vie essere uomo per bene, rifiuta di giudicare, se lo toglie dallo spirito, lascia a Dio solo la sentenza… &lt;strong&gt;Quando non ci è possibile scusare il peccato, rendiamolo almeno degno di compassione&lt;/strong&gt;, attribuendolo alla causa più comprensibile che si possa pensare, quali l&amp;#8217;ignoranza e la debolezza».&lt;/p&gt;</content>
		<author>
			<name>Sacri Palazzi</name>
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			<title type="html">Andrea Tornielli</title>
			<subtitle type="html">Sacri Palazzi - Il blog di Andrea Tornielli</subtitle>
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			<updated>2012-02-04T17:00:27+00:00</updated>
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		<title type="html">Ridateci una politica pulita e trasparente</title>
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		<updated>2012-01-28T23:00:00+00:00</updated>
		<content type="html">La Gazzetta ufficiale di ieri non si apre con qualche importante decreto 'salva Italia'. Niente economia, niente sviluppo, niente liberalizzazioni o semplificazioni. Ieri le prime pagine del più 'ufficiale' dei documenti italiani sembrano, ahimè, più un casellario giudiziario che una raccolta di norme per governare al meglio il Paese. Contengono, infatti, ben cinque decreti del presidente del Consiglio di sospensione dalla carica di altrettanti consiglieri regionali. Due siciliani, uno calabrese, uno campano e uno lombardo. Tutti finiti in carcere o agli arresti domiciliari nello scorso mese di novembre. Accuse pesanti, dall’associazione mafiosa alla corruzione. Storie più o meno note, già assurte agli onori (si fa per dire...) della cronaca. Ma fa una gran brutto effetto vederli tutti assieme, uno dopo l’altro, in apertura della &lt;em&gt;Gazzetta&lt;/em&gt;, prima di provvedimenti sui titoli di Stato o sull’autotrasporto.
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
Davvero una gran brutta fotografia della politica italiana, soprattutto di quella locale.
Quanto la rappresentano davvero? Certo, come sempre, bisognerà attendere tutti i gradi di giudizio ma, lo ripetiamo, l’immagine è sconfortante.
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
Interessi privati e privati affari, collusioni con le mafie e voti mafiosi ambiti e ricercati. Come siamo lontani dalla visione che ha ispirato il recente appello del cardinale Bagnasco ai partiti ad «attivarsi con l’obiettivo di riscattarsi, preoccupati veramente solo del bene comune». E l’elenco pubblicato ieri sulla &lt;em&gt;Gazzetta ufficiale&lt;/em&gt;
&lt;br /&gt;
non è, purtroppo, il primo. Solo negli ultimi due anni sono stati ben 11 i consiglieri e gli assessori regionali sospesi dopo l’arresto: 4 in Sicilia, 2 in Campania, 1 in Calabria, Piemonte, Lombardia, Lazio e Abruzzo. E appena quindici giorni fa, sempre nelle prime pagine, abbiamo potuto leggere il decreto di scioglimento per infiltrazione mafiosa del Comune calabrese di Nardodipace in provincia di Vibo Valentia, assieme alla proroga di sei mesi (dopo altri 18) del commissariamento per gli stessi gravi motivi dei comuni di Nicotera ( Vibo Valentia), Giricignano d’Aversa (Caserta) e San Giuseppe Vesuviano (Napoli). E la scorsa settimana il Consiglio dei ministri ha deciso lo scioglimento (sempre per collusioni mafiose) di altre due amministrazioni comunali calabresi, quella di Samo, in provincia di Reggio Calabria, e quella di Briatico, ancora nel Vibonese. Le ultime di un lungo elenco. Attualmente sono 15 i Comuni commissariati per mafia e una ventina quelli sotto osservazione (compresa addirittura Reggio Calabria).
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
Solo questioni locali?
L’ineluttabile conseguenza di vivere in terre di mafia? Solo storie del Sud? No, c’è ben altro.
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
Lo dimostra la sospensione dei consiglieri lombardi e piemontesi, ma anche lo scioglimento per ’ndrangheta del Comune di Bordighera. «Le città del Nord faranno bene a rinforzare la vigilanza e a moltiplicare gli anticorpi», è stata la recente sollecitazione del presidente della Cei. Ma non è tutto mafia. È, piuttosto, cattiva politica. Anzi, non è politica. È ora più che mai compito dei partiti, a livello locale e nazionale, dare una brusca sterzata. Soprattutto in questa fase di forte disaffezione degli italiani verso quella che è vista quasi solo come una 'casta'. È tempo di pulizia e trasparenza, di vero servizio e cristallino impegno. Per riempire la &lt;em&gt;Gazzeta ufficiale&lt;/em&gt;
di parole di speranza e cambiamento e non di più articoli del Codice penale.</content>
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			<updated>2012-02-07T03:01:30+00:00</updated>
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		<title type="html">Il bene avanza</title>
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		<updated>2012-01-28T23:00:00+00:00</updated>
		<content type="html">Il bene avanza o arretra? Ovvero: c’è pro­gresso nel bene oppure no? Se volgiamo il nostro sguardo al breve periodo, di fron­te ad alcuni fatti di cronaca, il bene sembra arretrare. Ma se guardiamo al lungo termi­ne, non possiamo non notare alcuni signi­ficativi passi in avanti: negli stadi oggi si confrontano calciatori e non gladiatori, la schiavitù è stata abolita, le donne si sono e­mancipate, i diritti dell’uomo e dei bambi­ni si stanno affermando, i disabili si inte­grano nella società. La vita media è più che raddoppiata in Italia in 150 anni. Nessuno di noi, pur lamentandosi di tante cose, scambierebbe la propria vita con quella di un cittadino di epoche passate. Il progres­so del bene (e il suo desiderio?) è testimo­niato dalle crescenti aspettative di bene del­l’opinione pubblica raccolte dai mezzi di comunicazione di massa. Non possiamo tollerare, ci diciamo, un numero così ele­vato di morti per incidenti stradali, per ca­lamità naturali o crisi economiche, per ma­­lattia: riteniamo i risultati di oggi, che sa­rebbero stati considerati lusinghieri dalle generazioni passate, inaccettabili per noi.
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
Nonostante ciò, la risposta finale di questa battaglia non è già scritta: dipende da noi ed è resa più incerta dal fatto che la tecno­logia offre strumenti fino a ieri impensabi­li sia al bene sia al male, aumentando po­tenza ed effetti degli atti da una parte e dal­l’altra.
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
Il bene è utile. Le evidenze statistiche e spe­rimentali nelle scienze sociali ed economi­che non fanno altro che dirci che con più cooperazione, più solidarietà, più capitale sociale possiamo raggiungere equilibri mi­gliori per noi e per tutti, superando i di­lemmi sociali, costante delle nostre intera­zioni. È ormai fatto assodato che il succes­so delle relazioni affettive, sociali, com­merciali, tra individui e tra Stati dipende in modo inestricabie da capitale sociale, fidu­cia e meritevolezza di fiducia. Questo per­ché in presenza di informazione imperfet­ta, contratti incompleti e lentezze della giu­stizia, le vie esterne per garantirci dal ri­schio di abuso della controparte sono ine­vitabilmente meno efficaci. Se c’è fiducia e si costruisce fiducia le relazioni scorrono e la vita sociale ed economica prospera.
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
Il bene è necessario. Proprio perché la tec­nologia, aumentando enormemente gli ef­fetti dei nostri investimenti nel bene, au­menta anche potenza ed effetti di quelli nel male, il bene è oggi più che mai necessario. Il male è infatti potentissimo, disponibile a costo zero. La globalizzazione e la crescen­te interdipendenza dei nostri destini rende le azioni di male (o almeno alcune di esse) sempre meno innocue e sempre più peri­colose. Possiamo costruire facilmente po­tenti esplosivi con «ricette» disponibili in rete, portare in una valigetta polveri chimi­che in grado di fare stragi, schiacciare un bottone davanti un terminale che fa fallire grandi banche e mette sul lastrico interi paesi. Per questo il bene e il coordinamen­to degli sforzi in tale direzione è oggi rico­nosciuto come assolutamente necessario da individui e Stati.
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
Il bene è investimento che rischia di non essere corrisposto. Esso è essenzialmente relazione. Come tale, il risultato finale dei nostri «investimenti» dipende dalla corri­spondenza da parte di coloro con cui stia­mo costruendo quella relazione (una rela­zione affettiva, un’associazione, un parti­to). Chi ha paura del rischio e ha il terrore di essere tradito non riesce a trovare il co­raggio di investire nel bene. Eppure il ri­schio di mancata corrispondenza, di falli­mento, è proprio ciò che rende il bene co­sì poetico e struggente, forte proprio perché indifeso.
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
Il bene è la cosa migliore che può capitare nella nostra vita. Chi ne rimane lontano, soffre di mancanza di pienezza e può mo­rire della sua nostalgia: anzi, è già morto e spesso non sa di esserlo. Lavorare per il be­ne è la cosa migliore che ci possa capitare nella nostra vita. In mezzo ad inevitabili fa­tiche, delusioni e tradimenti scopriamo di essere vivi, accesi e di intercettare a tratti u­na pienezza di vita incredibile. Lavorare per il bene è la cosa più bella che ci può capi­tare (che possiamo far capitare) nella nostra vita.</content>
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		<title type="html">Occhi aperti</title>
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		<updated>2012-01-28T23:00:00+00:00</updated>
		<content type="html">Apriamo gli occhi, tutti assieme, il più possibile e nella direzione giusta, an­che se non è facile con le luci dei rifletto­ri mediatici che restano ostinatamente puntate sugli “spettacoli minori” del mon­do, quelli tutti nero raccapriccio di crona­ca e lustrini più o meno rosa. Apriamo gli occhi, e facciamoci le domande giuste. A cominciare da quella, enorme, mossa dal­la constatazione che il presidente della Cei – all’inizio di questa settimana – ha ripro­posto all’attenzione di tutti coloro che col­gono che troppo non quadra nella “resa dei conti” che va in scena – in questa fase – soprattutto nei confronti della vecchia (e incerta) Europa: la politica appare «debo­le e sottomessa» al cospetto delle immen­se speculazioni promosse da «coaguli so­vrannazionali potenti e senza scrupoli» e i popoli, quelli poveri e quelli di nuovo im­poveriti, pagano un prezzo enorme. Fac­ciamoci le domande giuste e giriamole, come italiani, a chi ci governa, a chi para­lizza l’Unione Europea, a chi siede (inu­tilmente) nel club dei Grandi del mondo. Facciamoci le domande, e facciamoci in­calzante opinione pubblica. Perché non si tassa, una buona volta, la speculazio­ne? Perché da anni e anni si continua a impedire la «Tobin tax»? &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Apriamo gli occhi e chiediamoci: come mai una “crisi” che almeno per tre volte ci è stata raccontata in via di esaurimento, in­vece, non finisce? Come mai sembra sem­pre ricominciare? Forse, anzi senza forse, perché non siamo solo dentro una crisi, ma siamo coinvolti in una vera e propria guerra. Una guerra non dichiarata, ma condotta senza tregua. Una guerra, l’ab­biamo già scritto, che non viene combat­tuta da truppe e armi convenzionali, ma da autentiche ”armate” virtuali: miliardi e miliardi di dollari e di euro scatenati con­tro nazioni, democrazie, gente comune. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Apriamo gli occhi. Le guerre non finisco­no se non vengono riconosciute e dichia­rate il gran male che sono. Ma soprattut­to le guerre non passano da sole, per e­saurimento. Bisogna fare la pace. E la pa­ce non è pace senza disarmo e senza giu­stizia.</content>
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		<title type="html">E adesso muoviamoci</title>
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		<updated>2012-01-27T23:00:00+00:00</updated>
		<content type="html">Le definizioni saranno probabilmente le più varie, anche perché stavolta lo stesso premier non ha voluto sbilanciarsi a etichettare personalmente la normativa, considerandola di fatto il secondo tempo di quella approvata una settimana fa. Così, dopo il “salva Italia” e il “cresci Italia”, il maxi–decreto legge sulle semplificazioni varato ieri dal Consiglio dei ministri potrà essere battezzato più o meno a piacere. Su queste e altre colonne lo abbiamo già visto indicare come “libera Italia”, trattandosi in effetti di un cospicuo pacchetto di misure, assunte per tagliare in tutto o in parte una sterminata congerie di lacci e lacciuoli, che da tempo immemorabile limitano le capacità di iniziativa di cittadini e imprese.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In alternativa, stando a quanto annunciato e descritto finora, oltre che agli intendimenti dichiarati dall’esecutivo, potremmo proporre anche l’immagine di un “dl muoviti-Italia”. Perché questo terzo tempo legislativo, che si apre alla vigilia di un vertice europeo decisivo per il nostro futuro, sembra quasi contenere un implicito invito al Paese a scrollarsi di dosso una certa qual patina di rassegnazione alla crisi, un’attitudine a restare il più possibile fermi, pensando soprattutto a parare i colpi assestati a ciascuno di noi dalla lunga coda dell’emergenza, oltre che dai primi durissimi provvedimenti assunti per tamponarla. Accanto a una minoranza che protesta, talora in modi fin troppo clamorosi e persino dannosi per la collettività, si ha infatti l’impressione di una larga maggioranza di italiani ancora storditi e intimiditi, incerti sul da farsi, magari solo per mancanza di informazioni sufficienti sulle nuove opportunità che si aprono, ma comunque non ancora pronti a ripartire.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non per caso forse, nella sua breve introduzione esplicativa alla stampa, Mario Monti ha tenuto a inquadrare il decreto nell’insieme della strategia di risanamento della nostra economia e di rilancio dell’immagine nazionale all’estero, sottolineando l’importanza che i mercati danno alle riforme strutturali per la crescita messe in campo dai singoli Stati. Ma proprio per questo sarà utile che nei prossimi giorni il governo e tutta la Pubblica amministrazione pongano in essere uno sforzo supplementare di rappresentazione e di illustrazione di quanto è stato deciso e delle opportunità che effettivamente si aprono per le diverse categorie di cittadini.&lt;br /&gt;Ancora ieri il segretario generale della Cei, monsignor Crociata, ha ricordato la situazione di difficoltà, in primo luogo economica ma poi anche culturale, che l’Italia attraversa. Di qui l’attenzione che doverosamente i vescovi riservano agli sforzi di chi – pro tempore, e stimolando la politica a tornare se stessa riscoprendo il valore dei fatti e delle idee guida (ne scriviamo oggi a pagina 3) – porta la responsabilità di tenere la barra del Paese e di propiziarne la ripresa. Ebbene, in tale opera crediamo rientri, in particolare in questo momento, il compito di un paziente lavoro didascalico nei confronti della popolazione. Si tratta, in qualche modo, di tentare una ricapitolazione di tutto ciò che è stato deciso e attuato in questi due mesi e mezzo: occorre insomma fare il punto, specificando per quanto possibile in ogni settore l’impatto concreto dei diversi interventi, i tempi in cui tali effetti si produrranno, gli spazi operativi reali che vengono offerti a chi vuole mettersi in gioco.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nell’altalena quotidiana – una vera doccia scozzese psicologica – alla quale ci sottopongono ogni giorno gli indicatori economici, le agenzie di rating, le analisi più o meno interessate degli operatori internazionali che guardano alla nostra Penisola come a un ricco terreno di conquista, la scelta di evidenziare al meglio le “buone pratiche” evocate ieri dal presidente del Consiglio non è solo nell’interesse di Palazzo Chigi. Parafrasando san Tommaso, anche la “buona volontà”, come il bene in generale, può diventare &lt;em&gt;diffusiva sui&lt;/em&gt;. Cioè capace di propagarsi. E, magari, contagiosa.</content>
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		<title type="html">Scivolone ideologico nella Milano di Pisapia</title>
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		<updated>2012-01-27T23:00:00+00:00</updated>
		<content type="html">Nessuna sorpresa, ma non per questo meno sconcerto. La decisione della giunta di Milano di modificare il regolamento del &amp;quot;Fondo anticrisi&amp;quot; del Comune – destinando il sostegno per l’affitto o l’acquisto della casa anche alle coppie di fatto, etero e omosessuali – è una scelta che non stupisce. Perché già annunciata, nelle sue linee di principio, fin dalla campagna elettorale del sindaco Giuliano Pisapia, che ha ribadito più volte anche di voler istituire il cosiddetto &amp;quot;registro delle unioni civili&amp;quot;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In attesa di quell’atto, peraltro privo di qualsiasi valore giuridico, la giunta comunale ha pensato bene (anzi male) di agire facendo leva sulla definizione di &amp;quot;famiglia anagrafica&amp;quot;, così come ridisegnata dalla legge del 1989. Questa prevede – al solo fine, amministrativo, di &amp;quot;fotografare&amp;quot; le situazioni di fatto – che siano registrate sullo stesso stato di famiglia «l’insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozioni, tutela o da &lt;em&gt;vincoli affettivi&lt;/em&gt;, coabitanti...». Un vincolo affettivo semplicemente dichiarato dai soggetti conviventi all’atto della registrazione in Comune. Senza che vi sia né alcun controllo da parte dell’ufficiale dell’anagrafe (e, d’altronde, come sarebbe possibile?) né per ciò stesso alcuna certificazione ufficiale da parte dell’ente pubblico, che non sia la mera presa d’atto di un’auto-dichiarazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ciò che sconcerta, allora, è che il sindaco di Milano, che è avvocato e uomo di legge, scelga con questo atto di ribaltare le fonti del diritto, anteponendo una legge di regolazione amministrativa addirittura alla Costituzione. Che all’articolo 29 è inequivocabile nel riconoscere «i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio». E all’articolo 31 impegna la Repubblica ad agevolare «con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose». Porre sullo stesso piano coppie che – sposandosi civilmente o religiosamente – assumono un preciso impegno pubblico e persone che – per scelta, o per impossibilità – non rendono vincolanti i propri legami &amp;quot;affettivi&amp;quot;, significa violare la lettera e lo spirito della nostra Carta fondamentale. Perché delle due l’una: se il riferimento degli (ovviamente positivi) aiuti economici è la singola persona, conta solo il suo stato patrimoniale. Se invece si intende assumere la famiglia come soggetto, allora occorre necessariamente riferirsi alla definizione scolpita nella Costituzione e sempre ribadita dalla Consulta. Per rispetto della verità, anzitutto. E per perseguire davvero il bene comune. È importante tutelare comunque i figli, al di là delle &amp;quot;scelte&amp;quot; dei genitori. Ma è necessario al tempo stesso evitare riconoscimenti impropri e dare chiara e incontestabile priorità alla famiglia fondata sul matrimonio. Che non è favorita dalla Costituzione per &amp;quot;ideologia&amp;quot;, ma perché orientata a garantire quei rilevanti beni sociali che sono la stabilità delle relazioni fondamentali e la creazione di un ambiente più accogliente per i figli.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il provvedimento presentato dalla giunta milanese si annuncia, in modo radicale e stridente, di segno opposto. Se dovesse essere davvero così, una simile scelta si rivelerebbe – essa sì – una pura affermazione ideologica. Nel ricordare – e ribadire – le giuste priorità nell’utilizzo delle risorse pubbliche non c’è alcun intento discriminatorio. Perché qui non ci sono discriminazioni da sanare, ma condizioni e scelte oggettivamente diverse. La peggiore ingiustizia, lo insegnava anche don Lorenzo Milani, è trattare in maniera uguale situazioni differenti.</content>
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		<title type="html">Oltre il deserto Dio</title>
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		<updated>2012-01-27T23:00:00+00:00</updated>
		<content type="html">Oggi, quarant’anni fa, moriva un nostro collega. È presuntuoso definire &amp;quot;collega&amp;quot; Dino Buzzati, una delle voci più geniali e libere della letteratura italiana e firma storica del &lt;em&gt;Corriere della Sera&lt;/em&gt;, ma questo sarebbe stato il suo epitaffio, se avesse potuto scegliere: «Oggi è mancato un cronista». Quando un artista è indiscusso, si rischia di dimenticare l’uomo. Così Buzzati è celebrato come autore del &lt;em&gt;Deserto dei Tartari&lt;/em&gt; o di &lt;em&gt;Un amore&lt;/em&gt;, come maestro di giornalismo e scrittore di fama mondiale, ma prima di Buzzati c’era Dino, maestro di onestà e di modestia, l’uomo che, con in tasca il Premio Strega e sulle spalle l’invidia di un’intellighenzia che mal sopportava il suo successo svincolato da lobby e tessere di partito, la notte continuava – come un apprendista qualsiasi – a montare sulle &amp;quot;pantere&amp;quot; della polizia per fare il giro &amp;quot;della nera&amp;quot;, e dalla cronaca di tutti i giorni attingeva ancora con occhi incantati al mistero della vita. «Era un doverista», lo descriveva Gaetano Afeltra, intendendo un uomo che, anche all’apice della carriera, restava fino all’ultimo in redazione, innamorato del mestiere e dell’odore d’inchiostro, impaurito di non aver magari fatto un buon lavoro. La sua umiltà, fondata su un’educazione autenticamente cristiana, aveva radici antiche, al punto che il giovane Buzzati, appena assunto al &lt;em&gt;Corriere&lt;/em&gt;, scrisse al suo migliore amico: «Presto da qui mi cacceranno come un cane», e quando uscì &lt;em&gt;Barnabo delle montagne&lt;/em&gt;, il suo primo successo, in redazione si pensò a un’omonimia... Viveva infatti in punta di piedi, e in punta di piedi se ne andò, cercando di non disturbare. «Era consumato dal tumore ma non chiamava mai, per non essere di peso», lo ricorda suor Beniamina, l’infermiera giovanissima che lo accudì nel suo ultimo mese di vita alla clinica &amp;quot;Madonnina&amp;quot; di Milano. A lei il Buzzati non credente – ma per tutta la vita alla ricerca di Dio – tentava di carpire quel segreto che, come aveva scritto tante volte, rende luminosi gli occhi di chi ha fede. Cronista fino all’ultimo, la interrogava, assetato di quel Dio bevuto con il latte materno ma poi dimenticato, o meglio, divenuto il suo tormento. Ecco perché Buzzati non è mai stato un ateo, un uomo senza Dio: come scrive Pascal, «non mi cercheresti, se non mi avessi già trovato», e di Pascal i &lt;em&gt;Pensieri&lt;/em&gt; erano sul suo comodino il giorno della morte, accanto alle &lt;em&gt;Confessioni&lt;/em&gt; di Agostino. «Ho nostalgia di Dio, e chi non l’avrebbe?», rivelava negli ultimi mesi a un collega, conscio come pochi altri che un mondo senza il suo Creatore è solo un atomo sperduto nelle «deserte voragini dell’universo». Disperatamente incapace di concepire la vita senza un Oltre, si dibatteva tra la paura di affidarsi e lo strazio di non saperlo fare: «Oggi nell’uomo il desiderio di Dio si è affievolito, e ne è nato un vuoto spaventoso che è la tragedia del mondo moderno». Un mondo che non apparteneva al suo essere «naturaliter cristiano», come lo definì Eugenio Montale sul &lt;em&gt;Corriere&lt;/em&gt; il 29 gennaio del 1972, il giorno dopo la sua morte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il 28 pomeriggio in una Milano innevata Buzzati si era accomiatato. Per dirla con le sue parole, aveva ricevuto la cartolina di precetto e, doverista fino all’ultimo, aveva obbedito con dignità, chiedendo alla moglie Almerina di fargli la barba perché all’incontro più importante di tutta la vita si va con eleganza. Non ricevette l’estrema unzione, ma l’ultimo bacio lo diede al Gesù in croce che pendeva al collo della suora. «Gli agnostici che non trovano pace sono più vicini al regno di Dio di quanto lo siano i fedeli &amp;quot;di routine&amp;quot;», ha ammonito di recente papa Ratzinger, che al dialogo interreligioso di Assisi per la prima volta ha invitato i non credenti. E «non esiste nessun uomo, per quanto infelice, a cui l’Eterno non abbia concesso un’occasione», aveva presagito lo stesso Buzzati: la fede è movimento, non un dato acquisito, è premio e traguardo dei cuori inquieti, non di chi si ferma perché pensa di possedere, e forse in tal senso nessuno fu più inquieto di lui. «Dio che non esisti, ti prego», fu la sua preghiera laica, ma ha un senso rivolgersi a un Padre che non c’è? La risposta nel suo amen, che era un credo: «Per la forza terribile dell’anima mia, se io lo chiamo verrà!». «Fratello ateo, nobilmente pensoso alla ricerca di un Dio che io non so darti – sembra offrirgli anni dopo padre Turoldo – attraversiamo insieme il deserto...».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;«La fede cerca, l’intelligenza trova. E, d’altra parte, l’intelligenza cerca ancora Colui che ha trovato», diceva sant’Agostino. Tra credenti e animi inquieti, allora, forse non esiste un confine.</content>
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		<title type="html">Fantasmi a Tripoli</title>
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		<updated>2012-01-27T23:00:00+00:00</updated>
		<content type="html">Al momento della tragica fine di Muhammar Gheddafi, frettolosamente (e disumanamente) giustiziato a Sirte il 20 ottobre scorso, due erano i fantasmi che si affacciavano all’orizzonte della Libia finalmente libera dopo 42 anni di dittatura e una sanguinosa guerra civile: quello dell’instabilità politica e quello del fondamentalismo religioso. Due maschere minacciose che la Libia del Rais non conosceva, stretta com’era da quasi mezzo secolo nel recinto paternalistico-carcerario che la Jamahiriya (neologismo gheddafiano incardinato sul sostantivo &lt;em&gt;jamahir&lt;/em&gt;, che significa &amp;quot;masse popolari&amp;quot;) aveva costruito attorno alle innumerevoli tribù che popolavano l’immenso territorio libico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma quei due spettri stavano sapientemente in attesa, pronti a insinuarsi nel vuoto di potere che sovente segue la caduta di un regime. A poco meno di un anno dall’insurrezione della Cirenaica e la nascita del Consiglio Nazionale di Transizione e a tre mesi dalla fine della guerra civile, la Libia rischia di assomigliare sempre più all’Iraq del dopo Saddam e molto poco alla nascente democrazia araba che le potenze occidentali (e in buona misura anche gli Emirati del Golfo) avevano prefigurato. Certo, il grande via vai di delegazioni commerciali, di esperti di telecomunicazioni, di broker dei contratti petroliferi, di emissari dei grandi &lt;em&gt;conglomerates&lt;/em&gt; del cemento (italiani in testa) farebbe pensare a un Paese in grande fermento dove tutto è da ricostruire e da rimodellare. Ma basta appoggiare i piedi sulla pista dell’aeroporto internazionale di Tripoli per rendersi conto che a guardia dello scalo c’è ancora una milizia tribale, gli Zintan, mentre è ancora fresca l’eco dell’assalto di pochi giorni fa al palazzo del governo a Bengasi, che aveva visto il presidente del Cnt Jalil scappare senza onore per evitare l’ira della folla affamata, delusa, irritata per la poca trasparenza nella gestione del fiume di denaro che sta affluendo nel Paese da ogni parte del mondo. Ma più ancora della conclamata instabilità del governo provvisorio – tuttora privo di una qualunque legittimazione a livello popolare – a testimoniare la fragilità della Libia è la spropositata quantità di armi da fuoco e di ordigni tuttora nelle mani di almeno duecentomila fra miliziani, ex soldati regolari, privati cittadini. Molte di queste armi – è un rapporto dell’Onu ad affermarlo – sono già finite nelle mani delle organizzazioni fondamentaliste come i Boko Haram nigeriani o i santuari di al-Qaeda in Mauritania e nel Sahel, e stanno lentamente armando formazioni che si ispirano al più radicale degli integralismi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel vuoto di autorità e di poteri, non stupisce affatto l’effimera fiammata controrivoluzionaria che ha visto la cittadina di Bani Walid (roccaforte dei Warfalla, una delle ultime a cadere nella Tripolitania fedele a Gheddafi) per un paio di giorni di nuovo nelle mani di un gruppo antigovernativo. A ciò si aggiungano le pesanti accuse del Palazzo di Vetro e di organizzazioni come Medici senza Frontiere e Amnesty International (sul tema s’interroga anche il Parlamento italiano), che denunciano le continue torture ai danni delle migliaia di libici detenuti nelle carceri in quanto collaboratori del vecchio regime.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma il problema principale – dicono concordemente gli osservatori internazionali – è quello della precaria identità del Paese: nessuna vera riconciliazione sarà possibile fino a che il mosaico di tribù, fazioni, cellule separatiste, raggruppamenti filo-monarchici, milizie e sette religiose (dove già primeggiano i Fratelli Musulmani e dietro di loro i jihadisti salafiti e l’ombra di al-Qaeda, il che ha già indotto il Cnt a promettere una Costituzione attentissima alla &lt;em&gt;sharia&lt;/em&gt;, la legge coranica) non troverà nell’assemblea costituente promessa per giugno la propria rappresentanza. Sarà quella la prima reale prova di democrazia.</content>
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		<title type="html">Ecco perché la Chiesa vive di dialogo e misericordia invece di puntare il dito, di lanciare anatemi e di accendere roghi (una pagina formidabile su Gesù: leggetela!!!)</title>
		<link href="http://www.antoniosocci.com/2012/01/ecco-perche-la-chiesa-vive-di-dialogo-e-misericordia-invece-di-puntare-il-dito-di-lanciare-anatemi-e-di-accendere-roghi-una-pagina-formidabile-su-gesu-leggetela/"/>
		<id>http://www.antoniosocci.com/?p=1488</id>
		<updated>2012-01-27T18:59:41+00:00</updated>
		<content type="html">&lt;p&gt;Sono rimasto folgorato! Federico Ferraù, del sussidiario.net, ha fatto un’intervista a Tat’jana Kasatkina, studiosa di letteratura russa, tra i maggiori esperti al mondo di Fëdor Dostoevskij.&lt;span id=&quot;more-1488&quot;&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Potete leggerla tutta sul sito del Sussidiario. Ma qui ne trascrivo un brano sulla “leggenda del grande Inquisitore”, perché mi pare di eccezionale bellezza.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Domanda &amp;#8211; Gesù (nella “leggenda del Grande inquisitore” di Dostoevskij) non dice parola, ma alla fine bacia il vecchio. Qual è la sua lettura di questo artificio finale dello scrittore?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt; &lt;/strong&gt;Risposta &amp;#8211; Qui si commette sempre un errore fondamentale. Perché Cristo &lt;em&gt;non&lt;/em&gt; tace: al contrario, dice due sole parole, importantissime: &lt;em&gt;talità kumi&lt;/em&gt;, «fanciulla, alzati». Le si può capire solo in relazione all’inizio di questo straordinario capitolo, che ha un andamento circolare.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;All’inizio della «Leggenda» Ivan racconta della madre di Gesù, che si getta in ginocchio davanti a Dio implorandolo di perdonare tutti i peccatori senza eccezione. Quando Dio le mostra i piedi e le mani trafitti del Figlio, chiedendole: Come faccio a perdonare i suoi carnefici?, lei ordina a tutti i santi e gli arcangeli di mettersi in ginocchio con lei e di pregare per tutti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;È questo il vero inizio della Leggenda, che finisce col bacio di Cristo. Le due parti parlano della stessa cosa: &lt;strong&gt;&lt;span&gt;del fatto che Cristo non ha nemici&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;. Cristo torna sulla Terra per cercare l’umanità come figlia e come sposa. Perciò, quando dice «fanciulla, alzati» non lo sta dicendo solo alla ragazza che giace davanti a lui, ma a tutta l’umanità e a tutta la Chiesa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Domanda &amp;#8211; Compreso l’inquisitore?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Risposta &amp;#8211;  Sì, perché &lt;strong&gt;&lt;span&gt;egli non è solo un avversario&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;, ma anche un membro del corpo di Cristo che è la Chiesa. Anche lui «è» questa fanciulla che Cristo è venuto a risvegliare. Per questo, alla fine, lo bacia.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il grande inquisitore lotta contro Cristo, ma Cristo non lotta contro il grande inquisitore; &lt;strong&gt;&lt;span&gt;il bacio vuol dire che Cristo è venuto per adottare i propri nemici, per diventare loro fratello. Noi possiamo essere nemici di Cristo, ma egli non può essere nostro nemico&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;. &lt;strong&gt;&lt;span&gt;Si può aggiungere: i veri cristiani non hanno nemici; possono combattere solo &lt;em&gt;per&lt;/em&gt; qualcosa, mai contro&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Domanda &amp;#8211; Che cosa rappresenta per lei questo testo?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Risposta &amp;#8211; Ha chiarito definitivamente in me una domanda che avevo sul senso della salvezza. Sappiamo che si salverà chi percorrerà la «via stretta», non la «via larga». Ma le spiegazioni che ho sentito per queste espressioni non mi hanno mai soddisfatto, fino a che non ho trovato la risposta nella «Leggenda». Ognuno deve andare a Cristo seguendo la strada che è fatta solo per lui. &lt;strong&gt;&lt;span&gt;La via larga mi pare quella delle regole comuni, mentre la via stretta è quella che appartiene solo a me come singolo.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; Nessuno può fare la mia strada, come io non posso fare quella di un altro.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Domanda &amp;#8211; Perché la «Leggenda del grande inquisitore» è sempre attuale?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Risposta &amp;#8211; Perché non siamo ancora compiutamente cristiani.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;Mio commento finale:  non vi pare che dobbiamo tutti me&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;ditare su queste parole?&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;Un grazie a Federico Ferraù e al Sussidiario.net&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Antonio Socci&lt;/p&gt;</content>
		<author>
			<name>Lo Straniero</name>
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			<title type="html">lo Straniero</title>
			<subtitle type="html">Il blog di Antonio Socci</subtitle>
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			<updated>2012-01-30T12:00:17+00:00</updated>
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		<title type="html">CEI: nulla in contrario a modifiche su ICI</title>
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		<id>http://passineldeserto.blogosfere.it/2012/01/cei-nulla-in-contrario-a-modifiche-su-ici.html</id>
		<updated>2012-01-27T17:06:41+00:00</updated>
		<content type="html">&lt;p&gt;La Conferenza Episcopale Italiana (CEI) non ha nulla in contrario affinchè siano analizzate, ed eventualmente cambiate, alcune norme circa l'applicazione dell'ICI (o IMU...come la si voglia chiamare) agli enti ecclesiastici.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;«Può essere utile la correzione di qualche aspetto della legge che riguarda le esenzioni sull'Ici, da parte nostra non c'è alcuna riserva o contrarietà», l'importante è che si conservi il carattere di sostegno e aiuto da parte del settore no profit «alle fasce sociali più deboli».&lt;/p&gt; &lt;p&gt;È quanto ha affermato infatti questa mattina il Segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata, nella conferenza stampa conclusiva dedicata ai lavori del Consiglio episcopale permanente svoltasi nella sede della Radio Vaticana.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Inoltre è stata ricordata una cosa molto importante, sulla quale certa stampa nei mesi scorsi ha fatto, usiamo un eufemismo, un po' di confusione.&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;continue_reading&quot;&gt;&lt;a href=&quot;http://passineldeserto.blogosfere.it/2012/01/cei-nulla-in-contrario-a-modifiche-su-ici.html#more&quot; title=&quot;CEI: nulla in contrario a modifiche su ICI&quot;&gt;Continua a leggere CEI: nulla in contrario a modifiche su ICI...&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;comments_info&quot;&gt;&lt;a href=&quot;http://passineldeserto.blogosfere.it/2012/01/cei-nulla-in-contrario-a-modifiche-su-ici.html#comments&quot;&gt;Commenta &amp;#187;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img width=&quot;1&quot; height=&quot;1&quot; src=&quot;http://rss.feedsportal.com/c/32728/f/510441/p/1/s/15db853c/mf.gif&quot; border=&quot;0&quot; /&gt;&lt;div class=&quot;mf-viral&quot;&gt;&lt;table border=&quot;0&quot;&gt;&lt;tr&gt;&lt;td valign=&quot;middle&quot;&gt;&lt;a href=&quot;http://res.feedsportal.com/viral/sendemail2_it.html?title=CEI%3A+nulla+in+contrario+a+modifiche+su+ICI&amp;link=http%3A%2F%2Fpassineldeserto.blogosfere.it%2F2012%2F01%2Fcei-nulla-in-contrario-a-modifiche-su-ici.html&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://rss.feedsportal.com/images/emailthis2_it.gif&quot; border=&quot;0&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;td valign=&quot;middle&quot;&gt;&lt;a href=&quot;http://res.feedsportal.com/viral/bookmark_it.cfm?title=CEI%3A+nulla+in+contrario+a+modifiche+su+ICI&amp;link=http%3A%2F%2Fpassineldeserto.blogosfere.it%2F2012%2F01%2Fcei-nulla-in-contrario-a-modifiche-su-ici.html&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://rss.feedsportal.com/images/bookmark_it.gif&quot; border=&quot;0&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;/table&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href=&quot;http://da.feedsportal.com/r/366708028/u/49/f/510441/c/32728/s/366708028/a2.htm&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://da.feedsportal.com/r/366708028/u/49/f/510441/c/32728/s/366708028/a2.img&quot; border=&quot;0&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;div class=&quot;feedflare&quot;&gt;
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			<title type="html">Passi nel deserto</title>
			<subtitle type="html">Cercare e cercarsi nella via della comunicazione</subtitle>
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		<title type="html">Fede e scienza dentro il tunnel</title>
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		<updated>2012-01-27T10:26:54+00:00</updated>
		<content type="html">&lt;p align=&quot;left&quot;&gt;&lt;a href=&quot;http://spazioblog.progettoculturale.it/wp-content/uploads/2012/01/cern-comitato-progetto-culturale-cei.jpg&quot; title=&quot;cern-comitato-progetto-culturale-cei.jpg&quot;&gt;&lt;img align=&quot;right&quot; width=&quot;335&quot; src=&quot;http://spazioblog.progettoculturale.it/wp-content/uploads/2012/01/cern-comitato-progetto-culturale-cei.jpg&quot; alt=&quot;cern-comitato-progetto-culturale-cei.jpg&quot; height=&quot;225&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Peter Higgs, che ha &amp;#8216;inventato&amp;#8217; l’inafferrabile bosone, non sopporta che lo chiamino &amp;#8216;la particella di Dio&amp;#8217;, eppure all’interno del Lhc, il grande acceleratore del Cern che sta dando la caccia alla particella più sfuggente dell’univer­so, molto parla del Creatore. A mag­gior ragione da quando il centro eu­ropeo di ricerca nucleare è diventa­to la méta di uomini di chiesa. Una visita privata, quella organizzata ieri dal fisico italiano Ugo Amaldi, destinata ad aprire un dialogo tra due mondi che, a centinaia di anni dal processo a Galileo e malgrado gli sforzi di revisione storica, ancora si guardano con sospetto. «Per tanto tempo, la Chiesa è stata alma mater della scienza – raccontava il cardi­nale Camillo Ruini uscendo dal tun­nel sotterraneo del Large Hadron Collider –; da Galileo in poi si è regi­strato un grave ritardo, ma nel con­trapporre scienza e fede c’è stata u­na forzatura, sottolineando le di­stanze e non le sinergie».&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;left&quot;&gt;Se si consi­dera che il sincrotrone di 27 chilo­metri realizzato da venti Paesi per scoprire l’origine della materia e confermare o smentire il Modello Standard su cui si regge la fisica del­le particelle, costituisce l’opera scientifica più grande del mondo, la visita del Comitato per il progetto culturale della Cei, accompagnato dal rappresentante della Santa Sede presso l’Onu, monsignor Silvano Tomasi, rappresenta un passo &amp;#8216;esplo­rativo&amp;#8217; di una certa importanza. E suggestivo: «In questi grandi labora­tori – ha commentato monsignor I­gnazio Sanna, teologo e arcivescovo di Oristano – si sente la ricerca di un contatto primordiale con il Creatore che portò alla costruzione delle grandi cattedrali cattoliche. L’espe­rienza di tanti giovani di tante na­zionalità che lavorano insieme è un grande esempio di pace». E commo­vente: «Vedere di cosa sia capace l’uomo – ha ammesso il cardinale Angelo Scola – è un clamoroso se­gno di speranza». E incoraggiante: «I giovani che lavorano con Fabiola Gianotti sul bosone di Higgs – ha proseguito l’arcivescovo di Milano – hanno una media di 28 anni e que­sto ci dice che i ragazzi hanno anco­ra il senso del rischio legato alla pas­sione per il sapere. Dobbiamo in­contrarli dove vivono i loro interes­si ».&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;left&quot;&gt;Una giornata a cento metri di profondità, tra macchine costruite per riprodurre il vuoto lunare e il freddo cosmico, apparecchi che creano il &amp;#8216;fluido perfetto&amp;#8217; e rilevato­ri in grado di scattare ad ogni secon­do milioni di fotografie alle particel­le elementari. Ruini e Scola, Tomasi e Sanna, il paleoantropologo monsi­gnor Fiorenzo Facchini e il demo­grafo Gian Carlo Blangiardo, i filosofi morali Francesco Botturi e Paola Ricci Sindoni, la preside di Psicolo­gia della Cattolica Eugenia Scabini, il giurista Francesco D’Agostino, il filosofo Sergio Belardinelli e il diret­tore di Tvsat 2000 Dino Boffo si sono confrontati con la culla del naturali­smo, interrogandone la struttura an­cipite. A guidarli Amaldi, anch’egli membro del comitato, uno dei più noti fisici italiani, già coordinatore di un esperimento del Lep e da un ventennio impegnato con la fonda­zione per adroterapia oncologica Tera, a trasferire il know how del Cern nella lotta contro i tumori (l’ul­timo nato è il centro Idra pediatri­co): «Uno scienziato – ha spiegato – può interpretare la realtà esclusiva­mente attraverso il dato naturale, re­legando l’uomo in un ruolo margi­nale, oppure può credere che esista un Creatore che mantiene nell’esse­re la natura com’è, creata e libera di evolversi, affinché vi si sviluppino forme di intelligenza sempre più complesse, fino alla condizione u­mana che è abitata dal libero arbi­trio e dall’anima. Questa visione non è in contrasto con il metodo scientifico: purtroppo la nostra so­cietà è imbevuta di questo naturali­smo che afferma che tutto è solo na­tura, mentre il naturalismo aperto al trascendente ha un minore appeal».&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;left&quot;&gt;Riflessioni di spessore filosofico e teologico su cui il Comitato sta di­scutendo. «Noi cristiani abbiamo sempre parlato di liber naturae e di liber scripturae – ha detto Scola – e San Paolo sosteneva che i Romani non potessero essere giustificati perché avrebbero dovuto riconosce­re la presenza di Dio dal creato». Il porporato ha parlato anche di un &amp;#8216;ripensamento&amp;#8217; teologico sulla base della «trama meravigliosa dei risul­tati che queste scienze ci danno; di­versamente, il tentativo di relegare Cristo al di fuori del creato risulta fa­cile », giungendo ad auspicare «una teologia meno separata». Per Ruini «nulla implica che lo studio della natura precluda una dimensione di­versa. Tommaso d’Aquino introdus­se il concetto di media via per risol­vere la grande questione del rappor­to tra il cristianesimo e il pensiero a­ristotelico. Tommaso è ancora attua­le. Aggiungo che le scienze aiutano gli epistemologi e i filosofi a studiare il funzionamento dell’intelligenza u­mana, come mi insegnava Bernard Lonergan». A due passi, il direttore della ricerca del Cern Sergio Berto­lucci: «Scienza e fede sono mosse dallo stesso desiderio di ricerca», ha assicurato. Poi tra il serio e il faceto: «Al Cern non produciamo atei».&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;left&quot;&gt;Paolo Viana – &lt;em&gt;Avvenire&lt;/em&gt;, 27 gennaio 2012&lt;/p&gt;</content>
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			<title type="html">Nella Piazza</title>
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			<updated>2012-02-06T09:00:03+00:00</updated>
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		<title type="html">Biffi convince il Papa. Un siriano a Venezia</title>
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		<updated>2012-01-27T08:55:05+00:00</updated>
		<content type="html">&lt;p&gt;La spinta decisiva l’ha data il cardinale Giacomo Biffi. Ha pesato molto il parere dell’emerito di Bologna nella scelta fatta dal Papa (la nomina sarà comunicata a giorni) del nuovo patriarca di Venezia: tre degli ultimi sette pontefici italiani (Pio X, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo I) sono stati eletti in conclavi in cui erano entrati come cardinali di Venezia.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La scelta del Papa è Francesco Moraglia, vescovo di La Spezia, 59 anni, genovese, fine teologo in dogmatica ordinato sacerdote dal cardinale Giuseppe Siri.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;code&gt;Pubblicato sul Foglio venerdì 27 gennaio 2011&lt;/code&gt;&lt;/p&gt;
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			<title type="html">Palazzo Apostolico - Diario Vaticano di Paolo Rodari</title>
			<subtitle type="html">Diario Vaticano di Paolo Rodari - Vatican Blog</subtitle>
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			<updated>2012-02-05T23:00:20+00:00</updated>
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		<title type="html">In memoriam</title>
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		<updated>2012-01-27T06:23:09+00:00</updated>
		<content type="html">&lt;p&gt;&lt;a href=&quot;http://2.andreatornielli.it/?attachment_id=3502&quot; rel=&quot;attachment wp-att-3502&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://2.andreatornielli.it/wp-content/uploads/2012/01/Auschwitz-296x300.jpg&quot; alt=&quot;&quot; title=&quot;Auschwitz&quot; width=&quot;296&quot; height=&quot;300&quot; class=&quot;alignleft size-medium wp-image-3502&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Oggi si celebra &lt;strong&gt;la Giornata della Memoria della Shoah&lt;/strong&gt;, lo sterminio sistematico degli ebrei perpetrato dai nazisti. C&amp;#8217;è sempre il rischio, in queste circostanze, di scadere nella ripetività, nel trasformare in cerimonia la memoria. &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Come europei, che vivono nel Vecchio Continente, cioè nel cuore di quella che fu la civiltà cristiana, nel continente in cui quell&amp;#8217;indicibile barbarie ha potuto essere perpetrata, &lt;strong&gt;credo dobbiamo imparare a guardare all&amp;#8217;esempio, al coraggio, all&amp;#8217;amore e alla testimonianza autenticamente evangelica &lt;/strong&gt;di quei cristiani che misero a repentaglio la loro vita &amp;#8211; e in alcuni casi la persero &amp;#8211; per cercare di salvare le vittime innocenti della persecuzione. &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Quei &amp;#8220;giusti&amp;#8221; che è importante ricordare, &lt;strong&gt;perché solo guardando alla luce di quelle perle spesso nascoste di bene &lt;/strong&gt;possiamo stare di fronte all&amp;#8217;abisso del male, a quella tragedia avvenuta nel cuore dell&amp;#8217;Europa solo settant&amp;#8217;anni fa.&lt;/p&gt;</content>
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			<title type="html">Andrea Tornielli</title>
			<subtitle type="html">Sacri Palazzi - Il blog di Andrea Tornielli</subtitle>
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			<updated>2012-02-04T17:00:27+00:00</updated>
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		<title type="html">Quei tesori da «vedere»</title>
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		<updated>2012-01-26T23:00:00+00:00</updated>
		<content type="html">È facile essere d’accordo con la politica di liberalizzazioni che è 
stata avviata. Sono infatti molte le ragioni che portano tanti ad avere 
uno sguardo fiducioso, generoso e simpatetico nei confronti dell’operato
 del Governo Monti, comprese le liberalizzazioni, necessarie in 
un’Italia bloccata da troppi interessi di parte che finiscono per 
diventare «male comune». Ma proprio per questo sguardo complessivo 
positivo è importante portare l’attenzione su una domanda di fondo, che 
riprende discorsi già impostati su queste pagine: quale idea di modello 
economico e sociale per l’Italia di oggi e di domani ha in mente questo 
governo?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
Liberalizzare un sistema economico significa, in estrema sintesi, 
aumentare il peso del mercato all’interno della vita civile. L’Italia ha
 sempre avuto meno mercato dei Paesi anglosassoni (Inghilterra e Usa in 
particolare), perché il posto del mercato lo hanno occupato non solo uno
 Stato spesso inefficiente e ipertrofico, ma anche la famiglia e le 
comunità. È, infatti, questa terza dimensione, che possiamo chiamare 
«società civile di tipo comunitario», che caratterizza il modello 
italiano, e in un modo più marcato degli altri Paesi europei di cultura 
latina. È, il nostro, un modello diverso dal capitalismo americano, ma 
anche da quello dei Paesi scandinavi, poiché in questi due modelli la 
dimensione comunitario-familiare è di fatto relegata nella sfera privata
 delle persone, senza che le venga riconosciuta la natura di principio e
 di ambito di carattere pubblico e politico. Nelle politiche economiche 
che stiamo osservando, allo stato delle cose, non è purtroppo chiaro 
quale sia la visione relativa a questa terza dimensione, che, giova 
ripeterlo, è una colonna della nostra identità e storia, e che ha anche 
importanti effetti economici. Anche se le categorie culturali per 
&amp;quot;vedere&amp;quot; questa dimensione dell’Italia ci sono – ci sarebbero – si ha 
come l’impressione che la cura che si sta approntando per il malato 
Italia potrebbe essere applicata a qualsiasi altro Paese: dall’Argentina
 alla Finlandia. Se invece si vedesse davvero questa terza dimensione, 
ad esempio, si dovrebbero considerare diversamente le varie realtà del 
cosiddetto Terzo Settore. Innanzitutto, si capirebbe che le cooperative o
 le imprese sociali sono imprese a tutti gli effetti, poiché la 
cosiddetta economia sociale o civile in Italia non ha la stessa funzione
 – e, quindi, natura – del non-profit anglosassone.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
Il Terzo Settore italiano ha essenzialmente una natura produttiva, non 
redistributiva come nel modello filantropico-restitutivo degli Usa. In 
Italia la cooperazione, la finanza etica, il commercio equo, il 
variegato mondo dell’economia comunitaria è la fioritura moderna della 
cultura civile che ha prodotto i Monti di Pietà nel Quattrocento, e poi 
le casse rurali e di risparmio, e quindi la cooperazione di produzione, 
rurale, di consumo. Oggi come ieri, l’economia civile è l’espressione 
economica di questa terza dimensione civile-comunitaria del nostro 
modello di sviluppo. Ma, di questi tempi, quando si sente parlare di 
impresa è forte l’impressione che nel Governo, in Parlamento e sui 
giornali ci sia chi ha in mente soltanto l’impresa capitalistica – 
grande, media o piccola – e che si collochi nel mondo del &amp;quot;sociale&amp;quot; o 
del &amp;quot;volontariato&amp;quot; quell’altra miriade di soggetti economici che pure 
creano ricchezza, valore aggiunto e posti di lavoro (oggi più di un 
milione), attingendo proprio alla nostra vocazione 
comunitario-famigliare.
Occorre, invece, tenere ben presente che l’impresa tradizionale non 
potrà più creare posti di lavoro come prima della crisi, né, tantomeno, 
potrà farlo lo Stato. In simili momenti è stata la società civile che ha
 inventato nuovi lavori e nuova ricchezza (si pensi, ancora, alla 
cooperazione tra Ottocento e Novecento); qualcosa di simile dovrà 
avvenire anche oggi, purché il Governo lo veda e agisca di conseguenza 
anche sul piano fiscale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
È in questo contesto culturale ed economico più generale e profondo che 
va anche inserita la valutazione della liberalizzazione dell’orario 
degli esercizi commerciali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
Gli effetti di breve periodo di questa forma di liberalizzazione 
(diversa dalle altre, ripeto, necessarie e opportune), possono forse 
essere benèfici per i consumi e quindi per il Pil, anche se, dobbiamo 
ricordarlo, uno stile di vita centrato sull’aumento dei consumi è la 
malattia del nostro modello, non la cura. Ma ciò che è certo è che nel 
medio periodo (3-5 anni) scompariranno tutti quei negozi a conduzione 
famigliare che già soffrono da decenni, e che da domani non potranno 
certo tenere il passo di chi ha forza e capitali per gestire personale 
per turni &amp;quot;24h/7g&amp;quot;. È il modello del grande-lontano-anonimo che prenderà
 sempre più piede, come sta già accadendo nei Paesi anglosassoni. Ma il 
piccolo-vicino-personale non è soltanto sinonimo di prezzi più alti, è 
anche espressione di un modello economico-civile che fa parte del nostro
 Dna borghigiano e cittadino, di città che si chiamano Offida e Lodi, 
non Miami né San Francisco. E che fa sì, tra l’altro, che i centri 
storici siano ancora (sebbene con fatica) abitati da persone e da 
incontri e non solo da uffici, e che gli anziani possano trovare merci e
 persone sottocasa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
Rendere possibile la vita sia alla grande distribuzione organizzata sia 
al negozio a conduzione famigliare non è buonismo né nostalgia, ma è 
questione di democrazia e di libertà, che vivono e si alimentano della 
biodiversità, anche nelle forme di imprese e di negozi. Trovare un 
negozio chiuso, magari la domenica, ci ricorda che il mercato è un pezzo
 di vita, non tutta, che esistono dei limiti al commercio e al consumo, 
che dietro quelle serrande ci sono non solo merci ma persone, e che i 
tempi del mercato e del lavoro – come ancora una volta ci ha ricordato 
lunedì il cardinale Bagnasco – vanno iscritti all’interno dei tempi del 
vivere e della festa, e non viceversa.</content>
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			<name>Editoriali di Avvenire</name>
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			<updated>2012-02-07T03:01:30+00:00</updated>
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		<title type="html">La memoria è vita</title>
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		<updated>2012-01-26T23:00:00+00:00</updated>
		<content type="html">Sacralizzazione dello sterminio, abusi e sfruttamento della memoria: così sono andate moltiplicandosi negli ultimi anni le critiche alla celebrazione del 27 gennaio. Già nel 1998 lo scrittore tedesco Martin Walser aveva dichiarato la «inutilità di ricordare Auschwitz». È emersa a poco a poco una corrente che, mentre rivendica un sano oblio, ammonisce a non cadere in quella che persino il filosofo Paul Ricoeur ha definito la «trappola del dovere della memoria». Dietro queste posizioni non è difficile scorgere un’insofferenza verso un capitolo del passato che avrebbe dovuto essere chiuso già da tempo, sigillato forse da un perdono assolutorio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
La questione, tuttavia, è più complessa. Non solo perché aggressiva è divenuta la mobilitazione di coloro che negano le camere a gas e i forni crematori. La certezza che il ricordo della Shoah avesse permeato le coscienze si è andata erodendo. Man mano che si sono diffuse le celebrazioni della memoria, che si sono inaugurati in gran pompa i musei, la propensione a stigmatizzare gli ebrei si è rafforzata. Non è un paradosso. Il senso di colpa è stato consegnato ai monumenti inerti, mentre, senza troppi scrupoli, e nel rispetto della moralità, si è potuto escludere di nuovo il popolo ebraico. Già mettendone sotto accusa la memoria.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&amp;quot;Condannati&amp;quot; alla conservazione morbosa nei musei, gli ebrei non hanno diritto di esistere se non per la sofferenza subita. Come se la dignità fosse nell’aver perduto la dignità, calpestata nel campo di sterminio, come se la legittimità potesse derivare solo dalla condizione di vittima. L’unico ebreo riconosciuto è allora la vittima anonima, non l’ebreo che è nella vittima. L’Occidente sembra celebrare il popolo disfatto, annientato e nullificato, nell’istante stesso in cui ignora quello vivo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
Ma sbaglia chi accusa il popolo ebraico di profittare della memoria per perseguire i propri interessi, perché al contrario è il ruolo della vittima che impedisce di riacquistare dignità. Senza considerare che l’accusa è una contraddizione: da un canto si rimprovera agli ebrei di installarsi nel ruolo delle vittime, dall’altro, quando tentano di uscirne, vengono tacciati di essere aggressori. Proprio perché gli ebrei sono stati disumanizzati nei campi di sterminio, è forte la tentazione di collocare Israele nel campo dell’inumano. Ma dopo le rampe di Auschwitz le non-persone hanno ritrovato una dignità umana che non può più essere pregiudicata.
È bene allora sottolineare che il ricordo non è scontato. E la narrazione della Shoah non può essere né ridotta a un accumulo di documenti, né tanto meno affidata ai musei. Piuttosto deve essere racconto vivo e condiviso. Anche a questo ci richiama la Giornata della memoria. Lo sterminio degli ebrei d’Europa è stato infatti il risultato estremo di una politica del crimine, che non è passata e superata. Lo conferma la contestazione postuma del martirio da parte dei pretesi &amp;quot;revisori della storia&amp;quot;. Perciò della Shoah devono essere scrutate le possibilità occulte e inquietanti che la modernità sarebbe ancora in grado di riservare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
Non è un caso che i negazionisti traggano profitto da una politica nazionalistica che parla di «espulsioni» e «rimpatri», che ha il gusto per il marchio e lo statuto speciale, che punta l’indice contro l’immigrato, il clandestino, lo straniero. Come ha detto più volte Emmanuel Lévinas, l’antisemitismo è l’archetipo di ogni internamento.</content>
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		<title type="html">Il Rosario e il Volto</title>
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		<updated>2012-01-26T23:00:00+00:00</updated>
		<content type="html">Ma qual è, in fondo, il vero scandalo? Su quale pietra inciampa veramente l’uomo che cerca di andare per il mondo sentendo al suo fianco la presenza di Dio? Martedì sera, mentre attorno al Teatro Franco Parenti si celebravano riti di riparazione per la messa in scena del discusso spettacolo &lt;em&gt;Sul concetto del Volto nel Figlio di Dio&lt;/em&gt;, a pochi chilometri di distanza, in una parrocchia alla periferia di Milano, un gruppo di fedeli recitava il Rosario per la guarigione di una giovane madre, malata di tumore. Stessi gesti, stesse parole, grosso modo lo stesso numero di persone impegnate a pregare in una sera d’inverno. E qui ci fermiamo, perché non si tratta di distribuire torti e ragioni. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anzi, uno dei tratti distintivi del credente dovrebbe essere la consapevolezza che il giudizio è prerogativa anzitutto divina, specie quando si affrontano questioni che riguardano l’intenzione e la profondità delle coscienze.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quella che conta, al contrario, è la domanda iniziale: qual è, agli occhi dell’uomo, il vero scandalo? Il dolore dell’innocente (perché questo ha di straordinario, il dolore: restituisce innocenza a chi patisce) oppure il gesto artistico che tenta, in modo sempre imperfetto e talvolta persino fallimentare, di rappresentare quello stesso dolore? La sofferenza è un abisso che non si illumina mai del tutto, come testimoniano molte pagine della Scrittura, dall’invettiva di Qoelet fino al grido di Gesù che, sulla croce, sembra addirittura lamentare l’abbandono da parte del Padre. Anche un gigante come Dostoevskij, quando si inoltra in quella tenebra, impugna un lumicino pericolante e lascia, da ultimo, che siano le ombre ad avere la meglio, salvo far trapelare – magari da una delle tante porte sconnesse che si incontrano nell’&lt;em&gt;Idiota&lt;/em&gt; o in &lt;em&gt;Delitto e castigo&lt;/em&gt; – un filo di luce che richiami l’estrema possibilità della speranza. Diciamolo con parole più semplici: è l’esperienza del dolore che, nella maggior parte dei casi, induce l’uomo alla bestemmia. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La piaga, non la sua rappresentazione. Il male che tocca la carne, secondo la sfida che Satana lancia al Signore nella vicenda misteriosa di Giobbe, è il vero male, al quale letteratura e pittura, poesia e teatro, cinema e fotografia riescono tutt’al più ad alludere. È un centro terribile e vitale, che non può essere disgiunto dalla bellezza stessa dell’umanità. È, in definitiva, il carico che Cristo ha assunto su di sé nell’Incarnazione, per innalzarlo poi sul Golgota nella Passione. Si crede o non si crede al cospetto di questo che è lo scandalo autentico e che appartiene – sia pure in modi e per occasioni differenti – alla storia di ciascuno. L’arte, anche in questo, fa quello che può e agisce, semmai, come strumento di riconoscimento e di autocomprensione: un’opera mi convince oppure mi irrita tanto quanto riesce a ripetere in me qualcosa di quello che ho conosciuto. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non si tratta di scegliere tra i due Rosari, dunque, né di contrapporli l’uno all’altro. Si prega nella convinzione che tutte le preghiere salgano al Cielo allo stesso modo e ci si affida a Maria perché, nella sua maternità, saprà lei come amministrare il potere di intercessione. Ma se un miracolo ci dev’essere, noi tutti vorremmo che fosse per la vita dell’uomo, nel quale Dio stesso manifesta la propria gloria, in un Volto il cui splendore nulla, su questa terra, ha la forza di scalfire.</content>
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		<title type="html">Diario Vaticano / Viganò, l'intoccabile</title>
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		<updated>2012-01-26T17:00:00+00:00</updated>
		<content type="html">L'attuale nunzio a Washington non sopporta d'essere stato cacciato da Roma. E reagisce contro il suo arcinemico, il cardinale Bertone. In curia ha molti sostenitori. E lo scontro lambisce il papa</content>
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			<title type="html">Chiesa -</title>
			<subtitle type="html">Notizie, analisi, documenti - a cura di Sandro Magister</subtitle>
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		<title type="html">Affari cardinali, le cordate in lotta della finanza color porpora. Sanità, Ior e nomine eccellenti. Il ruolo di Sodano e quel consiglio al Papa di tenersi il “ripulitore” Viganò</title>
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		<updated>2012-01-26T15:04:27+00:00</updated>
		<content type="html">&lt;p&gt;&lt;a href=&quot;http://www.paolorodari.com/wp-content/uploads/2012/01/Bertone-cardinale.jpg&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.paolorodari.com/wp-content/uploads/2012/01/Bertone-cardinale.jpg&quot; alt=&quot;&quot; title=&quot;&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;100&quot; class=&quot;alignright size-full wp-image-5988&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Leggi anche &lt;strong&gt;&lt;a href=&quot;http://www.ilfoglio.it/soloqui/12055&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il comitato permanente dell’Istituto Toniolo, la “cassaforte” dell’Università Cattolica e dell’ospedale Gemelli, si riunisce domani per sancire l’entrata del cardinale Angelo Scola tra i suoi membri.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L’arcivescovo di Milano prende il posto del notaio Giuseppe Camadini, storico rappresentante del cattolicesimo bresciano e della sua “finanza bianca”, recentemente dimessosi assieme all’economista Alberto Quadrio Curzio.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L’entrata ufficiale di Scola è significativa non soltanto perché porterà presto il nuovo arcivescovo di Milano ad assumere la presidenza dell’Istituto al posto del cardinale Dionigi Tettamanzi, ma anche perché affossa definitivamente le aspirazioni del Vaticano che intendeva portare alla presidenza del Toniolo un suo uomo di fiducia, l’ex presidente della Corte costituzionale Giovanni Maria Flick.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il piano del Vaticano era ambizioso: conquistare il Toniolo e insieme l’ospedale Gemelli, unendo in un unico polo d’eccellenza anche il San Raffaele, il Bambin Gesù e la Casa Sollievo di San Giovanni Rotondo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Al progetto stavano lavorando, con la supervisione del segretario di stato Tarcisio Bertone, il manager Giuseppe Profiti, il presidente dello Ior Ettore Gotti Tedeschi e l’industriale Vittorio Malacalza, colui che più di altri avrebbe dovuto impegnarsi economicamente.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Tra i primi a sfilarsi c’è stato Malacalza il quale, a poche ore dalla morte di don Luigi Verzé, disse a chi gli chiedeva se la cordata era ancora decisa a restare dentro il San Raffaele: “Forse non ne saremo degni”. Il più lesto a cogliere il cambiamento di rotta è stato Flick il quale, svanita la possibilità di entrare nel Toniolo, è riuscito a divenire presidente del cda del San Raffaele legandosi a stretto giro con l’altra cordata, quella dell’imprenditore della sanità Giuseppe Rotelli che coi suoi 405 milioni di euro si è aggiudicato l’ospedale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Quanto accaduto all’interno del Toniolo e del San Raffaele non è altro che la coda di una battaglia più ampia che si sta giocando tra le pieghe del mondo cattolico e dello stesso Vaticano. Una battaglia per il potere. Le mire di Bertone sulla stanza dei bottoni ambrosiana sono state stoppate non soltanto dai pareri negativi di Scola e del presidente dei vescovi italiani Angelo Bagnasco, ma anche da una nota scritta fatta pervenire in appartamento papale dal cardinale Attilio Nicora, presidente dell’Aif, la nuova authority incaricata di controllare l’attività finanziaria di tutti gli enti del Vaticano, sentito il parere dell’amico porporato bresciano Giovanni Battista Re, ex capo dei Vescovi. Il parere dei quattro porporati è pesato parecchio e alla fine ha convinto il Papa il quale, tra l’altro, vedeva nell’operazione anche un intoppo giuridico: lo Ior non può, per statuto, impegnarsi in un’operazione del genere.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Bertone e i suoi fidati imprenditori da una parte, Scola, Bagnasco e il mondo legato alla finanza ambrosiana cosiddetta “bianca” dall’altra. Il Papa nel mezzo a cercare quelle soluzioni più giuste ed eque per tutti. E un ruolo significativo che viene giocato anche dal segretario particolare del Papa, monsignor Georg Gänswein, che quasi quotidianamente ha dovuto raccogliere notizie, sentire pareri, fare da filtro con il Pontefice.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Diverse le lettere arrivate sul suo tavolo contro Bertone, non tutte anonime. Ieri, all’interno del programma d’inchiesta “Gli intoccabili”, in onda su La7, è stato il giornalista Gianluigi Nuzzi a svelare una lettera di qualche mese fa scritta dall’attuale nunzio negli Stati Uniti, Carlo Maria Viganò. Il presule, allora numero due del Governatorato, non cita il San Raffaele e nemmeno il Toniolo ma parlando di “corruzione” all’interno del Vaticano chiama in causa, seppur indirettamente, il segretario di stato, reo, quantomeno, di un omesso controllo su coloro che all’interno della Santa Sede rubano gonfiando i costi degli appalti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Le finanze del governatorato, prima del suo arrivo, erano un buco nero, nel 2009 perdevano 8 milioni di euro: in Vaticano venivano fatte lavorare sempre le stesse ditte, che gonfiavano i costi per l’edilizia e l’impiantistica. Su tutti viene citato un caso: il presepe montato nel Natale del 2009 in piazza San Pietro, costato alle casse della Santa Sede 550 mila euro.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Viganò cita i cardinali Velasio De Paolis, Paolo Sardi e Angelo Comastri come persone da lui informate. Dice che della “corruzione” ha parlato con Bertone senza però ricevere l’aiuto che sperava. E dice al Papa di essere preoccupato: Bertone gli aveva promesso la guida del governatorato una volta che l’allora presidente, il cardinale Giovanni Lajolo, fosse andato in pensione, ma alle parole non sono seguiti i fatti. Perché Viganò non viene promosso nel posto che gli è stato promesso? A suo dire per un solo motivo: per bloccare l’opera di pulizia iniziata dentro il Vaticano. Una tesi sostenuta anche da altri cardinali di curia, tra questi l’ex nunzio a Washington Agostino Cacciavillan, uomo del cardinale decano Angelo Sodano. Cacciavillan si è speso personalmente sconsigliando al Papa l’allontanamento di Viganò.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Difficile dire quali conseguenze il Papa deciderà di trarre da tutta questa vicenda. Per molti tutto questo fango potrebbe pregiudicare la posizione di Bertone in sella alla segreteria di stato vaticana, tenuto conto anche del fatto che il prossimo dicembre egli compirà 78 anni, la stessa età che aveva il suo predecessore Angelo Sodano quando il Papa accettò le sue dimissioni. In realtà le dimissioni di Bertone sembrano lontane: è improbabile che Benedetto XVI decida di privarsi di colui che un anno dopo l’elezione al soglio di Pietro ha scelto quale suo uomo di fiducia anche in virtù di un conclave in cui il cardinale di origini piemontesi ha giocato un ruolo decisivo. Già lo scorso agosto un “corvo” aveva provato a fare lo scalpo a Bertone. Sul tavolo del segretario di stato vaticano arrivò una missiva anonima che si apriva con una minacciosa citazione di don Giovanni Bosco, fondatore dei Salesiani, la congregazione a cui appartiene Bertone: “Grandi funerali a corte!”. Con queste parole il santo torinese preannunciava lutti a Vittorio Emanuele II nel caso il regno piemontese avesse continuato con le politiche di confisca dei beni della chiesa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L’anonimo estensore della missiva mostrava di essere informato sulle vicende della curia, tanto che accusava Bertone di non saper decidere e di scegliere i collaboratori sulla base delle sue simpatie personali. Faceva riferimento alla decisione presa di trasferire Viganò, allontanandolo dal Vaticano.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma l’estensore della lettera ometteva un particolare non secondario: lo spostamento di Viganò dal Vaticano a Washington non è stata una decisione unilaterale di Bertone. E’ stata una nomina firmata dal Papa. E’ lui ad aver voluto la promozione di Viganò. E’ lui ad aver scelto Bertone, nonostante già nei primi mesi successivi al suo arrivo in segreteria di stato in molti dicessero: “Non ha la stoffa per fare il segretario di stato. Troppo poco diplomatico”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;code&gt;Pubblicato sul Foglio giovedì 26 gennaio 2011&lt;/code&gt;&lt;/p&gt;
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			<title type="html">Palazzo Apostolico - Diario Vaticano di Paolo Rodari</title>
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		<title type="html">Nell’oggi come agli inizi</title>
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		<updated>2012-01-25T23:00:00+00:00</updated>
		<content type="html">Lo si intuiva che c’era filo da tessere. Parlando alle comunità della sua lingua materna, in occasione del viaggio in Germania, Benedetto XVI aveva fatto risuonare un accento nuovo, sul tema fede e Chiesa nella contemporaneità. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È la passione sincera della fede che farà la differenza: senza questa conversione, i discorsi e gli apparati religiosi stanno a zero. Il figlio della famosa parabola, invitato a partire per il lavoro nella vigna, disse «Sì, certo, padre mio». Ma non ci andò. Di fronte a Dio, ha detto il Papa, «non contano le parole, ma l’agire». &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Contano «le azioni di conversione e di fede». Nella stessa omelia della Messa di Freiburg, il Papa aveva commentato senza giri di parole anche la ruvida parola di Gesù sullo slancio di fede e di conversione dei pubblicani e delle prostitute, che precederanno nel regno di Dio i suoi interlocutori devoti e indifferenti. «Tradotta nel linguaggio del nostro tempo - concluse il Papa - l’affermazione potrebbe suonare più o meno così: agnostici, che a motivo della questione su Dio non trovano pace; persone che soffrono a causa dei nostri peccati e hanno desiderio di un cuore puro, sono più vicini al Regno di Dio di quanto lo siano i fedeli di routine, che nella Chiesa vedono ormai soltanto l’apparato, senza che il loro cuore sia toccato dalla fede». &lt;br /&gt;Non ci sfugga il significativo mutamento di intonazione (il nuovo accento, dicevo). Il Papa alza il tiro e punta alla fede: o c’è o non c’è niente. Tutto il resto, in questo momento, per quanto importante, è secondario. Il tempo degli aggiustamenti organizzativi e degli espedienti comunicativi è esaurito. Il futuro dell’evangelizzazione che deve venire si apre solo per la fede. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel linguaggio ecclesiastico corrente, di solito, l’atteggiamento che riduce la Chiesa all’apparato religioso, ai discorsi istituzionali, alla gestione organizzativa è indicato come l’ottica deformata dell’osservatore esterno. È quello che non è credente, che non partecipa alla vita della Chiesa. È quello che, comunque, osserva le cose dal di fuori, strumentalmente, secondo la materialità delle apparenze o l’interesse per implicazioni che al credente appaiono secondarie. Qui invece, si riconosce che una sostanziale estraneità del dire e del fare al nucleo caldo della fede può convivere perfettamente con la condizione di un’appartenenza ecclesiale impegnata, con la routine della formazione religiosa e delle dichiarazioni programmatiche. Il Papa rimette in primo piano, non a caso, parole forti: conversione, evangelizzazione. E le indirizza ai suoi, che sono in grado di intenderne la profondità più di ogni altro. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il messaggio di Benedetto XVI per la Giornata missionaria mondiale del 2012 è totalmente esplicito sul punto. Un nuovo splendore della fede e una nuova evangelizzazione dei popoli germogliano insieme, o soffocano insieme. Non sono la teoria e la pratica, sono un unico gesto, sono l’identico evento. La fede che è viva, si dona. E una fede che si dona, vive. Questo è il tema. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una postilla. Nel testo del Papa c’è un passaggio, dedicato a un’immagine che, nella congiuntura attuale, mi emoziona sempre di più. Eccolo. «Abbiamo bisogno quindi di riprendere lo stesso slancio apostolico delle prime comunità cristiane, che, piccole e indifese, furono capaci, con l’annuncio e la testimonianza, di diffondere il Vangelo in tutto il mondo allora conosciuto». È verissimo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’immagine di questa impensabile grazia degli inizi ci incanterà sempre. Però c’è un fatto nuovo, che mi trafigge. L’immagine di quella grazia si è fatta di nuovo perfettamente contemporanea. Noi abbiamo oggi una percezione insolitamente viva e struggente di questa condizione, in molte parti del mondo. Le nostre comodissime comunità occidentali dovrebbero arrossire delle loro lagne e delle loro liti per futili motivi, volgendo lo sguardo alle mille e mille piccole comunità, in molti modi ferite, che vivono per noi la passione degli inizi. Non dovremmo avvolgerle di mille doni e affetti per la pura fede che ci restituiscono, rendendo questo legame vistoso come le luci di Natale per ogni parte del pianeta? E posso dire, sprofondandomi per primo nell’imbarazzo, che, pur facendo molte cose, non stiamo facendo quasi niente?</content>
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		<title type="html">Rifugiati: l’Unione Europea verso un sistema comune di asilo</title>
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		<updated>2012-01-25T23:00:00+00:00</updated>
		<content type="html">Nel 2011 le promesse europee di solidarietà nei confronti delle persone bisognose di aiuto sono state messe alla prova. È preoccupante constatare come l’Europa, nel suo insieme, non abbia superato l’esame. Ora gli Stati devono assumersi le proprie responsabilità e fare in modo che, in quanto ad accoglienza, il 2012 sia un anno migliore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Due eventi, negli ultimi dodici mesi, vanno segnalati per le profonde conseguenze sul piano globale. In primo luogo, l’aggravarsi della crisi economica, che ha messo a sua volta in crisi la fiducia nella leadership e nella capacità dell’Europa di trovare soluzioni condivise. In secondo luogo, la primavera araba: a Tunisi, al Cairo e altrove, i cittadini si sono sollevati in una lotta per la libertà, la democrazia e i diritti umani, rovesciando, insieme agli oppressori, pregiudizi decennali sulle loro società.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dal punto di vista dell’Europa, questi due eventi sono strettamente collegati. Mentre nel corso del 2011 la crisi economica obbligava l’Unione Europea a concentrarsi sui problemi interni, le agitazioni nell’Africa settentrionale e in altre regioni costringevano molte persone ad abbandonare il loro Paese. Riuscirà l’Europa a continuare nel suo impegno nei confronti dei profughi e, nel contempo, a gestire la propria crisi?&lt;br /&gt;I dati disponibili per rispondere a questa domanda destano qualche preoccupazione. Nel primo semestre del 2011, più del 75% di tutte le domande di asilo si sono concentrate in sei Stati membri dell’Unione. Resta quindi un consistente numero di Paesi europei che può e deve fare di più. E quando più di 700mila persone sono state costrette a fuggire dalla violenza in Libia, molte di esse sono finite nei campi profughi di Paesi vicini. A fronte di 8mila persone identificate dalle Nazioni Unite come particolarmente bisognose di aiuto, gli Stati membri dell’Unione nel loro insieme si sono impegnati ad accoglierne soltanto 400. La Norvegia, che non fa parte dell’Unione Europea, ne ha accettati da sola quasi altrettanti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel frattempo, più di 50mila migranti hanno attraversato il Mediterraneo su imbarcazioni di fortuna, diretti verso l’Unione. Molti di loro sono annegati. Altri sono sbarcati a Lampedusa o a Malta. Nell’ambito di una conferenza svoltasi la primavera scorsa, i Paesi europei hanno avuto la possibilità di mostrarsi solidali nei loro confronti. Il risultato? Appena 300 rifugiati trasferiti da Malta in altri Stati membri.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Appena un mese fa, la comunità internazionale si è riunita a Ginevra per una conferenza mondiale sui rifugiati: la più grande riunione di questo genere mai organizzata. Per l’intero anno che ha preceduto questo evento, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati ha invitato tutti i Paesi a presentarsi a Ginevra con le proprie proposte. Purtroppo l’offerta dell’Ue è stata pari a zero, perché gli Stati membri non sono stati in grado di accordarsi su un impegno comune. Uno dei problemi di base è il clima politico di molti Stati membri: Era da prima della seconda guerra mondiale che non si vedevano così tanti partiti populisti e xenofobi nei Parlamenti nazionali europei. Come prevedibile, essi sfruttano la crisi attuale tentando di scaricare le responsabilità di errori economici nazionali sulle popolazioni immigrate. Abbiamo dunque bisogno di una leadership europea e nazionale per evitare che il programma politico sia influenzato dalla logica populista. Infatti, contrariamente a quanto vorrebbero farci credere gli xenofobi, il numero di richiedenti asilo in Europa è molto più basso oggi di dieci anni fa. E l’Europa non è particolarmente aperta nelle sue politiche di asilo: si contano molti più rifugiati nel solo Kenya che nei 27 Stati membri.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tuttavia, eventi imprevisti come la «primavera araba» possono mettere a dura prova la capacità di asilo di qualsiasi Paese, e l’Europa dev’essere preparata a sostenere gli Stati membri in difficoltà per consentire loro di accogliere i profughi in modo dignitoso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Malgrado esistano delle norme minime comuni, i sistemi di asilo di molti Stati membri non funzionano efficacemente, mentre le condizioni di accoglienza non sempre sono accettabili. Coloro che cercano asilo si trovano peraltro di fronte a situazioni di grave incertezza, poiché le norme per la concessione dello status di rifugiato differiscono enormemente da un Paese all’altro. Disparità di questo tipo non sono accettabili in un’Unione Europea i cui membri hanno sottoscritto le stesse convenzioni internazionali e aderito agli stessi valori. L’Ue ha bisogno di elevati standard comuni e di una cooperazione più forte, per garantire che i richiedenti asilo, ovunque essi presentino domanda, ricevano un trattamento equo in un sistema aperto e trasparente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo è il motivo per cui da oltre un decennio l’Unione si muove gradualmente verso una politica di asilo europea e ha fissato al 2012 il termine per la creazione di un sistema comune. Nel 2011 sono stati compiuti alcuni passi in avanti, ma i negoziati tra gli Stati membri sono ancora troppo lenti. Nel 2012 questo processo si deve intensificare notevolmente. Ritengo che siamo in grado di gestire le nostre difficoltà economiche rimanendo tuttavia fedeli ai nostri ideali di apertura, tolleranza e solidarietà. Il nostro impegno deve produrre un valore aggiunto. Quest’anno l’Europa dovrà allargare la sua prospettiva e fare in modo che il sistema comune di asilo prenda finalmente vita.</content>
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		<title type="html">Ora si scopre che il Papa nulla sa e nulla ha detto su Castellucci…  (lo avevo scritto!!!!!)</title>
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		<updated>2012-01-25T18:37:42+00:00</updated>
		<content type="html">&lt;p&gt;Il vaticanista Andrea Tornielli ha appena pubblicato un articolo sul sito “Vatican Insider” nel quale ricostruisce il giallo della lettera della Segreteria di Stato vaticana al padre Cavalcoli, lettera privata che è stata diffusa come fosse una bocciatura – da parte del Papa – della pièce teatrale di Castellucci.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Tornielli scrive:&lt;span id=&quot;more-1486&quot;&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;“&lt;strong&gt;Le parole della lettera della Segreteria di Stato sono state presentate come un pronunciamento ufficiale della Santa Sede sullo spettacolo e fatte risalire direttamente al Papa&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;In realtà, confermano a Vatican Insider diverse autorevoli fonti vaticane, &lt;span&gt;quella a padre Cavalcoli era&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;span&gt; &lt;strong&gt;una risposta di routine&lt;/strong&gt;&lt;strong&gt;, scritta dagli uffici senza coinvolgere l’entourage papale: non soltanto non è stato investito della questione direttamente Benedetto XVI, ma nemmeno il Segretario di Stato Tarcisio Bertone o il Sostituto Giovanni Angelo Becciu&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;strong&gt;. Le prime righe della lettera riferite alla pièce teatrale ‘che risulta offensiva nei confronti del Signore nostro Gesù Cristo’ altro non erano che il&lt;/strong&gt; &lt;strong&gt;riecheggiare, sunteggiato dall’officiale incaricato della risposta, delle parole scritte dallo stesso Cavalcoli.&lt;/strong&gt; &lt;strong&gt;&lt;span&gt;Non l’espressione di un giudizio meditato da parte della Santa Sede&lt;/span&gt;. &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Allo stesso modo, il pensiero attribuito al Papa, con l’auspicio che ‘ogni mancanza di rispetto verso Dio, i santi e i simboli religiosi’ possa trovare una ‘reazione ferma e composta’, rappresentava &lt;span&gt;un riferimento generico con il quale non si intendeva far pronunciare Benedetto XVI nel merito di questo specifico spettacolo&lt;/span&gt;. &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;La Santa Sede aveva tutti gli strumenti per pronunciarsi, ma la consegna era sempre stata quella di lasciare ai vescovi eventuali iniziative”. &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Fin qui Tornielli. E posso dire che, anche prima di questa provvidenziale ricostruzione giornalistica, bastava un po’ di buon senso per capire come stavano le cose.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nel seguito dell’articolo il vaticanista della Stampa ha ricostruito per filo e per segno l’iter di quella lettera che addirittura ha fatto pensare a molti&lt;strong&gt; “che Papa Ratzinger avesse voluto tirare le orecchie al cardinale ambrosiano per non aver reagito più duramente di fronte al previsto atto blasfemo”. &lt;/strong&gt; &lt;strong&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Tornielli conclude: “&lt;/strong&gt;&lt;strong&gt;&lt;span&gt;L’impressione che si ricava dalla sequenza degli eventi è che il Vaticano sia stato in qualche modo ‘trascinato’ in una vicenda sulla quale non aveva intenzione di pronunciarsi, e che si sia finito così per attribuire direttamente al Papa una stroncatura dell’opera di Castellucci&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;. &lt;strong&gt;Uno spettacolo che negli anni scorsi è stato rappresentato a Roma, cioè nella città in cui Benedetto XVI è vescovo, senza suscitare nessuna polemica, com’è accaduto anche in altre città italiane”.&lt;/strong&gt;&lt;strong&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Mi pare che ce ne sia abbastanza per riflettere da parte di chi aveva reso pubblica questa missiva proponendola come un giudizio del Pontefice e da parte di chi aveva “bevuto” questa cosa credendo di doversi unire alla “fatwa” perché questo sarebbe stato il volere del Papa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Adesso ci sarebbe da aspettarsi che qualcuno chiedesse scusa… Anche al Papa stesso. O sbaglio?&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;&lt;span&gt;Il bilancio della “fatwa” lanciata con enorme clamore contro Castellucci è il seguente&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;:&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;1)   Una enorme pubblicità allo spettacolo che era già stato rappresentato in molte città italiane senza che nessuno se ne accorgesse: di sicuro Castellucci può ringraziare gli “indignati” cattolici perché ha il teatro pieno e sta su tutti i giornali;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;2)  Una figuraccia da parte dei cattolici che sui media sono stati rappresentati come intolleranti e bramosi di censura e di bavaglio&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;3)  La sensazione di una divisione all’interno della Chiesa e persino fra i vescovi (come se alcuni fossero conniventi con chi tresca con Lucifero e altri fossero i puri paladini della fede….)&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;4)  Il Papa che è stato “trascinato” in questa faccenda, esponendo così il Magistero laddove nulla è stato detto dal Papa stesso…&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;5)  Tanti cattolici in buona fede persuasi che testimoniare Cristo consista nel “criminalizzare” la disperazione umana invece di testimoniare con amicizia l’amore sperimentato, la carezza del Nazareno.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ci sarebbero altre voci in questo disastroso bilancio, ma mi fermo qui. Resta la tristezza….&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Infine un chiarimento sulla merda.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Continuo a ricevere per mail la registrazione di una intervista a Castellucci in cui costui, con parole estreme e certo da artista, non da teologo, da uomo in ricerca, non da cristiano, dice il suo desiderio di stabilire un ponte fra l’escatologico e lo scatologico, cioè fra la luce di Dio e la merda della condizione umana.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Molti – avendo scambiato il cristianesimo per un galateo di buone maniere – ne traggono scandalo. Io vorrei far notare che quel ponte non deve costruirlo Castellucci, perché lo ha già fatto Dio con l’Incarnazione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Meditiamo su quella che la teologia chiama kenosi: non solo l’Onnipotente ha “annientato” se stesso facendosi uomo, cioè carne, fango, ma – come dicevo ieri a Tornielli – &lt;strong&gt;&lt;span&gt;ha deciso di voler nascere in una stalla, presumibilmente nel mezzo alla merda di animali (non in una profumata casa di benpensanti) e ha deciso di voler morire coperto di sputi e di sangue, macellato come una bestia, come un agnello sacrificale.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E’ Lui che ha voluto SPORCARSI con tutto ciò che l’uomo è, con tutta la sua miseria, con tutto il fango della sua condizione, eccetto il peccato!!!!&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Se noi ci scandalizziamo della parola “merda”, sostanza che fino a prova contraria fa parte dell’uomo (come il sangue, la carne, il fegato, il cuore e il cervello) ed è stata creata da Dio, significa che abbiamo smesso da tempo di stupirci e di commuoverci per quello che il Signore benedetto ha fatto per noi: &lt;strong&gt;&lt;span&gt;è Lui che, per folle amore nostro, ha voluto nascere in una stalla merdosa ed è Lui che è morto in quel modo orribile!!!!&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Forse è il caso che ce ne ricordiamo… e lo contempliamo così! Altrimenti, a furia di ubriacarci di galateo, finiremo per pretendere di coprire perfino i crocifissi perché non sta bene esporre un corpo nudo, oltretutto tutto macellato e in quella posa ignominiosa!!!!!&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ora direi di mettere fine a questa assurda “guerra” &lt;strong&gt;&lt;span&gt;riconciliandoci&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; proprio nella contemplazione e nello stupore per l’infinita Bellezza di Gesù, che è ancor più travolgente quando si presenta come “Ecce homo”, perché è la Bellezza del Suo Amore…&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Antonio Socci&lt;/p&gt;</content>
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		<title type="html">Brutto compleanno per il Concilio, i lefebvriani si preferiscono scismatici</title>
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		<updated>2012-01-25T12:43:03+00:00</updated>
		<content type="html">&lt;p&gt;&lt;a href=&quot;http://www.paolorodari.com/wp-content/uploads/2012/01/afp_16145516_49170.jpg&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.paolorodari.com/wp-content/uploads/2012/01/afp_16145516_49170.jpg&quot; alt=&quot;&quot; title=&quot;&quot; width=&quot;160&quot; height=&quot;103&quot; class=&quot;alignright size-full wp-image-5979&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La commissione Ecclesia Dei avrebbe voluto festeggiare l’anniversario che cade oggi dei cinquantatré anni dell’annuncio dell’indizione del Concilio Vaticano II – il 25 gennaio 1959 Giovanni XXIII, a soli tre mesi dall’elezione, annunciò nella basilica di San Paolo fuori le mura l’intenzione di convocare l’assise – dando notizia della comunione ritrovata con i lefebvriani. Invece il ritorno è ancora in mente Dei e, stando alle notizie che giungono da Econe, sede della Fraternità fondata dal vescovo Marcel Lefebvre, ancora di là da venire.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;C’è un paradosso all’interno del pontificato in corso: il Papa che chiede a gran voce il rispetto della tradizione, fatica a trovare un accordo con “l’estrema destra” del mondo cattolico. Più facile, per lui, rinsaldare con gli anglicani, quella parte di cristianità maggiormente su posizioni liberal.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Da Econe le parole suonano molto dure: a complemento della risposta al preambolo dottrinale inviato dal Vaticano, i lefebvriani hanno trasmesso un secondo testo nel quale affermano che gli insegnamenti del Concilio sono in contraddizione con gli enunciati del magistero tradizionale anteriore: libertà religiosa, ecumenismo, collegialità, ecclesiologia.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Dopo la liberalizzazione del messale preconciliare (2007), la revoca nel 2009 della scomunica ai quattro vescovi tradizionalisti e i due anni di colloqui dottrinali il nodo sembra non sciogliersi. A dividere Roma e i lefebvriani resta, ancora, l’ermeneutica del Concilio. Ratzinger insiste nella tesi del Vaticano II come riforma nella continuità con la tradizione dottrinale cattolica; i lefebvriani denunciano una rottura netta tra la chiesa post Vaticano II e la storia precedente.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Particolarmente oltraggiose, per Roma, le parole pronunciate in questi giorni dall’ala più dura dei lefebvriani, la frangia capeggiata dal vescovo Richard Williamson, già noto alle cronache per le sue posizioni negazioniste sulla Shoah: “Piuttosto sedevacantista scismatico che apostata romano”, è la sua ardita posizione. Per Williamson lo scisma non deve spaventare. Dice: “Un rischio maggiore di acquisire una mentalità scismatica sarebbe di contrarre la malattia mentale e spirituale dei romani di oggi avvicinandosi troppo a loro”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;A questo punto la palla è nelle mani di monsignor Bernard Fellay, capo dei lefebvriani. O prende le distanze dai più duri o il rientro della Fraternità è compromesso.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;code&gt;Pubblicato sul Foglio mercoledì 25 gennaio 2011&lt;/code&gt;&lt;/p&gt;
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			<title type="html">Palazzo Apostolico - Diario Vaticano di Paolo Rodari</title>
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		<title type="html">Castellucci e i liquami che ci sono</title>
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		<updated>2012-01-25T12:14:42+00:00</updated>
		<content type="html">&lt;p&gt;&lt;a href=&quot;http://2.andreatornielli.it/?attachment_id=3485&quot; rel=&quot;attachment wp-att-3485&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://2.andreatornielli.it/wp-content/uploads/2012/01/On-the-Concept-of-the-Fac-007-300x180.jpg&quot; alt=&quot;&quot; title=&quot;On-the-Concept-of-the-Fac-007&quot; width=&quot;300&quot; height=&quot;180&quot; class=&quot;alignleft size-medium wp-image-3485&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Ho parlato con una persona che ha visto lo spettacolo di ieri sera a Milano. Mi conferma che la sensazione che ha lo spettatore, al di là degli scritti di Romeo Castellucci. Allo spettatore sembra che i liquami che inondano il palco durante lo spettacolo alla fine ricoprano anche il volto di Cristo sullo sfondo. Castellucci dirà che si tratta di inchiostro. L&amp;#8217;impressione di questo amico che ha partecipato è un&amp;#8217;altra. Vi chiedo scusa per il post che ho scritto stamane e che ho cancellato per non ingenerare confusione, nel quale sostenevo che non risultava lancio di escrementi verso il volto di Cristo. Il &amp;#8220;lancio&amp;#8221; non c&amp;#8217;è, ma il liquido-liquame finale sì.&lt;/p&gt;</content>
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		<title type="html">Il diavolo? Scatenato</title>
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		<updated>2012-01-25T10:57:54+00:00</updated>
		<content type="html">&lt;p&gt;&lt;a href=&quot;http://www.paolorodari.com/wp-content/uploads/2012/01/StatueME28.jpg&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.paolorodari.com/wp-content/uploads/2012/01/StatueME28.jpg&quot; alt=&quot;&quot; title=&quot;&quot; width=&quot;104&quot; height=&quot;168&quot; class=&quot;alignright size-full wp-image-5967&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L&amp;#8217;articolo più interessante del giorno è senza dubbio l&amp;#8217;apertura della pagina culturale di Avvenire. Roberto Beretta intervista il filosofo Claudio Tarditi, ricercatore in filosofia all&amp;#8217;università di Torino, che ha scritto per Lindau &amp;#8220;Il diavolo, probabilmente. Ripensare Satana oggi&amp;#8221;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In un&amp;#8217;intervista intitolata &amp;#8220;&lt;strong&gt;&lt;a href=&quot;http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/vade-retro-diavolo.aspx&quot;&gt;Vade retro diavolo scatenato&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&amp;#8220;, Tarditi fonda una &amp;#8220;demonologia razionale&amp;#8221; tornando sulle tesi del filosofo René Girard e ridà cittadinanza al diavolo nel pensiero contemporaneo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il diavolo vive nel mondo innescando rivalità che portano alla divisione. Non a caso egli è &amp;#8220;il divisore&amp;#8221;. Il cristianesimo, o meglio Cristo, ha scardinato questo processo rifiutando per primo la logica della competizione e risponendo a Satana col martirio. Paradossalmente però la venuta di Cristo non ha sconfitto Satana ma anzi l&amp;#8217;ha oltremodo &amp;#8220;inferocito&amp;#8221;, &amp;#8220;scatenato&amp;#8221;. Dice Tarditi: &amp;#8220;Per restare in vita&amp;#8221; il diavolo &amp;#8220;deve moltiplicare le sue azioni di rivalità continua. La terra diviene un inferno&amp;#8221;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;code&gt;Pubblicato su palazzoapostolico.it mercoledì 25 gennaio 2011&lt;/code&gt;&lt;/p&gt;
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		<title type="html">“Che posto ha l’islam nei piani di Dio?”</title>
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&lt;p&gt; &lt;![endif]--&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;span&gt; Una domanda che spesso si fanno gli studiosi dell’islam è questa: “Che posto ha l’islam nei piani di Dio? E’ possibile che l’islam sia nato e si sia diffuso così rapidamente senza avere un suo ruolo storico nei piani di Dio?”. Naturalmente nessuno conosce o può conoscere il pensiero di Dio. Ma è possibile proporre e discutere varie ipotesi, per chiarificarci le idee e avere di fronte all’islam un atteggiamento che favorisca “il dialogo”, come il Papa e i vescovi continuamente raccomandano, e non “lo scontro di civiltà” (o la “III guerra mondiale” come alcuni pessimisti immaginano).&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot;&gt;&lt;span&gt; Nel 2007 in Libia, il vescovo di Tripoli mons. Giovanni Innocenzo Martinelli mi diceva: “Ritengo che l’islam abbia un significato nella storia e nei piani dì Dio. Non è nato per caso. Io penso che oggi l’islam ha il compito storico di richiamare in modo forte e anche scioccante, contraddittorio a noi cristiani occidentali, secolarizzati e laicizzati (viviamo come se Dio non esistesse), il senso della presenza di Dio in ogni momento della vita dell’uomo e della società, il dovere di essere sottomessi a Dio, il forte senso di appartenenza ad una comunità religiosa universale, il coraggio di essere testimoni di Dio. E poi la preghiera. Vado a visitare – mi diceva mons. Martinelli - molte famiglie musulmane amiche. Una volta non era prevista la mia visita ed era il tempo della preghiera: in una stanza c’erano sette uomini in ginocchio che pregavano rivolti alla Mecca. L’islam significa sottomissione a Dio. Noi in Occidente abbiamo perso questo riferimento a Dio e al soprannaturale. Non approviamo certamente uno stato teocratico e meno che mai il terrorismo o “la violenza per Dio”), ma nemmeno lo spirito prevalente nella società occidentale, che pensa di fare a meno di Dio per risolvere i problemi dell’uomo”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot;&gt;&lt;span&gt; Il Card. Carlo Maria Martini nel suo “L’lslam e noi” (1990) si poneva anche lui questa domanda: “Cosa pensare dell’islam in quanto cristiani? che cosa significa per un cristiano, dal punto di vista della storia della salvezza e dell’adempimento del disegno divino nel mondo? Perchè Dio ha permesso che l’islam, unica tra le grandi religione storiche, sorgesse sei secoli dopo l’evento cristiano, tanto che alcuni tra i primi testimoni lo ritennero un’eresia cristiana?&amp;#8230; In un mondo occidentale che ha perso il senso dei valori assoluti e non riesce più in particolare ad agganciarli ad un Dio Signore di tutto, la testimonianza del primato di Dio su ogni cosa e della sua esigenza di giustizia, ci fa comprendere i valori storici che l’Islam ha portato con sé e che ancora può testimoniare nella nostra società”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot;&gt;&lt;span&gt; &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot;&gt;&lt;span&gt; Nella intervista al padre Davide Carraro del Pime, giovane missionario che ha studiato l’arabo per due anni in Egitto ed è già stato in Algeria dove tornerà presto, mi dice: “Ho visto in Algeria che quando risuona la voce del muezzin, si fermano i pullman, i mezzi pubblici, per consentire a chi vuole di fare la sua preghiera in pubblico. In Egitto no, ma anche in Egitto il richiamo pubblico alla preghiera  è molto forte tre volte al giorno e molti si fermano a pregare. Il senso della presenza di Dio nella giornata lavorativa è forte e richiama anche noi cristiani, i copti egiziani e gli operatori occidentali nei pozzi di petrolio in Algeria &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot;&gt;&lt;span&gt; “Sono stato un anno in Algeria come cappellano nei pozzi petroliferi del deserto del Sahara, continua Davide, ad Hassi-Messaoud, una città in pieno deserto dove c’è una chiesa e i lavoratori cattolici del petrolio, italiani, francesi, spagnoli, filippini, ecc. In questa città ci sono una sessantina di Compagnie del petrolio e io andavo a visitarle tutte per invitarle a Messa. In questa città avevo la mia sede e poi a Natale e Pasqua venivo chiamato in altri centri petroliferi per la funzione religiosa e incontrare i petrolieri. Allora con i loro piccoli aerei andavo da una parte e dall’altra del deserto e celebravo la Messa nelle varie Compagnie&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot;&gt;&lt;span&gt; Hassi-Messaoud, con 50.000 abitanti, è solo una città petrolifera e ci sono gli uffici delle Compagnie petroliere, con circa 2.000 stranieri e gli altri algerini. E’ una vera città con tutto, ristoranti, prostituzione, discoteche, pensioni, hotel, negozi, ecc. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot;&gt;&lt;span&gt;I cattolici venivano a Messa e dicevano che nel loro paese in Europa a Messa ci andavano pochissimo. Qui, nell’atmosfera che si respira in un paese islamico, sembrava loro naturale andare a chiedere l’aiuto di Dio. Non solo, mi dicevano, ma vedendo la fede dei musulmani siamo provocati e interrogati a ripensare alla nostra fede cristiana”. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot;&gt;&lt;span&gt; Dico a Davide che nel 2007 ero a Tripoli e in una festa degli italiani nei locali dell’ambasciata d’Italia ho incontrato un ingegnere di Torino con la sua signora, in Libia da anni per lavoro, che mi confidavano: ”In Italia a Messa non ci andiamo quasi mai, ma in questa non facile società islamica ci andiamo sempre, abbiamo ritrovato il senso di appartenere ad una comunità di fede che ti sostiene e la gioia degli antichi canti natalizi e devozioni che avvicinano a Dio. Abbiamo tre figli in Italia, due già sposati, e tornando diremo anche a loro questa nostra esperienza”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot;&gt;&lt;span&gt; Non tiro nessuna conclusione, penso che questo tema, qui appena accennato, dovrebbe essere provocatorio per tutti noi battezzati e credenti in Cristo: quanto e come Dio è presente nella nostra vita quotidiana?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot;&gt;&lt;span&gt; &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;span&gt; &lt;strong&gt;&lt;span&gt;Piero Gheddo&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</content>
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			<subtitle type="html">L'attualità vista da un missionario-giornalista</subtitle>
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			<updated>2012-01-30T05:00:06+00:00</updated>
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		<title type="html">Brasile. La Pentecoste di padre Marcelo</title>
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		<updated>2012-01-25T04:00:00+00:00</updated>
		<content type="html">Cambia volto il cattolicesimo del pi&amp;ugrave; popoloso paese dell'America latina. I carismatici si propagano a milioni. E hanno una star in un sacerdote che riempie gli stadi predicando l'amore di Dio</content>
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			<subtitle type="html">Notizie, analisi, documenti - a cura di Sandro Magister</subtitle>
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		<title type="html">Ciò che più ci manca</title>
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		<updated>2012-01-24T23:00:00+00:00</updated>
		<content type="html">Un mese fa in un monastero benedettino, nel gran silenzio della clausura, avevamo chiesto alla madre badessa cosa arriva, lì dentro, delle voci e delle paure di noi che stiamo fuori. Ho l’impressione, aveva risposto la monaca, che arrivi tutto, perfino ciò che non viene detto: «In questo silenzio si sente anche ciò che non è pronunciato».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Viene in mente questa risposta nel leggere Benedetto XVI nel Messaggio per la Giornata delle comunicazioni sociali. Il Papa dice che per comunicare occorre «imparare ad ascoltare, a contemplare, oltre che a parlare». E usa, e ripete la parola &amp;quot;silenzio&amp;quot;. Senza il silenzio, dice, «non esistono parole dense di contenuto». Nel silenzio si approfondisce il pensiero, tacendo si permette all’altro di parlare. Nel silenzio si colgono «il gesto, l’espressione del volto, il corpo, come segni che manifestano la persona». La sofferenza, si esprime con forza nel silenzio. E là dove i messaggi e l’informazione abbondano, «il silenzio diventa essenziale per discernere ciò che è essenziale da ciò che è inutile». &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Elogio del silenzio, dunque; fascino di una provocazione che dentro al nostro rumore quotidiano va diritta a indicare ciò che più ci manca. Siamo la generazione di uomini più di ogni altra apparentemente informata: tragedie anche lontane ci vengono raccontate e mostrate in tempo reale; i nostri figli sono costantemente in rete, e davvero a volte sembra una ragnatela, un viluppo di fili annodati questo essere sempre on line, aggiornati, raggiungibili. Per molti di noi non c’è un istante, nella giornata, di silenzio. Chi è solo in casa accende tv o radio, come angosciato da quello strano vuoto che preme addosso, altrimenti, e quasi insinua sottilmente irrequiete domande. Un tg allora ci soccorre sgranando le ultime notizie, una chat distrae, nella catena di chiacchiere con sconosciuti di cui non vediamo il volto, né gli occhi – che tanto ci direbbero, oltre le parole. Siamo informati di ogni evento che rimbalzi sugli schermi o sul web, mentre ancora quell’evento accade. Sappiamo, crediamo di sapere, tutto. Ma, «dov’è la sapienza che abbiamo perduto nella informazione?» si chiedeva Eliot nei Cori della Rocca, come un profeta. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il silenzio per distinguere, nel rumore, ciò che è essenziale. Quanto profondamente ci riguardano queste parole del Papa. E che cosa è essenziale? Forse quelle domande che vengono accuratamente sepolte dal chiacchiericcio instancabile, sui giornali, nei blog, nei twitter che cinguettano e spifferano parole leggere. Quelle domande che vengono su da noi stessi nella quiete, nella solitudine, e che cocciutamente ci chiedono chi siamo e dove stiamo andando; e cosa ci manca davvero, per essere felici. Domande insidiose, e la nostra mano che subito si allunga a premere un telecomando, a cliccare su un tasto: Facebook, Youtube, e parole, parole, parole. A volte le parole possono essere abusate, inflazionate, per &amp;quot;non&amp;quot; comunicare. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma cosa troveremmo, il giorno che spegnessimo la tv, staccassimo le cuffie dell’iPod, e lo schermo del pc restasse per qualche ora buio? (Magari, al principio, una crisi di astinenza, una sofferenza in quel vuoto che assorda; e che forse vuoto non è affatto, anzi è colmo di qualcosa che affascina e spaventa). Forse, soli con noi stessi, facendoci coraggio come viandanti che imbocchino un sentiero non battuto, intuiremmo la bellezza della contemplazione, e uno spazio interiore grande dentro di noi, che ignoravamo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E avanti ancora, in quel silenzio reverente avvertiremmo infine la &amp;quot;sorgente&amp;quot; evocata ieri da Benedetto XVI; quello scorrere di acque sotterranee che nel profondo ci lega gli uni agli altri. Misteriosa sorgente «che ci conduce verso il nostro prossimo, per sentire il suo dolore e offrire la luce di Cristo», ha detto il Papa. Ma, vogliamo noi arrivare a quella sorgente? Le nostre mani che digitano, cliccano, sintonizzano, gli occhi che guardano, le orecchie infaticabilmente intente a distrarci, a soffocare nel rumore la domanda più grande. A tacere di noi, disse Rilke, «come si tace di un’onta, come si tace di una speranza ineffabile». Quella speranza che colma il silenzio, per chi resta a ascoltare.</content>
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		<title type="html">Vita &amp;amp; politica: dagli Usa una lezione alle nostre timidezze</title>
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		<updated>2012-01-24T23:00:00+00:00</updated>
		<content type="html">Organizzatori e simpatizzanti parlano di un successo che va oltre le cifre (100mila partecipanti) peraltro difficilmente verificabili anche negli Stati Uniti della precisione hi-tech. Per il variegato movimento pro-life americano portare in piazza decine di migliaia di persone da tutto il Paese per un happening religioso e politico, com’è accaduto per il trentanovesimo anno lunedì a Washington, è il segnale di un radicamento popolare che oltrepassa il calibro della manifestazione folkloristica di una minoranza, per quanto motivata. L’America non si meraviglia, né si azzarda a sogghignare altezzosamente mentre guarda un pezzo significativo e motivato di se stessa marciare per le strade della capitale, fin sotto il Parlamento, nell’anniversario della sentenza con la quale la Corte Suprema federale di fatto legalizzò l’aborto. Che si sfili pacificamente sotto un bosco di cartelli e striscioni assai espliciti per ricordare al Paese che nel grembo di una donna palpita una vita, una persona umana, un individuo con diritti uguali a quelli di tutti i cittadini, è un dato che non urta quasi nessuno, non suscita polemiche roventi, anzi, semmai conforta gli americani nella stima della propria libertà. Come se nella coscienza diffusa del Paese fosse chiaro che ogni rivendicazione sulla tutela del nascituro fa parte del profilo di un grande Paese e non è il patrimonio di una &amp;quot;parte&amp;quot; cui appiccicare un’etichetta sbrigativa e polemica. Dal Michigan alla California, la battaglia per difendere la vita gode di un rispetto e di una capacità di attrazione analoghi alla dimensione pubblica della religione. Di Dio e della vita si parla senza falsi pudori, con franchezza e persino con toni spigolosi, alla larga da pretese proprietarie che tradirebbero la consapevolezza di attingere tutti allo stesso serbatoio etico, pur nel rispetto di scelte differenti. L’America ama le grandi battaglie di valori, giocate senza reticenze, a carte scoperte, da cittadini informati, coscienti e convinti. E apprezza i politici che non si nascondono su un punto al quale è attribuito il valore che merita. La vita umana è una pietra d’inciampo, negli Stati Uniti come da noi, ma la campagna per le primarie repubblicane in pieno svolgimento sta fornendo la dimostrazione lampante che sullo statuto dell’embrione e sui diritti (a nascere o ad abortire) non sono contemplate astuzie semantiche né atteggiamenti elusivi: si deve parlar chiaro, perché è anche sulla posizione assunta al riguardo che gli elettori faranno la loro scelta, e non solo sul programma relativo alle tasse o all’economia. Lo stesso Barack Obama, entrando consapevolmente in rotta di collisione con l’elettorato pro-life e la Chiesa cattolica, mostra di considerare il tema della vita importante quanto altri dossier chiave sui quali ha il dovere di pronunciarsi senza ambiguità per rimanere alla Casa Bianca. Il dissenso è contemplato e atteso, in un confronto di culture che è garanzia di libertà e di consapevolezza per i cittadini.&lt;br /&gt;La grande marcia di Washington ha fornito lo spettacolo di un raduno popolare assai più imponente di quelli mandati in scena dagli &amp;quot;indignados&amp;quot; d’oltreoceano, a Wall Street e altrove, capaci forse di un &lt;em&gt;appeal&lt;/em&gt; mediatico superiore ma certamente non in grado quanto il popolo per la vita di dar voce all’alfabeto condiviso di una civiltà. L’America si guarda allo specchio della vita, e stima se stessa matura a sufficienza per confrontarsi con passione sul destino dell’uomo nell’era della tecnoscienza e dell’individualismo tradotto in diritti tutti da dimostrare. È la lezione di una comunità che non teme di dividersi quando ne vale la pena, che non nasconde una questione nevralgica sotto il tappeto delle ambiguità, perché sa che è anche lì che si decide il proprio futuro. Attorno alle grandi questioni sulla vita umana – dalle staminali al suicidio assistito – si gioca l’etica su cui farà perno il Paese di domani. Un utile promemoria anche per le omissioni e le timidezze di casa nostra.</content>
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		<title type="html">Come rendere Gesù ”contemporaneo” dei ragazzi?</title>
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		<updated>2012-01-24T15:07:10+00:00</updated>
		<content type="html">&lt;p align=&quot;left&quot; class=&quot;MsoNormal&quot;&gt;&lt;a href=&quot;http://spazioblog.progettoculturale.it/wp-content/uploads/2012/01/armando-matteo.jpg&quot; title=&quot;armando-matteo.jpg&quot;&gt;&lt;/a&gt;&lt;a href=&quot;http://spazioblog.progettoculturale.it/wp-content/uploads/2012/01/don-armando-matteo.jpg&quot; title=&quot;don-armando-matteo.jpg&quot;&gt;&lt;img align=&quot;right&quot; src=&quot;http://spazioblog.progettoculturale.it/wp-content/uploads/2012/01/don-armando-matteo.jpg&quot; alt=&quot;don-armando-matteo.jpg&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Gesù è “contemporaneo” dei ragazzi? Lo abbiamo chiesto a don &lt;strong&gt;Armando Matteo&lt;/strong&gt;, docente di teologia fondamentale presso la Pontificia Università Urbaniana, tra i relatori dell’omonimo evento internazionale che si svolgerà a Roma, dal 9 all’11 febbraio, per iniziativa del Comitato Cei per il progetto culturale (Dossier SIR sull&amp;#8217;evento: &lt;a href=&quot;http://www.agensir.it/pls/sir_new/V3_S2EW_CONSULTAZIONE.mostra_pagina?id_pagina=4197&quot;&gt;clicca qui&lt;/a&gt;).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;I giovani di oggi sono “più vicini” o “più lontani” da Gesù? &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;left&quot;&gt;“Se facciamo riferimento ai dati delle indagini più recenti, bisogna riconoscere che nei giovani tra i 20 e i 30 anni esiste, in generale, un atteggiamento di estraneità alla fede cristiana. Ciò non esclude, tuttavia – come si può riscontrare nelle nostre associazioni ecclesiali – che ci sia una percentuale significativa di giovani con un forte slancio verso la fede cristiana, vissuta all’insegna della centralità del Vangelo e della preghiera, anche se si tratta di un numero che tende a diminuire. Ciò che accomuna, comunque, tutti i giovani – come ci dice anche l’analisi del Papa – è il fatto che in loro sia presente un’inquietudine molto profonda per come è strutturata la società di oggi, in cui c’è poca speranza, manca il futuro: in questo, c’è una certa contemporaneità con Gesù, preoccupato di rivolgere uno sguardo di maggiore attenzione soprattutto a chi è povero e sfortunato. E tra i ‘nuovi poveri’, oggi, sicuramente bisogna aggiungere i giovani”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Benedetto XVI, nei suoi recenti interventi, dà loro molto spazio, sottolineando come siano i giovani a pagare i costi più alti della crisi, che non è solo economica&amp;#8230;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;left&quot;&gt;“La crisi che stiamo vivendo è prima di tutto una crisi di fiducia umana. Nel nostro Paese, c’è una sorta di eterna giovinezza che però si traduce in ‘giovanilismo’, in una grande fiducia nelle potenzialità della giovinezza intesa in senso astratto. Tutti vogliono restare giovani, ma in realtà gli adulti non fanno spazio alle nuove generazioni: ‘Essere sempre giovani’, per i nostri adulti, significa mantenere posizioni di potere, di prestigio, spendere 36 milioni di dollari in creme antiage, come è accaduto in America&amp;#8230; Il mito dell’eterna giovinezza sottrae spazio proprio ai giovani, ci impedisce di fare spazio a chi viene dopo, e di questo i giovani risentono tantissimo. Manca la fiducia umana nella vita, nella bellezza delle sue tappe, e uno sguardo capace di andare oltre: ci si attacca a questa vita con i denti, a discapito di chi viene dopo”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Soprattutto dall’adolescenza in poi, molti giovani percepiscono Gesù, e la Chiesa in particolare, come qualcosa che non appartiene più ai loro orizzonti di vita: si può, e come, superare questa frattura?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;left&quot;&gt;“Gesù, prima di iniziare la sua vita pubblica, rimane trent’anni in silenzio e vive la vita dei suoi futuri discepoli, lavorando, ascoltando, entrando dentro il cuore dell’uomo. I giovani nati dopo il 1981, come è ormai assodato da tutte le ricerche, sono diversi da quelli che li hanno preceduti. La ‘generazione facebook’ è fatta di pochi giovani, più coccolati dai loro genitori: spesso sono figli unici, vengono molto influenzati dai media e vivono in un ambiente multiculturale e multireligioso. I giovani soffrono di una doppia ingiustizia: da una parte, il mito del giovanilismo, dall’altra, gli adulti che ‘non se ne vanno’&amp;#8230; Il rischio è il ripiegamento su se stessi, il nichilismo. Se il futuro non incide come motivazione, allora posso fare qualsiasi cosa: se il futuro è così buio, decido sulla base di ciò che sento oggi”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Il successo che continuano a registrare le Gmg è un chiaro indicatore del bisogno di religiosità, anche inespresso, presente nei giovani. Basta per “rianimare” la vita delle nostre comunità?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;left&quot;&gt;“La Gmg ha 25 anni, ma non ha fatto ancora ‘scuola’ all’interno delle diocesi e nelle parrocchie: la pastorale giovanile è rimasta un po’ in disparte, rispetto alle indicazioni e allo sviluppo che prima Giovanni Paolo II e poi Benedetto XVI hanno dato a quest’ormai tradizionale appuntamento dei giovani, che continua a riscontrare un enorme successo. Sono tre, a mio avviso, le caratteristiche della Gmg che dovremmo ‘importare’ nelle nostre comunità: il numero delle energie messe a disposizione (a Madrid c’era l’1% della popolazione giovanile italiana, ma accompagnata dal 50% dei vescovi e dal 12% del clero); la possibilità di entrare in contatto con la Bibbia (da sempre le catechesi della Gmg sono esplicitamente bibliche, a differenza di quelle nelle parrocchie, a volte troppo ‘moralistiche’). Infine, dalle Gmg occorre apprendere che il codice unificante di questa esperienza è la gioia: anche il Papa, di recente, ha messo in guardia i cristiani dalla tristezza. Le nostre comunità fanno fatica ad essere gioiose, spesso sono più interessate alla quantità delle messe e delle preghiere, e meno alla qualità. Per stare con i giovani, bisogna riscoprire il codice elementare della festa, della gioia, che è proprio innanzitutto della liturgia”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Il linguaggio dei giovani di oggi è molto diverso dalle generazioni che lo hanno preceduto: da dove partire, per parlare loro di Gesù? &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;left&quot;&gt;“Dall’atteggiamento dei primi discepoli, che nell’annunciare il Vangelo si sono resi conto che era necessario – perché più efficace – passare dall’aramaico al greco. Hanno abbandonato le parole originali, mostrando così che l’inculturazione è fin dall’inizio centrale per il cristianesimo. È quello che il Papa chiama ‘fedeltà creativa’, che esige da una parte una maggiore conoscenza dell’universo giovanile, dall’altra la capacità di sintonizzarsi, di volta in volta, sulla lunghezza d’onda del destinatario”.&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;left&quot;&gt;M.Michela Nicolais – &lt;em&gt;Sir&lt;/em&gt;, 23 gennaio 2012&lt;/p&gt;</content>
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			<name>Nella piazza</name>
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			<title type="html">Nella Piazza</title>
			<subtitle type="html">il blog del Progetto Culturale</subtitle>
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		<title type="html">Le ambiguità di Obama sull’aborto ricompattano i cattolici, anche liberal</title>
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		<updated>2012-01-24T14:38:14+00:00</updated>
		<content type="html">&lt;p&gt;&lt;a href=&quot;http://www.paolorodari.com/wp-content/uploads/2012/01/Archbishop-Dolan-2.jpg&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.paolorodari.com/wp-content/uploads/2012/01/Archbishop-Dolan-2.jpg&quot; alt=&quot;&quot; title=&quot;&quot; width=&quot;115&quot; height=&quot;194&quot; class=&quot;alignright size-full wp-image-5963&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nel 2008 i cattolici americani votarono in maggioranza per Obama malgrado lo scetticismo dei vescovi. Difficile che il prossimo novembre la stessa cosa si ripeta. Oggi il fronte dei credenti è tutto contro di lui, senza eccezioni. &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Non sono soltanto i fronti più conservatori a protestare contro la Casa Bianca rea di aver stabilito che le assicurazioni sanitarie includano, nelle loro coperture, anche i sistemi contraccettivi per le donne. Ci sono anche le anime più liberal del cattolicesimo a dirsi “indignate” per una decisione “sconsiderata”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La protesta è cresciuta nelle scorse ore: il governo, tramite il segretario per la Salute e i servizi umani, Kathleen Sebelius, ha fatto sapere che a partire dall’agosto 2013 anche le chiese e le associazioni religiose saranno costrette a offrire ai propri dipendenti un’assicurazione sanitaria che contempli i rimborsi per la contraccezione e l’aborto. La direttiva, ha detto Sebelius, “bilancia la libertà religiosa e l’aumento dell’accesso ai servizi di prevenzione”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L’arcivescovo di New York e capo della Conferenza episcopale statunitense, Timothy Dolan, ha reagito bocciando il provvedimento e chiedendo a tutta la comunità cattolica di far sentire il proprio diniego pubblicamente. Ieri, nel giorno del 39esimo anniversario della Roe v. Wade (la sentenza del 1973 che ha legalizzato l’aborto) erano migliaia a marciare per la vita guidati dal cardinale Daniel Di Nardo, arcivescovo di Galveston-Houston e capo della commissione per le attività pro vita della Conferenza episcopale statunitense.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La genesi delle proteste non è soltanto americana. L’input viene da lontano, da Roma, e più precisamente dal Papa: pochi giorni fa Ratzinger ha ricevuto i vescovi americani. La libertà della chiesa di far sentire la sua voce nel dibattito pubblico statunitense “è gravemente minacciata” ha detto all’arcivescovo di Washington, il cardinale Donald William Wuerl il quale, tornato in patria, ha lanciato la carica.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il mondo cattolico si sente tradito da un presidente che ancora in questi giorni si è detto impegnato a “ridurre il numero degli aborti”. Il bluff non è stato digerito anche da chi, in passato, aveva difeso la riforma sanitaria. Su tutti basta il nome di suor Carol Keehan, presidente di quella Catholic Health Association che, nel 2010, nonostante la richiesta di prudenza espressa dai vescovi del paese, elogiava gli effetti del programma sanitario varato dalla Casa Bianca dicendo che “milioni di americani sono stati aiutati attraverso la copertura medica della quale avevano bisogno”. Le critiche di Dolan e suor Keehan sono state riportate anche dall’Osservatore Romano che in questo modo ha fatto ben comprendere a Washington da che parte stiano Santa Sede e Pontefice.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;code&gt;Pubblicato sul Foglio martedì 24 gennaio 2012&lt;/code&gt;&lt;/p&gt;
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			<title type="html">Palazzo Apostolico - Diario Vaticano di Paolo Rodari</title>
			<subtitle type="html">Diario Vaticano di Paolo Rodari - Vatican Blog</subtitle>
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		<title type="html">La mia risposta sul “caso Castellucci” (con un invito ad andare a leggere sul sito della Chiesa francese)</title>
		<link href="http://www.antoniosocci.com/2012/01/la-mia-risposta-sul-caso-castellucci-con-un-invito-ad-andare-a-leggere-sul-sito-della-chiesa-francese/"/>
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		<updated>2012-01-24T12:35:23+00:00</updated>
		<content type="html">&lt;p&gt;Ci sono cattolici ragionevoli e seriamente preoccupati che hanno scritto sul “caso Castellucci” e pure che hanno inviato mail a me. Con costoro credo si possa convenire che c’è stato un colossale malinteso: in quella pièce teatrale non c’è nessun lancio di escrementi sacrilego.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Secondo me dovrebbe bastare questo a mettere fine alla bagarre.&lt;span id=&quot;more-1482&quot;&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma ci sono anche alcuni fanatici, che in certi casi sembrano francamente confusi dall’astio, talora dall&amp;#8217;odio, e che mi scrivono insulti (complimenti: che bel cristianesimo!).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Costoro sembrano quasi dispiaciuti dalla scoperta che nella pièce di Castellucci non c&amp;#8217;è nessun lancio di escrementi sull&amp;#8217;immagine di Cristo di Antonello da Messina.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Non se ne danno pace, sembrano smaniare perché quel “lancio” ci sia e siccome hanno bisogno di un Nemico da &amp;#8220;bruciare&amp;#8221; per avere un&amp;#8217;identità (mentre la vera identità cristiana non si fonda su un Nemico, ma su un avvenimento, un avvenimento di misericordia), non riconoscono di essersi sbagliati chiedendo scusa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Tanto meno tacciono, mettendo fine alla baraonda. No.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Cercano altri pretesti per &amp;#8220;bruciare&amp;#8221; il Nemico, demonizzato addirittura fino a essere chiamato &amp;#8220;satanista&amp;#8221;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Io credo che sia questa la vera caricatura del cristianesimo. Una caricatura grottesca, mostruosa. Proprio una eventuale corsa dietro ai fondamentalismi di altre religioni – questa sì, davvero – rischierebbe di sporcare il Volto santo di Gesù.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Lo dico come cordiale e fraterno invito alla riflessione anche per quei buoni cattolici che in questi giorni credono, con la loro “indignazione” per Castellucci, di manifestare un sacro zelo verso il Volto del nostro Redentore…&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Oltretutto si tratta di un&amp;#8217;operazione che rischia di avere un connotato politico. Quindi attenti alle strumentalizzazioni…&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Allora, poiché ci sono varie persone in buona fede che hanno abbracciato questa battaglia (questa fatwa) o che sono disorientate, che ritengono Gesù una loro proprietà (e non capiscono che Egli si dona ad ogni uomo e attrae a sé ogni uomo per un suo cammino personale) vorrei proporre un contributo autorevole di riflessione sul lavoro di Castellucci (cosa che in Italia non è stata fatta da nessuno).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Lo si può trovare – udite udite &amp;#8211; &lt;strong&gt;&lt;span&gt;sul sito della Chiesa francese&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;. Perché lo spettacolo di Castellucci è andato in scena per la prima volta in Francia e sia il quotidiano cattolico La Croix che Radio Notre Dame (con diversi vescovi) hanno giudicato con molto interesse questa pièce teatrale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Di fronte agli attacchi di fanatici, incapaci di rapportarsi alla cultura contemporanea con un giudizio cristiano, &lt;strong&gt;&lt;span&gt;il vescovo di Poitiers, Monsignor Pascal Wintzer, Presidente dell&amp;#8217;Osservatorio fede e cultura della Conferenza episcopale francese&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;, ha scritto un bel saggio intitolato &amp;#8220;A propos du spectacle de Romeo Castellucci &amp;#8216;Sur le concept du visage du Fils de Dieu&amp;#8217; &amp;#8220;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ecco il link&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href=&quot;http://www.eglise.catholique.fr/conference-des-eveques-de-france/textes-et-declarations/a-propos-du-spectacle-de-romeo-castellucci-sur-le-concept-du-visage-du-fils-de-dieu--13056.html&quot;&gt;http://www.eglise.catholique.fr/conference-des-eveques-de-france/textes-et-declarations/a-propos-du-spectacle-de-romeo-castellucci-sur-le-concept-du-visage-du-fils-de-dieu&amp;#8211;13056.html&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Come vedete è il sito della &amp;#8220;Eglise catholique&amp;#8221; francese.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per chi non conosce il francese consiglio di farselo tradurre. Serve a capire e quindi a giudicare.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il fatto che alcuni “giornalisti cattolici”, invece di andare a cercare qui (nel sito della Chiesa francese che ebbe a che fare con le prime rappresentazioni della pièce di Castellucci) si siano messi a cercare come inquisitori – e rilanciare &amp;#8211; dei brani di Castellucci da interpretare malevolmente, stravolgendone il senso (e senza mai pubblicare i bellissimi testi suoi che avrebbero fatto capire il suo retroterra) la dice lunga sulla mala fede di questa operazione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Tesa non a cercare la verità, ma a fabbricare il Nemico, il Satana! Un’operazione che potrebbe essere fatta persino sul poema sacro di Dante – dove ci sono bestemmie e c’è pure la “merda” – e addirittura sulla Sacra Scrittura che abbonda di brani “scandalosi” e contiene espressioni blasfeme.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Qui, per chi non saprà tradurre tutto il saggio, mi permetto di mettere in italiano solo un brano di mons. Wintzer e il bellissimo pensiero di papa Benedetto XVI che egli cita.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il vescovo scrive:&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;&lt;span&gt;“Piuttosto che all’invettiva e alla condanna, è ad un lavoro che noi (cristiani) siamo chiamati, lavoro attraverso cui ciascuno si prende il tempo di comprendere chi è l’altro e cosa intende dire. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;&lt;span&gt;Il dialogo è un lavoro dello spirito e del cuore. Esso è improntato alla modestia. E’ ascolto benevolo. E’ parola che orienta verso il vero e il bello. Ripone la sua gioia nella ricerca condivisa della verità. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;&lt;span&gt;Il dialogo esclude sia la confusione (delle identità, nda), sia il disprezzo dell’altro. Ci invita a uscire dalla semplificazione secondo cui gli artisti sono dei provocatori, dei bestemmiatori. Ci chiama a prenderci il tempo di interrogarli o semplicemente di leggere ciò che dicono delle loro opere. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;&lt;span&gt;Una religione senza cultura diventa una religione senza curiosità e anche senza intelligenza”.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E ora vi traduco il brano di Benedetto XVI citato dal vescovo. E&amp;#8217; tratto dal suo discorso agli artisti, riuniti nella Cappella Sistina il 21 novembre 2009:&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;&lt;span&gt;“Una funzione essenziale della vera bellezza, infatti, già evidenziata da Platone, consiste nel comunicare all’uomo una salutare ‘scossa’, che lo fa uscire da se stesso, lo strappa alla rassegnazione, all’accomodamento del quotidiano, lo fa anche soffrire, come un dardo che lo ferisce, ma proprio in questo modo lo ‘risveglia’ aprendogli nuovamente gli occhi del cuore e della mente, mettendogli le ali, sospingendolo verso l’alto. L’espressione di Dostoevskij che sto per citare è senz’altro ardita e paradossale, ma invita a riflettere: &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;&lt;span&gt;‘L’umanità può vivere &amp;#8211; egli dice &amp;#8211; senza la scienza, può vivere senza pane, ma soltanto senza la bellezza non potrebbe più vivere, perché non ci sarebbe più nulla da fare al mondo. Tutto il segreto è qui, tutta la storia è qui’. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;&lt;span&gt;Gli fa eco il pittore Georges Braque: ‘L’arte è fatta per turbare, mentre la scienza rassicura’. La bellezza colpisce, ma proprio così richiama l’uomo al suo destino ultimo, lo rimette in marcia, lo riempie di nuova speranza, gli dona il coraggio di vivere fino in fondo il dono unico dell’esistenza”.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Facendo tesoro di questo giudizio del Pontefice io credo – come Giuseppe Frangi – che sia veramente bello che finalmente (grazie alla pièce di Castellucci) sia riportato al centro della scena il Volto di Gesù e il dramma del dolore umano e la sua implorazione davanti al Salvatore del mondo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Mi pare che quello del vescovo, responsabile della Conferenza episcopale francese per “fede e cultura”, sia l’unico giudizio meditato da parte del Magistero sul lavoro di Castellucci (infatti la lettera del monsignore della Segreteria di Stato, strumentalizzata da certuni, è una lettera di cortesia che cita il Papa solo riguardo a un criterio generale, non al caso specifico. E così pure fa il cardinale Scola).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Spero di aver dato un contributo al chiarimento.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per quanto riguarda le veglie di preghiera “di riparazione” vanno sempre bene e sono preziose: magari però sarebbe bene “riparare” in riferimento ai nostri peccati (che sporcano il volto di Cristo), prima dei peccati altrui.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per non essere come gli scribi e i farisei che amavano puntare il dito sugli altri e battere il pugno sul petto altrui anziché sul proprio.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;A questa “gente perbene”, “sommi sacerdoti e anziani”, Gesù – scandalizzandoli – diceva: “In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel Regno di Dio” (Mt 21, 31).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Antonio Socci&lt;/p&gt;</content>
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			<title type="html">lo Straniero</title>
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			<updated>2012-01-30T12:00:17+00:00</updated>
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		<title type="html">@CardRavasi, è lui o non è lui?</title>
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		<updated>2012-01-24T11:15:25+00:00</updated>
		<content type="html">&lt;p&gt;&lt;a href=&quot;http://www.paolorodari.com/wp-content/uploads/2012/01/16563527_la-carica-dei-blogging-bishop-ravasi-batte-scola-due-zero-1.jpg&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.paolorodari.com/wp-content/uploads/2012/01/16563527_la-carica-dei-blogging-bishop-ravasi-batte-scola-due-zero-1.jpg&quot; alt=&quot;&quot; title=&quot;&quot; width=&quot;300&quot; height=&quot;406&quot; class=&quot;alignright size-full wp-image-5956&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Scrive Franco Adriano su Italia Oggi, in un pezzo intitolato &amp;#8220;&lt;strong&gt;&lt;a href=&quot;http://www.italiaoggi.it/giornali/dettaglio_giornali.asp?preview=false&amp;accessMode=FA&amp;id=1754126&amp;codiciTestate=1&amp;sez=hgiornali&amp;testo=&amp;titolo=Il%20miracolo%20del%20cardinale:%20&amp;egrave;%20sempre%20su%20twitter%20senza%20toccare%20il%20computer&quot;&gt;Il miracolo del cardinale: è sempre su twitter senza toccare il computer&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&amp;#8221; che dietro i cinguettii di @CardRavasi su twitter non c&amp;#8217;è in realtà il cardinale capo della Cultura della Santa Sede ma &amp;#8220;il giovane britannico Richard Rouse&amp;#8221;, un addetto stampa dotato di &amp;#8220;una forte padronanza del mezzo da buon nativo digitale e spiccato profilo internazionale&amp;#8221;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Sempre secondo Italia Oggi, Richard Rouse sarebbe addirittura colui che scrive i post sul blog di Ravasi &amp;#8220;&lt;strong&gt;&lt;a href=&quot;http://gianfrancoravasi.blog.ilsole24ore.com/&quot;&gt;Parola &amp;#038; parole&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&amp;#8220;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Io non ci credo, però il dubbio rersta. Qualcuno è in grado di chiarire?&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;code&gt;Pubblicato su palazzoapostolico.it martedì 24 gennaio 2012&lt;/code&gt;&lt;/p&gt;
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		<title type="html">Il fondamento e la mano tesa</title>
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		<updated>2012-01-23T23:00:00+00:00</updated>
		<content type="html">È inevitabile, e in qualche misura anche comprensibile, che della prolusione del cardinal Bagnasco alla sessione invernale del Consiglio permanente della Cei si sarà tentati di dare una lettura &amp;quot;politica&amp;quot;. Da parte mia vorrei invece darne una lettura &amp;quot;ecclesiale&amp;quot;: questa infatti è l’unica lettura davvero corretta dell’intervento di un vescovo, che si china a riflettere sui segni dei tempi e più in generale sulla situazione spirituale (e di conseguenza sociale) del Paese. Se non si coglie prioritariamente questa dimensione si corre il rischio di tralasciare, come irrilevanti, le prime pagine della prolusione, quelle che sottolineano con energia come la crisi contemporanea sia una &amp;quot;crisi di fede&amp;quot;, quasi che fossero espressione di vaghi, sospirosi e indecifrabili atteggiamenti spiritualistici. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non è così. La fede cristiana non è da pensare solo come una fiamma che vive nel cuore dei credenti, ma come un autentico (e oggettivo) motore della storia degli uomini. La decisione di Papa Benedetto di indire, per l’ottobre del 2012, &amp;quot;l’anno della fede&amp;quot; non deve essere pensata come rilevante solo per i credenti, ma come significativa per tutti coloro (credenti in altre fedi, agnostici o non credenti) che percepiscono come solo attraverso la fede è possibile per gli uomini vincere la tentazione del nichilismo e misurarsi positivamente con i problemi, le difficoltà, le tragedie del mondo. È solo partendo da questo presupposto, che tutte le ulteriori considerazioni del presidente della Cei nella sua Prolusione acquistano un connotato &amp;quot;anche&amp;quot; politico e meritano di essere lette.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non si può dare un’autentica risposta alla crisi economica del presente (che ha aperto «una fase inedita della vicenda umana»), né percepire le distorsioni di un «capitalismo sfrenato» o condannare «i coaguli sovrannazionali potenti e senza scrupoli», se non si riesce ad &amp;quot;aver fede&amp;quot; nella politica come una prassi «assolutamente necessaria» al servizio del bene comune. Né si può dare la fiducia che essi meritano ai nostri nuovi governanti, se non si è convinti che «la conversione a far bene è sempre possibile e doverosa». Il cardinale, nel momento stesso in cui si dichiara consapevole che viviamo in una grave condizione di necessità, ci esorta «a scorgere tutto il positivo che può annidarsi anche all’interno di una situazione ingrata». Il primo dovere del cristiano, insomma, è certamente quello di leggere il mondo per come esso è, senza però dimenticare mai che nessuna lettura del mondo è corretta, se non si vuole percepire (come la fede ci induce a fare) la dimensione di bene che è inerente al mondo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In questo contesto il riferimento di Bagnasco al carattere peccaminoso dell’evasione fiscale e al dovere della Chiesa di non chiedere alcun privilegio, in particolare tributario, per se stessa e per i propri membri è forte e limpido. Esso si accompagna, però, alla serena e franca richiesta che da parte di tutti si riconosca la capillare presenza della componente ecclesiale nei servizi sociali e sanitari del nostro Paese. Il cardinale dà cifre precise, che obiettivamente non possono non colpire il lettore scevro di pregiudizi anticlericali. Il contributo che la Chiesa porta al bene di tutti è impressionante ed è un’ulteriore prova (ma ce n’è davvero bisogno?) di come la fede cristiana sappia entrare nella storia, per vitalizzarla e orientarla.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La Chiesa, emerge benissimo dalle parole del presidente della Cei, non vuole nascondere o minimizzare le proprie storture e le proprie manchevolezze, né pretende di essere lodata o ringraziata, ma vuole solo essere riconosciuta per il bene che essa fa e per l’impegno che essa profonde per la tutela e per la promozione di quelle strutture sociali nelle quali il bene viene insegnato e radicato nelle coscienze. Questo spiega perché la difesa della famiglia (su cui il cardinale porta con forza l’attenzione verso la fine della prolusione) non sia la difesa di un principio confessionale, ma di una struttura antropologica fondamentale, quella che veicolando il senso della gratuità e della solidarietà mostra i limiti insuperabili della giustizia, nella sua duplice forma commutativa e distributiva. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gratuità e solidarietà sono quei due principi, senza dei quali il vivere sociale si isterilisce e produce pratiche fredde, burocratiche e al limite disumane. Ecco perché la presenza dei cristiani nel sociale, tanto più preziosa quanto più incisiva, ha come suo presupposto la solidità della fede. Ed è questo l’insegnamento fondamentale e conclusivo, che in piena comunione con Benedetto XVI, ci viene rivolto dal cardinal Bagnasco.</content>
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		<title type="html">Se questa Lega si slega dalla sua ambizione migliore</title>
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		<updated>2012-01-23T23:00:00+00:00</updated>
		<content type="html">&lt;p&gt;La Lega Nord all’opposizione stenta a ritrovare l’energia politica che aveva sfoggiato in altri tempi. Le frizioni interne sembrano destinate ad aggravarsi, la stessa leadership di Umberto Bossi fatica a imporsi e trova sbocco solo nell’incanalare la rabbia dei militanti contro l’antico alleato: il Pdl. Alla base di questa condizione critica, c’è la debolezza di una prospettiva politica evanescente, quella del &amp;quot;quarto polo&amp;quot; in cui potrebbero convergere per interesse elettorale e antagonistico le attuali, diversissisme opposizioni al governo di Mario Monti, e la ritornante scommessa contro l’Italia &amp;quot;che è fallita&amp;quot;. Eppure il Nord produttivo ha una funzione nazionale ed europea che non può essere cancellata da qualche battuta sarcastica. La Lega &amp;quot;di governo&amp;quot; ha svolto, nei suoi momenti e con i suoi uomini migliori seppure con cicliche e irrefrenabili contraddizioni verbali, questa funzione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Esercitando un utile traino riformista in direzione del federalismo (che, in Italia e altrove, o è solidale o non è). Se ora si abbandona alla retorica antinazionale, di fatto, il Carroccio si separa dalla consapevolezza delle popolazioni che intende rappresentare. La critica al governo, naturalmente, è legittima in una democrazia, ma se si ferma all’insulto gratuito e non viene accompagnata da controproposte convincenti e comunque realistiche, rischia l’irrilevanza puramente protestataria. La prospettiva in cui si inscrive l’agitazione leghista, almeno nei termini in cui è stata presentata nelle recente manifestazione milanese, è di tipo &amp;quot;greco&amp;quot;, e questo stride con le posizioni assai più responsabili che lo stesso partito aveva assunto nei mesi precedenti alla crisi di governo. È vero che in una fase critica dell’economia possono emergere fenomeni di disgregazione, delegittimazione delle rappresentanze, caduta della capacità di mediazione e di mantenimento della coesione sociale, di cui si vedono già aspetti preoccupanti soprattutto nel Mezzogiorno. Per un partito che punta a partecipare da protagonista a una rappresentanza maggioritaria nel cuore del sistema sociale e produttivo, accodarsi alla logica dello sfascio è contraddittorio e controproducente, anche se può dare qualche soddisfazione propagandistica alla base più militante e umorale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;C’è da sperare che alla fine anche nella Lega prevalga la consapevolezza della gravità della situazione e dell’assoluta improponibilità, come alternativa politica (figuriamoci di governo...), dell’ammucchiata delle attuali opposizioni. Se non sarà così, se la Lega proseguirà in questo percorso avventuristico, il quadro politico generale ne risulterà. definitivamente e profondamente modificato, non solo l’assetto dei poteri locali. Se il vecchio nucleo dell’alleanza di centrodestra sarà smantellato dall’aggressività leghista, il problema di dare una rappresentanza nuova (e sempre in grado di competere sul terreno elettorale) all’area &amp;quot;moderata&amp;quot; avrà risolto per sottrazione un primo problema. E questo ovviamente apre scenari inediti nella cosiddetta Seconda Repubblica, ma non inimmaginabili. La scelta di trasformare l’opposizione al governo in opposizione al sistema, rinverdendo un po’ nostalgicamente antiche pulsioni, promette di condannare la Lega a una condizione di isolamento e di disperdere gli esiti (e anche gli esponenti) che hanno segnato l’evoluzione di questo partito-movimento.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E nessun orgoglio &amp;quot;padano&amp;quot; potrebbe compensare tutto ciò. In questo modo, sottraendosi alla responsabilità di fornire risposte alla crisi, si può lucrare il consenso più o meno temporaneo di qualche categoria, ma si rischia di perdere il contatto con la generalità di un sentimento popolare preoccupato e incerto del futuro, che però chiede risposte e non solo proteste. La risposta alla triplice crisi (economica, sociale e politica) che ci attanaglia non potrà mai essere piccola e autolesionista. La risposta dovrà saper ridare all’Italia e alla stessa Ue un’anima e un passo autenticamente europei e popolari.&lt;/p&gt;</content>
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		<title type="html">La Fede è in crisi che faranno i vescovi?</title>
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		<updated>2012-01-23T17:54:12+00:00</updated>
		<content type="html">&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;http://www.ilportonedibronzo.it/images/stories/fede.jpg&quot; border=&quot;0&quot; width=&quot;250&quot; /&gt;Nella decina di pagine della prolusione del cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, c’è una parte che difficilmente domani sarà sui grandi giornali. Quelli che preferiscono pubblicare rubrichette anonime con un po’ di gossip scambiato per informazioni. Noi parleremo allora dell’ Anno della Fede che, secondo la nota pubblicata dalla Congregazione per la dottrina della fede, dovrà vedere in prima linea proprio le conferenze episcopali. “ A nessuno sfugge- ha ricordato il cardinale all’ Assemblea peremanente che ha parto oggi i suoi lavori- la forza di una simile intuizione che può diventare un evento spirituale di proporzioni grandiose.” Nel suo testo Bagnasco ha ricordato che in Italia la fede è più viva di quanto i media, e la società consumistica vogliono farci credere.&lt;/p&gt;</content>
		<author>
			<name>Angela Ambrogetti</name>
			<email>angelambrogetti@gmail.com</email>
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			<title type="html">Il Portone di Bronzo - Frammenti e idee di Angela Ambrogetti</title>
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			<updated>2012-02-07T02:00:23+00:00</updated>
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		<title type="html">Diario Vaticano / Ai neocatecumenali il diploma. Ma non quello che si aspettavano</title>
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		<updated>2012-01-23T04:00:00+00:00</updated>
		<content type="html">La Santa Sede ha approvato i riti che scandiscono le tappe del loro catechismo. Ma le particolarit&amp;agrave; con cui essi celebrano le messe restano sempre sotto osservazione. Alcune sono consentite. Altre no</content>
		<author>
			<name>www.chiesa</name>
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			<title type="html">Chiesa -</title>
			<subtitle type="html">Notizie, analisi, documenti - a cura di Sandro Magister</subtitle>
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			<updated>2012-02-07T03:00:33+00:00</updated>
			<rights type="html">Copyright © Kataweb S.p.A.</rights>
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		<title type="html">Un bellissimo articolo di Giuseppe Frangi: “Perché difendo lo spettacolo di Castellucci (anche senza averlo visto)”</title>
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		<id>http://www.antoniosocci.com/?p=1478</id>
		<updated>2012-01-22T18:03:34+00:00</updated>
		<content type="html">&lt;p&gt;Non ho visto lo spettacolo di Romeo Castellucci ma ho una grande curiosità e desiderio di andarlo a vedere. Ho curiosità di tornare in quel teatro dove 30 anni fa gli spettacoli stupendi di Testori avevano sollevato molto e per certi versi, analogo, scalpore.&lt;span id=&quot;more-1478&quot;&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E’ lì che avevo imparato come il cristianesimo non si palesi sempre con buone maniere. E che anzi spesso chi lo prende di petto ne rende una testimonianza più vera. E quindi più viva.&lt;br /&gt;
Dovessi spiegare perché “Sul concetto di volto nel figlio di Dio” mi interessa (a parte la stima per quel gruppo teatrale, la Societas Raffaello Sanzio), direi innanzitutto questo: &lt;strong&gt;&lt;span&gt;è uno spettacolo che rimette inaspettatamente il volto di Gesù al centro della scena&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;. E non si tratta di un volto arbitrariamente reinterpretato, ma è il volto “oggettivizzato” dal genio di Antonello, un volto che si è sedimentato nella memoria di ogni cristiano.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;&lt;span&gt;È uno di quei volti che “colpisce per sempre”&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;. Di più: non è un volto di un Gesù di Passione ma è un Gesù Salvatore che domina in dimensioni gigantesche e straordinariamente suggestive tutta la scena.&lt;br /&gt;
&lt;strong&gt;&lt;span&gt;“Io voglio stare di fronte al volto di Gesù” ha infatti detto Castellucci, per dare la chiave dello spettacolo. In una stagione in cui la cultura ha ripulito ogni discorso da quel volto, il tentativo di Castellucci mi interessa quindi a priori. Oggi il rischio non è quello dello scontro con Cristo, ma la sua cancellazione (o sostituzione).&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
Il volto di Gesù non è mai un volto obbligante, tant’è vero che nel corso della storia si è lasciato guardare da occhi diversissimi tra loro, a volte adoranti, a volte pretenziosi, spesso anche ostili.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;&lt;span&gt;Non è un volto che determina percorsi predefiniti. È un volto che lascia liberi. Ma il suo porsi come volto è il suo primo modo di irrompere sulla scena della storia. “Questo Cristo interroga come un’immagine vivente e certamente divide e dividerà ancora”, ha detto Romeo Castellucci.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
Il regista autore si interroga e interroga quel volto sul tema della sua onnipotenza: come si spiega il declino a volte degradante della vita umana (incarnato nella figura del vecchio sfiancato e seminudo sulla scena) di fronte a quel volto che annuncia la salvezza?&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;&lt;span&gt;“Nella figura del figlio attraverso i suoi tentativi di pulire il suo padre malato, si riconosce la lunga storia dei profeti della Bibbia che tentano di risollevare il popolo di Israele smarrito nei suoi peccati”, ha scritto il domenicano Therry Hubert, dopo aver visto lo spettacolo a Parigi&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E da parte sua il regista precisa: “Vorrei solo far combaciare due forme apparentemente lontane: la scatologia (la decadenza del corpo umano) e l’escatologia (il volto di Cristo). Tutto questo in modo degno”. Come tentativo non mi sembra da poco…&lt;br /&gt;
La domanda che sta alla base dello spettacolo fa scattare rabbia, rancori, disperazione ma anche a volte sembra trasformarsi in implorazione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Quel volto non è lontano, è vicino, presente ma resta comunque misterioso: nelle immagini si scorgono anche dei gesti che indicano un istintivo abbandono, quasi un aderire senza pretese.&lt;br /&gt;
Alla fine sul volto un velario nero, come un sudario scivola drammaticamente sul volto.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Con una didascalia cupa, da scommessa persa. “Non è il mio pastore”, sancisce l’autore. Non è una “bella” conclusione. Ma da qui a vederne una soluzione blasfema ce ne corre…&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt; &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Giuseppe Frangi&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt; &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Da http://robedachiodi.associazionetestori.it&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per chi non lo conoscesse Giuseppe Frangi, attualmente direttore di “Vita”, è stato il mio direttore al “Sabato”. Ma di quel giornale, che ha rappresentato una straordinaria ventata di intelligenza cristiana negli anni Ottanta e Novanta, Giuseppe è stato anche la colonna, il cuore e la mente.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La stessa intelligenza cristiana (cioè mente e cuore cristiani) rifulge infatti in questo suo articolo. Dio sa quanto ce n’è bisogno in tempi come questi, in cui se ne vede così poca (di intelligenza cristiana), ma così poca, ma così poca, ma così poca che sembra quasi inesistente….&lt;/p&gt;</content>
		<author>
			<name>Lo Straniero</name>
			<uri>http://www.antoniosocci.com</uri>
		</author>
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			<title type="html">lo Straniero</title>
			<subtitle type="html">Il blog di Antonio Socci</subtitle>
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			<updated>2012-01-30T12:00:17+00:00</updated>
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